Feltrino News n. 7/2021 Luglio

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N° 7 - Luglio 2021 - Supplemento del periodico Valsugana News

ROLANDO DEL MONEGO - tel.: 348 5291739 Via Ponte Caorame, 2 - Feltre (BL) www.lanuovacava.it - mail: lanuovacava@gmail.com

LaNuovaCava



Famiglia 3.0 di Patrizia Rapposelli

IL SILENZIO DEL DIALOGO

A

ltro che uomo come “animale sociale” nel modo in cui scrisse Aristotele! È vero che per natura tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società, ma l’uomo post-moderno ha dimenticato una parte fondamentale dell’essere sociale: il comunicare. Glaciale silenzio tra persone che si imbattono fisicamente le une con le altre, accigliate, immerse nei pensieri, al cellulare o impegnate in qualche social, manca una comunicazione profonda. Assenza di parole che ben più grave appare quando pensiamo alla famiglia. Infatti, nella “famiglia 3.0” non si parla. Manca una partecipazione vera tra genitori e figli: assenza di dialogo, senza contare il conversare di base o bofonchiato. È un argomento scottante e sentito oggi; tanti episodi di cronaca e problemi sociali che riguardano i giovani mandano il messaggio chiaro che, se fossero stati ascoltati e valutati prima, molto si sarebbe evitato. Le famiglie che navigano ogni giorno nell’abisso del silenzio, nell’incapacità di parlarsi e ritrovarsi sono numerose, troppe. In questo secondo decennio del terzo millennio trovare il

giusto canale con i figli è difficile, complice un mondo complesso. I ritmi di lavoro, la competitività, la labilità dei legami, un egoismo spacciato per individualismo, forse all’apparenza più accettabile, un narcisismo che fatica la trasmissione dei valori ai futuri adulti e un’era di digitalizzazione massiva. Un mondo iperconnesso, fatto di social network e app di instant messaging che come dice la sociologa e psicologa statunitense Sherry Turkle hanno portato ad una grave crisi nei rapporti interpersonali. La conversazione è strettamente legata alla capacità di empatizzare, che è a sua volta importante per stringere rapporti significativi tra gli uomini. Oggi la comunicazione digitale permette di “bypassare” i vincoli del dialogo faccia a faccia e lascia poco tempo all’attenzione dell’altro. In casa succede lo stesso, teste e sguardi chinati, dita impegnate a chattare e silenzio; pranzi e cene consumati a casa con genitori e figli alienati dagli smartphone, sempre se almeno lo spazio attorno al tavolo è

condiviso nella “famiglia 3.0”. Silenzio foriero di conflitti e incomprensioni: dove sono i limiti e le regole, i vecchi valori della famiglia e il buon senso di aprire una conversazione con i ragazzi? Costa fatica offrire del tempo ai giovani, meglio obbligarli a occupare il tempo e assecondare il loro non parlare. Il silenzio nell’adolescenza fa parte della naturale rottura con il mondo degli adulti. La mancanza di parola che abita il giovane entra in risonanza con un fermento interiore proprio di quell’età. Mamma e papà dovrebbero rallentare il ritmo della giornata e parlare con loro ogni giorno, raccontarsi, anche se la risposta sarà uno sbuffo (nel tempo si vede il risultato). Il crollo del dialogo è una crisi di attenzione e un conseguente perdere di vista i bisogni reali dei figli. Una comunicazione profonda, reciproca e di fiducia si crea fin dall’infanzia. La vita può essere rallentata come i fotogrammi di una pellicola scanditi uno alla volta, spazio alla parola, all’immaginazione, al fare insieme, fermando il vortice di voracità che trascina sempre avanti. Vedremo se il genitore avrà la capacità di saper cogliere il tempo in cui parlare, parlare davvero.

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Sommario DIRETTORE RESPONSABILE Prof. Armando Munaò - 333 2815103 direttore.feltrinonews@gmail.com CONDIRETTORE dott. Walter Waimer Perinelli - 335 128 9186 email: wperinelli@virgilio.it REDAZIONE E COLLABORATORI dott.ssa Katia Cont (Cultura, arte, cinema e teatro) dott.ssa Elisa Corni (Turismo, storia e tradizioni). dott. Maurizio Cristini (Enologo ed esperto in giochi ed enigmistica) Laura Paleari (moda e costume) - dott.ssa Laura Fratini (Psicologa) Veronica Gianello (Storia, arte,cultura e tradizioni) dott.ssa Alice Vettorata - dott.ssa Francesca Gottardi (Esteri- USA) dott.ssa Laura Mansini (Cultura, arte, tradizioni,attualità) dott. Nicola Maschio (attualità, politica, inchieste) Paolo Rossetti (Attualità, inchieste) - Patrizia Rapposelli (attualità, cronaca) dott.ssa Alice Rovati (Responsabile Altroconsumo) dott. ssa Chiara Paoli (storica dell’arte - ed. museale -cultura e tradizioni) Francesco Zadra (Attualità) - dott. Zeno Perinelli (Avvocato) dott.ssa Laura Mansini (Cultura, arte, attualità) Ing. Grazioso Piazza - dott. Franco Zadra (politica, attualità) dott.ssa Monica Argenta - dott.ssa Erica Zanghellini (Psicologa) dott. Casna Andrea (Storia, cultura, tradizioni) Caterina Michieletto (storia, arte, cultura) Alessandro Caldera (sport e cronaca) dott.ssa Sabrina Chababi (attualità, storia, arte, cultura) Alex De Boni (attualità e politica) - dott.ssa Erica Vicentini (avvocato) CONSULENZA MEDICO - SCIENTIFICA dott. Francesco D’Onghia - dott. Alfonso Piazza dott. Marco Rigo . dott. Giovanni D’Onghia RESPONSABILE PUBBLICITÀ: Gianni Bertelle Cell. 340 302 0423 - email: gianni.bertelle@gmail.com IMPAGINAZIONE E GRAFICA : Punto e Linea di Alessandro Paleari - Fonzaso (BL) Cell. 347 277 0162 - email: alexpl@libero.it EDITORE E STAMPA GRAFICHE FUTURA SRL- Via Della Cooperazione, 33- MATTARELLO (TN) FELTRINO NEWS Supplemento al numero di Luglio di VALSUGANA NEWS Valsugana News – Registrazione del Tribunale di Trento: n° 5 del 16/04/2015. COPYRIGHT - Tutti i diritti riservati Tutti i testi, articoli, intervista, fotografie, disegni, pubblicità e quant’altro pubblicato su FELTRINO NEWS, sono coperti da copyright GRAFICHE FUTURA srl - PUNTO E LINEA, quindi, senza l’autorizzazione scritta del Direttore Responsabile o dell’Editore, è vietata la riproduzione e la pubblicazione, sia parziale che totale, su qualsiasi supporto o forma. Gli inserzionisti che volessero usufruire delle loro inserzioni pubblicitarie, per altri giornali o pubblicazioni, posso farlo richiedendo l’autorizzazione al Direttore Responsabile o all’editore. Quanto sopra specificato non riguarda gli inserzionisti che utilizzando propri studi o agenzie grafiche, hanno prodotto in proprio le loro grafiche e quindi fatto pervenire alla redazione o all’ufficio grafico di FELTRINO NEWS, le loro pubblicità, le loro immagini, i loro testi o articoli. Per quanto sopra GRAFICHE FUTURA srl, si riserva il diritto di adire le vie legali per tutelare, nelle opportune sedi, i propri interessi e la propria immagine.

Luglio 2021

Famiglia.3: il silenzio del dialogo

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Uomo , natura, ambiente: salviamo il mare

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Sommario

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Altroconsumo: l’acqua del rubinetto è buona

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Punto & a capo: la morte di Gugliemo Epifani

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Personaggi di ieri e oggi: i Fratelli Cortina

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Economia & industria : crescere nel Mediterraneo

Il personaggio di ieri: Leonora Carrington

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L’intervista impossibile: Dante Alighieri

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Vivere la spiaggia

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In filigrana: l’esercito dei Neet

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La nuova frontieta del BIM

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La Protezione Civile del feltrino

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Sport & personaggi: Gilles Villeneuve

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Musica & società: suonare fuori dal garage

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Medicina & salute: il Grooming

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Società oggi: la Pro Loco di Caorera

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Salute & Benessere: La dermocosmesi

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Il personaggio: Giorgio Armani

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Gli integratori alimentari

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Turismo & società: torna l’estate, tornano i viaggi 33

Espropriazione di pubblica utilità

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La nostra storia: Canòpi e le peste luterana

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Conosciamo le aziende: IMAP casa

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Il senso religioso: l’intelligenza del senso delle cose 37

Girovagando: tre mesi in Antartide

87

Qui America: sposarsi negli USA

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La conquista dello spazio 90

A parere mio: immigrazione in Italia

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Conosciamo il territorio

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Vita sociale: fondazione Elisa e Antonio Bellus

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Società oggi: l’abbandono dei cani

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Violenza domestica: Il segnale di richiesta aiuto

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Il cinema in controluce: Arancia meccanica

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Società,giovani e sport

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Tempo d’estate: non solo pizza

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Storia e tradizioni:Il Palio di Feltre 51

Tempo d’estate: il moito

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Il personaggio: Mario Corso

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Tempo d’estate: anguria e melone

Società oggi: Wunderkammer

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La dieta mediterranea

Sulle strade della provincia: il museo della bicicletta 60

Società oggi La Protezione civile Pagina 19

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Tempo di ferie e di vacanze: il gancio da traino 101

Storia e tradizioni Il Palio di Feltre Pagina 51

Sport e personaggi Gilles Villeneuve Pagina 74

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Punto e a capo di Waimer Perinelli

Un uomo gentile e corretto EPIFANI LUCI E OMBRE DELLA POLITICA La morte di Guglielmo Epifani, 71 anni, per due terzi dedicati al lavoro nel sindacato con la segreteria della CGIL dal 2002 al 2010 e Parlamentare per due legislature, riporta d'attualità il legame fra mondo sindacale, politica e Parlamento.

S

indacato e politica sono due componenti della società, due culture qualche volta ostili ma spesso necessariamente convergenti. Hanno in comune e solidale una parte consistente della popolazione poiché storicamente chi è iscritto al sindacato CGIL ha simpatia per i partiti della sinistra dal Partito Comunista fino alle recenti trasformazioni; chi ha scelto la CISL si identifica maggiormente con l'area centrista dalla Democrazia Cristiana, oggi defunta, ai movimenti moderati attuali. La UIL da parte sua raccoglie consensi fra i socialisti, socialdemocratici e centristi trovando molti simpatizzanti nella pubblica amministrazione e nella scuola. Negli anni 70 i sindacati furono accusati di essere la cinghia di trasmissione di alcuni partiti. Tutto ciò si rifletté anche in Parlamento dove segretari e membri autorevoli del sindacato, una volta terminato l'incarico accettarono il mandato al Parlamento con la quasi certezza di riuscire nell'impresa avendo coltivato per molti anni il rapporto fiduciario con i propri elettori. Di fatto nelle più recenti legislature i sindacalisti-parlamentari erano una settantina e le liste per le Politiche di un anno fa piene zeppe di ex dirigenti Cgil, Cisl e Uil. Due ex confederali di prima fila sono entrati nel governo di Matteo Renzi: Pier Paolo Baretta, ex Cisl, è sottosegretario all'Economia, mentre Teresa Bellanova, ex Filtea Cgil, è sottosegretario al Lavoro con delega, tra l'altro, alle Pari Opportunità. Qualche anno fa, a Cesare Damiano era andata ancora meglio: era stato lui, che proveniva dal sindacato

di Corso d'Italia, ad occupare la poltrona di ministro del Lavoro. Nella partita sul provvedimento del governo Damiano ha giocato un ruolo da protagonista: è presidente della commissione Lavoro a Montecitorio. Capofila dei sindacalisti alla Camera dei deputati è stato certamente Guglielmo Epifani, ultimo segretario della Cgil prima di quello attuale, successore dell'eurodeputato piddino Sergio Cofferati. Guglielmo Epifani ha ricoperto anche un importante incarico politico traghettando il Pd da maggio a dicembre del 2013 dopo la crisi aperta dalle dimissioni di Pierluigi Bersani. La sua storia è tutt'altro che banale o scontata. E' nato a Roma da genitori di origine campana. Una famiglia borghese che nel 1953 si trasferisce a Milano per lavoro ma ritorna nella Capitale poco dopo ,nel quartiere Talenti. Studi classici e maturità nel 1969 al liceo Orazio e subito impegno nel volontariato. Nel 1973 si laurea in filosofia all'università La Sapienza di Roma con una tesi sulla grande socialista Anna Kuliscioff. Un interesse reale, un abbraccio ideale che lo porta ad iscriversi al Partito Socialista e contemporaneamente entra nella Confederazione Generale del Lavoro. Nel sindacato cresce fino a diventarne segretario nazionale dal 2002 al 2010. " Lascio, dirà al comizio di addio in piazza San Giovanni a Roma, nella speranza che le cose possano cambiare". Era un incontro con i lavoratori metalmeccanici della FIOM e quello che doveva cambiare era il rapporto fra Governo,

sindacati, per una vera politica del lavoro. E alla politica egli si dedicò approfondendo l'esperienza con i Democratici di sinistra con cui si era schierato dopo il crollo del Psi sulle macerie di tangentopoli. A chiamarlo era stato Walter Veltroni offrendogli anche un posto nella macchina organizzativa del partito. Gli furono offerte alle elezioni amministrative in Campania, alle Europee ma Epifani continuò la propria attività nel partito, fino al 2013 quando accettò la candidatura al Parlamento, proposta dal Partito Democratico. E' un uomo tranquillo, si esprime sempre con pacatezza, ma politicamente è inquieto. Nel 2017 abbandona il Pd alla cui segreteria è salito Matteo Renzi, giovane brillante orientato verso una politica più liberale, per aderire al movimento dei scissionisti fino ad iscriversi ad Articolo 1 il Movimento Democratico e Progressista. Nel 2018 torna alla Camera dei Deputati con l'elezione in Liberi e Uguali. " Lascia un vuoto incolmabile,ha detto alla sua morte,Maurizio Landini attuale Segretario Generale della CGIL, le sue azioni rimarranno per sempre un esempio di cosa vuol dire essere dirigente del sindacato." Per Luigi Sbarra segretario della CISL " Epifani è stato un sindacalista, politico bravo competente, lucido, raffinato". Il leader della UL, Pierpaolo Bombardieri dice "Perdiamo un amico e una persona per bene, impegnata in molte battaglie." Guglielmo Epifani è stato certamente tutto questo ma un quesito gli sopravvive. Molti si chiedono ancora perché egli pur avendo abbandonato il PD, per aderire a Liberi e Uguali, all'arrivo del vulcanico Renzi, abbia votato in Parlamento la riforma del lavoro nota come Jobs Acht destinata a cambiare l'organizzazione del lavoro e dei lavoratori alla cui difesa Epifani aveva a lungo lottato come sindacalista e politico.

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Economia e industria di Cesare Scotoni

CRESCERE nel

GRANDE MEDITERRANEO

L

a posizione di chi ha del capitale familiare è soggetta ad un contesto internazionale di notevole incertezza in parte legata alla distanza tra i partners dell’Alleanza Atlantica allargatasi dal 2009 in termine di visione e ricette a fronte della crisi “subprimes” ed alla divergenza seguita a quella in termini di politiche monetarie con il suo riflesso sui cambi. La Presidenza Trump, la sua fine e la vicenda Covid19 stanno rappresentando una fase di instabilità che modifica in modo assai profondo alcuni settori dell’Economia la stessa struttura della Catena del Valore con accelerazioni e decelerazioni impreviste nei tempi e negli esiti. Trasporti, Turismo, Mobilità ed Organizzazione del Lavoro e della Distribuzione sono i settori che nel breve hanno più risentito delle turbolenze mentre altre, ad esempio la meccanica con la “svolta elettrica” nella mobilità, ne avvertiranno più pesantemente gli effetti nel medio periodo. Perciò è comprensibile

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la scelta di molti è di investire su beni a minor volatilità e più legate al Patrimonio Immobiliare ed alla Produzione che ai Servizi, in attesa che le Catene del Valore trovino nuovi equilibri. Per le imprese più piccole, che vivono i riflessi domestici di perturbazioni di ben altre dimensioni, si porrà a breve un problema di posizionamento, stando le conseguenze delle scellerate scelte intervenute negli ultimi 15 mesi. Quel cambio già in atto sia sul lato della domanda che dell’offerta, per un 70% del tessuto economico nazionale si svilupperà quindi puntando a dei mercati noti per individuare delle nicchie che offrano sufficienti prospettive alle aziende che,

se sono sopravvissute alle “chiusure governative”, troveranno sicuramente gli spazi lasciati vuoti da chi invece non ha resistito, ma anche una domanda segmentata in modo più netto da quel generale impoverimento che dovrebbe avere definitivamente archiviato le farneticazioni sulla Decrescita felice che hanno disgraziatamente imperversato nell’ultimo lustro. Certo lo strumento informatico e la portabilità dei “supporti” incideranno in modo più significativo nell’acquisire e mantenere una clientela, ma il concetto di “Prodotto / Servizio” cambia profondamente e si integra maggiormente a fronte dell’esigenza di far fronte a players globali con approcci costruiti su una competitività costruita sulle tecnologie e del Confronto alternativo. La parte del tessuto produttivo nazionale più proiettata verso l’esterno che ha in parte vissuto un significativo cambiamento nel decennio precedente, vivrà invece una fase in cui le logistiche di Produzione


Economia e industria e Distribuzione dovranno mutare in funzione di quella “ristrutturazione” delle relazioni in atto tra Potenze Globali (USA e Cina) e Potenze Regionali che vede ancora centrale il concetto di Grande Mediterraneo. L’Italia è comunque un partner europeo che può avvantaggiarsi dalla distanza tra le due sponde dell’Atlantico e dalla frattura intervenuta con la Brexit tra quell’asse franco – tedesco – (russo) eternamente in divenire e quel Regno Unito che ha sempre pesato oltremisura sulle scelte nazionali del secondo dopoguerra. Il nostro Paese può giocare quella carta del Grande Mediterraneo da cui dal 2011 Francia, Inghilterra e Russia han provato a marginalizzarlo riuscendovi solo in parte e perdendo ora con la Brexit un vantaggio geopolitico. Lì il nostro Paese si muove rappresentando un contesto di gran pregio sul lato dell’offerta di Cultura, Tecnologie, Locations, Food & Beverage. Peraltro

la tradizionale inefficienza della macchina pubblica e della giustizia sembra destinata a non essere più un accessorio ineludibile di quel “pacchetto”. Per cambiare marcia servono quindi spazi di sviluppo ed integrazione delle iniziative che si offrano alle imprese sia a quei segmenti produttivi che appaiono oggi non sufficientemente presidiati che, in termini di prospettiva di crescita, alla creazione di una proposta integrata. Vi è l’esigenza di costruire un “prodotto nuovo” sul lato dell’offerta ed individuare una posizione appetibile in

termini logistici in un contesto già ricco. E questo è il compito di chi, politica ed amministrazione, è delegato a pianificare lo sviluppo per linee progettuali e non ad immaginare le azioni che invece spettano agli imprenditori ed a tutti coloro che, giorno dopo giorno, costruiscono e ricostruiscono la Catena del Valore.

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L'intervista impossibile a... di Adelina Valcanover

DANTE

ALIGHIERI O D ante Alighieri, nacque a Firenze nel 1265 e morì a Ravenna nel 1321. Considerato il padre della letteratura italiana e sommo poeta. Non si conoscono le scuole frequentate da giovane, ma la sua erudizione dimostra la sua grande cultura. Messosi in politica nella sua città dopo essersi iscritto all’arte dei medici e degli speziali. E fu del partito guelfo, ma poi si formarono all’interno due partiti i neri e i bianchi, lui era bianco, ma aveva molti nemici che cercarono di danneggiarlo e prima lo esiliarono, e poi lo condannarono a morte in contumacia. Pare che Dante sia andato anche all’università della Sorbona a Parigi e che poi frequentò l’università di Bologna. Fu influenzato da Brunetto Latini e scrisse molte opere in italiano volgare, cioè prendendo il linguaggio del volgo e trasformandolo nel linguaggio che era considerato la lingua italiana, non si appoggiò solo al dialetto tosca, ma anche di altri stati per renderlo più comprensibile a tutti. l’opera più famosa che tutti hanno sentito almeno nominare è la “Divina Commedia”. Era sposato con Gemma Donati da cui ebbe tre figli, ma l’incontro della sua vita fu per Beatrice Portinari di cui dedica moltissimi scritti ed è citata anche nella Divina Commedia.

h, finalmente si è decisa a farsi vedere. Buongiorno, Madonna Adelina. Non si guardi in giro spaesata, sono in cima al mio monumento! Ma come? Mi parla da lì, mi prenderanno per matta che parlo al monumento. Dai su, non ti preoccupare lascio qui la statua e vengo lì come un ologramma così possiamo parlare in pace. Mi fai l’intervista e ti prego dammi del tu che lo so che fai sempre così. Va bene, cominciamo. Com’è che hai cominciato a scrivere in volgare? Lo so che hai avuto come amico Brunetto Latini che ti ha influenzato molto. Tu hai cominciato a scrivere in volgare, mentre il tuo amico continuava con il volgare francese, che era la lingua usata dai cantastorie. Hai ragione. Una quantità di opere sono

considerate un lungo cammino di ricerca e miglioramento del linguaggio e la Divina Commedia non è quella che ha raggiunto il massimo. Hai ragione. Io ero del parere che non dovevo basarmi solo sul dialetto fiorentino, ma immettere molti altri vocaboli di altri linguaggi (es. lombardo, veneto, di tutta Italia).Se doveva essere una lingua per tutti. Unire l’Italia. E l’idea della Divina Commedia, come ti è venuta? Come sai ero in esilio, per l’odio cieco dei miei nemici fiorentini e dove rimasi fino alla mia morte. Salendo e scenden-

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L'intervista impossibile a... do le scale altrui”. Povero e ospite. Avevo tanta nostalgia della mia terra. Ma l’odio cieco dei miei nemici, non me lo permise. Così mi venne l’idea poetica o della Comedia. All’epoca la intitolai così. Tu Dante Alighieri, non sei solo l’autore della Commedia, ma anche il protagonista, peccatore e pellegrino… Sì, configuro l’umanità del mio tempo, colpevole, confusa, perduta nel peccato e bisognosa di avviare un difficile e

faticoso processo di redenzione. Ti senti investito della missione di riportare l’umanità nella giusta prospettiva. Certo. Il mio intendimento è didattico, ma ha anche un profondo valore allegorico. Tu sei affiancato da guide che sono configurazioni simboliche… Nell’Inferno, che concepisco come una profonda cavità prodotta dalla caduta di Lucifero, sono scortato da Virgilio, che rappresenta la ragione. Pur sguarnita della fede, essa è comunque in grado di condurre l’uomo lungo la rètta via e di garantirgli un’esistenza corretta e buona. Sei molto attento anche alle corri12

spondenze numeriche.Tre Cantiche (come la Trinità), ciascuna composta da trentatré Canti.34 nell’Infèrno, dove il primo funge da Proèmio all’intèra Comedia. Così si arriva in tutto a 100 Canti: dièci, il numero dei Comandamenti, moltiplicato per se stesso. E le strofe sono di tré versi ciascuna, come tré sono i regni e nove (tré moltiplicato per se stesso) i settori (rispettivamente: cerchi, zone del Purgatorio, Cièli).Questo rigido detrminismo investe anche contenuti importanti e definisce costanti significative. Sì. Tutti i settori hanno un custode (rispettivamente: un dèmone, un angelo guardiano, un’intelligenza angelica) e in ognuno di essi i dannati, gli espianti e i beati sono disposti secondo una precisa progressione di pena o di intensità di beatitudine. Nell’Inferno, come nel Purgatorio, le pene sono attribuite in base alla règola del contrappasso, secondo il quale la pena, attribuita secondo un criterio di analogia o di contrasto, corrisponde logicamente alla colpa e ne riflette le caratteristiche. Questa visione della realtà, nella quale nulla viene mai lasciato al caso e tutto si inserisce in una collocazione logica di rapporto causa-effetto, è propria dell’uomo medioevale. Ma la tua Comedia, che Boccaccio cambiò in Divina Commedia, non è la sintesi di un passato concluso, la superstite di un mondo lontano. È un nuovo modo di rappresentare la realtà e di fare letteratura. Montale ha scritto: “Dante è arrivato per primo, ha fatto il pieno e per gli altri la benzina è stata scarsa”. Il riferimento è ai miei concittadini che mi hanno bandito come un malfattore e con i quali non voglio aver nulla da spartire.

Il tuo viaggio ha inizio la notte tra giovedì 7 e venerdì santo 8 aprile 1300, anno del primo Giubilèo della Chièsa cattolica, istituito da papa Bonifacio VIII per la conversione, la riconciliazione e la santificazione della vita dei fedèli. Tu inizi la Commedia con un’allegoria: la selva illustra lo stato di confusione e di traviamento che porta alla morte dell’anima. Durante il mio percorso, che è anche quello di ogni essere umano, vengo a contatto con differenti situazioni e personaggi, e formulo considerazioni utili a riflettere sulla condizione umana e a discernere il giusto e il buono.


L'intervista impossibile a... I peccati che ostacolano il cammino verso la virtù sono rappresentati da tre belve: una lince, simbolo di lussuria, un leone, in cui si materializza la violenza, e una spaventosa lupa, la cui incontenibile brama significa avidità. Dopo di te, il personaggio principale di Inferno e Purgatorio è Virgilio, che ti soccorre e ti scorta nel tuo lungo cammino. Mi è piaciuto pensare che Virgilio, nella sua quarta egloga delle Bucoliche, alludendo in realtà al figlio di un amico, abbia inconsapevolmente e profeticamente inneggiato all’imminente nascita di Cristo. Virgilio inoltre, nel sesto libro dell’Eneide, ha narrato la discesa di Enea negli Inferi, per conoscere dal padre Anchise il futuro della sua discendenza. Per tanta competenza appunto, egli può essermi degna guida nel mio viaggio immaginario. Virgilio ha l’inconsistenza di un fantasma…Il mio incontro con lui

si svolge in un’atmosfera da incubo. In quanto pagano, è relegato nel Limbo, e non ha accesso al Paradiso, dove io sarà condotto fino a Dio da Beatrice, simbolo della fede (o della teologia). L’ultimo verso del I Canto rappresenta quasi il simbolo dell’intero viaggio. Questa situazione di pellegrinaggio guidato, deciso dalla volontà superiore di Dio, è una situazione ricorrente nel mio poema. Siamo di nuovo davanti al tuo monumento che credo sia il più bello. So che fu opera i un tuo concittadino, Cesare Zocchi, inaugurato 150 anni fa. È alto 18 metri, il basamento è di granito carnicino di Predazzo a forma ottagonale a tre ripiani con personaggi della Divina Commedia. Il più basso è Minosse che richiama la sta-

tua di Rodin e l’Inferno. La seconda fascia rappresenta il Purgatorio e in alto il Paradiso con Beatrice. Sopra tutto questo ci sono io mentre cammini con nella mano sinistra la Divina Commedia e il braccio teso verso Nord, a rammentare che la cultura nel Trentino è italiana. Ora come saluto ai lettori:“Fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza.”

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In filigrana di Nicola Maccagnan

L’esercito dei Neet:

senza lavoro e senza speranza?

È

l’esercito dei giovani, convenzionalmente tra i 15 e i 29 (o 34) anni, che non lavorano, non studiano e non sono nemmeno coinvolti in un percorso di formazione o di aggiornamento professionale. Provengono da tutte le zone del Paese, ma con un’incidenza del Meridione praticamente doppia rispetto al Nord, appartengono a diverse classi sociali, hanno titoli di studio che spaziano dalla scuola dell’obbligo alla laurea. Sono quelli che, alquanto banalmente, i servizi televisivi rappresentano plasticamente sul divano, sbadiglio leonino stampato in faccia, occhi stropicciati,

copertina ai piedi e tv perennemente accesa mentre sprofondano sempre più nel divano. Sono molti, anche in Europa. In Italia sono addirittura una moltitudine e il loro numero è aumentato a seguito della pandemia da Covid-19 che, tra molte altre cose, ha bruciato in quantità posti di lavoro e occasioni di trovare un’occupazione. I dati Istat riferiti alla fine del 2020 ci dicono che i Neet italiani tra i 15 e i 29 anni sono oltre 2 milioni (e il loro numero sale a 3 milioni se si estende la fascia di età fino ai 34 anni). Il dato più

preoccupante è però la loro incidenza percentuale sul totale dei coetanei: se la media europea supera di poco il 10%, quella italiana va abbondantemente oltre il 20! Un terzo di loro, circa 650 mila persone, dichiara poi non solo di non lavorare, ma addirittura di non cercare occupazione e di non essere disponibile a lavorare. Cifre che inducono necessariamente qualche considerazione, senza addentrarci in analisi sociologiche che ad altri competono. Il fenomeno dei Neet, va sottolineato, non è recentissimo, anche se negli ultimi due o tre lustri ha assunto proporzioni 15


In filigrana

imponenti. Dunque, che cosa è cambiato? Le due grosse crisi economiche del primo decennio del 21esimo secolo hanno certamente inciso in maniera determinante. Prima l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001, con la lunga stagione del terrore globale che ne è seguita, poi lo scoppio della bolla finanziaria tra il 2007 e il 2009 hanno certamente assestato un colpo secco allo sviluppo economico su scala planetaria, con tutte le conseguenze del caso. Prima fra tutte l’interruzione di uno storico circolo virtuoso dell’occupazione che, almeno nel mondo delle economie occidentali sviluppate, non sembrava aver conosciuto soste dal secondo dopoguerra in poi, eccezion fatta forse per la crisi petrolifera dei primi anni Settanta. Se questo è il contesto generale, come spesso accade - lo abbiamo visto dai “numeri” - la situazione italiana è però peggiore, e non di poco, rispetto alla media europea. Ci sono dunque fattori endogeni, tutti “nostrani” per intenderci, che incidono in maniera pesante sulle classifiche continentali e pongono i nostri giovani in fondo alle graduatorie. Forse perché sono meno brillanti, o intelligenti o preparati dei loro coetanei? Assolutamente no, come dimostrano le moltissi16

me storie di successo dell’italico genio, sia esso culturale, scientifico o imprenditoriale, raccontate ogni giorno in giro per il mondo, anche per quanto riguarda i nostri giovani di belle speranze. A pesare di più sulle prospettive di inserimento lavorativo, e perfino sociale dei nostri Neet sembrano essere il sistema dei rapporti scuola-lavoro, con la sua macchina spesso farraginosa, e una struttura di accoglienza familiare molto più incline che altrove, sia per ragioni socio-economiche che storiche, al permanere in casa dei giovani virgulti. Per quanto riguarda il primo aspetto, occorre notare come il tanto ricercato (o sventolato) rapporto tra mondo dell’istruzione e della formazione e mondo produttivo sia rimasto molto più sulla carta di quanto non si sia tradotto in realtà. Scuola e lavoro, in tutte le loro declinazioni, continuano a viaggiare per larghi tratti – pur con qualche meritoria eccezione – su binari spesso paralleli e separati. E a poco sono valsi esperimenti che avevano lo scopo di superare il tradizionale impianto degli uffici di collocamento, poi divenuti centri per l’impiego. Navigator docet, verrebbe da dire stando alla magra esperienza di reinserimento lavorativo destinata ai fruitori

del reddito di cittadinanza. C’è però, tra gli ingredienti della ricetta tutta nostrana del Neet, anche la struttura confortevole e particolarmente accogliente del nido familiare. Se nei Paesi del nord Europa i giovani lasciano infatti la casa paterna mediamente tra i 18 e i 21 anni, da noi il distacco si colloca molto più in là con punte che superano di gran lunga i 30 o addirittura i 35 anni. Manca il lavoro, che fornisce l’indipendenza, si dirà. Vero, ma solo in parte. Non sono poche le storie tratte dalla pratica quotidiana che ci raccontano come per qualche giovane-adulto, o adulto per intero, un lavoro - magari anche adeguatamente retribuito - e addirittura una relazione stabile non siano (più) condizione sufficiente per spiccare il volo verso altri lidi, o nidi. Evenienza che qualche anno fa fece rispolverare all’allora ministro Padoa-Schioppa, con tanto di polverone di polemiche, il poco edificante appellativo di “bamboccioni”. Generalizzare, come sempre, è pratica rischiosa, arbitraria e poco generosa. Molti sono i motivi che possono costringere una persona, ancorché giovane e in salute, ad entrare a far parte della categoria dei Neet. In primis, naturalmente, la mancanza di lavoro, problema da cui lo Stivale, specie in alcune sue zone, non è certo esente. E per molte ragioni che non è qui il momento di affrontare. Senza soffermarci sulle condizioni reddituali e normative di accesso al lavoro, in qualche caso ben al di sotto del livello della decenza. Per molti di loro, insomma, essere Neet non è una scelta, o per lo meno non del tutto. Certo, però, sentirci ripetere che - dopo 18 mesi di pandemia e di serrande abbassate - attività commerciali, turistiche, artigianali, agricole e industriali non riescono a trovare il personale necessario per poter ripartire, qualche pensiero di segno contrario lo fa sorgere. Non sarà che, per qualcuno, essere Neet sia in fondo “meno peggio” che alzarsi


In filigrana alle 2 di notte per andare a lavorare in un panificio o alle 5 per affrontare il proprio turno in fabbrica? Non sarà che in certi casi la provvidenza del caso (sotto qualsiasi forma si materializzi) rischi di scoraggiare il nostro Neet di turno dall’esplorare il mondo esterno? Non si pretendono atti di coraggio come quelli che per molti decenni a cavallo tra i due secoli passati videro i nostri giovani salpare verso nuovi mondi con una valigia di cartone o andare a farsi inghiottire nelle miniere del Belgio o della Francia. Non è certo quello oggi il modello a cui mirare; grazie a Dio oggi il livello di “bisogno” non lo richiede. Siamo disposti ad accontentarci di molto meno. Ad esempio, di uno spirito di sacrificio e di adattamento (talvolta a standard lavorativi inizialmente non in linea con la propria preparazione o le proprie attese) che qualcuno sembra avere

completamente smarrito. Tra i Neet si può finire, per mille ragioni. Vorremmo sperare che tutti facciano il possibile per uscirne, anzitutto per se stessi.

*Neet, acronimo di Not (engaged) in Education, Employmet or Trading.

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La Protezione Civile del feltrino di Caterina Michieletto

Dalle “Vette Feltrine” una catena

di solidarietà sociale

C

rescendo nella vallata Feltrina si apprende fin da piccoli che due sono le catene che cingono e sorvegliano il suo ampio territorio: alle sue spalle è sorretta dalla maestosa catena alpina delle “Vette Feltrine”, al suo interno è custodita da quella catena di solidarietà sociale che trova nel volontariato il suo cuore pulsante. Quella che ci apprestiamo a conoscere è una delle realtà di volontariato più diffuse nel bacino del Feltrino, ossia il servizio di “Protezione civile”. Prima di raccontare come il volontariato di Protezione civile è articolato e come opera nel territorio feltrino, è necessario compiere un breve “salto” nel passato per risalire alle radici di questa rete strutturata di intervento prosociale. Bisogna considerare che la spinta al mutuo aiuto in situazioni emergenziali, siano esse originate da calamità naturali, siano esse determinate dall’azione antropica, intesa come attività dell’uomo che modifica l’ambiente in cui vive, era emersa molto prima che il Servizio di Protezione civile fosse normativamente stabilito e disciplinato. Al contempo si può osservare come lo stesso principio di solidarietà, tradotto nella sfera sociale, politica ed economica trovò un suo pieno riconoscimento giuridico solo con l’avvento della Costituzione, che al suo art. 2 sancisce, accanto ai “diritti inviolabili dell’uomo”, “i doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale”. In merito a questa ponderazione di diritti e doveri Francesco De Vita, in quanto membro della Commissione per l’approvazione della Carta costituzionale, pronunciò queste ricche e profonde parole: “Occorre

equilibrare diritti e doveri. È stato giustamente detto che il diritto senza il dovere fa padrone, che il dovere senza diritto fa servo. Equilibrando i diritti e i doveri si fa l’uomo veramente libero”. Quando il principio e dovere di solidarietà sociale prese la forma del volontariato di Protezione civile? Non ci fu un momento definito, ma si trattò di una presa di coscienza graduale da parte delle istituzioni nel vedere come lo slancio di empatia e di cooperazione reciproca avesse animato gli italiani nell’affrontare insieme delle gravi emergenze che si verificarono in successione: nel ’66 l’alluvione di Firenze causata dallo straripamento dell’Arno, nel ’76 il terremoto del Friuli, nell’ ’80 il terremoto dell’Irpinia. Sulla base di questa consapevolezza si comprese l’urgenza di canalizzare la coesione e la solidarietà sociali, lo spirito di partecipazione e la forte spinta motivazionale delle persone in un sistema pubblico organizzato che fosse in grado di utilizzare queste risorse preziose e di valorizzarle. Il punto di partenza del processo di istituzionalizzazione del volontariato di Protezione civile si identifica con la legge quadro n.225/’92, legge che dichiara la nascita del Servizio Nazionale di Protezione civile. Il percorso che ha visto la progressiva regolamentazione del volontariato di Protezione civile ha raggiunto il suo punto di approdo con

il “Codice della Protezione civile”, cioè il d. lgs n.1/2018 che ha aggiornato la legge quadro del ’92, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo del Servizio Nazionale di Protezione civile e procedere ad un riordino di tutte le disposizioni riguardanti attività, finalità e struttura del volontariato di Protezione civile. Le associazioni di protezione civile diffuse capillarmente sul territorio italiano sono ancorate a queste fondamenta storiche e su questi solidi pilastri hanno costruito, ciascuna in collegamento con la zona di appartenenza, la propria organizzazione. Con uno sguardo dall’interno del volontariato di Protezione civile che sostiene l’area del Feltrino, raccontiamo questa esperienza di cittadinanza attiva partendo da un’intervista al Presidente del Coordinamento di Protezione civile dell’Unione Montana Feltrina, nonché membro dell’ANA Feltre nel gruppo di Cesiomaggiore.

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La Protezione Civile del feltrino di Caterina Michieletto

PARLA IL PRESIDENTE

SERGIO BATTISTELLA

L’INTERVISTA

Come accennato prima il Servizio di Protezione civile trova la sua istituzione in un passato recente, in particolare dopo grandi emergenze che avevano ferito profondamente alcune aree del nostro Paese, per esempio al confine con la Provincia di Belluno il terremoto del Friuli. Sì, quell’evento sismico fu particolarmente violento e testimonianze di allora riportano che si avvertì nitidamente anche nella Valbelluna, considerando anche il medio-alto grado di sismicità del nostro territorio. Da non trascurare che la parte alta della nostra Provincia nel ’63 era stata duramente colpita da una disgrazia che aveva lasciato e tutt’ora lascia delle ferite aperte; mi riferisco alla tragedia del Vajont. Da sottolineare che il Vajont è stata una sciagura umana, non un terremoto o un’alluvione, è stata una catastrofe frutto del poco criterio umano del pericolo, della fame di ricchezza e

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della speculazione sulla vita degli altri. Fu proprio a seguito di queste calamità, naturali e non, che si cominciò pensare al futuro: si disse “se queste situazioni capiteranno di nuovo in futuro”, come poi la storia ha dimostrato essere avvenute, “lo Stato dev’essere più presente e più veloce nell’intervenire”. Da qui è stata concepita l’istituzione della Protezione civile, cui sono seguiti diversi decreti governativi sempre con l’intento di migliorarne l’impostazione. Progressivamente, con l’esperienza, si capiva dove si poteva limare e migliorare gli aspetti, in particolare la logistica e come sviluppare il volontariato in una direzione capillare. Nella formazione del Servizio di Protezione civile una grande parte l’hanno avuta le istituzioni d’arma, ad es. l’ANA (Associazione Nazionale Alpini), la Croce Rossa, l’ANC (Associazione Nazionale Carabinieri) che avevano già di natura una loro impostazione chiara e verticale, con un apice e un insieme di parti dipendenti che attendevano eventuali indicazioni per agire. È quello lo stile che si usa adesso nella Protezione civile. Quando parliamo di Protezione civile nel Feltrino a quale bacino territoriale facciamo riferimento? Quali sono i Comuni coinvolti? Il coordinamento delle associazioni di volontariato di protezione civile è costituito dai Comuni che fanno parte dell’Unione Montana Feltrina (13 Comuni) a cui si aggiunge il Comune di

Lentiai. Fondato nel 1999, attualmente il coordinamento di protezione civile del Feltrino conta circa 800 volontari, suddivisi in 12 associazioni. L’ANA della sezione di Feltre con i suoi 400 volontari, suddivisi in gruppi nel Comuni della Comunità Montana Feltrina, è l’associazione più imponente e più diffusa sul territorio feltrino. Quali sono e come si organizzano le attività e gli interventi delle associazioni di protezione civile dell’U.M.F.? La protezione civile è in prima linea nella gestione delle emergenze, ma, come si dice, “la gran parte del lavoro dev’essere fatto in tempo di pace”, perciò un’attività fondamentale è la prevenzione ed in questo senso le esercitazioni che ven-

gono organizzate con una certa cadenza rispondono proprio a questa esigenza preventiva. Sia la procedura da osservare nello stato di emergenza sia la predisposizione di misure e di uffici preposti alle attività di monitoraggio e di prevenzione sul territorio sono disciplinate dal Piano sovracomunale o intercomunale della Comunità Montana Feltrina. Si può affermare che il Piano Sovra-


La Protezione Civile del feltrino comunale di Protezione civile della Comunità Montana Feltrina rappresenta una sorta di “vademecum” delle attività, degli interventi e delle procedure che opera la Protezione civile nel nostro territorio? I singoli piani comunali di Protezione civile specificano in relazione al proprio ambito territoriale i parametri e le linee guida che sono indicate nel piano sovracomunale. Ad esempio, ogni piano comunale di Protezione civile individua

le cosiddette “aree di emergenza” che si distinguono in tre tipologie. Ci sono le aree di attesa, destinate ad erogare la prima assistenza nei confronti della popolazione a seguito di un evento calamitoso appena verificatosi, imminente oppure segnalato come potenziale. È in questa circostanza che viene fatta la conta di chi c’è e chi non c’è nel caso in cui l’assenza della persona non sia giustificata si attiva la ricerca. Seguono le aree di ricovero, perché se si sono verificati danni ingenti, tali da rendere le abitazioni non agibili, occorre

individuare degli spazi idonei a dare un tetto alle famiglie sfollate e garantire loro tutti i servizi essenziali. Infine, le aree di ammassamento, zone particolarmente ampie poiché devono accogliere gli uomini e tutti i mezzi necessari a svolgere attività di soccorso alla popolazione nel contesto di un’emergenza. Non solo, di fondamentale importanza, nell’ottica della prevenzione, è l’indicazione degli scenari di rischio e con questa espressione mi riferisco a molteplici tipologie di rischio che possono minacciare un certo territorio: rischio sismico, rischio idraulico, rischio dighe, rischio valanghe, rischio frane, rischio incendi boschivi e rischio neve. Il risultato che si ottiene è una mappa della provincia di Belluno in cui vengono evidenziate tutte le aree critiche. A proposito di scenari di rischio e di prevenzione, sabato 29 e domenica 30 giugno si è svolta una esercitazione “Multirischio Feltrino”, organizzata dal Coordinamento Feltrino di Protezione civile. Cos’è stato messo sul “banco di prova”? La Multirischio è stata un’esercitazione operativa che ha visto la messa alla prova delle squadre di volontari di alcuni Comuni e le strutture operative locali, per testare che le attrezzature tecniche e la macchina organizzativa funzionassero correttamente e fossero collaudate. Il centro del ragionamento è che il volontario dev’essere preparato e le attrezzature devono essere sempre pronte ed efficienti. L’esercitazione era ambientata proprio in una situazione sovracomunale: il Comune di Feltre con la Caserma Zannettelli costituiva la base logistica, i Comuni di Seren e di Arsiè erano stati presi in esame. Per esempio, considerando lo scenario

di rischio idraulico e di rischio dighe, sul Comune di Seren non c’era un grosso rischio esondazione, infatti il sottobacino dello “Stizzon” non è vicino alle case e non costituisce un pericolo. Diversamente, nel centro ad Arsiè, un torrente che attraversa la piazza del Comune e che è stato tombato, nel ’66 era straripato e aveva trasportato detriti in ogni dove, un vero disastro. Quindi gli scenari di rischio hanno considerato anche questo tipo di aspetti, guardando al passato per meglio calibrare l’attenzione nel futuro. Viene in mente quel proverbio nostrano “cento anni, cento mesi, l’acqua torna ai so paesi”: un detto che indicava, con quella breve ma efficace capacità dei nostri predecessori di tramandare verità e lezioni di vita, che gli eventi si ripetono. Sicuramente questo è un punto debole, perciò ha senso fare una saccata (mettere i sacchi), prestare attenzione e non

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La Protezione Civile del feltrino

trascurare. Bisogna fare un lavoro di monitoraggio mirato e ragionato. L’altro cantiere di lavoro era finalizzato al controllo dei movimenti franosi che si accentuano quando ci sono molte precipitazioni. In questo senso sotto osservazione erano la frana in Val di Seren e la frana che incombe sul lago del Corlo. Mentre la prima è tranquilla, quella sul lago del Corlo è una frana attiva che desta preoccupazione, continua staccarsi e a far scivolare il materiale sul lago dove si deposita, perciò ci sarebbe il pericolo di un effetto tipo “Monte Toc”. Il Sindaco di Arsiè ha comunicato la situazione alla Provincia e alla Prefettura e ha rimosso il permesso di balneazione e di navigazione in quel punto del lago. È un agire in prevenzione, per cui la preparazione dei volontari e dell’equipaggiamento a tal fine è fondamentale per intervenire efficacemente e tempestivamente nelle emergenze. A livello strutturale è importante la manutenzione dell’equipaggiamento. La merce dev’essere pronta per l’emergenza, perché poi quando succede non c’è il tempo materiale per verificare se funziona o meno. Dev’essere già stato

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verificato che tutto funzioni perfettamente, altrimenti si parte già con il piede sbagliato. Se si parte per l’emergenza e si arriva sul luogo critico ed il gruppo elettrogeno non funziona allora non va bene. Sempre in occasione dell’esercitazione multirischio i volontari che erano rimasti alla Caserma Zannettelli hanno messo sul campo le tende pneumatiche sistemando e segnalando quelle che avevano dei problemi. Certi passaggi potranno sembrare scontati ma sono importanti. Ad esempio, le tende quando vengono montate e smontate devono essere rimesse via asciutte altrimenti si innescano problemi di muffe e di batteri. Ci vuole molta delicatezza e cura nella gestione e nell’utilizzo del materiale perché le cose siano sempre a posto e ben mantenute. Qual è stato il bilancio complessivo di queste due giornate? Sono state due giornate molto fruttuose, che hanno permesso di rafforzare le capacità operative dei volontari e aggiornare la conoscenza delle situazioni di rischio sul nostro territorio. Bisogna dire come l’ambiente, nel senso di morfologia del territorio, determini l’individuazione degli scenari di rischio su quali è prevista l’attività di monitoraggio da parte della Protezione civile. Ad esempio, il rischio antincendio boschivo accomuna tutti i Comuni dell’Unione Montana, mentre il rischio esondazione interessa solo determinate zone, che in passato hanno già avuto questo tipo di problematiche. Per il prossimo anno si è parlato in sede di Consiglio Direttivo di ripetere l’esperienza della Multirischio, per cui si cercherà di reperire le risorse per portare quest’esperienza anche in altri due Comuni. Dall’ emergenza simulata spostiamo

l’attenzione sull’emergenza effettiva. Come si attiva l’apparato della Protezione civile del feltrino? C’è un vertice, il Dipartimento Nazionale di Protezione Civile (DNPC), la cui sede operativa è al Ministero dell’Interno, che in stato di emergenza si raffronta costantemente con le Regioni che sono state attivate per una calamità. Le Prefetture istituiscono in Centro Coordinamento Soccorsi (CCS) e a loro volta attingono ai dati forniti dalle strutture operative (COM e COC) che localmente coordinano e dirigono l’intervento della Protezione civile. Nei territori ci sono due

strutture: il Centro Operativo Comunale (COC), gestito dal Sindaco che è autorità di Protezione Civile, con divere funzioni a seconda della tipologia del rischio e della gravità della situazione. Ogni situazione attiva un tipo di intervento: ad es. un rischio di alluvione comporta l’attivazione della funzione volontariato (es. PC ANA Feltre) e la funzione viabilità con i Carabinieri. Poi c’è il Centro Operativo Misto (COM), a cui confluiscono tutti i “COC”; perciò, i sindaci comunicano e richiedono aiuto per l’invio di personale e mezzi al “COM” che, eventualmente, può chiedere l’intervento tramite la Prefettura (CCS), per avere a disposizione altri volontari tramite una colonna mobile. Ad


La Protezione Civile del feltrino

esempio, quando c’è stata la tempesta “Vaia” era arrivata una colonna mobile dalla Regione Emilia Romagna. In questi momenti di emergenza è essenziale che ci sia una rete di scambio di informazioni: la comunicazione determina l’efficacia e l’efficienza di un intervento. Nel 2020 è stato inaugurato il progetto “Ponte-radio Tomatico”, operativo da luglio 2021, che permetterà, in caso di esercitazione o di emergenza, di collegare tutte le radio portatili delle associazioni del coordinamento al ponte radio collocato sul Monte Tomatico. Infatti, bisogna tenere presente che il collegamento radio in stato di emergenza è l’unica modalità di comunicazione salda e stabile, è quindi di vitale importanza il suo utilizzo in questi scenari critici. L’obiettivo è quello di rendicontare tutti i collegamenti radio per ottenere una mappa dell’intensità del segnale nel territorio feltrino, che può variare a seconda della morfologia di una valle rispetto ad un’altra. La Protezione civile quando presta

soccorso in contesti di emergenza non si attiva solo materialmente, con pompe idrovore e ad immersione, torre faro, cucine, container per i servizi igienici, installando tensostrutture e tutto ciò che è necessario per soddisfare i bisogni primari, ma porta anche un segnale di speranza, di fiducia e di rinascita. È avvenuto un evento così brutto e che scuote dal punto di vista delle emozioni e degli affetti ed il messaggio che si dà è: la vita deve proseguire, non si può fermare, anche psicologicamente bisogna andare avanti. La Protezione civile in queste situazioni dà sicurezza alle persone che hanno perso tutto, quasi tutto, e tra queste ci sono persone che hanno perso i propri cari. Il Dipartimento di Protezione civile per l’elaborazione del lutto manda anche degli psicologi, medici che cercano di dare un sostegno a queste famiglie che hanno avuto dei lutti a causa di queste calamità. Un ultimo profilo resta da raccontare rispetto alle attività della Protezione civile, quelle che sono proiettate alla sensibilizzazione verso le giovani generazioni. Quali progetti ci sono in

quest’ambito? Nel 2017 abbiamo lanciato il progetto” La settimana con la Protezione civile” attivato in tre scuole primarie Mugnai, Quero e Arten, per cui in una settimana scolastica ogni mattina un’associazione (sommozzatori, cinofili, soccorso alpino, etc.) si presentava a scuola ed esponeva la sua attività in quanto parte del coordinamento di Protezione civile. Erano previsti ulteriori incontri nel 2020, ma causa la pandemia covid-19 sono stati annullati. Oltre a questa iniziativa nelle scuole, dal 2011 la PC Ana Feltre ha organizzato il campeggio “Anch’io sono la protezione civile” aderendo al progetto dell’ANA Nazionale; l’ultima esperienza nel 2019 sul Monte Grappa in località Valpore. Sempre su proposta dell’ANA Nazionale è stato promosso il progetto di una “mini-naia”, con compiti e attività da svolgere ogni giorno, per avvicinare i giovani della fascia 17-25 anni alla protezione civile, presso la Caserma Zannettelli.

Coordinamento Feltrino di Protezione civile - 12 associazioni

PC A.N.A. Sezione di Feltre Feltre Squadra PC ambientale antincendio boschivo Alano Squadra PC ambientale antincendio boschivo Quero Vas Gruppo Sommozzatori Feltre GSF Feltre Associazione volontari cinofili SFCS Feltre Associazione volontari cinofili AVAC Santa Giustina A.N.C. Squadra Provinciale 051 Belluno Borgo Valbelluna Croce Rossa Italiana - Comitato di Feltre Feltre Soccorso Alpino – Stazione di Feltre Feltre A.R.I. Feltre Feltre Stazione CNSAS Speleo VENOR Feltre Radio Club Feltre Feltre

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La Protezione Civile del feltrino di Caterina Michieletto

Il nostro futuro

è nei giovani

I

progetti promossi dalle associazioni di volontariato di Protezione civile volti al coinvolgimento dei giovani vedono nella coesistenza di più generazioni una grande ricchezza ed un valore aggiunto, perché ognuno porta e lascia qualcosa all’altro: il sapere e l’esperienza sedimentata di chi ha qualche anno in più si unisce con lo spirito di iniziativa e la dinamicità delle giovani generazioni. Il racconto di Davide Mortagna, giovane volontario dell’ANA Feltre nel gruppo di Cesiomaggiore. “Ho conosciuto la Protezione civile nel 2011 quando ho aderito al campo-scuola “Anch’io sono la Protezione civile” e già dopo quell’esperienza avevo capito che mi sarebbe piaciuto entrare un giorno. Dopo Vaia mia mamma ed io avevamo deciso di entrare mossi dalla volontà di poter essere disponibili in queste situazioni di emergenza. La mia prima esperienza sul

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campo è stata, ed è, la pandemia covid-19: a marzo e aprile 2020 ho fatto servizio di controllo ingressi e uscite all’ospedale di Feltre e quest’anno sono a Cesiomaggiore per la somministrazione dei vaccini. Prestando servizio a Cesiomaggiore nell’assistenza per i vaccini ho rivisto gli anziani del paese ed è stato molto bello sentirli dire “che bravi questi giovani volontari”, è un riconoscimento che ti premia e ti dà soddisfazione. Come attività di esercitazione e prevenzione nelle scuole ho partecipato alla sezionale a Cesiomaggiore in località “Pradenich”, dove erano state organizzate delle attività e delle dimostrazioni per le ragazze e i ragazzi delle medie, per esempio l’antincendio boschivo. Abbiamo una sede a Pullir in cui facciamo riunioni e qualche alla fine di questi incontri anche una bicchierata o uno spuntino insieme. Anche quando si organizzano esercitazioni sezionali, spesso ci si raduna tutti per il pranzo, sono occasioni di convivialità sono anche momenti di comunità e di socializzazione, Per i volontari è prevista tanta formazione. Innanzitutto, il corso base di sicurezza, che nel mio caso avevo già fatto tramite il lavoro, dopodiché ci sono molti corsi, sia di base che di perfezionamento, in diversi ambiti, ad esempio nell’antincendio boschivo, nella segreteria etc. che però nel periodo dell’emergenza pandemica sono rimasti sospesi. È bello perché hai la possibilità di specializzarti e di accrescere le tue conoscenze e competenze in un certo settore. Verso la fine dell’anno scorso ho frequentato un corso di protezione sismica, attività svolta in collaborazione con il Friuli

Venezia e Giulia, che permette tramite una piattaforma online di interrogare la popolazione di certi comuni sulla rilevazione di una scossa di terremoto. Vengono nominati due rappresentati per Comune, nel caso di Cesiomaggiore siamo io ed un altro volontario, incaricati di raccogliere i dati che sono emersi dal sondaggio e sulla base di questo feedback devono compilare un questionario e inviarlo a Venezia, dove è collocata la sede centrale, che in questo modo ha una mappa delle zone in cui è stata percepita, con bassa, media o alta intensità, la scossa di terremoto. Questo sistema di rilevazione sismica consente da un alto di aggiornare lo stato delle zone rischio e dall’altro lato di sapere con un certo anticipo in quali zone è necessario intervenire e quindi distribuire le risorse in modo efficace. È un’attività di volontariato che ti permette di dare il tuo contributo e di sentirti parte attiva nella comunità; per le persone sei una risorsa che vale tanto e ricevere anche la loro ammirazione ti restituisce molto in termini di soddisfazione personale. Quando le bambine ed i bambini ti vedono in divisa ti guardando come fossi un super-eroe, per loro stai facendo un’attività speciale. Sono molto contento di essere parte di questa associazione e l’invito che vorrei dare ai miei coetanei è di mettersi in gioco: bisogna metterci grinta e provare, come in tutte le cose della vita, vedere questa realtà di volontariato come un’opportunità per sé stessi e un aiuto fondamentale per la collettività”. Si ringrazia per la gentile disponibilità Sergio Battistella e Davide Mortagna.


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Suonare DENTRO o FUORI dal GARAGE

S

uonare in una band è un sogno che non ha stagioni. Ogni ragazzo che imbraccia una chitarra o mette le mani su una tastiera, sogna di emulare qualcuno. Noi maschi siamo animali più sociali delle ragazze, il numero di band maschili sovrasta in percentuali quello delle donne. In fondo basta poco, il garage di babbo opportunamente insonorizzato, si noleggia qualcosa e via. Esempio di quello che si può fare è piuttosto recente. Quattro anni fa i Maneskin, suonavano nelle vie della capitale, con il classico berretto davanti per raccogliere monete. Oggi sono in cima. Migliaia di dischi, concerti sold out, vittorie prestigiose, Sanremo e Eurovision. Loro ce l'hanno fatta. Ovviamente sulla bilancia ci sono i tanti che invece sono nel famoso garage e lì destinati a finire. Finire in “radio” oggi è molto più semplice di una volta. Basta una buona registrazione, oggi la tecnologia ha migliorato molto la facilità, prendere gli indirizzi delle radio di tutta Italia e con una semplice mail cumulativa, mandare in mp3, nemmeno in cd, il proprio prodotto. Chi fa radio, non può permettersi di non ascoltare tutto quello che arriva. Io una volta mi feci condizionare dalla copertina inguardabile e arrivai in ritardo a suonare una hit come

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“asereje” delle Las ketchup. Da allora, qualunque cosa arrivi, si ascolta. Devo dire che il 70% è discutibile, ma qualcosa si trova sempre. Purtroppo i gruppi, o complessi come erano chiamati anni fa, sono quasi sempre destinati a sciogliersi. Vari motivi, di solito il cantante preferisce fare tutto da solo, non si va d'accordo su soldi/ fama/stile, ma soprattutto soldi, e quindi si chiude baracca e burattini. Una cosa è certa, tutti i solisti che vediamo in classifica, sono sempre partiti da un gruppo. Rari coloro che nella propria cameretta hanno sviluppato la propria vena artistica. Ho visto qualche settimana fa Daniele Groff, ecco magari non ci si ricorda di lui, ma per un certo periodo è stato sui palchi importanti, anche Sanremo, poi si è come vaporizzato. Questo accade perché questi sono i tempi. Veloci, iperveloci. Devi essere sul pezzo, Daniele è un ottimo cantautore, anche Lucio Dalla lo notò, ma sembra di un'altra generazione. I requisiti odierni sono altri. Sono convinto che tantissimi artisti di cui possediamo tutto, oggi non troverebbero spazio. Se ci pensiamo, i grandi artisti, sono frutto di generazioni passate, dove esisteva la lentezza. Negli anni 70, vigeva una sorta di formula. Tre dischi. Il primo poteva tranquillamente essere un flop, il

secondo doveva almeno pareggiare le spese. Il terzo era una sentenza. Se non avevi successo, potevi tranquillamente abbandonare tutto. Oggi una “regola” simile, suonerebbe come blasfemia. Non si ragiona in dischi, ma in un brano, se non spacchi, ciao. Il garage è sempre lì. I primissimi lavori di autori oggi idolatrati, sono rari come il santo graal, poco conosciuti o solo per i parenti stretti. A Giorgio Gaber ci vollero due anni di 45 giri per arrivare a farsi conoscere. Lucio Dalla è la prova della teoria del 3. nel 1966 uscì il primo lp, “1999”, filato da nessuno, idem come sopra per il secondo uscito nel 1970, “Terra di Gaibola”. Ma solo con il terzo del 1971, “storie di casa mia”, Lucio conobbe il successo, infatti al suo interno si trova quel brano meraviglioso che ancora oggi amiamo ascoltare: “4/3/1943”. A quei primi lavori, si aggiungeranno 50 album. Una pazzia oggi credere che possa succedere a qualcuno. Insomma, se da un lato oggi puoi mandare un tuo brano in giro in pochi giorni, rimane difficile lasciare una impronta profonda. Ma la musica, trova sempre le sue strade, che siano casuali come in Maneskin in via del corso, o dalla cameretta di un “nerd” appassionato di computer, arriva. Sempre.


Società oggi di Alex De Boni

LA PROLOCO DI CAORERA

Il presidente è stato nominato Cavaliere al merito della Repubblica.

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o scorso cinque giugno è stata una giornata di festa per la comunità di Quero Vas che ha visto premiati i presidenti delle due ProLoco come Cavalieri al merito della Repubblica Italiana. Walter Zanella e Teresa Gallina, rispettivamente “numero uno” della ProLoco di Caorera e quella di Quero, che hanno ottenuto questo importante riconoscimento per i meriti nei confronti delle Comunità locali, in particolare modo per la loro dedizione e sostegno al mondo del volontariato, alle associazioni e alle istituzioni. La cerimonia si è svolta nei saloni della prefettura di Belluno in presenza del prefetto Mariano Savastano, del presidente della provincia Roberto Padrin e dell’assessore del comune di

Quero Vas Alberto Coppe. LA PICCOLA FRAZIONE DI CAORERA Caorera è una delle più piccole frazioni del comune di Quero Vas e non conta più di 50 abitanti, nota un tempo perché era il collegamento tra Sinistra Piave e Feltre via Fiume, infatti vi era l’attracco per le barche, rimasto operativo fino al 1960. Molto famoso è Il Museo del Piave "Vincenzo Colognese”, in precedenza museo "della Madonna del Piave" che era stato allestito nella canonica dalla fine degli anni 1950 dall'allora parroco don Antonio Pavan. Dopo un periodo di chiusura, nel 2000 è stato riaperto presso le ex scuole elementari grazie all'iniziativa di Vincenzo Colognese al quale la mostra è oggi dedicata. Il museo, di rilevanza interprovinciale espone numerosi cimeli originali risalenti alla Grande Guerra: si citano uniformi, armi, una copia dello SPAD S.XIII di Francesco Baracca, una barca Ponton A.U., il motore di uno Spitfire, il tutto

correlato da pannelli illustrativi e postazioni multimediali. La ProLoco di Caorera nasce ufficialmente il 13 di settembre 1973 grazie a Zanella Walter (attuale presidente), Gianni Dorz, Armando Dorz, Luciano Gallina, Luigi Reghin, Liberale Zuglian e Giacomo Zanella che davanti al notaio Colò fondarono questa associazione. Le prime iniziative promosse erano manifestazioni di piazza, la ricorrenza annuale della Madonna del Piave in agosto, ed un programma artistico culturale con mostre,concorso di fotografia, concorsi di disegno per gli studenti, un programma sportivo con la partecipazione della squadra frazionale SCM (Scalon, Caoera e Marziai) ai tornei serali ed una grande gara regionale di pesca alla trota sul Piave. Come presidenti si sono succeduti: Walter Zanella, Luciano Gallina, Sereno Solagna, Agostino Miuzzo.

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Società oggi Operò fino al 1991 quindi una sospensione e la nuova rifondazione nel 2005 con presidente ancora Walter Zanella. Partiti lanciati dal precedente Comitato Festeggiamenti che ha retto egregiamente per una decina di anni il testimone dalla precedente Pro Loco, il nuovo insediamento ha integrato e valorizzato il programma che si era ulteriormente rafforzato con la Sagra della Zucca. Sono stati costruiti, magazzini , servizi e le nuove cucine a regola, con un impianto di distribuzione a self- service, dove le pietanze arrivano e si mantengono a temperatura. Nel 2011 è stato acquistato il nuovo capannone da 40 metri per 20 dal costo di 70000 euro. Fa parte del programma anche l’organizzazione di gite a carattere ricreativo, sportivo e le principali

manifestazioni sono: Sagra di s. Gottardo in maggio ,un raduno dei fuoristrada 4per4,ai primi di luglio, un motoraduno alla fine di luglio, la Madonna del Piave il 13, 14, 15 agosto,la Sagra della Zucca, il primo fine settimana di ottobre. La Sagra della Zucca è il fiore all’occhiello delle manifestazioni della Pro Loco, nata per festeggiare e valorizzare questo ortaggio tanto umile quanto necessario per la cucina. Convinti nella necessità di proporlo a livello culinario si è deciso di fare una manifestazione dove la zucca fosse offerta in tutte le sue versatilità. Dopo le iniziali difficoltà la costanza ha avuto la meglio. Negli anni la sagra ha avuto un successo incredibile tanto da superare le migliaia di visite. Tanti i piatti preparati esclusivamente a base di zucca: gnocchi, crespelle, lasagne, risotti e tagliatelle, zucca in umido come contorno, pane, torte biscotti, dolci, gelato, zucca in agrodolce, marmellate, sughi alla zucca per risotti e

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Società oggi pasta, grappa aromatizzata alla zucca. Tutti prodotti trasformati sono di zucche lavorate, seminate, coltivate e raccolte direttamente dalla stessa ProLoco di Caorera e rigorosamente biologiche. Dal 2011 è operante il “Consorzio tutela della Zucca Santa bellunese” con sede a Caorera. Atto dovuto per la tutela, la valorizzazione, l’espansione, la commercializzazione del prodotto che viene commercializzato con il proprio marchio, depositato e riconosciuto dalla Camera di Commercio per la garanzia della peculiarità e tracciabilità del prodotto. La Zucca Santa Bellunese inoltre è iscritta nell’Elenco Nazionale dei Prodotti Agroalimentari del Ministero dell’Agricoltura . La nostra produzione si aggira ogni anno sui trenta quintali dei quali 12 vengono trasformati. Numerose sono le presenze della Pro Loco e del Consorzio alle fiere che si svolgono nel feltrino, con i loro prodotti, ottenendo sempre ampi consensi e

riscontri. Se pensiamo che un ventennio fa la coltivazione della zucca era quasi abbandonata, ed il prodotto adoperato

per l’alimentazione animale, Zanella e collaboratori possono ritenersi orgogliosi e soddisfatti del traguardo raggiunto.

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Il personaggio di Laura Paleari

GIORGIO ARMANI

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uinto uomo più ricco d’Italia, stilista e fondatore di uno dei marchi più famosi e importanti del mondo della moda. Giorgio Armani nasce l’11 luglio del 1934, a Piacenza, durante gli anni della Grande Guerra. Non era un periodo facile per la sua famiglia, costretta a vivere in ristrettezze economiche; quello che oggi è conosciuto come Re Giorgio, finì addirittura all’ospedale, quaranta giorni in reparto, a causa dell’esplosione di una bomba. Dopo i suoi studi superiori si trasferì con la famiglia a Milano, e cominciò “senza troppa convinzione” (cit.) gli studi di medicina, interrotti dalla leva militare e che decise poi di abbandonare definitivamente. Trovò impiego inizialmente come assistente alle vetrine dei negozi della Rinascente di Milano e come assistente fotografo e, dopo 6 anni, entrò, finalmente, a far parte del mondo della moda. Nel 1964 disegnò la collezione uomo

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per Nino Cerrutti, senza una vera a propria preparazione in materia; ma il successo inaspettato che riscosse e, grazie al suo braccio destro e compagno di vita Sergio Galeotti, che ebbe fiducia in Giorgio dal primo momento, fu decisivo per convincerlo a fondare, il 24 luglio 1975, la Armani S.p.A., con una prima linea maschile e femminile: l’inizio del successo. Il suo emblema? La giacca destrutturata. Nelle sue prime collezioni le sue giacche diventano semplici, pulite per un uomo disinibito e informale. Anche il suo modello di donna venne rivoluzionato: una figura nuova, indipendente e affascinante, con tailleur modellati su quelli maschili, che andavano incontro alla crescente emancipazione femminile. Il successo però non fu per niente facile, Armani in seguito rivelò “Sono stati anni di sacrifici e fatica. Non avevo più tempo per me. Spesso mi ritrovavo a piangere disperato alle 11 di sera, in fabbrica,

dove ero rimasto solo tra migliaia di metri di stoffa. Andavo su e giù da Milano a Biella con la mia macchinetta di quinta mano nella nebbia e nella neve.” A tutto ciò si aggiunse la morte di Sergio, dopo 10 anni di relazione, a causa di una leucemia fulminante. In questi anni pensò seriamente di lasciare ma il ricordo della passione del compagno e dei suoi consigli sul proseguire la sua carriera, lo spinsero a continuare. Nel 1982 il magazine Time lo “consacrò” dedicandogli la copertina, un onore fin a quel momento dato solo a Christian Dior. Sempre nei primi anni ’80 fondò una nuova linea, ideata per i più giovani: Emporio Armani, dove riuscì a miscelare il suo stile con un abbigliamento più fresco e sportivo. La filosofia di Armani è rimasta immutata nel tempo: i colori che utilizza sono freddi e monocromatici, il beige, il grigio, il greige (una tinta a metà tra il grigio e il sabbia) e, ovviamente, il blu Armani, il quale lo considera un colore al pari del nero, un evergreen. Lo stile è classico e ispirato al cinema in Bianco e Nero Americano degli anni Venti e Trenta. Nel 2020, alla domanda: “Quali sono i 5 pezzi del guardaroba femminile che Giorgio Armani definisce fondamentali?” Lui sicuro rispose: “La giacca. Per me è fondamentale in ogni guardaroba, femminile o maschile


Il personaggio che sia. È un capo versatile che ho reinventato in modo casual, morbido e soprattutto non troppo formale. Le giacche destrutturate che ho creato negli anni '80 per uomo e donna sono diventati il mio “marchio di fabbrica": tutto sembra derivare da questo pezzo unico che rivedo e rivisito a ogni collezione. Dimostrando come un capo può rimanere iconico e attuale nel tempo. Gli altri quattro capi fondamentali in un guardaroba, per Armani, sono nell’ordine: un comodo tailleur pantalone, alcune t-shirt basic, qualche camicia dal taglio femminile e un cappotto lungo. Gran parte della sua fama, la si deve alla sua sfrenata dedizione verso il lavoro. Ad oggi, non sono rare le volte in cui Armani si presenta di persona presso le sue boutique, per sistemare le vetrine e i capi esposti. Durante gli ultimi due anni di Covid, ha inoltre riconvertito la sua produzione

per creare camici e mascherine per il servizio sanitario italiano e offrire donazioni agli ospedali. Un esempio di grande imprenditore e creativo che sa guardare oltre il mero guadagno. L’unico rammarico del grande Re Gior-

gio? Non aver avuto figli. Ma possiamo ammettere che, in effetti, è come li avesse avuti, lasciando un’eredità non tanto materiale quanto concettuale alle nuove generazioni.

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Turismo e società di Nicola Maschio

Torna l’estate, tornano i viaggi: tutti i dati di queste vacanze

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orna l’estate, stagione che ha un particolare sapore: quello della normalità. Certo, la pandemia ha lasciato solchi importanti nelle nostre vite, ma con l’arrivo del caldo, delle belle giornate e dei lunghi pomeriggi soleggiati, ecco puntuale anche la prenotazione della vacanza da parte di tanti, tantissimi italiani. A facilitare le cose poi, proprio da questo inizio di luglio, ecco il Green Pass, strumento fondamentale per la ripresa del movimento in tutta Europa. Di cosa si tratta? Per chi ancora non ci avesse preso dimestichezza, il passaporto digitale europeo altro non è che una certificazione “anti-Covid”, la quale attesta l’avvenuta vaccinazione con due dosi, la guarigione dal Coronavirus oppure l’esito negativo di un tampone effettuate non meno di quarantotto ore dal momento della partenza. Insomma, una sorta di “semaforo verde” per la ripresa del turismo. E dunque, come sarà quest’ultimo in questa estate ancora particolare? I dati rivelati da Demoskopika, elaborati grande al contributo dell’Università del Sannio, prevedono circa 40 milioni di arrivi nel nostro Paese, con un totale di 166 milioni di presenze sulle nostre coste (e non solo). In sintesi un +12% rispetto al 2020 quando, ricordiamo, la libertà di movimento la aveva comunque fatta da padrone in un momento in cui la pandemia aveva allentato la presa. Non avendo precedenti storici tuttavia, la situazione, come sappiamo, si

è nuovamente complicata da ottobre in avanti. Comunque, la campagna vaccinale procede ad ottimo ritmo e dunque, con uno sguardo rivolto al futuro, è lecito accennare ad un cauto ottimismo. Dicevamo, un incremento del turismo: è comunque impressionante il numero di italiani che, anche in questi caldi mesi, ha deciso di restare nello Stivale per le vacanze. Parliamo infatti dell’86,8%, con una percentuale invece di poco superiore al 13% rispetto a coloro che andranno all’estero. Di questi ultimi, l’11% viaggerà verso mete europee, mentre solo il 2% azzarderà un viaggio internazionale. Nel Belpaese, resta alta l’attrattività delle Regioni con il mare più bello e cristallino: la Puglia prevede un +14% di arrivi e 10,6 milioni di presenze in tutto, mentre la Toscana prevede un incremento complessivo del 23% rispetto allo scorso anno e la Sicilia si mantiene su questi dati. Chiude la Sardegna, che conta su un 20% in più di arrivi per un totale di 8,2 milioni di presenze. Quasi il 50% degli

italiani tuttavia si fermerà per un periodo di sette-otto giorni nella meta turistica scelta, con un 17% invece che prevede di soggiornare per ben due settimane. Solo il 15% coloro i quali invece sosterranno una vacanza di quattro o cinque giorni in tutto. Interessante invece il punto di vista della sicurezza, soprattutto in epoca post-pandemia: le case in affitto prenotate sono il doppio dello scorso anno (37% in tutto), anche se la metà degli italiani intenti a prenotare ha comunque deciso di optare in modo massiccio per alberghi o villaggi turistici (29%), Bed & Breakfast (12%) e qualche agriturismo (4% dei casi). Ancora, saranno sei su dieci gli italiani che andranno in zone di mare rispetto a quelle montane, con ben 10 milioni e mezzo di nostri concittadini che hanno già messo al sicuro la propria prenotazione, confermando l’arrivo e pagando, in alcuni casi, in anticipo. Per quanto riguarda le destinazioni estere, è la Grecia a farla decisamente da padrone. Solamente il 20% degli italiani ha ancora così tanti dubbi rispetto al Covid da non volerne sapere di partire, percentuale in diminuzione rispetto al 25% di un paio di mesi fa. Insomma, sembra proprio che dopo ben quindici mesi di pandemia abbia, infine, vinto la voglia di tornare finalmente (e si spera definitivamente) alla normalità, come un anno e mezzo fa.

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La nostra storia di Sergio Tazzer

CANÓPI E LA «PESTE LUTERANA»

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pieghiamo subito chi sono i canópi: si tratta dei minatori (dal tedesco Bergknappen) che giunsero dal mondo mitteleuropeo con scavare grobe (dal tedesco Graben, scavi) e stolli (sempre dal tedesco Stolle, galleria) nelle cecche o zecche (da Zeche, miniera) nelle nostre montagne, sia venete che trentine. Con loro giunsero esperti smelzer ( da Schmelzer, fonditore), addetti ai forni fusori e alle fucine. Fino a quando Venceslao II (1271-1305), re di Boemia e di Polonia, duca di Cracovia, non emanò lo Jus regale montanorum, il primo codice minerario apparso in Europa, redatto dal giuristica italiano alla corte di Praga, il notaio Gozzo da Orvieto, vigeva per i canópi il Freier Berg, l'uso libero

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della montagna. Forestieri anneriti dal fumo, acconciati in fogge diverse, che davano di sé alle tranquille comunità silvo-pastorali della montagna un'immagine fra lo stregonesco ed il diabolico; in più parlavano lingue diverse, dialetti tedeschi e slavi, provenendo per lo più dal Tirolo, dalla Sassonia, dalla Lusazia, dalla Missia, dalla Boemia … Il vescovo di Feltre era a capo di una contea che, oltre al Feltrino, comprendeva il Primiero, il Tesino e la Valsugana fino a Pergine, mentre quello di Belluno dominava praticamente sul resto dell'attuale provincia. Essendo le due diocesi bersaglio di scorrerie scatenate dal comune di Treviso, il papa statuì che pur restando indipendenti, pur aeque principaliter, ugualmente importanti, esse avrebbero avuto un unico vescovo. Unione formale che esistette fino al XV secolo, quando papa Pio II ripristinò le due diocesi nella loro autonomia. Ci si sofferma sull'amministrazione territoriale della chiesa cattolica poiché tutto filò liscio fino a quando apparve sulla scena Martin Lutero, che diede vita alla riforma prote-

stante. La dottrina luterana fu combattuta dalla chiesa cattolica con ogni mezzo, messo in bella calligrafia teologica con il concilio tridentino. Dal dogado di Michele Steno (14001413) la montagna bellunese entrò a far parte dei territori della Serenissima, la quale attinse abbondantemente sia dai boschi che dalle miniere: l'Arsenale, e non solo, aveva bisogno del legna-


La nostra storia

me per le navi e dei metalli per le sue artiglierie. Con il doge Niccolò Marcello (in carica per poco più di un anno) nel 1474 fu resa obbligatoria la bollatura dei manufatti e dei prodotti veneti con il sigillum dominii, il sigillo di San Marco, quello con il leone alata che garantiva della bona fide sine fraude.

Se Venezia era insuperabile nel «coltivare le acque», era invece preparata a sfruttare le miniere, per cui favorì in ogni modo l'arrivo dei canópi centro-europei. La prima concessione mineraria, o investitura, fu data proprio ad uno proveniente dal mondo germanico, Heinrich von Heeslingen, cui seguirono molti altri, che si portarono appresso manodopera specializzata. Tutta zente nova, tedeschi, sorabi, boemi, gente molto reputata per la laboriosità, le competenze, l'ordine, che si ambientò rapidamente, formando famiglia con donne del posto. Un'immigrazione consistente si ebbe durante la devastante Guerra dei Trent'anni (1618-1648); molti protestanti si rifugiarono nella Repubblica del Leone per trovarvi salvezza. Le gerarchie ecclesiastiche prima si preoccuparono, poi si allarmarono. Il vescovo di Belluno Giulio Contarini nel 1548 chiamò nientemeno che il gesuita Alfonso Salmeron, uno dei primi compagni di Ignazio di Loyola, a dare una mano per motivare e rincuorare i preti di montagna nella lotta alla «eresia lutherana», applicando con rigore la controriforma tridentina. Nell'Agordino venne distaccato addirittura il tribunale dell'inquisizione, e non pochi furono i processi per «delitti contro la fede». Non pochi furono anche i processi contro donne

accusate di essere streghe. Per tagliare al testa al toro, i canópi furono obbligati a confessarsi dal sacerdote almeno una volta l'anno. La via segnata dal vescovo Contarini fu seguita anche dai successori Giovanni Battista Valier e Alvise Lollino. L'esempio bellunese fu seguito a punti anche nella diocesi di Feltre dai vescovi

Tommaso Campeggi, Filippo Maria Campeggi e Giacomo Rovelio, i quali non dimenticarono di suggerire la «combustio librorum», la distruzione con il fuoco dei libri degli autori elencati nell'Index Librorum Prohibitorum, il famigerato Indice Tridentino del 1564. L'Inquisizione ebbe campo libero soprattutto durante il dogado del religiosissimo Pasquale Cicogna, dal 1585 al 1595. Il territorio fu normalizzato talmente bene, da dare alla chiesa cattolica qualche secolo dopo un papa, Giovanni Paolo I, Albino Luciani, di Canale d'Agordo.

Sergio Tazzer* Già Direttore Rai sede di Venezia e Giornalista Caporedattore a Trento e Roma.

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Il senso religioso di Franco Zadra

L'esperienza implica intelligenza del senso delle cose Quante e quali esperienze abbiamo che potremmo definire come religiose? E quale giudizio ci siamo fatti di queste cose? Vorremmo a questo punto del nostro percorso soppesare con maggiore attenzione ciò che riscontriamo in noi stessi dal momento che ci imbattiamo nel fatto “religioso”, dicendo subito una cosa ovvia, ma spesso trascurata, che il fare esperienza non si riduce semplicemente allo sperimentare, o provare, una cosa.

L

'uomo di mondo, quello che un linguaggio già fuori moda designava come “navigato”, e in senso più drammatico “rotto a ogni esperienza”, non è colui che solo ha accumulato “esperienze”, fatti e sensazioni, finendo per fare di ogni erba un fascio. Anzi, accumulare esperienze senza criterio può distruggere la personalità, come ben sapevano i nostri vecchi quando citavano il proverbio: “Bacco, tabacco, e Venere, riducono l'uomo in cenere”. «L'esperienza coincide – scrive Luigi Giussani ne Il senso Religioso –, certo, col “provare” qualcosa, ma soprattutto coincide col giudizio dato su quel che si

prova». A volte una breve esperienza, è determinante e significativa per noi, molto più di un'altra che ci ha preso anni di vita. A proposito di Henry (Regarding Henry), un film del 1991 diretto da Mike Nichols, drammatizza in maniera esemplare quanto sia vero che la persona si ritrovi nella consapevolezza più che nell'accumulo di esperienze che attribuiamo alle persone di successo, come l'Henry Turner del film, un cinico e bugiardo avvocato che trascura moglie e figlia a causa del lavoro. Due colpi di pistola di un rapinatore lo costringono ricoverato nell'ospedale che aveva difeso in una causa per danni. Dal percorso di riabiltazione esce un uomo nuovo, e un nuovo inizio vede Henry riconciliato e felice dal momento che ha riflettuto e capito gli errori commessi nella sua vita precedente. Consapevolezza è quanto ha richiesto anche il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, di fronte al «disastro della pedofilia e al fallimento della Chiesa nell'affrontarlo» per cui ha presentato le sue dimissioni al papa. Dimissioni respinte da papa Francesco con una lettera, in un passaggio

della quale emerge quello che dovrebbe essere il criterio da adottare per giudicare i fatti denunciati dal cardinale, ma che serve anche a noi ora per metterci nell'atteggiamento giusto per capire e scoprire il senso di ogni cosa. «Il “mea culpa” — scrive papa Francesco in risposta al cardinale Marx — davanti a tanti errori storici del passato lo abbiamo fatto più di una volta dinanzi a molte situazioni anche se non abbiamo partecipato di persona a quella congiuntura storica. E questo stesso atteggiamento ci viene chiesto oggi. Ci viene chiesta una riforma, che — in questo caso — non consiste in parole, ma in atteggiamenti che abbiano il coraggio di entrare in crisi, di accettare la realtà qualunque sia la conseguenza. E ogni riforma comincia da sé stessi. La riforma nella Chiesa l’hanno fatta uomini e donne che non hanno avuto paura di entrare in crisi e lasciarsi riformare dal Signore. È l’unico cammino, altrimenti non saremo altro che “ideologi di riforme” che non mettono in gioco la propria carne». Lettura consigliata: Ho fatto tutto per essere felice. Enzo Piccinini, storia di un insolito chirurgo, di Marco Bardazzi, Bur. 37


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Sposarsi negli USA:

gli ostacoli del matrimonio “internazionale” Il matrimonio è un evento gioioso ma che presenta diversi ostacoli se a sposarsi negli USA sono un cittadino americano ed uno straniero. È invece più accessibile se due cittadini italiani decidono di convolare a nozze negli USA.

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taliani che convolano a nozze negli USA Ogni anno centinaia di cittadini italiani decidono di convolare a nozze negli USA. Vuoi per evitare le scocciature di un grande matrimonio, vuoi per rendere il tutto più esotico ed interessante. In molti optano per Las Vegas, in Nevada, meta nota per i matrimoni internazionali. Questo perché nello stato del Nevada ottenere la licenza matrimoniale è semplice e veloce, non serve lasciar intercorrere un certo lasso di tempo prima di sposarsi, come avviene in altri stati USA ed in Italia. La cappella più famosa dove in molti decidono di sposarsi si chiama “A Little White Chapel.” Lì si sono sposati personaggi noti come Britney Spears (anche se poi il matrimonio è stato poi subito annullato), Demi Moore e Bruce Willis, Frank Sinatra,

e Michael Jordan. Le procedure sono semplici e veloci, basta presentarsi, pagare per il servizio, ed in quattro e quattr’otto il gioco è fatto! Posti come la “A Little White Chapel” offrono dei pacchetti per rendere il tutto ancora più agevole, che includono automobile (o persino un elicottero!), intrattenimento, bouquet, fotografo. Per il riconoscimento in Italia bisogna far trascrivere l’atto presso il proprio comune di residenza. Sposare un americano negli Stati Uniti Sposarsi con un americano non è di per sé difficile. Per ottenere la licenza matrimoniale, occorre solamente presentarsi in tribunale USA con il proprio documento d’identità, prestare giuramento che non ci sono impedimenti nello sposarsi, come l’essere già sposati ma non ancora divorziati, avere legami di parentela che renderebbero l’unione incestuosa e così via. Occorre inoltre essere maggiorenni o aver ottenuto l’emancipazione giudiziale. Dopo un lasso di tempo variabile di stato in stato (dai pochi minuti ai 6 giorni), si sceglie un giudice o un officiante abilitato a celebrare matrimonio…et voilà! L’aspetto complicato è il processo legale per risiedere e lavorare negli Stati Uniti. A

differenza di quanto accade in Italia (e nella maggior parte dei Paesi Europei), il coniuge straniero non acquista automaticamente lo status di residente dopo il matrimonio per via di leggi migratorie particolarmente complesse. Pertanto, una volta sposati i coniugi devono iniziare un processo lungo, costoso e faticoso per ottenere prima la carta verde, e poi della cittadinanza americana. L’iter richiede anni. Occorre tenere presente che senza l’autorizzazione, almeno temporanea, per risiedere e lavorare in USA, l’individuo è soggetto a significative limitazioni. Non può lavorare, accedere a certi prestiti federali, e non può nemmeno viaggiare liberamente dentro e fuori al territorio USA. Anche se per alcuni sposarsi con un cittadino americano e vivere negli USA è un sogno, non è tutto oro quello che luccica!

Francesca Gottardi è nostra corrispondente USA 39


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A parere mio di Nicola Maschio

Immigrazione in Italia: chi entra nel nostro Paese?

I

l fenomeno dell’immigrazione e dell’emigrazione da e nel nostro Paese è costantemente oggetto del dibattito pubblico, ormai da tantissimo tempo. Ma quali sono i dati reali di questi flussi migratori, soprattutto relativi a coloro che vengono dall’estero e si fermano in Italia? Il rapporto dell’ISTAT elaborato e pubblicato lo scorso 20 gennaio 2021 aiuta a fare chiarezza. Innanzitutto, sono in calo le iscrizioni anagrafiche degli stranieri. Come riportato dallo stesso istituto di ricerca: “Le iscrizioni anagrafiche dall’estero registrate nel corso del 2019 ammontano nel complesso a 332.778, un numero sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente (+0,1%); la componente dovuta agli ingressi di cittadini stranieri, pari a 265mila, è tuttavia in calo del 7,3% rispetto al 2018, mentre aumentano del 46% i rimpatri degli italiani (68mila). A livello nazionale il tasso di immigratorietà totale è pari a 6 immigrati per mille residenti”. Insomma, prosegue l’attendibile fonte a livello nazionale, i numeri inerenti gli ingressi dall’estero sono in costante e lento declino. Nota a margine, ma non poco importante, i flussi provenienti dal Mar Mediterraneo. A tal proposito, l’ISTAT commenta: “Dal 2015 al 2017 le immigrazioni sono tornate ad aumentare per via dei consistenti flussi provenienti dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, caratterizzati prevalente-

mente da cittadini in cerca di accoglienza per asilo e protezione umanitaria. Dal 2018 questi ingressi hanno subito una battuta d’arresto, continuando a diminuire nel corso del 2019 anche come conseguenza del Decreto legge (Ddl 840/2018, noto come “Decreto Sicurezza”) recante modifiche alla disciplina sull’immigrazione, la protezione internazionale e la concessione e revoca della cittadinanza italiana”. Nel 2019, tuttavia, il numero maggiore di stranieri entrati nel nostro Paese sembra provenire dalla Romania: con 35 mila ingressi si conferma infatti al primo posto, mentre l’Albania, che registra un +23% rispetto al 2018, si piazza seconda. “Seguono le iscrizioni dall’Ucraina (circa 7mila, -15%) - prosegue il rapporto ISTAT, - Moldova (6,5mila, +13%) e dal Regno Unito (4mila, +68%). Consistenti alcune immigrazioni di origine africana, in particolare quelle provenienti dal Marocco (oltre 19mila, pari a +16%, rispetto al 2018). Più contenute in valore assoluto ma sempre in aumento quelle prove-

nienti da Egitto (9mila, +17%) e Tunisia (4mila, +25%). Molto diversa, invece, la situazione per tutti quei paesi che negli anni precedenti avevano fatto registrare ingressi record per motivi umanitari: le immigrazioni dalla Nigeria passano da 18mila nel 2018 a poco meno di 5mila (-72%), quelle dal Gambia da 6mila a meno di 2mila (-77%). Variazioni negative importanti anche per Mali (-76%) e Costa d’Avorio (-73%) che passano da oltre 5mila ingressi a poco più di mille”. In forte aumento invece i cittadini provenienti dall’India (+10%, cioè 12 mila), Cina (10 mila e quindi +2%) e Brasile, con un +24% e circa 22 mila ingressi in tutto. Più contenute in termini di valore assoluto, ma ugualmente in aumento, quelle provenienti da Egitto (9mila, +17%) e Tunisia (4mila, +25%). Il rapporto ISTAT infine si è soffermato anche sul rientro degli italiani dall’estero, fattore da non sottovalutare in termini demografici. Si legge infatti: “Le immigrazioni di cittadini italiani (68mila) provengono in larga parte da paesi che sono stati in passato mete di emigrazione italiana. Ai primi posti della graduatoria per provenienza si trovano, infatti, Brasile e Germania (che, insieme, originano complessivamente il 18% dei flussi di immigrazione italiana), il 7% dei flussi di rientro proviene dalla Romania, il 6% dal Regno Unito e il 5% dalla Svizzera”. 41


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Vita sociale di Franco Zadra L'amore di Pia Bellus per il suo paese è fiorito in un Centro di promozione sociale

Fondazione Elisa e Antonio Bellus.

Con il Circolo Elisa, il sorriso presente di Pia Passate le porte del Circolo Elisa di via Pulliere 19 a Santa Giustina, di fronte al nuovo stadio comunale, si fa l'esperienza di un cambio d'ambiente, d'atmosfera, quasi un altro mondo dove conta la qualità del tempo più del suo scorrere cronologico. Una qualità che come per magia cambia il gusto delle relazioni e fa brillare ogni volto che s'incontra. Un brillio che ti sorprende negli sguardi giovanili di tre signori che è un vero piacere incontrare. Carlo Capraro, presidente della Fondazione Elisa e Antonio Bellus, Dino Dal Pan, presidente del Circolo Elisa, e l'attivissimo segretario Tarcisio Ferro. E Pia Bellus, scoparsa il 26 giugno 2008, originaria di Formegan di Santa Giustina, sorride felice di questa nostra sorpresa, e quasi ci sembra udire dica, «...vieni che ti offro un caffè».

«

Se per chi emigra c'è nostalgia – dice Carlo Capraro -, bisogno di mantenere le radici, forse voglia di rientrare al paese natale, per Pia Bellus, andata “sot paroni”, lontano da casa quando era ancora una ragazzina, non so se fossero questi e solo questi i sentimenti che alimentavano i suoi ricordi nella maturità, dopo aver raggiunto un meritato e combattuto successo economico. Fatto sta che alla comunità di Santa Giustina propose un'iniziativa originale e molto impegnativa: istituire una Fondazione che realizzasse un edificio da adibire a ritrovo diurno e centro di interesse sociale, con la possibilità di sviluppare iniziative per persone anziane, finalizzate al mantenimento e alla crescita della loro vita di relazione».

Fu così che il 3 novembre 1990 venne costituita la “Fondazione Elisa Bellus” (successivamente “Fondazione Elisa e Antonio Bellus” già genitori della fondatrice), dal 30 luglio 1991 riconosciuta personalità giuridica di diritto privato. «Alla sua morte – dice ancora Capraro -, la fondatrice ha voluto ulteriormente gratificare la Fondazione indicandola sua erede, esprimendo però alcune volontà nell'utilizzo dei fondi: dare compimento agli indirizzi dello statuto dove si prevede la “costruzione di un nucleo abitativo per anziani in difficoltà”». Nasce così il primo intervento residenziale denominato “Il Sogno di Pia”: alloggi per persone soggette a quel “invecchiamento attivo” caratteristico di anziani che, pur soggetti a una ineluttabile regressione funzionale e propria della senescenza conservativa, mantengono una certa padronanza che consente loro una vita autonoma in una struttura che vuole essere alternativa alla Casa di Riposo, con alloggi progettati e attrezzati per garantire

la massima conservazione delle capacità e dell'autonomia della persona, la tutela della privacy, il mantenimento dei rapporti amicali, la conservazione delle abitudini e degli interessi di vita. «Il Circolo Elisa – dice Dino Dal Pan – è una realtà presente da 28 anni e si rivolge in particolare alle persone anziane, dove poter trovare passatempi ludici e una socialità ormai perduta, anche nei nostri paesi. Non per svilire, ma per sviluppare l'antica usanza del “filò” in chiave moderna. Ha le stesse finalità statutarie della Fondazione, ma per ragioni di

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Vita sociale

origine organizzativo e normativo, i due enti mantengono autonomia operativa, anche nella massima collaborazione, e la struttura di proprietà della Fondazione viene utilizzata dal Circolo in comodato d'uso gratuito». Il grande edificio di circa 500 metri quadri – «Paghiamo 1000 euro l'anno di Tari», ricorda laconico il segretario – riflette la volontà della giovanissima emigrante che è riuscita a “far fortuna” e nella sua grande generosità ha voluto destinare parte delle sue sostanze in favore degli anziani del suo paese natale. Leggiamo in una sua lettera del novembre 1990 che «dopo 45 anni lontana da Santa Giustina, dalla mia terra, pur pellegrinando nel mondo, il mio cuore ha sempre pulsato qua, in questa splendida vallata, circondata dalle tanto belle

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e amate montagne...». «Da sagace imprenditrice qual'era – dice ancora Dal Pan –, si sarà preoccupata che, giunti all'età libera, necessita trovare un luogo dove occupare in maniera intelligente il tanto tempo a disposizione contro la noia, la solitudine e gli acciacchi degli anni che spesso opprimono e soffocano. Il Circolo Elisa non è altro che questo: creare occupazione, occupazione del tempo libero per dare vita agli anni, sia singolarmente che socialmente, e non è detto che il bene-stare e il bene-essere non allunghi anche gli anni di vita». Come ebbe a dire nel discorso inaugurale l'allora presidente del gruppo dei promotori, Illusca Ruby Conte Dal Pan, «Gli scopi che ci prefiggiamo sono, aggregazione, socializzazione, disponibilità, punto di riferimento in ogni momento, solidarietà, amicizia, e perché no, divertimento». Il Circolo Elisa che edita a fine anno un opuscolo informativo, inizia la sua attività il 18 settembre 1993 e nel 1997 è insignito del Premio Famiglia Feltrina intitolato al Beato Bernardino; si succederanno alla

presidenza, dopo Illusca Ruby Conte Dal Pan, Maria Angela Dal Pan, Andrea Maeran, Serena Broi, e Dino Dal Pan tutt'ora in carica assieme alla vice presidente Bertilla Fin, al cassiere, Mara Moliner, al segretario, Tarcisio Ferro, e al responsabile della logistica, Pierpaolo Dal Pan. Moltissime sono le attività del Circolo, da leggere non come un elenco, ma frutto quasi spontaneo e generoso di un tempo che valorizza l'incontro tra persone. Apertura cinque giorni la settimana, dal mercoledì alla domenica, dalle 15 alle 19, durante l'estate anche due sere dalle 20 alle 23; pandemia permettendo, tombola settimanale ogni venerdì, festa mensile di compleanno, l'ultimo sabato del mese; Magnar in compagnia, pranzo domenicale servito da un Catering e polenta fatta sul posto; Centro bocce, con relativi corsi per scuole e attività estive per ragazzi; gioco della piastrella, carte, dama, scacchi, ecc...; corsi di computer, tablet, e ginnastica dolce; al sabato si balla al suono di un'orchestrina. Quindi, l'annuale soggiorno marino, chi sulla Riviera Romagnola e chi all'isola di Ischia nel Golfo di Napoli. Da ricordare poi, il concorso di poesia San Valentino a metà febbraio; la gita di primavera in maggio; il picnic di ferragosto; la gita d'autunno a settembre; la castagnata di San Martino; e il Cenone di Capodanno. Vengono organizzate mostre di pittura, fotografiche, dei lavori autoprodotti dai soci, e conferenze su tematiche di interesse. All'interno dei locali un ottimo Servizio-Bar riservato agli iscritti, dove leggere i principali giornali di provincia, e una biblioteca con oltre 600 volumi. «In seno al Circolo – dice il segretario Ferro - è nata e ha sede, con tanto di teatro e degno palcoscenico, la Compagnia Teatrale amatoriale I... Saranno Famosi che ha portato in giro per la Val Belluna e non solo, diverse commedie di importanti autori».


Vita sociale

Il Circolo Elisa, gestito da un comitato esecutivo composto da 5 membri eletti dall'assemblea dei soci ogni 3 anni, è

affiliato all'organizzazione nazionale ANCeSCAO (Associazione Nazionale Centri Sociali, Comitati Anziani e Orti),

e non usufruisce di alcun tipo di sussidio economico; può svolgere una notevole attività grazie al tesseramento - il costo annuale della tessera è di € 18 - e ai volontari che non sono mai mancati, tutti dotati di particolari competenze che messe gratuitamente a disposizione sono servite e servono a tenere in vita e far funzionare al meglio la preziosa istituzione. «Traguardi e soddisfazioni non sono mancati - conclude Ferro -. Dal suo primo giorno il Circolo, rispettando sempre le disposizioni di legge, non ha mai smesso di operare e attualmente conta circa 380 soci provenienti dalla Val Belluna, dal Longaronese, dall'Agordino, e dal Feltrino. Si avvale della collaborazione di circa 20 volontari che prestano la loro opera durante tutto l'arco dell'anno e di altrettanti collaboratori che intervengono nelle varie iniziative proposte ai soci».

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Violenza domestica e maltrattamenti

Signal for Help... Il segnale per la richiesta di aiuto Il nuovo modo silenzioso di denunciare la violenza domestica Promosso da associazioni sensibili sul tema. il Signal for Help permette di denunciare senza essere visti dall'aguzzino.

Per aiutare le vittime di violenza domestica a denunciare i maltrattamenti subiti in epoca Covid, le associazioni Canadian Women’s Foundation e Women’s Funding Network hanno istituito il Signal for Help. Un gesto che, nella sua semplicità, è capace di salvare parecchie vite. Con lo scoppiare dell’emergenza epidemiologica e il conseguente lockdown, sono drasticamente aumentati gli episodi di violenza domestica e femminicidio. Donne, bambini e di frequente pure uomini si sono ritrovati reclusi nella loro abitazione con i propri aguzzini, isolati dall’ambiente esterno. Secondo quanto indicano le statistiche, nella fase di quarantena Covid si è avuto un incremento del 119 per cento delle chiamate

al numero verde 1522* per lo stalking e la violenza domestica. Tuttavia, spesso chi è vittima di violenza non ha la possibilità di effettuare chiamate, con le quali dovrebbero esplicitare a voce i motivi, rischiando di farsi udire dall’aguzzino e, dunque, di subire ripercussioni. Alla luce di ciò l’associazione Women’s Funding Network (WFN), in compartecipazione con la Canadian Women’s Foundation, ha creato il cosiddetto Signal for Help . La campagna Signal for Help, che sta ottenendo sempre maggiore considerazione sul web grazie al passaparola dei social media e a video esplicativi, ha ideato un segnale

gestuale in grado di salvare parecchie vite. Si tratta di una maniera silenziosa di chiedere aiuto: ad esempio lo si può fare in videochiamata, senza suscitare sospetti nel responsabile dei maltrattamenti. Le fasi gestuali del Signal for Help sono due. La prima consiste nel mostrare il palmo della mano con quattro dita alzate, mentre sul palmo è appoggiato il pollice. La seconda prevede di abbassare le quattro dita, in modo da ‘intrappolare’ il pollice. Il Signal for Help è diventato un simbolo internazionale per denunciare, senza dare nell’occhio, la violenza domestica. È importante continuare a promuoverlo e a farlo conoscere.

*Il 1522 è un servizio pubblico promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Al numero rispondono operatrici specializzate che accolgono le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking. Tratto da : https://notiziariodelweb.com 47


Società, giovani e sport di Nicola Maccagnan

Dal Vesuvio alle Dolomiti "lo Sport unisce". A Mugnai il calcio parla la lingua dell'integrazione.

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er la frazione di Mugnai, all'ombra del Monte Aurin, nella vallata feltrina, il calcio è qualcosa di più di una pratica sportiva. Basta guardare alla storia. Sono passati infatti quasi 70 anni da quel lontano 1954, anno di nascita della Juventina, nome con il quale i fondatori vollero sottolineare come quello dovesse diventare il luogo, fisico e non solo, attorno a cui riunire soprattutto le giovani generazioni (dal latino “iuventus”, gioventù appunto). Una passione, quella sbocciata molti lustri fa, che non si è affievolita nel

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tempo, anzi. La società, passata attraverso le evoluzioni del tempo, è oggi più viva che mai, con uno sguardo che va principalmente in due direzioni: il potenziamento e l'ammodernamento dell'impianto sportivo frazionale e lo sviluppo della pratica sportiva di base, soprattutto da parte, appunto, dei ragazzi e dei giovani. E proprio sull'asse del linguaggio universale del pallone è nato il progetto “Dal Vesuvio alle Dolomiti – lo Sport unisce”, quest'anno alla seconda edizione, che vede protagoniste la Juventina Mugnai

e alcuni ex giocatori del Napoli Calcio oggi allenatori professionisti. Sul tappeto verde, anzi verdissimo dell’impianto di Mugnai, 60 giovani calciatori provenienti da tutto il Bellunese, ma anche da Napoli e persino da Israele, hanno seguito le indicazioni tecniche e tattiche di Antonio Grillo, preparatore dei Portieri, e di Alessandro Renica e Antonio Carannante, nomi e volti noti del “Napoli delle meraviglie” di Maradona, che vinse lo scudetto e si aggiudicò anche una Coppa Uefa. Cinque giorni di fatica e sudore, ma anche di grandi soddisfazioni e di uno sport vissuto all'insegna dell'amicizia e dell'integrazione, come esperienza che fortifica il fisico, ma guarda anche alla formazione della persona. Lo sport insomma, come si sarebbe detto un tempo, anche come scuola di vita, dove nessun risultato o traguardo duraturo viene conseguito senza sacrificio e determinazione. Durante il campus è arrivato a Mugnai, per prendere visione dell’iniziativa e dare alcuni preziosi consigli, anche Maurizio Viscidi, responsabile delle nazionali giovanili di calcio della FIGC, che vivono un momento di ottima salute sportiva.


Società, giovani e sport

Con lui tecnici e ragazzi hanno potuto scambiare impressioni e visioni di gioco, dentro e fuori dal campo. E per la conclusione del Campus non potevano mancare gli osservatori di alcune società professionistiche di serie A, già pronti a scovare qualche talento di domani. Chissà se dal parto verde di Mugnai nascerà in futuro qualche grande campione.

La società Juventina continua intanto il suo lavoro assiduo, che - come detto non riguarda soltanto la parte tecnica e agonistica, ma si estende agli aspetti valoriali e sociali dello sport, con iniziative come quella del premio “Mauro Gorza”, divenuto da anni appuntamento fisso del panorama sportivo provinciale e non solo. E poi nel futuro di medio termine c'è un sogno, o meglio un nuovo progetto:

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realizzare un campo di allenamento in materiale sintetico, adatto alla preparazione intensiva, ma anche a supportare l'attività durante il lungo periodo invernale, magari nevoso, come è accaduto quest'anno. A Mugnai, insomma, la Juventina si accinge a festeggiare i suoi 70 anni di vita con lo spirito e l'entusiasmo di un giovanotto, pronto a nuove ed entusiasmanti sfide!

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Tra storia, folklore e tradizioni di Alex De Boni

IL PALIO DI FELTRE L

e origini del Palio Di Feltre risalgono addirittura al 7 dicembre 1388, in seguito ai violenti conflitti che permisero che permisero al Duca di Milano Giangaleazzo Visconti di entrare in possesso della città che fino allora era rimasta legata alla Signoria dei Da Carrara. Da quel momento, la comunità feltrina decise che ogni anno in quel giorno l’intera città avrebbe dovuto festeggiare l’evento con una solenne funzione in cattedrale o nella Chiesa di Ognissanti e con la corsa con i cavalli di un palio. Il premio, ricordano gli antichi statuti, era di 15 ducati d’oro. Il Palio venne spostato ad agosto solo a partire dal 1402, in corrispondenza dell’improvvisa morte per peste del Duca Visconti. In quell’occasione la Serenissima di Venezia fu abile ad ottenere la spontanea annessione della città creando le basi per uno dei più potenti stati italiani dell’epoca rinascimentale. Era il 15 giugno 1404 quando avvenne l’atto ufficiale di donazione di Feltre a Venezia, così come narra lo storico feltrino Antonio Cambruzzi, sulla pubblica piazza dinanzi a tutti gli ordini della città. Per l’occasione, Vittore Muffoni, a nome di tutta la cittadinanza, consegnò la città a Bartolomeo Nani, ribadendo che l’atto avveniva per volontà unanime di tutti i feltrini e che Venezia si sarebbe impegnata a rispettare tutti i cittadini nei loro gradi, onori e prerogative, accettando al tempo stesso gli statuti di Feltre. Il Nani promise in nome della Repubblica di rispettare gli accordi presi e ricevette quindi dalle mani di Vittore Muffoni le chiavi della città ed il bastone bianco, segno del dominio. Allo scopo di garantire il ricordo di tale accordo alle generazioni future, con pubblico decreto si fissò che negli anni successivi, il 15 agosto, si svolgesse una processione di tutti gli ordini della città e si corresse un palio di 15 ducati d’oro. Il Palio che si svolge

a Feltre dal 1979 ogni prima domenica di agosto mira a ricordare proprio gli avvenimenti sopra descritti. Il drappo che viene consegnato ancora oggi al quartiere che vince il palio fu originariamente cucito nel 1979 dalla sarta Luigia Zaetta e ideato da Marula Tarricone, l’artista feltrina che ha anche disegnato i primi costumi storici, le bandiere e le insegne. Nel drappo vi è raffigurato anche l’emblema civico che riporta su cartiglio il motto della Città di Feltre in latino: «QUAE SIMILIS HUIC OPPUGNATA FORTIOR DEPOPULATA PLENIOR ET LAURIS CORONATA» (Quale Città può essere simile a Feltre? Espugnata è diventata più forte, distrutta risorse ancora più popolosa ed è coronata d’alloro). Dal 1980 al 1985 il Palio è stato svolto senza la gara dei cavalli, perché ancora mancava una un sito adatto per la gara equestre. Nel 1986 venne individuata ed attrezzata l’area verde in Prà del Moro che da quell’anno ancora oggi ospita la corsa dei cavalli. Per comprendere l'importanza di questo corteo è bene ricordare che Feltre fu divisa in quartieri nel XIV secolo, quattro in tutto, ognuno controllato da una famiglia

patrizia, ciascuno con i propri simboli e colori.

I QUATTRO QUARTIERI:

Castello, comprende la parte nord orientale della città da Piazza Maggiore al Castello di Alboino, è attribuito ai nobili Gazza e la sua arma è“d'Azzurro al leone d'oro”. Duomo, "Arma d'Azzurro con fascia d'oro, caricata in punto d'onore di una stella a otto punte d'oro e di tre bande dello stesso colore in punta”, comprende la parte sud occidentale di Feltre dalle mura di porta Pusterla al borgo attorno alla Cattedrale di San Pietro. Port'Oria, ha l' Arma d'oro all'aquila spiegata bicipite di nero dell'Impero. Il quartiere prende il nome dall'antica porta cittadina che guarda ad oriente. Nel suo territorio,sullo sperone roccioso del monte Miesna, si erge il santuario, eretto dai crociati nell'XI secolo, dei santi Vittore e Corona martiri, patroni della città. Santo Stefano, della famiglia Dal Corno, che possedeva un palazzo in via Mezzaterra, ha l'Arma di “rosso al corno da caccia d'oro”. Prende il nome dall'antica chiesa demolita nel 1800.

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Tra storia, folklore e tradizioni di Alex De Boni IL PALIO DI FELTRE

Eugenio Tamburrino, il

Presidente

Dopo un anno di stop forzato causa pandemia, ad agosto tornerà la magia del Palio di Feltre che dal 1979 rievoca il passaggio sotto la Serenissima avvenuto il 15 giugno 1404. A presiedere l'ente palio dal 2019 è Eugenio Tamburrino che in esclusiva ci racconta il dietro le quinte dell'organizzazione di un evento così importante di caratura nazionale.

H

ai preso le redini del Palio in un momento economicamente molto difficile, cosa ti ha spinto ad accettare il ruolo e cosa ti ha dato fiducia di poter risollevare la situazione? Come tutte le manifestazioni all’aperto il Palio di Feltre è fortemente condizionato dal meteo: una giornata di pioggia battente può spazzare via, oltre al lavoro di tantissimi volontari, anche gli investimenti fatti per organizzare l’evento. Purtroppo negli anni qualche situazione di questo genere si è verificata e quindi al momento in cui, a inizio 2019, i Soci avevano sondato una mia disponibilità a ricoprire l’incarico, le casse segnavano un passivo non trascurabile. Credo che in quel momento il mondo del Palio abbia avuto una piccola svolta: da una parte siamo riusciti a creare un Direttivo di persone che hanno

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messo a disposizione il loro tempo e le loro energie e che a loro volta hanno poi “trascinato” nell’impresa molti volontari, senza i quali nulla sarebbe realizzabile. Dall’altra, i Soci hanno dato prova di unità e compattezza e di fiducia nei nostri confronti, azzerando i debiti e permettendoci di ripartire con una nuova spinta. Da lì in avanti davvero tra Direttivo, Soci e Volontari abbiamo imparato a fidarci l’un l’altro, facendo le cose insieme, pur nel rispetto dei ruoli. Il Palio è innanzitutto una revocazione storica di un momento importante per la città e per il territorio. Senti la responsabilità di tramandare queste nozioni alle nuove generazioni? Il Palio ha davvero tanti significati al suo interno, quello di tramandare le tradizioni, quello agonistico e competitivo, quello di appartenenza territoriale e così via. È davvero, paradossalmente, un evento che, pur dividendo la Città in quattro quartieri in competizione, la unisce, intorno alle attività del Palio. Ecco, questo aspetto “sociale” è tra quelli che al Direttivo stanno più a cuore e proprio

per questo ci siamo tanto spesi per trovare i modi migliori per comunicare con le nuove generazioni e trasmettere anche ai più giovani l’amore per questo mondo. Si è trattato, ovviamente, di modificare il linguaggio, senza toccare la sostanza. Ecco quindi che abbiamo dato vita alla Ludoteca Medievale per i più piccoli, all’album di figurine, a laboratori nelle scuole e, più recentemente, ad un percorso che ha portato le sfide del Palio sul videogioco Minecraft. Come dicevo, nuovi linguaggi che non fanno perdere di vista il messaggio del Palio, anzi aiutano ad amplificarlo ancor di più. Lavorare per un evento simile non è un impegno da poco, potremo azzardare che è una sorta di lavoro vero e proprio? È certamente un impegno molto gravoso, in cui si sente forte la responsabilità di portare avanti nel migliore dei modi un’eredità di quasi cinquant’anni, fatti del sudore e delle fatiche di molti altri che ci hanno preceduto. Nonostante la fatica e le ore di sonno perse, quello che solleva molto sia me che il Direttivo è il fatto di avere tantissimi “compagni di avventura” che con entusiasmo dividono con noi le difficoltà, le nottati insonni e l’attesa per l’evento. A tutti i volontari del Palio va sempre il nostro primo grazie. I numeri da record del Palio. I numeri sono davvero impressionanti, per


Tra storia, folklore e tradizioni una manifestazione che coinvolge davvero tutta la città. Basti pensare ai quasi mille volontari che tutto l’anno sono attivi, con ruoli diversi e ovviamente un coinvolgimento differente per ciascuno, nell’Associazione Palio di Feltre, nei quattro Quartieri e nel Gruppo Sbandieratori Città di Feltre. O alle oltre settecento persone che sfilano nel corteo della domenica. Nei tre giorni del Palio superiamo i quindicimila spettatori, generando un indotto economico a cinque zeri, quasi totalmente spesi nel territorio. Durante quest’inverno ho incontrato diversi artigiani, commercianti e libero professionisti che mi hanno confermato che la mancanza del Palio 2020 si è fatta sentire sui loro conti. Se pensiamo che tutto questo parte dal volontariato, che anima tutti noi dell’Associazione Palio, dei Quartieri e del Gruppo Sbandieratori cittadino, è davvero qualcosa di eccezionale.

Qual'è secondo te il segreto del Palio per continuare ad essere un evento attrattivo? Proprio quello di unire in sé tanti significati, come dicevamo prima, e quello di assolvere alla funzione di ‘collante’ nella società, unendo anche generazioni diverse, che è una cosa ormai sempre più rara. Il palio si può considerare un’ attività di promozione nazionale e non solo? Certamente il Palio è davvero un ‘biglietto

da visita’ importante per la Città. I nostri cinque gruppi sbandieratori e musici quando vanno in giro, spesso all’estero, portano fieri il nome di Feltre e fanno conoscere la nostra realtà ben oltre i nostri confini. C’è poi un’attività più “istituzionale”, svolta dall’Associazione Palio Città di Feltre, che ci ha visto stringere solidi legami con il Comune di Venezia, con le altre città venete sedi di manifestazioni storiche e anche con quelle di tutta Italia che disputano un Palio, realtà con cui il dialogo è continui e costruttivo. Cosa ci dobbiamo aspettare per l'edizione 2021? La situazione legata al covid sicuramente limiterà, in quei giorni, la dimensione della socialità per come la conosciamo, per esempio limitando gli ingressi alla manifestazione, cosa che sarà compensata da uno streaming gratuito. È di sicuro una situazione difficile, che per esempio ha spinto tanti altri Palii in Italia ad alzare bandiera bianca per il secondo anno di fila, ed effettivamente non credo che in questo caso ci sia una scelta “giusta” o “sbagliata”. Noi abbiamo però scelto in maniera differente, cercando, pur con tutte le difficoltà del momento, di salvaguardare il lavoro oscuro che nei Quartieri e nell’Associazione Palio viene svolto durante tutto l’anno. È questo che ci fa davvero pensare che sarà un Palio diverso, ma un Palio davvero bellissimo, simbolo di rinascita. Per il futuro quali sono gli elementi su cui bisogna lavorare per garantire questo tipo di impegno.

Di sicuro la storia della manifestazione ci insegna che è molto legata alle contingenze del momento, per esempio alla disponibilità di tempo del Direttivo, alla sua capacità di intessere relazioni efficaci e di gestire con efficacia le tante sollecitazioni che arrivano dall’esterno e dall’interno. Il futuro, secondo me, è riuscire ad avere una struttura “tecnica” più stabile, che affianchi in maniera professionale gli organi politico-dirigenziali come il Direttivo, per loro natura invece destinati a succedersi. Proprio la presenza di una parte tecnica che non cambia da un mandato all’altro, consentirebbe di lavorare con più agio e darebbe l’opportunità di sgravare il Direttivo dalla gestione ordinaria, potendosi così concentrare su progetti e visioni di più ampio respiro, che possano far fare il salto di qualità all’Associazione e all’evento.

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Il Palio di Feltre

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Il personaggio di Alessandro Caldera

Mario Corso, il genio incompreso

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ssere fraintesi, non essere compresi e apprezzati appieno, è l’inesorabile sorte dei geni, dei rivoluzionari. Tutto questo implica molto spesso, sportivamente parlando, una disarmante discontinuità che porta ad essere tacciati di “menefreghismo” o eccessiva svogliatezza. Il protagonista di oggi incarna meravigliosamente quanto descritto, al punto di poter essere designato come l’archetipo per il calcio italiano. Stiamo parlando di Mario Corso, veneto di nascita ma milanese di adozione, e questa è la sua storia. Cresciuto calcisticamente in una piccola squadra locale, la Audace San Michele, si legò all’Inter in un afoso pomeriggio del 20 giugno 1958, ancora ampiamente minorenne. L’esordio avvenne all’età di 16 anni e 322 giorni in una partita di Coppa Italia, vinta dai meneghini con il risultato di 3-0, bottino frutto anche di un gol dello stesso Mario che, proprio grazie a quella marcatura, è tutt’oggi il più giovane rea-

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lizzatore della storia nerazzurra. Il primo centro, dei 75 totali in Serie A, arrivò invece poco dopo in una partita disputata contro il Bologna. Ora però è bene parlare di un uomo il cui rapporto con Corso era totalmente ambivalente, ossia Helenio Herrera. L’allenatore spagnolo, ingaggiato da Angelo Moratti nel 1960, era perfettamente consapevole dell’imprescindibilità del talento veronese nel suo scacchiere, ma allo stesso tempo non tollerava il suo atteggiamento. Ad ogni sessione di mercato il tecnico ne esigeva la cessione, cosa che puntualmente non si verificava per via della passione che il presidentissimo, e la consorte Erminia, avevano nei suoi

confronti. A tal proposito sono celebri le parole della donna che affermava di non recarsi a San Siro esclusivamente per lui “ma [che] se c’era lui ci andavo più volentieri, ero certa che mi sarei divertita”. In effetti era difficile non innamorarsi del suo genio calcistico, uno stile di gioco inusuale, basato su una tecnica sopraffina che lo portava a compiere sventagliate millimetriche per i compagni. Proprio questa sua capacità nel far viaggiare la palla piuttosto che sé stesso, lo portò ad essere simpaticamente criticato dall’indimenticabile Gianni Brera, che lo rimproverava di essere molto parsimonioso nel dispendio di energie nel corso delle partite. Allo stesso tempo, però, il compianto giornalista lombardo ne sottolineava la qualità affermando come Corso fosse l’unico giocatore meritevole di un confronto con Rivera, la cui eccezionale classe fu riconosciuta poi a livello mondiale con la conquista del “Pallone d’oro” dell’anno 1969. Mario tale riconoscimento non lo ottenne mai, a differenza del suo idolo Omar Sivori, un calciatore al quale si ispirò moltissimo al punto di replicarne


Il personaggio persino l’abitudine di indossare, in campo, i calzettoni molto bassi . Il suddetto fenomeno argentino, naturalizzato poi italiano, ricevette il premio nel ‘61 durante la sua militanza nella Juventus ma, avendo ottenuto la cittadinanza del nostro Paese solo in un secondo momento, non è ricordato come il primo giocatore italiano a raggiungere tale traguardo, cosa che venne per l’appunto riconosciuta al già citato Rivera. Nel palmarès di Corso, come riportato, manca il “Pallone d’oro”, il premio personale forse più ambito da qualsiasi calciatore. Il centrocampista azzurro riuscì comunque ad ovviare ottimamente a tale mancanza con quattro campionati italiani e soprattutto con due coppe dei Campioni, conquistate consecutivamente nel ’64 e ’65 da protagonista indiscusso. L’importanza di Mario nell’Inter è testimoniata ad esempio dalle parole di Carlo Tagnin, suo compagno durante il periodo all’ombra del Duomo, il quale affermò: «Quando

Suárez era in forma sapevamo di non perdere, ma quando Corso era in forma sapevamo di vincere.» Paradossalmente questo enorme successo con il club nerazzurro non trovò una corrispondenza con la maglia della nazionale, un rapporto che può tranquillamente essere definito travagliato. In azzurro si ricordano due episodi: il primo che di fatto compromise tutta la sua esperienza, sarebbe legato ad un gestaccio rivolto all’allenatore Giovanni Ferrari, reo di averlo escluso dai convocati per il Mondiale, catastrofico, del 1962. Il secondo invece è relativo ad una prodezza realizzata nella partita Israele-Italia del medesimo anno, una prestazione sontuosa nella quale l’allenatore avversario dovette scomodare, senza alcun intento blasfemo, persino la figura di Dio per descrivere le abilità del centrocampista: «Siamo stati bravi ma ci ha battuto il piede sinistro di Dio». Purtroppo Mandrake, questo fu il suo sopran-

nome, oggi non c’è più: nel 2020 un male se lo è portato via, lasciandolo morire in silenzio come tanti, un giocatore che come tanti non era sicuramente, ma che a causa di luoghi comuni ed etichette non è mai stato apprezzato come meritava.

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Società oggi di Alice Vettorata

Wunderkammer, le camere delle meraviglie Avere una connessione internet, soprattutto in questi ultimi mesi caratterizzati dall’impossibilità di uscire dalle abitazioni, ha sopperito alla necessità di essere curiosi. Evadere per qualche giorno dalla casa che ci protegge durante l’anno non è stato possibile. Solo grazie a espedienti come la lettura, la visione di serie tv e film, hobby e per l’appunto internet, abbiamo potuto esplorare altre realtà differenti dalla nostra. Abbiamo salvato foto, sottolineato paragrafi che ci hanno sfiorato delle corde più sensibili, ricordato battute di film da citare durante una conversazione.

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a pratica di voler conoscere il mondo e volerne tenere un pezzo per noi, collezionandolo come ricordo e testimonianza non è sicuramente una peculiarità del nostro tempo. La conferma più eclatante di questo fenomeno la troviamo nel Cinquecento con le Wunderkammer; le camere delle meraviglie. A queste stanze colme di oggetti insoliti scovati in tutto il mondo viene spesso attribuita la paternità dei musei, poiché raccoglievano beni che in un secondo momento sono divenuti protagonisti delle prime mostre organizzate. Una delle

differenze che divide le Wunderkammer dai musei è il fatto che questi ultimi sono destinati a qualsiasi fascia di pubblico interessato, mentre le antenate venivano organizzate da aristocratici o ecclesiastici

e destinate spesso solo per gli appartenenti degli stessi ceti sociali. Per questo motivo troviamo le Wunderkammer più note e fornite in Germania, Austria e Italia, realtà con governatori dediti all’arte e alle scienze. La prima fu quella creata da Ferdinando II Arciduca d’Austria nel Castello di Ambras a Innsbruck. Tra gli elementi inseriti, molti dei quali ora esposti Kunsthistorisches Museum di Vienna, si trovano animali impagliati, coralli e conchiglie, strumenti scientifici, dipinti raffiguranti persone portatrici di deformità o condizioni rare. Questi ultimi

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Società oggi furono molto noti, tanto da far attribuire il nome “Sindrome di Ambras” alla ipertricosi, una condizione che affliggeva Pedro Gonzales, protagonista di una delle tele della selezione dell’Arciduca. L’esposizione, della quale ci rimane testimonianza grazie a un catalogo, venne organizzata suddividendo gli oggetti in base al loro materiale di realizzazione, senza ulteriori criteri. Motivo per il quale non è possibile definire ‘musei’ queste collezioni. Le Wunderkammer iniziarono poi a seguire nuovi parametri, che consentirono di dividere ciò che veniva esposto in Naturalia, Exotica e Artificialia, rispettivamente elementi naturali, oggetti provenienti dai territori lontani e manufatti realizzati dall’uomo. La caratteristica che accomuna i tre canoni è il loro fine: suscitare meraviglia e stupore, tratto distintivo del periodo Barocco. In Italia il corrispettivo delle Wunderkammer furono gli studioli,

piccoli spazi privati nei quali gli aristocratici potevano ritirarsi. Alcuni celebri sono quelli di Isabella d’Este, che collezionò numerose opere d’arte tra le quali una di Michelangelo e di Francesco I de ’Medici’, il quale seguì un rigido programma iconografico basato sui quattro elementi naturali legati al mondo alchemico. Ciò che ora rimane come testimonianza di questi spazi, come accaduto per la Wunderkammer di Ambras, sono i cataloghi contenenti le rarità presenti nelle collezioni, ora sparse in vari musei. L’influenza che hanno avuto permise al naturalista Ulisse Aldrovandi di realizzare il primo museo

di storia naturale acquisendo Naturalia da Wunderkammer smembrate. Artisti contemporanei come Damien Hirst e Jannis Kounellis ora si basano sull’estetica delle camere delle meraviglie per creare le loro opere. Ciò che noi oggi continuiamo a fare come i creatori delle Wunderkammer e studioli è catalogare ricordi. Ciò che non dobbiamo smettere di fare è meravigliarci.

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Sulle strade della provincia di Walter Laurana

In BICICLETTA al MUSEO Lombardia e Veneto ospiteranno la venticinquesima edizione dei giochi olimpici invernali in calendario nel 2026. La Regione Trentino Aldo Adige sarà protagonista di alcuni eventi ma il centro, il motore, sarà la Perla delle Dolomiti, Cortina d'Ampezzo, paese di circa seimila abitanti in provincia di Belluno, che ha già ospitato i giochi olimpici nel 1956, e lo scorso febbraio le gare dei campionati mondiali di sci alpino. Ma questa perla a 1210 metri di altitudine nella conca dell'alta valle del Boite, non è solo neve e ghiaccio.

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l 30 maggio scorso sui tornanti che da Sacile salgono a Cortina si è giocata una carta fondamentale per la conquista della Maglia Rosa del Giro ciclistico d'Italia. La vittoria per distacco è andata al colombiano Egan Bernal che, staccando Bardet e Caruso, ha praticamente messo il sigillo al giro. Lungo il percorso il tifo, compatibilmente con le restrizioni da Corona virus, è stato appassionato ed esaltante. Nessuna sorpresa, qui la passione per la bicicletta è storia. La storia di Sergio Sanvido (1928-2015) un uomo che ha dedicato tutta la vita alle due ruote da corridore con nel palmares alcune corse dal 1946 al 1949, gli anni d'oro di Coppi e Bartali, poi, appesa al chiodo la propria bicicletta, si è dedicato alla riparazione e vendita delle due ruote. La sua passione è iniziata già a 14 anni

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quando iniziò a lavorare come meccanico presso un ditta di trasporti. Negli anni 70 travolto dalla passione, ha scoperto di essere collezionista e ha iniziato l'acquisto di biciclette in tutto il mondo. Il 29 giugno del 1997 la decisione di organizzare nella propria casa a Cesiomaggiore paese di quasi 4mila abitanti tra Feltre e Sedico, un Museo. Il Museo per singolare quanto voluta coincidenza, si trova in Contrada Anquetil grande Jacques, ciclista vincitore di cinque tour de France, il giro d'Italia e la Vuelta. Tuttavia, dovendo scegliere un personaggio a cui dedicare la struttura, Sergio Sanvido ha pensato al veneziano Toni Bevilacqua campione nato a Santa Maria di Sala nel 1918 e morto a Venezia nel 1972. Bevilacqua è un grande campione non solo per i veneti ma per tutti gli appassionati di ciclismo. Ha

collezionato in carriera una trentina di vittorie su strada e fra tutte la Parigi Roubaix del 1951 e 11 tappe del Giro d'Italia negli anni ruggenti di Coppi fra il1946 e il 1955, aggiudicandosi nel 1950 il Campionato italiano su strada e lo stesso anno la crono coppie del Trofeo Baracchi in coppia con Fiorenzo Magni. E' stato campione del mondiale su pista nell'inseguimento individuale nel 1950 e 1951. Una vita da campione delle due ruote finita tragicamente nel 1972 a soli 53 anni, a causa di un banale incidente: durante un allenamento su strada con due giovani ciclisti, di passaggio a Martellago, in provincia di Venezia, urtò accidentalmente una ragazza che stava a bordo strada, scivolò, cadde, batté violentemente la testa sull'asfalto.


Sulle strade della provincia

Sul luogo dell'incidente gli è stata dedicata una lapide commemorativa. Con grande generosità Sergio Sanvido ha infine donato il Museo al Comune di Cesiomaggiore che nel 2007 ha provveduto ad una nuova sistemazione. Il Museo ripercorre tutta a storia invenzione, a partire dal pezzo più antico, un celerifero francese del 1791, accompagnato poi dai successivi bicicli italiani, inglesi, francesi e americani dell’Ottocento. A testimonianza dell'importanza sociale

del mezzo ci sono poi le biciclette usate per lavoro: quella del vigile del fuoco inglese, del postino svizzero, del tostatore di caffé, del fotografo ambulante. Come si vede, la bicicletta non era solo divertimento sportivo era un mezzo di trasporto molto ambito e costoso; è del 1948 il celebre film "Ladri dibiciclette" diretto da Vittorio De Sica. Fra le tante biciclette presenti nel Museo, ci sono quelle appartenute a campioni sportivi come quelle leggendarie di Coppi e Bartali, esposte accanto a quelle di Moser, Saronni e Pantani. Meritano attenzione anche gli interessantissimi dettagli di alcune biciclette d’epoca: fanali con candele, selle arieggiate, scopini sui parafanghi e molto altro. Nel Museo non ci sono solo biciclette, ma anche numerosi cimeli, accessori, foto, magliette, vecchie copertine - quelle disegnate da Beltrami per la “Domeni-

dalla riva Paola Antoniol

ca del Corriere” - dedicate al ciclismo. Grazie a Sergio Sanvido, oggi Cesiomaggiore è conosciuto come il Paese del ciclismo.

Per visite guidate e informazioni contattare: Associazione Isoipse 331 1336995, oppure Biblioteca comunale di Cesiomaggiore 0439 43480

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Uomo, nature e ambiente di Armando Munaò

GIORNATA MONDIALE DEGLI OCEANI Per riflettere in merito allo sfruttamento dei mari a causa del consumo alimentare

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’8 giugno è stata la Giornata mondiale degli oceani. L’evento è stato istituito dall’Onu per fare luce sulla fragilità del sistema marino e per indurre a una riflessione collettiva in merito alla nostra interazione con esso. L’obiettivo è di raggiungere la tutela del 30% dei mari entro il 2030. Il consumo eccessivo di pesce e le attuali politiche della pesca, dati alla mano, rappresentano la principale minaccia per gli abitanti del mare. Secondo i più recenti dati Fao, circa il 34,2% degli stock ittici viene pescato a livelli biologicamente non sostenibili. Nel 1970 questa cifra si attestava intorno al 10%. Secondo l’ex direttore generale della Fao, Josè Graziano da Silva, “dal 1961 ad oggi la crescita annuale globale del consumo di pesce è stata il doppio della

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crescita demografica”. Se nel 1961 il consumo pro capite annuo di prodotti ittici a livello mondiale era di soli nove chilogrammi, oggi supera i venti. Per fare il punto della situazione abbiamo posto alcune domande al naturalista Gabriele Bertacchini, autore del libro “Il pesce è finito – lo sfruttamento dei mari per il consumo alimentare” (Infinito edizioni), uscito di recente in libreria. Come spiega questo aumento nei consumi? Nel corso del Novecento abbiamo costruito sistemi di conservazione (pensiamo alle celle frigorifere e a quando sono arrivate) e sistemi di trasporto che hanno tolto al pesce il connotato territoriale. L’utilizzo dei prodotti ittici non è più legato alla reale disponibilità di un luogo quanto ad una domanda basata su mode e disponibilità di natura economica. Il

loro consumo si inserisce poi all’interno di un sistema più ampio che abbiamo messo in piedi e che definirei “perverso”. Tale sistema non segue le leggi naturali, fatte di tempi di riproduzione, andamenti stagionali e periodi di pausa, quanto quelle del mercato. Da qui un “vecchio” paradosso che ritorna attuale ogni volta che si applica la parola crescita a delle risorse finite e potenzialmente esauribili, se anche considerate “rinnovabili”. Quali sono le specie maggiormente minacciate? Bisogna differenziare le diverse zona di pesca, in quanto una specie potrebbe essere “abbondante” in un’area e ridotta all’estremo in un’altra. Il merluzzo nordico, ad esempio, già negli anni ’80 e ‘90, ha subito un collasso zona dei Grandi Banchi di Terranova. Più di recente l’ha subito nella zona del Baltico Orientale,


Uomo, natura, ambiente mentre in prossimità delle isole Svalbard è più abbondante. Comunque, in generale, possiamo dire che tutte le specie più commerciali, quelle che per prime ci vengono in mente, con particolare riferimento a quelle di maggiori dimensioni, non se la passano troppo bene. A livello globale, in soli sessant’anni, abbiamo aumentato il consumo di tonno (a cui appartengono più specie) del 1000%. Su centosessantatrè specie di cernie, venti sono a rischio di estinzione. Secondo l’Ong Oceana, il pesce spada, nel Mediterraneo, è diminuito del 70% in poco più di trent’anni. Il nasello presenta un tasso di sovrasfruttamento di 5,5 volte superiore a quello sostenibile con picchi che superano dieci volte il livello di sfruttamento sostenibile nel Mediterraneo occidentale. E ancora Verdesca, Palombo, Smeriglio, Anguilla, Rana pescatrice….L’elenco è davvero molto lungo. E quali sono le problematiche associate ai moderni attrezzi da pesca? Il primo problema è che spesso non sono selettivi, finendo per intrappolare anche specie protette da normative internazionali (pensiamo a tartarughe o

cetacei). Quelli “industriali” sono stati pensati per catturare con facilità quanti più pesci o prodotti ittici, non per rispettare il mare. In alcuni casi, ma bisogna differenziare caso per caso, possono catturare anche il doppio rispetto la specie target per la quale si è usciti in barca. In secondo luogo, pensiamo alle reti a strascico o alle draghe turbosoffianti, possono rovinare l’ecosistema marino. Le prime, con il loro grattare, rimuovono ad esempio i sedimenti, liberano carbonio e rendono l’acqua torbida; le seconde, fanno perdere la consistenza originaria ai fondali sabbiosi nei quali vengono utilizzate, finendo per alterare la fertilità del mare. Infine, sebbene esistano già soluzioni meno durevoli non molto usate per via dei costi più elevati, sono fatte di materiali che possono restare nei mari per più di cinquecento anni, continuando così la loro opera annientatrice. L’Unione europea stima che circa il 20% delle attrezzature da pesca impiegate in Europa venga disperso in mare E le possibili soluzioni percorribili? Ci sono soluzioni che possono partire “dall’alto” e altre “dal basso”, le due cose devono andare di pari passo. Pensando ai consumatori, se anche può sembrare scomodo e impopolare, bisogna ridurre

prima di tutti i consumi. In questo campo non ci possono essere scorciatoie. Come ho scritto nel mio ultimo libro “la natura non può essere fregata con dei giochi di prestigio, seppure ben eseguiti”. Nel 2003, un italiano, consumava in media poco più di ventuno chilogrammi di prodotti ittici. Oggi siamo vicini ai ventinove. L’aumento dei consumi che si è verificato in questi vent’anni ci sta facendo vivere così meglio? Poi bisogna ridurre gli sprechi. La filiera è fatta di molteplici passaggi e anche il consumatore ha delle responsabilità. Il 35% del cibo che una famiglia italiana butta via è riconducibile a prodotti ittici. Se si desidera mangiare del pesce è fondamentale differenziare quello che si acquista, rispettando la stagionalità del mare e non domandando sempre gli stessi prodotti. Infine, penso sia importante “premiare” chi se lo merita. Sono convinto che, per quanto se ne dica, le nostre scelte e i nostri pensieri siano in grado di disegnare il mondo di domani. Vivere in un mondo globale richiede di pensare in modo globale, ed è forse questa una delle maggiori sfide ambientali a cui siamo chiamati.

Note sull’autore Il Dott. Gabriele Bertacchini è un divulgatore ambientale. Dopo la laurea in Scienze naturali e un master in comunicazione ambientale, nel 2006, fonda AmBios, azienda specializzata in educazione e comunicazione ambientale. Collabora con molti enti sul territorio nazionale. Ha all’attivo oltre duemila incontri pubblici tra conferenze e momenti formativi. Ha pubblicato: Il mondo di cristallo (2017); L’orso non è invitato (2020); Il pesce è finito (2021).

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Dalla parte del consumatore di Alice Rovati*

Indagine di Altroconsumo

L’acqua del rubinetto è buona, sicura e controllata.

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confermarlo è l'inchiesta-indagine di Altroconsumo che ha analizzato ben 400 parametri (tra i quali durezza, residuo fisso, sodio, nitrati, metalli pesanti, pesticidi, solventi, disinfettanti) sull’acqua prelevata dalle fontanelle di 35 citta’ italiane e ha dimostrato che la scelta di prediligere l’acqua pubblica e’ sicura. Tutti i valori delle realta’ considerate risultano ampiamente al di sotto dei limiti di legge (90% delle fontanelle con giudizio buono ottimo, con Trento al top ed una sola insufficiente) e la scelta di rinunciare all’acqua in bottiglia risulta la piu’ sostenibile, perche’ permette di evitare circa 17 kg di rifiuti di plastica per persona all’anno. Spesso la contaminazione da pesticidi viene utilizzata come argomento di “sospetto” nei confronti dell’acqua di rubinetto. Ma su ben 374 pesticidi ricercati, in soli due casi abbiamo riscontrato

tracce minime, con valori molto al di sotto del limite di legge: a Palermo e Torino (rispettivamente, 0,028 μg/l e 0,07 μg/l di antiparassitari totali, a fronte di un limite di 0,5 μg/l). Non solo, l’acqua pubblica italiana, che nell’85% dei casi arriva da falde profonde - più protette da contaminazioni rispetto a quelle superficiali, o rispetto a fiumi e laghi - ha mostrato caratteristiche paragonabili a quelle delle acque in bottiglia. Sembra che a livello nazionale e globale si stia prendendo sempre più coscienza del valore dell’acqua e delle nostre preziose risorse di “oro blu”. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza post-Covid ha previsto investimenti anche per le reti idriche del Paese; reti che sprecano ancora troppa acqua a causa delle cattive condizioni dell’infrastruttura e che necessitano di importanti interventi poco sostenibili dalle gestioni

comunali, spesso “in economia”; senza considerare che in alcune aree del Paese non ci sono ancora impianti di depurazione delle acque reflue. Rispetto alla tutela della nostra salute, nella nuova Direttiva europea sull’acqua potabile è stata finalmente prevista l’analisi di nuovi parametri, tra cui perturbatori endocrini come i Pfas, noti per l’inquinamento di una falda in Veneto ricondotto all’industria chimica Miteni: 15 manager della società sono stati recentemente rinviati a giudizio per avvelenamento delle acque e non solo. In futuro, verranno inoltre monitorati sistematicamente anche il batterio della legionella e le microplastiche. Pur non essendoci ancora limiti e metodo di analisi definiti, abbiamo voluto vedere com’è la situazione attuale: nessuna traccia dei 21 Pfas ricercati in cinque città (Verona, Venezia, Firenze, Milano, Roma); anche la legionella non era presente nelle città dell’inchiesta. Diverso, invece, il discorso per le microplastiche. Questi contaminati, che potrebbero provenire da fattori esterni sia nell’acqua pubblica che in quella in bottiglia, sono stati trovati in tutti i campioni analizzati. Altroconsumo ritiene fondamentale introdurre l'analisi delle microplastiche tra quelle di routine effettuate dai laboratori e di comunicare alla popolazione i risultati.

*La dott.ssa Alice Rovati, docente di diritto, è rappresentante provinciale di Altroconsumo - Trento e membro del Consiglio di Altrocunsumo.

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Personaggi di ieri e di oggi di Monica Argenta

I fratelli Cortina

e la loro natia Trichiana, Paese del Libro. Sulla sinistra Piave della provincia di Belluno c'è un paese che accoglie abitanti e turisti con il cartello “Trichiana. Paese del Libro”. Già questo, assieme alla bellezza naturalistica del luogo, basta ad immergerci in atmosfere fiabesche.

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a è nella poesia e nella storia reale che a Trichiana si intrecciano invece le vicende di una migrazione locale, di un successo che un cartello stradale non può sintetizzare. Ma partiamo dall'inizio, i primi anni del 1900. Emigrare non è mai facile, ma quando hai a che fare con Elisa Sandon, balia natia di Trichiana a servizio a Milano, anche il miracolo può accadere. Madre di tre figli maschi, nonché zia di tanti nipoti a cui dare amore, speranza e un futuro migliore, in pochi anni ospita e si prende cura nella capitale lombarda di tutta la sua discendenza. Angelo Aldo, il suo primogenito che tutti chiamano semplicemente Aldo, sente su di lui tutta la responsabilità e inizia da giovanissimo a darsi da fare, anche

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se il suo cuore lo portava verso la pittura. Di fatto, lui era bravo a disegnare e anche durante la campagna in Russia della Seconda Guerra Mondiale aveva fatto tanti ritratti a commilitoni e ufficiali. Ma capisce che tornado a Milano nel dopoguerra c'è da rimboccarsi le maniche e cercare un lavoro pratico: inizia come fattorino di una libreria. Nel 1946 lo si vede in giro con il suo triciclo e valigia di alluminio a vendere libri usati, dispense agli studenti e presto apre la sua prima piccola libreria proprio davanti a Ca Granda, l'ospedale maggiore milanese. La vicinanza con l'ospedale caratterizzò l' indirizzo medico della libreria che in pochi anni divenne punto di riferimento anche per altre facoltà universitarie. Il “giro” d'affari cresceva parallelamente al sempre maggior numero di immatricolazioni universitarie e si creò l'opportunità per tutti e tre i fratelli e anche per i cugini di prosperare in questa impresa di famiglia. Mario, il secondogenito, affiancherà tutta la vita le imprese di Aldo, dedicando con fraterna tenacia la propria vita all'impresa di famiglia. E poi c'era anche Renzo, l' ultimogenito di Elisa, caratterizzato da una personalità estroversa ed avventurosa. Lui durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale fu partigiano, combatté a Belluno e nell' ex Jugoslavia e fece due anni di carcere. Tornato alla vita civile, passati alcuni anni nella natia provincia bellunese, pur appoggiando il lavoro del fratello, decise di distaccarsi e aprire una sua libreria a Pavia. Intanto, tra cugini e cognati si aprivano altre librerie

Cortina in tutte le città del Nord, come a Torino, Verona, Padova. Ancora oggi le librerie Cortina sono a Milano un istituzione per il mondo universitario: punti vendita davanti alla Statale, al Politecnico e alla Bicocca. Ma torniamo al passato. Renzo Cortina ,tornato a Milano , alla libreria Cavour affiancò una galleria d'arte. E seppe gestire, dar spazio e complicità non solo al fratello maggiore sempre più dedito alla pittura ma ad innumerevoli artisti. La galleria ospitò personaggi del calibro di Warhol, Kerouac, Moravia, Fellini, Lolllobrigida, Gassman...divenne presto il riferimento per contatti e scambio di idee che modellarono la Milano dei decenni successivi. Ma i fratelli Cortina non si dimenticarono mai delle loro origini. Come principali librerie indipendenti, nel 1971 donarono


Personaggi di ieri e di oggi un numero cospicuo di libri al paese di Trichiana affinché si potesse istituire una biblioteca pubblica. Tutt'ora a Trichiana è possibile usufruire di un numero di tomi e materiale invidiabile a realtà così piccole. In questo paese montano si stima un rapporto di 1/5 tra abitanti e risorse librarie, un bel patrimonio a disposizione di tutti. Inoltre, dal 1990 sempre su suggestione di un vecchio progetto dei fratelli Cortina, è stato istituito un premio letterario a livello nazionale che permette di dare voce a nuovi scrittori. Inutile dire che questo appuntamento è anche l'occasione per movimentare e stimolare la quotidianità del piccolo paese che deve organizzare e ospitare persone, idee e tendenze che vengono da fuori. In un epoca dove si parla sempre più di “economia circolare”, “sostenibilità” , è doveroso interrogarci su questi termini e, anche alla luce di questa storia, chiederci quali dimensioni ampie e a lungo

termine può assumere l'imprenditoria. Ricordarsi cioè che il benessere giunge sì dal guadagno, ma anche dalla capacità di trasmettere valori per i beni immateriali, quali l'amore per la cultura e l'arte. Ce lo

insegna la balia bellunese “Elisa”, nata più di un secolo fa, che priva di mezzi materiali ma con onestà e affetto ha innescato un meccanismo di moltiplicazione patrimoniale di cui moltissimi godono ancora oggi.

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Il personaggio di ieri di Alice Vettorata

Leonora Carrington

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eonora Carrington intraprese l’attività artistica seguendo la sua predisposizione naturale nello scrivere e illustrare racconti con protagonisti animali giganti, prendendo ispirazione dalle letture d’infanzia scritte da Lewis Carroll e Beatrix Potter. Inizialmente non trovò il supporto da parte della famiglia borghese dalla quale proveniva. Il padre, uomo plasmato da preconcetti che lo portavano a credere che il mestiere dell’artista fosse, testualmente, idoneo a persone povere o omosessuali, “crimini che si equivalgono”, come li definì, era il meno entusiasta di questa sua scelta. Leonora riuscì a persuadere i genitori della sua convinzione nei confronti delle proprie abilità e frequentò così prima la Miss Penrose a Firenze, successivamente, la Chelsea School of Art. In questo periodo ricevette in dono dalla madre un albo riguardante la corrente artistica del Surrealismo. In copertina, un’opera criptica e in parte autobiografica di uno dei massimi esponenti, Max Ernst, un nome che nella vita della Carrington

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lascerà un segno estremamente rilevante. Più avanti nel tempo i due si conobbero grazie a una cena organizzata da un’amica in comune. Quelle della Carrington e di Ernst sono state due menti sature d’interessi, mosse da curiosità e voglia di sperimentare che si sono incontrate e incatenate l’un l’altra per diversi anni. Le loro collaborazioni hanno previsto racconti scritti da lei e affiancati da illustrazioni di lui, come è possibile ritrovare nella raccolta The Seventh Horse and Other Tales, lavoro nel quale riaffiorano le tematiche care agli esordi di scrittrice. Infatti troviamo come protagonisti grandi animali antropomorfi che vivono la loro vita in piena libertà rinnegando le regole dettate dalla società. Un supporto costante quello dato dal compagno, non solo più artistico ma anche sentimentale, di Leonora. Max infatti divenne mentore, insegnante e ispirazione per la pittrice e scrittrice, come del resto, lei fu per lui. Disquisendo di arte e letteratura, la

coppia decise di traferirsi a Parigi per vivere in modo differente, e soprattutto, per immergersi nell’ambiente ricco di stimoli esterni in ambito culturale. Qui conobbero Picasso e i caposaldi del Surrealismo, conoscenze che influirono nei loro operati, ma ben presto si spostarono nuovamente e approdarono a sud della Francia, a Saint-Martin d’Ardèche. Distanti dalla città come i protagonisti dei loro racconti, non trovarono però la spensieratezza che cercavano. Nel 1939 Ernst divenne un detenuto del Camp des Milles e dopo un breve periodo di detenzione dal quale riuscì a liberarsi, nel 1940 venne nuovamente arrestato in quanto sospettato di comunicare con il nemico. Questo terribile evento destabilizzò in modo definitivo la Carrington. Partì per Lisbona quando ancora il suo compagno si trovava nel campo, cercando di sfuggire da quella realtà e crearsi una nuova vita. Anche in quest’occasione le sue aspettative non si verificarono, anzi. Lo stato ansioso e


Il personaggio di ieri depressivo di Leonora, messo a dura prova dai vari eventi che scossero la sua psiche, la condusse al ricovero in un istituto psichiatrico. Inutile specificare la gravità dei trattamenti subiti e le successive ripercussioni nella sua vita privata e lavorativa. Dimessa dalla clinica, nonostante i tentativi di riavvicinamento da Ernst salvatosi dai campi di detenzione, la Carrington non volle più vivere con lui. Rimasero amici ed entrambi ricrearono la propria vita con nuovi compagni. Ciò che rimane del rapporto artistico e sentimentale tra i due sono le loro anime impresse su tela. Leonora, nel breve periodo di rilascio del compagno tra un campo di detenzione e l’altro, lo dipinse impellicciato in un paesaggio innevato, rappresentandolo in pieno stile Surrealista. Max dal canto suo, dopo aver compreso che non avrebbe più potuto vivere Leonora come un

tempo, la ritrasse egregiamente nel dipinto “Leonora in the morning lights”. La sua esile figura che scosta la vegetazione nella quale è immersa è popolata da creature particolari, proprio come nelle storie che lei amava raccontare. Esattamente come le viveva nella quotidianità. Una donna in un mondo da comprendere, dal quale è uscita apparentemente sconfitta, scostando perigli riesce a ricostruirsi, a fortificarsi. Si trasferì in Messico, luogo nel quale continuò a dipingere per diletto e appoggiò attivamente il movimento femminista. Durante un’intervista al riguardo, si espresse anche

nei confronti delle relazioni umane, pronunciando queste parole: "una relazione d'amore implica sempre un rapporto di dipendenza. [...] Penso che molte donne - dovrei dire persone, ma in realtà sono quasi sempre le donne la parte dipendente - siano fin ora state schiacciate, forse addirittura annientate da questo tipo di dipendenza".

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Società oggi di Patrizia Rapposelli

Vivere la spiaggia

L

a stagione estiva è cominciata. Ebbene si parte per le vacanze. La gente ha voglia di mare e gli operatori del settore hanno bisogno di lavorare. Le spiagge Romagnole, da sempre ai primi posti dell’offerta turistica italiana le abbiamo scelte per domandarci come sia questo turismo “Post-Covid”. Delineano per noi lo scenario i titolari del Bagno 131 Miramare di Rimini portatori di una voce comune a diverse località della Riviera. È azzardato fare previsioni sulla ripresa economica certa nel settore del turismo e volo pindarico pensare ad un’inversione di tendenza capace

di dare serenità dopo la tempesta Covid. Infatti, non è possibile ancora voltare pagina definitivamente, ma qualcosa si sta muovendo, piccoli segnali di schiarita all’orizzonte. Il turismo in prossimità rimane la prima scelta, il mare in testa, specchio di un italiano colpito duramente. Una stagione che parte a rilento, complice un clima d’insicurezza su alcune tematiche: questione green pass, tampone per lo spostamento, protocolli di sicurezza per le strutture ricettive. In realtà ci viene detto che per le spiagge i protocolli anti- Covid sono identici a quelli dell’anno precedente. Via libera a una vacanza in sicurezza

con avvisi che spiegano le procedure; nulla di diverso dall’amata-odiata routine anti-contagio. Distanziamenti tra ombrelloni, lettini, attrezzature sanificate e dispositivi igienizzanti disposti nei punti strategici. “La pulizia, marchio di fabbrica di molti stabilimenti, è stata ulteriormente accentuata. Igienizzazione di tutti i luoghi comuni è routine.” La distesa di

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Società oggi ombrelloni divenuta un’icona delle cartoline anni’80 si specchia oggi nella fotografia di stabilimenti dai parasole assottigliati. In tempo di Covid sulla Riviera Romagnola le strutture serie e attente hanno aumentato la già larga distanza fra gli ombrelloni. “Ad esempio noi piantiamo un ombrellone ogni 22 metri quadrati.” È offerto un livello di confort forse mai assaporato da anni, un distanziamento che suona ridondante, ma che permette il piacere responsabile di godersi l’aria di mare senza indossare dispositivi di sicurezza, necessari solo in luoghi affollati o all’interno di strutture. Lo stesso turista è cambiato, scomparso quello da discoteche, sostituito in parte dal cliente habitué dell’estero che ha riscoperto un luogo prima accantonato. Una vacanza post-Covid che vede in prima linea gli operatori del turismo pienamente affaccendati

a far sì che l’ordinario antecedente alla pandemia possa piano-piano riprendersi la scena e fare in modo che il comparto del turismo torni a sorridere. Situazione che sintetizza e rispecchia lo stato del suolo italiano. In questo lungo periodo pandemico gli Italiani hanno imparato a convivere con la paura e i cambiamenti rapidi di regole, misure restrittive e divieti, risultato un viaggiatore stressato. “Capiamo lo stress causato dalla pandemia ai nostri ospiti e il bisogno di evadere, quindi la tradizionale accoglienza romagnola diviene ancora più importante per far passare qualche giorno in tranquillità”. Parole che sintetizzano un turismo orientato alla sicurezza, alla tranquillità e alla

voglia di normalità su tutto il Paese. Dopo un anno precedente disastroso, guardando ai dati di giugno: 44.7 per cento l’anno scorso, nello stesso periodo, le prenotazioni per il periodo estivo degli italiani già al 54.7 per cento quest’anno. Seppur con calma l’impressione è quella di una discreta risalita per l’industria delle vacanze che rimane sempre il fiore all’occhiello del “made in Italy”.

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Lavoro, industria e società di Grazioso Piazza

La nuova frontiera del BIM

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l comparto delle costruzioni, anche nel nostro paese, si avvia ad affrontare una piccola rivoluzione, guidata da intenti ambiziosi: rendere più efficienti i processi di lavoro, ottimizzare l’uso delle risorse, ridurre i costi e favorire un più proficuo dialogo tra i vari membri dell’organizzazione coinvolta nella realizzazione della singola opera. Che si parli di edilizia civile o industriale, oppure di infrastrutture questa rivoluzione ha un nome semplice da ricordare, BIM, acronimo dei termini inglesi Building Information Modeling. La sua applicazione è destinata ad avere sempre maggior diffusione a partire dall’ambito delle opere pubbliche, su spinta della Direttiva Europea 2014/24. È il nostro Codice degli Appalti (Dlgs 50/2016) a darne attuazione in ambito nazionale, assieme al DM n. 560/2017 che fissa le date della progressiva obbligatorietà a carico

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delle Pubbliche Amministrazioni, in funzione delle classi di importo dei lavori, in modo da giungere a pieno compimento nel 2025. Non deve trarre in inganno il fatto che l’obbligo investa la PA in quanto l’attuazione di un processo BIM non riguarda azioni destinate a rimanere al solo interno degli enti, ma coinvolge l’intera filiera degli appalti, dai progettisti a costruttori, per giungere fino ai manutentori. Per meglio comprendere quali siano gli ambiti coinvolti da quella che abbia-

mo definito come rivoluzione è bene chiarire quelli che sono dei comuni malintesi. Spesso il BIM è erroneamente inteso come l’uso di determinati software, applicati all’ambito della progettazione. Rappresentazione molto lontana da ciò che è invece la sua essenza, la quale comprende strumenti, metodi, ma anche procedure organizzative e di controllo per pianificare, progettare e controllare ogni fase di realizzazione e di gestione di nuove


Lavoro, industria e società opere, siano esse edifici o infrastrutture. Un metodo che non guarda ai soli aspetti progettuali e costruttivi, ma si estende oltre, a supportare l’intero ciclo di vita del prodotto, quello che nel mondo industriale, ma anche ambientalista, è conosciuto come Product Lifecycle Management, punto cardine della crescente ricerca indirizzata all’economia circolare. Per il settore delle costruzioni il BIM rappresenta l’attuazione di quei processi di ottimizzazione che l’industria in generale ha da tempo ampiamente accolto e applicato. Sulla scorta delle valutazioni realizzate nei paesi del nord Europa, dove l’approccio BIM è diffuso da anni, il governo italiano, nel proprio Documento di Economia e Finanza del 2019 (DEF) stima risparmi potenziali fino a 30 miliardi di euro a seguito dell’applicazione del Building Information Modeling all’edilizia pubblica. L’approccio all’opera si modificherà radicalmente, a partire dall’aspetto documentale che vede come elemento centrale la gestione informativa, il cuore che caratterizza i processi BIM, la volontà di concentrare e quindi mantenere costantemente sotto controllo tutte le informazioni utili e importanti per l’opera, siano esse di carattere dimensionale, prestazionale o funzionale. La documentazione con cui siamo abituati a definire un progetto modificherà il suo approccio, trasformandosi da quella che è una mera rappresentazione dell’opera, normalmente costituita da piante, sezioni e prospetti in due dimensioni, a quella che è invece una sua simulazione virtuale e tridimensionale, volta ad anticipare quelle che potranno essere le difficoltà di cantierizzazione nella realtà. Sarà quindi il modello a diventare il centro del progetto e raccogliere tutte le informazioni sulle sue singole componenti in un concetto multidimensionale. Non solo legato alla

tridimensionalità geometrica (3D), ma accompagnato dalle dimensioni di tempo e costo (4D e 5D) per il controllo dei processi costruttivi e da tutte quelle informazioni che sono parte delle esigenze della gestione dell’opera e della sua sostenibilità, sociale, economica e ambientale (6D e 7D). Quella che è la forza del processo BIM rappresenta tuttavia un suo vincolo. Come detto esso impone un radicale cambio del punto di vista e del metodo di lavoro per gli addetti, comprenderà certamente un sensibile incremento degli oneri nella fase iniziale, prima di poter godere di un risparmio ampiamente superiore nel seguito. Un cambiamento di tale dimensione è una cosa difficile, da accettare e ancora in più da scegliere. Un approccio BIM richiede che frasi come “ho sempre fatto così, quindi...” non debbano più far parte del modo di lavorare in un mondo che si muove con grande velocità. Come ogni altro cambiamento anche questo richiede forti motivazioni per essere perseguito e sarà tanto più celere quan-

to più si sentiranno coinvolti tutti i componenti della filiera, committenti, progettisti e imprese, guidati da una comunanza di visione tanto più se ciò avverrà sia nel mercato pubblico che in quello privato in cui i benefici sono altrettanto presenti, per gli operatori, così come per la committenza.

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Sport e personaggi di Alessandro Caldera

Gilles Villeneuve:

l’ultimo volo dell’“aviatore”

Se mi vogliono così, di certo non posso cambiare: perché io, di sentire dei cavalli che mi spingono la schiena, ne ho bisogno come dell’aria che respiro”. Parole chiare, sincere, che rispecchiano in modo inequivocabile la visione e l’approccio alle corse di un pilota la cui fine è giunta troppo presto a causa di un destino avverso, tiranno, che ha presentato la sua inimpugnabile sentenza in un pomeriggio belga del 1982. Il talento in questione è Gilles Villeneuve, un uomo minuto ma con la tempra di un leone, capace di incantare uomini e bambini, cresciuti ed estasiati dalla sua persona, divenuti però ben presto orfani, dopo quello sciagurato Gp delle Fiandre. Soprannominato successivamente “l’aviatore” dalla stampa italiana, a causa del fatto che molti suoi incidenti sfociavano in un volo della sua vettura, Gilles nasce nel territorio canadese del Quebec, un luogo freddo e umido, chiaramente in antitesi con quel suo modo focoso e da scavezzacollo di guidare. A differenza di molti suoi colleghi, precedenti e successivi, Villeneuve non si avvicinò al mondo della F1 da giovanissimo, prima infatti mostrò le proprie abilità alla guida delle motoslitte, esperienza che lo formò e che utilizzò come trampolino di lancio. Il momento della svolta nella la sua vita fu il 1977, precisamente il gran premio di Trois Rivières, una manifestazione di importanza secondaria alla quale però, nonostante ciò, parteciparono i volti noti del “circus” di allora tra i quali il campione del mondo in carica: James Hunt. Proprio il britannico segnalò alla Mclaren, capitanata al tempo da Teddy

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Mayer, il nome di Gilles che fu allora sottoposto a test privati da parte della casa di Woking, venendo poi conseguentemente arruolato per il Gp di Silverstone. Malgrado la notevole prestazione nella gara britannica, il pilota canadese non ottenne la conferma da parte del già citato Mayer, che preferì Patrick Tambay. Nell’agosto del medesimo anno, arrivò la chiamata che gli avrebbe stravolto la vita, quella della Ferrari, intenta a trovare un sostituto dopo la decisione di Lauda di voler abbandonare il team di Maranello. L’esperienza in rosso per Villeneuve fu segnata ini-

zialmente da un incidente in occasione del gran premio del Giappone, durante il quale, dopo un contatto con la vettura di Ronnie Peterson, “volò” sulla folla, situata comunque in un punto vietato del tracciato, provocando la morte di un fotografo e di un commissario di gara. L’episodio impressionò la critica e la stampa che ne esortarono il licenziamento da parte di Enzo Ferrari, il quale però rimase fermo sulla sua posizione. Il 1978 passò velocemente, un anno di transizione segnato di fatto da continui problemi alla vettura che gli permise, ciononostante, di ottenere il suo primo trionfo. Il ’79 fu invece il momento della consacrazione. Il mondiale non riuscì a conquistarlo, lo vinse il compagno di scuderia Jody Scheckter: un trionfo indimenticabile per i tifosi della casa romagnola, al quale seguiranno però ben 21 stagioni di digiuno, cessato solamente nel 2000 con la vittoria iridata di Schumacher. Torniamo però a Gilles, nel tentativo di spiegare perché quel momento e soprattutto quest’uomo


Sport e personaggi siano stati importantissimi nella storia di questo sport. Tutto si può ricondurre ad una gara, divenuta poi pietra miliare, che si svolse a Digione, in Francia. Il giorno fu memorabile, perché vide il primo successo di un motore turbo, introdotto nel ’77, traguardo raggiunto grazie ad una Renault guidata dal transalpino Jabouille. La vittoria del pilota, passò però di fatto inosservata, perchè tutta l’attenzione si concentrò sul duello magico ed infinto tra Villeneuve ed Arnoux, un testa a testa leggendario al punto da poter essere scelto come il manifesto per le corse automobilistiche. La magia e l’estasi di quel pomeriggio furono diametralmente opposte alla disperazione e all’incredulità che “investirono” i tifosi della Ferrari, quel dannato sabato di maggio sul tracciato di Zeltweg, in Belgio. A qualifiche praticamente ultimate, Gilles impattò contro la vettura dell’incolpevole Jochen Mass, la sua monoposto fu lanciata per

aria a causa dello schianto e Villeneuve sbalzato fuori dall’abitacolo; la situazione apparve subito drammatica, finchè alle 21.12 non fu dichiarato il decesso. In quel momento non se ne andò un semplice pilota, scomparve un vero uomo, un individuo indomito, divenuto in poco tempo leggenda. Il “drake”, Enzo Ferrari, l’uomo più scosso da tale disgra-

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zia, ne vorrà omaggiare la memoria con parole meravigliose, ricche di rimpianti e profondo rammarico: «Il mio passato è pieno di dolore e di tristi ricordi: mio padre, mia madre, mio fratello e mio figlio. Ora quando mi guardo indietro vedo tutti quelli che ho amato. E tra loro vi è anche questo grande uomo, Gilles Villeneuve. Io gli volevo bene.»

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Medicina & Salute di Erica Zanghellini

GROOMING Pericolo per i minori

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l grooming è un fenomeno con cui purtroppo dobbiamo fare i conti, soprattutto negli ultimi anni visto che la nostra società è sempre più tecnologica e soprattutto perché già da piccoli se ne viene in contatto. Grooming significa adescamento in rete, ovvero quando persone adulte manifestano un interesse sessuale nei confronti di minori e cercano di approcciare online con loro per poi arrivare ad incontrarli dal vivo e instaurare una vera e propria relazione. E’ un possibilità reale e molto rischiosa ed è per questo che è importante conoscerlo come genitori per poter a nostra volta mettere in guardia i nostri figli. La rete se da una parte è una enorme risorsa, dall’altra è uno spazio dove

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non sempre tutto quello che vediamo corrisponde a verità. Si può fare un uso inadeguato di internet che espone la persona o il minore a potenziali pericoli. Può essere che anche i giovani siano alla ricerca di stimoli legati alla sessualità e questo li esibisce ancora di più alla possibilità di incappare in situazioni pericolose,ed è per questo che è importante fornirgli una educazione adeguata rispetto l’affettività e la sessualità. Solo conoscendo un argomento si può scegliere consapevolmente, quello che è giusto e quello che invece è meglio evitare. Ricordiamoci che una delle

“aggravanti” della rete è che non si può essere sicuri di chi ci sia dall’altra parte del computer, per cui si sono verificati e si verificheranno ancora, purtroppo, adescamenti dove il mal intenzionato si fingerà un minore. Il ragazzo o ragazza che si trova per esempio a chattare e che pensa che dall’altra parte ci sia un suo pari si sentirà più libero/a di dire e mostrarsi come vuole. Il problema è che alcuni minori non hanno la forza magari dopo una frequentazione online di chiudere o chiedere aiuto quando vengono a sapere la verità. Dobbiamo avere in testa che possono esserci richieste di scambio di materiale fotografico o riprese con la webcam, è questo li metterà in situazioni ad altissimo rischio e che possono lasciare


Medicina e salute delle ripercussioni psicologiche importanti nella vittima. Spesso la vittima non ha nemmeno in testa di esserlo, non riesce a capire che il rapporto che si è instaurato è sbagliato, in alcuni casi non riesce nemmeno ad identificare che la sua volontà nel partecipare a questo tipi di incontri venga meno, ma che sia sollecitata attraverso artifici, minacce o dall’altra parte lusinghe. Questo è l’adescamento e ricordiamoci che è un reato, è punito dal codice penale. Il materiale prodotto non possiamo sapere che fine farà, potrebbe essere venduto,scambiato, o usato per attirare altre vittime se non utilizzato per ricattare ancora il minore e ottenere di più. La vergogna, il senso di colpa inevitabilmente fanno capolino nei ragazzi adescati e possono essere i due motivi per cui non riecono a parlare e/o confidarsi con i loro adulti di riferimento rimanendo schiacciati in questo meccanismo e soffrendo terribilmente. Non pensiamo che a questo tipo di pericolo siano esposte soprattutto le ragazze, anzi possono essere a rischio molto di più i ragazzi maschi, soprattutto quelli disorientati rispetto la propria identità e o orientamento sessuale. Ma quindi cosa possiamo fare per proteggere i nostri ragazzi? Cerchiamo di coltivare una relazione con loro basata sul dialogo. Partiamo già da quando sono bambini, a parlare con loro e ad interessarci della loro giornata, così che anche durante l’adolescenza sarà più facile portare avanti questa abitudine. Evitiamo in tutti i modi di essere giudicanti, ma puntiamo ad una relazione accogliente, ricca di scambi e condivisioni. Attenzione a non fare l’errore di diventare troppo controllanti. Se l’adolescente si sente sotto controllo e pressato sarà facile che cerchi di evitarvi. Bisogna dosare la giusta quantità di controllo e di libertà. Individuiamo assieme delle regole, su come comportarsi, su come utilizzare la rete e i tempi di impiego. Asseconda dell’età

possono essere o meno condivise le regole, ma comunque deve essere sempre il genitore ad avere la decisione finale. Non facciamo leva sulla paura dello sconosciuto, ma informiamoli invece, su cosa può succedere, sui rischi e che questi sono il motivo per cui noi genitori mettiamo dei paletti. Ulteriore passo sempre sulla linea dell’informazione, come accennato sopra è fare una buona educazione sentimentale, emotiva e sessuale. Averla ricevuta adeguatamente, rende i ragazzi più sicuri e soprattutto li protegge da possibili comportamenti impulsivi dettati dagli istinti dalla loro età. Aver ben chiaro come funzionano le cose li potrebbe proteggere ulteriormente perché hanno in testa quello che è lecito e quello che invece potrebbe essere un pericolo o un tentativo di manipolazione. Ed infine se vi accorgete che avete a che fare con l’adescamento, fermatevi e chiamate chi di dovere, la Polizia Postale, il Commissariato di Polizia di Stato o i Carabinieri, tenete traccia di

tutti gli scambi che ci sono stati tra vostro figlio e l’adescatore e chiedete un supporto psicologico per voi e il minore.

Dott.ssa Erica Zanghellini Psicologa-Psicoterapeuta Riceve su appuntamento Tel- 3884828675

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Salute & benessere di Giuliano Mantegna

La DERMOCOSMESI

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er dermocosmesi, secondo la scienza medica-dermatologica, s’intende quella particolare materia che nello specifico tratta e trova appropriate soluzioni, prodotti e preparati cosmetici arricchiti di principi attivi destinati, appunto, alla cura e salute del viso e del corpo donando e mantenendo un aspetto sano e vitale alla pelle, potenziandone anche la bellezza. Ed è anche documentato che la dermocosmesi, proteggendo e mantenendo la pelle e tutte le zone trattate, può favorire, indiscutibilmente, la prevenzione di possibili patologie. I “dermocosmetici” possiedono alcune particolari proprietà rispetto ai “comuni” cosmetici. Per esempio una crema idratante per pelli atopiche o per persone che soffrono di allergie da contatto è una crema i cui ingredienti sono stati studiati e formulati per rispondere a queste particolari esigenze. A tal proposito è bene ricordare quanto precisano i regolamenti dell’Unione Europea che definiscono i prodotti cosmetici come “qualsiasi sostanza o miscela destinata a essere applicata sia sulle superficie esterna del corpo umano (epidermide, sistema pilifero, capelli, unghie, labbra, organi genitali esterni) sia su quella interna (denti e mucose della bocca) allo scopo esclusivamente o prevalentemente di mantenerla in buono stato e di protezione, pulizia e profumazione, eliminando e/o correggendo, nel contempo, gli odori corporei. E tra gli importanti principi riportati dalla Commissione europea, vale la pena sottolineare quello per il quale

si riconosce al prodotto cosmetico un’interazione con le funzioni fisiologiche del corpo umano, ma che non ha effetti significativi sul metabolismo e non modifica in realtà le condizioni del suo funzionamento al punto da essere classificato come farmaco. Molti parlano anche di cosmetica,

ma la differenza sostanziale con la dermocosmesi sta nel fatto che la prima normalmente tenta di coprire o diminuire le imperfezioni e i problemi della pelle, la seconda, invece servendosi della Medicina Estetica e della Dermatologia, cerca di soddisfare le necessità mediche della pelle e di applicare prodotti e trattamenti che migliorino la pelle dall’interno. I prodotti per la dermocosmesi non solo hanno un livello formulativo più complesso e concentrazioni più elevate di principi attivi e sono sempre sviluppati in laboratori certificati da ricercatori esperti nel settore chimico farmacologico, ma sono anche dotati di brevetti in collaborazione con le Università. La dermocosmesi non può essere, però, improvvisata oppure praticata con il famoso “fai da te”. E’ infatti necessario rivolgersi agli esperti (dermatologi, medici estetici, farmacisti) tutti dotati dell’esperienza e della tecnologia necessaria per assicurare al paziente una diagnosi esaustiva dello stato della propria pelle e i trattamenti più idonei, mirati e adatti alle personali esigenze.

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Salute & benessere di Paolo Rossetti

Gli INTEGRATORI ALIMENTARI Tutti gli sportivi, siano essi agonisti o amatoriali, hanno una caratteristica che li accomuna ovvero praticano una corretta alimentazione e, non di rado, assumono integratori nutrizionali di vario tipo. Il tutto per aumentare le proprie performance o per essere più in forma.

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n Italia il giro d’affari legato a questo settore e riferito al 2019 sembra essere molto superiore ai 2 miliardi di

euro l’anno. E di questo totale oltre il 50% è occupato proprio dagli integratori “energetici” a base di aminoacidi, vitamine e Sali minerali. Prodotti questi largamente venduti liberamente in farmacia, erboristeria e negozi sportivi. Purtroppo in questi ultimi anni con l’avvento degli acquisti online la situazione è decisamente cambiata perché sovente la pubblicità via web risulta essere ingannevole e non sicura, specialmente per coloro i quali praticano sport a livello agonistico. Purtroppo, le specifiche offerte non sempre provengono da fonti certi e affidabili

perché non di rado questi prodotti sono venduti senza la necessaria autorizzazione da parte del Ministero della Salute o del competente ufficio. A tal proposito è utile evidenziare che La commercializzazione di integratori alimentari per sportivi può infatti avvenire solo dopo una “notifica preventiva di etichetta” al Ministero. Ed è bene, anzi indispensabile, sapere che gli integratori di qualsiasi natura e tipo, uniti a una equilibrata e idonea alimentazione, DEVONO essere prescritti dal medico oppure, in alternativa, affidarsi ai consigli del proprio farmacista evitando, quindi, il famoso

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Salute & benessere

e dannoso “fai da te”. Solo in questo modo si è certo di non farsi frodare e magari acquistare prodotti dannosi per la propria salute. Le prestazioni atletiche, specialmente quelle a livello agonistico, comportano un elevato lavoro muscolare, sudorazione intensa e grande consumo energetico e quindi la perdita di vitamine, proteine e sali minerali, dovuti allo sport o all’affaticamento, può richiedere una giusta integrazione di nutrienti che solo

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il medico dello sport, il farmacista o il nutrizionista, in base alle caratteristiche dell’atleta e della pratica sportiva praticata, possono decidere quale integratore somministrare, la quantità dello stesso e la durata dell’assunzione. Per chi invece pratica sport o qualsiasi attività a livello amatoriale, secondo moltissimi esperti del settore, non ha necessità di utilizzare integratori per via della loro attività sportiva, salvo diversa prescrizione medica o appropriato consiglio del farmacista. Per loro basta un giusta ed equilibrata alimentazione che deve però contenere tutti i principi nutritivi (carboidrati, grassi, vitamine e sali minerali) in grado di fornire il giusto apporto calorico ed energetico.

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L'avvocato risponde di Erica Vicentini*

Espropriazione di pubblica utilità e la quantificazione dell’indennizzo

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’espropriazione è definita nel codice civile (art. 834 c.c.) come l’istituto in base al quale un soggetto, previa corresponsione di una giusta indennità, può essere privato di beni immobili di sua proprietà per una causa di pubblico interesse legalmente dichiarata. La Pubblica Amministrazione può dunque essere legittimata a sacrificare l’interesse privato in vista di un superiore interesse pubblico che, nel caso dell’espropriazione per pubblica utilità, generalmente, consiste nell’attuazione di un’opera pubblica. La definizione del codice civile è costruita in negativo: la tutela della proprietà fondiaria può cedere il passo solo se, nel bilanciamento degli interessi contrapposti, è posta a confronto con un interesse pubblico che è oggettivamente e concretamente definito. Risulta poi

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prevista per legge la corresponsione di un indennizzo. La potestà espropriativa trova la propria legittimazione anche nella Costituzione. Ferma restando la tutela degli interessi privati garantita dall’art. 23 Cost. (“nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”) l’art. 42 Cost. è chiaro nel prevedere che solo la legge possa disciplinare le ipotesi di esproprio per motivi d’interesse generale, salvo indennizzo per il soggetto destinatario della pretesa. La limitazione del potere di esproprio è quindi duplice: da un lato deve essere esplicitato e definito l’interesse che determina la necessità del provvedimento ablatorio, con la precisa considerazione delle ragioni per cui esso, comunque, comporti il minor sacrificio possibile per l’esecuzione, ad esempio, dell’opera di

pubblica utilità; dall’altro, è prevista una precisa riserva di legge, unico strumento ritenuto idoneo a limitare la proprietà privata. Oltre a questi limiti, di natura oggettiva, è poi previsto l’obbligo per la P.A. di indennizzare il soggetto spogliato della propria proprietà. Sul punto occorre precisare il concetto di indennizzo, che è diverso da quello di risarcimento o restituzione: nella nozione di risarcimento è insita la necessità di riportare a parità un rapporto obbligatorio, nel senso di rifondere la sfera giuridica di un soggetto danneggiato del vulnus subito a causa del fatto dannoso; nel concetto di indennizzo, tale necessità non si pone, in primo luogo per il fatto che la sua liquidazione non segue ad un fatto lesivo, secondariamente perché il rapporto con la Pubblica Amministrazione non è, per definizione, caratterizzato da un piano di oggettiva e assoluta parità. Ma come viene quantificata l’indennità da esproprio? Ai sensi dell’art. 37 del T.U. (D.P.R. 327/2001), l’indennità di espropriazione di un’area edificabile è determinata nella misura pari al valore venale del bene. Quando l’espropriazione è finalizzata ad attuare interventi di riforma economico-sociale, l’indennità è ridotta del 25%. Per le aree non edificabili, è previsto che l’indennità sia determinata in base al criterio del valore agricolo, tenendo conto


L'avvocato risponde delle colture effettivamente praticate sul fondo e sul valore dei manufatti edilizi legittimamente realizzati. Il valore di mercato del bene è determinato al momento dell’accordo di cessione o alla data dell’emanazione del decreto di esproprio, con valutazione delle caratteristiche intrinseche del bene, in particolare dei vincoli di qualsiasi natura preesistenti. Solo le opere preesistenti all’avvio del procedimento espropriativo (costruzioni legalmente realizzate, piantagioni ed altre eventuali migliorie) possono essere inserite nella stima che conduce alla determinazione dell’indennità di esproprio da corrispondere al soggetto che subisce la perdita del bene; tutti gli interventi realizzati dopo l’avvio del procedimento espropriativo non possono essere inseriti nella determinazione dell’indennità di esproprio. Nel caso di espropriazione parziale di un bene unitario il valore della parte espropriata è determinato tenendo conto della relativa diminuzione di valore: è necessario dunque individuare la differenza tra il giusto prezzo che l’immobile avrebbe avuto prima dell’espropriazione ed il giusto prezzo della parte

residua dopo l’espropriazione stessa, in modo da ristorare l’intera diminuzione patrimoniale subita dal soggetto passivo Dal punto di vista procedurale, il D.P.R. 327/2001 in materia di espropriazioni prevede due momenti: 1) il decreto di occupazione; 2) il decreto di esproprio. Già dalla lettura del decreto di esproprio deve essere possibile constatare l’esistenza di tutti i presupposti per la sua emanazione, in particolare che

l’opera sia stata prevista nello strumento urbanistico generale, che sia stato apposto il vincolo preordinato all’esproprio, sia stata dichiarata la pubblica utilità e determinata, anche in via provvisoria, l’indennità di esproprio. La relazione di stima del bene è depositata presso l'ufficio per le espropriazioni: da quel momento, termine 30 giorni, è possibile per il proprietario espropriato impugnare innanzi al Tribunale ordinario gli atti dei procedimenti di nomina dei periti e di determinazione dell'indennità. È consigliabile quindi redigere immediatamente una perizia sul bene che dovrà essere espropriato, al fine di valutare la congruità dell’indennizzo.

*Avvocato Erica Vicentini, del Foro di Trento, Studio legale in Pergine Valsugana, Via Francesco Petrarca n. 84) , Chi desiderasse avere un parere su un problema o tematica giuridica oppure una risposta su un particolare quesito, può indirizzare la richiesta a: direttore.feltrinonews@gmail.com

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2) Cambiare le vecchie tapparelle

Non sempre è necessario cambiare casa per cambiare la propria casa. Ecco 5 consigli da un team di professionisti del settore per rimescolare un po’ le cose ed apportare notevoli migliorie alla propria vecchia abitazione.

1) Sostituire i serramenti

Finestre e porte finestre sono ciò che, oltre ai muri, ci isola dall’outdoor, che può essere la piacevole campagna così come la rumorosa città. Scegliere le giuste caratteristiche di un serramento è indispensabile. Ad esempio, optando per una soluzione con triplo vetro aumenteranno l’isolamento termico e acustico. Questo può tradursi in un maggior risparmio energetico e, conseguentemente, in minori costi di riscaldamento. Sostituendo le finestre sarà diverso anche il modo di “cambiare l’aria” alle stanze: oggi tutti i migliori serramenti non solo permettono di posizionare l’anta “a vasistas” ma anche di creare, all’occorrenza, una microventilazione, che si rende indispensabile per liberare l’ambiente da muffe, batteri e 84

Stufi del peso delle vecchie tapparelle in PVC o in legno? La giusta scelta è sostituirle con nuove avvolgibili in alluminio coibentato. Leggerezza, resistenza, maggior inalterabilità… La necessità di effettuare manutenzioni negli anni verrà ridotta all’osso. Esistono anche prodotti speciali con stecche distanziabili, termoisolanti, con colori diversi tra lato interno e lato esterno, e addirittura tapparelle che, pur garantendo una miglior aerazione, proteggono dagli insetti. L’ultimo step è l’automazione: con motori e telecomandi eliminerete del tutto la scocciatura di azionare manualmente le vostre tapparelle.

3) Difendersi dagli ospiti indesiderati

Zanzare, mosche, ragni, scorpioni e, sempre di più, cimici! Trovarsi questi ospiti in casa è piuttosto spiacevole. E la sera, con le luci accese e le finestre aperte per godersi finalmente un po’ di frescura, non c’è proprio pace. Anziché lanciarsi in cacce spietate, e spesso infruttuose, perché non installare semplicemente delle comode zanzariere? I modelli oggi disponibili riescono a soddisfare ogni esigenza, anche se le finestre in questione hanno notevoli dimensioni e forme particolari.

4) Creare un outdoor confortevole Non serve possedere un

grande parco, basta disporre di un qualsiasi spazio esterno, dal giardino al balcone, installare una buona tenda da sole a bracci estensibili, a cappottina o a caduta, o una pergola con copertura mobile o fissa, e il gioco è fatto. Potrete mangiare, leggere, lavorare, studiare, rilassarvi all’aria aperta in un modo tutto nuovo.

5) Arredare e riarredare con le tende

Stufi delle vecchie tendine confezionate dalla nonna? Basta un nuovo tessuto per cambiare una stanza: i tendaggi, infatti, hanno il potere di far percepire l’indoor in modi del tutto differenti. Optate per tende classiche, arricciate e coprenti e avrete un certo risultato; scegliete moderne tende a rullo minimal e otterrete, nella stessa stanza, un effetto completamente diverso. Le possibilità sono moltissime, grazie ai materiali e design oggi alla portata di tutti. (P.R.)



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Girovagando di Giampaolo Rizzonelli

Tre mesi in Antartide e ritorno in “pandemia” Nostra Intervista a Riccardo Benetti

I

n questo numero la nostra rubrica meteo andrà oltre i confini locali e oltre le consuete statistiche, parleremo di uno dei posti più inospitali, freddi e al tempo stesso affascinanti del nostro Pianeta, ovvero l’Antartide. Intervistiamo Riccardo Benetti, con molte conoscenze alle spalle in tema di meteorologia, climatologia, studio di microclimi, ma soprattutto con un’esperienza di tre mesi in una base in Antartide, la Mario Zucchelli, una delle tante basi che svolgono ricerca scientifica come ben evidenziate in fig. 1. Riccardo raccontaci dei preparativi per poter accedere a questo programma, che test hai dovuto eseguire e che programma di preparazione hai effettuato? E’ stato un inter molto lungo, durato circa 10 mesi prima di poter partire per il continente bianco. Prima un colloquio

telefonico, poi uno di persona a Roma, le visite mediche al centro di medicina aerospaziale di Milano, poi due settimane di addestramento suddivise tra l’Appennino Emiliano e il Passo del Piccolo San Bernardo ad una quota di 2300m e infine un’ultima visita medica a Roma poco prima della partenza. L’addestramento consisteva in prove di primo soccorso e scenari incidentali, arrampicata, galleggiamento in acqua con tute stagne, spegnimento e attraversamento fuochi, orientamento al buio, allestimento di un campo remoto, e la “magnifica” cordata sul ghiacciaio del Monte Bianco. E il viaggio andato il viaggio dall’Italia all’Antartide? Il viaggio è stato indimenticabile, è durato quasi tre giorni complessivi con circa 32 ore di aereo. Dall’Italia ho volato a Dubai e da qui a Auckland, in Nuova Zelanda, passando da Bali in Indonesia, poi un volo interno per l’Isola del Sud (NZ). Dopo una notte di riposo il volo militare di 6h gestito dal

governo degli Stati Uniti ci ha portato alla base Americana Antartica ‘’McMurdo’’ e infine un piccolo aereo da 12 posti ci ha portato alla nostra cara base italiana ‘Mario Zucchelli Station’. Cosa ti ha colpito di più appena arrivato in Antartide? Troppo scontato rispondere il freddo, la prima cosa che mi ha colpito è stato quando hanno aperto il portellone dell’aereo (l’aeromobile era senza finestrini), il bianco era ovunque, ed era accecante. Tutto quello che mi circondava era bianco, un deserto, e in lontananza le montagne che sbucavano dalle nuvole, sembrava così irreale. Ci parli delle tue mansioni alla base? In quanto il gruppo della spedizione era formato solo da 14 persone, le mansioni erano molteplici, mi occupavo di piccola manutenzione, igiene, gestivo un piccolo magazzino interno, dei container esterni e infine mi dedicavo attentamente alle previsioni meteorologiche. 87


Girovagando

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Riccardo: il tempo meteorologico come era alla base? Raccontaci di qualche episodio “meteo” che ti ha particolarmente colpito Il tempo meteorologico era perlopiù stabile, ma con l’arrivo dell’autunno (le stagioni sono inverse nell’emisfero australe rispetto alle nostre) non sono mancate varie irruzioni fredde e violente. La prima metà di febbraio (fine estate) le temperature si aggiravano tra i -5/-8 e gli 0 gradi, già verso la seconda metà del mese le prime irruzioni fredde dal Plateau ci hanno portato a -15, il mese di marzo è stato stabile tra i -15 e i -20 con un’altra violenta incursione che ha portato la temperatura a scendere fino a -30. Ricordo le notti dove il vento raggiungeva anche i 180kmh, la base tremava e dormire non era così facile ma è stato fantastico Sicuramente avrai visto i pinguini. E c’erano altri animali? I curiosi pinguini Adelia erano i nostri vicini di stanza, erano a pochi metri dalle

predatori simili ai gabbiani ma molto più grandi, sono stato attaccato più volte da loro, mi sono dovuto fingere un uccello anche io per difendermi! Riccardo: è vero che l’acqua del mare quando si ghiaccia non contiene sale? L’acqua dell’Oceano Meridionale per via

nostre camere sparsi qua e là, non grandi come i pinguini imperatore ma molto simpatici, le foche, molto vicine anche loro, stavano tutto il giorno a prendere il sole e ogni tanto si concedevano un bagno, infine vi erano gli Skua, fastidiosissimi

della sua salinità inizia a ghiacciare ad una temperatura di circa -2°C, il processo di congelamento porta ad una formazione di un reticolo orizzontale di ghiaccio che espelle man mano tutto il sale rilasciandolo in acqua.

Raccontaci di quando eravate nella base ed avete visto arrivare una persona con il giubbotto di salvataggio Durante una cena un collega è entrato in sala urlando di aver visto qualcuno aggirarsi tra i container, lì per lì nessuno gli ha creduto, anzi, risate a volontà, ma invece effettivamente era il comandante di una piccola nave da crociera i che stava circumnavigando l’Antartide, voleva far vedere ai suoi passeggeri la nostra base, e così è stato, a man mano con le scialuppe i turisti sono scesi e hanno fatto un ‘’giro turistico esterno’’. Voi eravate gli unici al Mondo in quel periodo ad essere in una zona “Covid free”, come è stato il viaggio di rientro in piena pandemia? Essere nel posto più remoto al mondo dove nessuno poteva raggiungerci, e le nostre famiglie a casa in quella situazione ci ha fatto stare molto in pensiero, il rientro è stato a bordo di una rompighiaccio coreana (unica possibile via di ritorno), 19 giorni di navigazione nel mare più tempestoso al mondo, 10 giorni di attesa di un volo in Nuova Zelanda, altre 25 ore di aereo per Roma e altri 14 giorni di quarantena in casa ad Asiago. Direi turbolento! Quale è il più bel ricordo che porti a casa di questa esperienza? Non riesco a concentrare tale bellezza


Girovagando

e unicità in una sola cosa, un grande bagaglio di esperienza, amicizie, momenti, ricordi che non dimenticherò mai. '' Più della metà del periodo trascorso nel sesto continente l'ho vissuto con il sole di

sembrava alquanto strana, e in effetti così era, essendo io all'estremità dell'emisfero australe la vedevo al contrario! Nessuno se n'era accorto, ma io che la Luna la conoscevo bene si, il grande cratere Tyco che tutti riusciamo a distinguere era all'opposto di dove doveva essere, incredibile ho pensato.'' Per chiudere, quanto tempo sei rimasto alla base in Antartide? Complessivamente più di 80 giorni, da fine gennaio a metà aprile 2020.

mezzanotte, non scendeva mai ed anche a mezzanotte era bello alto sull'orizzonte, avevo già sperimentato questa cosa in Lapponia Norvegese e devo dire che non mi ha dato noie, avendo un ritmo lavorativo il corpo e la mente si sono adattati. Con il passare delle settimane il sole scendeva sempre più fino a tramontare, i primi tramonti che nessuno prima aveva mai visto (normalmente il personale abbandona la base ad inizio febbraio). Non dimenticherò mai l'arrivo della notte, ho visto le prime luci del cielo, Giove, Saturno e altri corpi celesti, stavo ore e ore con il mio binocolo astronomico a guardare la Luna, che mi

Ho avuto il piacere e l’onore di frequentare spesso Riccardo negli ultimi mesi, una delle cose che ho imparato da lui, è che l’Antartide, che per tutti noi è un continente ricoperto di ghiaccio (vedi fig. 1) in realtà è un insieme di territori, isole e penisole separati dal mare e la figura n. 5 ne è un chiaro esempio e scommetto che pochi di noi hanno mai visto.

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La conquista dello spazio di Chiara Paoli

52 anni fa il primo passo sulla Luna «Questo è un piccolo passo per [un] uomo, un gigantesco balzo per l'umanità.» Neil Armstrong, primo passo sulla superficie lunare, 21 luglio 1969

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0 luglio 1969, una data entrata nella storia, per la prima volta l’uomo raggiunge la Luna, con la missione Apollo 11: l’astronauta Neil Armstrong, tocca per primo la superficie lunare. In un’epoca di guerra fredda, le due superpotenze contrapposte Russia e Stati Uniti d’America si stavano contendendo anche la “conquista” della luna. Nell’ottobre del 1958, si era dato avvio al programma Mercury, durante la presidenza di Dwight Eisenhower, ma l’obiettivo in quel caso era di far orbitare un uomo intorno alla terra, grazie all’uso di una capsula spaziale. Il primo a partire verso lo spazio, all’interno del missile Jupiter, però fu Gordo, una scimmia che il 13 dicembre del 1958, rimase per 8 minuti fuori dall’atmosfera terrestre, rientrando a terra in perfetta salute. La sua missione era quella di valutare quale impatto sul fisico possa avere l’ingresso nello spazio, il risultato fu semplicemente un lieve calo nel battito cardiaco.

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Dall’altra parte del globo segue Luna 1, la prima missione del programma sovietico che nel gennaio del 1959 esce dall’orbita terrestre, pur fallendo nel suo compito di raggiungere la superficie lunare. Nel settembre dello stesso anno, avviene il secondo tentativo che va a buon fine, conducendo il velivolo Luna 2 all’allunaggio, mentre il suo successore, un mese dopo riuscirà nell’intento di realizzare alcune istantanee, che potessero mostrare il lato fino ad allor invisibile della Luna. Jurij Gagarin a bordo della Vostok 1, è il primo uomo a raggiungere lo spazio, il 12 aprile del 1961, l'Unione Sovie-

tica non solo sorprende il mondo, ma dimostra di aver fatto grandi passi avanti all’interno del programma spaziale. Ma questa è soltanto la prima parte della storia, perché gli Stati Uniti non accettano di lasciare il primato ai russi e decidono di investire maggiormente in quella che diviene la Missione Apollo, portata avanti dalla NASA. Tutto procede quindi molto più velocemente, per dare seguito alla dichiarazione del presidente John Fitzgerald Kennedy pronunciata al Congresso il 25 maggio 1961: «…credo che questo paese debba impegnarsi a realizzare l'obiettivo, prima che finisca questo decennio, di far atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra. Non ci sarà in questo periodo nessun progetto spaziale più impressionante per l'umanità, o più importante nell'esplorazione a lungo raggio dello spazio; e nessuno sarà


La conquista dello spazio così difficile e costoso da realizzare…» La conquista dello spazio diviene una gara contro il tempo, che verrà portata avanti anche dal successore di Kennedy, Lyndon Johnson e vedrà moltiplicarsi il numero dei dipendenti NASA, che passano dai 10.000 del 1960, per raggiungere le 36.000 unità nel 1963. Oltre al personale, si rende necessario fornire gli spazi adeguati per lo sviluppo delle innovative tecnologie, è così che sorgono tre nuove strutture: il Manned Spacecraft Center (MSC), il Marshall Space Flight Center (MSFC) ed il Kennedy Space Center (KSC). Intanto i russi continuano a mietere successi: nel 1964 la capsula Voschod 1 porta orbita ben tre cosmonauti che vestono semplici camicie, per motivi di spazio non era stato possibile far loro indossare le apposite tute spaziali; l’anno seguente viene effettuata la prima attività extraveicolare, muniti dell’apposita attrezzatura, grazie a Voschod 2. Il 3 febbraio del 1966, Luna 9 effettua il primo “atterraggio morbido”, che grazie all’uso di razzi frenanti, consente al veicolo di raggiungere la superficie lunare rimanendo integro, a differenza di quello duro, che implica la disintegrazione della navicella. A due mesi di distanza il velivolo numero 10 riesce ad orbitare intorno alla Luna. In parallelo gli Stati Uniti operano anche

in quello che viene chiamato programma Gemini, nome dovuto al fatto che la navicella per il volo spaziale, era realizzata per ospitare al suo interno due persone. Apollo avrà successo nel suo intento di portare l’uomo sulla luna, ma molte sono le persone che hanno dato la loro vita per realizzare questo sogno. In primis la navicella Apollo 1, che è stata avvolta dalle fiamme nel corso di un’esercitazione, il 27 gennaio 1967. Nell’incidente hanno perso la vita i tre membri che componevano l’equipaggio: Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee. Anche gli addestramenti negli anni si sono spesso rivelati pericolosi, e ben quattro stelle dell’astronautica statunitense sono morti a causa di incidenti avvenuti a bordo dei jet T-38. Si tratta di Theodore Freeman, che il 31 ottobre 1964 si è visto piombare addosso un’oca, frammenti di plexiglass hanno raggiunto il motore causandone il guasto, troppo vicino al suolo, il suo paracadute non ha fatto in tempo ad aprirsi. Elliott See e Charles Bassett invece si sono schiantati durante la fase di atterraggio, il 28 febbraio 1966, Clifton Williams il 5 ottobre dell’anno successivo perde la vita a causa di un guasto tecnico. Domenica 20 luglio 1969, ore 20:17:40 UTC, tempo coordinato universale, che sarebbe l’orario calcolato sul meridiano di Greenwich: «Houston, qui Base della

Tranquillità. L'Eagle è atterrato» queste le parole di Neil Armstrong a pochi secondi dall'atterraggio del modulo lunare Eagle, il cui serbatoio aveva soli 25 secondi di autonomia. Poche ore dopo inizia l’esplorazione del pianeta, con la raccolta di materiale rocciosa, riprese fotografiche e video, ma è anche il momento di mettere un segno ad imperitura memoria di questo primo passo sulla Luna. La bandiera americana, viene quindi fiancheggiata da una targa in memoria di coloro che avevano perso la vita nella missione Apollo 1, un ramo d’ulivo in oro, quale simbolo universale di pace, unito ad un disco con registrate le dichiarazioni dei presidenti, da Eisenhower a Nixon, insieme a quelli dei leader di altri 73 paesi. I due emisferi terrestri sono rappresentati sopra l’iscrizione: «Qui uomini dal pianeta Terra fecero il primo passo sulla Luna. Luglio 1969 d.C. Siamo venuti in pace per tutta l'umanità», sottoscritta dai 3 membri dell’equipaggio dell’Apollo 11 Neil A. Armstrong, Michael Collins e Edwin E. Aldrin, cui si aggiunge quella del presidente in carica Richard Nixon. Uno sguardo che punta in alto e in fondo c’è stato anche un po’ di Italia lassù, se pensiamo che la prima donna italiana nello spazio, è stata la nostra Samantha Cristoforetti, che tornerà nella Stazione Spaziale Internazionale nella primavera del 2022 in qualità di comandante della missione. 91


Conosciamo il territorio di Chiara Paoli

Dolomiti o Monti Pallidi? Alle origini del patrimonio montuoso Unesco

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e Dolomiti furono scoperte o, per meglio dire, studiate per la prima volta da un geologo francese di nome Déodat de Dolomieu (Dolomieu, 1750 – Châteauneuf 1801). Alcuni campioni di roccia vengono inviati a Ginevra per essere analizzati da Théodore-Nicolas De Saussure, sarà lui a denominare questo minerale Dolomia in onore del suo scopritore. In realtà la definizione "Dolomiti" appare per la prima volta nel 1837, all’interno della guida intitolata “A Handbook for Travellers in Southern Germany”, edita da Murray a Londra. L’incredibile e curiosa descrizione riportata in merito alle montagne di dolomite, delineate quali «cime che s’ergono come pinnacoli ed obelischi arditi; mentre altre si estendono in creste seghettate e dentellate, simili alla mandibola irta di zanne di un alligatore», incuriosiscono altri studiosi. Vede così la luce nel 1864 l’opera: “The Dolomite Mountains: excursions through Tyrol,Carinthia, Carniola and

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Friuli in 1861, 1862 and 1863”, frutto delle escursioni di Josiah Gilbert e G.C. Churcill. Il volume farà sì che in tutta Europa queste montagne vengano riconosciute come Dolomiti, nome che ancor oggi le connota. Ma quelli che ci circondano vengono anche definiti Monti Pallidi, e qui entrano in gioco le leggende che fioriscono in ogni valle. Pare che ai tempi dell’antico Regno delle Dolomiti regnassero felicità e armonia, manchevoli però nel castello del re. Il principe aveva preso in sposa la principessa della luna, ma i due giovani innamorati erano costretti a vivere separati. Lui non riusciva a tollerare la luce della luna che lo avrebbe accecato,

mentre lei non poteva stare tra le montagne e i boschi che la rendevano così triste da farla ammalare. A risolvere la situazione giunge uno gnomo, il re dei Salvani, che in cambio di un luogo dove poter vivere con la propria gente rende le montagne del regno lucenti, così che la giovane sposa possa ricongiungersi con il suo principe. È proprio il biancore e la lucentezza conferita dai nani a questi monti che li


Conosciamo il territorio rendono pallidi. La composizione della Dolomia, o carbonato doppio di calcio e magnesio, dà origine al fenomeno dell'enrosadira, che significa propriamente "diventare di color rosa". Anche qui entra in gioco il mito di Re Laurino, re dei nani che possedeva uno splendido giardino di rose sul Catinaccio, da cui il nome tedesco Rosengarten, giardino di rose. La vista di tale giardino richiamò l’attenzione del principe del Latemar che si innamorò perdutamente di Ladina, figlia del Re Laurino che se la vide portare via. La disperazione induce il Re a scagliare una maledizione sul proprio giardino, così che non fosse più visibile né di giorno né di notte. Ma all’alba e al tramonto il colore rosa ancor oggi tradisce la posizione del suo Regno.

Se la Marmolada, con i suoi 3348 metri, viene generalmente indicata come la cima più alta delle Dolomiti, in realtà essa non farebbe parte del gruppo, poiché non risulta costituita da dolomia; si tratta piuttosto di candidi e compatti calcari provenienti da scogliere coralline e amalgama vulcanico. Può sembrare strano, ma le Dolomiti hanno origine dal mare; queste montagne sono il frutto dell’accumulo di conchiglie, coralli, e alghe calcaree, insomma una sorta di barriera corallina ante litteram che si è formata circa 250 milioni di anni fa. E come sono arrivate sino qui queste strane conformazioni rocciose? È opera dell’orogenesi alpina, avvenuta 20 milioni di anni fa, lo scontro tra le placche africana ed euroasiatica ha fatto affiorare le rocce che oggi in alcuni punti superano i 3000 metri. Ma i primi a scalare queste cime non furono oriundi del luogo, come si suol dire troppo spesso e volentieri non ci si accorge delle bellezze di casa nostra, e se per studiare queste rocce ci è voluto un francese, per iniziare a scalarle è stato necessario

Promuovere crescita è da sempre il nostro volano. Siamo felici di affermare la riuscita del nostro intento.

un irlandese: Sir John Ball, per primo raggiunge i 3168 metri del Pelmo il 19 settembre 1857. A distanza di sei anni, il 29 agosto 1863, a salire sui 3243 m della Tofana di Mezzo sono il viennese Paul Grohmann, insieme a Francesco Lacedelli, nativo di Cortina d’Ampezzo. Un sodalizio quello dei due alpinisti che li porterà a scalare numerose vette dolomitiche. Si devono a Grohmann una prima dettagliata cartina delle Dolomiti, datata 1875 e, a 2 anni di distanza, la guida “Passeggiate nelle Dolomiti” che servì a promuovere e sviluppare l’alpinismo. Lo sviluppo turistico in epoca romantica ha contribuito alla diffusione di soprannomi per le cime, tra loro la Regina e il Re delle Dolomiti, rispettivamente Marmolada e Antelao, Moena è la Fata e Cortina la Signora delle Dolomiti. I nomignoli non finiscono qui, ma questo è solo uno “sguardo curioso” su quelle Dolomiti che dal giugno 2009 sono entrate a far parte del Patrimonio dell'umanità.

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L’ABBANDONO

dei CANI e dei GATTI

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on il ritorno del periodo estivo si ripresenta, purtroppo, la bruttissima e deprecabile consuetudine di abbondare il proprio cane o il proprio animale domestico. Sono infatti moltissimi gli italiani che si trasformano in individui senza cuore perché il loro piccolo amico, tanto amato, festeggiato e coccolato e non di rado amato come un figlio per il resto dell’anno, diventa un vero peso e un ostacolo per la famiglia che parte per le ferie. E lo fa senza rendersi conto e preoccuparsi delle gravi conseguenze di tale scelta. Secondo i dati dell’AIDAA, Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente, il problema dell’abbandono dei cani sempre di più assume aspetti indegni di un paese civile come il nostro. I numeri, secondo le statistiche dei dati stimati dalla Lav (Lega antivivisezione), ci dicono che su base annua si sono registrati oltre 130mila abbandoni (80mila cani e 50mila gatti) che si aggiungono ai circa 220mila randagi che vivono allo stato selvatico. Sempre secondo i dati comunicati è nei mesi estivi che aumenta il numero degli abbandoni e che la stragrande maggioranza degli animali sono lasciati per strada legati e senza un minimo quantitativo di acqua e cibo, quindi destinati a morte sicura. Una vera e propria crudeltà, che espone gli animali abbandonati alla sofferenza e al rischio di morire in incidenti o di stenti o per maltrattamenti. E ciò perché il povero animale essendo cresciuto e vissuto in ambiente domestico, spesso non è in grado di procurarsi l’alimentazione necessaria o un giusto riparo. A questi elementi devono essere

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aggiunti lo stress emotivo e la paura di essere stati abbandonati. E i dati ci confermano che oltre 80% dei cani abbandonati muore per strada. In questi ultimi anni, per fortuna, sono diminuiti di circa il 70% gli abbandoni nelle autostrade grazie non solo alle segnalazioni degli utenti, ma anche e principalmente per il controllo telecamere lungo le corsie e nelle aree di sosta. Inoltre tutte le forze dell’ordine sono sempre di più allerta ed effettuano maggiori controlli. È opportuno ricordare che chi abbandona il proprio cane o animale domestico rischia una multa da 1000 a 10mila euro e, nei casi più gravi anche di maltrattamento, con l’arresto. Bisogna considerare un altro aspetto che deve essere evidenziato: chi abbandona il proprio cane non solo commette un reato penale, ma potrebbe essere accusato di omicidio colposo se in un ipotetico incidente causato dell’animale dovesse morire qualcuno. Un animale vagante sulle strade, infatti, può rappresentare non solo un pericolo per sé stesso ma anche per gli automobilisti che viaggiando su quella strada non si aspettano di trovare un animale che gli tagli la strada all'improvviso. Tale avvenimento può provocare incidenti poiché gli automobilisti, cercando di evitare di investire il cane, possono virare uscendo di strada o invadendo la corsia

opposta; se invece frenano di colpo, possono provocare un tamponamento a catena se stanno percorrono tratti di strade trafficate. Per la cronaca le denunce per queste condotte e comportamenti sono veramente pochissime: secondo una recente statistica e sui dati forniti dalle varie Procure italiane e relative all’anno 2019 sono stati soltanto 1.200 i procedimenti aperti per il reato di abbandono e che solamente meno di un su 100 sia stato punito.

Se si avvista un cane o un gatto abbandonato in Autostrada - chiamando il 112 e chiedendo della Polizia stradale Se si avvista un cane o un gatto abbandonato in città - chiamando il numero verde 800 253 608 - chiamando il 113 e chiedendo della Polizia Municipale


Cinema in controluce di Katia Cont

Buon compleanno ARANCIA MECCANICA!

A Clockwork Orange”, è un libro del 1962 scritto da Anthony Burgess. Fu reso famoso dall’omonimo film del 1971 del regista Stanley Kubrick, che lo trasformò nel film cult per un’intera generazione e nell’opera simbolo della ribellione verso il sistema. “Arancia meccanica” salì alla ribalta delle cronache soprattutto per via delle polemiche suscitate dalle numerose scene di violenza presenti nel film, che in molti paesi portarono alla censura. Nel 1973, lo stesso Stanley Kubrick arrivò a chiedere la censura del film in Inghilterra, dopo aver iniziato a ricevere lettere minatorie rivolte a lui e alla sua famiglia. Il registra chiese e ottenne dalla Warner Bros il ritiro dalle sale inglesi della pellicola, che non fu più trasmessa in Inghilterra (perlomeno in via ufficiale e autorizzata) fino alla morte dello stesso Kubrick. Il romanzo è stato inspirato da un fatto realmente vissuto dallo scrittore nel 1944, quando lui e la moglie furono aggrediti da quattro marines statunitensi. La moglie incinta a causa della violenza subita perse il bambino. “Arancia Meccanica” compie quest’anno 50 anni. Mezzo secolo di vita per un racconto cruento e al tempo stesso lucido, un sofisticato manifesto della violenza e della manipolazione degli individui da parte del sistema politico-economico. Scene di violenza agghiaccianti, analizzate attraverso diversi generi cinematografici, che sono entrate nell’immaginario collettivo di sempre. Il rallenty, le accelerazioni da comicità muta, le distorsioni grandangolari, gli ipercromatismi portano il pubblico ad una sensazione

di disagio che lo accompagna dell’inizio alla fine. A 50 anni dall'uscita del film sappiamo ancora di più apprezzare il gusto e l'estetica anni Settanta di un film distopico per eccellenza. Partendo dalle location e passando per gli arredamenti, gli oggetti di design, le opere d'arte, i colori, e gli outfit, “Arancia Meccanica” è un film confezionato alla perfezione che racconta l'estetica di quel periodo. Chiunque abbia visto il film, e forse anche chi non l’ha mai visto, ha sentito parlare della Cura Ludovico e del Latte +, ingredienti fondamentali di un film che merita comunque di essere visto, soprattutto per lo stupefacente

contrasto musicale che lo caratterizza e che accompagna le varie scene di brutalità e violenza di cui è intriso. Nel film, infatti, numerosi sono i riferimenti a “Beethoven”, confidenzialmente chiamato dal protagonista Ludovico Van, con l’“Inno alla Gioia” e la “Nona”. Le note de “La gazza ladra” di “Rossini” sono invece capaci di trasportare il pubblico nel “piacere” per la violenza o di renderlo complice inerme delle angherie di Alex De Large. I brani di musica classica fanno da colonna sonora ad Arancia Meccanica. Ma indimenticabilmente crudo è il momento in cui Alex canticchia ironicamente “Singin’ in the Rain” di Arthur Freed durante la scena del pestaggio a casa dello scrittore, facendo sì che le pause ritmiche del brano siano cadenzate “a tempo” dai calci e dalle bastonate che sferra. Mezzo secolo di “Arancia Meccanica”, il capolavoro cinematografico partorito dal genio di Kubrick, capace all’epoca di mettere sotto shock il mondo e che, dopo 50 anni, resta ancora un paradigma dell’arte che divide e provoca dibattiti.

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Tempo d'estate

Non solo pizza A ndiamo a farci una pizza? Tanti anni fa questo invito si riferiva espressamente al desiderio di trascorrere con amici o con la famiglia una specialità nata dalla gastronomia partenoea e che poi si estese in tutto il mondo. La pizza, appunto. Allora, in quegli anni, le pizzerie presentavano la possibilità di una vastissima scelta di pizze. e sebbene cotte nell’uso dei diversi componenti ed ingredienti, sempre pizze erano. Nel tempo e con il tempo le pizzerie si sono riqualificate e potenziate fino a diventare vere strutture in grado di soddisfare ogni qualsiasi esigenza. Oggi, gastronomicamente, chiamarle pizzerie non sarebbe esatto perché di “Pizzeria”

hanno solo l’insegna. Fateci caso, maquesti locali, e sempre di più, con le loro molteplici proposte sono in grado di competere con ristoranti, strutture “mangerecce” , paninoteche e compagnia varia. E il tradizionale pizzaiolo è stato sostituito da un vero cuoco, certamente esperto in pizze ma in grado di preparare con perfetta competenza e professionali tutto ciò che fa parte della “buona” cucina italiana. Entrando infatti in una pizzeria e aprendo il menu e leggendo le varie specialità proposte, ci si accorge che nulla è lasciato al caso e che

la tradizionale “pizzeria” è stata egregiamente integrata con un qualcosa pensato e preparato per appagare le richieste dei clienti, siano essi giovano meno giovani o anziani. Antipasti, appetitosi stuzzichini, primi e secondi piatti, contorni vari e dolci, diventano parte integrante della ristorazione tipica della cucina tradizionale e anche di quella che negli anni si è sviluppata per soddisfare le richieste dei giovani.

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Tempo d'estate

Il Mojito I l mojito, nato a Cuba, è uno dei cocktail estivi più noti in assoluto ed è riconosciuto dall’IBA (International Bartenders Association). Questo cocktail è famoso non solo per essere molto dissetante e fresco, ma anche e soprattutto perché è indicato per giovani e meno giovani. Viene preparato con succo di lime, foglie di menta fresca, soda e rum bianco, acqua minerale frizzante o soda o seltz, il tutto addolcito con zucchero di canna. Ovviamente sono o possono essere previste variazioni sulla preparazione. La ricetta originale, secondo l’IBA, prevede l’uso dell’angostura per sottolineare ed evidenziare il sapore del lime.

Il mojito è una bevanda leggera, dal profumo gradevole e molto rinfrescante e quindi ottimo da bere durante l’estate, durante un aperitivo all’aperto, come benvenuto per i vostri ospiti, oppure da gustare prima di iniziare la cena. Il mojito europeo, anche detto “mojito pestato o sbagliato” assomiglia molto alla caipirissima. La differenza principale tra il mojito cubano e quello europeo è data dall’uso del lime: nel mojito cubano si usa solo il succo, invece in quello europeo il lime viene tagliato a

cubetti e poi pestato. Inoltre, nel mojito cubano vengono usati cubetti di ghiaccio interi e non il ghiaccio tritato. Per la cronica alcune ricette originali cubale prevedono, al posto della menta fresca piperita o della mentuccia, l’uso della “hierba buena, un’altra specie di menta verde più simile alla menta marocchina.

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Tempo d'estate di Paolo Rossetti

Anguria e melone per un'estate alla grande

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nguria e melone, due cucurbitacee come la zucchina, la zucca e il cetriolo, sono considerati gli alimenti tipici dell’estate perché freschi,

dissetano facilmente e reintegrano alla perfezione tutti i sali minerali che si perdono con il sudore, vere fonti d'acqua, nutrienti e vitamine. L'anguria buona si riconosce dalla buccia di un verde intenso, tesa, turgida e lucida che, se “bussata” con le nocche, produce un suono sordo. Il melone, invece, dal profumo molto dolce e intenso, deve avere un colore giallastro, la scorza non deve presentare “ferite” o ammaccature e non deve “risuonare”. Si deve evitare di esporli al sole o al calore. Il melone in particolare non

deve esser esposto a temperature sotto i 5° C. e può resistere fino a una settimana se acquistato ancora acerbo, ma non va posto nel frigorifero assieme alle verdure, poiché sviluppa una fermentazione alcolica (etilene) che lo deteriora velocemente. Il cocomero, o anguria, e con valori molto simili il melone, è costituito per il 95% da acqua, privo di grassi e ipocalorico, poiché contiene meno di 4 gr di zucchero su 100 gr. I suoi aromi naturali, producono un senso di sazietà, consigliato quindi per chi è a dieta. Mangiarne una fetta prima di pranzare, riduce la

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Tempo d'estate

fame e soddisfa anche la naturale voglia di dolce. È depurativo, diuretico, protettivo per il fegato e decongestionante delle vie respiratorie, facilmente digeribile, soprattutto se mangiato prima del pasto principale. Possiede buone quantità di vitamina A, C e potassio (il melone di più) e i semi hanno un effetto purgante, meglio non mangiarli. Il licopene che dona il colore rosso è un antiossidante atto a contrastare i radicali liberi e l’invecchiamento della pelle con capacità protettive della vista, cardiovascolari, antitumorali e di

rafforzamento e potenziamento del sistema immunitario; i Sali minerali come il potassio, il sodio, il calcio e il fosforo, permettono al fisico di combattere spossatezza e stanchezza tipiche dell’estate e del caldo. Il melone, oltre alle qualità dell'anguria, contiene betacarotene che stimola la produzione della melanina, regola il sistema nervoso e la pressione arteriosa e fortifica le ossa e il cervello con calcio e ferro. Come riportato dall’Accademia Nazionale dell’Anguria, David Livingstone, un'esploratore dell'Africa, scrisse che il cocomero cresceva abbondante nel deserto del Kalahari, dove sembra che esso abbia avuto origine. Lì il frutto cresce ancora selvaggio ed è conosciuto come Tsamma (Citrullus lanatus var citroides). Nel secolo X d.C. il cocomero era coltivato in Cina, paese che attualmente

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ne è il primo produttore mondiale. Nel XIII secolo il frutto venne introdotto in Europa dall'invasione dei Mori. Il melone invece sembra essere originario dell’Asia centrale. Dapprima si diffuse in India e Cina e successivamente nel bacino del Mediterraneo. Antichi disegno trovati nella città di Ercolano ci dicono che questo frutto giunse nel nostro paese nell’Era Cristiana e Plinio il Vecchio, nei suoi scritti, usava precisare che questa prelibatezza era molto ricercata e desiderata dall’Imperatore Tiberio.

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Tempo d'estate

Dieta mediterranea per una corretta alimentazione

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uando si parla di dieta mediterranea quasi sempre s’identifica un modello nutrizionale che per anni ha caratterizzato l’alimentazione del mezzogiorno italiano ovvero le regioni del Sud. Infatti, tutti i paesi di queste regioni disponevano di alimenti provenienti dall’agricoltura, dalla pastorizia e dalla pesca. La dieta mediterranea è oggi quella più praticata e forse la più studiata dagli esperti in quanto statistiche scientifiche sottoscrivono come, con questa alimentazione, diminuisce la possibilità di essere colpiti da numerose patologie. Le caratteristiche della dieta mediterranea sono legati all’uso abbondante di alimenti di origine vegetale: frutta, verdu-

ra, ortaggi, pane e cereali (soprattutto integrali), patate, fagioli e altri legumi, noci, semi), freschi, al naturale, di stagione, di origine locale. L’ olio di oliva come principale fonte di grassi. E ancora latticini e formaggi consumati giornalmente in modesta-moderata quantità, pesce e pollame con l’uso di carne rossa. A tutto questo si aggiunge il consumo giornaliero di un buon bicchiere di vino rosso, generalmente durante il pasto principale. Questa dieta quantifica un contenuto basso in grassi saturi (inferiore al 7-8%), ed un contenuto totale di grassi da meno del 25 a meno del 35% a secondo delle zone. Inoltre originariamente era associa-

ta a regolare attività fisica lavorativa, ad esempio nei campi o in casa. Attualmente la dieta mediterranea viene raccomandata perché: assicura un’ adeguato rapporto di nutrienti; si basa su cibi naturale e poco elaborati, lavorati e conservati; riduce il rischio per le malattie dette “del benessere” ovvero il diabete di tipo II, l’obesità e i problemi di natura cardiovascolare e circolatoria legati allo stile non corretto dell’alimentazione.

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Il gancio da traino L a legge italiana, fino a gennaio 2021, stabiliva che il traino dei veicoli poteva avvenire solo se il veicolo trainato era un rimorchio e che per poterlo trainare le autovetture non solo dovevano essere dotati di un gancio traino omologato, ma possedere una potenza e una massa adeguati al traino. Dopo quella data, esattamente da febbraio 2021, fermo restando l’aggiornamento e l’scrizione sulla carta di circolazione del gancio traino, per lo stesso non sarà più obbligatorio il collaudo nelle sedi della Motorizzazione, ovvero non è più richiesta la visita e prova presso i competenti uffici. A tal proposito si specifica che in base all’art. 78 del Codice della Strada, chiunque circoli con un veicolo al quale sono state apportate modifiche alle proprie caratteristiche e non abbia effettuato il relativo aggiornamento sulla carta di circolazione non solo è soggetto

PRATICHE VEICOLI

alla sanzione amministrativa, ma anche al ritiro della carta di circolazione. Ma cosa è il gancio da traino? Secondo le vigenti descrizioni è “un “dispositivo a sfera per rimorchi leggeri”, cioè rimorchi con massa a carico non superiore a 750 kg oppure massa complessiva a pieno carico di motrice e rimorchio non oltre le 3,5 tonnellate. Tale specifica vale per i possessori di patente B. Appresso e in sintesi le regole e condizioni per il traino dei veicoli: - il rimorchio, essendo un veicolo a tutti gli effetti, deve essere immatricolato e munito di targa; - l’autoveicolo, per poter trainare il rimorchio, deve essere dotato di un gancio traino omologato e possedere una potenza e

Trasferimenti di proprietà e immatricolazioni Radiazione per esportazione veicoli Consulenze e pratiche per il trasporto di merci conto terzi e conto proprio Nazionalizzazione veicoli provenienti dall’estero

PATENTI

una massa adeguati al traino. Sulla carta di circolazione queste caratteristiche devono essere tutte specificamente annotate. Inoltre il gancio da traino deve essere assicurato come sarà da assicurare anche il rimorchio. In ogni caso per le opportune specifiche informazioni è sempre bene rivolgersi ad una agenzia o a persone competenti.

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FELTRINO NEWS è un periodico mensile distribuito gratuitamente in tutti i comuni della Vallata Feltrina È stampato in 5mila copie con una foliazione di 96/104 pagine tutto a colori e su carta patinata con formato 23cm x 31cm. FELTRINO NEWS è un free-press non schierato politicamente e quindi suo precipuo compito è quello di dare una corretta informazione e giusta narrazione dei fatti, degli eventi e degli avvenimenti, siano essi politici, sociali, culturali o economici. La redazione di FELTRINO NEWS è formata da 30 collaboratori di cui 12 giornalisti, 2 avvocati, 1 ingegnere, 2 psicologhe e una corrispondente dagli USA. La consulenza medico-scientifica è garantita da 4 medici. FELTRINO NEWS viene posizionato in oltre 280 punti quali edicole, farmacie, supermercati, centri commerciali, alberghi, ristoranti, parrucchieri, autostazioni, ambulatori, ospedali, bar, negozi, macellerie e in tutti i luoghi di pubblica affluenza.


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