Feltrino News n. 6/2021 Giugno

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N° 6 - Giugno 2021 - Supplemento del periodico Valsugana News

ROLANDO DEL MONEGO - tel.: 348 5291739 Via Ponte Caorame, 2 - Feltre (BL) www.lanuovacava.it - mail: lanuovacava@gmail.com

LaNuovaCava



A parere mio di Patrizia Rapposelli

POLITICALLY CORRECT E CANCEL CULTURE Un fenomeno sfuggito di mano?

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l fenomeno del politically correct (politicamente corretto) sembra essere sfuggito di mano a molti negli ultimi tempi. C’è chi parla di “cancel culture” (cultura della cancellazione). Soprattutto tra i sostenitori più radicali che tendono a concentrarsi maggiormente sulla forma piuttosto che sulla sostanza delle questioni. Più sulle parole e i simboli anziché su problemi concreti, pur partendo da motivazioni condivisibili e necessarie. Lo sa bene la Disney che ha passato in rassegna i grandi classici per controllare eventuali messaggi offensivi. E Lo dimostra la bufera politica - mediatica scatenata da Pio e Amedeo nelle puntate di Felicissima sera, in onda su canale 5. I due comici hanno sdoganato l’uso di termini scomodi come provocazione al fanatismo del politically correct. Sketch politicamente scorretto al fine di lanciare una sfida precisa: peggio le parole o le intenzioni. Piovono le critiche, le proteste sui social non si contano, si scatenano pensieri di cattivo esempio. Apprezzabili o meno, condivisibili o meno, criticabili o meno è satira. La satira è una critica mordace, risalta con modi ironici, dallo scherno all’invettiva sferzante, atteggiamenti comuni alla generalità degli uomini o tipici di una categoria. Esiste da sempre ed è spesso un tipo di umorismo discriminatorio capace di mettere al centro riflessioni importanti.

Politicamente corretto non è un freno alla libertà di espressione, ma semplicemente un meccanismo che serve a limitare la violenza verbale, purtroppo l’onda esasperata che si sta abbattendo su di esso va oltre gli isterismi censori che di solito si imputano al politically correct. È un movimento di idee nato nei campus americani per combattere le discriminazioni contro le minoranze. Condannare preconcetti, azioni e modi che in qualche modo ledono precise categorie minoritarie è giusto, ma cosa succede quando si cade nella “cancel culture”? Il politicamente corretto non è nato per abbattere le statue, cancellare Shakespeare

nelle università ed Egon Schiele nei musei. La “cancel culture” vuole invece eliminare i western nelle sale cinetiche, Peter Pan e Dumbo. Fanatismo che abbatte ciò che non si conforma senza distinzioni? Oggi la cultura dell’annullamento è all’ordine del giorno e in molti la guardano come forma moderna di ostracismo con cui una persona, così come un marchio o un gruppo commerciale vengono messi al bando, un’estromissione totale dalle cerchie sociali, social e professionali. Guasta in qualche modo i diritti della libertà di espressione ed estremizza il vecchio politically correct. Sono molti gli episodi di “cancel culture” dopo la morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso il 25 maggio 2020 a Minneapolis, e le conseguenti proteste del movimento attivista internazionale Black Lives Matter, sfociate nella violenza e nel vandalismo dei fanatici. Le società Occidentali, come anche l’Italia, sono percorse da un dibattito che sta ridefinendo le basi, una tensione tra grandi fenomeni socioculturali degli ultimi decenni, dal femminismo al multiculturalismo e ai diritti Lgbt, e la parte di popolazione che vi resiste. Polemiche e accuse, un futuro in continuo divenire, servono strumenti utili a non votare il linguaggio come mezzo di sofferenza, ma è altrettanto utile saperli usare senza abusarne.

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Giugno 2021

A parere mio: politically correct Sommario Punto & a capo: Draghi non è Robin Hood Società & lavoro: Governi allo sbando Violenza domestica e maltrattamenti In filigrana: Italia, paese dei bonus Qui cinema: il David di Donatello I grandi personaggi della politica: Enrico Berlinguer AVIS- la donazione di sangue Il personaggio: Rosario Livatino Società oggi: alcool e giovani Storie di bimbi e di guerra Cronache italiane: il femminicidio In ricordo di un campione: Ayrton Senna Qui Feltre: Mostra dell’artigianato Cinema in controluce: Ettore Scola AUSER Feltre: al servizio della comunità In controluce: non ci indurre in..confusione Olimpiadi invernali Milano- Cortina I vetri veneziani alla Galleria Rizzarda Il senso religioso: quando parliamo d’amore Sul piccolo schermo: un passo dal cielo A tempo di musica: i Maneskin Ieri e oggi: la storia del costume da bagno La storia della bicicletta

I grandi personaggi Enrico Berlinguer Pag. 16

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I Maestri d’arte: Sebastiano Ricci 58 L’arte nei secoli : i Preraffaelliti 60 Storia e preistoria: Homo Sapiens 62 Società oggi: la bellezza salverà il mondo 64 Il personaggio di ieri: Marylin Monroe 67 Lo sport in cronaca: Prealpi Tour 2021 68 Le famiglie di casa nostra: i Tommaseo 70 Lavoro, industria e società 72 Novità in libreria: un’anima in viaggio 74 La guerra fredda in Italia 76 L’avvocato risponde: l’affidamento dei figli 78 Medicina & Salute: l’autostima, cosa penso di me 80 Tempo d’estate: l’abbronzatura 83 La pagina verde 84 Altruismo e solidarietà: donare i capelli 85 Salute & benessere: La frutta, alimento indispensabile 86 Moda oggi: gli occhiali da sole 88 Mitologie a confronto: il Giappone 90 Meteorologia oggi: l’iceberg A68 92 Tempo d’estate: il Negroni 94 Tempo d’estate: la pizza 95 La pulizia del cane 97 Benessere & Salute: l’alimentazione estiva 98 Attualità e Covid: il decreto finestre 100 Le targhe illegibili... cosa fare 101

Ieri e oggi Il costume da bagno Pag. 51

Storia e preistoria L'Homo Sapiens Pag. 62

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Punto & a Capo di Waimer Perinelli

DRAGHI non è ROBIN HOOD "Un pare no'l dise vuto? el dise ciapa"; così in una battuta di una celebre commedia di Carlo Goldoni che tradotta significa, "un padre non dice vuoi? ma dice prendi". Quest'idea del 1747 è la testimonianza di quello che dovrebbe essere la generosità fra padri e figli e che Mario Draghi che, come si dice, amministra come un buon padre di famiglia, sintetizza in: è tempo di dare non di prendere.

E

nrico Letta, segretario del Partito Democratico, il più grande della sinistra e parte integrante della maggioranza di governo non la pensa allo stesso modo e riprendendo un antico disegno ha proposto un prelievo forzato dai ricchi per donare un contributo ai diciottenni per avviarli all'impresa.

L'idea è quella di tassare i capitali delle successioni e donazioni superiori ai 5 milioni di euro con un'aliquota progressiva che dall'attuale 4% arrivi fino al 20% esentando dalla quota un milione. Il pensiero appare coerente con una vecchia ideologia che riteneva la proprietà (ricchezza) un furto (quella degli altri s'intende) e che perciò vada restituita e redistribuita. In tempi di pandemia, dai quali sul piano economico non siamo mai stati vaccinati sufficientemente, il concetto non è del tutto malvagio ma presenta alcuni problemi nell'applicazione.

In primo luogo dobbiamo stabilire chi ha cinque milioni di euro da lasciare agli eredi. Ho conosciuto persone che ogni anno compivano un viaggetto in Austria o Svizzera imbottendosi valigia e abiti di soldi da depositare in banche sicure dal fisco. A casa loro non erano giudicati pezzenti ma il grosso del capitale era all'estero. Non accade solo ai comuni mortali. Lo stesso leghista Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, si è trovato erede della madre per sei milioni di euro depositati in Svizzera. Nulla d'illegale se i soldi sono espatriati liberamente, da banca a banca, e sui quali in Italia si sono pagate le tasse. Così accade per esempio anche per la grandi società i cui patrimoni sono ben custoditi nei paradisi fiscali e dunque una volta lasciato il bel paese diventano uccel di banca. L'ex ministro delle Finanze, dal 2001 al 2002, Ottaviano del Turco, stimava che, a quei tempi, all'estero giacessero circa 300 miliardi di euro. In realtà anche oggi nessuno conosce l'entità dei capitali depositati fuori dai confini perché a quelli legalmente denunciati, bisogna aggiungere una quota portata dagli spalloni attraverso canali clandestini. Silvio Berlusconi, che di capitali se ne intende, Presidente del Consiglio nel 2001, cercò di farne rientrare legalmente una parte di quelli non dichiarati, concedendo sconti e benefici. La cosa fece infuriare Antonio Di Pietro che parlò di una norma "salva ladri" vero e proprio riciclaggio di denaro sporco, cioè frutto di reati, da parte dello Stato. Tanto rumore per nulla se vent'anni dopo siamo punto e a capo. L'idea di Letta, pur lodevole sul piano filosofico e sociologico, cioè del diritto

di ognuno di arricchirsi e lasciare il frutto agli eredi, ha tanti difetti pratici e uno di quelli è di incentivare il flusso clandestino di capitali verso i paradisi dei capitali. Né più grande successo avrebbe la scelta di Matteo Salvini di tassare del 15% i siti Web, visto che i bilanci possono essere "adattati". Ma il problema va affrontato e risolto visto che la società ha bisogno di equità e, per vivere decorosamente, chiede a tutti di aiutare i meno fortunati per nascita o per opportunità. Tutto questo sarà all'attenzione della commissione finanze di camera e senato le quali entro il 30 giugno dovranno presentare il documento di indirizzo sulla legge delega che farà da cornice alla riforma del fisco. Mario Draghi ha già dichiarato irricevibili le proposte dei due leader dei maggiori partiti della coalizione di maggioranza, e le polemiche come fuochi si sono attenuate; resta il timore che possano diventare fuochi fatui per il governo.

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Società e lavoro di Cesare Scotoni

LAVORO: GOVERNI ALLO SBANDO LE RIFORME INUTILI E DANNOSE Il “Lavoro” è stato assunto come base della Costituzione del nostro Paese solo 75 anni fa ed è stato un motore di un cambiamento che, non solo per la Ricchezza che ha creato, ma dallo Statuto dei Lavoratori alla Concertazione, ha influenzato profondamente l’evoluzione Politica e Sociale della Repubblica Italiana.

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l fatto che il Lavoro, ovvero tutte quelle attività che creano Valore e Ricchezza, muti con l’evolvere delle Tecnologie è incontestabile ed incontestato così come il fatto che la sua organizzazione sia determinante per massimizzarne i risultati e ridurre la Fatica di chi lo svolge. A partire dal 1963 con il primo governo Moro (Centrosinistra) il PSI di Nenni condizionò l’introduzione di una serie di importanti vincoli e strumenti per rafforzare e tutelare i lavoratori mostrando lungimiranza e concretezza nel momento apicale dell’Industrializzazione del Paese. La Concertazione del 1993 invece, da

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azione tattica finalizzata allo sforzo dell’ingresso in Europa nel momento del collasso “giudiziario” della Prima Repubblica, divenne un metodo ordinario di governo che segnò in modo indiscutibile la perdita di Competitività del nostro Paese sganciando definitivamente il fondamentale Concetto di Lavoro come Processo per la Creazione di Valore e Ricchezza dalle Retribuzioni, dalla Tassazione e dai risultati in termini di Produttività. Le stesse interminabili correzioni al sistema pensionistico, figlie degli errori degli anni Ottanta e non delle scelte del 1965, entrarono nel “calderone” della Concertazione, mescolando il tema del La-

voro, con quelli, certo distinti del Welfare e della Previdenza. Confusione concettuale in cui le diverse lobbies han sempre potuto “sguazzare”. Tralasciamo le vicende più recenti e tragiche dove il Sussidio è stato inteso come Salario ed in cui, con il pretesto del Covid19 la Costituzione è stata messa da parte e quel Lavoro su cui si fonda la Repubblica ha visto insorgere la distinzione tra lavori Indispensabili e Superflui ed il Lavoro è stato ridotto al Salario o al Ristoro anziché ricondotto alla Catena del Valore. Da gente che evidentemente non sapeva connettere dei Concetti del tutto alieni alle rispettive esperienze di vita e di politica. Veniamo invece alla necessità, ravvisata da molti, di un momento di riflessione sul Lavoro, il suo Evolvere ed il cambiare dei Sistemi Organizzativi in cui si svolge ed al fatto che alcuni immaginino ancora, dopo l’epopea dei virologi televisivi degli ultimi 15 mesi, che un bel confronto tra esperti con un bel documento conclusivo che metta ecumenicamente assieme l’acqua e l’olio, possa essere una via per supera-


Società e lavoro statistica e su elementi previsionali supportati da un metodo, che preveda Impegni e Risorse e su cui, persone che magari abbiano avuto confidenza con la creazione di Valore e di Ricchezza,

re 25 anni di errori strategici e ripartire. Esattamente un anno fa, a Palazzo Doria Pamphili, il Governo Conte II dava il via agli “Stati Generali” a porte chiuse, i cui risultati eclatanti sono oggi sotto gli occhi e sulle spalle di tutti. Seppellendo definitivamente una Metodologia. Possiamo quindi immaginare che un Confronto Aperto abbia a prendere il via solo da un Progetto, costruito sulle contraddizioni in campo, sui dati di tendenza

sperando che da un Dibattito tra chi difende scelte ormai bocciate dalla Storia e chi spera fiducioso che il dato statistico si trasformi in visione, rinunciando a Discutere e Confrontare Progetti. Attenzione! Credere che un Progetto nasca da un confronto tra relazioni significa, ancora una volta, sperare che il Cambiamento lo facciano altri.

si cimentino in un approfondimento critico al fine di offrire elementi diversi e nuovi a quella Visione. Trasformare invece l’Oggetto in Soggetto, come solo un anno fa quel Governo di improvvisati provò a fare,

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Violenza domestica e maltrattamenti

Signal for Help... Il segnale per la richiesta di aiuto Il nuovo modo silenzioso di denunciare la violenza domestica Promosso da associazioni sensibili sul tema. il Signal for Help permette di denunciare senza essere visti dall'aguzzino.

Per aiutare le vittime di violenza domestica a denunciare i maltrattamenti subiti in epoca Covid, le associazioni Canadian Women’s Foundation e Women’s Funding Network hanno istituito il Signal for Help. Un gesto che, nella sua semplicità, è capace di salvare parecchie vite. Con lo scoppiare dell’emergenza epidemiologica e il conseguente lockdown, sono drasticamente aumentati gli episodi di violenza domestica e femminicidio. Donne, bambini e di frequente pure uomini si sono ritrovati reclusi nella loro abitazione con i propri aguzzini, isolati dall’ambiente esterno. Secondo quanto indicano le statistiche, nella fase di quarantena Covid si è avuto un incremento del 119 per cento delle chiamate

al numero verde 1522* per lo stalking e la violenza domestica. Tuttavia, spesso chi è vittima di violenza non ha la possibilità di effettuare chiamate, con le quali dovrebbero esplicitare a voce i motivi, rischiando di farsi udire dall’aguzzino e, dunque, di subire ripercussioni. Alla luce di ciò l’associazione Women’s Funding Network (WFN), in compartecipazione con la Canadian Women’s Foundation, ha creato il cosiddetto Signal for Help . La campagna Signal for Help, che sta ottenendo sempre maggiore considerazione sul web grazie al passaparola dei social media e a video esplicativi, ha ideato un segnale

gestuale in grado di salvare parecchie vite. Si tratta di una maniera silenziosa di chiedere aiuto: ad esempio lo si può fare in videochiamata, senza suscitare sospetti nel responsabile dei maltrattamenti. Le fasi gestuali del Signal for Help sono due. La prima consiste nel mostrare il palmo della mano con quattro dita alzate, mentre sul palmo è appoggiato il pollice. La seconda prevede di abbassare le quattro dita, in modo da ‘intrappolare’ il pollice. Il Signal for Help è diventato un simbolo internazionale per denunciare, senza dare nell’occhio, la violenza domestica. È importante continuare a promuoverlo e a farlo conoscere.

*Il 1522 è un servizio pubblico promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Al numero rispondono operatrici specializzate che accolgono le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking. Tratto da : https://notiziariodelweb.com 10



In filigrana di Nicola Maccagnan

Quando il “bonus” rischia di diventare un...malus. Breve (si fa per dire) viaggio nel labirinto delle agevolazioni di Stato.

Italia, Paese dei...bonus!

sportivo. Tanto per rinfrescarci la memoria, potremmo qui citare solo qualche esempio. Come quelli del bonus seggiolino, destinato a chi ha figli con meno di 4 anni e acquista un seggiolino o un dispositivo anti-abbandono per la propria vettura, o il bonus per bici o monopattini, il bonus matrimonio, o quello denominato “cultura” a favore degli insegnati per il loro aggiornamento, o – ancora – il bonus musica e il bonus smart tv di 50 euro. Senza aprire il capitolo, ben più corposo, del cashback nazionale sugli acquisti con Detta così parrebbe quasi una battuta o una sorta di amara provocazione, visti i tempi tutt'altro che semplici in cui ci troviamo a navigare. Eppure, a ben guardare, la sfilza di agevolazioni, sconti, misure di sostegno o bonus, per l'appunto, attivati nel nostro Paese in questi anni, e soprattutto negli ultimi mesi, è davvero infinita, tanto che censirli tutti è un'impresa quasi impossibile. Alle misure valide a livello nazionale, si sommano infatti quelle regionali o comunali, fino a creare un vero e proprio labirinto di norme, regolamenti, scadenze e modulistiche nelle quali il cittadino meno attento – ma per la verità anche quello più ben disposto – fatica ad orientarsi, fino ad alzare in più di qualche caso bandiera bianca. Non che la pratica dei bonus fosse sconosciuta in terra italica. Dagli incentivi per la sostituzione (con o senza rottamazione) delle vecchie auto alle prime misure di sostegno al comparto edilizio con lo sconto fiscale sugli investimenti per il risparmio energetico, tutti noi abbiamo imparato a conoscere la pratica dell'aiutino di Stato, da incassare subito o riportare nella denuncia dei redditi. Quello a cui stiamo assistendo negli ultimi 12

mesi, con una forte accelerazione coincisa con le difficoltà economiche generate dalla pandemia da Covid-19, è però qualcosa di quasi incredibile. E non stiamo qui parlando, si badi bene, dei ristori erogati alle categorie economiche (imprenditori o lavoratori) penalizzate dalle chiusure conseguenti all'epidemia. No, qui ci soffermiamo sulla miriade di agevolazioni più o meno estemporanee, appannaggio di questa o quella fascia di popolazione, individuata di volta in volta non solo per reddito, ma spesso anche per età, o per tipologia professionale o persino per gusto


In filigrana

mezzi di pagamento elettronici o della lotteria degli scontrini (che porta alla memoria fantozziane bolge della fortuna) o dell'oramai famigerato superbonus del 110%. Sia ben inteso: tutte misure che rispondono a finalità generalmente condivisibili: il sostegno della famiglia, la sicurezza, il risparmio energetico, la promozione della cultura, la lotta all'evasione fiscale e via dicendo. Si ha però netta l'impressione che ci troviamo difronte ad un'accozzaglia di provvedimenti nati quasi “a ruota libera”, frutto del caso o dell'opportunità, più che di una seria pianificazione. Senza tenere conto di un altro aspetto non proprio secondario: bonus e incentivi rappresentano in molti casi una “droga di mercato”, che accelera o anticipa delle spese non sempre necessarie o programmate, con la conseguenza che quello stesso mercato sconterà poi un lungo periodo di stagnazione. Ricordiamo tutti i grafici schizofrenici sull'andamento delle vendite delle auto negli anni passati: picchi vertiginosi nei momenti di “bonus” e lunghe fasi di paralisi (con apertura di inevitabili crisi aziendali e

ricorso alla cassa integrazione o addirittura ai licenziamenti) in quelle successive. Sorgono anche, inevitabilmente, alcune domande. I cittadini, soprattutto quelli potenzialmente più interessati da queste misure (e quindi quelli con redditi più bassi, ovvero spesso i pensionati e gli anziani) saranno mai in grado di destreggiarsi in questa miriade di norme e normette? Che cosa dovrebbero fare costoro, vivere costantemente all'uscio di associazioni di consumatori o studi di consulenti in grado di accompagnarli? O esausti, alla fine, lasceranno perdere tutto? Secondo quesito: Questo continuo proliferare di bonus di ogni tipo non rischierà anche di generare in qualcuno l'idea che si vive oramai in un'epoca di piccoli o grandi sostegni quotidiani in cui è meglio inseguire la lotteria dello sconto di giornata, piuttosto che preoccuparsi, anzitutto, di cercare e mantenere un lavoro in grado di coprire le proprie esigenze economiche (cosa peraltro di questi tempi tutt'altro che semplice...)? E, di contro, lo Stato e gli altri Enti non farebbero meglio a concentrare sforzi e risorse nel pianificare una politica strutturata di

sostegno al lavoro, tanto per i giovani quanto per quelli che, già ampiamente adulti, si trovano senza occupazione, piuttosto che finanziare “aiutini” di ogni tipo? E' quanto sta accadendo su un altro versante - lo raccontano ahinoi spesso le cronache quotidiane - per il reddito di cittadinanza, nato nelle intenzioni dichiarate come sostegno per il reinserimento lavorativo e diventato per più di qualcuno, talvolta anche in maniera furbesca, rendita di posizione. “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, recita il primo articolo della nostra Costituzione. Ecco, varrebbe la pena ricordarlo un po’ più spesso. Scriveva già qualche mese fa Carlo Cottarelli, economista dal pensiero fine e dal linguaggio accessibile a tutti: "Occorrono misure non guidate dalle contingenze e volte a far contento chi grida di più, occorrono investimenti pubblici ben programmati, occorre riformare la pubblica amministrazione, occorre rendere la giustizia più rapida e occorrono anche spese per la pubblica istruzione, ma spese ben mirate". Si sente in giro una gran voglia di “ri-partire”. Giustissimo. Ma come? 13


Qui cinema di Katia Cont

Il David di Donatello

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a serata trasmessa dal Teatro dell’Opera è iniziata con Laura Pausini che ha cantato «Io Sì», brano con cui ha vinto un Golden Globle e che l’ha vista candidata sia ai David di Donatello che agli Oscar in quel di Los Angeles. Una serata incalzante, con una regia dinamica, senza troppe interruzioni e perdite di tempo. Si è parlato di cinema con le persone che realmente il cinema lo fanno e lo vivono. Molti sono stati i momenti toccanti che non dimenticheremo di questa edizione a partire da un’emozionatissima Sophia Loren, miglior attrice protagonista per “La vita davanti a sé”, film diretto dal figlio Edoardo Conti che lei ha ringraziato a cuore aperto. «L’emozione è la stessa della prima volta, la gioia è la stessa. Voglio continuare a fare film: senza il cinema, non posso vivere». «È difficile credere che la prima volta che ho ricevuto un David sia stato più di 60 anni fa. Sono molto grata a mio figlio, un uomo

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meraviglioso che ha fatto un film molto bello», ha detto la Loren, commossa nel suo discorso di ringraziamento. A trionfare è stato il film “Volevo nascondermi”, la pellicola di Giorgio Diritti che racconta in maniera folgorante la vita del pittore Antonio Ligabue. Il film ha vinto ben 7 David su 15 nomination, tra cui i prestigiosi: miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista ad Elio Germano. Immenso e toccante il discorso della prota-

gonista più giovane della serata, una standing ovation per le parole di Emma Torre, la figlia di Mattia Torre, che accompagnata dalla mamma Francesca ha ritirato il premio vinto dal padre per la sceneggiatura del film “Figli”. «Complimenti a mio padre che ha vinto il premio anche se non c’è più, dedico il premio al mio fratellino Nico che mi fa ammazzare dalle risate e a mia mamma che non si arrende mai» ha detto Emma ricordando il padre sceneggiatore, autore televisivo e regista, tra gli autori della serie “Boris”, prematuramente scomparso.

I momenti istituzionali non sono mancati, da ricordare quello introduttivo con il Ministro Dario Franceschini, che ha prospettato un grande futuro per il cinema. «E' stato un deserto molto lungo da attraversare ancora con macchine al 50% della capienza ma il cinema non si è fermato», ha detto il ministro, aprendo la serata su Rai1 per il gala dei David di Donatello. «Sono convinto che ci aspetti una grande stagione. E ci stiamo impegnando: dopo la legge sul tax credit diventata tra le più competitive in Europa, stiamo facendo una grande operazione su Cinecittà: un investimento di 300 milioni di euro del Recovery per il Centro sperimentale di cinematografia e Cinecittà. Per il cinema italiano vedo un grande presente e un grande futuro, ha concluso”.



Grandi personaggi della politica di Waimer Perinelli

ENRICO BERLINGUER L'ULTIMO COMUNISTA

Sono passati 37 anni dalla morte di Enrico Berlinguer. Berlinguer? chi era costui? Non è stato fatto recentemente né credo si farà a breve un sondaggio sul ricordo e conoscenza di uno degli uomini politici più importanti del dopoguerra. Se si facesse ora è probabile che della generazione attuale qualcuno ricordi che è il padre di Bianca Berlinguer giornalista e conduttrice di una rubrica del Tg3 Rai di cui è stato a lungo ospite Mauro Corona, l'uomo di Erto, il promotore del pino mugo.

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bbene, Enrico padre è stato una quercia della politica italiana e internazionale, una brava persona come recita un verso degli anni 70 di Giorgio Gaber. Essere bravi e onesti non era facile in un mondo percosso da tristi eventi, frastornato e conteso fra i blocchi dell'est comunista e dell'occidente filo americano, dove la politica si combatteva all'arma bianca fra complotti più o meno veri e stragi orribili, criminali come quella piazza Fontana nel 1969 a Milano, e poi piazza della Loggia a Brescia nel 1974, una scia di sangue e dolore che porta a Bologna, alla stazione ferroviaria, dove 85 persone sono state uccise da un bomba. Quest'ultimo attentato va particolarmente ricordato perché si collega a quella che

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fu chiamata strategia della tensione, nella quale apparati dello Stato trattarono e agirono in combutta con la Mafia, la Massoneria, nostalgici del Fascismo e ci riconduce alla morte di un altro statista, Aldo Moro, ucciso dalla brigate rosse, un uomo con cui proprio Berlinguer aveva iniziato nel 1976 l'avvicinamento fra il Partito comunista italiano di cui era segretario e la Democrazia Cristiana. La loro azione chiamata Compromesso storico, mirava alla fondazione di un partito democratico unico; il loro era un confronto per un governo autorevole del paese che le brigate presun-

te rosse e criminali neri, non riuscirono a fermare ma certamente a rallentare. Enrico Berlinguer segretario generale del Partito Comunista Italiano dal 1972 fino al 1984 aveva accennato la sua idea poco prima di morire ad Achille Occhetto, suo successore nel 1988. Nato il 25 maggio del 1922 a Sassari nella splendida Sardegna da famiglia agiata, Enrico si diploma nel 1940 al liceo classico e l'anno dopo si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza con l'intento di laurearsi con una tesi di filosofia. Ma la guerra mondiale decide diversamente ed egli a 21 anni si iscrive al partito comunista e partecipa alla lotta partigiana. Alla fine della guerra inizia il percorso politico che lo porterà alla guida del più grande partito comunista del mondo occidentale ed a confrontarsi con il PCUS, partito comunista dell'Unione Sovietica, un blocco rosso, granitico, intollerante, al cui fianco si stava muovendo il partito


Grandi personaggi della politica italiano guidato da Palmiro Togliatti. E' un percorso difficile in un partito che affronta crisi ideologiche con, nel 1956, la repressione in Ungheria, e conflitti interni, con troppi leader impegnati a giocare allo sgambetto, come accade in generale nella politica ma che è nel pci e nella sinistra italiana in generale, uno sport, molto praticato: un vero campionato. Enrico Berlinguer deve superare diversi esami, a Roma come a Mosca, ma nel 1968 candida ed è eletto deputato in Lazio con oltre 150mila preferenze. Nel 1972 al congresso di Milano prospettò la necessità di trovare, per il bene dell'Italia, una linea comune con la balena bianca, la

Democrazia Cristiana, spiaggiata in altra parte della politica ma ancora molto forte. Fu eletto segretario generale del partito e avviò la lunga marcia per portare lo stesso al governo. La sua corsa si chiude nel 1984 a Padova mentre parla dal palco; colpito da malore, ha la forza di finire il discorso poi crolla. Morto. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini, che si trovava già a Padova per ragioni di Stato, volle la salma sull'aereo presi-

denziale, dicendo: «Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta». Enrico Berlinguer fu l'ultimo leader comunista. Valter Veltroni nel 2004 dira’:" Il Pci finisce con la morte di Berlinguer, questa è la verità." e aggiugerà :" Se la sinistra è arrivata al governo lo si deve al fatto che Berlinguer ha costruito quel partito lì, non l'amministrazione di un declino, ma l'apertura di un cammino». Come accade sempre non tutti sono d'accordo. Massimo D'Alema, un emergente nel partito, disse lo stesso anno «Corriamo il rischio di trasformare Berlinguer in una figura profetica, disinteressato alla politica come compromesso, manovra, aggiramento dell'avversario. Invece morì mentre stava trattando con la Dc per far cadere Craxi." Proprio D'alema negli anni Duemila sarà "rottamato" da Matteo Renzi, giovanissimo leader del Partito democratico, che non è mai stato iscritto al PCI. La storia del partito comunista italia-

no come quella di ogni associazione è costruita su nobiltà e miseria, ricchezza e povertà d’idee, sulla meschinità e la gloria delle persone, senza conoscere questo percorso, le sue donne, come Nilde Iotti, e uomini come Enrico Berlinguer, non possiamo comprendere il caos costruttivo che ci circonda. Chiudo questo sintetico, necessariamente incompleto viaggio ricordando quando nel 1983, con un simpatico e scanzonato ma non innocente gesto, il comico Roberto Benigni prese in braccio un Berlinguer più che mai intimidito e però sorridente. Fu un grande gesto mediatico tentato più volte da altri politici: una gara a farsi prendere in braccio, o almeno a farsi baciare dall'attore toscano, che finiva per ottenere l'effetto opposto, stucchevole.

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Donazione del sangue di Nicola Maschio

Più di mezzo millennio di storia Un gesto spontaneo, di aiuto reciproco. La donazione del sangue è divenuta, nel tempo, una prassi comune a tanti. Ma chi si è mai chiesto quale sia realmente la storia di questo processo? Chi è stato il primo donatore, quando e soprattutto in che modo? La Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia ha ripercorso le tappe più importanti della donazione del sangue. In principio, precisamente nel 1492 (coincidenze, lo stesso anno della scoperta dell’America, altra tappa storica di fondamentale importanza nella storia dell’umanità), nel tentativo di salvare la vita di Papa Innocenzo VII si tentò una prima trasfusione di sangue. Questo primo approccio, tuttavia, non ebbe successo. E nemmeno quanto avvenne nei successivi 400 anni, con diverse sperimentazioni e pochissimi benefici per le persone interessate dal processo. Ma tutto ciò permise di progredire in modo importante rispetto alle scoperte scientifiche che, al giorno d’oggi, caratterizzano la nostra società: dalle diversità rispetto al tipo si sangue (venoso oppure arterioso) alla possibilità o meno di compiere trasfusioni da animali ad essere umani, fino alla quantità di sangue e alle diverse modalità d’infusione. Tuttavia, verso la metà del diciannovesimo secolo i dati non erano

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ancora confortanti: tra il 1840 ed il 1875 si registrarono 317 trasfusioni, la metà delle quali si conclusero con il decesso dei pazienti. Le motivazioni furono diverse, dagli emboli per sangue coagulato fino all’inquinamento dovuto a batteri, germi e tossine di vario tipo. La vera svolta avvenne nel 1900, quando il medico e biologo Karl Landstenier fece una scoperta sensazionale, ovvero quella dei gruppi sanguigni. Un passo decisivo nell’ottica della scienza moderna, tanto da consentirgli di vincere il premio Nobel. Il “Sistema AB0”, appunto la classificazione delle diverse tipologie di sangue presenti negli organismi, chiuse definitivamente il capitolo inerente la fase sperimentale delle trasfusioni. Il ventesimo secolo ha segnato, sotto tanti punti di vista, una vera e propria svolta nelle trasfusioni e donazioni del sangue. Sfortunatamente, gran parte di questa evoluzione è da attribuirsi ai conflitti mondiali della prima metà del ‘900. In primo luogo, tra il 1914 ed il 1918 (primo conflitto mondiale) il citrato di sodio venne utilizzato come anticoagulante consentendo le prime pratiche di conservazione e trasporto del sangue: divenne un processo di importanza assoluta durante la guerra, in particolar modo rispetto a coloro che venivano gravemente feriti in battaglia. Successivamente, negli anni ‘20 e ‘30, cominciarono a formarsi le prime Associazioni di donatori volontari in tutta Europa: nel 1927 ad esempio, in Italia prese vita l’AVIS, l’Associazione Volontari Italiani del Sangue, che successivamente divenne parte del FIODS (Federazione Internazionale delle Organizzazioni dei Donatori di Sangue), fondata a Lussemburgo nel 1955. Ancora, la Guerra Civile Spagnola (1936) ed il secondo conflitto mondiale richiesero una elevatissima quantità di sangue, fatto che diede una grande spinta alla ricerca

scientifica rispetto al tema di donazioni e trasfusioni. Da quel momento in avanti, le necessità di sangue divenne una questione internazionale, tanto da portare alla fondazione delle prime Banche del Sangue. A Torino, precisamente nel 1948, venne inaugurato il primo Centro Trasfusionale italiano. La prima legge europea relativa alla trasfusione si ebbe il 21 luglio 1952, mentre nel nostro Paese occorrerà aspettare il 1967 per un ordinamento specifico. Fu negli anni ‘80 però che si riscontrarono alcuni problemi, soprattutto legati all’AIDS. Questa particolare patologia rimise in discussione tutte le modalità di

donazione definite negli anni precedenti, e da quel momento si dovettero stabilire nuovi metodologie per la selezione dei donatori e delle procedure di controllo. Si arrivò così al 2003, quando si riscontrano le raccomandazioni finali sul tema, a firma del Parlamento Europeo (linee guida che vennero adottate da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea): quest’ultimo di fatto ha stabilito tutte le normative inerenti la qualità e la sicurezza nelle operazioni di donazione, conservazione e distribuzione del sangue umano. Nel 2019 sono stati più di un milione e mezzo i donatori in Italia, sostanzialmente stabili rispetto agli anni passati, con un calo del 2,3% però in merito ai nuovo donatori (362mila), con la fascia di età 18-25 anni che conta ben 213.422 soggetti che hanno deciso di donare il sangue.


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Il personaggio di Francesco Zadra

Rosario Livatino il giudice ragazzino

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mmagina di essere uno studente di Giurisprudenza (e fa già piangere così) in piena sessione d’esami. Intere giornate con gli occhi che sanguinano e la mente che reclama una pausa, ore e ore di gioventù perse in quel labirinto di codici, commi e cavilli. Chi te lo ha fatto fare? La tentazione di darsi all’agricoltura è sempre più forte. Se poi scopri che l’albo degli avvocati è ormai prossimo alla saturazione e ti arriva voce dell’ennesimo scandalo legato alla magistratura cominci a mollare la presa. L’idea di fuggire a pescare tonni in qualche sperduto atollo del Pacifico si consolida ogni secondo di più. Tutto ad un tratto una voce rompe il silenzio. Un oracolo? La tua coscienza? No. Semplicemente la radio, che hai messo in sottofondo nel tentativo di rendere meno amaro il ripasso di diritto privato. Ciò che ha catturato la tua attenzione ha un

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nome e cognome: Rosario Angelo Livatino. Cominci ad ascoltare rapito l’annunciatrice radiofonica mentre narra vita, morte e, sì, anche miracoli, di questo giovane magistrato assassinato dalla mafia trent’anni or sono. Nato a Canicattì il 3 ottobre del 1952, il nostro eroe si contraddistinguerà fin da piccolo per il forte senso di giustizia e la temeraria voglia di mettersi in gioco. Terminata la vita liceale, dove militò tra le fila dell’Azione Cattolica, il giovane Livatino s’iscrive alla facoltà di Giurisprudenza da cui uscirà, cum laude, nel ‘75. Gli anni passati sui libri danno i loro frutti: dopo essere finito in vetta alla graduatoria del concorso da magistrato nel ‘78, divenne sostituto

procuratore del tribunale di Agrigento l’anno successivo. A soli 26 anni d’età. Una carriera brillante. Ma ben presto Rosario farà i conti con l’amara realtà. I concetti di Giustizia, Verità e Trasparenza, che tanto sognava di difendere, erano lungi dall’essere messi in pratica. E non solo negli inferni delle periferie sicule. Perfino i colleghi togati e le alte sfere dello Stato sembravano predicare bene e razzolare male. Nonostante ciò decise di non scoraggiarsi e perseguire con ancor più convinzione il suo obiettivo. Etiam si omnes ego non. Anche se tutti io no. Passò così al setaccio la società siciliana, trascorse notti insonni per scoprire dove si annidasse la criminalità organizzata arrivando perfino a interrogare personaggi “intoccabili”: sindaci, parlamentari e pure un ministro della repubblica. Il tutto mentre affrontava una profonda crisi interiore che lo portò, dopo un travagliato percorso, ad


Il personaggio abbracciare convintamente la fede cattolica chiedendo la cresima da 36enne. Inutile dire che la sua incorruttibilità e intransigenza non gli attirò certo le simpatie della mafia. Nel 1990 la Stidda, cosca mafiosa locale, assoldò, a poche settimane dal suo compleanno, 4 sicari col mandato d’inseguirlo. E non certo per consegnargli torta e candeline. Il 21 settembre la tragedia: mentre si recava al lavoro sulla statale che collega Caltanissetta ad Agrigento la sua auto venne speronata. Rosario ebbe un orrendo presentimento: la sua corsa era giunta al termine. Tentò quindi la fuga attraverso i campi, ma venne raggiunto e freddato a colpi di pistola. Spirava così, a quasi 38 anni, il giudice ragazzino. Impossibile non pensare alle parole di Saulo di Tarso: bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi. Ho gareggiato una bella gara, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.

La beatificazione

Fin dai primi anni dopo la morte di Rosario la curia agrigentina incaricò la prof.ssa Ida Abate, un tempo sua insegnante, di raccogliere testimonianze per il processo di beatificazione. Perfino papa Wojtyla si commosse incontrando i genitori di Livatino nella valle dei templi di Agrigento, poche ore prima di scagliare lo storico anatema contro la mafia. Il processo diocesano si avvierà nel 2011 su decreto di mons. Francesco Montenegro per concludersi solo nel 2018. Anni intensi, durante i quali furono interrogate oltre 40 persone circa la condotta di vita del magistrato, tra cui uno dei killer, l’ergastolano Gaetano Puzzangaro, ora pentito. I documenti e testimonianze vennero poi spediti a Roma in un dossier di 4’000 pagine pronto a essere esaminato dalla Congregazione per le cause dei santi. Nel dicembre 2020 arriva il nulla osta del Santo Padre Francesco circa il riconoscimento del martirio. Finalmente lo scorso 9 maggio il giudice Livatino è stato innalzato all’onore degli altari, nella cattedrale di Agrigento, per bocca del cardinal Semeraro. La memoria liturgia del neo-beato sarà celebrata ogni 29 ottobre, data in cui (nel 1988) ricevette il sacramento della confermazione. E’ ora in corso un'indagine della Santa Sede circa suoi 2 presunti miracoli. Arriverà presto il giorno in cui potremo chiamarlo “San Rosario Livatino”?

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Società oggi di Patrizia Rapposelli

ALCOOL E GIOVANI Piaga sociale che fa tendenza

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ockdown e alcool. Riaperture e alcool. Il problema sia nel primo caso che nel secondo è evidente. Il suo uso eccessivo e dipendente è una piaga sociale. Durante il periodo delle

chiusure i canali di vendita online e di home delivery di bevande alcoliche hanno registrato incrementi percentuali a tre cifre in tutto il mondo. Risultato più alcool nelle case, quindi maggiori difficoltà nel rispettare le raccomandazioni sul suo consumo e minor effetto delle leggi contro la vendita ai minori. La società italiana di Alcologia calcola che in Italia, nei mesi della pandemia, le persone a rischio dipendenza dall’alcool abbiano raggiunto quota dieci milioni, tra cui circa un milione di minorenni. L’apertura verso l’estate miscelata

alla voglia di libertà macinata negli scorsi mesi potrebbe essere ancora più deleteria per una grossa fetta di popolazione, in particolare per il mondo giovanile. Dato di fatto è che cresce l’alcolismo tra i giovani, la genitorialità banalizza il problema e le leggi faticano a tenere il passo con le strategie di marketing. Nonostante la moltitudine di campagne di sensibilizzazione sull’argomento, l’industria è libera di sfruttare internet e i social media per pubblicizzare i propri prodotti, bevande alcoliche, a un vasto pubblico di giovani consumatori.

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Società oggi Dall’altra è pretendere troppo chiedere coerenza a chi ama tuonare sulla scomparsa dei valori etici nel nostro tempo, gli adulti. Alla parte ancora opposta forse “l’intelligenza” di molti ragazzi è sovrastimata? Essere precoci non vuol dire avere come risultato un prodotto maturo. L’uso smodato di alcool è da sempre un fenomeno ampiamente diffuso e altrettanto discusso. Soprattutto di questi ultimi tempi si parla di una pratica pericolosa che ha il nome di Binge dringking, vere e proprie abbuffate alcoliche in un lasso di tempo minimo, un’unica serata, allo scopo di ottenere un’ubriacatura tale e immediata da perdere il controllo. Bere fino allo sballo, mischiando bevande alcoliche e superalcoliche, un fatto drammatico aggravato dalla situazione di disagio e isolamento provocata dalla pandemia. Nel nostro Paese si inizia a bere in un’età compresa tra gli undici e dodici anni: 800 mila ragazzi bevono

prima dei diciassette anni. Inutile ripetere i danni dall’uso smodato di alcool, in particolare nei più piccoli e successivamente a lungo termine: danni agli organi, danni al sistema nervoso, disturbi comportamentali e la lista è lunga. Sembra evidente che il mondo giovanile non comprenda come i limiti esistono per non avere un effetto dannoso su loro stessi; ma forse i concetti di limiti e regole non sono così appropriati per l’evoluzione della società oggi. Importante sarebbe ristabilire la giusta distanza tra i ragazzi e le bevande alcoliche. In giovane età è difficile capire come l’idea di controllo non pregiudica la libertà di scelta individuale, ma è diventata prassi generale sballarsi per sentirsi più grandi, per essere accettati dai coetanei, per provare nuovi stimoli, per sopperire a problemi più profondi che troppe volte la famiglia non vede.

Il fascino dell’ebrezza alcolica è così da sempre, ma la situazione si è notevolmente aggravata nel corso degli ultimi anni, per i giovani è uno stile di vita che fa tendenza. L’alcool è una piaga sociale, soprattutto nell’adolescenza e in una società che tende a uniformare; un numero importante di giovani crede di essere invincibile, capace di poter provare qualsiasi esperienza senza subire conseguenze. Farei una domanda: è una scelta loro o è indotta dalla paura di essere diversi, non accettati e troppo deboli per affrontare le situazioni senza un “aiutino alcolico”?

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Storie di bimbi e di guerra di Walter Laurana

I DORMIENTI La scena è costellata di edifici in rovina crivellati dai proiettili, di voragini scolpite dalle bombe nelle strade e nelle piazze sulle quali incuranti, innocenti e festosi corrono bambini. Sono scene frequenti nel cinema neorealista italiano dove si rivivono momenti drammatici della seconda guerra mondiale, ma anche di reportage televisivi girati in paesi oppressi da conflitti. Scene di campi profughi dove si riuniscono gli sfuggiti alle guerre e lì, fra il disordine, il caos della provvisorietà, altri bimbi che giocano si rincorrono e sembrano ignorare la tensione, il dramma. La fortuna dei bambini è la grande capacità di adattamento ma non sempre è facile e serena. Anzi spesso la reazione alle difficoltà è drammatica. Si chiama Sindrome della Rassegnazione ed è stata individuata in Svezia lo stato di apatia che colpisce i bambini figli di fuggiaschi, rifugiati. Per illustrarla bisogna partire dal principale sintomo ovvero la passività. Il direttore dell'unità psichiatrica dell’ospedale universitario di Stoccolma ne ha descrive i sintomi: “I bambini diventato totalmente passivi, immobili, fiacchi, schivi, taciturni, incapaci di mangiare e bere, incontinenti e privi di reazioni dinanzi a stimoli fisici o al dolore. Questi piccoli pazienti vengono chiamati bambini apatici‘”. Nei casi più gravi i bambini cadono in coma, anche per molti mesi. Il fenomeno riguarda soprattutto i giovanissimi, ma tra le vittime ci sono anche degli adolescenti. Bambini che crescono in famiglie appese al filo del rinnovo del permesso di soggiorno, arrivati piccoli, o molto piccoli, in Svezia, cresciuti imparando una lingua e una cultura molto differenti da quelle dei genitori, e inseriti in una trafila burocratica che rischia di rimandarli nel paese di origine. Le prime avvisaglie di questa patologia, inizialmente classificata anche come malattia della “bella addormentata”, ”stato catonico” o “apatia” sono state colte dal fotografo svedese Magnus Wennmann in uno scatto

con cui ha vinto il Wordl Press Photo, raffigurante Djeneta e Ibadeta, due sorelle rom in sonno profondo. Le due bambine emigrate dal Kosovo in Svezia assieme alle famiglie vivono il disagio della precarietà e reagiscono immergendosi nell'apatia e nel sonno per sfuggire la realtà. Djeneta, la più giovane delle due, era bloccata a letto da due anni e mezzo, da quando aveva 12 anni. La sorella Ibadeta, di 15 anni, ha perso la capacità di camminare. Le sorelle riposano su due lettini gemelli, nell’alloggio per migranti messo a disposizione dallo stato svedese, incapaci di alzarsi, nutrirsi, andare in bagno o rispondere ad alcuno stimolo. Il primo picco della sindrome si registra negli anni duemila. Nel 2005 erano stati registrati oltre 400 casi. Nella rivista Acta Pediatrica il paziente tipico viene descritto “ completamente passivo, immobile, senza tono, ritirato, muto, incapace di mangiare e bere, incontinente e non reattivo ad alcuno stimolo fisico o ad alcun dolore”. Il primo maggio scorso la rivista The Daily Mail

ha segnalato 169 casi di piccoli che si sono improvvisamente addormentati, finendo in coma profondo. Vivono tutti in una piccola area geografica e nel corso degli ultimi dieci anni hanno chiuso gli occhi senza più risvegliarsi, per un periodo che, nei casi più gravi dura anche per molti mesi. La cosa misteriosa è che i minorenni colpiti dalla Sindrome da Rassegnazione sono tutti figli di rifugiati siriani in Svezia, a cui lo Stato ha revocato o sta per revocare il permesso di soggiorno. Per questo si è avanzata l'ipotesi di simulazioni anche perché i medici, dopo averli visitati, non hanno trovato disfunzioni in grado di causare il sonno. La scrittrice scientifica e neurologa Suzanne O'Sullivan, che su questa e altre storie ha scritto un libro dal titolo The Sleeping Beauties. si tratterebbe di una probabile forma di psicogenesi culturale. Un’alterazione delle funzioni psichiche dalle conseguenze profonde, che si presenta seguendo un effetto domino: più casi si presentano e vengono curati, più è facile che se ne sviluppino altri. I piccoli colpiti da Sindrome da Rassegnazione sono quindi bambini che crollano sotto il peso di una fatica psicologica eccessiva lunga anni e che sembra non avere mai fine. E di una vita che non trova mai pace e casa.

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Cronache italiane di Patrizia Rapposelli

FEMMINICIDIO Numeri inaccettabili

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ensavo e mi ero illusa che a distanza di settantaquattro anni dall’approvazione della Costituzione in cui veniva sancito, in via definitiva, l’eguaglianza e la parità tra le persone, senza distinzioni, i casi di femminicidio non dovessero reclamare giustizia. Forse la legge non basta. Un principio deve essere affermato, difeso, promosso e concretamente attuato. Il bollettino drammatico della cronaca denuncia una narrazione ricorrente di uomini che uccidono le donne. Nel 2021 in Italia un femminicidio ogni 5 giorni: strage senza fine? I numeri raccontano, i numeri lanciano campanelli di allarme e dall’inizio dell’anno i femminicidi sono 38, due a settimana. Quando nell’uomo il possesso, la bramosia e il dominio, lo chiamerei disprezzo, si arroga il potere di non consentire la scelta, l’autonomia e la parità nei confronti dell’altro sesso, il risultato è drammatico e inaccettabile. Quella dei femminicidi è una strage che non si ferma e racchiude una grande questione culturale e educativa; infatti, la violenza di genere è un crimine che trova il suo fondo nella discriminazione e nel rifiuto del rispetto; una problematica

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di civiltà che richiede una crescita culturale. Il rispetto, senza cadere nei cliché, è alla base della democrazia e della civiltà del diritto, dovrebbe essere imparato e appreso fin da piccoli, sicuramente una dicitura priva di originalità, ma la cronaca abituale non rende questa affermazione banale. I dati del 10 maggio diffusi dal Viminale sulla violenza di genere dal report elaborato dal servizio Analisi criminale della direzione centrale della Polizia criminale del dipartimento della Pubblica Sicurezza mostra come dal primo gennaio 2021 siano stati commessi 91 omicidi, con 38 vittime di sesso femminile. Di queste 34 sono state assassinate in ambito familiare o affettivo, in 25 casi dal partner o ex congiunto. Dal report emerge, rispetto al periodo 1° gennaio- 9 maggio 2020, un leggero aumento (2 per cento) nell’andamento generale degli omicidi volontari (da 89 a 91), a cui si contrappone un decremento delle vittime di genere femminile, che passano da 43 a 38 (-12 per cento). Un incremento maggiore si registra per gli omicidi volontari commessi in ambito familiare- affettivo, che vanno da 48 a 55 (+15 per cento), mentre le vittime di genere femminile scendono da 37 a 34 (- 8 per cento). Le donne vittime del partner o ex fanno registrare un aumento rispetto all’analogo periodo dell’anno 2020, passando da 24 a 25 (+ 4 per cento). La cronaca periodica mette in evidenza come nella maggior parte delle occasioni il fenomeno ha inizio in casa, dove si nasconde una sofferenza silenziosa. L’omicidio è solo la punta dell’iceberg

di un percorso di dolore e soprusi che risponde al nome di violenza domestica. Infatti, numerose aggressioni avvengono tra le pareti del luogo familiare e spesso anche i figli delle relazioni violente subiscono direttamente la prepotenza. I bambini vedono, ascoltano, sentono. Nei casi peggiori l’assassino uccide il figlio insieme alla madre. La violenza alle donne è una “pandemia globale” che attraversa il mondo femminile. Troppe volte le donne, coraggiose, vengono rimandate a casa dopo aver segnalato situazioni di difficoltà, troppe volte alcune denunce vengono sottovalutate esponendo al rischio. Femminicidio è questione culturale, rende necessario il cambiare una cultura patriarcale, forse il vero deterrente per affrontare in profondità il problema è una maggiore sensibilizzazione e una decostruzione degli stereotipi. I forse sono troppi e i numeri del 2021 si pongono in un’angosciosa linea di continuità con le statistiche degli anni passati. È una strage che deve essere fermata.


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In ricordo di un campione di Alessandro Caldera

L’ultima curva di Ayrton Senna

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chiunque di noi sarà capitato, almeno una volta, di aver sentito una delle seguenti frasi: “I dettagli fanno la differenza”, oppure “Sarebbe bastato un attimo”. Realmente non ci rendiamo conto di quanto queste affermazioni risultino più che mai banali se associate ad uno sport, la Formula 1, nel quale si ragiona nell’ordine dei millesimi di secondo e dove un minimo accorgimento tecnologico può comportare una svolta impensabile. I protagonisti di questa disciplina sono dei ragazzi, alcuni con talenti strabilianti, altri meno ma portatori di una dote, il denaro,

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quanto mai utile a questi livelli. La cosa certa è che, ambedue queste categorie di piloti, sono mosse da una passione che consente loro di vedere questo mondo non tanto come un lavoro, bensì come un divertimento. Forse proprio questo ultimo aspetto, legato ad un mix di adrenalina e paura, permette di schiacciare il pedale dell’acceleratore quando la logica o il cervello lo impedirebbero. La realtà ci dice però che, nonostante tutto questo genio o pazzia, qui più che mai il confine è labile e non assoluto e nessuno dei piloti contempla la possibilità della tragedia. Purtroppo, però, la morte è sempre in agguato. O meglio, il 1° maggio 1994 si preparava per Ayrton Senna. Il talento brasiliano, di origini italiane, nacque in una famiglia agiata, aspetto che gli consentì di approcciarsi fin da giovane al mondo delle corse, con la prima esperienza alla guida dei kart, all’età di tredici anni. La sua maestria lo portò ad imporsi sin da subito nelle categorie minori, prima che nel ‘83 Sir Frank Williams vedesse in lui un qualcosa di magico, proponendogli

pertanto un test privato. In realtà “Magic”, così verrà soprannominato, non si avvicinò al mondo delle corse con la scuderia originaria di Grove, ma con la Toleman nel ‘84 e, ironia della sorte, nel gran premio del Brasile. I primi anni in Formula 1, non fecero altro che confermare quanto visto in gioventù, qualità che gli consentirono di andare oltre il reale potenziale della macchina e di giocarsi il titolo iridato già nel 1987 con la Lotus. Fu però l’anno seguente che sancì una svolta nella vita di Ayrton, ma in realtà anche in quella di tutti i cultori di questo sport. Il 1988 è stato un momento, cronologicamente parlando, che in pochi si scordano perché fu l’inizio della rivalità tra Senna e Prost. Ron Dennis, storico team principal della Mclaren, vide nella stella brasiliana il giusto compagno di squadra per il “professore” francese, già campione del mondo nel biennio ’85-’86. La scuderia di Woking monopolizzò il campionato in questione, ottenendo ben 15 successi su 16 a disposizione, con Senna campione al termine della stagione con il successo nel gran premio di Suzuka. Proprio sulla pista giapponese si consumò, l’anno successivo, il primo atto della faida tra i due piloti; la tensione alla quale era sottoposto Ayrton, visto lo svantaggio in classifica, lo spinse a tentare il sorpasso in un tratto del tracciato per nulla agevole. Prost, in vantaggio di traiettoria, chiuse la “porta” venendo conseguentemente centrato e terminando così la propria gara. Senna dopo il contatto ripartì e vinse, ma venne squalificato in seguito al taglio di una chicane dopo il contatto con il compagno, consegnando così il titolo mondiale al francese e la vittoria al nostro Alessandro Nannini. Nel 1990 ci fu il secondo atto, questa volta con il pilota transalpino in


In ricordo di un campione Ferrari ma con un epilogo già visto: alla prima curva i due sfidanti ebbero l’ennesimo scontro, un incidente che sancì la fine della corsa per i due, ma che fruttò ugualmente il mondiale al brasiliano che, anni dopo, ammise la propria colpa. Tralasciando questa rivalità e le scaramucce in pista, Senna viene ricordato principalmente per tre aspetti: la leggendaria abilità nel giro secco, la semplicità con la quale riusciva ad imporsi nelle gare con tracciato bagnato ed infine quello strabiliante feeling con Montecarlo dove, detiene ancora oggi il record di sei vittorie di cui cinque consecutive, tra il 1989 e il ’93. Quella bravura nello scattare dalla “pole position” lo accompagnò anche in quel

weekend di Imola, vigliaccio e funesto per il mondo dei motori. Quelle qualifiche, nelle quali Senna primeggiò, furono però segnate dal tremendo incidente nel quale perì il pilota Ronald Ratzenberger. Ayrton decise così di correre il gran premio con una bandiera austriaca nell’abitacolo, in modo tale da rendere omaggio al collega in caso di trionfo. Alla curva del “Tamburello”, alle ore 14.17, il destino decise però diversamente. Un impatto tremendo non lasciò scampo a Senna che spirò in ospedale in serata. In un attimo il Brasile si sentì orfano e Prost solo, perché quella eterna competizione era sfociata in una vera amicizia e dopotutto, come disse Magic, “La vita è troppo breve per avere dei nemici”.

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Qui Feltre di Nicola Maccagnan

Mostra dell'artigianato artistico e tradizionale città di Feltre Dal 24 al 27 giugno la città murata crocevia dei mestieri e del fare con gusto... con uno sguardo a Venezia.

È

un appuntamento senza dubbio molto importante quello che Feltre si accinge a vivere in occasione della 35esima edizione della “sua” Mostra dell'Artigianato. E lo è per una serie di motivi. Anzitutto perché la manifestazione taglia il traguardo, tutt'altro che trascurabile, dei 7 lustri di vita. Nel 1986 la rassegna nasceva infatti per dare spazio e visibilità all’artigianato di qualità in un contesto unico al mondo: il centro storico di Feltre. Un binomio - quello inscindibile tra i prodotti delle eccellenze artigianali e gli straordinari spazi architettonici della cittadella - che si è rinnovato di anno in anno e si ripresenta più vivo che mai anche ai nastri

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di partenza di questa edizione 2021, che vedrà protagonisti circa 120 espositori. La rassegna di quest'anno, va da sé, si carica di significati particolari anche per il periodo storico che stiamo attraversando: la Mostra dell'Artigianato costituisce infatti una delle prime manifestazioni “in presenza” (come si suole dire oggi) in uscita dal difficilissimo periodo legato all'emergenza sanitaria che ha condizionato la nostra vita sociale, economica e personale negli ultimi 18 mesi e rappresenta, di fatto, uno dei simboli della

ripartenza feltrina e non solo. Ma c'è di più. La rassegna porterà nella cittadella - in occasione e in concomitanza con le celebrazioni dei 1600 anni di Venezia - alcune delle suggestioni più rappresentative proprio del mondo artigianale della Laguna, legato all'antica fabbricazione dell'imbarcazione-simbolo del capoluogo veneto. E così una gondola farà bella mostra di sé in Piazza Maggiore, fulcro della manifestazione, durante tutto il week-end della mostra, mentre alcuni maestri d'ascia ne dimostreranno alcune fasi di costruzione davanti al pubblico. E poi, naturalmente, gli straordinari vetri della collezione Nasci-Franzoia, esposti dallo scorso 8 maggio alla Galleria “Rizzarda” (di cui parliamo in un altro articolo di questo numero di Feltrino News). Quale miglior simbolo del secolare legame tra la città di Feltre e Venezia se non gli oltre 800 splendidi pezzi


Qui Feltre

della produzione d'arte muranese donati al Comune dall'architetto Ferruccio Franzoia e ora custoditi al terzo piano della galleria che porta il nome del maestro feltrino del ferro battuto? Durante tutta la durata della Mostra dell'Artigianato sarà inoltre possibile prenotare delle visite guidate alla collezione, naturalmente nel rispetto degli accessi contingentati e delle disposizioni previste dalle norme sanitarie in atto. La 35esima edizione Mostra dell'Artigianato artistico della città di Feltre avrà poi anche un protagonista in più. Sono le

Dolomiti che, grazie ad un accordo tra il Comune di Feltre e la Fondazione Dolomiti UNESCO, entreranno a pieno titolo nel programma della manifestazione, con alcune iniziative “dedicate” e la presenza di alcuni espositori dell’area dolomitica. Feltre è e rimane però, come detto, anche e soprattutto la storia del ferro battuto. E così anche quest’anno protagonisti saranno i fabbri che, sfidandosi a colpi di maglio, parteciperanno al concorso di forgiatura e al premio intitolato proprio a Carlo

Rizzarda. Per quanto riguarda nel dettaglio il programma, si partirà giovedì 24 giugno alle 18.00 con la cerimonia d’inaugurazione nella suggestiva cornice della Sala degli Stemmi del Municipio di Feltre, dove alle 20.30 si terrà anche la presentazione del progetto “Artigianato e Museo” promosso dal Comune di Feltre per valorizzare proprio le eccellenze artigianali locali. Il giorno successivo, venerdì 25 giugno, il Museo diocesano d’Arte Sacra ospiterà alle 15 la presentazione del catalogo della collezione di vetri Nasci-Franzoia, mentre alle 21 Piazza Maggiore sarà il teatro naturale dell'esibizione di Moni Ovadia, nell'ambito delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri (ingresso a numero chiuso con prevendita). Sabato 26 sarà ospite della Mostra dell'Artigianato Alessandro Marzo Magno, giornalista e appassionato cultore della storia e delle tradizioni veneziane che alle 18 proporrà al pubblico presente racconti e suggestioni sul filo dei legami della Serenissima con Feltre e la montagna bellunese, a partire dalla preziosa tratta del legno. Molte saranno le attività che caratterizzeranno l’intero week-end feltrino: tra le più significative, il tradizionale simposio di scultura su

legno e le dimostrazioni di stampa antica. Domenica 27 chiusura della manifestazione con le premiazioni dei concorsi di artigianato artistico alle ore 17. La Mostra sarà accessibile ad ingresso libero nella serata di giovedì, mentre per sabato (dalle 17) e domenica (per l'intero arco della giornata) è previsto un biglietto d'entrata del costo di 5 euro per i visitatori sopra i 15 anni di età (ingresso gratuito per i ragazzi e riduzioni per i gruppi numerosi).

Una scelta, quella del comitato organizzatore di reintrodurre il biglietto d'ingresso, che va di pari passo con l'ulteriore investimento qualitativo della rassegna, ma che sarà utile anche al fine monitorare gli accessi in relazione all'emergenza legata al Covid-19. Per questo motivo l'ingresso alla Mostra dell'Artigianato avverrà dai due varchi di Porta Imperiale e di Porta Pusterla, mentre l'uscita sarà, sul lato opposto della cittadella, da Port'Oria.

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Cinema in controluce di Katia Cont

Ettore Scola “C’eravamo Tanto Amati”, “Brutti, Sporchi E Cattivi”, “Una Giornata Particolare”, “I Nuovi Mostri”, “Ballando Ballando”, “La Famiglia”. A 90 anni dalla nascita del cineasta che nella sua carriera ha lavorato con i grandi attori del cinema italiano, da Marcello Mastroianni a Vittorio Gassman, passando per Sophia Loren e Stefania Sandrelli.

Non è certo un personaggio che può essere ricordato attraverso banali e retoriche biografie. Quello che si cela dietro alla sua storia personale e cinematografica è più di un racconto telecronistico e fine a sé stesso. Quello che Ettore Scola ha fatto e ha lasciato alla cultura italiana e internazionale, non è solo un mondo costellato da capolavori cinematografici, ma la modifica di una coscienza collettiva, un imprinting che ancora oggi ritroviamo per certi tratti nella cinematografia e nella storia del nostro Paese. Certo, ci vuole anche rispetto ed infinita cultura anche solo per permettersi di pensare di analizzare la sua carriera. Per ovviare a questo, le sue figlie Paola e Silvia hanno scritto un libro profondo e personale su quest’uomo sempre lontano dalle luci della ribalta, ricco delle sue fulminanti battute ironiche e disincantate, ma anche uomo discreto e geloso di una vita privata per lui preziosissima, vissuta tra amici famosi, le amatissime figlie e la conoscenza. Si intitola “Chiamiamo il babbo. Ettore Scola, una storia di famiglia”, è pubblicato da Rizzoli 32

ed è introdotto da un bellissimo testo scritto da Daniel Pennac. Ne emerge un imperativo assoluto che ha accompagnato Scola in tutta la sua vita e carriera: “Far ridere”. E’ riuscito a farlo anche mentre raccontava il calvario degli operai emigrati dal sud verso Torino nel film “Trevico-Torino - Viaggio nel Fiat-nam” o in “Brutti, sporchi e cattivi” con il protagonista Giacinto Mazzatella (Nino Manfredi) e la sua famiglia che vivevano in una baraccopoli romana, raccontando che la miseria finiva per spegnere qualsiasi sogno. “Chiamiamo il babbo” è un lungo viaggio nei “mondi complessi” della sua visione registica. La figlia Paola, che è stata segretaria di edizione, assistente di studio, aiuto regista e sceneggiatrice, e Silvia, autrice radiofonica e teatrale, che ha scritto con il padre film come “Che ora è”, “La cena”, “Concorrenza sleale”, raccontano di una splendente Sophia Loren che solo il padre riuscì a convincere ad interpretare la parte di Antonietta in “Una giornata particolare”, film

che il 19 maggio 1977 veniva presentano al festival di Cannes. Il capolavoro di Scola con Sophia Loren, vincitrice del Nastro d’Argento e Marcello Mastroianni, compie 40 anni. Lunghissimo primo piano sequenza, tra i più lunghi della storia del cinema italiano, fu un capolavoro innovativo per come aveva raccontato l'omosessualità e la femminilità. Un film che ha segnato la storia del cinema, che ha vinto tanti premi tra cui il Golden Globe come miglior film straniero, due candidature agli Oscar e che pochi anni fa è stato restaurato e restituito al suo, bellissimo, colore. Ettore Scola è stato uno dei più grandi registi della storia del cinema ed è riuscito in oltre venti film a raccontare la storia del suo paese e del suo popolo. Non voleva fare il regista, ma solo lo sceneggiatore. Fu convinto da Vittorio Gassman a provare a stare dietro la macchina da presa, un gesto per il quale tutto il mondo dell’arte sarà sempre grato. Un gesto che ha regalato al cinema, e a tutti noi, un maestro assoluto.


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DALLA SUSSIDIARIETÀ ALLA SPERANZA Auser, “Autogestione Servizi”, un patrimonio di relazioni, sapienza del territorio, ascolto dei bisogni, e collaborazione con gli Enti assistenziali; centro di attività volontarie di solidarietà, di sussidiarietà, e di aiuto alle persone fragili sole e in difficoltà, che in Italia conta più di 300mila soci e mette in campo ogni giorno 46 mila volontari che interpretano al meglio un “invecchiamento attivo” anche per se stessi, perché una persona che torna a sentirsi attiva, non si lascia determinare dalle circostanze avverse e coltiva la propria autostima nel campo del servizio volontario, trova una intensità del vivere che nessuna assicurazione pensionistica, fosse anche d'oro, potrà mai dare.

S

iamo nella sede Auser “al Castello” di via Segusini 19 a Feltre, con la presidente Annamaria Pagani, eletta il 3 febbraio scorso, e la vicepresidente Luisa Peccenini, ex responsabile provinciale Auser e prima presidente del Circolo al Castello. Con il loro entusiasmo travolgen-

te aprono le porte al nostro desiderio di conoscere questa “associazione di progetto” che da 32 anni è impegnata per una valorizzazione delle persone e delle loro relazioni, dominata dall'ideale di equità sociale, per la ricchezza delle differenze e la tutela dei diritti, nello sviluppo delle

opportunità e dei beni comuni dei feltrini. «Auser – dice Pagani – nasce nel maggio del 1989 da un'idea del Sindacato Pensionati della Cgil, e si propone di migliorare la vita promuovendo un invecchiamento attivo, diffondendo la cultura nelle sue varie forme e la pratica della solidarietà». 35


Al servizio della comunità

Proprio questa “pratica della solidarietà nell'ottica della sussidiarietà” ci appare come la “chiave del successo” che spiega lo straordinario sviluppo di questa associazione, la prima nella provincia di Belluno (data di fondazione 19 ottobre 1989), partita da un gruppo di 14 soci e arrivata a festeggiare il trentesimo con oltre 700 iscritti, 55 volontari, e 3 mezzi attrezzati per il trasporto solidale, «fiore all'occhiello del Circolo e sempre più richiesto». Dopo Luisa Peccenini, sono succeduti alla presidenza Rosetta Brusaporco, Valerio Garbini, Milena Polesana, Primo De Zordi, Giuseppe Mento, e la trentina Liliana Tommaselli. «Nel 1990 – continua Pagani – avevamo incominciato con l'animazione nelle case di riposo con una piccola orchestrina di quattro elementi e sette volontarie,

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coinvolgendo gli anziani in attività ludiche, anche con i bambini delle scuole elementari, insegnando i “giochi di una volta”, le canzoni, ecc...». Nel 1991 nasce il ‘Filo d'argento’ come accompagnamento protetto e verso il 2000 si inizia con il trasporto solidale, utilizzando le vetture dei volontari e un vecchio pulmino dato in comodato d'uso dal Comitato d'Intesa tra le Associazioni bellunesi. «Da allora – dice ancora Pagani – l'Auser di Feltre ha svolto numerose attività, stipulando anche convenzioni con il Comune di Feltre per il servizio di vigilanza scolastica con in “nonni vigile”, coadiuvando i custodi del Museo Civico nella sorveglianza e il controllo dei visitatori, e con l'Azienda Feltrina per l'animazione e supporto al Centro Diurno». «La prima sede era nella Casa di riposo di via Belluno, dove avevamo un bar – ricorda la presidente – con attigua una sala dove i soci Auser e gli ospiti della Casa di riposo si trova-

vano per chiacchierare, o giocare a carte, in cui si facevano anche tantissime attività di socializzazione, come feste di compleanno ogni mese e anche conferenze su vari temi d’interesse, con relatori, per esempio, dei medici per consigli sanitari, cuochi per curiosità culinarie, o vigili del fuoco per la prevenzione dagli incidenti, ecc. Alcuni soci intrattenevano con racconti di vita, di viaggi, poesie... Un gruppo di donne confezionava le Pigotte (le bambole di pezza della campagna Unicef a sostegno di ogni bambino in pericolo) e altri manufatti in lana e stoffa che venivano offerti nei mercatini in cambio di un contributo libero. Mettevamo in calendario pranzi di Natale, Pasqua, Capodanno, la Festa d’estate, il

Ballo settimanale, sessioni di ginnastica, soggiorni marini e termali, castagnate per trascorrere momenti allegri e, sempre tramite Agenzie, organizzavamo gite culturali; siamo stati per esempio a Matera, e all'arena di Verona. Poi, lezioni di educazione civica con visite ai vari siti, palazzi, le chiese di Feltre con il prof. Quadretti, raccogliendo poi tutto in un opuscolo». Da subito l'associazione si propose con servizi alla persona per la misurazione della vista, udito, pressione, glicemia, il medico sociale, il vaccino antinfluenzale, collaborando con altre associazioni, come Il Fondaco per Feltre facendo da supporto alle guide nell’Area archeologica, e con


Al servizio della comunità

Anteas Monteperina, per il trasporto al Centro Sollievo di Cesiomaggiore, con animazione e karaoke. Nel 2010 arriva il Premio Beato Bernardino della Famiglia Feltrina per l'impegno di aiuto e solidarietà verso le fasce deboli della popolazione. «Nel 2020 – dice Pagani – tutto questo si è azzerato, anche a causa della pandemia, ma già in gennaio l'Azienda Feltrina aveva chiesto di rientrare in possesso dei locali del bar con l'esigenza di ampliare il Centro

Diurno, e in seguito del locale adibito a nostra sede operativa, costringendoci a traslocare in piena pandemia. Un passo che non ci ha colto impreparati perché già nel 2019 siamo riusciti ad acquistare questo locale dove siamo ora, grazie all'oculatezza dei vari presidenti e un consistente lascito testamentario». Ma il lokdown per i fantastici volontari del Circolo al Castello è stato un continuare a fare il possibile: fare la spesa, portare i farmaci, sempre a disposizione del Comune. Da giugno 2020 si sono attrezzati i pulmini secondo le normative sanitarie, e sono

ricominciati i trasporti solidali, il servizio di vigilanza scolastica, l'affiancamento del custode al Museo, e trovato modalità nuove di relazionarsi con gli iscritti. «La pandemia, in fondo – conclude la presidente – è un'occasione per rinnovarci, fedeli alla nostra Carta dei Valori. Siamo ottimisti e determinati a proseguire il lavoro».

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Non ci indurre in... CONFUSIONE

D

opo il titolo dell'enciclica di Papa Francesco di ottobre scorso, “Fratelli tutti”, che come vi si legge nell'incipit è quanto «scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo», non ci si sarebbe mai aspettati quanto invece è accaduto all'uso liturgico e pastorale del termine “fratelli”, per il papa e per San Francesco – come nell'uso abituale che se ne faceva prima dell'enciclica – è inteso in senso universale, classificato come “neutro” allo stesso modo di “cittadino” o per la maggior parte delle designazioni di cariche pubbliche, soprattutto al plurale, come “sindaci”, “insegnanti”, “medici”, ecc... Alle messe, per esempio, sono comparse formule rituali che includono un “e sorelle” che se non altro rompe quel bel ritmo del recitato al quale si era abituati, dando forse troppo per scontato che tutti sapessero del carattere inclusivo del termine “fratelli”. Stessa cosa se ci mettiamo ad ascoltare la recita di compieta di Radio Maria... «supplico la beata sempre vergine Maria, gli angeli, i santi e voi fratelli e sorelle, di pregare per me il Signore Dio nostro», dove al proposito “angeli” e “santi” non sono sdoppiati in “angele” e “sante”, e pazienza per “angeli” che come tutti suppongono da sempre non dovrebbero avere sesso – anche se in questo caso non si capisce il perché si dovrebbe continuare a privilegiare il termine maschile, data la impenitente ignoranza nella quale ci crogioliamo rispetto al genere grammaticale neutro del latino dal quale l'italiano discende in linea diretta -, ma di sante ce ne sono forse più che santi e stupisce che non si sia ancora sollevato per queste un qualche orgoglio (orgoglia?) femminista

che le pretenderebbe almeno citate nella stessa formula che ha incluso le sorelle. Per carità, si tratta di un dettaglio che non intacca minimamente il credo cattolico e la fede operosa delle comunità cristiane, e ne parliamo più per intrattenere i lettori che per una vera indignazione, ma sorprendo come certe “innovazioni” linguistiche passino senza colpo ferire conquistando spazi che nemmeno esistevano, o avevano motivo di esistere. Poi il motivo si è trovato, ma a noi pare del tutto ideologico e pretestuoso, figlio di quel pensiero debole che, sembrava ma, non è ancora tramontato. Più comprensibile la modifica del Padre Nostro, voluta da Papa Francesco, che non ci fa più recitare «non indurci in tentazione», ma «non abbandonarci alla tentazione» e ha inserito un «anche» per dire «...come anche noi li rimettiamo», però il fatto che il testo latino sia rimasto lo stesso di prima, la dice lunga su quanto si tratti

ancora di ignoranza o, che è peggio, per riprendere un testo del cantautore Claudio Chieffo, di «anime nane che ripetono i gesti e non sanno capire». D’accordo che nella Vulgata latina si legge «ne inducas nos in tentationem», in cui il soggetto sottinteso è un Dio simile a quello di Giobbe che permette che questi sia sottoposto a prove terribili al fine di verificare se la sua fede religiosa sia davvero autentica, ma quella latina era una cattiva traduzione del testo greco, che diceva «kài mé eisenènkes hemàs eis peirasmòn», cioè «non permettere che noi, non superando la prova, cadiamo a capofitto in tentazione» (finendo nelle mani del maligno). Il soggetto della tentazione qui è l'uomo, non Dio. Per finire, il testo ebraico originale, da cui quella preghiera in greco e in latino proviene, era ancora diverso: «non indurci nella mano del nemico», cioè non farci tradire la nostra causa, aiutaci a non arrenderci al nemico. 39


Olimpiadi invernali Milano - Cortina di Alex De Boni

2026 appuntamento con la Storia

I

l 2026 rappresenta un anno che entrerà nei libri di storia per il bellunese. Infatti, sarà quello delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, un appuntamento di caratura mondiale che porterà la nostra provincia ad una visibilità internazionale. Sono tanti gli aspetti da valutare e affrontare per presentarsi al meglio a questa rassegna sportiva. In quest’occasione tocchiamo il tema cruciale della viabilità, argomento molto delicato sul quale la provincia di Belluno ha molto da lavorare. Anche i recenti mondiali di sci disputati sempre a Cortina hanno messo in risalto questa problematica, infatti, in un evento chiuso al pubblico per le norme anti Covid, le code chilometri e gli ingorghi delle vie di comunicazione locali non sono passate inosservate. A parlare di quanto si sta facendo e di cosa bisognerà ancora fare è il consigliere provinciale Dario Scopel. “Premetto che l’occasione storica delle Olimpiadi invernali del 2026 dovrebbe finalmente “costringerci” a parlare, per l’intero territorio bellunese, di piano della mobilità e non più soltanto di trasporti o

singole vie di comunicazione. E’ infatti evidente che un approccio moderno alla questione prevede necessariamente un ragionamento integrato tra strada e autostrada, trasporto pubblico e trasporto su rotaia”. Partendo da questo presupposto, Scopel pone un paletto temporale chiaro e imprescindibile, ossia che tutti gli interventi infrastrutturali dovranno concludersi prima dell’appuntamento olimpico del 2026. “E’ fin troppo evidente che uno slittamento in avanti di qualche cantiere rappresenta un rischio più che concreto di non vedere mai ultimate le relative opere”, come spesso le cronache italiane insegnano. “In merito agli interventi sulla rete stradale, resta doveroso, a mio parere, riconsiderare il ruolo centrale ed insostituibile di un progetto di prolungamento a nord dell’autostrada, unico strumento per superare in maniera efficace il nodo di Longarone e per dare un respiro anche internazionale al collegamento dolomitico”. Dario Scopel, infatti, non nasconde le perplessità sul fatto che la variante in fase di conclusione a Longarone risolva realmente i problemi di circolazione. “Non meno importante è la questione relativa al trasporto su rotaia, che ci vede da decenni in ritardo rispetto agli standard nazionali e regionali, forse ancor di più che non per la mobilità su gomma.

IL PERSONAGGIO: Dario Scopel

Qui a mio modo di vedere le questioni da affrontare con priorità assoluta sono due: - il Treno delle Dolomiti sino a Cortina, che (con il tracciato che i territori interessati individueranno, speriamo davvero presto) rappresenta non solo uno strumento di mobilità sostenibile e moderna, molto appetito da una larga fetta di viaggiatori soprattutto europei, ma anche un bel biglietto da visita per l’intera offerta turistica del nostro territorio; - il collegamento verso la Valsugana e il Trentino, costituito dalla Feltre-Primolano, progetto già avviato e i cui sviluppi parrebbero promettenti”. Secondo Dario Scopel con questi due interventi si riuscirà a dotare la rete ferroviaria di altrettanti collegamenti fondamentali sulle direttrici sud-nord ed est-ovest. “Sono del parere”, in conclusione, “che occorra concentrarsi su un numero ristretto di obiettivi, importanti per il territorio nel suo complesso, da avviare quanto prima (nei casi che ho citato ci sono già abbondanti studi e/o progetti di massima) e da monitorare con cadenza mensile. Il target 2026 è un obiettivo che non possiamo fallire. Forse non ne avremo più, quanto meno di questa portata”

Dario Scopel è uno dei più giovani sindaci della provincia di Belluno, classe 1984, dal 2014 è primo cittadino di Seren Del Grappa. Si è sempre battuto per tutelare i piccoli comuni italiani combattendo contro i tagli statali verso gli enti pubblici (è membro dell’associazione nazionale piccoli comuni). Oltre che nella politica del proprio paese, Scopel è molto attivo in quella provinciale dove riveste sia il ruolo di coordinatore di Forza Italia e, da due anni, quello di consigliere provinciale (nelle recenti elezioni regionali è stato il terzo bellunese più votato). 40


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Tra passato e presente di Nicola Maccagnan

I vetri d'arte veneziani alla Galleria “Rizzarda” di Feltre Gli splendidi pezzi della donazione “Nasci-Franzoia” abiteranno al terzo piano del palazzo di via Paradiso.

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a Galleria d'Arte Moderna “Carlo Rizzarda” di Feltre può fregiarsi, da sabato 8 maggio 2021, di un nuovo autentico gioiello, costituito dagli 880 vetri d'arte veneziani della collezione “Nasci-Franzoia”, donati alla città da Ferruccio Franzoia. Ed è stato lo stesso architetto, la cui carriera professionale dentro e fuori le antiche mura feltrine si è sempre indissolubilmente intrecciata con un'autentica passione per “il bello”, a curare l'allestimento dell'esposizione che occupa ora l'intero terzo piano del palazzo di via Paradiso. Una collezione che rappresenta il frutto di una raccolta appassionata condotta da Ferruccio Franzoia e dalla moglie Carla Nasci nel corso di circa trent'anni tra mercati, antiquari e botteghe in Italia e all'estero. Una sorta di viaggio ideale tra le produzioni veneziane di eccellenza, guidato dal criterio del gusto personale, raffinato e “capriccioso”, per quegli oggetti così fragili e tenui, ma così straordinariamente e uni-

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camente intrisi di forme e colori, plasmati dalle brezze muranesi. La prima sala dell'esposizione è dedicata alle produzioni della ditta costituita nel 1921 da Giacomo Cappellin e Paolo Venini, la Vetri Soffiati Muranesi Cappellin Venini & C.. Qui la figura centrale è quella

di Vittorio Zecchin, primo direttore artistico della ditta, che con i suoi elegantissimi soffiati trasparenti ispirati al Rinascimento, impresse una svolta determinante nella produzione muranese dell'epoca. La produzione delle due manifatture, la Maestri Vetrai Muranesi Cappellin & C. e la Vetri Soffiati Muranesi Venini & C., è documentata nella seconda sala, dove spicca la firma autorevole di Carlo Scarpa, che nel 1926 iniziò con Cappellin una collaborazione durata fino al fallimento della ditta nel 1931. In seguito Scarpa passò alla Venini dove rimase fino all'interruzione dell'attività per cause belliche nel 1943 e per un breve periodo nel dopoguerra, fino al 1947. “Quella di Scarpa, racconta Franzoia che fu anche suo allievo, fu una continua sperimentazione di forme e tecniche esecutive


Tra passato e presente

riviste con grande libertà anche tra quelle utilizzate in passato. Il risultato furono pezzi straordinari, a volte difficili da replicare. Raramente è possibile mettere pezzi di questo tipo sul mercato; poterli ammirare come accade ora a Feltre è un privilegio. Una vacanza per lo spirito”. Oltre alle opere di Scarpa, la sala ospita esemplari della produzione Venini degli anni tra il 1925 e gli anni '60 e una miscellanea di prodotti di altre ditte attive in ambito veneziano e di altri autori di spicco della produzione muranese; tra gli altri

Napoleone Martinuzzi, Tomaso Buzzi, Tyra Lundgren, Paolo Venini, Massimo Vignelli, Fulvio Bianconi, Toni Zuccheri, Tapio Wirkkala, Guido Balsamo Stella, Giuseppe Barovier e Guido Bin. Non mancano nemmeno i contemporanei come i Santillana, Sergio Asti e Luciano Gaspari. La terza e ultima sala è dedicata ai vetri da mensa, oggetti di raffinata bellezza, protagonisti delle tavole più esigenti di mezzo mondo. Spiccano i modelli creati da Zecchin negli anni '20, ma trovano posto

anche esemplari veneziani di età precedente, come un insieme di vetri Luigi XVI in cristallo sfaccettato con decorazioni in oro ed una campionatura di bicchieri storicistici con decoro di smalti policromi o incisi a ruota. Sono presenti anche cristalli da tavola di produzione non muranese di gusto Belle Époque e alcuni esempi di cristalleria boema commercializzati a Venezia dalla Compagnia Venezia Murano. Fatto che risalterà ben presto agli occhi del visitatore è la perfetta sincronia artistica in cui la nuova collezione Nasci-Franzoia si viene a collocare rispetto al tessuto della Galleria Rizzarda. Molte creazioni del maestro feltrino del ferro battuto sono infatti completate proprio da preziosi elementi vitrei di fattura muranese. Nata per volontà testamentaria di Carlo Rizzarda, uno dei più apprezzati artisti del ferro battuto dei primi anni del Novecento, allievo di Alessandro Mazzucotelli, la Galleria d'Arte Moderna “Carlo Rizzarda” rappresenta un museo di arti decorative straordinario, con una forte specificità, appunto, per i manufatti fabbrili. Nel 1926 Rizzarda acquistò Palazzo Bovio-Villabruna-Cumano, residenza cinquecentesca nel centro storico di Feltre, con l'intenzione di creare nella propria città natale un museo di arte decorativa. Alla sua morte, sopravvenuta a soli 48

anni nel 1931, il Comune di Feltre ereditò, oltre al palazzo, tutti i ferri battuti depositati presso la villa e l'officina dell'artista a Milano, nonché la sua collezione d'arte, comprendente dipinti, sculture, oggetti d'arte decorativa, mobili che Rizzarda aveva acquistato per arredare la propria dimora milanese e che ben illustrano il gusto diffuso nel capoluogo lombardo. La collezione è formata da un nucleo di 196 opere tra le quali quadri, mobili e oggetti di arte applicata di vari autori e da una raccolta di oltre 400 oggetti in ferro battuto realizzati da Rizzarda tra il 1910 ed il 1930. Da oggi, al terzo piano del palazzo di via

Paradiso, alloggia un altro straordinario tesoro: quello della collezione di vetri d'arte veneziani Nasci-Franzoia, donati alla città dall'architetto Ferruccio. Un gesto di amore che è quasi un ideale suggello del plurisecolare legame che unisce la Città Murata alla Laguna e che ancor oggi non cessa di produrre meraviglie, tanto da poter annoverare la Galleria Rizzarda nell'olimpo dei musei di arti decorative, e non soltanto a livello nazionale.

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Il senso religioso di Franco Zadra

Di cosa parliamo

quando parliamo d'amore What We Talk About When We Talk About Love (Di cosa parliamo quando parliamo d'amore) è una famosa raccolta di racconti che segnò l'apice del successo dello scrittore statunitense Raymond Carver scomparso nel 1988. Un formidabile esempio del metodo che occorre adottare per una indagine seria su qualsiasi avvenimento o cosa, cioè: il realismo.

O

ccorre senso della realtà nella sua concretezza anche per trattare ciò che siamo comunemente abituati ad approcciare con un certo idealismo, lavorando di fantasia, o pensandolo in fondo come una illusione che male non fa, come nel caso dell'esperienza religiosa per la quale forse non ci siamo mai seriamente chiesti come sia e di che cosa esattamente si tratti, proprio perché siamo di fronte a un fatto, un dato riscontra-

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bile, anzi, meglio, il dato più macroscopico e rilevante di tutta l'attività umana, che propone all'uomo un interrogativo su tutto ciò che egli compie, fornendolo di uno sguardo sulla realtà più ampio di qualsiasi altro. Ha fatto certo sorridere ascoltare Woody Allen dire a Fabio Fazio qualche settimana fa nella trasmissione Che tempo che fa, che «quando morirò farò spargere le mie ceneri davanti a una farmacia».


Il senso religioso Il regista americano spiegava poi come avesse un brutto rapporto con la realtà che provava a rifuggire e a reinventare nei suoi film per una alternativa più vivibile, dichiarando anche «chi se ne frega di cosa mi succederà dopo morto, per adesso vivo e poi si vedrà». Una posizione nella quale tutti noi ci possiamo d'istinto ritrovare e che non sembra suscitare più alcuna perplessità nella mentalità corrente. Dopo aver sorriso compiaciuti e ammirati dell'acume e della freschezza intellettuale del signor Allen, ci saremo forse sorpresi – magari solo in qualche caso – dell'emergere in noi stessi di una domanda, «ma che senso ha tutto?» che è poi l'interrogativo che definisce in noi il senso religioso e accompagna l'esito e

la motivazione di ogni attività umana, da che mondo è mondo. Per sapere che cosa sia in realtà questo senso religioso non andremo a chiedere a Woody Allen, come a nessun altro, ma nemmeno potremo pensarlo da noi stessi, perché il metodo che abbiamo scelto di perseguire per osservare questo fatto, il realismo appunto, esige che, per osservare un oggetto in modo tale da conoscerlo dobbiamo guardarlo per come si presenta, prima ancora di immaginarlo, pensarlo, organizzarlo, o addirittura crearlo da noi. Possiamo dire di certo che il senso religioso è un fenomeno che avviene in noi, che riguarda l'umano, la nostra persona, percui il confronto con l'opinione altrui sarà utile, e non risulterà alienante, solo se personalmente avremo condotto questa indagine “esistenziale”, solo dopo che ci saremmo posti seriamente di fronte alla domanda: «che senso ha tutto?», senza fuggirla perché ci appare impossibile (o troppo difficile? Troppo dolorosa?), ma sentendola

come importante per la mia vita e il mio destino, per cui non posso adottare le risposte di un altro abdicando dal mio giudizio critico. Invitiamo a leggere a questo proposito il testo teatrale di Paul Claudel “L'annuncio a Maria”, il suo capolavoro, nella edizione della Bur Rizzoli con introduzione di Luigi Giussani e postfazione di Davide Rondoni, dove ritroviamo trattate le questioni di questo articolo: cosa è l'amore? Cosa c'entra con il sacrificio? E può un miracolo intervenire nel dramma della vita?

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Sul piccolo schermo di Alex De Boni

“UN PASSO DAL CIELO” Le Dolomiti ed il bellunese sono stati “travolti” dal successo della serie TV targata Rai1 “Un passo dal cielo”(6° stagione), per la prima volta ambientata nella provincia veneta.

I

n tempi durissimi per il settore turistico probabilmente nessuno avrebbe potuto immaginare che il miglior aiuto per il settore potesse arrivare da questa fiction che, tra gli altri, vede come protagonisti Daniele Liotti, Enrico Ianniello, Gianmarco Pozzoli, Giusy Buscemi, Jenny De Nucci. Le avventure del commissario Nappi e di tutti gli altri personaggi

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della serie hanno fatto registrare picchi di ascolti: diversi episodi hanno superato i 5 milioni di spettatori con punte oltre il 23% di share. Questo successo ha avuto evidenti ripercussioni positive sui territori che hanno ospitato le riprese, in particolare San Vito (dove ha sede la caserma di Polizia, sul lago di Mosigo), Borca, Cortina, la Valle del Boite, Cibiana e la chiesa di San Martino, di Valle di Cadore. Come avvenuto negli anni passati, quando la fiction era girata interamente in Alto Adige, è già iniziato il pellegrinaggio dei turisti affascinati

dalle immagini viste su Rai 1. Il bellunese, in particolare la zona del Cadore, è diventato un meta ambita è i dati sulle affluenze sono sensibilmente aumentati appena passati in zona gialla. Diversi i comuni che si stanno adoperando per migliorare le proprie offerte attrattive ed i servizi legati ai tanti visitatori che raggiungeranno la provincia veneta e le Dolomiti. Il successo televisivo è andato di pari passo con quello dei social garantendo una promozione territoriale su scala nazionale unica nel suo genere. Addirittura è nato un fan club legato alla serie e sono in molti a chiedere informa-

zioni sulle location bellunesi dove è stata girata l’ultima stagione. L'ultima puntata è andata in onda lo scorso 20 maggio ma sono già molti i telespettatori che si augurano che venga registrata la 7° stagione, sempre in Cadore. L'effetto mediatico di “Un passo dal cielo” rappresenta una boccata d'ossigeno per tutto il settore turistico bellunese e probabilmente ha


Sul piccolo schermo definitivamente consacrato le Dolomiti e questa provincia veneta. Tra fiction, documentari, mondiali di sci e le future olimpiadi invernali il bellunese sembra aver raggiunto “la maturità” per essere consacrata non solo a livello nazionale, ma addirittura internazionale, una delle mete turistiche più ambite per la bellezza dei paesaggi, la natura incontaminata, il buon cibo e la possibilità di immergersi in un angolo di paradiso. Ora la sfida sarà quella di dimostrarsi all'altezza di garantire nello stesso tempo un'offerta adeguata e dei servizi di qualità ai tanti turisti che sceglieranno la provincia di Belluno per le loro vacanze.

Il parere di Luca De Carlo, sindaco di Calalzo di Cadore e Senatore di Fratelli d’Italia Il Senatore di Fratelli d'Italia e Sindaco

di Calalzo di Cadore Luca De Carlo si sofferma sull'incredibile pubblicità arrivata al territorio bellunese dalla fiction "Un passo dal cielo", analizzando quelli che secondo lui dovranno essere gli strumenti da utilizzare per rilanciare il turismo nella nostra Provincia. "Come avvenuto negli anni scorsi in Alto Adige, il successo della fiction Rai ambientata nel bellunese deve far riflettere ed aprire gli occhi alle "menti pensanti del turismo" regionale, provinciale e locale sul fatto che non si possono più utilizzare strumenti obsoleti come i volantini per promuovere il territorio, ma servono strategie forti

per attirare quanta più gente possibile, investendo cifre importanti". De Carlo sostiene che tutte le politiche di promozione fin qui utilizzate vadano riviste e rinnovate sensibilmente per vincere la sfida turistica che porti sempre più la provincia bellunese ha sostenersi con questo tipo di risorsa.

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A tempo di musica di Gabriele Biancardi

MANESKIN quando IL ROCK È VITA I Maneskin vincono Sanremo e l’Eurovision. L’articolo potrebbe finire qui. Invece no, perché stormi di critici escono allo scoperto. “Dire che sono rock e’ sacrilegio!” Tuonano snocciolando quello che secondo loro è l’impero del rock. Led Zeppelin, Rolling Stone, Jimi Hendrix e mi fermo qui perché non c’è abbastanza carta in tutto il Trentino per fare elenchi. Ma cos’è esattamente il rock?

C

i sono decine di sottoscala che si dipanano nei meandri delle sette note. Glam, indie, punk, garage, hard, giusto per citare i primi e mi fermo sempre per la salvaguardia boschiva. Ma un conto è suonare rock, un conto è vivere rock! Questi quattro ragazzi, pochi anni fa, erano dei buskers, cioè, suonatori di strada. Cappello girato, due chitarre, qualcosa su cui fare percussione e la voce cruda senza

filtri. Ora sono lì, con la sacrosanta arroganza di chi ha vent’anni e si trova in vetta quando prima era fantastico portare a casa 100 euro. Ma il rock, non è soltanto la cassa che spinge e il basso che pompa forte. Non è urlare al microfono o fare assoli acidi. Il rock è uno stile di vita. In questo momento l’artista italiana più rock è senz’altro, Orietta Berti. Si, Oriettona nazionale. Chi se non una rocker, spacca una camera d’albergo e si fa inseguire dalla polizia? A Sanremo la Berti ha fatto tutto questo. Certo, avesse poi cantato qualcosa di Alvin Lee sarebbe stato il top, ma non possiamo nemmeno pretendere troppo. Giornali di tutto il mondo hanno parlato dei Maneskin, fin gli americani che sono molto più nazionalisti di noi.

Eppure, niente, non riusciamo a godere di questo successo, che tra l’altro riporterà in Italia l’anno prossimo, quell’ Eurofestival che manca dopo la Cotugnana vittoria. Era il 1990 e Cotugno con conquistava il palcoscenico europeo “Insieme 1992” ventisei anni dopo Gigliola Cinquetti. Si può criticare eh, i gusti sono sacri e la musica è democrazia. Ma i confronti non reggono, altri tempi, altre storie, altri modi di scrivere. Ma per gli amanti del rock, non abbiate paura, provate ad ascoltare qualche pezzo, poi magari vi faranno schifo lo stesso, magari avrete qualche elemento in più per criticare. In fondo anche gli Stones hanno fatto l’occhiolino al reggae e pure alla discomusic. Godiamoci questo primo posto, sui francesi per di più, perché nasce dai voti del popolo. Non dagli intellettuali di ogni Stato che ci hanno parecchio castigato, a proposito, San Marino 0 punti a noi... dai. La gente di ogni parte, ha premiato l’energia, in molti il testo non l’hanno capito. Hanno invece apprezzato la scelta della lingua italiana e non si sono facilitati la vita con l’inglese. Dai, che il rock, non è oltraggiato da loro, loro non fanno rock. Lo vivono.

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Storia dei costumi da bagno femminili

Storia dei costumi da bagno femminili:

Dai gonnelloni al perizoma di © Mitì Vigliero

Si avvicina l’estate e con essa la voglia di abbronzarsi. Ogni donna, in questo periodo, passa in rassegna i propri costumi da bagno, comperandone di nuovi o infilando quelli a cui è particolarmente affezionata e che le donano di più. Nel 2021, tutto ciò pare assolutamente normale. Ma quella del costume da bagno, che fa parte dell’abbigliamento femminile da pochissimo tempo, oltre ad essere una delle storie più affascinanti dell’evoluzione della moda, la dice anche lunga in termini di emancipazione femminile.

L

’uso di frequentare d’estate le spiagge “organizzate” nacque nel 1700, quando vennero scoperte le proprietà terapeutiche dei bagni in mare. Gli uomini entravano in acqua nudi, le donne indossando sottovesti di flanella a maniche lunghe. Nel secolo XIX andare al mare divenne invece una moda oltre una sana abitudine, per questo i costumi da bagno si tramutarono in un vero e proprio capo

d’abbigliamento. Quello maschile era solitamente composto da un paio di mutandoni con sopra una lunga maglia a maniche lunghe; quelli femminili avevano larghi mutandoni altezza caviglie o gonnelloni con sottovesti, lunghe casacche con maniche a sbuffo sino al gomito (e sotto cami-

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Storia dei costumi da bagno femminili ciole e camicine), cuffiette di stoffa sul cranio, calze nere e scarpette gommate. Le signore e signorine più vanitose, o le più burrose, sotto si strizzavano in strettissimi busti di gomma. I

colori predominanti erano il nero, il blu e il rosso; le fantasie erano rigorosamente a righe bianche e rosse o bianche e blu e i costumi erano tutti in lana spessa che in acqua si inzuppava e allungava diventando una pesantissima zavorra. Dal 1890 i più audaci (e i più pratici) d’ambo i sessi iniziarono a dare dei tagli alle lunghezze; i mutandoni arrivarono al ginocchio così come le gonne e le maniche, e poco per volta sparirono calze e scarpette.

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Una piccola rivoluzione avvenne ai primissimi del Novecento in Francia grazie al sarto Paul Poiret detto Le Magnifique, che impose per uomini e donne costumi sempre di maglia, ma più aderenti. Nel 1906 una nuotatrice australiana, Annette Kellerman, si presentò a una gara negli USA indossando un costume intero fatto a tutina che lasciava scoperte le cosce: fu arrestata, multata e immediatamente rimpatriata con foglio di via. Ma ormai la corsa alle forbici era tratta. Nel 1915 nacquero in Francia le prime fabbriche/case di moda specializzate in costumi come la Erté; nel 1920 Coco Chanel, imponendo la moda della donna bella solo se tutta abbronzata, lanciò sul mercato pantaloncini corti sopra al ginocchio e parti superiori decisamente scollate; nello stesso anno in America veniva inventato il primo costume in maglina “elasticizzata” (detto “modello sirenetta”) che permetteva ampie scollature anche sulla schiena. Negli anni ’30 nacquero gli antenati del due pezzi; pantaloni corti legati a corpetti tramite sottili strisce di stoffa (per curiosità la prima italiana ad indossarli al mare, con grande scalpore dell’opinione pubblica e gran divertimento di Pirandello, fu l’attrice Marta Abba); fu allora che nacquero anche i lunghi accappatoi in spugna che permettevano alle bagnanti di uscire dall’acqua e coprirsi immediatamente senza dare scandalo. Nel 1939 la casa di moda Jan-

tzen lanciò il primo due pezzi “ufficiale”; il reggiseno era in realtà un bustino che copriva l’ombelico (e che solo nel ‘49 divenne un reggiseno vero e proprio), mentre i pantaloncini arrivavano sotto l’anca;

ma l’idea di quel costume era stata presa da quello in maglina nera e considerato audacissimo che Greta Garbo indossava nel film “La donna dai due volti” (1934) Ma una rivoluzione era in agguato. Mentre il mondo femminile impazziva per i magnifici e sensuali costumi indossati da


Storia dei costumi da bagno femminili

una giovanissima Esther Williams nei suoi film. il 2 luglio 1946 gli americani sperimentarono, con grande scalpore, le bombe all’idrogeno, facendole esplodere in un atollo della Micronesia: Bikini. Pochi giorni dopo (e precisamente il 5 luglio) a Parigi, ai bordi della piscina Molitor, un sarto francese allora assolutamente sconosciuto –Louis Réard– lanciò un’altra bomba: un costume in due pezzi, che

lasciava totalmente scoperto l’ombelico, chiamato appunto “bikini”. In realtà, storicamente non fu una novità: l’avevano già “inventato” gli antichi romani nel IV sec. dC, come dimostrano gli splendidi mosaici di Piazza Armerina. Nessuna modella famosa volle sfilare con quella roba svergognata, e così Rèard lo fece indossare a una ballerina-spogliarellista del Casinò, Micheline Bernardini; non era una gran bellezza, ma nel giro di un mese la fanciulla ricevette, grazie alle foto che fecero il giro d’Europa, ben 50 proposte di matrimonio. Nel 1947, le concorrenti

di “Miss Italia” sfilarono tutte indossando il bikini (per la cronaca, vinse Lucia Bosè); da allora, tutte le donne dello spettacolo fecero a gara a indossare due pezzi sempre più succinti, intendendoli come strumento di seduzione: indimenticabili le immagini anni ’50 dell’imbronciata e meravigliosa Brigitte Bardot sulla spiaggia di Saint Tropez che sfoggia il primo bikini con reggiseno a balconcino a leziosi disegnini bianchi e rosa, con pizzetti loliteschi.

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Storia dei costumi da bagno femminili

Nel 1953 sempre la vulcanica mente di Réard inventò il “reggiseno disco volante”, che stava miracolosamente su senza bisogno di spalline e il pezzo di sotto a guaina (Sexyform) che altrettanto miracolosamente spostava all’insù le natiche. Nel 1956 Marisa Allasio sconvolse i sonni maschili indossando nel film “Poveri ma belli” il bikini più succinto della storia di quegli anni; modello immediatamente copiato dalle più grandi case, che mise in allarme i custodi della pubblica morale: sulle spiagge italiane giravano carabinieri in coppia, muniti di centimetro, che avevano il compito di misurare le dimensioni dei bikini indossati dalle bagnanti

Le “misure” variavano da regione a regione e se erano inferiori al lecito, come accadde ad Anita Ekberg nel 1956 a Ostia, si veniva fermate, portate in caserma, sottoposte a verbale e multate per oltraggio al pudore Negli anni Sessanta il bikini venne finalmente accettato dalla morale comune

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e divenne indumento da indossare senza alcun clamore, forse sdoganato definitivamente dalla splendida Ursula Andress in “007 Licenza d’uccidere”. Nel 1968, ufficialmente seguendo le norme femministe che in nome della libertà e parità sessuale imponevano il rogo ai reggipetti, sempre le attrici lanciarono la moda del topless: in Italia la prima a mostrarsi pubblicamente a tette al vento sulle spiagge fu Laura Antonelli (eh no, la foto dello storico evento non l’ho trovata, mi dispiace ;-). Nel 1972 , sulla spiaggia di Ipanema (Rio de Janeiro) la signora italo-brasiliana Rose Di Primo, per farsi notare in una festa in spiaggia, modificò la parte di sotto del suo bikini inventando il “tanga”: la cosa ebbe un clamore enorme tanto che la leggenda vuole che la poveretta, sconvolta da tanto scalpore e cacciata ignominiosamente dalla famiglia, si chiudesse in convento. In compenso da allora furono migliaia le brasiliane che indossarono provocatoriamente il tanga, nel tempo talmente ristretto sino a diventare perizoma o decisa-

mente “filo interchiappale”®, come parte inferiore del costume; la moda, nata per i piccoli e sodi sederini delle brasilère, arrivò ben presto in Europa e ancora permane anche su chiappone mediterranee ahimé non sempre perfette.

Su gentile concessione di

Mitì Vigliero.

http://www.placidasignora.com /2010/07/16/storia-dei-costumi-da-bagno-femminili-dai-gonnelloni-ai-fili-interchiappali/


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La storia della bicicletta di Nicola Maschio

Dai modelli in legno ai mezzi elettrici

S

iamo abituati ad usarla, a farci sport, a trascorrerci delle belle giornate in compagnia. La bicicletta è ormai uno strumento di fondamentale importanza per la nostra quotidianità, tra chi la usa per recarsi al lavoro oppure chi semplicemente, da appassionato, decide di affrontare difficili salite o ripide discese. Eppure non tutti ne conoscono le origini, la storia, i primi modelli o le successive evoluzioni. In realtà, si tratta di un punto di vista esclusivamente rivolto al passato: sappiamo benissimo infatti le ultime straordinarie modifiche apportate ai più svariati tipi di biciclette, in particolar modo quelle elettriche che, sicuramente, hanno reso più semplice l’utilizzo del mezzo non solo per le vie della città, ma anche e soprattutto in montagna. Mountain bike a pedalata assistita, tecnologia all’avanguardia e tanto altro. Insomma, il futuro della bicicletta sembra essere destinato ad evolversi in continuazione, sempre più orientato ad una maggiore comodità e facilità nell’uso. Come detto poche righe fa dunque, l’aspetto probabilmente più interessante di

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questa indagine riguarda il passato della bicicletta. Come è nata? Chi l’ha ideata e costruita per la prima volta? Come si è arrivati ai modelli del presente e come facevano gli appassionati, decenni fa, a macinare chilometri su chilometri in sella ad un mezzo di trasporto decisamente diverso (e meno comodo) rispetto a quello di oggi? Occorre quindi fare qualche passo indietro, fino al 1817. È questo infatti l’anno in cui il barone tedesco Karl Von Drais inventò per la prima volta la “Laufmachine”, ovvero la “macchina da corsa”. Se facciamo un rapidissimo calcolo, appare chiaro dunque come la bicicletta abbia ormai più di duecento anni, un tempo di vita lunghissimo durante il quale i cambiamenti e le evoluzioni sono state tantissime. In Italia, quest’ultima fece capolino due anni più tardi, nel 1819. Era un modello primitivo, in legno

e con le classiche due ruote, ma (e già questa è una notizia!) senza pedali. Il movimento era infatti affidato alla spinta con le gambe di colui che la utilizzava, e che sostanzialmente si ritrovava a “camminare da seduto”. Inoltre, nessuna traccia del manubrio, ma era una leva a ricoprire la funzione dello sterzo. Sembra incredibile ed inimmaginabile, ma all’inizio fu proprio questo strano strumento il figlio di quella che oggi noi chiamiamo bicicletta. O “draisina”, come venne ribattezzata in un secondo momento. E poi cosa successe? Ovviamente, e non è difficile da immaginare, la struttura in legno generò non pochi problemi agli audaci guidatori. Aggiustamento dopo aggiustamento, ci vollero altri vent’anni prima che l’invenzione del barone tedesco diventasse un velocipiede. La struttura? Una grande ruota, quella davanti, altissima fino a circa un metro e mezzo da terra, con il sellino sopra di essa. E finalmente, ecco i pedali. Ruote in gom-


La storia della bicicletta

ma e nessun ammortizzatore. Quest’ultimo elemento però presenterò ulteriori problemi dato che, così come per il modello in legno, anche in questo caso la mancata comodità ed i continui sobbalzi non facevano della bici un mezzo sicuro. Solo nel successivo 1885 comparve per la prima volta un modello, per così dire, moderno. Furono Starley e Sutton, due inglesi, a fondare la prima casa costruttrice di biciclette ed installare su di esse la catena, oltre che ridimensionare le ruote e renderle

simili a quelle che conosciamo in tempi moderni. Scoperta la storia, un ultimo accenno va fatto alle particolarità più strane e sconosciute della bicicletta. Ad esempio, fu il nostro Leonardo Da Vinci a concepire per primo, alla fine del quindicesimo secolo, un’idea dello strumento. L’idea ovviamente non ebbe seguito, così si arrivò ai modelli dell’800 che, seppur stravaganti in forme e dimensioni, ricordavano per certi aspetti la monta a cavallo. Ecco spiegato il perché del sellino alto. Ancora, pensiamo alle strade: buche, sterrato, asfalto inesistente. La bicicletta in passato non era considerata come mezzo di trasporto, ma come vizio dei nobili che, in alternativa al cavallo, la utilizzavano per divertimento. Ma non

per questo, negli anni successivi non divenne, in un certo senso, “popolare”: nel 1884 infatti Thomas Stevens, partendo da San Francisco, terminò in due anni e mezzo il giro del mondo in bicicletta, percorrendo la bellezza di 13.500 miglia. Ora forse ci saranno aerei e macchine sportive, ma in un momento in cui le idee e l’inventiva la facevano da padrone, la bicicletta ha senza dubbio simboleggiato una tappa storica nella vita dell’essere umano.

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Maestri d'Arte nelle Dolomiti di Joe Beretta

SEBASTIANO RICCI FRA BELLUNO E FELTRE

Undici anni fa una grande mostra nella chiesa di San Pietro, al Museo Civico, Palazzo Crepadona a Belluno e presso il Museo Diocesano di Arte Sacra di Feltre, riportava all'attenzione nazionale il grande pittore Sebastiano Ricci. E' stata un' intelligente proposta che ha consentito di ammirare molte delle opere dell'artista normalmente disperse in diversi siti.

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ale oggi la pena di ricordare quella mostra per non dimenticare il grande ingegno di Sebastiano Ricci, (Belluno 1659-Venezia 1734) forse il primo autentico virtuoso della pittura del XVIII secolo. Bellunese di nascita, veneziano d'adozione, operante a Bologna e Roma; assolutamente libero di pensiero, figura internazionale dell'arte, trova testimonianza nelle opere, di altissimo livello, realizzate tra le sue Dolomiti. Vale la pena compiere un viaggio alla ricerca della sua arte lungo un itinerario che deve partire da Belluno; dai capolavori creati per palazzo Fulcis (dal 2016 importante pinacoteca cittadina ) dove, durante la mostra, fu esposta la spettacolare tela mistilinea con la Caduta di Fetonte, con la visita alla cappella e al

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“Camerino d'Ercole". Si prosegue poi verso la bella villa Belvedere, edificata fra il 1711 e il 1714 su commissione del vescovo di Belluno Giovanni Francesco Bembo, all'interno della quale possiamo trovare l'intrigante Testa di Samaritana, unica testimonianza del ciclo ad affresco di Sebastiano Ricci. A Feltre, presso il museo Diocesano fu possibile, in occasione della mostra del 2010 , ammirare un gruppo di Pale e dipinti provenienti dalla Certosa di Vedana a Sospirolo, realizzati intorno al 1704 - 1706 . Ricordiamo anche l' esposizione di due sanguigne provenienti dal Seminario Gregoriano di Belluno e, nella sala settecentesca del mezzanino, per la prima volta furono visibili insieme - i quattro dipinti ovali realizzati, tra il 1719 – e il 1722, per la cappella della Sacra Famiglia nella Villa Fabris-Guarnieri di Tomo. Per chi non c'era, nulla è perduto, poiché esiste la possibilità di ricostruire un percorso culturale, un itinerario di più giorni, da compiere alla ricerca delle sue opere. E ne vale

la pena visto che Sebastiano Ricci o Rizzi (il cambio di nome avvenne a Bologna dove si era rifugiato per sfuggire alla giustizia che secondo quanto scrive Jeffery Daniels, lo accusava " del malaccorto tentativo di avvelenare la sua amante, che era rimasta incinta") è pittore di valore internazionale. La sua avventurosa vita artistica era iniziata a Venezia quando, ancora giovinetto, fu allievo di Federico Cervelli e fu influenzato dall'impianto scenografico di Paolo Caliari detto il Veronese(1528-1588) acquisendo dalla visione delle sue opere una pittura chiara e luminosa che gli valse complimenti e soprattutto commesse da ogni parte d'Italia e d'Europa. Fu a Piacenza dai Farnese, poi a Roma in palazzo Colonna, poi a Venezia, a Padova, Firenze, Vienna e in Inghilterra dove lavorò per lord Burlington. Scrive Jeffery Daniels: " Ricci era prima di tutto un professionista, e per lui un disegno era parte di un procedimento creativo il cui scopo era la soddisfazione del cliente.


Maestri d'Arte nelle Dolomiti Per lui il talento fu inizialmente uno strumento di promozione sociale, di conquista di un livello di vita che altrimenti non avrebbe potuto raggiungere. Le sue origini erano relativamente umili, la sua istruzione superficiale, eppure a quarant’anni trattava familiarmente con prelati e principi." Certo seguire un percorso tanto vasto non è facile, ma già visitare le opere conservate nella sola provincia di Belluno e nelle vicine Padova e Venezia potrebbe essere l'occasione per un doveroso omaggio all'artista ed ai suoi concittadini. Già questo sarebbe un viaggio assolutamente unico per riscoprire nelle sue terre, un pittore capace di liberarsi dall'influsso secentesco e imporre ai suoi contemporanei un gusto nuovo e apertamente rococò, con effetti vivaci, scintillanti, ricchi di luce e di colore. Il viaggio partendo dalla sua Belluno, passando per Feltre e gli altri luoghi della sua arte, sarebbe utile per aprire la mente a nuove idee e scoprire quanto della sua pittura sia

presente fra i nostri contemporanei e fra loro Giorgio De Chirico in cui ritroviamo la sua classicità. Se durante il viaggio incontrate Marco Ricci,(1676-1730) non trascuratelo perché

è nipote di Sebastiano e con lui ha collaborato a lungo pur seguendo una propria via ispirata a Tiziano ed al bel paesaggio veneto.

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L'arte nei secoli di Alice Vettorata

La Confraternita dei Preraffaelliti La confraternita dei Preraffaelliti è un movimento artistico britannico, nato a Londra nel 1884 grazie alla collaborazione di tre studenti della Royal Academy: William Holman Hunt, John Everett Millais e Dante Gabriel Rossetti. La motivazione che spinse i pittori a slegarsi dagli insegnamenti accademici fu il vincolo creato da dettami rigorosi che non permettevano di esprimere liberamente gli artisti studenti dell’Accademia.

C

on il nome scelto per la confraternita, Pre-Raffelliti si fa riferimento al pittore rinascimentale Raffaello Sanzio, accusato da parte di questa nuova ideologia di essere stato il fautore di una pittura artificiosa, priva di purezza. Quindi, chi divenne modello per la confraternita? Coloro che si affermarono prima di Raffaello, ciò vale a dire i pittori del Quattrocento italiano. L’estetica medievale permise ai Preraffaelliti di riavvicinarsi alla sfera eterea

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delle tematiche religiose, protagoniste dei secoli bui. Il gruppo ottocentesco rappresentò con questa tecnica leggende, personaggi storici, protagonisti letterari ideati da Dante e Shakespeare e miti ambientati in Bretagna, come ad esempio i racconti presenti nel ciclo Arturiano, basati quindi sul Re Artù. Un filone narrativo che divenne particolarmente popolare durante il periodo Vittoriano, che influenzò inevitabilmente anche le arti. Le protagoniste principali nella pittura preraffaellita così come nella letteratura arturiana sono donne addolorate e giovani coppie coinvolte da struggenti amori impossibili. Una vicenda spesso discussa legata a questo movimento è la condizione delle modelle che posavano per essere ritratte, le quali vivevano momenti scomodi per l’intera durata della creazione di un quadro. Un esempio noto è quello della modella più affermata e richiesta dalla confraternita, Elizabeth Siddall, in un’occasione richiesta per dare vita a una delle opere iconiche del Movimento. Ophelia, di John Everett Millais. La protagonista di questo dipinto è

tratta dal dramma Shakespeariano Amleto, nel quale il personaggio femminile che vive in balìa di eventi esterni decide di porre fine alla sua complessa esistenza annegando in un corso d’acqua. Questa è la sorte di Ophelia, personaggio letterario che ebbe ripercussioni anche sulla vita reale della modella. Elizabeth Siddall infatti, interpretandola per poter essere studiata da Millais rimase in posa per ore all’interno di una vasca d’acqua gelida, situazione che riproduceva fedelmente le caratteristiche del personaggio ideato da Shakespeare. I veli che coprivano il corpo fluttuavano leggeri nell’acqua, il colorito della pelle mutava e diventava visibilmente provato del gelo, pronto per essere replicato da leggere pennellate su tela. Ciò che conseguì a questa situazione fu una polmonite di severa entità per la ragazza, la quale soffrì per il resto della sua vita, cercando di attenuare il dolore con l’utilizzo smodato di laudano. Nonostante ciò la Siddall dopo il l’opera Ophelia venne sempre più richiesta dagli artisti per poter essere la loro musa, soprattutto da Gabriel Dante Rossetti, colui che le insegnò anche le tecniche pittoriche. Oltre alla sua carriera da modella iniziò anche quella da pittrice e poetessa appoggiata agli ideali e stilemi dei Preraffaelliti. Fu l’unica artista che espose il proprio lavoro al pubblico nel 1857, associando al termine confraternita anche la sorellanza di questa corrente. In questo nuovo gruppo al femminile si possono annoverare altre pittrici, dapprima spesso avvicinatesi al movimento proprio con il ruolo di modella, ma successiva-


L'arte nei secoli mente approdate anche nel settore che coinvolgeva i colleghi. Jane Morris ad esempio iniziò la sua collaborazione con i Preraffaelliti in quanto modella capace di incarnare il lato più sensuale dell’amore, ma successivamente perfezionò le sue abilità nel ricamo, espressione artistica che le consentì di introdurre elementi cari alla corrente di coloro che ispirava anche su supporti tessili. Artiste di origini greche che esplorarono nuovi medium artistici furono Maria Zambaco e Marie Spartali. La prima realizzò sculture e medaglie, la seconda padroneggiò la tecnica dell’acquerello con la quale adorava ritrarre i protagonisti della letteratura inglese e italiana. Tra gli altri nomi presenti nella sorellanza è possibile trovare Annie Miller, meno fortunata delle precedenti, musa e amante di Hunt. Pittore che le diede il permesso, dopo diverse discussioni, di poter posare anche per altri ritrattisti. Sempre dovendo superare l’ostacolo della

concessione da parte del compagno riuscì anche a frequentare la scuola, opportunità che le era stata negata causa le sue origini non abbienti. Hunt sosteneva di poter avere il controllo anche sulle finanze della donna, poiché fu colui che, a suo parere, le permise di riscattarsi da una vita ostile. La Miller non fu uno dei casi fortunati tra la sorellanza, ma ci consente di comprendere gli aspetti che, troppo spesso, ancora oggi ostacolano la libertà d’espressione del genere femminile.

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Storia e preistoria di Monica Argenta

Homo Sapiens

la lunga storia di una specie che ha ancora la fortuna di esistere

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omo Sapiens: due parole semplici ed intuitive anche per chi non ha troppa familiarità con i termini utilizzati dai professionisti. Ma tanta semplicità di parole non corrisponde di certo al lungo e tortuoso processo di selezione naturale che ha giocato a nostro favore, portandoci fino a qui. Sopravvivere alle specie antenate e scampare all'estinzione è il minimo comune denominatore che condividiamo con tutte le attuali forme viventi e, in questo senso, non siamo certo i più fortunati. La fortuna, semmai, è da ricercare in quella consapevolezza-e quella si che è solo nostra -di esser parte di un'infinitesima percentuale di specie sopravvissute alle miriadi di forme e variazioni passate sulla Terra. Per uno scienziato, l'origine di qualsiasi essere vivente ha inizio con la formazione dei primi organismi unicellulari, miliardi di anni fa. Ed è lì che inizia anche il nostro viaggio anche se gli studi sull'e-

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voluzione dell'Uomo si concentrano sul periodo degli ultimi 5 o sei milioni di anni. A quell'epoca, infatti, vivevano in Africa uno svariato numero di primati che evolvendosi e ramificandosi in nuove specie hanno dato luce a quell'antenato lontano da cui discende anche il genere Homo. Ma chi era questo nostro antenato? Beh, in realtà si sa ben poco di lui, non esistono resti fossili certi, è un'entità praticamente più teorica che “concreta” anche se scientificamente accertata. E qui sfatiamo immediatamente un mito ancora molto radicato: l'Uomo non discende dalle scimmie, come comunemente viene inteso, bensì l'Uomo e le Scimmie hanno un

vecchio antenato comune. Messa ancor più semplice: scimpanzé e bonobo non sono i nostri lontani bisnonni, bensì sono nostri cugini contemporanei con i quali condividiamo oltre il 98% del patrimonio genetico ma che appartengono a discendenze evolutive nettamente diverse. L'antenato comune infatti ha dato avvio a molteplici varianti di primati, oramai anch'esse del tutto estinte se pur responsabili di specifiche “dinastie” che porteranno al Sapiens. Stiamo parlando degli australopitechi: per intenderci i simili della famosa Lucy, lo scheletro di donna ritrovato in Etiopia negli anni 1970. Lucy era ancora ben lungi dall'esser come noi: era molto piccola, con capacità cranica limitata e sostanzialmente conduceva una vita arborea, tanto che si presume che sia morta proprio per una brutta caduta da un albero. Dal “cespuglio” rappresentato dai vari australopitechi parenti di Lucy, e a


Storia e preistoria

seguito di successive ramificazioni, alcune specie hanno però incominciato a sviluppare maggior capacità cranica, una sempre maggiore postura bipide verticale e un uso sempre più consistente di utensili. E qui, finalmente, il cambiamento comportamentale e fisico è tale da giustificare una nuova classificazione di genere: entra in gioco la parola Homo. L'Homo Habilis, apparso più di 2 milioni di anni fa, così chiamato perché vicino ai suoi resti si trovano sempre manufatti di pietra, è però ancora molto lontano da noi, se non altro per una capacità cranica limitata alla metà della nostra. E neanche a dirlo, anche all' Homo Habilis tocca in sorte l'estinzione, seppur la sua storia pro-

segue attraverso ulteriori sviluppi e ramificazioni di discendenze difficili da sintetizzare. L'importante è sfatare anche il mito, oramai sorpassato, che l'evoluzione ha visto un susseguirsi lineare di specie di Homo “passarsi la fiaccola dell'Umanità” in modo progressivo. I ritrovamenti di scheletri (parte di essi) e di insediamenti ci indicano una realtà diversa, anche se per certi versi ancora molto lacunosa e sempre aperta a nuove teorie. Ma veniamo finalmente a noi, con questo nome altisonante: i Sapiens. Abbiamo evidenze che deriviamo dal “cespuglio” dell' Habilis, facciamo la nostra apparizione 200 mila anni or sono e che fino a 100 mila anni fa non eravamo unici Uomini del nostro pianeta bensì abbiamo co-esistito con 4 o 5 altre specie di Homo. In Europa e Medio Oriente la co-presenza di Homo Sapiens e Homo di Neanderthal è ben documentata essendo terminata “solo” 45

mila anni fa. Sappiamo che le due specie hanno convissuto sullo stesso territorio per decine di migliaia di anni, combattendo ma anche ibridandosi tra loro tanto che al giorno d'oggi si stima che ogni individuo extra africano abbia un pochino di Neanderthal nel proprio genoma. Altro mito da sfatare è che l'Uomo di Neanthertal rappresenti un antenato del Sapiens, la versione “primitiva” di noi. In realtà l' Homo Neanderthalensis era una vera e propria specie distinta, aveva una capacità cranica superiore al Sapiens, era dotato di linguaggio, senso estetico e presumibilmente di una vista migliore della nostra. Del perché si sia estinto, così come del perché si siano estinti gli altri Homo, se ne discute e se ne discuterà ancora. C'è qualcosa di speciale in noi Sapiens che ci ha permesso di attraversare tutti i meccanismi di selezione imposti dall'ecosistema Terra. E, se non altro, dovrebbe essere questa consapevolezza a farci sentire fortunati e a darci la motivazione per non interrompere proprio ora la nostra lunghissima storia.

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Società oggi di Caterina Michieletto

La bellezza salverà il mondo

P

eriferie, sobborghi, quartieri dormitorio, cambia l’etichetta attribuita a questi luoghi, ma la sostanza rimane la stessa: zone esterne che costellano le città e che assorbono come catalizzatori tutte le forme in cui devianza e criminalità si manifestano, tutti i segnali inequivocabili del degrado e dell’abbandono, tutte le disfunzioni sociali ed economiche che sono costantemente sotto i riflettori mediatici e che trovano nella disoccupazione, nella dispersione scolastica, nella carenza di una rete di assistenza sociale, nelle occupazioni abusive le loro più vistose espressioni. Quarto Oggiaro a Milano, San Basilio a Roma, Scampia a Napoli, sono alcune delle

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icone di queste realtà di criticità sociale ed emergenza economica fossilizzate da Nord a Sud del nostro Paese. In questi posti ai confini la vita non vale niente, stracciata dall’illegalità che se prima si subisce poi si è costretti a condividere e difendere. In questi luoghi non si

diventa disordine interno. Quando una persona della periferia si affaccia alla finestra quello che vede è essenzialmente anarchia: degrado urbanistico, edifici pericolanti e fatiscenti, incuria e abbandono del territorio, nulla da cui potersi sentire spinti verso un modo di vivere onesto, equo ed edificante. Un ambiente che è terreno fertile per imboccare la strada delle trasgressioni distruttive che iniziano con la droga ed in crescendo passano attraverso reati bagatellari per culminare con reati violenti. L’illega-

vive, si sopravvive, perché quella vita regolare e consueta spesso talvolta scontata che fuori da determinate periferie è la norma, all’interno di queste situazioni di marginalità è una speranza, un sogno che alcuni riescono a coltivare e realizzare, non senza sforzi e ostacoli, e altri restano a rimirare come un orizzonte che si allontana quanto più ci si avvicina ad esso. Racchiudere in un contenitore tutte le cause e concause, responsabilità e connivenze di un problema così complesso è un’operazione quanto mai delicata e spinosa, ma che essenzialmente può essere ricondotta a questa constatazione: il disordine esterno

lità è talmente radicata nel DNA di questi luoghi al punto da non essere un’opzione ma un vero e proprio obbligo e chi non firma questo “contratto” è destinato ad essere vittima di questo sistema irregolare ed improntato ala logica della prevaricazione. La vita in questi luoghi è guerra: non si esistono le regole, si ritorna a quello che T. Hobbes, filosofo del XVI sec., chiamava “stato di natura”, dove “la guerra è di tutti contro tutti”, dove “ogni uomo è lupo per l’altro uomo”. L’assenza dello Stato è abissale: le istituzioni annualmente inseriscono


Società oggi

la questione “periferie” nelle rispettive agende di governo, regalano promesse e obiettivi che rimangono stampati su carta; nel frattempo l’insoddisfazione, il malcontento ed il disagio si acuiscono e la distanza tra lo Stato e questa parte dei suoi cittadini diventa una voragine che separa sempre di più i due mondi. Se lo Stato non si adopera per realizzare un’eguaglianza sostanziale nella comunità (art. 3 Cost. “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”), se il lavoro non è più diritto (art. 4 Cost.) se la scuola non è vicina soprattutto a quelle infanzie e quelle adolescenze difficili della periferia, il fisiologico sbocco è la formazione di sacche di povertà: povertà economica causata dalla disoccupazione e povertà culturale con il fenomeno della dispersione scolastica e dell’analfabetismo di ritorno.

In tutta questa atmosfera di disfatta e di resa c’è chi lotta per cambiare il sistema, lotta per interrompere questo circolo vizioso e con dedizione e coraggio crea all’interno delle periferie centri di aggregazione per bambine e bambini, ragazze e ragazzi, dove coltivare passioni, interessi, svolgere attività ricreative e di inclusione sociale. Vere e proprie oasi di felicità, di riscatto, di gioia di vivere e che rappresentano quell’alternativa che altrimenti sarebbe negata in origine a chi nasce in queste realtà. L’iniziativa del privato può fare molto ma non sostituirsi all’intervento pubblico che in questa operazione di recupero delle periferie dovrebbe collocarsi in prima linea. Dunque, da dove ripartire per costruire delle nuove periferie? Districare il nodo della disoccupazione attraverso delle politiche non “del lavoro”, ma “per il lavoro”. Quel sussidio che nel breve termine può far sopravvivere, nel lungo termine non dà futuro, non dà quella certezza e non dà quella sicurezza di cui una persona, sia come singolo sia come membro di una famiglia, ha bisogno. L’operosità e la creatività del lavoro manuale ed intellettuale sono la chiave di volta della felicità: non a caso la parola “felicità” richiama nella sua radice greca “fe” il

significato di abbondanza, fertilità, produttività, proprio perché è nello slancio vitale a generare, nell’energia che deriva dall’essere attivi ed artefici della propria esistenza che la persona trova quella sensazione di pienezza e di benessere insita nel sentimento della felicità. Se il disordine esterno alimenta il disordine interno alla persona, allora dare una nuova veste a queste aree, la veste dell’ordine e della cura per l’ambiente in cui si vive, sarà il primo passo verso una rinascita di questi luoghi e soprattutto delle persone che ci vivono. L’importanza del fattore “ambiente esterno” non è affatto secondaria: l’ambiente in cui viviamo, il circuito di

relazioni famigliari e sociali che si muovono in questo ambiente ha la potente capacità di influenzare il nostro modo di essere, il nostro atteggiamento rispetto alla vita, il nostro approccio alle difficoltà individuali e alle problematiche collettive. Costruire un ambiente ordinato, strutturato e organizzato con servizi ed infrastrutture significa costruire “un ponte” con queste realtà esterne ai centri urbani ed integrarle nello Stato-comunità, significa generare coesione e solidarietà sociale. Coltivare la bellezza di questi luoghi mai valorizzati e rimasti nella penombra delle città per migliorare la qualità della vita presente e per investire nel futuro di chi verrà. Come affermava Dostoevskij nel romanzo “L’Idiota”: “La bellezza salverà il mondo”.

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Il personaggio di ieri di Laura Paleari

I 95 anni di Marylin Monroe “Una carriera è meravigliosa, ma non si può farci coccolare da questa la notte quando si ha freddo.”

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arylin Monroe, nome d’arte di Norma Jeane, non fu solo un’attrice ma una vera e propria icona, un simbolo che ancora oggi, a 95 anni dalla sua nascita, affascina e fa sognare. Nata a Los Angeles il 1° giugno del 1926 da padre ancora oggi sconosciuto e una madre con gravi problemi economici e soprattutto mentali. L’infanzia di Marilyn non fu per niente facile, venne data in affidamento a parecchie famiglie e si dice subì addirittura molestie sessuali. Diventò subito casalinga, sposandosi con James "Jim" Edward Dougherty e abbandonando gli studi. Nel 1944 il marito decise di arruolarsi nella marina mercantile e così la giovane Norma traslocò a Los Angeles, coabitando con la suocera. Qui lavorò come operaia alla Radio Plane, la stessa fabbrica dove prima operava il marito e venne notata da un fotografo che stava realizzando alcuni scatti da mandare alle truppe al fronte, per

tenere “su il morale” dei soldati. Da lì cominciò la sua scalata verso il successo, con molti cambiamenti: dopo il divorzio con il marito andò ad abitare con la madre, Gladys, dimessa dalla clinica dove era stata ricoverata per schizofrenia; nel frattempo la direttrice della più importante agenzia Hollywoodiana di pubblicità, Emmeline Snively, le tinse i capelli di quel biondo platino che tutti ricordiamo e le insegnò come parlare, come camminare e che tono di voce usare. Il 24 agosto 1946 firmò con la Fox il suo primo contratto cinematografico e fu il regista che l’aveva scelta, Ben Lyon, che le propose di utilizzare un nome d’arte: Monroe come il cognome da nubile della madre e Marilyn, pensando a Marilyn Miller; un nome con la doppia M che suonava sensuale e intrigante. Iniziò a studiare recitazione mentre lavorava come modella e, negli anni ’50, Marilyn ottenne il successo per cui aveva tanto faticato, girando alcuni dei film più iconici di sempre: “Gli uomini preferiscono le bionde (1953)”, "Come sposare un milionario (1953)” e “A qualcuno piace caldo (1959)”. Tutto questo grazie anche al supporto del suo nuovo marito, Joe DiMaggio e di Natasha Lytess, la sua insegnante di recitazione; proprio il rapporto di amicizia per molti ambiguo tra le due (la Lytess era una donna omosessuale) portò una crisi e poi il divorzio con il giocatore di baseball DiMaggio. Tuttavia, lui fu uno dei pochi che le stette vicino durante i ricoveri che l’attrice dovette subire. Se la fama di della Monroe cresceva

sempre di più, la sua vita privata e sentimentale stava precipitando a picco: i suoi tentativi di avere delle relazioni più o meno stabili continuarono, così come il suo desiderio di diventare madre, cosa che non si avverrò mai. La sua relazione con Arthur Miller finì con un ennesimo, tragico, divorzio. Tentò di avere un bambino tre volte, le prime due si conclusero con un aborto e quando rimase incinta per la terza volta, si dice che avesse così paura di perdere il bambino che, durante le riprese dei film, scoppiasse in pianti e crisi isteriche, costringendo a rigirare le scene più e più volte; purtroppo anche questa volta perse il bambino al terzo mese. Marilyn si rivolse più di una volta alla psicanalisi e iniziò a fare uso di droghe, che divennero delle costanti nella vita della star, la quale dietro al sorriso dei riflettori, nascondeva una vita di diete ferree, un controllo maniacale da parte degli agenti, sempre spiata, sempre desiderata. Tra le relazioni più scandalose e celebri ci fu quella con il Presidente Kennedy, la quale è tutt’oggi avvolta da mistero: si dice che l’attrice fu costretta a scappare in Messico per abortire, poiché rimasta incinta del presidente e moltissimi sostengono che la sua morte fu causata dalla mafia, proprio per i suoi rapporti con i Kennedy; c’è chi dice fu causata dal governo stesso, in quanto era diventata dopo la relazione con il presidente, un personaggio scomodo per la stabilità e la credibilità della casa bianca. La situazione stava diventando sempre più insostenibile, Marilyn non studiava più le parti, era sempre triste, con molti, troppi, sbalzi d’umore e la Fox decise di licenziarla. Fu la governante a trovare Norma senza vita, il 5 agosto 1962, nella sua casa; la causa ufficiale della morte fu overdose da barbiturici.

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Lo sport in cronaca di Paolo Rossetti

PREALPI TOUR 2021

Gara internazionale di Hike & Fly La PrealpiTour 2021 è una manifestazione di Hike & Fly, (letteralmente camminare e volare, disciplina emergente per il parapendio) che si terrà il 18 -19 - 20 giugno dove il pilota dovrà raggiungere la zona di decollo e salita in quota, unicamente percorrendo il percorso a piedi, con la propria attrezzatura di volo in spalla per poi decollare e vivere, quindi, l'emozione del volo associato al trekking.

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a gara, mentre andiamo in stampa, ha avuto l’adesione- partecipazione di 55 piloti provenienti da diverse nazioni del mondo (9), aiutati, ognuno, da un personale supporter - non solo obbligatorio ai fini della sicurezza, ma che avrà anche il compito di aiutarlo nello studio del meteo e della consultazione mappe geografiche e territorio, per una mirata pianificazione del miglior percorso per raggiungere i punti di decollo. Inizio ufficiale gara il Venerdi' 18 Giugno alle ore 10. Una pre-partenza dalla sede del Para&delta Club Feltre a Pedavena, zona Boscherai, punto operativo principale della manifestazione. Rigorosamente

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a piedi. I piloti percorreranno il tragitto fino alla Piazza di Pedavena, passando per il parco della birreria. Grazie alla collaborazione con la Pro Loco di Pedavena, il Comune di Pedavena e Consorzio turistico delle Dolomiti, sara' allestito un palco e diversi addobbi in centro a Pedavena. I piloti dovranno salire sul palco e saranno annunciati al pubblico, per poi proseguire verso il loro personale percorso con lo scopo di raggiungere il primo Turn Pont (i Turnpoint sono boe obbligatorie da raggiungere, seguendone la sequenza impartita dall'organizzazione gara. Il percorso di gara si svolge tra le Prealpi

Venete e Trentine. Manifestazione unica del suo genere. E' una combinazione d’innovazioni che determina una nuova formula per tale tipo di disciplina: ai piloti e' richiesto di percorrere nel minor tempo possibile (entro i termini di tempo massimo della gara di 3 gg), un percorso libero ma con il solo obbligo di raggiungere mete ben definite, i famosi Turn Point. La vera innovazione e' il posizionamento dei Turn Point. Mentre in altre manifestazioni Europee il pilota raggiunge i Turn Point locati quest'ultimi nelle valli / pianura, in questa gara i Turnpoint sono stati dislocati in quota presso 7 rifugi / malghe. Si cerca quindi di cogliere la migliore l'occasione per promuovere la spettacolare immagine del territorio, coinvolgendo le Malghe e quindi valorizzare i prodotti locali. Una combinazione tra promozione del territorio e Sport. Un binomio sicuramente vincente per poter esercitare una comune crescita e positiva visione all'esterno. In questo particolare periodo dovuto alla pandemia, inoltre, la PrealpiTour ha pensato ad una particolare dotazione strumentale, ovvero ogni pilota sarà in possesso di un Live Tracking (GPS) che permetterà a chiunque, seduto anche sul proprio divano, di verificare il posizionamento del pilota preferito direttamente online su una pagina dedicata WEB predisposta nel sito web del Para & Delta


Lo sport in cronaca Club Feltre. In forma dettagliata, si potranno trovare maggiori informazioni relativamente alla manifestazione, regolamento e piloti selezionati sul sito web http://www.paradeltafeltre.it/event-home/prealpitour/ione. Durante tutti i giorni dell'evento, specialmente nei momenti decisivi in cui la visualizzazione WEB sarà' ai massimi livelli, saranno pubblicate foto di luoghi e informazioni varie. L'obiettivo e' far conoscere tutta la zona di volo / territorio, non solo a nuovi piloti di Parapendio Italiani, ma anche per continuare la ridondanza d’ informazione a livello mondiale generata in occasione dei Mondiali 2017, mettendo in luce quanto il territorio puo' offrire come attivita' sportiva e come “accattivante” luogo per trascorrere ferie e momenti di riposo tra natura, paesaggi, e ottime prelibatezze culinarie. Una vera “cartolina” da presentare al turista affinchè possa scegliere

questa zona come ideale meta per le sue prossime vacanze. Feltre e dintorni e' tra le altre, una zona che si presta benissimo per questo particolare sport, con moltissimi decolli e conformita' territoriale ideale per lo svolgimento del Parapendio di lunga distanza e HiKe & Fly.

La manifestazione gode del patrocinio di: Regione Veneto, Provincia di Belluno, Unione Montana Feltrina, Comuni di Pedavena, Feltre, Fonzaso e Sovramonte, Fondazione Dolomiti UNESCO, Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e Consorzio Turistico Dolomiti .

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Le famiglie di casa nostra di Waimer Perinelli

I TOMMASEO

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Un giorno, anni fa, un uomo che non aveva mai nessuno che girava per casa conobbe una famiglia di nome Tommaseo piena di genitori, figli, zii e nipoti che stavano attenti l’uno all’altro in una villa in campagna ..." Comincia così il racconto "Famiglia "nella raccolta Sillabari di Goffredo Parise, e la numerosa e antica famiglia di Ponte di Piave è quella che fa capo ai quattro fratelli Piero, Tommaso, Marino e Giorgio, amici che lo scrittore ha frequentato a lungo nella loro grande casa, affascinato e attratto dal calore familiare che vi regnava. Era l'inizio degli anni Settanta quando Parise, vicentino(1929-1986) iniziò la scrittura dei racconti pubblicati dal Corriere della Sera. Oggi la villa citata appartiene all'avvocato Alvise, figlio di Piero. Alvise Tommaseo Ponzetta, 62 anni, la moglie Michela, giudice di Pace, quattro figli e due passioni: la tradizione di famiglia e la terra. La famiglia ha origini dalmate. I Tommaseo sono di antica nobiltà (conti), originaria della Dalmazia dove la famiglia fin dal 1400 possedeva terreni nei dintorni di Postire, un Comune della Regione spalatino-dalmata sull’isola di Brazza. I

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Tommaseo si trasferirono a Venezia intorno alla metà dell' 800 e lì, come prima, rimasero sempre fedeli al Leone di San Marco. Una famiglia ambiziosa ma tranquilla di nobili terrieri e commercianti, con una certa simpatia per l'Impero di Francesco Giuseppe, ma, come in tutte le buone famiglie, con una pecora nera, una testa calda, quel Niccolò Tommaseo (Sebenico 1802-Firenze 1874) appassionato studioso della cultura italiana , amico di Antonio Rosmini e di Alessandro Manzoni; tanto affascinato dalla cultura del bel paese

da diventare accademico della lingua italiana ed essere arrestato e imprigionato per attività anti austriaca. Nel 900 un ramo dei Tommaseo si trasferì a Feltre dove Gerolamo diventò primario nel locale ospedale; un altro ramo nella Marca Trevigiana dove Milone divenne sindaco di Ponte di Piave ai tempi della Prima Guerra Mondiale. E proprio la grande guerra darà un grosso dispiacere ai Tommaseo Ponzetta perché, fra cannonate ed espropri, la bella villa Weil, comperata nella metà dell'800, venne distrutta. L' antica dimora veneziana era non solo bella ma anche utile. Alvise racconta, con orgoglio, di come mentre il fronte italiano crollava a Caporetto, una brigata di riserva di stanza a Padova, formata da due Reggimenti di cavalleria (Novara e Genova) e da uno di fanteria (Bergamo), partiva alba verso il nemico invasore. I 1400 soldati ed i circa 800 cavalli da


Le famiglie di casa nostra

cui era formata trovò ristoro nella notte tra il 26 ed il 27 ottobre 1917 a Ponte di Piave proprio nella villa Tommaseo e nelle adiacenti grandi barchesse. Il mattino successivo la Brigata, superato il Tagliamento, raggiunse il piccolo abitato di Pozzuolo del Friuli, dove affrontò agguerrite e più numerose forze austroungariche bloccandole per diverse ore, permettendo così al Terzo Corpo d'Armata del Duca d'Aosta di ritirarsi quasi senza perdite ed attestarsi sul Piave bloccando la Strafexpedition. Nel 1920 la villa venne ricostruita con disegno dell'ingegner Antonio Sardoni ispirato al Liberty. Malgrado abbia subito molte vicissitudini durante la Seconda Guerra Mondiale quando venne requisita dai fascisti, poi da tedeschi infine dai partigiani, oggi si presenta in tutto il suo splendore come modello

dello stile del primo Novecento e le due barchesse di antica costruzione, tornate alla loro funzione di abitazione e deposito per la produzione della proprietà. "La terra non tradisce mai" dice Alvise Tommaseo Ponzetta, avvocato, giornalista e Consigliere comunale, ma con il pallino terriero di famiglia. "Lo ha lasciato scritto nel testamento del 1893 il mio bisnonno Pietro al figlio Gigi: la terra non ti abbandona". Ma evidentemente devi trattarla bene, come fa Alvise che da appassionato agricoltore valorizza in particolare le produzioni della zona del Piave, come i suoi antenati facevano in Dalmazia, dove avevano grandi proprietà terriere coltivate a vigneti ed ulivi che producevano vino ed olio, commercializzati in tutta la costa adriatica. Nelle fertili campagne del Piave, Alvise mette in pratica le secolari esperienze soprattutto in campo vitivinicolo. Nel Comune di Salgareda si trovano i cinque ettari coltivati a vigneto con la produzione di antichi autoctoni del Piave, meno conosciuti ma di grande interesse enologico: “Oltre al Raboso, al Manzoni Bianco e al Manzoni Rosso, dice Alvise, ci sono il Grapariol, la Rabosina bianca che sarebbe tipica della Destra Piave, della zona di Zenson". Non manca la sperimentazione e due anni fa l'avvocato-agricoltore ha trasformato il frutteto o brolo, retrostante la casa, in un campo di asparagi. La scelta è caduta sugli asparagi verdi, la cui coltivazione richie-

de minori interventi rispetto ai bianchi che vanno protetti e condizionati con i teli. Quest'anno la prima raccolta, precoce perché gli asparagi come la vite fruttificano dopo tre anni, ma generosa con il raccolto di 20-30 chili al giorno nei momenti favorevoli. Il terreno di Casa Tommaseo Ponzetta ha delle caratteristiche ottimali per l'asparago. “Un terreno sabbioso, dice Alvise, molto adatto . Fino al 1500 il Piave passava fin dove ci sono gli alberi che vediamo al confine del campo, poi i veneziani lo hanno tagliato, perché faceva una grande ansa, e per quattro secoli del fiume hanno portato la sabbia. Quindi un terreno fertile, ben drenato e ricco di humus nel quale, ho visto che la qualità Cimadolmo aveva un gran successo. Questa è la zona Dop dell’asparago. Perciò ho fatto questo esperimento, cercando anche di invogliare i figli ad appassionarsi alla terra”. I figli sono avvisati, vanno bene le grandi giuste ambizioni ma come diceva bisnonno Pietro mai dimenticare la terra. Senza scordare la letteratura, altra passione di famiglia, visto che Alvise è autore di alcuni racconti di caccia.

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Lavoro, industria e società di Grazioso Piazza

L’approccio industriale nel settore delle costruzioni

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l periodo di grande crisi che dal 2008 ha colpito duramente e in modo trasversale i settori economici, così come le nazioni, ha fatto registrare dinamiche e tempi di reazione diversi. L’Italia ha faticato più di altri nel riagganciare i livelli di produzione pre-crisi, e uno dei settori economici più pesantemente colpiti resta quello delle costruzioni. Le agevolazioni economiche e normative messe in campo per risollevarlo, nel tentativo di stimolare gli investimenti privati nel settore, non hanno ancora permesso di recuperare tutto il terreno perso. Molte delle realtà produttive operanti nel campo edilizio e infrastrutturale hanno faticato e faticano tuttora e reagire in tempi celeri alle dinamiche di mercato, esponendosi certamente ai nuovi contraccolpi della caduta economica conseguente alla pandemia. Prendiamo spunto da questa situazione per proporre alcune riflessioni sul mondo delle costruzioni e su come alcuni dei suoi meccanismi potrebbero cambiare nei prossimi anni. Lo facciamo a partire da alcuni interes-

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santi elementi presentati nel World Economic Forum (WEF) del 2016 e successivamente ripresi e aggiornati dell’Organization for Economic Cooperation and Development (OECD) sulla base dei propri dati. Il WEF ha analizzato l’indice di produttività del lavoro negli Stati Uniti, formulando una comparazione negli anni tra l’indice riferito al complesso delle attività non agricole rispetto e quello invece strettamente afferente al settore delle costruzioni. Ne è emerso un quadro piuttosto impietoso. Fissata a 100 la produttività complessiva relativa all’anno 1964, nel 2012 la stessa si era incrementata del 153%, portandosi quindi a un indice 253. Nello stesso periodo la produttività del lavoro nel solo settore delle costruzioni si

era invece contratta del 19%. Successive osservazioni basate sui dati OECD non hanno fornito maggiori rassicurazioni, se dal 1995 al 2017 la produttività generale ha registrato un incremento del 30%, pur con una flessione negli anni centrali della crisi, la produttività nel settore delle costruzioni è rimasta sostanzialmente invariata. Diversi comparti del mondo industriale, nel corso degli ultimi decenni, sono stati infatti interessati da novità che hanno investito, non solo le materie prime e i


Lavoro, industria e società mezzi di produzioni, ma anche il sistema organizzativo e di controllo dell’impresa. Si sono consolidati processi di programmazione, di ottimizzazione dei tempi, e di riduzione degli scarti, di prototipazione, di validazione e di qualità dell’eseguito, elementi che nel comparto delle costruzioni sono lontani dall’avere una generale e diffusa applicazione. Ciò deriva anche da alcuni limiti del settore: una difficoltà nella serializzazione

del prodotto, una filiera che dalla progettazione alla produzione interessa un numero elevato di soggetti autonomi oltre a processi autorizzativi sottoposti a normative che cambiano anche da luogo a luogo. Così accade che perdite di tempo, ritardi sui materiali, incomprensioni con il committente, mancate valutazioni sulle fasi critiche, determinino la riduzione dei margini economici. Un approccio volto a dare nuova linfa al settore delle costruzioni è noto da tempo, attuato nel nord Europa o negli Stati Uniti, a partire dalle realizzazioni pubbliche, nel nostro paese si sta affacciando ora, non senza difficoltà nel trovare il proprio spazio. Ciò che è sintetizzato con la

sigla BIM, acronimo derivato dal termine inglese Building Information Modeling, è un’innovazione che punta sull’organizzazione e la simulazione dell’opera, con in primo piano l’attenzione a soddisfare le sue esigenze funzionali e prestazionali. L’approccio BIM è una delle risposte che già nell’ambito del World Economic Forum era riconosciuta come possibilità di incremento della produttività e di rilancio del settore delle costruzioni.

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Novità in libreria di Armando Munaò

“Un’anima in viaggio”

...racconto di cose ordinarie e straordinarie.

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l libro, “ un’anima in viaggio”, edito da Europa Edizioni, presente in tutte le librerie, e’ il racconto di un'esperienza di vita unica e intensa, in cui si intrecciano fatti che appartengono all'ordinario con eventi che invece rimandano a una dimensione spirituale straordinaria. A seguito di una serie di viaggi in Perù e in Brasile, nei quali ha modo di partecipare a potenti cerimonie sciamaniche, l'autore sperimenta il risveglio di una forza sconosciuta che in un percorso sempre più coinvolgente lo porta a raggiungere uno stato di consapevolezza profonda. Una volta superata la paura dell'ignoto e liberatosi dai condizionamenti imposti dalla società si apre a un crescendo di bellezza e di meraviglia, ed entra in contatto con la forma più pura di energia, quella che contiene tutte le cose e le persone in ogni angolo della Terra. Il

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testo è una specie di “confessione” narrata dall'autore alla sua amata nipote, ed è dedicato a chiunque abbia la curiosità di andare oltre la materialità dell'esistenza, per avvicinarsi a un nuovo modo di percepire se stessi e il mondo che li circonda. Per saperne di più abbiamo intervistato il dott. Salvatore Ragusa che del libro è l’autore. Dott. Ragusa, perché si è firmato come “Salvalago”? Ho scelto uno pseudonimo, formato da parte del mio nome e dal lago che è il mio ambiente quotidiano, per privilegiare la storia che racconto rispetto all'ego del mio personaggio. Penso che la storia di ciascuno degli uomini vissuti su questa terra abbia un senso e sia degna di essere raccontata, io ho voluto parlare della mia e spero che

le mie parole siano accolte dal cuore di qualcuno. Come e perché nasce questo suo libro? Il libro nasce dall'incitamento di persone a me vicine, principalmente da una nipote particolarmente cara, a raccontare le mie esperienze di viaggio nel mondo fisico e soprattutto in quello comunemente invisibile alla ordinaria percezione a cui ho voluto aggiungere le vicende della mia vita personale che non sono state avulse ma bensì intrecciate in un unico percorso. L'intenzione iniziale era che questo mio racconto fosse riservato a pochi intimi, poi il giudizio positivo e caloroso dei miei primi lettori mi ha convinto a renderlo pubblico. Quando iniziano i suoi viaggi che hanno determinato anche la stesura del libro? Ho iniziato a viaggiare fuori dall'Europa


Novità in libreria

come vero “viaggiatore” e non più da turista dopo i 35 anni e faccio questa distinzione perché ritengo quest'ultimo un “consumatore” di viaggi mentre il primo è chi sa immergersi totalmente in una realtà diversa senza pregiudizi cogliendo l'essenza dei luoghi e delle genti che li abitano. La mia memoria è colma di tanti ricordi di luoghi, di gente, di situazioni che compongono un grande e unico mosaico in cui ogni tessera ha un senso nella sua unicità e nella totalità della trama. Se dovessi isolare un'immagine particolare sarebbe quella di un grande cortile in India dove alcuni uomini preparano il cadavere di un vecchio rivestendolo di un telo e ornandolo di fiori per deporlo sulla pira di cremazione

mentre non lontano un gruppo di bambini è intento a giocare e delle donne a cucinare, tutto immerso in un'atmosfera di serenità. Un'immagine dell'accettazione dell'essenza dell'esistenza. Cosa le è rimasto “dentro” dopo ogni suo viaggio e cosa l’ha colpita in maniera significativa? Di ogni luogo che ho visitato mi ha colpito la sua specifica energia, quel quid che una sensibilità esercitata e acuta può avvertire muovendosi in tanti ambienti diversi tra loro e che può essere percepita sia negativa che positiva. Nel primo caso potrei prendere ad esempio il quartiere di Belem a Iquitos in Perù dove misere baracche, costruite su palafitte per protezione dalle piene del fiume vicino, si alzavano su un terreno invaso

da immondizie sotto lo sguardo di file di avvoltoi posati sui tetti, abitate da gente nei cui sguardi non si leggeva altro che ostilità. Nell'altro caso ricordo la profonda atmosfera di sacralità e pace che emanava nel luogo, in India, dove avvenne la prima predicazione del Budda, con lo sfondo delle grandi montagne e l'agitarsi delle multicolori bandiere di preghiera mosse dal vento. Il viaggiare ha affinato questa mia sensibilità che tale è rimasta qui nella quotidianità. Nei miei viaggi, conclude Ragusa, ho conosciuto la modernità del nostro mondo occidentale ma il mio interesse ha privilegiato i paesi e popolazioni lontane dalla nostra cultura dove spesso ho trovato una maggiore autenticità e vicinanza ai valori essenziali dell'esistenza che in parte noi stiamo perdendo di vista, affascinati dai nuovi idoli tecnologici.

CHI È L’AUTORE

Il dott. Salvatore Ragusa abita sul lago di Garda dove ha trascorso la maggior parte della propria vita personale e professionale come medico chirurgo. Nato nel Vicentino, nella prima infanzia si è trasferito con la famiglia a Milano, dove è cresciuto, ha completato gli studi universitari e ha iniziato a esercitare fino al definitivo spostamento. Accanto all'attività ospedaliera si è, fin dall'inizio, interessato ad altri settori della medicina meno istituzionali praticando tra l'altro l'agopuntura e la chiropratica. Appassionato viaggiatore, mosso da un interesse soprattutto rivolto alle culture più primitive e meno contaminate dalla globalizzazione, ha visitato vari paesi dall'Africa, all'Asia e all'America Latina osservando con particolare attenzione le diverse pratiche religiose fondate su una visione prevalentemente animista e pre-monoteista tuttora sopravvissute. A questi viaggi “di fuori” si sono accompagnati ancor più numerosi viaggi “di dentro", formando un unico percorso di vita di cui questo libro è una testimonianza.

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La guerra fredda in Italia di Andrea Casna

I missili Nike a difesa dei nostri confini

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i chiamavano Hercules. Pesavano 5 tonnellate. Viaggiavano ad una velocità di 3,5 mach (4321,8 chilometri orari) e potevano colpire, anche con testata nucleare, un bersaglio oltre i 110 km di distanza, ed erano guidati da un complesso sistema di radar. Sono i missili che negli anni della Guerra Fredda hanno garantito la sicurezza dei cieli dell'Europa occidentale da un possibile attacco dell'URSS. Le basi missilistiche Nike-Hercules (Nike è il sistema di radar e computer; mentre Hercules è il nome del missile), in Italia erano ben 12: tutte nel nordest. La Guerra Fredda. Dall'inizio della Guerra Fredda, a partire dal 1947, l'Italia si trova ad avere un ruolo strategico e politico fondamentale. L'Italia, infatti, è fra i paesi fondatori del Patto Atlantico (la Nato); l'al-

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leanza militare difensiva nata per arginare l'espansione dell'Unione Sovietica. Le tensioni tra est e ovest, le questioni legate al confine con la Jugoslavia di Tito e la nascita, nel 1955, del Patto di Varsavia (l'alleanza militare dei paesi dell'est Europa sotto influenza sovietica), mettono ulteriormente l'Italia in una posizione strategica delicata. A partire proprio dai primi anni Sessanta, inoltre, i piani d'invasione dell'URSS verso ovest prevedevano un attacco all'Italia passando per l'Austria neutrale. I piani militari segreti del Patto di Varsavia, risalenti agli anni sessanta e resi pubblici nel 2005, prevedevano, come già detto, un attacco all'Italia attraverso la neutrale Austria con un bombardamento nucleare preventivo sulle città di Vienna, Monaco di Baviera, Innsbruck, Venezia, Padova,

Vicenza, Verona, Ghedi e Piacenza. Le truppe del Patto di Varsavia, (composte da divisioni, corazzate, lanciamissili, 214 aerei da combattimento, 121 caccia, aerei da ricognizione e 25 bombardieri con armi atomiche), prevedevano di occupare l'Italia settentrionale attraverso il Tarvisio e la Val Camonica, raggiungendo poi Brescia e Bologna per attestarsi sull'Appennino tosco-emiliano. Le basi missilistiche per difendere i confini. Si pose sin da subito il problema relativo all'organizzazione di un sistema difensivo capace di neutralizzare, anche in parte, lo scenario sopra citato. Già agli inizi degli anni Cinquanta la tecnologia missilistica aveva fatto passi da gigante. Gli americani avevano creato un sistema di difesa basato su missili, intercettori teleguidati, pronti a entrare in funzione in qualsiasi momento per difendere lo spazio aereo americano da un attacco nucleare sovietico. Si tratta del sistema Nike-Hercules. Erano missili da contraerea, superficie-aria (o terra-aria) teleguidato da un computer e da una serie di radar, capace d’ intercettare aerei, sia singoli che in formazione. Gli Hercules erano in grado di colpire un bersaglio fino a una distanza di oltre 110 km. Una volta intercettato il nemico, da terra si sarebbe lanciato il missile. Ad occuparsi della guida era il computer che inviava al missile, attraverso un radar di guida, le coordinate del velivolo nemico. Il missile poteva portare due tipi di testate: convenzionale (composta da una carica di tritolo potenziato) o speciale/nucleare (da 2 o 20 kilotoni): l'atomica fatta esplodere su Hiroshima sprigionò un potenziale di 16 kilotoni. L'Hercules con il nucleare sarebbe stato impiegato per abbattere in cielo, ad


La guerra fredda in Italia una quota superiore ai 10 mila metri, bombardieri russi armati di bomba atomica. Le basi missilistiche in Italia. Tale sistema arrivò in Italia, esattamente nella regione del nord est (Trentino-Veneto-Friuli) alla fine degli anni Cinquanta. Nel 1959 si costituì a Padova la 1ª Brigata Aerea Intercettori Teleguidati (IT). In Italia si arriverà ad avere dodici basi Nike-Hercule; più di 100 in tutta l'Europa occidentale. In Italia, per il discorso del possibile attacco sovietico attraverso l'Austria, fino alla metà degli anni Settanta vi erano tre basi di montagna: Passo Coe/ Monte Toraro; Monte Grappa e Monte Pizzoc (che cesseranno di essere operative

a metà degli anni Settanta). Con i loro radar queste basi riuscivano a monitorare lo spazio aereo austriaco. In queste tre basi e in quella di Montichiari e di Ca' Tron non vi erano missili con testata nucleare. La storia delle basi Nike-Hercules finisce

negli anni Novanta. La fine della Guerra Fredda, con la dissoluzione nel dicembre del 1991 dell'Unione Sovietica, significò la fine di queste basi e, anche, di questo sistema missilistico che per tutto il periodo della Guerra Fredda contribuì a garantire la sicurezza dei nostri confini. Le ultime basi chiusero verso la fine degli anni Novanta. Nel 2006 l'ultimo missile Nike-Hercules italiano venne lanciato dal Poligono Sperimentale Interforze del Salto di Quirra in Sardegna. Oggi delle dodici basi presenti in Italia solo una è stata trasformata in un museo: è quella a Passo Coe, in Trentino, nome in codice Base Tuono.

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L'avvocato risponde di Erica Vicentini*

L’AFFIDAMENTO DEI FIGLI:

Un piccolo vademecum anche per le coppie non sposate.

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no degli argomenti più delicati che i genitori si trovano ad affrontare quando la relazione matrimoniale finisce sono le questioni relative all’affidamento dei figli. Non solo le coppie sposate devono affrontare la questione: anche le c.d. coppie di fatto hanno il dovere di individuare una regolamentazione per la gestione dei figli nati in costanza dell’unione. Tutte le ultime riforme del diritto di famiglia sono state finalizzate alla piena equiparazione normativa dei figli, rendendoli tutti espressamente titolari di diritti e non solo “oggetto” di doveri da parte dei genitori. Oggi i figli vanno considerati eguali dinanzi alla legge, non vi è alcuna differenza sostanziale tra figli nati in costanza di matrimonio e figli naturali; in quest’ultimo caso, la legge richiede che il figlio venga riconosciuto, in tal modo creandosi il rapporto

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(giuridico) di filiazione. Il senso di considerare tutti i figli indistintamente titolari di diritti si comprende in norme come l’art. 337 ter c.c., che prevede per loro il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi, nonché di conservare rapporti significativi con i nonni e tutti i parenti. Il citato articolo è emblema del principio di bigenitorialità: se un rapporto di coppia può nel tempo terminare, genitori si rimane per sempre e i figli sono titolari di diritti specifici (esercitabili peraltro in Tribunale, a mezzo, se necessario, della nomina di un curatore speciale che si occupi dei loro interessi) sia nei confronti dei genitori sia nei confronti dei parenti tutti, anche verso i nonni. Ciascun genitore, a prescindere dal collo-

camento dei minori presso di sé o presso l’altro, ha l’obbligo di mantenere con i figli minori un legame continuo, prendendosi cura dei propri figli e partecipando attivamente alla loro educazione, istruzione e assistenza materiale e morale. Il dovere di mantenimento si traduce anche (ma non solo) in un contributo economico proporzionale alle capacità patrimoniali e reddituali del genitore non collocatario; riguarda i figli minorenni e si estende ai figli maggiorenni non economicamente autosufficienti (entro determinati limiti) e i maggiorenni affetti da grave disabilità. Esiste peraltro una tutela rafforzata del dovere di mantenimento: è prevista una fattispecie di reato (art. 570 c.p. e art. 570 bis c.p.) per la condotta del genitore che omette di mantenere, in particolare dal punto di vista economico, i propri figli. Di regola, proprio per garantire a pieno il principio di bigenitorialità, l’affidamento dei figli è previsto in forma condivisa, derogabile solo nei casi in cui è provato che il comportamento del genitore sia contrario agli interessi degli stessi minori. In tal caso, i figli trovano collocazione prevalente presso un genitore, cui è attribuito il godimento della casa familiare proprio per permettere ai figli una certa continuità di vita e abitudini. Non serve che ciascun genitore trascorra con i propri figli la stessa quantità di tempo ma deve essere garantita, fra i genitori, la massima collaborazione proprio nell’interesse del benessere dei figli.


L'avvocato risponde

Quando si verifica una situazione di pregiudizio per i figli derivante dalla conservazione, in pari grado, dei rapporti con i genitori, può essere disposto l’affido esclusivo: esso segue all’accertamento di situazioni gravi di perdurante conflitto fra i genitori o di oggettiva incapacità dell’uno alla cura, educazione, crescita dei figli. Ciò non implica però l’esclusione dell’altro genitore dalla vita del figlio: permane il pieno diritto ad avere un rapporto con lo stesso, in certi casi mediato dal Tribunale che monitora (a mezzo del servizio sociale territoriale) gli incontri genitore-figlio; permane poi l’obbligo al mantenimento economico, fino all’indipendenza economica. Ovviamente ciò vale tanto per le coppie sposate e separate quanto per quelle di ex conviventi. Esistono poi forme particolari di affidamento come quello alternato, nell’ambito del quale i genitori, di comune accordo, stabiliscono un piano di convivenza alternata con i propri figli: si tratta di una forma di affido peculiare, di regola rinvenibile solo in accordi privati e non disposta da un Giudice, sia perché particolarmente complessa, essendo necessario che i genitori vivano situazioni personali e lavorative compatibili (anche da un punto di vista economico, stante la sostanziale equità di permanenza dei figli presso

ciascun genitore che rende non necessario il contributo al mantenimento) sia perché necessita per la sua buona riuscita di una grande dose di collaborazione da parte della ex coppia. I provvedimenti relativi alla gestione e al mantenimento dei figli possono essere adottati sia in via bonaria attraverso un accordo scritto sia innanzi ad un Giudice. L’accordo dei genitori in forma privata è però percepito dalle parti, di regola, in modo meno vincolante dell’esito di un ricorso in Tribunale, anche consensuale; può presentare anche qualche difficoltà

operativa in più in caso di inadempimento da parte di uno dei genitori. Se la coppia era sposata, il ricorso per la separazione (consensuale o giudiziale) andrà a prevedere anche le condizioni di affido e mantenimento dei figli, che saranno decise dal Giudice o meramente da lui omologate se già definite dalle parti. Esiste naturalmente anche la possibilità di ricorso in Tribunale per i genitori solo conviventi che intendono interrompere la convivenza e non riescono ad accordarsi in via amichevole. Nella proposta di accordo, le parti devono indicare dettagliatamente le condizioni regolative dei rapporti genitoriali e dell’esercizio della responsabilità genitoriale, l’affidamento della prole, casa familiare e mantenimento.

*Avvocato Erica Vicentini, del Foro di Trento, Studio legale in Pergine Valsugana, Via Francesco Petrarca n. 84. Chi desiderasse avere un parere su un problema o tematica giuridica oppure una risposta su un particolare quesito, può indirizzare la richiesta a: direttore@valsugananews.com

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Medicina & Salute di Erica Zanghellini

Come migliorare l'autostima

Cosa penso di me?

na autostima?

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utti noi abbiamo sentito parlare di autostima ma, se ci pensate risulta complesso definirla con chiarezza. L'obiettivo del presente articolo è proprio questo: dare una definizione e vedere che cosa comporta nella vita di tutti i giorni avere oppure no una buona stima di sè. L'autostima corrisponde a quello che ognuno di noi pensa di se stesso, del suo modo di vivere e le aspettative che ha su di sé nell'affrontare i vari eventi della quotidianità; insomma è una stima o un’autovalutazione. A tutti capita di metterla in discussione qualche volta, ma se invece risulta essere un comportamento costante, forse bisogna chiedersi come mai e che cosa si possa fare per cambiare la situazione. Aver rispetto per sè stessi, per i propri bisogni, per i sentimenti e in generale di tutto quello che proviamo, è importante, anche per entrare in un rapporto costrut-

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tivo e corretto con gli altri. Essendo l'autostima un'autovalutazione di sè, è facilmente intuibile che risulta essere influenzata dalla visione soggettiva che una persona ha verso se stessa. Nello stesso tempo però, lascia spazio all'essere messa in discussione per poi eventualmente subire delle modifiche. Per migliorarla occorre liberarsi da quegli schemi mentali negativi e disfunzionali che ci limitano. Gli schemi cognitivi disfunzionali, altro non sono che le interpretazioni distorte su di sè, sugli altri e relative al mondo, nonché riguardanti le relazioni. La prima cosa da fare quindi, sarà individuare i pensieri che compongono gli schemi e successivamente metterli in discussioni per disfarsi di tutti quei pensieri automatici, che negli anni hanno influenzato il risultato delle nostre valutazioni.

Perchè è importante avere una buo-

Avere autostima vuol dire star bene con sè stessi, senza essere presuntuosi, ma riuscendo ad aver fiducia nelle proprie qualità. Risulta inoltre essere un fattore protettivo rispetto al superamento e l'elaborazione di eventuali avvenimenti avversi. Se ci fermiamo un attimo e riflettiamo, avere una buona stima di sè risulta fondamentale per non titubare di noi stessi nelle più disparate situazioni e di conseguenza, vuol dire riuscire anche a reggere il peso delle responsabilità. Riuscire a non mettere in discussione la propria importanza, anche nell'area della socialità, difronte a momenti faticosi o negativi della vita é importante per uscirne vincitori. Avere una bassa autostima significa condizionare profondamente le relazioni personali, creando una barriera tra noi e l'amore. Per stare bene con qualcuno come prima cosa è necessario stare bene con se stessi, ecco il motivo per il quale l'autostima in ambito amoroso non va sottovalutata. Avere una stima positiva di sè, permette di creare sicurezza e fiducia come sottofondo al rapporto, mentre una bassa autostima può condurre all'emergere di emozioni negative. Da tenere sotto controllo soprattutto, la paura di perdere il proprio partner. Questo timore, se l'intensità è importante, potrebbe tradursi con comportamenti di accondiscendenza/ annullamento di sè nel rapporto, oppure comportamenti di gelosia anche eccessivi che hanno l'effetto indesiderato di mettere in fuga realmente il partner. In generale, anche al di fuori dell'ambito


Medicina & Salute amoroso, le persone con bassa autostima tendenzialmente non si sentono sufficientemente sicuri del loro valore e delle loro qualità. Questo può concretizzarsi a livello comportamentale con evitamenti oppure difficoltà nel prendere decisioni o ancora sistematicamente procrastinare l'esecuzione delle scelte fatte per paura di sbagliare. Se si deve elaborare una situazione di fallimento le persone con una stima bassa di sè attribuiranno questa esperienza negativa alle loro diffettose o precarie abilità che credono di avere, mentre un successo verrà svalutato o sminuito oppure attribuito a cause esterne, come per esempio la fortuna. Dobbiamo cercare di concepire che l'autostima è modificabile e soprattutto tener presente che può subire variazioni

anche asseconda del periodo della nostra vita. Il problema quindi, dobbiamo porcelo non su momenti in cui risulta essere instabile, ma quando la situazione diventa granitica. Dobbiamo evitare che l'immagine di sè diventi negativa e che si stabilizzi. Ricordiamo che spesso chi soffre di bassa autostima può vivere veri e propri momenti in cui sperimenta perdita di controllo dei propri stati d'animo, mancanza di forza, stati ansiosi e il non riuscire a portare a termine gli obiettivi prescelti.

Cosa possiamo fare tutti per miglio-

rarla ?

I punti fondamentali su cui lavorare per guadagnarsi un miglioramento della propria autostima sono:

- diventare consapevole dei propri punti di forza e cercare di sfruttarli al meglio, - cercare di accettare anche i lati che non ci piacciono di noi e gestirli in maniera diversa a quanto fatto fin'ora, - rivedere eventuali aspettative irrealistiche e perfezionistiche su di noi, sugli altri o sul mondo, - cominciare a rispettare i propri bisogni, - darsi piccoli obiettivi di miglioramento e perseguirli fino in fondo. Dott.ssa Erica Zanghellini Psicologa-Psicoterapeuta Riceve su appuntamento Tel. 3884828675

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Sole, lago, mare e abbronzatura

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’abbronzatura è quel particolare fenomeno, naturale o artificiale, mediante il quale la nostra pelle si scurisce per effetto dell’esposizione ai raggi ultravioletti (UV) provenienti dal sole o a quelli della luce artificiale generati da lampade al quarzo o altre fonti. E il corpo diventa abbronzato in quanto avviene un maggiore rilascio e quindi produzione di un pigmento detto melanina che ha la precipua funzione di proteggere la nostra epidermide dai raggi solari, specialmente da quelli dannosi. E’ bene ricordare che, purtroppo, una lunga esposizione può causare un danneggiamento alla nostra pelle e determinare quindi la comparsa di patologie più o meno gravi quali eritemi, scottature anche serie, cheratosi, danni agli occhi, invecchiamento precoce della pelle. Ma il pericolo più grave di una esposizione non controllata ai raggi del sole non solo può causare l’invecchiamento della pelle, ma soprattutto la formazione di lesioni precancerose che nel tempo possono generare la comparsa di tumori della pelle tra i quali il melanoma che, purtroppo, può causare anche la morte. Ecco perché è necessario non solo abbronzarsi lentamente e con cautela ma anche e principalmente proteggere la nostra pelle dall’incidenza dei raggi UV (Ultravioletti -A-B-C-). Purtroppo i raggi solari non si vedono e non fanno rumore, ma alla lunga possono creare danni cutanei che si manifestano anche a distanza di moltissimi anni dopo l’esposizione.

La moderna cosmetica e le ricerche farmaceutiche, per fortuna, mettono a nostra disposizione moltissimi prodotti per ogni tipo di esigenza e di pelle, quali creme più o meno potenti, oli, latte, gel, spray, acqua solare e sostanze specifiche dopo sole e idratanti. Il consiglio degli esperti è di non esagerare con l’esposizione al sole e la quantità di tempo, ma farlo in maniera intelligente. Intanto è bene proteggere sia il capo con un cappellino che gli occhi con occhiali. Di poi è bene sapere che bisogna evitare di farlo nelle ore calde 12/15 (da preferire la mattina presto fino massimo alle 11 e pomeriggio dopo le 16/17) ricordandosi anche che ci si può abbronzare rimanendo sotto l’ombrellone o in zona d’ombra. La cosa più importante da fare, però, specialmente nei primi giorni, è quella di proteggere (anche abbondantemente) la pelle con apposite creme solari che abbiano un

fattore protettivo di almeno 15/20 o anche di più, e che siano, possibilmente, ad ampio spettro e a doppia protezione, sia nei confronti dei raggi UVA che di quelli UVB. Creme che devono essere sempre usate, non solo per garantirsi una buona abbronzatura e protezione, ma anche e soprattutto per evitare di arrecare danni, anche seri, alla pelle. Ed è buona regola quella di spalmarsi, la sera, una crema “doposole” idratante o emolliente in quanto i raggi del sole determinano una “secchezza” della pelle che nel tempo può creare patologie epidermiche. In ogni caso è da evitare sempre il famoso “fai da te” e quindi buona cosa è rivolgersi a medici,dermatologi, farmacisti e/o esperti i quali saranno in grado di dare i giusti e appropriati consigli sul tipo di creme e di specifiche protezioni da utilizzare in base al tipo di pelle.

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La PAGINA VERDE in collaborazione con

I BALCONI FIORITI... la natura in casa

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balconi fioriti non solo abbelliscono e decorano l’esterno della propria abitazione, ma soprattutto per chi vive in città, non di rado all’interno di un condominio, sovente il balcone è e rimane l’unico angolo di casa per dedicarsi all’hobby del semplice giardinaggio e avere a portata di vista, un po’ di natura. Inoltre, le piante e le siepi consentono anche di creare una piacevole barriera protettiva, garantendo quella desiderata privacy che fa parte del nostro quotidiano vivere. Una particolare pratica che secondo una recentissima indagine, sempre di più interessa e coinvolge le famiglie italiane. Secondo gli esperti del settore, per avere un balcone o un terrazzo fiorito tutto l’anno è necessario, innanzitutto, tenere conto non solo delle varie specifiche esigenze delle piante che si desidera mettere a dimora, ma anche della posizione del balcone e della sua altezza, del grado di esposizione al sole, della temperatura nel corso della giornata e la possibilità d'irrigazione. E sempre secondo gli esperti, buona cosa è quella di rispettare i diversi colori delle piante e le loro tonalità di colore, magari nelle diverse sfumature e nelle diverse gradazioni. Per quanto riguar-

da, invece, i vasi e i vari contenitori che vengono utilizzati (da ricordarsi che devono essere abbastanza capienti onde permettere alle radici di svilupparsi bene) la scelta è lasciata alla sensibilità e fantasia di chi il balcone crea, anche se i suggerimenti spingono sull’utilizzo di un unico materiale e possibilmente dello stesso colore. Importanti sono anche i sottovasi per evitare che l’acqua utilizzata possa gocciolare al piano inferiore. In estate, è utile sottolinearlo, ogni balcone fiorito deve “pullulare” di colori accesi e vivi e ciò può essere realizzato grazie alla grande disponibilità di fiori e piante che la natura offre dalla primavera fino alla fine dell’autunno. Tra le specie più diffuse troviamo il geranio, l’ibisco, la lavanda, l’erica, le varie piante grasse e molte altre, non dimenticandosi le piante aromatiche come il basilico, il prezzemolo, la salvia ecc. ecc. Durante la stagione invernale le piante sempreverdi sono da

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consigliare oppure l’utilizzo delle numerose piante annuali a nostra disposizione. Creare un balcone, un terrazzo fiorito o una siepe da balcone, è cosa abbastanza semplice a condizione, però, di evitare il famoso “fai da te” e quindi buona regola è quella di rivolgersi sempre ad un esperto vivaista il quale, con competenza e professionalità, saprà indirizzare la scelta più opportuna per realizzare un “fantasmagorico” balcone fiorito indicandovi, nel contempo, la scelta delle piante a seconda della stagione, del terriccio da utilizzare e di tutto ciò che serve ed è indispensabile per avere, veramente, la “natura” a casa.

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Altruismo e solidarietà di Francesca Gottardi

Donare i propri capelli: Un atto di bene Ci sono molti modi per donare e fare del bene. Uno di questi è quello di donare i propri capelli per farne delle parrucche. Tante sono le ragioni per le quali una persona può avere bisogno di una donazione di questo tipo. Per esempio, può aver perso i capelli a causa di una condizione medica come l’alopecia, oppure la perdita di capelli può essere dovuta a seguito di terapie oncologiche. Il problema Le parrucche di qualità prodotte con capelli umani hanno dei costi elevati, che si aggirano in media attorno ai 600 euro, ma che possono facilmente superare i 1000 euro. Per questo, in molti sono costretti a rinunciarvi. Questo difficile accesso ad una parrucca rappresenta un problema. Anche se i capelli possono essere considerati da alcuni un fattore puramente estetico, per molti influiscono in modo significativo sulla percezione di sé e sono una componente fondamentale di come ci vediamo e riconosciamo allo specchio e nelle relazioni interpersonali. La perdita di capelli può inoltre avere un impatto sulla propria autostima e sul normale svolgimento di una vita sociale, a maggior ragione per un individuo già sottoposto ad una dura prova fisica e psicologica. Perché donare Ci sono mille ragioni per le quali donare i propri capelli, avendone la possibilità, può essere un’ottima opportunità per fare del bene. I capelli possono aiutare una persona che sta attraversando un momento difficile a causa di una malattia a continuare a riconoscersi nella sua identità, a mantenere una normale socialità e ad evitare di dover offrire domande o spiegazioni in un momento in cui è già vulnerabile. Aspetti legali Donare i propri capelli è completa-

mente legale. Non rientra infatti tra gli atti di disposizione del proprio corpo vietati dall’articolo 5 del Codice civile, che proibisce atti di disposizione del corpo in grado di causare una definitiva diminuzione della propria integrità fisica. Questo gesto non è inoltre contrario ad ordine pubblico o buon costume. Come donare Come si possono donare i capelli? In primo luogo, è necessario scegliere un’organizzazione di fiducia alla quale donare, in quanto le linee guida per la donazione possono variare. In genere, i capelli devono essere donati puliti, in buone condizioni, possibilmente non trattati artificialmente. La lunghezza richie-

sta varia da associazione ad associazione, ma si aggira attorno ad una media di 2530. Vi sono molte organizzazioni che se si occupano di questo tipo di donazione, ma non tutte offrono parrucche gratuite a chi le riceve. Per questo, è importante assicurarsi che la propria chioma venga donata all’associazione giusta, evitando di fomentare il “business delle parrucche.” In Italia, le organizzazioni più note sono “Un Angelo per Capello” e il “Progetto Smile”, sostenuto da Tricostarc e dalla Fondazione Prometeus Onlus. Si evidenzia inoltre l’iniziativa trentina “Diamoci un Taglio,” una campagna di raccolta capelli in collaborazione con Lega Italiana per la Lotta ai Tumori (LILT).

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Salute e benessere di Paolo Rossetti

LA FRUTTA,

ALIMENTO INDISPENSABILE

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utti i maggiori ed esperti studiosi dell’alimentazione sono concordi nell’affermare, perché scientificamente provato, che un abbondante consumo di frutta (e verdura) fresca, riduce notevolmente l'insorgere di numerose malattie. E la conferma di questa affermazione ci viene dal dr. Herbert Shelton, che è il maggiore studioso mondiale di alimentazione, il quale sottolinea che non solo mangiando quotidianamente frutta ma anche imparando il modo corretto di assumerla si ha la possibilità concreta di migliorare la salute, l’energia vitale, il peso forma e, per lo don-

ne, anche preservare nel tempo la bellezza della pelle. E tutto questo dipende principalmente sia dai contenuti della frutta che dal rispetto di alcune precise regole alimentari per assumerla. Acqua, carboidrati, fibre, vitamine, sali minerali, proteine, grassi, profumi e pigmenti e calorie sono i principali elementi che con la frutta si possono assumere perché la frutta è divisa in: dolce (banane, datteri, fichi, mele dolci, uva dolce), semiacida (albicocche, ciliegie, fragole, mele, pere, pesche, prugne, uva), acida (ananas, arance, clementine, limoni, mandarini, melagrane,

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Salute e benessere pompelmi, ribes), secca (noci, mandorle, arachidi, pistacchi), e in più melone e anguria che devono essere mangiati da soli senza altri abbinamenti. Ovviamente la loro quantità e tipo dipende dal tipo di frutta che si mangia. In merito alle regole invece bisogna tener presente che: 1) Mangiare la frutta a stomaco vuoto o 20-30 minuti prima del pasto principale. L’unica eccezione è l’ananas, mela, kiwi e papaya che hanno degli enzimi digestivi che facilitano la digestione e che gli permettono di essere mangiati a fine pasto favorendo l’assimilazione del pasto. 2) E’ possibile ingerire diversi tipi di frutta insieme, ma come sottolineano gli esperti, è necessario rispettare la combinazione: Frutta acida + semiacida; Frutta dolce + semiacida. Evitare invece di mescolare frutta dolce

con frutta acida. 3) Il melone e l’anguria vanno mangiati da soli altrimenti fermentano con grossa facilità dato l’elevato contenuto di

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glucidi (zuccheri). Ma c’è un lato positivo: impiegano solo 10 minuti per essere digeriti quindi l’ideale è mangiarli prima di iniziare il pasto.

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Moda oggi di Laura Paleari

SOS Occhiali da sole! Gli occhiali da sole nati per proteggere la vista, rappresentano uno degli accessori di stile più importanti per definire e valorizzare il look. Scegliere con attenzione una giusta montatura in base alla propria forma del viso può aiutare ad armonizzare i lineamenti e a rendere migliore il proprio aspetto. Non sono solo accessori di moda ma oggetti indispensabili per la nostra salute poiché schermano le radiazioni ultraviolette (UV) e riducono la nascita di disturbi quali: irritazioni oculari, dermatiti palpebrali, congiuntiviti e cheratiti; gli occhiali da sole nascono dal torinese Giuseppe Ratti 1917 e, ancora oggi, sono inseparabili compagni di viaggio durante le stagioni più soleggiate dell’anno.

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olte volte entriamo in un negozio di occhiali e veniamo sommersi da modelli e forme differenti e, quando pensiamo di aver trovato la montatura giusta, ecco che, una volta provata, ci accorgiamo che su di noi non sta proprio bene! Questo perché abbiamo forme differenti di viso. Forse non tutti lo sanno, e non è per tutti così scontato, ma esistono varie forme di viso; per individuare la propria, provate a mettervi davanti allo specchio oppure fatevi un selfie con un’espressione rilassata e tirare indietro i capelli. Ora tracciate il contorno del vostro viso partendo dall’attaccatura dei capelli, fino alla zona inferiore del mento. Una volta disegnato il contorno, potrete scoprire quale forma corrisponde al vostro viso. In questo articolo ne illustrerò cinque, le più diffuse, in modo da potersi orientare meglio nella scelta di una giusta montatura.

Volti Tondi

La forma di queste facce, come suggerisce il nome, è circolare, dove la lunghezza e la larghezza si equivalgono. Il viso tondo si caratterizza anche per l’assenza di spigolosità evidenti, nascoste dalle guance piene, mentre la fronte non è eccessivamente ampia. Molte volte le persone con questo viso appaiono paffutelle, proprio per questo servono degli occhiali che allunghino il viso, in modo da dare un aspetto più ovale allo

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stesso. Sono consigliate quindi tutte quelle montature rettangolari e quadrate ma anche i cat-eye. Sono sconsigliate, invece, proprio quelle tonde che, come potete immaginare, non farebbero altro che rendere il viso ancora più paffuto.

Volti Quadrati

In maniera opposta alla categoria precedente, questi volti sono decisi, la mascella è prominente e la fronte è larga.

Avere una faccia quadrata può essere un gran bel vantaggio, se si sa come sfruttarlo: le persone con questa forma di viso sono infatti molto fotogeniche! Il segreto è ammorbidire la faccia con montature dai telai in metallo leggero e forme arrotondante , anche discendenti (il famoso modello da aviatore) in modo da addolcire i lineamenti. È meglio evitare invece montature “pesanti” e squadrate.

Volti Ovali


Moda oggi sono importanti, un naso particolarmente importante preferirà occhiali un po’ più grandi e le labbra a cuore una montatura più bombata.

Volti a forma di cuore

È il volto regolare per eccellenza, ben proporzionato, non ha bisogno di particolari consigli, dato che quasi tutte le montature si combinano bene con questo viso. Cat -eye, occhiali a forma discendente, tondi, quadrati… ci si può sbizzarrire; forse le montature sconsigliate, sono proprio quelle più esagerate, quindi troppo piccole o grandi. Diciamo che bisogna prestare attenzione alle dimensioni in modo da non sproporzionare il tutto; anche i dettagli del viso

Questi visi sono caratterizzati da forme sottili e gentili: un’elegante combinazione di bellezza e raffinatezza. La fronte è ampia e gli zigomi alti, mentre il mento è più stretto e appuntito, dando proprio la forma di un cuore. Affinché il viso appaia più armonioso, è necessario raggiungere un equilibrio tra la sua parte superiore e quella inferiore. Gli occhiali sbagliati sono tutti quelli spigolosi che enfatizzerebbero troppo gli zigomi, sono invece da preferire i classici modelli da aviatore, a goccia e quelli tondi oppure ovali, dalle linee morbide.

Volti di forma allungata

Questi non sono altro che visi ovali allungati: l’altezza della fronte, quella del naso, e altezza dalla punta del naso alla base del mento non sono identiche: una parte solitamente è molto più lunga delle altre (fronte molto alta, oppure naso molto lungo, oppure porzione naso-mento lunga). Bisogna evitare gli occhiali stretti e piccoli e prediligere forme orizzontali e cat-eye, in modo da armonizzare il viso.

Volti a diamante

È un viso particolare, spigoloso e che riprendendo la forma di cui porta il nome. Potrebbe ricordare il viso a cuore ma qui prevale la larghezza degli zigomi, considerati un elemento di bellezza e la larghezza di fronte e mascella, che invece si restringono. Una montatura ovale o dalla forma quadrata, ma con angoli smussati, preferibilmente con lenti alte, valorizza questa tipologia; altre montature raccomandate sono quelle da aviatore e oversize, mentre da evitare quelle arrotondate.

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Mitologie a confronto di Alice Vettorata

Il Giappone visto dall’Occidente

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l folklore di un Paese denota usanze che lo contraddistinguono, creando un’identità che suscita molto fascino anche a chi non vive a contatto con le sue tradizioni. Il Giappone è sicuramente uno Stato che è intriso di cultura che viene amato all’estero, anche grazie al suo importante retaggio mitologico strettamente connesso alla religione Shintoista. Deriva da Shin-to, traducibile con la “via degli dèi” affermandosi il credo più antico del Giappone. Il fatto che sia il più ancestrale giustifica una sua caratteristica; l’animismo, il quale consiste nell’associazione di un’anima a oggetti di natura privi di quest’ultima. Questo meccanismo permetteva di impartire insegnamenti tramite entità divine o di attribuire a delle forze naturali dei poteri stupefacenti. Ciò ha permesso sin dagli albori dell’umanità di giustificare e comprendere alcune dinamiche apparentemente inspiegabili. Così facendo gli individui più anziani della popolazione insegnavano ai giovani alcuni aspetti salienti della vita, raccontando miti con divinità benevole e malvage, che avvisavano l’ascoltatore sui pericoli nel mondo, donando un consiglio a chi ascoltava quel mito. Come avviene in tutte le culture. Cosa la accomuna però alle mitologie definite classiche? I Kami, divinità nipponiche,

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possiedono le medesime caratteristiche degli dèi dell’Olimpo. Spesso nella cultura orientale le divinità sono personificazioni di forze naturali, di sentimenti o spiriti, qui chiamati rei. Nella mitologia dell’antica Grecia è possibile imbattersi in concetti personificati come ad esempio loke, lo spirito dell’inseguimento e della battaglia. Anche se il tema preponderante nelle personificazioni divine della cultura greca è quello bellico, il principio di personificazione è il medesimo. In Giappone inoltre vengono tramandate leggende con protagoniste creature mostruose, animali dalle doti particolari o spettri antropomorfi, i quali presumibilmente vengono avvistati nelle varie prefetture giapponesi. Infatti, un ulteriore aspetto che accomuna la mitologia giapponese a quella greca è la territorialità di determinati miti e creature. Come ad esempio Atena, divinità che veniva venerata in diverse località greche assumendo diversi appellativi o addirittura al di fuori della Grecia con altro nome, in Giappone si riscontra il medesimo schema. Spiriti e divinità diventano esclusivi

di una determinata località. Per citarne uno il Janjanbi, un fuoco misterioso che appare principalmente nelle leggende della regione di Nara, ma che è possibile sentire con il nome di Tenbi a Kyushu e Musabi nella regione di Miyazaki. A proposito. L’omonimo regista, Hayao Miyazaki, fondatore dello studio d’animazione Ghibli è una personalità che ha contribuito a diffondere la cultura giapponese attraverso film permeati di individui magici del folklore appartenenti alla sua terra natia. Nella pellicola “La città incantata” del 2001 vincitrice di un Orso d’oro e di un Oscar, si trovano la Yamauba, la strega di montagna e altri personaggi ispirati a divinità. Un modo, confessò il cineasta durante un’intervista, per avvicinare i giovani alle loro radici, ma anche per divulgare una cultura pregna di fascino al mondo. Un esempio meno recente ma noto ai più è il film d’animazione firmato Disney “Mulan”, del 1998, nel quale gli avi della protagonista vengono rappresentati come delle anime divine, le quali hanno il compito di guidarla nel corso della sua vita. Questi spiriti vengono definiti nello specifico mitama, termine traducibile in italiano come “spirito onorabile”. Un settore quello cinematografico che ha permesso quindi, anche tramite i manga, di introdurre la mitologia giapponese nel mondo occidentale, incuriosendolo e affascinandolo grazie a delle onorabili identità.


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Meteorologia oggi di Giampaolo Rizzonelli

L’iceberg A68 (il più grande del mondo)

si è sciolto quasi del tutto.

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acciamo un passo indietro tra il 10 e il 12 luglio 2017, quando l’iceberg A68 si era staccato dalla piattaforma antartica e precisamente dalla penisola antartica Larsen C (nome questo legato al navigatore norvegese Carl Larsen che a fine ‘800 raggiunse questo ramo del continente), aveva una superficie di 5.180 chilometri quadrati, circa le dimensioni della Liguria, insieme ad A68 si erano staccati anche altri 11 “piccoli iceberg” che in realtà erano lunghi più di 10 km. Questo singolo evento ha modificato per sempre la 'forma' di quella regione (Larsen C) dell'Antartide che, con questo distacco, ha perso circa il 9/12% della sua estensione. Il processo che porta alla formazione degli iceberg, dovuto allo scioglimento dei ghiacci, è noto come “calving”, un fenomeno di per sé non preoccupante perché legato al ciclo vitale di luoghi estremi come l’Antartide. Senza gli iceberg, per intenderci, l’Antartide non farebbe altro che espandersi riportandoci all’era glaciale. D’altra parte, l’aumento

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della formazione di iceberg registrato negli ultimi decenni da ricercatori e scienziati è correlato al cambiamento climatico in atto. Casi simili riguardano non soltanto il Polo Sud, ma anche i ghiacciai di Groenlandia, Patagonia e Alaska, tuttavia va detto che all’epoca del distacco di A68 non tutti gli scienziati hanno legato il distacco al cambiamento climatico, ad esempio il prof. Adrian Luckman, professore di glaciologia alla Swansea University era convinto che fosse “troppo presto per spiegare la formazione dell’iceberg A68 puntando il dito contro il cambiamento climatico”. Larsen A e Larsen B sono le altre aree della stessa penisola antartica interessate dal fenomeno degli iceberg. All’epoca il professor Valter Maggi, docente di “Cambiamenti climatici” e “Geografia fisica” all’Università Bicocca di Milano,

testimoniò a StartupItalia (da cui è stata estrapolata parte di questa intervista) l’importanza della ricerca in ambienti simili, soprattutto perché è da qui che si legge la storia del clima sul pianeta. Maggi vanta 10 spedizioni in Antartide tra gli anni ’90 e il 2008, con periodi di permanenza che si potevano spingere fino a tre mesi. «In Antartide è molto complesso stabilire il cosiddetto bilancio di massa – spiegava il professore – perché si tratta di confrontare il livello di precipitazioni, e quindi di nuova acqua, con la quantità di quella che si stacca con gli iceberg. Parliamo di analisi su un continente che è grande una volta e mezzo l’Europa». Restano i satelliti come strumenti a disposizione della ricerca per monitorare la geomorfologia di questi luoghi. «È vero però che il processo di calving ha subito una accelerazione negli ultimi trent’anni». Secondo il professore Valter Maggi la situazione più critica riguarda proprio la regione da cui si è formato l’iceberg A68 nel 2017. «Larsen A, B e C sono già


Meteorologia oggi

di per sé regioni più “calde” rispetto a quelle interne dell’Antartide, ma dietro gli iceberg che qui si formano c’è anche l’aumento delle temperature degli ultimi decenni». Riassumendo, pareri non proprio allineati tra gli studiosi. Dopo il distacco l’iceberg per circa un anno rimase quasi fermo, galleggiando nelle acque del Mare di Weddell, allontanandosi di soli 200 chilometri dal luogo di “nascita”, le correnti marine e i venti hanno poi iniziato a spingere con maggior vigore questa gigantesca piattaforma di ghiaccio sempre più a nord e a febbraio 2020 si era ormai spostato di 900 km, a luglio 2020 era a 1050 km dal punto di distacco come evidenziato dall’immagine satellitare in fig. 2 (Copernicus Sentinel-1) Va detto che l’iceberg ha perso un pezzo di ghiaccio quasi immediatamente dopo essere stato generato, con il risultato che è stato ribattezzato A-68A, e la sua “prole” è diventata A-68B. In seguito nell'aprile

2020, A-68A ha perso un altro pezzo: A-68C. In modo piuttosto poco romantico, gli iceberg antartici prendono il nome dal quadrante antartico in cui erano stati originariamente avvistati, quindi un numero sequenziale, pertanto se l'iceberg si rompe si aggiunge una lettera sequenziale. La figura n. 3 è molto interessante in quanto mostra il percorso dell’iceberg nei tre anni intercorsi tra il distacco a luglio 2017 e luglio 2020 Dopo il luglio 2020 l’iceberg ha preso definitivamente il largo verso l’Oceano Atlantico in direzione della Georgia del Sud attirando l'attenzione del pubblico mondiale, in quanto il passaggio di un iceberg di quelle proporzioni avrebbe messo a rischio le aree dove si nutrono le locali colonie di pinguini.

Fu quello il momento in cui milioni di persone, preoccupate per la sorte degli animali, iniziarono a seguire il percorso dell'iceberg attraverso i satelliti. Dal punto di vista scientifico, il viaggio di A68 ha consentito invece agli scienziati di studiare meglio la struttura delle piattaforme di ghiaccio e i processi, come l'idrofrattura, attraverso i quali l'innalzamento della temperatura distrugge il ghiaccio. In questa occasione il professor Adrian Luckman dell'Università di Swansea ha ribadito che il distacco di A68 non è stato legato ai cambiamenti climatici ma il risultato del normale processo con il quale le piattaforme di ghiaccio si mantengono in equilibrio, liberandosi della massa in eccesso in seguito alle nevicate o all'ispessimento del ghiaccio, affermando tra l’altro che “è durato quattro anni ma alla fine si è spezzato in quattro o cinque pezzi che poi si sono frantumati a loro volta» ed è incredibile che A68 sia durato così tanto». In Figura 4 una delle ultime immagini dell’iceberg ormai ridotto in una moltitudine di iceberg più piccoli.

Ultim'ora:

Notizia dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA) del 20 maggio 2021: Un enorme iceberg, il più grande del mondo, si è staccato da una piattaforma di ghiaccio in Antartide e sta galleggiando attraverso il Mare di Weddell. L'iceberg, chiamato A-76, è lungo circa 170 chilometri e largo 25, con un'area di 4.320 chilometri quadrati, leggermente più grande dell'isola spagnola di Maiorca. Le immagini del distacco sono state riprese dai satelliti, riferisce ancora l'Esa.

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Tempo d'estate

Negroni: il cocktail italiano famoso in tutto il mondo

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l Negroni è un cocktail italiano alcolico amato in tutto il mondo ed è riconoscibile dal colore arancio scuro e dal gusto particolare e unico: il gusto dolce del vermut rosso incontra quello amaro del bitter e il retrogusto forte del gin in una miscela eccezionale di sapori che lo rende ancora un drink richiestissimo. La sua storia comincia nel 1919 a Firenze quando il conte Camillo Negroni, abitudinario del Caffè Casoni, abbandonò il suo abituale aperitivo, l'Americano, e chiese al barman, tale Folco Scarselli, una spruzzata di gin al posto del consueto seltz. Questa variazione piacque talmente tanto alla clientela che, da quel momento, il cocktail Americano cominciò a chiamarsi "l'Americano alla

maniera del conte Negroni". Così nacque il Negroni, arrivato sino a noi, a base di bitter Campari, vermut e gin con la classica fetta d'arancia, uno degli aperitivi più alcolici tra quelli conosciuti. La variante più famosa è il Negroni “Sbagliato”, dove si sostituisce il gin con lo spumante Brut e fu inventato dal Bar Basso, in via Plinio a Milano. Va citato, inoltre, il Negroski che presenta la vodka al posto del gin ed è molto meno aromatico e più leggero. Se cercate, invece, un gusto meno aspro al palato, chiedete un Bencini, variante del Negroni con il Rum bianco al posto del gin. Per preparare il cocktail versate del ghiaccio in un tumbler basso o in un old fashioned fino a riempirli completamente, scolate l'acqua e aggiungete 1/3 di

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Tempo d'estate

LA PIZZA, ITALIANITÀ NEL MONDO

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uando si parla di pizza, la nostra mente identifica una particolare specialità definita come un prodotto gastronomico di origine napoletane. Un particolare piatto conosciuto oggi in tutto il mondo e che rappresenta l’italianità culinaria nel mondo. In assoluto, le prime attestazioni scritte della parola "pizza" risalgono

al latino volgare della città di Gaeta intorno all’anno 997. Un successivo documento, scritto su pergamena d'agnello, di locazione di alcuni terreni e datato sul retro 31 gennaio 1201 presente presso la biblioteca della diocesi di Sulmona-Valva, riporta la parola "pizzas" ripetuta due volte. La pizza, per come la intendiamo noi, ha una storia lunghissima che sembra iniziare agli inizi del XIX secolo. E’ vero che alimenti simili a focacce erano già conosciuti presso gli Egizi e i Greci, ma nulla avevano a che fare con il piatto più consumato dagli italiani che per

essere tale deve presentare alcune e indispensabili caratteristiche: pasta tondeggiante, pomodoro fresco, mozzarella (necessariamente di bufala) e basilico. Nel tempo e con il passare degli anni,però, a questi ingredienti sono stati aggiunti altri alimenti per migliorarne sia il gusto “personale” e sia per offrire maggiori possibilità di scelta al consumatore. Oggi sono numerosi i tipi di pizza che non solo prendono il nome dagli ingredienti usati, ma anche dalla forma della pasta data dal pizzaiolo. Si hanno quindi pizze tonde, pizze al taglio (di forma rettangolare), pizze al metro (venduta appunto in lunghezza stabilita) e le focacce che vengono cotte, specialmente nel meridione, dentro particolari contenitori di alluminio o metallo con l’aggiunta anche di verdura e insalate varie.

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I nostri piccoli amici

LA PULIZIA DEL CANE

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econdo gli esperti del settore occuparsi personalmente della bellezza e pulizia del proprio cane può essere impegnativo, ma serve anche a stabilire un particolare legame tra padrone e il cane, perché quest’ultimo apprezza questa particolare attenzione. E’ vero che occorre sempre rispettare i consigli di chi di toelettatura e pulizia animale se ne intende, ma ogni tanto, dopo aver appreso i giusti consigli, potrebbe essere una particolare piacevole abitudine per entrambi. E’ bene ricordarsi che l’igiene del cane inizia con il bagno, operazione indispensabile per la sua pulizia. Ma quante volte si deve fare? La periodicità non solo dipende da suo pelo, ma anche dalle giuste indicazioni avute dal veterinario o da parte degli esperti del settore. E’ bene ricordarsi che troppi lavaggi possono seccare la pelle e possono predisporre ad allergie e a volte anche a eczemi. Le uniche accortezze vanno riservate alla temperatura dell’acqua e al detergente

che deve essere delicato per non alterare il ph della pelle del cane. Anche in questo caso rivolgersi sempre agli esperti di toelettatura. Prima di fare il bagno al vostro cane è bene usare del cotone idrofilo da mettere nelle orecchie per evitare l’introduzione dell’acqua. Di poi rivolgere l’attenzione al pelo: se è medio o lungo andrebbe prima spazzolato con cura per rimuovere il mantello morto. A proposito delle orecchie, buona abitudine è quella di controllarle periodicamente poiché se presentano fuoriuscite di liquidi, arrossamenti o graffi è bene rivolgersi al veterinario. Le orecchie, inoltre possono

nascondere parassiti vari, fra cui zecche e altri dannosi animali che possono insidiarsi durante le passeggiate. Per il cerume, invece, è indispensabile rimuoverlo periodicamente, ma non durante il bagno e con acqua corrente. E NO ai famosi bastoncini di cotone usati dall’uomo: All’uopo si può procedere con un apposito detergente per cani o, al limite, con una piccola garza inumidita. Anche le unghie vanno pulite e all’occorrenza dare loro una spuntata specialmente se il cane vive molto tra le mura domestiche perché non ha modo di limarle in modo naturale. In ogni caso se non si è certi e sicuri di quello che si fa oppure si è impreparati, è bene rivolgersi sempre, e con fiducia, a chi pratica di professione la toelettatura per cani. Sono loro i veri esperti in grado di dare gli appropriati consigli e le giuste indicazioni.

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Benessere e salute di Paolo Rossetti

La sana alimentazione estiva Normalmente, quando si parla di dieta, quasi sempre si intende un qualcosa che ha il preciso scopo di causare un dimagrimento e quindi una perdita di peso. La dieta, però, ha ben altri scopi che possono riassumersi in una migliore e più completa alimentazione volta al benessere fisico ed allo stare bene. I maggiori nutrizionisti, fra i quali il Prof. Giorgio Calabrese, sono del parere, infatti, che esista una dieta per tutte le stagioni a patto che siano rispettati i principi che della varie diete sono parte integrante. In questo nostro scrivere desideriamo porre l’attenzione sulla dieta dell’estate e su quelli che sono gli elementi che la caratterizzano ovvero i principi nutritivi che con gli alimenti devono essere assunti.

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ominciamo con sottolineare che la dieta estiva deve necessariamente modificarsi rispetto a quella invernale ovvero il principio basilare è quello di eliminare i grassi e oli a vantaggio di fibre, vitamine, verdure, frutta e sali minerali. A questo principio si deve aggiungere anche la buona e sana abitudine di evitare i cibi precotti e confezionati ( appesantiscono, sono meno digeribili e non sono indicati per combattere il caldo e il sole) sostituendoli con tutto ciò che è più digeribile e facilmente assimilabile. Secondo i più esperti nutrizionisti non solo frutta e verdura ma anche i cereali “estivi” hanno la loro importante funzione. E per chi invece non vuole sostituire la carne, una buona regola è quella di evitare quella rossa a vantaggio della bianche in quanto più digeribile e dal minore contenuto di grassi. Ricordarsi che nella dieta estiva non può e non deve mancare il pesce, sia esso di mare, di fiume o di lago, in quanto questo

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alimento apporta una buona quantità di acidi grassi essenziali, molte vitamine, specialmente quelle del gruppo B, e tanti minerali che aiutano a combattere il caldo e l’arsura estiva. Importantissimo ruolo assume nel periodo estiva la “bevanda” ovvero tutto ciò che serve a reintegrare i liquidi persi con la sudorazione. Con il sudore e la traspirazione, infatti, il nostro organismo non solo perde liquidi, ma cosa può importante, elimina Sali e i micronutrienti quali il cloruro di sodio, il potassio e il magnesio. Da qui la necessità di ridare al nostro organismo ciò che il caldo ha eliminato dal nostro corpo. Particolare attenzione deve essere riposta sia ai bambini sia agli anziani in quanto il contenuto idrico presente nel loro corpo è molto più basso di quello di un adulto. Molte persone bevono solo quando hanno sete, invece una buona abitudine è quella di ingerire liquidi anche quando non si ha sete. Ed è buona norma farlo anche quando si hanno sintomi di stanchezza o di spossatezza in quanto, secondo la scienza medica, un muscolo disidratato perde anche il 30-40% di efficienza. Nel corso della giornata buona abitudine è bere almeno 2 litri di acqua che non sia però ghiacciata o molto fredda, specialmente quando si è stati esposti al sole per molto tempo e quindi la

temperatura corporea è molto alta. E il gelato? Per molti esperti di nutrizione il gelato rappresenta un vero e proprio alimento e non solo perché combatte il caldo e l’arsura ma anche perché essendo di facile digestione e assimilazione apporta all’organismo un giusta quantità di nutrimento e di calorie. Il gelato, nella dieta estiva, può essere ingerito sia da solo oppure accompagnato da buona frutta fresca e da biscotti di vario tipo. In merito invece alla dieta “vegetale”, e non solo quella estiva, uno dei punti fermi della nostra alimentazione, è ribadito anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che raccomanda il consumo di almeno 400 gr. di frutta e verdura al giorno perché frutta e verdura rappresentano, insieme con altri gruppi di alimenti, l'essenza del concetto di dieta mediterranea, di un particolare stile alimentare da promuovere e prediligere in tutte le fasi della vita e che utilissimo per prevenire malattie e patologie, anche gravi, come il diabete, l’obesità e il cancro nelle sue varie forme. Ma quali cibi salutari oltre all’acqua?


Benessere e salute

E’ importante che la dieta contenga sempre fibre utili e indispensabili a regolarizzare le funzioni intestinali. Da sapere che nelle verdure e ortaggi si trovano molti sali minerali (calcio, ferro, fluoro, fosforo, magnesio, manganese e potassio), e numerose vitamine (A, C, B1, B2, B12, oltre all’acqua (per l'80-90%) e fibre. Se è possibile evitare la cottura prolungata in acqua perché provoca notevoli perdite di tali nutrienti. Meglio, e più opportuno privilegiare, quelle crude, fresche di stagione, dopo averle lavate accuratamente. Buona regola è quella di consumarli sempre ai pasti principali per l'importante ruolo nella modulazione gli-

cemica e per raggiungere un buon senso di sazietà. La frutta invece è poco calorica e povera di grassi perché costituita soprattutto da acqua e, in quantità minore, da carboidrati sotto forma di zuccheri semplici (soprattutto glucosio e fruttosio). Contiene invece molti sali minerali e vitamine. La frutta può essere consumata prima o dopo i pasti, a colazione o come spuntino e poichè è molto ricca di acqua e il suo consumo deve essere aumentato, soprattutto in estate, anche nei bambini, per evitare il rischio di disidratazione. Anche i colori della frutta e verdura sono indicatori delle specifiche proprietà dei vegetali. Vegetali e frutta di colore rosso: Pomodori, peperoni, fragole: ricche di vitamina A e C. Proteggono il cuore e le vie urinarie e rafforzano la memoria. E sono, insieme alla vitamina E, potenti antiossidanti.

Vegetali e frutta di colore giallo-arancio: Carote, peperoni, zucca, mais, albicocche, pesche, melone: rinforzano gli occhi, il cuore e tutto il sistema immunitario, grazie anche alla grande quantità di vitamina C e betacarotene. Vegetali di colore verde: Insalate, zucchine, broccoli, asparagi, piselli, rucola, basilico, kiwi: proteggono le ossa, i denti e gli occhi e riducono l'affaticamento. Alcuni hanno anche proprietà antitumorali. Vegetali bianchi: Cipolle, aglio, scalogno, cavolfiori, finocchi: favoriscono una corretta assimilazione dei grassi contenuti negli alimenti e quindi aiutano a combattere il colesterolo. Alcuni hanno anche proprietà antitumorali. Vegetali e frutta di colore viola: Melanzane, uva, prugne: proteggono le vie urinarie e hanno azione anti-invecchiamento nei confronti della pelle e della perdita di memoria.

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Attualità e Covid di Katia Cont

DECRETO FINESTRE

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i inizia a intravedere un ritorno alla normalità, se “accettiamo” il fatto che la vita prima del Covid fosse considerata tale. C’è chi spera di tornarci, chi invece intravede nella “lezione” pandemica delle opportunità. Si comincia dalle modalità di fruizione culturale alle quali ci eravamo ormai abituati. Dal teatro al cinema, tutto ci è arrivato tramite i canali web e informatici. Abbiamo visto consegnare Oscar, David di Donatello tramite tanti piccoli monitor uno attaccato all’altro. Il film natalizio lo abbiamo goduto dal divano di casa con tutta la famiglia, e questo naturalmente grazie alle piattaforme streaming che sicuramente hanno beneficiato in termini d’incassi da abbonamenti. Ma ora cambia tutto.

Il Ministro della cultura, Dario Franceschini, ha firmato il nuovo “decreto finestre” che reintroduce l’obbligo di uscita in sala per i film che ricevono contributi dallo Stato. Con le nuove disposizioni i film potranno approdare sulle piattaforme streaming e in televisione dopo trenta giorni dalla prima proiezione al cinema. Fino al 31 dicembre 2021 i film potranno essere distribuiti sulle piatta-

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forme dopo 30 giorni dall’uscita in sala. “In questa fase di ripartenza delle attività - ha detto Franceschini - è fondamentale sostenere le sale cinematografiche e allo stesso tempo riequilibrare le regole per evitare che il cinema italiano sia penalizzato rispetto a quello internazionale”. Sicuramente una boccata di ossigeno ai cinema che tanto hanno subito in questo anno e mezzo.

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TARGHE ILLEGIBILI…cosa fare La reimmatricolazione

e la targa della propria auto è illeggibile a causa di deterioramento, incidente o altre motivazioni, è obbligatorio sostituirla con una nuova attraverso la reimmatricolazione del veicolo. Nel caso invece la targa si sia smarrita oppure rubata, prima di iniziare la procedura di cui sopra, occorre sporgere denuncia. Se dopo un certo tempo trascorso (di solito 15 gg) la targa non è stata ritrovata ci si può recare presso un’agenzia o la motorizzazione e procedere alla reimmatricolazione al PRA del veicolo. E, in entrambi i casi, è necessario farlo perché se non si ottemperasse a quest’obbligo il Codice della Strada, in caso di targa usurata, illeggibile o rubata e non sostituita, il

PRATICHE VEICOLI

proprietario del veicolo rischia una multa piuttosto salata. E importante sapere che la sanzione può essere applicata anche nel caso in cui la targa sia illeggibile a causa di sporco accumulato o fango. In questo caso, è bene fermarsi e ripulire sia la targa anteriore sia la posteriore, così da renderle nuovamente leggibili ed evitare problemi di sorta, in caso di un controllo delle forze dell’ordine. E la reimmatricolazione deve essere fatta anche se una delle due targhe (anteriore e posteriore) sia deteriorata per rendere obbligatorio la sostituzione di entrambe. Da sapere che in caso di smarrimento è possibile nei 15 giorni successivi alla denuncia, il veicolo può circolare a condizione che

Trasferimenti di proprietà e immatricolazioni Radiazione per esportazione veicoli Consulenze e pratiche per il trasporto di merci conto terzi e conto proprio Nazionalizzazione veicoli provenienti dall’estero

PATENTI

il proprietario apponga un pannello bianco riportante le indicazioni della targa originaria. Importante sapere che la posizione, le dimensioni nonché i caratteri di iscrizione riportate sul pannello DEVONO essere corrispondenti a quelli della targa originaria. E la sanzione pecuniaria sarà elevata anche nel caso in cui si circoli con il pannello-targa a fondo bianco senza aver prima effettuato la denuncia di smarrimento. In caso di targa deteriorata è consentito esclusivamente il ritocco delle lettere nere con pennarello indelebile, ma in nessun caso è consentito ripristinare il fondo bianco, pena una multa salatissima, il fermo amministrativo per 3 mesi e addirittura una denuncia penale.

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