Feltrino News n. 1/2022 Gennaio

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N° 01 - Gennaio 2022 - Supplemento del periodico Valsugana News

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L'editoriale di Waimer Perinelli

LA DEMOCRAZIA AL TEMPO DEL COVID

A

Rivalta alle porte di Torino la preside scopre che i genitori di alcuni bimbi non possono accedere alla recita di Natale perché sono privi di green pass e annulla l'ingresso anche agli altri. Una cosa simile era accaduta per il crocifisso appeso nei luoghi pubblici quando si chiese fosse eliminato per non turbare gli appartenenti ad altre fedi. Il fenomeno è sempre più presente: una minoranza impedisce ad una maggioranza di godere di un diritto. E' una democrazia invertita che contraddice la definizione di Wiston Churchill che asseriva essere la democrazia solamente "la dittatura di una maggioranza su di una minoranza". Una regola dolorosa ma accettabile, un compromesso, con cui combattere le dittature dove pochi opprimono i molti, dove un partito soffoca lo Stato e la maggioranza è violenta affermazione di pochi. Mai come in una pandemia, testimoniata da migliaia di morti, il bene di tutti è nelle mani di ogni persona e una minoranza immune per natura, beati loro, si dice perseguitata da chi crede ancora nella scienza e, pur diffidando di possibili speculazioni, si fa carico dei rischi di una sia pure avanzata fase di sperimentazione e si vaccina. Si tratta di persone che scelgono di proteggere i più deboli e fragili con le regole dettate dal Parlamento, il luogo dove nel confronto democratico, non senza inciampi e contraddizioni, si forgia la convivenza sociale. Di meglio per ora non abbiamo. In piazza a contestare le regole sanitarie ci sono anche persone di una maggioranza diversa, a cui abbiamo appartenuto, capace di contestare a

suo tempo chi per non disturbare la sensibilità di fedeli di altre religioni, proibì la rappresentazione dei presepi o come uno "sprovveduto" parlamentare europeo suggerì di sostituire il tradizionale augurio di Buon Natale con il più generico e politicamente corretto Buone feste. La nostra è o dovrebbe essere una democrazia dell'alternanza, Bauman direbbe liquida, non sempre siano sulla stessa riva del fiume ma, sapendo che la felicità è sempre sull'altra sponda, se c'è da costruire un ponte meglio partire contemporaneamente e nella stessa direzione. Non abbiamo abbandonato per fortuna gli ideali ovvero le aspirazioni di una vita migliore alla cui realizzazione servono modelli credibili e in questo campo la sperimentazione non ha mai termine. L'Europa, è uno di questi modelli e dopo 70 anni dall'ideazione, è ancora in gestazione. Il processo è lento rispetto alle nostre attese e necessità, ma cosa sono sette decenni di vita davanti a millenari tentativi sfociati in due guerre mondiali. Nel nostro millennio a unire gli Stati, oltre all'intelligenza e prudenza dei Padri fondatori, poté più l'economia che la politica, più la moneta che la cultura, eppure un modello ancora così informe, pieno di falle, ha unito popoli e sconfitto ideologie. Ora, assieme si combatte il Covid, Sars 2 e le sue mutazioni. Nello scontro c'è chi vuole ingannare la sorte: chi si difende con una spalla di plastica, chi paga per avere una finta iniezione di vaccino o il green pass fasullo. A tutto questo li porta la convinzione che il

virus non esiste. Bubbole, possiamo discutere su chi l'ha generato e diffuso, ma il Virus c'è e i morti sono i suoi testimoni. In questo divenire non dimentichiamo le responsabilità di virologi, immunologi, amministratori, arruolati come divi, che ci confondono contraddicendosi sulla pericolosità dei tamponi, sulla loro obbligatorietà, sull'efficacia dei vaccini. Ci conforta l'impegno dei sanitari, dei volontari, di chi è in prima linea contro la nuova peste. La speranza è che con il nuovo anno, grazie anche all'impegno di tutti, la pandemia esca dalla nostra vita e dalla cronaca. Non ci mancheranno nuovi argomenti per discutere. Nel mese di gennaio siamo sommersi dalle vicende di Mario Draghi e delle sue aspirazioni alla presidenza della Repubblica, di una donna presidente, del Centro che non c'è, della destra e della sinistra, di quanti vogliono restare in Parlamento a qualsiasi costo. Io speriamo che me la cavo e lo auguro anche a voi. 3


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Sommario DIRETTORE RESPONSABILE Prof. Armando Munaò - 333 2815103 direttore.feltrinonews@gmail.com CONDIRETTORE dott. Walter Waimer Perinelli - 335 128 9186 email: wperinelli@virgilio.it REDAZIONE E COLLABORATORI dott.ssa Katia Cont (Cultura, arte, cinema e teatro) dott.ssa Elisa Corni (Turismo, storia e tradizioni). dott. Emanuele Paccher (politica, economia e società) Laura Paleari (moda e costume) - dott.ssa Laura Fratini (Psicologa) Veronica Gianello (Storia, arte,cultura e tradizioni) dott.ssa Alice Vettorata - dott.ssa Francesca Gottardi (Esteri- USA) dott.ssa Laura Mansini (Cultura, arte, tradizioni,attualità) dott. Nicola Maschio (attualità, politica, inchieste) Paolo Rossetti (Attualità, inchieste) - Patrizia Rapposelli (attualità, cronaca) dott.ssa Alice Rovati (Responsabile Altroconsumo) dott. ssa Chiara Paoli (storica dell’arte - ed. museale -cultura e tradizioni) Francesco Zadra (Attualità) - dott. Zeno Perinelli (Avvocato) dott.ssa Laura Mansini (Cultura, arte, attualità) Ing. Grazioso Piazza - dott. Franco Zadra (politica, attualità) dott.ssa Monica Argenta - dott.ssa Erica Zanghellini (Psicologa) dott. Casna Andrea (Storia, cultura, tradizioni) Caterina Michieletto (storia, arte, cultura) Alessandro Caldera (sport e cronaca) dott.ssa Daniela Zangrando (arte, storia e cultura) Alex De Boni (attualità e politica) - dott.ssa Erica Vicentini (avvocato) CONSULENZA MEDICO - SCIENTIFICA dott. Francesco D’Onghia - dott. Alfonso Piazza dott. Marco Rigo . dott. Giovanni D’Onghia RESPONSABILE PUBBLICITÀ: Gianni Bertelle Cell. 340 302 0423 - email: gianni.bertelle@gmail.com IMPAGINAZIONE E GRAFICA : Punto e Linea di Alessandro Paleari - Fonzaso (BL) Cell. 347 277 0162 - email: alexpl@libero.it

Gennaio 2022

L’editoriale: la Democrazia al tempo del covid

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Tra letteratura e storia: Dante Alighieri

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Sommario

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L’arte nei secoli: Beatrix Potter

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L’ambìto Quirinale del post Mattarella

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Tra paesi e città: Giuseppe Segusini 48

Qui Quirinale: i 12 Presidenti

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L’amico più fedele dell’uomo

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Come si elegge il Presidente della Repubblica

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Pellicce animali o sintetiche

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Eric Zemmour: un pied noir per l’Eliseo

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Il Biodistretto “Terre Bellunesi”

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L’emergenza sanitaria e quella politica

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Il personaggio: Frank Williams

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In filigrana: Spid, Cie e Pec

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Agli albori della medicina

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Il politico in controluce: Roberto Padrin 18

Storia oggi: la Guerra in Abissinia

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Cosa sono il disavanzo e il debito pubblico

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Racconti d’Arte: ai Nati Oggi

60

Dalla Russia ad Arsiè: “Anime in Fiera”

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Ricordi di guerra nel bellunese

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Sanremo: tornare sui propri passi

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Il Senso religioso: la demolizione del pensiero

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I 75 anni della Manifattura Valcismon

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Non solo animali: i cani vaganti

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Giordano Cremonese…il “patron”

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La bugia e la verità

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Il personaggio: Lina Wertmuller

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Le tende sartoriali per un arredamento armonico

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I magnifici sette bellunesi

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Conosciamo le leggi: il sovraindebitamento

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Società oggi: il bullo e il bullismo

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Medicina & Salute: ragazzi e perfezionismo

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Le strategie per la sicurezza stradale

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La natura in casa: il giardino d’inverno

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La proroga delle scadenze automobilistiche

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La ragazza copertina: Valentina Tollardo 39 La donna moderna dal pudore corroso

EDITORE E STAMPA GRAFICHE FUTURA SRL- Via Della Cooperazione, 33- MATTARELLO (TN) FELTRINO NEWS Supplemento al numero di Gennaio di VALSUGANA NEWS Valsugana News – Registrazione del Tribunale di Trento: n° 5 del 16/04/2015. COPYRIGHT - Tutti i diritti riservati Tutti i testi, articoli, intervista, fotografie, disegni, pubblicità e quant’altro pubblicato su FELTRINO NEWS, sono coperti da copyright GRAFICHE FUTURA srl - PUNTO E LINEA, quindi, senza l’autorizzazione scritta del Direttore Responsabile o dell’Editore, è vietata la riproduzione e la pubblicazione, sia parziale che totale, su qualsiasi supporto o forma. Gli inserzionisti che volessero usufruire delle loro inserzioni pubblicitarie, per altri giornali o pubblicazioni, posso farlo richiedendo l’autorizzazione al Direttore Responsabile o all’editore. Quanto sopra specificato non riguarda gli inserzionisti che utilizzando propri studi o agenzie grafiche, hanno prodotto in proprio le loro grafiche e quindi fatto pervenire alla redazione o all’ufficio grafico di FELTRINO NEWS, le loro pubblicità, le loro immagini, i loro testi o articoli. Per quanto sopra GRAFICHE FUTURA srl, si riserva il diritto di adire le vie legali per tutelare, nelle opportune sedi, i propri interessi e la propria immagine.

Qui Quirinale I 12 Presidenti Pagina 8

Promuovere crescita è stato il volano del nostro 2021. Siamo felici di affermare la riuscita del nostro intento.

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Il Politico Roberto Padrin Pagina 18

Tra paesi e città Giuseppe Segusini Pagina 48

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L'elezione del Presidente della Repubblica di Franco Zadra

L'ambìto Quirinale del post Mattarella

I

l 3 febbraio prossimo Sergio Mattarella compirà i sette anni del suo mandato da Capo dello Stato, il dodicesimo da che, con la Carta costituzionale del 1948, l’Italia si è dotata di una forma di governo parlamentare. Mentre scriviamo non vi sono ancora segnali per fare una previsione probabile intorno a un nome, anche se sembra plausibile aspettarsi l'elezione di una personalità non indipendente come Sergio Mattarella, pur considerando il gradimento di Pier Luigi Bersani e della sinistra Pd per la sua ascesa al Colle, ma “giocata ai dadi” tra destra e sinistra sarà forse un o una presidente proveniente dall'area in quel momento preponderante. Questa legislatura, la diciottesima per stare in tema di numeri da giocare al lotto, non è certo la culla ideale per le certezze, poiché è stata capace di dare vita a tre governi con maggioranze e orientamenti diversi, favorendo una sorta di disorientamento che ha indotto ben 270 deputati, aggettivo che in italiano vorrebbe definire degli incaricati di un compito, destinati a una mansione specifica, a “cambiare casacca” senza peraltro vedersi additare come dei “volta gabbana”, o sdoganando questo termine fin'ora dispregiativo a quasi titolo di merito, girovagando tra le varie correnti, saltando a caso di qua e di là o anche compiendo elegantemente l'intero tour dell'arco costituzionale, per cui nemmeno il mago di Oz saprebbe pronosticare come si comporteranno al voto per il Quirinale, né tanto meno con quali criteri. Nomi se ne sono fatti anche troppi, come l'ex presidente della Camera Pier

Ferdinando Casini o il ministro della Giustizia Marta Cartabia, lo stesso Mario Draghi, Letizia Moratti, Marcello Pera o Silvio Berlusconi, con qualche esponente di partito che millanta di avere l'asso nella manica che rivelerà last minute. Mattarella ha detto fin troppo chiaramente la sua intenzione a non ricandidare, ma non si può nemmeno prevedere, o escludere del tutto, che la forza persuasiva della disperazione possa fargli cambiare idea, così da mettere una assicurazione sulla tenuta dell'esecutivo di governo almeno fino al 2023; l'inquilino del Quirinale ha infatti una influenza di rilievo nel processo di formazione del Governo e c'è chi teme che Draghi non possa proseguire con un nuovo capo dello Stato. Assisteremo così alla nomina di un altro esecutivo, che dovrà presentarsi alla camere per ottenere la fiducia, dopo che il presidente, secondo una consolidata e irrinunciabile prassi costituzionale, avrà avviato le consultazioni con i partiti, i capi dei gruppi parlamentari, e i presidenti di camera e senato, senza dimenticare i rappresentanti delle coalizioni, gli ex presidenti della Repubblica, i capi delle componenti del gruppo misto e le minoranze linguistiche. In un quadro di fanta politica, forse un tantino trash, se le consultazioni non portassero a un’indicazione chiara, potremmo vivere il prossimo carnevale con Silvio Berlusconi che conferisce un mandato esplorativo a Marcello Dell'Utri, con la stessa tranquilla indifferenza con la quale l'opinione pubblica nel lon-

tano 2018, nel contesto di un panorama politico a dir poco frammentato, vide il presidente Mattarella conferire il mandato esplorativo a Carlo Cottarelli. Non è da tutti entrare nei meccanismi complessi e a tratti un po' misteriosi dell'elezione del Capo dello Stato; questa volta il collegio elettorale sarà formato da 629 deputati, 321 senatori, e da tre delegati per ogni Consiglio regionale, due dei partiti di maggioranza e uno dell'opposizione (fatta eccezione per la Valle d'Aosta che ha un solo delegato). Nei primi tre scrutini serviranno 673 voti su 1008, mentre dal quarto scrutino ne basteranno 505. D'altra parte, chi non si è emozionato al sentire il neo presidente del Consiglio, davanti al Capo dello Stato garante della Costituzione, pronunciare quelle solenni parole: «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione».

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Qui Quirinale di Armando Munaò

I 12 PRESIDENTI DELLA

REPUBBLICA ITALIANA Dal 1948 a oggi, sono 12 i Presidenti della Repubblica che si sono succeduti al Quirinale. Nel 1946 Enrico De Nicola, prima di essere eletto Presidente, ottenne la carica di Capo provvisorio dello Stato. Secondo statistiche, indagini ed interviste i più amati dagli italiani sono stati Sandro Pertini e Carlo Azeglio Ciampi. Giorgio Napolitano è stato l’unico Presidente ad essere rieletto per un suo secondo mandato 1° Enrico De Nicola (1946-1948)

Il primo Presidente della Repubblica fu Enrico De Nicola. Nato a Napoli nel 1877, fu eletto come capo provvisorio dello Stato il 28 giugno 1946. Dopo essersi dimesso, venne rieletto, sempre come capo provvisiorio, il 26 giugno dell’anno successivo con 405 voti su 431 votanti. Il 27 dicembre del 1947, fu De Nicola a promulgare la Costituzione della Repubblica italiana. Il 1° gennaio del 1948 assunse il titolo di Presidente della Repubblica. Morì l’1 ottobre del 1959.

2° Luigi Einaudi (1948-1955)

Luigi Einaudi, del Partito Liberale Italiano, fu il successore di Enrico De Nicola, e secondo presidente della Repubblica, Eletto al quarto scrutinio con 518 voti sugli 872 votanti l’11 maggio del 1948. Nato a Carrù, in provincia di Cuneo, nel 1874. Il suo mandato durò fino al 1955. Morì il 30 ottobre del 1961.

3°Giovanni Gronchi (1955-1962)

Il terzo presidente della Repubblica italiana, fu Giovanni Gronchi (capo della Confederazione dei Lavoratori cristiani e uno dei fondatori del Partito Popolare. Nato nel 1887 a Pontedera, in provincia di Pisa, divenne capo dello Stato al quarto scrutinio con 658 voti su 833. Rimase in carica fino al 1962. Morì il 17 ottobre del 1978.

4° Antonio Segni (1962-1964)

Il successore di Giovanni Gronchi, e quarto presidente della Repubblica, fu Antonio Segni. Nato a Sassari nel 1891 fu eletto capo dello Stato il 6 maggio 1962 al nono scrutino con 443 voti su 854. Il 7 agosto del 1964 fu colpito da una trombosi cerebrale e per questo motivo fu istituita la supplenza del presidente del Senato Cesare Merzagora. Il 6 dicembre dello stesso anno rassegnò le dimissioni da presidente della Repubblica. Morì l’1 dicembre del 1972.

5°Giuseppe Saragat (1964-1971)

Giuseppe Saragat, fu il quinto presidente della Repubblica italiana. Nato a Torino nel 1898 ed è stato esponente di spicco del Partito Socialista democratico italiano. La sua elezione fu una delle più controverse e combattuta della nostra storia: avvenne infatti il 28 dicembre 1964 al ventunesimo scrutinio con 646 voti su 963 votanti. Il suo mandato terminò nel 1971. Morì a Roma l’11 giugno del 1988.

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Qui Quirinale 6°Giovanni Leone (1971-1978)

Il sesto presidente della Repubblica italiana fu Giovanni Leone. Nato a Napoli nel 1908. Anche la sua elezione è stata combattuta perché divenne Presidente dopo 23 scrutini alla vigilia di Natale del 1971 con 518 i voti su 1.008 votanti. Sotto la sua presidenza il rapimento e la successiva uccisione di Aldo Moro. Si dimise nel giugno del 1978 per via delle polemiche, specialmente del PCI, che gli imputava grandi responsabilità nella vicenda. Leone morì l’8 novembre del 2001.

7° Sandro Pertini (1978-1985)

Sandro Pertini, del PSI e forse il più amato dei Presidenti, nasce a San Giovanni di Stella, nel Savonese il 25 settembre 1896. Fu eletto capo dello Stato l’8 luglio 1978 al sedicesimo scrutinio con 832 voti su 995 votanti. E’ tuttora ricordato come un presidente carismatico e determinato. Gli italiani si ricordano sia la sua gioia ed esultanza allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid durante la finale del Mondiale vinto dall’Italia nel 1982.sia la memorabile partita a carte sull’aereo di ritorno con il Ct Bearzot e il capitano Dino Zoff. Si dimise il 29 giugno 1985. Morì il 24 febbraio del 1990.

8° Francesco Cossiga (1985-1992)

L’ottavo presidente della Repubblica fu Francesco Cossiga. Nato a Sassari nel 1928 fu letto al primo scrutinio con 752 voti su 977. Esponente di spicco della Dc, guidò l’Italia nel post caduta del muro di Berlino. Nel 1991, dopo il "caso Gladio" e la sua "autodenuncia", fu destinatario, da parte di alcuni parlamentari, della promossero una messa in stato d'accusa - poi respinta. Si dimise il 28 aprile 1992. Morì il 17 agosto 2010.

9° Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999)

A Cossiga succedette Oscar Luigi Scalfaro, nono Presidente. Nacque a Novara nel 1918. Fu eletto il 25 maggio 1992 con 672 voti, alcuni giorni dopo la strage di Capaci dove persero la vita il giudice antomafia Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Antonio Nontinaro e Rocco Dicilio. Scalfaro, oltre a dover fronteggiare la famosa “Tangentopoli, fu coinvolto personalmente nello scandalo "Sisde". Famosa la sua accorata difesa pubblica con un discorso a reti unificate. Si dimise il 15 maggio 1999. Mori’ il 29 gennaio del 2012.

10° Carlo Azeglio Ciampi(1999-2006)

Fu eletto Presidente della Repubblica il 13 maggio 1999 alla prima votazione a larga maggioranza con 707 voti su 1.010 votanti. E’ stato paragonato a Sandro Pertini per il consenso e la popolarità tra gli italiani. Ciampi non fu mai iscritto a nessun partito politico. Rimase in carica fino al 15 maggio del 2006. Morì il 16 settembre 2016.

11°Giorgio Napolitano (2006-2012 e 2013-2015)

L’undicesimo presidente della Repubblica e successore di Carlo Azeglio Ciampi fu Giorgio Napolitano, eletto il 15 maggio del 2006 con 543 voti su 990 votanti. Nato a Napoli come De Nicola e Leone,unico capo dello Stato a essere stato membro del Partito Comunista italiano. Ed è stato l’unico Presidente ad essere rieletto per un suo secondo mandato il 20 aprile del 2013. Il 14 gennaio 2015 rassegnò le dimissioni, già anticipate durante l’ultimo messaggio di fine anno per le difficoltà legate all'età.

12°Sergio Mattarella (2015-in carica)

Sergio Mattarella, palermitano, classe 1941 e fratello di Piersanti, ex presidente della Regione Sicilia ucciso dalla mafia nel 1980, divenne Capo dello Stato il 31 gennaio 2015. Eletto al quarto scrutinio con 665 voti è tuttora in carica. Democristiano fino al 1994 (poi Ppi, Dl e Pd fino al 2008), il suo nome è legato all’omonima riforma della legge elettorale attuata dopo il referendum del 18 aprile 1993 e con la quale si sono svolte le elezioni nel 1994, nel 1996 e nel 2001. 9


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Qui Quirinale di Emanuele Paccher

Come si elegge il

Presidente della Repubblica?

A

fine gennaio si procederà all’elezione del successore di Sergio Mattarella, che ha esaurito il suo incarico settennale. Ma da chi viene eletto il Presidente della Repubblica? La Costituzione, all’articolo 83, dice che il Presidente è eletto dal Parlamento in seduta comune, con l’integrazione dei rappresentanti delle Regioni, le quali delegheranno 3 consiglieri per Regione (eccettuata la Valle d’Aosta, che ha un solo rappresentante). La riforma costituzionale, confermata con il referendum del 2020, ha ridotto il numero dei deputati e dei senatori. Ma tale riforma non è ancora efficace: lo diverrà con le prossime elezioni politiche. Quindi attualmente per l’elezione del Presidente si avranno 630 deputati, 321 senatori (compresi i senatori a vita) e 58 delegati regionali, per un totale di 1009 votanti. L’elezione si terrà nella sede della Camera dei deputati, ossia Montecitorio. Come avverrà la votazione? La Costituzione prescrive che la votazione avvenga a scrutinio segreto. Non sarà pertanto possibile conoscere il voto

del singolo parlamentare o consigliere regionale. Ciò è stato previsto poiché per l’elezione del massimo organo della Repubblica italiana si cerca di fare in modo che il soggetto votante esprima la sua preferenza senza subire pressioni da parte del partito. Chi può essere eletto? Anche se all’inizio può apparire strano, può essere eletto chiunque abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici. Non serve quindi che sia un soggetto che abbia militato per anni all’interno del circuito politico, né che durante la sua vita abbia ricoperto cariche particolari. Va da sé, comunque, che i partiti politici cercheranno di trovare un esponente noto, competente e possibilmente non troppo di parte, capace di fare da garante di tutto il sistema. Interessante è poi guardare alle maggioranze richieste: per le prime 3 votazioni è necessario che si raggiunga la maggioranza dei due terzi dell’assemblea. Nel nostro caso

673 voti. Dalla quarta votazione saranno sufficienti 505 preferenze, ossia la maggioranza assoluta. Nella storia della Repubblica solo tre Presidenti sono stati eletti nelle prime 3 votazioni: Ciampi, Cossiga e De Nicola. Al lato opposto, fu l’elezione di Giovanni Leone quella che richiese più scrutini: in quel caso fu la ventitreesima la votazione decisiva. Infine, un’attenzione particolare va data alla possibilità che il Presidente uscente venga rieletto. La rielezione del Presidente della Repubblica fu un argomento molto dibattuto fino a non molto tempo fa, e molti ritenevano che ciò non fosse possibile. La rielezione, nel 2013, di Giorgio Napolitano è stata decisiva: oggi la rielezione è ammessa. Ma Mattarella sembra aver escluso tale possibilità, dichiarando anzi che vedrebbe con favore una riforma della costituzione volta ad introdurre un divieto espresso alla rielezione.

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ÉRIC ZEMMOUR UN PIED NOIR PER L'ELISEO.

É

ric Zemmour, nuovo astro della destra francese, ha annunciato ufficialmente il 30 Novembre 2021 la sua candidatura alle elezioni presidenziali che si terranno il 10 Aprile 2022 ma nel caso che nessun candidato riesca a superare la soglia del 50 per cento si ricorrerà al doppio turno il 24 Aprile Per cercare una definizione originale di questo politico emergente della destra francese che vuole sfidare Macron, si può prendere quella coniata da una giornalista che lo ha individuato – All'estrema destra dell'estrema destra -, ma sostanzialmente è molto vicino alla linea di Marion Marechal. E' nato il 31.8.1958 a Montreuil in Francia da genitori ebrei pieds -noirs (piedi neri ovvero francesi figli di francesi nati in Algeria), ma lui preferisce definirsi come ebreo-berbero. Educato nella tradizione ebraica e frequentatore della sinagoga si è diplomato all'Istituto Studi Politici di Parigi. E' noto soprattutto come giornalista per testate anche autorevoli come Le Figarò, oltre che polemista televisivo, editorialista ed autore di diversi libri di politica. E' favorevole all'uscita della Francia dal comando integrato della NATO, è contro lo jus soli ed agli aiuti sociali agli extraeuropei di Francia ed è anche contro gli immigrati in senso lato, condividendo con l'ungherese Orban la teoria della minaccia migratoria. Ha peraltro una solida cultura storica, è esperto sui massimi sistemi politici e si destreggia nell'ambito filosofico dove i suoi bersagli preferiti sono i gauchistes Lacan, Deleuze, Guattari, Foucault. Secondo Zemmour il sistema derivato dagli accordi di Westfalia è stato l'applicazione della razionalità cartesiana alle

relazioni internazionali mentre gli USA nel 1945 hanno istituito una struttura internazionale che è stata un mix fra la Pace di Westfalia del 1648( con la divisione della Germania) ed il Congresso di Vienna del 1815: il risultato è stato quindi quello della potenza marittima(USA) che domina gli stati continentali. La sua ideologia è del genere populista nazionalista con una forte componente antiaraba mentre le sue tendenze antisistema si ispirano vagamente ad Orwell. Alcune delle sue frasi tipiche recitano: “Il progressismo neoliberale è un millenarismo che ha rimpiazzato le orazioni con le statistiche” “La tendenza globale dei media viene considerata come la coscienza morale della nostra società” Per quanto riguarda il recente passato della Francia ha sostenuto che il regime di Vichy aveva protetto gli ebrei francesi, affermazione alla quale Macron ha risposto accusandolo di manipolare la storia. Un'altra dichiarazione emblematica è quella inerente alla lingua araba della quale secondo lui i Fratelli Musulmani si servirebbero per islamizzare la Francia. E' contrario alla pratica di dare il nome Mohammed (Maometto) ai bambini, citando anche una legge napoleonica del 1803 che proibiva di dare ai figli nomi non francesi. Ripescata dal fascismo in Italia nel 1938. Il suo programma elettorale è composto di 28 punti dei quali i più importanti sono: Industrializzazione completa della

Francia con la formazione di un nuovo Ministero dell'Industria.Sviluppo e diffusione delle centrali nucleari. Abolizione dell'Aiuto Medico di Stato(il servizio nazionale che garantisce la salute) Semplificazione amministrativa : siccome Zemmour per due volte è stato respinto al test d'ingresso per l'ENA (la prestigiosa Università per la formazione dei pubblici amministratori e funzionari) questa iniziativa sembra pretenziosa. Reintroduzione delle 39 ore settimanali per il settore pubblico. Contrario alle teorie di genere. Le sue fonti di legittimazione storico-culturali sono di tipo tradizionalista: si va da Victor Hugo a Giovanna D'Arco, da Napoleone a filosofi come Cartesio, Pascal e Voltaire, eroi nazionali come Jean Moulin ma anche politici come De Gaulle e Clemenceau( ex primo ministro francese) . A questo proposito ricordo che quando nell'estate del 1971 ero stato un paio di mesi a Nizza ospite di una famiglia di origine pieds noirs, Clemenceau veniva tenuto in grande considerazione in quell'ambiente, mentre De Gaulle allora non era molto popolare a causa del ritiro francese dall'Algeria. Il punto debole di Zemmour rimane sempre quello di non essere in grado di ottenere i patrocini necessari(autorità, personaggi importanti, lobby, gruppi di pressione) per una campagna vincente, anche se piace ad alcuni dirigenti dei Gilet Gialli ed in genere alle fasce sociali anti-èlites.

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Storie italiane ed europee di Cesare Scotoni

L'emergenza sanitaria e quella politica

Q

uesto deve e vuole essere un Augurio di Buon Anno! Ne abbiamo tutti bisogno. Il 2021 si è chiuso e anche peggio dell’anno che lo ha preceduto. Un’Emergenza Sanitaria, trasformata da pochi in un’Emergenza Economica è diventata Emergenza Politica. Un’Unione Europea che dal 2014 ha scoperto di non potersi reggere solo su una Moneta Unica, priva di governanti di un qualche calibro in grado di portarla fuori da un guado in cui è “a mollo” da 15 anni cerca un nuovo equilibrio. Lo fa in chiave autocratica ed in pesante deficit di Legittimazione. La pretesa germanica di una presa egemonica verso l’Est, sostenuta e pagata dall’alleato di oltre Atlantico, si è rivelata per ciò che era: una mera infondata ambizione. La Via delle Norme Emergenziali per spostare gli equilibri nei singoli Paesi in favore degli Esecutivi e rafforzare così il Consiglio dell’Unione a scapito di un Parlamento Europeo mai decollato e di una Commissione Europea che ne guida malamente le scelte, si è accompagnata all’indebolimento del Welfare Pubblico e del quadro delle Norme a Tutela dei Cittadini dell’Unione. Lo stesso regolamento europeo n.2021/953, sull’utilizzo di un lasciapassare sanitario, pur costruito in chiave emergenziale, traccia nei fatti nuove frontiere al Diritto Comunitario, su cui ogni Paese ha fatto leva per indebolire dei consolidati equilibri interni. La Francia della Modernità, dopo l’Emergenza Terrorismo e con l’avvento di Macron, ha segnato per prima la rotta delle autocrazie che guidano l’Europa. Solo l’Italia ha visto però risorgere il rifiuto del pluralismo, la censura ed una norma sui sussidi di stato a sostegno di quelle testate che veicolassero il consenso sulle politiche dell’esecutivo. E questo è un segno netto di oggettiva debolezza delle nostre classi dirigenti, affette da un provincialismo mai

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domo ed a cui i cittadini pagano lo scotto ormai da diversi lustri. Abbiamo assistito quindi ad un Esercizio del Potere che ha sconfinato nella Prepotenza, rifuggendo il vincolo di Legittimità rappresentato da quella Costituzione cui, per due volte in un decennio, la maggioranza degli italiani, con il voto, ha ribadito Fedeltà bocciando gli Esecutivi che ne avevano proposto la modifica. Questo appare quindi un Contesto in cui il ribadire che, anche in assenza di una Democrazia, il Potere ha le sue Regole, i suoi Simboli ed i suoi Riti. E che qualcuno sbaglia a non farsene carico. Il Potere è un’Alleanza tra Governati e Governanti, un Patto che si fonda sulla capacità dei Governanti di far Sintesi delle distanze tra i Governati, sul garantire un Potere Giusto, che usa la Forza per Dirimere non per Opprimere, un Potere che si fonda sulla Conoscenza. Perché altrimenti il Governato diventa un Oppresso ed il Potere perde quella Legittimazione che può essergli data solo da chi è Governato. Tutta la Simbologia dei 3 Poteri dello Stato è intrisa di quei Concetti e vi è una ritualità costruita per sottolineare quell’Alleanza. Mai come nell’ultimo Cittadini, la distanza tra una Federazione, che edifica e rappresenta un nuovo Potere, che viene a sua volta riconosciuto come tale e che riconosce gli altri Poteri e ci dialoga ed un’Unione che ambisce a riassumere in sé tutti quei i Poteri che la esprimono e che al compimento ci si disciolgono. Forse siamo in tempo, anziché ad affidarci ad architetture istituzionali

sovranazionali che si generano da sole e che il Potere se lo prendono, primo tra tutti il Consiglio d’Europa, a fare uno sforzo nuovo e più vivificante tornando a quel Progetto di Costituzione Europea che solo nel 2005 le Nazioni più forti dell’Unione non hanno voluto. E come cittadini dell’Unione, con quel fallimento ci abbiamo rimesso tutti e tanto. L’Anno Nuovo in cui, a partire da quel naufragio collettivo sulle Politiche Sanitarie ed Assistenziali Pubbliche, misurabile nello sconsiderato ed indistinto taglio dell’offerta ospedaliera in Europa e dal rincorrere convulso i fabbisogni che accompagna ancor oggi l’ultima comparsa tra le cicliche forme pandemiche, deve segnare un distinguo netto con una fallimentare visione centralista quanto miope. Se quel fallimento sarà forse un Marchio Collettivo dell’Infamia per chi ha fatto quelle scelte sbagliate, esso potrebbe anche rappresentare l’occasione per ripensare quel sogno tedesco, sempre perdente, di una Unione vista come una Super Nazione e vedere invece Energie ed Idee Nuove, finalmente in campo, animate dal Fuoco della Carta Costituzionale sempre in fieri che è il principale vulnus dell’ambizione europea Augurio di Buon Principio.


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In filigrana di Nicola Maccagnan

Spid, Cie e Pec.

Le nuove sigle del dialogo con la Pubblica Amministrazione. Ma sarà vera gloria?

C

i fu un tempo in cui il cittadino, quasi immerso in una sorta di rito pagano, si recava allo sportello del proprio Comune, della Società di erogazione del servizio elettrico o telefonico, dell'INPS o di altri enti pubblici o para-pubblici di questo tipo per interloquire – non senza la dovuta riverenza – con l'impiegato o il funzionario di turno; obiettivo ritirare il tanto agognato certificato di nascita, dirimere una questione più o meno spinosa, verificare i conti della propria bolletta o richiedere un conteggio dei contributi versati. Già, ci fu un tempo. Perché oramai da diversi anni il processo di digitalizzazione che interessa oramai tutti i meandri del nostro vivere ha coinvolto direttamente anche i rapporti tra il cittadino e la Pubblica Amministrazione, in tutte le sue declinazioni. E l'emergenza legata la Covid-19, con il distanziamento interpersonale e la chiusura, più o meno parziale, degli spazi fisici, degli uffici e degli sportelli non ha fatto altro che costituire per questo processo uno straordinario acceleratore. Quello che sino a poco tempo fa

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rappresentava un modo alternativo, al massimo consigliato, per rapportarsi con l'ente pubblico, ma non solo (lo stesso vale, ad esempio, per le grandi società di erogazione dei servizi), è diventato oggi la via maestra e in molti casi l'unica percorribile: o si usa la via telematica o non si può fare. Tanto che abbiamo tutti imparato a rapportarci con una serie di sigle e di procedure che scandiscono a toni più o meno chiari le nostre relazioni con il “Pubblico”. Devi dimostrare l'avvenuto invio di un documento? Sarà bene che tu ti attrezzi con una PEC (Posta Elettronica Certificata)! Devi accreditare la tua identità personale per una procedura o una pratica? Potrai, o meglio dovrai, ricorrere allo SPID (Sistema Pubblico d'Identità Digitale), o alla CIE (la Carta d'Identità Elettronica) o ancora alla CNS (la Carta Nazionale dei Servizi). Vi è già venuto il mal di testa? Niente paura, siamo solo all'inizio. L'ultimo passo sul lungo e tortuoso cammino della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, roba di qualche settimana fa, è stata l'introduzione della possibilità di richiedere in autono-

mia, e senza costi, i certificati anagrafici. Il tutto (naturalmente) dal proprio PC o dal proprio smartphone, con tanto di Presidente della Repubblica Mattarella a fare da apripista alla nuova procedura a reti (e telegiornali) unificati. Ora, sia ben chiaro, nessun sarcasmo in tutto questo: per anni ci siamo sentiti dire che il nostro Paese era agli ultimi posti nella classifica europea per quanto riguarda l'ammodernamento della Pubblica Amministrazione in numerosi processi, tra i quali – appunto – la digitalizzazione dei sistemi. Così come è evidente a tutti, quanto meno in linea teorica, che poter disbrigare le pratiche burocratiche dal computer di casa piuttosto che doversi recare “a domicilio” di questo o quell'ente rappresenta un utile risparmio di tempo e di denaro. Ma, ahinoi!, tra il dire e il fare anche in questo caso c'è di mezzo il mare. Rappresentato, anzitutto, dall'oggettiva mole di problemi che tutto questo causa ad alcune fasce della popolazione, in primis naturalmente quella più anziana. Se tra i nostri nonni ci sono infatti autentici funamboli della tecnologia,


In filigrana è innegabile che alla gran pare di essi non si possa chiedere uno sforzo che va oltre le loro dotazioni tecnologiche, ma anche al di là della loro pur volonterosa predisposizione all'apprendimento delle diavolerie digitali. Certo, molti avranno figli o nipoti a cui chiedere assistenza, ma con problematiche legate ai tempi non indifferenti e comunque al prezzo, anche psicologico e sociale, di dover far ricorso a qualcun altro per una faccenda che in passato riuscivano a sbrigare tranquillamente da soli. C'è però di più. Appare ogni giorno più evidente che tutti questi servizi digitali, in origine promossi come velocissimi, efficienti e gratuiti, si rivelano sempre meno tali. Problemi di connessione, aggiornamento delle piattaforme, guasti e hackeraggi ed aumento esponenziale dei costi stanno insomma dimostrando via via che le libere praterie delle autostrade digitali

non sono poi così veloci, sicure e semplici da percorrere. Ben inteso: non si vuole qui demonizzare un processo di ammodernamento che è nelle cose e presenta evidentemente alcuni chiari vantaggi. La domanda è piuttosto un'altra: non sarebbe forse il caso di promuovere questi cambiamenti in maniera più organica (magari progettando un unico “canale” di comunicazione con tutta la Pubblica Amministrazione) e lasciando comunque a chi non è in grado di adeguarsi la possibilità di accedere ai servizi in maniera tradizionale? Lasciamo stare il romantico vagheggiamento dei tempi in cui con l'impiegato dello sportello si creava addirittura una

relazione umana di cortesia e collaborazione: il rischio di essere tacciati di arretratezza è dietro l'angolo. Ma siamo davvero certi che la nuova tumultuosa epoca digitale, specie se lasciata libera di impazzare senza regole e programmazione, porterà molti più benefici che rischi (in termini di sicurezza, efficienza e costi)? Ai posteri...

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Il politico in controluce di Waimer Perinelli

ROBERTO PADRIN... IL NUOVO ANNO

TRA UN BEATO E L'AUTONOMIA

R

oberto Padrin è stato confermato alla presidenza della Provincia di Belluno. Candidato per la lista "Provincia Comune – Belluno 2030" ha vinto con il 56,97 per cento dei voti validi espressi dai 515 elettori, sui 728 aventi diritto, che hanno partecipato alla consultazione. Padrin, 51 anni lo scorso luglio, sindaco di Longarone, appoggiato con forza da Paolo Perenzin, sindaco di Feltre, è stato eletto nell'ambito di una lista di centrosinistra in un Consiglio in cui entrano due donne di cui una, Lucia Da Rold, è stata la più votata. Raggiungo Padrin al telefono mentre allo stadio segue la partita di calcio della squadra locale. Il neo confermato presidente è un appassionato sportivo tanto è vero che una delle sue consi-

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derazioni è sul Giro d'Italia che il prossimo 22 maggio avrà l'ultimo arrivo in salita sulle Dolomiti nella tappa Belluno Marmolada. Mentre sento chiaramente alle sue spalle l'entusiasmo dei tifosi per l'andamento della partita, Padrin rinnova l'augurio che il Giro dia a Belluno e provincia, la visibilità e stima che merita. "Con grande passione e pochi mezzi a disposizione, dice, è stata accettata la scommessa organizzativa. Ora però su argomenti ben più impegnativi si deve rinnovare un'altra scommessa: la riorganizzazione delle Province dove oggi sindaci e consiglieri sono come "color che stan sospesi." " Siamo in attesa, dice Padrin dell'approvazione del Parlamento della legge che dovrebbe ridimensionare la Del Rio e dare alle Province competenza e potere decisionale. Abbiamo iniziato il percorso opposto alla legge del 2014 e vorremmo riavere una giunta provinciale e gli assessori. Non sarà facile, forse è impossibile, ma l'Italia deve chiudere il cerchio sul disegno organizzativo che vuole darsi: fusioni di comuni, accorpamenti, consorzi. Io spero che la legge venga approvata prima della fine dell'attuale legislatura". Fabio Bui, presiden-

te della provincia di Padova, ha detto che le province venete sono piene di soldi ma non riescono ad utilizzali. " Non è proprio così, almeno in provincia di Belluno. Noi di soldi ne abbiamo pochi; abbiamo ereditato dalla Stato le competenze di manutenzione per 28 chilometri di strade e investiamo 15 milioni di euro ogni anno senza ricevere alcun contributo. La nostra prossima speranza è che almeno l'Anas si riprenda la competenza per alcune strade, alleggerendo il nostro impegno finanziario". Nelle spese rientrano anche la strutture scolastiche. "Certamente, competenze per le scuole superiori dove l'investimento finanziario è elevato. Molto abbiamo fatto, e molto di più speriamo di fare attingendo dai fondi europei del nuovo pnrr." La Provincia di Belluno, pur avendo come la cugina di Trento, la presenza di una forte minoranza culturale ladina, non gode della medesima autonomia. Sarà possibile raggiungerla?


Il politico in controluce

"La nostra autonomia è necessariamente legata a quella della Regione Veneto. Il referendum popolare del 2 ottobre 2017 è stato plebiscitario ma è tuttora inascoltato. La Regione ha approvato poco tempo fa la legge a tutela delle minoranze ma siamo ben

lontani dall'autonomia di cui godono le minoranze e le istituzioni delle vicine province autonome." Lei ha avuto la possibilità di incontrare Papa Francesco. Cosa gli ha chiesto. "L'ho ringraziato per la scelta della Chiesa di beatificare il nostro Albino Luciani, per poco più di un mese Papa Giovanni Paolo primo, (nato a Canale d'Agordo) e ho chiesto che tutto avvenga in tempi brevi. Papa Francesco mi ha confermato che la proclamazione avverrà entro il 2022, dopo l’estate. La data precisa è in fase di definizione e la cerimonia avverrà a Roma". Lei è Scrittore e giornalista, porta anche queste sue esperienze in Consiglio provinciale? " Certamente, nel 2022 sarà dedicata particolare attenzione allo scrittore Dino Buzzati, nato a San Pellegrino di Belluno nel

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1906, giornalista, drammaturgo che tanto lustro ha dato alla letteratura italiana e alla nostra provincia. Lo ricorderemo come merita." Insomma un 2022, fra santità e cultura, con un beato e uno scrittore che non era farina per fare particole, e sarà dice Padrin salutandoci, un anno da ricordare.

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Economia e finanza di Emanuele Paccher

Cosa sono il disavanzo e il debito pubblico?

I

l debito pubblico può essere definito come la somma complessiva del debito che uno Stato ha contratto nel passato per far fronte al proprio fabbisogno. Diverso, anche se strettamente correlato, è il disavanzo o deficit di bilancio, dato dall’eccedenza delle uscite sulle entrate annuali. Dato che non è più possibile stampare moneta nazionale, il disavanzo non potrà che essere coperto con il debito. Quindi l’insieme dei disavanzi di ogni anno va a comporre il debito complessivo di uno Stato. Un esempio può aiutare nella comprensione: se quest’anno l’Italia spende 100 ed incassa 90, il disavanzo sarà di 10, e tale somma andrà coperta con il debito, il quale pertanto aumenterà dello stesso importo (10). E qual è la situazione italiana? Occorre fare una breve disamina storica. Durante la seconda guerra mondiale si assistette ad un aumento importante del debito pubblico in relazione al PIL, dovuto all’insostenibilità delle spese belliche, le quali portarono il rapporto debito pubblico/PIL al 108% nel 1943. La situazione migliorò nel 1946, quando un’inflazione notevole (“galoppante” in gergo tecnico) fece scendere il rapporto a circa il 40%. Poi vi è stato un ventennio felice: il rapporto si attestò a valori di poco superiori al 20%, salendo poi al 33% nel 1964. Come fu possibile? Ciò avvenne poiché il costo del debito fu inferiore al tasso

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di crescita. Il debito ha un costo, dato dagli interessi, il quale andrà esso stesso ad accrescere il debito complessivo. Se l’economia non accelera più velocemente del costo del debito, il debito non potrà che aumentare la sua incidenza sul PIL. Se il debito aumenta ma aumenta anche la crescita la situazione non è un problema, poiché il Paese può ripagarlo. Le finanze statali iniziarono a dissestarsi notevolmente dalla metà degli anni ’70. In questo periodo esplosero le spese pubbliche, grazie ad un miglioramento del welfare, ma le entrate iniziarono a stagnarsi. I bilanci statali cominciarono a chiudersi con importanti disavanzi pubblici. Nel 1981 il debito pubblico era pari al 60% del PIL. L’allora Presidente della Repubblica Ciampi mise in pericolo la politica italiana dicendo che la situazione rischiava di divenire insostenibile. Ma le sue parole caddero nel vuoto: i Governi continuarono a mantenere disavanzi troppo elevati. Nel 1990 il debito era già volato al 100% del PIL, e nel 1994 al 124%. Con i trattati di Maastricht si imposero dei vincoli piuttosto

stringenti, e la situazione migliorò: nel 2007 il debito pubblico era di poco sopra il 100% del PIL. Ma qui entrò in gioco la crisi: da allora il debito è sempre aumentato, assestandosi tra il 2014 e il 2019 attorno al 135%, da molti economisti ritenuta la soglia critica da non superare. La pandemia di questi ultimi due anni ha inflitto poi un pesantissimo colpo: oggi il debito pubblico sfiora il 160% del PIL. Ma è sostenibile questa situazione? Perché un debito pubblico elevato può essere un problema? Occorre dire anzitutto che nessuna teoria economica ci consente di dire in astratto e con assoluta certezza quale sia il livello del rapporto debito/PIL che metta a rischio la stabilità finanziaria di un Paese. Molti fattori entrano in gioco: innanzitutto la differenza tra debito lordo e debito netto, il livello di tassazione


Economia e finanza esistente (poiché uno Stato con una bassa tassazione ha, in teoria, più possibilità di finanziarsi per il futuro aumentando le entrate tributarie), la composizione del debito stesso. Senza addentrarci in elementi troppo tecnici, è sufficiente dire che in ogni caso un debito pubblico elevato comporta grossi rischi per l’economia. La prospettiva di default, o anche la sola prospettiva di maggiori tasse per evitare il default, tiene lontani gli investitori. Un elevato debito pubblico inoltre rischia di far aumentare lo spread, il quale andrà ad agire sul capitale delle banche, farà diminuire la propensione al credito e aumenterà il costo dello stesso. Un debito pubblico elevato è un freno per lo sviluppo dell’economia. E cosa si può fare per far diminuire il debito? Le strade principali sono due. Prima di tutto occorre aumentare le entrate, e ciò può essere fatto o con una maggiore tassazione, o con un’importante

crescita dell’economia. Aumentare i tributi è una strada politicamente, e socialmente, poco perseguibile. La crescita dell’economia è anch’essa di difficile attuazione: spesso occorrono ingenti investimenti per farla ripartire, ma così facendo si darebbe forse il colpo di grazia alle finanze pubbliche, e poi la situazione pandemica di certo non aiuta. In secondo luogo si deve agire sulla spesa, razionalizzandola. Facile a dirsi, ma la strada è ardua. Razionalizzare la spesa significa diminuire alcune prestazioni offerte dallo Stato, e questo significa toccare i redditi da lavoro dipendente, le prestazioni sociali, la sanità, l’istruzione. In conclusione, è senza dubbio neces-

sario migliorare la situazione attuale, si pensi che attualmente paghiamo circa 70 miliardi all’anno di interessi sul debito, più o meno la stessa somma che l’Italia spende per garantire l’istruzione in tutto il Paese. Ma sarà necessario avere pazienza: il debito/PIL dovrà essere ridotto piano piano, rispettando i target di bilancio, migliorando qualitativamente la spesa e con politiche fiscali orientate agli investimenti pubblici per la crescita.

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Paese che vai mercato che trovi di Waimer Perinelli

DALLA RUSSIA AD ARSIÈ:

ANIME IN FIERA " Le anime morte", romanzo comico picaresco pubblicato nel 1842, è considerata l'opera maggiore di Nikolaj Gogol. Anime morte erano chiamati i maschi, servi della gleba, sulla cui fatica si reggeva gran parte dell'economia di un paese agricolo e feudale. Il protagonista del romanzo di Gogol è un mediatore che acquista le anime morte, servi e braccianti, per farne oggetto di mercato rivendendoli ai maggiori offerenti. Quando Gogol scrisse il romanzo, portato in scena come commedia da Maurizio Scaparro negli anni 80 del Novecento, ignorava sicuramente l'esistenza della pic-

cola comunità di Arsiè, in provincia di Belluno, e ancor più, nulla sapeva della Fiera delle anime che da duecento anni vi si svolgeva. Singolare coincidenza nel nome e nella funzione mercantile, ma null'altro unisce le “due anime”. Ad Arsiè infatti il mercato o fiera è solo un evento collaterale di una singolare e commovente manifestazione religiosa: la commemorazione dei defunti. La storia ci racconta che nel Sedicesimo secolo, nella diocesi di Feltre, furono istituite le parrocchie di Enego, Primolano e Fastro i cui fedeli, fino a quel tempo, venivano seppelliti nel camposan-

to di Arsiè. Con grande sensibilità umana e religiosa, don Sartorio parroco della Pieve, capì che la scelta divideva i defunti

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Paese che vai mercato che trovi dal ricordo dei propri cari e istituì una fiera che fosse occasione per i comuni vicini di recarsi in visita al cimitero e nell'occasione praticare un mercato delle merci. Era il 15 ottobre del 1666 quando la nascita della confraternita dei Santi Sebastiano e Rocco, e una bolla del pontefice Alessandro VII, resero ufficiale e solenne l'intuizione di don Sartorio. A convincere il pontefice Fabio, della potente famiglia senese dei Chigi, proprietari del palazzo che oggi è sede del Governo italiano, fu anche la strage compiuta dalla peste del 1630, quella pandemia descritta da Alessando Manzoni nel romanzo i Promessi Sposi. La cronaca racconta di quanto anche il territorio feltrino ne fosse pienamente colpito tanto che, quando si decise di restaurare la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta di Arsiè, sotto l'altare maggiore furono trovati, 600 corpi di persone uccise dalla pestilenza. La pietà e la necessità hanno creato un

evento che da 355 anni si ripete e il territorio di Arsiè, 314 metri sul livello del mare e 2300 abitanti circa, la terza domenica di ottobre di ogni anno, ospita la Fiera delle anime. A organizzarla in tempi recenti, sono la pro loco e il Comune, grazie ai quali la manifestazione è diventata un mercato agricolo frequentato nel 2019 da quasi 40 mila persone. Non tutto è stato però facile e immediato. Anzi, nel corso dei secoli si era smarrito il senso religioso e pure quello del mercato legato alla transumanza, e la fiera era diventata un banale appuntamento del giovedì con bancarelle e poco altro, fino a che, all'inizio degli anni 90, il sindaco e storico del paese Dario Dall'Agnolo ne rilanciò l'organizzazione. Il testimone è stato raccolto dal successore Ivano Faoro e dall'attuale sindaco Luca Strappazzon, al quale con l'eredità è però arrivata la grana del Covid, una pandemia che non è uguale alla peste seicentesca solo perché

la ricerca e la medicina hanno compiuto passi giganteschi. Già nel 2020, tuttavia, il sindaco ha glissato e annullato la manifestazione. Scelta attuata anche nel 2021 con la medesima motivazione: " La salute prima di tutto! Non ha senso mettere in moto una macchina organizzativa per una fiera che dura un giorno con un afflusso gigante di visitatori". Giustificazione valida, come detto, anche per lo scorso anno con la scelta di annullare la fiera a cui ha aderito Romano Gobbi, il presidente della Pro-Loco. "Il paese, dice Gobbi, ha troppe entrate e non eravamo sicuri di poter controllare l' afflusso di 35-40 mila persone a cui si aggiungono i proprietari delle bancarelle provenienti da tutto il Veneto e dalla Lombardia". Insomma per chi ha un'anima da mettere in Fiera l'appuntamento ad Arsiè è per la terza domenica di ottobre di questo 2022, nella speranza che il Covid sia passato a miglior vita.

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SANREMO: TORNARE SUI PROPRI PASSI

A

nche l'edizione 2022 del Festival di Sanremo, sarà condotto da Amadeus. Aveva detto che la scorsa edizione (da record) sarebbe stata l'ultima, che aveva fatto il suo, che voleva lasciare con numeri indimenticabili di share e gradimento. Ma siamo sempre nel Paese dove Renzi aveva giurato di mollare tutto in caso di sconfitta al referendum. Invece è ancora lì, anzi, è l'ago della bilancia nella nostra palude politica. Quindi, non dobbiamo affatto stupirci che in conferenza stampa, quasi come dire : “vabbeh, dai, visto che non me lo avete chiesto ma si vede chiaramente che volevate farlo, me ne occuperò anche per il prossimo anno”. In fondo per un cachet che oscilla tra i 400 e 500 mila euro, uno può pure sacrificarsi. Non mi permetto di criticare la somma, il mercato è questo e Sanremo tra l'altro è “coperto” da tantissimi sponsor, che non solo pagano ingaggi e maestranze ma fa pure guadagnare, e non poco, diversi milioni alla Rai. Ma tralasciando questi discorsi da poveracci (sic), in dicembre si sono decisi cast e concorrenti. Via le giovani proposte, tutti campioni in quel di febbraio (dal 1 al 5). La speranza è quella di vedere l'Ariston pieno di gente, si si, i cartonati che tanto ci sono mancati lo scorso anno. Pellicce e preziosità messe in mostra 24

con grande zelo, ristoranti pieni, casinò che gira a mille. Insomma, il solito caro e vecchio Sanremo. Ha il gusto del ragù di nonna, il calore del plaid scozzese che tanto odi ma sai che ti tiene al caldo. Ora sbircio tra i nomi... dunque, si è fatto il solito tracciato trasversale che serve ad acchiappare più pubblico possibile, potremmo addirittura dividere le sezioni. Quella un pochino “anta”, dove prima ci puoi mettere un cinque, un sei e pure un sette davanti. Quindi ecco arrivare Iva Zanicchi. In questi ultimi anni ha fatto più l'opinionista che la cantante. Ma a 81 anni, io credo possa e debba fare quello che le pare. Massimo Ranieri è quell'animale da palcoscenico che sa fare tutto. Gianni Morandi, si sa, ha il famoso ritratto in casa che invecchia per lui. Canterà un brano di Jovanotti, che comunque veleggia verso i 56 anni. A chiudere ci metterei anche una Donatella Rettore, non credibilissima da sola, quindi accoppiata con una vera fuoriclasse come Ditonellapiaga. Andiamo ad “acchiappare” quelli di mezzo. Giovanili ma non giovanissimi. Ecco allora attendere con gioia il gruppo delle Giusy Ferrero, Noemi, Fabrizio Moro, ingabbiato in quel clichè di maledetto, di cantore di sofferenze di periferia che portano solo guai. Solo che dopo tanti

anni, diventa difficile sostenere una parte che oramai è lontana. Emma Marrone, Le Vibrazioni, Michele Bravi...poi arrivano i teen, quelli che verranno coinvolti da personaggi come Achille Lauro (che piace pure a me che la barba me la faccio da tanto), Aka7even, Highsnub & Hu, Mamhood e Blanco, Rkomi, Sangiovanni, Irama e Dargen d'amico. Il tutto va completato con l'artista impegnato, quello che non conoscono in molti, ma coloro che lo seguono sono estasiati da tanta bravura. Giovanni Truppi è tra questi. Il tocco esotico con la straniera che seguiva il festival fin da quando era bambina? C'è c'è tranquilli. Ana Mena, che comunque nel suo percorso fino ad oggi non ha fatto grossi danni. Poi due donne, due artiste secondo me con talento e carisma. La rappresentante di lista, già presente lo scorso anno, molto intensa e brava. A chiudere Elisa, già vincitrice venti anni fa, che torna sapendo di essere “superiore” alla gara. Con la voglia forse di rivivere anni lontani. Ci sarà Fiorello? Credo proprio di sì, Alessia Marcuzzi sarà al loro fianco e come jolly, Tommaso Paradiso. Il quale non lo fa perché improvvisamente ha voglia di imparare un nuovo lavoro, ma il 4 marzo uscirà il suo nuovo album. Vuoi quindi negargli una giusta promozione? Ecco, questi gli ingredienti del cocktail nazionale. Sarà seguito? In presenza? Tutte domande che non possono avere risposta. Ma solo speranze.



Fatti di casa nostra di Nicola Maccagnan

Manifattura Valcismon festeggia 75 anni di attività

A Seren del Grappa un nuovo store e un’immagine rinnovata. Millecinquecento metri quadrati totalmente “green” per sportivi e appassionati della montagna.

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re brand oramai conosciuti da tutti gli appassionati dello sport all’aria aperta, ma non solo, - Sportful, Karpos e Castelli – per 8 collezioni all’anno in 75 Paesi nel mondo, dove opera con oltre 250 dipendenti attraverso 6 partecipate. Ecco, in estrema sintesi, i numeri che ben rappresentano oggi il gruppo Manifattura Valcismon che, in concomitanza con i propri 75 anni di attività, ha deciso di farsi un regalo d’eccezione: il nuovo store inaugurato a dicembre in località Santa Lucia, lungo la statale, in comune di Seren del Grappa. A festeggiare la nascita del nuovo punto vendita, che rappresenta per il

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gruppo un investimento decisamente importante non soltanto dal punto di vista commerciale, ma anche d’immagine, tutto lo stato maggiore dell’azienda: dal patron Giordano Cremonese, ai quattro figli Alberto, Alessio, Dario e Gioia, tutti attivi con incarichi dirigenziali nelle attività del gruppo, a Massimiliano Monti, Consigliere del CDA e Membro del Fondo Equinox, che nel 2019 è entrato nel capitale societario. E poi autorità, istituzioni, personaggi del mondo dello sport e firme autorevoli del giornalismo. Erano presenti, tra gli altri, gli ex atleti olimpici Juri Chechi, Gabriella Paruzzi, Silvo Fauner, Antonio Rossi, ma anche l’alpinista Marco Confortola. Ad animare il palco Marino Bartoletti, firma eccellente ed acuta del giornalismo sportivo e televisivo. A chiudere l’evento anche un cammeo di Red Canzian, amico di famiglia, che ha cantato i più famosi pezzi dei Pooh L’occasione è stata propizia anche per presentare la nuova immagine “MVC Group”, che nella comunicazione andrà a sostituire la dicitura

“Manifattura Valcismon”. “Nata come filanda e localmente conosciuta come “La Sportufl”, in 75 anni di attività Manifattura Valcismon è divenuta leader globale nell’abbigliamento tecnico sportivo, grazie agli altri due marchi: Castelli e Karpos. “Ci sembrava giusto esprimere questo percorso anche attraverso una nuova immagine” ha sottolineato Alessio Cremonese, amministratore delegato del gruppo. Tra gli intervenuti all’inaugurazione anche Lorraine Berton, Presidente di

Confindustria Belluno Dolomiti. “Manifattura Valcismon è anche l’espressione dei valori positivi del mondo dello sport che così bene rappresenta. Se le strade della provincia si sono colorate così spesso di rosa (con riferimento ai numerosi e significativi passaggi del Giro d’Italia), offrendo uno spettacolo indimenticabile e una vetrina internazionale al nostro territorio, lo si deve anche a questa azienda.”, ha sottolineato Lorraine Berton. Il sindaco di Seren del Grappa Dario


Fatti di casa nostra

Scopel ha voluto invece così sintetizzare il contributo di Manifattura Valcismon al territorio feltrino: “La presenza imprenditoriale della famiglia Cremonese è un valore aggiunto ben testimoniato dai successi conseguiti in oltre 70 anni di attività, che hanno portato alle nostre comunità importanti benefici tra cui un diffuso livello di occupazione, segno di un legame radicato e proficuo con il territorio” Ma c’è di più. Il nuovo MVC store è stato infatti pensato e progettato per

divenire un hub di collegamento interregionale per gli appassionati di sport all'aria aperta - cicloturismo, ciclismo, alpinismo e arrampicata, sci di fondo, etc. Il nuovo edificio, oltre a ospitare i corner dei marchi di famiglia, è infatti attrezzato con docce e spogliatoi, un lounge bar e colonnine per la ricarica di e-bike. Un vero e proprio punto d’appoggio per i cicloamatori e gli sportivi. L’aspetto più innovativo e qualificante dell’iniziativa sta però nell’attenzione rivolta alla sostenibilità energetica, dai materiali impiegati nella costruzione all’approvvigionamento energetico. Lo stabile è infatti dotato di un impianto fotovoltaico in grado di produrre autonomamente energia elettrica per 37 kw/h;

quando questa non sarà sufficiente utilizzerà la rete, ma con energia proveniente per il 100% da fonti rinnovabili, ovvero carbon free. Le sfide imposte dal climate change vanno insomma, da queste parti, di pari passo con la promozione di una pratica sportiva sempre più responsabile e attenta al territorio, secondo una filosofia che contraddistinguerà sempre più l’attività di Manifattura Valcismon, o meglio di MVC Group, anche negli anni a venire.

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Fatti di casa nostra di Nicola Maccagnan

Giordano Cremonese, il “patron” Storia di una passione per lo sport divenuta anche un successo imprenditoriale.

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tagliare il nastro del nuovo MVC Store di Santa Lucia non poteva essere che lui, Giordano Cremonese, storico patron del Gruppo, che oggi ha passato il testimone ai quattro figli, ma fa sentire ancora forte la sua preziosa esperienza in azienda. Un amore, quello per lo sport, che si è trasfuso dalla pratica di numerose discipline (lo sci, il calcio, il rugby e non solo) all’esperienza professionale e imprenditoriale. Non nasconde l'emozione “il dottore” - così conosciuto per la sua laurea in medicina che esercitò per qualche anno prima di dedicarsi all'impresa di famiglia - difronte alla nuova “creatura” sorta allo svincolo di Arten. Perché la decisione di far nascere questo nuovo store? Ci siamo ampliati dalla sede di Fonzaso, racconta Giordano Cremonese, perché gli spazi erano oramai stretti, ma soprattutto avevamo necessità di ampliare l'area dedicata agli uffici. Qui (dove è sorto il nuovo MVC Store) avevamo un appezzamento di terra lasciatomi da mio papà. Undici anni fa andai in Comune a Seren per vedere se era possibile trasformarlo da terreno agricolo ad industriale; dopo una lunga trafila burocratica, e grazie al supporto delle Amministrazioni, siamo riusciti ad arrivare al risultato. Cosa rappresenta questo nuovo store

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per l'azienda non solo in termini commerciali, ma anche di immagine? E' molto più di un negozio. Ci sono infatti tre aree ben distinte dedicate ai tre marchi aziendali: Sportful, Karpos e Castelli ed è soprattutto una iniziativa destinata al potenziamento del nostro marketing, che oggi rappresenta uno strumento fondamentale di sviluppo. L'azienda si sta espandendo molto bene e quindi abbiamo cercato di dare vita ad una iniziativa funzionale, ma anche molto bella sul piano estetico. Inevitabile poi andare con la memoria alla storia dell'azienda... Ricordo i primi anni, molto diversi da quelli attuali. Mi alzavo la mattina alle 3 o alle 4 per andare a Milano, come avevano fatto mio papà e mia mamma. Io devo sempre ringraziare i miei genitori, che fecero partire l'azienda nel 1946, esattamente il 16 agosto del 1946. L'attività fu avviata a Lamon perché mio padre aveva acquistato delle macchine per la filatura della lana e l'altopiano, con gli allevamenti di pecore, rappresentava la sede più naturale per approvvigionarsi della materia prima. Dopo circa un anno e mezzo cominciarono ad arrivare anche le lane pregiate dall'Australia e dalla Nuova Zelanda e allora mio padre decise di trasferire l'attività a Fonzaso, più comoda alle vie di comunicazione verso la pianura. Poi nel 1960 siamo passati alla nuova struttura, quella attuale. Dopo più di 70 anni di attività, il suo entusiasmo per il lavoro e l'azienda sono ancora quelli di un tempo? Assolutamente sì. Nonostante qualche acciacco dovuto all'età, vado quasi tutti i giorni in fabbrica, altrimenti perdo i contatti con le persone, soprattutto quelle

nuove. Un tempo ero abituato a girare costantemente per i reparti e gli uffici e a conoscere singolarmente tutti i miei collaboratori e non solo; oggi – per molte ragioni – è diventato più difficile, però tengo duro. Qual è secondo lei oggi l'arma vincente per restare sui mercati? Il marketing sicuramente e poi la qualità della merce, che è diventato il nostro primo obiettivo. Fino al duemila ci eravamo orientati molto di più sulla quantità e le cose non andavano bene; piano piano abbiamo capito che era necessario puntare di più su articoli belli e di alta qualità, che entusiasmassero il cliente al suo ingresso in negozio. Un altro punto fondamentale del successo sono poi i tempi di consegna: se il cliente riceve la merce in tempo la vende subito, altrimenti il ciclo rischia di incepparsi. Quest'anno, in cui per le note vicende legate alla pandemia siamo rimasti tutti senza merce, anche noi abbiamo sofferto della carenza di tessuti, ma grazie al fatto che abbiamo dei magazzini ben riforniti per tempo siamo riusciti a consegnare prima degli altri. Un segno di lungimiranza che testimonia di una vision imprenditoriale al passo con i tempi, con la voglia di primeggiare che il dottore ha trasferito in questi decenni dalla sua passione sportiva a quella per la propria azienda e le persone che lo circondano.


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Lina Wertmüller, la prima Giamburrasca

Addio a uno dei nomi più importanti della storia del cinema italiano. “Non badare a chi cercherà di insegnarti il lavoro con tecniche sofisticate, tu racconta la tua storia come se la raccontassi al bar ai tuoi amici”. Questo mi disse Fellini e io lo feci.

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ina Wertmüller era una signora aristocratica e brusca, che travolse l’Italia e il mondo con il suo cinema d’amore e di anarchia che mescolava risate e critica sociale con ironia e lotta di classe. Un cinema visionario ma allo stesso tempo concreto e incisivo. Irriverente, spontanea e a volte spudorata, fu cacciata da ben undi-

ci scuole e imparò il mestiere di regista da Fellini, per il quale fece l’aiuto regista ne “La dolce vita”. Un aneddoto racconta che quando un giorno Fellini, seduto con lei in taxi, scorse nella corsia opposta un taxi con un passeggero "con la faccia giusta", le ordinò: "scendi e segui quel taxi!". E lei, come se niente fosse, si trasformò in inseguitrice per procurare a Fellini una faccia. Non solo Fellini, ma anche l’immenso Eduardo e tutta Napoli con lui, sono entrate spesso nel suo cinema. Per questo e per molto altro, Napoli le regalò nel 2015 la cittadinanza onoraria. Lina Wertmüller ha saputo regalare al cinema una donna nuova con gli episodi dello sceneggiato televisivo 'Il Giornalino di Gian Burrasca', disegnandola con l’irriverenza che la contraddistingueva e con l’energia che emanava, attraverso l’interpretazione di Rita Pavone che, anche fisicamente, la ricordava. Ma il suo contributo al cinema non finisce qui, dato che Lina Wertmüller

ha regalato all’Italia un’altra donna meravigliosa: Mariangela Melato, che con Giancarlo Giannini ha formato una coppia perfetta in “Film d’amore e d’anarchia”, ma soprattutto in “Travolti da un insolito destino”, film nel quale si mescolano, in un cocktail irresistibile, sesso e lotta di classe, erotismo e politica. Non c’è film d’amore più sensuale e più amaro. Tuttavia, alla fine la donna più rivoluzionaria fu proprio lei, non solo nel cinema, ma in tutto ciò che la riguardava. Nel 1977 fu la prima donna a essere candidata come regista agli Oscar con il film “Pasqualino Settebellezze”, di cui era protagonista Giancarlo Giannini nel ruolo di un guappo napoletano, mentre la consacrazione arrivò finalmente il 27 ottobre del 2019 quando ricevette l’Oscar alla carriera. Quel giorno, all’età di 91 anni, salì sul palco accompagnata da Sofia Loren e dalla figlia e disse: "Bisogna cambiare il nome a questa statuetta, chiamiamolo con un nome di donna, Anna".

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Storie di casa nostra di Nomia da Rotmen

"ONORE AI BELLUNESI: I MAGNIFICI SETTE”

U

n archeologo di fama internazionale. Una ematologa impegnata nella lotta al Covid. Un imprenditore. Un matematico che ha contribuito a recuperare gli affreschi del Mantegna distrutti dai bombardamenti. Un fisarmonicista di rilievo. Un uomo attivo nella solidarietà internazionale e un altro nell’associazionismo. Cosa li accomuna? Il fatto di essere tutti bellunesi che si sono fatti valere lontano da Belluno. Sono gli “ambasciatori” della bellunesità, insigniti il mese corso del “Premio bellunesi che hanno onorato la provincia in Italia e nel mondo”, istituito da Provincia e dall'Associazione Bellunesi nel Mondo. E' stata una giornata di festa a Lamon, per quella che è stata ribattezzata dal ministro D’Incà e dal presidente della Provincia la «Giornata dell’orgoglio bellunese».

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«I bellunesi sono capaci di grandi sacrifici, ma anche di grandi opere, grazie ai valori che portano dentro» ha detto il ministro D’Incà, intervenuto alla cerimonia di un premio che ormai ha vent’anni di storia alle spalle. «Vent’anni in cui sono state premiate decine e decine di bellunesi, a testimoniare da una parte il fenomeno dell’emigrazione che contraddistingue il nostro territorio, dall’altra la grande capacità che hanno i nostri conterranei. Dovunque sono andati e dovunque vanno, si fanno apprezzare per il lavoro, l’impegno, e le grandi doti umane e professionali». Sette i premiati, ovvero,

citando il titolo di un celebre film, i magnifici sette. Persone che si sono distinte nel lavoro e nella società. Fausto Bortolot, imprenditore e gelatiere, discendente di una famiglia che ha cominciato a fine Ottocento a portare i gelati artigianali in giro per l’Europa centrale, e che ha fatto fortuna in Austria e Germania. Massimo Fornasier, il matematico che ha studiato un modello per il recupero degli affreschi di Mantegna a Padova, andati distrutti sotto i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. E poi Paolo Forlin, archeologo lamonese oggi attivo a Chicago, impegnato in numerosi incarichi di ricerca. Ivano Battiston, docente di fisarmonica al conservatorio “Cherubini” di Firenze e vincitore di numerosi premi internazionali. Dino Bee, nato a Lamon, cresciuto in Svizzera, membro del Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra, responsabile delle “banche del sangue” con missioni in Pakistan e Cambogia e, successivamente, amministratore e coordinatore amministrativo in ambito ospedaliero in sei


Storie di casa nostra

Paesi diversi dall’Africa al Medio Oriente. Camargo Ronchi, pronipote di emigrati bellunesi in Brasile, che lavora instancabilmente per mantenere viva la memoria, la cultura e i valori della sua terra d’origine, fino alla fondazione dell’Associazione Bellunesi nel Mondo Famiglia Jaragua do Sul. E Giustina De Silvestro, nata a Domegge di Cadore, direttrice della prima banca italiana del siero iperimmune che si è dimostrato molto efficace nella cura del virus SarsCoV-2, in una fase in cui ancora non c’era il vaccino o altri medicinali in grado di contrastarlo. «Il mio territorio mi ha dato molto, specialmente il carattere – ha detto proprio la dottoressa De Silvestro -. Non dobbiamo mai dimenticare le nostre origini. Neanche quando capiamo che Belluno – purtroppo – è ancora sconosciuta: a noi il compito di farla conoscere e apprezzare fuori dalla provincia».

Proprio la montanità è stata vista da molti dei premiati come un valore aggiunto, non tanto come un limite. «Chi viene dalla montagna sa che non è un limite, bensì occasione per superare i propri limiti» le parole di Massimo Fornasier. «La montagna me la sono portata nel lavoro, ma la vivo anche come un abbraccio che mi accoglie ogni volta che torno». Già, tornare. Come il nuovo inno dei Bellunesi nel mondo, “Io ritornerò”, scritto, cantato e presentato dal sindaco-cantautore Mauro Da Rin Bettina, già primo cittadino di Vigo di Cadore. Tornare è anche l’obiettivo dell’associazione Abm; o meglio, far tornare i giovani che ancora oggi emigrano in cerca di occasioni di lavoro e sviluppo professionale che spesso in provincia mancano. Proprio l’associazione Bellunesi nel Mondo ha messo in piedi un progetto per incrociare domanda e offerta di lavoro, in modo da permettere ai professionisti espatriati di tornare. Ma c'è anche chi non è più tornato e non tornerà più. Il premio ha ricordato anche

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loro, le persone che si sono distinte nel mondo dell’emigrazione. In particolare, le persone scomparse. I riconoscimenti alla memoria sono andati ad Argentina Gavaz (Limana), Armando De Pellegrin (Belluno), Emilia Olivotto (Zoppè di Cadore), Emilio Bridda (Sospirolo), Eside Tison (Belluno), Federico Alonso (Santa Giustina), Benedetto Fiori (Calalzo di Cadore), Gasperino Cesco Gaspere (San Pietro di Cadore), Ganluigi Bazzocco (Fonzaso), Gianni Secco (Belluno), Giuseppe De Biasi (Belluno), Luisa Bona (Tambre), Mariangela Collarin (Longarone), Mauro Macutan (Cencenighe Agordino), Natale Trevissoi (Belluno), Oreste Tormen (Borgo Valbelluna), Roberto Ceol (San Gregorio nelle Alpi), Roberto Sommariva (Rivamonte Agordino), Tonino Zampieri (Belluno).

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Il bullo: un gattino mascherato da leone

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empre più di frequente assistiamo ad episodi di bullismo e ad altre sfumature di violenza nella società contemporanea, talvolta con risvolti anche tragici. Oggi facciamo parte della società del ''4g ''e del ''4k'', e ci stiamo evolvendo, almeno tecnologicamente, con tale celerità, che se volessimo filmare gli ultimi anni di sviluppo, sarebbe difficile per la sensibilità umana coglierne ogni singolo fotogramma. Eppure, nonostante ciò, ancora domina soprattutto tra gli adolescenti una problematica che pone le sue radici nell'humus degli albori dell'umanità.

È da sempre esistita in effetti la ''Legge del più forte'', non solo tra gli ordini ferini ma, cosa più grave, anche tra gli esseri umani, ossia creature che dovrebbero essere forniti di quell' humanitas a cui aspirava Cicerone, di quella virtù d'umanità e del saper vivere in comunità (svolgere pacificamente il loro ruolo di cittadini insieme ''cum'' altri). Spesso a scatenare tanta inaudita violenza è la penuria o la fallacia degli esempi da seguire nella prima formazione (domestica) e in quella istituzionale. I ragazzi spesso trovano nel genitore la figura autoritaria da imitare ed emulare ove possibile, senza

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poter discernere ciò che di morale ed immorale rientra tra le azioni abitudinarie di quest'ultimo. E' proprio la famiglia, quella che dovrebbe tirare fuori il meglio da ciascuno di noi, a scatenare questa metamorfosi nei ragazzi, trasformazione che li vede passare da quieti ragazzini a furiosi e violenti adolescenti. Spesso essi tendono a ripetere meccanicamente le azioni di violenza domestica, autoingannandosi ed attribuendosi un codice morale basato sullla sola virtù della forza fisica, piuttosto che della sensibilità e della cultura, dimenticando che ad avere la meglio

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Società oggi nel mondo del'' recte vivere '' e della meritocrazia dovrebbe essere Davide e non Golia. Di recente, attraverso l'uso dei social, tale violenza riesce a trovare dei sotterfugi e a fuggire dalla censura scolastica e sociale, per tradursi in violenza verbale che soliamo definire cyberbullismo. Arginare il pericolo di quest'ultima specie di violenza è ancora più arduo. Essa riesce ad aprire ferite non rimarginabili nell'animo dei ''diversi''e dei più deboli, se è vero che la lingua ferisce più della spada, senza che ''i grandi''se ne accorgano,se non troppo tardi. E così il bullo,colui che maschera le sue ferite con le armi, colui che in sè fragile appare forte ai più, colui che nella sua etimologia di marca settentrionale era il compagno più accetto e divertente per il suo fare egocentrico, riesce ancora una volta a farla franca, avendo come complice un sistema di comunicazione averbale.

Bisognerebbe forse tornare a dialogare? Necessitiamo forse di scrutare ''de visu'' i problemi dei nostri figli? Forse le autorità dovrebbero controllare di più i social prima che il debole si trasformi

in bullo, prima che il buon dottor Jackyll rivesta i panni del violento Hyde? Al lettore l'ardua sentenza!

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Le strategie per la sicurezza stradale

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l tema della sicurezza stradale è un aspetto del quotidiano che tocca ciascuno di noi, automobilisti, pedoni o ciclisti, per i rischi che si corrono lungo le strade, teatro di eventi talvolta con finale tragico. L’anno 2020, comunemente ritenuto come da dimenticare, ha tuttavia mostrato un aspetto positivo, l’essere quello in cui, secondo l’Istat, si è registrato il maggior calo di incidentalità stradale e di relativi danni con “soli”159.249 feriti e 2.395 morti, come ovvia conseguenza delle restrizioni connesse alla pandemia da Covid-19. Andando invece a osservare i dati dell’anno immediatamente precedente, il 2019, scopriamo come i 172.183 incidenti verificatisi con danni alle persone abbiano determinato 3.173 decessi e 241.384 feriti. Numeri importanti, benché già in tendenziale riduzione rispetto all'annualità 2018 e minimi rispetto alla decade precedente. Pedoni e i ciclisti i soggetti maggiormente coinvolti nei decessi, per circa un quarto del totale, con un ulteriore quarto rappresentato dagli utenti delle due ruote a motore. L’ ambito urbano è stato teatro di quasi 3/4 degli incidenti

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con danni alle persone, mentre la rete autostradale e i suoi raccordi, ove si circola a più alta velocità, sono stati interessati dal 5% degli eventi. Tra le cause le prime tre in ordine di frequenza raccolgono oltre il 38% degli eventi: la distrazione alla guida, il mancato rispetto della precedenza e la velocità troppo elevata. Consapevoli di come l’errore umano sia l’anello debole, favorire la completa e corretta percezione del contesto e mitigare le conseguenze di eventuali errori sono elementi su cui gli operatori del settore possono lavorare per limitare sempre più il numero e l’entità dei danni che la statistica ci offre impietosamente. Le norme che regolano la guida, prime tra tutte il Codice della Strada e il suo Regolamento di esecuzione, si accompagnano così a ulteriori norme tecniche per la progettazione e la realizzazione di strade e intersezioni. Una normativa tecnica che, nella parte indirizzata alla progettazione, sconta spesso una grave limitazione, non tanto rappresentata da un difetto della norma, quanto invece dal suo scontro con la realtà. Una realtà che vede da un lato una proposta progettuale con rapporti ottimali delle dimensioni o tra gli sviluppi dei rettifili e delle curve, oppure dei raccordi orizzontali e verticali. Dall’al-

tro una rete esistente ben lontana dal rispetto delle stesse regole, costruita in epoche in cui la dimensione del traffico non era quella di oggi, inserita in contesti in cui le limitazioni al contorno, tra cui l’orografia, non agevolano l’applicazione delle regole ottimali, come ben sa chi opera in ambiente montano o in contesti già densamente urbanizzati. Tuttavia, sono molteplici le esperienze, le circolari o le norme che, in diverse nazioni hanno sostenuto la spinta verso la sicurezza lungo le strade, fino a giungere a una definizione che ha visto le istituzioni Europeo come fulcro di un’iniziativa di omogeneizzazione, attuata con la Direttiva 2008/96/CE, recepita in Italia dal Decreto Legislativo 35/2011. Purtroppo, il decreto ha scontato alcuni ritardi nel suo avvio, in quanto attivato in termini operativi all’inizio del 2019, divenendo però uno strumento importante per il futuro. Molte le novità introdotte, a partire da un approccio a scalare che vede l’attuazione delle nuove procedure a partire dalla rete TEN (Trans-European Network), rappresentata dai collegamenti a scala europea, per poi estendersi all’intera rete di interesse nazionale e da qui alle strade di livello inferiore e di proprietà delle Regioni e degli Enti Locali, per i quali il coinvolgimento era inizialmente previsto nel 2021. Il decreto principale agisce tramite una serie di decreti attuativi, il primo dei quali riguarda appunto le “Linee Guida per la gestione della sicurezza nelle infrastrutture stradali”. Gli oneri che investono i gestori e i progettisti non sono certamente marginali, a partire dall’istituzione delle attività di ispezione e di controllo. Le ispezioni indirizzate alla valutazione delle strade in


Società e cittadino esercizio, mentre i controlli rivolti verso l’ambito della progettazione di nuove opere o di adeguamento di quelle esistenti. Un controllo che accompagna la nuova opera in ogni sua fase, dalla progettazione, durante la fase costruttiva, oltre che nel primo anno della sua entrata in servizio. Ulteriore innovazione riguarda la richiesta di accompagnare il progetto, fin dalle sue prime fasi di ideazione, con una Valutazione di Impatto sulla Sicurezza Stradale (VISS) una specifica analisi che coinvolge diversi punti di osservazione, tutti indirizzati ad evidenziare quelle criticità di sicurezza che la progettazione è chiamata ad affrontare e risolvere. Un approccio che potrà sembrare banale, ma non lo è nel momento in cui la realizzazione di un’infrastruttura o un suo adeguamento devono affrontare percorsi approvativi abbastanza tortuosi, articolati e complessi, dove talvolta

l’attenzione si concentra su alcune esigenze, portandone altre in secondo piano, benché tra quelle che dovrebbero comunque comporre l’utilità complessiva dell’opera. Il Dlgs 35/2011 punta a garantire che la sicurezza della circolazione sia tra i temi da mantenere costantemente in primo piano. L’attuazione del decreto è nella sua fase di attenzione verso la rete TEN, ma ci si augura che veda quanto prima un’estensione verso le reti di livello inferiore, anche urba-

ne in quanto lì, come abbiamo visto in apertura, sussistono i rischi maggiori. L’esperienza diretta nei controlli ha portato il sottoscritto a sperimentare come un percorso condiviso tra soggetti che affrontano un tema partendo da punti di osservazione diversi conduca a una più efficace proposta delle soluzioni.

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“LA RAGAZZA COPERTINA” CERCA

Il periodico FELTRINO NEWS cerca modelle, fotomodelle e ragazze, anche non professioniste, di età compresa tra 18 e 40 anni, per selezionare le “RAGAZZE COPERTINA” da pubblicare, mensilmente, in copertina del mensile e riservando alle prescelte un’ampia intervista (2-3 pagine) da parte del direttore responsabile. Il servizio fotografico, che sarà realizzato da un fotografo professionista, l’intervista e la pubblicazione delle foto anche all’interno del giornale, sono a titolo gratuito. Le interessate dovranno inviare 3-5 foto (possibilmente con una in primo piano del viso) e un recapito telefonico per contatto a: direttore.feltrinonews@gmail.com. Alle prescelte sarà richiesta la sottoscrizione della liberatoria per l’uso e la pubblicazione delle foto. Per ulteriori informazioni: 333 2815103 (Armando Munaò - direttore responsabile) 347 2770162 (Alessandro Paleari - responsabile grafica e impaginazione)


La ragazza copertina di Armando Munaò

VALENTINA... amore, famiglia

e amicizia... i veri valori della vita Qualcuno un giorno disse che “non è bello quel che è bello, ma è bello quel che piace”. Nel nostro caso, nel caso della nostra “ragazza copertina” mai detto è stato più appropriato. Valentina, infatti, rappresenta, ovviamente a nostro modesto avviso, i canoni che caratterizzano una bella ragazza che veramente piace e attira. E ciò avviene non solo per la semplicità dei suoi lineamenti “acqua e sapone” o per il sorriso e lo sguardo accattivante, ma anche e principalmente per la spontanea empatia che riesce a trasmettere. Nella nostra intervista, poi, ci siamo anche resi conto, con estremo piacere, che Valentina poggia la sua essenza, il suo essere “donna” e il suo modo di vivere, su quei sani e reali valori che hanno nella famiglia, nell’amore, nell’amicizia e nel rispetto altrui, la loro più altra concretizzazione. L’INTERVISTA Valentina ci puoi dare un concetto di bellezza? Penso che questo concetto, così come ci viene rappresentato dalla società, venga in qualche modo esagerato ed esasperato. Per me la bellezza è emozione, quindi, a costo di risultare banale in ciò che dico, sono davvero convinta che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. Il problema è che spesso ci vengono presentati modelli distorti

di quello che è la bellezza e non tutti sono sufficientemente preparati ad andare “controcorrente”, mantenendo la propria convinzione di fronte alle imposizioni sbagliate della società. Quanto è importante la presenza della famiglia nella crescita e nella formazione, anche morale, di una ragazza? La presenza della famiglia nella crescita di una ragazza è fondamentale: credo che l’educazione sia il pilastro della formazione personale, soprattutto per gli adolescenti. I valori morali che mi verranno trasmessi saranno le fondamenta su cui andrà a costruirsi la mia persona e quindi la famiglia ha questo importantissimo e difficile compito di educatore, ma anche di sostenitore verso la mia crescita. Credo poi che una piccola parte della propria crescita dipenda anche da noi stessi, da ciò che si vuole diventa-

re e dai valori che si sceglie di far propri. E a proposito di valori credi che nella nostra odierna società, specialmente nel grande universo giovani, si siano persi i concetti di morale e di “buona” educazione? Non credo che questi valori si siano persi, ma piuttosto siano stati ridimensionati e un po’ messi da parte. Sono comunque convinta che tutta la “colpa” non sia attribuibile solo ai giovani, ma molto dipenda dall’educazione e dalle influenze che hanno ricevuto durante la loro crescita. È innegabile che nella società odierna alcuni aspetti della vita siano cambiati (e sempre lo faranno, nel corso del tempo) e i giovani sono inevitabilmente i più esposti a questi cam-

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La ragazza copertina biamenti. Il vero problema, a parer mio, è che i giovani vengono spesso caricati da troppe aspettative e questo finisce per opprimerli a tal punto che il loro desiderio è solo quello di fuggire, non certo di imparare educazione e rispetto imposti in un modo così inflessibile. Che rapporto hai con i tuoi familiari? Con la mia famiglia ho un bellissimo rapporto e posso considerarmi molto fortunata da questo punto di vista: in ogni cosa che ho fatto, in ogni scelta che ho intrapreso e per ogni errore che ho fatto in questi anni, ho sempre potuto contare sul loro supporto e anche sui loro (necessari) rimproveri. Per me è importante avere il loro sostegno e

l’unica cosa che conta per me è che siano orgogliosi di ciò che faccio. Penso sia fondamentale che la famiglia, ma soprattutto i genitori verso i figli non abbiano solo aspettative, ma che siano presenti, come possono, nella loro vita. I miei genitori ci sono sempre stati per me, sotto ogni punto di vista. E questo ha contribuito molto a farmi crescere e maturare come persona. E con gli amici? 40

Con i miei amici ho sempre avuto un ottimo rapporto e ho sempre preferito la qualità alla quantità: per me è importante circondarmi di persone con cui sento di avere un’affinità, con cui mi sento a mio agio. Sono quel tipo di persona che parla con tutti e fa nuove conoscenze senza particolari problemi, ma che alla fine preferisce avere quelle poche persone fidate nella propria vita. Purtroppo, da quando mi sono trasferita a Verona con il mio ragazzo, le possibilità di vedere le mie amiche si sono ridotte, ma il nostro rapporto non è cambiato e troviamo sempre il modo di rimanere in contatto. Per me questo è l’aspetto più

importante dell’amicizia. Molte ragazze appaiono sempre più spregiudicate nei loro atteggiamenti. A tuo parere ciò a cosa è dovuto? Sono del parere che per i giovani della nuova generazione siano cambiati i concetti di “integrarsi” e “avere successo”: tutti vogliono essere accettati dai coetanei o fare carriera puntando solo sul proprio aspetto, troppo spesso sempre più “sopra le righe”. La cosa sconvolgente e veramente sbagliata è che la società non fa niente per contraddire questa opinione diffusa tra i ragazzi, ma anzi, la sostiene e la favorisce. Essere una ragazza a cui piace farsi notare non


La ragazza copertina è una cosa negativa, ma la linea sottile che divide l’essere di bella presenza e curata viene spesso oltrepassata a favore di un eccessivo esibizionismo, oltretutto, a mio avviso, poco piacevole. E cosa pensi del grande uso dei social nella nostra quotidianità. Penso che i social siano un mezzo potentissimo per comunicare, soprattutto con i giovani che ne sono i principali utilizzatori. Il problema è proprio che questo mezzo può essere pericoloso, se usato male o sfruttato troppo. Personalmente, non amo i social e cerco di limitare il loro utilizzo. Ormai credo che per la maggior parte delle persone sia diventato normale ed indispensabile ricorrere ai social, che sia per noia o per essere ciò che non si è nella realtà. C’è chi li usa per timidezza, perché lì tutto è più facile, ma anche per diffondere odio e contenuti che violano la privacy di altre persone. In un mondo che è sempre più digitalizzato e virtuale, spesso è difficile riuscire a mantenere distinte vita sociale e “vita social” e questo contribuisce ad allontanare sempre di più i giovani dalla realtà vera e propria. Hai mai partecipato a concorsi di bellezza? No, non ho mai partecipato a concorsi di bellezza e non è una strada che vor-

rei intraprendere. Ho partecipato come “modella” per alcuni cataloghi di un parrucchiere locale, ma si è trattato di un’attività diversa, qualcosa di fatto per divertirmi. Non mi ci vedo a partecipare a sfilate e concorsi e sicuramente non rientro in quella categoria di ragazze che vorrebbero partecipare ad esempio a Miss Italia. Come tutte le ragazze, presumo tu abbia uno o più sogni nel cassetto. Il tuo o i tuoi? Sogni nel cassetto ne ho avuti e ne ho tanti: alcuni sono ancora lì, non si sa mai. Altri sono stati scartati o sostituiti da progetti più ambiziosi. Per ora il mio

obiettivo è terminare, al meglio, i miei studi universitari in psicologia e riuscire poi a trovare il mio posto nel mondo

del lavoro. Nel mio piccolo, vorrei far capire alle persone che lo stigma verso la psicologia come qualcosa “per i matti” è sbagliato. C’è un mondo infinito ed affascinante dietro alla nostra mente e credo che pensare “siamo tutti un po’ psicologi”, riassuma perfettamente il pregiudizio che c’è nel nostro paese verso questo ambito.

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Società in controluce di Patrizia Rapposelli

LA DONNA MODERNA DAL PUDORE CORROSO “Cor gentile”: la gentilezza è la nobiltà d’animo, l’elevatezza del pensiero, la disposizione verso la virtù, la sensibilità e la delicatezza, la capacità di provare sentimenti profondi. La donna ha l’aspetto di un angelo e la letteratura cortese agli occhi dell’uomo la fa risplendere come gli angeli a quelli di Dio. Cosa potrebbero scrivere i poeti del dolce stil novo della donna moderna e dell’uomo che la vede?

I

l poeta Guinizzelli esprime sottilmente nella sensibilità, la delicatezza e il riserbo il concetto di pudore.

Recenti ricerche fanno emergere il crollo del senso pudico della donna moderna, sembra una banalizzazione, ma i numeri fanno parlare di sé e privati di ogni forma moralizzatrice ci mostrano una vera e propria evoluzione sociale. L’eccesso o il falso pudore hanno caratterizzato la storia dalla Roma repubblicana, al suo scomparire nell’epoca imperiale ad oggi: dalla verecondia difesa e controllata alle oscenità più manifeste, dalla tenerezza erotica alla pornografia più indecente, dalla sessuofobia al per-

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messivismo privo di limiti; estremi che indicano lo stretto legame che c’è tra cultura e pudore. Infatti si deve fare i conti con i valori e i comportamenti della società di appartenenza, i quali interiorizzati condizionano chi siamo e la pudicizia non sembra una qualità propriamente valorizzata. Il significato vede muoversi tra due poli semantici, dove da un lato indica un senso di riserbo e disagio in allusioni, termini, atti, comportamenti che riguardano la sfera sessuale; dall’altra il ritegno, la discrezione e il rispetto della propria e altrui sensibilità. Il secondo senso oggi non

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Società in controluce viene quasi considerato, ci si concentra maggiormente sulla prima concettualizzazione ed in particolare nell’ottica comune lo si collega al tabù e all’”uso” del corpo. Da qui una visione distorta della donna pudica, la quale viene scambiata per poco aperta e incapace di provocare piacere nel maschio, mentre la donna spregiudicata e disinibita strumento di potere e seduzione; ritengo ci vorrebbe un equilibrio, ma nella società dell’immagine non è possibile. Ruolo centrale lo hanno i media e il mondo televisivo con le loro immagini selezionate e l’idea comune di fare un uso manipolatorio del corpo delle donne; vediamo una figura femminile dall’ interiorità accantonata e dall’accettazione passiva. Rifletterei sul fatto che lo schermo diventa comunicazione, educazione e memoria, condiziona una cultura e le menti di chi la guarda, credo i dati della ricerca parlano da sé.

Se pensiamo in prospettiva psicologica osserviamo che il pudore fa riferimento al senso dell’intimità legato al corpo, alla percezione di un confine che pur avendo distanze differenti non va violato e ha valore psicologico. Umberto Galimberti ci dice essere una forma di difesa da parte di un’intrusione anche psicologica di terzi: siamo sicuri che non ci sia nulla da proteggere di sé? La naturalezza dello spogliarsi, il corpo che piace essere mostrato, l’idea che la spregiudicatezza sia un modo per apparire sicure e un mezzo per ottenere una dislocazione sociale

sono solo specchi di una società che assottiglia sempre più confini e limiti. La donna angelica ha lasciato lo spazio ad una donna dal senso pudico fisico corroso e dall’evidente senso pudico nei sentimenti: ci si vergogna ad apparire fragili, innamorati e delusi. Vi lascio con una riflessione: forse la donna cortese alla fine era più coraggiosa.

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Tra letteratura e storia di Silvana Poli

Dante Alighieri,

il poeta che arrivò alle stelle

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ante è il più importante autore della letteratura italiana e la Divina Commedia, può essere considerata una delle opere più autorevoli della cultura occidentale. Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265. All'età di 9 anni incontra Beatrice, la fanciulla che segnerà indelebilmente la sua vita. La incontra di nuovo nove anni dopo, quando lei, per la prima volta, lo saluta. Questo cenno si imprime nel cuore del poeta, che se ne innamora, perdutamente. La famiglia, come era consuetudine, gli aveva già destinato una moglie e a 20 anni, Dante sposa Gemma Donati, figlia di un importante esponente della nobiltà fiorentina. In questi anni scrive alcune opere, la più importante delle quali è La vita nova. In essa il poeta celebra il suo amore per Beatrice, morta a 24 anni; conclude dichiarando che non scriverà più di lei

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fino a quando non potrà parlarne in maniera più degna. La famiglia di Dante appartiene alla piccola nobiltà in un tempo in cui si contendono il potere nei comuni italiani i guelfi e i ghibellini: due partiti che si schierano l’uno dalla parte del papa e l’altra da quella dell’imperatore. Ma, quando i ghibellini vengono sconfitti, i guelfi fiorentini, non riuscendo comunque ad andare d’accordo, si dividono in Bianchi, che non vogliono l’ingerenza del papa nella politica di Firenze, e Neri, supportati dal papato. Dante si schiera dalla parte dei Bianchi. Verso la fine del Duecento il poeta inizia una brillante carriera politica che lo porta ad essere prima nel Consiglio del Popolo e poi nel Consiglio dei Savi. Nel 1300 viene addirittura eletto, per un bimestre, all’alta carica di Priore. La sua carriera folgorante però è destinata a concludersi presto. Infatti nel 1301 Dante viene inviato a Roma, assieme ad altri esponenti di parte bianca, per parlare col papa Bonifacio VIII, ma il pontefice fa il doppio gioco. Mentre a Roma il papa parla con i Bianchi, a Firenze i Neri prendono il potere con l’approvazione papale. I rappresentanti dei Bianchi che erano a Roma vengono dichiarati fuorilegge, quelli che sono a Firenze vengono cacciati. Dante viene ingiustamente accusato di baratteria; non farà più ritorno nella sua amata patria! Il nuovo secolo segna quindi per Dante l’inizio di una nuova vita all’insegna

della scrittura nelle varie corti della penisola. Muore a Ravenna nel 1321 senza aver più rivisto Firenze. Tra il 1301 e il 1306 inizia a scrivere le opere che lo consacrano padre della lingua italiana. Il De vulgari eloquenza è un trattato scritto in latino. L’intenzione del poeta è quella di spiegare al pubblico colto, le potenzialità nella nuova lingua: il volgare è ormai una lingua matura al punto da poter affrontare qualsiasi argomento. Anche il Convivio è trattato scritto invece in volgare. Il titolo rinvia all’idea della festa, della condivisione. Dante infatti si pone come un esperto padrone di casa che apre le porte del suo sapere e invita ognuno di noi alla tavola della conoscenza. Vuole che ogni cittadino possa nutrire la sua anima al banchetto della sapienza e della cultura. Ma entrambe le opere rimangono incompiute forse perché intorno al 1306 inizia a scrivere la sua opera più importante, la Divina Commedia. Il poeta racconta di aver viaggiato nei tre regni dell’oltretomba medievale:


Tra letteratura e storia

Inferno Purgatorio e Paradiso. Il viaggio inizia nella paura: il poeta si è perso nella Selva oscura, un luogo da cui non è mai uscita anima viva. Quando sta per farsi cogliere dalla disperazione, arriva dall’alto un aiuto insperato. Tre donne, che stanno in Paradiso, si muovono in suo soccorso: la Madonna, santa Lucia e Beatrice. Ecco dunque che ritroviamo la donna amata, quella di cui aveva smesso di parlare nella Vita nova. Lei è in Paradiso. Ed è in virtù dell’amore per lei che Dante compie quel viaggio straordinario: è l’amore per Beatrice che lo porta a riconoscere i suoi errori, a purificarsi e così ad elevare il suo animo. La Divina commedia ha avuto da subito un successo straordinario per diversi motivi. Innanzitutto le parole di Dante sono “vere”, sono dotate di verità. Raccontano infatti di un viaggio che l’uomo Dante ha percorso, un cammino all’interno del suo Inferno personale, che è simile all’inferno che ogni uomo incontra in qualche fase della vita. Il poeta è stato cacciato dalla sua terra, dalla sua gente. Quanti uomini e donne oggi hanno dovuto lasciare case e affetti? Dante ci racconta il suo sentire, tra le inevitabili paure che lo assalgono e le risorse di cui dispone: uno stato d’animo che è comune all’uomo di ieri e a quello di oggi. Nell’Inferno e nel Purgatorio il poeta incontra i vizi e le virtù degli uomini, modelli negativi e modelli positivi. In questa alternanza tra bene e male, Dan-

te ci mostra che ogni estremismo è sempre sbagliato. Nell’Inferno ci indica la cristallizzazione del male, i rischi di chi persevera nell’errore e non si assume la responsabilità dei propri sbagli. Nel Purgatorio invece insegna che qualsiasi colpa può essere espiata, quando si è disposti a farsi carico degli errori commessi, e, per aiutare i penitenti, la Somma Sapienza ha posto degli angeli virtuosi che indicano le virtù necessarie per uscire dal peccato. Il percorso di purificazione porta poi tutte le anime in Paradiso, nella pace, nella beatitudine suprema. Ma un simile viaggio non si può compiere in solitudine. Nessun uomo potrà mai riuscire ad affrontare i propri demoni da solo: c’è bisogno di una guida, un buon padre, un maestro. Così il poeta è affiancato da Virgilio prima, da Beatrice e San Bernardo poi. Quando affrontiamo i nostri demoni abbiamo bisogno di aiuto, per non soccombere, per imparare, per voltar pagina. Il maestro è colui che sa dire la parola giusta al momento giusto, che indica la via da intraprendere, ma che lascia che il discepolo sbagli e acquisisca l’esperienza necessaria. Tutto questo si può imparare attraverso

il viaggio di Dante. Il Sommo poeta inoltre ci sprona ad essere umili e a chiedere aiuto: quando da soli non ce la facciamo, con un Maestro possiamo arrivare fino al fondo buio del nostro personale inferno, per poi tornar su a riveder le stelle. Nel viaggio Dante ci fa incontrare animi grandi, i magnanimi, ci mostra cioè la grandezza dell'animo umano. E in questo mostrarci la magnanimità altrui, ci mette in contatto con la nostra. Tutti noi abbiamo un animo grande, un animo forte e saggio. Basta solo che ce lo ricordiamo. Basta solo che noi prendiamo contatto con questa nostra dimensione, che lo ricerchiamo perché spesso è solo nascosto sotto le nostre piccole meschinità. Ma abbiamo bisogno solo di riappropriarcene per ritrovare in noi quella grandezza che sappiamo ammirare negli altri.

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L'arte nei secoli di Alice Vettorata

BEATRIX POTTER

L

’amore per la natura da parte della scrittrice e illustratrice Beatrix Potter è stato visibile sin dall’infanzia e si confermò in ciascuna sua produzione letteraria successiva. Da adulta, raccontando la vita di animali immaginari antropomorfi tramandò storie legate alla sua fanciullezza, alle giornate trascorse in camera, da sola. Com’è possibile però riuscire a descrivere in modo così accurato e allo stesso tempo fiabesco la natura e i suoi abitanti, trascorrendo la maggior parte del tempo in una stanza? Sicuramente facendo appello alla fantasia inesauribile di una bambina e studiando ogni comportamento dei propri animali domestici, trai i quali, un coniglio. Animale che infatti divenne il protagonista prediletto dei suoi racconti, i quali ad oggi, a più di 150 anni dalla nascita della Potter, è possibile trovare sugli scaffali delle librerie. Prima di giungere agli esordi della carriera di Beatrix è bene capire la sua personalità tenace e testarda, peculiarità che le permisero di affermarsi in futuro. Fu una di quelle bambine figlie dell'Inghilterra vittoriana altolocata, alle quali venivano imposte rigide regole di comportamento, istruzione e rari permessi che limitavano la possibilità di interagire con il mondo diverso da quello dell’élite. Suo padre, un avvocato che a seguito del riscatto

di una corposa eredità si ritirò dalla professione, e la madre, figlia di mercanti di cotone non la spronarono molto a coltivare la sua attitudine per l’arte. Beatrix fortunatamente continuò ad esercitarsi nel disegno, aggiungendo ai suoi soggetti preferiti i funghi, caratteristica che la portò successivamente ad essere una stimata micologa. A quasi trent’anni iniziò a proporre le proprie illustrazioni a diverse case editrici, ricevendo però molti riscontri non interessati alla sua visione fanciullesca che rappresentava conigli con panciotto abbottonato e oche con la testa adornata da una cuffia dalla tesa larga. La svolta avvenne nel 1901, anno in cui auto pubblicò The Tale of Peter Rabbit (I racconti di Peter il coniglio), libro che le permise di far conoscere i propri personaggi e racconti al vasto pubblico grazie alla casa editrice Frederick Warne & Co.. La Potter così innovò la letteratura per bambini, creando dei piccoli formati adatti ad essere maneggiati dalle loro piccole mani e utilizzando alcuni termini più complessi, in modo tale da educare durante la narrazione. Dopo pochi anni pubblicò un

secondo libro The Tale of Squirrel Nutkin (La storia dello scoiattolo Nutkin) confermando l’enorme successo, che soli quattro anni dopo le permise di essere economicamente indipendente. Nella casa editrice che la supportò conobbe inoltre Norman Warne, figlio del fondatore dell’azienda, che la Potter cominciò a frequentare indipendentemente dal lavoro. Contrastando le volontà dei genitori di lei, non entusiasti del suo legame sentimentale con un mercante, si fidanzarono. Pochi mesi dopo però Norman morì e Beatrix cambiò stile di vita, avvicinandosi ancora di più alla natura, continuando ugualmente a pubblicare libri per bambini. Diversi anni dopo si sposò con William Heelis trasferendosi in una fattoria con degli animali, tra i quali un porcospino, i quali continuarono a darle ispirazione per le sue storie. Successivamente acquistò 4.000 ettari di terreno che lasciò in eredità al National Trust con il fine di preservare l’ambiente, rinnovando così l’amore nei suoi confronti. Gli omaggi a Beatrix Potter sono stati numerosi dopo la sua morte; film, libri e addirittura un museo celebrano oggi le sue straordinarie doti. Una visione magica della natura nella quale possiamo immergerci ancor’oggi, sfogliando le pagine dei suoi meravigliosi e curati racconti. 47


Il territorio, tra paesi e città di Alice Vettorata

GIUSEPPE SEGUSINI

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uesto articolo apre una rubrica dedicata ai nostri territori bellunesi, nello specifico ai centri urbani che viviamo quotidianamente, ma che talvolta diventano solo un sottofondo e scenario delle nostre giornate. Li viviamo in modo superficiale senza fermarci ad osservare molto ciò che ci circonda, un’attitudine data dall’abitudine. Se provassimo invece a visualizzare il contesto in cui abitiamo come se l’avessimo appena conosciuto, ci renderemmo conto di vederlo davvero per la prima volta. Alzando lo sguardo più di come siamo soliti fare mentre percorriamo rapidamente la strada per andare al lavoro, possiamo scorgere piani di palazzi che ci erano sempre sfuggiti. Scorciatoie nuove, punti di vista mai notati e vie che abbiamo sentito nominare, ma che non eravamo capaci di collocare nel territorio. Iniziando a osservare in modo più attento le paline che riportano i nomi delle vie, incontriamo nomi di personalità alle quali sono state dedicate, e che qualche volta, non riusciamo a riconoscere. Un dispiacere, dato che spesso sono nomi strettamente legati alla città che li ospita. Imparando la storia che si cela dietro alla denominazione di una località, è possibile conoscere qualche nuova informazione. Proprio le vie che organizzano i nostri luoghi saranno dunque le protagoniste di questo e dei futuri articoli.

GIUSEPPE SEGUSINI

Il primo di questa rubrica si concentrerà su una via dedicata all’architetto Giusep-

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pe Segusini, situata in località Boscariz, a Feltre. Segusini nacque in questa città nel 1801, la stessa nella quale trovò fortuna lavorando a numerose opere

architettoniche e urbanistiche disseminate nelle regioni Veneto e Trentino Alto Adige. Prima di affermarsi in qualità di architetto e urbanista lavorò in settori differenti, iniziando a diciassette anni, facendo il falegname di giorno e lavorando come panettiere nelle ore notturne. Una necessità derivata dalla condizione della sua famiglia, molto povera e numerosa. Fu infatti il quindicesimo di venti figli, l’unico però a sopravvivere e giungere fino all’età adulta. Ciò che gli consentì di studiare all’Accademia di Belle Arti a Venezia fu inizialmente la capacità di persone a lui vicine di riconoscere il talento nel disegno da parte del ragazzo. Il primo a credere nelle sue capacità fu il conte Fedele Norcen, e successivamente, il cuoco del seminario vescovile. Questo fu l’incontro che determinò il suo accesso all’Accademia, sede in cui conobbe colleghi che contribuirono a pagare le sue spese universitarie. Iniziò rapidamente a progettare la realizzazione di edifici commissionati. Il primo incarico che ricevette fu da parte del conte Antonio Miari, un noto compositore bellunese, che gli propose di partecipare al concorso indetto per la realizzazione del teatro comunale


Il territorio, tra paesi e città di Belluno. Non ci furono dubbi sul progetto vincitore, quello di Segusini. Lo stile neoclassico che caratterizza l’operato di Segusini è presente anche nel teatro di Belluno, rendendolo in linea con le altre realizzazioni dell’architetto. Infatti, la facciata di questo edificio è simile a quella del teatro di Innsbruck, sempre ideata da Segusini. La creazione di quest’opera architettonica fu un trampolino di lancio per la sua carriera, tanto che da questo momento in poi si specializzò nella realizzazione di altri teatri, come quello di Serravalle, di chiese e altari. Rimanendo nella zona del feltrino si possono già citare alcune architetture attribuibili a Segusini che tutti gli abitanti della città conoscono. Realizzò due altari, uno presente nella Cattedrale di Feltre e uno nel Battistero adiacente. Inoltre, la scalinata che conduce verso il santuario dei Santi Vittore e Corona e l’altare presente all’interno del luogo

di culto sono stati progettati da lui. Lasciò anche il segno in piazza Maggiore, via Garibaldi e largo Castaldi, ma un palazzo in particolare si impone sul centro storico. Una struttura realizzata sul progetto di Segusini è Palazzo Berton, edificio che contribuisce a far essere Feltre una città di stampo rinascimentale e segusiniano. La facciata di in stile neo-cinquecentesco di questo palazzo non passa inosservata con le sue alte colonne che la scandiscono e il terrazzo che dona la vista sulla centralissima Piazza Castaldi. Nonostante le architetture ideate da Segusini oggi siano spesso state criticate per essere poco attente al contesto urbano preesistente, erano in perfetto stile con il pensiero dell’epoca, quando demolire era una scelta migliore di sistemare. Palazzo Berton però detiene la sua forza pro-

prio per questo motivo. È una di quelle strutture che si notano subito, alzando lo sguardo in modo curioso, più attento.

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Società oggi di Francesco Scarano

L'amico più fedele dell'uomo,

assassinato dall'essere piu' infedele

Risale a qualche giorno fa il rinvenimento di una carcassa di un giovane cane, bruciato e mutilato,ritrovato casualmente in una zona periferica e rurale dei un piccolo comune. Ignote restano le motivazioni di un così efferato crimine e anonimo ne è anche l'artefice.

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iffusa è l'indignazione tra i cittadini nei confronti di questo insano gesto verso un essere sensiente ed incapace di difendersi. Proprio nella società contemporanea questi nostri amici a quattro zampe risultano indispensabili e validi ausiliari in operazioni di salvataggio, guardia, pet therapy, capaci di proteggere dalla solitudine e dallo stress anziani e portatori di patologie psichiche, handicap e forme di autismo. In molti ospedali Italiani esistono animali a disposizione dei malati e molti studi hanno messo in evidenza il fatto che prendersi cura di un animale aumenta l'autostima, il senso di responsabilità, il rispetto per la vita in ogni sua forma. Se è vero che il grado di civiltà di un popolo si misura dal rispetto che si ha verso i coinquilini della nostra casa, di certo a causa di questi crimini zootici alcuni individui del nostro territorio si mostrano alquanto retrogadi ed incivili!Spesso i cri-

mini commessi ai danni degli animali vengono ignorati, ed anche se sono vigenti molte leggi a tutela di tutta la natura, di frequente queste restano puramente teoriche. Il motivo di tanta ingiustizia è che forse alcuni uomini si sentono naturalmente giustificati a sottomettere e arrecare violenza agli altri esseri viventi ai fini egoistici ed egotistici, probabilmente in virtù del loro istinto primitivo alla legge del più forte, o del possedere il famoso ''pollice opponibile" che gli consente di lottare ad armi impari e di lasciar spirare un povero animale.

Ci auguriamo che non si ripetano episodi così spiacevoli anche perchè la maggior parte delle persone apprezza questi esseri da compagnia che ormai vivono nelle nostre dimore amati e rispettati. Come diceva Schopenhauer "chi non possiede un cane, non sa cos'è l'amore", e aggiungerei che chi non rispetta se stesso non può rispettare la vita degli altri esseri.

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Donna e moda oggi di Laura Paleari

PELLICCE ANIMALI O SINTETICHE? “It takes up to 40 dumb animals to make a fur coat. But only one to wear it”. Dovete sapere che “dumb” ha il duplice significato di senza voce, quindi senza vita e animale stupido…portando la traduzione e il significato della frase a: “Ci vogliono fino a 40 animali per fare una pelliccia e solo un animale stupido per indossarla”.

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a pelliccia ha da sempre avuto la funzione specifica di protezione per l’essere umano, tuttavia, ben presto, si è trasformata in un simbolo di potere, di ostentazione e di un elevato status sociale, perdendo in parte il suo scopo originario. Oggi sono innumerevoli le associazioni ambientaliste che denunciano la pratica di sacrificare animali per un vanto personale e il tema è quasi completamente sdoganato ma il percorso per arrivare fino ad oggi è stato pieno di battaglie e proteste . È il 1980 quando nasce PETA (People for the Ethical Treatment of Animals), la prima associazione a denunciare e manifestare contro i prodotti creati utilizzando pelli e pellicce di animali; con forme di potreste spesso esagerate, basti pensare agli attivisti che lanciarono sangue finto all’uscita degli stilisti dalle loro sfilate, fino a quelle che videro coinvolte molte delle più grandi celebrità, come Naomi Campbell e Christy Turlington, senza vestiti e affiancate dallo slogan: “meglio nudi piuttosto che in pelliccia” . I primi risultati si ebbero nel 1994, quando Calvin Klein smise definitivamente di produrre pellicce ma non molti altri fecero lo stesso. Prada, Burberry, Gucci, Chanel, Michael Kors, Versace, Armani… sono solo alcuni dei grandi nomi dell’industria moda che solo da alcuni anni hanno rinunciato all’uso di pellicce nelle loro collezioni, nonostante il movimento attivista degli anni ’80. Nel 2020, PETA ha dichiarato chiusa la campagna contro le pellicce, dichiarandosi soddisfatta dei risultati raggiunti. Effettivamente, i clienti e, soprattutto le

nuove generazioni, chiedono più trasparenza dalle aziende e dai loro processi produttivi e sono più attenti (fortunatamente) alla tutela del pianeta. Purtroppo non tutti prendono in considerazione un aspetto importante: le pellicce sintetiche proteggono gli animali ma molte volte causano danni ambientali maggiori rispetto a quelle animali. Perché? Le pellicce sintetiche, in particolare quelle che troviamo nelle grandi catene di abbigliamento, vengono create utilizzando materiali ben poco ecosostenibili, derivanti da fibre sintetiche, le quali rilasciano microplastiche. Sono prodotte in paesi come Cina e Pakistan, dove i diritti dei lavoratori vengono calpestati. Ecco perché è sempre bene domandarsi perché un capo costi così poco quando lo si compra. Il dilemma si inasprisce, quale devo scegliere, dunque, tra pelliccia sintetica e animale? Quale produce meno danni? Un esempio di pelliccia ecosostenibile viene dalla stilista Stella McCartney (figlia dell'ex componente dei Beatles Paul McCartney), in occasione della sfilata Primavera/Estate 2020. La pelliccia venne realizzata con vari materiali vegetali e da poliestere riciclato; questo è un, seppur piccolo (poiché nel momento del riciclo il materiale misto di cui è composta la pelliccia non sarà semplice da smaltire),

primo passo che alcuni pionieri della moda Green stanno sperimentando. Un’altro punto importante da sottolineare è il riciclo delle pellicce animali, magari quelle ereditate da nonne e zie. Perché buttarle e comprarne di nuove, favorendo quindi, come abbiamo scoperto poche righe fa, l’inquinamento del pianeta Terra? Come per le borse in pelle, sarebbe il caso di riutilizzarle o trovare un modo alternativo di ridare loro vita; a Milano, una storica azienda di pellicce e pelli, Winter Lab, utilizza vecchie pellicce per creare giacche e cappotti che risultano più in trend al momento e soprattutto che diano l’idea di non star indossando una pelliccia derivante da un animale; succede anche a Padova, nel laboratorio di Micaela Italian Charme. L’informazione è la chiave per degli acquisti consapevoli e questo non riguarda, ovviamente, solo i vestiti ma tutto quello che ci circonda. Solo informandoci ed evitando i troppi acquisti compulsivi possiamo fare la differenza.

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Uomo, natura e società di Caterina Michieletto

Il biodistretto “Terre Bellunesi”

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’edizione 2021 della Fiera di San Matteo, mostra mercato dei prodotti agricoli tradizionali locali, è stata inaugurata dal convegno per l’istituzione di un biodistretto nel bellunese. Il progetto di un biodistretto in Provincia è stato avviato nel 2012 con un incontro intitolato “Dall’agricoltura condivisa al biodistretto” ed è germogliato negli anni attraverso la partecipazione di istituzioni, cittadini, associazioni di categoria e comitati. Nel percorso di conoscenza del modello del biodistretto è stato cruciale il confronto con consolidate esperienze di biodistretti nazionali e di ecoregioni a livello europeo. Il tutto si è svolto nell’ambito di un progetto di cooperazione PSR (Programma di sviluppo rurale) e attivato in collaborazione con l’Università di Padova, l’Istituto Agrario “Della Lucia” di Feltre, l’Associazione Veneto Agricoltori Biologici e molti altri produttori certificati biologici della Provincia. Prima di dare voce ad alcune di queste parti attive nel programma del biodistretto bellunese, è preliminare porsi queste domande: cosa significa “biodistretto”? Come e perché istituire un “biodistretto” nel nostro territorio? Cos’è il biodistretto? Il biodistretto è un sistema di gestione e

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sviluppo del territorio che promuove la produzione biologica nell’intero comparto produttivo locale, l’agricoltura e molte attività economiche presenti sul territorio. Il biodistretto non è solo un metodo sostenibile di produzione, ma è anche una rete di relazioni, ossia nasce dalla partecipazione di tutti i soggetti economici e sociali, singoli e associati. Questo significa che il biodistretto ha un forte e profondo legame con la comunità radicata sul territorio. Il biodistretto è una realtà voluta e portata avanti dal tessuto sociale di un territorio, non istituzionalmente calata dall’alto. Le istituzioni accompagnano, sostengono, ma non sostituiscono la cittadinanza attiva. Si potrebbe dire che è un riconoscimento di autonomia di scelta alla comunità locale, ma prima ancora un’assunzione di responsabilità di quella collettività. Come e perché istituire un biodistretto? Le aziende singole e associate, le organizzazioni dei produttori, i soggetti pubblici e privati che vogliono promuovere l’istituzione di un biodistretto costituiscono un Comitato promotore. Il Comitato presenta la richiesta di riconoscimento del biodistretto alla Regione di appartenenza e la Regione riconosce il biodistretto. Perché un biodistretto? Il biodistretto è l’opportunità di essere il cambiamento che vorremmo vedere. Vorremmo preservare e valorizzare la ricchezza faunistica e la biodiversità che caratterizzano la nostra Provincia. Vorremmo una filiera agroalimentare corta e di alta qualità. Vorremmo poter conservare e trasmettere la tradizione dei nostri prodotti locali. Vorremmo che ci fosse una coesione territoriale da parte di tutti i settori produttivi, in una comunione di scopo, cioè lo sviluppo sostenibile. Ebbene, il biodistretto racchiude tutto

questo. Le comunità locali possono essere uno degli straordinari motori di questo cambiamento, per costruire società e territori resilienti, capaci di riorganizzarsi a fronte della crisi climatica. L’incontro è stato aperto dall’On. Susanna Cenni, vicepresidente della Commissione Agricoltura alla Camera dei deputati e prima firmataria della legge sul biologico che contiene anche il riferimento al riconoscimento dei biodistretti. “La legge sul biologico è ad un passo dalla sua approvazione definitiva e raccoglie un ampio consenso”. Con riferimento al PNRR osserva: “Ci sono diverse misure che portano risorse all’agricoltura e all’ambiente, circa 7 miliardi, di cui una quota importante concerne le filiere agroalimentari, 1 miliardo e 25 milioni. Il 25% di queste risorse dovranno essere riservate alle produzioni biologiche”. Dunque, ci sono risorse preziose che costituiscono opportunità importanti. In seconda battuta l’intervento dell’Ass.re Valter Bonan, responsabile del settore Ambiente e Agricoltura del Comune di Feltre, il quale ha rappresentato le potenzialità di questo progetto, senza ignorare le difficoltà che si sovrappongono. La costituzione di un biodistretto richiede la coesistenza di tre requisiti: - luoghi caratterizzati da importanti valori paesaggistici; - parchi o aree protette; - numero significativo di siti d’importanza comunitaria e di zone a protezione speciale di Natura 2000. “Sotto questi tre profili”, osserva l’Ass.re, “la nostra Provincia ha le carte in regola: ha una biodiversità microclimatica, geomorfologica e culturale molto articolata; ha un Parco nazionale, un Parco regionale e numerose aree protette di rilievo; infine, il 54% del territorio è inserito nei siti di Natura 2000 e quindi di importanza comunitaria”.


Uomo, natura e società Indubbiamente, ci sono delle criticità oggettive date principalmente dalla frammentarietà nella gestione e nel governo del territorio in settori diversi. È un limite a cui il biodistretto contrappone un approccio sistemico ed intersettoriale. Infatti, conclude l’Ass.re Bonan, “bisogna integrare e realizzare una maggiore coesione sociale, tenendo dentro questo percorso anche altri settori, diversi ma affini per l’impatto ambientale che in positivo e in negativo possono avere: pensiamo al turismo, alla mobilità sostenibile, le comunità energetiche (gruppi di cittadini o di aziende che si uniscono per finanziare l’installazione di un impianto energetico da fonti rinnovabili), la formazione, salute e alimentazione”. Adesione al programma del biodistretto è stata manifestata anche dall’On. Dario Bond, il quale ha evidenziato due problemi che la Provincia da tempo riscontra: da un lato l’accaparramento dall’esterno delle terre bellunesi con offerte di acquisto a va-

lori incredibili; dall’altro lato la presenza di colture trattate accanto a quelle biologiche che vanifica l’agricoltura biologica. “Il rischio è quello di essere sì un biodistretto ma con delle isole di inquinamento che gli rendono la vita dura”. Pertanto, se si opera all’interno di un biodistretto è necessario adeguarsi alle regole e ai principi del biodistretto. In occasione della Fiera di san Matteo è stata presentata la “Carta dei principi” per la formalizzazione e la costituzione del Comitato promotore del Biodistretto provinciale “Terre Bellunesi”. Al convegno hanno partecipato diversi sottoscrittori della Carta dei Principi, in rappresentanza di enti territoriali, di comitati e associazioni di agricoltori biologici e di altre figure a livello provinciale coinvolte nel progetto. In uno fecondo scambio di motivazioni, opinioni e suggerimenti i sottoscrittori presenti hanno portato il loro fondamentale contributo, a seguito del quale si è aperta una finestra di

interazione con il pubblico altrettanto ricca e importante. L’opportunità del biodistretto è “un treno che si è fermato nella nostra Provincia” e le già ampie e articolate sottoscrizioni della Carta dei principi fanno aspettare fiduciosamente che prima della sua ripartenza saremo anche noi su quel treno.

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Il personaggio di Alessandro Caldera

Frank Williams,

“l’Enzo Ferrari d’oltre Manica”

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l campionato del mondo di F1 che abbiamo appena vissuto passerà indubbiamente alla storia e i motivi per cui questo avverrà sono presto detti. Innanzitutto non si deve dimenticare la presenza costante del Covid-19 che, oltre ad aver falcidiato circa 5 milioni di persone, è sempre rimasto in sottofondo nel duello agonico tra Verstappen e Hamilton durato 22 gare, fatte di scontri “fisici” e verbali, conclusosi poi con un finale meritevole del premio Oscar. Come sappiamo ad aggiudicarsi il titolo, per la prima volta in carriera con il successo ottenuto il 12 dicembre sulla pista di Yas Marina, nella sfavillante cornice degli Emirati Arabi Uniti, è stato proprio il pilota olandese della Red Bull. Tutto ciò ha portato sicuramente una ventata di freschezza nel mondo della F1, una realtà meravigliosa e adrenalinica che, solamente tre settimane prima, aveva assistito alla dipartita di una delle sue stelle più

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lucenti e uno dei suoi più valorosi esponenti: Frank Williams. Nato con la velocità nel sangue, il padre fu membro della Royal Air Force. A causa della separazione dei genitori, Frank crebbe con gli zii materni a Jarrow, nel Regno Unito, prima di trasferirsi in Scozia per ultimare i propri studi. L’avvicinamento al mondo dei motori è in realtà puramente casuale e si deve ad un suo amico che, sul finire degli anni Cinquanta, gli diede l’opportunità di guidare una Jaguar XK150, esperienza che lo elettrizzò parecchio e che lo spinse ad interessarsi in modo più che significativo a questo mondo. A soli 24 anni, dopo una breve parentesi da meccanico e pilota, decise di fondare una scuderia che avrebbe portato il suo nome: “Frank Williams Racing Car”. Nel ’69 dopo alcune esperienze formative maturate in categorie minori, come ad esempio la Formula 3, approdò in F1

servendosi del telaio di una Brabham, guidata dal pilota Piers Courage, spirato a soli 28 anni durante il Gp d’Olanda del 1970, a seguito di un terribile schianto e successivo incendio che coinvolse la sua vettura. Quest’ultimo fatto fu anche il motivo, o forse semplicemente coincise, con la fine dell’apprendistato, o partnership, tra Frank e l’imprenditore argentino Alejandro de Tomaso, colui che di lì a poco avrebbe rilevato persino la Maserati. Durante questo periodo, il britannico ebbe l’opportunità di lavorare in Italia, a Modena, dove poté avvicinarsi maggiormente alla nostra cultura ed ai nostri gioielli automobilistici. Nel’76 però, a seguito del fallimento dell’Iso, Williams dovette cedere a Walter Wolf, magnate del petrolio, il 60% delle quote della scuderia, prima di abbandonarla definitivamente, insieme all’ingegnere Patrick Head, l’anno seguente. I due decisero quindi di acquistare un negozio di tappeti nell’Oxfordshire, e da lì fondarono poi un nuovo team, detenuto dalla stessa famiglia Williams fino al 21 agosto 2020, prima della vendita al fondo Dorilton Capital. Nel 1979, dopo i suddetti sforzi, Frank ottenne la prima vittoria della storia della scuderia grazie al successo di Clay Regazzoni e nel 1980 riuscì addirittura sollevare il titolo piloti, con l’australiano Alan Jones. Gli anni Ottanta sarebbero quindi da ritenersi meravigliosi per il costruttore inglese: oltre infatti al successo del già citato Jones, arrivarono, quello di Keke Rosberg nel 1982, emulato poi nel 2016 dal figlio Nico, e di Nelson Piquet nel 1987. In tutta questa incredibile storia c’è però un tremendo “ma”, capace


Il personaggio

di condizionare per sempre la vita di Frank. Nel 1986 nel tragitto francese dal tracciato del Paul Ricard, all’aeroporto di Nizza, il britannico perse il controllo della sua vettura che nella carambola si ribaltò atterrando sul tetto; l’esito fu tremendo, rottura della spina dorsale con conseguente utilizzo perenne della sedia a rotelle. Al di là di quello che poteva essere un handicap fisico (al riguardo, la sensibilità

ONGARO

di oggi rispetto al tema non era così presente a quei tempi), ciò che segnò più di tutto Williams fu quello che occorse nel 1994 a Imola con Senna. Il destino alle volte sa essere tremendo e spietato: Frank aveva “consegnato” la propria vettura a talenti incredibili, quali Piquet o Mansell, ma provava sicuramente un debole per la figura di Ayrton. Il fatto che la morte del campionissimo brasiliano fosse avvenuta alla guida di una sua monoposto, fu una cosa dalla quale non si riprese facilmente, una ferita realmente mai rimarginata. Di dolore, oggi, può parlare chi Frank lo ha conosciuto, una persona alla quale questo sport deve

CLAUDIO

tantissimo, che con lui e grazie a lui è cresciuto. Ci ha lasciato a 79 anni, “l’Enzo Ferrari d’oltre Manica”, con la consapevolezza che da un piccolo sogno o passione, si può realmente giungere a traguardi inimmaginabili.

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Indietro nel tempo di Chiara Paoli

Agli albori della medicina

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e origini della medicina si perdono nella notte dei tempi, se la Bibbia è testimonianza assieme ai testi antropologici di una esclusione sociale del malato, medicina e religiosità si intrecciano per lungo tempo. Quella che potremmo definire un tipo di “medicina esperienziale” si diffonde tra gli ebrei, in Egitto, Grecia, e Mesopotamia, chi esercita la professione medica è un sacerdote che pratica una sorta di esorcismo, per ottenere la guarigione è necessario praticare la penitenza, perché la malattia è vista come una punizione divina. In parallelo a questa tipologia curativa, si sviluppa anche una medicina di tipo artigianale, fatta di guaritori che utilizzano manipolazione e infusi curativi. Gli stessi Egizi a partire dal 2700 a.C. praticavano la medicina, accompagnandola con formule apotropaiche (per allontanare un influsso maligno). Per quanto concerne la civiltà mesopotamica, ci resta ancora oggi una importante testimonianza scritta: il

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Codice di Hammurabi, databile al 1772 a.C. e conservato al Louvre di Parigi, una tra le più antiche raccolte di leggi scritte, riporta, in tredici articoli, gli obblighi del medico nell'esercizio della sua professione e parimenti le pene previste. Più a oriente, la medicina tradizionale cinese, vede la malattia come una mancanza di equilibrio tra le due forze primordiali: Yin (la terra, il freddo, il femminile) e lo Yang (il calore, il caldo, il maschile), che sono in grado di mutare i cinque elementi di cui si compone l'Universo: acqua, terra, fuoco, legno, e metallo. In questo caso si rende necessario ristabilire l’equilibrio, come ben descritto nel Nei Jing, trattato di medicina risalente al 2600 a.C., all’interno del quale è possibile trovare contenuti d’avanguardia, specialmente in campo chirurgico. In considerazione della ritrosia a effettuare quelle che oggi chiamiamo autopsie, questo tipo di medicina ha lasciato spazio all’agopuntura, fino a 600 aghi sui punti d’inserzione per ristabilire l'equilibrio tra lo Yin e lo Yang. A partire dal secondo secolo avanti Cristo il “taoismo” raggiunge l’apice e si privilegiano i rimedi naturali, la dietetica e l'esercizio fisico. Nel 624 viene istituito il Grande Servizio Medico, sede di studi e ricerche che consentono di enunciare moltissime differenti tipologie di malattie, sia di tipo infettivo che dovute a particolari carenze vitaminiche. La medicina greca nasce nel V secolo a.C. con Ippocrate di Coo, essa prende le distanze dalla religione, per fondarsi su un metodo rigoroso, razionale e di tipo sperimentale.

Le malattie hanno un’origine naturale, riprendendo gli studi effettuati dal pitagorico Alcmeone secondo il quale la malattia si genera a causa di una rottura dell'equilibrio esistente tra i 4 umori fondamentali: sangue, flegma, bile gialla, e bile nera. Ippocrate si conforma alle idee elaborate dal predecessore anche per quanto riguarda sensazioni, emozioni, pensiero e sentimenti il cui centro viene collocato nel cervello anziché nel cuore, come si supponeva all'epoca. Disgiunta dalla religione e dalla filosofia, a differenza della scuola medica di Empedocle, l’insegnamento di Ippocrate sottolinea l'importanza fondamentale dell'esame metodico dei sintomi riscontrati per individuare l’esatta patologia. A Ippocrate si riconosce l’origine della medicina quale scienza autonoma e a lui si attribuisce il giuramento che ancora oggi viene pronunciato da chi si affaccia alla professione medica.


Le guerre d'Italia di Andrea Casna

L'Italia in Africa

La Guerra di Abissinia 1895-1896 Al Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto, esattamente nel cortile interno del castello, si trova esposto un interessante pezzo di artiglieria. Si tratta, nel dettaglio, di un cannone in dotazione al Regio Esercito italiano durante la guerra di Abissinia del 1896. Nella didascalia si legge: «cannone calibro 75 mm a retrocarica, utilizzato dalle truppe italiane a fine Ottocento. Alcuni pezzi furono catturati dagli abissini ad Adua (1896) e trasportati come preda bellica ad Abbis Abeba. Furono rinvenuto nel 1936 dalle truppe italiane dopo l'occupazione della capitale etiope». Girando poi nelle sale del museo ci si imbatte anche in una vetrina che racconta uno spaccato di quella storia. È la divisa delle truppe coloniali italiane, in dotazione proprio durante la guerra di Abissinia. Caratteristici sono, a parer mio, il tipico elmo "coloniale" con ben in vista la coccarda tricolore: quest'ultima un chiaro e limpido riferimento al Risorgimento.

Ma, esattamente, di cosa stiamo parlando? Il Regno d'Italia nasce, a seguito delle guerre del Risorgimento, nel 1861 e con la seconda Guerra di Indipendenza del 1866, infatti, ottiene il Veneto e parte dell'attuale Friuli. I Savoia, quindi, piano piano stanno portando a termine il processo di unità nazionale ma, allo

stesso tempo, hanno anche rivolto lo guardando verso il continente africano con l'obiettivo di estendere i propri domini oltre mare. Nel novembre 1869, infatti, con l'apertura nello stesso anno del Canale di Suez, l'Italia inizia la sua espansione in Africa, esattamente in Eritrea. In questo contesto è un certo Giuseppe Sapeto (1811-1895), missionario ed esploratore italiano che, per conto della società di navigazione Rubattino di Genova, intavola le trattative per la cessione al Regno d'Italia della Baia di Assab (località strategicamente importante che si trova nella parte meridionale dell'Eritrea all'imbocco del Mar Rosso). Si tratta del primo atto della presenza ufficiale italiana nel continente africano. È il primo passo,

questo del 1869, che porterà nel 1890 l'Eritrea a diventare ufficialmente una colonia italiana. Il Trattato di Uccialli tra Italia e Impero Etiope e l'inizio della guerra. Il 2 maggio 1889 l'Italia stipula con il vicino Impero Etiope il trattato di Uccialli (l'accordo prende il nome della città nel nord dell'Etiopia): un accordo che regolò i rapporti tra i due paesi (Italia ed Etiopia), dove lo stesso Impero Etiope riconosce l'Eritrea come colonia italiana. Va precisato, inoltre, che sempre nel 1889 l'Italia proclama la nascita di un'altra colonia, sempre nel corno d'Africa, con il nome di Somalia Italiana con capitale Mogadiscio. Ma è proprio tale trattato, quello di Uccialli, a gettare le basi per quella che passerà alla storia come la guerra di Abissinia. La traduzione italiana del trattato, infatti, vincolava il 57


Le guerre d'Italia

governo etiope a servirsi della diplomazia italiana per intrattenere rapporti con altre nazioni europee, rendendo di fatto l'Etiopia un protettorato dell'Italia. Dall'altra il testo etiope prevedeva solo la facoltà per l'Etiopia di servirsi della diplomazia italiana per intrattenere relazioni estere, rifiutando, quindi, qualsiasi forma di ingerenza italiana. Il trattato quindi gettò le basi per lo scoppio del conflitto con la conseguente avanzata italiana in Abissinia (ora Etiopia). La guerra iniziò nel dicembre del 1895 e si concluse con la vittoria etiope nell'ottobre del 1896. Sul campo di battaglia l'Italia schierò 36 mila uomini, mentre l'Impero Etiope ben 100 mila. Le perdite si stimarono in circa 9 mila morti per l'Italia e 15 mila, (fra morti e feriti), da parte dell'Impero Etiope. L'esercito italiano fu sconfitto definitivamente il primo marzo del 1896 nella battaglia di Adua. All'alba di quel giorno i reparti italiani, guidati dal tenente generale Oreste Baratieri, si ritrovarono sul campo di battaglia sparpagliati e scollegati. A causa della mancanza di collegamenti, di comunicazioni e della scarsa conoscenza del territorio, l'esercito italiano fu distrutto

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un pezzo alla volta: 6.000 uomini uccisi, 1.500 feriti e 3.000 prigionieri. Come si legge sul portale carabinieri.it, «nei combattimenti si distinsero per valore anche il capitano dei Carabinieri Alfredo Amenduni, comandante di una Compagnia formata da 20 carabinieri e 42 zaptié, il tenente dei Carabinieri Achille Alessandri, che cadde sul campo, ed il vice brigadiere Angelo Viganò, anch'egli caduto sul campo». In una lettera inviata alla moglie, il Capitano dei Carabinieri Alfredo Amenduni scrive: «Nel combattimento del 1° marzo fui in primissima linea, ove avevo sollecitato andare facendomi dare un ordine da portare al Generale Albertone e che comandava gli indigeni. Come e perché io sono salvo non so. Ebbi il muletto ferito ed una palla passò l'arcione della sella. Mi armai di moschetto e combattei con questo anch'io. Era destino essere salvo da quella mischia e portar con me vivo e perenne il rimorso che tanti amici, compa-

gni ed inferiori sono morti, mentre io son vivo... Credi, penso agli amici perduti, visti cadere, là vicino a me taluni colpi con le sciabole perché eravamo quasi corpo a corpo e mi vengono ancora le lacrime agli occhi. Penso e piango ancora pel mio caro Soliman che è morto. [...]. Perché sopravvivere ad una catastrofe simile? Io ero stato dato per morto siccome ero restato in mezzo agli scioani (gli scioani sono gli abitanti della Scioa, una regione dell'Etiopia) e quando la sera raggiunsi una colonna che si ritirava ebbi da tutti le più commoventi espansioni d'affetto. Molti mi abbracciarono piangendo. Ma soprattutto chi mi si buttò al collo piangendo e mi tenne stretto senza poter parlare per un pezzo fu il mio caro, il mio buono Mohammed». Dopo questa sconfitta, il 26 ottobre 1896 la guerra si concluse con la pace di Addis Abeba, con la quale l'Italia rinunciava alle sue mire espansionistiche in Abissinia e l'Impero Etiope riconosceva la sovranità italiana sull'Eritrea. Dall'altra il governo italiano abrogò anche il trattato di Uccialli. L'Italia riconquisterà Adua e l' Etiopia solo con la guerra coloniale che verrà dichiarata da Mussolini nel 1935.


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Racconti d'arte di Daniela Zangrando*

AI NATI OGGI

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he siate credenti o meno, che a casa abbiate addobbato l’albero o posizionato con cura le pecore nel presepe, che vi siate lasciati andare ai festeggiamenti sfrenati per il nuovo anno appena iniziato o che abbiate deciso di abbassare tutte le tapparelle di casa e barricarvi in una stanza per non vedere le scie dei fuochi d’artificio e per sentir meno l’eco dell’allegria altrui, credo che in ogni caso almeno un pensiero, naturale e inevitabile, si sia divincolato dal vostro quotidiano per andare a riporre speranza in una qualche forma di nascita. L’opera che guarderemo insieme oggi parla proprio della nascita, ed è un’opera il cui incanto non smette mai di esercitare su di me un’incredibile meraviglia. Si intitola Ai Nati Oggi ed è stata realizzata da un’artista italiano, Alberto Garutti. Ha preso forma, dal 1998 ad oggi, in luoghi diversi, da Bergamo a Mosca, da Istanbul a Plovdiv, da Gallipoli a Roma, da Casarano a Gent. Qualche giorno fa mi trovavo proprio a Gent, e non ho potuto fare a meno di pensarci. Socchiudete un attimo gli occhi e disegnatevi in testa la classica piazza delle

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Fiandre, quella che vi viene in mente se vi dico Belgio. Case di mattoni strette una sull’altra, facciate allungate con tetti merlati, frontoni a gradoni, eleganze gotiche che parlano di canali, banchine e commerci. Immaginatevi di camminare all’interno della piazza in una giornata qualsiasi, magari dopo il lavoro, di passaggio per andare a fare la spesa o per rientrare a casa, assorti nei vostri pensieri. Sarà qualcosa di minimo ad attirare la vostra attenzione. Un piccolissimo cambiamento. Vedrete l’intensità della luce dei lampioni aumentare, gradualmente, e vi verrà spontaneo fermarvi a guardare. L’intensità della luce diventerà sempre più forte e poi, dopo una trentina di secondi, decrescerà tornando alla luminosità cui siete abituati. Tutto qui. Cos’è successo? A spiegarvelo sarà una grande pietra posta nella pavimentazione, con inciso un testo che dichiara il procedi-

mento dell’opera. L’iscrizione recita, a caratteri maiuscoli: I LAMPIONI DI QUESTA PIAZZA SONO COLLEGATI CON IL REPARTO MATERNITÀ DEGLI OSPEDALI DI GENT. OGNI VOLTA CHE LA LUCE LENTAMENTE PULSERÀ VORRÀ DIRE CHE È NATO UN BAMBINO. L'OPERA È DEDICATA A LUI E AI NATI OGGI IN QUESTA CITTÀ. Vi renderete subito conto di non aver assistito solo ad una variazione di intensità luminosa dei lampioni, ma ad una nascita. E come è potuto succedere? Tecnicamente, è stato creato un collegamento di tipo telefonico, che ha messo in comunicazione la sala maternità con il sistema di illuminazione della piazza. Nella sala attigua è stato posto un pulsante che attiva un combinatore telefonico digitale che compone un numero che produce l’impulso per l’accensione dei lampioni. Grazie alla collaborazione del reparto di maternità, ad ogni nascita un’ostetrica o un genitore pigiando il pulsante accendono una piccola lampada dell’ospedale e in parallelo tutti i lampioni si illuminano. Anche accanto al pulsante compare una scritta, quasi a spiegare ulteriormente l’operazione: IN QUESTO MOMENTO QUALCUNO GUARDANDO UNA LUCE SAPRÀ CHE È NATO UN BAMBI-


Racconti d'arte NO. Ma Garutti ci ha fregati tutti. E non basta illustrare tecnicamente il procedimento o provare a dire qualcosa su quest’opera per uscire dall’incantesimo che ha orchestrato. Forse non c’è neanche un racconto possibile da costruire, perché è l’artista stesso ad averci messo al centro di una narrazione che è molto più grande di noi, che ci precede e ci supera. Con un gesto semplicissimo, con il baluginio di una luce, ci ha portato tutto il senso misterioso e mistico dell’accadimento magnificamente irreparabile che è la nascita. Frutto di un incontro, proteso verso l’incontro della vita e verso gli incontri della vita che gli sarà propria, l’essere umano viene colto da Alberto Garutti sul farsi del venire alla luce, ritratto su una soglia che è tutta in potenza. Che non è ancora, ma è già. Summa di un’energia primigenia, altissima.

Proprio Garutti, in una delle brevi annotazioni presenti nel catalogo di Over The Edges (mostra per la quale una delle versioni dell’opera è stata realizzata nel 2000 a Gent) ci dice come gli torni in mente la soglia rappresentata dal parto nella Madonna del Parto di Piero Della Francesca. Io credo che Ai Nati Oggi parli lo stesso linguaggio dello sguardo delicato, intenso ed enigmatico della Madonna dell’affresco quattrocentesco di Piero della Francesca. Entrambe irrisolvibili – e come, d’altro canto, sarebbe possibile risolvere la nascita? – le due opere commuovono, concentrate nella statura di una totale viscerale naturalità. Buon anno a tutti voi. Che sia un momento di nascita, di venuta alla luce. * Questo racconto d’arte è dedicato a Marta e a Rosario.

*Daniela Zangrando è Direttrice del Museo d'Arte Contemporanea Burel do Belluno

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Ricordi di guerra: il Milite Ignoto di Alvise Tommaseo

La SALMA da un CIMITERO BELLUNESE

N

el corso della Prima guerra mondiale morirono circa 650.000 militari italiani . Giovani morti sui campi di battaglia, le cui salme andarono completamente distrutte o sepolte in fosse comuni, altre furono tumulate in piccoli cimiteri allestiti a ridosso delle trincee. Alla fine, alcune centinaia di migliaia di soldati deceduti rimasero senza una degna sepoltura o furono collocati all’interno di sepolcri individuati da una scritta contenente la dizione “ignoto milite.” Finita l'inutile strage, come la definì Papa Benedetto XV, si volle onorare la memoria di questi soldati. L'idea fu del colonnello Dohuet, che, nell’agosto del 1920, propose la sepoltura di un milite non identificato al sacrario del Pantheon. Il Governo 1921 scelse il Vittoriano o Altare della Patria.

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Venne, quindi, nominata un’apposita Commissione, composta da sei militari con gradi diversi, ma tutti insigniti della medaglia d’oro, alla quale fu assegnato il compito di recuperare 11 salme non identificate, tra le quali scegliere quella del milite ignoto. I sei membri della Commissione, ad inizio autunno 1921, si riunirono ad Udine per definire il piano delle ricerche e al termine dell’incontro il generale Giuseppe Paolini pretese da tutti i presenti il formale giuramento che mai avrebbero rivelato i luoghi ove si sarebbero svolte le ricerche. Ma il tenente Augusto Tognasso di Milano, mutilato di guerra che aveva riportato 36 ferite in combattimento, tenne una specie di diario personale che pubblicò negli anni ’60 con il titolo “Ignoto Militi.” L’ufficiale, fedele al suo giuramento, nei suoi appunti, non ha mai nominato

località o precisato i luoghi nei quali si svolsero le ricerche. Tuttavia, grazie alle sue descrizioni, il colonnello Lorenzo Cadeddu, studioso e storico del disciolto Quinto Corpo d’Armata, un tempo con sede a Vittorio Veneto, alla fine del secolo scorso, ritenne di avere individuato, con una certa precisione, gli 11 luoghi di esumazione delle salme. Ebbene, una di queste, precisamente la settima, fu recuperata nella provincia di Belluno, sicuramente in Cadore. Sembrerebbe certo che, verso il 15 ottobre 1921, i sei membri della Commissione partirono da Tolmezzo e raggiunsero Cortina d’ Ampezzo dopo avere scollinato il Passo della Mauria ed attraversato Pieve di Cadore. Le prime ricerche, da quello che risulta dal diario del tenente, furono svolte sulle Tofane e sul Falzarego e come già attuato in ana-


Ricordi di guerra: il Milite Ignoto

loghe circostanze, si fece ricorso all’esumazione di una salma tra quelle di ignoti in un vicino cimitero di guerra. A questo punto, dal diario del Tognasso, emergono alcuni elementi sui quali riflettere. L’ufficiale ha, infatti, lasciato scritto: “…le Tofane, le cime del Falzarego furono tutte esplorate invano poiché l’Ufficio Onoranze ai Caduti in Guerra già aveva raccolto le salme dei caduti e le aveva ricomposte in graziosissimi e pittoreschi cimiteri all’uopo costruiti fra l’ombre di abeti…”. Questo è il primo elemento: il cimitero nel quale si svolse l’esumazione della settima salma si trovava all’ombra degli abeti, cioè in un bosco. In un altro punto, il Tognasso specificava “… chiamato a raccolta dalle campane della cattedrale un foltissimo stuolo di popolani si assiepò a Cortina per salutare il simbolo..”. In questa frase c’è un secondo indizio importantissimo: la Commissione non poteva trovarsi troppo lontana da Cortina, se in quel punto del bosco si sentivano i rintocchi delle campane. Nel 1921, lungo la rotabile che da Cortina raggiungeva il Passo del Falzarego, sul Monte Crepa, a quota 1535, in località “Belvedere” si trovava un cimi-

tero di guerra le cui croci erano sistemate, appunto, all’ombra di abeti. Questo campo santo era sufficientemente vicino alla “Stella delle Dolomiti” così da consentire al Tognasso ed agli altri membri della Commissione di udire il suono delle campane della cattedrale. Oggi quel piccolo cimitero non esiste più. Al suo posto sorge maestoso il sacrario progettato dall’ing. Giovanni Raimondi e noto come sacrario di “Pocol” che ospita quasi 10.000 soldati italiani, di cui la metà mai identificati. Anche questa settima salma, l’unica recuperata nel Bellunese, dopo essere stata riposta in una delle undici identiche bare in legno appositamente realizzate, raggiunse la chiesa di Santa Maria di Castello ad Udine per poi essere trasferita nella basilica di Aquileia. Qui, la mattina del 28 ottobre 1921, durante una solenne cerimonia, Maria Blasizza in Bergamas, una popolana, originaria di Gradisca d’Isonzo, scelse la bara e, quindi, la salma del Milite Ignoto italiano, quella che da un secolo riposa a Roma all’altare della Patria. La povera donna, sorretta da quattro soldati, si inginocchiò davanti alla decima bara e lì posò, con le lacrime agli occhi, il suo velo nero. Maria Blasizza era la mamma di un irredento, il sottotenente di fanteria Antonio Bergamas, alias Antonio Bontempelli, un cognome di copertura fornitogli dal nostro esercito. Abitando a Gradisca, territorio che nel 1914 faceva parte dell’impero Austroungarico, il giovane avrebbe dovuto arruolarsi nell’esercito di

Francesco Giuseppe, ma, avendo scelto di vestire la divisa italiana, se catturato dal nemico, rischiava l’impiccagione, da qui la scelta di dargli un altro cognome. Questo giovane coraggioso morì in combattimento sull’altipiano di Asiago il 18 giugno 1916. Nella sua giberna venne ritrovato un foglio dove c’era scritto “In caso di mia morte avvertire il sindaco di San Giovanni di Manzano cav. Desiderio Molinari” il solo civile ad essere al corrente di chi fosse in realtà quel giovane ufficiale. Antonio Bergamas, alias Bontempelli, venne provvisoriamente sepolto nella piana di Marcesina nel locale cimitero militare, che successivamente fu devastato da ripetuti bombardamenti. In questo modo anche Antonio Bontempelli Bergamas fu rubricato tra gli ignoti. La medesima sorte subirono i resti del sottotenente Attilio Ghirardi di Salgareda suo compagno di camerata. Due ignoti a cui una madre ha dato nuovamente vita appoggiando il suo velo nero su una bara, forse la loro, idealmente quella di tutti i martiri della guerra.

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Il senso religioso di Franco Zadra

LA DEMOLIZIONE DEL PENSIERO OCCIDENTALE Niente può essere costruito sulle bugie che oggi ci diciamo

A

pertura alla realtà! Questo è davvero ragionevole. La ragione, come abbiamo visto nell'articolo precedente di questa rubrica, è uno strumento nelle mani dell'uomo (e della donna, of course) per afferrare la realtà e cercare di affermarla in tutti i suoi fattori. Una capacità che confondiamo spesso con la determinazione di una misura, ma essere aperti al reale è altra cosa dal prenderne le misure. Non siamo dei sarti chiamati a ritagliare un abito alla realtà per presentarla poi agli altri come ciò

che abbiamo “vestito” noi. Questo non sarebbe tanto ragionevole, quanto piuttosto ideologico. La ragione, per servire come strumento che ci fa capaci di vedere la realtà, deve necessariamente sottomettersi a questa. Facile a dirsi, ma come forse abbiamo occasione di constatare tutti noi più volte al giorno e in moltissime occasioni, non è così immediato usare la ragione per quello che è. Capita più facilmente di ridurre il ragionevole al dimostrabile nel senso stretto del termine. Ma, scrive Giussani, «gli aspetti originali

più interessanti della realtà non sono dimostrabili. L'uomo non può dimostrare come esistano le cose, e la risposta all'interrogativo sul come le cose esistano è sommamente interessante per l'uomo. Se anche qualcuno potrà dimostrare che questo tavolo è fatto di un materiale che ha una determinata composizione, non potrà mai ripercorrere tutti i passaggi pe cui questo tavolo esiste». Ragionevole, per don Giussani, non si identifica neppure con “logico”. La logica è certo un gioco affascinante per cui, ipotizzate delle premesse, poi svolte secondo un ideale di coerenza, si ottiene ciò che potremmo accettare di chiamare realtà, ma se le premesse sono errate, la

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Il senso religioso logica perfetta darà un risultato sbagliato. Aderire alla realtà, rendersi conto, darsi ragione della realtà è diverso dal seguire in modo coerente una propria idea. «Che una madre – scrive ancora Giussani – voglia bene al figlio, non costituisce il termine di un procedimento logico: è una evidenza, o una certezza, una proposta della realtà la cui esistenza è cogente ammettere. Che esista il tavolo su cui lavoro, che esista l'attaccamento di mia madre per me, anche se non sono conclusioni di uno svolgimento logico, sono realtà che corrispondono al vero, ed è ragionevole affermarle». Realtà, come per esempio l'appartenenza di genere, sono oggi affermate, anche in ambito accademico, con un certo pudore, in ossequio a un linguaggio inclusivo di genere e nel timore che siano offensive per qualcuno, tanto che in alcune università si mandano agli student* e-mail incastonate di asterischi come espedienti

grafici usati in sostituzione alla desinenza per indicare la forma sia al maschile che al femminile e, in base all'intenzione di chi scrive, includere le forme che non rientrano in nessuna delle due. Una scelta tanto ragionevole quanto quella della commissione europea presieduta dalla maltese Helena Dalli nel suo famoso, e subito sventato, tentativo di cancellare il Natale per le popolazioni europee, reso pubblico grazie a un articolo di Francesco Giubilei, de Il Giornale. Tra le “chicche” più curiose nel testo della direttiva europea dall’inclusività talmente democratica che, di fatto, avrebbe escluso le

identità religiose e culturali, in particolare quella cristiana, anche l'indicazione che avrebbe vietato dire «colonizzazione di Marte» o «insediamento umano su Marte», per affermare semplicemente «inviare umani su Marte» a salvaguardia, ovviamente, degli ipotetici marzian* che vi incontreremo. Basterebbe questo per capire che la ragione deve essere sottomessa alla realtà, tema affrontato in modo magistrale e accattivante da Anthony M. Esolen nel suo testo edito recentemente da “il timone”, dal titolo “Sex and the Unreal City”. La demolizione del pensiero occidentale”.

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Non solo animali di Monica Argenta

Cani vaganti: un problema sempre

più diffuso anche in provincia di Belluno

L

'animale domestico più vicino a noi per diffusione e per questioni storiche, sociali e culturali è il cane. Ci sembra così naturale e facile adottarne uno in famiglia che spesso, anche in buona fede, si compiono però errori grossolani. Ad esempio quello dei cani vaganti è un problema che attanaglia la provincia di Belluno da tempo. Ma cos'è un cane vagante? E' un cane regolarmente chippato e quindi che ha un padrone ma che viene lasciato libero, o che "scappa" o per meglio dire, che gli si permette di vagare sul territorio. Questo fenomeno ha parecchie ripercussioni, tutte negative in quanto il cane vagante rappresenta un problema per se stesso, per gli altri e per il proprio propetario, che ne dovrà rispondere civilmente e penalmente. Questo mese ne parlo con Cristiano Fant, rappresentante dell'Associazione Earth per la Regione Veneto. Cristiano, sempre più spesso siamo

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testimoni in prima persona di cani vaganti (palesemente non randagi) che entrano nei nostri giardini o attraversano le strade mentre guidiamo. E' evidente che rappresentano un pericolo. Certo, tutto questo è in violazione con la normativa vigente. Infatti l'Ordinanza 27 luglio 2021, concernente l'incolumità pubblica dall'aggressione dei cani, prevede tra le altre cose (museruola al seguito, ecc) che ogni cane (di qualsivoglia taglia o razza) venga movimentato con apposito guinzaglio della lunghezza massima di 1, 5 mt. Non va mai dimenticato che come riportato dall'Art 1 comma 1 dell'Ordinanza 6 agosto 2013 e successive proroghe "il proprietario di un cane è sempre responsabile del benessere, del controllo e della conduzione dell’animale e risponde, sia civilmente che penalmente, dei danni o lesioni a persone, animali o cose provocati dall’animale stesso". Tradotto

in parole più semplici: se lasciamo che il nostro cane vaghi libero, ogni danno che provoca sarà rimesso a noi. A volte, da parte dei proprietari è semplice incapacità di controllare le "fughe" dei loro compagni canini. Cosa può consigliare in proposito? La corretta detenzione in sicurezza del proprio animale non è cosa complessa. Per impedire al cane di scappare bastano alcune regole (poche) e del buon senso. Partiamo dal presupposto che il cane deve vivere in famiglia, in branco, con noi in casa. Il libero accesso al giardino, dove presente, prevede una recinzione adeguata. Quando usciamo con il cane che sia per una passeggiata, per caricarlo in auto o per qualsiasi altra cosa, la pettorina o il collare, va fatta indossare al cane prima di aprire la porta o il cancello del giardino. Sino a quando il cane non si abitua a portare la pettorina è buona cosa movimentarlo con due guinzagli, uno sul collare (che il cane deve sempre avere con medaglietta recante il nostro numero di telefono ed il suo nome o, meglio numero di microchip) ed uno sulla pettorina, legando quest'ultima al guinzaglio con un pezzo di spago cosicchè non possa sfilarsi nessuno dei due. Per chi vive in condomnio valgono le regole per la conduzione in sicurezza che valgono sulla strada: cane al guinzaglio e attenzione che non crei danni. È importante, qaundo conduciamo il cane in passeggiata, non farci distrarre. Spesso il guinzaglio, sfugge di mano perchè stiamo intergendo con il cellulare o accendendo la sigaretta. La pas-


Non solo animali seggiata col cane è la passeggiata del cane, non la nostra. Concentrandoci su di lui potremo anche conoscerlo meglio, guardando come interagisce con gli altri esseri viventi che incrociamo per strada. Che cosa consiglia di fare quando ci ritroviamo davanti ad un cane vagante? Il cane vagante è un soggetto che oggi, in provincia di Belluno, non ha l'attenzione che merita. Quando vedete un cane vagante dovete chiamare il 112 (oggi numero unico di emergenza) e segnalarne il luogo di presenza affinchè venga

inviato personale adeguato per il recupero. Questo è quanto previsto. La realtà è che vi si chiede di mettere il cane in un luogo dal quale non possa scappare con tutti i rischi del caso; infatti mentre tentate di prenderlo rischiate di prendervi un morso, di cadere e ferirvi o di finire sulla carreggiata venendo investiti da un'auto. La normativa prevede che un cane vagante venga portato in canile. Molto spesso si ha la pessima abitudine di riportarlo al proprietario. Questo genera due effetti negativi: il proprietario del

cane non viene sanzionato quindi non percepisce la gravità del fatto e non si può verificare lo stato detentivo del cane. Infatti, prima di ridare il cane al proprietario sarebbe buona cosa che il canile inviasse personale di fiducia per verificare come il cane è detenuto. E' un nuovo anno e la promessa e la speranza di un mondo migliore si affaccia alla coscienze: tra sogni e ambizioni grandiose è importante capire che bisogna agire per piccoli passi quotidiani. Anche nel nostro rapporto con gli animali, anche nelle situazioni più comuni.

Ringrazio per il prezioso aiuto e invito per ulteriori informazioni o consulenze contattare: Cristiano Fant: belluno@earth-associazione.org Cell. 347/8824026

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Notizie e curiosità

LA BUGIA E LA VERITÀ La leggenda vuole che un giorno la verità e la bugia si siano incrociate e la bugia disse : "Buongiorno " rispose la verità : "Buongiorno " disse ancora la bugia : “Bella giornata " Quindi la verità si sporse per vedere se era vero. Lo era e rispose :" Bella " disse la menzogna :" Il lago è ancora più bello " La verità guardò verso il lago e vide che la menzogna diceva il vero e annuì. La bugia disse: " L'acqua è ancora più bella. “Nuotiamo." La verità sfiorò l'acqua con le dita ed era davvero bella e si fidò della bugia. Entrambe si spogliarono e nuotarono tranquille. Qualche tempo dopo la bugia uscì, si vestì con gli abiti della verità e se ne andò. La verità, incapace di vestire i panni della menzogna, cominciò a cercarla senza vestiti e tutti erano inorriditi nel vederla così. Cercò la bugia in tutto il mondo. E il mondo, guardando la verità nuda, si girava togliendole lo sguardo con disprezzo e rabbia. La povera verità ritornò al pozzo, nascondendo la sua vergogna è svanendo per sempre. Da allora, la bugia viaggia in tutto il mondo, vestita come verità, soddisfacendo le esigenze della società, perché in ogni caso il mondo non ha alcun desiderio di conoscere la nuda verità. Questo è il modo in cui ancora oggi le persone preferiscono accettare la menzogna camuffata come verità e non la nuda verità.

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ateci caso, quando una persona, donna o uomo che sia, deve indossare un abito su misura, innegabilmente si reca da un sarto di fiducia o in una conosciuta sartoria in grado di soddisfare tutte le personali esigenze per meglio valorizzare al meglio sua figura e la sua personalità. Quando invece si tratta di abbellire la nostra abitazione o il nostro ufficio ecco che scatta in noi il famoso “fai da te” ovvero la consapevolezza di essere in grado di risolvere, e nel migliore dei modi, i problemi di arredamento, anche quelli di una certa importanza e rilevanza. E a volte ci si riesce. Per esempio, quando si tratta della nostra abitazione, non è cosa comune

affidarsi a un competente artigiano o un negozio specializzato in grado di suggerirci la migliore scelta per meglio valorizzare l’ambiente domestico. E ciò avviene anche nel caso delle tende, siano esse esterne o interne, dimenticandoci che questi elementi sono in grado di trasformare la nostra abitazione in un qualcosa di veramente piacevole a vedersi e in un perfetto luogo per vivere la nostra quotidianità. Ecco perché, in questo caso, è buona cosa affidarsi, anche per un solo utile consiglio, agli esperti del settore, perché saremo certi che con la loro competenza e preparazione otterremo una giusta, perfetta soluzione alle nostre richieste e desideri. Saranno loro,infatti, a

suggerirci, in un vero progetto d’arredo, tutti gli elementi per una elegante “creazione” d’arredamento. E saranno sempre loro a rispondere alle particolari domande che inevitabilmente ci porremo: quale dovrebbe essere la migliore soluzione? Che tipo di tenda utilizzare? Come si possono meglio integrare e sposare con tutto l’arredamento? E che tipo di tessuto è più opportuno usare? E le tende, una volta posizionate, si sposeranno e si integreranno con i mobili? Ed è meglio una tenda bianca oppure colorata nelle varie tonalità? Domande di non facile risposte, ma che “loro”, gli esperti, possiedono tutte le indiscusse capacità per soddisfare e concretizzare i nostri specifici desideri.

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IL SOVRAINDEBITAMENTO

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ra le numerose leggi che riguardano la nostra economia e che nello specifico regolano il rapporto tra Stato e cittadino, una in particolare, che a nostro modesto avviso deve essere considerata in tutti i suoi aspetti, è quella relativa alle molteplici situazioni di sovraindebitamento, ovvero la rilevante e difficoltosa situazione che si vive quando non si può e quindi non si riesce a pagare i propri debiti per mancanza di vere e concrete disponibilità economiche. Una legge, è bene ricordarlo, che di fatto rappresenta una concreta opportunità per liberarsi, definitivamente, dal peso di debiti altrimenti insostenibili ed essere poi riabilitati e cancellati da tutti i registri e documenti di “cattivi” pagatori. Da sottolineare che, per effetto di questa legge, la cancellazione del debito, quando è ottenuta, diventa definitiva. La legge 3/2012 (aggiornata nel 2021) definita anche “salva suicidi” o “principio di sopravvivenza”, è infatti una disciplina che ha come fine ultimo quello di rimediare e quindi sanare le situazioni di sovraindebitamento che essenzialmente riguardano le persone fisiche, le piccole e medie imprese o altri soggetti insolventi. Una legge che testualmente definisce il sovraindebitamento come: ”la situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempierle regolarmente“. Ed è proprio grazie a questa nuova legge che il cittadino “moroso” ha la possibilità di saldare i debiti secondo le proprie e documentate disponibilità economiche a sua disposizione e diver-

samente da quanto previsto dagli impegni o dai contratti sottoscritti. E ciò anche in mancanza di redditi e patrimonio sufficienti. In parole semplici si dà facoltà al debitore di pagare quello che è nelle sue possibilità per permettergli di vivere, anche con la sua famiglia, una vita dignitosa ed esente da situazioni indecorose. Ovviamente deve essere documentata e accertata che tale situazione si sia creata non per colpa grave del debitore, per sua volontà o per sua malafede o per altre “illegali” motivazioni. Quindi, per ottenere i benefici, si deve necessariamente dimostrare di essere debitori “inconsapevoli” ovvero di non avere “volutamente” creato la propria situazione di sovraindebitamento. E la legge 3/2012, nei suoi vari articoli stabilisce e indica quali sono gli attori che possono beneficiare e quindi accedere alle procedure previste. Nello specifico: tutte le persone fisiche (lavoratori, disoccupati, pensionati, etc), aziende agricole, piccoli imprenditori, professionisti, gli enti del terzo settore e le startup innovative. Da sottolineare che per ognuno di questi soggetti esistono procedure differenti. Per esempio, per quanto riguarda i piccoli imprenditori, e al fine di poter accedere alle facilitazioni della legge, è necessario analizzare la loro situazione economica considerando anche che: almeno una volta, negli ultimi tre anni l’azienda non abbia superato i 200mila euro di fatturato, che l’indebitamento

non sia superiore a 500mila euro e il patrimonio non oltre i 300mila euro di valore. E’ importante sapere che oltre alle agevolazioni di cui sopra è possibile anche: 1) sospendere, ove ci fossero, le azioni esecutive (pignoramenti, aste immobiliari, etc); 2) bloccare le cessioni del quinto dello stipendio/pignoramenti; 3) intervenire su quasi tutte le tipologie di debiti. Da precisare che le procedure di sovraindebitamento riguardano tutte le tipologie di debito e in particolare: 1) Verso le banche e finanziarie in genere; 2) Verso fornitori, privati (quali ad esempio i debiti di condominio); 3) Verso le Pubbliche Amministrazioni (quali Agenzia delle Entrate, Equitalia). Per quanto riguarda tutti gli aspetti procedurali, l’analisi della propria situazione, nonché la documentazione prevista e quanto necessario per poter usufruire dei vantaggi determinati dalla legge di cui sopra, è “sempre” bene, anzi indispensabile, rivolgersi agli esperti del settore i quali, con le loro specifiche competenze, saranno in grado di dare le giuste informazioni e gli appropriati suggerimenti.

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Medicina & Salute di Erica Zanghellini*

RAGAZZI e PERFEZIONISMO

C

i sono bambini/ragazzi estremamente ordinati, puntuali e controllati mentre altri vivono come un tornado, tutto fuori posto, sempre sull’onda dell’emozione e molto impulsivamente. Sicuramente sono due tipologie di minori molto diverse ma, non per forza una è più funzionale dell’altra. Essere scrupolosi, precisi e metodici può essere un pregio ma, quando invece diventa limitante? Quando si nasconde dietro questi comportamenti una profonda paura del giudizio dell’altro. Quando l’unica strategia per “sentirmi al sicuro”, per non essere in ansia è il mettere in pratica rigidi comportamenti e non riesco a godermi il momento. Se ci pensate questa situazione può avere tanti fattori predisponenti, in alcuni casi possono esserci pressioni famigliari, in altre la scuola ma, anche tutto quello che gira attorno ai media non aiuta. Basta pensare a internet, ai social: quante foto personali sembrano essere uscite da un giornale. L’uso di filtri, per migliorare (o così pare), il proprio aspetto, la foto

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perfetta e al momento top della giornata. E poco importa se poco prima ho litigato col fidanzato, bisogna mettere la foto più sdolcinata di sempre, con un sorriso da duemila denti, anche se dentro siamo ancora infastiditi l’uno con l’altra. Pensate che ora come ora ci sono filtri che “sfinano” il viso, ingrandiscono gli occhi o li rendono più profondi, modificano i capelli, tanto per citarne qualcuno. Capite che i ragazzi stanno combattendo con standard impossibili, irrealistici. Ma nella pratica come possiamo tradurre questa necessità di essere perfetto? Un bambino/ragazzo sempre in ansia, col timore per i voti o più in generale con l’ansia da prestazione queste sono le cose a cui un genitore può cominciare a stare attento per farsi un’idea. Oppure preoccupazioni per il suo aspetto fisico, ore e ore in bagno,

in camera a scegliere l’outfit migliore. Il continuo modificare le foto postate sui social, o magari incessanti rinunce a varie attività perché crede di non riuscire ad arrivare al risultato sperato, questi possono essere indizi importanti. In generale direi, per aiutare a orientare i genitori, che quando si nota che la paura di fare una brutta figura prevale su tutto e magari riesce anche a bloccare il proprio figlio nelle attività quotidiane, allora è il caso di approfondire la situazione. E se invece parliamo di bambini, a cosa possiamo stare attenti?


Medicina & Salute Possiamo notare questa propensione, quando non riescono ad accettare la sconfitta, a un gioco o in uno sport e la loro reazione è esagerata. Esplosioni di rabbia, pianti inconsolabili. O ancora bambini che se colorano fuori dalle righe, strappano il disegno o lo cancellano proprio perché non accettano l’idea che possa venire male. Attenzione però, la reazione deve essere pervasiva e importante, perché ad esempio fino ai sei anni circa (dico circa perché siamo tutti unici e diversi ed è quindi solo un’indicazione di massima) ci può stare la fatica nel gestire una sconfitta o un errore. In generale e questo vale anche per i ragazzi, c’è proprio una dicotomia o è tutto perfetto oppure non c’è nulla. O tutto bianco o tutto nero. Mi raccomando non sempre una tendenza al perfezionismo è negativa, lo diventa quando è invadente e sproporzionata. Una piccola quota è funzionale, ci rende competitivi, ci spinge a migliorarci, il problema è quando è troppa. La gestione dell’errore o l’inadeguatezza dell’adolescente allo specchio sono di sicuro fasi che tutti abbiamo attraversato, quello a cui il genitore deve stare attento è alla quantità di questi comportamenti e alla presenza o meno di impedimenti nel svolgere le attività quotidiane. Altre cose che possono far da campanello d’allarme possono essere per esempio la difficoltà a gestire

gli imprevisti, avere in testa più e più regole da seguire pedissequamente, una diminuzione della propensione a sperimentare cose nuove. Logico che prima si individuano questi blocchi, prima e con maggior successo si riescono a istaurare strategie efficaci per superarli. Se un genitore si accorge di riconoscere il proprio figlio in questa descrizione e se non ci sono state richieste specifiche da parte del contesto in cui si vive, direi che può provare a mettere in pratica qualche strategia per cercare di “smussare” questi tratti caratteriali del proprio figlio. Per i più piccoli si potrebbe provare a programmare esperienze e affrontarle anche se non si è sicuri di riuscire a portarli a termine, anche semplicemente fare dei disegni dove non ci sono schemi rigidi, rinforzarlo per l’impegno profuso, e non per il risultato ottenuto. Per quanto riguarda invece, i ragazzi le cose si complicano, ma non sono impossibili, possiamo provare a fargli frequentare ambienti nuovi, non per forza competitivi, ma anche solo del sano associazionismo. O

ancora spingerlo a potenziare o creare una buona rete si rapporti con i pari. A quell’età la sensazione di inadeguatezza regna e avere qualcuno con cui condividerla è importante. Quindi, possiamo programmare delle merende assieme, qualche gita fuori porta tanto per citare un paio di attività da poter fare. O ancora cerchiamo di essere noi un esempio positivo, condividiamo con loro le esperienze di errore. Cerchiamo di fargli vedere che siamo sopravvissuti o che in alcuni casi addirittura da quella che sembrava una sconfitta è emersa una grande possibilità di rivincita.

Dott.ssa Erica Zanghellini Psicologa-Psicoterapeuta Riceve su appuntamento Tel. 388 4828675

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La natura in casa di Niccolò Sovilla

IL GIARDINO D'INVERNO

Gennaio è il mese dell’epifania, della befana e dei giorni della merla, e dalle nostre parti è caratterizzato da temperature solitamente piuttosto basse. Secondo la tradizione, infatti, proprio i giorni della merla (29, 30 e 31 gennaio) sarebbero i più freddi dell’anno, e quasi sempre le credenze popolari hanno un fondo di verità. Con simili premesse, anche gli appassionati di giardinaggio più ostinati possono avere qualche dubbio sul da farsi. Se, come spesso accade in questo periodo dell’anno, i giardini sono ancora innevati e il clima non appare favorevole, ci si rifugia volentieri in casa con una buona cioccolata calda o una tisana, magari davanti ad una stufa accesa. Eppure, anche a gennaio ci si può dare da fare. 74

Rimuovere la neve in eccesso può essere proprio una delle prime attività da svolgere nel proprio giardino. Tenete sotto controllo i rami più fragili degli arbusti e degli alberi, siano essi ornamentali o da frutta. Se ne individuate di spezzati o malati, rimuoveteli con un taglio netto, senza sfilacciature, con una cesoia o un troncarami puliti e affilati. Per la potatura vera e propria, attendete con pazienza ancora per un po’: è importante evitare che piante appena potate subiscano gli effetti dannosi di un’improvvisa gelata. Il peso della neve può risultare eccessivo anche per la legnaia, per la serra e per la casetta in giardino, quella che usate per riporre gli attrezzi. A tal proposito, gennaio è il mese ideale per svolgere quei lavori di manutenzione, riparazione o semplice

pulizia che tendete a trascurare durante il resto dell’anno. Affilate le lame e disinfettatele, cambiate l’olio del tagliaerba, sostituite i manici rotti di vanghe, zappe e badili. Non scordatevi di approfittare dei tempi morti anche per riordinare e riorganizzare il ricovero attrezzi! Anche i vasi e le fioriere, sia di coccio che in plastica, hanno bisogno di essere puliti: è un ottimo punto di partenza – troppo spesso trascurato – per ridurre il trasmettersi di malattie e parassiti che, invariabilmente, in primavera attaccano le vostre amate piante da balcone. A gennaio si presenta anche l’occasione perfetta per progettare e programmare i lavori della bella stagione, un po’ come i buoni propositi che avete fatto a Capodanno. Ad esempio: quali sono le piante che intendete mettere a dimora nel 2022? E sapete già dove posizionarle? Avete già deciso quali saranno i colori predominanti nelle aiuole? Se avete l'abitudine di rivolgervi ad un professionista per la manutenzione del verde, prenotatelo ora: i giardinieri, verso febbraio-marzo, hanno un calendario piuttosto serrato, e un eccessivo ritardo nelle potature può compromettere la fioritura di alcune piante. Ricordatevi che, al contrario, il calicanto d’inverno (Chimonanthus praecox) e la forsizia (Forsythia), molto diffusi nei giardini nostrani, non andrebbero potati fino a dopo la fioritura! A chi ama fare l’orto, questo mese darà modo di elaborare un piano di coltivazione dettagliato, fondamentale per un buon raccolto. Nonostante il freddo, se disponete di un semenzaio


La natura in casa riscaldato potete già seminare cicoria da taglio, lattuga, pomodori, melanzane, peperoncini, peperoni, zucchine e cetrioli. Le basse temperature per alcuni sono sinonimo di sci, snowboard e slittini, ma possono mettere in difficoltà la fauna selvatica. Per questo, dare da mangiare agli uccellini di giardini e balconi è molto importante. Limitarsi a dare le briciole di pane non è sufficiente: esse saziano ma non nutrono! Presso i negozi di articoli per animali, i centri per il giardinaggio e alcuni vivai troverete mangiatoie e alimenti specifici per gli uccelli selvatici comuni nel nostro territorio: mix di semi, preparati con lombrichi e insetti, palline di strutto, sacchetti d’arachidi pronti all’uso. Noi abbiamo fatto la prova: il nostro giardino innevato è ora frequentato dagli onnipresenti merli, dalle acrobatiche cinciallegre, dai chiassosi passeri

e dai teneri pettirossi, ma ci è capitato di osservare addirittura il codirosso spazzacamino e lo scricciolo. Anche gli abbeveratoi sono fondamentali. Sarà sufficiente un sottovaso pieno d’acqua, ma ricordatevi di cambiarla e di controllare che non ghiacci. Sempre parlando di birdgarden, gennaio è anche il mese perfetto per posizionare le casette in cui, auspicabilmente, in primavera nidificheranno alcune delle specie sopra menzionate (in primis la cinciallegra). Se ne avete la possibilità,

a circa tre metri d’altezza installate una bat box, ossia un rifugio per i pipistrelli, tristemente sempre più rari da avvistare in città ma tanto utili all’ecosistema, nonché un eccellente rimedio naturale contro le zanzare

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LA PROROGA DELLE SCADENZE DEL MONDO AUTOMOBILISTICO

L

o stato di emergenza determinato che effettuano professionalmente l'autodalla pandemia Covid ha motivato trasporto di cose); la decisione, da parte del Gover*Il CAP (e’ il Certificato di Abilitazione no italiano e degli uffici competenti, la Professionale, rilasciato dall’Ufficio Proproroga di alcune scadenze che nello vinciale della Motorizzazione a seguito di specifico riguardano il mondo delle un esame di teoria e di una visita medica automobili e degli automobilisti. E più che confermi la persistenza dei requisiti precisamente: psicofisici necessari al rilascio della pa*Le patenti A per motocicli e ciclomotori tente di guida. Il CAP di tipo “B” (KB) se e la patente B per automobili; associato ad una Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibilipatente di categoria C *La CQC (è la Carta di Qualificazione o D in corso di validità, non va rinnovato. del Conducente richiesta ai conducenti Se associato ad una patente di categoria IL DIRETTORE GENERALE

B, va rinnovato; *Il Patentino ADR è certificato di formazione professionale ADR, che serve per guidare autoveicoli che trasportano merci pericolose. Tale patentino è un documento aggiuntivo alla normale patente posseduta; * Conseguimento o rinnovo patenti; * Revisione Veicoli a motori e loro rimorchi. Di seguito gli allegati prospetti esemplificativi:

DIPARTIMENTO PER I TRASPORTI E LA NAVIGAZIONE

DIREZIONE GENERALE PER LA MOTORIZZAZIONE, PER I SERVIZI AI CITTADINI E ALLE IMPRESE IN MATERIA DI TRASPORTI E NAVIGAZIONE

Patenti

TABELLA DI SINTESI DELLE PROROGHE DI VALIDITA’ DI PATENTI ED ALTRI DOCUMENTI ABILITATIVI ALLA GUIDA RILASCIATI IN ITALIA NONCHE’ DI ATTESTATI E CERTIFICAZIONI PER IL LORO RILASCIO O CONFERMA DI VALIDITÀ

DATA ORIGINARIA SCADENZA DELLA VALIDITÀ PATENTI

Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili

1° febbraio 2020 – 31 maggio 2020 1° giugno 2020 – 31 agosto 2020 1° settembre 2020 – 30 giugno 2021

PATENTI

PROROGA DATA DI SCADENZA DELLA VALIDITÀ PER LA CIRCOLAZIONE IN AMBITO UE E SEE

13 mesi a decorrere dalla data della scadenza originaria 1° luglio 2021

29 giugno 2022

1° febbraio 2020 –31 maggio 2020 1° giugno 2020 – 31 agosto 2020 1° settembre 2020 – 30 giugno 2021

CQC

CAP KA CAP KB CERTIFICATO IDONEITA’ PER LA GUIDA DI FILOVEICOLI

PROROGA DATA DI SCADENZA DELLA VALIDITÀ PER LA CIRCOLAZIONE IN AMBITO UE E SEE

13 mesi a decorrere dalla data della scadenza originaria 1° luglio 2021

IL DIRETTORE GENERALE

PROROGA DATA DI SCADENZA DELLA VALIDITÀ PER LA CIRCOLAZIONE IN AMBITO NAZIONALE

31 gennaio 2020 – 31 marzo 2022

29 giugno 2022

31 gennaio 2020 – 31 marzo 2022

29 giugno 2022

1° marzo 2020 – 1 settembre 2021

ATTESTATI DI FORMAZIONE DEI CONSULENTI TRASPORTI DI MERCI PERICOLOSE (ADR)

31 gennaio 2020 – 31 marzo 2022 1° marzo 2020 – 1 settembre 2021

ADR

PROROGA DATA DI SCADENZA DELLA VALIDITÀ PER LA CIRCOLAZIONE IN AMBITO PAESI CHE HANNO FIRMATO L’ACCORDO MULTILATERALE ADR M333 PER I CFP ADR ED M334 PER GLI ATTESTATI DI FORMAZIONE CONSULENTI TRASPORTI ADR 30 settembre 2021

Conseguimento o Rinnovo Patenti Pagina 2 di 8

CONSEGUIMENTO O RINNOVO PATENTI

DATA DI PRESENTAZIONE DELLA DOMANDA 1° gennaio 2020 – 31 dicembre 2020 1° gennaio 2021 – 31 marzo 2022

DATA DI SCADENZA DEL TERMINE PER SOSTENERE L’ESAME 31 dicembre 2021 1 anno dalla presentazione della domanda

DATA ORIGINARIA DI SCADENZA PROROGA DATA DI SCADENZA DELLA NOTE DELLA VALIDITÀ VALIDITÀ 31 gennaio 2020 – 31 marzo 2022 29 giugno 2022 La proroga si applica anche nel caso di: riporto del foglio rosa, che venga a scadere tra il 31 gennaio 2020 ed il 31 marzo 2022; fogli rosa rilasciati a conducenti sottoposti a revisione tecnica della patente di guida.

NOTE

In tal caso, i CFP ADR sono rinnovati per cinque anni a decorrere dalla data di scadenza originale se i titolari dimostrano di aver frequentato un corso di aggiornamento ai sensi dell'8.2.2.5 ADR e hanno superato l'esame di cui all'8.2.2.7 prima del 1 ottobre 2021

29 giugno 2022

In tal caso gli attestati sono rinnovati per cinque anni a decorrere dalla data di scadenza originale se i titolari hanno superato l'esame di cui all'1.8.3.16.2 ADR prima del 1 ottobre 2021. Pagina 3 di 8

IL DIRETTORE GENERALE

IL DIRETTORE GENERALE IL DIRETTORE GENERALE

PROROGA DATA DI SCADENZA DELLA VALIDITÀ PER LA CIRCOLAZIONE IN AMBITO NAZIONALE

30 settembre 2021

Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili

DIPARTIMENTO PER I TRASPORTI E LA NAVIGAZIONE

DIPARTIMENTO PER I TRASPORTI E LA NAVIGAZIONE

Revisione veicoli a motore e loro rimorchi

DIREZIONE GENERALE PER LA MOTORIZZAZIONE, PER I SERVIZI AI CITTADINI E ALLE IMPRESE IN MATERIA DI TRASPORTI E NAVIGAZIONE

IL DIRETTORE GENERALE

REVISIONE VEICOLI A MOTORE E LORO RIMORCHI

CATEGORIA VEICOLI

MESE DI SCADENZA REVISIONE

PROROGA DELLA SCADENZA

M, N, O3, O4, T5

FEBBRAIO 2021

31 DICEMBRE 2021

M, N, O3, O4, T5

MARZO 2021

31 GENNAIO 2022

M, N, O3, O4, T5

APRILE 2021

28 FEBBRAIO 2022

M, N, O3, O4, T5

MAGGIO 2021

31 MARZO 2022

M, N, O3, O4, T5

GIUGNO 2021

30 APRILE 2022

LE PROROGHE SONO DISPOSTE DAL REGOLAMENTO 2021/267 E QUINDI SONO VALIDE IN TUTTOIL TERRITORIO UE, COMPRESA L’ITALIA

I prospetti sono tratti da:

SE VALIDITA’ DEL FOGLIO ROSA SCADE TRA 30.1.2020 E 31.3.2022 I AL DUE MESI DECORRONO DAL TERMINE DI 2 MESI PER CHIEDERE 30.6.2022 31 agosto 2022 RIPORTO ESAME DI TEORIA

IL DIRETTORE GENERALE

DI

Pagina 1 di 8

CFP ADR

Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili

FOGLI ROSA

DATA ORIGINARIA SCADENZA DELLA VALIDITÀ

NOTE

10 mesi a decorrere dalla data della scadenza originaria

DIREZIONE GENERALE PER LA MOTORIZZAZIONE, PER I SERVIZI AI CITTADINI E ALLE IMPRESE IN MATERIA DI TRASPORTI E NAVIGAZIONE

ESAMI DI TEORIA PATENTI

ADR

DIPARTIMENTO PER I TRASPORTI E LA NAVIGAZIONE

DIREZIONE GENERALE PER LA MOTORIZZAZIONE, PER I SERVIZI AI CITTADINI E ALLE IMPRESE IN MATERIA DI TRASPORTI E NAVIGAZIONE

CQC E CAP

DI

NOTE

10 mesi a decorrere dalla data della scadenza originaria

Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili

CQC E CAP

DATA ORIGINARIA SCADENZA DELLA VALIDITÀ

PROROGA DATA DI SCADENZA DELLA VALIDITÀ PER LA CIRCOLAZIONE IN AMBITO NAZIONALE

31 gennaio 2020 – 31 marzo 2022

DIPARTIMENTO PER I TRASPORTI E LA NAVIGAZIONE

DIREZIONE GENERALE PER LA MOTORIZZAZIONE, PER I SERVIZI AI CITTADINI E ALLE IMPRESE IN MATERIA DI TRASPORTI E NAVIGAZIONE

IL DIRETTORE GENERALE

DI

Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili DIPARTIMENTO PER I TRASPORTI E LA NAVIGAZIONE

DIREZIONE GENERALE PER LA MOTORIZZAZIONE, PER I SERVIZI AI CITTADINI E ALLE IMPRESE IN MATERIA DI TRASPORTI E NAVIGAZIONE

Pagina 4 di 8 IL DIRETTORE GENERALE

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IL DIRETTORE GENERALE

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TABELLA DI SINTESI DELLE PROROGHE DI VALIDITA’ DI PATEN NONCHE’ DI ATTESTATI E CERTIFICAZION


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FELTRINO NEWS è un periodico mensile distribuito gratuitamente in tutti i comuni della Vallata Feltrina e della Conca bellunese. È stampato in 5mila copie con una foliazione di 96/104 pagine tutto a colori e su carta patinata con formato 23cm x 31cm. FELTRINO NEWS è un free-press non schierato politicamente e quindi suo precipuo compito è quello di dare una corretta informazione e giusta narrazione dei fatti, degli eventi e degli avvenimenti, siano essi politici, sociali, culturali o economici. La redazione di FELTRINO NEWS è formata da 30 collaboratori di cui 12 giornalisti, 2 avvocati, 1 ingegnere, 2 psicologhe e una corrispondente dagli USA. La consulenza medico-scientifica è garantita da 4 medici. FELTRINO NEWS viene posizionato in oltre 280 punti quali edicole, farmacie, supermercati, centri commerciali, alberghi, ristoranti, parrucchieri, autostazioni, ambulatori, ospedali, bar, negozi, macellerie e in tutti i luoghi di pubblica affluenza.

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