Feltrino News n. 1/2021 Gennaio

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Editoriale di Armando Munaò

L’INTERVISTA ESCLUSIVA CHE CI RENDE ORGOGLIOSI

A

mbizione per una qualsiasi testata d’informazione, piccola o grande che sia, carta stampata o radio-televisiva, è quella di realizzare il tanto ricercato “scoop giornalistico” anticipando o proponendo per primi qualcosa che altri non sono riusciti a fare. Ricordo ancora, come fosse oggi, quando nella notte tra il 16 e 17 settembre del 1991, Emilio Fede, allora primo direttore di Studio Aperto su Italia 1, fu interrotto da Silvia Kramer -sua corrispondente USA - che in occasione della “ Guerra del Golfo” contro il dittatore Saddam Hussein, annuncio’, anticipando e spiazzando tutti i notiziari Rai, “gli americani e gli alleati hanno attaccato, il cielo di Bagdad e’ pieno di fuochi”. Fu davvero uno scoop giornalistico come pochi e che fece letteralmente gongolare il “nostro” Emilio, sempre alla ricerca di un qualcosa di eccezionale. Tutti i quotidiani del giorno dopo, infatti, erano dedicati alla prima diretta Fininvest, e a Silvia Kramer, alla quale per quel servizio, fu assegnato il premio Atkinson, come

migliore giornalista televisiva dell’anno. E cosa dire della telefonata in diretta televisiva che Karol WoJtyla (Papa Giovanni Paolo II) fece a Bruno Vespa nel corso di un Porta a Porta. Uno scoop inaspettato ed emozionante che è rimasto nel cuore del giornalista e negli annali della Rai. Ovviamente tutti gli organi d’informazione, quotidiani e non, specialmente quelli nazionali, periodicamente realizzano i loro numerosi e importanti scoop, se, però, il fatto “clamoroso” viene riportato e pubblicato nelle pagine di un piccolo giornale di periferia allora, permettetemi di sottolinearlo, si verifica un qualcosa di veramente unico perché non solo si concretizza un evento di cui tutta la redazione andrà fiera, ma indiscutibilmente rappresenterà quella particolare medaglia destinata a essere conservata nella bacheca dei ricordi più belli e che di certo ne segnerà la storia. Ebbene, carissimi lettori, in questo numero e con grande soddisfazione, vi presento il nostro “eccezionale” scoop (scusatemi l’immodestia) con l’intervista, in esclusiva nazionale, che la nostra Francesca Gottardi, corrispondente USA, (a Lei va riconosciuto tutto il merito), ha realizzato per noi dialogando con Benjamin Berell Ferencz il cui nome è oggi riportato sui libri di storia perchè è stato procuratore capo in uno dei dodici processi secondari di Norimberga, quello relativo alle Einsatzgruppen, le tristemente famose squadre della morte di Adolf Hitler.

Un personaggio i cui meriti sono tuttora riconosciuti tant’è che per evidenziare ciò che Egli ha rappresentato e ancora rappresenta, il regista Barry Avrich ha realizzato PROSECUTING EVIL: THE EXTRAORDINARY WORLD OF BEN FERENCZ, un particolare film-documentario su questo grande uomo che, ricordiamolo, è l’ultimo procuratore ancora in vita del grande processo ai criminali nazisti e che ancora oggi è impegnato a condurre la sua personale crociata in nome della legge, della pace e della giustizia, dedicandosi principalmente a temi quali i crimini di guerra e contro l’umanità. Una intervista, credetemi, che ci riempie di vero orgoglio perché non solo è la prima in assoluto che Ferencz, alla veneranda età di quasi cento anni (è nato nel 1920), concede ad un giornale italiano, e credo una delle pochissime in Europa, ma anche e soprattutto perché è dalla sua voce, dalla sua emozione nel rispondere alle nostre domande e dalla sua trascorsa esperienza, da Lui documentata, che oggi, dopo circa 75 anni, possiamo apprendere e meglio conoscere i sentimenti di chi quel periodo storico, nelle diverse vesti, ha “purtroppo” vissuto.

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Sommario DIRETTORE RESPONSABILE Prof. Armando Munaò - 333 2815103 Email: direttore@valsugananews.com CONDIRETTORE dott. Walter Waimer Perinelli - 335 128 9186 email: wperinelli@virgilio.it REDAZIONE E COLLABORATORI dott.ssa Katia Cont (Cultura, arte, cinema e teatro) dott.ssa Elisa Corni (Turismo, storia e tradizioni). dott. Maurizio Cristini (Enologo ed esperto in giochi ed enigmistica) dott.ssa Laura Fratini (Psicologa) Veronica Gianello (Storia, arte,cultura e tradizioni) dott.ssa Francesca Gottardi (Esteri- USA) dott.ssa Laura Mansini (Cultura, arte, tradizioni,attualità) dott. Nicola Maschio (attualità, politica, inchieste) Paolo Rossetti (Attualità, inchieste) - Patrizia Rapposelli (attualità, cronaca) dott.ssa Alice Rovati (Responsabile Altroconsumo) dott. ssa Chiara Paoli (storica dell’arte - ed. museale -cultura e tradizioni) Francesco Zadra (Attualità) - dott. Zeno Perinelli (Avvocato) dott.ssa Laura Mansini (Cultura, arte, attualità) dott. Franco Zadra (politica, attualità) dott.ssa Erica Zanghellini (Psicologa) dott. Casna Andrea (Storia, cultura, tradizioni) CONSULENZA MEDICO - SCIENTIFICA dott. Francesco D’Onghia - dott. Alfonso Piazza dott. Marco Rigo . dott. Giovanni D’Onghia RESPONSABILE PUBBLICITÀ: Gianni Bertelle Cell. 340 302 0423 - email: gianni.bertelle@gmail.com IMPAGINAZIONE E GRAFICA : Punto e Linea di Alessandro Paleari - Fonzaso (BL) Cell. 347 277 0162 - email: alexpl@libero.it EDITORE E STAMPA GRAFICHE FUTURA SRL- Via Della Cooperazione, 33- MATTARELLO (TN) FELTRINO NEWS Supplemento al numero di dicembre di VALSUGANA NEWS Valsugana News – Registrazione del Tribunale di Trento: n° 4 del 16/04/2015. COPYRIGHT -Tutti i diritti riservati Tutti i testi, articoli, intervista, fotografie, disegni, pubblicità e quant’altro pubblicato su FELTRINO NEWS, sono coperti da copyright GRAFICHE FUTURA srl e quindi, senza l’autorizzazione scritta del Direttore Responsabile o dell’Editore, è vietata la riproduzione e la pubblicazione, sia parziale che totale, su qualsiasi supporto o forma. Gli inserzionisti che volessero usufruire delle loro inserzioni pubblicitarie, per altri giornali o pubblicazioni, posso farlo richiedendo l’autorizzazione al Direttore Responsabile o all’editore. Quanto sopra specificato non riguarda gli inserzionisti che utilizzando propri studi o agenzie grafiche, hanno prodotto in proprio le loro grafiche e quindi fatto pervenire alla redazione o all’ufficio grafico di FELTRINO NEWS, le loro pubblicità, le loro immagini, i loro testi o articoli. Per quanto sopra GRAFICHE FUTURA srl, si riserva il diritto di adire le vie legali per tutelare, nelle opportune sedi, i propri interessi e la propria immagine.

Gennaio 2021

L’editoriale

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Feltre: il Castello oltre la storia

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Sommario

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Giuseppe Moscati, il medico dei poveri

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Un giorno da Covid

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Gianni Rodari

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Veneti: una lingua, un popolo

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Il campo di aviazione di Feltre

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Il giorno della memoria

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Per non dimenticare

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Medicina & Salute: la malattia di Alzheimer

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Il processo di Norimberga

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Medicina & Salute: stanchezza da Covid

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I processi secondari di Norimberga

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RICERCA PERSONALE

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Chi furono le Einsatzgruppen

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Medicina & Salute: l’Osteoporosi

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La grande strage di Marzabotto

24

Il “Fondaco per Feltre“

74

Intervista impossibile

25

Maria Teresa, Sovrana illuminata

76

Tutto ciò da sapere sul bollo auto 2021

78

Ezzelino da Romano

29

L’hockey è…moderna Società oggi: la donna

In filigrana: leggi, decreti e DPCM

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Curiosità nella storia: la carta igienica

82

Covid: calo furti e rapine

32

I più grandi ballerini della storia

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Tra passato e presente: l’Aquila di Roma

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La storia della pizza

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La prostituzione in Italia

37

Girovagando: Kenia volontariato ed esperienza 90

Paolo Rossi nella storia del calcio

44

Ieri avvenne: la rivoluzione della stampa

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Speciale Hockey Feltre

47

Giocherellando

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Ieri avvenne: la fine del colonianismo italiano

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Il giorno della memoria Olocausto e la Shoah Pagina 8-27

Speciale Hockey Feltre Pagina 47

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Medicina & Salute La malattia di Alzheimer Pagina 67

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A parere mio di Waimer Perinelli

Un GIORNO da COVID

S

anità e scuola sono le colonne della società che il Covid ha colpito con maggiore violenza. Naturalmente non vogliamo sottovalutare altre come l’economia e il lavoro le quali, in tutte le loro forme, dipendono in ogni caso dalle prime precedenti. Sanità vuol dire salute, cure, e strutture che il morbo infame sta mettendo a dura prova, non solo svelando l’incapacità di programmare dei pubblici amministratori ma e soprattutto, evidenziando il problema etico dei medici. Molti fingono di scoprirlo solo ora, ma i più informati sanno che per un medico le scelte per le cure non sono mai semplici nè facili e gli errori costano la vita, dei pazienti, e, in qualche caso, la loro. Un amico medico mi esponeva spesso le sue angustie, e la sua incapacità di indurirsi il cuore che, come ha scritto Camus, è “il modo per sentirsi dio” e quindi giudicare senza essere giudicato. Per la sua comprensione e capacità di rapportarsi con i pazienti era chiamato “il medico dell’anima”: ho il dubbio che l’angoscia sia stata un acceleratore della malattia che l’ha portato alla morte. Qualche dubbio l’hanno manifestato i medici parigini davanti ad un solo letto in terapia intensiva per due pazienti: l’una ottantaduenne affetta da Covid, l’altro un quarantaseienne, colpito da meningite. E’

stata la donna a togliere ogni imbarazzo cedendo all’altro il posto in rianimazione, salvandogli la vita, perdendo la propria. La crisi della sanità non è tuttavia solo etica, anzi il Covid mette a dura prova la resistenza alla fatica del personale ospedaliero, medici, infermieri, addetti alle pulizie. In Veneto, da febbraio ad oggi, sono stati oltre quattromila i sanitari, compresi tecnici di laboratorio, assistenti e operatori socio sanitari, che hanno rinunciato al posto in ospedale quando hanno saputo di essere destinati al reparto Covid. Non gode buona salute nemmeno la scuola cui spetta la formazione dei giovani. Fra chiusure e lezioni a distanza c’è carenza di istruzione e di verifica ma, e forse è peggio, viene a mancare la socializzazione ovvero l’apprendimento e applicazione di regole comportamentali. Anche per questo, ma non solo, si sta affermando la violenza nella soluzione di conflitti fra giovani. A Roma come a Venezia la cronaca riporta maxi risse fra adolescenti con l’uso di bastoni ed altri corpi contundenti. Sono, per ora, episodi sporadici ma da non sottovalutare perché appaiono come la punta di iceberg del malessere strisciante in cui vivono i ragazzi. Giovani afflitti dal disagio di una società frammentata dove la pandemia non è causa prima ma combustibile per la violenza le cui origini vengono in primo luogo dall’incertezza dello studio, la cui mancanza di sbocchi professionali lo fa

apparire inutile, dall’immobilità sociale con la negazione delle ambizioni di crescita, dalla disoccupazione, dalla mancanza di modelli etici di comportamento: quelli che proprio la scuola dovrebbe dare. Aggravano la situazione la politica praticata sempre più da incompetenti e incapaci e le sfilate televisive di tecnici capaci di affermare tutto ed il contrario di tutto, contraddire se stessi e gli altri con affermazioni altisonanti. Nella migliore delle ipotesi gli attuali amministratori e gli esperti appaiono confusi davanti al disagio collettivo, simile per certi versi a quello che nel 1968, nel 1977 fino all’inizio degli anni 80, ha portato a violenti scontri sociali. A scuole chiuse, le bande armate, per ora solo occasionali, appaiono le uniche in grado di aggregare i ragazzi del muretto, quando non degli stupefacenti. Si tratta di risposte individuali al disagio creato dalla perdita di obiettivi sociali, di aspirazioni, di mobilità legata allo studio. Oggi la conoscenza appare a troppi giovani fondamentale purché si tratti di conoscere per essere raccomandati. Sanità e scuola appaiono davanti al Covid come colonne piegate, incrinate; se loro crollano saremo travolti dalle macerie.

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L’Olocausto e la Shoah di Armando Munaò

Il giorno della MEMORIA

I

l termine Olocausto, significa “tutto brucia” e indica non solo il genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d’Europa, ma anche lo sterminio di tutte le categorie ritenute “indesiderabili”; di queste furono circa 15 milioni i morti in pochi anni. Il termine deriva in realtà da un rituale religioso che prevedeva che tutto ciò che veniva sacrificato sull’altare fosse poi bruciato, perché nulla rimanesse a disposizione dell’uomo. Shoah, invece in lingua ebraica, significa catastrofe, distruzione, spesso utilizzato in alternativa a Olocausto, ricorre nelle sacre scritture e proprio per questo motivo si ritiene abbia una maggiore connotazione religiosa. Il Giorno della Memoria, così è stato chiamato dall’Assemblea delle Nazioni Unite per ricordare e commemorare, ogni anno, le vittime dell’Olocausto e lo sterminio del popolo ebraico. La delibera dell’Onu, datata 1° novembre 2005, fu approvata e registrata in occasione

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del 60° anniversario della liberazione dei campi di concentramento e di sterminio a opera dei nazisti, le tristissime strutture create apposta per attuare “la soluzione finale della questione ebraica”, ovvero il totale annientamento degli ebrei. I documenti storici ci dicono che tra il 1939 e il 1945 circa 6 milioni di ebrei furono sistematicamente uccisi dal Terzo Reich di Hitler con lo scopo di creare una razza pura in un mondo più puro e pulito e dare vita alla razza ritenuta superiore, quella “ariana”. Una decisione che i capi del nazismo concordarono nel 1942, nella conferenza di Wannsee, dove 15 tra i maggiori funzionari del Partito Nazista e del Governo

tedesco si riunirono per concretizzare l’eliminazione sistematica degli ebrei, ma di fatto l’eccidio era già iniziato. Da quel momento tutti gli ebrei furono dapprima ghettizzati, ovvero concentrati e racchiusi in quartieri delle varie città, poi deportati in massa, non solo nei vari campi di concentramento e di sterminio di Auschwitz, Dachau, Bergen Belsen, e Mauthausen, ma anche in altre decine e


L’Olocausto e la Shoah mente è scritto: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione decine di campi disseminati in Europa, dove giornalmente arrivavano convogli carichi di persone. Dapprima erano selezionati per individuare chi fosse in grado di lavorare, mentre gli altri venivano inviati direttamente alla camere a gas e in ultimo ai forni crematori. Per il “Giorno della Memoria” fu scelto il 27 gennaio perché fu proprio in quel giorno del 1945 che le truppe dell’esercito russo della 60esima armata del Maresciallo Ivan Konev arrivano nei pressi della città polacca di Oświęcim (in tedesco Auschwitz, divenuto il simbolo universale delle tragedia ebraica durante la seconda guerra mondiale) e liberarono i superstiti, rivelando al mondo intero non solo l’orrore del genocidio voluto da Hitler, ma anche tutti gli strumenti di

tortura e di annientamento usati in quel lager nazista. Purtroppo non riuscirono a salvare tutti i prigionieri sani, si ritiene che siano stati oltre 60mila, che i nazisti e le SS, ritirandosi, si portano con loro, nella triste “marcia della morte”. I soldati russi trovarono oltre settemila prigionieri ancora in vita che erano stati abbandonati dai nazisti perché considerati malati. Secondo testimonianze di sopravvissuti ad Auschwitz, i nazisti, per cancellare le tracce dei loro efferati crimini, fecero saltare, tra il 20 e il 25 gennaio, i forni crematori 2, 3, e 5, dove erano stati bruciati i corpi di centinaia di migliaia di ebrei. Anche l’Italia, con gli articoli 1 e 2 della legge 211 del 20 luglio 2000 ha istituito le finalità e le celebrazioni del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Testual-

dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere» 9


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Per non dimenticare di Francesca Gottardi

è nostra corrispondente USA

“Dio, dove sei?”

Riproponiamo per i lettori di Feltrino News la nostra intervista esclusiva fatta a Benjamin Ferencz, l’ultimo procuratore capo dei processi di Norimberga ancora in vita e pubblicata su Valsugana News. All’età di quasi 100 anni e con la sua testimonianza, ci racconta l’esperienza e i sentimenti vissuti in uno dei periodi più brutti e tristi della nostra storia. Ferencz è considerato uno dei più grandi esperti al mondo sui crimini di guerra e sui diritti civili. E’ stato tra i maggiori promotori della Corte Penale Internazionale.

M

r. Ferencz, Le capita spesso di pensare a ciò che ha vissuto negli anni ‘40? Beh, sì, ne parlo sempre con persone che mi chiamano per interviste, ne parlo alla radio, per televisione, su Skype, su riviste e giornali. È mai stato intervistato da una rivista italiana? No, non di recente. Mr. Ferencz, ci racconti un po’ del Suo background e della Sua storia. I Suoi genitori sono immigrati dalla Romania, erano ebrei e scappavano dalla guerra. Come è stata la Sua infanzia? Sono venuto negli Stati Uniti quando

avevo 9 mesi, quindi i miei ricordi della Romania sono inesistenti. Tra l’altro, noi ci consideravamo ungheresi. Le condizioni di vita dopo la prima guerra mondiale erano terribili, sia i rumeni che gli ungheresi erano antisemiti ed all’epoca non vi era impiego per gli ebrei. Quindi ai miei genitori è parsa una buona idea andarsene. Abbiamo viaggiato in terza classe ma solo perché la quarta classe non c’era, altrimenti avremmo viaggiato in quella. Come siete stati accolti negli USA? Le condizioni a New York erano terribili. I miei genitori non avevano soldi, né amici, non conoscevano la lingua, non avevano un lavoro. Mio padre era calzolaio, ma a

New York non avevano bisogno di scarpe fatte a mano. Quindi vivevamo in una cantina e mio papà faceva il bidello. Non avevamo molto e non era una bella situazione, ma erano comunque condizioni molto migliori di quelle in cui avevamo vissuto in Romania—o Ungheria. Prima del Suo coinvolgimento nei Processi di Norimberga ha combattuto nell’esercito americano. Nel documentario biografico “Prosecuting Evil” menziona di come era molto determinato ad arruolarsi nell’esercito americano. Perché aveva un desiderio così forte di andare al fronte? Perché non volevo avere la sensazione di 11


Per non dimenticare esserne rimasto fuori e di non aver fatto la mia parte in una guerra che stava implicando l’annientamento e la persecuzione del popolo ebraico. Mi sarei sentito molto in colpa se non ne avessi fatto parte. Quindi, feci di tutto per entrare a far parte del corpo aereo dell’esercito, ma incontrai delle difficoltà. Come sai, sono piuttosto basso di statura, quindi mi dissero che non sarei riuscito a raggiungere i pedali [dell’aereo]. Tuttavia, gli ufficiali di rotta mi diedero una chance… E come andò? Non andò molto bene [ride], mi dissero che se mi avessero detto di bombardare Berlino, probabilmente sarei finito a Tokyo ed i paracadutisti militari mi dissero che sarei volato in alto invece di buttarmi in basso. Quindi, è stato difficile per me trovare un posto adatto nell’esercito. Alla fine entrai come soldato semplice nel battaglione di artiglieria antiaerea, di cui non sapevo assolutamente nulla.

Lei è stato inoltre uno dei primi americani ad entrare in un campo di concentramento liberato. Si ricorda di quale campo si trattava? Si, era Buchenwald. Qual era il Suo compito una volta entrato nei campi? La prima cosa era non farsi ammazzare dalle SS rimaste nei campi [ride]; in secondo luogo il mio compito era quello di raccogliere le prove dei crimini commessi in modo tale da poter identificare le parti colpevoli e metterle sotto processo. Ciò significava principalmente recarsi all’ufficio di ogni campo ed impadronirsi di tutti i documenti disponibili, che erano molto esaustivi. Pensa che erano completi dei nomi di tutti i detenuti e di tutti gli ufficiali delle SS. Nei campi sono persino riuscito ad ottenere le dichiarazioni giurate di alcuni sopravvissuti che erano ancora nelle condizioni di poter rendere testimonianza. Tutta la documentazione raccolta sarebbe poi

Chi è Benjamin Berell Ferencz

diventata la base per i procedimenti giudiziari che seguirono. Cosa si ricorda di quel giorno che entrò in un campo di concentramento per la prima volta? Lo ricordo molto bene, mia cara. Non lo potrò mai dimenticare. Oh, fu un orrore. Un vero orrore! Fu per me difficile accettare che degli esseri umani potessero essere trattati in quel modo da altri esseri umani. Ha scosso la mia fede nel profondo. Mi sono chiesto: “Dio, dov’eri? Dio, dove sei?” Sto ancora aspettando una risposta. Hai dei parenti che sono stati mandati nei campi di concentramento? Sì, tutti i Ferencz. Sia dei parenti da parte di mia madre che di mio padre scomparvero e furono uccisi. Aveva solo 27 anni quando è stato selezionato come procuratore per i processi di Norimberga. Come è stato scelto? Per rispondere a questa domanda ti

Nato in Transilvania, a Großhorn l’11 marzo 1920. A soli 9 mesi, come egli scrive, la sua famiglia dovette emigrare in USA per sfuggire alla persecuzione degli ebrei ungheresi da parte del regime rumeno e ad un clima di progressiva tensione politica. In America studiò alla Harvard Law School dedicandosi anche a particolari temi e ricerche sui crimini di guerra, dove si laureò nel 1943. Si arruolo’ come soldato semplice nel battaglione di artiglieria antiaerea, e dopo fece parte di un qualificato team dedicato ad investigare i crimini di guerra perpretati dai tedeschi sui prigionieri di guerra alleati. Forse è stato proprio per l’esperienza acquisita che fu inviato a svolgere delle indagini nei campi di concentramento subito dopo la liberazione da parte degli alleati. “Fu un lavoro duro, meticoloso, racconta, per ottenere le testimonianze e i documenti d’accusa”. Nel dicembre del 1945 fu congedato, ma dopo qualche mese, vista la sua preparazione specifica, fu richiamato a rivestire il ruolo di procuratore dell’accusa ai processi secondari di Norimberga (cominciarono il 9 dicembre 1946 e si conclusero il 13 aprile 1949), e furono successivi al grande processo, da tutti conosciuto, che vedeva imputati i maggiori criminali di guerra. A capo del gruppo dei legali di tutti questi dodici processi fu nominato il brigadiere generale Telford Taylor. Questi, vista la preparazione di Ferencz, lo nominò procuratore capo nel nono processo, quello alle Einsatzgruppen. Tutti i “suoi” ventidue imputati furono dichiarati colpevoli. A quattordici di essi venne comminata l’esecuzione capitale. Quattro furono effettivamente eseguite. Altri condannati sfuggirono alla pena di morte a seguito dell’amnistia del 1951. Dopo la guerra e dopo i processi si dedicò alla carriera d’avvocato che lasciò per impegnarsi completamente alla promozione della nascita sia di un organismo sovranazionale di giustizia e a temi quali i crimini di guerra contro l’umanità e sia di una Corte penale internazionale. Nel 1975 pubblicò il suo primo libro, Defining International Aggression-The Search for World Peace. Dal 1985 al 1996 fu professore a contratto di diritto internazionale presso la Pace University. Oggi, a quasi cento anni, fortunatamente, è ancora fra noi e ci concede la sua lucida, insostituibile testimonianza.

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Per non dimenticare

devo prima dare un po’ di background. A quel tempo ero l’uomo più esperto del mondo su quell’argomento [i crimini di guerra] perché prima di tutto avevo fatto ricerca per un professore della Harvard Law School, Sheldon Glueck, che aveva scritto un libro intitolato “Crimini di guerra”. Avevo letto tutto ciò che era stato scritto sui crimini di guerra fino ad allora, ed avevo preparato dei riassunti per il mio professore. Pertanto, avevo un solido background accademico. In secondo luogo, sono stato il primo ad essere nominato da Washington DC a svolgere il ruolo di investigatore per i crimini di guerra verso il termine della seconda guerra mondiale. Pochi nel settore avevano la benché minima idea di cosa fossero i crimini di guerra e di come trattarli. In quel contesto, ero l’unico esperto in materia. Non solo, ero stato

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nei campi, avevo contribuito a liberarli, avevo visto le vittime ed arrestato le SS. Nessuno aveva quel tipo di esperienza. Tutto questo all’epoca era già in linea con i Suoi obiettivi professionali? Sì, il mio obiettivo professionale era dedicarmi alla prevenzione del crimine. Mi sono interessato di delinquenza giovanile fin dagli albori ed avevo scritto un articolo in merito quando ancora ero un caporale nell’esercito americano, proprio all’inizio. L’articolo riguardava la riabilitazione dei trasgressori militari, ovvero di quei soldati dell’esercito americano che avevano infranto la legge ed erano in prigione. Quindi si, quello era già il mio obiettivo professionale. Che tipo di prove è riuscito ad ottenere a seguito delle Sue indagini? Ho ottenuto prove esaustive dei crimini commessi, dove venivano specificati il nome dell’unità responsabile, quanti ebrei erano stati uccisi, in quale città, e persino a che ora. In genere questo tipo di documenti venivano firmati dal comandante dell’unità nazista, inviati a Berlino per essere consolidati con simili documenti che pervenivano dalle altre unità e quindi distribuiti alle varie agenzie naziste. Sono riuscito ad ottenere la lista di distribuzione di 99 diverse agenzie del governo nazista. Con quel tipo di prove, mi era chiaro in ragione della mia formazione come criminologo che avevo tra le mani il caso perfetto. Il mio ufficio era a Berlino, comprendeva circa 50 ricercatori, ma a quel punto ho subito preso un volo per Norimberga. Lì incontrai il generale Taylor, che in seguito sarebbe diventato il mio socio legale a New York, ma a quel tempo era il mio capo. Gli proposi di fare un nuovo

processo. Mi disse: “Non possiamo, gli avvocati sono già assegnati e il Pentagono non ci darà più l’autorizzazione per ulteriori processi. Non possiamo proprio farlo”. Quale fu la Sua reazione? Mi incuriosii e gli dissi: “Non puoi fargliela fare franca. Ho qui tra le mani i dettagli di un omicidio di massa di proporzioni incredibili. Ho i nomi, ho tutte le prove di cui abbiamo bisogno!”. A quel punto il generale Taylor mi chiese se potevo incaricarmi io del caso, ed io risposi “certo!” Fu così che venni nominato procuratore capo in quello che si è rivelato essere il più grande processo per omicidio della storia umana—e ti dirò che già allora me lo aspettavo lo sarebbe diventato.

Come si è preparato per affrontare i processi? Ho preparato il mio caso in due giorni. Avevo tra le mani documenti contemporanei top secret inviati a Berlino direttamente dal fronte. Avevo gli uomini che li avevano firmati, documentando minuziosamente quante persone erano state uccise, in quale città e perché. Cosa mi serviva di più? Con quelle prove schiaccianti, ero sicuro di poter ottenere una condanna oltre ogni ragionevole dubbio. Ero molto sicuro di me stesso, per via del mio temperamento [ride].


Per non dimenticare

È stato un problema rintracciare e determinare chi sarebbero stati gli imputati? Si, è stato complicato perché erano più di 3000 gli uomini coinvolti nell’incarico di uccidere ogni singolo uomo, donna e bambino ebreo che fossero riusciti a catturare. Pertanto, ho dovuto prendere una decisione su chi portare in tribunale. Volevo arrivare ai responsabili, ai comandanti delle unità che stavano uccidendo tutte queste persone. Nel documentario evidenzia inoltre che molti dei crimini più atroci sono stati commessi da militari di alto rango, in possesso di laurea e dottorato. Uno dei generali più spietati ne aveva addirittura due di dottorati, uno in legge. Questo fa presupporre che fossero delle persone razionali e con senso critico. Come si spiega questo paradosso a Suo parere? La giustificazione primaria che gli imputati adducevano era quella che dovessero obbedire a degli ordini superiori, ma si

trattava di una scusa. I militari nazisti avevano il dovere di obbedire solo agli ordini legali a loro impartiti. Impossibile non sapere che sparare a delle persone indifese non sia un ordine legale. E in secondo luogo, credevano che quello fosse il loro compito. Sentivano che era nell’interesse della loro nazione sbarazzarsi di questi parassiti umani e che li dovevano sterminare. Lo hanno fatto perché erano tedeschi patriottici, nazisti patriottici. Pensa che se ne vantavano pure del numero di persone che avevano ucciso. Ha personalmente avvertito antisemitismo nei Suoi confronti durante il Processo? Sì, ma non l’ho preso sul serio. Io ero nelle condizioni di potermi difendere, non mi sono mai considerato una vittima. Le vere vittime erano morte e già sottoterra. La mia motivazione dietro l’assunzione del ruolo che ho avuto nel Processo non derivava dalla percezione di una mia lesione personale in quanto ebreo. Voglio dire, mi sono certamente sentito offeso, ma a nome di tutto il genere umano, non solo a livello personale. Come si spiega il fatto che molti criminali nazisti non si siano mai pentiti delle loro azioni e che anche durante i processi si siano opposti alla loro condanna affermando che avrebbero fatto tutto di nuovo? Beh, non pensavano di essere colpevoli. Non provavano alcun rimpianto. La mia più grande delusione è stata che nessun tedesco in tutto il tempo che sono stato lì sia venuto da me e mi abbia detto: “Mi dispiace per quello che abbiamo fatto.” Nessuno! C’è stato per Lei un momento “topico” durante il Processo?

Si. Ricordo che durante il Processo un imputato nazista si rivolse alla Corte dicendo con sarcasmo: “Ma dai, degli ebrei sono stati uccisi? Lo sento ora per la prima volta!”. A quel punto avrei davvero potuto saltargli addosso e puntargli una baionetta alle orecchie, così che potesse sentire chiaramente quante persone erano state uccise dalla sua unità. Quello è stato un momento in cui mi sono arrabbiato durante il Processo. Per il resto del

tempo ho sempre mantenuto la calma. Dopo il processo che Lo ha visto come procuratore capo, tutti i 22 imputati sono stati condannati. Tredici hanno ricevuto la condanna a morte, di cui 4 sono poi state eseguite. Cosa ha provato dopo la condanna, sentiva che giustizia era stata fatta? Pensavo che giustizia fosse stata fatta, ma allo stesso tempo mi rendevo conto che non si poteva veramente mettere sulla stessa bilancia della giustizia un milione di persone assassinate e dall’altra parte la selezione di 22 su 3000 assassini. A quel punto mi sono chiesto: “come posso rendere questo processo importante?” Il pensiero che mi ha guidato è stato il riconoscere che le vittime—uomini, donne e bambini—erano stati assassinati 15


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Per non dimenticare semplicemente perché non condividevano la stessa razza, la religione e l’ideologia dei loro carnefici. Ritenevo che quella fosse una cosa terribile. Ho quindi pensato che se fossi riuscito ad asserire la superiorità di un principio di legalità che affermasse il diritto di tutti gli esseri umani a vivere in pace e con dignità—indipendentemente dalla loro razza, religione o colore—se fossimo riusciti ad affermare la superiorità di questo principio e dello Stato di diritto, quella sarebbe stata la più importante vittoria. Ha sottolineato questo punto nella Sua dichiarazione di apertura del processo... “Il caso che presentiamo è un appello per rendere il diritto più umano”. È così che ho esordito con la mia arringa. Per me quella era la vera essenza del Processo, un appello che invocasse l’umanità del diritto per proteggere l’umanità tutta da minacce future. La Corte ha accettato ed incluso questa mia richiesta nella sentenza finale. In ogni caso, penso che sia così stata fatta giustizia? Non posso parlare di giustizia. Non c’è stata giustizia. Hanno ucciso milioni di persone! Ancora una volta, per me la cosa più importante era che venisse affermato un principio che permanesse nel tempo, quello della superiorità del diritto, per tutelare le generazioni presenti e future da simili orrori. Come spiega il fatto che dopo la guerra ci siano stati governi - e persino la chiesa - che hanno protetto ex crimi-

nali nazisti? Perché persistevano ancora delle notevoli divergenze politiche. Basti pensare che il mio comandante generale - quando la guerra non era ancora finita - fece un discorso a Londra in cui disse che noi (gli Stati Uniti) stavamo combattendo il nemico sbagliato. Disse che avremmo dovuto combattere i russi e non i tedeschi. Io pensai che quella fosse un’affermazione riprovevole in un momento in cui i tedeschi stavano uccidendo i russi come mosche! Per un comandante americano dire che avevamo il nemico sbagliato e che invece avremmo dovuto uccidere i russi...che affermazione vergognosa! Ciò evidenzia come fossero rimaste delle significative divergenze politiche, che permangono ad oggi. Dopo tutto quello che ha vissuto durante la guerra e durante i processi, come è stato tornare alla “vita normale” e lavorare come avvocato negli Stati Uniti? La mia vita non è mai stata normale, mia cara! [Ride]. Il mio operato è tutti i giorni motivato dal trauma che ho vissuto durante la guerra. Ho dedicato tutta la vita a cercare di fermare la guerra, perché la trovo una cosa così stupida, è quasi incredibile! L’attuale sistema è strutturato in modo tale che quando due capi di Stato non sono in grado di mettersi d’accordo, inviano giovani come te ad uccidere altri giovani che nemmeno co-

noscono. Questo fino a quando non si stancano di uccidersi a vicenda, e poi si riposano per un po’, dichiarano vittoria, e ricominciano da capo. E i soldi che potrebbero usare, e dovrebbero usare, per sostenere le legittime invocazioni d’aiuto di tutte quelle persone che cercano la libertà e lottano per una vita migliore le spendono in più munizioni per uccidere più persone invece di cercare di aiutare quelle in stato di bisogno. Penso che sia pazzesco! C’è chi pensa che io sia un pazzo; ma io penso che i pazzi siano loro. E spero che i giovani come te decidano che non è possibile avere un mondo pacifico in queste condizioni, vale a dire senza cambiare il modo in cui le persone pensino ai propri doveri reciproci in quanto esseri umani. Dopo la guerra, ha svolto un ruolo cruciale nella creazione del Tribunale Penale Internazionale. Pensa che gli Stati Uniti ratificheranno mai lo Statuto di Roma della CPI? No. Non con questo tipo di governo. Gli Stati Uniti si sono sempre opposti al Tribunale Penale Internazionale, perché, e questo è importante, nel sistema legale americano ci sono due grandi partiti [quello democratico e quello repubblicano], che alle elezioni si contendono fino all’ultimo voto per ottenere un vantaggio sul partito rivale. Quindi, [i candidati] devono stare molto attenti nel cercare di ottenere tutti i voti di cui

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Per non dimenticare

hanno bisogno perciò evitano questioni di questo tipo, che sono molto critiche. Il risultato è che gli Stati Uniti, leader mondiale nella promozione dei processi di Norimberga, ne hanno tradito lo spirito. Gli Stati Uniti hanno tentato di sabotare la CPI dal giorno in cui è nata, usando argomenti assurdi. Dicono che è una minaccia all’indipendenza americana, alla sovranità degli Stati Uniti. Adducono che il termine “aggressione” non è stato sufficientemente definito nello statuto, e che quindi non si può portare a processo nessuno. Tutte queste argomentazioni sono incorrette. Ho scritto ampiamente su questo tema, ed i miei articoli sono accessibili sul mio sito web [http://www. benferencz.org/]. Quale consiglio si sente di dare alle nuove generazioni? Di non mollare mai! Mai! Il mondo sta andando incontro all’apocalisse. Basti

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pensare che oggi abbiamo la capacità tecnologica di tagliare la rete elettrica su tutto il pianeta Terra. In altre parole, oggi gli Stati Uniti, la Russia, la Cina—e chissà chi altro— hanno la capacità [tecnologica e militare] di porre fine all’umanità. Il rischio è che la Terra diventi un altro pianeta morto che fluttua nella stratosfera. Questo lo vedo come un rischio attuale. E cosa si può fare per impedirlo? Opporvisi con tutte le forze, passo dopo passo! Non mollare mai! Occorre spingere questo masso su per la collina, a poco a poco finisce per salire. Io questo masso lo ho spinto per tutta la vita—e bada sono alto solo un metro e mezzo—non mi sono mai arreso, e ancora non mi arrendo. Pensa che ancor oggi lavoro molto, la mia scrivania è coperta di documenti, articoli, libri e così via. Ha un consiglio particolare dedicato ai giovani avvocati? Il mio consiglio a voi giovani avvocati è innanzitutto quello di essere preparati, di essere in grado di rispondere con valide argomentazioni. In altre parole, studiate. Usate il vostro giudizio. Naturalmente, se chi mi leggerà ritiene che sia una buona idea uccidere qualcuno solo perché ha un punto di vista politico diverso dal suo, beh, non lo convincerò altrimenti. Ma se invece anche voi la pensate come me, ovvero che tutti noi abbiamo l’obbligo di essere pronti a scendere a compromessi, a capire il punto di vista dell’altra persona, a riconoscere che non è vigliaccheria trovare una soluzione comune ad un problema, beh allora questi sono i valori che dobbiamo imparare ed insegnare ad ogni livello di

istruzione: nelle chiese, nelle sinagoghe, nelle scuole, nelle moschee, ovunque! Occorre condannare l’uso della forza militare, il cui uso è illegale stando alla Carta delle Nazioni Unite, secondo la quale le controversie tra Stati vanno risolte solo con mezzi pacifici! Gli avvocati diranno che la Carta non vincola direttamente gli individui… Stupidaggini! La Carta è stata formulata per dar voce a tutte le persone sofferenti del mondo! Certo, queste persone hanno parlato attraverso i loro governi, è vero, ma nulla toglie al principio fondante che le controversie vadano risolte con mezzi pacifici! E ancora questo i governi lo ignorano ed investono i loro soldi nella guerra. E chi ne paga il conto? Tu (le nuove generazioni), non io. In tanti anni di lavoro per la promozione dei diritti umani ha ottenuto molti risultati importanti. Qual è il contributo di cui è più orgoglioso? Ne citerò uno di cui sono proprio orgoglioso. Non ne parlo mai. Sono orgoglioso di aver elaborato un sistema con il governo tedesco, il governo della Germania occidentale, per compensare i sopravvissuti alla persecuzione nazista, sia ebrei che non ebrei. Nella storia umana non era mai successo prima che una nazione sconfitta pagasse un risarcimento individuale ai sopravvissuti. Pensa che quando lasciai la Germania nel 1956 grazie a quel programma avevo già raccolto 50 miliardi di dollari da ridistribuire alle vittime. Abbiamo istituito uffici e messo a disposizione avvocati per aiutare i sopravvissuti ad asserire i loro diritti. Ecco, essere riuscito ad elaborare un sistema di compensazione complesso come quello, in un Paese che era in ginocchio dopo la guerra è stato un bel successo! Questo mi fa guardare indietro e pensare: “Ben fatto Benny!” Mr. Ferencz, a nome mio e della rivista Le sono molto grata per aver condiviso la Sua storia con i lettori italiani in un modo così sincero e toccante. Grazie! Ora tocca a voi portare la torcia!


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Per non dimenticare di Francesca Gottardi

Il Processo di Norimberga Il processo di Norimberga —dal nome della città dove ebbe luogo—è tra i processi più famosi della storia. Fu celebrato contro gli ufficiali nazisti per la persecuzione e lo sterminio del popolo ebraico, ma anche di Rom, Sinti, omossessuali, disabili, Testimoni di Geova ed altri gruppi di vittime innocenti. Il processo principale si tenne nel Palazzo di Giustizia della città teutonica dal 20 novembre 1945 al 1º ottobre 1946, quelli secondari terminarono nel 1949. La scelta cadde su Norimberga in quanto il suo Palazzo di Giustizia era una delle poche strutture istituzionali tedesche sopravvissute ai bombardamenti; ma anche in virtù del fatto che la città era stata punto di riferimento del regime nazista e sede dei raduni annuali del partito dal 1923 al 1938.

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erso il termine del secondo conflitto mondiale le forze alleate—Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, e Unione Sovietica—avvertirono la necessità di istituire un Tribunale Militare Internazionale per punire i nazisti accusati di crimini di guerra, di crimini contro la pace e contro l’umanità. L’idea prese forma a seguito di una serie di conferenze tra le grandi potenze, tra cui quella di Teheran nel 1943, e quelle di Jalta e di Potsdam nel 1945. La visione di fondare una tale istituzione si concretizzò con l’organizzazione del Processo di Norimberga,

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fortemente voluto dagli Stati Uniti e da Robert H. Jackson—capo dell’accusa americana. Jackson temeva infatti che se non fosse stata presentata la documentazione dei crimini nazisti con le relative prove durante un processo legittimo, le generazioni future non avrebbero creduto che un orrore tale fosse davvero accaduto. Affermò l’avvocato Robert Storey: “Lo scopo del processo di

Norimberga non era semplicemente condannare i leader della Germania nazista. La cosa più importante era tenere traccia per i posteri di ciò che aveva fatto il regime di Hitler”. Il Processo di Norimberga si riferisce in realtà ad un insieme di diversi processi. I capi d’accusa principali furono violazione del diritto internazionale per crimini di guerra, contro la pace e l’umanità. Questi vennero definiti come “l’omicidio, lo sterminio, la messa in schiavitù [nei campi di concentramento], la deportazione o la persecuzione effettuati su base razziale, politica o religiosa.” Altro capo d’accusa fu quello di cospirazione in riferimento al programma nazista. Il


Per non dimenticare

T

primo dei processi celebrati riguardò i principali criminali di guerra, si tenne davanti al Tribunale Militare Internazionale. Vennero giudicati ventiquattro dei più importanti capi nazisti. Tra questi figurano Hermann Goering, Rudolf Hess, Joachim von Ribbentropp, Robert Ley, Wilhelm Keitel, Julius Streicher, Ernst Kaltenbrunner, Alfred Rosenberg, Hans Frank, Wilhelm Frick e Albert Speer. Il secondo gruppo di processi riguardò i crimini di guerra secondari, tenuto in virtù della Legge numero 10 del Consiglio di Controllo dal Tribunale militare di Norimberga. Comprese il processo alle “Squadre della Morte” (Einsatzgruppen) presidiato da Benjamin Ferencz. Più di 400 spettatori al giorno si presentarono alle udienze, insieme a corrispondenti provenienti da 23 diversi Paesi del mondo, per un totale di 325 tra giornali, radio e agenzie di stampa. Un vero record per l’epoca. Come predisse Robert H. Jackson, i processi generarono un numero notevole di prove relative alla calcolata “soluzione finale” nazista. Furono prodotte ben 3000 tonnellate di carta tra registri e documenti. Al di là dell’esito processuale, la mole dei documenti raccolti rimane ai posteri a testimonianza e monito perenne delle atrocità perpetrate dal regime nazista.

I dodici processi secondari di Norimberga

ali processi vennero celebrati da tribunali militari statunitensi e non davanti all’International Military Tribunal (IMT), che aveva promosso il principale processo di Norimberga contro i vertici della Germania nazionalsocialista, anche se ebbero luogo presso lo stesso palazzo di Giustizia di Norimberga. I Processi secondari (formalmente i “Processi per crimini di guerra davanti al Tribunale militare di Norimberga” (NMT)) furono una serie di dodici processi militari americani per crimini di guerra contro i membri sopravvissuti del potere militare, politico ed economico della Germania nazista. Si tennero, sempre a Norimberga, dal dicembre 1946 all’aprile 1949 e furono così chiamati: 1) Processo ai dottori. 2) Processo Milch. 3) Processo ai giudici. 4) Processo Pohl. 5) Processo Flick 6) Processo all’IG Farben. 7) Processo degli ostaggi 8) Processo all’RSHA 9) Processo agli Einsatzgruppen 10) Processo Krupp.

11) Processo ai Ministri 12) Processo all’Alto Comando Inizialmente si era stabilito di tenere tutti i processi davanti al Tribunale Militare Internazionale, ma le divergenze e le diversità di vedute tra i paesi vincitori (Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica) non lo permisero. Secondo documenti storici dell’epoca tutti i dodici processi richiesero oltre mille giorni di procedimenti legali e 330mila pagine dove furono trascritti gli atti relativi, senza contare centinaia di documenti, verbali e altri dossier. Dei 177 imputati che furono processati, 35 furono rilasciati e 142 condannati. Dei 142 condannati 25 furono sentenziati alla pena di morte (7 nel processo ai dottori; 4 nel processo Pohl e 14 nel processo agli Einsatzgruppen); dei 117 non condannati a morte, 20 furono condannati al carcere a vita e 97 ottennero una sentenza inferiore ai 25 anni. Dal 20 novembre 1945 a Norimberga si usò, per la prima volta nella storia, la traduzione simultanea in inglese, francese, tedesco e russo. Per undici mesi, un’équipe di tre o più interpreti, in cabine improvvisate, resero possibile la comunicazione istantanea tra giudici, procuratori, avvocati difensori, imputati e testimoni, contribuendo in questo modo a “dire” e “fare” giustizia senza equivoci e senza fraintendimenti di sorta.

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Per non dimenticare di Francesca Gottardi

Chi furono le Einsatzgruppen? Il processo agli Einsatzgruppen che ebbe come Procuratore Capo Benjamin Berell Ferencz, è stato il nono dei dodici processi per crimini di guerra tenuti dalle autorità statunitensi a Norimberga dopo il termine del secondo conflitto mondiale. Vide coinvolti 22 imputati che si dichiararono «non colpevoli». Vennero emanate 14 sentenze di morte delle quali solo quattro eseguite perché nel 1951 entrò in vigore un’amnistia che tramutò la pena di morte in pene detentive.

Specializzazione: sterminio

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e Einsatzgruppen, conosciute anche come le “Squadre della Morte” di Adolf Hitler, erano dei corpi operativi speciali composte dalle SS, dai soldati della Wermacht e della polizia tedesca. Inizialmente ebbero compiti di polizia e difesa dei palazzi del governo, ma successivamente insieme alle famigerate SS, furono inviati in Polonia, Ungheria e Unione Sovietica. Mentre le SS si occupavano prevalentemente degli arresti di zingari ed ebrei, non disdegnando uccisioni singole e di massa, le Einsatzgruppen svolsero un truce ruolo nell’Olocausto perché avevano il compito di eliminare, in tutti i modi, sia i prigionieri che quelli che il nazismo definiva di “razza inferiore”.Il loro compito principale, secondo documentazione storica, le testimonianze di sopravvissuti e quanto dichiarato da Erich von dem Bach-Zelewski, nel corso del processo

di Norimberga, consisteva nel metodico annientamento di ebrei, zingari e avversari politici, ottenuto mediante fucilazioni di massa. Una vera e propria pulizia etnica. I prigionieri (uomini, donne e bambini), una volta spogliati (i cui vestiti non di rado erano riutilizzati) venivano condotti sui bordi di fosse già scavate oppure davanti a burroni, e con raffiche di mitragliatrici venivano uccisi. A volte i neonati venivano lanciati in aria e utilizzati come bersaglio. Molto presto la loro brutalità d’azione fu da tutti conosciuta. Si stima che le “Squadre della Morte” furono responsabili del massacro di quasi due milioni di persone (ebrei zingari, disabili e a volte anche partigiani). Nel 1941, per lo sterminio di massa, le Einsatzgruppen utilizzarono anche i primi “Gaswagen” o “camion della morte”. Questi erano autocarri modificati in cui dei lunghi tubi di scarico facevano sì che il gas di scarico (CO, monossido di carbonio) fuoriuscito rientrasse all’interno del vano di carico, dove i condannati, ammassati, venivano avvelenati. I Gaswagen furono i precursori delle camere a gas e le stime degli storici ipotizzano che 700mila persone perirono all’interno di questi camion. Le Einsatzgruppen furono

sotto il controllo di Reinhard Heydrich, comandante dell’ Reichssicherheitshauptamt, ovvero l’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich e uno dei più potenti gerarchi della Germania nazista, considerato da molti come l’uomo più pericoloso del terzo Reich, tant’è che era chiamato “il boia” e “il macellaio di Praga”. ebbe sotto il suo controllo l’intero apparato di sicurezza e repressione delle SS. Fu il più stretto collaboratore di Heinrich Himmler nelle SS. Il nome di Reinhard Heydrich non è associato solamente ai massacri e agli omicidi commessi dalle Einsatzgruppen, ma anche e soprattutto per la sua partecipazione alla Conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942 dove si distinse per una proposta da lui avanzata e che venne poi accettata e acclamata da tutti i gerarchi nazisti: la “Soluzione Finale della Questione Ebraica”, ovvero l’eccidio in massa.

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Per non dimenticare di Franco Zadra

La grande strage di

I

Marzabotto

l 29 settembre 1944 una strage insuperata per dimensioni e per ferocia, i cui unici sopravvissuti furono due bambini, Fernando Piretti, di otto anni, e Paolo Rossi di sei, e una donna, Antonietta Benni, maestra d’asilo, assunse simbolicamente il nome di Marzabotto anche se i paesi colpiti furono molti di più. L’esecutore si chiamava Walter Reder, un maggiore delle SS soprannominato “il monco” perché aveva lasciato l’avambraccio sinistro a Charkov, sul fronte orientale. Al comando del 16° Panzergrenadier “Reichsfuhrer”, il «monco»

iniziò il 12 agosto una marcia che lo porterà dalla Versilia alla Lunigiana e al Bolognese lasciando dietro di sé una scia insanguinata di tremila corpi straziati: uomini, donne, vecchi, e bambini. In Lunigiana si erano uniti alle SS anche elementi delle Brigate nere di Carrara e, con l’aiuto dei collaborazionisti in camicia nera, Reder continuò a seminare morte. Gragnola, Monzone, Santa Lucia, Vinca: fu un susseguirsi di stragi immotivate. Nella zona non c’erano partigiani. A fine settembre il «monco» si spinse in Emilia ai piedi del monte Sole dove si trovava la brigata partigiana “Stella

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Rossa”. Per tre giorni, a Marzabotto, Grizzana, e Vado di Monzuno, Reder compì la più tremenda delle sue rappresaglie. In località Caviglia i nazisti irruppero nella chiesa dove don Ubaldo Marchioni aveva radunato i fedeli per recitare il rosario. Furono tutti sterminati a colpi di mitraglia e bombe a mano. Nella frazione di Castellano fu uccisa una donna coi suoi sette figli, a Tagliadazza furono fucilati undici donne e otto bambini, a Caprara vennero rastrellati e uccisi 108 abitanti, compresa l’intera famiglia di Antonio Tonelli (15 componenti di cui 10 bambini).

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Per non dimenticare

A Marzabotto furono anche distrutti 800 appartamenti, una cartiera, un risificio, quindici strade, sette ponti, cinque scuole, undici cimiteri, nove chiese, e cinque oratori. Infine, la morte nascosta: prima di andarsene Reder fece disseminare il

territorio di mine che continuarono a uccidere, fino al 1966, altre 55 persone. Complessivamente, le vittime di Marzabotto, Grizzano, e Vado di Monzuno, furono 1.830. Fra i caduti, 95 avevano meno di sedici anni, 110 ne avevano

meno di dieci, 22 meno di due anni, 8 di un anno, e 15 meno di un anno. Il più giovane si chiamava Walter Cardi: era nato da due settimane. Dopo la liberazione Reder – come scrive il Resto del Carlino, 12 aprile 2002 -, che era riuscito a raggiungere la Baviera, fu catturato dagli americani. Estradato in Italia fu processato dal Tribunale militare di Bologna nel 1951 e condannato all’ergastolo. Dopo molti anni trascorsi nel penitenziario di Gaeta fu graziato per intercessione del governo austriaco. Morì pochi anni dopo in Austria senza mai essere sfiorato dall’ombra del rimorso.

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L’intervista impossibile di Adelina Valcanover

MARIE-CLAUDE VAILLANT Marie-Claude Vaillant-Couturier nata Vogel (Parigi 1912-1996), giornalista e corrispondente dall’estero, durante la guerra entrò nella Resistenza. Nel 1943 fu deportata ad Auschwitz- Birkenau con altre 229 donne francesi; nel 1944 fu trasferita a Ravensbrück e infine a Mauthausen. Venne liberata dall’Armata rossa nel 1945. Testimoniò nel 1946 al processo di Norimberga e nel 1964 difese davanti all’Assemblea nazionale l’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità e nel 1968 lo fece anche all’Onu. Creò la “Fondazione per la memoria della deportazione”.

B

onjour madame Adelina. Je suis Marie Claude Vaillant. Fui una testimone al processo di Norimberga. Vorrei un’intervista. Diamoci pure del tu come tua abitudine. Cominciamo subito. Come fu che finisti in campo di concentramento? Dopo la laurea sono diventata giornalista e fotografa. Dato che conoscevo bene il tedesco, ho partecipato a un’inchiesta sull’ascesa al potere di Hitler, portando in Francia vari documenti. Comunista, ho partecipato alla fondazione nel 1936 dell’Unione delle giovani ragazze di Francia. L’anno dopo mi sono sposata con Paul Vaillant che avevo incontrato già nel ’32. Ma veniamo alla tua domanda. Sono entrata nella Resitenza nel 1941. Racconta come andò. Sono stata arrestata dalla polizia del governo collaborazionista di Pétain il 9 febbraio

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1942. Interrogata volevano farmi firmare una dichiarazione che non corrispondeva a quanto avevo detto. Io rifiutai. Un ufficiale tedesco mi minacciò. Io risposi che non avevo paura di morire e lui, maligno disse: “Abbiamo mezzi a nostra disposizione che sono peggio della morte vera!”. Dopo alcuni mesi cominciò la deportazione. Eravamo 230 donne, comuniste, partigiane o mogli di partigiani, golliste. Fummo caricate su un treno con vagoni sigillati, dirette ad Auschwitz. Il viaggio deve essere stato tremendo. Oh sì, molto penoso. Praticamente senza mangiare e bere. Alle fermate chiedevamo ai soldati della Lorena arruolati nella Wermacht, che ci sorvegliavano, quanto mancasse ancora alla meta e loro ci rispondevano: “Se sapeste dove andate, non avreste tanta fretta d’arrivare”.

Arrivammo ad Auschwitz il 24 gennaio del ’43. Ricordo che, tolti i piombi dai vagoni, ci hanno fatte scendere a bastonate per condurci al campo di Birkenau, una dependance che si trova in una immensa pianura. E lì che cosa vi hanno fatto? Con le altre mi hanno condotto a una grande baracca e alla disinfezione, rasata la testa e tatuato un numero sull’avambraccio sinistro, il mio era 3168511! Poi ci hanno fatto un bagno di vapore e una doccia ghiacciata, e in presenza di uomini e donne delle SS, fatto indossare abiti sudici e stracciati, una sottana di cotone e una giacca dello stesso tipo. Rammento l’orchestrina che accompagnava i prigionieri e il blocco dove dormivamo stipati all’inverosimile. Come veniva fatto l’appello? Quello cominciava alle tre e mezza del mattino, eravamo messe in fila per cinque, poi dovevamo aspettare immobili fino le sette o le otto del mattino e se c’era nebbia


L’intervista impossibile

anche fino a mezzogiorno. Tutte dovevamo presentarci, anche le malate o le morenti, e le sorveglianti tedesche in uniforme venivano a contarci. Erano armate di manganelli con i quali ci picchiavano a caso. A una mia compagna, spaccarono la testa davanti ai miei occhi. Che tipo di lavoro dovevate svolgere? Per quello che mi riguarda, costruzione di strade e bonifiche di paludi. Quest’ultimo era il lavoro più duro perché si stava tutto il giorno con i piedi nell’acqua e c’era anche il pericolo delle sabbie mobili. Durante il lavoro ci bastonavano e ci aizzavano contro i cani. Ho visto una donna sbranata dal cane dell’SS Tauber che incitava contro di lei divertito dallo spettacolo. Quanta efferatezza. Che mi dici del blocco 25 di Auschwitz? Era semplicemente l’anticamera della camera a gas. Lo conosco perché all’epoca mi trovavo al 26 e le finestre davano sul cortile del 25, dove si vedevano i cadaveri ammonticchiati nello spiazzo e ogni tanto vedevi una mano o una testa muoversi là in mezzo cercando di liberarsi. In quel blocco davano da mangiare e bere quando

capitava e potevano capitare giorni interi senza nemmeno un goccio d’acqua. Una volta Annette Epaux, una nostra compagna, sentendo grida disperate, portò da bere, ma fu vista da una Kapò e quindi presa e gettata nel blocco 25. Poi cosa successe? Due giorni dopo, mentre saliva sul camion che la portava alla camera a gas e teneva stretta la vecchia signora Line Porcher, gridò: “Pensate a mio figlio se ritornerete in Francia!”. E poi con le altre ha intonato la Marsigliese! Ho assistito a cose spaventose. Ne ho dato testimonianza al processo di Norimberga. Sono cose note. Delle 230 che eravamo partite, siamo tornate in 43! Rimanesti sempre a Birkenau? No, fui trasferita prima a Ravensbrück poi a Mauthausen, dove nell’aprile del 1945 venni liberata dai russi. Credo di essermi salvata anche grazie alla perfetta conoscenza del tedesco che mi ha permesso di venire impiegata in una specie di laboratorio medico. Sai, ci sarebbero ancora tante cose da raccontarti, e t’invito, se sei interessata, a cercare i documenti della mia testimonianza.

Vuoi aggiungere ancora qualcosa? Il processo di Norimberga era pieno di difetti, se mi passi il termine, ma ha aperto una possibilità. Quella di creare un precedente e di far pagare i crimini contro l’umanità. Mi sono battuta tanto perché non potessero cadere in prescrizione. È solo ricordando che si possono evitare il ripetersi di simili atrocità. Con questo mi congedo. Lottate sempre per la giustizia e la dignità umana.

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La storia di casa nostra di Elisa Corni

Ezzelino da Romano

I

l terribile era il soprannome dato a Ezzelino III da Romano, signore della Marca Trevigiana, uomo astuto, spietato, audace e soprattutto abile politico. Dal padre ereditò nel 1223 i territori di Bassano, di Marostica e di tutti i castelli dei Colli Euganei e da qui iniziò la sua dirompente conquista di territori inglobando nel suo feudo Belluno, Brescia, Padova, Verona, Vicenza; esercitava inoltre grande influenza su Trento. Riuscì quindi a creare una sorta di signoria regionale indipendente ispirata da una politica che andava oltre i limitati orizzonti comunali e cittadini, unico esempio nell’Italia del tempo. Inizialmente simpatizzante per la Lega Lombarda, deluso dai loro insuccessi si schierò con l’imperatore Federico II di Svevia di cui sposò nel 1238 la figlia Selvaggia. La parabola fortunata di Ezzelino iniziò a declinare in concomitanza con la morte dell’imperatore avvenuta nel 1250: per arginare il potere imperiale e salvaguardare quello temporale della chiesa, papa Alessandro IV lo scomunicò accusandolo di atti feroci e di eresia e imbastì contro di lui una “crociata” per annullarne il potere. Su invito del papa, anche il Trentino fu coinvolto in questo duro confronto armato. Ezzelino puntò allora a rafforzare la sua influenza sul podestà e sul

territorio di Trento, penetrando sia in Vallagarina sia in Valsugana dove aveva feudi, come a esempio a Civezzano, e dove giudici agivano in suo nome; suo agente era anche il capitano di Pergine e rettore della gastaldia di Levico. Ma fu proprio questa minacciosa crescita della presenza di Ezzelino a provocare nel 1255 un massiccio fronte contro di lui da parte di molte casate del Trentino che si schierarono a difesa del vescovo Egnone rientrato allora nella sua sede episcopale. Negli anni successivi Ezzelino lanciò numerosi attacchi a Trento anche servendosi dell’asse vallivo valsuganotto; arrivò a distruggere il castello di Vigolo e mettere a ferro e fuoco la landa circostante che in seguito a ciò si spopolò. Dei feudatari della Valsugana alcuni presero le parti del vescovo come quelli del castello di Selva o come Nicolò da Brenta che nel 1258 fu investito della casa murata di Brenta posta sul colle di San Valentino quale indennizzo per i danni subiti da Ezzelino. Altri si allearono con il Signore della Marca uscendone perdenti: sconfitto Ezzelino, il vescovo fece pagare il tradimento togliendo loro beni e privilegi. Secondo le ipotesi avan-

zate da Nirvana Martinelli nel volume Castel Brenta e la chiesa di San Valentino sul colle di Tenna, ciò avvenne anche per la famiglia dei da Caldonazzo il cui feudo passò alla famiglia dei Castelnuovo. Dopo la perdita di Trento, la fortuna di Ezzelino andò rapidamente spegnendosi. Persi altri importanti territori in Veneto, tentò nel 1259 di conquistare Monza ma fu sconfitto a Cassano d’Adda. Gravemente ferito, fu catturato e rinchiuso a Soncino dove secondo la tradizione si lasciò morire in cella. Per la sua crudeltà Dante Alighieri pone Ezzelino nell’Inferno, tra i violenti contro il prossimo, immerso nel sangue bollente: è indicato a Dante dal centauro Nesso con il verso “e quella fronte ch’a ‘l pel così nero, / è Azzolino” (Inferno, XII,109-110). Oggi, a Bassano del Grappa, un’associazione composta da giovani storici e archeologi fa rivivere Ezzelino e la sua storia nei recenti allestimenti della Torre di Guardia del Castello degli Ezzelini con il progetto “Bassano feudale”, un viaggio nella storia e nella vita del Medioevo.

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In filigrana di Nicola Maccagnan

Leggi, decreti e DPCM:

basteranno a “educare” gli Italiani?

La storia recente del Covid sembra dire di no.

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90mila. A tanto ammonta, stando ad una stima che peraltro sembra difficile da effettuare con precisione, la produzione di testi legislativi dalla nascita dell’Italia unita ad oggi. Di questi, circa 80 mila si riferiscono agli ultimi 80 anni. Di quanto sia abnorme la produzione normativa italica si è scritto e si è letto molto, così come dei tentativi, più annunciati che realizzati, di tagliare, semplificare, armonizzare la mole imponente di cui si compone l’ordinamento legislativo italiano. Tra leggi ordinarie, decreti, norme regie, decreti del Presidente della Repubblica, senza contare quanto prodotto dagli Enti di grado inferiore, ci si trova insomma di fronte

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ad una vera e propria “Babele” in cui il cittadino, pur volonteroso, fa fatica ad orientarsi. E si fa presto a ricordare che “La Legge non ammette ignoranza”; perché se è vero che in uno stato di diritto tutti sono tenuti a riconoscere e osservare le disposizioni vigenti, lo è altrettanto che al moltiplicarsi delle stesse diminuisce proporzionalmente la possibilità concreta di

conoscerle, e quindi seguirle. L’esempio più tangibile, stando alla cronaca di questi mesi assai travagliati, arriva proprio dalla rigogliosa produzione normativa che ha accompagnato il diffondersi dell’epidemia da Covid-19 e i tentativi di arginarla, anche sul piano delle disposizioni di legge. In questo 2020 tutti abbiamo imparato a conoscere, ahinoi, il D.P.C.M. (decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri), ma anche le ordinanze regionali, o quelle comunali, in un susseguirsi di restrizioni, divieti, blocchi e riaperture che – a volte incrociandosi tra loro – hanno finito spesso per creare nelle mente già in tumulto di molti cittadini grande confusione, più che fare chiarezza. Zone gialle, zone arancioni e zone rosse, a giorni alterni, con i loro confini mutevoli, gli orari a singhiozzo,


In filigrana

le aperture e le chiusure in successione, non hanno certo contribuito ad un approccio semplice e chiaro al problema, tanto da lasciare spesso spazio ad una improvvisata e pericolosissima “interpretazione fai da te”. Fin qui le scusanti, almeno parziali, per chi di fronte alla montagna di norme a cadenza quasi giornaliera ha cercato di fare del proprio meglio, o viceversa - approfittando dell’antico adagio “Fatta la legge trovato l’inganno”- ha invece avuto gioco facile ad aggirarle e trovare una scorciatoia di comodo. Sì, perché la sensazione netta che deriva anche e soprattutto dalle cronache di questa pandemia, è che non basta scrivere leggi; anzi, quanto più questo proliferare di testi diventa impetuoso, tanto meno si rischia che sia efficace. Il cittadino, anche quello scrupoloso ed attento, ad un certo punto alza bandiera bianca, sfinito dalla sequela di imput, a volte anche contradditori, a cui viene sottoposto; figuriamoci quello più “furbetto”… E allora? Come riuscire ad ottenere, per il bene comune, una osservanza scrupolosa e attenta delle disposizioni emesse? La ricetta potrà venire solo da un concorso di buone partiche. Da un lato i Legislatori dovrebbe-

ro avere cura di armonizzarsi, cioè parlarsi e mettersi d’accordo, e non sfruttare l’occasione (come purtroppo è accaduto a più riprese) per rivaleggiare in chiave politica. “Meno e meglio”, possibilmente con voce univoca, verrebbe da dire. E il cittadino? Beh, il cittadino dovrebbero fare lo sforzo di comprendere il senso delle norme e a farle proprie, rispondendo alla sostanza delle stesse, più che osservandone la forma. Più volte ho pensato in questi mesi che se TUTTI avessimo rispettato SEMPRE le tre semplici regole della battaglia al Coronavirus (mascherina, distanziamento fisico e igiene) probabilmente ci troveremmo in una situazione molto migliore di quella attuale e non sarebbe stato necessario

nemmeno il profluvio di leggi e decreti a cui abbiamo assistito. Anche perché le leggi, poi, bisogna farle rispettare e tutti abbiamo davanti agli occhi quanto sia in concreto difficile. Farò un altro esempio. Spesso, in ambiti urbani, si invoca l’installazione di telecamere per prevenire e combattere comportamenti non adeguati o addirittura delinquenziali (abbandono di rifiuti, atti vandalici,…). Davvero qualcuno pensa che tappezzare le città di videocamere di sorveglianza risolverà il problema? Quante bisognerà installarne per avere sotto controllo i luoghi almeno potenzialmente più a rischio? E la tanto invocata privacy dei cittadini? E come la mettiamo con il fatto che la stragrande maggioranza dei reati viene compiuta di notte, quando con un berretto in testa e il bavero alzato la telecamera sarà di ben poco aiuto? Forse la soluzione è e rimane un’altra. Il recupero, attraverso un’educazione che riparta dalle basi, del senso civico, ovvero del sentirsi parti responsabili di una comunità. Senza questo, tutte le norme e i divieti del mondo potranno fare ben poca cosa. Un tempo, lo scolaro indisciplinato che tornava a casa dopo essersi preso un rimprovero (o addirittura una sculacciata) dalla maestra, se ne beccava un altro dai genitori. I quali oggi (lo abbiamo letto a più riprese) denunciano l’insegnante per appropriazione indebita, quando ritira al ragazzotto lo smartphone durante le ore di lezione.

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Attualità di Nicola Maschio

Con il Covid in calo furti e rapine in casa Il momento storico che stiamo attraversando non è sicuramente di quelli in cui, per scomodare un vecchio detto, “non tutti i mali vengono per nuocere”. Tuttavia, e lo confermano le statistiche di questo funesto 2020, la pandemia di Covid si porta appresso un risultato, per certi aspetti, inaspettato: il virus ha letteralmente fatto crollare furti e rapine in casa.

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cippi, borseggi, rapine nelle strutture “classiche” come banche o uffici postali. Una flessione di quasi il 50% rispetto ai dati del solo 2019, con l’attività criminale trovatasi incastrata tra lockdown (e dunque le persone chiuse in casa), coprifuoco e soprattutto aziende, uffici e strutture commerciali con accessi ridotti se non addirittura chiusi a causa della situazione epidemiologica. Ciò non significa ovviamente che la maggior parte dei reati non abbia (purtroppo) proseguito la sua corsa ormai inarrestabile negli anni, ma sotto certi aspetti si è davvero registrato un calo statistico importante. Partiamo però da ciò che il Covid non è riuscito ad intaccare, con i numeri a livello nazionale: rispetto al

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2019, e considerando il semestre dal giorno 1 gennaio al 30 giugno 2020, i delitti informatici sono cresciuti del 23,3% (9.380 in tutto). Dato tuttavia abbastanza deducibile, se consideriamo che la maggior parte delle attività, ed il lavoro in particolare con il potenziamento dello smartworking, si è spostato sui computer spesso domestici. Grande distacco invece per quanto riguarda i delitti riferiti all’usura, solo 101 con un +9,8% rispetto all’anno precedente, così come dello stop alla mobilità ha risentito il contrabbando, con un solo +6,7% ed un totale di 222 delitti registrati. Ancora, si fermano ad appena 18 le scoperte di nuove associazioni per spaccio di stupefacenti, con gli incendi boschivi (988) a segnare il dato più basso, cioè un +2,4%. Restando con gli occhi puntati sul panorama nazionale, ecco che contraffazioni di marchi e prodotti industriali sono letteralmente crollate, fermandosi a quota 1.345, ovvero -49,3% rispetto al 2019. Numeri incoraggianti anche per quanto riguarda la violazione della proprietà intellettuale, con sole 138 denunce ed un -44,4% totale, così come i furti che

hanno fatto registrare un decremento del 41,3%, ovvero “solo” 311.824 casi in tutta Italia. Bene anche il -29,9% riferito allo sfruttamento della prostituzione ed alla pornografia minorile (538 episodi riscontrati), così come il -29,6% attribuibile a rapine di varia natura (8.669 in totale). Un commento sui dati lo ha inoltre fornito Stefano Delfini, direttore del Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale, che lo scorso 25 ottobre al Sole 24 Ore ha dichiarato: <<In questi mesi abbiamo studiato con attenzione cosa stava succedendo. Le limitazioni alla libertà di circolazione sono state un fatto eccezionale, che ha ovviamente influito su alcune forme di criminalità. Per altre, la diminuzione è stata meno marcata, come per maltrattamenti e percosse, che spesso sono reati spia di violenze di genere. Lo dimostrano anche l’aumento delle telefonate al numero 1522 durante il lockdown e il fatto che, con la riapertura delle attività, sono tornate subito a crescere le denunce di violenze su donne o minori. Inoltre, smart working e didattica a distanza hanno spostato una parte della delittuosità sulla rete>>. Relativamente al Trentino Alto Adige, ci sono anche in questo caso dati più o meno significativi. Calano infatti dell’11,1% le rapine in esercizi commerciali, così come del 18,6% le percosse e del 19,6% le rapine. Ancora, in controtendenza rispetto al resto d’Italia è significativa la diminuzione delle frodi e


Attualità truffe informatiche (-24,5%), del riciclaggio e impiego di denaro (-28,6%) e anche del traffico di stupefacenti (un calo addirittura del 33,1%). Calano in modo considerevole anche i furti di autovetture (-40,8%), i furti in abitazione (-45,9%) e quelli che vengono definiti “furti con destrezza” (-54%) e “furti con strappo” (-71,7%), rispettivamente un furto attuato con particolare abilità (ritenuto più grave del reato classico) ed il consueto scippo, ovvero la privazione di un oggetto dalle mani di una persona in modo sostanzialmente violento. Dato più che positivo per la nostra realtà, infine, è il vero e proprio crollo del contrabbando e della violazione della proprietà intellettuale, che scendono del 100% nel primo semestre del 2020. Ci sono però anche delle note dolenti che vanno necessariamente sottolineate: salgono infatti i delitti informatici (diversi

dalle truffe e in aumento del 4%), così come gli incendi boschivi (+12,5%) e gli omicidi colposi (+15,4%). Preoccupa particolarmente l’aumento pari al 100%

di reati connessi alla pornografia e allo sfruttamento della prostituzione.

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50°

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Tra passato e presente di Waimer Perinelli

L’Aquila di Roma sulle nostre valli Mi capita spesso di camminare sulla via Claudia Augusta Altinate, un po’ perché passa anche davanti alla mia casa in Valsugana, altre volte, e ne ricordo una in particolare, quando qualche amico decide di compiere un’impresa storico agonistica. Accadde, per esempio, nella metà degli anni 80 del Novecento quando il barbiere-maratoneta Marco Patton decise di percorrerla tutta in sette giorni. Un’impresa epica. Ma questa è un’altra storia.

Q

uella che racconto oggi è la sensazione di vissuto, di già visto, che spesso mi accompagna nella camminata lungo l’antica strada: una serie di ricordi vividi, quali devono essere stati quelli che hanno spinto Marcel Proust a scrivere la sua “A la Recherche du temps perdù”. Ciò che immagino, ma mi sembra di vedere realmente, sono le legioni di Roma e i legionari, quelli che hanno dato armi e vita per la nascita

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e conservazione dell’Impero secolare. Da Roma salivano a nord lungo la via Flaminia fino a Rimini e poi presa la via Emilia si dirigevano verso Piacenza, oppure, come nel caso nostro, deviavano lungo il mare Adriatico per raggiungere Ravenna ed Altino e da qui andavano ad est verso Aquileia oppure a nord ovest e, attraverso le nostre valli del Feltrino e Valsugana, salivano ad Augusta Vindeculorum, in Rezia. Davanti ad ogni legione c’era l’Aquila, d’argento ai tempi della Repubblica e d’oro con l’avvento dell’Impero. L’aquila era il simbolo del potere di Roma, icona di Giove, padre di tutti gli dei e dell’esercito. Simboleggiava la supremazia dell’imperatore, capo dell’esercito e Pontifex Maximus. Non è chiaro perché l’esercito romano adottasse questo uccello come simbolo di potere e forza. Forse per ragioni naturalistiche. E’

noto che questo grande uccello predatore vive più a lungo di qualsiasi altro volatile, almeno 70 anni; si crede però che per raggiungere questa età debba sacrificare un po’ di artigli e parte del piumaggio. Insomma forza fisica ma anche spirito di sacrificio. I romani non furono i soli né i primi ad adottare l’aquila come simbolo di forza e portafortuna. Presso gli Atzechi e i Maya l’uccello rappresentava il velo della notte e del buio nell’esistenza e nella coscienza: un velo squarciato dal sole che sorge


Tra passato e presente

come luminosa potenza del cielo. I Celti, o Galli, per un quarto di secolo, avversari di Gaio Giulio Cesare, attribuivano all’aquila il simbolismo dell’acqua che agisce come un oracolo intuitivo. Ai romani soli spetta però il primato di averla adottata e conservata per oltre mille anni. La presenza dell’aquila come simbolo dei sovrani di Roma è testimoniata da Dionigi di Alicarnasso il quale, racconta come tra le insegne federali che i capi delle città etrusche portarono a Roma da Tarquina, in seguito alla vittoria di Tarquinio Prisco, vi fosse uno scettro con sopra un’aquila che il re continuò ad adottare “per tutto il tempo della sua esistenza”. Sallustio testimonia che Gaio Mario, avversario di Silla nella guerra civile, la usò per la prima volta come insegna nella guerra contro i Cimbri consegnandone una ad ogni legione e tale uso rimase da allora. L’aquila era affidata alla prima Centuria della prima Corte e conservata, presso il quartiere generale della legione, nell’accampamento, all’interno dell’Aedes Signorum (santuario) assieme alle altre

insegne militari. Da quel luogo usciva solo assieme alla legione sotto la responsabilità di un Aquilifer, il sottufficiale alfiere, che la custodiva e difendeva fino alla morte. La perdita dell’insegna era considerata una disgrazia per la legione e per Roma. Nella storia della Città Eterna si ricordano almeno due avvenimenti funesti. Il primo a Carre, oggi Harran in Turchia, nel 53 a.c., quando le legioni comandate da Licinio Crasso furono sterminate dai Parti e le aquile caddero in mano ai barbari. L’altro nella foresta di Teutoburgo nel 9 d.c. quando i germani guidati da Arminio annientarono tre legioni comandate da Publio Quintilio Varo. Per singolare coincidenza entrambe le catastrofiche sconfitte romane furono causate da tradimenti. Arminio germano (dei Cherusci) di origine ma, prima ostaggio e poi figlio adottivo di Varo,

disertò, si unì e poi guidò le schiere barbare che massacrarono le legioni nella foresta orientale del basso Reno. Crasso, da parte sua, credette ad alcuni nobili partici finti disertori, dai quali fu poi tradito ed attirato in trappola nel deserto. Entrambe le sconfitte segnarono la fine dell’espansione romana in quelle terre ma i romani non furono paghi fino a che non recuperarono le Aquile. Giulio Cesare nel 44 a.c. stava proprio organizzando una spedizione contro i Parti quando fu trucidato. Le aquile delle legioni furono poi recuperate da Augusto nell’ambito di una trattativa di pace con i Parti. Le Aquile di Teutoburgo furono recuperate da Germanico sei anni dopo la strage. Una terza catastrofe accadde nel 70 d.c. nel corso delle guerre civili dei Flavi ma le quattro aquile consegnate spontaneamente dalle legioni ai Batavi furono recuperate e le legioni vennero sciolte. L’Aquila ancora oggi è simbolo di Roma assieme alla Lupa e per scelta avvenuta fra il 1782 e il 1789, l’ Aquila dalla testa bianca, o calva, è diventata simbolo prima dell’indipendenza ed oggi dell’Impero Americano.

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Senso vietato di Armando Munaò

La prostituzione in Italia

La legge Merlin, del febbraio 1958, che ha abolito le “case chiuse, ovvero i famosi “bordelli”, a detta di molti detrattori, a così lunga distanza dalla sua approvazione, non è stata idonea a gestire il fenomeno della prostituzione in Italia che, di fatto, rimane una realtà presente e costante di fronte alla quale è difficile chiudere gli occhi. Un grande universo dove al suo interno sono presenti la libera scelta e la costrizione, lo sfruttamento e le angherie, la violenza e l’inganno, la miseria e il benessere. Prima dell’entrata in vigore della legge del ‘58 la prostituzione all’aperto era scarsamente diffusa o quasi inesistente, mentre oggi in Italia si calcola che le lucciole in strada siano oltre 70/80mila che aggiunte a quelle che lavorano in appartamento, hotel ed altri luoghi danno un totale di circa 120mila. Un numero destinato a crescere in maniera esponenziale complice l’aumento dell’immigrazione clandestina.

C

on il termine prostituzione s’indica l’attività di chi offre prestazioni sessuali dietro pagamento di un corrispettivo in denaro. L’attività, fornita da persone di qualsiasi orientamento sessuale, può avere carattere autonomo, professionale, abituale o saltuario. La prostituzione di solito è classificata in ampi gruppi, ognuno con le proprie specificità e modalità di esercizio, a seconda del genere o orientamento sessuale di chi offre il servizio. Si ha dunque la prostituzione femminile- la più diffusa

e conosciuta, quella maschile detta anche prostituzione gay oppure omosessuale, la transessuale e dei travestiti. A questi grandi macro gruppi vanno aggiunti altri micro gruppi che identificano:

ostracismo sociale e in molti Paesi è illegale, sono ampie e variegate. È molto comune la prostituzione di strada con l’esercitante che offre i suoi servizi sulla strada, o camminando o attendendo il “cliente” Lo stesso nel caso della prostituzione maschile dove il “prestatore d’opera” è abbigliato in maniera molto appariscente se non addirittura vestito da donna. La prestazione sessuale è sovente consumata in auto o in stanze in affitto in hotel e di solito ha durata molto ma molto limitata. Le prostitute di strada sono chiamate anche “lavoratrici

la prostituzione minorile, quella virtuale- voyeuristica ed offerta via internet con le telecamere (le web cam) ed infine quello degli assistenti sessuali che prevede un servizio rivolto ai disabili in cambio di un compenso pecuniario. Le modalità di esercizio della prostituzione, che subisce sovente un forte 37


Nel 2010 la Commissione affari sociali della Camera aveva calcolato che tutta la prostituzione in Italia garantiva un introito di almeno 5 miliardi di euro l’anno. Cifra questa, che a distanza di nove anni, è quasi raddoppiata anche perché chi decide di esercitare il mestiere più antico del mondo può farlo sapendo che non incorrerà nei divieti o nella condanna della giustizia. Si stima che in Italia il fatturato della prostituzione “conosciuta” supera i 90 milioni di euro al mese. E questa quantificazione viene data per difetto. È utile ricordare che in Italia, per le nostre leggi, la prostituzione non è un reato perché la scelta volontaria di prostituirsi, cioè di concedere il proprio corpo per prestazioni a pagamento, rientra nella libertà individuale di ciascuno. In altre parole, a nessuno può essere impedito di utilizzare il proprio corpo come meglio crede. Tuttavia, ci sono delle condotte legate alla prostituzione e che costituiscono reato penale: lo sfruttamento, il favoreggiamento, l’induzione e quella minorile (sotto i 18 anni), nonché l’esercizio della stessa all’interno delle cosiddette case di tolleranza o in luoghi dove più ragazze esercitano o possono esercitare la prostituzione.

di strada”. Generalmente l’offerta di prostituzione di strada si concentra in ben determinate vie ad alta percorrenza o in quartieri periferici. In alcuni Stati vi sono zone dedicate all’esercizio della prostituzione, i cosiddetti quartieri a luci rosse. In altri è esercitata in case di appuntamento o moderni bordelli. In Italia, dove sono illegali bordelli e case di appuntamento, sono stati denunciati numerosi sex club o club privé che ne facevano le veci. Un’altra modalità di esercizio della prostituzione è quella di accompagnatori ed accompagnatrici o escort, che si offrono con le più disparate modalità, proponendosi con annunci su internet o sulla stampa cartacea, o celati dietro agenzie di accompagnatori, anche se non tutte le agenzie di accompagnatori offrono servizi sessuali al cliente. Ad un contatto telefonico segue 38

la prestazione che avviene sovente presso la residenza del richiedente del servizio o in hotel. Anche dove la prostituzione è legale il servizio di escort è comune. Tra le modalità di fruizione della prostituzione è annoverato, infine, il turismo sessuale che di solito coinvolge ragazzine e minorenni sotto i 15 anni. Rispetto all’offerta sessuale, gli esercitanti la prostituzione possono essere specializzati o offrire prestazioni generiche, anche molto diversificate dal semplice voyeurismo con lo spogliarello che non prevede rapporto, massaggio, masturbazione per arrivare alla prestazione sessuale completa o a variazioni del tema come sedute di sadomaso, registrazione di film pornografici, ecc. Le tariffe variano sia a seconda della prestazione richiesta che dei tempi. Si parte da 25/30 euro fino ad un massimo di 100 per le prostitute che operano in strada. Si arriva a 250/300 per quelle che “ricevono” in appartamento. Cinquecento/1000 euro per le vere professioniste ( le escort). Infine esiste una categoria (la più elevata, detta anche “di alto bordo” o da VIP) che non ha una

quantificazione di base ma può raggiungere e superare 5mila euro. Si pensa che nella normalità una prostituta “da strada” riesce a guadagnare non meno di 5/7 mila euro al mese. In base a queste cifre si ha l’esatto ammontare di quanto guadagna una prostituta al giorno: per quella di strada si aggira sui 200/300 al giorno (nei week end o festivi l’introito aumenta). Di questo incasso quasi la totalità viene consegnato al protettore o al racket. Per quelle che operano in appartamento si arriva anche a 800/1000 euro. Per le escort e accompagnatrici anche 2/3mila euro. Per le squillo di lusso non esiste invece una quantificazione certa, ma si pensa che per ogni incontro riescono anche a farsi pagare 3/4mila euro. Questo alto cachet dipende non solo dalla disponibilità della ragazza e dal tempo che dedica al cliente, ma anche e soprattutto dal fatto che quasi sempre sono ex modelle, ex pornostars, hanno stile, charme ed eleganza molto sopra media e non di rado sono in possesso


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di una grande cultura se non addirittura laureate. Secondo l’ultimo Rapporto mondiale sugli abusi sessuali pubblicato dalla Fondation Scelles, la maggior parte delle donne che nel mondo si prostituisce si trova alle dipendenze di uno sfruttatore. In Italia, secondo alcune indagini e statistiche effettuate, sono oltre120mila le donne che vendono il loro corpo. Di queste oltre il 67 % è costretto a prostituirsi e rese schiave dal racket o da coloro i quali, illudendole con la sicurezza del lavoro, le fanno venire in Italia e poi le indirizzano sulla strada. Il 32 % circa lo fa per scelta personale o per estrema necessità di vita e la rimanenza per incontri occasionali in cambio del “regalino”. In questa ultima percentuale si inseriscono quelli della prostituzione minorile ovvero delle “baby squillo” fenomeno, in continua crescita che vede sempre più spesso ragazze (anche benestanti) usare il proprio corpo, in discoteca come a scuola, per l’acquisizione di beni materiali di consumo, vestiti, soldi, ma anche, dal punto di vista psicologico e sociologico, come strumento di controllo, competizione, ed acquisizione di potere verso il prossimo. Dagli studi effettuati si rileva che per quanto riguarda la nazionalità il “triste” primato spetta alle nigeriane con oltre il 36%. Seguono le rumene ( 22%). albanesi e bulgare e moldave (11%40

Qui America

9% - 8%). Infine quelle provenienti da Cina e Giappone. Le prostitute italiane hanno una quantificazione a parte perché si suddividono in due categorie: quelle che operano continuamente (circa il 18% e lo fa principalmente in appartamento o motel/hotel) e quelle che lo fanno occasionalmente ( il 9-10%) Le statistiche ci dicono anche che l’età varia ed è così suddivisa: il 38% (dai 15 ai 17 anni); il 54% (dai 18 ai 30); il 12% sopra i 30 anni. I numeri ci dicono anche che circa il 65%

lo pratica in strada mentre il rimanente 35% lo fa in appartamento, albergo, night o privé. L’indagine si sofferma anche sulla prostituzione maschile evidenziando che, in Italia, non meno di 45mila transessuali e travestiti, occasionalmente o costantemente, vivono prostituendosi. Tra questi, il 60% sono di origine sudamericana, il 30% italiani e il 10% asiatici o di altri paesi e una minima parte interessa quelli che, con un particolare intervento, sono diventate donne a tutti gli effetti. Ma non meno importanti sono i dati che si riferiscono agli oltre 9 milioni di clienti che periodicamente si avvalgono delle “prestazioni” di prostitute. Quelli sposati che usano andare con prostitute sono oltre il 75% mentre il rimanente 25% è celibe. Di questo 100% il 56% appartiene al ceto medio o benestante, il 21% a quello alto. Il rimanente 23% medio basso e basso. E sempre per quanto riguarda i clienti della prostituzione, la loro frequenza di un rapporto settimanale interessa il 15%;


Senso vietato ogni 15gg. il 75% e il 10% una volta al mese. Ma il dato che di più preoccupa è il fatto che di questi uomini (la loro età è di 40-55 anni per il 45% e di 25-40 il 21% e del 14% dai 18 ai 24) più del 75% chiede di avere un rapporto non protetto, in barba alle norme contro i contagi sessuali. Un dato, questo, veramente sconcertante, perché dal punto di vista sanitario può comportare un veicolo di infezione per le malattie a trasmissione sessuale, anche alle partner ignare a casa e non solo. Negli ultimi anni si è registrata una fortissima crescita della prostituzione sia con le baby prostitute ( la loro età è compresa tra 13 e 18 anni (quindi anche ragazzine minorenni) e sia via web con le famose cam girl, ovvero ragazze che vengono pagate per esibire il proprio corpo, senza avere un contatto diretto con il cliente. La prostituzione via web coinvolge oggi circa 20mila persone, ma se si considera chi usa il web per guadagnare solo occasionalmente i numeri possono aumentare a dismisura. Migliaia sono i siti di annunci tramite i quali scegliere una prostituta e prendere contatti con lei per un appuntamento.

Sfruttamento della prostituzione:

La legge italiana punisce severamente lo sfruttamento della prostituzione. nonchè la condotta di chi trae profitto dalla prostituzione altrui, ovvero lo sfruttato-

re. Secondo la nostra giurisprudenza, il reato di sfruttamento della prostituzione scatta anche se il soggetto che si prostituisce non è costretto a cedere i suoi guadagni, ma decide di condividerli spontaneamente. Per esempio è condannabile il marito o il convivente che usa e usufruisce dei proventi della moglie che si prostituisce anche se il meretricio avviene senza alcuna costrizione e per il fine di trovare denaro per mandare avanti la famiglia. Convivere con chi si prostituisce, invece, non è reato, a condizione, però, che non tragga profitto economico dalla prostituzione ovvero beneficiando di parte della somma guadagnata.

Corte di Cassazione, rischia il favoreggiamento della prostituzione anche l’inserzionista (su giornale cartaceo o sito web) che, anziché limitarsi a pubblicare l’annuncio ricevuto della escort, si attiva, in qualsiasi modo, affinché l’annuncio risulti più allettante e accattivante e quindi agevolare l’approccio con il cliente.

Favoreggiamento della prostituzione:

Altro reato, penalmente punibile, è quello del favoreggiamento che implica una condotta idonea a facilitare o favorire, in qualsiasi modo, l’esercizio del meretricio. Secondo le nostre leggi, chi abitualmente accompagna sul “luogo di lavoro” una prostituta, la propria moglie o fidanzata, oppure semplicemente una conoscente/amica, commette il reato di favoreggiamento della prostituzione. Secondo la Suprema

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I DATI

90/120.000 è il totale delle prostitute comprese quelle vittime di sfruttamento della prostituzione. Di cui

- il 37% quando arrivano in Italia sono minorenni, - il 65% si prostituiscono in strada - il 35% si prostituiscono nei locali (alberghi, appartamenti, nightclub e privé) NAZIONALITA’ - Nigeria 36% - Romania 22 % - Albania 10,5% - Bulgaria 9% - Moldavia 7% - Ucraina 6% - Cina 5% - altri paesi dell’Est 4,5% ETA’ - 37% dai 13 ai 17 anni - 52% dai 18 ai 30 anni - 11% sopra i 30 anni TIPOLOGIA DI VIOLENZE SUBITE - 56% violenze sessuali - 32% violenze fisiche - 12% violenze psichiche I CLIENTI STATO CIVILE - 23% celibe - 77 % sposato FREQUENZA - 15% ogni settimana - 75% ogni due settimane - 10% ogni mese PRESTAZIONE - 30% rapporti protetti - 70% rapporti non protetti RICHIESTE DEL CLIENTE - 73% prestazione sessuale - 21% conversazione - 6% maltrattanti CETO SOCIALE DEL CLIENTE - 56% medio alto - 21% alto - 13% medio basso - 10% basso ETÀ DEL CLIENTE - 43% 40-55 anni - 21 % 25-39 anni - 17 % 56 in poi - 14 % 18-24 anni - 5% minori Dati della Comunità Papa Giovanni XXIII e da indagini e statistiche varie. 42

NOTE STORICHE

La Regolamentazione Secondo testi storici la regolamentazione della prostituzione in italia fu stabilita per la prima volta nel 1861, dopo la unificazione italiana basandosi sulla Napoleonica réglementatione il Bureau des Moeurs (ufficio governativo per la regolamentazione e registro prostitute). Nel 1859 il decreto di Camillo Benso di Cavour aiutò le truppe francesi in servizio in Italia per il Regno di Sardegna contro l’impero austriaco, autorizzando l’apertura di case di tolleranza in Lombardia. Il 15 febbraio 1860, il decreto divenne “legge Cavour”. Questa prima legge fu aspramente criticata perché prevedeva un rigido sistema di controllo delle prostitute, che però non si estendeva anche ai clienti. La legge Crispi del 29 marzo 1888, fu un tentativo di migliorare la legislazione. Con questa legge si proibì la vendita di cibi e bevande, l’assembramento, i balli, i canti nei bordelli, e gli stessi proibiti nelle vicinanze di negozi, scuole e asili. Si stabilì inoltre che le imposte degli infissi dovessero rimanere chiuse, creando così l’espressione ancora attuale di “case chiuse”. Le prostitute, infine, non erano più obbligate a registrarsi ufficialmente ma erano i luoghi a dover essere

registrati. Altro emendamento fu la Legge Nicotera del 1891. Tale legge rese completamente legale la prostituzione in appartamento privato. Vennero creati anche dei sifilicomi (ospedali per prostitute), nella credenza che le stesse portassero malattie veneree. Questa considerazione di essere portatrici di malattie specifiche da lavoro venne osteggiata dalle stesse prostitute. Durante il fascismo (1922–1943), vennero introdotte misure ancora più restrittive negli anni 1923, 1933 e 1940. Il sistema venne però ritenuto fallace e come in altre nazioni europee si pensò ad una vera e propria deregolamentazione, che creò confusione tra chi voleva un vero abolizionismo e chi voleva una vera abolizione delle restrizioni al meretricio.


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In ricordo di... di Alessandro Caldera

Paolo Rossi,

nella storia del calcio italiano “Ci sei? Perché se ci sei, tu sei il mio centravanti per il mondiale!”. È una mattina di novembre, l’anno il 1981. Paolo Rossi, a sua insaputa, sta per diventare il protagonista più importante dei mondiali spagnoli, quelli “azzurri” del 1982. Sì perché, tra le mura dello storico centro sportivo Gianpiero Combi di Torino, Enzo Bearzot parlandogli non ha dubbi: sarà lui l’uomo della provvidenza.

I

l “vecio”, così era stato ribattezzato il nostro commissario tecnico dallo scrittore Giovanni Arpino, è l’allenatore che più di tutti, anche di Vittorio Pozzo, è stato seduto sulla panchina azzurra. Entrambi, ironia della sorte, sono venuti a mancare il 21 dicembre, esattamente a quarantadue anni di distanza l’uno dall’altro. All’allenatore friulano, l’Italia e lo stesso Paolo Rossi devono molto: se la punta pratese ha disputato il mondiale dell’82 con gli esiti che oggi conosciamo, è stato grazie alla geniale intuizione dello stesso Bearzot. I giornalisti, ma soprattutto i numeri, sottolineavano infatti come nella lista dei ventidue convocati non dovesse essere compreso Rossi, in ritardo di condizione fisica e mentale, bensì Roberto Pruzzo reduce da una sfavillante stagione con la Roma, impreziosita da 22 reti. Bearzot però era stato chiaro: lui avrebbe aspettato, perché puntava sulla

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capacità di Paolo di essere sempre al posto giusto ma, soprattutto, perché desiderava riproporre la coppia del mondiale ‘78 con Bettega, quel meraviglioso duo che stese pure l’Argentina di Menotti, uscita comunque trionfante dalla competizione. Tuttavia, Bettega si dichiarò “non pronto” a causa di un tremendo infortunio al ginocchio, verificatosi poco tempo prima in una partita di Coppa dei Campioni tra Anderlecht e Juventus. La lista redatta da Bearzot presentava quindi quattro attaccanti, ovvero Altobelli, Graziani, Selvaggi e ovviamente Rossi. Ma quindi, chi era Paolo Rossi? Figlio di Ivana e di Vittorio, ex ala, nasce a Prato nel 1956 e muove i suoi primi passi nel mondo del calcio nella Santa Lucia. È però il 1972 che sancisce la svolta nella sua vita quando la Juventus, allora guidata dal patron Gianpiero Boniperti, decide di acquistarne il cartellino all’epoca posseduto dalla Cattolica Virtus, squadra di Firenze. Paolo vivrà due periodi molto diversi nella formazione torinese: il primo tra il 1972 e il 1975 dove farà la spola tra Primavera e Prima squadra, con la quale non scenderà mai in campo, e un secondo, tra il 1981 e 1985, dove oramai affermato darà sfoggio di tutte le sue qualità. Il nome del bomber toscano è però indissolubilmente legato a Vicenza, compagine nella quale si metterà in mostra e realizzerà il primo di 82 centri

nel massimo campionato italiano. Al di là della vita, delle squadre e della carriera, parlando di Rossi, la memoria non può però che tornare a quella meravigliosa estate 1982. Dopo un inizio stentoreo nel torneo, Paolo si rende infatti pro-


In ricordo di...

tagonista di una tripletta storica: un “saggio”, così potremmo chiamarlo, di tempestività e prontezza che annichilisce un supponente Brasile, e che ci consente di strappare un biglietto per la semifinale contro la Polonia. La partita viene giocata in modo eccelso dagli Azzurri che dominano in lungo ed in largo, prima che lui, l’uomo della provvidenza, decida di risolvere l’incontro con una doppietta che ci porta lì, ad un passo dal sogno, al Santiago Bernabeu di Madrid dove ci aspetta la Germania. La finale verrà sbloccata proprio da Rossi, con Altobelli e Tardelli a suggellare la

vittoria, rendendo vano il tentativo di Breitner, nel finale, di riaprire l’incontro. L’11 luglio 1982 l’Italia è quindi campione, per la terza volta nella sua storia, grazie al “Pablito Mundial”, miglior marcatore e giocatore del torneo nonché Pallone d’oro dello stesso anno. Dopo questa meravigliosa avventura Rossi militerà nella Juventus, prima di trasferirsi inizialmente al Milan e poi al Verona dove opterà per un ritiro troppo precoce, appena trentunenne, così come troppo velocemente un male incurabile ha deciso di portarcelo via a soli 64 anni. La morte di Paolo è di poche settimane successiva a quella di un altro calciatore, presente proprio in quell’Italia-Argentina dell’82: Diego Armando Maradona. Definire quest’ultimo come un semplice gioca-

tore è riduttivo. Del suo genio e delle sue qualità si potrebbe parlare per ore. Ecco allora perché le parole di “O Rei”, Pelè, sono più che mai struggenti ed esemplificative: “Sfortunatamente il cielo si sta riempiendo di stelle negli ultimi giorni”. Così la stella brasiliana ha parlato del suo senso di solitudine, ma soprattutto ha voluto omaggiare la memoria degli eterni Paolo Rossi e Maradona.

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Carissimi, come Società HC Feltreghiaccio Junior ci siamo trovati a organizzare le attività nell’incertezza che coinvolge tutti noi, ma momentaneamente anche senza la nostra “casa”, in quanto sono in corso lavori di ristrutturazione del palaghiaccio. Il rinnovato Consiglio si è trovato di fronte a delle scelte da compiere, con la necessità di dover trovare delle soluzioni alternative, per perseguire l’obiettivo di non disperdere i nostri ragazzi e ragazze. La conferma dello staff tecnico, rafforzato dalla collaborazione dei Paleoveneti e dei Red Muss, insieme al supporto degli sponsor, dei volontari e della Pro Loco di Busche, ci ha permesso di organizzare la stagione 2020/21. Per le categorie U7, U9, U11 e U13 il capo allenatore ha improntato la preparazione seguendo le linee guida del programma USA Hockey, alternando allenamenti a secco con allenamenti su ghiaccio. E’ nato un progetto di collaborazione con la società sportiva della base americana di Aviano, in modo che i nostri ragazzi e ragazze possano confrontarsi con coetanei e allenatori provenienti da geografie differenti. Inoltre, abbiamo siglato una collaborazione con la Società Padova Wave per la partecipazione dei nostri atleti U13 al campionato nazionale di categoria. Proviamo grande rammarico nel non aver potuto iscrivere la squadra Senior al campionato Nazionale di IHL Div I, ma numerosi nostri atleti continuano a giocare in prestito, con l’auspicio che il prossimo anno HCFJ possa schierare nuovamente la prima squadra. Appena le regole ce lo consentiranno, ripartiranno le attività di avviamento, in modo da far conoscere il nostro bellissimo sport a chiunque vorrà. Abbiamo solo rallentato, ma appena possibile ripartiremo! Colgo l’occasione per augurare a tutti un sereno 2021, nella speranza di potersi vedere presto, per parlare di pattini e stecche, gustando un buon vin brulè, oppure per ridere delle scivolate dei nostri piccoli che, come nella vita, dopo una caduta si rialzano pronti per una nuova azione o per colpire il disco! Il presidente Giuliano Bigarella

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PERCHÉ IL SECCO È HOCKEY di Ryan Gonyea (capo allenatore)

Perché il secco è hockey di Ryan Gonyea (capo allenatore

Per essere un giocatore completo di hockey bisogna sviluppare diverse abilità. L’hockey è un insieme di varie capacità: pattinare, uso della stecca, palleggio del disco e tiro. Il concetto generale è che per migliorare e crescere nell’hockey serve il ghiaccio. Il ghiaccio ovviamente è un aspetto molto importante, ma non esclusivo. Per pattinare ci vuole un buon equilibrio, che si ottiene da un buon sviluppo dei muscoli. La maggior parte delle volte allenarsi esclusivamente sul ghiaccio non è abbastanza per far sviluppare tali muscoli. Con l’allenamento a secco inoltre si ha l’opportunità di concentrarsi sullo sviluppo della tecnica del tiro, del palleggio, dell’equilibrio e della coordinazione. Sul ghiaccio invece la maggior parte dell’attenzione da parte del giocatore ricade sulla pattinata e sul movimento. Fuori dal ghiaccio si ha quindi l’opportunità, anche più rapidamente, di migliorare le diverse tecniche di gioco. Per assicurarsi che i nostri giocatori acquisiscano le migliori tecniche, ci appoggiamo al programma ideato dall’USA Hockey. USA Hockey è l’ente organizzativo per tutto l’Hockey negli Stati Uniti; tale ente ha investito molte risorse per studiare le tecniche migliori del mondo e creare questo programma. Negli ultimi anni anche la FISG ha deciso di cominciare ad adottare tale metodo di sviluppo. Come allenatore, mi dispiace di non avere accesso al palaghiaccio, ma allo stesso tempo sono molto contento di questa opportunità perché potremo concentrarci sui dettagli che a volte vengono trascurati. Cominciare a giocare a hockey partendo dall’attività a secco consente di sfruttare l’opportunità di concentrarsi su aspetti diversi dal pattinare, prendendo subito confidenza con la stecca e il gioco.

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L’HOCKEY È... è… L’hockey “Sul ghiaccio posso fare cose che non posso fare altrove” - J. Sterling L’Hockey su ghiaccio è lo sport di squadra più veloce del mondo: i giocatori professionisti riescono a pattinare fino alla velocità di 48 km/h su una lama spessa 3/5mm! Questo senza considerare l’incredibile coordinazione occhio-mano… Chiunque abbia provato a colpire un disco per la prima volta, indossando i pattini, si ricorda certamente quanto è complesso. Non impossibile, ma complesso. L’hockey è uno sport divertente che consente di sviluppare la capacità di stare insieme agli altri unendo le caratteristiche di disciplina, velocità, agilità e concentrazione. Allenare tutti questi aspetti fin da piccoli, con motivazione e pazienza, consente di far maturare in ogni bambino e bambina il senso di equilibrio e precisione, necessari non solo durante un allenamento o una partita, ma anche nelle sfide quotidiane. L’hockey è anche capace di rendere resiliente il carattere di chi lo pratica: oltre a sviluppare la fiducia in se stessi per un passaggio ben riuscito, per un gol fatto o uno non subito, fa accrescere in chi lo pratica la consapevolezza che dopo una scivolata l’importante è rialzarsi ed andare avanti!

Parole d’ordine? Sicurezza & Divertimento!

Non tutti sanno che ogni bambino, che mette per la prima volta i pattini sul ghiaccio, comincia con l’indossare le adeguate protezioni e l’equipaggiamento a norma e ciò rende davvero bassa la probabilità che ci si possa far male. Oltre al casco con visiera e guanti, sono obbligatorie conchiglia, paracollo, paragomiti, parastinchi insieme alla pettorina e ai pantaloni rinforzati. Inoltre fino all’U13 non è consentito il contatto fisico, in quanto in tutte le attività dei primi anni l’aspetto fondamentale è imparare divertendosi. La sicurezza per l’HCJF è un pilastro, per tale motivo la società fornisce per i primi anni l’utilizzo gratuito delle attrezzature, in modo che chiunque voglia possa avvicinarsi al nostro sport!

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Le sinergie create e il consolidamento di vecchie e nuove collaborazioni con le società amiche sono e saranno sempre tasselli importanti per lo sviluppo e il sostentamento della nostra attività. C’è comunque la consapevolezza che ciò non basta. Suddette attività si basano soprattutto sul ghiaccio, che è parte integrante del nostro sport; questo vale per il settore giovanile e la prima squadra, ma anche per il gruppo di veterani dei Paleoveneti e degli amatori dei Red Muss. Quest’anno abbiamo capito che però devono esistere delle alternative in grado di sviluppare sia il fisico sia la capacità di stare insieme dei nostri ragazzi e ragazze. L’impossibilità di andare ogni giorno della settimana nei palaghiaccio limitrofi ci ha imposto di puntare sulla doppia metodologia di allenamento: secco (durante la settimana a Busche) e ghiaccio (la domenica a Claut). Seguire il programma USA Hockey ci consente di avere un piano di sviluppo ben definito. La necessità di far allenare i nostri atleti a Feltre, ci ha spinti a confrontarci fin da subito con la nuova Cooperativa che gestisce il palaghiaccio e il Comune di Feltre, con l’obiettivo di pianificare attività che consentano ai nostri tesserati di poter vivere l’hockey non solo nei mesi autunnali/invernali. Appena le regole ce lo consentiranno, saremo pronti a ripartire. Oltre a ciò è importante anche mantenere la società al passo con i tempi, è quindi in programma il restyling del nostro sito www.feltreghiaccio.it ed è in definizione un piano che coinvolga in modo attivo i nostri canali social. Per maggiori informazioni sulle nostre attività, anche di avviamento, i contatti sono:

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In un momento che ci colpisce tutti da vicino, vogliamo ringraziare tutte le aziende che ci supportano e che ci hanno supportato, rendendo possibile la continua crescita dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze. Grazie anche ai genitori, agli atleti e a tutti gli appassionati, che fanno parte della famiglia HCJF.

Se anche tu vuoi diventare un nostro sostenitore, dona il 5xMILLE all’ASD HC Feltreghiaccio Junior, indicando sulla dichiarazione dei redditi o sul CUD la partita iva 00919040253. Grazie!

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“Ieri avvenne” di Chiara Paoli

La fine del colonialismo italiano

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l 10 febbraio 1947 l’Italia firma il trattato di Parigi, sancendo la fine della sua politica colonialista. In un solo giorno lo stivale è costretto a ridimensionare i propri confini sia ad est che ad ovest e perde tutte le sue colonie: Libia, Eritrea e Somalia Italiana, le isole del Dodecanneso, i possedimenti in Albania e la concessione di Tientsin in Cina. Quanto stabilito nel trattato è frutto della conferenza di pace, tenutasi a Parigi tra il luglio e l’ottobre dell’anno precedente. La nota più dolente, riguarda soprattutto la cessione alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia di Fiume e dell’Istria, oltre all’istituzione del Territorio Libero di Trieste, che però rimane ironicamente amministrato da due diversi governi militari, entrando in contrasto con i dettami della Carta Atlantica. Questo tradimento era stato fatto presente dal presidente del Consi-

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glio Alcide De Gasperi, in occasione del suo discorso alla conferenza della pace del 10 agosto 1946: “avete dovuto far torto all’Italia rinnegando la linea etnica; avete abbandonato alla Jugoslavia la zona di Parenzo e Pola senza ricordare la Carta atlantica che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali; anzi, ne aggravate le condizioni stabilendo che gli italiani della Venezia Giulia passati sotto la sovranità slava, che opteranno per conservare la loro cittadinanza, potranno entro un anno essere espulsi e dovranno trasferirsi in Italia abbandonando la loro terra, la loro casa, i loro averi. Inoltre i loro beni potranno venire confiscati e liquidati come appartenenti a cittadini italiani all’estero, mentre gli italiani che accetteranno la cittadinanza slava saranno esenti da tale confisca. L’effetto di codesta vostra soluzione è

che, fatta astrazione del territorio libero, 180 mila italiani rimangono in Jugoslavia e 10 mila slavi in Italia (secondo il censimento del 1921); e che il totale degli italiani esclusi dall’Italia, calcolando quelli di Trieste, è di 446 mila; nè per queste minoranze avete minimamente provveduto…” Queste le condizioni per l’ingresso dell’Italia all’ONU, che richiese comunque tempi lunghi e fu autorizzato soltanto il 14 dicembre del 1955. Il trattato riconosce la responsabilità dell’Italia fascista, per la sua partecipazione al Patto tripartito con Germania e Giappone, ma riconosce il rovesciamento del regime da parte dei democratici, avvenuto il 25 luglio 1943 e la sua entrata in guerra il 13 ottobre successivo a fianco degli alleati e contro la Germania. Tra le varie clausole specifiche, l’articolo 16 si impegna a difendere soldati e cittadini che avevano sostenuto gli Alleati, sin dall’inizio della guerra, mentre al 45 è richiesto l’impegno dell’Italia per assicurare alla giustizia tutti coloro che hanno compiuto in prima persona o ordinato ad altri di compiere crimini di guerra. Su questo fronte l’Italia, deciderà poi di procedere direttamente al giudizio di tutti i criminali identificati dalla Commissione ONU, ma tutte le accuse vennero archiviate senza procedere a giudizio. Con gli articoli 49, 50 e 51 vengono dettate le imposizioni di tipo militare, relative alle dotazioni di armi e allo


“Ieri avvenne” smantellamento delle fortificazioni, e con il 59 si dettano anche le restrizioni relative alla Marina Militare. Difficili da accettare le condizioni, che il Capo dello Stato Enrico De Nicola non approva e non vuole firmare, sostenendo che l’adesione italiana dipendeva dalla ratifica dell’Assemblea Costituente. Sala dell’Orologio del Quai d’Orsay, ore 11.15 del 10 febbraio 1947, Antonio Meli Lupi di Soragna, in qualità di segretario generale della delegazione italiana alla conferenza di pace di Parigi, appone la firma al Trattato di Pace e in assenza del sigillo della Repubblica Italiana, imprime nella ceralacca, l’immagine raffigurata sul suo anello.

Il discorso conclusivo di Alcide De Gasperi vuole essere un inno alla pace e alla volontà di rialzarsi: «In questa ora agitata l’Italia riafferma la sua fede nella pace e nella collaborazione internazionale. Sarebbe ideale se una simile affermazione fosse dell’intera Assemblea ma quello che importa soprattutto è che essa sia un’affermazione chiara, onesta, senza riserve e senza equivoci, e che dimostri in noi una volontà nazionale autonoma che, sulla via del sacrificio, ci incammini verso la nuova dignità e indipendenza della nazione»

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Conosciamo il territorio di Giò Beretta

FELTRE IL CASTELLO OLTRE LA STORIA Feltre è un’anomalia nella storia e amministrazione del pur unico e burrascoso Veneto. Ha poco più di ventimila abitanti, si direbbe un paesotto, ma ha una storia e tradizione tali da farne, oltre al centro principale del territorio denominato Feltrino, una città vera e propria con bellezze architettoniche e artistiche, ineguagliabili. Fra tutte spicca il castello di Alboino.

I

niziamo con il ricordare chi era Alboino. Era in re dei Longobardi o Langobardi, popolazione germanica ai tempi di Giulio Cesare stanziata nella riva destra del basso Reno che ritroviamo poi in Pannonia, l’attuale Ungheria, e da qui, condotta in Italia da Alboino nel 568 d.c. L’impero romano d’Occidente è, per convenzione, considerato finito nel 476 con l’imperatore giovinetto Romolo Augusto e con il primo imperatore barbaro, l’ unno Odoacre, a cui subentrò l’ostrogoto Re Teodorico, accomunato ad Alboino dalla identica passione per la città di Verona. Li unisce anche una fine tragica che vede l’ostrogoto rapito dal demonio su di un nero cavallo mentre si bagna nell’ acqua dell’Adige che scorre sotto il suo castello, ed Alboino assassinato dalla moglie Rosmunda obbligata a bere

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vino dal calice ricavato nel cranio del padre, re dei Gepidi, sconfitto in battaglia ed ucciso proprio dal condottiero longobardo. Delle loro vicende fra storia e leggenda racconta Paolo Diacono (Paul Warnefried) alla metà del settecento nella sua Historia Langobadorum. La ragione per cui il castello di Feltre è intitolato ad Alboino è abbastanza chiara. Il re longobardo al comando di un esercito formato, oltre che dai suoi sudditi, da Gepidi, Eruli e altri popoli germanici, nonché da disertori dell’esercito bizantino (in gran parte composto da Goti), per invadere l’Italia doveva necessariamente passare lungo la strada romana che da Aquileia portava, non senza deviazioni, a Ravenna e Roma. Sul colle detto delle Capre, a Feltriae borgo appartenente alla X regione augustea, municipio iscritto alla tribù Menenia, c’era, ci dicono alcuni scavi archeologici, una torre di osservazione o addirittura un piccolo castelliere,utile per le comunicazioni, le azioni militari di disturbo e rifugio delle

popolazioni circostanti. Il dosso con relativo castello era strategicamente importante e per questo sarà più volte occupato nei secoli. Era già stato preso da Attila, re degli Unni, nel 409; poi, dopo Alboino, lo espugnarono i Franchi e in seguito gli Ungari. Senza dimenticare il medioevo con l’invasione degli Scaligeri, gli Ezzelino da Romano e poi, dopo la felice avventura con Venezia dal 1404 al 1797, vennero l’occupazione napoleonica e il dominio austriaco fino alla seconda metà dell’Ottocento. Una storia vivace i cui segni sono visibili sul maniero. Tuttavia per tradizione il castello è intitolato al re dei longobardi i quali, dopo avere invaso la conca feltrina, lo riedificarono. Alla loro opera seguirono, come detto, diverse distruzioni e ricostruzioni dall’XI al XIII secolo, il tutto senza un preciso schema architettonico tanto che è giunto fino a noi come un groviglio architettonico al quale si deve, in parte, il suo fascino. Il Castello primitivo era completamente cinto da mura con quattro torri angolari, secondo la composizione tradizionale dei manieri presenti in tutta l’area. La torre settentrionale, in corrispondenza della Torre dell’Orologio, era detta Torre delle Polveri e di essa restano solo le fondamenta. Una torre molto importante è quella detta del Campanon, utilizzata per annunciare, con il suono delle sue campane, l’inizio delle esecuzioni capitali e per comunicare, attraverso segnali di fuoco o fumo, con il Santuario dei Santi Vittore e Corona sul Monte Miesna e con il Col Marcellon,dove si rifugiavano


Conosciamo il territorio gli abitanti in caso di pericolo. Molto interessanti sono, sopra la porta d’ingresso al piano terra, i bassorilievi di tre stemmi, uno dei quali rappresenta il simbolo della città. Purtroppo è andato perso nel tempo, l’affresco del leone di San Marco, simbolo della Repubblica di Venezia, che governò la città per cinque secoli, dipinto sulla facciata sud del Campanon. La Torre dell’Orologio si affaccia sul sagrato della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano e su Piazza Maggiore e presenta in cima la particolarità di una mezzaluna di provenienza mediorientale, parte del bottino di guerra dei Veneziani raccolto durante la battaglia di Lepanto del 1571. L’edificio principale ospita anche una piccola cappella, una cucina e la sala d’armi, dove ancora oggi sono conservati dei bellissimi affreschi, attribuiti al pittore feltrino Lorenzo

Luzzo (ricordato dal Vasari come Morto da Feltre) ed alla sua scuola. Lo stesso pittore affrescò il Castello esternamente nel 1518; di questi dipinti oggi rimane solo qualche piccolo frammento. Il cortile interno presenta un pozzo del Tardo Medioevo costituito da una vasca monolitica. Il Castello bene unico e irripetibile della città di Feltre è ben visibile dalle strade confluenti nella conca e caratterizza la città e il paesaggio. La sua fruizione è purtroppo molto ridotta. Di

visitabile comodamente c’è la torre dell’Orologio ai cui piedi si trova la scenografica Piazza Maggiore, già area del Foro Romano e centro amministrativo del dominio veneziano rappresentato dal leone di san Marco sovrastante la classica colonna. La maestosa Torre del Campanon è in restauro. Da poco tempo hanno tolto i ponteggi e, ci dicono in Comune, dovrebbe essere visitabile già nel 2021. Ora che è usanza commentare in internet le proprie esperienze di viaggio, non è mancato chi ha sottolineato come: “tutto il centro storico di Feltre sarebbe bellissimo se venisse valorizzato adeguatamente”. Purtroppo il castello (di proprietà del Demanio) non è visitabile e, come spesso accade con le cose pubbliche, chiuso e semi abbandonato.

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Santi e Santità di Franco Zadra

San Giuseppe Moscati, il «medico dei poveri» Che cos’è la santità? Chi sono i santi? Che cosa hanno a che fare con noi? Sono domande che potremmo anche evitare di porci, continuando a vivere la nostra vita arrabattandoci con le situazioni e i problemi di ogni giorno, evitando il rischio che la superficie piatta e spensierata dell’esistenza venga increspata da simili questioni “ultraterrene”.

I

ncontrando però qualcuno come Giuseppe Moscati, del quale proprio in questi giorni ricorre il 92° anniversario della morte, o meglio, il Dies Natalis secondo il Martirologio Romano, Il 12 aprile 1927, non si potrà evitare di confrontarsi con tali domande che, anzi, si moltiplicheranno dentro di noi divenendo una sorta di sorgente di questioni, trasformate inaspettatamente da quisquilie per baciapile a supporti fondamentali di un pensiero forte e vitale. Originario di Benevento, Giuseppe Moscati si trasferì con la famiglia prima ad Ancona e successivamente a Napoli, dove compì gli studi giovanili (al Liceo Vittorio Emanuele) e frequentò la facoltà di medicina dell’Ateneo partenopeo. Laureatosi a pieni voti nell’agosto del 1903, concentrò nella sua persona quell’inusuale connubio tra fede e scienza che raramente si manifesta in quello che fu anche uno scienziato di prim’ordine. Noto nel panorama scientifico nazionale e internazionale grazie ai suoi studi origina-

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lissimi e alle sue pubblicazioni scientifiche, lette e stimate anche oltreoceano. «Per indole e vocazione – disse Giovanni Paolo II canonizzando Giuseppe Moscati in piazza San Pietro il 25 ottobre 1987 - il Moscati fu innanzitutto e soprattutto il medico che cura: il rispondere alle necessità degli uomini e alle loro sofferenze, fu per lui un bisogno imperioso e imprescindibile. Il dolore di chi è malato giungeva a lui come il grido di un fratello a cui un altro fratello, il medico, doveva accorrere con l’ardore dell’amore. Il movente della sua attività come medico non fu dunque il solo dovere professionale, ma la consapevolezza di essere stato posto da Dio nel mondo per operare secondo i suoi piani, per apportare quindi, con amore, il sollievo che la scienza medica offre nel lenire il dolore e ridare la salute». Che il dottor Moscati fosse santo lo sapevano e lo dicevano bene i suoi assistiti che annunciarono la sua morte dicendo, «è morto il medico santo!». Accadde di martedì, la Settimana santa, quando non aveva ancora 47 anni, dopo aver assistito alla Messa e ricevuta la Comunione nella chiesa di San Giacomo degli Spagnoli e aver svolto come di consueto il suo lavoro in Ospedale, nel suo studio privato, verso le 15, spirò sulla sua poltrona.

Sono molti gli scritti e le testimonianze alle quali rifarsi per approfondire la storia di Moscati, conoscere la sua attività di «medico dei poveri», come lo ha definito il papa, ma anche di scienziato, tra i primi in Italia, per esempio, a utilizzare l’insulina per la cura del diabete, sperimentata nel gennaio 1922, allora considerato un procedimento terapeutico rivoluzionario. Qui vogliamo solo suscitare curiosità per quella figura di santo, di medico, così che ciascuno liberamente possa andare a conoscerlo di persona, come succede in ogni relazione umana che si possa definire tale. Ricordiamo brevemente solo i miracoli che la Congregazione per le Cause dei Santi, un organismo che opera secondo criteri del tutto scientifici, riconobbe per le «modalità della guarigione relativamente rapida, completa e duratura, non spiegabile secondo le cono-


Santi e Santità

scenze mediche». Miracolato, in questo senso, fu Raffaele Perrotta, affetto da meningite cerebrospinale meningococcica sin dalla tenera età. La madre, spinta dalla disperazione, decise di collocare un’immagine del medico sotto il cuscino del figlio malato che guarì contro

ogni previsione medica. Anche Costantino Nazzaro, maresciallo avellinese affetto dal morbo di Addison, nel 1954 dato per morto nel giro di pochi mesi, si recò nella chiesa del Gesù Nuovo per pregare sulla tomba di San Giuseppe Moscati, tornandovi ogni quindici giorni per quattro mesi. Nell’estate il medico dei poveri gli apparve in sogno, e il maresciallo Nazzaro guarì inspiegabilmente il giorno successivo. Infine, Giuseppe Montefusco, di Somma Vesuviana , ventenne, nel 1978 cominciò ad avere disturbi a causa dei quali, il 13 aprile dello stesso anno, fu ricoverato all’Ospedale Cardarelli di Napoli dove gli fu diagnosticata una leucemia acuta mieloblastica. Mentre non rispondeva alle terapie ed era considerato senza speranze di guarigione,

sua madre sognò una notte la foto di un medico in camice bianco: dopo essersi consultata con il parroco si recò alla Chiesa del Gesù Nuovo, dove riconobbe nella foto di Giuseppe Moscati il medico visto in sogno. Furono rivolte dunque al Moscati, allora beato, preghiere collettive, e nel giugno 1979 il Montefusco guarì, interrompendo ogni cura e riprendendo il lavoro di fabbro.

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Il personaggio di Veronica Gianello

GIANNI RODARI

Il centenario dell’uomo che sapeva

far ridere i bambini

Ci sono argomenti più o meno personali che abbiamo affrontato in questi mesi particolari, e poi ci sono argomenti universali, che riguardano tutti; argomenti che prima, troppo spesso, venivano spazzati sotto al tappeto assieme alla polvere.

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ra i grandi punti di domanda nati in questi mesi, un posto di assoluto rilievo se l’è preso la scuola. Assurdo, no? Pensare che serva una pan-

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demia per rendersi conto che, probabilmente, qualche riflessione sul sistema scolastico si sarebbe dovuta affrontare anche prima. Così, anche la scuola, ha dovuto fare i conti con la tecnologia, con la D.A.D., la didattica a distanza, che si va ad aggiungere alle mille sigle che riempiono registri e verbali. Eppure, tra chi ha lavorato più di prima e chi ne ha approfittato, viene da chiedersi: tutto questo lavoro va veramente a favore degli studenti? È necessario riempire le giornate dei bambini (e inevitabilmente dei genitori) per il trito e ritrito terrore di non finire il programma? Non esiste una risposta netta, ma è necessario chiedersi costantemente se il centro di tutto questo lavoro sia veramente l’alunno. John Dewey parlava del diritto a uno sviluppo armonico e integrale, un diritto bellissimo, che può essere raggiunto solo rispettando, per l’appunto, la centralità di chi appren-

de, la sua autonomia, i suoi tempi e la sua creatività. E proprio nel 2020 così particolare ricorre il centenario dalla nascita di uno dei più grandi pensatori del secolo scorso: Gianni Rodari. Chissà cos’avrebbe pensato lui di tutta questa faccenda, di tutta questa scuola fatta di carte e parole, di com’è stata più o meno colmata questa distanza forzata. Gianni Rodari: pedagogista, scrittore, maestro… Ma soprattutto instancabile ammiratore della sincerità dei bambini, nato a Omegna, in provincia di Verbano-Cusio-Ossola, nel 1920. All’anagrafe Giovanni Rodari, cresce nella panetteria del padre mangiando pane e cioccolato, mentre accoccolato dentro una cassa di legno leggeva Cuore. Dopo la morte prematura del padre si trasferisce con la madre e il fratello in provincia di Varese dove viene iscritto in seminario prima, e alle scuole magistrali poi, dove si diplomerà nel 1937.


Il personaggio

Inizia poi la sua carriera di maestro, prima come precettore privato per una famiglia ebrea fuggita dalla Germania e poi insegnando in varie piccole scuole del varesotto. Egli stesso ha sempre ammesso che la sua esperienza con la scuola non fu grandiosa a causa probabilmente della sua giovane età e dell’incapacità generale dell’adulto di pensare la scuola con gli occhi di un bambino. Da questa consapevolezza però, Rodari riuscì a capire una cosa: egli sapeva far ridere i bambini e ne approfittò per diventare, sempre insieme ai suoi

alunni, un inventore di storie. Nasce così, improvvisando un mestiere, la brillante carriera di uno degli autori di letteratura dell’infanzia più apprezzati e conosciuti al mondo, unico italiano ancora ad essere stato premiato con il “piccolo Nobel della narrativa dell’infanzia” Hans Christian Andersen, nel 1970. Ciò che maggiormente contraddistingue il suo modo di creare storie è il fatto di non aver mai scritto nulla per i bambini, ma sempre con i bambini. L’adulto deve saper entrare nel mondo del bambino, deve stimolarne la fantasia, ma soprattutto deve lasciare che anche i bambini stessi stimolino la fantasia dell’adulto. C’è del surreale, qualcosa delle favole antiche, ma sempre rielaborate nel contesto a lui contemporaneo. Sono storie leggere, scorrevoli e spesso divertenti, ma latente c’è sempre la necessità di creare un substrato più profondo,

indirizzato al mondo degli adulti, troppo spesso noioso e legato a rigidi schemi mentali. In Rodari ritroviamo una fantasia estrosa, ma fortemente legata al quotidiano: storie di animali, di viaggi, dei bambini meno fortunati, com’è il caso di uno dei suoi capolavori, La Freccia Azzurra. A chiusura di una vita dedicata a un nuovo modo di fare letteratura per l’infanzia, Rodari pubblica per Einaudi, dove egli stesso lavorava, la Grammatica della Fantasia, un vero e proprio manuale teorico che ricerca le costanti e le caratteristiche di quella che lui definisce la letteratura fantastica. Ma non solo: è un manifesto, un riassunto di tutto il suo pensiero, utile anche “a chi crede nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola.”

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Fatti di casa nostra di Waimer Perinelli

VENETI…

UNA LINGUA…UN POPOLO Uno studio interuniversitario raccoglie e cataloga tutti i vocaboli della lingua veneta. La prima centuria è stata pubblicata da poco e già emergono curiosità legate alla diffusione del veneto e all’uso e mutamenti del linguaggio.

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’ciao ovvero schiavo è la parola veneta più diffusa nel mondo. Ciao, la sua versione in lingua italiana, è riconosciuta il moltissimi paesi dove la parola veneto-italiana convive con le espressioni locali. Nella Repubblica Serenissima il saluto ciao, si diffuse grazie alla Commedia dell’ Arte e successivamente con le commedie di Carlo Goldoni, grazie ai come personaggi di Arlecchino che è noto aveva ascendenti bergamaschi, fu introdotta in Lombardia e con Pantalone in Emilia. All’inizio dell’Ottocento penetrò nella lingua italiana tanto che nel suo dizionario Niccolò Tommaseo, veneziano di origine dalmata e accademico a Firenze, constatava non senza rammarico come anche in Toscana qualcuno iniziasse ad usare il saluto “vi sono schiavo”. Aggiungiamo che un vocabolo analogo lo troviamo ancora oggi in SudTirolo dove è popolare il saluto Servus, derivazione

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dal latino “sono vostro schiavo”. Il saluto Ciao si è poi diffuso in tutto il mondo grazie ai nostri emigranti e la sua fortuna è probabilmente legata alla semplicità ed immediatezza nella pronuncia e comprensione. Ciao è solo un esempio della diffusione della lingua veneta ed è solo una delle oltre cento elencate da un nuovo vocabolario che s’intitola “ Parole veneziane” curato da Lorenzo Tomasin e Luca D’Onghia edito da linea d’Acqua di Calle della Mandola a Venezia. Nessun veneto che si rechi in laguna, Feltrini compresi, ha mai avuto bisogno di un vocabolario per dialogare con i barcaroli, gondolieri e caffettieri, ma gli

autori del vocabolario coadiuvati da alcune importanti università venete e in collaborazione con la Scuola Normale Superiore di Pisa, l’università di Losanna ed altre italiane hanno varato un progetto il cui acronimo Vev sta per Vocabolario storico etimologico del veneziano. “ Il Vev, scrive Lorenzo Tomasim, che è filologo e componente della giuria del premio letterario Campiello, ha come obiettivo di ordinare, sintetizzare ed esaminare criticamente la grande tradizione facendo del veneziano una delle varietà più accuratamente descritte nel variopinto panorama linguistico italiano. “Un lavoro vasto con approfondimenti e confronti linguistici destinato a durare qualche anno. Tuttavia già nella prima centuria pubblicata è possibile anche ai veneti scoprire vocaboli in disuso oppure il significato di altri usati ma non posseduti. Per esempio la parola Fifa adoperata per indicare paura, viene riportata nel


Fatti di casa nostra

vocabolario con il significato del verbo fifar, frignar, che sta anche per piangere di paura: insomma fifone. Il risultato delle ricerche del Vev catalogte dai ricercatori, coordinati da Francesca Panotin e Greta Verzi, confluiranno gradualmente realizzato dal Cnr di Firenze. Vi potremo trovare tantissimi vocaboli e fra questi alcuni come barcarola, àbaco, facchino,

broglio, entrati a far parte della lingua italiana ma altrettanti ancora in uso solo in Veneto sui quali potremmo lanciare perfino un concorso dove al veneziano si potrebbe sostituire la parlata locale, padovana, veronese, vicentina, trevisana, bellunese, feltrina...scoprendo come nel tempo siano cambiati gli accenti e in qualche caso anche il significato pur conservando la comune origine.

Non solo di vocaboli originali è ricca infine la lingua veneta. Oltre al già citato Carlo Goldoni e a Giacinto Gallina, già nel 1693 possiamo trovare un’opera immancabile nella libreria dei filologi e studiosi. Si tratta del “Goffredo del Tasso cantà alla barcariola” del chierico e commediografo Tomaso Mondini impegnatosi ella difficile impresa di tradurre in lingua veneta la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso. Così il celebre inizio del Canto primo :” Canto l’ arme pietose e ‘l capitano....che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.... diventa Arme pietose da cantar cò vogiae de Goffredo la immortal braura/ che al fin l’ha liberà con strussia e dogia / del nostro bon Gesù la sepoltura...”. Il libro è opera importante quanto impegnativa. Lo stesso Mondini nella presentazione spiega le difficoltà incontrate e scrive : “Quante gran volte m’hogio da pentir! Quante volte hoi de dir, O magari podessio chiorte in drio”.

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Storie di casa nostra di Andrea Casna

Il CAMPO DI AVIAZIONE di FELTRE nella PRIMA GUERRA MONDIALE

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ome tutte le città del Veneto, che si trovavano vicine al confine con l’Impero d’Austria-Ungheria, anche Feltre visse e “soffrì” i drammi del primo conflitto mondiale. Allo scoppio della guerra, la bella città ai piedi delle Dolomiti, contava 18.248 abitanti. Con la dichiarazione di guerra all’Austria, Feltre si trovò a svolgere un importante ruolo come base di appoggio a sostegno delle truppe impegnate al fronte sulla linea compresa fra il Passo Rolle e la Valsugana. Riassumendo, fra il 1916 e il 1917 il campo di aviazione di Feltre ospitò, in varie fasi durante il conflitto, le seguenti squadriglie: 46°, 113° e una sezione della 48°. Con la disfatta di Caporetto, gli austriaci

occuparono Feltre ai primi di novembre del 1917. In quell’occasione Carlo I visitò la città, che già peraltro aveva visitato nel 1911 con la moglie Zita di Borbone durante il

60J di Frank Linke-Crawforf, l’asso austroungarico soprannominato il «Falco di Feltre». A portarci in questo breve viaggio è lo storico e ricercatore Luigi Carretta. Esperto di aviazione, e autore di numerose pubblicazioni sull’argomento, il dr. Carretta ci spiega che proprio a Feltre «fece la sua comparsa, dall’estate

proprio viaggio di nozze, stabilendo, il 13 novembre 1917, il quartier generale delle forze austro-tedesche a palazzo Guarnieri. La città diventò, per le truppe austroungariche, un centro logistico fondamentale per il trasporto di truppe e pezzi di artiglieria nell’assedio al Monte Grappa. Le truppe austriache rimasero a Feltre sino alla fine del conflitto anche con l’aviazione. La città fu sede della Flik

del 1916, anche una prima componente aeronautica del Regio Esercito Italiano. Si trattava di una sezione, ossia un gruppo di quattro apparecchi della 46° Squadriglia del Servizio Aeronautico del Regio Esercito. Il piccolo gruppo di aeroplani, (3 piloti e 5 osservatori) aveva il compito di fornire le necessarie indicazioni dal cielo per l’Artiglieria del XVIII Corpo d’Armata. 63


Storie di casa nostra

Il campo di aviazione venne collocato nel pianoro a est del centro abitato. La vicinanza dello stesso avrebbe fornito gli indispensabili alloggiamenti per il personale, e la presenza di un grande fabbricato rurale, oggi come allora noto come “La Casona” avrebbe costituito un ideale posto di comando e alloggio. La Sezione rimase quindi a Feltre sino alla fine dell’anno, sostituita dal maggio 1917 da una sezione della 113ª Squadriglia, che rimase fino al mese di agosto, peraltro integrata a giugno da una ulteriore sezione della 48ª Squadriglia, che rimane a Feltre quasi due mesi. L’aumento degli aeroplani testimonia l’importanza che le osservazioni aeree avevano ormai assunto per l’osservazione delle postazioni nemiche, degli spostamenti avversari e per dirigere, tramite segnali concordati prima del decollo dei fragili apparecchi e attuati con razzi colorati, il tiro indiretto delle artiglierie italiane.

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Non si trattava comunque di un compito privo di rischi: i voli erano sempre contrastati sia dal nutrito fuoco da terra, sia dagli apparecchi austroungarici che, decollando soprattutto da Pergine Valsugana e Levico, non esitavano ad ingaggiare i velivoli avversari. Non fu comunque la minaccia proveniente dalla direzione di Trento quella che mise fine alla presenza dei velivoli italiani nel feltrino: nel novembre del 1917, dopo la battaglia di Caporetto e la profonda avanzata austriaca l’aeroporto e la cittadina vennero evacuate dalle truppe italiane, nel timore di un accerchiamento e di un’interruzione dei collegamenti con le linee italiane». Feltre assunse per gli austro-ungarici un ruolo fondamentale. Per quanto riguarda il campo di aviazione possiamo dire la stessa cosa? «Sì. Il campo di aviazione venne ediatamente occupato, utilizzando “La Casona” nello stesso modo in cui lo avevano usato gli italiani, ossia

centro comando dell’adesso affollato aeroporto, e spostando su di esso dalla metà di ottobre del 1917 sia delle “Flik” (acronimo di “Flieger Kompanie”, ossia compagnia di volo) da bombardamento che da caccia dal teatro di guerra isontino, rinforzate in seguito da altre unità da caccia – specialità questa nata solo nel 1916- che si trovavano in Valsugana. Il 15 ottobre vi giunse quindi per prima la Flik 2D, che in precedenza si trovava a Belluno e dotata di 5 velivoli biposto da bombardamento Hansa-Brandenburg C.I, mentre il suo posto sull’aeroporto bellunese veniva preso dalla Flik 8D. Lo stesso giorno giunse anche la Flik 16, inviata a Feltre da Villach con 4 dei

soliti Hansa-Brandenburg C.I e 2 aerei modello Ufag C.I. La protezione degli apparecchi da ricognizione venne invece affidata ad un’unità specifica da caccia, la Flik 14J che rimase poi a Feltre sino ad ottobre 1918, praticamente a guerra finita quando venne trasferita sull’aeroporto di Santa Giustina. Per la ricognizione delle attività militari e delle postazioni italiane venne destinata a Feltre anche la “Kompanie” 39P, ma fu senza dubbio la Flik 60J, destinata sull’aeroporto di Feltre ove giunse da Grigno in Valsugana ove era stanziata dal 6 settembre 1917, l’unità che divenne più famosa. Il reparto era stato creato in


Storie di casa nostra

Austria solo pochi mesi prima. La notizia della resa austro-ungarica giunse con l’ordine di spostare i velivoli efficienti verso il Brennero in volo, assegnando al resto del personale di terra il compito di caricare le armi nei magazzini sui camion e le macchine e di dirigersi verso Trento, e da lì al Brennero, dando fuoco al resto. Operazione che riuscì però solo in parte, dato che la popolazione si diede ben presto al saccheggio delle strutture abbandonate dagli austriaci».

Al comando dei piloti troviamo l’asso Frank Linke-Crawford, detto anche «il Falco di Feltre». Cosa possiamo dire a questo proposito? «Asso della caccia con 13 vittorie al suo attivo, decorato con la Goldene Tapferkeitmedaille (medaglia d’onore al valor militare in oro, la massima onoreficenza militare austriaca). Nato a Cracovia, 27 anni prima, era figlio di un ufficiale di carriera e di una inglese, e divenne aviatore dopo essersi distinto come ufficiale

dei Dragoni. Sull’Isonzo si scontrò anche con Francesco Baracca, riuscendo a rientrare alla base con il suo apparecchio da ricognizione malgrado i 68 fori di proiettile causati dalle mitragliatrici dell’asso italiano. Nell’agosto 1917 era divenuto pilota da caccia, adottando come insegna personale un falcone di colore nero bordato di bianco dipinto sui fianchi della fusoliera degli aerei Albatros, che gli valse infine il soprannome di “Falco di Feltre”, anche se a quanto pare gradiva anche il soprannome di «testa rossa» che gli era stato affibbiato per il vezzo di indossare un casco di volo di quel colore. Linke-Crawford impersonò in pieno la figura insieme romantica e tragica del pilota da caccia di quegli anni terribili: sicuramente coraggioso e buon comandante, non disdegnava posare a fianco dei propri velivoli, indossando sempre elegantissimi calzoni bianchi fuori ordinanza. La sua squadriglia, contraddistinta da una grande fascia nera in fusoliera con la lettera iniziale del cognome del pilota dipinta in bianco, giunse a Feltre nel marzo del 1918, rimanendovi sino alla fine della guerra. Linke-Crawford sarà abbattuto e ucciso il 31 luglio 1918 nei pressi di Guia, una frazione di Valdobbiadene. Con lui scompariva una figura carismatica e la “sua” Flik 60J cessò virtualmente di esistere. Il corpo di Linke fu invece seppellito a Pobersch, vicino Maribor ora in Slovenia, per poi essere infine riesumato e inumato nel cimitero di Salisburgo nel 1919. Oggi il suo ricordo, e quello dei piloti che a Feltre operarono, è celebrato dalle numerose immagini che adornano l’interno della “Casona”, divenuto un elegante ristorante che mantiene inalterato il fascino che il tempo gli ha dato».

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Medicina & Salute di Armando Munaò

La malattia di Alzheimer La malattia di Alzheimer (chiamata anche Alzheimer-Perusini), è la forma più comune di demenza degenerativa progressivamente invalidante che, di solito, si manifesta in età senile ( oltre i 65 anni ), ma anche prima. Fu scoperta nel 1907 a Tubingen in Germania dal neurologo Alois Alzheimer e dal suo assistente nella ricerca, il medico italiano Gaetano Perusini. La Demenza è un termine usato per descrivere diverse malattie cerebrali che comportano l’alterazione progressiva di alcune funzioni (memoria, pensiero, ragionamento, linguaggio, orientamento, personalità e comportamento) di severità tale da interferire con gli atti quotidiani della vita. La malattia di Alzheimer è la più comune causa di demenza (rappresenta il 50-60% di tutti i casi demenza). Purtroppo la Malattia di Alzheimer è una patologia cronica neurodegenerativa incurabile. Attualmente infatti non esistono farmaci e interventi in grado di arrestarne il decorso e far regredire i sintomi.

S

e il progresso ha allungato di molto la durata della vita, (in media 82 anni gli uomini e 84-85 le donne), l’invecchiare porta con se delle patologie croniche tipiche: ipertensione, malattie respiratorie, diabete e, non ultimo, il decadimento cognitivo e le demenze vere e proprie, allo studio in diversi istituti di ricerca, nazionali e internazionali. La malattia di Alzheimer sta acquisendo i connotati di una vera e propria epidemia. Un grido d’allarme

che viene lanciato in ogni occasione ci si trovi a parlare di questo dramma socio-sanitario. L’OMS ha dichiarato la demenza uno dei 7 disturbi neuropsichiatrici prioritari. Nell’ultimo rapporto, l’ADI (Alzheimer Disease International) ha stimato in circa 50 milioni in tutto il mondo le persone affette da demenza, ma se ne prevedono oltre 80 milioni nel 2030 e 152 milioni nel 2050. In Italia, si stimano oggi 1.241mila persone con demenza, previste 1.609mila nel 2030 e 2.270mila nel 2050. I costi per questa patologia ammontano a oltre 38 miliardi di euro. Il numero maggiore di malati di Alzheimer nel nostro paese si registra in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna. Più si va avanti con l’età, maggiormente la malattia degenera. La patologia colpisce tra i 65 e 69 anni per 0,4%, l’1,9% fino a 74 anni, il 3,4% fino

a 79 anni e l’11,5% dagli 80 anni in su. Sino a ieri si diagnosticava un malato di Alzheimer ogni 7 secondi, oggi uno ogni 3 secondi. Si dice che ogni 10 minuti un italiano perda la memoria. Più che raddoppiata, quindi, è la velocità d’impatto della malattia sul tessuto sociale, aumentati i costi relativi alla gestione dei percorsi diagnostico, terapeutico, e soprattutto assistenziale di questa malattia, che in media dura oltre 10 anni e mette le famiglie in balia di uno tsunami che travolge tutti e tutto. Sono numeri impressionanti, capaci di mettere in difficoltà l’assetto socio-sanitario di qualsiasi paese, specie di quelli

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Medicina & Salute

che, come l’Italia, non hanno pensato a mettere a punto un piano per contenere gli effetti di una tale patologia.

Il momento della diagnosi

Inizia con semplici dimenticanze, magari di persone distratte, ma quando compaiono episodi particolari (come mettere il ferro da stiro nel freezer, i libri nel forno, avere difficoltà a rientrare a casa, dimenticare spesso il nome delle cose d’uso comune o dei familiari, avere difficoltà a fare calcoli anche elementari) si può supporre un deficit cognitivo e avviare un percorso diagnostico per inquadrare un’eventuale demenza. Diversi test neuropsicologici possono essere eseguiti con discreta semplicità, e indirizzano già verso diagnosi che dovranno essere confermate da indagini come TAC cranio, RM encefalo, PET, SPECT, ed esami ematochimici.

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Ultimamente la ricerca scientifica va verso l’individuazione di marcatori specifici perché la diagnosi precoce della malattia , potrebbe dare ai pazienti prospettive terapeutiche e gestionali migliori. Questo e’ proprio quello di cui si sta occupando il Prof. Giancarlo Logroscino della Facoltà di Neurologia dell’Università di Bari che sta appunto indirizzando le sue ricerche sulla diagnosi precoce.

tà ed alterata capacità di giudizio. Molto frequente, nelle fasi iniziali, dove ogni persona presenta difficoltà a lei peculiari, è anche il disturbo depressivo che aumenta con il passare del tempo. Quello moderato è caratterizzato da difficoltà nell’esecuzione delle normali attività quotidiane (es. alimentarsi), agitazione motoria, disturbi del sonno e difficoltà nel riconoscere familiari ed amici. Nel terzo stadio, quello grave, si evidenziano disturbi di espressione e comprensione

Il percorso della malattia e i sintomi.

La Malattia di Alzheimer, a seconda della fase in cui la malattia si trova e della posizione e vastità delle aree neurologiche compromesse, ha un decorso degenerativo spesso caratterizzato da tre stadi che presentano un peggioramento progressivo della sintomatologia: lieve, moderato e grave. Nello stadio lieve si hanno, prevalentemente, deficit di memoria episodica, difficoltà a ritrovare la strada di casa, disorientamento nel tempo, difficoltà nel far fronte ai problemi quotidiani, cambiamenti di personali-

del linguaggio, inappetenza con dimagrimento ed incontinenza, fino ad arrivare ad una totale dipendenza dagli altri. Giorno dopo giorno si vanno perdendo capacità. Si cerca di mascherare, all’inizio, poi ci si ritira in se stessi, per paura di sbagliare, di non saper fare, di non riuscire a fare, cadendo molte volte in una depressione che peggiora il quadro mentale già alterato. Anche il familiare può passare dall’iniziale non accettazione della malattia, al rifiuto della stessa, fino a una cupa rassegnazione. In questo senso l’Alzheimer è una malattia della famiglia, una vera e propria emergenza sociale. Il malato finisce per essere spettatore del suo deterioramento mentale e conseguente regressione, alternando


Medicina & Salute periodi di maggiore o minore gravità, necessitando sin dall’inizio di assistenza continua e specializzata.

Dove curare il nostro malato

Il luogo migliore per la cura del malato di Alzheimer, a detta dei familiari intervistati, è la propria casa, che sostiene i pochi punti di riferimento conservati dal paziente. Auspicabile sarebbe un Servizio Domiciliare che garantisca continuità nell’assistenza al malato. Vi sono anche i Café Alzheimer, i Meeting Center Alzheimer e i Centri Diurni dedicati, dove un ammalato di livello lieve-moderato può fare esercizi di riabilitazione cognitiva per mantenere le residue capacità e rallentarne la perdita, mentre (nel Café e Meeting Center ) il familiare scambia esperienze con altri care-givers, chiede e dà consigli utili per la gestione quotidiana dei problemi legati alla malattia, con la presenza di psicologi ed educatori. Nel percorso della malattia si manifestano a volte disturbi comportamentali con aggressività, alterazioni del rapporto sonno/veglia, affaccendamento continuo con girovagare senza meta, anche deliri e allucinazioni che hanno un impatto devastante su chi assiste. Tali problematiche, quando compaiono, rendono spesso necessaria l’istituzionalizzazione presso strutture residenziali (RSA: Residenze Sanitarie Assistenziali e RSSA: Residenze Socio-Sanitarie Assi-

stenziali) possibilmente con il cosiddetto Nucleo Alzheimer, per assicurare adeguata e specialistica professionalità. È il momento della resa da parte dei familiari che non riescono più a sopportare il peso della assistenza senza rimetterci in salute.

Terapia farmacologica

Allo stato attuale sembra che i farmaci non riescano a modificare la storia della malattia, o possano solo rallentarne il decorso. Così come le terapie sintomatiche (ansiolitici, ipnoinduttori, tranquillanti) che riducono le alterazioni comportamentali. Sono allo studio un vaccino specifico, l’utilizzo di cellule staminali, l’ingegneria genetica e l’utilizzo di nano-particelle. Terapia non farmacologica La terapia non farmacologica è finalizzata a conservare il più elevato livello di autonomia mediante tecniche con lo scopo di controllare i disturbi del comportamento, rallentare il declino cognitivo e funzionale, e compensare le disabilità.

carico dei costi dell’assistenza al paziente (circa 70mila euro tra costi diretti e indiretti) che viene spesso curato a casa, poichè i servizi assistenziali e sanitari per questo tipo di patologie sono molto scarsi soprattutto per la fascia di popolazione medio-bassa che non può accedere ai servizi privati.

Ruolo della Associazione Alzheimer

Non lasciare le famiglie da sole! Le Associazioni che si occupano dell’Alzheimer sono un primo passo verso la creazione di una rete socio-assistenziale per i malati e le loro famiglie che spesso si ritrovano da sole a dover gestire il carico di un’assistenza sfibrante, anche perchè i piani socio-sanitari non hanno ancora preso atto della necessità di un’inversione di rotta dal “curare” al “prendersi cura”. Oggi in Italia 8 famiglie su 10 si fanno

*Un ringraziamento particolare, per la gentile collaborazione, alla dott.ssa Katia Pinto (Psicologa, specializzata in Analisi e Modificazioni del Comportamento – Formata in Valutazioni Neuropsicologia delle Demenze), Vicepresidente Nazionale dell’Associazione Alzheimer Italiana 69


Medicina & Salute di Erica Zanghellini

Stanchezza da covid Ormai l’emergenza sanitaria si sta prolungando da parecchi mesi tanto che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Salute) ha recentemente parlato di “Pandemic fatige”. Questa sindrome si caratterizzerebbe come una sorta di stanchezza cronica e di sfinimento reattiva proprio a situazioni come quella che stiamo vivendo.

C

om’è facilmente intuibile questa manifestazione cognitiva, comportamentale ed emotiva è una reazione comune a situazioni di stress. L’OMS la definisce proprio come “una risposta prevedibile e naturale a uno stato di crisi prolungata della salute pubblica”. In aggiunta, una cosa che può influire negativamente sul nostro benessere e umore è determinata dall’incertezza, nel non poter controllare questa situazione. Alla fine nessuno di noi ora come ora sa, quando questa circostanza finirà e questo può generare ansia, paura e stress cronico. La sensazione di sfinimento può essere così forte da farci sentire immobilizzati. L’assenza di energia in realtà ha colpito un po’ tutti, la sentiamo giorno per giorno, ma quando diventa così importante le cose sono differenti e soprattutto non tutti reagiscono alla stessa maniera. Le

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persone possono manifestarsi apatiche e con sindromi demotivazionali, tanto da arrivare a minare la corretta esecuzione dei comportamenti protettivi raccomandati per la salute di noi stessi e degli altri. La pandemia ha toccato tutti e in un momento così limitativo rispetto il rinnovare attenzioni e cautele, dopo il periodo estivo (tra l’altro sempre più specifiche) ci mette continuamente alla prova. In realtà stiamo anche assistendo a una quota di persone che non riescono a mantenere un livello di prevenzione adeguato e sufficiente per proseguire le nostre attività necessarie in sicurezza e questo è una gran preoccupazione. Siamo stati spettatori infatti di due step, il primo al principio di questa situazione complicata e difficile, in cui le persone riuscivano ad attivare un sistema di adattamento mentale e fisico. Il secondo, avvenuto poi col passare del tempo in

cui per alcuni la situazione di allarme si è “trasformata” e senza rendersene conto è diventata un contesto di “nuova normalità” facendo sì che le persone abbassino la guardia sui reali pericoli. Ecco perché in alcuni casi i messaggi fondamentali ai quali siamo bombardati da tempo, come l’igiene delle mani, l’uso di dispositivi personali come le mascherine e il distanziamento fisico sembrano essere sempre meno efficaci. Perché per le persone è difficile mantenere un atteggiamento coerente ed efficiente per lungo tempo se cambia l’interpretazione e assetto mentale. Il lockdown e il Covid, è inutile negarlo hanno portato stress, ansia, depressione, in alcuni casi stati rabbiosi e soprattutto solitudine determinando effetti devastanti sul benessere psicofisico delle persone, (soprattutto quelle che già erano fragili) ma, sicuramente la paura ci ha spinto a tutelarci e a prendere severi e rigidi provvedimenti. Col tempo però una parte di persone sono diventate più lassive, perché diventando un’abitudine la motivazione crolla ed ecco allora le prime complicazioni più o meno gravi nel mantenere diligentemente le condotte di prevenzione. Non solo, l’Oms parla anche di un altro aspetto nel suo documento ”Pandemic fatigue. Reinvigorating the public to prevent Covid-19” non solo di demotivazione, ma anche di scetticismo nel mettere in atto i comportamenti protettivi raccomandati per diminuire i contagi e tutelarci personalmente e anche a livello di comunità. E come se la persona


Medicina & Salute

fosse arrivata a pensare che il “peso” delle restrizioni sia maggiore dei benefici che ne deriverebbero. Si potrebbe per esempio, cominciare a riflettere sul fatto che sia inutile limitare la propria libertà personale per cercare di contenere i contagi, visti i numeri in crescita che ogni giorno ci vengono ricordati. Questo

avviene perché, sempre a livello psicologico quello che per noi era una minaccia nuova, sconosciuta e pericolosa, ora sta diventando familiare e quindi meno impellente. Se da una parte risulta essere inevitabile, abbiamo dovuto imparare a convivere col virus, dall’altra esserci abituati al pericolo ma, soprattutto averlo normalizzato e/o minimizzato nella nostra mentalità determinerà una minor

necessità di tutelarsi. E’ più che comprensibile che dopo tanti mesi in cui abbiamo dovuto rinunciare a cose importanti, come la propria libertà, il festeggiare con i propri cari, o celebrarli, oppure lavorare da casa con bambini, o ancora riuscire a gestire la Dad (didattica a distanza) siamo stanchi, ma dobbiamo rimanere vigili. Tenere a mente l’obiettivo e andare avanti. Purtroppo i prossimi mesi saranno complicati e proprio per questo dobbiamo riuscire a fare squadra e cercare di gestire la situazione nel nostro piccolo il meglio possibile, per noi, per i nostri cari e più in generale per la nostra società. Dott.ssa Erica Zanghellini Psicologa-Psicoterapeuta Riceve su appuntamento Tel- 3884828675

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MEDICINA & SALUTE di Marco Rigo*

Osteoporosi ma NON SOLO Osteoporosi è una parola che deriva dal greco osteos (osso) e poros (passaggio), indica una condizione molto pericolosa per la nostra salute, ossia una fragilità delle ossa con il rischio aumentato di fratture traumatiche ma anche di rotture spontanee. L’osteoporosi è oggetto spesso dell’attenzione del medico per diversi pazienti ma soprattutto per le donne dopo che sono entrate in quel delicato periodo che viene chiamato menopausa.

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urante l’età fertile infatti i nostri ormoni sessuali (il testosterone principalmente per l’uomo e gli estrogeni per le donne) provvedono a proteggere le nostre ossa da una eccessiva decalcificazione e, quando vengono a mancare, le ossa rimangono particolarmente scoperte. Non solo gli ormoni tuttavia sono responsabili della salute delle nostre ossa, ma anche la nutrizione, l’attività fisica e quindi l’eredità dei nostri genitori. In sintesi potremmo dire che l’osteoporosi o l’osteopenia (che sarebbe un impoverimento dell’osso non ancora grave) è il risultato di come abbiamo vissuto, di cosa abbiamo mangiato, di quanto ci siamo mossi (o di quanto siamo stati fermi) e anche di come sono vissuti i nostri genitori. Durante la vita lo scheletro è come un cantiere nel quale dei muratori continuano a costruire osso e allo stesso tempo lo smontano per fare si che le ossa abbiano la giusta robustezza ma anche la necessaria elasticità. Quando l’osso è sottoposto a grandi carichi diventa più forte ed elastico, se invece non riceve sollecitazioni rimane leggero e infine anche fragile. Dico questo perché quando si decide di controllare l’osteoporosi è necessario prestare attenzione anche al proprio

patrimonio muscolare. I muscoli infatti sono attaccati alle ossa e quando sono forti e sollecitati esercitano su di esse quegli stimoli che servono a renderle più forti e robuste. Osteoporosi quindi e sarcopenia (impoverimento muscolare) sono due concetti che vanno valutati assieme, infatti non è possibile curare l’osteoporosi curando “solo” le ossa. In medicina generale normalmente si affronta questa condizione somministrando vitamina D, calcio, e usando dei farmaci che aumentano la calcificazione, ma questo non basta! Essenziale per avere delle ossa sane in età avanzata è tenere sotto controllo lo stile di vita fin da giovani con accorgimenti nutrizionali precisi che il medico nutrizionista potrà spiegare, ma anche promuovendo un’attività fisica costante che favorisca la ricostruzione dell’osso. L’immobilità infatti è nemica delle ossa e dei muscoli. Anche in età non più giovane occorre fare attività fisica pesante come quella che si pratica in palestra con i pesi, naturalmente con la guida di un esperto istruttore. Se la palestra non è l’ambiente

preferito ai nostri anziani, l’orto e il giardino sono dei perfetti sostituti. Chi pratica infatti il giardinaggio e la coltivazione dell’orto gode di ossa e, infine, salute più sana. Oggi i pazienti possono conoscere la loro composizione corporea attraverso la BIOIMPENDENZIOMETRIA e la PPG STRESS FLOW riuscendo a capire in tempo quindi se corrono il rischio di incorrere in questa o altre patologie e mettendo di conseguenza in atto quei correttivi di stile di vita che gli permetteranno di invecchiare mantenendo intatte le proprie capacità funzionali.

*Marco Rigo

Laureato a Padova in Medicina e Chirurgia, si occupa di terapia di supporto nei pazienti oncologici. Si è perfezionato a L’Open Academy of Medicine una scuola internazionale di specializzazione istituita a Londra, affidata a docenti provenienti dai più prestigiosi e autorevoli dipartimenti universitari e centri di ricerca a livello internazionale. Focalizza la propria attività didattica e di ricerca attorno a discipline quali Neuroscienze, Metabolismo, Immunologia, Endocrinologia, NeuroImmunoModulazione, Nutrizione Clinica e Riabilitazione Fisico-Motoria. Mira a sviluppare lo studio relativo ai processi fisiopatologici coinvolti nell’evoluzione delle patologie a carattere cronico e nel recupero della performance psicofisica, facendo ricorso ai più moderni risultati della ricerca scientifica e alle esperienze dettate dall’Evidence Based Medicine. 73


Cultura, arte e territorio di Nicola Maccagnan

Il “Fondaco per Feltre”:

da 30 anni a servizio della città e delle sue bellezze.

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l nome dell’Associazione trae origine da un’antica istituzione cittadina chiamata “Fondaco delle Biade”, attraverso la quale l’Amministrazione pubblica aiutava la cittadinanza a superare i periodi di carestia e di fame distribuendo granaglie a prezzi calmierati. Dal 1991 il “Fondaco” ha ripreso vita per valorizzare e distribuire ai cittadini e ai visitatori la risorsa forse più importante di Feltre: la sua storia e le sue bellezze. Il presidente del sodalizio, Stefano Antonetti, ci accompagna in questo breve viaggio alla scoperta del “Fondaco per Feltre”. Presidente, come nasce il Fondaco? Il Fondaco per Feltre è nato da un gruppo di appassionati, amanti della città, che volevano dare nuovo impulso a Feltre dal punto di vista culturale, facendo vedere e

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conoscere le sue bellezze. Una tra le più importanti iniziative, partita già nei primi anni di attività, è la gestione dell’area archeologica antistante il duomo per la quale venne sottoscritta una convenzione con la Soprintendenza ai Beni Archeologici, Da allora, e sono passati circa 25 anni, questo servizio rappresenta uno dei nostri fiori all’occhiello, di cui andiamo orgogliosi. Inoltre, fin dall’inizio, abbiamo dato il via all’iniziativa dei “Palazzi aperti”: nei giorni festivi giovani volontari del Fondaco si mettevano davanti ai palazzi storici feltrini, al municipio e ad altri monumenti significativi e raccontavano ai passanti la storia di questi edifici e della città. Che significato date alla parola “cultura”? Per noi cultura significa conoscenza accessibile a tutti, non siamo per una cultura d’élite. Ricordo che già dai primi anni abbiamo promosso un corso sulla storia di Feltre a cui hanno partecipato circa 120 persone; c’erano storici locali e vi prese parte anche la Sovrintendenza. Era anzitutto

un’occasione per far conoscere ai feltrini la loro città un po’ più in dettaglio. Da qui sono poi nati quelli che chiamavamo “animatori culturali”, ben prima che ci fossero le guide “ufficiali”; e noi eravamo tutti degli animatori culturali. Poi la convenzione con il Comune che ha dato ulteriore impulso alla vostra attività… Dal Monte di Pietà al Teatro de la Sena, al Palazzo Pretorio, il rapporto di collaborazione con il Comune di Feltre si è via via strutturato inglobando altri edifici importanti del centro storico, come la Torre dell’Orologio da poco restaurata. Oggi gestiamo in convenzione l’accesso a numerose strutture e devo dire che il Comune ha sempre avuto una buona spalla nel Fondaco, perché oggettivamente la nostra disponibilità è stata massima. Qual è il ruolo dei giovani nella vostra associazione? Diciamo che la fortuna del Fondaco è che tra le nostre fila abbiamo avuto ed abbiamo tanti giovani, così come nel direttivo. I giovani sono riusciti a coinvolgere a loro volta altri giovani facendo proselitismo nelle scuole; inoltre accogliamo ogni anno degli stagisti universitari: abbiamo convenzioni con le Università di Trento, di Padova, di Venezia, di Trieste; in più negli ultimi anni abbiamo partecipato a molti progetti di alternanza scuola-lavoro che hanno avvicinato al Fondaco tanti ragazzi, i quali si sono appassionati ed hanno poi deciso di rimanere nell’associazione. Facciamo una fotografia del Fondaco per Feltre oggi… Diciamo subito che questo 2020 è stato un anno molto particolare: il Covid ha inciso profondamente anche sulle nostre attività e la mancanza di aggregazione ha penalizzato tutte le associazioni volontaristiche. Il Fondaco conta comunque ad oggi circa


Cultura, arte e territorio sui 120-130 soci, di cui 40-50 pienamente attivi, con compiti che vanno dall’organizzazione delle gite, alla promozione sui social, all’organizzazione dei volontari. Un altro ambito di grande rilievo è quello della promozione di progetti specifici: in questi anni abbiamo potuto portare avanti numerose iniziative aderendo a bandi come quelli della Fondazione Cariverona e del CSV. E poi, svolta importantissima è stata quella rappresentata dal due per mille avviato nel 2016 dal Ministero dei Beni Culturali; grazie a queste risorse siamo riusciti a dare un’ulteriore accelerazione ai nostri interventi di recupero su alcuni beni della città, come quello condotto sulla lapide celebrativa di Goldoni o sull’obelisco di piazzetta delle Biade. Abbiamo restaurato inoltre alcune delle statue sotto il loggiato palladiano del municipio e alcuni interni della sala consiliare. Presidente, il 2021 sarà l’anno del trentennale per il Fondaco. Cosa dobbiamo attenderci?

Abbiamo tantissime idee in cantiere, come quella del recupero della storica fontana del Pascolét, ma dovremo capire come sarà l’anno che ci attende, ovvero quali “margini di manovra” ci consentirà l’epidemia in atto. In ogni caso, su questo non ci sono dubbi, il Fondaco ci vedrà protagonisti della vita culturale feltrina ancora per molti anni a venire, spinti dalla passione e dall’amore per la nostra splendida città. Per tutti coloro che vogliono conoscere più da vicino l’associazione, vi segnaliamo il sito internet fondacofeltre.it e la pagina Facebook “Il Fondaco per Feltre ONLUS”.

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Conosciamo il passato di Guido Nesler

MARIA TERESA SOVRANA ILLUMINATA Maria Teresa, figlia di Carlo Sesto d’Asburgo, regnò dal 1740 al 1780 sul vastissimo impero d’Austria, che si estendeva dalla Lombardia al Tirolo, comprendendo quindi anche l’attuale Trentino, fino all’Ungheria e alla Boemia. Fece scelte amministrative e politiche capaci di organizzare, oltre al Trentino, anche il Veneto, specialmente nelle vallate alpine del Feltrino e delle Dolomiti quando la regione venne da Napoleone strappata a Venezia e annessa all’Austria.

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u detta la “Sovrana Illuminata”, perché introdusse riforme di fondamentale importanza, prima fra tutte la scuola obbligatoria e gratuita per i bambini di entrambi i sessi dai sei ai dodici anni. Istituì il catasto, riformò la giustizia e la pubblica amministrazione, promosse l’arte, la cultura e la fondazione di università. In campo sanitario favorì la sperimentazione dei primi vaccini contro il vaiolo. Si avvalse inoltre sempre di collaboratori molto validi, anche se

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talvolta di umili origini. Durante il periodo del suo regno si distinsero dei personaggi di alto livello in vari campi. In particolare nelle Valli del Noce, uomini intelligenti, le cui scelte ebbero effetti positivi in tutto l’impero. Fra questi alcuni meritano di essere ricordati. Carlo Antonio Martini nacque a Revò nel 1726. Fu professore di diritto all’università di Vienna. Godette della stima di Maria Teresa , che lo volle presso la sua residenza per seguire l’educazione dei figli, due dei quali divennero imperatori d’Austria: Giuseppe Secondo, che regnò dal 1780 al 1790 e Leopoldo Secondo dal 1790 al 1792. Il Martini sostenne la necessità di rendere l’istruzione elementare gratuita ed obbligatoria, che venne istituita nel 1774. Propugnò inoltre l’abolizione della pena di morte e della tortura. Leopoldo Secondo lo nominò presidente della Commissione Aulica di Legislazione, con l’incarico di redigere il nuovo codice civile austriaco, che rimase in vigore per

tutto l’ottocento. Francesco Vigilio Barbacovi nacque a Taio nel 1738 da una famiglia di antica tradizione forense. Nel 1774 il principe vescovo di Trento Sizzo de Noris lo incaricò di redigere il primo codice civile trentino. Nel 1792 il principe vescovo Pietro Vigilio Thun gli affidò il compito di armonizzare tale testo legislativo con quello elaborato a Vienna dal Martini. Giovanni Battista Lampi nacque a Romeno nel 1751. Fu ritrattista della Casa d’Asburgo. Nel 1786 ritrasse, a figura intera e in grandezza naturale, l’imperatore Giuseppe Secondo. Anche Caterina Seconda di Russia gli commissionò il suo ritratto. Pure il figlio primogenito, anch’egli di nome Giovanni Battista, fu


Conosciamo il passato

un famoso ritrattista e lavorò con il padre sia a Vienna che a S. Pietroburgo.

Peter Josef Kofler nacque a Ruffrè nel 1700 e studiò giurisprudenza a Vienna. Nel 1737 divenne presidente di quel tribunale Dal 1741 al 1764, anno della sua morte, fu borgomastro (sindaco) di Vienna. Bartolomeo Antonio Bertolla nacque a Mocenigo di Rumo nel 1702. Frequentò, in piccolo centro presso Vienna, un triennio di apprendistato, conseguendo quindi il diploma, che gli consentì di esercitare la professione di orologiaio. Ritornato a Rumo, si dedicò alla costruzione di orologi a pendolo. La sua opera più famosa fu la costruzione, per Maria Teresa, di uno straordinario orologio astronomico dotato di un grande numero di indicazioni, fra le quali le

fasi lunari, le maree, i segni zodiacali, le eclissi solari e lunari. Per il progetto ed i relativi complessi calcoli il Bertolla si avvalse della collaborazione di Francesco Borghesi, parroco di Mechel (frazione di Cles), nonché matematico e astronomo. Al termine della prima guerra mondiale gli americani portarono l’orologio presso lo Smithsonian Institut di Washington, dove si trova tuttora. Cristoforo Migazzi, la cui famiglia era di Cogolo di Peio, fu cardinale di Vienna dal 1757 al 1803, anno della sua morte. Fu sepolto nella cattedrale di S. Stefano. Carlo Firmian di Mezzocorona fu nominato da Maria Teresa ministro plenipotenziario della Lombardia nel 1759. In tale ruolo si occupò, in particolare, dell’istituzione delle scuole obbligatorie, del catasto e della riforma della giustizia. Fu pure uomo di grande cultura e raffinato collezionista di opere d’arte.

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tutto quello che c’è da sapere Come risaputo il bollo auto è la tassa legata al possesso di un’autovettura regolarmente iscritta al Pubblico Registro Automobilistico che deve essere corrisposta a prescindere dall’utilizzo o meno del proprio veicolo e il cui pagamento DEVE essere effettuato entro l’ultimo giorno del mese successivo a quello di scadenza. E precisamente: *bollo scaduto a dicembre 2020: pagamento dall’1 al 31 gennaio 2021 (per le autovetture); *bollo che scade a gennaio 2021: pagamento dall’1 al 28 febbraio 2021 (per i motoveicoli e gli autocarri); E così via nelle varie scadenze di aprile ed agosto per le autovetture, maggio e settembre per gli autocarri e luglio per i motoveicoli. E’ utile sottolineare che il pagamento del bollo auto prevede numerose esenzioni e agevolazioni stabilite dalla nostra legislazione e riguardano quei soggetti che rientrano nelle categorie di disabili titolari di Legge 104 tra cui: non vedenti, sordi, disabili con handicap psichico o mentale titolari d’indennità di accompagnamento; disabili con grave limitazione

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Società oggi di Patrizia Rapposelli

La donna moderna

dal pudore corroso

Cor gentile”: la gentilezza è la nobiltà d’animo, l’elevatezza del pensiero, la disposizione verso la virtù, la

sensibilità e la delicatezza, la capacità di provare sentimenti profondi. La donna ha l’aspetto di un angelo e la letteratura cortese agli occhi dell’uomo la fa risplendere come gli angeli a quelli di Dio. Cosa potrebbero scrivere i poeti del dolce stil novo della donna moderna e dell’uomo che la vede? Il poeta Guinizzelli esprime sottilmente nella sensibilità, la delicatezza e il riserbo il concetto di pudore. Recenti ricerche

fanno emergere il crollo del senso pudico della donna moderna, sembra una banalizzazione, ma i numeri fanno parlare di sé e privati di ogni forma moralizzatrice ci mostrano una vera e propria evoluzione sociale. L’eccesso o il falso pudore hanno caratterizzato la storia dalla Roma repubblicana, al suo scomparire nell’epoca imperiale ad oggi: dalla verecondia difesa e controllata alle oscenità più manifeste, dalla tenerezza erotica alla pornografia più indecente, dalla sessuofobia al permessivismo privo di limiti; estremi che indicano lo stretto legame che c’è tra cultura e pudore. Infatti si deve fare i

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conti con i valori e i comportamenti della società di appartenenza, i quali interiorizzati condizionano chi siamo e la pudicizia non sembra una qualità propriamente valorizzata. Il significato vede muoversi tra due poli semantici, dove da un lato indica un senso di riserbo e disagio in allusioni, termini, atti, comportamenti che riguardano la sfera sessuale; dall’altra il ritegno, la discrezione e il rispetto della propria e altrui sensibilità. Il secondo senso oggi non viene quasi considerato, ci si concentra maggiormente sulla prima concettualizzazione ed in particolare nell’ottica comune lo si collega al tabù e all’”uso” del corpo. Da qui una visione distorta della donna pudica, la quale viene scambiata per poco aperta e incapace di provocare piacere nel maschio, mentre la donna spregiudicata e disinibita strumento di potere e seduzione; ritengo ci vorrebbe un equilibrio, ma nella società dell’immagine non

è possibile. Ruolo centrale lo hanno i media e il mondo televisivo con le loro immagini selezionate e l’idea comune di fare un uso manipolatorio del corpo delle donne; vediamo una figura femminile dall’ interiorità accantonata e dall’accettazione passiva. Rifletterei sul fatto che lo schermo diventa comunicazione, educazione e memoria, condiziona una cultura e le menti di chi la guarda, credo i dati della ricerca parlano da sé. Se pensiamo in prospettiva psicologica osserviamo che il pudore fa riferimento al senso dell’intimità legato al corpo, alla percezione di un confine che pur avendo distanze differenti non va violato e ha valore psicologico. Umberto Galimberti ci dice essere una forma di difesa da parte di un’intrusione anche psicologica di terzi: siamo sicuri che non ci sia nulla da proteggere di sé? La naturalezza dello spogliarsi, il corpo che

piace essere mostrato, l’idea che la spregiudicatezza sia un modo per apparire sicure e un mezzo per ottenere una dislocazione sociale sono solo specchi di una società che assottiglia sempre più confini e limiti. La donna angelica ha lasciato lo spazio ad una donna dal senso pudico fisico corroso e dall’evidente senso pudico nei sentimenti: ci si vergogna ad apparire fragili, innamorati e delusi. Vi lascio con una riflessione: forse la donna cortese alla fine era più coraggiosa.

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Curiosità nella storia di Franco Zadra

Storia della carta igienica Ricordate quando Fiorella Mannoia definì il giornale Libero “carta da culo”? Una definizione che fece il giro del mondo e diede lustro alle qualità critiche della cantante, attrice, conduttrice televisiva, ed ex stuntwoman italiana. Il direttore Feltri, che in quanto a proprietà di linguaggio non è da meno, subito rispondeva su Twitter con un aspro post. «La Mannoia definisce Libero “carta da culo”. Dato che lei canta col culo sarà a proprio agio leggendolo».

L

’argomento è usato in chiave denigratoria, ovviamente, ma anche la “carta da culo” che chiameremo più rispettosamente carta igienica, ha la sua importanza e il suo valore, oggi insostituibile. Lo si evince, se si vuole, leggendone la lunga storia che a scriverla tutta non basterebbe un rotolone di quella famosa marca che aspirava a ospitare nei suoi involti tutta la Divina commedia. Quindi, non sottovalutate la carta igienica. Prima della sua invenzione – anche se di scoperta sarebbe più consono parlare, al pari della penicillina, in quanto supporti esistenti in natura, come le grandi foglie chiamate in volgare “lingua di vacca”, già esistevano e venivano

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utilizzati -, come prima dell’invenzione (meglio ora) del bidet, pulirsi il culo era più difficile, poco igienico e si doveva fare alla luce del sole. Per inciso, proprio per la solarità del gesto imposto dalla tecnologia del tempo, il termine culo si ritrova in abbondanza in autori latini della statura di Catullo, “culus” è dunque sempre attuale, anche se sono cambiate le metafore e le raffigurazioni simboliche che vi si associano. Invece della carta igienica, i romani, per esempio, e quando andava bene, usavano il Tersorium, una spugna fissata con dello spago all’apice di un bastoncino e usata come ci si può facilmente immaginare. Una passata di spugna e via. I greci, invece, molto più rudi e selvatici, si pulivano con

dei sassi, oppure anche raschiandosi con dei cocci. Una operazione non priva di rischi, immaginate, soprattutto in eventuale presenza di emorroidi. Ovvio che, da sempre, quando arriva il momento, l’uomo ha dovuto trovare il modo di espletare i propri bisogni fisici. Accade oggi, nonostante la tecnologia e l’intelligenza artificiale, accadeva durante il medioevo e nell’antica Roma. E la necessità di una igiene, seppur minima, è sempre sentita, oggi forse più per una questione legata alla salute e alla prevenzione di malattie, oltre che all’esigenza di stare in società e “non puzzare”. Dobbiamo a Stephen E. Nash, storico della scienza e archeologo al Denver Museum of Nature & Science. Studia una vasta gamma di argomenti, tra cui la dendrocronologia (datazione


Curiosità nella storia a casa e nei luoghi pubblici. Quando si riempivano, venivano svuotati in vasi più grandi nelle strade, poi riutilizzati in lavanderia per gli indumenti. L’urina, con il suo alto contenuto di ammoniaca, era già conosciuto come un detergente naturale eccellente. Diciamolo, ai Romani andava meglio rispetto ai greci che ricorrevano a sassi, ciottoli, o cocci di ceramica. I Romani hanno continuato a usare il Tersorium e a lavare i loro

ad anelli), e la storia dei musei, una colta analisi antropologica e storica, su sapiens.org, di come fosse andare in bagno, e pulirsi, per un antico romano. Per noi comuni mortali, la carta igienica, e il bidet, sono una routine che diamo per scontata, tanto da non farci pensare quanto sia indispensabile. Finché non proviamo a farne a meno. Approfondendo le abitudini igieniche degli antichi romani, scopriamo che i bagni all’epoca erano soprattutto pubblici e comuni. Alcuni di questi luoghi erano molto belli, affrescati e pieni di opere d’arte, con una caratteristica che li rendeva molto diversi dai nostri: non avevano lo sciacquone. Spesso c’era soltanto un rivolo d’acqua che scorreva a getto continuo sotto i posti a sedere. Non c’era la tavoletta del cesso, anche

se traducendo il termine in latino si trova un improbabile sella familiaris. Una volta fatto quello che doveva fare, un romano non poteva afferrare un rotolo di carta igienica, ma doveva ricorrere al sopracitato Tersorium, una specie di spazzolone artigianale, poi sciacquato sotto l’acqua e lasciato a disposizione dell’utente successivo. L’orrore che viene da questa immagine, ha portato alcuni storici a ipotizzare che lo Xylospongium (altro nome del Tersorium), ritrovato in numerosi esemplari millenari, venisse utilizzato, invece, per pulire le latrine, come era consigliato dall’amministrazione pubblica. La pipì a sua volta veniva accumulata in pentole che si tenevano a disposizione vestiti nella pipì per secoli. Un periodo molto più lungo rispetto a quello che l’umanità ha passato utilizzando carta igienica, inventata soltanto nel 1857 da Joseph Gayetty, un inventore americano. La sua carta igienica commerciale fu la prima e rimase una delle poche carte da toilette fino al 1890, fino cioè all’invenzione della carta igienica senza schegge, nel 1935, della Northern Tissue Company. 83


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Tra passato e presente di Elisa Corni

I più grandi ballerini della storia Il mondo delle punte è costellato di grandi, grandissimi nomi. Ballerine e ballerini che sono stati l’idolo di tutti, capaci di incantare pubblici interi con la loro forza, grazie ed eleganza. Alcuni di loro hanno danzato sulle note dei grandi classici, ma non dimentichiamo che la danza trascende le barriere del genere: tra jazz, moderna e hip-hop il panorama si fa davvero ricco e articolato. Ma chi sono? Ve ne presentiamo 10, forse i più famosi, sicuramente tra i più bravi. Molti di loro provengono dall’Europa dell’Est: famoso il balletto russo, ma anche la scuola polacca non è da meno.

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l mondo delle punte è costellato di grandi, grandissimi nomi. Ballerine e ballerini che sono stati l’idolo di tutti, capaci di incantare pubblici interi con la loro forza, grazie ed eleganza. Alcuni di loro hanno danzato sulle note dei grandi classici, ma non dimentichiamo che la danza trascende le barriere del genere: tra jazz, moderna e hip-hop il panorama si fa davvero ricco e articolato. Ma chi sono? Ve ne presentiamo 10, forse i più famosi, sicuramente tra i più bravi. Molti di loro provengono dall’Europa dell’Est: famoso il balletto russo, ma anche la scuola polacca non è da meno. A quella russa appartiene Vaslav Nijinsky, nato a Kiev nel 1890 e morto nel 1950. Delle sue entusiasmanti performance

purtroppo non esistono riprese o video, ma la sua capacità di sfidare la forza di gravità è arrivata comunque fino a noi. Ai salti e balzi spettacolari si affiancava la capacità inusuale per i ballerini maschi di ballare sulle punte. Fu un astro che attraversò il cielo della danza troppo in fretta. A soli 29 anni, dopo aver ballato per le truppe russe sul fronte orientale della Grande Guerra, abbandonò le scene. La causa fu probabilmente l’insorgere di malattie di ordine psichico che gli fecero finire i suoi giorni in manicomi e ospedali. Una ballerina che invece solcò le scene per quasi settant’anni, tra danza e coreografia, fu la statunitense e madre della danza moderna Martha Grahm (1894-1991). Fu lei, infatti, a codificare le norme di questo nuovo stile di danza, costruendo le regole con le quali la si distingueva da quella classica. Quando abbandonò le scarpette si dedicò alla coreografia, diventando così ambasciatrice culturale per gli Stati Uniti d’America . Altro grande innovatore fu l’americano Gene Kelley: una delle più grandi star di

Hollywood ma anche un ballerino eccezionale. Solo lui riusciva a mescolare così bene danza classica e moderna; fu in grado di portare il musical dal teatro al grande schermo e di impossessarsi di ogni centimetro libero della ripresa. Grazie a lui e al suo movimento continuo anche le tecniche di ripresa sono cambiate: si sono fatte più fluide, dinamiche, realisti-

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Tra passato e presente

che. Un genio del ritmo ma anche dell’arte cinematografica! Ma prima di lui un altro grande ballerino ha portato il ballo su pellicola: come non citare Fred Astaire (Frederik Austerlitz 18991987) in questa nostra piccola classifica. Lo statunitense iniziò la carriera nei primi anni Dieci del Novecento, esibendosi in cabaret e film assieme alla sorella Adele. I due approdarono ben presto a Broadway e già negli anni Trenta Fred consuista Holywood: nel 1933 è infatti a fianco di attori del

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calibro di Clarck Gable, Joan Crwford e Ginger Rogers. Noto come il ballerino della Hollywood classica, Astaire significa balletto e musical, ma secondo alcuni critici il suo ruolo nella danza non fu meno importante di quello del suo coevo Vaslav Nijinsky. Muscoli scattanti e rapidi, elegante interprete e indimenticabile attore. In quegli stessi anni sui palcoscenici di tutto il mondo si esibiva una grandissima ballerina Russa, Anna Pavlova (1881-1931), tra le altre cose madrina dell’omonima e gustosa torta inventata proprio in suo onore. Nata in una povera famiglia russa, Anna decise di voler diventare una ballerina quando, da bambina, fu portata dalla madre ad assistere al balletto. E così fu: a dieci anni entrò nella prestigiosa Scuola dei Balletti Imperiali e ne uscì come una delle più grandi danzatrici del suo tempo. Il suo ruolo principale fu quello di aver cambiato la visione della ballerina: fino alla fine dell’Ottocento le ballerine erano muscolose e compatte, ma Anna era magra, longilinea ed eterea, come le ballerine nel nostro immaginario contemporanea. “La danza è mia moglie e la mia unica donna”. Lo ha dichiarato un altro grandissimo ballerino: Joaquin Cortes. Lo spagnolo “caliente” è stato capace di unire le più alte capacità artistiche con quella sensualità tipica degli uomini mediterranei. Sex symbol grazie anche alla sua danza di competenza, il flamenco, Cortes continua a ballare, facendo palpitare i cuori di molte donne (ma anche di alcuni uomini). Ma è lui “il Ballerino” con la B maiuscola: Rudolf Nureyev. Nato nella Russia comunista, questa molla sulle punte è presto scappata in Occidente, dove affascina e trascina le folle come nessuno prima. Celebre è la sua rappresentazione di “Romeo e Giulietta”: intensità, ritmo, espressività, capacità tecniche mescolate assieme per dare origine a qualcosa di perfetto, unico, indimenticabile. Bisogna però essere onesti: su un ipotetico podio Nureyev do-

vrebbe fare un po’ di posto sul gradino più alto per un ballerino altrettanto famoso e bravo. Il confronto con il lettone Barysnikov è stato uno dei grandi eventi del mondo della danza. Primi a pari merito, questi due ballerini incredibili riuscirono a rendere “pop” la danza classica, ad avvicinarla a tutti, al punto che ancora oggi se diciamo danza non possiamo che pensare a uno di questi due grandissimi, immensi artisti. Pochi anni prima sulla scena mondiale un altro ballerino dell’Est, il lettone Michail Barysnikov (1948) fu notato già attorno ai sedici anni da coreografi ed esperti di balletto per la prestanza fisica ed eleganza: il famoso critico Clive Barnes del New York Times lo

definì “il più perfetto ballerino che abbia mai visto”. Ben presto oltrepassò la cortina di ferro (scappò durante una tournée in Canada) per migrare verso lidi dove la sua bassa statura e la sua voglia di innovazione fossero apprezzate. Tra le altre cose, fu a lungo compagno della bella Jessica Lange. E cosa dire della nostra Carla Fracci, univer-


Tra passato e presente

salmente riconosciuta come una delle più grandi ballerine del ‘900 e vera indiscussa regina dei palcoscenici mondiali. Nasce a

Milano il 20 agosto 1936. Il papà era un tranviere dell’ATM (Azienda Trasporti Milanesi). Nel 1946 inizia a studiare ballo classico alla Scuola di danza del Teatro alla Scala Si diploma nel 1954, per continuare gli studi e stage avanzati a Londra, Parigi e New York. Dopo solo due anni dal diploma diviene solista. Nel 1958 è già prima ballerina. E fantastico è il suo cammino. Una “Etoile” come poche. Tra i grandi ballerini che sono stati suoi partner sul palcoscenico si annoverano Rudolf Nureyev, Vladimir Vasiliev, Henning Kronstam, Mikhail Baryshnikov, Amedeo Amodio, Paolo Bortoluzzi e soprattutto il danese Erik Bruhn. E per chiudere sul suolo italico non possiamo non menzionare il “nostro” Roberto Bolle: fisico perfetto, sguardo d acerbiatto,

abilità e professionalità magistrali, simpatico e telegenico. Ci ha raggiunti portando il balletto, classico e moderno, in televisione, con quel fare sornione ed elegante, simpatico e serio che lo contraddistingue. La sua bravura come ballerino è riuscita a fargli coinvolgere attori, comici, cantanti e altri ballerini per portare questa grande storica arte anche nelle nostre case.

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In collaborazione con Pizzeria 4 Stagioni di Armando Munaò

STORIA E NASCITA DELLA PIZZA Sulle origini della pizza o di un piatto simile, moltissime sono le opinioni e i pareri su come sia nata. Di una cosa, però, si è certi, già ai tempi dei romani, dei greci e degli egizi veniva cucinato un impasto simile a focacce che si otteneva miscelando acqua, farina (si tritavano chicchi di grano o di vari cereali) che, dopo l’aggiunta di condimenti dell’epoca, veniva poi cotto, a forma di disco, sulle pietre o nei primi rudimentali forni. Da particolari ricerche storiche sembra che nell’antico Egitto per celebrare il genetliaco del Faraone si mangiava un particolare alimento di forma schiacciata condito con erbe aromatiche e oli alimentari. E sempre in tema di notizie storiche è quasi certo che Erodoto abbia tramandato alcune ricette babilonesi, e Archiloco (il poeta-soldato) scriveva che una particolare focaccia impastata e cotta era uno degli alimenti principali dei soldati. Per la cronaca ricordiamo che dal 4 febbraio 2010 l’arte tradizionale del pizzaiuolo napoletano è stata riconosciuta come parte del patrimonio culturale dell’umanità e rappresenta l’ottavo riconoscimento italiano nella lista del Patrimonio Immateriale dell’UNESCO.

L

’inizio della storia della vera pizza, per noi come la intendiamo, si ha con l’importazione del pomodoro che diventa ingrediente fondamentale insieme all’acqua, farina, e lievito, anche se verso la fine del ‘700 si gustava una prelibatezza molto simile alla pizza odierna. Nei primi anni del ‘800 la pizza diventa cibo dei poveri, presentata loro dai pizzaioli su banchi all’aperto e cotta in forni a legna. In questo periodo compaiono anche i primi locali, dove gli avventori potevano sedersi e mangiare questa specialità. In alcuni libri dell’epoca di data 1830 si

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legge anche che a Napoli esattamente a Port’Alba (nelle vicinanze di Piazza Dante) era stata aperta la prima vera pizzeria della città e che i clienti erano le persone ricche e più importanti di Napoli che per la loro condizione sociale non si degnavano di frequentare i banchi da strada. Ed è proprio in questa pizzeria che è stata elaborata la prima ricetta di come si preparava e cucinava la vera pizza napoletana. Piatto che sempre di più e con il passare del tempo presentava diversi ingredienti che davano il nome alla pizza stessa. A proposito di nomi, esiste anche la reale

storia del perché una di queste fu chiamata “pizza margherita”. Nell’estate del 1889 il Re Umberto I con la Regina Margherita trascorsero le ferie nella Reggia di Capodimonte. La regina che non aveva mai mangiato questa specialità, ma che ne conosceva il nome, espresse il desiderio di assaggiarla. Fu chiamato a corte il più famoso e rinomato pizzaiolo di Napoli, tale Raffaele Esposito che per fare bella figura e assistito nelle cucine reali dalla moglie “donna Rosa” preparò tre tipi di alimento: una focaccia con strutto, formaggio e basilico; un impasto con aglio origano e pomodoro. E infine una pizza al pomodoro con l’aggiunta di mozzarella, basilico, che per i tre colori degli ingredienti simboleggiava la bandiera italiana. La regina apprezzò moltissimo quest’ultima pizza, espresse i suoi complimenti al cuoco che, in onore della sovrana, la chiamò appunto “pizza margherita”. Questa pizza ebbe un successo enorme come una sua variante, ovvero la “pizza alla napoletana” che era una margherita con l’aggiunta di acciughe salate. Con il passare del tempo la pizza diventata piatto nazionale conosciuto anche all’estero, era arricchita con altri ingredienti, quali formaggio, in genere provolone piccante o caciocavallo, e l’immancabile strutto sciolto che ne migliorava il sapore. In seguito con il termine di pizza s’indica-


Storia e nascita della pizza

vano dischi di pasta ripieni che venivano chiusi o altri piatti a preparazione analoga. Nacquero le famose focacce ripiene e gli

attuali calzoni. I DATI E I NUMERI La pizza, in Italia crea annualmente un fatturato di circa 15 milioni di euro per un business totale che supera i 30 miliardi con una produzione giornaliera di oltre 8 milioni di pizze. In questa quantificazione e nei dati appresso indicati non sono conteggiate le pizze surgelate e i tranci nelle varie pizzerie d’asporto. In Italia, infatti, secondo l’ultima ricerca e statistica, le aziende che producono e vendono pizza nelle varie specialità, sono quasi 127mila di cui 77mila esercizi di ristorazione, 40mila pizzerie e 36mila bar-pizzerie. Per quanto riguarda invece le persone occupate in questo settore le varie Camere di Commercio e gli uffici licenza ci informano che tra pizzaioli, im-

piegati e collaboratori in Italia lavorano più di 115mila persone. Un numero suddiviso tra le diverse nazionalità di cui: più di 80mila sono italiani, oltre 20mila egiziani, circa 10mila marocchini e tunisini, 5mila dell’Est Europa e infine asiatici e altro. A questi numeri si aggiungono gli oltre 60 mila di aiutante pizzaiolo e collaboratori occasionali che lavorano nei fine settimana.

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Girovagando di Fiorenzo Malpaga

Kenya esperienza di volontariato e viaggio nel lontano 1979. Erano gli anni in cui gli italiani ancora leggevano On the road, sulla strada, il grande romanzo di Jack Kerouac. Un viaggio lungo le strade degli USA, la leggendaria Route 66. Era il 1979, in Italia la scuola era in subbuglio, tanti giovani contestavano la società, altri seguivano un percorso di volontariato e s’impegnavano ad aiutare il terzo mondo. Io mi trovai sulla strada per l’Africa. Un po’ avventura, un po’ volontariato nel paese africano, nell’estremo nord, a Mandera, più di quarant’anni fa, nel lontano 1979. Il racconto è tratto dal diario che ho redatto assieme a mia moglie Maria Grazia.

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n viaggio per raggiungere la missione, gestita da laici, non da turista, ma da curioso e rispettoso viaggiatore, per conoscere il “vero” Kenya, le tribù, i paesaggi, i parchi, il deserto, gli altipiani, i laghi, di questo splendido ed affascinante paese africano. Un viaggio durante il quale ho coniugato l’ esperienza di volontariato presso una missione laica nell’estremo nord del Kenya, a Mandera, cittadina che dista 1200 km dalla capitale Nairobi, ai confini con la Somalia e l’Etiopia, presso un centro educativo per ragazzi orfani, con l’interesse, lo stupore e il fascino di

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poter vedere e conoscere una realtà così diversa dalla nostra. Tre ragazzi, io e Maria Grazia di 26 anni e la nostra amica Alida, ancora più giovane, desiderosi e motivati di fare quella esperienza umana e solidale, e animati dal senso dell’avventura. Già il percorso dalla capitale fino all’estremo nord, si è rivelato pieno di stimoli ed imprevisti; a bordo della Toyota, guidata dal nostro amico Luciano, che ci accompagnava e ci ospitava a Mandera; nell’attraversare il deserto del Chalbi, verso nord, il fuoristrada subì un guasto, eravamo completamente isolati, non c’erano ancora i cellulari, nessun villaggio nelle vicinanze, non si incrociava alcun mezzo lungo la pista sterrata,(foto 1 pista verso Mandera) la paura e la tensione era massima. Luciano riuscì in qualche modo a riparare il mezzo e ci permise di ripartire. Durante il tragitto, la sosta nei pressi del lago Nakuru, il lago “rosso” ricoperto da migliaia di fenicotteri color rosa, poi il grandissimo lago Turkana (Rodolfo), lungo 300 km, popolato da coccodrilli; più avanti ammiriamo la Rift Valley, la enorme spaccatura della terra. Quindi attraversiamo il deserto del Chalbi, enorme distesa piatta di sabbia salata, con poca acqua al seguito, e proviamo la terribile sensazione della sete, con la lingua indurita come una banana verde. (foto 2 gruppo nel deserto del Chalbi).

Nel percorso ci fermiamo a dormire in varie missioni e conosciamo i religiosi, anche trentini. Incontriamo diverse tribù: I Masai, con la tipiche tuniche rosse (foto 3 Masai) , i Baringo nella zona desertica, con indumenti variopinti e collane colorate, senza un dente davanti, per alimentarsi nel caso di tetano o altre malattie, i Turkana, i Rendile, i Kikuyu, e i Samburu nel nord. Poi passiamo per la zona della tribù dei Borana, di statura piccola, che vivono in villaggi di capanne fatte di paglia e sterco. Ci fermiamo a Vagir, e conosciamo Annalena Tonelli , una bella e affascinante ragazza che aveva rinunciato alla professione legale in Italia, per gestire in quella zona, assieme ad un gruppo di ragazze forlivesi, un centro per il recupe-


Girovagando

ro di poliomielitici e tbc. La zona è abitata da musulmani, ai confini con la Somalia. Annalena, insignita del prestigioso premio Nansen per il suo impegno umanitario, è stata uccisa nel 2003 a Borama, in Somalia. Finalmente arriviamo a Mandera, dove siamo rimasti per un mese, presso la “boys town”, il centro educativo per ragazzi. L’orfanatrofio accoglie 25 bambini, (foto 4 bambini della Boys Town a Mandera) ci troviamo subito a nostro agio, aiutati dal responsabile Giuseppe, già missionario della Consolata e Agnese, una ex suora. Durante

il soggiorno cerchiamo di collaborare alle iniziative ed esigenze del centro, mia moglie e Alida, aiutando in cucina nelle pulizie e nelle faccende domestiche, mentre io collaboro con piccoli lavori di imbiancatura e alla realizzazione di una condotta che capta l’acqua dal vicini fiume Dawa, per irrigare la terra arida. Nel centro, oltre che la scuola primaria, c’è un laboratorio di falegnameria e una piccola moschea. Si dorme con le zanzariere calate attorno al letto come difesa dagli insetti ma soprattutto dai serpenti velenosi che entrano dalle finestre sempre aperte. Spesso durante la notte gli spari ci ricordavano il conflitto in atto fra Somalia ed Etiopia (guerra dell’ Ogaden). Un giorno ci invitarono in una capanna per prendere un tè, e la padrona attinse con un catino l’acqua torbida da una buca scavata nella sabbia; non ci siamo sentiti, per rispetto, di rifiutare la bevanda. (foto 5 tramonto a Mandera) E’ stata un’ esperienza umana e sociale breve ma intensa, che mi

è rimasta nel cuore. Sono trascorsi oltre quarant’anni, la modernizzazione e la globalizzazione ha investito anche il Kenya, come ho potuto constatare in viaggi più recenti; purtroppo sta scomparendo quel mondo affascinante della varie tribù nomadi, fatto di usi, costumi, culture, riti, di quei popoli che vivono nelle sterminate savane e deserti.

Foto 1) Pista verso Mandera Foto 2) Maria Grazia, Luciano e io, nel deserto salato del Chalbi Foto 3) Masai con le tpiche tuniche rosse Foto 4) Bambini della Boys Town a Mandera Foto 5) Tramonto a Mandera Foto 6) indicazione percorso Foto 7) Lavoro alla condotta d’acqua

Il Kenya è un grande Stato, quasi seicentomila chilometri quadrati, il doppio dell’Italia, è situato nell’Africa centro-orientale. La capitale è Nairobi, la popolazione al 2015 era di 41.600.000 abitanti, suddivisa in settanta gruppi etnici. Nel 1963 ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna, però l’impronta e la cultura inglese sono rimaste, si pensi che la lingua più parlata, dopo il kiswahili, è l’inglese; la guida è a sinistra, e il sistema scolastico è tipicamente anglosassone, come l’impostazione delle città più grandi, quale appunto la capitale. Uno stato che presenta una morfologia diversissima: si va dalla costa sull’oceano indiano, con un mare splendido ed una barriera corallina fra le più belle del mondo (si pensi a Malindi), alle savane del centro, ai deserti del nord, agli altipiani aridi, col monte Kenya alto 5.199 m, e il Kilimanjaro, confinante con la Tanzania, alto 5358 m e con la cima innevata, al lago Vittoria, al lago Turkana (Rodolfo), nei pressi della Rift Valley, la più grande spaccatura della terra. Il 10 % del territorio è destinato ai grandi parchi, si pensi al Masai Mara, allo Tsavo, popolati da numerosissimi animali quali leoni, giraffe, gazzelle, bufali, elefanti, leopardi antilopi, e nei laghi e fiumi ippopotami e coccodrilli. La popolazione è in continua crescita, come pure l’economia, anche se il benessere è in capo a pochi (circa il 2%), mentre la metà degli abitanti vive sotto il livello di povertà. L’industria è concentrata nella periferia della capitale, ed i trasposti sono abbastanza efficienti. 91


Ieri avvenne di Chiara Paoli

La rivoluzione della stampa

23 febbraio 1455, una data celebre che indica il giorno in cui fu portata a conclusione la prima opera a stampa della storia occidentale. Stiamo parlando della famosa «Bibbia a 42 linee», realizzata per mezzo della tecnica di stampa a caratteri mobili, ideata da Johannes Gutenberg. Da numerose ricerche storiche sembrerebbe che il primo inventore dei caratteri mobili sia stato il feltrino Panfilo Castaldi. Furono eseguite 180 copie del volume che venne messo in commercio nella città di Francoforte. Questa nuova tecnica ha rivoluzionato il mondo della scrittura e soprattutto ha permesso l’ampia diffusione dei testi, da quelli sacri a quelli letterari, dai romanzi ai fogli di informazione. La tecnica tipografica ha il grosso vantaggio che i caratteri, realizzati in una lega di piombo, antimonio, e stagno, possono essere riutilizzati. Ben ordinati e allineati, vengono impregnati di inchiostro e quindi il foglio

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di carta viene premuto, per mezzo di una pressa a vite, sul testo da riprodurre. Un’ottima tecnica che si diffonde presto e a macchia d’olio in tutta Europa. Dopo soli 50 anni dalla sua ideazione vi sono in circolazione ben 30.000 titoli, per una tiratura che supera i 12 milioni di pezzi. I primi libri, quelli che vedono la luce tra l’anno di invenzione della stampa e le soglie del nuovo secolo, vengono ancor oggi definiti incunaboli. A questi volumi seguono nel XVI secolo quelle che verranno ribattezzate “cinquecentine”. Il primo volume pubblicato fuori dal confine germanico viene ultimato in Italia tra le mura del monastero di Santa Scolastica a Subiaco, tra Lazio e Abruzzo. Autori dell’opera furono Conrad Schweynheym e Arnold Pannartz, provenienti rispettivamente dalla diocesi di Magonza e da quella di Colonia. Il loro arrivo pare sia frutto dell’invito da parte del cardinale Nicola Cusano. Nel biennio compreso fra il 1465 e il 1467 pubblicarono un volume di grammatica latina per fanciulli (disperso) e altre opere di autori latini. Si moltiplicarono nel giro di pochi anni le officine di stampa in Europa, tra le prime in Italia, all’impresa di Subiaco seguono Roma nel 1467 e Venezia a distanza di due anni. Proprio nella città lagunare, nel 1490, giunge il laziale Aldo Manuzio che aprì la sua tipografia a Sant’Agostin. E’ considerato il più

importante tipografo del Rinascimento ed è riconosciuto come l’inventore del libro moderno; sarà lui a introdurre nella stampa il carattere corsivo. Stampò oltre 140 opere in greco, latino e in lingua volgare e opere di Aristotele, Erodoto, Sofocle. Il suo più grande capolavoro fu l’Hypneromachia Poliphili, realizzato nel 1499 e corredato da oltre 170 splendide xilografie. Grazie ai rapporti con numerosi studiosi del tempo, l’umanista nel 1502 diede avvio all’Accademia Aldina, istituto dedito agli studi ellenistici che mise insieme menti eccellenti come Erasmo da Rotterdam e Pietro Bembo. Le edizioni di Manuzio vengono identificate così in tutta Europa come “edizioni Aldine”. Il successo delle stamperie veneziane è dato anche dalla disponibilità di carta, proveniente dalle cartiere dislocate lungo le sponde del lago di Garda, del Brenta e del Piave.


Ieri avvenne La prima bolla papale riprodotta a stampa non si fa attendere molto; è papa Paolo II che la commissiona nel 1471, per annunciare il VII Giubileo del 1475. La prima opera a stampa in lingua volgare è datata 1472, ed è la Divina Commedia, impressa a Foligno grazie a Johannes Numeister e a Evangelista Mei. Pare invece che la prima stamperia ad aprire le porte nella città di Trento, fosse quella di Alberto Kune da Duderstat che diede alle stampe nel 1475 l’opuscolo dedicato al martirio del piccolo san Simonino. Questa parte della storia tipografica di Trento è però avvolta nel dubbio, il Kunne viene infatti segnalato dai bibliografi esclusivamente come tipografo bavarese, operante in Memingen dal 1482. Pare quindi più plausibile che l’arte tipografica sia giunta in Trentino attraverso padre Leonardo Longo, pievano di San

Paolo a Vicenza, nell’anno del Signore 1481. I testi cominciano a circolare molto più facilmente, si riducono i tempi e i costi di realizzazione e questo permette di accelerare il processo di alfabetizzazione e consente una maggiore diffusione delle informazioni. Lo studioso parla dell’uomo di Gutenberg, le persone cambiano e sono profondamente influenzate dall’avvento delle opere a stampa McLuhan sostiene che «il mezzo è il messaggio»; non solo attraverso il libro si stabilisce la superiorità del fattore vista, ma a suo parere questo ha influito e condotto alla nascita dei nazionalismi, al predominio del razionalismo, all’uniformarsi delle differenti culture, prima

causa di alienazione dell’essere umano che entra a far parte di quello che viene definito villaggio globale. Nota di redazione: nel numero di febbraio presenteremo ai nostri lettori Panfilo Castaldi, colui che da molti è ritenuto il vero inventore dei caratteri mobili.

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Il numero di gennaio di Feltrino News è stato chiuso in redazione il 5 gennaio 2021


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