#ProcidaNonDeveMorire

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#PROCIDANONDEVEMORIRE Un saharawi con il mare nel cuore

di CIRO BRUNO LINARDO


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A mio padre... Perché scrivendo ho trovato il modo per entrare in connessione con te, che sei la parte migliore che è dentro di me. Adesso che so dove trovarti, verrò spesso a confrontarmi con te e a dirti quanto ti amo. Sapessi però quanto mi mancano i tuoi abbracci...


L’autore devolverà il 25% dei propri ricavi derivanti dalla vendita di questo libro, alla causa saharawi, per favorire il sostegno a questo meraviglioso popolo che chiede solo di ritornare nella propria terra di origine


PREFAZIONE L’unico libro che ho scritto nella mia vita è stato la mia tesi di Laurea in Economia, nel lontano 1995. Il titolo era: “In tema di acquisizioni di banche: il caso dell’Opa sul Rolo”. Un susseguirsi di numeri, dati di bilancio e stralci di articoli tratti da “Il Sole 24 Ore”. Un copia e incolla che però all’epoca mi entusiasmò perché era una mia creatura, un essere dotato di vita propria e “partorito” dalla mia mente. Questa sensazione mi appagava. La mia tesi aveva uno scheletro, rappresentato dalla sua struttura; le avevo donato degli organi vitali, i capitoli; aveva una voce narrante, i paragrafi; emetteva un piacevole vagito, la sua prefazione. Poi più nulla che abbia sentito veramente mio. Dopo la laurea, il servizio militare, poi la ricerca spasmodica di un lavoro che mi gratificasse (nel settembre 1998 è arrivato l’agognato posto in banca). Da allora mi sono dedicato ad altri progetti di vita. Nel 2006 ho sposato la mia amata fidanzata Laura e poi, nel giugno del 2008 è nata lei, Lorena. Proprio come desideravo. Avere una femminuccia è stato il coronamento del mio sogno. La paternità mi ha colmato. In realtà ero stracolmo, debordante. Di gioia, di idee, di progetti. Il ruolo di genitore riempiva ogni mio spazio ed ogni mio secondo. Non esisteva altro per me. La mia unica missione era allevare un cucciolo che sarebbe poi diventata una donna, sicura di sé e con un bagaglio valoriale sano. Mi interessava e continua ad appassionarmi non tanto accumularle ricchezze materiali, ma esperienze, episodi da vivere e da raccontare. Mi affascina che Lorena visiti il mondo. Che sappia che esistono altre persone, altri luoghi, altre culture. Nella consapevolezza che la vita non è mai bella o brutta per definizione, che una


persona non è mai amabile o insopportabile per partito preso, che un luogo non è mai “amazing” o “boring” semplicemente per la sua morfologia. Ciò che ce li fa apparire in un senso o nell’altro sono i nostri occhi ed il nostro stato d’animo. Questi rappresentano uno speciale filtro che ci fa vedere il mondo grigio, oppure ci consente di assaporare le sfumature dei colori, i contorni delle immagini ed altri particolari che raccontano, ad orecchie che sanno ascoltare. Oggi Lorena ha undici anni e tanto mia non lo è più. Le ho insegnato a camminare, ma da tempo corre da sé; le ho insegnato a parlare, ma oramai elabora concetti propri ed incontrovertibili. A questo punto della vita la guardo crescere (il suo fisico è in continua metamorfosi) e le sono accanto quando me lo chiede. E sarà così sempre e per sempre, finché avrò polmoni per respirare. Forse proprio la necessità di riempire questo vuoto incalzante mi ha spinto ad una nuova ricerca. Non so disegnare, né dipingere. Non sono capace di suonare alcuno strumento e canto da schifo. Insomma…una vena artistica arida ed asfittica. Mi sono appassionato alla lettura dopo un terribile incidente in Vespa, nel 2004, che mi ha insegnato a vedere le cose con occhi diversi ed a riparametrare la mia scala di valori. La lunga convalescenza mi regalò il tempo. Ne avevo tanto a disposizione e decisi di cominciare a leggere. La mia vicina mi prestò “L’alchimista” di Paulo Coelho ed in quel libro ho trovato, alla pagina settantasei, una frase che significa molto per me: “Quando desideri una cosa tutto l’Universo trama, affinchè tu possa realizzarla”. Me la ripeto ogni volta che credo di non farcela! Dopo quel periodo ho smesso di leggere con assiduità. Ho perso man mano l’appuntamento con me, con il mio tempo. Ho cominciato ad uniformarmi ai ritmi frenetici della nostra società.


Credo che il male del nostro tempo sia proprio il tempo. Lo percepiamo come un nemico contro cui combattere. Viviamo alla continua ricerca di emozioni forti, di luoghi da visitare, di rapporti da consumare frettolosamente, senza prenderci mai il tempo di godere di essi. L’importante è postare, twittare, pubblicare, per mostrare alla nostra comunità di “finti amici” di essere cool e contare i like! Ma poi? Poi ci affanniamo alla ricerca di nuovi luoghi, nuove sensazioni, nuove esperienze da “bruciare” velocemente per amplificare la nostra notorietà social. Fino a quando scopri, per caso, che esiste un luogo dove il tempo si è fermato, dove i ritmi sono lenti. Un luogo in cui la gente, quando cammina, non è impegnata a digitare freneticamente su una tastiera, ma cammina e basta. Un luogo in cui perdersi, fregandosene di perder tempo. Dove le persone ti accolgono con un sorriso, senza chiederti nulla in cambio. Dove si va in giro in bici elettrica e ci si ferma a chiacchierare con le signore che salutano dai balconi oppure con gli anziani seduti ai tavolini dei bar a rinvangare ricordi sbiaditi dal sole e corrosi dalla salsedine. Non è un posto ideale, non è una piazza virtuale. È un’isola. È Procida! Attenzione però, non è “l’isola felice” e neppure “il paese di Bengodi”. È un agglomerato di case colorate che si ammucchiano disordinatamente, intervallate da alberi che producono limoni grossi anche quanto palle da rugby. Procida è l’isola “sfigata” del golfo di Napoli. I giovanissimi non la amano perché non è trendy e non c’è lo sballo. Di contro gli artisti, poeti e scultori, pittori e scrittori, di cui molti stranieri, l’hanno eletta loro seconda patria. La sabbia vulcanica non le ha donato le spiagge dorate della vicina Ischia, né gli stabilimenti termali. I magnifici faraglioni della Chiaiolella rappresentano i cugini poveri rispetto a quelli


di Capri. Un’isola che è fuori dai circuiti turistici classici e che rifugge dal turismo di massa. Procida è come una bella donna attempata che non si preoccupa dello scorrere dei mesi, dell’ingrigirsi dei capelli, del viso solcato dalle rughe e dei tessuti che non riescono più a contrastare la forza di gravità. I ragazzi forse non le trovano particolarmente interessanti, poiché non hanno alcun effetto sugli ormoni che dettano le loro scelte, ma dai quaranta in su tutto cambia prospettiva. L’uomo, ma anche la donna, cambia angolazione, ha altre aspettative. Le pieghe del viso raccontano il vissuto, le rotondità donano armonia, la chioma canuta illumina l’ovale e quella bocca incanta, narrando episodi di vita reale. Questa è per me l’essenza di quest’isola che lotta quotidianamente contro l’invecchiamento e la corrosione del mare, che potrebbe inghiottirla da un momento all’altro. La sfida è impari e questa terra e i suoi abitanti hanno imparato a conviverci, ma ciò nonostante la natura si ribella ostinatamente con la vita che prolifera, grazie anche al suo meraviglioso microclima. E quindi, con occhi rinnovati, ti incanti dinanzi a quelle case pastello stinte dagli agenti atmosferici e ti fermi ad ascoltare il rumore del silenzio e delle corde che àncorano le barche a vela ormeggiate, tese fin quasi a spezzarsi nei giorni di vento, per poi mollare grazie al moto ondoso. Camminando ammiri le stazioni della Via Crucis incastonate nei muri delle case su Via Roma, in quel meraviglioso tratto pedonale che in primavera profuma di fiori. Uno scoglio che non offre nulla, a detta degli stessi autoctoni, ma che può regalarti, se hai la sensibilità di coglierla, la risorsa più preziosa della nostra epoca: il tempo!!! E allora, fermati un attimo e prenditi un po’ di tempo per te, per la tua anima. Questo racconto non ha alcuna ambizione filosofica, non


contiene la ricetta per “l’elisir di eterna felicità”, non troverete un mantra che vi libererà la mente da angosce e frustrazioni. Vuole solo rappresentare un momento di evasione, ma anche uno spunto di riflessione che parta da un maggiore apprezzamento delle cose semplici, sincere ed a portata di mano. Quelle che sono sempre lì, a chilometri zero, proprio sotto al nostro naso, ma che lasciamo riempire di polvere, sbiadire dal tempo, inspiegabilmente! È da lì che dovremmo ripartire, dall’orticello di situazioni che ci sono familiari, che rappresentano dei capisaldi del nostro passato, per gettare le basi su cui costruire un roseo futuro. Quindi... apriamo le finestre, facciamo entrare il sole e ridoniamo colore al nostro spirito. Lasciamo che il vento scompagini i nostri “comodi” schemi mentali. Facciamoci cogliere dagli imprevisti ed osserviamo le nostre istintive reazioni ad essi. Ma soprattutto scrivo per appagare il mio desiderio di raccontare al mondo il mio stato d’animo e le sensazioni che mi offre quotidianamente questo “luogo dell’anima”. Tuffatevi in questa lettura con leggerezza e senza pregiudizi e nuotate con me in un mare di emozioni.


L’inferno in paradiso C’era sangue dappertutto nel salone della signora Vittoria quella mattina d’inizio giugno. Già lungo la salita che conduce al Casale Vascello notai un insolito brulicare di gente, stranamente rumorosa ed agitata. Giuseppe il salumiere era sulla porta del suo negozio e mi fermò: «Buongiorno dottò, ma cosa è successo? Sapete niente?» Io risposi: «No Peppì, ma vedo strani movimenti» Più mi avvicinavo alla casa della signora Vittoria e più il cuore mi saliva in gola. Questa volta non era per via della pendenza, ma c’era qualcosa di diverso nell’aria e diventava sempre più palpabile. Quel tratto di strada non è mai troppo affollato. Un sinistro presentimento cominciò ad espandersi dentro di me e, come un gas in uno spazio angusto, mi saturò. Persino la statua di Antonio Scialoja, che per un effetto ottico credi si avvicini mentre percorri via Principe Umberto, sembrava avere uno sguardo insolito e mi parve volesse indossare quegli occhialini in bronzo che perennemente afferra nella sua mano destra, per vederci più chiaro. L’inquietante mascherone della fontana di Semmarezio, mi apparve più cupo del solito. Tutte le volte che passavo di lì, quella divinità romana in ceramica, con una pigna di uva rossa e limoni sulla testa e lo sguardo basso ed enigmatico mi proiettava nello stato d’animo del suo autore, ma non riuscivo a capire cosa avesse voluto rappresentare con quell’espressione. Era per me un po’ come la Gioconda di Leonardo. Il vento soffiava forte. Era un caldo scirocco che sale sempre impetuoso dalla Corricella e raggiunge il suo culmine a Piazza dei Martiri, dove quella mattina il garzone del bar era intento a richiudere gli ombrelloni che riparano i tavolini.


Tutti gli abitanti del rione erano assembrati nel cortile e guardavano il balconcino della casa dove ero diretto. Un andirivieni di signore in pigiama e panciuti uomini in pantaloncini popolava la scala. I bambini, spauriti, invece non oltrepassavano gli usci. Antonio il pizzaiolo mi disse: «Giovà…vedi che la signora Vittoria è stata accoltellata!» «Oddio!» Risposi con un filo di voce: «È morta?» «No, pare sia ancora viva. Corro a chiamare il 118» disse Antonio congedandosi. L’istinto mi portò a percorrere a perdifiato le quattro rampe di scale che mi separavano dalla casa dell’anziana cliente. Neppure per una frazione di secondo pensai di ritornare in filiale. La porta era spalancata e subito entrai. L’odore acre, quella mattina, copriva il tanfo di naftalina che ero solito respirare in quell’ambiente. Nulla era fuori posto, anche perché nulla era mai stato in ordine. Il corpo dell’anziana donna era disteso immobile sul divano dove soleva ricevermi quando, puntualmente, ogni primo del mese le consegnavo a domicilio la sua pensione. Questa volta non fui costretto a rifiutare il caffè che mi aspettava sul vassoio di sughero annerito dal tempo, con la caffettiera ancora fumante ma incrostata e sudicia, e quelle tazzine di ceramica vietrese decorate a mano che nostalgicamente rievocavano i fasti di un tempo. Quella mattina mi trovai dentro un film. Davanti a me si presentò una scena del crimine, proprio come in una puntata di “Criminal Minds”, la mia serie TV preferita. Il suo corpo era stato trafitto da diverse coltellate sul costato. Ne contai almeno cinque. Il rosso porpora del sangue aveva colorato uniformemente quel divano, consunto e scolorito, che rappresentava tutto il suo mondo.


La carta da parati beige con i motivi floreali bianchi e le strisce verticali verdi era spruzzata di sangue, che tracciava linee discontinue. Sul tavolino dinanzi al divano, le riviste patinate vecchie di qualche anno presentavano diverse chiazze rosse, così come le pagine de “Il ritratto di Dorian Gray”, che la signora stava leggendo. Il pavimento, un parquet iroko rossiccio, sembrava essersi ravvivato nella sua lucentezza in alcune zone mentre in altre, strisce e pedate distribuivano tracce ematiche in ogni dove. Moulay giaceva ai suoi piedi, immobile. Non una lacrima, non un lamento, non una smorfia trapelava dal suo viso scuro. Era pietrificato. Il coacervo di sentimenti che evidentemente dovevano aver determinato quell’effetto “statua di cera” risultava impenetrabile. Quegli occhi neri mi oscuravano la lettura della sua anima. Provai a stabilire un contatto, una connessione per fargli sentire la mia vicinanza ma, dopo due passi nella sua direzione per accarezzargli il capo, rimasi scosso da un’altra immagine che catturò la mia attenzione. Sul lato destro del corpo della signora Vittoria, ai lembi delle ferite grondanti ancora sangue girovagavano una decina di ragni pelosi. Notai ancora almeno altre cinque coltellate ben visibili. Questi tagli mi sembrarono più profondi di quelli sul costato. Si riusciva ad intravedere lo strato di grasso sottocutaneo e persino i muscoli, anche perché la sua vestaglia in quelle zone presentava ampie lacerazioni. I rantoli che la donna emetteva erano lenti ma ritmici. Il colorito era così tanto pallido che i suoi occhi azzurri spalancati, si distinguevano a malapena. La fronte era madida di sudore. Istintivamente mi ritrassi verso Moulay e, chinandomi accanto a lui, gli dissi: «Chi ha potuto farle tutto questo?» «Sono arrivato poco prima delle otto, come tutte le mattine.


Le ho portato la solita lingua del Bar Italia e l’ho trovata così. Immediatamente sono tornato sul pianerottolo gridando aiuto ed ho suonato al campanello dell’avvocato Scotto di Vettimo, il nostro vicino» mi disse Moulay con un filo di voce. «Prima che qualcuno mi aprisse, ho sentito dei passi lungo le scale. La maestra Lisa stava andando a scuola, in ritardo come al solito. L’ho bloccata e spinta dentro casa, senza riuscire a spiegarle l’accaduto» continuò. «A quel punto, dopo le urla disperate di Lisa, la casa si è affollata e tutti hanno cominciato a dimenarsi e a gridare freneticamente, mentre io volevo solo abbracciare e rianimare zia Vittoria» concluse Moulay. Prendendogli la mano mi accorsi che era intrisa di sangue ed anche la sua camicia di lino bianca non era più immacolata. Il mio cervello fu più lento rispetto alla mia mano e così, prima che me ne rendessi conto, ero anch’io in contatto con la moribonda. Scosso dal calore della mano di Moulay e da quella sensazione di appiccicaticcio che mi era rimasta sulle dita, ripresi lucidità e mi accorsi che nel frattempo era arrivato anche Gino, l’ambulanziere del 118. Non mi era mai capitato di vederlo all’opera durante il suo lavoro. Lo vedevo spesso in banca quando veniva con gli incassi della biglietteria, ma mai in questo ruolo che però, come mi aveva già confessato in passato, amava molto. In quella circostanza mi sembrò improvvisamente che un essere lucido e risoluto si fosse impossessato di lui. Con immediatezza predispose tutto il necessario per bloccare l’emorragia in atto. Dopo aver disinfettato la ferita ed applicato una garza sterile, ordinò con tono imperativo degli asciugamani di spugna e federe e lenzuola. Moulay sapeva dove procurarsele e recuperò prontamente quanto richiesto. Gino pose gli asciugamani nelle zone su cui qualcuno si era


piombato con estrema efferatezza qualche manciata di minuti prima ed esercitò pressione sul costato e sul fianco destro, per bloccare l’emorragia. La signora Vittoria sussultò e con tono greve pronunciò: «Non avrà mai i miei soldi, mai!» poi sospirò addormentandosi in un sonno dolce, con un’espressione stridente rispetto al tono delle parole enunciate poco prima. Gino allora fu costretto ad accelerare le procedure, mentre il dottor Costagliola, che sino ad allora controllava lo stato di salute generale della signora, le prese subito il polso per sentire il battito. Mentre l’ambulanziere procedeva con il bendaggio delle zone ferite, il medico esclamò: «Sta andando in arresto cardiaco, sto perdendo il battito. Gino prendi immediatamente il defibrillatore» L’ambulanziere annodò prontamente le bende e si diresse verso il defibrillatore. Posizionò le piastre adesive sul torace della signora Vittoria e raccomandò agli astanti di allontanarsi. Il dottore pigiò il pulsante per emettere la scarica elettrica ed interrompere la fibrillazione ventricolare in atto. Il cuore della signora Vittoria si fermò, ma poi riprese a battere. Il dottor Costagliola ordinò a Gino di procedere con l’intubazione della paziente che presentava difficoltà respiratorie sempre più evidenti. L’ambulanziere non perse la calma neppure per un attimo, mentre io assistevo alla scena distogliendo la mia attenzione solo per guardare Moulay che aveva le mani al volto e singhiozzava dal pianto. In pochi minuti Gino ed il dottore avevano intubato la signora Vittoria mentre altri due uomini del rione avevano recuperato la barella dall’ambulanza. Dopo aver imbracato l’anziana donna ferita sulla lettiga, i quattro corsero giù per le scale verso il vicino ospedale


Io e il Dio budget Nella vita sono un bancario. Non di quelli che lo fanno per ripiego o grazie ad una raccomandazione in quanto “figli di”, ma incapaci di seguire le orme di ingombranti genitori. Io no, sono un bancario che nella vita voleva fare questo mestiere. Padre operaio Italsider e madre casalinga, ho ricevuto in eredità dal nonno soltanto il nome, che neppure sento mio. Molto diversi tra loro i miei genitori, ma comunque complementari. Entrambi bellissimi. Mia madre da giovane fu selezionata per le finali di Miss Italia, ma un padre morboso le impedì di vivere questa esperienza. Hanno sempre avuto un carattere diametralmente opposto i miei, come i due poli di una pila. Mamma è severa come un colonnello dell’esercito. Ci ha tenuto tantissimo ad insegnarci una buona educazione ed il rispetto per gli altri. Era poi ossessionata dalle malattie (ad onor del vero noi tre figli eravamo tutti piuttosto cagionevoli). Quando ci recavamo in visita a casa di qualcuno, ci impediva di bere e fare la pipì per evitare contagi. Nello stesso tempo è una donna forte, equa e molto molto generosa. Papà invece era (ci ha lasciati nell’agosto del 2016) la semplicità fatta persona. In qualsiasi circostanza era ironico e autoironico. Questo suo atteggiamento veniva spesso scambiato per superficialità, ma solo chi sapeva leggere nei suoi meravigliosi occhi verdi scorgeva la sofferenza che aveva patito. Grande lavoratore, non era molto loquace in famiglia (forse soffocato da una moglie che non gli ha mai lasciato troppo spazio) ma capiva e conosceva tutto senza interferire. Le sue parole erano misurate, ma arrivavano sempre dritte al cuore, al momento giusto. Col tempo ho scoperto la sua sensibilità sopraffina.


Giovanni, ha deciso il mio papà quando nacqui, dopo due figlie femmine. Ultimogenito, a distanza di dieci e nove anni delle due fanciulle, oramai preadolescenti alla data della mia nascita. Saltava di gioia quando nacqui ed offrì da bere ai suoi colleghi dell’altoforno dell’Italsider di Bagnoli. Finalmente era nato il maschio, l’erede! Giovanni, proprio come il nonno paterno, morto in guerra. Mia madre invece aveva già scelto una rosa di nomi (Davide, Fabrizio, Gianluca e qualcun altro) tra cui sorteggiare quello da assegnarmi. Alla notizia la puerpera esclamò: «Ma tu si scem Pasquà?» Afferrando e scagliando una pantofola che sfiorò mio padre. «Scuordatelle che lo chiamerò come tuo padre. Non mi piace chillu nomme!» Continuò mia madre. E guardandomi trovò l’ispirazione. «Angelo lo chiamerò. Perché ha un viso sereno…» Disse con fare compiaciuto. Da allora è iniziata la mia vita da Dottor Jekyll e Mister Hyde. Giovanni per imposizione, Angelo per vocazione. Da ragazzo ero fragile ed insicuro. Il lavoro mi ha consentito di acquisire consapevolezza nei miei mezzi e l’esperienza con il pubblico ha lentamente disciolto la mia ingenuità. Entrato in Banca, con un brillante curriculum, aspiravo ad una carriera veloce che mi avrebbe condotto in breve tempo a dirigere un ufficio o una filiale. Invece qualcuno ha individuato in me doti da consulente finanziario. Dopo un corso alla Bocconi di Milano, mi hanno assegnato al borsino di una delle filiali più importanti dell’istituto di credito a cui appartengo. Ero un venditore. Di prodotti finanziari complessi, ma pur sempre un venditore. Avevo una bella stanza, di rappresentanza, con mobili in finta radica di noce, due computer, di cui uno collegato in tempo reale ai mercati finanziari internazionali e


copie di riviste economiche in bella mostra. Qui ricevevo i clienti. I colleghi poi erano meravigliosi. Una famiglia, con tanto di genitori (il direttore e la collega della segreteria) che litigavano come Sandra e Raimondo Vianello. Dopo qualche anno mi hanno scelto come “tutor di area”, sempre nell’ambito della consulenza finanziaria. Sovraintendevo una decina di filiali. Il mio lavoro era itinerante e stimolante. Pc aziendale, smartphone Blackberry (faceva tanto manager) e rimborso spese. Mi sentivo nato per questo lavoro. Studiavo per affinare le mie competenze e per offrire un servizio migliore ai clienti. Non avevo però ancora fatto i conti con un mostro dei tempi moderni. Uno strumento che governa le scelte aziendali ed a cui, come per le divinità delle antiche popolazioni politeiste, si sacrificano le vergini e si offrono luculliani banchetti di gustose primizie. Il Dio Budget, questo il nome della famelica divinità, è insaziabile. Non risparmia neppure i suoi profeti. Ho visto colleghi offrirgli dei beni preziosissimi. Il proprio tempo, le proprie famiglie, gli hobbies etc. La mia coscienza, i valori, le mie modeste origini, ad un certo punto della carriera mi hanno presentato il conto. Non reggevo le pressioni commerciali esercitate da sordidi individui, non riuscivo a collocare prodotti inadeguati al profilo di rischio dei clienti. Comportamenti che invece vedevo adottare dai miei colleghi, spinti dall’esigenza di un’autoaffermazione che rappresentava l’unica loro ragion d’essere. Una bussola che indicava all’orizzonte una fulgida carriera e che invece, in molti casi, li ha traditi, sacrificandoli per fare spazio a nuovi e più giovani soldatini dotati di un passo marciante più svelto. In tutto il mondo ed in tutte le aziende esistono queste logiche, sia chiaro, anzi nella nostra piccola banca questo fenomeno è smorzato da una politica non esasperata.


Ho cominciato a prendere coscienza che forse ero io quello sbagliato, che probabilmente gli insegnamenti ricevuti erano anacronistici e dovevano essere aggiornati, adeguati ad un moderno mondo del lavoro. Altrimenti sarei rimasto ai margini, ed ero troppo giovane ed ambizioso per permettermelo. E allora ci ho provato, per qualche mese ho spinto sull’acceleratore senza ascoltare la voce della mia coscienza. I numeri arrivavano per effetto delle pressioni che scaricavo sui colleghi delle filiali e dell’intensificarsi dei colloqui con i clienti. La conseguenza era che quanto più si produceva, tanto più il Dio Budget si affamava. Una sorta di “verme solitario” lo spingeva a chiedermi di andare oltre, di alzare l’asticella, di profondere ulteriori sforzi per incrementare la redditività aziendale, non la mia. Furono i profondi occhi azzurri della signora Franca a risvegliarmi dal letargo quando mi chiese un prodotto sicuro per i suoi nipotini, orfani di padre da poco tempo e con una madre disoccupata e per giunta malata. Giulio aveva ventitré anni, laureando in lingue, voleva studiare interpretariato a Roma. Martina invece, appena diciottenne, era una promessa della danza classica e riusciva già ad essere piuttosto autonoma economicamente grazie ad alcune borse di studio offerte dagli sponsor. Non li conoscevo, ma riuscivo ad immaginare i loro sogni, attraverso i racconti di nonna Franca. Giulio voleva diventare interprete e lavorare nel palazzo di vetro delle Nazioni Unite, a New York. Martina la vedevo volteggiare su un palco di un importante teatro e magari in tournée proprio al Metropolitan di New York, dove avrebbe chiamato suo fratello per una cena su uno dei rooftop bar di Manhattan. Riuscivo persino ad ascoltare i loro discorsi, pregni di riconoscenza verso la loro generosa nonnina che aveva finanziato i loro sogni, sorseggiando un drink con lo Skyline della Grande Mela ed il fiume Hudson


che rifletteva la calda luce di quel romantico tramonto. Improvvisamente mi sentii come una palma scossa da un ciclone tropicale. Le parole di nonna Franca mi sgomberarono gli occhi da quel velo di cellophane che distorceva i miei sentimenti. Mentre cercavo di scrollarmi di dosso questo macigno che rischiava di travolgermi, fui ricondotto alla realtà dall’affermazione della signora: «Dottò…allora cosa mi consigliate per investire questi miei risparmi?» La gola mi si seccò come un ramoscello tranciato da una tempesta invernale, ghiacciato prima e poi inaridito dal caldo sole di agosto. Non riuscivo a proferire parola. Dentro di me combattevano ferocemente due potenti forze, in direzioni contrarie. Il Dio Budget che mi chiedeva un’altra vittima sacrificale al suo altare e la mia coscienza che mi proiettava in quella situazione per cui, se anch’io avessi avuto una nonna facoltosa, sicuramente avrei realizzato il mio sogno di un’esperienza in Australia. Quest’ultima immagine si scolpì nella mia mente. Da troppo tempo il viaggio in Australia era stato sepolto e, come una mummia riscoperta dopo migliaia di anni, si risvegliò prepotentemente, proprio come nei film di Indiana Jones. A quel punto, il Dio Budget, oramai inerme, dovette capitolare come Napoleone a Waterloo. Risvegliatomi finalmente da quel letargo, mi sentivo strano. Dovevo abituarmi ad una nuova pelle, come un serpente dopo la muta. Nonna Franca colse subito il mio tormento interiore. Ex commerciante di biancheria a Piazza Mercato, era capace di cogliere il tremore nella voce o lo sguardo sfuggevole a chilometri di distanza, come un cane da tartufo. «Dottò non si sente bene?» mi disse con aria sorniona. Io risposi: «Tutto bene signora. Pensavo a quanto siano


fortunati i suoi nipoti ad avere una nonna amorevole come lei. L’avessi avuta anch’io...» E cominciai, con una serenità d’animo che non avvertivo da mesi, a parlarle del viaggio in Australia che avrei voluto fare dopo la laurea e di quanto mi incuriosisse vivere in un territorio così diverso dal nostro e dei miei sogni chiusi in un cassetto, a causa delle scarse risorse economiche familiari. Nonna Franca lesse immediatamente la sincerità dei miei occhi e mi disse: «Quindi, un prodotto sicuro e senza rischio, vero? I dollari australiani lasciamoli perdere…» La sua ironia era almeno pari alla sua esperienza. Al termine del colloquio acquistammo dei titoli del debito pubblico italiano a cinque anni, con un rendimento interessante. Da allora non arrivarono più i numeri, ma la mattina allo specchio riuscivo a parlare con me, con la mia anima. Ritrovai quel dialogo da troppo tempo sopito. Decisi quindi di avvicinarmi a qualcosa di diverso, cercai un ruolo che potesse essere d’ausilio agli altri. L’altruismo di mia madre, sempre schierata dalla parte dei più deboli, mi fece capire che la strada giusta poteva essere il sindacato. Ero già iscritto alla Cisl, poiché Anna, la nostra delegata aziendale mi colpì subito durante il suo discorso ai neo assunti. Erano passato qualche anno da quell’episodio, ma ricordo che lei incentrò la sua presentazione del sindacato aziendale sui valori e sul rispetto delle regole, diritti e doveri. Occhi neri e sinceri ed una coerenza nelle parole che contrastava nettamente quei ribelli riccioli scuri che le facevano da contorno ad un viso radioso e sempre sorridente. Il suo tono era deciso ed il linguaggio del suo corpo esprimeva coerenza. Mi ricordò tanto mia madre, Anna come lei. Il giorno seguente, era appena il mio secondo giorno di banca, mi procurai il suo numero di cellulare e la chiamai dicendole:


«Anna, sono Giovanni Neve, non sforzarti a riconoscermi. Sono un collega appena assunto e ieri durante il tuo discorso di presentazione delle organizzazioni sindacali, mi hai contaminato. Voglio iscrivermi al tuo sindacato, e diventare subito un attivista» Lei, sorpresa da questa introduzione decisa e perentoria, mi rispose: «Aspetta, non correre, fammi capire chi sei» Quando ascoltò con attenzione i miei progetti, mi disse di prendere tempo e provare prima a far carriera. Ero troppo giovane e brillante per fare il sindacalista, senza soldi e prospettive di crescita professionale. Ne apprezzai, per la seconda volta in due giorni, schiettezza e correttezza. Dopo quella batosta emotiva procuratami dalla signora Franca, mi tuffai a capofitto nel sindacato. Ho subito assunto il ruolo di RSA (Rappresentante sindacale aziendale) nella zona di Napoli e nel giro di qualche anno sono diventato il “capo delegazione” per gli iscritti Cisl nella mia Banca. La scelta sindacale mi ha portato a fare un passo indietro a livello di carriera. Sono tornato allo sportello, mi hanno assegnato alla squadra a disposizione, cioè quel gruppo di persone (detti anche cassieri volanti, immagine che evoca quasi supereroi dei tempi moderni) che ogni giorno prendono servizio in una filiale diversa, a seconda delle necessità aziendali. Questa nuova dimensione mi consentiva di osservare da un punto di vista privilegiato i diversi modi di lavorare delle Filiali e di farmi conoscere da tutti, incrementando la platea degli iscritti che è fondamentale per chi voglia svolgere questo “mestiere” (qui il Dio Budget perde il suo ruolo di divinità ed è relegato al ruolo di mezzo necessario per avere maggiore rappresentatività e conseguentemente maggior potere negoziale). Queste esperienze le porto nelle trattative aziendali, godendo quindi di un discreto vantaggio competitivo negli confronti degli altri sindacalisti.


Alla metà di gennaio del 2018, dopo sette anni da “homeless del credito” o “senza fissa filiale”, fu chiesta la mia disponibilità a lavorare presso la filiale di Procida. Almeno fino alla fine della primavera, mi fu prospettato inizialmente, per sostituire il collega che aveva aderito ad un Fondo esuberi, e di conseguenza in esodo anticipato. Per affrontare la crisi economica imperante nel settore del credito, anche la nostra azienda annunciò la chiusura di alcuni sportelli e Procida risultavi tra quelli possibili, anzi probabili. Fu allora che lanciai la mia nuova sfida… #Procidanondevemorire.