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ANNO XIII | NUMERO 3 | MARZO 2021 | www.fsitaliane.it

PER CHI AMA VIAGGIARE

RIFIORIRE AL FEMMINILE PERSONE, STORIE E METE DI UNA NUOVA PRIMAVERA


EDITORIALE

RIFIORIRE AL

FEMMINILE È

una Freccia, questa di marzo, tutta al femminile. In copertina un’icona italiana, il volto della Primavera di Botticelli, emerge da un caleidoscopico puzzle di tanti volti di donna. Il messaggio è esplicito. Vogliamo che l’8 marzo non sia soltanto la ricorrenza di un giorno, ma che le riflessioni sollecitate permeino l’intero mese e non solo. 2

Perché chi ci legge sia stimolato a considerare che pari opportunità, gap salariale, stereotipi di genere, capacità e potenzialità soffocate da barriere culturali sono tutti temi di costante attualità. Perché quelle capacità sprecate, o sottoutilizzate, sono davvero enormi. E laddove riescono a esprimersi, lo raccontiamo in molti dei nostri servizi, tessono storie di successo. Ecco, noi ne siamo


convinti, lo è la redazione della Freccia, per quasi tre quarti composta da giornaliste, lo è tutto il Gruppo FS Italiane. Che ha già visto assegnati a donne i posti di vertice di alcune sue società controllate e oggi ne ha due al timone di RFI, amministratrice delegata e presidente. E ha un amministratore delegato di Gruppo nominato Ambasciatore europeo per la diversità nel mondo dei trasporti. Ecco, per La Freccia e per FS l’attenzione a questi temi è una costante, tutto l’anno. È indispensabile lo sia, in un Paese che solo da 75 anni ha concesso il diritto di voto alle donne, e soltanto da 40 ha abolito dal codice penale le attenuanti per il delitto d’onore o il reato d’adulterio. Che soltanto in quest’ultima legislatura ha fatto salire una donna all’onore della seconda carica dello Stato e ha atteso quasi 64 anni per nominarne una alla presidenza della Corte costituzionale, ma non ha mai espresso un, meglio una, presidente della Repubblica o presidente del Consiglio. Mentre nel mondo le donne hanno ricoperto e ricoprono cariche istituzionali e politiche di enorme rilievo. Dalla presidenza della Banca centrale

europea alla Cancelleria della Germania fino al vertice della Commissione europea, dalla vicepresidenza degli Stati Uniti alla direzione generale della World Trade Organization. Allora è bene riecheggino anche su queste colonne le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Mario Draghi nel chiedere la fiducia del Parlamento al suo programma di governo: «La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne […] puntando a un riequilibrio del gap salariale e a un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla propria carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro […]. Intendiamo […] investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese». L’occasione non va persa, è davvero giunto il tempo di rifiorire, al femminile. Anche, ma non soltanto, Next Generation Women. 3


MEDIALOGANDO

FLESSIBILITÀ E LIBERTÀ L’INFORMAZIONE DEI GR RAI A CONFRONTO CON SIMONA SALA, DIRETTRICE DI RAI RADIO 1 E GR RAI di Marco Mancini

marmanug

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© Eleonora Ferretti

S

e nel 1924 fu femminile la prima voce a propagarsi via etere in Italia, l’Uri, poi Eiar e infine Rai ha aspettato il 2020 per scegliere una donna, Simona Sala, a dirigere la principale rete e testata radiofonica del servizio pubblico. Noi l’abbiamo incontrata per farci raccontare i “suoi” giornali radio e la sua idea di informazione, ospitandola su una Freccia quasi interamente dedicata al ruolo della donna nella società, nella cultura e nel mondo del lavoro. Il percorso professionale di Simona Sala si snoda dal 1980 in Rai, per oltre 18 anni nella Testata Servizi Parlamentari, poi come inviata in Italia e all’estero. Nel 2007 entra nella redazione Politica del Tg1 di cui diventa vicedirettrice nel 2018, dopo aver seguito da quirinalista per sette anni la Presidenza della Repubblica, prima con Giorgio Napolitano, poi con Sergio Mattarella. Politica, relazioni internazionali, welfare, questione femminile sono temi rispetto ai quali la sua profonda esperienza professionale si fonde con un’acuta sensibilità. Simona, dopo tantissimi anni di televisione eccoti alla radio, alla direzione dei Gr Rai. Questo mezzo, che sembrava condannato a un inarrestabile declino, sta invece dimostrando di avere una marcia in più rispetto agli altri media. Così anche l’informazione radiofonica. Perché? Per cominciare perché la radio è più flessibile della televisione: se necessario, puoi sconvolgere il palinsesto nell’arco di pochi minuti per andare sull’attualità o restarci più tempo. Poi ti consente di avere un rapporto diretto con gli ascoltatori, che possono inviarti messaggi, anche vocali. Lo fa, con grande successo, la nostra trasmissione storica Radio anch’io. E questo serve per capire chi ti ascolta e come interagirvi. Trasformando l’approfondimento in coinvolgimento. Certo, per esempio la mattina del lunedì abbiamo un appuntamento dedicato alla scuola che, in questo periodo di pandemia, ha ottenuto grandissima attenzione. Oltre a dare le informazioni che servono rispetto a situazioni in continua evoluzione, abbiamo instaurato un rapporto tra ascoltatori, famiglie, insegnanti, studenti e scuole. Oltre alle classiche trasmissioni di approfondimento, ci sono i giornali radio, ossia l’informazione puntuale, la notizia… Sì, Radio 1 è la prima all news italiana. Abbiamo un intero canale che trasmette 24 ore su 24, con giornali radio ogni ora, una redazione anche per la profonda notte, Gr1, il Gr2, il Gr3 e il Gr Parlamento, più la radio digitale sportiva. Informazioni e aggiornamenti a ritmo continuo, breaking news, fili diretti. Abbiamo la

Simona Sala

possibilità, e la vogliamo utilizzare, di dare voce a tutte le voci, a tutti i punti di vista, illuminando anche angoli del pianeta spesso lasciati in secondo piano. La radio in questo non solo è più flessibile, ma anche più libera di spaziare di quanto non sia la tv. Un telefono e il mondo ti entra in casa. A partire dal prime time. Proprio nel prime time hai introdotto una novità… Sì, una rassegna stampa diversa, particolare, che guarda anche all’altra parte del mondo, a quei Paesi che sono in piena at-


Gli studi di Radio 1

tività o che stanno andando a dormire. E insieme a quel che accade sotto casa. Si chiama Moka e ruota su due poli che sono un’altra dimostrazione della flessibilità del mezzo radiofonico. Due poli? Sì, da un lato un’“albista”, ossia una/uno di noi, scelta tra le persone comuni che si svegliano e lavorano all’alba: medici, infermieri, edicolanti, netturbini, non conosciuti nei media, che ogni mattina raccontano il proprio punto di vista. Poi, dall’altra parte del mondo, esperti, colleghi, protagonisti dei fatti di attualità per interpretare avvenimenti anche internazionali. Sono proprio due poli, no? Questa facilità di ingaggiare testimoni esterni, di farli diventare protagonisti della comunicazione e dell’informazione è una prerogativa della radio, a cui basta un telefono… È una caratteristica che mi ha colpito molto e che sto cercando di valorizzare sempre di più. La flessibilità nel seguire eventi anche drammatici e la facilità nel darne testimonianza diretta. È stato il Gr1 – quando il terremoto ha distrutto Amatrice – a intervistare nella notte il sindaco che disse: «Amatrice non c’è più, Amatrice non c’è più». Una frase che ha fatto il giro del mondo. L’ho riascoltata poco tempo fa: quella frase, quella voce ha reso subito la gravità della tragedia. In quei frangenti, la radio diventa anche uno strumento di pubblica utilità, siamo stati un raccordo fra Protezione civile, cittadini, borghi isolati. Perché basta una telefonata, appunto. Oggi però il telefono non è più soltanto voce, ma immagini, tweet, social network. E noi li utilizziamo, facendo live tweeting, per esempio. Abbiamo una redazione dedicata, con giovani giornalisti preparati nell’usare il linguaggio adatto al mezzo. Abbiamo seguito tutto quello che è accaduto durante le elezioni americane, tipo l’assalto a Capitol Hill, sia come live tweeting sia come radio. Poi siamo sui social, dove postiamo le pillole delle notizie più importanti andate in onda e i servizi esclusivi dei nostri Gr, come quelli delle nostre inviate in Europa e nel mondo. Eravamo in Ungheria quando il primo ministro Viktor Orbán ha fatto chiudere Klubrádió, l’ultima voce libera, e abbiamo potuto seguire e raccontare la vicenda momento per momento. E abbiamo una multipiattaforma che traduce in linguaggio social quanto di meglio producono le nostre trasmissioni. Poi ci sono i podcast, il cui uso sta prendendo molto piede anche sulle testate web. Appena arrivata ho voluto creare una redazione podcast e so-

cial, e Radio 1 ora offre non solo i podcast dei programmi andati in onda, ma realizza anche podcast originali scaricabili dall’app RaiPlay Radio. Un palinsesto parallelo. Abbiamo iniziato con il ciclismo, storie-interviste a personaggi appassionati delle due ruote, da Romano Prodi a Urbano Cairo fino a Maria Grazia Cucinotta. E approfondimenti: sul mondo digitale, sui grandi maestri, sul vino. E sul calcio. Non scordiamo che Radio 1 è una radio “sportiva”, abbiamo tutti i diritti e i migliori radiocronisti. Zona Cesarini e Tutto il calcio minuto per minuto sono due cult. Interessante poi la serie di podcast sul futuro del giornalismo, con la direttrice della BBC e altri grandi direttori. Quel che nel nostro piccolo stiamo facendo anche noi con la rubrica Medialogando. Cosa ne sta uscendo? Roula Khalaf, prima donna direttrice del Financial Times, spiega che parte dal web per capire cosa vogliono i lettori e, a quel punto, studia la prima pagina. Per lei l’edizione cartacea è destinata a sopravvivere come approfondimento del weekend. Certo l’obiettivo è sempre lo stesso: la miglior informazione possibile. Insomma, bisogna evitare il pericolo di trattare le notizie come merci, sottoposte alle leggi di mercato, altrimenti si rischia di offrire solo quel che vende di più? Che la carta non sia più la notizia in sé, soppiantata in questo dal web, è un dato di fatto. La carta è il commento o l’approfondimento della notizia. Dobbiamo – e questo concetto ricorre nelle interviste fatte – rimanere liberi per dare l’informazione che si deve dare, non solo quella che i tuoi lettori vogliono. E la radio ce lo permette. Anche perché siete all’interno di un servizio pubblico, quindi meno soggetti alle spietate regole del mercato. Per questo, ma anche perché la radio è meno ossessionata dall’audience, ha lo spazio per dare tutte le news, ospitare anche voci fuori dal coro e offrire gli strumenti che servono per farsi un’opinione. Nel prime time della mattina, in particolare, c’è lo zoccolo duro dell’informazione con due ampi giornali radio alle 7 e alle 8. Forse gli unici veramente completi nel panorama informativo: questa è la scommessa del servizio pubblico. Perché scommessa? Perché ormai siamo abituati a notiziari veloci, alle news sul tamburo del video o sui telefonini. Noi invece insistiamo per un’informazione ampia, con inviati e corrispondenti da ogni angolo del mondo. 5


MEDIALOGANDO E dopo il prime time? Una ruota molto complessa, ma anche molto ben oliata che, come ho detto, gira per 24 ore su 24, senza sosta, con aggiornamenti continui, voci e interventi dei protagonisti della vita sociale e politica, oltre ad esperti di tutti settori, dalla salute all’economia, che intervengono nelle nostre rubriche. C’è spazio anche per toni e linguaggi diversi, come quelli ironici di Forrest o di Un giorno da pecora. E poi nel drive time serale abbiamo l’altra trasmissione storica, Zapping, che fa da contraltare a Radio anch’io con il sunto della giornata. Programmi storici, ma anche iniziative originali, di impegno sociale. Te ne racconto due, che mi stanno particolarmente a cuore: le staffette e il nostro sostegno alla campagna No women no panel. Con le staffette, contrassegnate dall’hashtag #StaffettaRadio1, lanciamo una serie di iniziative per i diritti e per i valori, lo abbiamo fatto in occasione della Marcia per la pace o, con Amnesty International, per la liberazione di Patrick Zaki. La staffetta è un percorso che da mattina a sera coinvolge più protagonisti e voci intorno allo stesso tema, preso e raccontato da angolature diverse. E No women no panel? È una campagna lanciata qualche anno fa dalla commissaria europea Mariya Gabriel. Cosa vuol dire? Che quando ci sono panel, congressi o conferenze con soli uomini – e purtroppo ce ne sono ancora infiniti – ti impegni a dire: «No, grazie, o inviti anche un’ospite femminile o io non partecipo». Noi abbiamo tradotto liberamente il claim in Senza donne non se ne parla e nei nostri dibattiti abbiamo sempre una giusta rappresentanza di genere. Il confronto ne esce valorizzato e più completo, non è chiuso in una bolla e rappresenta in modo coerente la vita reale. La Freccia di questo mese prende proprio di petto il tema della parità di genere, il superamento di quei gap che fanno da ostacolo al libero dispiegarsi delle potenzialità femminili. La nostra campagna spinge in quella direzione, per un cambio culturale capace di consentire alle giovani generazioni di percepire come normale il fatto che anche su temi scientifici e tecnologici siano ormai protagonisti sia gli uomini sia le donne. Le donne stanno addirittura primeggiando nel mondo in questi settori. Spero stia riscuotendo il successo che merita. Radio 1 l’ha rilanciata con la Commissione europea nella Giornata contro la violenza sulle donne e ha già raccolto centinaia

di adesioni nel mondo della cultura, dello spettacolo, del sociale. Oltre all’apprezzamento inaspettato e più importante, quello del Capo dello Stato. Il Presidente Sergio Mattarella ci ha mandato un messaggio di convinto sostegno: «Una campagna che aiuterà a compiere quel percorso verso la parità prevista in Costituzione, ma ancora non raggiunta». Noi non ci fermiamo: la prossima tappa è il coinvolgimento di istituzioni e scuole. Anche Mario Draghi, nel presentare il suo programma in Parlamento, ha avuto parole nette. Ha detto cose molto importanti: che bisogna puntare al riequilibrio del gap salariale, garantire parità di condizioni competitive tra generi e approntare un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini. In Paesi con meno disparità di genere e sistemi di welfare efficaci, ricorda spesso Mattarella, ci sono più donne che lavorano e si fanno più figli. Alla fine, questi sono i Paesi più avanzati, Torniamo alla radio e al suo crescente successo in un’epoca contrassegnata dal trionfo dell’immagine. Ma anche le immagini si possono raccontare. Così, nei giornali radio abbiamo inserito la foto del giorno. La prima, la ricorderai, era così intensa che non si poteva non descrivere ai nostri ascoltatori: la mano del figlio di Alex Zanardi che stringeva quella del padre dopo l’incidente. Però, anche se è vero che le immagini parlano, si stanno affermando nuovi social che puntano solo sul sonoro, dove si partecipa senza selfie e senza usare la propria immagine. È una grande liberazione. E si apre un confronto dialettico che potenzia l’importanza della parola. C’è un dibattito aperto tra chi sostiene che potrebbe fare male alla radio e chi – come me – è convinto che potrebbe rilanciare il potere della parola. Basta la parola anche per accendere la radio e richiedere un programma. Se ti riferisci agli smart speaker, è così. Anche quella è un’altra frontiera su cui la Rai sta lavorando. Ora, in molti casi, se chiedi le ultime notizie ci siamo noi del Gr1. Ed è solo l’inizio. In ogni caso, a quasi un secolo da quella prima voce nell’etere, eco e intonazione vincenti restano quelle femminili. raiplayradio.it/radio1 Radio1Rai Radio1Rai radio1rai

Campagna di comunicazione di Rai Radio 1 No women no panel. Per aderire: senzadonne@rai.it

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SOMMARIO MARZO 2021

IN COPERTINA RIFIORIRE AL FEMMINILE

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IN VIAGGIO CON VUKOTIC

46 DIVA PER LA RINASCITA

48 STORIE DI SICILIA

52 35

UN PARADISO NEL VERDE

62

UN TRENO DI LIBRI Invito alla lettura di Alberto Brandani, che questo mese propone ai lettori della Freccia l’autobiografia di Barack Obama, Una terra promessa

I FIORI NEL PIATTO

66 PICCOLA CAPITALE DELLO STILE

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74

L’ISOLA CHE NON ISOLA

VIOLENZA INVISIBILE

78

MONDO FS

Fondali cristallini, borghi colorati, riti secolari. E una visione poetica capace di estendersi a tutto il Paese. È Procida la Capitale italiana della cultura 2022

L’ITALIA CHE FA IMPRESA

70

GUSTA & DEGUSTA

Sono partite da un ex deposito romano di RFI. E hanno creato una onlus che si batte per l’emancipazione delle afghane

12 RAILWAY HEART

16

20 28

30

WHAT’S UP

32

LA STOFFA DELLA DIVERSITÀ

82 STRIZZARE L’OCCHIO AL MONDO

88

LE DONNE DEL NOVE

DONNE DA LEGGERE

92 PALCO A CIELO APERTO

69

94 SCAFFALI CON VISTA

96 DADDY BLOGGER

100 LE GRANDI MAESTRE

106 52

82

CHANEL STORY

110 RITRATTI DI SARDEGNA

114 POKER D’ITALIA

126 PRIMA DI SCENDERE LE FRECCE NEWS//OFFERTE E INFO VIAGGIO

119 SCOPRI TRA LE PAGINE LE PROMOZIONI E LA FLOTTA DELLE FRECCE i vantaggi del programma CartaFRECCIA e le novità del Portale FRECCE

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Tra le firme del mese

I numeri di questo numero

333

i profili femminili nel dizionario biografico Siciliane [pag. 50]

56

VALENTINA LO SURDO Conduttrice radiotelevisiva Rai, pianista classica con anima rock, presentatrice, speaker, attrice. Trainer di comunicazione, da 20 anni è reporter di viaggi all’ascolto del mondo. Le sue destinazioni preferite? Ovunque ci sia da mettersi in cammino

gli orologi solari sulle facciate degli edifici di Monclassico (TN) [pag. 54]

44

i progetti culturali di Procida 2022 [pag. 60]

35mila

le donne che hanno avuto sostegno da Differenza Donna [pag. 74]

Read also

BRUNO PLOYER Giornalista di Sky Tg24. Convinto che l’arte e la cultura siano la migliore vitamina per lo spirito

FSNews.it, la testata online del Gruppo FS Italiane, pubblica ogni giorno notizie, approfondimenti e interviste, accompagnati da podcast, video e immagini, per seguire l’attualità e raccontare al meglio il quotidiano. Con uno sguardo particolare ai temi della mobilità, della sostenibilità e dell’innovazione nel settore dei trasporti e del turismo quali linee guida nelle scelte strategiche di un grande Gruppo industriale

PER CHI AMA VIAGGIARE

MENSILE GRATUITO PER I VIAGGIATORI DI FERROVIE DELLO STATO ITALIANE ANNO XIII - NUMERO 3 - MARZO 2021 REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI ROMA N° 284/97 DEL 16/5/1997 CHIUSO IN REDAZIONE IL 23/02/2021 Foto e illustrazioni Archivio Fotografico FS Italiane FS Italiane | PHOTO AdobeStock Tutti i diritti riservati Se non diversamente indicato, nessuna parte della rivista può essere riprodotta, rielaborata o diffusa senza il consenso espresso dell’editore

ALCUNI CONTENUTI DELLA RIVISTA SONO RESI DISPONIBILI MEDIANTE LICENZA CREATIVE COMMONS BY-NC-ND 3.0 IT

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Marco Mancini Davide Falcetelli Michela Gentili Sandra Gesualdi, Cecilia Morrico, Francesca Ventre Silvia Del Vecchio Gaspare Baglio Francesca Ventre Giovanna Di Napoli Michele Pittalis, Claudio Romussi Serena Berardi, Claudia Cichetti, Cesare Biasini Selvaggi, Alberto Brandani, Peppone Calabrese, Viola Chandra, Fondazione FS Italiane, Alessio Giobbi, Valentina Lo Surdo, Matteo Lucchi, Luca Mattei, Bruno Ployer, Claudio Porchia, Enrico Procentese, Andrea Radic, Elisabetta Reale, Gabriele Romani, Flavio Scheggi, Carlos Solito, Filippo Teramo, Mario Tozzi

REALIZZAZIONE E STAMPA

CLAUDIO PORCHIA

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Giornalista, redattore di VdGmagazine.it, scrive su riviste e quotidiani. Promuove eventi culturali ed è direttore del premio letterario Libri da gustare. Ha scritto diversi libri fra cui uno sulla storia del Festival di Sanremo

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CARLOS SOLITO Scrittore, fotografo, giornalista e regista, gira il mondo e collabora con numerosi magazine e quotidiani nazionali realizzando reportage di viaggi e incontri umani. I suoi scatti sono stati esposti in diversi Paesi e ha pubblicato una ventina di volumi illustrati per i più importanti editori italiani

La Freccia accompagna il tuo viaggio. Cerca nei vestiboli dei treni il QR code per scaricare il numero di marzo e quelli dei mesi precedenti. Buona lettura

On Web La Freccia si può sfogliare su fsnews.it e su ISSUU

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FRECCIA COVER

Ginevra Cantofoli Giovane donna in vesti orientali (seconda metà del XVII secolo) Olio su tela 65x50 cm Padova, Museo d’arte medioevale e moderna, legato del conte Leonardo Emo Capodilista (1864)

LE DONNE DELL’ARTE di Cecilia Morrico

MorriCecili

Oltre 150 opere per scoprire le incredibili vite di 34 artiste. Dal 2 marzo al 25 luglio, a Palazzo Reale di Milano, la mostra Le Signore dell’arte presenta la grandiosa abilità compositiva di pittrici vissute tra il ‘500 e ‘600. Poi, attraverso il racconto delle loro storie personali, guarda al ruolo che hanno rivestito nella società del tempo, al successo raggiunto nelle grandi corti internazionali, alla loro capacità di sapersi relazionare, distinguere e affermare trasformandosi in vere e proprie imprenditrici. In esposizione i dipinti di nomi noti come Artemisia

morricocecili

Gentileschi, Sofonisba Anguissola e Lavinia Fontana e di altri meno conosciuti al grande pubblico come Ginevra Cantofoli, con la sua Giovane donna in vesti orientali, e Fede Galizia, con l’iconica Giuditta con la testa di Oloferne. Un’inedita galleria a testimonianza di un’intensa vitalità creativa tutta al femminile, in un singolare racconto di donne appassionate e moderne. lesignoredellarte.it palazzorealemilano.it palazzorealemilano palazzorealemilano 11


RAILWAY heART

PHOTOSTORIES PEOPLE In viaggio verso Bologna © Alba Giaquinto alba.giaquinto

IN VIAGGIO Genova Piazza Principe © Anna Merz questo_non_e_un_treno

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LE PERSONE, I LUOGHI, LE STORIE DELL’UNIVERSO FERROVIARIO IN UN CLICK. UN VIAGGIO DA FARE INSIEME a cura di Enrico Procentese

Utilizza l’hashtag #railwayheart oppure invia il tuo scatto a railwayheart@fsitaliane.it. L’immagine inviata, e classificata secondo una delle quattro categorie rappresentate (Luoghi, People, In viaggio, At Work), deve essere di proprietà del mittente, priva di watermark, non superiore ai 15Mb. Le foto più emozionanti tra quelle ricevute saranno selezionate per la pubblicazione nei numeri futuri della rubrica. Railway heArt un progetto di Digital Communication, Direzione Centrale Comunicazione Esterna, FS Italiane.

enricoprocentese

LUOGHI Milano Centrale © Asia De Vita asia.dvt

AT WORK Marta sul treno verso Padova © Marta Maretto marta_maretto

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RAILWAY heART

A TU PER TU a cura di Alessio Giobbi - a.giobbi@fsitaliane.it

A

lba, 26 anni, è una macchinista di Mercitalia Rail, società del Polo Mercitalia, principale impresa ferroviaria in Italia per il trasporto e la logistica delle merci nonché uno dei maggiori operatori del settore in Europa. Una professione considerata, erroneamente, tipicamente maschile. Come ti sei avvicinata a questo mondo? Dopo alcune attività in Australia e Nuova Zelanda e alcuni lavori in Italia nel campo amministrativo e commerciale, ho cominciato a documentarmi sul mondo ferroviario quasi per caso, senza pensare che sarebbe diventato il lavoro della mia vita. Nel marzo 2019, ho avuto il primo colloquio di selezione per entrare nel Gruppo FS. Un mese dopo ho cominciato il corso per la formazione dei macchinisti, che da Verona mi ha portata a Bologna. Come si sviluppa il percorso formativo per la tua professione? Prima di tutto sono previsti sei mesi di corsi intensi in aula focalizzati sulla teoria delle normative di circolazione, su nozioni e tecniche ferroviarie. Poi segue un periodo di tirocinio di alcune settimane, prima di arrivare all’esame per conseguire la licenza di macchinista. Dopodiché si passa al lavoro vero e proprio in affiancamento a colleghi più esperti, ma non prima di aver terminato l’iter per diventare quello che in gergo è chiamato un “primo agente”, cioè un macchinista ufficialmente operativo. Parlaci dei tuoi viaggi in treno. La mia base operativa è a Verona, da lì partono gli spostamenti nei vari scali merci italiani, dove avviene lo smistamento dei carri contenenti beni di ogni tipo. La linea che percorro più frequentemente è quella del Brennero, che ormai considero una seconda casa. Quando la distanza è significativa sono previste trasferte con pernottamento vicino alle stazioni dove avviene la composizione del treno e il carico dei carri. È un lavoro che consiglieresti a una donna? Certamente. Lo stereotipo che considera la macchinista dei treni un mestiere appartenente al genere maschile è stato superato da tempo, questo soprattutto grazie all’evoluzione delle tecnologie che rendono la professione accessibile a tutte. Ho imparato a considerare la cabina di guida come un ufficio viaggiante, capace di soddisfare il mio bisogno di dinamicità, che mi porta lontana dalla routine e da un luogo fisso. Mi fa un po’ sorridere la sorpresa che a volte riscontro in alcune persone quando parlo del mio lavoro, che invece suggerirei di intraprendere, senza se e senza ma, a ogni ragazza interessata. Cosa ti piace di più della tua professione? Il fatto di non essermi mai fermata, nonostante i limiti dettati dalle difficoltà provocate dalla pandemia. All’inizio della carriera ero entusiasta di aver scoperto una realtà nuova, fatta di sistemi di circolazione d’avanguardia. Ora mi sento ancora più orgogliosa di aver contribuito a garantire un importante supporto al Paese nel trasporto dei prodotti di prima necessità.

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LE STORIE E LE VOCI DI CHI, PER LAVORO, STUDIO O PIACERE, VIAGGIA SUI TRENI. E DI CHI I TRENI LI FA VIAGGIARE

© Daniele Ratti

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ntonio Carloni, 39 anni, direttore del Cortona on the move, festival internazionale di fotografia atteso in estate nel borgo toscano, ci racconta la sua esperienza di viaggio tra le principali città italiane. Quali in particolare? Vivo a Milano e per motivi professionali mi sposto con l’Alta Velocità su Torino e Firenze, ma presto potrò farlo anche con destinazione Terontola (AR), dove da poco è stata istituita la fermata del Frecciarossa che mi consentirà di raggiungere più rapidamente Cortona, dove si svolge gran parte del mio lavoro. Che ruolo ha il treno nella tua professione? Sono il direttore del Cortona on the move, festival della fotografia nato nel 2011 per iniziativa di un gruppo di amici, che nel tempo ha assorbito gran parte delle mie attività. Il treno ha sempre avuto un ruolo fondamentale per aiutarmi a costruire relazioni, soprattutto nei periodi in cui sono impegnato nella ricerca di sponsor e partnership. Stiamo iniziando a prepararci per la prossima edizione in programma dal 15 luglio al 26 settembre, che speriamo di poter realizzare in presenza. Un festival nel borgo: come si svolge? Senza dubbio Cortona è una location suggestiva per un’iniziativa di questo tipo. Ci occupiamo di fotografia contemporanea, affrontando temi socialmente rilevanti e raccontando storie che gli autori sviluppano attraverso progetti a lungo termine. Ospitiamo professionisti internazionali di alto livello: importanti photo editor si ritrovano nella cittadina toscana per discutere, incontrare giovani fotografi, pianificare nuove attività. Cortona diventa un villaggio globale in fermento dove scambiare idee e un laboratorio aperto al confronto sui temi dell’industria dell’immagine. Qual è il tuo rapporto con il treno? Faccio parte della generazione Interrail: sin da adolescente sono stato abituato a viverlo come un luogo accogliente dove riflettere, programmare, immaginare i miei spostamenti da una capitale all’altra dell’Europa. Una sensazione che mi ha accompagnato anche dopo, sulle Frecce, specialmente nelle giornate in cui partivo da Milano senza sapere quale corsa avrei preso al ritorno. Mi capitava spesso di dover prenotare all’ultimo momento ma, una volta a bordo, terminati diversi appuntamenti di lavoro, mi sentivo sempre già a casa. Un ricordo di viaggio? Pochi giorni fa mi trovavo nel FRECCIALounge di Firenze Santa Maria Novella, dove ho partecipato a una videoconferenza con interlocutori da Ginevra, Barcellona, Roma e Milano. Una volta queste riunioni in stazione erano all’ordine del giorno e ricominciare a farle dopo un anno ha segnato un piccolo ritorno alla normalità. Prima del Covid-19 ero abituato a viaggiare anche quattro volte alla settimana: mi piacerebbe poter tornare al più presto a quei ritmi.

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MONDO FS

SE LE DONNE FANNO GRUPPO AUMENTO DELLE PERFORMANCE AZIENDALI E MIGLIORI RISULTATI IN TERMINI DI COMPETITIVITÀ. ECCO PERCHÈ VALORIZZARE LA PRESENZA FEMMINILE IN FS È UNA SCELTA DI BUSINESS di Cristiana Meo Bizzari © FS Italiane | Photo

Due dipendenti di Mercitalia. A sinistra, Giada Carbone, operatrice specializzata per la circolazione. A destra, Antonella Puddu, tecnica polifunzionale

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Anna Maria Fumarola, macchinista di Trenitalia

«S

olo con un effettivo e sostanziale apporto della diversità femminile nelle decisioni strategiche, nel mondo delle imprese e nel lavoro, si potrà costruire un mondo diverso e uscire meglio e più velocemente da questa crisi senza precedenti». Suonano come un monito le parole di Antonella Giachetti, presidente di Aidda, l’Associazione imprenditrici e donne dirigenti di azienda, sulla necessità di colmare la gender disparity. In Italia, secondo gli ultimi dati Istat, a dicembre 2020 su 101mila posti di lavoro persi 99mila appartenevano a donne. Ma la pandemia ha solo evidenziato una disparità già presente: anche in questa situazione di crisi a pagare il prezzo più alto sono le donne, impegnate a sopperire alle necessità di cura, tendenzialmente impiegate in settori colpiti dall’emergenza sanitaria e vittime di pay gap limitanti. Per un cambio di passo servono politiche nazionali adeguate, ma possono giocare un ruolo fondamentale anche le grandi aziende. Come FS Italiane, che considera la valorizzazione della diversità la strategia più efficace per

raggiungere ottimi risultati in termini economici, di competitività e di immagine. Il Gruppo viene infatti considerato uno tra i 200 migliori posti di lavoro per una donna nel nostro Paese. A dirlo è l’Italy’s Best Employer for Women 2021, lo studio dell’Istituto tedesco qualità e finanza ITQF condotto su circa duemila imprese prendendo in esame oltre 2,5 milioni di citazioni sul web e 45 argomenti tra i quali appunto donne, pari opportunità e lavoro. «Valorizzare la presenza femminile è senza dubbio un tema di business: numerose ricerche dimostrano che il miglior bilanciamento di genere comporta un aumento delle performance aziendali e di questo noi abbiamo piena consapevolezza», spiega Angelo Sferrazza, direttore centrale Risorse umane e organizzazione di FS Italiane. Dal 2015 a oggi la presenza femminile nel Gruppo è cresciuta del 3,1%. A titolo di esempio, le donne nel Cda sono aumentate del 12,5%, le dirigenti del 5,6%, i quadri apicali del 5,4%. Un successo ottenuto grazie alle numerose iniziative messe in campo negli ultimi anni. A cominciare da Women in Motion (WIM), il progetto su cui FS Italia-

ne ha investito di più per promuovere la carriera delle donne nelle aree tecniche e incrementare la loro presenza nei percorsi di studio STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), ancora oggi appannaggio prevalentemente maschile. Con il supporto delle cosiddette Role Model FS, le donne impiegate nelle aree tecniche del Gruppo, dal 2017 vengono organizzati incontri in presenza e webinar nelle scuole di tutta Italia, dalle medie alle università. «Il mondo del lavoro vede crescere in modo esponenziale la richiesta di professionalità tecniche, che sono le più ricercate anche in Ferrovie. Purtroppo, quando si tratta di questi mestieri, c’è una sorta di barriera alla presenza femminile: gli stereotipi di genere sono ancora molto diffusi e si sviluppano presto nella vita di bambine e bambini, con profonde conseguenze sul loro futuro. Per questo abbiamo voluto coinvolgere scuole, università e istituzioni per raccontare alle ragazze il nostro mondo e aiutarle a scegliere con consapevolezza il proprio percorso di studi e professionale», prosegue Sferrazza. 17


MONDO FS

Ilaria Lupo, dipendente di RFI, referente per l’informazione al pubblico e comunicazione a Roma

Il successo di WIM non ha tardato ad arrivare perché dall’inizio del progetto, a gennaio 2017, l’incremento delle candidature femminili con diploma tecnico ha raggiunto quasi il 50% e la campagna è stata riconosciuta dalla Commissione europea come best practice internazionale per la promozione della parità di genere. Su questa scia, sono nate nuove formule come WIM in viaggio con l’altra metà del cielo, progetto di formazione in alternanza scuola-lavoro che ha coinvolto studenti e studentesse di istituti tecnici italiani, bambine delle scuole elementari e docenti. Inoltre, FS ha avviato percorsi di mentoring e di empowerment al femminile per incoraggiare e sostenere lo sviluppo del talento. Sempre con l’obiettivo di migliorare la

condizione delle donne, FS riserva una cura particolare alle lavoratrici mamme che possono partecipare a percorsi di formazione e team coaching destinati anche ai loro manager. «La maternità è un momento delicatissimo nella vita privata e professionale, per questo riteniamo sia importante sostenere le donne nella ricerca dell’equilibrio tra dimensione personale e lavorativa. E lo facciamo coinvolgendo i loro responsabili, per costruire un rapporto chiaro e trasparente tra capo e collaboratore, in cui entrambi possano comprendere al meglio esigenze e aspettative reciproche», spiega Sferrazza. L’impegno sulle politiche di Diversity&Inclusion del Gruppo FS Italiane è riconosciuto anche fuori dall’Italia: lo dimostra la nomina dell’AD Gianfranco

Battisti ad Ambasciatore europeo per la diversità nel settore dei trasporti in Europa. Il Gruppo è anche membro della Women in Transport-EU Platform for Change, la piattaforma creata dall’Ue e dalla Commissione europea trasporti per promuovere un maggiore bilanciamento di genere nel settore, dove oggi lavora ancora solo il 22% di donne. Infine, a marzo 2020, l’azienda ha formalmente aderito ai Women’s empowerment principles istituiti dalle United Nations entity for gender equality and the empowerment of women (UN Women), attraverso i quali si prefigge di valorizzare e promuovere la presenza e le pari opportunità delle donne nel luogo di lavoro, sul mercato e nella comunità. fsitaliane.it

Natascia Imperi, dipendente di Trenitalia, responsabile della gestione del magazzino manutenzione corrente dei mezzi pesanti a Roma

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FS ITALIANE CONQUISTA LA GRECIA

CINQUE ETR.470, FRUTTO DELLA PRIVATIZZAZIONE ITALIANA DI TRAINOSE, SI PREPARANO A ENTRARE IN SERVIZIO SULLA LINEA AV ATENE-SALONICCO di Matteo Lucchi

Un treno ETR.470

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ltre 500 chilometri in tre ore e un quarto. Questi i tempi di percorrenza dei nuovi ETR.470 di Trenitalia che dall’estate 2021 entreranno in funzione sulla linea ad Alta Velocità Atene-Salonicco, in Grecia. Cinque elettrotreni, rinnovati e aggiornati per raggiungere lo stesso livello di servizio dei Frecciargento, in grado di viaggiare a 200 km/h e di trasportare poco più di 500 passeggeri dalla capitale greca alla città portuale. Responsabile della gestione del servizio è TrainOSE, società greca leader nel trasporto ferroviario controllata da Trenitalia, che per l’occasione ha avvia-

to un rinnovo dell’impianto di manutenzione di Salonicco per renderlo adatto a ricevere i nuovi treni. Il viaggio di inaugurazione del primo ETR.470 è previsto intorno al 25 marzo, in concomitanza con la festa nazionale in cui si ricorda il 200esimo anniversario della rivoluzione contro i turchi del 1821. Il servizio è destinato a diventare pienamente operativo dalla prossima estate, quando saranno probabilmente ridotte le limitazioni ai viaggi attualmente in vigore per contrastare la pandemia. L’operazione ha permesso alle varie aziende del Gruppo FS di mettere in campo le proprie conoscenze e di

compiere uno sforzo coordinato per portare il know-how italiano oltre i confini nazionali. Trenitalia ha messo a disposizione i convogli e, grazie all’attività di project management, ingegneria e manutenzione, si è occupata di coordinare i lavori di ammodernamento dei treni, effettuando tra l’altro la revisione dei carrelli nelle proprie officine. Mercitalia si è fatta carico di organizzare il trasporto dei mezzi dall’Italia a Salonicco, mentre ItalCertifer ha avuto il compito di curare l’importante attività delle prove in linea e della certificazione per ottenere l’autorizzazione al servizio commerciale. trainose.gr 19


L’ITALIA che fa IMPRESA

LA REGINA DEL FERRO

Miriam Gualini, amministratrice delegata di Gualini Lamiere International

CON LA SUA AZIENDA SPECIALIZZATA NELLA LAVORAZIONE DI ACCIAIO, MIRIAM GUALINI È STATA PREMIATA COME MIGLIORE IMPRENDITRICE INNOVATIVA D’ITALIA di Silvia Del Vecchio - s.delvecchio@fsitaliane.it

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iriam Gualini è di Bergamo e qui, precisamente a Bolgare, dirige dal 1994 la Gualini Lamiere International, l’azienda di famiglia specializzata nella lavorazione di acciaio e materiali metallici in cui ha cominciato a lavorare nel 1981, fresca di diploma. Negli anni è riuscita ad affermarsi in un comparto industriale prettamente 20

maschile, vincendo ogni pregiudizio, fino a ricevere il Premio GammaDonna 2020 come migliore imprenditrice innovativa d’Italia. Da 27 anni guida l’azienda fondata da suo padre, una “carpenteria metallica” altamente specializzata. È stata dura prendere il suo posto? No, perché mio padre è stato bravo a gestire la transizione. Abbiamo lavora-

to bene insieme per diversi anni, senza sovrapporci mai: lui aveva competenze inerenti alla produzione, io mi occupavo di amministrazione e controllo di gestione. Poi ha iniziato a lasciare sempre più spazio a me, soprattutto nelle decisioni, quindi il passaggio è stato morbido. Lei che studi ha fatto? Ho una formazione tecnica e un ma-


ster in amministrazione e gestione d’impresa. Ho voluto coniugare questi due aspetti ed è stato un bene per il mio lavoro. Cosa significa per una donna lavorare in un settore come quello dell’acciaio? È riuscita ad abbattere i pregiudizi di un comparto declinato al maschile? Fino a qualche anno fa, in questo mondo le donne erano davvero poche. E gli uomini difficilmente le ritenevano all’altezza della situazione. Oggi, per fortuna, le nuove generazioni scelgono il proprio percorso indipendentemente dal genere e aumentano le ragazze che frequentano ingegneria all’università. È compito di tutti spingere le giovani ad approfondire materie tecniche e scientifiche oltre a quelle umanistiche e filosofiche. Anche se poi il pregiudizio si abbatte solo con il merito e la competenza. L’inizio non è mai facile. Lei ha avuto particolari difficoltà con i suoi dipendenti? No, sono in azienda da dopo il diploma e siamo cresciuti insieme. Ci diamo del tu, conosco tutti i miei dipendenti e le loro famiglie, siamo un centinaio quindi è ancora possibile. Hanno la mia stima e io credo di avere la loro. Li incontro tutti, a rotazione, una volta a settimana:

hanno un canale diretto con me, oltre a quello aperto con il proprio manager o capo produzione, perché ho istituito Un’ora con il tuo amministratore. Inizialmente si chiamava Un caffè con il tuo amministratore ma alla fine il caffè non lo beveva nessuno (ride, ndr). Li ricevo raggruppati per reparti o a volte mescolati, in gruppi di quattro o cinque, e lascio loro la parola. Ma non è un “lamentatoio” bensì un momento di condivisione per avere suggerimenti, trovare idee e soluzioni. Si parla di come sta andando l’azienda, di come si sentono loro e come percepiscono i cambiamenti e le difficoltà. Insomma, è un bel filo diretto. Proprio una bella iniziativa… Sì, ne ho parlato con alcuni colleghi di Confindustria che, guardandomi stralunati, hanno esclamato: «Ma davvero incontri tutti i tuoi dipendenti?». Hanno compreso, però, che si tratta di una cosa positiva. È stata definita “lady di ferro”. Le piace? Mi ha chiamata così il primo giornalista che mi ha intervistata dopo aver ricevuto il Premio GammaDonna. Ma più che il ferro preferisco valorizzare la resilienza. Sono ancora qua, rappresento la capacità di adattarsi alle sfide e al

mondo che cambia. Negli anni avete internazionalizzato l’impresa, raddoppiato i dipendenti, investito sull’innovazione e la sostenibilità. Il vostro punto di forza? Nel nostro Dna c’è da sempre l’innovazione. Gualini investe in nuove tecnologie, scegliendo le macchine più performanti e reinventando continuamente il proprio modello di business. I nonni dei miei nonni, quando hanno iniziato quest’attività, ferravano i cavalli: ecco, se non avessimo “cavalcato” – è proprio in caso di dire – il nuovo, non avremmo potuto dare un futuro alla nostra impresa. Ci prendiamo il rischio di accettare commesse sempre diverse, producendo cose mai fatte prima, come quando nel 2006 ci fu chiesto di costruire una galleria a Rotterdam, nei Paesi Bassi. Lavoravamo già per aziende che si occupavano di semilavorati per gallerie, ma non ne avevamo mai costruita una: ci siamo reinventati e ce l’abbiamo fatta. Lo stesso è successo, qualche anno fa, quando ci hanno chiesto di realizzare degli scrubber, impianti di depurazione, e dei traghetti: siamo partiti da zero e li abbiamo fatti bene. Diversifichiamo molto, progettando e costruendo manufatti che trovano applicazione in diversi settori:

Pali eolici

«Mi piace valorizzare la resilienza, che rappresenta la capacità di adattarsi alle sfide e al mondo che cambia»

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L’ITALIA che fa IMPRESA

dal navale all’eolico, dal ferroviario al sollevamento terra, dalle infrastrutture all’Oil&Gas. A proposito, Gualini Lamiere International è stata scelta da Renzo Piano per la ricostruzione del ponte Morandi di Genova... Sì, i ponti hanno sempre fatto parte del nostro core business, che comprende appunto altri importanti settori applicativi. La sostenibilità ambientale, oltre all’innovazione, è un elemento fondante del nostro lavoro. Ha ricevuto il Premio GammaDonna 2020. Che effetto le fa essere la migliore imprenditrice innovativa d’Italia? È bellissimo, un grandissimo onore, sembra una frase fatta ma è veramente la sensazione che provo. Sarei stata contenta anche solo di aver fatto parte delle cinque finaliste: ho avuto l’opportunità di conoscerle e sono tutte imprenditrici eccezionali, oneste, competenti. Sono convinta che le donne dimostreranno sempre più le proprie capacità professionali e imprenditoriali, anche in settori tradizionalmente maschili. Che effetto ha avuto la pandemia sulla vostra produzione? Ci siamo fermati per un mese, nel primo lockdown, poi abbiamo ripreso con le necessarie certificazioni e ci sono voluti tre mesi per rientrare nei processi. Bergamo è stata duramenRecipiente a pressione

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te colpita dalla prima ondata, quindi i contraccolpi si sono sentiti. Ma spero che si possa ripartire presto con il Recovery plan e un serio piano di azione per le nuove generazioni. La sua è un’azienda di uomini, però magari anche loro, al pari delle donne, vorrebbero poter conciliare lavoro e vita privata. Inoltre, l’emergenza sanitaria ha evidenziato ancor di più la carenza di politiche per la famiglia. Cosa ne pensa? Lo dico da sempre, non mi piace quando si riduce a una questione di genere un problema che in realtà appartiene alla famiglia. In Gualini il 90% dei dipendenti è composto da uomini, sono padri e hanno gli stessi problemi delle madri. Occorrono politiche attive a sostegno delle famiglie, non solo delle donne, altrimenti non ci sarà mai un incremento demografico nel nostro Paese. E bisogna muoversi velocemente perché con il Covid-19 abbiamo perso l’aiuto dei nonni, che coprivano una mancanza delle istituzioni. Non c’è più tempo, è un dovere. Lei è riuscita a conciliare bene il ruolo di mamma e quello di manager? Per farlo bene bisogna darsi delle priorità. Esserci sempre quando è necessario, in famiglia come sul lavoro, e delegare quando si può. Nei momenti importanti della vita dei miei figli ci sono stata. Questo suc-

cede a tutte le mamme e i papà che lavorano, credo. Se i nostri figli prendono il pulmino per andare e tornare da scuola va bene, ma nelle occasioni importanti i genitori devono essere presenti. Progetti per il futuro di Gualini Lamiere International? Ne abbiamo tanti, siamo in continuo cammino. Sicuramente puntiamo sull’eolico e sulla progettazione di elettrodotti. Vogliano implementare il nostro business, consolidare il fatturato e, magari, tra dieci anni quotarci in Borsa. E l’impresa Italia come sta? Credo che il nostro Paese sia molto fecondo dal punto di vista dell’innovazione. Penso a realtà come il distretto Kilometro rosso, il Consorzio Intellimech, Bergamo Sviluppo, braccio operativo della Camera di Commercio, l’Università di Bergamo e il Digital Innovation Hub. Sono esempi legati al mio territorio, ma scenari così virtuosi se ne trovano in molte parti d’Italia. Il terreno è fertile, però tutte le aziende devono contribuire alla crescita di questo vivaio creativo per partecipare veramente all’innovazione. Da soli non si va da nessuna parte. gualini.it GualiniLamiereInt gammadonna.it


L’ITALIA che fa IMPRESA

LA PIONIERA DELLE

START UP

L’IMPRENDITRICE SICILIANA BARBARA LABATE VINCE IL PREMIO NAZIONALE PER L’INNOVAZIONE CON LA SUA PIATTAFORMA RESTORE, LEADER NELL’E-COMMERCE PER LA GRANDE DISTRIBUZIONE di Elisabetta Reale 24


tarella ha virtualmente consegnato le targhe onorifiche alle imprese vincitrici nei 40 settori economici coinvolti. La commissione tecnica ha deciso di premiare ReStore tra le realtà più innovative in Italia nella categoria Commercio considerandola tra le iniziative capaci di contribuire a ripensare e rafforzare leve competitive ed elementi differenzianti dell’attività commerciale e, più in generale, del mondo dei servizi. E ha tenuto conto anche della sperimentazione di nuovi format – fisici e digitali – in grado di cogliere trasformazioni del mercato e nuovi atteggiamenti di consumo. Per Labate, che dopo la laurea in Scienze politiche ha ottenuto una borsa di studio Fulbright e un master alla Columbia University di New York, l’importante riconoscimento si somma, tra gli altri, al premio Mind the bridge Milano 2011, all’Italian Innovation Day New York 2011, al Plug & Play Expo Silicon Valley 2011, al Lady Pitch Night Parigi 2013 e al premio Innovazione Servizi 2019. Inoltre, l’imprenditrice siciliana è apparsa già due volte nella classi-

fica di Inspiring Fifty che seleziona le 50 donne di maggiore ispirazione per il mondo della tecnologia in Europa. Curiosità, voglia di sperimentare e di coltivare le idee sono alla base di ogni suo progetto. Come e quando ti sei avvicinata al mondo delle start up e dell’imprenditoria digitale? Già piccola avevo un computer, benché fosse ancora uno dei primi Apple e lo usassi solo per giocare a Tetris. Sono sempre stata una smanettona, come si usa dire oggi. Poi, quando è iniziato il mio percorso lavorativo, ho capito che il mondo delle dot-com era molto stimolante. Mi è sempre piaciuto trasformare idee in servizi e prodotti, e questo è quello che fanno le start up. O quello che dovrebbero fare secondo me. Inoltre, durante il master che ho frequentato alla Columbia University, negli Stati Uniti, ho seguito anche corsi specifici per questo settore, su come fare un pitch o come raccogliere fondi. Rientrata in Italia, ho cominciato a lanciare start up quando ancora non si sapeva bene cosa fossero.

© Rymden/AdobeStock

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are forma alle idee e rispondere ai bisogni e alle esigenze quotidiane – come fare la spesa – risparmiando tempo e denaro. L’imprenditrice Barbara Labate, messinese, ha iniziato molto presto a esplorare il mondo delle start up, immaginando soluzioni digitali ai problemi di ogni giorno. Nel 2004 realizza un progetto dedicato ai servizi per la telefonia. Nel 2011 lancia Risparmio Super, il primo comparatore di prezzi della grande distribuzione per monitorare 21mila punti vendita su tutto il territorio italiano con milioni di iscritti al servizio web e mobile. Oggi è founder e CEO di ReStore, azienda specializzata nella realizzazione di servizi e-commerce per la grande distribuzione e l’industria alimentare in Italia. Lo scorso dicembre ha ottenuto il Premio nazionale per l’Innovazione nell’ambito dell’undicesima edizione del Premio dei Premi 2020, istituito presso la Fondazione Cotec per concessione del Presidente della Repubblica italiana. In una cerimonia nelle sale del Quirinale, Sergio Mat-

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L’ITALIA che fa IMPRESA

© Freedomz/AdobeStock

ReStore aiuta il consumatore a risparmiare tempo e denaro, consentendo ai retailer e ai brand di analizzare prezzi e comportamenti dei consumatori. Come nasce? Un’idea o un servizio partono quasi sempre dalla necessità di risolvere un problema, spesso anche personale. ReStore è una piattaforma e-commerce per la grande distribuzione. Si tratta di un software che nasce dalla costola di Risparmio Super, progetto dedicato al mondo della comparazione dei prezzi dei supermercati. Quanto sono cambiate le abitudini di acquisto degli italiani negli ultimi tempi? Sono molto più infedeli di prima, almeno al supermercato, un po’ per necessità, un po’ perché l’ingresso di nuovi player ha regalato maggiori opzioni di scelta. La spesa online permette al consumatore di scegliere comodamente da casa “dove” fare i propri acquisti. E questo elimina qualsiasi barriera o vantaggio dovuti alla location, alla grandezza e alla bellezza del luogo fisico dove si è abituati a fare la spesa.

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ReStore ha ottenuto il Premio nazionale per l’Innovazione 2020. Che emozione ha provato? Purtroppo, l’emergenza Covid-19 ha impedito un incontro di persona con il presidente Mattarella, ma ho apprezzato molto il suo discorso misurato e puntuale. Di sicuro questo riconoscimento è uno stimolo ad andare avanti sempre meglio e a non mollare davanti alle mille difficoltà di fare impresa in Italia. Cosa significa essere una delle donne di maggiore ispirazione nel mondo della tecnologia in Europa? E quali criticità hai incontrato nel percorso? Le difficoltà nascono dal sistema Paese, dall’età degli interlocutori, dalla staticità e dalla ricerca della comfort zone tipica della mentalità italiana. I problemi nascono dal sentirsi dire: «Ti pago una fattura in tre anni». Una cosa che all’estero non sarebbe neanche immaginabile. Quindi essere di ispirazione per l’Europa non è semplice, ma sicuramente siamo un esempio di resilienza. Quanto sono importanti il confron-

to con le persone del tuo team e la condivisione di idee? La squadra ideale dovrebbe essere composta da persone migliori di te. Purtroppo attrarre talenti per le start up non è semplice, perché le disponibilità sono spesso limitate e quindi è una scelta che richiede sacrifici. Ma credo che dalla condivisione delle idee e dei problemi nasca sempre la soluzione migliore. Stai già immaginando un nuovo progetto? Ho sempre nuovi progetti, ma bisogna svilupparne uno alla volta altrimenti si rischia di far tutto male. La parte difficile è metterli in pista, in modo veloce e spesso garibaldino. Le start up richiedono una buona dose di incoscienza. Per lavoro sei spesso in giro per l’Italia e all’estero. Come trascorri il tempo durante il viaggio? Lavorando. Trovo estremamente rilassante farlo in treno o in aereo, perché ci sono meno distrazioni. È il momento più proficuo per me. restore.shopping


GUSTA & DEGUSTA

di Andrea Radic

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CLARA GENTILI: LA MAREMMA NEL CUORE

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attoria Le Pupille, 320 ettari tra boschi e uliveti e 80 di vigneti nel cuore della Maremma, a Istia d’Ombrone (GR). Terra di grande carattere, dove il mare e il vento sono elementi naturali primari e liberi e le persone esprimono passione e forza di volontà. In questi luoghi e con questi principi è cresciuta Clara Gentili, partecipando alle sue prime vendemmie nel marsupio della mamma, Elisabetta Geppetti. Insieme, le “signore del Morellino” portano nel mondo i profumi e i sentori della loro terra tradotti con eleganza nei loro vini. «Sono molto legata alla mamma, con la quale ho uno splendido rapporto: anche nei momenti difficili lavorare con lei mi fa sentire fortunata. Sono parte dell’azienda, la sento mia, l’ho vissuta fin da bambina. Quando ho iniziato, nel maggio 2011, non sapevo fare nulla. Ho fatto la gavetta in tutti i reparti per poi dedicarmi al settore commerciale, comunicazione ed eventi. Mi piace molto incontrare i clienti, con molti di loro nascono amicizie. La soddisfazione più bella è quando sento che le persone legano un nostro vino a un’emozione vissuta. Succede spesso con il Saffredi, al punto che abbiamo raccolto le testimonianze in un libro». La Fattoria produce, tra gli altri, Morellino di Scansa-

Clara Gentili

no, Piemme Petit Manseng in purezza e Le Pupille. frutto dell’amore di mamma Elisabetta per il Syrah. Innamorata della Maremma e dell’azienda di famiglia, Clara Gentili ha un progetto chiaro per il futuro: «Creare una piccola impresa agricola autosufficiente e vivere di quello». fattorialepupille.it

SARA CESCHIN: PROSECCO DI FAMIGLIA

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n amore profondo per il fratello gemello Andrea, il maggiore Francesco, mamma Gianna e papà Fabio, scomparso troppo presto nel 2019. Da loro Sara Ceschin ha tratto la passione e la forza per dedicarsi all’azienda vinicola Il Colle 1978, fondata in quell’anno dal padre enologo. «È stata creata piantando vigneti dove

Sara Ceschin 28

prima si allevavano animali, per poter lavorare con profitto e riaversi dal fallimento del nonno», confessa. Situazione ampiamente risanata con il successo della cantina che oggi conta 40 ettari nella zona Docg di Conegliano (TV) e produce 1,5 milioni di bottiglie di Prosecco di altissima qualità sulle colline Patrimonio dell’umanità. Sara, in azienda dal 2015, è specializzata in commercio estero, gestisce il brand e tutta la parte commerciale. «Cerco di diventare il volto dell’impresa, insieme ai miei fratelli: lavorando bene possiamo essere un esempio per altri giovani come noi». Il Colle 1978 produce una completa declinazione del Prosecco, dal Valdobbiadene al Cartizze, e una linea di vini fermi, tra cui spicca il Masello Colli di Conegliano. «Uve vendemmiate a mano secondo i nostri valori: qualità, genuinità e salubrità», puntualizza Sara. Molto apprezzate all’estero le loro bollicine: «La più bella soddisfazione l’ho vissuta in Germania, sulla terrazza dell’hotel Mandarin Oriental di Monaco, dove tutti avevano in mano un calice del nostro Prosecco». Il suo desiderio, da grande, è «portare in tutto il mondo il prodotto per il quale papà e mamma hanno sacrificato tanto, dimostrando che la famiglia Ceschin lavora bene». proseccoilcolle.it


ELISABETTA BALLERINI: PADRONA DI CASA IN RIVA AL LAGO

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iamo a Laveno Mombello (VA), incantevole borgo sul Lago Maggiore, con vista spettacolare sulle Isole Borromee. Una terrazza con tavoli pieds dans l’eau e una cucina raffinata e concreta. A governare tutto la famiglia Bassetti: papà Giovanni dirige l’hotel Il Porticciolo, il figlio Riccardo è executive chef, stella Michelin, ed Elisabetta Ballerini è mamma, moglie, esperta sommelier e maître del ristorante La Tavola. «Il nostro senso della famiglia costruisce armonia. Mio marito e mio figlio sono tosti e precisi, io sono la parte creativa e gestisco i loro caratteri. È lavorando insieme che si ottengono i risultati migliori e, se scatta qualche scintilla, con l’amore e l’affetto si risolve tutto», assicura Elisabetta. «Ho sempre portato nel ristorante la bellezza di ciò che mi piace, se compro qualcosa per la casa la prendo anche per la sala, così da offrire ai clienti un’atmosfera calda e accogliente. Sto bene con la gente, è un’eredità caratteriale dei miei genitori. Nella professione ho investito le mie conoscenze e le mie certezze». Elisabetta Ballerini è sommelier dal 1993, oggi sono molte le donne in questo settore. «Si dice che l’olfatto femminile sia più sviluppato», sorride. «Del mio lavoro amo quando l’ospite si affida alle mie scelte, amo il Primitivo di Manduria e i bianchi giovani e profumati». È anche una mamma orgogliosa del figlio, chef stellato. «Riccardo al

lavoro mi dice spesso: “Ricordati che in questo momento sei un mio collaboratore, non mia madre”. Ma poi comunque, una volta a settimana, andiamo tutti e tre insieme a pranzo fuori». ilporticciolo.com

Elisabetta Ballerini

LIANA GENINI: IL SUCCESSO DI UN’OTTIMA SQUADRA

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Liana Genini

iana e Simone, insieme dai tempi della scuola, hanno scelto un’antica dimora per aprire nel 2016 il ristorante Sedicesimo secolo, epoca a cui risale il feudo dei Conti Caprioli a Pudiano, piccolo borgo della Bassa Bresciana. È proprio qui, nella frazione di Orzinuovi (BS), che Liana Genini, dopo esperienze di livello in Italia e all’estero, trova la sala dove valorizzare eleganza e ricercatezza dei dettagli. «Allo Spazio 7 di Torino ero arrivata a gestire il ristorante gastronomico, il bistrot e il catering fino a 400 ospiti, mai avrei immaginato di avere tanta responsabilità. Sono una ragazza ambiziosa con la voglia di scoprire sempre qualcosa di nuovo nel lavoro, per esempio sviluppando la passione per il vino, grazie al maître Luca Cinacchi che me l’ha trasmessa», racconta. Oggi, la sua soddisfazione più grande è aver creato una squadra fatta di persone che ci credono: «Sono riuscita a trasferire alle mie ragazze in sala le conoscenze, l’esperienza e l’amore per questo lavoro. Laura, Francesca e Federica provengono da studi diversi dai miei, ma abbiamo saputo creare un rapporto solido ottenendo grandi risultati», prosegue. «Ho cominciato a lavorare a 16 anni, oggi ne ho 32 e sono contenta di dove sono arrivata insieme a Simone (compagno e chef, ndr)». Fanno coppia da molto tempo, ma sul lavoro l’attenzione vince sulla tenerezza: «Gli sguardi d’amore solo a fine servizio, quando abbiamo scaricato l’adrenalina». ristorantesedicesimosecolo.it 29


WHAT’S UP

È NATA UNA STELLA EMANUELA FANELLI SVELA I MOTIVI DEL SUO SUCCESSO, TRA TV, RADIO E NUOVI PROGETTI di Gaspare Baglio

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la vera rivelazione femminile di questa stagione tv. Emanuela Fanelli, con la sua partecipazione al programma cult di Rai2 Una pezza di Lundini (che tornerà in primavera), ha tirato fuori chicche come i monologhi Voci di donna, gli omaggi a Roma sulle orme di Ciumachella de Trastevere e lo spassosissimo finto film A piedi scarzi, in cui mette alla berlina lo strapotere del cinema romano anche con l’appoggio di interpreti come Alessandro Borghi, Claudia Gerini e Stefano Fresi. Inoltre sabato e domenica mattina, su Rai Radio2, Emanuela partecipa a 610, lo show radiofonico di Lillo e Greg. Dove sei stata finora? Mancava proprio una come te! Esistevo (ride, ndr). Per dieci anni oltre all’attrice ho fatto la maestra d’asilo. Con Una pezza di Lundini è uscito un aspetto autoriale e umoristico che, facendo esclusivamente l’interprete, non era mai venuto fuori. E poi adesso non ci sono tanti programmi tipo L’ottavo nano e Mai dire, come invece succedeva quando ero adolescente. Sei consapevole che, tu e Valerio Lundini, siete le sorprese tv di quest’anno? Ce lo dicono in tanti, ma con Valerio e il nostro capoprogetto, Giovanni Benincasa, non abbiamo mai detto: «Ragazzi, stiamo facendo il programma dell’anno!». L’idea era fare quello che ci diverte nello spazio concesso. Forse siamo stati fortunati, anche perché abbiamo la massima libertà. L’obiettivo era creare qualcosa che noi stessi guarderemmo, criterio che cerco di tenere per tutti i progetti a cui prendo parte. Fai ancora la maestra d’asilo?

Ho finito un anno e mezzo fa perché non più conciliabile con la vita attuale, ho dovuto fare una scelta. Però di tutti i bambini che si vedono in A piedi scarzi sono stata la maestra. Questo mese La Freccia è dedicata alle donne. Non posso non pensare a Voci di donna. Scherzo sui monologhi teatrali, dolenti, al femminile. Alcune attrici, in questi spettacoli, parlano a nome di tutto il genere femminile e poi arrivano Medea, Antigone, i grandi archetipi ricondotti a chi li sta interpretando con rivendicazioni del ruolo di strega e amazzone. Che poi, di solito, finiscono sempre col dire che le donne sono meglio degli uomini, incarnando la stessa cosa che criticano. Come ti è venuto in mente? Era nato come scherzo per il pubblico in uno spettacolo che dovevo fare a Bologna. Volevo iniziare così, con voce recitata monotono, in modo che gli spettatori pensassero di non avere davanti uno show comico, ma una palla tremenda. La cosa in tv è piaciuta così tanto da diventare una saga. Anche i tuoi omaggi a Roma sono molto divertenti… È il brutto che piace. Nascono dopo un video su Napoli che ho visto su Instagram. Ho pensato che l’unica metropoli ad avere quella retorica fosse Roma. Sono romana, amo molto la mia città e nei video faccio riferimento a questa Capitale sparita che non si sa manco se ci sia mai stata, tipo «perché ‘na vorta, Roma…». E poi c’è questo aspetto dei romani che tendono ad autoassolversi con un «ma lo sai: noi a Roma semo così», pure per cose gravi. Mi fa tanto ridere anche il fatto che girano il mondo, ma riconducono tutto a Roma: «So’ stato in un posto a Tokyo: c’hai presente er Pigneto? Uguale!». I romani come l’hanno presa? Hanno riso tutti. Poi sull’ironia si apre un altro discorso. Per A piedi scarzi alcuni giornalisti mi hanno chiesto l’accredito per l’anteprima. Quindi non mi interrogo troppo (ride, ndr). Come hai percepito il successo? Non me ne rendo conto: vado a lavorare, mi barrico a casa e, se esco, ho la mascherina. Solo sui social ho visto un grande aumento dei follower. Oltre agli impegni in tv cosa stai facendo? Ti dirò una frase tipica che pensavo gli attori dicessero perché non avevano niente da fare: «C’è qualcosa che bolle in pentola, ma non posso dire nulla» (ride, ndr). La gente penserà: «Poraccia, questa non se la fila nessuno». Quello che bolle in pentola è Siccità, il nuovo film di Paolo Virzì? È un progetto top secret: non posso dire nulla di più. emanuela_fanelli

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31 © Maria Marin


© Attilio Cusani

WHAT’S UP

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LA MIA

METAMORFOSI

NOEMI TORNA IN GARA AL FESTIVAL DI SANREMO CON IL BRANO GLICINE, CHE SEGNA IL SUO CAMBIAMENTO NEL CORPO, NELLO SPIRITO E NEL SOUND

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rano tre anni che non si vedeva al Festival di Sanremo e per questa edizione al tempo della pandemia, la numero 71, si presenta totalmente rinnovata nel corpo e nello spirito. Noemi non è in odore di santità, ma di cambiamenti, pure belli grossi, dal punto di vista del sound. Il rinnovamento profondo l’ha portata a scavare tanto dentro se stessa, dando vita a (una) Metamorfosi: così si chiama il nuovo album il cui singolo apripista, Glicine, è protagonista proprio sul palco dell’Ariston dal 2 al 6 marzo. Sanremo coincide con un mutamento, quindi. Arriva dopo un periodo in cui mi sono ritrovata a dover fare una trasformazione. Sentivo il bisogno di rimettermi a fuoco, mi sono accorta che stavo perdendo il contatto con me stessa, con la gestione della mia vita: ero lontana dal mio corpo. In effetti, anche fisicamente sei diversa… Sul corpo il cambiamento si vede in maniera più conclamata. Non sono dimagrita perché bisogna esserlo o perché la società lo impone, piuttosto ho pulito la mia mente: avevo bisogno che la mia fisicità fosse leggera come la mia testa. Ragionamento che vale anche per la musica? Sì. Sono entrata in contatto con un mondo underground che ho sempre ascoltato, ma con il quale non avevo mai avuto occasione di collaborare. Ho conosciuto produttori e autori come i Muut (Federico Fugazza e Marcello Grilli), la grandissima sensibilità della cantautrice Ginevra Lubrano, in arte Ginevra, il songwriter Arashi. Con loro sono riuscita a creare nuovi suoni. Sono contenta perché è stato un

bell’incontro di anime. E la voce? L’ho riallineata, senza modificarne la timbrica. Ho voluto aggiungere nuove pennellate: queste melodie mi hanno regalato nuovi colori. Come il falsetto in Glicine, il brano che porto a Sanremo. Che peso ha all’interno dell’album? È uno dei più importanti, ha segnato l’incontro con Ginevra, che è l’autrice insieme a Fugazza e Dario Faini, che ne ha curato anche la produzione. È la canzone con cui ho capito che si poteva lavorare insieme, trovare una grande alchimia. Cosa racconta il brano? Parla della fine di un amore, ma anche di una rinascita, di un’energia presso cui rinnovarsi. Mi sento come un glicine dalle radici forti. A Roma ce n’è uno con fondamenta che partono da via Margutta e arrivano fino al Tevere. Ma è una pianta con una fioritura fragile, come la vita in cui è tutto così caduco. Come definiresti il tuo nuovo progetto? La fotografia di un salto, di un cambiamento. Non so come finirà. La mutazione più eclatante? Prima mi sentivo una brava interprete a servizio della canzone. In questo caso, invece, ho provato a mettermi dentro al disco: con gli autori ho parlato dei miei dubbi, del momento che stiamo vivendo, delle cose successe. Un tipo di contatto simile a quello che creavano le cantanti negli anni ‘70 e ‘80. Ricordo Jazz, bellissimo album prodotto da Ivano Fossati per Loredana Bertè, in cui c’è Il mare d’inverno di Enrico Ruggeri. In quel lavoro si ritrova la Bertè col suo temperamento. Mi sento carne viva con questo progetto: parla di me, della mia vita, di cose molto personali.

Com’è stato cambiare dentro, quando anche il mondo stava mutando? Da una parte mi ha aiutato a riflettere e a trovare il mio centro. Forse, se non ci fosse stato questo fermo, se non avessi avuto un guscio, che era la mia casa, non sarei riuscita a ritrovarmi. Ho riflettuto e ripreso in mano la vita, in un periodo in cui ero poco appassionata, anche verso la musica. Guardandomi allo specchio ho avuto il coraggio di rimescolare le carte. Ci sono state parecchie polemiche sul Festival, che va in onda nonostante il Covid-19. Che ne pensi? È giusto che Sanremo viva, si ha bisogno di spensieratezza e sogno. Come stai affrontando la tua partecipazione? Come se fosse la prima volta. Voglio viverlo con apertura, ho intenzione di regalare tanto agli altri. Se poi mi torna indietro qualcosa da chi ascolta, meglio. Non ho aspettative, vorrei semplicemente raccontare la mia storia. Magari gli altri se ne accorgeranno e mi tratteranno con delicatezza. G.B. noemiofficial noemiofficial

UN BOLLANI AL GIORNO La musica è follia e cura. Lo sa bene Stefano Bollani, che torna in tv con la moglie e attrice Valentina Cenni, aprendo le porte di una casa immaginaria in Via dei Matti numero 0. A partire dal 15 marzo, lo show in prime time prodotto da Ballandi è on air su Rai3, dal lunedì al venerdì alle 20:20. In ogni puntata si canta e si parla di musica con leggerezza, ironia e tanti ospiti. 33


WHAT’S UP

SPEAKER PER CASO UN’OSPITATA LE HA CAMBIATO LA VITA. ORA LAURA ANTONINI È TRA LE VOCI STORICHE DI RADIO DEEJAY

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© Carlo Mogiani

oleva fare la traduttrice Laura Antonini, oggi conduttrice radiofonica tra le più apprezzate e al timone, insieme a Rudy Zerbi, del morning show formato weekend Rudy e Laura. Ma dopo l’esordio negli anni ‘90 sul canale cult Magic TV, un’ospitata a Radio Spazio Aperto, intervistata da Federica Elmi (ora tra Le lunatiche di Rai Radio2, ndr), le ha cambiato la vita: «In quel preciso istante ho capito che volevo fare la speaker». Da lì si sono susseguiti demo, provini e porte chiuse. Poi l’esordio su radio M100, una parentesi a Bravo Radio2 su Rai Radio2 e finalmente la chiamata di Radio Deejay. Com’è andata? Ho mandato un demo a febbraio 2004. Dopo pochi giorni mi ha chiamata Linus per un colloquio. Ho prenotato un treno e sono andata a Milano. Abbiamo chiacchierato un po’, si è dimostrato interessato al mio lavoro ma mi ha detto che non c’era possibilità di inserimento. E tu? Tornata a Roma ho deciso di scrivergli un’e-mail molto accorata per paura che si dimenticasse di me. E ho ricevuto il primo contratto, di tre mesi, per una sostituzione estiva. Ero così poco fiduciosa che presi una stanza in subaffitto, da studente in vacanza, solo per il periodo stabilito. Non pensavo al rinnovo, che invece arrivò. Così mi ritrovai col lavoro, ma senza

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casa. Da allora sono passati 17 anni di amore tra me e Radio Deejay. Per le donne è più difficile imporsi in questo campo? Ci sono tante colleghe brave e credibili in fasce orarie interessanti. Stiamo abbattendo il muro della presenza femminile in radio, perché siamo ostinate e non ci facciamo abbattere dagli ostacoli. Alcune emittenti hanno puntato su personaggi tv e web. Ma l’esperimento non sempre è riuscito. I volti televisivi, avendo già esperienza di conduzione, si sono inseriti meglio rispetto ad alcuni youtuber. Perché il lavoro in radio richiede tempi e tecniche specifiche, oltre alla cultura musicale. È giusto sperimentare, comunque. Poi dipende molto dal personaggio: c’è chi viene da un altro settore ma ha comunque talento e impara velocemente. Sta impazzando il social ClubHouse. Che cosa ne pensa? È una novità assoluta, oltre che un’opportunità immensa per confrontarsi con persone di tutti i settori della comunicazione. Spesso mi infilo in alcune room per approfondire argomenti che non mi appartengono: se ben moderata, una stanza può essere parecchio interessante. Il primo viaggio in treno nel post Covid-19? Sarà a Milano. Non ho avuto necessità di andarci per lavoro, quindi sono mesi che non mi sposto da Roma nel rispetto delle regole per contrastare la pandemia. Ma spero di rivedere presto i miei colleghi: mi manca l’aria che si respira nella sede centrale di Radio Deejay. Prima ci andavo molto spesso e il treno ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore. G.B. lauraantoninidj deejay.it


UN TRENO DI LIBRI

Invito alla lettura di Alberto Brandani [Presidente giuria letteraria Premio Internazionale Elba-Brignetti]

In viaggio con il Prof

UNA TERRA PROMESSA

A

IL RACCONTO IN PRESA DIRETTA DEL PRESIDENTE CHE HA CREDUTO NEL POTERE DI UN MONDO LIBERO E NELLA DEMOCRAZIA COME UN BENE DA COSTRUIRE INSIEME

ppassionante, per certi versi commovente, la storia di un ragazzino che diviene Presidente degli Stati Uniti d’America, come un imperatore romano quando Roma governava il mondo. Alcune grandi direttrici servono a Barack Obama come mappa di lettura di queste 800 pagine scritte su piccoli block notes. La prima cosa che emerge è il potere travolgente della politica, con le sue passioni, le pulsioni, la sua ferocia e l’aspirazione (nelle menti migliori) a una terra promessa da lasciare in eredità alle giovani generazioni. Un corso ininterrotto, duro, disseminato di esami. Il giovane Obama sentiva la necessità di rappresentare qualcosa nell’America progressista e multirazziale, coglieva il senso disperante delle disuguaglianze sociali e di un Paese senza assistenza sanitaria. E nella politica l’importanza dei collaboratori, dei quali riconoscere la competenza e la lealtà all’uomo e al progetto. Ma niente sarebbe stato possibile senza il sostegno delle figlie Malia e Sasha e soprattutto di Michelle, una donna a dir poco straordinaria, che non amava la politica. Ma amava a tal punto il suo uomo da diventare un’impeccabile First Lady. Seppure, negli anni pesantissimi della Presidenza, il marito sentisse in lei «una tensione sotterranea, sottile ma costante». Quando fu indicato alla Convention democratica come candidato alla Presidenza, Obama dovette scegliere il suo vice, Joe Biden: la scelta prudente di un uomo con 30 anni di Senato alle spalle, che conosceva tutte le dimensioni del

gioco parlamentare, spietato e crudele, che i repubblicani avrebbero portato avanti. Il libro descrive bene le enormi difficoltà del primo quadriennio Obama. La battaglia per far approvare una riforma sanitaria decisiva, “dimezzata” alla fine degli scontri, per evitare che milioni di americani rischiassero di morire senza cure. La grande crisi del 2008, in cui il Presidente riuscì a evitare il peggio. E il più grande disastro ecologico, l’esplosione della piattaforma Deepwater, che Obama fu capace di gestire nel migliore dei modi. Memorabile il capitolo che racconta la decisione d’inseguire e colpire Osama Bin Laden, con il Presidente chiuso nello Studio Ovale, per seguire in diretta le operazioni del commando americano e l’esecuzione del terrorista. Il filo rosso che percorre tutto il libro è la grande amarezza che pervade il Presidente e Michelle durante l’ultimo volo dell’Air Force One che li riporta a casa dopo l’imprevista vittoria di Donald Trump. Un leader politico, racconta Obama, agli antipodi rispetto «a tutto ciò per cui ci eravamo battuti in otto lunghi anni», un prestigiatore di programmi televisivi e di affari immobiliari, che aveva forsennatamente cominciato a battere l’America affermando che il Presidente non era americano. Obama fa autocritica nell’ammettere di non aver dato sufficiente importanza a quelle sortite a metà del suo primo mandato, pensando che sarebbero state etichettate come palesi buffonate. Le accuse, infatti, furono subito ridicolizzate, ma Trump le ripeteva e ripeteva e iniziò così

l’opera di demolizione del primo Presidente afroamericano, agitando di fronte a un’America conservatrice e impaurita lo spettro dell’uomo nero. Con Sarah Palin prima e Trump dopo, gli spiriti maligni rimasti ai margini del partito repubblicano finirono al centro della scena, con la loro xenofobia, l’ostilità verso gli intellettuali, le teorie cospirative, l’antipatia per gli afroamericani e gli ispanici. Due i lasciti dell’ex Presidente: il primo è quasi un presagio, la scelta di Joe Biden, per otto anni alla Casa Bianca, «un uomo buono, giusto e leale», perfetto per arginare la dilagante paura dell’uomo nero. Infine, il senso vero del libro, un invito ai giovani d’America e del mondo a battersi per i grandi valori, a fare la propria parte nella vita politica. Perché, grazie all’impegno politico e sociale delle nuove generazioni, la terra promessa sia un po’ più vicina.

Garzanti, pp. 848 € 28 35


UN TRENO DI LIBRI

BRANI E FOTO TRATTI DA UNA TERRA PROMESSA Ho iniziato a scrivere questo libro poco dopo la fine della mia presidenza – poco dopo, cioè, che io e Michelle ci siamo imbarcati sull’Air Force One per l’ultima volta, diretti a ovest per una pausa a lungo rimandata. Sull’aereo, l’umore era altalenante. Eravamo entrambi prosciugati, sia sotto il profilo fisico sia sotto quello emotivo, non soltanto per le fatiche degli ultimi otto anni ma anche per gli esiti inattesi di un’elezione in cui, come mio successore, era stato scelto un leader politico agli antipodi rispetto a tutto ciò per cui ci eravamo battuti. A ogni modo, dopo aver portato a termine la nostra tappa, ci restavano la soddisfazione di aver fatto del nostro meglio e la consapevolezza che, nonostante tutte le mie mancanze e i progetti non realizzati, il Paese si trovava in una situazione migliore di quando avevo assunto l’incarico. Per un mese, io e Michelle ci siamo alzati tardi al mattino e ci siamo concessi qualche cenetta rilassante e, tra una lunga passeggiata e una

nuotata nell’oceano, abbiamo fatto il punto, rinsaldato la nostra amicizia e riscoperto il nostro amore, pianificando un secondo atto non altrettanto movimentato ma – questa era almeno la speranza – ugualmente ricco di gratificazioni. E quando mi sono sentito pronto per rimettermi al lavoro con una penna e un taccuino giallo (mi piace ancora scrivere a mano, convinto come sono che lo schermo di un computer conferisca una patina fin troppo lucida anche alla stesura più approssimativa e una parvenza di pulizia anche ai pensieri più raffazzonati), avevo già chiaro in mente il profilo di questo libro. [...] E poi ci fu la volta in cui Paul McCartney dedicò Michelle a mia moglie. [...] Michelle amava questi concerti tanto quanto me. Sospetto tuttavia che avrebbe preferito parteciparvi come semplice invitata invece che come organizzatrice. [...] In effetti, diversamente da me, non aveva ancora fatto un passo falso o una gaffe da quando era arrivata a Washington.

Bob Dylan stringe la mano al presidente Barack Obama dopo la sua esibizione in un concerto nella Sala orientale della Casa Bianca (9 febbraio 2010) Courtesy Casa Bianca © Pete Souza

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Eppure, nonostante il successo e la popolarità, continuavo ad avvertire in lei una tensione nascosta, impercettibile ma costante, come il leggero ronzio di un macchinario invisibile. Era come se, confinati come eravamo tra le pareti della Casa Bianca, tutte le sue precedenti fonti di frustrazione – il mio lavoro che mi teneva impegnato ventiquattr’ore su ventiquattro o il modo in cui la politica esponeva la nostra famiglia ad attenzioni e attacchi costanti o la tendenza anche di amici e parenti ad assegnare al suo ruolo un’importanza secondaria – si fossero concentrate, aumentando di intensità. Ma più di tutto la Casa Bianca le ricordava quotidianamente quegli aspetti della sua vita che non era più in grado di controllare in completa autonomia. [...] Il luogo preciso in cui si trovava Osama bin Laden era un mistero dal dicembre 2001, quando, tre mesi dopo gli attentati dell’11 settembre che avevano ucciso circa tremila innocenti, era sfuggito per un pelo all’accerchiamento del suo quartier generale a Tora Bora, un’area montuosa lungo il confine tra Afghanistan e Pakistan, compiuto dalle forze americane e alleate. La ricerca era continuata in modo serrato per qualche anno, ma, quando ero entrato in carica io, le tracce di bin Laden si erano perse. Tuttavia, mentre al-Qaeda piano piano si era riorganizzata, stabilendo la propria base nelle Aree tribali federali, il suo leader aveva continuato a rilasciare periodicamente messaggi audio e video, chiamando a raccolta i seguaci e incitandoli al jihad contro le potenze occidentali. Fin dalla prima volta che avevo parlato pubblicamente della risposta americana all’11 settembre, in occasione di un mio discorso contro la guerra in Iraq nella Federal Plaza di Chicago nel 2002, prima che annunciassi la mia candidatura al Senato federale, mi ero battuto perché ci si impegnasse di nuovo ad assicurare Osama bin Laden alla giustizia. Ero ritornato sullo stesso tema durante la corsa alla presidenza, impegnandomi ad andare a cercare bin Laden in Pakistan se il governo di quel Paese non fosse stato disposto a


Un assaggio di lettura

Il presidente Barack Obama e il vicepresidente Joe Biden, insieme ai membri della squadra per la sicurezza nazionale, ricevono un aggiornamento sulla missione contro Osama bin Laden nella Sala operativa della Casa Bianca (1° maggio 2011) Courtesy Casa Bianca © Pete Souza

catturarlo o ne fosse stato incapace. Quasi tutti a Washington, compresi Joe, Hillary e John McCain, avevano pensato che la mia promessa fosse una trovata elettorale, l’atteggiarsi a duro di un giovane senatore privo di esperienza in politica internazionale. E persino dopo che ero diventato presidente, alcuni davano per scontato che avessi messo da parte bin Laden per dedicarmi ad altre questioni. Ma nel maggio del 2009, dopo una riunione sulle minacce terroristiche nella Sala operativa, avevo fatto salire un pugno di consiglieri – tra cui Rahm, Leon Panetta e Tom Donilon – nello Studio ovale e avevo chiuso la porta. «Voglio che la caccia a bin Laden diventi una priorità assoluta», dissi. «Voglio vedere un piano ufficiale per trovarlo. Voglio ogni trenta giorni sulla mia scrivania una relazione sui nostri progressi. 768 E, Tom, mettiamolo in una direttiva presidenziale, tanto perché sia ben chiaro a tutti». Le ragioni per le quali ero così interessato a bin Laden erano ovvie. Il fatto che fosse ancora libero era una fonte di dolore per le famiglie delle vittime degli attacchi dell’11 settembre e un insulto alla potenza americana. An-

che nascosto, rimaneva il più efficace reclutatore di al-Qaeda e spingeva alla radicalizzazione giovani scontenti in tutto il mondo. Secondo i nostri analisti, all’epoca della mia elezione al-Qaeda era più pericolosa di quanto non lo fosse da anni, e gli allarmi di complotti terroristici provenienti dalle FATA comparivano regolarmente nei dossier informativi che ricevevo. Ma ritenevo che l’eliminazione di bin Laden fosse anche essenziale per il mio obbiettivo di dare un nuovo orientamento alla strategia antiterrorismo americana. [...] Alle due del pomeriggio ora della East Coast degli Stati Uniti, due elicotteri Black Hawk, modificati per volare senza farsi intercettare dai radar, decollarono dal campo di aviazione di Jalalabad con a bordo i ventitré membri della squadra dei Navy SEAL. Insieme a loro c’erano un traduttore pakistano-americano della CIA e un cane da guerra di nome Cairo: era iniziata l’Operazione Neptune Spear. Avrebbero impiegato novanta minuti per raggiungere Abbottabad. Lasciai la sala da pranzo e tornai indietro scendendo nei sotterranei fino alla

Sala operativa, che era stata di fatto convertita in una sala di guerra. Leon era collegato in videoconferenza da Langley e riferiva le notizie che arrivavano da McRaven, il quale era nascosto a Jalalabad in contatto costante e diretto con i suoi uomini. L’atmosfera era tesa, come prevedibile. Joe, Bill Daley e quasi tutto il mio team per la sicurezza nazionale – inclusi Tom, Hillary, Denis, Gates, Mullen e Blinken – erano già seduti al tavolo da conferenza. Mi aggiornarono sui piani per avvisare il Pakistan e gli altri Paesi e sulle nostre strategie diplomatiche in caso di successo o insuccesso dell’operazione. Se bin Laden fosse stato ucciso durante il raid, erano già stati fatti i preparativi per una tradizionale sepoltura islamica in mare, onde evitare la creazione di un luogo di pellegrinaggio per jihadisti. Dopo un po’ capii che stavano ripetendo a mio beneficio cose già dette e, temendo di distrarli, ritornai di sopra fino a poco prima delle tre e mezza, quando Leon annunciò che i Black Hawk si stavano avvicinando alla meta. Il team aveva previsto che non avremmo seguito l’operazione in diretta, ma attraverso Leon, poiché Tom era pre37


UN TRENO DI LIBRI

Un assaggio di lettura

occupato dell’impressione che avrei dato se avessi comunicato in prima persona con McRaven. Avrei potuto far pensare di voler controllare ogni dettaglio, una pratica negativa in generale che avrebbe costituito un problema politico se il raid fosse fallito. Mentre tornavo nella Sala operativa, tuttavia, avevo notato che una veduta aerea del complesso, insieme alla voce di McRaven, era trasmessa su uno schermo in una sala conferenze più piccola, sul lato opposto del corridoio. Mentre gli elicotteri si avvicinavano all’obbiettivo, mi alzai dalla sedia. «Devo vedere», dissi, e mi diressi nell’altra stanza. Lì trovai un generale dell’Aeronautica in uniforme blu, Brad Webb, seduto a un tavolino di fronte al suo computer. Cercò di offrirmi la sua sedia. «Stia comodo», dissi appoggiandogli una mano sulla spalla e prendendo posto su un’altra sedia. Webb informò McRaven e Leon che avevo cambiato stanza e che stavo guardando la diretta. Ben presto il team al completo mi seguì nella stanza. Quella fu la prima e unica volta da presidente che avrei assistito a un’operazione militare in tempo reale, con le figure che si muovevano sullo schermo come spettri. Stavamo seguendo l’azione da un minuto scarso quando uno dei due Black Hawk vacillò leggermente mentre scendeva e, prima che potessi afferrare quanto stava accadendo, McRaven ci informò che l’elicottero era andato momentaneamente in stallo e poi aveva dato un colpo di lato a uno dei muri del complesso. Per un momento, la paura mi scosse come una scarica elettrica. Come in un film, nella mia mente si succedettero le scene di un disastro: un elicottero caduto, i Navy SEAL che si affannano per uscire prima che l’apparecchio s’incendi, gli abitanti dell’intero quartiere che sbucano dalle case per vedere cosa succede mentre l’esercito pakistano si precipita sul teatro dell’incidente. Il mio incubo fu interrotto dalla voce di McRaven. «Non è niente», disse, come se stesse osservando un’auto che colpisce con il paraurti un carrello in un centro commerciale. «Il pilota è il migliore 38

che abbiamo e lo porterà giù senza correre rischi». E fu esattamente quello che accadde. Più tardi seppi che il Black Hawk era stato preso in un vortice causato dalle temperature più alte del previsto e dalla deflessione verso il basso dell’aria del rotore provocata dall’altezza dei muri di cinta, cosa che costrinse il pilota a improvvisare l’atterraggio e i Navy SEAL l’uscita dal velivolo (di fatto, il pilota aveva appoggiato intenzionalmente la coda dell’elicottero sul muro per evitare una caduta più pericolosa). Ma in quel momento vedevo solo figure sgranate a terra che si muovevano velocemente verso la posizione ed entravano nell’edificio principale. Per venti atroci minuti perfino McRaven ebbe una visione limitata di quello che stava accadendo, o forse non raccontava i dettagli della perquisizione stanza per stanza che stava effettuando la sua squadra. Poi, all’improvviso, con una rapidità che non ci aspettavamo, udimmo quasi in simultanea le voci di McRaven e Leon pronunciare le parole tanto attese, il culmine di mesi di pianificazione e anni di raccolta di informazioni. «Geronimo identificato… Geronimo EKIA».

Enemy Killed in Action, nemico ucciso nell’azione. Osama bin Laden – nome in codice per la missione «Geronimo» –, l’uomo responsabile del peggiore attacco terroristico della storia americana, l’uomo che aveva ordinato l’uccisione di migliaia di persone e inaugurato un turbolento periodo della storia mondiale, aveva avuto la punizione che si meritava da parte di una squadra di Navy SEAL americani. Nella sala conferenze si udivano chiaramente respiri affannosi. I miei occhi rimasero incollati allo schermo. «L’abbiamo preso», dissi piano. Per altri venti minuti nessuno si mosse dalla propria sedia mentre i Navy SEAL finivano il loro lavoro; infilarono in un sacco il corpo di bin Laden; radunarono in un angolo le tre donne e i nove bambini presenti e li interrogarono; requisirono computer, raccoglitori e altro materiale che poteva avere valore informativo; e posizionarono dell’esplosivo nel Black Hawk danneggiato che poi sarebbe stato distrutto, sostituito da un Chinook di supporto che era rimasto sospeso in volo poco lontano da lì. Mentre gli elicotteri decollavano, Joe mi posò una mano sulla spalla e la strinse. «Congratulazioni, capo», disse.

Barack e Michelle Obama con le figlie Malia e Sasha al battesimo di quest’ultima Courtesy Archivio della famiglia Obama-Robinson


Lo scaffale della Freccia FINCHÉ IL CAFFÈ È CALDO Toshikazu Kawaguchi Garzanti, pp. 192 € 16 In Giappone c’è una caffetteria speciale su cui circolano mille leggende. Si narra che, bevendo il caffè lì, sia possibile rivivere il momento della propria vita in cui si è fatta una scelta sbagliata o si è detta l’unica parola che era meglio non pronunciare. Si narra poi che con un semplice gesto tutto possa cambiare. Ma c’è una regola da rispettare: finire il caffè prima che si sia raffreddato.

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13/01/21 20:50

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Lo scaffale ragazzi a cura di Claudia Cichetti

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LAVANDAIE SCATENATE John Yeoman illustrazioni di Quentin Blake Edizioni Clichy, pp. 36 € 16 (da 6 anni) È la storia divertente di sette lavandaie costrette ogni giorno ad andare al fiume per lavare montagne di panni sporchi per conto del signor Ubaldo maniche strette. Ma loro sono amiche e un giorno decidono di ribellarsi e aiutare altre donne a farlo. Sette taglialegna, che si credono forti, vorrebbero dar loro una lezione, ma non hanno fatto i conti con l’energia del gruppo di compagne.

IL BUCO Anna Llenas Gribaudo, pp. 88 € 14,90 (da 4 anni) Ognuno di noi fa i conti con un buco che si porta dentro, qualcosa di perso per sempre. Un’assenza che bisogna imparare a nutrire per conviverci, come fa Giulia, la piccola protagonista di questo racconto. Imperdibile per la sua semplicità e poesia, il libro mostra un mondo magico dove perdersi e ritrovarsi. E insegna a sconfiggere la tristezza.

LIBERE E SOVRANE Micol Cossali, Giulia Mirandola, Mara Rossi Settenove, pp. 56 € 17 (da 11 anni) Si parla spesso dei padri della Costituente ma in quell’assemblea presero parte anche 21 donne che incisero profondamente sulla scrittura della Costituzione italiana. Le più conosciute sono Nilde Iotti e Angelina Merlin, ma in questo libro ci sono anche i ritratti di tutte le altre. Donne appassionate e colte spesso dimenticate dalla storia ma che dobbiamo consegnare alla memoria delle ragazze e dei ragazzi dei giorni nostri.

CATTIVE RAGAZZE Assia Petricelli, Sergio Riccardi Sinnos, pp. 96 € 13 (da 11 anni) Una graphic novel che racconta di scrittrici, condottiere, scienziate, attiviste, filosofe, cantanti e pittrici. Autonome, coraggiose, anticonformiste, più o meno note, sono donne che in periodi e luoghi diversi hanno segnato la storia. Certo, se non fossero state “cattive” non sarebbero riuscite a emergere: da loro bisogna imparare la libertà e la sfrontatezza per affermare se stesse.

IL CLUB DELLE PIGIAMISTE. NON DISTURBARE Chiara Leonardi, Giulia Binazzi Giunti, pp. 48 € 7,90 (da 5 anni) Alice e Caterina sono amiche per la pelle, vicine di casa e fondatrici del Club delle Pigiamiste. Ogni domenica mattina, quando ancora tutti dormono, la prima che si sveglia batte un colpo sul muro: è il segnale che il loro gruppo segreto, internazionale e accogliente come un pigiama, può iniziare le attività. Storie illustrate e divertenti che raccontano l’amicizia e le prime dinamiche sociali. S.G.

LE AMICHE FORMIDABILI Eleonora Fornasari, Ilenia Provenzi Illustrazioni di Rachele Aragno De Agostini, pp. 240 € 12,90 (da 10 anni) Anna, Matilde, Pippi, Hermione e Momo sono alcune delle 26 protagoniste di famosi romanzi per giovanissimi, diventati classici al cinema o in tv. Eroine formidabili con cui crescere, che non hanno paura di essere loro stesse e dimostrare agli altri chi sono. Un invito alla lettura per conoscere, attraverso schede e approfondimenti, le storie di queste ragazze straordinarie. G.B.


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UNA VITA IN PUNTA DI PIEDI PRIMA LA DANZA, POI IL CINEMA E LA TV, PASSANDO PER IL TEATRO. SEMPRE CON LA STESSA ELEGANZA. A TU PER TU CON MILENA VUKOTIC di Andrea Radic Andrea_Radic

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© Fiorenzo Niccoli

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legante e di gran classe, forse per la danza, sua prima arte praticata, minuta e allo stesso tempo energica, colorata nel suo cappotto giallo senape, sciarpa floreale e scarpette rosse. Milena Vukotic conquista mettendo a proprio agio con dolcezza chi ha di fronte e dedicandogli la sua attenzione con uno sguardo vivace e profondo. Seduti sul divano rosso della FRECCIALounge di Roma Termini, iniziamo a chiacchierare in attesa della partenza del Frecciarossa. Il tuo modo di essere, sempre in punta di piedi ma allo stesso tempo determinata, ti ha accompagnato nella carriera? La determinazione e la voglia di andare avanti sono dovute allo slancio, all’amore che si ha dentro per quello che si fa. Io questo l’ho sempre sentito, mai avuto dubbi, anche per ciò che ho vissuto in famiglia. Mio padre ha sempre scritto per il teatro,


aveva legami con Luigi Pirandello e il teatro futurista di Anton Giulio Bragaglia, mia madre era pianista, musicista e compositrice, allieva di Ottorino Respighi. Pertanto, durante la mia infanzia ho respirato il desiderio e la consapevolezza di essere in un ambiente che mi si confaceva, adatto a ciò che io, più o meno consciamente, sapevo di voler fare. Il teatro è stato il luogo alla base della mia crescita, cominciata con gli studi di danza a Londra e poi, piano piano, proseguita con tutto il resto. Qual è la declinazione più profonda del mestiere dell’attore ? Quella del gioco, del desiderio di sviluppare la parte infantile che abbiamo dentro di noi, interpretando personaggi che sono nel nostro mondo immaginario, ballando o recitando. Fino a che sentiamo questa consapevolezza, possiamo progredire. Liberi come bambini senza pudore che non si preoccupano delle censure e dei giudizi. Consegnando il proprio impegno al pubblico, quindi. Altroché, è un darsi e anche un ricevere. Uno scambio emozionante con gli spettatori che avviene ogni sera a teatro o quando esce un film. La gratificazione più bella è quando ti dicono che sei arrivata al cuore. Dalla danza sei passata al cinema. Come? Quando sono arrivata a Roma, dopo tre anni e mezzo di intense stagioni in Europa e nel mondo con la compagnia Grand Ballet du Marquis De Cuevas, volevo continuare i miei studi di teatro iniziati a Parigi. Un bel giorno ho visto La strada, capolavoro di Federico Fellini, e ho sentito che qualcosa stava per cambiare, doveva cambiare dentro di me. Così a 25 anni ho lasciato la compagnia, ricominciando da capo senza conoscere nessuno. Ho studiato e vinto una borsa di studio per la televisione, dove ho recitato nella lunga serie Il giornalino di Gian Burrasca di Lina Wertmüller. Poi è arrivata la compagnia teatrale di Rina Morelli e Paolo Stoppa. Un bellissimo periodo, ricordo le cene dopo spettacolo alle Stanze dell'Eliseo, dove trovavamo la Compagnia dei Giovani di Romolo Valli e Giorgio De Lullo. Un giorno venne organizzata anche una sfida a calcio, ho cucito io i numeri sulle magliette. Vincemmo noi. E passo dopo passo siamo a oggi. Ciascun periodo storico ha il suo teatro? Il teatro ci sarà sempre, ne viviamo quotidianamente la rappresentazione: tutto è teatro, è la forma che cambia. Abbiamo bisogno di dare delle forme a ciò che

viviamo, continuando tutti a giocare più o meno consciamente. Sul palco ogni sera si ricomincia da capo: stesse opportunità e stessi rischi. Ti piace? È una cosa molto bella e bisogna lottare con passione perché non diventi routine. Non è facile ritrovare ogni sera certe atmosfere, certe magie. A proposito di tournée, che rapporto hai con il treno? Viaggio da quando sono nata: è importante per conoscere, capire, trovare equilibrio in alcuni aspetti della vita, incontrare nuove persone. Non è vero che siamo tutti uguali, o meglio lo siamo, ma ciascuno sotto aspetti diversi. Per esempio, noi artisti, attori o ballerini viviamo per rinnovare ogni giorno la nostra espressione, che deve sempre essere fresca per non cadere nell’abitudine. Il viaggio in treno, poi, ci permette ancora di vedere i paesaggi con una certa tranquillità, goderci quella terra che dall’aereo è troppo lontana. Amo muovermi in treno perché sono più libera e più comoda, lavoro, leggo, mi alzo. E poi mi capita di incontrare persone, curiose di sapere della mia vita. Magari mi chiedono una foto, un autografo, a volte anche un consiglio, mentre condividiamo questo piccolo tratto di vita, nello stesso luogo e nello stesso momento, Hai fiducia negli esseri umani? E cosa di loro apprezzi o non sopporti? Io sì, assolutamente sì. Posso anche rimanere delusa per qualcosa che accade, ma la fiducia resta. Detesto la malafede. Ciò che invece più apprezzo è la bontà delle persone, la sincerità del sentimento, con la quale si possono recuperare tanti difetti. Che rapporto hai con il tempo? Gli corro sempre dietro perché la vita è troppo preziosa e più vado avanti più sento il bisogno di fare. Ogni nuovo progetto artistico è una nuova “prima volta” piena di emozioni, incognite e insicurezze. Molto bello. Hai lo stesso cognome dell'ex regina del Montenegro. Siete parenti? No, solo un’omonimia, con un divertente aneddoto che ti racconto. Ero molto giovane e, dopo uno spettacolo al teatro di Lisbona, tutta la compagnia è stata invitata a cena a casa di un importante personaggio. Abito da sera e piacevole atmosfera. A un certo momento un signore molto distinto mi chiede se fossi italiana. Rispondo di essere nata in Italia e che mio papà era montenegrino poi, priva di timidezze, complici un paio di bicchieri, gli chiedo come si chiamasse. Scende un silenzio abissale. Allora il direttore della compagnia mi dice: «È sua maestà il re Umberto II di Savoia». Lui sorride al mio imbarazzo e mi fa sedere accanto a sé, chiedendo del mio cognome. «Mi chiamo Vukotic, come la regina del Montenegro, ma non siamo parenti», charisco. «Lo so bene, era mia nonna», risponde. Mi alzo dispiaciuta di non averlo riconosciuto e una signora mi dice: «Non si

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© Angelo Carconi/ANSA

IN VIAGGIO CON

Milena Vukotic e Simone Di Pasquale nel programma di Rai1 Ballando con le Stelle

preoccupi. Piuttosto, tenga presente che quella signora con l’abito nero è la regina di Spagna». A proposito di differenza tra classi sociali, la tua Pina Fantozzi, amatissima dagli italiani, ne è stata un’icona. Sono molto grata a quel personaggio, mi ha portato molto affetto da parte della gente. Paolo Villaggio ha inventato figure universali portate al paradosso, a una deformazione dell’essere umano che sarà sempre così, configurate secondo le epoche e le espressioni di chi le interpreta, o interpreterà, anche in altri modi e altri ambienti. Credo che tutti si possano ritrovare nell’uomo cui accadono tutte le disgrazie o nella donna che, nonostante tutto, gli sta accanto. Perché tra loro c’è qualcosa di inscindibile, con una figlia vittima e complice di quel personaggio che, in realtà, ne rappresenta molti. Credo che la grandezza di Villaggio scrittore sia quella di aver disegnato un essere umano con tutte le sue contraddizioni, configurato come un clown che scava nelle profondità umane. Se tornassi bambina, quale sarebbe 44

il profumo della tua infanzia? Qualcosa di dolce, visto che sono molto golosa. Direi l’odore del caramello sopra il crème caramel. Una delle coccole di mia mamma. Per me, la più piccola dei quattro figli, lei

è stata la base del mio amore per tutto, per la vita. È ora di raggiungere il binario per la partenza, Milena Vukotic si alza aggraziata e si muove a passi misurati.

Milena Vukotic e Andrea Radic alla stazione di Roma Termini


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MUSICA

UNA DIVA PER LA RINASCITA SI INTITOLA REBIRTH IL NUOVO ALBUM DELLA SOPRANO SONYA YONCHEVA. MELODIE PURE PROVENIENTI DAL ’600, CON UN’INCURSIONE NEL POP DEGLI ABBA di Bruno Ployer

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onya Yoncheva sa essere una soprano scintillante, calda, intima, nobile, vitale. Insomma, ha una tavolozza espressiva ricchissima, anche nella presenza scenica. Una diva della lirica, acclamata nei più gloriosi teatri del mondo. È nata in Bulgaria, ma il suo italiano è fiorente di parole ben scelte e ben pronunciate. Il suo nuovo album, disponibile dal 12 marzo, ha in sé un messaggio fatto di melodie pure, provenienti dal ’600 ma capaci ancora di commuovere. Tra gli autori c'è anche la compositrice più nota del barocco italiano: Barbara Strozzi. Si intitola Rebirth, una rinascita che potrebbe diventare Rinascimento. «Il titolo di questo album è molto ispirato ai tempi che stiamo vivendo», ci dice la signora Yoncheva, «infatti i momenti della storia della musica che abbiamo scelto sono tutti di rinascita. Per esempio, ci sono diverse composizioni di Claudio Monteverdi, che ha cambiato il modo di scrivere, interpretare, cantare. A lui dobbiamo l’invenzione del genere stesso dell’Opera. Stiamo aspettando un Rinascimento non solo umano, ma anche culturale». Cosa può fare la musica per il pubblico? Può cambiare il punto di vista delle persone. Dà sensazioni spesso inspiegabili con le parole, ma che possono modificare la nostra mente, il temperamento e la conoscenza di noi stessi. Credo che la musica sia anche un’eredità. Abbiamo la responsabilità di prenderci cura della nostra storia.

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E cosa può fare il pubblico per la musica, soprattutto in questo periodo? Noi artisti ce ne rendiamo conto adesso, perché abbiamo perso il contatto con gli spettatori: in questi mesi abbiamo cantato in sale completamente vuote e ci mancano più che mai. Il pubblico fa parte della nostra arte, soprattutto dell’Opera, che ha bisogno dello spettacolo dal vivo. In questi mesi abbiamo visto tanta musica in streaming. Lei cosa ne pensa? Certamente non è la stessa cosa, ma serve per sviluppare un contatto con la generazione futura. Ai giorni nostri lo streaming è una parte importantissima della comunicazione, non solo per i giovani. Però non è sufficiente. Le produzioni sul palcoscenico non possono fare a meno dello spettacolo dal vivo, della reazione del pubblico in un momento speciale. Essere diva la diverte o l’annoia? Mi diverte, ma a me piace l’idea di una diva ancora più femminile, umana. Non da vedere da una distanza enorme, come succedeva in passato. Dunque è una diva con i piedi per terra? Esatto. Credo che oggi la società chieda a noi donne di essere sempre le numero uno: come mamme, a casa, e come dive, attrici, musiciste o diplomatiche, sul lavoro. Dobbiamo essere migliori in tutto. In Rebirth tra tanto ’600 spunta anche il ’900 e proviene dal pop: è Like an angel passing through my room degli Abba, un gruppo degli anni ’70 e ’80. Se invece dovesse scegliere


© Alexander Thompson

per un prossimo album un brano di oggi, a cosa penserebbe? A me piacciono molte canzoni, ma non proprio di adesso. Oggi le armonie non sono proprio il massimo e soprattutto le melodie risultano molto facili. Sono semplici da memorizzare e direi anche ordinarie, perché il cervello non deve fare troppo lavoro per comprenderle. Dunque, per quanto riguarda le musiche di oggi non saprei, ma posso citare un brano di una trentina di anni fa: Love of my life dei Queen. Questo sì, mi potrebbe piacere cantarlo. Per quanto riguarda il pezzo degli Abba che abbiamo scelto per l’album, è il ponte tra il modo di scrivere ai tempi di Monteverdi e quello più vicino ai nostri. Mi piace sottolineare quando la musica è senza epoca: quella canzone avrebbe potuto essere scritta anche cinque secoli fa. sonyayoncheva.com sonyayonchevaofficial sonyayoncheva sonyayoncheva

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© G. Lombardo/AdobeStock

TRAVEL

Duomo di Catania

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STORIE DI

SICILIA A MARZO UN FESTIVAL AL FEMMINILE RIPERCORRE LA VITA DI ATTRICI, CANTANTI E MUSICISTE CHE HANNO RESO GRANDE L’ISOLA. PER UN VIAGGIO REALE E IMMAGINARIO TRA TERRITORIO E CULTURA di Elisabetta Reale

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n insolito e affascinante itinerario al femminile, per raccontare storie, scoprire luoghi e tracciare una mappa reale e ideale della Sicilia, seguendo le trac-

ce di attrici, cantanti, danzatrici che da quest’isola hanno spiccato il volo, animate dalla passione per l’arte. La Sicilia delle donne, a partire dall’8 marzo, offre un mese di appuntamen-

ti virtuali con la creatività declinata al femminile. L’iniziativa, che unisce cultura e territorio, è promossa e ideata da Fulvia Toscano, direttrice artistica di NaxosLegge, festival delle narra49


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© Diletta Salafia

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zioni, della lettura e del libro, e da Marinella Fiume, curatrice del dizionario biografico Siciliane. Il testo, pubblicato nel 2006, contiene 333 profili femminili che hanno fatto la storia dell’isola, dal Medioevo ai nostri giorni, ma sono state ignorate o dimenticate dalla cultura ufficiale. Per la prima edizione dell’evento, Toscano e Fiume hanno scelto come filo conduttore le donne in scena. Un modo per scovare e raccontare le tante artiste siciliane che hanno calcato i palcoscenici come musiciste, cantanti, attrici, scenografe, costumiste e ballerine. IN VIAGGIO FRA CULTURA E TURISMO «Vogliamo costruire un percorso alla scoperta di un territorio da valorizzare attraverso la forza e il coraggio di protagoniste che, in tempi e modi

© photogolfer/AdobeStock

Piazza del Duomo, Acireale (CT)

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diversi, hanno fatto sentire la propria voce, alta e fiera». Storie da ricordare e condividere per un itinerario affascinante, all’insegna della cultura e del movimento. L’immagine simbolo della manifestazione, realizzata da Enrico Russo, è infatti una piccola imbarcazione – a forma triangolare come la Sicilia – guidata da una donna che navigando si fa largo nel mare azzurro. Emblema di un nuovo viaggio da intraprendere, anche controcorrente se necessario, per fare poi ritorno a casa. L’invito è aperto a chiunque voglia scoprire il territorio. Il progetto mira infatti a disegnare una mappa reale e ideale dell’isola, anche in funzione della creazione del primo Itinerario delle strade del genio femminile di Sicilia, che diventerà un’offerta turistica appetibile e diversificata.

SENTIERI AL FEMMINILE Da Palermo a Messina, passando per Catania, Caltanissetta, Enna e Ragusa, grandi centri e piccoli borghi sono i protagonisti di questo viaggio nell’“altra metà” dell’isola. Luoghi che hanno dato i natali ad artiste di fascino e talento, o che le hanno accolte durante periodi brevi o lunghi della loro carriera. A Castroreale (ME), il 10 gennaio 1890, è nata l’attrice Pina Menichelli, una delle prime dive del cinema muto. Minuta, algida, occhi chiari e sguardo ammaliante, ha una storia che pochi conoscono. «È una delle icone di questa edizione», raccontano le organizzatrici, «perché fu scelta da Luigi Pirandello come protagonista della trasposizione cinematografica del suo romanzo Si gira..., titolo divenuto poi Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Una bellezza particolare e fuori dagli schemi, perfetta per il ruolo della protagonista Varia Nestoroff. Tanto che Pirandello ignorava le origini siciliane dell’attrice, credendo fosse russa o del Nord Europa». Tra le donne simbolo di questo viaggio ci sono anche la prima pianista e cantante jazz italiana, la catanese Dora Musumeci, nata nel 1934 e da molti considerata la regina dello swing, corteggiata a Broadway ma poi caduta nell’oblio, e la prima cantautrice italiana Rosa Balistreri, nata a Licata (AG), che nei suoi brani portava


© Matthew Williams-Ellis/GettyImages

Teatro comunale di Noto (SR), dedicato all'attrice Tina Di Lorenzo

amore. Con il marito Angelo Di Dio ha diretto una compagnia di giro rimasta attiva fino alla prima metà del ‘900: a loro è dedicato il teatro di Calascibetta, in provincia di Enna. AGORÀ VIRTUALI L’8 marzo è prevista la presentazione di tutti gli eventi, in programma dal 9 al 31 in streaming o in presenza, a seconda dell’evolversi della situazione sanitaria. Gli appuntamenti si possono seguire sulla pagina facebook della manifestazione, già animata da numerosi contributi di donne e uomini che apprezzano il progetto. Sarà un festival diffuso nei territori Cattedrale di Palermo

© Kavalenkava/AdobeStock

avanti la voce del popolo. È nata nel 1880 a Catania Rosina Anselmi, artista ricca di espressione e spalla validissima di Angelo Musco, al fianco del quale emerse con le sue doti e la sua arte. Mentre Ida Carrara, di Bonorva in provincia di Sassari, è tra le interpreti di maggior rilievo del teatro italiano e della scuola catanese: con il marito Turi Ferro – di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita – diede vita a interpretazioni memorabili. Il festival dà spazio anche alla riscoperta dei luoghi dove è vissuta un’artista fuori dagli schemi, sempre capace di sperimentare e stupire mescolando generi differenti, dal pop alla lirica, dal blues all’elettronica fino al jazz: Giuni Russo, cresciuta nel quartiere di Borgo Vecchio a Palermo. Originaria di Alcara Li Fusi (ME) è invece Jole Di Maria, cantante lirica dalla voce potente e particolare che si è esibita nei teatri più prestigiosi. Mentre è di Acireale Daniela Rocca, che ha vestito i panni della baronessa Rosalia Cefalù, moglie di Don Fefè, interpretato da Marcello Mastroianni, nel film Divorzio all’italiana di Pietro Germi, con cui ha avuto anche una turbolenta relazione. E, ancora, tra le altre protagoniste di questo viaggio ci sono Tina Di Lorenzo, attrice teatrale vissuta a cavallo fra ‘800 e ‘900 a cui è stato intitolato nel 2011 il teatro comunale di Noto (SR), ed Elisa Contoli, erede di una famiglia di notabili bolognesi e in Sicilia per

dove le artiste sono nate e vissute o dove hanno esplicato il loro straordinario talento. Una grande novità riguarda le modalità di partecipazione e il coinvolgimento di istituzioni, comuni, scuole, enti, fondazioni, associazioni o singoli studiosi e appassionati di questi luoghi, chiamati a prendere parte agli eventi e a diffonderli attraverso i canali social. Una partecipazione dal basso estesa in quasi tutte le province dell’isola. Così i territori potranno raccontarsi attraverso le persone, per creare un nuovo modo di leggere la Sicilia, dando vita una vera e propria mappatura regionale che sarà implementata nel tempo, per continuare a tramandare l’opera di queste donne. «Solo grazie alle loro voci e alle loro storie sarà possibile ricostruire antichi sentieri e renderli nuovamente attraversabili. Viaggiare in Sicilia sulle tracce delle donne attraverso una geografia reale e al tempo stesso immaginaria», concludono Toscano e Fiume. «Desideriamo seguire le orme che queste donne hanno percorso e dare risalto a figure oscurate da una storiografia spesso troppo maschilista. Speriamo così di lasciare un segno del loro passaggio, magari cercando anche di far intitolare una piazza o una strada a queste protagoniste spesso dimenticate». SiciliadelleDonne

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TRAVEL

UN PARADISO NEL

VERDE

INCASTONATA NELL’ARCO ALPINO, LA VAL DI SOLE OFFRE UNA NATURA INTATTA DA SCOPRIRE IN OGNI STAGIONE. TRA SPORT ADRENALINICI E DEGUSTAZIONI NELLE MALGHE di Valentina Lo Surdo valentina.losurdo.3 ValuLoSurdo ilmondodiabha ilmondodiabha.it

Lago Pian Palù, Peio (TN) nel Parco nazionale dello Stelvio

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Matteotti, deputato socialista assassinato da sicari fascisti nel 1924, il senatore Bruno Kessler, il filosofo e teologo medievale Jacopo Aconcio, l’ufficiale garibaldino Ergisto Bezzi e persino l’astronauta Samantha Cristoforetti, la cui famiglia è originaria di Malè, capoluogo e cuore pulsante della valle. Non meno importante da registrare è la presenza di artisti, ispirati dalla forza rassicurante delle montagne e dalla pace di un silenzio senza tempo, come i pittori Bartolomeo Bezzi, Domenico e Francesco Guardi, Paolo Vallorz e, arrivando ai nostri giorni, due coppie di artisti che sono padre e figlio: i fabbri-scultori Luciano e Ivan Zanoni e i gli scultori-pittori Livio e Giorgio Conta. Questi ultimi, tra l’altro, sono stati legati da una lunga e profonda amicizia ad Arturo Benedetti Michelangeli, leggendario pianista considerato tra i maggiori interpreti di sempre, che dal 1966 trovò pace e serenità a Rabbi, meravigliosa vallata minore riparata all’ombra della maggiore Val di Sole, al punto che il maestro la considerò per 30 anni la sua piccola patria. E così, a buon titolo, con le sue conche laterali di Rabbi e di Peio, la Val di Sole

rappresenta uno dei luoghi del Trentino da scoprire in punta di piedi. Perché, malgrado l’ampia scelta di proposte adatte a tutte le stagioni, fra trekking e nordic walking, mountain bike ed equitazione, rafting, canoa, kayak, canyoning e hydrospeed, la zona resta comunque caratterizzata dalla presenza di una natura integra, con più di un terzo del suo territorio costituito da area naturale protetta. Venire qui significa cercare una vacanza diversa, dove all’intrattenimento si preferisce il valore dell’esperienza. Sarà per via dello stretto contatto con incontaminati elementi della natura, come la particolare ricchezza di acque, tra quasi 100 laghi e sorgenti benefiche che alimentano i noti centri termali di Peio e Rabbi, ma di certo in questo territorio scorre un’energia particolare capace di portare con sé un sentore antico. La zona, infatti, abbonda di manifestazioni folkloristiche e culturali che esaltano i capolavori d’arte e l’artigianato tipico, oltre che di luoghi come il Museo della civiltà solandra, lo storico Molino Ruatti, i Forti e il Museo della guerra bianca di Vermiglio (per

© C. Diederick

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uminosa come il suo nome, la Val di Sole risplende di un colore che fa respirare gli occhi: è il verde in cui si immerge la vista, in un vasto sguardo che si allunga fino alle propaggini del Trentino nord-occidentale, raggiungendo le Maddalene, le Dolomiti di Brenta e, ancora più oltre, i gruppi alpini dell’Adamello-Presanella e dell’Ortles-Cevedale. La Val di Sole appare, così, incastonata nell’arco alpino e protetta a nord da uno tra i più selvaggi e antichi parchi nazionali, quello dello Stelvio, e a sud dall’area protetta dell’Adamello Brenta, una gemma non ancora depredata dal turismo di massa. Con oltre 20mila ettari consacrati esclusivamente alla salvaguardia della natura, sono appena 16mila le persone che abitano questa valle, distribuite nello spazio di 13 comuni lungo il percorso del fiume Noce. Passando in rassegna i cognomi tipici della zona meraviglierà constatare che tra i suoi abitanti, nel corso dei secoli, sono cresciuti numerosi personaggi di spicco, come il cardinale Cristoforo Migazzi, arcivescovo di Vienna per 46 anni, don Giacomo Bresadola, fondatore della micologia italiana, Giacomo

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© Tommaso Prugnola

TRAVEL

In mountain bike al Lago dei Caprioli (Pellizzano)

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parco di circa 300 bici, con un grande numero di elettriche. Per rientrare comodamente al proprio alloggio si può utilizzare anche il Dolomiti express, il caratteristico trenino locale bike friendly che si può prendere anche dalla stazione di Trento utilizzando la linea Trento-Malé-Mezzana. Durante la stagione invernale può diventare anche un’ottima alternativa per gli sciatori, perché consente di raggiungere le piste direttamente dalle stazioni: a Folgarida e Marilleva, in particolare, i nuovi impianti si integrano perfettamente con la ferrovia grazie a un innovativo sistema gomma-rotaia-fune che, in soli 12 minuti, dal centro della valle permette di giungere nel cuore della ski-area Madonna di Campi-

Una discesa di rafting sul fiume Noce, in Val di Sole

© Rafting Center Val di Sole

informazioni su aperture ed eventi si può consultare il sito visitvaldisole.it). Da non dimenticare la grande sorpresa offerta dalla piccola Monclassico: 900 abitanti scarsi a popolare una galleria d’arte a cielo aperto composta da 56 orologi solari collocati sulle facciate di edifici pubblici e abitazioni private, giardini e piazze, tali da rendere questo paesino la capitale mondiale delle meridiane. Imperdibile, poi, la degustazione delle specialità gastronomiche preparate come una volta, con un'attenzione particolare ai prodotti caseari: la qualità del latte trentino è nota in tutto il mondo e per questo merita una visita il Caseificio sociale Presanella di Mezzana, dove assaggiare il Trentingrana Dop o il Casolét, presidio Slow Food da degustare con un sorprendente Gewürztraminer della zona. Oppure, per un pasto completo, non si può rinunciare all’incontro con le tradizioni contadine mantenute vive all’Agriturismo Ruatti di Pracorno, dove ogni piatto servito è letteralmente a centimetro zero. Dopo la pausa gastronomica è ideale una passeggiata in bicicletta, magari provando la facile pista ciclabile che si sviluppa lungo il fiume Noce per circa 40 chilometri: il punto di riferimento principale per noleggiare i mezzi si chiama Promescaiol outdoor adventure life dei fratelli Ravelli, che a Mezzana e a Cogolo di Peio offrono un

glio-Val di Sole-Val Rendena. Per l’estate 2021, in vista del rilancio turistico, è stata progettata un’importante novità: la Val di Sole Guest Card, valida dal 5 giugno al 26 settembre, che a soli due euro al giorno offre la possibilità di muoversi gratuitamente in treno o in pullman, anche con bici al seguito, di utilizzare gli impianti di risalita fino a tremila metri con la funivia Peio 3000 e la nuova telecabina Presena, ma anche di ricevere sconti per visitare musei e castelli, accedere ai centri termali e acquistare prodotti enogastronomici. Punto fondamentale per l’ospitalità della Val di Sole è rappresentato dallo Sporthotel Rosatti a Dimaro: gestito da Riccardo, dal padre Tito e da una grintosissima squadra, rappresenta un esempio eccellenza e di caparbietà, ed è aperto 365 giorni l’anno anche in tempi di Covid-19. Ma la Val di Sole non è solo placida contemplazione: la funivia Daolasa di Commezzadura accompagna gli appassionati del brivido ai Campionati del mondo di mountain bike UCI, in programma dal 25 al 29 agosto, dove i migliori rider internazionali si sfideranno sulla temutissima pista di downhill Black Snake e sul tecnicissimo circuito di cross country. La manifestazione è il fiore all’occhiello del progetto Val di Sole BikeLand, un autentico paradiso per gli amanti delle due ruote che comprende due Bike Park (Val di Sole e Ponte di Legno-Tonale) e mette insieme il mondo gravity, la dimensione mountain bike con oltre 20 itinerari che superano complessivamente i


© I.Menapace

Il Sentiero dei fiori, Passo del Tonale

Famosa, soprattutto nei mesi più caldi, è l’attrattiva locale del ponte tibetano sospeso a 57 metri di altezza, da cui ammirare la cascata del Ragaiolo. Ma le altezze più affascinanti nella nascosta Val di Rabbi sono quelle delle antiche malghe, dove gustare ottime specialità: le caratteristiche Malga Stablasolo e Malga Fratte, raggiungibili solo con le proprie gambe, offrono anche la divertente opportunità di ritornare a valle con le eterne slitte di legno. Chi vuole concedersi un’ascesa da sogno fino al Monte Sole (2.350 metri di quota), invece, potrà apprezzare la cucina locale offerta alla Malga Monte Sole Alta. Per pranzare in questo idillio, si può prenotare anche un’appagante gita di sci alpinismo con le guide della Val di Sole: la Val di Rabbi, infatti, rappresenta un autentico paradiso per quest’antica pratica, grazie a uno scenario fatto di piccoli insediamenti umani tra i boschi di larici e abeti, non snaturato da nessun tipo di impianto di risalita.

Un’altra esperienza da provare in quest’annata davvero difficile per il turismo invernale, visto il fermo totale per lo sci da discesa in tutta Italia che solo qui conta ben 270 chilometri di piste - è lo sci di fondo. In località Plan c’è addirittura un percorso entusiasmante dal punto di vista naturalistico e tecnico che permette di sciare sotto le stelle grazie a una suggestiva illuminazione serale. A poca distanza, inoltre, una nuova parete artificiale di ghiaccio consente di sperimentare un’adrenalinica arrampicata in tutta sicurezza, sempre sotto lo sguardo attento delle guide. E per una notte da sogno nel bosco vale la pena prenotare un posto nell’antico maso ErbaMaga di Chiara Dallago, adibito a B&B. Raggiungibile solo a piedi (la strada più vicina è a 200 metri di distanza), da Chiara si possono degustare anche prodotti realizzati con le sue erbe coltivate, che rendono indimenticabili tisane e colazioni. visitvaldisole.it

Trekking in Val di Peio, località Campo di Comasine

© G. Bernardi

300 chilometri, i percorsi Easy dedicati ai più piccoli e a chi vuole migliorare le tecniche di guida, il Road per chi ama le scalate del ciclismo su strada e vuole cimentarsi sulle due grandi salite del Passo Tonale e di Peio. Per i turisti che invece sono alla ricerca di maggiore tranquillità, Peio rimane uno dei centri termali più noti della zona e una meta dove perdersi tra panorami mozzafiato e scoprire gli animali selvatici dell’area faunistica. Come già detto, anche Rabbi è una località termale, ma la sua valle, immersa nel Parco nazionale dello Stelvio e caratterizzata dall’impetuoso torrente Rabbies, porta a vivere le emozioni della Val di Sole al suo estremo, proponendo una montagna davvero alternativa. La tranquillità che la sua incontaminata natura sa regalare, d’estate e d’inverno, ben si presta a lunghe escursioni con le ciaspole o a passeggiate nei boschi, entrambe ottimamente indicate da apposita segnaletica.

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L’ISOLA CHE NON I S O L A FONDALI CRISTALLINI, BORGHI COLORATI, RITI SECOLARI. E UNA VISIONE POETICA CAPACE DI ESTENDERSI A TUTTO IL PAESE. È PROCIDA LA CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA 2022 testi e foto di Carlos Solito Carlos Solito carlossolito

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n’isola di pochi chilometri quadrati, appena quattro per l’appunto, è un luogo dove non si arriva per caso. Piuttosto è una meta che, estate a parte, è decisamente inedita rispetto all’Italia dei luoghi famosi, cosiddetti centrali, annunciati continuamente da claim turistici. Un’isola di pochi chilometri quadrati è un posto dove si decide di andare, arrivare, restare, osservare, riempirsi di lentezza e semplicità. Prima ancora che il Covid-19 paralizzasse e rallentasse il mondo, un appassionato gruppo di sognatori e professionisti iniziavano a mettere

insieme gli ingredienti per una nuova ricetta culturale. Fondali cristallini, natura vulcanica, architetture marinare, pittoreschi borghi colorati, riti secolari, palazzi rinascimentali, letteratura, cinema e poesia. A distanza di un anno, lo scorso 18 gennaio, la commissione del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo (MiBACT), dopo aver esaminato i dossier di dieci candidature finaliste, ha premiato come Capitale italiana della Cultura 2022 quella che potremmo definire “la pietanza mediterranea”: Procida. Nome del piatto, ovvero del tema

del dossier: la cultura non isola. Ai fornelli, assieme alla cittadinanza e al sindaco Dino Ambrosino, il deus ex machina Agostino Riitano, direttore della candidatura e manager culturale già noto per le virtuose vicende di Matera Capitale europea della cultura 2019, che dichiara: «Si tratta di una vittoria epocale perché la commissione ha compreso che il progetto di Procida incorpora un cambio del paradigma della cultura nel nostro Paese, non solo grandi città d’arte ma anche e soprattutto lo straordinario patrimonio culturale diffuso nei piccoli centri.

Il pittoresco borgo della Corricella a Procida. Sullo sfondo il monte Epomeo dell’isola di Ischia

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Siamo convinti che il concetto di “minore” contenga il senso della profezia. La nostra vittoria incarna la rotta del cambiamento delle politiche culturali del Paese». È la prima volta, da quando è stata varata la competizione nel 2014, che si candida e vince un’isola che esprime – nelle sue intime latitudini geografiche, storiche, umane – un inedito marchio di fabbrica per il concetto di cultura le cui risorse, altrettanto preziose, nobili e silenti, impreziosiscono un luogo ai margini, minerale, buono. Una vera e propria rivincita per le piccole isole d’Italia e del Mediterraneo tutto. La motivazione della giuria al progetto Procida auspica quel senso di rinascita fuori dallo steccato dell’isolamento da pandemia: «È capace di trasmettere un messaggio poetico, una visione della cultura che dalla piccola realtà dell'isola si estende come un augurio per tutti noi, per il Paese, nei mesi che ci attendono». POESIA DEL MEDITERRANEO Dai Campi Flegrei, capaci di lasciare senza parole i primi coloni greci, i quali credettero di essere approdati nei luoghi della mitica battaglia tra gli dèi e i Giganti che vollero scalare l’Olimpo, tra alitate di zolfo attraverso crateri, baie, laghi, falesie a picco, si Un pescatore alla Corricella

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Particolare di un gozzo alla Marina Grande


Uno scorcio colorato di via Roma

giunge a Capo Miseno. È proprio da questo promontorio, allungato nel Tirreno come un dito a indicare la meta, che si scorge uno dei panorami più belli su Procida. Approdare sull’isola vuol dire rallentare, fare piano, ascoltare. A partire dalle rocce tornite e striate dal mare con “estro geologico”: tra ampie spiagge e insenature sabbiose, i faraglioni di Ciraccio e Ciracciello sono le sculture che più rendono l’idea. A nord-ovest la mezzaluna dell’isolotto di Vivara racconta inequivocabilmente l’origine dell’isola messa su a suon di eruzioni da ben sette crateri, di cui oggi rimangono residui qua e là. Quello di Vivara è sicuramente il più

Tra i ristoranti della Corricella

Ag o s t

in o Riit an o

intatto assieme a una natura di lecci, roverelle e macchia popolata, durante i periodi delle migrazioni, da diverse specie di uccelli. Chi cerca la Procida più famosa, quella da romanzo, dovrà mettere in conto colori e mille culture. Quelli pastello dei borghi di Marina Grande, Chiaiolella, Terra Murata e Corricella. I luoghi sublimati da

Alphonse de Lamartine nel romanzo Graziella, da Elsa Morante nel capolavoro L’isola di Arturo e da Massimo Troisi nel suo ultimo film Il postino. Un intrico di archi, scalinate e vicoli che, in un presepe di volumi, salgono ripidamente dalle banchine affollate di gozzi colorati e pescatori all’opera tra nasse, reti e carte napoletane. 59


TRAVEL

Il pittoresco borgo della Corricella

IL TOUR DEI COLORI Con 44 progetti culturali, 330 giorni di programmazione, 240 artisti e 40 opere originali, nel corso del 2022 l’isola avrà davvero un calendario di eventi senza precedenti per la propria storia. Ogni iniziativa sarà il pretesto per scoprirla, cominciando dallo scenario da cartolina della Marina Grande, meglio nota agli isolani col nome di Sent’Co (da Santo Cattolico). Qui si affacciano bar e ristorantini tipici che propongono il meglio della cucina procidana a base di polpo in umido, spaghetti con 60

alici o ricci, verdure di campo, pesci di nassa o di lenza, fritture di paranza e la storica insalata di limoni con aglio, olio d’oliva, sale, menta e peperoncino. A un soffio dall’attracco di traghetti e aliscafi turistici, merita una sosta anche la chiesa di Santa Maria della Pietà e San Giovanni Battista, risalente alla prima metà del ‘600. Con un ampio sagrato, tra i simboli della tradizione marinara, custodisce al suo interno, soprattutto sull’altare maggiore, una serie di ex voto che raccontano la

grande devozione dei procidani. Per rendersi davvero conto di quanto i pescatori, nel corso dei secoli, abbiano dipinto quest’isola ispirandosi al mare e ai suoi fondali occorre visitare il borgo più antico. Qui il tempo non ha alcun senso e ogni colpo d’occhio è carico di quel magnetismo mediterraneo capace di stregare persino Apple e Microsoft che, qualche anno fa, lanciarono i propri smartphone e tablet utilizzando nelle campagne pubblicitarie scorci fotografici della Corricella. Raggiungibile con una passeggiata


I due scogli di Ciaccio e Ciracciello sul versante occidentale dell’isola

di appena un chilometro, si visita al meglio perdendosi nell’intreccio policromo di case, archi, finestre, vicoli e gradinate che sfiorano cupole. Alcune possenti come quella della chiesa barocca a croce greca di Santa Maria delle Grazie – sorta nel 1679 – con cinque altari, stucchi floreali, dipinti del ‘700 di scuola napoletana, arredamenti lignei intarsiati. Affacciata sull’antica piazza di Santa Maria, detta di Semmarezio, offre uno dei panorami migliori dell’intero Tirreno meridionale sulla Corricella e Terra Murata. Oltre al monastero di Santa Margherita, del XVI secolo, la vera attrattiva del borgo è il cinquecentesco Palazzo D’Avalos. Domina quest’angolo dell’isola con un complesso architettonico imponente costituito dalla residenza della famiglia D’Avalos (che ha governato l’isola fino al ‘700), la Caserma delle guardie, il Cortile, gli edifici dei Veterani e delle Celle singole, la Medicheria, la Casa del direttore e il grande orto agricolo della Spianata. A picco sul mare, sarà tra gli otto spazi che verranno rigenerati per accogliere la Capitale italiana della cultura 2022. procida2022.com

Un angolo di Palazzo d’Avalos che domina la cittadella medievale di Terra Murata

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A TAVOLA

I FIORI NEL PIATTO DALLE VIOLE ALLE BEGONIE, SONO DIVERSE LE VARIETÀ UTILIZZATE IN CUCINA. E RAPPRESENTANO UNA NOVITÀ GASTRONOMICA SEMPRE PIÙ DIFFUSA A SANREMO E NEL PONENTE LIGURE di Claudio Porchia - a cura di vdgmagazine.it Foto Edizioni Zem Vallecrosia

Pasta con fiori di begonia dello chef Cinzia Chiappori, Osteria del Tempo Stretto di Albenga (SV)

È

conosciuta in ogni parte del mondo per il Festival della canzone italiana, ma anche per i suoi fiori. Grazie a questi gioielli, esportati in tutte le parti del mondo, e ai giardini lussureggianti con aiuole dai mille colori e piante tropicali, Sanremo (IM) si è conquistata il titolo di Città dei fiori. Al patrimonio verde della città si è aggiunta anche la pista ciclabile che corre sul mare in mezzo a una fiorita macchia mediterranea (descritta nel travel book di Trenitalia Ciclovie, sui 20 percorsi per due ruote da raggiungere in treno). Il tracciato 62

dell’ex ferrovia Genova-Ventimiglia è stato infatti riconvertito in un percorso asfaltato con gallerie dotate di illuminazione, dove accanto alle corsie dedicate alle biciclette c’è quella riservata ai pedoni. Con il suo cielo, che regala un blu senza uguali, e con il suo sole, che illumina tanto il mare quanto le montagne, la pista regala forti emozioni in tutte le stagioni e attrae ogni anno migliaia di turisti. Non si rivolge solo ai biker ma anche a chi ama passeggiare, offrendo l’opportunità di camminare immersi in un interessante giardino botanico. E

la primavera è sicuramente uno dei momenti migliori per scoprirne le incantevoli bellezze. Nonostante la coltivazione di nuove varietà, come il ranuncolo, la produzione floreale negli ultimi anni si è ridotta e le aziende floricole di Sanremo e del Ponente ligure vivono una crisi profonda. Per favorire una riconversione della produzione, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea) di Sanremo, nell’ambito del programma europeo Interreg Alcotra Antea, ha promosso il progetto Antea, per sviluppare una filiera del


fiore destinata al consumo alimentare. I risultati dell’iniziativa cominciano a dare i primi frutti e aumentano le aziende che si dedicano alla produzione dei fiori eduli. Per utilizzarli in cucina, però, occorre conoscerli bene, così tutti i lavori del progetto sono stati racchiusi nel piccolo volume I fiori dalla terra al piatto, che rappresenta anche un viaggio sensoriale tra sapori, aromi e colori di questi preziosi prodotti della natura. La cucina con i fiori è oggi la vera novità gastronomica della ristorazione del Ponente ligure, non una moda passeggera e neppure una prerogativa dei ristoranti più esclusivi, ma una realtà che ha radici profonde. Sembra l’ultima frontiera della sperimentazione gourmet, ma in realtà è il ritorno a una consuetudine già presente nella tradizione contadina. I fiori sono sempre stati usati a tavola e diventano ora preziosi alleati di una cucina per intenditori, dove si ricerca una perfetta armonia tra natura e ambiente. La sfida per gli chef consiste nell’utilizzarli non come semplice abbellimento bensì come ingrediente principale. Ma per questo ci vuole studio ed esperienza. Si può dare un tocco speziato e piccante ai piatti usando, per esempio, i fiori del nasturzio (Tropaeolum majus), che si adattano bene ai risotti e alle zuppe ma possono essere utilizzati anche nelle insala-

Risotto con fiori di campo dello chef Giancarlo Borgo, Le macine del confluente , Badalucco (IM)

te. Se vogliamo ottenere un gusto leggermente speziato la Calendula officinalis è la più adatta e col suo sapore leggermente amaro si abbina bene con la carne. Per un gusto più forte ecco i tageti, che hanno un aroma simile al curry e ai chiodi di garofano. Si ottengono sfumature dolci e delicate, invece, con la viola cornuta, che è anche molto decorativa e ottima per i dessert. Se si vuole aggiungere un aroma di frutta

ai piatti arriva in soccorso la Salvia elegans, dal gusto simile all’ananas, o la Salvia dorisiana, dal profumo di pesca. Per conferire alle preparazioni un gusto acidulo al primo posto c’è sicuramente la Begonia semperflorens, con germogli croccanti, aciduli e agrumati. Attenzione, però: non tutti i fiori sono commestibili. Prima di metterli in pentola bisogna ricordarsi alcune regole base, come evitare di usare

Ristorante Le macine del confluente, Badalucco (IM)

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A TAVOLA

Silvia e Marco dell’azienda Ravera Bio, Albenga (SV)

quelli provenienti da vivai e fiorai e quelli raccolti in città, vicino alle strade o in luoghi inquinati. Solo i fiori coltivati biologicamente possono essere portati in tavola e per questo le aziende devono produrli nel pieno rispetto dell’ambiente e della sicurezza alimentare. Nella Piana di Albenga (SV), dove le piante aromatiche hanno trovato un habitat ideale, opera l’azienda di Silvia e Marco Ravera, agricoltori da generazioni. Grazie all’utilizzo di sostanze attente all’ambiente, mettono in commercio fiori eduli certificati bio. Petali, foglie e steli sono disponibili in tutte le stagioni dell’anno per essere utilizzati in cucina. Oltre alla produzione e alla vendita, con grande passione e impegno Silvia ha dato vita anche a una collaborazione con chef e pasticceri per creare nuovi e squisiti piatti. Chi vuole provare fiori strani e affascinanti, che in tavola diventano protagonisti di preparazioni curiose, può scegliere tra diversi indirizzi sicuri. A Castelbianco (SV), in Val Pennavaire, un’oasi di verde e tranquillità, il Ristorante da Gin propone una cucina con menù stagionali accompagnati da un olio ricavato con fati64

ca dalle ripide terrazze, che separano il locale dalla frazione Colletta, inserita fra i Borghi più belli d’Italia. Curiosamente, la cuoca porta il nome di un fiore: nomen omen (un nome, un destino) avrebbero detto i latini. Rosa d’Agostino è una chef creativa, che utilizza petali e corolle con grande competenza: fantastica la sua maionese alle viole e impareggiabili gli gnocchi con il pesto al nasturzio. Gode di una crescente popolarità acquisita grazie alla partecipazione al festival Cucina con in Fiori che si è svolto nel marzo 2020 a Villa Ormond, a Sanremo. La pista ciclabile che passa per Sanremo

A questa manifestazione ha partecipato anche la chef Cinzia Chiappori dell’Osteria del tempo stretto di Albenga (SV), un altro luogo sicuro per gustare piatti speciali. Intrecciando preparazioni della tradizione ligure con prodotti di grande eccellenza e i fiori della vicina azienda Ravera Bio, dalla cucina escono piatti sfiziosi come il Tonno di coniglio con petali di pratoline e primule. Le macine del confluente di Badalucco (IM) sono un altro indirizzo per chi vuole concedersi un momento di relax abbinato a un’ottima cucina con fiori. La titolare, Tiziana Oliva, ha una particolare passione per questi ingredienti, che sono protagonisti di specialità uniche come il Fiore nel piatto, un fiore di zucca ripieno di petali, o il Prato fiorito, un risotto con fiori di campo. Qui è possibile anche soggiornare in romantiche camere dotate di caminetto. A queste pietanze particolari va abbinato un vino dall’espressione femminile che crea un’armonia perfetta con gli odori e i sapori proposti: il Vermentino Treçoli Riviera Ligure di Ponente dell’Azienda agricola Lombardi. Un bianco di grande sapidità che, grazie alle persistenti note erbacee e floreali, ci riporta alle calle, alle ginestre e alle piante aromatiche. Ogni giorno Sanremo è come un menù nuovo da scoprire e assaporare. sanremoliveandlove.it pistaciclabile.com interregantea.eu piantearomatichebiologiche.it


MISE EN PLACE SU MISURA RICERCATEZZA E PERSONALIZZAZIONE. QUESTI I PUNTI DI FORZA DEL PROGETTO MB MAISON, CHE OFFRE SOLUZIONI TESSILI PER UNA TAVOLA IMPECCABILE © verdimiele

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re 20, un pc acceso e una videochiamata in arrivo. La pandemia ha sdoganato pranzi e cene virtuali, che ormai sono diventati una consuetudine sociale. Una novità che ha trasformato anche il design della tavola. Stare in casa più a lungo rispetto al passato porta infatti a cercare soluzioni per renderle esteticamente più piacevoli e confortevoli. D’altronde i momenti conviviali, anche se via web, restano una parentesi di benessere e svago nella giornata. E l’attenzione va tutta sulla mise en place, che deve essere impeccabile per poter essere fotografata e pubblicata sui social. In quest’ottica, grande importanza va alla tovaglia, con tessuti ricercati e un tocco personale che possa regalare un guizzo in più alla presentazione dei propri manicaretti. Tra i nuovi brand del tessile made in Italy, MB Maison si distingue per il progetto artigianale e i prodotti unici. Le linee conduttrici di tutta la collezione, infatti, hanno un gusto raffinato ed essenziale e sono create su misura. Ciascun elemento viene realizzato in base alle esigenze del singolo cliente e la personalizzazione consente di offrire un manufatto esclusivo nelle misure, nelle combinazioni, nei colori e nei ricami. In più, vengono utilizzati materiali pregiati

Un set MB Maison

come il lino resinato antimacchia: un tessuto adatto sia ad ambienti interni che esterni, capace di unire l’eleganza del lino alla praticità della sua resistenza. La linea MB Maison comprende tovaglie su misura, tovagliette all’americana, corsie, tovaglioli, sottopiatti e altri componenti per la

tavola. Su ogni pezzo è possibile inserire il ricamo delle proprie iniziali o un disegno particolare così che anche la tavola rispecchi perfettamente la personalità dei padroni di casa. C.M. mbmaison.com mbmaison.official mbmaison.official 65


GENIUS LOCI

LA PICCOLA CAPITALE DELLO STILE di Peppone Calabrese PepponeCalabrese [Conduttore Rai1, oste e gastronomo]

San Martino in Rio (RE)

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A SAN MARTINO IN RIO, VICINO A REGGIO EMILIA, PER SCOPRIRE LA MAGICA STORIA DELLA MODATECA DEANNA, CENTRO DI DOCUMENTAZIONE APERTO AGLI STILISTI DI TUTTO IL MONDO © Stefania Iemmi

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ono un grande appassionato di musica italiana e quando viaggio cerco sempre di soddisfare le mie curiosità. Per una puntata di Linea Verde mi affidano il

© ginettigino/AdobeStock

In questa pagina e nelle successive, gli archivi della Modateca Deanna

racconto dell’aceto balsamico in zona Carpi, nel Modenese. Mi ritrovo vicino a Correggio (RE) e mi metto sulle tracce di Ligabue e in particolare di Mario che «dà un colpo di straccio al banco del bar». Per entrare nel Bar Mario, però, bisogna fare circa sei chilometri, tutta pianura. Basterebbe una bicicletta normale ma ne affitto una a pedalata assistita. Monto in sella ma è troppo alta per me, devo regolare l’altezza del sellino. Sbrigate le pratiche tecniche mi avvio alla volta di San Martino in Rio (RE). La pianura ha il suo fascino che si perde nella notte dei tempi, per la sua secolare vocazione alla programmazione agricola. Mi colpisce il mutare delle nuance del verde negli steli delle piantagioni e la morbidezza con la quale si lasciano accarezzare da un impercettibile alito di vento: sembra che danzino. Mi fermo, mi tuffo tra quelle che immagino siano onde, cammino per cento metri e poi duecento. Ho le scarpe bagnate ma sono euforico, mi sembra di essere tornato bambino. Risalgo in sella e arrivo a San Martino in Rio, con la piazza, gli edifici ben curati e il castello. Ma la prima domanda è: dov’è il bar di Mario? La giornata è luminosa, mi guardo intorno, il sole riscalda le sedie davanti a un bar: è proprio quello e c’è solo una ragazza seduta fuori.

Mi siedo al tavolo di fianco al suo. Sta facendo colazione con cappuccino ed erbazzone, una torta salata composta da un fondo di pasta ripieno di bietole, spinaci, uovo, scalogna, aglio e tanto tanto parmigiano reggiano. Me ne offre una fetta, accetto volentieri e le chiedo informazioni su Mario che apprendo, purtroppo, non esserci più. C’è una frase bellissima di Vinicio Capossela che recita: «Il bar non porta i ricordi ma i ricordi portano inevitabilmente al bar». Ed è quello che è successo a San Martino in Rio, dove gli amici di Mario continuano a vedersi e a condividere momenti della giornata evidentemente anche in suo ricordo. Curioso, chiedo alla ragazza se vive lì e di cosa si occupa. Prima della risposta percepisco un’energia positiva e leggo nei suoi occhi una luce non comune. Mi racconta che è la responsabile di un archivio storico di moda, un centro di documentazione internazionale aperto agli stilisti provenienti da tutte le parti del mondo per la creazione delle loro collezioni future, e mi dice anche che dirige il primo master in Italia aperto ai laureati per progettare maglieria. Conosco la tradizione del settore in questi luoghi – si dice che una volta le passeggiate nella zona fossero accompagnate dal romantico tic toc dei macchinari in funzione – ma non sapevo ci fosse un archivio storico. Le 67


Deanna Ferretti Veroni

Sonia Veroni

chiedo dove ha recuperato i capi per la sua raccolta e Sonia, così si chiama, mi racconta che l’archivio è frutto della collezione della mamma Deanna. La storia della signora è di quelle che fanno tremare i polsi, una vicenda davvero bella, un sogno che si avvera. Il destino tesse sempre intrecci di cui noi siamo ignari ma l’essenziale è esser pronti ad accettare le sfide, per quanto impossibili possano sembrare. Ebbene, il destino ha voluto che Deanna fosse ripagata del suo essere altruista e dignitosa. La sua è la storia di chi ha avuto il coraggio di rischiare, di cambiare vita, di nutrire i desideri ma soprattutto di chi ha perseverato nell’avere fede in un sogno. Deanna era molto giovane, ma la più grande della famiglia, quando nel 1958, orfana

di padre, insieme al fratello Erio – l’altro, Pierluigi, era troppo piccolo – decise di aiutare la mamma a portare avanti la loro pompa di benzina. Anche se aveva un’incontenibile passione, la maglieria, che coltivava in un garage. Sonia si ferma nel racconto, mi chiede scusa ma si deve alzare per salutare una persona che mi confida essere una collaboratrice della madre per i lavori di maglieria. Ordina due torte di riso dicendo che devo assolutamente assaggiarne una altrimenti il mio viaggio non avrà lo stesso sapore e continua il suo racconto. Un sabato italiano all'ora di pranzo – continua poi a spiegare – in una città silenziosa con tutti i negozi chiusi, si fermò una macchina talmente lussuosa che la

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© Max Catena

© Max Catena

GENIUS LOCI

giovanissima Deanna non ne aveva mai vista una simile prima. Lo stupore fu grande, scesero dalla macchina l’autista, due uomini elegantissimi e un traduttore che chiese consigli su dove trovare un meccanico in zona. La ragazza si mise a disposizione e contattò un'officina ma purtroppo per quella vettura non c’erano pezzi di ricambio facilmente reperibili e serviva tempo per ripararla. I due signori, però, avevano fretta di arrivare a Milano e Deanna offrì loro un passaggio con la sua Topolino fino alla stazione ferroviaria di Reggio Emilia. I due provarono a sdebitarsi con una lauta mancia ma lei, fieramente dignitosa, rifiutò, anche se si trattava di una bella somma che le avrebbe fatto comodo. Dopo circa due mesi si rivide quella grande macchinona alla pompa di benzina. Era il turno di Erio: chiesero di Miss Deanna che, nel frattempo, era nel garage a smacchinare i prototipi delle sue maglie. Le portarono una scatola di cioccolatini per ringraziarla della gentilezza e lei offrì il caffè a tutti. Con il tramite del traduttore, le posero domande molto tecniche sul suo lavoro e lei capì che non si trattava di semplici turisti ma di addetti ai lavori. Uno di questi era un membro della famiglia Harrods, l’altro il discendente di una facoltosa famiglia olandese, entrambi proprietari di grandi magazzini. Erano in zona per fare acquisti, guardarono i campioni che la ragazza stava preparando e le fecero subito il primo ordine.


in molte famiglie, alcuni avvenimenti stravolsero dinamiche ormai consolidate, la voglia di continuare a lavorare cedette il passo a sentimenti difficili da gestire e così la maglieria venne venduta a un cliente storico che ne garantì la continuità. Deanna, però, volle mantenere viva la sua storia e decise di non vendere l’archivio. Il passato dell’azienda restò in capo alla famiglia. Sonia tira un sospiro di sollievo, si ferma, mi guarda, sembra svuotata. Beve un sorso d’acqua e mi dice: «Io ero a New York e pochi mesi dopo la vendita mi chiamò mio padre chiedendomi aiuto nella gestione dell’azienda. Che potevo fare? Feci le valigie e tornai in Italia». Sembra avere la stessa tempra, passione e visione della madre. In prima istanza sistema gli spazi per l’archivio che, seguendo il volere della mamma,

© Stefania Iemmi

© Stefania Iemmi

Dopo l’euforia iniziale, però, arrivarono le prime preoccupazioni: il laboratorio troppo piccolo, i pochi soldi e le forze umane centellinate. A questo punto intervenne la famiglia, e precisamente suo marito Vando, che chiese un prestito in banca per aiutare a comprare le materie prime. Da quel giorno si lavorò incessantemente, momenti di gioia ma anche di sconforto. Alla fine, però, la consegna venne rispettata, fu un grande successo e iniziò una collaborazione che durerà moltissimi anni. Da lì in poi Deanna strinse tanti altri affari con importanti stilisti ma sempre con un occhio di riguardo ai giovani che le trasferivano energie e idee per continuare a creare. Nel 1971, il destino si affacciò un’altra volta alla finestra della signora e la trovò aperta perché lei era sempre pronta ad accoglierlo. Un tale Kenzo Takada, giovane designer giapponese che lavorava in un’azienda partner di Deanna, decise di produrre una linea tutta sua e le chiese aiuto. La proposta sembrava allettante e spaventosa allo stesso tempo ma l’avveniristica Miss Deanna pronunciò il secondo sì più importante della sua carriera. Tra i due si creò subito un legame profondo: erano dello stesso anno di nascita, avevano la stessa fame di crescere, c’era empatia. Iniziarono a progettare insieme, uno disegnava l’altra creava. Non avevano le attrezzature per produrre il tipo di fantasia che volevano, allora si misero a studiare un sistema e lo realizzarono da soli. Finalmente potevano cominciare a produrre le maglie e il successo fu immediato. Nel 2002, come accade

deve essere sempre a disposizione dei giovani. Ma non si accontenta e vuole continuare l’opera che ha segnato la storia della maglieria italiana: la sua idea è creare una scuola di designer e arrivare a realizzare un prodotto di ricerca, sostenibile, innovativo, bello. Un progetto che gratifica tutta la filiera, insomma, dal filo al prototipo, con macchinari d’avanguardia, un gusto e uno stile tutto italiano, in modo da riportare l’attenzione sul mondo della maglieria che nel frattempo è entrato in crisi per la politica dei prezzi a ribasso con una qualità discutibile. Sonia mi chiede di seguirla in azienda e io sono molto emozionato all’idea di entrare nel più importante archivio storico del mondo per quanto riguarda la maglieria. Ci sono stilisti che si aggirano tra le infinite corsie alla ricerca del dettaglio o della “mano giusta” del filato, li vedi toccare con rispetto e reverenza i capi, forse alla ricerca di ispirazione per le loro nuove collezioni. Attendono tutti di essere folgorati da abiti sobri o pieni di paillette luccicanti che abitano questa vera e propria galleria d’arte. Esco nel cortile e vedo ragazzi di varie nazionalità salutare Sonia come una di famiglia e capisco quanto quel luogo e quegli studenti siano legati alla storia della sua azienda. La saluto promettendole che ci rivedremo da Mario, prima o poi. modatecadeanna.it

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INCLUSION

LE DONNE DEL NOVE SONO PARTITE DA UN EX DEPOSITO ROMANO DI RFI. E HANNO CREATO UNA ONLUS CHE SI BATTE PER L’EMANCIPAZIONE DELLE AFGHANE di Serena Berardi

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ino a qualche anno fa era un magazzino nel seminterrato di un palazzo del quartiere San Lorenzo, a Roma. Un luogo inanimato e silente. Ora è vivo e pieno di volti di donne: quelli indaffarati dietro al pc delle socie di Nove Onlus e quelli coperti dal velo delle afghane raffigurate nelle foto appese ai muri. Nove Onlus è un’associazione che si occupa di cooperazione allo sviluppo, che ha stabilito la sua sede in un’ex rimessa di Rete Ferroviaria Italiana, dopo averla ottenuta in comodato d’uso gratuito e ristrutturata. Lo stretto legame con l’Afghanistan s’intuisce appena varcata la soglia d’ingresso: al centro dei locali sono

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esposti un abito tradizionale e un burqa. Uno è color carta da zucchero, l’altro cobalto. Ma a settemila chilometri da Roma quei tessuti leggeri, dalle tinte pastello, coprono esistenze soffocate. «Nove è nata nel 2012, dal mio incontro in Afghanistan con altre due donne, Arianna Briganti ed Elena Noacco, che lavoravano nella cooperazione internazionale. Ora operiamo soprattutto lì e in Italia», racconta Susanna Fioretti, la presidente della onlus. «L’Afghanistan è in guerra da quasi 40 anni. E il regime dei talebani ha marginalizzato e relegato le donne in una condizione di totale subordinazione, chiudendo anche le scuole. Il tasso di alfabetizzazione femminile è del 30%, c’è un’intera generazione che non ha studiato e non lavora. La Costituzione del 2004 riconosce formalmente l’uguaglianza tra uomo e donna, ma questa rimane solo sulla carta», prosegue Fioretti. Nel cuore dell’Asia Centrale, l’Afghanistan è tra le nazioni del mondo agli ultimi posti rispetto all’Indice di sviluppo umano – un indicatore che prende in considerazione Pil pro capite, alfabetizzazione e speranza di vita – ed è stato definito dal Times il peggior Stato per una donna.

«A Kabul siamo partite aprendo un centro di formazione. Dal 2014 al 2019 abbiamo seguito 2.400 donne di cui 400 ora sono occupate. Durante il Covid-19 ci siamo dovute fermare e sono sorti parecchi dubbi sulla possibilità di restare. Ma invece di ritirarci abbiamo deciso di rilanciare», spiega Arianna Briganti, vicepresidente di Nove. Così è nato il progetto Women in Business Hub (Wibh): «Un polo multidisciplinare all’interno del quale le donne possono inserirsi e decidere il percorso da intraprendere. Offriamo corsi gratuiti di alfabetizzazione, inglese avanzato, informatica (coding e web design) e scuola guida. Inoltre, supportiamo chi vuole mettere in piedi un’impresa attraverso il career coaching e il business development». L’hub si trova all’interno dello Shahrara Garden, che appartiene al ministero degli Affari femminili. «Nel Giardino possono accedere solo donne, quindi le famiglie di provenienza si sentono sicure e lasciano che mogli, figlie e sorelle frequentino i nostri corsi. Ogni iniziativa è plasmata in base alla cultura locale». In questa sorta di acceleratore, infatti, s'insegna a leggere e a scrivere fino ad arrivare a spiegare un business plan.


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Il prossimo anno verranno attivate anche le lezioni online, affinché si possa partecipare da tutte le province, persino quelle sotto il controllo dei talebani. In Afghanistan, durante il lockdown, ha chiuso il 100% delle aziende femminili, comprese quelle che avevano sbocchi all’estero. Per questo, la onlus ha pensato anche di incoraggiare e supportare le imprenditrici con il Daring women in business, un premio di quattromila dollari. «Le application si potevano effettuare online. Ne sono arrivate da tutto il Paese. Abbiamo scoperto donne con mille risorse, capaci di utilizzare il web, i social e altre piattaforme digitali. Ne abbiamo selezionate cinque che hanno presentato il loro progetto a una giuria internazionale. Ha vinto Laila Alokozay, che produce abiti tradizionali con tecniche moderne e li esporta in Asia e negli Stati Uniti. La diaspora degli afghani è ovunque e lei ha clienti soprattutto in Pakistan e in Iran». Per il 2021 l’intenzione è di organizzare di nuovo il premio e seguire all’interno dell’hub anche le idee meritevoli che non riescono a vincere. Tra i progetti inglobati nel Wibh c’è il Pink Shuttle: «In Afghanistan la mobilità costituisce un ulteriore problema per la popolazione femminile. Anche quella scolarizzata, spesso, non ha un posto di lavoro perché non può rag-

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INCLUSION

Una lezione di scuola guida nel Women in Business Hub a Kabul

giungerlo», spiega Briganti. Le donne devono essere accompagnate da un uomo, non possono prendere da sole i mezzi e, se si spostano a piedi, rischiano di essere aggredite. Tali limitazioni costituiscono un ulteriore ostacolo per l’emancipazione. «Abbiamo pensato che un bus per donne, guidato da donne, potesse contribuire alla loro indipendenza. Così, abbiamo acquistato sette pulmini, formato le driver nella nostra scuola guida e stretto accordi

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La sede di Nove Onlus a Roma

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con il ministero degli Affari femminili e l’università. Il Pink Shuttle accompagna e va a riprendere dipendenti, studentesse e professoresse di queste due strutture, ma può far salire a bordo anche le passanti». L’hub e la speciale navetta sono progetti sostenuti con i fondi Otto per mille della Chiesa Valdese e vengono finanziati anche da fondazioni private come Only The Brave, Nando and Elsa Peretti Foundation e The Linda Norgrove Foundation. Una videochiamata da Kabul fa entrare nella sede romana di Nove Onlus altre tre donne: Azar, Fatima e Layla. La prima è la direttrice del Women in Business Hub: «Attraverso i corsi cerchiamo di rendere le partecipanti consapevoli dei loro diritti e le aiutiamo a renderli effettivi», spiega in inglese attraverso lo schermo del cellulare. Layla è vedova, ha cinque figli e i genitori a cui badare. Manteneva la famiglia con il lavoro di spazzina comunale: «Ho iniziato a seguire un corso di inglese, poi ho frequentato la scuola di guida e sono diventata driver del Pink Shuttle. Ho preso anche una patente professionale e, grazie a questo traguardo, sono stata assunta come autista dal ministero della Difesa». Anche Fatima ha imparato l’inglese nel centro e ora guida il Bano Bus (nome afghano del Pink Shuttle): «Mi piacerebbe avviare un mio business nell’ambito dei trasporti». Le due driver condividono


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Una driver del Pink Shuttle

ne universale, partendo dagli spunti del film La guerra di Cam della regista Laura Muscardin; l’evoluzione digitale dei linguaggi artistici spiegata dall’illustratore Lorenzo Colangeli. Il secondo progetto, il cui avvio è previsto per il prossimo anno scolastico, coinvolgerà 25 ragazzi romani dai sei ai 14 anni con situazioni di disagio o disabilità. L'iniziativa, in collaborazione con Sport senza Frontiere, metterà al centro l’attività fisica come strumento per socializzare, collaborare, rispettare le regole, conoscere il proprio corpo e prendersene cura con un corretto stile di vita. Ma offrirà anche supporto scolastico e strumenti per la didattica a distanza (pc e tablet). In più, verrà fornito alle famiglie un sostegno alla

genitorialità per seguire al meglio i figli e saranno organizzati seminari per spiegare i rischi del web per i minori, specialmente in una situazione caratterizzata da forti restrizioni della vita sociale nella quale si trascorre molto tempo in Rete. Per la numerologia il nove, scelto come nome dell’associazione, è il numero “umano” perché legato ai mesi della gravidanza. Simboleggia la crescita, l'invenzione, il cambiamento. Un cambiamento che può partire anche da un vecchio magazzino seminterrato e abbracciare il mondo. noveonlus.org NoveOnlus Nove_Onlus nove_onlus Il Pink Shuttle in servizio a Kabul

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lo stesso sogno: «Un Afghanistan nel quale le donne siano indipendenti e dove guidare diventi una cosa normale per tutte». Quello a cui Nove punta è l’avvio di progetti sostenibili e “generativi”: «Ciò che non riusciamo a fare noi lo porta avanti la comunità beneficiaria. Nel caso del Pink Shuttle è nato un sentimento di sorellanza e una volontà di migliorare la condizione femminile generale», commenta la vicepresidente alla fine del collegamento con Kabul. Tuttavia, la filosofia di Nove non è orientarsi su un’unica causa, ma «portare avanti progetti concreti in vari campi, dagli aiuti per le emergenze all’istruzione, fino allo sviluppo socio-economico. Aiutiamo le donne, ma anche i bambini, i disabili, i migranti», sostiene Fioretti. Nove ha lavorato in Siria, in Etiopia, in Grecia. E, ovviamente, in Italia, dove ha riformulato gli interventi in base alle nuove esigenze nate con il Covid-19. A risentire di più della difficile situazione sono soprattutto i giovani, costretti a subire l’isolamento sociale e lo sconvolgimento del sistema scolastico. Per questo la onlus ha deciso di sostenerli con due nuovi progetti. lI primo si chiama Vitamine per le menti ed è realizzato in collaborazione con il IX Municipio di Roma. Rivolto alle scuole superiori romane e a un pubblico allargato, prevede una parte pilota che prende il via a marzo. In un periodo in cui la fruizione culturale in presenza è molto limitata, si proporranno incontri online per integrare la didattica con temi trasversali come: il rischio di essere donna, con le testimonianze di Susanna e Arianna riguardo l’esperienza in Afghanistan; il fenomeno migratorio come condizio-

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INCLUSION

LA VIOLENZA INVISIBILE È QUELLA SUBITA DALLE DONNE CON DISABILITÀ. DIFFERENZA DONNA SI OCCUPA DI FARLE USCIRE DALL’ISOLAMENTO E RENDERLE PROTAGONISTE CONSAPEVOLI

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uò essere subdola, silenziosa, strisciante. O indossare una bella faccia e farsi strada nelle migliori famiglie. La violenza di genere si mimetizza, assume mille volti diversi. Smascherarla e contrastarla è dura anche quando si mostra a tutti. Le cronache sono piene di femminicidi e il più delle volte l’aguzzino era stato già denunciato. C’è poi chi, come le persone con disabilità, spesso non sa neppure riconoscere le violenze oppure, quando riesce a percepirle, non viene creduta. Da più di 30 anni Differenza Donna si spende per prevenire, far emergere e superare la violenza di genere: dal 1989 ha sostenuto 35mila donne e 60mila bambini attraverso i suoi centri e le case rifugio. Per questo FS Italiane ha scelto di destinare proprio a questa

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associazione la raccolta fondi 20202021, con l’obiettivo di finanziare una struttura di primo contatto e una per accogliere madri e bambini. Differenza Donna è anche la prima realtà in Italia ad aver sviluppato una strategia di intervento in grado di far emergere e affrontare le violenze subite dalle donne con disabilità. «Le questioni di genere, in questo contesto, non hanno trovato spazio nell’ambito dei movimenti per le pari opportunità e neppure tra le associazioni che difendono i diritti delle donne con disabilità», sostiene Rosalba Taddeini, responsabile dello Sportello sulle multiple discriminazioni e dell’Osservatorio sulla violenza contro le donne con disabilità, creati nel 2014 per colmare un vuoto operativo e culturale.

Una lacuna dimostrata anche dalla mancanza di dati recenti sul fenomeno. Nel 2001 il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio e l’Istat hanno stipulato una convenzione per realizzare un’indagine specifica sulla violenza contro le donne. Ma solo nel 2014 sono arrivati i primi dati disaggregati riguardanti quelle con disabilità. Nessun aggiornamento è stato realizzato da allora anche se la drammaticità dei numeri lo avrebbe richiesto: circa il 36,6% di loro ha subìto violenze fisiche o sessuali a fronte del 30% delle donne considerate normodotate. Il rischio di stupro è doppio, così come quello di stalking. Anche la violenza psicologica si verifica con più frequenza: facendo riferimento solo al partner, la subisce il 31,4% delle donne con disabilità contro il 25% delle altre.


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INCLUSION

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Nella maggior parte dei casi il maltrattante è un familiare o una persona che dovrebbe prendersi cura della donna con disabilità. Spesso quest’ultima, a causa di problemi mentali o fisici, non ha contezza di ciò che patisce o finisce per subirlo perché totalmente dipendente. «Ci siamo accorte che le donne con disabilità non accedevano ai nostri centri antiviolenza. Quindi, insieme all’Università del Kent abbiamo realizzato una ricerca sui caregiver, cioè gli operatori socio-sanitari e gli assistenti sociali che dovrebbero indirizzare le assistite. Ne è emerso che questi erano a conoscenza dei maltrattamenti subiti ma non ritenevano i centri adeguati a livello strutturale.

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Dietro questa motivazione, però, c’erano in realtà diversi pregiudizi culturali», prosegue Taddeini. Le donne con disabilità, infatti, vengono reputate inconsciamente inferiori rispetto alle normodotate e la violenza perpetrata nei loro confronti viene percepita come meno grave. «Resiste l’idea diffusa che queste persone siano bambole rotte, oggetti che non funzionano», spiega Rosalba. E tali stereotipi diventano ancora più pesanti quando riguardano la sfera intima e relazionale: «Vengono considerate donne asessuate, non idonee a vivere con un partner e a diventare madri. Un retroterra culturale che lede fortemente il loro diritto all’autodeterminazione e alla formazione di

una famiglia. Ne consegue una totale assenza di educazione sessuale fino ad arrivare a un controllo repressivo in questo ambito, soprattutto per quanto riguarda la funzione riproduttiva». Partendo dall’abbattimento di tali convinzioni e puntando sull’empowerment, Differenza Donna ha dato vita a un modello d’azione. Innanzitutto, visto che molte donne con disabilità non arrivano ai centri antiviolenza, ha deciso di portare le operatrici direttamente da loro: «Ci spostiamo noi, su richiesta dei servizi sociali o delle interessate, e le incontriamo in luoghi a loro familiari, come le sedi delle associazioni che frequentano». La onlus ha avviato focus group aper-


© Serena Berardi

La sede dell’associazione Differenza Donna, a Roma

ti a tutte le donne con disabilità fisica, sensoriale, cognitiva e psichica con l’obiettivo di promuovere la consapevolezza dei loro diritti, aiutarle a uscire dall’isolamento sociale e culturale, educarle alla sessualità e alle relazioni affettive, far emergere le violenze. Chi partecipa ai gruppi entra in contatto con persone che hanno vissuto esperienze simili. Le operatrici adottano un linguaggio semplice e comprensibile, spesso ricorrendo a immagini o alla descrizione di situazioni concrete. «Affrontiamo argomenti di cui non parlano con nessuno. Diamo alle partecipanti gli strumenti per interpretare ciò che vivono e intercettare eventuali campanelli di allarme. Analizzando le loro risposte, abbiamo registrato che il 97% è stata vittima di violenza di genere», riferisce Rosalba. Differenza Donna, inoltre, mette a disposizione una figura che segue le donne con disabilità durante i processi, sia nei casi di violenza sia nei procedimenti per l’affidamento dei figli. Può succedere, infatti, che non

vengano ritenute credibili o in grado di occuparsi della famiglia. «Per valutare la genitorialità spesso vengono somministrati dei test che a loro non risultano molto comprensibili. Per questo capita che nelle consulenze tecniche venga riferita una mancata collaborazione da parte delle donne. In realtà, devono semplicemente essere messe in condizioni di capire e di esprimersi in modo adeguato. Gli strumenti utilizzati vanno adattati alle loro esigenze», continua Taddeini. L’associazione si impegna anche a formare il personale che fornisce i servizi destinati alle donne con disabilità che si trovano in situazioni difficili. Le competenze dei professionisti vengono sviluppate affinché trasformino le assistite da semplici fruitrici

a protagoniste attive e consapevoli. Il modello approntato da Differenza Donna è riconosciuto a livello internazionale: nel 2018 la onlus è stata invitata a parlarne in occasione della IV Conferenza mondiale dei Centri antiviolenza a Taiwan. A novembre 2020, Taddeini ha presentato le buone pratiche in materia di contrasto alle multiple discriminazioni all’European Inclusion Summit. Ma la soddisfazione più grande, per lei, rimangono «le ragazze dei focus group, impazienti davanti alla porta, che mi rimproverano anche per mezzo minuto di ritardo. E soprattutto le donne, con storie durissime alle spalle, che sono uscite dalla violenza e dall’isolamento, hanno trovato un lavoro e, finalmente, il loro riscatto». S.B. differenzadonna.org

FS SOSTIENE DIFFERENZA DONNA È possibile effettuare una donazione, fino al 30 giugno, collegandosi alla pagina differenzadonna.org/campagnafs/ e attraverso le biglietterie selfservice Trenitalia in stazione. I proventi servono a finanziare un centro per l'emersione della violenza e una casa destinata ad accogliere madri che l’hanno subita e figli che hanno assistito ai maltrattamenti 77


INCLUSION

LA STOFFA DELLA

D I V E R S I TÀ A TORINO, LA SARTORIA SOCIALE COLORI VIVI OFFRE LAVORO A DONNE MIGRANTI E RIFUGIATE. PER TRASFORMARE L’INTEGRAZIONE IN COLLEZIONI SOSTENIBILI di Cesare Biasini Selvaggi cesarebiasini@gmail.com

N

ella minuscola sartoria di corso Marconi 9, a Torino, le macchine da cucire sembrano non fermarsi mai. Tra pezze di coloratissime stoffe wax arrivate dal Congo e pregiati tessuti made in Italy di Marzotto Group, Fratelli Piacenza, Lanificio Sordevolo e Loro Piana, in questi giorni campeggiano un po’ ovunque anche scatole e scatoloni, a indicare un prossimo trasloco. Presto, infatti, il laboratorio Colori Vivi si trasferirà in un locale decisamente più ampio, con tre grandi vetrine in via Parini 9, vicino alla stazione Porta Nuova, in un quadrilatero di vie molto frequentate e, appunto, vive. Una buona notizia, un bel passo in avanti. La soddisfazione corre sui volti di tutte le sarte al lavoro, gomito a gomito, intente ogni giorno a confezionare capi con metodi e tecniche artigianali e, allo stesso tempo, dalla forte impronta innovativa grazie a una ricerca artistica e stilistica d’avanguardia. Si chiamano Sadia, Cathy, Maria e Veronica. Nomi di fantasia, come quelli delle loro collezioni. Perché sono tutte donne rifugiate – con78

golesi, nigeriane, somale – fuggite da un passato comune fatto di violenze, soprusi, guerre, prostituzione, persecuzioni familiari. Ma il loro presente è diverso. È oggi intessuto di “colori vivi”. Arte, creatività, vita e vitalità rappresentano l’outfit della loro neonata ma promettente impresa sociale, così come della loro voglia di ricominciare. «Sadia è una straordinaria donna somala che ha ispirato la realizzazione del progetto di Colori Vivi. Mi diceva sempre che voleva smettere di bere l’acqua dalle mani di altri. Credo che questa frase rappresenti bene la volontà di queste donne di darsi da fare per autodeterminare il proprio futuro, che comprende anche il desiderio di diventare cittadine attive nel Paese in cui hanno scelto di crescere i loro figli». Con queste parole, Barbara Spezini mi accoglie nella sartoria aperta nel 2017 grazie all’esperienza tutta al femminile della onlus Articolo 10, di cui è la direttrice. Come nasce questo progetto? Dovevamo occuparci di trovare lavoro a donne rifugiate che non avevano altra alternativa oltre a quella di vivere di assistenza, sottomesse alla comunità di riferimento o a uomini con pochi scrupoli ed esposte al rischio di subire ancora violenze psicologiche e fisiche. Potevamo farlo in molti modi. Noi abbiamo scelto di sostenere queste donne coinvolgendole direttamente nelle nostre attività, instaurando così una relazione alla pari, riconoscendo loro una dignità che fino a quel momento ritenevano perduta. Il lavoro è un prerequisito fondamentale per attivare un processo di inclusione sociale: la nostra idea si basa sul presupposto che una donna straniera integrata sia una risorsa sociale ed economica per il territorio in cui vive. Ma vuole essere anche un messaggio

che parla di pace e di un futuro in cui la convivenza con “l’altro diverso da me” diventa possibile. C’è una storia, tra le tante in cui ti sei imbattuta, che ti è rimasta più impressa? Mi hanno colpito tutte. Ma mi torna spesso alla mente quella di Anabel (nome di fantasia, ndr), rifugiata congolese, e della sua bambina C. di sette anni. Le abbiamo conosciute allo sportello informativo della nostra associazione grazie all’aiuto di un uomo che aveva incontrato Anabel alla stazione Torino Porta Nuova mentre chiedeva aiuto. Dormiva lì, con la sua bambina, da cinque giorni. Il suo lavoro a Caserta era terminato e le avevano solo comprato un biglietto del treno per una destinazione a sua scelta. Aveva deciso per Torino perché le avevano detto che qui avrebbe trovato aiuto. L’abbiamo accolta subito in un alloggio di fortuna, poi le abbiamo assegnato una casa in convivenza con un’altra famiglia, dove avrebbe potuto rimanere con la sua bimba fintanto che non le avessimo trovato un lavoro. I primi due mesi nella nuova sistemazione Anabel li ha trascorsi vicino a un termosifone, al buio, ogni giorno. La piccola stava apparentemente bene, giocava con le figlie della coinquilina, però non poteva andare a scuola perché doveva aspettare l’inizio del nuovo anno scolastico. Ma C. ogni giorno chiedeva: «Quando potrò cominciare?». Anabel ci ha raccontato la sua storia di minacce e violenze. Era la moglie di un rivoluzionario, aveva due bambine. Un giorno suo marito venne rapito e rimase sola. Poi fu rapita anche una delle sue figlie e non si seppe più nulla di lei. Qualche giorno dopo, alcuni uomini entrarono in casa e abusarono di lei sotto gli occhi della piccola C., che


© Luigi Migliore

A sinistra Barbara Spezzini, direttrice della onlus Articolo 10 e ideatrice della sartoria sociale Colori Vivi

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INCLUSION

© Federica Borgato

liane che si occupano delle attività di approvvigionamento, comunicazione, vendita e amministrazione. Inoltre, Colori Vivi beneficia del lavoro di 15 volontari tra cui due sarte esperte in pensione, fondamentali per la formazione professionale delle migranti, capaci di assicurare il recupero di un’artigianalità che si sta perdendo. Oltre allo scambio culturale, sin dall’inizio avete improntato la vostra attività sui valori del consumo sostenibile. In che modo? I tessuti che utilizziamo provengono da filiere controllate oppure sono fine pezza di altissima qualità, cioè quel quantitativo di tessuto non utilizzato che resta nei magazzini dei produttori o dei brand che lo avevano acquistato per le loro creazioni. Si tratta spesso di uno scarto da smaltire negli inceneritori a cui diamo nuova vita attraverso le nostre produzioni. Insomma, i nostri capi sono la sintesi di quel mix che per noi dovrebbe essere il cambiamento: professionalità, scambio tra culture diverse, ecosostenibilità.

ancora oggi ne porta le conseguenze a livello psicologico. Ferita e scioccata, fu salvata da morte certa grazie a un uomo che l’aiutò a fuggire insieme a sua figlia. Così ha avuto inizio il loro viaggio verso l’Italia. Dopo poco, le abbiamo proposto di venire in sartoria, perché ci chiedeva di fare qualcosa. Non poteva più stare con le mani in mano: i suoi pensieri erano come cani arrabbiati che la divoravano. Da lì in avanti è stata tutta una sorpresa. Non aveva mai preso in mano ago e filo, oggi è una sarta molto brava. Come funziona la sartoria? Chi ci lavora e collabora? Il nostro staff è composto da una responsabile di produzione, otto donne migranti con la funzione di sarte, di cui quattro in tirocinio formativo, e tre ita-

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© Luigi Migliore

Collezione AI 2021 di Alessandra Montanaro


© Luigi Migliore

Il laboratorio di Colori Vivi

Qual è l’ultima collezione che avete licenziato e come la descriveresti? La Primavera-Estate 2021, che uscirà a metà marzo, in occasione della quale realizzeremo un evento nei nuovi spazi in via Parini. Quella precedente, l’Autunno-Inverno 2020, era stata sviluppata interamente durante l’emergenza sanitaria provocata dal Covid-19: per questo è composta di soli tre capi. Sul sito di Colori Vivi si possono vedere gli scatti realizzati dalla fo-

tografa Federica Borgato. Descriverei la collezione con le parole della stilista Alessandra Montanaro: la bellezza della diversità. colorivivi.it Colorivivi colorivivi_collection articolo10.org Articolo 10 Onlus Articolo10 articolodieci

Le sarte al lavoro

© Nazzaro Anais

Come nascono le collezioni e come vendete i vostri prodotti? La nostra stilista, Alessandra Montanaro, coordinatrice del corso di fashion design allo Ied di Torino, ispirandosi ai nostri valori e alla nostra storia realizza i disegni per le nuove collezioni e sceglie i tessuti adatti. La cliente che viene a trovarci nello showroom ha la possibilità di indossare i capi di campionario e può scegliere le stoffe con cui realizzarli. Per chi non può raggiungerci fisicamente, tutti i capi sono disponibili per l’acquisto online. Le donne rifugiate impiegate nella sartoria sono diventate autonome economicamente? Direi di sì. E da quest’anno i risultati aumenteranno, perché la nostra attività si sta consolidando. A oggi sono indipendenti quattro di loro, il 50%. Nell’anno in corso probabilmente, se le vendite lo consentiranno, questo sogno si potrà realizzare per altre tre donne. È un obiettivo ambizioso ma possibile. Per questo chiediamo a tutti di venirci a trovare in presenza o nel nostro shop online. In poco tempo avete già ricevuto molti premi e riconoscimenti… Sì, nel 2018 i nostri sforzi sono stati riconosciuti dalla Kering Foundation, fondazione filantropica dell’omonimo gruppo internazionale leader in abbigliamento e accessori di lusso (e proprietario dei marchi Gucci, Balenciaga, Bottega Veneta, Saint Laurent, Alexander McQueen, Brioni, ndr) che ci ha assegnato il secondo premio tra gli Awards for Social Entrepreneurs.

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ARTE E CULTURA

STRIZZARE L’OCCHIO AL MONDO CON LE LORO SUPER EROINE DISSEMINATE NEI CENTRI STORICI CITTADINI, LE ANONIME LEDIESIS SONO IL NUOVO FENOMENO DELLA STREET ART ITALIANA di Sandra Gesualdi sandragesu sandragesu Foto © Lediesis

Rita Levi Montalcini, Bologna (gennaio 2021) 82


Alda Merini, Milano (febbraio 2020) e Yayoi Kusama, Napoli (marzo 2020)

«La poetessa Alda Merini e l'artista giapponese Yayoi Kusama sono due grandi rivoluzionarie, ognuna nel proprio campo»

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roniche, leggere e portatrici di libertà. Quella che non si rivendica perché è un diritto implicito. Al limite le si dà le sembianze di Margherita Hack, Rita Levi Montalcini o di una Madonna con bambina disegnate a colori accesi sul petto – giallo anni ‘80 e rosso pop – e incollate sui muri dei vicoli o negli angoli nascosti delle città. Sono le Lediesis, giovane collettivo di street artist, rigorosamente anonimo, che sta tappezzando diversi centri cittadini italiani con eroine strabordanti di emancipazione, indipendenza e consapevolezza. Culturale, creativa,

politica, scientifica, civica. In fondo la potenza dell’arte è anche questa: diffondere modelli che sono usciti dal perimetro e ci indicano la luna. Cosa possiamo sapere di voi? Siamo due amiche, una ha alle spalle studi accademici con l’obiettivo di poter vivere con l’arte. L'altra proviene dal mondo della comunicazione ma si è sempre occupata di mostre e spettacoli. In fondo, i due mondi collimano. La nostra forza sta esattamente nel congiungere questi due ambiti, apparentemente distinti, per creare insieme qualcosa di unico. Siamo molto affiatate, ci capita spesso di pensare la

stessa cosa o inviarci un messaggio in contemporanea con un contenuto identico. E abbiamo una visione simile della vita e dei nostri progetti: voler trasmettere un messaggio importante attraverso la leggerezza, senza prenderci troppo sul serio. Il nostro leitmotiv è: «Il ruzzo salverà il mondo». Il nome come lo avete scelto? Giocando sia con il linguaggio social sia con quello musicale. Già nel pronunciare Lediesis è chiaro che si vuole rendere omaggio alle lady, non solo le grandi signore ma anche le sorelle anonime del mondo. Il diesis, invece, è un'alterazione della nota di base. 83


ARTE E CULTURA

«Quando la giornalista Giovanna Botteri è stata oggetto di critiche per il suo aspetto, non si è scomposta e ha spinto tutti a una riflessione per scardinare stereotipi superficiali e obsoleti che non hanno più ragione di esistere»

Firmiamo le opere accompagnando il nome con l’hashtag. Insomma, tante sfumature in una sola parola. Come avete cominciato? L'idea delle Superwomen è nata per scherzo a gennaio 2019, durante una visita ad Arte Fiera a Bologna. Avevamo voglia di creare qualcosa che ponesse l’attenzione sulle donne, che in questo momento storico stanno

Giovanna Botteri, Firenze (maggio 2020) Hattie McDaniel, Firenze (giugno 2020)

«Hattie McDaniel, la Mami di Via col vento, è stata la prima donna afroamericana a vincere un premio Oscar nel ‘40. Dopo la morte di George Floyd l'abbiamo dipinta con la corona della Statua della libertà contro ogni discriminazione» prendendo sempre più consapevolezza delle loro capacità. È stata un'intuizione del tutto naturale e istintiva, senza alcuna aspettativa. La prima incursione è stata nella nostra Firenze, una delle città capofila della street art italiana, in occasione dell'8 marzo 2019: abbiamo attaccato otto icone femminili dentro alcune finestre cieche presenti nel centro storico, solo per il gusto di condividerle, omaggiarle e creare un momento di riflessione per tutti. Chi rappresentate?

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Il nostro istinto e la ricerca di cambiamento si riflettono nella selezione dei personaggi che decidiamo di dipingere: eroine libere e illuminate capaci di offrire un messaggio positivo, di sviluppo individuale e crescita spirituale nella società. Ognuna di loro ha lasciato in eredità, nel suo campo, esempi e pensieri che è giusto condividere, ricordare, onorare. Tutte, con fare sbarazzino, strizzano l'occhio a chi si ferma a osservarle, instaurando un legame intimo, amichevole e partecipe. Perché la S di Superman sui vostri personaggi? Hanno poteri speciali? Anche la scelta di dipingere il fiammeggiante simbolo sul loro petto, emblema principe del supereroe maschile, è avvenuta d'impulso, con l'idea di giocare sul ribaltamento e la disidentificazione dei ruoli. Sono tutte protagoniste consce delle loro capacità e strizzano l'occhio al passante in un gesto complice, come per dire: «Anche tu sei super, scopri qual è il tuo potere!». Voi che tipo di donne siete? Libere e in cammino. Dopo le otto signore a Firenze, numero ricorrente nel vostro linguaggio, dove vi hanno portato le Super? Sinceramente non ci aspettavamo il successo mediatico che abbiamo avuto. Questo ci ha incoraggiato e abbiamo percorso l'Italia da nord a sud per realizzare la mostra itinerante SuperWomen 8 Donne x 8 Città. Siamo partite l’8 marzo 2020 dal Museo archeologico nazionale di Napoli, esponendo otto icone femminili che sono state attaccate contemporaneamente in altrettante città italiane: Venezia, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari e L’Aquila. Volevamo realizzare una mostra che interessasse tutta la Penisola e si componesse poi come un puzzle. Il progetto ha avuto talmente successo che abbiamo cominciato a portare le nostre SuperWomen in giro per altri musei italiani. L’autunno scorso erano al Murate Art District di Firenze e questa estate dovrebbero approdare al Museo civico di Bari. L'otto per noi rappresenta il simbolo dell’infinito, della completezza e della perfezione: tutte caratteristiche insite nella natura

LP, Firenze (ottobre 2020)

«La cantante LP è un’icona realizzata per il Festival dei Diritti e il Florence Queer Festival. Rappresenta una persona fresca, schietta e libera» femminile. Un numero esotericamente potentissimo che è diventato la nostra cifra. La street art è una forma d’arte democratica, per tutti e aperta a tutti? Ormai è completamente sdoganata all'interno della scena artistica italiana e internazionale, ma continua a conservare specificità solo sue: il contatto più diretto, informale e quotidiano con lo spettatore e la maggiore autonomia creativa e d’espressione. Per questo riesce a spingersi là dove gli artisti più tradizionali sembrano avere il timore di avventurarsi. È un mezzo di comuni-

cazione con un’energia incredibile e il fatto che si concretizzi per strada è un motivo in più per veicolare messaggi positivi. Essere sotto gli occhi di tutti è una grandissima responsabilità. Qual è la vostra tecnica? Si chiama paste-up. Prima realizziamo le nostre SuperWomen in studio con acrilico su carta velina, poi le attacchiamo sui muri. Cerchiamo spesso finestre o archi ciechi perché costituiscono una cornice naturale per le nostre opere, che possono così interagire con chi le osserva, come fossero persone affacciate a un balcone. 85


ARTE E CULTURA

Che rapporto avete con la città, le strade, lo spazio pubblico? Interveniamo sempre in spazi non autorizzati, cercando di valorizzarli. A parte l'anno scorso quando, con la fondazione Il Cuore si scioglie, abbiamo realizzato una campagna di raccolta fondi per progetti e iniziative di solidarietà e avevamo il permesso. La street art nasce illecita, l'arte urbana su commissione invece è un'altra cosa e ha origini ben più lontane, basti pensare ai murales eseguiti già un secolo fa dal pittore messicano Diego Rivera. Secondo la nostra sensibilità, quando si segue un criterio di estetica l'irregolarità è una costruzione mentale. Ci sono cartelloni pubblicitari molto più invasivi, ma sono in spazi affittati e quindi risultano consentiti. A cosa serve l'arte? È lo specchio dei suoi tempi. E oggi come non mai non può prescindere da funzioni civili, divulgative, educative. Che spazio hanno le donne nell’articolato mondo del contemporaneo? Uno direttamente proporzionale alla consapevolezza che ognuna ha di se stessa. Appropriarsi di uno spazio è una conseguenza di questo lavoro intimo. Durante il lockdown cosa è successo alla vostra creatività? È stato un momento molto produttivo. Per esorcizzare la paura del coronavirus abbiamo realizzato otto SuperBlack, che rappresentano donne simboliche come la Statua della Libertà e la Regina Elisabetta. Paradossalmente, doverci fermare ci ha fatte sentire molto più indipendenti perché scariche dagli obblighi della quotidianità. Il lockdown ci ha permesso di avere tempo per il nostro percorso e di focalizzarci su alcuni obiettivi. Abbiamo riflettuto molto sulla responsabilità individuale cercando di veicolare contenuti sociali con le nostre scelte artistiche. Cos'è il coraggio? Perseguire scelte diverse dall’ordinario e avere fiducia nell'ignoto. L’eroina del futuro? Quella che ci strapperà una risata. Ultimamente tra i vostri personaggi ci sono anche degli uomini Super... 86

Oltre a Martin Luther King, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e il medico e politico Pietro Bartolo, realizzati per la campagna di sensibilizzazione sociale Il Cuore si scioglie, abbiamo dipinto uomini che hanno giocato con il ribaltamento dei ruoli come Manuel Frattini nel musical Priscilla o Freddie Mercury nei panni della casalinga del video di I want to break free. Il vostro prossimo viaggio? Adoriamo viaggiare, ogni motivo è buono, soprattutto se è a scopo culinario. A volte abbiamo percorso centinaia di chilometri solo per an-

dare a mangiare una torta Sacher o un riso con cozze e patate. Fissiamo una meta, ma durante il tragitto facciamo miriadi di deviazioni seguendo la nostra indole, quindi chi può dire dove ci porterà il prossimo viaggio? A chi strizzate l’occhio? A noi stesse e al nuovo mondo che verrà. La notte è la vostra tela. Cosa vi aspettate dal buio? Una bella colazione. lediesis lediesis

«L'abbiamo postata il giorno di Natale, come augurio di consapevolezza per tutte le donne. Rappresenta il simbolo di rinascita per una nuova umanità. Se Gesù fosse stata una bambina, cosa sarebbe accaduto?»

It's a girl, Firenze (dicembre 2020)


INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

Gli specialisti della tua crescita aziendale Imprefocus come Business Partner dell’imprenditore

C

ommercialista? Sì, certo, ma non basta: serve molto di più. È stata questa l’idea differenziante di Francesco Cardone. Dalla professione – rigorosa e qualificata – del commercialista al ruolo fondante di coach dell’imprenditore. Un’idea differenziante che è l’anima di Imprefocus, un’impresa della conoscenza, con la quale Cardone ha saputo sommare il meglio della professione da cui è partito con il meglio della consulenza strategica (come anche tattica): la consulenza che occorre a un imprenditore, magari medio o piccolo ma innovatore, che voglia compiere un salto di qualità. Occhi aperti sulle esigenze delle imfocus è il primo Studio in Italia che ha come focus la crescita del core prese, orecchie sensibili alla domanda di un nuovo tipo di supporto: business dell’Imprenditore: «Il nostro team di professionisti non si su questa apertura mentale Francesco Cardone ha costruito la sua occupa solo di semplice contabilità: il nostro scopo è di garantire una innovativa risposta alle esigenze delle imprese, ponendosi come partserenità lavorativa e famigliare, capendo come ridurre le spese azienner a tutto tondo nei confronti delle realtà produttive, e creando delle dali, aumentare il margine di contribuzione e proteggere il tuo patrisolide basi per essere sempre al passo con tempi orientati alla crescita monio imprenditoriale». Davvero è questo ciò che si deve intendere e al cambiamento. Di tutto questo, e di molto altro ancora si occupa per “business coach”: qualcuno in grado di consigliare l’imprendiCardone, un professionista “differente” come le sue idee, con la sua tore nel superamento delle criticità. E Imprefocus progetta propone squadra. Che sa utilizzare un vasto know-how di competenze nel e realizza le soluzioni necessarie a questo scopo. Indirizzando, consettore per rendersi innovatrice nel panorama italiano e mettere le temporaneamente, le aziende a cogliere le migliori occasioni che il sue competenze a 360 gradi a disposizione del mercato. «Siamo nati mercato può offrire nei vari settori. dall’idea di porci come business partner eccellente per imprenditori ambiziosi e desiderosi di crescere», spiegano nel team di Imprefocus. «Ci siamo posti al ono iscritto all’ordine da esser gestito come un’azienda. cambiare”, sempre pronto all’infianco di decine e decine di imprese, di oltre 30 anni. Esattamente Bisognava evolvere: dall’idea di novazione e alla ricerca di nuovi ogni settore e dimensione, nella progetdal 25 Ottobre del 1988» - rac- commercialista professionista a servizi da offrire ai propri clienti. tazione della crescita, nella ricerca della conta Francesco Cardone, idea- quella di commercialista impren- Il mio modo di esercitare la promassima redditività, come anche nella ditore, fondendo la professiona- fessione da imprenditore, mi fa tore e leader di Imprefocus. gestione ordinaria». Insomma, Impre-

«Io, da professionista a imprenditore vincente»

«S

CONTATTI Sito web: www.imprefocus.it Facebook: https://it-it.facebook.com/ imprefocus/ Email: info@imprefocus.it Telefono: 0823 834552 Via Montenapoleone n. 8 – 20121 Milano (MI) – P.IVA 04020500619

«Ero un professionista. Un com-

lità degli studi commercialisti alla

sentire pienamente realizzato, ma

mercialista. Ho aperto studi,

visione d’insieme dei consulenti

la maggior soddisfazione è quel-

sempre più grandi, e lavorato

aziendali. Elementi che nel 2017

la di vedere i miei clienti “sereni”.

con centinaia di attività diverse

mi hanno portato ad esser pre-

Oggi ho 56 anni, svolgo l’attività

tra loro. Negli anni, però, mi ac-

miato dall’osservatorio Profes-

da oltre trent’anni, e la passione

corgevo che il ruolo del commer-

sionisti ed Innovazione Digitale

che avevo allora è la stessa di

cialista stava cambiando. Capii

della Scuola Politecnico di Mila-

oggi. Energia, volontà e passione

che per un commercialista esser

no come Miglior Professionista

sono i valori che mi guidano e che

un buon professionista non era

Digitale 2016/17. «Sono un pro-

cerco di trasmettere ogni giorno a

più sufficiente. Lo studio doveva

fessionista che “non ha paura di

collaboratori e clienti».

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ARTE E CULTURA

DONNE DA LEGGERE A COLLOQUIO CON QUATTRO SCRITTRICI PER SBIRCIARE UN PEZZO DI MONDO FEMMINILE ATTRAVERSO LE LORO NARRAZIONI CONTEMPORANEE

DONATELLA DI PIETRANTONIO di Claudia Cichetti

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rima che scrittrice è donna d’Abruzzo. Una terra sempre presente nei suoi libri, come L’Arminuta del 2017 e il sequel più recente Borgo Sud. Non solo banalmente come regione d’origine, ma come rappresentazione di quella parte di noi dove risiedono la resistenza al dolore, il peso delle relazioni, gli amori mancati, l’esperienza dell’abbandono. I personaggi femminili dei suoi romanzi l’Arminuta – la ritornata, in dialetto abruzzese – e sua sorella Adriana, seppure diversissime tra loro rivelano tutto questo. E si salvano tenendosi per mano. Che donne sono? Si portano dietro un vissuto di abbandono, convinte di non essere meritevoli e degne di amore. Sono donne scavate all’interno da un grande vuoto, quello dell’affetto materno non mostrato, né a parole né attraverso il linguaggio del corpo. Una colpa per cui pensano di essere incapaci di farsi amare. La narratrice in Borgo Sud dice: «C’era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni». Le protagoniste devono fare i conti con il loro passato e pacificarsi con lui per riuscire a realizzarsi. L’infanzia di disamore pesa su Adriana e sull’Arminuta, ma entrambe riescono a spezzare questa catena. La prima è rude ma diventa una brava madre, la seconda è diventata una donna colta, stimata e piena di relazioni. Tutte e due hanno matrimoni falliti alle spalle. Perché non sono stati progetti di vita consapevoli, ma relazioni con cui hanno tentato di riempire e dare un senso a quel vuoto d’amore iniziale legato alla figura materna. Racconti la storia di due sorelle che 88

sembrano amiche. Una solidarietà femminile che non sempre funziona a livello professionale. Come mai? Nel lavoro è facile cadere nella trappola del mondo maschile in cui si tende a conquistare il potere per prevalere sull’altro. Una dinamica moderna ma nello stesso tempo primitiva. Dobbiamo lavorare ancora molto su noi stesse, proprio perché abbiamo assorbito quei modelli di competizione e sopraffazione e pensiamo di poterci affermare replicando gli stessi comportamenti. La sorellanza, invece, in una società in cui le donne hanno ancora tante difficoltà a emergere, è un’alternativa migliore. Cosa ti lasci alle spalle per guardare al futuro? Dall’alto dei miei 59 anni, mi sono buttata alle spalle tutte quelle ansie nate per ragioni che non meritavano spreco di energia, come l’affanno per essere sempre performante sul lavoro, quello di dentista pediatrica oltre che di scrittrice, o il dovermi sentire sempre perfetta in tutto. Oggi non mi interessa più.

Einaudi, pp. 168 € 18

Un consiglio alle donne che ci leggono? Scegliete e siate molto selettive sugli obiettivi. Concentratevi su quelli veramente importanti: non dovete per forza compiacere lo sguardo degli altri. donatelladipietrantonio.officialpage


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ociolinguista, autrice, traduttrice e docente all’Università di Firenze. Ma più che una studiosa vecchio stampo, Vera Gheno sembra una ragazza ribelle: tatuaggi evidenti e vistosi occhiali neri da nerd. Bella e affermata, ma lei ribatte: «Affermata non lo sono affatto, perché la mia carriera all’interno dell’università è stata sui generis e non ho un vero e proprio riconoscimento accademico.

© Erika Fregolent

VERA GHENO

Mi occupo di divulgazione e sono percepita come "meno scientifica" di altri ricercatori». Nel mondo accademico essere donna è penalizzante? Sì, e lo dico con convinzione. Bisogna fare mediamente molta più fatica rispetto agli uomini. Quando si tratta di ammettere una donna in un ruolo importante si sente dire sempre: «Purché sia brava e competente». Come se questo non fosse un prerequisito necessario per chiunque. Una forma mentale sbagliata, di cui anche noi siamo corresponsabili. In che senso? Ci adattiamo, ne prendiamo atto e ac-

Effequ, pp.227 €15

cettiamo che sia normale dover dimostrare di più rispetto alle nostre controparti maschili. Di questo parli approfonditamente nel libro Femminili singolari. Si, tra l’altro scritto in treno. Nel testo faccio notare quanto siano spesso le donne per prime a non voler declinare al femminile la loro professione: avvocata, questora, ministra, sindaca, ferroviera. Sembra una questione di poco conto, ma è una spia di quanto ancora pensiamo di valere meno. «Ci ho messo tanto ad arrivare a questo titolo che non voglio svilirlo con una desinenza che ne indichi il genere», mi sento dire spesso. Eppure, non abbiamo problemi a chiamare con un nome femminile le professioniste che svolgono ruoli più comuni. È un'abitudine che va cambiata: la visione di noi stesse e del mondo viene condizionata dalle parole che usiamo e queste ora devono dipingere una realtà nuova, in cui siamo molto più presenti di prima. La nostra è una società inclusiva? Anche questo è un concetto normocentrico. Ispirata dallo scrittore e musicista Fabrizio Acanfora, preferisco parlare di una società in cui si cerchi di attuare la «convivenza delle differenze». Inclusività comporta l’idea che ci sia qualcuno di "normale" che, con un gesto di generosità, inserisca chi devia da quella normalità. La convivenza passa anche dalle parole. C.C. Vera Gheno vera_gheno a_wandering_sociolinguist 89


ARTE E CULTURA

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lasse 1978, scrittrice e matematica, ha già all’attivo dieci libri. L’ultimo, edito da Einaudi, fin dal titolo sgombra ogni dubbio: la matematica è politica. Perché, afferma lei, «chi ha studiato questa materia esercita, senza esserne sempre cosciente, la democrazia.

Entrambi i sistemi, infatti, si fondano su regole Vele concordate, che valgono in certi ambiti e non in prassi altri, possono La matematica rivista come politica, e non solo come teoria, è un formidabile esercizio di democrazia: come la democrazia si fonda su un sistema di regole, crea comuavere eccezioni e si possono riconnità e lavora sulle relazioni. Come la democrazia, la matematica amplia ma non nega. Studiando matematica si capimolte cose sulla verità. Per esempio che le verità sotrattare». scono no condivise e pertanto i principî di autorità non esistono; che le verità sono tutte assolute ma tutte transitorie perché Essere laureata nella scienza dei dipendono dall’insieme di definizione e dalle condizioni al contorno. Svolgere un problema matematico è un esercizio di democrazia perché chi non accetta l’errore e non si numeri ti ha aiutato ad affermare la esercita nell’intenzione di capire il mondo non riesce né a cambiarlo né a governarlo. Chiara Valerio tesse in un pamphlet polemico un parallelo tra matematica e democrazia, tua intelligenza? due aree che non subiscono la dittatura dell’urgenza. Non so se Chiara l'intelletto qualità Valerio, nata a Scauri sia nel 1978,una è responsabile della narrativa italiana della casa editrice Marsilio e lavora a Rai Radio3. Collabora con «L’Espresso» e «Vanity Fair». Ha studiato e inseeminentemente intrinseca. gnato matematica per molti anni e ha un dottorato Penso di ricerca in calcolo delle probabilità. Tra le sue pubblicazioni: A complicare cose (Robin, 2003), La gioia piccola d’esser quasi salvi (notteche sia piùletempo, un relazionale, 2009),requisito Spiaggia libera tutti (Laterza, 2012). Per nottetempo ha tradotto e curato Flush (2012), Freshwater (2013) Tra un atto e l’altro (2015) di Virginia Woolf. Per Einaudi ha pubblicato da esercitare con le persone e sulAlmanacco del giorno prima (2014), Storia umana della matematica (2016) e Il cuore non si vede (2019). le cose. Essendo la matematica una disciplina che si fonda e si sviluppa

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Valerio La matematica è politica

CHIARA VALERIO

Chiara Valerio

La matematica è politica

La matematica è stata il mio apprendistato alla rivoluzione, perché mi ha insegnato a diffidare di verità assolute e autorità indiscutibili. Democrazia e matematica, da un punto di vista politico, si somigliano: come tutti i processi creativi non sopportano di non cambiare mai.

ISBN 978-88-06-24487-3

R 10,00

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9 788806 244873

Einaudi, pp. 112 € 12

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© Laura Sciacovelli

nelle relazioni e attraverso di esse – tra numeri, enti geometrici, punti e spazi, rette e pieni, e così via – di certo mi ha dato una struttura, un esoscheletro come quello delle cimici o degli scarabei, per camminare più forte in un mondo che non è gentile, e nemmeno giusto, con le donne. Come incoraggiare le studentesse a intraprendere studi scientifici? Noi impariamo perché raccontiamo o perché qualcuno ci racconta. Ecco, bisogna divulgare la storia delle studiose e delle scienziate. Occorre offrire modelli e percorsi narrativi. E dare i numeri: ci sono moltissime ragazze che si iscrivono a matematica, a chimica e a ingegneria. Bisogna smetterla con le distinzioni di genere in qualsiasi ambito. Bagni per i maschi e bagni per le femmine, studi per i maschi e studi per le femmine. Perché? La logica binaria funziona bene per le macchine, meno per gli esseri viventi. Pensiamo alle donne come a una parte importante del corpo politico: cosa possiamo fare per avere un ruolo nella società? Le donne sono oltre la metà degli esseri umani sul pianeta Terra, e oltre il 50% del nostro corpo politico. La direzione giusta è tener presente non solo il come, ma il quanto. O così mi pare, anche se da scienziata mi affido al dubbio sistematico. Cosa consigli alle ragazze per farle appassionare alla matematica? Studiate, studiate, studiate. C.C. chiara_valerio 90


© Cristiano Gerbino

HarperCollins Italia, pp. 456 € 19,50

ANTONELLA LATTANZI di Gaspare Baglio gasparebaglio gasparebaglio

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na delle autrici più amate, tra quelle della nuova generazione. Il primo libro, Devozione, è stato un cult che le ha permesso di scoprire le diramazioni della scrittura e diventare sceneggiatrice di pellicole come Fiore di Claudio Giovannesi e Il campione di Leonardo D’Agostini. Poi, nel 2017, è arrivato il successo con il romanzo Una storia nera. Ora, Antonella Lattanzi torna in libreria con Questo giorno che incombe, che mixa più generi, dal thriller alla storia d’amore. E le ha già regalato la candidatura al Premio Strega 2021. Come componi i tuoi romanzi? Reputo importantissimo il tema, ma anche lo stile e la lingua con cui descrivere i personaggi e la loro psicologia. Per costruire un percorso che tenga il lettore avvinghiato alla storia. Attraverso una narrazione, fatta anche di suspence, si può raccontare il mondo. Shining di Stephen King, per esempio, mostra un padre che non riesce a essere un bravo genitore.

Che impatto ha avuto su di te questo scrittore? Ho sempre letto i classici. Lui è stato il primo autore moderno che ho scoperto da sola. Da bambina, al supermercato, tra tanti libri, ho trovato Misery non deve morire. Per un periodo ho letto solo i suoi horror e thriller. Che cosa racconti nel tuo ultimo lavoro, Questo giorno che incombe? Parto da un’esperienza personale. Quando avevo otto mesi la mia famiglia si è trasferita nel condominio di un quartiere della periferia di Bari, dove era sparita una bambina. Una volta cresciuta, mio padre mi ha raccontato la verità. Ho capito allora tanti atteggiamenti che i miei genitori, e quelli dei miei amichetti, avevano avuto durante la nostra infanzia: un adulto ci controllava sempre e regnava una strana sensazione di ansia che non riuscivo a spiegarmi. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza? La sensazione che il male esiste: quando la si vede con i propri occhi

la paura diventa reale, sai che può succedere di nuovo. Chi è la protagonista del libro? Si chiama Francesca. Cambia città convinta che lì sarà libera e felice, mentre il nuovo condominio diventa una prigione e tira fuori temi come la solitudine, il sospetto e la difficoltà di essere madre. Come strutturi le protagoniste femminili? Ho sempre descritto personaggi diversi da me, ma per raccontarli cerco di trovare un punto di contatto con loro. Francesca è solare, ma quando il marito scompare, assorbito dal lavoro, si trova sola con due figlie in un appartamento dove accadono cose oscure. Così inizia a parlare con la casa. Un dialogo simile a quello che ho con me stessa, essendo io una tormentata. Nella creazione narrativa avere un lato oscuro può servire a far nascere personaggi più profondi. anto_lattanzi anto_lattanzi 91


© Amanda Marie Annucci

ARTE E CULTURA

PALCO A

CIELO APERTO CON IL PROGETTO NUTRI-MENTI, L'ATTRICE SARAH FALANGA RIPORTA IL TEATRO TRA LA GENTE, NELLE PIAZZE E NEI CORTILI. IN TUTTA SICUREZZA di Francesca Ventre – f.ventre@fsitaliane.it

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a dato volto e anima a diversi personaggi in serie tv di grande successo, come Gomorra e L’amica geniale. Ma la vera passione dell'attrice Sarah Falanga è il teatro: per lei è come il respiro «a cui non si può rinunciare». E per ridare forza al settore in questo periodo difficile ha creato il progetto Nutri-Menti, in collaborazione con il Comune di Capaccio Paestum (SA) e l’Accademia Magna Graecia. In cosa consiste? L’idea è la risposta alla clausura dell’arte, imposta dalla pandemia in corso. Noi attori, chiusi in casa, abbiamo cominciato a ragionare su come proseguire la nostra missione. Oltre ai corsi professionali triennali dell’Accademia e 92

© Marcello Norberth

Parco archeologico di Paestum, Tempio di Nettuno. Sarah Falanga in Medeae... da Euripide in poi

Sarah Fal anga

a un laboratorio, anche online, per le scuole, Nutri-Menti prevede una rassegna teatrale e musicale. In questo periodo stiamo sperimentando anche la serie Ritrova-Menti, dieci racconti da circa 50 minuti ciascuno sulla storia di una compagnia di attori. Raccontiamo esperienze reali attra-


verso personaggi immaginari o i grandi protagonisti delle opere di Euripide, Dante o Shakespeare. Al progetto possono partecipare tutti gli artisti italiani che abbiano un’idea da proporre. Come è stato coinvolto il territorio? Devo ringraziare il sindaco di Capaccio Paestum, Franco Alfieri, che mi segue da tempo: lo considero un nuovo Pericle. Grazie al suo sostegno e all’approvazione del soprintendente del Parco archeologico di Paestum Gabriel Zuchtriegel e, precedentemente alla direttrice Marina Cipriani, negli anni abbiamo potuto realizzare spettacoli identificativi e di valorizzazione dei luoghi del patrimonio Unesco, custoditi dalla preziosa terra erede dell'antica Poseidonia. Le persone partecipavano anche solo per curiosità e, alla fine, ne uscivano commosse e rigenerate. Anche per il 2021 abbiamo pensato a loro, solo che stavolta siamo noi attori ad andare dal pubblico: recitiamo nelle piazze e per le strade, gli spettatori assistono affacciandosi ai balconi o alle finestre. Inoltre, tutte le rappresentazioni vengono filmate e saranno parte integrante della serie tv Ritrova-Menti. Il primo esperimento è andato in scena il 5 febbraio. Com’è stato? Emozionante. Gli applausi arrivavano direttamente dalle case. Abbiamo cantato i testi di Bertolt Brecht e un monologo di Mercuzio è stato recitato dall’alto di una fontana. Il pubblico ha assimilato un linguaggio difficile in modo semplice. Perché l’attore traduce, è un artigiano, un liutaio. Le prove hanno impegnato tutto il paese: ci hanno portato il caffè alle tre di notte e un parrucchiere ha aperto il negozio di domenica per aiutarci. Tutti si sono innamorati del teatro. In che modo, in scena, avete coinvolto il pubblico? Chiunque può calare dalle finestre con una corda un pana-

riello, il classico cesto che un tempo veniva riempito con la spesa. Dentro si può inserire un foglio in cui viene raccontata un’esperienza o una situazione familiare difficile. Tutte le idee contribuiranno a generare i prossimi spettacoli: la performance di marzo, per esempio, è dedicata all’amore coraggioso che salva il mondo. In questo modo, le persone capiscono che a teatro si parla dei sentimenti, dei problemi e delle difficoltà di tutti. Che valore ha avuto per te poter recitare, in occasioni precedenti, in uno scenario come il Parco archeologico di Paestum? Lì tutto sembra possibile. L'antica Poseidonia vince sempre. Quando si passeggia nel silenzio della storia, la lucidità interiore aumenta e si trovano risposte alle domande più esistenziali. Hai iniziato presto ad amare il palco? Sì, fin da piccola volevo conoscere Vittorio Gassman. Una volta, dopo un suo spettacolo, sono andata a cercarlo nel camerino e, grazie a una serie di regie, sono diventata una sua allieva. È stato un maestro severo, come lo era con se stesso. Poi ho lavorato con Andrea Camilleri e Tato Russo, da cui ho imparato la resistenza e la tecnica. Lui mi ha educato al coraggio. Che cos’è per te il teatro? Lo considero un diritto fondamentale: senza siamo solo delle macchine. Per me è uno scambio virtuoso di cultura. Basta uno sguardo e il pubblico lo sente: questo non succede in nessun altro spazio. Lì si impara a pensare, a vivere e a rimanere umani. Accademia Magna Graecia Accademia Magna Graecia Sarah Falanga

Ufficio stampa Comune Capaccio Paestum

Riprese durante lo spettacolo Inedito, per la serie tv Ritrova-Menti

«Recitiamo per le strade e gli spettatori assistono affacciandosi ai balconi o alle finestre» 93


ARTE E CULTURA

SCAFFALI CON VISTA

Cose che non aveva ottobre Non aveva la tua gioia silvestre. Non aveva l’iridescenza degli occhi. Non aveva il neo vicino al ricciolo delle tue labbra. [Stralcio di una poesia inedita di Alba Donati per La Freccia]

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A LUCIGNANA, PAESINO DELLA GARFAGNANA ARRAMPICATO SUI MONTI, LA POETESSA ALBA DONATI HA APERTO LA PICCOLA LIBRERIA SOPRA LA PENNA. UNA STORIA DI RITORNI E POESIE

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lba Donati è una poetessa contemporanea e presidente dello storico Gabinetto Vieusseux, uno dei centri scientifico-letterari più importanti d’Europa. Da sempre lavora e vive insieme ai libri: se li porta in borsa, li scrive, li annusa, abita con loro. Di recente ha lasciato la città per trasferirsi, biblioteca al seguito, a Lucignana (LU), un paesino di pietra antica, dove è cresciuta da bambina, su un piccolo poggio arrampicato tra i monti della Garfagnana. E lì, in un cottage di legno di cinque metri quadrati, nel dicembre 2019 ha aperto una libreria speciale, che è entrata nella classifica delle 20 più affascinanti del Vecchio Continente. Come è iniziato tutto? Per tanti e diversi motivi. Innanzitutto, ero stanca di viaggiare, e il mio lavoro nell’editoria presupponeva molti spostamenti. Poi, mi piaceva sempre di più il poggio dove mia madre piantava qualche sparuta insalata. Infine, mi sono innamorata di Hay-on-Wye, paesino del Galles che ha più librerie che abitanti e un festival letterario eccezionale. Con questi presupposti, quando una notte mi è comparsa su Facebook la parola crowdfunding, ho avuto l’illuminazione: aprire una libreria in un piccolo borgo della Lucchesina. Così ho lanciato la campagna di raccolta fondi online, per un budget di settemila euro. È stato un successo da subito e anche il nome, Sopra la Penna, è stata una scelta collettiva. Hai creato un luogo di cultura concentrata, capace di far rinascere un borgo destinato allo spopolamento. Come hanno reagito i suoi abitanti? All’inizio non ci credeva nessuno ma, nonostante questo, si è creato subito un gruppo di amiche e amici solidali. Poi ci ha seguiti il resto del paese. Bambini compresi, anzi loro sono i più orgogliosi. Sullo spopolamento non so se ho meriti. Lucignana non è stata abbandonata

del tutto, anzi: ci sono coppie giovani e i bambini nascono che è una bellezza. E questa è la sua reale forza. Progetti per quest’estate, sperando di essere aperti? Abbiamo un giardino che con il distanziamento può accogliere fino a 30 persone, un po’ poco per fare eventi. Ma restaureremo una vecchia casa adiacente al piccolo cottage-libreria e trasferiremo lì la libreria con caffetteria. Poi speriamo che almeno nel 2022 si possa fare una programmazione culturale come si deve. Cosa si trova sugli scaffali? Narrativa, poesia, biografie, libri per ragazzi, molti volumi green su piante, verdure e fiori, e tanti di viaggio. Ma anche tè e marmellate letterarie, i quaderni e le agende di Elinor Marianne, la boutique online di creazione in carta. Insomma, soprattutto libri e cose che parlano di libri. La selezione è mia. Arbitraria, ma vedo che tutti sono felici di trovare tanti titoli in una stanza senza dover girare tre piani per trovarne uno. E poi ho diviso le scrittrici dagli scrittori. Credo che dopo secoli di silenzio, oggi meritino lo scaffale migliore. Durante il lockdown la percentuale dei lettori è cresciuta in maniera esponenziale. Ma generalmente siamo ancora un popolo che legge poco. Come si educa alla lettura? Domanda a cui è difficile rispondere. La lettura non va imposta, delle parole ci si innamora. I mediatori sono fondamentali: maestri e professori animati dalla passione possono fare miracoli. Il tuo libro, quello letto e riletto? La storia di Elsa Morante. Incontrato a 14 anni e poi ripreso altre due volte. Ogni volta piango. Il ruolo della poesia in questo tempo e in questa società? Niente. Il suo ruolo è niente. E quando si parte da zero si fanno sogni grandiosi. Il cinismo è il suo nemico. Il silenzio, la capacità di ascoltare sono la strada. Dopo 40 anni a Firenze, io sono tornata

a stare nel paesello. Qui trovo un’autenticità che avevo smarrito, forse questo è il ruolo della poesia. Sconfiggere l’inautentico, il contraffatto, il falso. La poetessa e attivista Usa Amanda Gorman ha fatto parlare molto di sé durante l’insediamento di Joe Biden. In Italia c’è un’emergente come lei? Per adesso non la vedo. Ce ne sono di brave ma manca il set. Manca una Elly Schlein (la vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, ndr) della poesia. L’Italia letteraria ha paura delle azioni, da sempre. Manca quella visione da beat generation. Teatri, cinema, festival sono fermi da un anno. Il mondo della cultura è spacciato o potrà rifiorire? Rifiorire sempre, altrimenti… rivoluzione. Che donna sei? Non ne ho la più pallida idea. Anzi, siete pregati di dirmelo voi che leggete, scrivetemi su Facebook, vi prego. Parole per viaggiare? Ho sempre in tasca qualche poesia di Wislawa Szymborska, come Vista con granello di sabbia, o di Vivian Lamarque, tipo Il signore d’oro, appena ripubblicato da Crocetti. S.G. alba.donati

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FESTA DEL PAPÀ

FENOMENO

© Drazen/AdobeStock

DADDY BLOGGER

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RESPONSABILI CON I FIGLI E COLLABORATIVI IN FAMIGLIA. I PAPÀ SBARCANO SUL WEB E PROVANO A SCARDINARE I LUOGHI COMUNI di Cecilia Morrico MorriCecili morricocecili


Silvio Petta, fondatore della community Superpapà, con i suoi figli

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on sono le mamme le uniche detentrici dei blog per famiglie. Anche se la pandemia ha nuovamente spostato l’ago della bilancia sulla figura materna, alle prese con le difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, i papà non restano in silenzio: su internet spopola infatti il fenomeno dei daddy blogger. Sempre più desiderosi di essere parte attiva in famiglia, gli uomini sono pronti a scardinare i luoghi comuni. E se n’è accorto anche il web, dove aumenta la richiesta di contenuti dad-oriented. I temi sono i più vari: si va dai giochi all’educazione, dai congedi parentali al cyberbullismo. Tra i blogger più famosi d’Italia per anzianità digitale, c’è Silvio Petta, fondatore della community Superpapà, nata dieci anni fa da una pagina Facebook: «Ero un papà attivo e premuroso con i miei bambini e sentivo che questo carico di responsabilità mi faceva crescere come uomo, oltre a riempirmi di gioia. Così ho voluto creare uno spazio dove potermi confrontare liberamente con altri padri. Mia moglie mi ha lasciato fare, apprezzando la mia dedizione alla famiglia, e ora

siamo la community più grande d’Italia con un sito colmo di articoli e una nuova sezione podcast». La community è alimentata soprattutto da podcast e interviste: «Siamo aperti a ogni argomento, chiunque abbia un tema da proporre è ben accetto. I nostri ospiti sono genitori, blogger, scrittori, professionisti o papà vip. Con alcuni di loro è nata una vera e profonda amicizia». Sempre pronto al dialogo con i propri utenti, Petta precisa che la frustrazione maggiore è avere a disposizione poche ore per i propri figli: «È sempre più importante che sia davvero un tempo di qualità e in questo l’emergenza sanitaria ha creato nuovi equilibri che devono essere sfruttati per riconquistare spazi familiari perduti». E i Superpapà come hanno affrontato i problemi legati al Covid-19? «Abbiamo cercato di fare informazione, sostenuto campagne a favore di medici e infermieri e alimentato il dibattito per il rientro a scuola dei figli: i genitori hanno partecipato moltissimo alle discussioni, spesso con pareri contrastanti. Durante il lockdown abbiamo aumentato le dirette sui nostri canali

social per avere un riscontro immediato dal pubblico». In questo periodo complesso è cambiata anche la modalità di gioco con i figli: «Abbiamo rivalutato le attività che fanno bene al corpo e all’anima, come una bella passeggiata nella natura, ma anche una camminata nel proprio quartiere in posti che non avevamo mai considerato prima. In casa, invece, ci si può divertire facendo un po’ di movimento insieme, perché l’attività fisica non deve mai mancare, o qualcosa di divertente come un balletto su tiktok». Ma tra gli obiettivi principali dei daddy blogger c’è soprattutto abbattere gli stereotipi. «Non è vero che soltanto le donne sono multitasking, questo è solo un pretesto per estromettere i padri dalla vita familiare e dalla cura dei figli. Fare più cose e farle bene dev’essere un’opportunità anche per i papà che oggi più di ieri a casa non si tirano indietro: l’uomo ormai cucina, stira, si occupa delle faccende domestiche esattamente come la donna. E a chi non lo fa, dico di rimboccarsi le maniche. Il nostro motto è #noipapàcisiamo», conclude. 97


FESTA DEL PAPÀ

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tà. Cerco sempre di condividere notizie scientifiche da fonti attendibili, per dare il mio piccolo contributo e contrastare le fake news, e faccio lo stesso in casa con le mie figlie, parlandone con loro per approfondire il più possibile il tema». Con due figlie femmine, in casa Tarenzi è in netta minoranza: «Per fortuna sono molto diverse tra loro, anzi proprio agli antipodi, quindi è un alternarsi di “papino adorato” e “rompiscatole”, ma sono entrambe stupende, affettuose e molto indipendenti. Nei loro confronti sono coccolone e protettivo, preferisco non esporle sui miei profili social. Penso che si possa parlare di famiglia e paternità senza mostrare i figli, che rischierebbero di essere strumentalizzati. Per questo ho scelto di non renderle il fulcro della mia comunicazione. Anche se alla fine sono diventate più famose di me, visto che parlo sempre di loro», conclude Daniele.

© Luca Casonato

Che la vita di genitori non sia facile lo sa bene Daniele Tarenzi di Papà imperfetto. Nel suo caso, tutto ha avuto inizio una sera parlando con alcuni amici: «Stavo affrontando la separazione e ho pensato che condividere le difficoltà e le frustrazioni del momento con altri padri poteva essere utile. Inizialmente volevo scrivere una sorta di diario, che poi invece si è trasformato in un blog con idee, spunti, consigli ed errori da non ripetere». Grazie al dialogo quotidiano con i suoi follower, Daniele può affermare che molti papà fanno ancora fatica a vedere riconosciuto il proprio ruolo. «È la figura della mamma che prevale e si tende a etichettare l’uomo con quell’immagine di pasticcione distratto, a volte addirittura incapace di badare ai propri figli. In realtà non è così: ci sono papà che ce la mettono tutta per sostenere le proprie compagne ed essere presenti nell’educazione dei figli. Forse occorre solo dargli un po’ più di fiducia. Dopo il divorzio mi sono reso conto che ero in grado di badare alle mie figlie anche da solo, con i miei metodi, i miei tempi e soprattutto con tanto amore». Nonostante gli errori che è umano commettere «Nel mio caso, quello di perdere la pazienza. Con gli anni mi sono reso conto che arrabbiarsi e punire genera solo frustrazione e umiliazione, senza risolvere i problemi né i comportamenti scorretti. Purtroppo, non sempre è facile reagire con razionalità». Il blog di Tarenzi affronta tanti argomenti, dall’alimentazione all’educazione, dal tempo libero alla psicologia. «Mi piace condividere consigli, eventi e iniziative che credo possano interessare ai miei lettori, offrendo spunti utili e cercando di far scoprire a chi legge sempre qualcosa di nuovo. Parto dall’esperienza personale o da un problema che mi sono trovato ad affrontare e da lì comincia il confronto». Che diventa particolarmente utile in questo periodo di emergenza sanitaria: «Il Covid-19 ci ha cambiato la vita, sconvolgendo le nostre abitudini e quelle dei bambini. Affrontare il tema è importante per capire insieme agli altri genitori come muoversi, districandosi tra errori comuni e momenti di difficol-

Daniele Tarenzi di Papà imperfetto

Amore e condivisione sono i principi alla base anche di Papà per Scelta, profilo Instagram e blog di Carlo Tumino e Christian De Florio, padri di due gemelli che vogliono mettere in comune la loro esperienza omogenitoriale. «La maternità surrogata viene spesso associata alla mercificazione, allo sfruttamento del corpo femminile e alle condizioni economiche precarie di alcune donne. Negli Stati Uniti, dove sono nati i nostri Julian e Sebastian, le donne che scelgono di intraprendere la strada della surrogacy devono essere ben al di sopra della soglia di povertà, già madri e autonome nel decidere se e con chi intraprendere questo percorso. L’omissione di queste informazioni restituisce una narrazione delle famiglie arcobaleno filtrata da giudizi ideologici, politici e religiosi, senza soffermarsi invece sulla scelta libera di quelle donne che vogliono aiutare chi genitore non può esserlo naturalmente».


© Virginia Bettoja

Carlo Tumino e Christian De Florio di Papà per scelta con gemelli Julian e Sebastian

Purtroppo, di maternità surrogata e genitorialità non si parla abbastanza, secondo i Papà per scelta: «Più volte l’invito a raccontare la nostra esperienza in tv è stato declinato perché i tempi non sono maturi. C’è ancora timore ad affrontare un tema che divide l’opinione pubblica per le sue implicazioni etiche e politiche. Crediamo, però, che il dovere del giornalismo sia soprattutto quello di allenare la coscienza critica delle persone. Gli stereotipi nascono e si sviluppano dalla mancanza di informazioni oggettive che permettano a ciascuno di crearsi una propria opinione. Manca una giusta e onesta rappresentazione delle famiglie arcobaleno, perché quando se ne parla non è mai presente chi questa esperienza l’ha vissuta in prima persona». L’intenzione di Carlo e Christian è proprio mostrare agli altri chi sono: «Due papà innamorati, premurosi e attenti che stanno provando a crescere due brave persone. Il nostro quotidiano, le montagne di pannolini da cambiare, le occhiaie e le ore di sonno perse e mai ritrovate confermano che alla fine abbiamo tutti gli stessi problemi. Ci piacerebbe essere giudicati per il tipo di genitori che siamo e saremo e non per la scelta che abbiamo fatto. Il nostro blog e i canali social sono un tentativo di rendere più inclusiva e accogliente la società, provando a guardare la diversità come arricchimento e senza pregiudizi».

Come in qualsiasi coppia, infatti, ci sono alti e bassi – ammettono – e l’emergenza sanitaria ha messo a dura prova anche il loro rapporto. «Tra le molteplici attenzioni che richiedono due gemelli, le sessioni di smart working in notturna e l’incertezza lavorativa, non è stato semplice conciliare esigenze familiari e personali. Come facciamo sempre, ne abbiamo parlato apertamente sui nostri canali, scoprendo che in tanti stavamo affrontando le stesse difficoltà. Nei mesi di lockdown abbiamo parlato anche di scuole e adolescenti, e con l’ausilio delle associazioni di settore e di alcuni parlamentari abbiamo lanciato la campagna Diamo voce ai bambini, affinché i costi dell’emergenza sanitaria non ricadessero sulle famiglie. Questo è un tipico esempio di come in fondo tutti i genitori, a prescindere dal proprio orientamento sessuale, hanno come obiettivo quello di rendere migliore il futuro dei propri figli». Eppure, parlando di famiglia, resiste ancora lo stereotipo della divisione tra compiti maschili e femminili. «Questa concezione non solo ostacola l’emancipazione delle donne e rallenta la loro realizzazione professionale, accentuando il gender gap salariale, ma sminuisce anche la figura paterna nel ménage familiare. Oggi i padri vogliono essere parte attiva e presente nella vita dei propri figli, non si accontentano più di qualche ora nel weekend,

del bagnetto serale o di rimboccare loro le coperte. Esiste una nuova generazione di uomini che vuole prendersi le proprie responsabilità. Ma gli strumenti a sostegno dei papà, come il congedo parentale, non permettono di soddisfare queste esigenze. Senza considerare poi le difficoltà che affrontano i padri separati, che spesso nei divorzi burrascosi devono guadagnarsi tra le aule del tribunale il diritto a passare del tempo con i propri figli». Tra le mura domestiche, Carlo è un po’ più severo e ansioso, Christian accondiscendente e paziente, ma sulle cose importanti si trovano sempre d’accordo. «Abbiamo un’unica regola: non esiste un modo giusto o sbagliato per fare le cose. Ognuno le porta a termine a modo suo». La difficoltà maggiore rimane quella di riuscire a trovare l’equilibrio giusto tra esigenze personali, di coppia e dei bambini. «È un bilanciamento che va rinegoziato ogni giorno, perché i bisogni dei figli cambiano in ogni fase della crescita. Noi ci siamo imposti di ritagliarci i nostri spazi, perché la felicità di Julian e Sebastian dipende dalla nostra. Solo due genitori felici possono crescere i propri figli in modo sereno». superpapa.it papaimperfetto.it papaperscelta.it papaperscelta 99


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LE GRANDI

MAESTRE

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UN VOLUME DELLA CASA EDITRICE FRANCESE EDITIONS TEXTUEL MAPPA LA STORIA DI 300 FOTOGRAFE INTERNAZIONALI, DA META’ DELL‘800 AI GIORNI NOSTRI di Sandra Gesualdi sandragesu sandragesu

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ettagli dirompenti, sovrapposizioni d’immagini, tecniche d’avanguardia. Sono gli scatti del libro fotografico Une Histoire mondiale des femmes photographes, un lavoro di ricerca minuziosa che ha mappato e consacrato la fotografia femminile, da metà dell’800 fino al 21esimo secolo. Il risultato è una selezione di opere, oltre 450, e la biografia di 300 artiste internazionali – molte delle quali rimaste sconosciute fino a oggi – che hanno saputo documentare, investigare e talvolta alterare il mondo con la loro arte. Riproducendolo in bianco e nero o con sprazzi di colore e rendendolo sinottico in volti intensi, baci coraggiosi, storie epiche o scene di vita quotidiana. Sempre con l’occhio sulla realtà per documentarla in ogni suo fluire e ogni sua coniugazione. Pochi i nomi di fotografe divenute celebri o presenti nelle più grandi collezioni museali. Più spesso sono sparite dalla storia a beneficio dei “grandi maestri”, con cui di frequente collaboravano professionalmente. Il progetto della casa editrice francese Editions Textuel ha l’intento di farle riemergere dalla zona d’ombra e restituire loro i giusti meriti. Le due autrici del volume, Luce Lebart e Marie Robert – la prima storica e curatrice di mostre, la seconda direttrice artistica del Musée d’Orsay – hanno coinvolto un gran numero di collaboratrici, organizzando un lavoro di squadra su scala mondiale, tutto al femminile: 162 tra galleriste, esperte d’arte, direttrici di pinacoteche, ricercatrici e scrittrici hanno siglato le biografie, fatto riemergere nomi, scovato date, censito luoghi e redatto i testi critici che accompagnano l’apparato iconografico di quest’opera monumentale di oltre 500 pagine. L’impegno delle donne, le loro maestrie e competenze spesso sono rimaste impigliate nell’oblio della memoria, nella storia dell’immagine come in moltissime altre discipline. Una sorta di cancellazione di genere, conseguenza di un duraturo meccanismo di discredito culturale. Ma le donne sono la forza delle donne, sembra voler suggerire l’opera. Frutto di un gruppo di studiose che ha fatto rete di ingegno ed esperienze per approfondire, ricordare e tramandare le maestre fotografe che hanno saputo raccontare, con la loro arte, la storia del mondo. editionstextuel.com

Newsha Tavakolian Portrait de Negin à Téhéran (2010) © Newsha Tavakolian/Magnum Photos

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Lotte Jacobi Lotte Lenya, actrice, Berlin (1928) © 2020 University of New Hampshire

Pamela Singh Carte au trésor 022 (1994-1995 peinte en 2015) Courtesy © Pamela Singh andsepiaEYE

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Yvonne Chevalier Éventail, Espagne (1950) © Musée Nicéphore Niépce, ville de Chalon-sur-Saône

Editions Textuel, pp. 504 € 69

Un libro dedicato a 300 maestre della fotografia internazionale, molte delle quali rimaste sconosciute fino a oggi

Elisabeth Hase Sans titre [femme sous la douche] (1932-1933 c.a.) © Estate of Elisabeth Hase, Courtesy Robert Mann Gallery

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Natalia LL L’art consommateur (1972) © Courtesy of ZW Foundation/Natalia LL Archive

Maryam Şahinyan, foto Galatasaray Sans titre, Beyoğlu, Istanbul (1949) © Courtesy of Tayfun Serttaş

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INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

Sanificare l’aria non è più una scelta “Tuteliamo il passato e salvaguardiamo il futuro” A guardare nello spazio, o meglio alle ricerche condotte dalla NASA, è stato Bruno Spoladore, imprenditore padovano che nel 2010 ebbe un’intuizione: la tecnologia sviluppata per sanificare l’aria all’interno dei vettori spaziali poteva servire anche sulla Terra. Il compito è stato quello di creare un prodotto capace di eliminare virus, batteri e vari tipi di patogeni ed inquinanti, che fosse innocuo per persone ed animali e da poter utilizzare per ambienti molto più ampi di una navetta spaziale NASA.

ricolosi per la nostra salute e riducono drasticamente la concentrazione di allergeni nell’aria. «Abbiamo testato il prodotto in vari tipi di aziende e ambienti medico-sanitari, dagli studi odontoiatrici ai reparti di rianimazione, ottimizzando la potenza del sistema rispetto alle dimensioni dell’ambiente e al numero di persone all’interno» continua Bruno Spoladore, CEO di PURE AIR ION.

PURE AIR ION, ha sviluppato un sistema di sanificazione dell’aria utilizzando la tecnologia EHG™ (electrons and holes generator), più avanzata rispetto alle ricerche ed alle applicazioni condotte dall’ente spaziale USA. Il processo fisico-chimico della nuova tecnologia EHG™ è un’ossido-riduzione che Una volta messi insieme tutti questi pezzi, Pure induce la decomposizione delle sostanze organiche air ion ha iniziato a stringere partnership con ed inorganiche che costituiscono i microorganismi. aziende del territorio per l’industrializzazione del sanificatore di nuova generazione SHU. «Abbiamo studiato per 10 anni il perfezionamento del nostro sistema di sanificazione dell’aria. Utilizzia- Tutto il lavoro fatto in Italia per migliorare le mo una tecnologia di nuova generazione che non si performances ha permesso a questo nuobasa su filtri ma sulla produzione di una coltre di mo- vo sistema di sanificazione dell’aria, di divenlecole che sanificano, eliminando gli inquinanti» spie- tare un gioiello di innovazione del Made in Italy. ga Giovanni Mastrovito, fisico con specializzazione in nanotecnologie e direttore scientifico di PURE AIR ION. Da Gennaio 2021 in collaborazione con Astrel Group di Treviso, Pure air ion produrrà anche una serie di La nuova tecnologia EHG™ si basa sull’utiliz- dispositivi con controllo remoto IoT, che darà modo zo di metalli preziosi nanostrutturati e di led op- di gestire il funzionamento della macchina, consentoelettronici che generano una luce UVC ad tendo così ai responsabili della sicurezza, un mouna determinata frequenza per ottenere l’effet- nitoraggio continuo del processo di sanificazione to sinergico della foto-ossidazione catalitica e e successivamente anche della qualità dell’aria. dell’attività antimicrobica della luce ultravioletta. Le molecole così generate (dette ROS) provocano l’inattivazione dei virus e di altri microorganismi pe-

www.pureairion.com info@pureairion.com sede: via della Chiesa 61/2 30039 Stra (VE) 105


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CHANEL STORY

LE COLLEZIONI, I GIOIELLI, LE FRAGRANZE. LA CASA EDITRICE ASSOULINE PUBBLICA UNA TRILOGIA SULLA MAISON FONDATA DALLA RIVOLUZIONARIA STILISTA FRANCESE, A 50 ANNI DALLA SUA MORTE di Cecilia Morrico 106

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Le modelle Frankie Rayder e Mariacarla Boscono in spiaggia a Biarritz, in Francia, dove Gabrielle Chanel ha aperto la prima casa di moda nel 1915, fotografate da Karl Lagerfeld per la collezione prêt-à-porter Primavera-Estate 2003 © Chanel/Photo Karl Lagerfeld/Spring-Summer 2003

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li accessori, che scienza! La bellezza, che arma! La modestia, che eleganza!». In questa frase, Coco Chanel mostra l’importanza di tutto ciò che è moda intesa come atto estetico ma invita anche a guardare oltre le apparenze. Se si vogliono carpire tutti i segreti della inimitabile Gabrielle – questo il vero nome della stilista francese – e rivedere i pezzi che hanno rivoluzionato il fashion nel XX secolo, la casa editrice Assouline e il brand Chanel presentano una trilogia che celebra lo spirito senza tempo della maison. Il cofanetto fotografico Chanel 3. Memoire slipcase include tre tomi: Fashion, Jewelry and Watches e Fragrance and Beauty. Un racconto di 240 pagine con 180 immagini rare che, a 50 anni dalla sua scomparsa, narra la vita di colei che liberò le donne da corsetti e stecche.

Il primo volume porta la firma di Anne Berest autrice di libri come Sagan, Paris 1954 e Gabriële, scritto insieme alla sorella Claire, e ripercorre la storia di Coco che, rifiutando gli stili restrittivi della sua epoca, riuscì a introdurre una nuova silhouette sofisticata e naturale. Lo spirito di lusso moderno e il savoir-faire parigino, elaborato nel corso dei decenni grazie alle innovazioni di Karl Lagerfeld – direttore creativo del brand Chanel dal 1983 fino alla sua scomparsa nel 2019 – continua oggi, dopo 111 anni dall’apertura della prima boutique, con Virginie Viard. Si resta accecati dal secondo volume, Jewelry and Watches, a firma di Fabienne Reybaud, specialista in alta gioielleria. La prima collezione di Mademoiselle Gabrielle è intitolata Bijoux of Diamants e risale del 1932. Da lì l’anima visionaria e all’avanguardia della stilista rivive fino ai

Paolo Seganti fotografato da Jean-Paul Goude per la campagna pubblicitaria del profumo Égoïste Platinum (1994) © Chanel/Jean-Paul Goude

Gabrielle Chanel negli anni ‘30, con il cane Gigot, nella sua villa La Pausa, a Roquebrune-Cap-Martin, sulla Riviera francese Collezione Patrimoine de Chanel © Tutti i diritti riservati

Assouline, pp. 240 € 75 108


Marion Cotillard, fotografata da Steven Meisel, diventa il nuovo volto di Chanel N° 5 (2020)

Marilyn Monroe, leggendaria ambasciatrice del profumo Chanel N° 5 (1955)

© Chanel/Steven Meisel

© Ed Feingersh/Michael Ochs Archives/Getty Images

giorni nostri, con creazioni uniche di altissimo livello, nello Chanel Jewelry Creation Studio. Stessa eccellenza anche per l’alta orologeria, con

pezzi concepiti come oggetti di piacere e pronti a resistere alla prova del tempo. Si giunge infine al rivoluzionario N° 5

Naomi Campbell indossa l’orologio calibro J12 12.1, in ceramica bianca ad alta resistenza e acciaio, per la campagna pubblicitaria È tutto un secondo (2019) © Chanel/Brigitte Lacombe

del 1921, il profumo più famoso al mondo. L’eau de toilette tanta amata da Marilyn Monroe è protagonista dell’ultimo libro, scritto da Marion Vignal, che racconta anche la nascita della prima linea trucco, nel 1924, e il lancio dei prodotti per la cura della pelle, nel 1927. Coco Chanel è sempre stata in anticipo sui tempi e le sue fragranze, insieme alle linee beauty e trucco, rimangono fedeli a questa eredità, simboleggiando da sempre l’eccellenza nella creatività, nella ricerca e nella tecnica. Semplici ed efficaci, ma senza mancare mai di eleganza, questi prodotti di bellezza sono vere espressioni della visione olistica della maison. Oltre alle chicche riportate dai tre curatori, sono le immagini a parlare. Le sfilate, i testimonial, le campagne pubblicitarie, i backstage e le stesse fotografie di Gabrielle tengono unita l’intera opera e restituiscono in maniera viva la passione di questa grande innovatrice del ’900. assouline.com chanel.com AssoulinePublishing AssoulinePub assouline chanel chanel chanelofficial 109


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Orgosolo, Casa Piras, preparazione del pane carta musica (1976) 110


RITRATTI DI SARDEGNA AL MAN DI NUORO LA PERSONALE DI LISETTA CARMI. SCATTI CHE IMMORTALANO L’ISOLA TRA MOMENTI DI VITA QUOTIDIANA E PAESAGGI DOMINATI DALLA PIETRA di Luca Mattei

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ani che rifiniscono tappi di sughero, donne che impastano il pane in casa o escono da una chiesa vestite di nero, uomini sorridenti ripresi durante una pausa di lavoro o mentre passeggiano a cavallo per le strade di paese. Anziani che riposano seduti per strada in attesa che arrivi inesorabile il proprio tempo, bambini che giocano durante una festa, disegnano enormi scarabocchi sui muri o sono affaccendati nel portare secchi d’acqua. Sono i soggetti degli scatti – un centinaio, in bianco e nero – che compongono la sezione principale della personale di Lisetta Carmi Voci allegre nel buio. Fotografie in Sardegna, al Man di Nuoro fino al 20 giugno (fatte salve eventuali chiusure temporanee per contrastare il Covid-19). La mostra, curata da Luigi Fassi e Giovanni Battista Martini, è parte di una ricerca condotta dal museo nuorese sul rapporto tra i grandi maestri italiani dell’obiettivo e la Sardegna: un dialogo iniziato nel 2020 con la retrospettiva dedicata al cesenate Guido Guidi. La Carmi, tra le più stimate fotografe del secondo ‘900, inizia a interessarsi all’isola negli anni ‘50, seguendo i racconti di Maria Giacobbe, insegnante elementare a Orgosolo in Barbagia, pubblicati sulla rivista Il Mondo e poi nel libro Diario di una maestrina. L’artista genovese raggiunge per la prima volta il paesino nel 1962, per incontrare quegli studenti saliti ormai agli onori della cronaca, ma finisce per scoprire

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Photo © Lisetta Carmi/Martini & Ronchetti

e immortalare il quotidiano dell’intera comunità sarda, frequentata anche in soggiorni successivi, fino al 1976. È del 1966 il testo della fotografa Il Capodanno di Orgosolo: la festa della Candelaria, da cui sono estratte le parole che danno il titolo alla mostra: «Gruppi di donne (per lo più quattro) cominciano a girare per il paese, si fermano vicino alle case dei giovani sposi e cantano brevi canti di augurio. Nel buio si sentono queste voci allegre […]». Il risultato della ricerca

artistica di Lisetta Carmi è così il ritratto antropologico di una vita dominata da riti e tradizioni, ruoli sociali incasellati e lavori faticosi. Un’esistenza difficile che sembra emergere anche dai paesaggi ripresi dalla fotografa: strade, case, spianate e montagne in cui spicca l’invadenza della pietra, dura e solida. museoman.it museoman MAN_MUSEO MAN

Calangianus, sugherificio (1964)

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Irgoli (ragazza alla fontana) (1964)

Irgoli (1964) Nuoro, funerali del carabiniere (1962)

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Orgosolo (1964)

Strade, case, spianate e montagne in cui spicca l’invadenza della pietra, dura e solida. La Sardegna degli anni ’60 nelle foto di Lisetta Carmi Irgoli (1964)

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POKER ITALIA IL PALAZZO DUCALE, LE CATACOMBE DI SAN GENNARO, IL PARCO GIARDINO SIGURTÀ, LA CIRCO MAXIMO EXPERIENCE. QUATTRO BELLEZZE NAZIONALI VINCONO I REMARKABLE VENUE AWARDS PROMOSSI DALLA PIATTAFORMA ONLINE TIQETS

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di Francesca Ventre - f.ventre@fsitaliane.it

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Italia gioca le sue carte e sbanca. Le Catacombe di San Gennaro a Napoli, il Parco Giardino Sigurtà a Valeggio sul Mincio (VR), la Circo Maximo Experience a Roma e il Palazzo Ducale a Venezia hanno conquistato quattro dei sette premi previsti dai Remarkable Venue Awards di Tiqets, la piattaforma internazionale di preno-

tazione online per musei e attrazioni. La competizione vuole premiare siti, monumenti e bellezze di Italia, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito e Irlanda, Stati Uniti e Spagna. Quella del 2020 è un’edizione speciale perché, se finora a prevalere era il migliore in ogni nazione, stavolta viene scelto anche il Best of the best. «I siti sono stati votati da chi li ha vi-

sitati. Una vittoria basata sulla meritocrazia, grazie a metriche calcolate sul numero di review e sulla qualità dei commenti, con un punteggio da 0 a 5 stelle. Le Catacombe di San Gennaro, nella categoria Best onsite experience, e il Parco Sigurtà, come Best attraction, sono stati i successi più inaspettati», spiega Paolo Fatone, Regional Director Central Southern

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Da sinistra a destra: piazza San Marco a Venezia, Circo Maximo Experience, Catacombe di San Gennaro a Napoli e Parco Sigurtà a Valeggio sul Mincio (VR)

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© Fondazione Musei Civici di Venezia

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Il Palazzo Ducale a Venezia

Europe and Middle East di Tiqets, tra le prime piattaforme a promuovere visite su misura e acquisto di biglietti online con modalità “salta la coda”. Le Catacombe di San Gennaro hanno ottenuto il 40% dei voti, grazie anche alla loro storia singolare di riscatto. L’impegno dei giovani del posto e di

Don Antonio Loffredo ha consentito di riportare alla luce un monumento del Rione Sanità, quartiere napoletano spesso protagonista di storie legate alla malavita. «Per il parco veneto, invece, ha contato la meraviglia che suscita nel visitarlo. È un posto poco conosciuto che

ha scalato le classifiche con un exploit d’eccezione. Un luogo per tutti, che si può scoprire girando a piedi, in bici o con una golf car». La primavera è il periodo migliore per organizzare un tour con la famiglia o gli amici. I cancelli aprono il 7 marzo, l’8 le donne entrano gratis e fino al 30 aprile vi si

© Neal Peruffo

Un interno delle Catacombe di San Gennaro a Napoli

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© Bruna Zavattiero

Tulipani nel Parco Giardino Sigurtà, a Valeggio sul Mincio (VR)

svolge Tulipanomania, una festa tra coloratissimi fiori. Per selezionare i siti da inserire nel portale, Fatone si reca sempre sul posto. A Roma, per esempio, ha sperimentato la Circo Maximo Experience che nella competizione, è il caso di dirlo per questo antico luogo di corse con i carri, ha vinto di un’incollatura: «Un testa a testa con il Rijksmuseum Muiderslot olandese su cui ha prevalso con 1.832 voti contro 1.806. L’attrazione si è distinta nella nuova categoria Most innovative venue per aver affrontato l’emergenza

sanitaria con la realizzazione di visori 3D e altre precauzioni per garantire la completa sicurezza nel godere le ricostruzioni virtuali». Il Palazzo Ducale di Venezia, infine, si è imposto su tutti gli altri nella categoria Best Landmarks. Un edificio iconico che accoglie i turisti appena arrivati in Laguna, con una sagoma inconfondibile grazie alle sue merlature architettoniche. Un edificio articolato all’interno e composto dall’appartamento del doge, il cortile, le logge e le famigerate prigioni con la

cella di Giacomo Casanova e, a queste collegato, il notissimo ponte dei Sospiri. A tutti e quattro i tesori della Penisola va in premio un marketing package del valore di diecimila euro per progettare un piano comunicativo. Perché la cultura non si diffonde da sola, per darle risalto bisogna investire. tiqets.com/it catacombedinapoli.it sigurta.it circomaximoexperience.it palazzoducale.visitmuve.it

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Una ricostruzione in 3D della Circo Maximo Experience, Roma

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INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

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BASE

ECONOMY

LIBERTÀ DI VIAGGIO E CAMBI ILLIMITATI Biglietto acquistabile fino alla partenza del treno. Entro tale limite sono ammessi il rimborso, il cambio del biglietto e il cambio della prenotazione, gratuitamente, un numero illimitato di volte. Dopo la partenza, il cambio della prenotazione e del biglietto sono consentiti una sola volta fino a un’ora successiva.

CONVENIENZA E FLESSIBILITÀ Offerta a posti limitati e soggetta a restrizioni. Il biglietto può essere acquistato entro la mezzanotte del secondo giorno precedente il viaggio. Il cambio prenotazione, l’accesso ad altro treno e il rimborso non sono consentiti. È possibile, fino alla partenza del treno, esclusivamente il cambio della data e dell’ora per lo stesso tipo di treno, livello o classe, effettuando il cambio rispetto al corrispondente biglietto Base e pagando la relativa differenza di prezzo. Il nuovo ticket segue le regole del biglietto Base.

SUPER ECONOMY MASSIMO RISPARMIO Offerta a posti limitati e soggetta a restrizioni. Il biglietto può essere acquistato entro la mezzanotte del decimo giorno precedente il viaggio. Il rimborso e l’accesso ad altro treno non sono consentiti.

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L’offerta consente di usufruire di prezzi ridotti per chi utilizza, in un unico viaggio, un treno Notte e un treno Frecciarossa o Frecciargento. La promozione è valida per i viaggiatori provenienti con un treno notte dalla Sicilia, dalla Calabria o dalla Puglia che proseguono sulle Frecce in partenza da Napoli, Roma o Bologna per Torino, Milano, Venezia e tante altre destinazioni, e viceversa 4 .

NOTE LEGALI 1. Il numero dei posti è limitato e variabile, a seconda del treno e della classe/livello di servizio. Acquistabile entro le ore 24 del terzo giorno precedente la partenza del treno. Il cambio prenotazione/biglietto è soggetto a restrizioni. Il rimborso non è consentito. Offerta non cumulabile con altre riduzioni, compresa quella prevista a favore dei ragazzi. 2. I componenti del gruppo che non siano bambini/ragazzi pagano il biglietto al prezzo Base. Offerta a posti limitati e variabili rispetto al giorno, al treno e alla classe/livello di servizio. Cambio prenotazione/biglietto e rimborso soggetti a restrizioni. Acquistabile entro le ore 24 del secondo giorno precedente la partenza. 3. Il Carnet consente di effettuare 15, 10 o 5 viaggi in entrambi i sensi di marcia di una specifica tratta, scelta al momento dell’acquisto e non modificabile per i viaggi successivi. Le prenotazioni dei biglietti devono essere effettuate entro 180 giorni dalla data di emissione del Carnet entro i limiti di prenotabilità dei treni. L’offerta non è cumulabile con altre promozioni. Il cambio della singola prenotazione ha tempi e condizioni uguali a quelli del biglietto Base. Cambio biglietto non consentito e rimborso soggetto a restrizioni. 4. L’offerta Notte&AV è disponibile per i posti a sedere e le sistemazioni in cuccetta e vagoni letto (ad eccezione delle vetture Excelsior) sui treni Notte e per la seconda classe, o livello di servizio Standard, sui treni Frecciarossa o Frecciargento. L’offerta non è soggetta a limitazione dei posti. Il biglietto è nominativo e personale.

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PUNTI VERDI CARTAFRECCIA

I PUNTI VERDI CARTAFRECCIA PER LA SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE Per ogni biglietto acquistato per viaggiare su Frecce e Intercity con la propria CartaFRECCIA, in aggiunta ai normali punti fedeltà, Trenitalia accredita i Punti Verdi per chi si sposta nel rispetto dell’ambiente. Si tratta

di punti aggiuntivi che Trenitalia assegna ai clienti in funzione dei chilometri percorsi, come premio per aver scelto il treno anziché la macchina o l’aereo. I punti extra sono assegnati in virtù della CO2 risparmia-

ta, vengono accreditati in relazione ai chilometri percorsi su Frecce e Intercity (1 punto ogni 10 chilometri*) e si aggiungono a quelli guadagnati con le altre modalità previste dal regolamento.

*I Punti Verdi non sono qualificanti ai fini del raggiungimento dello status successivo. I chilometri considerati per il calcolo dei Punti Verdi sono quelli commerciali. 123


FLOTTA

FRECCIAROSSA

FRECCIAROSSA

FRECCIARGENTO ETR 700

Velocità max 250km/h | Velocità comm.le 250km/h | Composizione 8 carrozze | 3 livelli di Servizio Business, Premium, Standard | Posti 500 | WiFi Fast | Presa elettrica e USB al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

FRECCIARGENTO ETR 600

Velocità max 280 km/h | Velocità comm.le 250 km/h | Composizione 7 carrozze | Classi 1^ e 2^ | Posti 432 | WiFi Presa elettrica al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

FRECCIAROSSA ETR 1000

Velocità max 400 km/h | Velocità comm.le 300 km/h | Composizione 8 carrozze 124


FRECCIARGENTO ETR 485

Velocità max 280 km/h | Velocità comm.le 250 km/h | Composizione 9 carrozze | Classi 1^ e 2^ | Posti 489 | WiFi Presa elettrica al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

FRECCIABIANCA

Velocità max 200 km/h | Velocità comm.le 200 km/h | Composizione 9 carrozze | Classi 1^ e 2^ | Posti 603 Presa elettrica al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

FRECCIABIANCA ETR 460

Velocità max 250 km/h | Velocità comm.le 250 km/h | Composizione 9 carrozze | Classi 1^ e 2^ | Posti 479 Presa elettrica al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

Livelli di servizio Executive, Business, Premium, Standard | Posti 457 | WiFi Fast | Presa elettrica al posto Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio 125


PRIMA DI SCENDERE FONDAZIONE FS

UN PATRIMONIO DA GUARDARE

© Archivio Fondazione FS Italiane

FOTOGRAFIE, CINEGIORNALI E FILMATI STORICI. FONDAZIONE FS ITALIANE METTE A DISPOSIZIONE ONLINE L’ARCHIVIO DOCUMENTARIO DELL’AZIENDA FERROVIARIA

Negativi su pellicola archiviati nella Fototeca FS dal 1952 fino alla metà degli anni ’80

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mmagini che giungono da un tempo ormai lontano, accompagnate dalla voce evocativa dello speaker che descrive il primo viaggio del presidente Luigi Einaudi nella Trieste appena tornata italiana, il 4 novembre 1954. Si tratta del Cinegiornale FS n.1, diffuso ufficialmente l’anno dopo: il primo esempio in Europa di periodico filmato a cura di un’azienda ferroviaria. L’esigenza di comunicare il proprio mondo emerge nelle Ferrovie dello Stato già dai primi anni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, quando si consolida la necessità di raccontare la ricostruzione post-bellica con una diffusa attività di documentazione e propaganda. Nel 1950 nasce ufficialmente la Fototeca Centrale FS, dove si sviluppa velocemente la produzione delle immagini,

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supportata da un carattere informativo e redazionale molto forte. Tre anni più tardi, nei locali della sede centrale a Roma, viene istituito un laboratorio per la lavorazione e il montaggio dei film. A raccontare la storia di questa struttura, tra aneddoti e curiosità, un video del direttore generale di Fondazione FS Italiane, Luigi Cantamessa. Nel 1955, come ricordato all’inizio, si avvia ufficialmente la produzione dei cinegiornali: veri notiziari periodici d’informazione e attualità tecnica, arricchiti da inserzioni di varietà. La divulgazione culturale si avvicenda senza sosta all’informazione tecnico-ferroviaria: mentre il Cinegiornale n.26 mostra il saluto alla città di Venezia del cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, a pochi giorni dalla sua elezione a Pontefice, il n.79 descrive, con

l’enfasi tipica degli anni ’60, il viaggio inaugurale della nuova locomotrice E.444 e la nascita del concetto di alta velocità ferroviaria. Nel corso degli anni, anche il linguaggio si aggiorna costantemente per raggiungere il maggior numero di spettatori: se nel 1967 si narra la nascita di una nuova locomotrice, la Tartaruga, nel 1992 questa diviene semplicemente Ruga, un simpatico cartone animato che si rivolge ai bambini, trattando temi ecologici. Dal 2016, con la nascita del Portale Archivistico di Fondazione FS Italiane, il patrimonio documentario di FS è disponibile online e può essere consultato da chiunque. fondazionefs.it FondazioneFsItaliane fondazionefsitaliane


PRIMA DI SCENDERE FUORI LUOGO

di Mario Tozzi mariotozziofficial mariotozziofficial [Geologo Cnr, conduttore tv e saggista]

LE MAHARE DI ALICUDI

d Alicudi si raccontano storie strane. Come quelle delle mahare, donne che riescono a volare cospargendosi di un magico unguento. Come dicono i “cunti” (racconti) locali, le mahare volano per mangiare, rubando cibo dalle case, ma nessuno riesce mai a vederle. Si raccolgono poi tra le rocce di Timpuni ‛i Fimmini, per misteriosi convegni lontani da orecchie indiscrete. Qualcuno sostiene che le donne volanti di Alicudi siano il frutto di visioni e miraggi condizionati dall’ingestione, voluta o casuale, di un fungo allucinogeno chiamato Claviceps purpurea, che contiene acido lisergico, lo stesso dell’LSD. Siccome questo fungo, che attacca la segale, ha la forma di uno sperone, in francese il suo nome è Ergot e l’infiammazione che ne può derivare è detta ergotismo,

l’herpes zoster a noi noto come fuoco di Sant’Antonio. In passato, la segale era molto diffusa nell’alimentazione dei contadini e dei proletari dell’Italia meridionale, essendo il grano riservato ai padroni, ma non pare se ne riscontrasse ad Alicudi. È molto probabile che la caccia alle streghe, in tutto il mondo, abbia avuto qualche volta come comune denominatore proprio l’ingerimento di questo fungo. Che appunto provoca visioni come quelle delle donne che volano. Ma siccome Timpuni ‛i fimmini era il rifugio prescelto dalle donne di Alicudi per sfuggire ai saraceni invasori, magari portandosi viveri per resistere, forse è per questa ragione che qualcuno ha identificato la fuga verso l’interno come un volo delle donne. Le rocce del Timpuni ‛i fimmini sull’isola di Alicudi, nelle Eolie

© De Agostini Picture Library/GettyImages

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OfficialTozzi

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PRIMA DI SCENDERE FOTO DEL MESE

a cura di Flavio Scheggi

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La strada era il suo set preferito. Lisette Model (Vienna 1901-New York 1983), ironica e dissacrante street photographer, amava ritrarre le persone con inquadrature ravvicinate e l’uso del flash per far emergere le imperfezioni dei corpi e degli abiti appariscenti e la gestualità sguaiata. Il Centro italiano per la fotografia Camera di Torino, dal 24 marzo al 4 luglio salvo chiusure temporanee per contrastare il Covid-19, dedica alla fotografa austriaca la prima retrospettiva italiana. Otre 100 immagini ripercorrono la carriera dell’artista, partendo dalla Francia, dove Model negli anni ‘30 realizza Promenade des Anglais, un lavoro dedicato alla borghesia decadente che trascorre l’estate a Nizza. Dopo il trasferimento negli Stati Uniti inizia a ritrarre gli abitanti di New York, osservando la città attraverso i riflessi delle vetrine dei negozi e le gambe dei frenetici passanti come in Reflections e Running Legs. camera.to CameraTorino cameratorino

Lisette Model Reflections, hand

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© foto di Pax Paloscia

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La Freccia - marzo 2021  

Un caleidoscopico puzzle composto da innumerevoli volti di donna dal quale emerge in primo piano quello della Primavera di Botticelli. È la...

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