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ANNO XIII | NUMERO 5 | MAGGIO 2021 | www.fsitaliane.it

PER CHI AMA VIAGGIARE

L’ITALIA CHE PEDALA AL GIRO TRA NA TU R A, AR TE E FO O D


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EDITORIALE

© Paolo Martelli

PEDALANDO VERSO

Un’immagine della manifestazione cicloturistica Eroica (2017)

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reno e bicicletta, due invenzioni dell’800 oggi più attuali che mai. Contemporanee al virtuoso e sempre più diffuso desiderio di vivere nel rispetto dell’ambiente. In sintonia con quello e con se stessi. L’evoluzione tecnologica ha trasformato in due secoli le loro caratteristiche. Le loro performance sono oramai incomparabilmente superiori a quelle dei progenitori. Ma il Dna è ancora quello. Sono gli estremi della mobilità meccanicizzata: da una parte il mezzo in grado di trasportare

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il maggior numero di persone, centinaia di viaggiatori (l’India non fa testo), dall’altra quello che ne trasporta uno soltanto, o eccezionalmente due, in canna il passeggero, come ci ricorda qualche fotogramma in bianco e nero, o a pedalare dietro, in tandem. Treno e bici sono un binomio green nel quale il Gruppo FS crede e scommette sempre di più, e sono i protagonisti di una copertina che nello strillo dice come per ripartire sia necessario “pedalare”. Provare fatica e fame, spingere sui pedali come

hanno saputo fare i nostri nonni e padri, nel secondo dopoguerra. Trasformare le minacce e i problemi in opportunità. I sussidi, gli aiuti e i fondi del Next Generation EU in occasioni di crescita, sviluppo sostenibile, rinascita. L’abbiamo usata mille volte questa parola: rinascita. Averne inflazionato l’uso non le fa perdere alcun valore. Dobbiamo tenerci stretti la fiducia, la perseveranza, la passione, l’entusiasmo per rifiorire. Sempre su questo numero della Freccia, dove la bicicletta la fa da padrona, dove il


IL

FUTURO

Giro d’Italia ci accompagna a scoprire, e ci ricorda, quanto sia bello, ricco e variegato il nostro Paese, abbiamo dedicato uno spazio speciale a Napoleone Bonaparte. Uno di quegli uomini che hanno lasciato un solco indelebile nella storia della nostra Europa e del nostro Occidente. Perché – sempre utile rammentarlo – è di questa porzione di mondo che parliamo, una porzione che qualche secolo fa sembrava esaurirlo, il mondo. Oggi non più. Oggi sappiamo che non ci si salva da

soli, nel nostro pezzo di terra e mare, dove si può annegare anche sapendo o imparando a nuotare. Ma la figura di Napoleone è universale. Lo è nella sua storicità e nell’icastica rappresentazione post mortem che ne fece Alessandro Manzoni, attraverso quei versi del Cinque maggio buttati giù a memoria sui banchi di scuola, mai più dimenticati, e riletti per noi, con raffinata profondità, da Alberto Brandani. Un insegnamento, non certo l’unico, di un uomo di umili origini capace di elevarsi a condottiero e imperatore

sta nell’aver coltivato e perseguito grandi sogni senza mai arrendersi di fronte alla sconfitta, sapendosi rialzare dopo la caduta. «Tutto ei provò: la gloria maggior dopo il periglio, la fuga e la vittoria, la reggia e il tristo esiglio: due volte nella polvere, due volte sull’altar». Si può e ci si deve rialzare. Dalla polvere della pandemia come da quella delle nostre disgrazie individuali. Dobbiamo rialzarci, e tornare a correre e a viaggiare. In treno e pedalando. Verso il futuro. 3


MEDIALOGANDO

SPORTWEEK LO SPETTACOLO DELLO SPORT STILI E STORIE DI VITA, CLICK SORPRENDENTI, BELLEZZA, STUPORE E SORRISI: LO SPORT A 360 GRADI NEL SETTIMANALE DELLA GAZZETTA DIRETTO DA PIER BERGONZI di Marco Mancini

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© Fabio Bozzani

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a iniziato a pedalare da ragazzino su strade percorse da grandi campioni del ciclismo, suoi conterranei: da Luigi Ganna, vincitore del primo Giro d’Italia al mitico Alfredo Binda, che ne ha vinti cinque, fino a Stefano Garzelli e a Ivan Basso, tutti di Varese o dintorni. «Andavo piano dappertutto, ero quel che si dice un ciclista completo», ricorda con autoironia. «E ho capito presto che era meglio scrivere di ciclismo, che farne un lavoro». La passione delle due ruote è rimasta, il mestiere è diventato l’altro: la scrittura, il giornalismo. E che mestiere! Pier Bergonzi è oggi vicedirettore della Gazzetta dello Sport e responsabile di Sportweek, il settimanale della rosea. Insomma il cerchio si è chiuso in maniera mirabile, il ciclismo era comunque nel tuo destino. In effetti, le cose della vita mi hanno portato nel giornale che ha inventato il Giro d’Italia, la Milano-Sanremo, il Giro di Lombardia, le grandi Classiche. Che cosa ha di speciale questo sport? Intanto si presta al racconto, ed è lo sport popolare per eccellenza, che va in mezzo alle strade e alla gente, che puoi guardare dalla finestra... Non devi andare in uno stadio, in un palazzetto. No, non chiede il pagamento di un biglietto. Si muove da una città all’altra, ma anche quando la tappa è la stessa è sempre diversa. Pensa alla Cuneo-Pinerolo, la tappa delle tappe nella storia del Giro, quella del 1949 con Fausto Coppi che parte sulla Maddalena e fa 192 chilometri di fuga solitaria, arriva con quasi 12 minuti su Gino Bartali e quasi 20 sul terzo. Quella stessa tappa è stata rifatta più volte e non è stata mai uguale. L’hanno vinta corridori con caratteristiche completamente diverse, perché lo scenario cambia, cambiano le strade, le bici, l’alimentazione e la preparazione. Il ciclismo è lo sport che si presta a essere diverso ogni giorno a ogni chilometro. E lo spettacolo e le emozioni sempre nuove le regalano i campioni. Spesso personaggi con uno spessore umano eccezionale. Almeno fino all’epoca di Francesco Moser il ciclismo era anche un’opportunità per affrancarsi dal mondo contadino e avere una prospettiva diversa. Ed è uno spirito che continua a contrassegnare questo sport

Pier Bergonzi, vicedirettore della Gazzetta dello Sport e responsabile di Sportweek

anche con l’arrivo di nuovi personaggi da nuovi mondi. Penso al ciclismo anglosassone e americano, con atleti che lo scelgono come sport emergente e grande novità. In America dicono che il ciclismo sia il nuovo golf, un’esperienza di fatica nobile che arricchisce e che puoi vivere in compagnia. Sportweek, il settimanale che dirigi, racconta lo sport a tutti, a chi lo guarda ma anche a chi lo pratica. È così? Sì, la parte finale della nostra rivista, quella più di servizio, è dedicata a chi pratica una disciplina in modo attivo, dal surf al trekking. È quella dello sport come stile


gnano di diventare le prime medagliate alle prossime Olimpiadi. Tu nasci giornalista sportivo e lo sei ancora oggi. Quali sono le specificità di questo giornalismo? Quando ho iniziato alla Prealpina di Varese, Antonio Porro, il bravissimo caporedattore, diceva che per imparare questo mestiere avrei dovuto iniziare dalla cronaca bianca, dalla giudiziaria o dalla sportiva. Nelle prime due redazioni occorre consumare le scarpe per cercare le notizie, bussare alla porta di tutti, scavare e sentire cento persone per ricostruire quella che pensi sia una verità plausibile. Nello sport è un po’ la stessa cosa e hai la possibilità di raccontare un evento, un personaggio, fare un’inchiesta e scoprire storie del passato. È forse uno dei giornalismi che consente di avere una base buona per tutto. Grandissimi giornalisti sono partiti dallo sport o hanno avuto a che fare con lo sporsi in fila indiana per tirare la volata al ciclista locomotiva che dalla coda raggiunge la testa in prossimità del traguardo. Perché, avendo forse maggiore libertà, il giornalista sportivo sperimenta. La Gazzetta di Gino Palumbo ha inventato lo spogliatoio, le interviste umane, spiegando cosa c’è dietro al campione. Tutto questo è poi diventato pane quotidiano per i giornali e i settimanali italiani di qualsiasi livello, ossia l’intervista che umanizza i personaggi. Come del resto l’infografica, esportata nel giornalismo politico e d’informazione, ma nata in quello sportivo per raccontare un episodio attraverso foto

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ANNO 21. N.04 (1025), 23 gennaio 2021. Poste Italiane Spedizione in A.P. D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano. Non acquistabile separatamente da La Gazzetta dello Sport, € 2 (SportWeek € 0,50 + La Gazzetta dello Sport € 1,50).

di vita, delle icone, dalla regina Elisabetta alla Vespa, di come ci si veste o ci si comporta per stare al passo coi tempi, divertendosi e stando in forma. Lo stile sportivo è quello che tutti inseguono. Persino l’alta moda sta facendo sua questa tendenza e cerca testimonial sportivi. Quindi una rivista giovane e anche glamour? L’idea di un periodico che accompagni il quotidiano è antichissima, ripresa alla fine degli anni ‘70, prima La Gazzetta dello Sport Illustrata, poi Gazzetta Magazine, e dal 2000 Sportweek. Ed è una rivista unica nel panorama dell’editoria italiana: un maschile che parla anche alle donne e racconta lo sport come stile di vita. Figlio, fratello, compagno di viaggio della Gazzetta, che vuole raccontare la bellezza dello sport. Con una parte centrale di quattro o cinque doppie pagine che chiamiamo Click, con le foto più belle e spettacolari della settimana, che danno l’idea della magia dello sport. Perché se c’è qualcosa di bello in questo settore è l’effetto “wow”, la sorpresa, vedere quello che non ti aspetti a qualsiasi livello, dalla finale di Champions League a quella dei 100 metri delle Olimpiadi, fino al campetto di periferia di un oratorio. Guardare al campetto di periferia significa non inseguire soltanto i campioni. Esatto, è quello che cerchiamo di cogliere ogni settimana, andando a cercare non soltanto i personaggi mainstream, ma le storie minori, laterali. Abbiamo scritto del calciatore Domenico Volpati che vinse lo scudetto con il Verona nei primi anni ‘80, poi è diventato dentista e adesso, a oltre 70 anni, fa il volontario per vaccinare le persone contro il Covid-19. Lo scorso anno siamo stati a cercare Maxime Mbanda, azzurro di rugby, che durante l’esplosione della pandemia è diventato volontario per la Croce Rossa. Ecco, ma com’è scrivere di sport nei mesi bui della pandemia, che ha sovvertito tutti i canoni? Nel primo lockdown, quando lo sport era azzerato e non accadeva nulla, ci siamo letteralmente inventati alcuni numeri che raccontassero lo stesso il bello di questo mondo. I dieci film, le dieci canzoni, i dieci libri più belli di sport da vedere, ascoltare, leggere. Interviste a Giorgio Armani o ad Alex Zanardi, poco prima dell’incidente, diventate copertine importanti con persone di qualità che vivevano con noi la paura e la difficoltà di quel momento e ci aiutavano a trovare una chiave di interpretazione e un filo di speranza. In quei giorni, abbiamo capito quanti lettori affezionati avesse la Gazzetta, ma anche il reale peso di Sportweek, che il sabato, quando usciva, faceva e fa ancora oggi crescere le vendite del quotidiano. Perché, secondo te? Perché siamo un unicum: non c’è nessun settimanale maschile di cultura sportiva letto anche da donne e giovani. Siamo un giornale premium, aspirazionale, che ti porta dentro la Coppa America di vela, l’Augusta Masters di golf, la squadra St. Ambroeus di Milano fatta principalmente di rifugiati o ti porta a scoprire le ragazze del canottaggio che hanno vinto l’Oro europeo e so-

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MEDIALOGANDO

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ANNO 22. N.14 (1035), 3 aprile 2021. Poste Italiane Spedizione in A.P. D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano. Non acquistabile separatamente da La Gazzetta dello Sport, € 2 (SportWeek € 0,50 + La Gazzetta dello Sport € 1,50).

Sportweek #14

ALBUM FOTOGRAFICO - 125 ANNI DI SPORT E GAZZETTA

Click! IL 3 APRILE DEL 1896, A 3 GIORNI DALLA PRIMA OLIMPIADE DI ATENE, NASCEVA IL NOSTRO GIORNALE. UNA LUNGA STORIA DI EMOZIONI RACCONTATA ATTRAVERSO LE IMMAGINI

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e immagini. E poi, quella stessa maggiore libertà di cui parlavo ti spinge sempre a cercare di regalare un sorriso ai tuoi lettori. La Gazzetta dello Sport è il giornale più letto perché, dalle storie dei campioni al calciomercato, si spera di trovarci un motivo per sorridere ed emozionarsi. Qualcosa di cui in questi mesi c’è ancor più bisogno, con l’auspicio di ripartire presto e bene. Siamo i primi ad auspicarlo. La Gazzetta è il giornale che va nei bar, che fa discutere, socializzare, quello più sfogliato dai giovani. Che vi trovano da sempre, storicamente, un bel linguaggio e ottime firme. Su questo nessun dubbio, da Gianni Brera, con la sua straordinaria ed estesa cultura di atletica e ciclismo applicata anche al calcio, il gioco che appassiona di più gli italiani, a Gino Palumbo o a Candido Cannavò. E ci sono firme che hanno avuto successo anche nel giornalismo di informazione come è accaduto all’attuale direttore Stefano Barigelli, che viene dallo sport ma è stato anche vicedirettore vicario del Messaggero. Lo sport, e la Gazzetta, hanno sempre attratto grandi firme. C’è una famosa puntata del programma tv Il processo alla tappa condotto da Sergio Zavoli, durante il Giro del 1969, quando fu squalificato per doping il grande Eddy Merckx, che vede confrontarsi animatamente giganti del calibro di Indro Montanelli, Enzo Biagi, Gianni Brera, Bruno Raschi, che alla Gazzetta chiamavano il “divino”, e Gian Paolo Ormezzano, allora giovane cronista. Hai parlato di un’epoca lontana, quando la tv e la carta non avevano rivali, mentre oggi il giornalismo fa i conti con il web. 6

Qualcosa che noi affrontiamo quotidianamente, decidendo cosa dare online e cosa preservare per la carta, o cercando di capire se è ancora giusto preservare qualcosa oppure è meglio permettere che tutto diventi un grande sistema al quale il tuo lettore è fidelizzato, e in cui chiede a te di selezionare per lui. Mai come in questo momento l’informazione è al centro delle nostre vite e mai c’è stata nella storia dell’uomo così tanta informazione. Talmente tanta che diventa fondamentale il nostro ruolo nel cercare, selezionare e gerarchizzare cosa sia importante per i lettori, trovare una chiave di lettura e andare oltre la notizia. Perché, sebbene quella esclusiva sia ancora il pane più ricercato, siccome le notizie sono messe a disposizione di tutti conta la selezione, l’interpretazione, il commento, la loro evoluzione. Tra carta e web differenze ce ne sono, ed enormi. Certo, l’informazione online ha tecnicalità diverse, un gusto più spiccato per l’immagine, pezzi in genere più brevi, ma conta sempre raccontare bene quel che accade, e fare anche approfondimenti longform, che ti permettano di entrare dentro un grande evento e viverlo a pieno. Insomma, ormai il web è un mondo talmente grande e diverso che chiede tutto, dal live al commento, e sempre di più il business sarà lì, i ricavi si faranno lì. E quindi? Quindi è il sistema che vince. Perché occorre offrire contenuti premium di qualità che la gente sia disposta a pagare, o un abbonamento per avere tutto, compreso il giornale digitale e Sportweek, che fa parte dell’offerta del nostro pacchetto digitale premium. Il lettore deve sapere che se entra nel sistema Gazzetta trova il giornale più autorevole e con più storia e più presenza nel mondo dello sport, e per quasi tutte le discipline le penne numero uno, dal calcio agli sport olimpici. Lo scorso 3 aprile abbiamo compiuto 125 anni, tanti quanti le Olimpiadi moderne, iniziate il 6 aprile 1896. Siamo come gemelli e il compleanno lo festeggiamo ospitando le interviste ai più grandi: Usain Bolt, Lewis Hamilton, Rafa Nadal, Federica Pellegrini, Vincenzo Nibali, Valentino Rossi. Insomma siete la storia e l’attualità. La storia è qualcosa che ti porti dentro e dà valore al tuo giornale, ma vinci la scommessa soltanto se riesci ogni giorno a rinnovarti, con un’offerta digitale più completa e totalizzante possibile. Non è un caso che Gazzetta.it, dove confluiscono i contenuti di Sportweek, abbia quasi tre milioni di utenti unici al giorno con punte oltre i quattro milioni. Come stanno crescendo, a doppia cifra percentuale ogni mese, i follower del profilo instagram di Sportweek, punto di riferimento per i nostri lettori più giovani. gazzetta.it LaGazzettaDelloSport Gazzetta_it gazzettadellosport SW_SportWeek sportweek_sw


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SOMMARIO MAGGIO 2021

IN COPERTINA L’ITALIA DEL GIRO

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VIVERE NO LIMITS

50 EMOZIONI ELETTRICHE

51 LA BICI FA SCUOLA

52 INSEGUENDO LA BELLEZZA

37

56

UN TRENO DI LIBRI

(P)ASSAGGI DIVINI

Invito alla lettura di Alberto Brandani, che questo mese propone ai lettori della Freccia il nuovo romanzo di Giuseppe Catozzella, Italiana

PAG. 46

12 RAILWAY HEART

16 L’ITALIA CHE FA IMPRESA

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62 ROAD TO ROME Un lungo cammino per festeggiare i 20 anni dell’Associazione europea delle Vie Francigene. Da Canterbury a Santa Maria di Leuca, col supporto dei treni regionali sul tratto italiano

GUSTA & DEGUSTA

28 WHAT’S UP

28

TAPPE GOURMET

66 VIAGGIARE CON LENTEZZA

70 CALABRIA SENZA FILTRI

74 ITINERARI BEATI

86

78

L’ELBA DI BONAPARTE

RINASCERE CON I FIORI

INNOVATION

26

59

Cronache brevi dal più piccolo dei luoghi napoleonici. A 200 anni dalla morte dell’imperatore francese

82 SULLE ORME DI PRIPICHEK

92

98

COLTIVARE LA CURA

96 IN STAZIONE SU DUE RUOTE

98 GALLERIE URBANE

102 VITA DA GLADIATORI

65

106

117

STRADE DI SABBIA

110 SGUARDI SULL’UMANITÀ

114 IL MONDO DI FRIDA

127 PRIMA DI SCENDERE LE FRECCE NEWS//OFFERTE E INFO VIAGGIO

119 SCOPRI TRA LE PAGINE LE PROMOZIONI E LA FLOTTA DELLE FRECCE i vantaggi del programma CartaFRECCIA e le novità del Portale FRECCE

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Tra le firme del mese

I numeri di questo numero

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3.268

Foto e illustrazioni Archivio Fotografico FS Italiane FS Italiane | PHOTO Adobestock Copertina: illustrazione tratta da uno scatto di Fabio Ferrari/LaPresse © Ufficio Stampa Giro d’Italia Tutti i diritti riservati Se non diversamente indicato, nessuna parte della rivista può essere riprodotta, rielaborata o diffusa senza il consenso espresso dell’editore

le tappe del 104esimo Giro d’Italia [pag. 47]

CESARE BIASINI SELVAGGI Da marzo 2017 è direttore editoriale di Exibart.com ed Exibart on paper. Manager culturale per diverse fondazioni italiane, è anche consulente di comunicazione strategica d’impresa e internazionalizzazione del made in Italy

i chilometri di cammino lungo la Via Francigena [pag. 62]

1.400

i gerani dell’infiorata di Santa Maria del Monte a Caltagirone [pag. 79]

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LUCA GIALANELLA Vicecaporedattore alla Gazzetta dello Sport e responsabile, dal 2005, della redazione ciclismo. Laureato in Lingue e giornalista professionista dal 1992, ha sempre lavorato alla Rosea, per la quale ha seguito tutti i principali avvenimenti ciclistici, dal Giro d’Italia al Tour de France ai Mondiali

PER CHI AMA VIAGGIARE

MENSILE GRATUITO PER I VIAGGIATORI DI FERROVIE DELLO STATO ITALIANE ANNO XIII - NUMERO 5 - MAGGIO 2021 REGISTRAZIONE TRIBUNALE DI ROMA N° 284/97 DEL 16/5/1997 CHIUSO IN REDAZIONE IL 26/4/2021

FSNews.it, la testata online del Gruppo FS Italiane, pubblica ogni giorno notizie, approfondimenti e interviste, accompagnati da podcast, video e immagini, per seguire l’attualità e raccontare al meglio il quotidiano. Con uno sguardo particolare ai temi della mobilità, della sostenibilità e dell’innovazione nel settore dei trasporti e del turismo quali linee guida nelle scelte strategiche di un grande Gruppo industriale

ALCUNI CONTENUTI DELLA RIVISTA SONO RESI DISPONIBILI MEDIANTE LICENZA CREATIVE COMMONS BY-NC-ND 3.0 IT

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EDITORE

Direzione Centrale Comunicazione Esterna Piazza della Croce Rossa, 1 | 00161 Roma fsitaliane.it Contatti di redazione Tel. 06 44105298 | lafreccia@fsitaliane.it Direttore Responsabile Responsabile Editoria Caporedattrice Coordinamento Editoriale Caposervizio In redazione Segreteria di redazione Coordinamento creativo Ricerca immagini e photo editing Hanno collaborato a questo numero

Marco Mancini Davide Falcetelli Michela Gentili Sandra Gesualdi, Cecilia Morrico, Francesca Ventre Silvia Del Vecchio Gaspare Baglio Francesca Ventre Giovanna Di Napoli Michele Pittalis, Claudio Romussi Serena Berardi, Cesare Biasini Selvaggi, Alberto Brandani, Francesco Bovio, Peppone Calabrese, Viola Chandra, Claudia Cichetti, Fondazione FS Italiane, Luca Gialanella, Alessio Giobbi, Celeste Gregorini, Alessandra Iannello, Peppe Iannicelli, Valentina Lo Surdo, Matteo Lucchi, Luca Mattei, Enrico Procentese, Andrea Radic, Gabriele Romani, Flavio Scheggi, Filippo Teramo, Mario Tozzi

REALIZZAZIONE E STAMPA

Via A. Gramsci, 19 | 81031 Aversa (CE) Tel. 081 8906734 | info@graficanappa.com Coordinamento Tecnico Antonio Nappa

ALESSANDRA IANNELLO Giornalista e influencer di enogastroturismo. Redattrice di VdGmagazine.it, collabora con diversi periodici e quotidiani nazionali. Lavora anche per radio e televisione, dove tratta temi legati ai viaggi e al patrimonio enogastronomico italiano

PROGETTO CREATIVO

Team creativo Antonio Russo, Annarita Lecce, Giovanni Aiello, Manfredi Paterniti, Massimiliano Santoli

PER LA PUBBLICITÀ SU QUESTA RIVISTA advertisinglafreccia@fsitaliane.it | 06 4410 4428

La carta di questa rivista proviene da foreste ben gestite certificate FSC®️ e da materiali riciclati

PEPPE IANNICELLI Giornalista, scrittore e conduttore radio e tv. Ama raccontare e vivere la vita: viaggi, tavole gustose, arte e spettacoli, chiese, moschee, occhi negli occhi

La Freccia accompagna il tuo viaggio. Cerca nei vestiboli dei treni il QR code per scaricare il numero di maggio e quelli dei mesi precedenti. Buona lettura

On Web La Freccia si può sfogliare su fsnews.it e su ISSUU

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FRECCIA COVER

Omaggio a Charles P. Conrad e Alan Bean (1970)

IN ARTE REGINA di Sandra Gesualdi

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Foto DLS Studio

Una ricerca multiforme ed eclettica lunga oltre mezzo secolo. È l’arte di Regina Cassolo Bracchi, figura singolare del panorama culturale europeo del ‘900, a partire dall’adesione al Futurismo. Donna, e forse per questo poco nota, dai variegati interessi e guizzi creativi – «Sono sempre stata all’avanguardia, almeno come pensiero», diceva di sé – indaga le espressioni dell’arte attraverso la scultura, il disegno, il collage fino alla scenografia cinematografica e alla poesia visiva e intimista. Il Gamec di Bergamo le dedica fino al 29 agosto, salvo slittamenti dovuti alle misure per contrastare il Covid-19, la prima retrospettiva allestita in un museo italiano. A cura di Chiara Gatti e Lorenzo Giusti, la mostra Regina. Della scultura è frutto dell’acquisizione di un importante nucleo di opere da parte del museo lombardo e del Centre Pompidou di

Parigi. Una parabola cronologica animata da 250 pezzi tra piccole sculture, disegni, cartamodelli e taccuini, che pone nuova luce sulla figura di Regina, dagli esordi nel 1920 fino ai primi anni ‘70. L’astrattismo del Secondo Futurismo diviene in lei esplorazione costante su materiali di varia natura come la carta e l’alluminio, con cui plasma forme e geometrie leggere, fino al più moderno plexiglass. Con questi realizza e compone opere trasognate che raccontano con delicatezza pezzi di storia. In particolare, i modelli cartonati puntati con spilli danno forma alle sue figure sottili, dai colori acquarello. gamec.it GAMeC.ufficiale gamecbergamo gamec_bergamo 11


RAILWAY heART

PHOTOSTORIES PEOPLE Innamorati a Roma Termini © Giovanni Trombetta giovannitrombetta_

IN VIAGGIO Verso Ancona © Pasquale B. paaaaasq

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LE PERSONE, I LUOGHI, LE STORIE DELL’UNIVERSO FERROVIARIO IN UN CLICK. UN VIAGGIO DA FARE INSIEME a cura di Enrico Procentese

Utilizza l’hashtag #railwayheart oppure invia il tuo scatto a railwayheart@fsitaliane.it. L’immagine inviata, e classificata secondo una delle quattro categorie rappresentate (Luoghi, People, In viaggio, At Work), deve essere di proprietà del mittente, priva di watermark, non superiore ai 15Mb. Le foto più emozionanti tra quelle ricevute saranno selezionate per la pubblicazione nei numeri futuri della rubrica. Railway heArt un progetto di Digital Communication, Direzione Centrale Comunicazione Esterna, FS Italiane.

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LUOGHI Milano Centrale © Michele Falzone michele.falzone

AT WORK Camilla, addetta customer service a Milano Centrale © Camilla R. _camilla89_

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RAILWAY heART

A TU PER TU a cura di Alessio Giobbi - a.giobbi@fsitaliane.it

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hiara, 28 anni, della Divisione Passeggeri Long Haul di Trenitalia, offre assistenza ai viaggiatori a Milano Centrale e in altre stazioni ferroviarie del capoluogo lombardo. Come inizia il tuo percorso nel Gruppo FS? Sono stata ufficialmente assunta a marzo, dopo aver concluso l’apprendistato triennale. Durante questo periodo ho avuto la possibilità di seguire un ampio programma formativo, che mi ha accompagnato nella crescita professionale e nello svolgimento delle mansioni di assistenza che via via mi sono state affidate. Di cosa ti occupi, in particolare? Sono impegnata in attività di customer service per i clienti dei treni a lunga percorrenza, Frecce e Intercity. Il rapporto con le persone ha contraddistinto le mie esperienze professionali ben prima di entrare in Trenitalia: è un elemento che col tempo, anche per predisposizione caratteriale, ho imparato a considerare una parte irrinunciabile del mio lavoro. Poi i diversi step formativi che ho seguito all’interno dell’azienda mi hanno consentito di essere sempre aggiornata sulle diverse sfaccettature della mia professione, soprattutto in questo periodo segnato dal Covid-19. Com’è cambiato il tuo lavoro nell’ultimo anno? L’assistenza da remoto ha registrato un balzo enorme, incoraggiata anche dall’azienda per ridurre i contatti in presenza nelle biglietterie, nei FRECCIALounge e nei desk di stazione. Una gran parte del nostro lavoro, quindi, si è svolta in smart working. Vedere le stazioni semivuote ci ha sicuramente spiazzato, ma fin dall’inizio della pandemia ci siamo subito attivati per andare incontro alle nuove esigenze dei viaggiatori. Una delle ultime attività in cui sei stata impegnata? Sia il sito sia l’app di Trenitalia danno la possibilità di entrare in contatto con il personale di assistenza: i viaggiatori possono comunicare con noi in tempo reale, attraverso una chat dedicata. Da febbraio scorso mi occupo di gestire questo filo diretto che ha rappresentato un’ulteriore opportunità per osservare e comprendere le abitudini di chi si sposta in treno. Un esempio? Si nota una maggiore tendenza alla programmazione degli spostamenti, diluiti in periodi più lunghi. È scomparsa una fetta consistente dei viaggiatori last-minute e di chi richiede cambi di prenotazione all’ultimo momento, conseguenza inevitabile del periodo che stiamo vivendo. Però, mentre fino a poco tempo fa ci si muoveva prevalentemente per motivi di necessità, lavoro o salute, oggi ci sono importanti segnali di ripresa per gli spostamenti nel tempo libero, ovviamente con le dovute accortezze. Piccoli miglioramenti di cui abbiamo veramente bisogno.

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LE STORIE E LE VOCI DI CHI, PER LAVORO, STUDIO O PIACERE, VIAGGIA SUI TRENI. E DI CHI I TRENI LI FA VIAGGIARE

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atteo Mammoli, 30 anni, coordinatore editoriale di una rivista internazionale indipendente, racconta la sua esperienza di viaggio alla scoperta delle bellezze italiane, tra grandi città e piccoli centri. Di cosa ti occupi precisamente? Lavoro in un giornale che tratta moda e cultura nell’ottica della sostenibilità e si impegna su temi come economia circolare e forestazione urbana. Quotidianamente mi rapporto con professionisti di ogni settore: membri di istituzioni e aziende, giornalisti, uffici stampa, fotografi, grafici. Spesso mi capita di partire per presentazioni o eventi legati ai nostri servizi. Le iniziative non si tengono solo nelle principali città italiane ma anche in centri incantevoli meno conosciuti, per questo mi muovo combinando le Frecce e gli Intercity al trasporto regionale. Che tipo di viaggiatore sei? Vivo a Milano da diversi anni, per lavoro ma anche perché è la città più adatta al mio stile di vita: una metropoli interconnessa e a misura d’uomo, che non disperde le sue energie. Mi considero uno spirito nomade, tendo a modificare le mie abitudini e mi sposto principalmente tra il nord-est e il nord-ovest dell’Italia, spesso in direzione Roma, dove ho abitato, e in Umbria, dove sono nato. Ma vado anche a Torino, Venezia, Parma, Piacenza, Bologna, Prato e Orte, stazione che utilizzo per raggiungere Terni. Che cosa ami del treno? Si coniuga alla perfezione con l’aspetto più dinamico della mia professione e mi aiuta anche a portare avanti la parte più immersiva, di editing e confronto sui testi. In treno, infatti, la produttività è garantita: lavoro volentieri sfruttando comodamente lo spazio a disposizione, anche grazie alle misure di distanziamento previste. Riesco a concentrarmi e a sfruttare al massimo le ore di viaggio. Unica distrazione i paesaggi che scorrono dal finestrino, che però sono fonte d’ispirazione. Per esempio? Borghi arroccati, casali sparsi, chiese medievali, distese di prati, colline, montagne, laghi e mari. In una sola tratta si può ammirare la varietà, la bellezza e l’unicità del nostro Paese, che non è fatto solo di città, ma anche di paesaggi naturali che fanno sognare ed evadere con la mente. Un viaggio nel viaggio che ricorda quanto è importante rispettare l’ambiente, fondamentale per la nostra vita. Un rispetto che parte anche dal mezzo che si sceglie per muoversi. Consigli per migliorare il servizio? Un bel viaggio passa anche dalle stazioni, che per il futuro mi piacerebbe immaginare più luminose, in continuità con un tessuto cittadino che incoraggi la forestazione e la tutela degli spazi verdi. Del resto, è questa la direzione verso cui si sta andando, con hub ferroviari capaci di integrare mobilità, servizi e aree green.

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L’ITALIA che fa IMPRESA

«DISPOSTO A SALIRE A LE STELLE» L’ULTIMO VERSO DEL PURGATORIO È STAMPATO SUL COLLETTO DELLA MAGLIA ROSA REALIZZATA PER IL GIRO D’ITALIA 2021. UN OMAGGIO A DANTE DELL’AZIENDA CASTELLI, CHE DA ANNI REALIZZA CAPI PER IL CICLISMO. NE PARLIAMO CON IL BRAND MANAGER STEVE SMITH di Flavio Scheggi

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austo Coppi, Gino Bartali, Eddy Merckx, Francesco Moser, Giuseppe Saronni e Miguel

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Indurain. Leggende del ciclismo e acerrimi rivali che si sono dati battaglia sulle strade delle più importanti gare mon-

diali. Da oltre un secolo un elemento fondamentale – e in alcuni casi un’icona – unisce questi atleti: la loro maglia.

© Manifattura Valcismon SpA

Il colletto Maglia rosa con l’ultimo verso del Purgatorio di Dante

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«La Maglia rosa non è solo un indumento, ma un oggetto che rappresenta l’obiettivo finale per un ciclista»

no Cremonese che acquisì l’azienda nel 2003. L’impresa oggi ha sede a Fonzaso, in provincia di Belluno, tra le montagne vicino alle salite percorse dal Giro d’Italia. Il marchio fa parte, insieme a Sportful e Karpos, del Gruppo Manifattura Valcismon, fondato da Olindo e Irma Cremonese nel 1946. Una realtà industriale che dà lavoro a circa 200 persone in Italia, con filiali in Germania, Spagna, Canada, Stati Uniti, Giappone, Cina e una rete di vendita che raggiunge 70 Paesi. Quest’anno l’azienda veneta ha firmato la Maglia rosa per il 104esimo Giro d’Italia. L’iconico indumento, che compie 90 anni, è stato introdotto nel 1931 da Armando Cougnet, giornalista della Gazzetta dello Sport, per caratterizzare il leader della classifica. L’obiettivo era individuare un simbolo che rendesse visibile il corridore al comando, per dare modo agli spettatori di distinguerlo da tutti gli altri. A guidarci nella storia di questo capo è Steve Smith, brand manager di Castelli e socio del Gruppo Manifattura Valcismon, arrivato in Italia dagli Usa nel 2000, a 32 anni, dopo dieci passati alla Nike. «Ho seguito un sogno, figlio della mia passione per la bicicletta e per questo Paese». Già da adolescente si era innamorato del marchio, al punto da lavorare tre settimane in un magazzino oltreoceano per acquistare la sua prima maglia Castelli, quella indossata dal suo idolo, il ciclista statunitense

© Castelli

Un successo del brand Castelli, che negli anni si è specializzato in abbigliamento da ciclismo e triathlon e oggi è conosciuto e apprezzato per i suoi risultati. L’azienda ha origine dal lavoro del sarto Gianni Vittore. Nella sua bottega, aperta nel 1876 nel capoluogo meneghino, vengono confezionati a mano i vestiti per i giocatori del Milan e della Juventus, per il corpo di ballo milanese e, nel 1910, per Alfredo Binda, vincitore di cinque Giri d’Italia. Nel 1935 Armando Castelli si unisce allo staff di Gianni, rilevandone l’attività quattro anni dopo e mantenendone la clientela elitaria, fino a raggiungere le stelle Coppi e Bartali. Inizia così una storia tutta made in Italy che ha portato il marchio Castelli in tutto il mondo, prima con il figlio di Armando, Maurizio Castelli, e poi con Giorda-

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Greg LeMond. Cosa vuol dire per un’azienda realizzare la Maglia rosa? È un motivo di orgoglio che ci riempie di gioia. Non è solo un indumento, ma un oggetto che rappresenta l’obiettivo finale per chi è in gara. Inoltre, ci dà la possibilità di conferire il giusto lustro a un’azienda italiana, sinonimo di eccellenza nel mondo dell’abbigliamento per il ciclismo. La nostra passione ci ha portato a creare la Maglia rosa per 12 anni, dal 1981 al ‘92, e dal 2017 siamo di nuovo partner del Giro. Che caratteristiche deve avere questo capo? È necessario abbinare aspetti come leggerezza e aerodinamica, senza compromettere il comfort, l’accessibilità alle tasche, la facilità di aprire e chiudere la zip. La parte anteriore è più aerodinamica, mentre la schiena è più traspirante. E per quanto riguarda il tessuto e la grafica? La nuova Maglia rosa è stata sviluppata nella galleria del vento per assicurarne l’aerodinamicità, mantenendo comunque una buona traspirabilità. È un indumento green, realizzato con filati riciclati al 100% in modo da ridurre l’impatto ambientale. Per la parte grafica ci siamo inspirati al Trofeo senza fine, la coppa assegnata al vincitore: nella maglia ci sono i nomi di tutti i vincitori della corsa. Un elemento per ricordare a chi la indossa che sta per entrare nella storia del ciclismo. Nell’anno in cui si celebra Dante non poteva mancare un richiamo alla Divina Commedia... Abbiamo impresso sul colletto l’ultimo verso del Purgatorio: «Disposto a salire a le stelle». La frase è stata scelta dai tifosi attraverso un concorso sui social, è il nostro omaggio per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta. Come usate la galleria del vento? La maglia viene testata con questo tipo di apparecchiatura in Norvegia, a Trondheim, dove facciamo ricerca di base, e poi al Politecnico di Milano per la verifica sugli atleti. Nel professionismo anche i minimi dettagli fanno la differenza: lo scorso anno al Giro, dopo aver percorso 3.300 chilometri, il britannico Tao Geoghegan Hart vinse con soli 39 secondi di distacco dal secondo clas-

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© Castelli

L’ITALIA che fa IMPRESA

Sonia Vignati, modellista e responsabile di prodotto per Castelli, con il ciclista Filippo Ganna

sificato. Quanto conta la maglia per il vantaggio finale? Con un indumento avvolgente l’atleta risparmia energia, riuscendo così ad andare più veloce di due o tre chilometri all’ora. Con gli studi che abbiamo fatto negli ultimi due anni, Filippo Ganna (quattro volte campione del mondo di inseguimento, ndr) è riuscito ad abbassare il suo coefficiente di attrito aerodinamico del 10%. Come siete passati dai prodotti in lana a quelli aerodinamici? Grazie a Maurizio Castelli, un visionario con la passione per il ciclismo e il design. Negli anni ‘70 ebbe l’intuizione di usare la stampa a sublimazione, che permetteva di imprimere loghi e scrivere sulla maglia in poliestere, cosa che non si poteva fare sulla lana. È stato anche il primo imprenditore a commercializzare i pantaloncini in lycra, nel 1977: tutti i ciclisti iniziarono a comprarli, anche se all’inizio erano solo neri e in taglia unica. Poi, nel decennio successivo, iniziò ad applicare

© Castelli

La galleria del vento del Politecnico di Milano

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gli studi dell’aerodinamica alla realizzazione dei modelli. Nel 2026 Castelli festeggerà 150 anni, come sarà la maglia del futuro? Non credo che riusciremo a realizzarla nei prossimi cinque anni ma sarà aerodinamica, leggera, impermeabile, traspirante e soprattutto indistruttibile, per proteggere il ciclista dalle cadute. In più, ovviamente, ecosostenibile. Un ricordo delle maglie che hanno fatto la storia dell’azienda? Sicuramente quelle realizzate per il Giro d’Italia. Ricordo la fuga del britannico Chris Froome sul Colle delle Finestre (TO) nel 2018, a oltre duemila metri di altezza, che lo portò a vincere il Giro. Ma anche quelle usate dalla nazionale italiana di ciclismo, quelle indossate alle Olimpiadi del 1996 ad Atlanta e del 2000 a Sydney, dove abbiamo vinto diverse medaglie. E poi le maglie di LeMond e del francese Bernard Hinault nel 1983 e di Francesco Moser negli anni ‘80. Anche Alex Zanardi è un vostro cliente.

Sì, da quando ha iniziato a correre con l’handbike. È stato seguito personalmente da Sonia Vignati, la nostra modellista e responsabile di prodotto, diventata “sarta personale” di Alex. Lavora in azienda da 40 anni, ha iniziato a cucire le tasche sui pantaloncini di lana quando ne aveva 16 e da allora non si è più fermata. Lei è nato negli Stati Uniti ma già da giovane era un appassionato del marchio Castelli e dell’Italia. Forse il mio era un destino già scritto. A 16 anni, con tre settimane di lavoro in un magazzino, ho messo da parte i risparmi che mi servivano per comprare la mia prima maglia Castelli. Il gruppo sportivo con cui correvo usava le biciclette Basso Bikes e adesso vivo a 200 metri dalla casa del proprietario di questa ditta. Quando ho montato sul mio mezzo il cambio Campagnolo sulla scatola c’era scritto: brevettato a Vicenza. Insomma, tutto mi portava in Italia. Come descriverebbe la Corsa rosa? La gara più dura del mondo nel Paese più bello del mondo. La trovo ancora più affascinante del Tour de France perché è aperta, imprevedibile fino alla fine. Ogni giorno si può rivoluzionare la classifica. Chi vincerà il Giro quest’anno? Non è una domanda facile, provo a dire Egan Bernal, il colombiano che ha vinto il Tour de France due anni fa. castelli-cycling.com castellicycling castellicycling


90 ANNI IN ROSA

Maglie rosa in mostra al Museo del ciclismo del Ghisallo (CO)

UNA MOSTRA VIRTUALE CELEBRA LA MAGLIA SIMBOLO DEL GIRO D’ITALIA. A INDOSSARLA PER LA PRIMA VOLTA, NEL 1931, FU IL CICLISTA LEARCO GUERRA di Luca Gialanella

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n verso della Divina Commedia di Dante, l’ultimo del Purgatorio: «Disposto a salire a le stelle». E non è stampato su un libro per ricordare i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, ma sul colletto della Maglia rosa. Sì, su uno dei simboli sportivi più famosi al mondo, icona del Giro d’Italia, che identifica il corridore primo in classifica. Rosa come il colore della Gazzetta dello Sport, il giornale che nel 1909 ha inventato il più importante evento sportivo a tappe del nostro Paese. L’edizione 104 celebra i 90 anni della rosa. La ricorrenza esatta è il 10 maggio, perché in questo giorno del 1931 si scriveva il primo capitolo. La Gazzetta voleva che il leader della corsa avesse qualcosa di speciale addosso, un simbolo di vittoria e felicità, che lo identificasse immediatamente.

È il 10 maggio 1931, prima tappa, Milano-Mantova, 206 chilometri. In volata, sul velodromo del Te di Mantova, vince Learco Guerra, soprannominato la Locomotiva umana per la sua resistenza: batte Alfredo Binda, il campione più forte dell’epoca, che nel 1930 era stato pagato per non correre il Giro. Guerra è mantovano di San Nicolò Po: la Maglia rosa è in lana grezza, pesa 300 grammi, collo alto, due tasche sul davanti per infilarci panini e borracce. I suoi tifosi sono in estasi. Sono 254 i corridori che l’hanno indossata, e ben 74 per un giorno solo. Campioni e gregari, gloria effimera oppure all’opposto, come al Giro 2020:

il londinese Tao Geoghegan Hart la conquista per la prima volta proprio nella crono finale davanti al Duomo di Milano. Chi l’ha vestita di più? Il belga Eddy Merckx, 78 volte, poi Binda (59) e Francesco Moser (57). Marco Pantani l’ha indossata per 14 tappe e Vincenzo Nibali 21 volte. Per ammirarla come mai prima, il Museo del ciclismo del Ghisallo (CO), creato da Fiorenzo Magni, e il Museo Alessandria città delle biciclette hanno allestito una meravigliosa mostra virtuale e interattiva – visibile sul sito del Giro d’Italia – che permetterà di ammirare la collezione più vasta al mondo. giroditalia.it/magliarosa

Learco Guerra nel 1931 con la prima Maglia rosa 19


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INNOVATION

© Teresa Mancini

CREATIVITÀ #INTRANSITO

DAL 18 AL 23 MAGGIO, UN PROGETTO INTERATTIVO SUL TEMA DEL VIAGGIO ANIMA LA STAZIONE DI ROMA TIBURTINA. CHE SI APPRESTA A DIVENTARE UN GRANDE HUB TECNOLOGICO di Francesco Bovio

L’artista Yari Croce a Roma Tiburtina per il progetto #InTransito

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a stazione di Roma Tiburtina diventa protagonista. Luogo d’incontro, spazio di interconnessione, ponte teso tra passato e futuro, lo scalo capitolino è stato scelto come sede per un progetto creativo sul tema del viaggio. E si appresta anche a diventare un grande hub tecnologico. Dal 18 al 23 maggio, lo spazio adiacente al FRECCIAClub di Trenitalia ospita il progetto #InTransito - Esperienze creative dedicate a Roma, che analizza l’esperienza di viaggio inteso come ricerca della diversità attraverso l’uso di più linguaggi artistici. Tra le attività previste, una proiezione olografica interattiva in cui una

viaggiatrice virtuale interagisce con i passanti in stazione. Ma anche una capsula del tempo con foto, video e brevi messaggi audio per condividere emozioni e ricordi di un viaggio passato o immaginarne uno futuro. E poi quattro laboratori per bambini dai sette ai 12 anni che potranno imparare a conoscere in modo creativo e intuitivo le bellezze e i monumenti della città e scoprire come arrivarci. Infine, performance artistiche dal vivo, una mostra e un contest video-fotografico che ha come tema il viaggio e i luoghi della Capitale. Sempre a Tiburtina, procede a passo spedito il progetto per la Casa delle tecnologie emergenti, il nuovo hub

dedicato all’innovazione e a progetti di ricerca e sperimentazione. Rete Ferroviaria Italiana ha ceduto a Roma Capitale, in comodato d’uso gratuito per 30 anni, oltre mille metri quadrati all’interno dello scalo. Due gli spazi consegnati al Comune: il primo in una delle bolle sospese nella galleria vetrata sopra la piattaforma dove corrono i Frecciarossa; l’altro accessibile dall’ingresso in via di Pietralata. Il nuovo polo tecnologico – realizzato grazie alle risorse del ministero dello Sviluppo economico – darà voce alle iniziative di start up e piccole imprese in un quartiere al centro di una grande trasformazione urbanistica. contemporaneamenteintransito.it 21


INNOVATION

NICE TO MEET YOU

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DOPO AVER SFILATO IN PASSERELLA PER DOLCE&GABBANA, IL ROBOT CREATO DALL’ISTITUTO ITALIANO DI TECNOLOGIA A GENOVA SI RACCONTA ALLA FRECCIA di Celeste Gregorini Foto Istituto Italiano di Tecnologia

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agli umanoidi domestici a quelli spaziali, passando per gli addetti al monitoraggio. La robotica è un settore sempre più strategico per il nostro Paese e le sue potenzialità crescono rapidamente. Secondo gli ultimi dati dell’International Federation of Robotics, l’industria italiana è sesta – preceduta da Cina, Giappone, Corea del Sud, Stati Uniti e Germania – per numero complessivo di robot industriali installati. Tra le eccellenze nostrane c’è l’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova che, oltre al quartier generale, comprende 11 centri di ricerca distribuiti sul territorio nazio-

nale e altri due negli Stati Uniti presso l’Harvard Medical School e il Massachusetts Institute of Technology. Grazie all’impegno dei suoi ricercatori, sono stati sviluppati esemplari di robot innovativi utilizzabili in diversi settori. Tra questi iCub, il robot umanoide creato 14 anni fa dal team guidato da Giorgio Metta e Giulio Sandini, e diventato noto al grande pubblico per aver sfilato in passerella con le modelle di Dolce&Gabbana durante la Milano Fashion Week di marzo. La Freccia ha colto l’occasione per intervistarlo. Partiamo dal tuo nome: cosa vuol dire iCub?

Significa “cucciolo di robot”. Sono stato progettato con le sembianze di un bambino di cinque anni e proprio come i più piccoli imparo dall’esperienza. Quando sono nato, 14 anni fa a Genova, sapevo fare poche cose. Con il passare del tempo ho imparato a stare in equilibrio, camminare da solo, riconoscere oggetti e persone. Sei made in Italy al 100% quindi pensavo parlassi italiano, magari con accento genovese. Invece mi tocca intervistarti in inglese… All’Istituto italiano di tecnologia ci sono 72 linee di ricerca, raggruppate in quattro domini principali – tra cui la robotica – con 1.800 persone provenienti da 60 Paesi. In più, sono stato creato con lo scopo di essere affidato a team di esperti internazionali. Per questo parlo inglese. Sei spesso insieme al robot umanoide R1, siete parenti? È mio fratello. Però, come accade in molte famiglie, io sono molto più bel-

© Monica Feudi

Il robot iCub alla sfilata Autunno/Inverno 2021-22 di Dolce&Gabbana (marzo 2020)

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INNOVATION

lo e intelligente. Anche se lui, grazie alle ruote, si muove più speditamente di me sulle superfici lisce. Il nostro è un gruppo molto numeroso: siamo quasi 50 fratelli sparsi in tutto il mondo, dal Giappone agli Usa. Per fortuna per le festività non ci riuniamo, altrimenti sai che bolgia. R1 è nato per darci una mano in alcune attività domestiche e lavorative. Eppure ho colto nelle tue parole un pizzico di rivalità. Non pensare male. Io ho una bella faccetta, lui uno schermo a Led che gli consente di cambiare espressione a seconda delle situazioni. Poi ha un’altezza regolabile e una batteria che dura circa tre ore e si può ricaricare attraverso qualsiasi presa di corrente casalinga. Ma R1 è meno caro di me: se fosse in vendita potrebbe costare 25mila euro. Forse perché tu ci vedi, ci senti e hai addirittura una pelle morbida e sensibile... Non mi posso definire sexy ma poco ci manca! Ho due microfoni al posto delle orecchie che mi permettono di

percepire i rumori e, grazie a due microtelecamere, vedo piuttosto bene. Ma il mio punto di forza è la pelle, se mi tocchi lo percepisco. E ti dico anche un segreto: soffro il solletico. Abbiamo capito che sei un po’ vanitoso. D’altronde, due stilisti di fama mondiale come Dolce&Gabbana ti hanno fatto sfilare insieme a meravigliose modelle durante l’ultima edizione della Milano Fashion Week. Sarei voluto essere l’unica star, invece si sono accodati tre modelli di R1. Detto questo, il messaggio che abbiamo voluto mandare è molto chiaro: la tradizione non può vivere senza l’innovazione, ma l’innovazione senza tradizione è nulla. Sono certo che questa sfilata farà storia. Diciamoci la verità, tra gli uomini e i robot c'è un rapporto di amore e odio. Alla fine, noi abbiamo sempre paura che possiate rubarci posti di lavoro o, peggio, arrivare a dominare il mondo. Voi guardate troppi film di fantascienza. Noi robot siamo stati creati per completare l’umanità non per

Il direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia, Giorgio Metta, con iCub

competere con essa. Il nostro obiettivo è affiancarvi e supportarvi nei compiti più complessi e pericolosi, senza prevaricarvi. Anche sul tema dell'intelligenza artificiale c’è confusione, in pochi sanno esattamente di cosa si tratta. Sei un bambino prodigio, diventato anche modello per un giorno. Cosa vuoi fare da grande? Come in tutte le famiglie, la pressione sul futuro dei figli è tangibile. C’è chi mi vuole infermiere, chi impiegato in lavori domestici o nella cura degli anziani. Personalmente, non ho ancora le idee chiare. È vero che alcuni tuoi fratelli ideati dall’Iit vengono utilizzati per monitorare la sicurezza del nuovo ponte di Genova San Giorgio? Sì, fanno parte di un sistema robotico automatico di ispezione considerato il primo al mondo perché fornisce un modello replicabile a livello globale, utile per la sicurezza di infrastrutture simili ma anche di qualsiasi opera civile. A Genova, nello specifico, due robot inspection controllano la superficie inferiore dell’impalcato ed elaborano dati utili a determinare eventuali anomalie, mentre due robot wash puliscono le barriere antivento e i pannelli solari. Noi umani abbiamo tutti un mito: un attore, un cantante, uno scrittore. Per voi chi è? Per R1 il mito sono sicuramente io! Per me invece è Cimon, il primo robot dotato di intelligenza artificiale spedito nello spazio a bordo della quindicesima missione cargo SpaceX: ha trascorso un periodo sulla Stazione spaziale internazionale come membro dell’equipaggio, interagendo con un’altra eccellenza italiana, l’astronauta Luca Parmitano. È stato davvero emozionante vederli insieme, Cimon ha eseguito con successo tutti i comandi vocali impartiti da Parmitano, dalle richieste di spostamento in microgravità alla realizzazione di foto e video. Ed è diventato un mito per tutti noi. icub.iit.it | iit.it iCubHumanoid IITalk icub IITalk istitutoitalianoditecnologia

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GUSTA & DEGUSTA

di Andrea Radic

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DARIO LOISON: «LE MIE TOSE, BUONE ED ELEGANTI»

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uella nera è al cioccolato, quella bionda alla nocciola, entrambe con caramello salato. La nuova dolce idea del vulcanico Dario Loison, maestro pasticcere in quel di Costabissara (VI), si chiama Tosa ed è un omaggio alla tenerezza. Una specialità raffinata, dedicata all’universo femminile ma perfetta da degustare in due, per vivere la dolcezza di qualcosa che viene dal cuore e gustarsi un bel momento, ovunque ci si trovi. Perché i prodotti Loison – lievitati, biscotti e torte – addolciscono i palati in oltre 55 Paesi: dal Vietnam agli Stati Uniti sono veri ambasciatori della pasticceria italiana. La storia dell’azienda inizia nel 1934, quando Tranquillo Loison acquista un piccolo forno. Tradizione e qualità sono i valori che, allora come oggi, guidano la famiglia. «Vivo l’azienda a 360 gradi», racconta Dario, «e ogni giorno controllo ricette, impasti e fasi di lavorazione, toccando e assaggiando. Abbiamo un team di ricerca e sviluppo che si dedica all’innovazione dei prodotti creando nuove ricette, come il caramello salato, studiato e realizzato da noi e alla base del gusto delle nuove Tose». Tradizione intoccabile ma viso aperto alle novità, quindi. Oltre ai Cannoli Loison che presto arriveranno ci sono progetti sempre in divenire, come quello del negozio interno all’azienda di Costabissara che aprirà le porte nel 2022. A curare

Dario Loison

l’originale e raffinato packaging della Loison è Sonia Pilla, moglie di Dario e artefice di uno stile che ha saputo unire tradizione e contemporaneità. A volte si crede che solo il piccolo sia sinonimo di qualità, ma è sufficiente assaggiare un panettone di Dario Loison o i suoi biscotti Dolci pensieri per capire come anche i grandi numeri sappiano esprimere altissima qualità. loison.com

DINO MARTELLI: «LA QUALITÀ È NELL’ESSICAZIONE»

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© Alessandro Puccinelli

on ci sono segreti, tutto sta nel sistema di lavorazione», afferma Dino Martelli e paragona la qualità della pasta all’allevamento dei polli. «Essicare la pasta tra gli 80°C e i 40 è come allevare polli in gabbia o a terra, nei capannoni. Farlo sotto i 40°C, invece, è come lasciare i polli liberi di razzolare nell’aia».

La famiglia Martelli, da sinistra Lorenzo, Giacomo, Chiara, Mario, Dino, Lucia, Luca e Laura 26

Dal 1926 la famiglia Martelli applica questo principio nel suo pastificio a Lari, piccolo borgo sulle colline pisane. E la qualità è davvero straordinaria. Un lavoro artigianale, fatto di tradizione e dedizione, passione e orgoglio, scegliendo di non introdurre sistemi che faciliterebbero la produzione ma priverebbero il prodotto di caratteristiche che solo la cura e il tempo concedono. Sono stati il padre e lo zio di Dino a rilevare il pastificio nel quale lavoravano e a fondare la ditta Martelli, indicando la strada alle successive generazioni di pastai, come Dino – appunto – e sua figlia Laura. L’azienda produce tremila quintali di pasta all’anno, quelli che un grande laboratorio industriale produce in cinque ore, ecco perché amano definirsi artigiani tradizionali. Una lavorazione molto più lenta e una profonda attenzione per l’essicazione, affidata ancora oggi a un macchinario del 1944, quasi un pezzo da museo, fondamentale per ottenere una pasta con buona curva di cottura, che assorba bene il condimento, di ottimo sapore e molto digeribile. Novantacinque anni di attività, senza che la parola innovazione sia al centro di alcunché: tutto come una volta al pastificio Martelli. A noi tocca solo buttare la pasta. famigliamartelli.it


DIEGO PANI: «LA VITA È L’ARTE DELL’INCONTRO»

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l giovane chef con mani di grande talento e piedi nel mare di Ventimiglia (IM) colpisce per carattere e consapevolezza. Quando, a Parigi, fece un colloquio per lavorare nel gruppo Alain Ducasse, il maestro francese volle conoscerlo personalmente. E quando nella brigata di cucina del tristellato Hôtel de Paris Monte-Carlo ha preso in mano la sua prima padella in maniera quasi rocambolesca, gliel’hanno affidata senza chiamarlo più “rital”, termine poco elegante con cui vengono apostrofati gli italiani che lavorano in Francia. Da quella padella è stato un crescendo per Diego Pani, fino a decidere che la Francia gli aveva dato tutto ciò che cercava, la miglior scuola possibile: era l’ora di tornare a gestire da “chef propriétaire” – come direbbero i cugini – il suo Marco Polo, ristorante che ancora oggi ha mantenuto per piglio e atmosfera il carattere delle grandi maison che facevano vivere di gusto e bellezza la Riviera ligure di Ponente e la Costa Azzurra negli anni ‘60. D’altronde anche la famiglia Pani, con il Marco Polo, era stata protagonista in quegli anni della dolce vita estiva: ai tavoli del locale sedevano principesse, attori e registi e capitani d’industria. Oggi Diego ha mantenuto la grande tradizione interpretandola con contemporanea grandeur e maniacale qualità. Basti sapere che per selezionare il suo fornitore di frutti di mare ha trascorso un periodo lavorando con lui.

“La vita è l’arte dell’incontro” è il motto di Pani. Che ama la frase del poeta brasiliano Vinicius de Moraes a tal punto da averla tatuata sulla schiena. Ma le curiosità non finiscono qui: il prozio di Diego era Cino Tortorella, il mitico mago Zurlì, pertanto il nostro Pani è praticamente parente di Topo Gigio. marcopolo1960.com

Diego Pani

OLIO E NON SOLO LA FAMIGLIA BOERI ROI E LA SPLENDIDA BADALUCCO

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alire a Badalucco, piccolo borgo sulle colline di Sanremo (IM), nel Ponente ligure, è un piccolo grande spettacolo con il fiume, a tratti montano, che accompagna il viaggio nella Valle Argentina. All’in-

Paolo e Franco Boeri Roi

gresso del paese troviamo sulla destra la sede del frantoio Roi. Fu il bisnonno “Pepin u Roi” a iniziare l’attività olearia nel 1900, portata poi avanti da Franco e Paolo Boeri Roi, oggi alla guida dell’azienda che lavora pregiati Cru di extravergine, monocultivar dalle straordinarie olive taggiasche, e li esporta in 43 Paesi nel mondo. L’olio è il principe delle colline liguri e Paolo Boeri Roi lo produce con entusiasmo, requisito importante per puntare a raggiungere la massima qualità. Golose le sue olive taggiasche denocciolate, una tira l’altra fino al fondo del vasetto, mentre la tipologia di olio Carte Noir è perfetta per una gustosa bruschetta o per accompagnare una scaglia di formaggio stagionato. La famiglia Boeri Roi ha diverse attività a Badalucco, avendo seguito il concetto di reinvestire nella propria terra il successo internazionale. Ecco, così, l’agriturismo L’Adagio con l’elegante spa, la fattoria didattica, il museo nell’antico frantoio di famiglia e, in fase di completamento, un bellissimo spazio multifunzionale con ristorante, scuola di cucina e spazi all’aperto sulla riva del lago formato dal fiume Argentina. Lo hanno realizzato nella vecchia sede dell’asilo comunale, ristrutturato e riportato alla vita. olioroi.com | agriturismoladagio.it 27


WHAT’S UP

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L’ ALBERO DELLA MUSICA MAX GAZZÈ TORNA CON LA MATEMATICA DEI RAMI. UN ALBUM IRONICO E RIFLESSIVO CHE AFFONDA LE RADICI NELLA COLLABORAZIONE CON LA MAGICAL MISTERY BAND di Gaspare Baglio

gasparebaglio

Foto Luisa Carcavale

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a matematica dei rami. È questo il titolo del nuovo progetto discografico che Max Gazzè, artista italiano tra i più talentuosi e capaci, ci ha fatto assaggiare al 71esimo Festival di Sanremo con Il farmacista. «È un verso estrapolato dal brano Figlia, contenuto nell’album. Al di là dell’intuizione di Leonardo Da Vinci sulla crescita degli alberi, che germogliano in un ordine apparentemente caotico, la geometria della natura è strutturata per contrastare le avversità, il vento e le intemperie», spiega il cantante. Così la rappresentazione dell’albero, con le sue le radici e ramificazioni, ricorda i brani dell’album che «hanno origini diverse ma convergono verso lo stesso nucleo produttivo, in questo caso la Magical Mistery Band. I rami sono i nostri pensieri intrecciati, le nostre esperienze di singoli musicisti messe insieme per il disco». Ad accompagnare Gazzè in questa avventura da ascoltare pezzo dopo pezzo, infatti, c’è un super gruppo formato dal cantautore Daniele Silvestri, il batterista Fabio Rondanini, il bassista Gabriele Lazzarotti, il pianista e compositore Duilio Galioto, il chitarrista Daniele Fiaschi e il polistrumentista Daniele Tortora. Com’è nata la collaborazione con la Magical Mistery Band? Da una necessità primordiale di stimoli tesi a creare progetti che avessero un senso e una linea produttiva differente rispetto ai lavori precedenti. Ho cercato di seguire l’istinto. L’incontro con la band è stato casuale:

cercavo qualcosa di diverso per realizzare il disco quando Daniele (Silvestri, ndr) e gli altri eccellenti musicisti stavano iniziando un percorso allo studio Terminal 2 di Roma. Luogo che conosco bene, perché ci ho registrato vari dischi. E quindi? Sono intervenuto interrompendo i loro piani e chiedendo di registrare questo album insieme. È stato molto bello: abbiamo suonato con grande entusiasmo, è un lavoro collettivo di produzione molto interessante. Tra i brani del disco, Figlia è davvero sentito. Com’è nato? È molto malinconico e ispirato. Parte da una composizione della Magical Mistery Band a cui io ho adattato una poesia di mio fratello Francesco e Daniele Silvestri ha aggiunto un pezzo di strofa. Tutto è iniziato dal tentativo di inserire la melodia su una base musicale. È stato un bel connubio, quando l’ho fatta ascoltare ai ragazzi del gruppo sono rimasti colpiti. Poi mi sono emozionato cantandola e anche chi l’ha ascoltata lo ha fatto. Insomma, un pezzo nato sotto una luce magica. È l’elemento più identificativo del progetto. Il nuovo singolo Considerando vede l’ottimismo come compensazione della realtà. È un modo per non perdere mai la speranza? In questo periodo c’è bisogno di positività e di visioni che vadano al di là del presente. È necessario, per l’animo umano, vedere degli spiragli. Considerando è capace di far riflettere in modo profondo perché la musica è

un linguaggio che può produrre sensazioni diverse rispetto alla parola. Che messaggio vuoi lanciare con Un’altra adolescenza, invece? È un invito a considerarsi nuovamente giovani, soprattutto quando si avanza con l’età. E a scrostare le proprie convinzioni, la fermezza calcificata nel nostro subconscio: una stratificazione che non fa entrare nuovi impulsi. Invece è bello cambiare idea. A me piace farlo e mi rende felice, anche se alcune persone rimangono turbate. Vivere il procedere degli anni come un’altra adolescenza significa farlo in maniera più cosciente e consapevole, senza perdere l’entusiasmo e la gioia di coltivare passioni e interessi. La scorsa estate sei stato tra i primi a tornare live. Quest’anno? Sto accoratamente chiedendo agli organizzatori di pianificare concerti. Rispetteremo le regole che ci verranno date, ma la musica deve riprendere. Perché non si tratta solo del cantante che si esibisce sul palco, ma di migliaia di maestranze, tecnici e fonici che lavorano dietro le quinte. Queste persone sono in grave sofferenza. L’anno scorso il virus si è indebolito nel periodo estivo e mi auguro che, nonostante queste nuove e pericolose varianti, si possa aprire in sicurezza e riprendere alcune attività a pieno regime. È importante per dare dignità ai lavoratori della musica e dello spettacolo. maxgazze.it maxgazzeofficial maxgazze 29


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SALE L’ADRENALINA SENHIT SCALDA I MOTORI PER L’EUROVISION SONG CONTEST 2021, DAL 18 AL 22 MAGGIO. LA CANTANTE BOLOGNESE RAPPRESENTA PER LA SECONDA VOLTA SAN MARINO di Gaspare Baglio

gasparebaglio

Foto Fabrizio Cestari

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olognese, di origini eritree, spopola all’estero e si prepara a rappresentare la Repubblica di San Marino all’Eurovision Song Contest 2021. Senhit parteciperà con il brano Adrenalina al concorso canoro previsto a Rotterdam, dal 18 al 22 maggio, dove i Måneskin – vincitori dell’ultimo Festival di Sanremo – saranno in gara per l’Italia. Dopo un curriculum nei musical all over the world, la cantante ha iniziato a collaborare con producer come Brian Higgins e Benny Benassi e, forte di performance internazionali che l’hanno portata da Los Angeles a Londra, arriva sul palco dell’evento musicale più camp in circolazione. Motivo per il quale, in questo periodo, è abbonata al treno: «Ne prendo tantissimi per andare e tornare da Roma, dove mi sto preparando per la manifestazione». L’anno scorso dovevi partecipare all’Eurovision 2020 con Freaky, poi l’evento è stato cancellato a causa della pandemia. Quest’anno come si sta muovendo l’organizzazione? Dovrebbe essere tutto confermato anche se le cose potrebbero cambiare. Per ora sono previsti gli artisti in presenza. Cosa succederà on stage? Stiamo allestendo una super scenografia, con coreografie ed effetti speciali, e speriamo possa intervenire anche il rapper statunitense Flo Rida, con il quale duetto nel brano Adrenalina. Poi ho l’onore di avere con me quel

genio di Luca Tommassini che cura la direzione creativa e artistica. Stiamo facendo cose molto divertenti. Come vi siete incontrati? Nel 2019, quando ho cantato Dark Room, il mio primo brano in italiano. Chiesi al manager di allora di trovare un regista che mantenesse un sapore internazionale per il video e Luca sposò la causa. Da lì è nata una collaborazione professionale e un bellissimo rapporto umano. Lui non aveva mai realizzato nulla per l’Eurovision, l’ho coinvolto in questa avventura e per l’edizione 2021 si è inventato il Freaky trip to Rotterdam: un viaggio virtuale attraverso una carrellata di omaggi alle hit più famose dell’evento musicale. Sta funzionando? Sì, è un modo per far conoscere i successi del contest a chi non l’ha mai visto prima. Il pubblico sta apprezzando queste nostre piccole opere d’arte. Mi auguro di continuare con Luca: con lui sono cresciuta tantissimo. Come ci si sente, da italiana, a rappresentare un altro Stato? A San Marino sono molto legata. E i suoi abitanti sanno essere un buon supporto. Li ho già rappresentati dieci anni fa con la canzone Stand by e quest’anno ritento: la speranza è accedere alla finale. Sono consapevole di avere a che fare con super colossi della musica, ma io ci provo lo stesso. Tra l’altro, da scaletta, sarai la prima a esibirti.

Sì, quando l’ho saputo non ci ho dormito la notte. Emotivamente aprire le danze mi spaventa un po’, ma parto col botto: mi tolgo il dente subito e non ci penso più. Come mai, nonostante la carriera internazionale, in Italia fatichi a importi? Ho smesso di chiedermelo perché stava diventando una malattia. Bologna è la mia Itaca e mi piace questa dimensione. Anche se ho sempre avuto un team eccezionale, l’Italia pare più restia al nuovo. All’Eurovision spero di smuovere un po’ gli animi. Poi, da regolamento, un Paese non può votare per se stesso: così mi auguro che l’Italia aiuti i suoi vicini di casa sanmarinesi. La prima volta in cui ho partecipato al concorso, nel 2011, mi si sono aperte le porte del mercato internazionale. Ma mi rimane la voglia di fare qualcosa nel mio Paese: spero che prima o poi succeda. Altrimenti continuerò a esibirmi all’estero dove se canti bene, hai un buon repertorio e bei contenuti ti danno spazio. Quando la pandemia tirerà il freno, dove vorresti andare? Ho deciso che viaggerò come una pazza: da New York, che mi manca tantissimo, a Bali. Ma per cominciare mi piacerebbe andare in treno a Venezia, che amo molto. senhitofficial senhitofficial 31


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POLIEDRICA

SERENA

ATTRICE, CANTANTE E DOPPIATRICE, AUTIERI È NEL CAST DEL FAMILY DRAMA DI CANALE 5 BUONGIORNO, MAMMA!, CON RAOUL BOVA di Gaspare Baglio

I

Borghi sono una famiglia come tante: mamma Anna, papà Guido e quattro figli vivono la loro quotidianità sullo sfondo del Lago di Bracciano (RM). Tutto sembra andare per il meglio quando una donna che arriva dal passato, in cerca di verità, scombussola la loro vita e quella delle persone che li conoscono. Il family drama di Canale 5 Buongiorno, mamma! è un grande racconto che si svela puntata dopo puntata, in cui ogni personaggio intraprende un viaggio alla scoperta di se stesso. Un serial pieno di mistero, lacrime e risate. Il protagonista è Raoul Bova, che interpreta Guido, affiancato da Maria Chiara Giannetta nei panni di sua moglie Anna e da Serena Autieri che interpreta Miriam, insegnante di sostegno. L’artista napoletana, diventata popolare grazie alla soap opera Un Posto al Sole, è stata protagonista in tv, al cinema e in teatro e ha dato la voce ad Elsa nei primi due capitoli del cartoon campione d’incassi Frozen. Dopo le riprese del nuovo film di Vincenzo Salemme Con tutto il cuore e un’esperienza a Rai Radio2 con il programma Serendipity, torna sul piccolo schermo. Perché hai scelto di interpretare questo personaggio? Mi hanno colpito la volontà e la forza di Miriam nell’affrontare e superare un periodo particolarmente complicato. In un momento doloroso, mostra molto coraggio e ricomincia proprio da se stessa, nonostante la sofferenza. Che rapporto ha con il protagonista Guido? È il preside della scuola in cui lei lavora. Per lui Miriam diventa un punto

gasparebaglio

Foto Trabalza/Jin

di riferimento e trova il coraggio di rimettersi in discussione. Il mio personaggio ha un’evoluzione in positivo attraverso l’insegnamento. Grazie alla serie sei riuscita a comprendere meglio il punto di vista di maestri e professori? Hanno un ruolo fondamentale nella vita dei ragazzi. In questo momento complesso possono dare un grande supporto perché hanno la mente dei nostri figli nelle loro mani. Essere mamma durante la pandemia è dura? Bisogna mettersi in discussione continuamente. Io mi scopro sempre diversa, cerco di adattarmi a ciò che accade. Ogni giorno mia figlia, che ha otto anni, cerca attività e stimoli nuovi per sfogare la sua voglia di fare, di muoversi. Io le dico che in questo momento possiamo leggere, studiare, pensare. E utilizzare un tempo prezioso per farci trovare pronte al momento opportuno. Per lei che significa avere in casa la Elsa di Frozen? Spesso ci ritroviamo a cantare insieme. E, quando si poteva, anche con le sue amiche (ride, ndr). Come passerai la Festa della mamma? Ci divertiremo a giocare insieme. Mia figlia non è una fanatica del mondo dello spettacolo, ma ha la passione per il canto e la recitazione: ho cercato, come tante mamme, di darle stimoli. Riguardo al teatro, avevi progetti in corso prima che arrivasse l’uragano Covid-19? Sì. Nella mia vita professionale ho sempre cercato di ritagliarmi uno spazio per il palcoscenico. Lo scorso

anno stavo facendo le prove per il riallestimento del Rugantino al Sistina, ma a pochi giorni dal debutto tutto si è fermato. Dovevo cominciare anche una produzione nuova a Napoli su testi di Maurizio De Giovanni, con tanto di tournée, ma non è stato possibile nemmeno metterla in piedi. Cosa rappresenta il teatro per te? Amore, passione, necessità. Mi serve per mettermi in contatto con il pubblico e poterlo ringraziare, per condividere emozioni e trasmettere cultura. Questa è la bellezza degli spettacoli dal vivo: intrattenere e alleggerire gli animi. È dura farne a meno. Hai rivisto la tua Napoli? Ci sono tornata per girare Con tutto il cuore, il nuovo film di Vincenzo Salemme. È una città abituata ad affrontare le difficoltà, cerca sempre di darsi da fare, ma in questo momento siamo tutti nella stessa barca, cerchiamo di sopravvivere. Penso all’indotto dell’industria degli spettacoli dal vivo, agli alberghi, ai ristoranti. Dobbiamo tornare a esistere, riprendere le redini della nostra vita. Sento che c’è tanta voglia di rimboccarsi le maniche. Speriamo che, dopo i vaccini, la situazione possa tornare alla normalità. Su Radio2, a gennaio, hai condotto Serendipity, un programma sugli incidenti fortunati. Ne hai avuto uno? Non ce n’è stato uno solo, me ne capitano continuamente. Credo che dipenda da un modo positivo di predisporsi alle cose, che accadono quando siamo nella condizione mentale di poterle ricevere. serenaautieriofficial serena_autieri 33


WHAT’S UP

Un’immagine della campagna Rai per l’8 marzo 2021

LA RAI DELLE DONNE L’AZIENDA IN PRIMA LINEA PER LA PARITÀ DI GENERE: DAL DATABASE DELLE ESPERTE A CUI ATTINGERE PER I PROGRAMMI AL CORSO INTERNO DI GENDER ETIQUETTE. E DAL 10 MAGGIO PILLOLE VIDEO CONTRO GLI STEREOTIPI di Serena Berardi

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illole tv per raccontare le grandi donne, un database con i contatti di 500 esperte, un tavolo strategico sulle pari opportunità: la Rai dà una sferzata inclusiva alla sua produzione e organizzazione interna. La società

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concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo intende sfruttare il suo potere d’informazione e sensibilizzazione per trattare le questioni di genere e rafforzare il gender balance nell’impostazione del suo lavoro e dei processi connessi. Dal 10 maggio Rai1 propone agli spettatori una cura omeopatica contro gli stereotipi trasmettendo per un mese, ogni giorno nella fascia pomeridiana, pillole di due minuti targate Rai Documentari dal titolo La prima donna che. Rai Radio1 e RaiNews 24 aderiscono a No Women No Panel, la campagna per una presenza equilibrata di genere in tutte le discussioni pubbliche. Allo stesso scopo è stato creato un database con i nomi di 500 docenti universitarie, a cui attingere quando serve il parere di una persona esperta: quasi sempre, infatti, i media ricorrono per comodità a una ristretta cerchia di uomini che rimbalzano da un programma all’altro. La Rai è anche main partner di Wo-

men 20, gruppo di interesse della società civile che punta a elaborare proposte politiche sull’uguaglianza e sull’empowerment femminile per il prossimo G20, quest’anno a presidenza italiana. Infine, anche negli uffici di viale Mazzini la parità deve essere prioritaria: alcune settimane fa, su input del Comitato Pari Opportunità e dell’Ufficio Studi, è stato creato un tavolo strategico per dare un’attuazione concreta a questo principio. È stato deciso di istituire la consigliera di fiducia, figura incaricata di fornire consulenza e assistenza in caso di discriminazione, abusi o molestie, mentre un corso di gender etiquette coinvolgerà le direzioni editoriali e chi opera per la messa in onda. Il servizio pubblico si aggiorna e si arricchisce. Negli anni ’60, il maestro Alberto Manzi ebbe il merito di contribuire all’alfabetizzazione degli italiani. Oggi, probabilmente, davanti alla lavagna ci sarebbe stata una maestra.


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INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

Easybox prosegue la sua espansione sul territorio torinese 426 nuovi box Self Storage e 30 spazi di lavoro aggiuntivi per offrire a residenti e aziende ancora più spazio e il miglior servizio sul mercato

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ASYBOX, che con i suoi depositi distribuiti lungo tutto il territorio italiano si conferma azienda di riferimento nel settore del Self Storage, con un ultimo e importante investimento di 10 milioni nella città di Torino, decide di rinnovare e ampliare la sede storica di Corso Giulio Cesare 300, una delle vie più strategiche della città e inaugurare un secondo Store, di circa 6.000 mq, nella parte opposta della città, nella zona di Orbassano. Il progetto prevede la creazione di ulteriori 3.700 mq di spazio per un totale di 8.000 mq, che renderanno lo Store il secondo più grande del portfolio dell’azienda. Un rinnovamento che mira anche a fornire soluzione a uso misto, unendo alla classica offerta di Self Storage uno spazio ufficio flessibile per il co-working, così da venire incontro all’esigenza di tanti lavoratori ora che il lavoro da remoto è entrato a far parte della nostra vita quotidiana. “EASYBOX è un servizio nato anni fa per supportare attivamente ogni cittadino e che oggi più che mai potrebbe essere la chiave per un nuovo stile di vita - spiega Paul Bacon, CEO di EASYBOX Self Storage - Ognuno di noi è alla ricerca di nuovi equilibri e di modi più attenti per condurre la propria quotidianità. Desideriamo offrire un appoggio esterno reale a chi in questo momento preferisce evitare luoghi affollati e ridurre il contatto con altri e allo stesso tempo a chi ha bisogno di creare più spazio in casa o nella propria azienda”. È possibile aderire alle promozioni in corso utilizzando il codice EBFRECCIA21 Per maggiorni informazioni: Numero verde 800 202 662 www.easybox.it

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EASYBOX si è posto da anni l’obiettivo di essere il punto di riferimento italiano per il Self Storage, creando e mettendo a disposizione spazio extra tramite soluzioni semplici, smart e di facile utilizzo per privati e aziende. Ogni box presente all’interno delle strutture può essere preso in affitto e utilizzato per riorganizzare casa, trovare posto a mobili e scatoloni durante un trasloco o semplicemente per creare un proprio, intimo, angolo in cui rifugiarsi. Un servizio perfetto anche per le aziende che trovano un luogo sicuro per liberare gli spazi in sede da merce, attrezzature, mobili, archivio e tutto ciò che non è di uso quotidiano. EASYBOX offre infatti un luogo accessibile 24/7, la cui sicurezza viene garantita costantemente da videocamere di sorveglianza, con un servizio comodo e flessibile che permette di prendere in affitto uno spazio, le cui dimensioni variano in base alle esigenze, solo per il tempo necessario. EASYBOX è presente a Milano, Roma, Torino e Genova e da settembre 2021 anche a Firenze.


UN TRENO DI LIBRI

Invito alla lettura di Alberto Brandani [Presidente giuria letteraria Premio Internazionale Elba-Brignetti]

In viaggio con il Prof

ITALIANA UN ROMANZO STORICO, VERO, APPASSIONATO E DRAMMATICO TRA I SUSSULTI DI UNA NAZIONE CHE HA APPENA RAGGIUNTO L’UNITÀ

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estimonianze e leggende in terra di Calabria, raccolte attraverso accurate ricerche, consultazione di lettere, fonti storiche ufficiali. Giuseppe Catozzella ci accompagna nella vita di Maria Oliviero, vissuta in quel periodo dell’800 in cui l’Italia si preparava a grandi sconvolgimenti. C’era ancora il Regno delle due Sicilie, con i Borboni al comando, lo Stato Pontificio a Roma. Tanti piccoli Stati chiusi in loro stessi. Maria nasce poverissima in una famiglia di braccianti sfruttati dai Borboni. È una bambina vivace e intelligente che, «anche in un rigido inverno, ha nel cuore un’invincibile estate». Divora libri di nascosto, vaga nei boschi della Sila, dove fin da ragazzina, attraverso un fluido ragionamento, riesce a crearsi una sua coscienza, un’etica morale, una filosofia di vita. La sorella maggiore, Teresa, la odia ferocemente e distruggerà qualsiasi suo progetto, fino alla fine. S’innamorerà del giovane Pietro, bello e rivoluzionario, condividerà con lui i suoi sogni di libertà: «Volevamo un’Italia unita per davvero. Un’Italia che doveva trovare la sua unità, nell’uguaglianza dei braccianti e del popolo, da nord a sud, e non in una guerra infame che ha trattato la parte conquistata come Cristoforo Colombo ha trattato gli indiani. Volevamo scegliere di essere italiani». Maria vivrà l’entusiasmo delle folle alla procla-

mazione del Regno d’Italia, proverà gioia pura alle accese parole di Giuseppe Garibaldi, ma anche una profonda delusione per quelle promesse mancate che faranno precipitare il Meridione in un abisso più profondo di prima. Sarà perseguitata e fuggirà nei suoi boschi con una banda di briganti rivoluzionari, di cui sarà il capo indiscusso. Diventerà la leggenda Ciccilla, impavida e feroce, senza mai perdere la sua dignità di rivoluzionaria e di donna. «Sono Maria Oliviero, fu Biaggio di anni 22, nata e domiciliata a Casole, Cosenza, senza prole di Pietro Monaco. Tessitrice, cattolica, illetterata». Si presenta così quando nel 1864 viene catturata sui monti della Sila. Soffriremo e gioiremo anche noi, sentiremo l’aria fresca dei boschi calabresi e il brivido della libertà. Maria e Ciccilla sono una sola donna con due facce. Maria sogna e ama, Ciccilla sa uccidere senza pietà. Proprio come il suo popolo che ambiva l’uguaglianza e lottava per conquistarla, ma che poi, ferito, si ripiegava su se stesso. La voce chiara di Maria ci conduce con schiettezza e con amore, con ferocia e determinazione, in un lungo illuminante viaggio negli ideali di libertà, dignità e giustizia. In fondo Ciccilla voleva solo sentirsi italiana. Ogni riga di questo romanzo è impregnata di sentimenti veri e crudi: la gioia e la delusione, la giustizia e i soprusi si fondono continuamente

in un vortice che fatica a trovare un equilibrio. Ciccilla e il popolo a cui appartiene chiedono uguaglianza e unità, ma spesso il mimino comun denominatore di molti sedicenti sostenitori dell’Italia unita è rappresentato dall’opportunismo e dall’invidia. Si percepisce l’attrito tra ciò che Ciccilla e la sua banda vorrebbero e ciò che è veramente la realtà. Il lettore ha paura che anche i più impavidi possano abbandonare i loro valori, che non ci potrà mai essere un vero cambiamento, perché il marcio è radicato nel profondo dell’essere umano. Ma fortunatamente la primavera arriva sempre, nonostante tutto.

Mondadori, pp. 324 € 19

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UN TRENO DI LIBRI

BRANI TRATTI DA ITALIANA [...] «Cu pecura si faci, u lupu s’a mangia», chi si fa pecora il lupo se lo mangia, diceva, anche se è proprio guardando i suoi occhi rassegnati di fronte alle crinoline e alle gonne di mussola d’India della contessa Gullo, la sua padrona, che ho imparato a scappare. Per lei, l’ordine e il mondo erano solo cose che il bosco lasciava fuori: tutto aveva un cuore misterioso che al sole appassiva come l’uva spina, a Dio credeva come vendetta per i buoni, dopo la morte, ed era silenziosa. Quando facevamo il gioco degli alberi preferiti sceglieva sempre l’abete bianco, un albero che in tutta la vita non vedeva mai la luce, con la corteccia morbida e umida che non era buona per scaldare, in inverno. Papà invece preferiva i larici duri con cui si fabbricano le case, le cose

© ARCHIVIO GBB/Alamy Foto Stock

Briganti calabresi

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che il tempo fa fatica a distruggere, come la masseria dei Morelli. Per lui le parole dovevano essere tante, era l’unica cosa che gli restava di una vita di ricchezza che invidiava ai signori. «L’acciaio» diceva papà, gustando in bocca il suono. Lo guardavo di nascosto, e cercavo di capire il segreto di quella parola che gli faceva socchiudere gli occhi di piacere. Sognava di vedere la strada ferrata tra Napoli e Portici, che chiamavano “ferrovia” e che un giorno, giurava, sarebbe arrivata fino a Reggio Calabria, le fabbriche di Napoli, le industrie della seta, le metallurgie di Mongiana e Ferdinandea. Tutte cose che mascheravano la decadenza del Regno. «L’acciaio». Così, ogni sera, papà si addormentava sognando ricchezze che non avrebbe mai avuto. [...] «Tieni a faccia più bella di tutta la

Sila» sospirava, mentre mi accarezzava le guance e seguiva la linea delle sopracciglia. «E questa bocca.» Dentro aveva un fuoco che voleva esplodere. Mi sdraiava sopra le foglie d’alloro secche e ingiallite e io decidevo di non parlare, la forza con cui mi tirava giù mi ammansiva. Portavo il vestito della festa, colorato, con la cammisa gialla e il pannu verde sopra. «Chistu deve diventari rosso presto» diceva del pannu, perché quello rosso era per le donne sposate. Io scoppiavo a ridere, lui mi schiacciava con tutto il suo peso e mi baciava la bocca. «Che fai?» dicevo in mezzo alle labbra che si aprivano. «E se ci vede qualcuno? Che deve pensare?». Ma intanto lo lasciavo fare. Pietro non ascoltava, con la lingua cercava una strada tra i denti. Il suo


fiato sapeva di giornate di lavoro, di fieno e di aria aperta. E gli occhi: quegli occhi grandi e buoni e neri sapevano di futuro. Il futuro della maestra Donati non sapevo bene cosa fosse, quello che attraversava gli occhi di Pietro sì. Intanto, senza che me ne accorgessi, Pietro aveva allentato i lacci della cammisa. Sentivo il palmo ruvido sulla camiciola e lo bloccavo tirandolo dal polso. Lui mi prendeva la mano e mi baciava le dita, poi la girava e baciava il palmo. «Tu sei mia» diceva, e di scatto infilava la mano sotto la camiciola e mi stringeva un seno. «Mia e di nessun altro.» I capezzoli si indurivano e il respiro si ritirava fino al punto umido in mezzo alle gambe. Di nuovo gli afferravo il polso, ma Pietro era più forte. «Sei solo mia» ripeteva, e manteneva il seno come un pompelmo da spremere. «È na melagrana» diceva però, e io lasciavo che affondasse le dita e poi la testa. «È dolce come a na melagrana pronta.» Sentivo l’odore forte dei capelli, e una scossa mi impediva di parlare. Poi tornava su, i nasi si toccavano, il fiato entrava nel mio. Alla fine gli mordevo un labbro e gli scostavo la mano. Gridava di dolore, si passava il dorso sulla bocca; e sì, sanguinava. «Sei cattiva» diceva. «Sei una bambina cattiva. Mi fai tornare a casa infelice.» [...] Così in quei giorni, al colmo dell’infelicità, Pietro è tornato a sfogarsi su di me come aveva fatto quella sera di tanto tempo prima. Da allora avevo temuto quel ritorno, come un male a cui non volevo pensare. Bastava la minima scintilla perché si mettesse a buttare tutto per aria. Cercava l’acquavite e beveva, chiudeva Bacca fuori dalla nostra casa di legno e finiva, ogni sera, col picchiarmi, con una scusa sempre diversa. «Sei una donna inutile» diceva. «Una buona a niente.» Io all’inizio mi ribellavo, ma poi finivo che gli credevo. «Non sei come Anita, o come Enrichetta»; più beveva, più diventava cattivo: «Loro sì che sono donne che hanno fatto di tutto per i loro mariti», e mi colpiva sulle braccia, «tu invece sai solo

piangere», e sulle gambe, «non hai saputo fare niente di meglio di tua madre. Solo una tessitrice sei stata, una miserabile tessitrice». Bacca, fuori, ululava alla luna. Pietro finiva di scaricare la sua furia riverso per terra, poi perdeva conoscenza. Anch’io rimanevo sdraiata e piangevo, nello spazio vuoto e lontano in cui mi rifugiavo. Le sue parole erano il tradimento di ogni promessa, un tradimento verso me stessa. Se mi insultava non ero più niente, insieme a lui sparivo anch’io. La mattina non avevo il coraggio di guardare neppure Bacca negli occhi, la lupa se ne accorgeva e veniva a leccarmi le mani. Lui si vergognava di se stesso, dello stato in cui si era ridotto, si sciacquava la faccia e non parlava. Era Pietro e insieme non lo era più. Reagisci, mi dicevo. E alla fine reagivo, sperando che quello avrebbe cancellato la vergogna. Ma Pietro aveva spalle e braccia spesse come i fusti degli alberi che aveva abbattuto per una vita, indurite dalle ferite di guerra, e una lingua ancora più dura. Quando beveva, poi, non sentiva il dolore. Una volta ho preso un ceppo dal fuoco, la punta arroventata. Lui si era sfilato la cinghia, era con quella che mi voleva battere, al colmo dell’infelicità. L’ho colpito a un braccio col tizzone, ha urlato ma l’ha afferrato e l’ha gettato lontano. Bacca era dentro il rifugio e ringhiava, il pelo e le orecchie dritti. Pietro non è indietreggiato, così lei gli è saltata alla gola. Lui si è schiantato a terra sotto il peso della lupa, forse lei l’avrebbe anche ucciso. Allora ho raccolto il tizzone e gliel’ho avvicinato alla faccia, agli occhi da ubriaco, minacciandolo di morte. «Fai schifo» gli ho detto. «Se ti vedessi ti faresti schifo da solo.» «È quello che ti sei scelta» ha gridato. «Avanti, bruciami. Brucia il pazzo che combatte questa folle guerra contro il suo padre putativo.» Alla fine mi è mancato il coraggio. Lui si è messo a piangere e anche Bacca ha mollato la presa. La mattina dopo, col volto tumefatto, mi ha chiesto perdono. Maria, dopo qualche giorno, soffrendo l’ha perdonato. Ciccilla invece non l’avrebbe perdonato mai:

© Gainew Gallery/Alamy Foto Stock

Un assaggio di lettura

Michelina de Cesare

i lividi a poco a poco sparivano, gli insulti restavano. [...] Mercoledì 24 febbraio 1864 Qualche giorno fa è venuto a visitarmi il dottor Lombroso. Si è precipitato dentro con quella sua aria da studioso di maiali e mi ha fissata per un tempo infinito. Stavo accucciata sul materasso a scrivere, lo avevo spostato dal muro perché il soffitto in quel punto gocciola e a lui dev’essere sembrato un particolare molto importante perché ha misurato lo spazio tra la branda e il muro. Ho cercato di dire qualcosa ma Ferraris, che stava sulla porta, mi ha fermata. Allora Lombroso ordinava di alzarmi e io mi alzavo. Ordinava di spalancare gli occhi e li spalancavo. Di tirare fuori la lingua e la tiravo fuori tutta. Di mostrare i denti e glieli mostravo. Poi mi ha tastato il braccio fasciato, che tengo legato al collo, bucato dalla palla che ha ucciso Pietro. «Bene 39


UN TRENO DI LIBRI

Un assaggio di lettura

© LaPresse Torino / Archivio Storico

de di Milano in quei giorni, così mi ha raccontato. I ragazzi che stavano insieme a Ferraris lo sapevano di andare a morire, ma questo non li ha fermati. Erano come noi, ma erano senza fucili, senza munizioni, ragazzi e ragazze hanno lavorato giorno e notte per fondere pallottole e incartare polvere da sparo. Poi sono andati a messa, tutti quanti, il Duomo di Milano non era mai stato tanto pieno, per chiedere l’estrema unzione. Chi aveva dei soldi ha comprato le armi, gli altri sono entrati nei musei e hanno rubato balestre archibugi lance spade daghe pugnali alabarde corazze, quello che trovavano. Sono andati anche al teatro, alla Scala, e hanno rubato le armi di scena, giusto per spaventare gli austriaci. Altri hanno raccolto tegole dai tetti, sassi dalle strade, mattoni, spranghe di ferro. E poi in una notte hanno costruito le barricate, ci hanno messo sopra perfino un pianoforte a coda. Con un pallone di carta gonfio d’aria calda hanno lanciato messaggi nelle campagne per arruolare i contadini. Per controllare il nemico usavano un telescopio dell’osservatorio astronomico. Era una guerra matta ma l’hanno combattuta. [...]

Maria Oliverio

Dal film Salvatore Giuliano (1962) di Francesco Rosi

bene» ripeteva. Mi ha fatta sedere ed è stato mezz’ora a tastarmi la fronte il naso gli zigomi le orecchie il cranio. Secondo me se lo immaginava già sul suo tavolo. Si dice che sopra ogni teschio di brigante annoti nome cognome età reati. «Presto sarà tutto suo» ho detto, ma Lombroso l’ha presa male. Si è rabbuiato. Ferraris invece ha sorriso. E da quel giorno viene a farmi delle brevissime visite. Dice ai compagni di volermi studia40

re come caso clinico, ma io so che è solo una scusa. Parla, in piedi, dando le spalle alla porta chiusa. Avevo ragione, è un montanaro. Ha gli occhi che stanno sempre in montagna, in pianura sono smarriti. Viene da una città che si chiama Sondrio, ha detto, ma è sceso a Milano il 18 marzo del ’48 quando in quella città i giovani hanno deciso di cacciare da soli gli invasori austriaci. «Viva i morti!» si sentiva per le stra-


Lo scaffale della Freccia a cura di Alberto Brandani

DANTE IN LOVE Giuseppe Conte Giunti, pp. 204 € 17 Una storia di fantasmi che vede protagonista il Sommo Poeta ai nostri giorni. Da 699 anni, per una sola notte, il Padre eterno lo fa scendere dal Paradiso a Firenze per scontare il suo eccessivo amore nei confronti della poesia e della bellezza terrena. Giuseppe Conte ripercorre con mirabile leggerezza, illuminata da colti riferimenti, il viaggio d’amore di Dante dalla Vita Nova al “poema sacro”.

PER LEI VOLANO GLI EROI Amir Gutfreund Neri Pozza, pp. 560 € 19 In uno di quei caseggiati popolari anni ‘60, nel cuore di Haifa, cinque ragazzini s’incontrano ogni giorno per dare calci a un pallone. Sono compagni di classe, immortalati nella foto della scuola. Ci sono Yoram, l’ultimo arrivato, Benni, Gideon, Zion, Arik e Israele. E soprattutto c’è la Storia, che a metà degli anni ‘90 chiamerà alcuni di loro a un’impresa in nome dell’antica fratellanza.

LADY CHEVY John Woods NNE, pp. 384 € 18 Amy Wirkner ha 18 anni e tutta la vita davanti: vuole andare al college e diventare una veterinaria, per lasciarsi alle spalle i bulli che la chiamano Lady Chevy per il suo fondoschiena massiccio come una Chevrolet. Un’America violenta e maltrattata e una protagonista indimenticabile che non ha paura del mostro nascosto nella sua anima. Ed è pronta a liberarlo per conquistare il futuro.

LOVE AFTER LOVE Ingrid Persaud Edizioni e/o, pp. 464 € 18 Betty, il figlio Solo e il loro inquilino, Mr. Chetan, pur non formando una famiglia tradizionale sono uniti da un forte legame affettivo. L’isola caraibica di Trinidad fa da sfondo a una narrazione che copre circa 20 anni, condotta a turno da ognuno dei tre protagonisti. Un romanzo avvincente e divertente sull’amore, i segreti, le bugie e le seconde possibilità. G.B.

BRAVISSIMA Paola Moretti 66thand2nd, pp. 224 € 16 Antonella è la mamma di Teodora, una bambina prodigio della ginnastica ritmica che diventa sempre più ossessionata da questa disciplina sportiva. Una storia sui legami d’amore e sulla domanda che si pone ogni genitore: riconoscere i figli come individui dotati di autonomia e facoltà di sbagliare o mettere davanti a tutto l’istinto di protezione? G.B.

I SEGRETI DELL’OSPITALITÀ Palmiro Noschese Edizioni Zerotre, pp. 268 € 28 Una guida per comprendere il mondo del lavoro. Nella prima parte del volume viene raccontata la storia dell’autore, general manager nel settore turismo e hospitality. Nella seconda, più tecnica, si affrontano temi che spaziano dal marketing alle vendite, dalla gestione dello stress alla costruzione di un gruppo di lavoro. Tutti i consigli sono arricchiti da testimonianze e citazioni di esperti. G.B.

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Lo scaffale ragazzi a cura di Claudia Cichetti

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cichettic

NATURA VIVA Martin Jarrie L’ippocampo, pp. 64 € 15 (per tutti) I più piccoli ammireranno i colori e la forma di una zucchina, un pomodoro o una gallina, i più grandi scopriranno la bellezza di minuti e grandi soggetti della natura come fossero meraviglie. Sono oltre 50 i frutti, gli ortaggi e gli animali da osservare in quest’album adatto a tutte le età. I disegni di Martin Jarrie sublimano il paesaggio che ci circonda, generoso e umile.

I CAVALLUCCI MARINI SONO ESAURITI Katja Gehrmann e Constanze Spengler Babalibri, pp. 48 € 13 (da 5 anni) Il papà di Nico deve lavorare da casa. Per riuscire a farlo in tranquillità, permette al figlio di comprare un animale domestico. Comincia così una storia divertente, quanto mai attuale. Senza che il papà se ne accorga, arrivano a casa di Nico animali di ogni tipo: un cane, un topo e perfino un pinguino. Un libro originale e spassoso con illustrazioni e particolari da non perdere.

LA GRANDE QUERCIA Gerda Muller Natura e cultura editrice, pp. 36 € 15 (da 4 anni) Una storia che è un inno alla natura, allo scorrere delle stagioni, al valore e alla forza degli alberi. Protagonista una grande quercia centenaria che si erge in mezzo a una radura dove tre bambini, Benjamin, Anna e Robin, vivono avventure indimenticabili. Le incantevoli illustrazioni, poi, invitano a soffermarsi sui dettagli, trasmettendo in modo immediato semplici conoscenze sull’ambiente.

IL GRANDE LIBRO DI BATMAN E ROBIN AA. VV. Panini, pp. 376 € 25 (da 12 anni) Tutto quello che c’è da sapere sulle diverse incarnazioni del dinamico duo attraverso 16 avventure rappresentative raccontate e disegnate da icone del fumetto come Bob Kane (il papà dell’Uomo Pipistrello), Bill Finger, Frank Miller, Jim Lee, Grant Morrison e Frank Quitely. Un’antologia imperdibile con contenuti extra e approfondimenti. G.B.

ANIMALI CHE NESSUNO HA VISTO TRANNE NOI Ulf Stark, Linda Bondestam Iperborea, pp. 56 € 17,50 (da 7 anni) Attraverso creature fantastiche ma umanissime, gli autori affrontano con grazia il tema della difficoltà di vivere utilizzando ingredienti come il gioco, l’ironia, l’inventiva e un variopinto amalgama di versi e disegni. L’opera ha ottenuto il riconoscimento del Consiglio Nordico per il miglior libro per ragazzi e il premio Snöbollen come albo svedese illustrato dell’anno. G.B.

ALDO E ROSA Susanna Mattiangeli e Mariachiara Di Giorgio Mondadori, pp. 160 € 17 (da 9 anni) Rosa è una ragazzina curiosa che ha mille pensieri, grandi sogni e tante domande sulla vita, la difficoltà di crescere, il proprio aspetto. Con lei c’è un amico specialissimo e immaginario, soffice e accogliente: una nuvola di nome Aldo che la segue ovunque e le tiene compagnia. Una storia a fumetti, ironica e saggia, per riflettere su quanto sia importante l’amicizia per diventare grandi. S.G.


IN VIAGGIO CON

VIVERE

NO LIMITS

Monti della Tolfa (RM)

DAI GHIACCI DI CAPO NORD ALLE DUNE DEL DESERTO. PER OMAR DI FELICE, CAMPIONE DI CICLISMO ESTREMO, SOLO LA MOTIVAZIONE PUÒ SPINGERE IL CORPO OLTRE LE PROPRIE POSSIBILITÀ di Andrea Radic

Andrea_Radic

andrearadic2019 Foto Luigi Sestili

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el mezzo del deserto del Gobi, tra i ghiacci della Mongolia o nel cuore della tundra. Se in questi luoghi sperduti quanto meravigliosi, affascinanti e selvaggi, incontrate un italiano che li sta attraversando in bicicletta, potreste esservi imbattuti in Omar Di Felice, campione di ultracycling. «Quando mi trovo da solo e stravolto dalla fatica in luoghi sperduti del pianeta, affronto il momento drammatico guardandomi intorno e dicendomi quanto sono fortunato a lavorare in luoghi di tale bellezza».

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IN VIAGGIO CON

Traversata dell'Alaska lungo la Dalton Highway

Superi mai i tuoi limiti? Per compiere imprese estreme bisogna conoscere molto bene le proprie capacità e soprattutto gli ostacoli che la natura ci impone. A Capo Nord, con una bufera di neve e ghiaccio a -30°C, devi ripararti e attendere. La vera vittoria è sempre e comunque ritornare a casa: in condizioni estreme rappresenta la differenza tra vivere e morire. Come ti sei avvicinato alla disciplina dell’ultracycling? Mi sono appassionato al ciclismo a 13 anni. Era il 1994 e vedendo le imprese di Marco Pantani ho avuto una vera folgorazione. Ho cominciato con la squadra giovanile di ciclismo a Nettuno, dove sono cresciuto (sul litorale a sud di Roma, ndr). Da lì in poi allenamenti, gare locali e poi nazionali. Ma anche lo studio, che non ho mai lasciato: ho preso una laurea in design, con tanti sacrifici e molte rinunce. Durante i ritiri, mentre i compagni si rilas-

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savano, io aprivo i libri e studiavo. E ho coronato il sogno, correndo per una stagione nel ciclismo professionistico. E poi? Quando ho dovuto decidere se dedicarmi esclusivamente al professionismo o alla mia attività di designer, ho scelto la seconda opzione. Mi sono messo di fronte allo specchio con grande onestà, perché a te stesso non puoi mentire. Nel ciclismo non sarei stato un protagonista e quindi era meglio dedicarsi ad altro. E la bici? Non l’ho mai abbandonata. Anzi, ha continuato a essere la mia passione e, alla fine, mi ha riconquistato. Via via allenamenti più intensi e la decisione di partecipare alla mia prima gara di ultracycling. Una disciplina particolare… È nata in America negli anni ‘80 con la traversata da costa a costa. Un gruppo di matti, definiti proprio così, salivano

in bicicletta sulle sponde dell’oceano Pacifico per arrivare all’Atlantico. Una serie di Forrest Gump su due ruote. Poi questo movimento sportivo si è organizzato in disciplina e mi ci sono avvicinato perché rispecchiava molto il mio spirito di avventura, che significa amore per la natura e per le lunghe distanze e voglia di mettersi alla prova per sfidare i propri limiti. Quindi ecco la mia prima gara di 500 chilometri, poi un’altra e un’altra ancora. La passione mi ha conquistato finché ho capito che avrei voluto vivere di ciclismo estremo. E ci sono riuscito a partire dal 2016. Aver fatto sport fin da bambino ti ha aiutato? È stata una palestra di vita, lo sport non è solo diventare più forte dell’avversario e vincere, è soprattutto educazione attraverso le dinamiche delle competizioni. Nell’ultracycling lo vedo benissimo, mi insegna ad affron-


tare e superare le difficoltà, a rafforzarmi mentalmente. Inoltre, qualsiasi tipo di sport a qualsiasi livello fa bene, è sano. Abbiamo tutti bisogno di più sport e meno medicine. Dove trovi quel quid in più per affrontare certe imprese? Nella mente, è la motivazione che muove il mondo. Quando desideri qualcosa sei disposto a metterti in gioco e a fare qualsiasi sacrificio fisico, perché il corpo è lo strumento con cui compiere l’avventura, ma la mente lo guida, è il motore principale. Un’impresa che ti sembrava impossibile e che invece hai portato a termine? La prima avventura invernale a Capo Nord: nessuno aveva mai affrontato la pedalata su ghiaccio con una bici da corsa. Al primo giro di pedali mi sono detto che era impossibile, poi è scattata la determinazione mentale e ho applicato la tecnica. Ogni giorno qualche chilometro in più e ho raggiunto Capo Nord, portando il mio fisico oltre i suoi limiti apparenti. Le avventure che scegli sono in solitaria. Sei tu la persona con la quale stai meglio? Forse è vero, ho raggiunto un punto di equilibrio perfetto con me stesso. Sicuramente, nella solitudine riesco a dare il meglio. Una condizione che, per alcuni, può essere un punto debole, per me è il punto di forza. Trascorrendo anche 20 giorni a pedalare da solo torni a usare l’istinto, interpretando i segnali della natura. Solo ma con una squadra alle spalle che ti sostiene. Ci sono gare dove hai il supporto, come le auto ammiraglie al Giro d’Italia, e gare dove metti le borse sulla bicicletta e parti. Indubbiamente, sei sempre l’espressione sportiva del lavoro di un team affiatatissimo. Per me, in primis, la mia compagna Sara e il mio coach Fabio, con i quali ho un confronto quotidiano. Quando mi trovo in capo al mondo e arriva lo sconforto, basta alzare il telefono e le loro voci mi danno la forza di trovare la pace interiore e proseguire. Un essere umano, per arrivare a certi livelli, ha bisogno di avere accanto le persone giuste. Sara ti ha capito fin da subito?

In realtà mi ha conosciuto quando avevo “parcheggiato” la bicicletta. Diciamo che non ha incontrato subito il vero Omar. Si è trovata, lei di buona famiglia romana, dove il ciclismo non è lo sport più praticato, a sentirsi dire: «Tu vai in macchina al mare, io ti raggiungo in bicicletta». Poi si è affidata completamente al mio amore per questo sport e mi ha sempre supportato. La tecnologia è utile o è la macchina umana la vera risorsa? La tecnologia ha reso queste imprese più sicure, è fondamentale nel caso di bisogno. E poi consente di comunicare e raccontare. Da ragazzo ero affascinato da Ambrogio Fogar e Walter Bonatti, uomini che hanno compiuto e raccontato esplorazioni meravigliose. Attualizzando, mi rendo conto che posso portare le persone con me durante la mia avventura. Come quando ho raggiunto in bicicletta il campo base dell’Everest, in diretta sui social. Spesso produco contenuti specifici con finalità formative e motivazionali: me li chiedono le aziende per trasferire questi valori ai loro dipendenti. Costanza, resilienza e metodo sono applicabili a qualsiasi attività.

Aneddoti avventurosi? Di tutti i tipi. Nel cuore degli Stati Uniti me la sono vista brutta con due rottweiler e il loro proprietario armato di fucile: cinque minuti di terrore. Nel deserto del Gobi, in Mongolia, un gruppo di nomadi mi ha accolto nella loro tenda e rifocillato, includendo anche quattro generosi giri di vodka locale. E io sono astemio. Ti piace viaggiare in treno? Molto, fin da ragazzo: ci salivo con la mia bicicletta per andare a scoprire e conoscere luoghi diversi. Scendevo dal treno e pedalavo. Lo faccio anche oggi, vado in bicicletta da Roma a Parigi e poi torno in treno. L’intermodalità consente di muoversi in modo leggero e sostenibile, portando con sé solo l’indispensabile. Alternare treno e bici è una delle più belle forme di viaggio. Parliamo tutti di ambiente e sostenibilità: ecco, cominciamo a viaggiare in treno con bicicletta al seguito. Il profumo della tua infanzia? I prati e la campagna di Nettuno, dove sono cresciuto, che poi è il profumo della libertà che provi salendo in bicicletta. ultracyclingman.com omar.difelice omardifelice

Andrea Radic e Omar Di Felice a Roma Termini

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SPECIALE GIRO

L’ITALIA VA IN GIRO DA TORINO A MILANO, PER 21 TAPPE E 3.479 CHILOMETRI. PARTE L’8 MAGGIO L’EDIZIONE 104 DELLA CORSA ROSA, CON TRENITALIA OFFICIAL GREEN CARRIER. IN GARA 184 CICLISTI, CHE SI SFIDANO TRA CHILOMETRI DI STERRATO E SALITE ESTREME

© Fabio Ferrari/LaPresse

di Luca Gialanella

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e stelle non stanno a guardare, anzi, e sono sempre più rosa. Dante non andava in bicicletta, però quando passeggiava nella pineta di Classe, alle porte di Ravenna, e pensava al Paradiso, aveva davanti quello stesso mare dove, d’inverno, Marco Pantani sarebbe andato a pesca di sgombri. E Verona? Qui Alighieri visse sotto la protezione di Cangrande della Scala, e all’Arena non si sono forse conclusi alcuni dei Giri più emozionanti – Giovanni Battaglin, Francesco Moser, Ivan Basso o Richard Carapaz – con le gradinate diventate un girone infernale del tifo? Il ciclismo vive di sfide, sudore, fatica e prove all’estremo dei limiti umani, e sarebbe piaciuto a Dante. Perché la sua essenza è il duello, come quando si prendevano le parti di questa o quella fazione nella Firenze del ‘300. È affascinante vedere come il Giro abbracci la storia e la faccia sua. Perché se si festeggiano i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta o i 90 della Maglia rosa, i 160 dall’Unità d’Italia o il centenario della nascita del mitico

commissario tecnico Alfredo Martini, lungo il filo rosa della corsa ideata dalla Gazzetta questi eventi diventano scrigni di cultura popolare. Da Torino a Milano, da piazza Castello a piazza del Duomo, da sabato 8 a domenica 30 maggio, per 21 tappe e 3.479 chilometri si corre la 104esima edizione del Giro, di cui Trenitalia è Official Green Carrier. LA STORIA Una leggenda nata il 13 maggio 1909 alle 2:53, nella notte di piazzale Loreto, a Milano: al via 127 pionieri ai confini tra sogno e azzardo. Le bici pesano oltre 15 chili e non hanno cambio. La Gazzetta dello Sport organizza il primo Giro d’Italia, evento straordinario per l’epoca, in otto tappe e quasi 2.500 km: da Milano a Napoli, il punto più a sud, e poi il ritorno. La prima tappa, con arrivo a Bologna all’ippodromo Zappoli (nella zona dell’odierna stazione Centrale), misura 397 chilometri, e il romano Dario Beni la conquista dopo 14 ore alla media di 28,090 km/h. Ma alle 20 l’ippodromo chiude e il traguardo viene spostato

all’Osteria del Chiù: per l’ordine d’arrivo completo bisognerà aspettare il giorno dopo. La classifica generale non è a tempi come oggi, ma a punti, quindi conta soprattutto piazzarsi. La prima avventura nel nuovo mondo del ciclismo si conclude all’Arena di Milano il 30 maggio 1909, l’entusiasmo della gente è tale che devono intervenire i Lancieri di Novara per proteggere e scortare i corridori: le cronache parlano di 500mila persone lungo il percorso finale verso Milano. Vince un muratore varesino, Luigi Ganna, 25 anni, 1,76 per 80 chili, che conquista le tre tappe di Roma, Firenze e Torino, cioè le tre capitali d’Italia. Nono di dieci figli, abita a Induno Olona, fuori Varese, e tutti i giorni va in bici a lavorare a Milano e poi torna a casa: 190 chilometri, il suo allenamento. Con il premio finale di 5.235 lire e i riconoscimenti delle varie aziende incasserà in totale più di 25mila lire, sufficienti per aprire un negozio, che diventerà poi una fabbrica di biciclette con il suo nome. Equivalgono a 110mila euro di oggi.

Giro d'Italia 2019 - tappa 3, da Vinci (FI) a Orbetello (GR) - km 220

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© Bettini Photo

SPECIALE GIRO

Giro d'Italia 2010, Vincenzo Nibali a Montalcino (SI)

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tamponi molecolari e, soprattutto, antigenici (una “prima” per l’Italia), hanno rappresentato una difesa eccellente dal coronavirus: ne sono stati fatti oltre seimila, tra squadre

Giro d’Italia 2020 - tappa 18, Passo dello Stelvio (BZ)

© Bettini Photo

LA RINASCITA La Gazzetta dello Sport vince così la sua scommessa, la strada è aperta. Nulla sarà più come prima e per la bicicletta il primo Giro diventa, ancor più, una spinta formidabile. La Corsa rosa che parte sabato 8 maggio da Torino per la terza volta nella storia dopo il 1961 e il 2011 (rispettivamente, a 100 e 150 anni dall’Unità d’Italia) è all’edizione 104: si è fermata per la guerra soltanto dal 1915 al 1918 e dal 1941 al 1945. Si ricominciò nel ‘46, con l’Italia da ricostruire, le strade distrutte, i ponti di barche dell’esercito per passare i fiumi: dal 15 giugno al 7 luglio, da Milano a Milano, primo Gino Bartali, secondo Fausto Coppi a 47”. Il Tour de France ce la farà soltanto un anno più tardi, nel 1947. IL PRESENTE Spostato nel 2020 da maggio a ottobre per la pandemia, il Giro ritrova adesso la sua posizione in calendario. L’anno scorso è stato il primo grande evento sportivo in cui i

e staff, uno sforzo imponente. La “bolla” ha retto, la Corsa rosa è arrivata davanti al Duomo di Milano il 25 ottobre. Adesso si riparte con un tracciato spettacolare, che sarà trasmesso in tv in 196 Paesi del mondo, con un’audience di quasi 900 milioni di telespettatori: a iniziare dalla cronometro inaugurale di Torino, da piazza Castello alla Chiesa della Gran Madre, con Filippo Ganna (non parente di quel Luigi) favoritissimo, lui che è campione del mondo in carica della crono e ha già conquistato la prima Maglia rosa nel 2020 a Palermo. E poi... ci sono 35 chilometri di sterrato tutti in salita nel finale di Montalcino, nel Senese, la tappa che celebra il Brunello, la Wine stage diventata simbolica del matrimonio tra Giro ed eccellenze italiane; il passaggio da Ponte a Ema (FI) per onorare Gino Bartali e a Sesto Fiorentino per Alfredo Martini nel giorno di Bagno di Romagna (FC); la tappa da Ravenna a Verona per Dante; l’arrivo a Gorizia-Nova Gorica, Capitali della cultura europea nel 2025, dove il presidente della Repubblica Sergio Mattarella andrà in visita a ottobre; il traguardo di Cortina olimpica 2026, in un continuo gemellaggio con Milano. Il bilanciamento tra cronometro e salite, 38 chilometri contro il tempo e otto arrivi in quota


(dislivello totale 47mila metri): i primi quattro più agevoli, poi dallo Zoncolan (versante di Sutrio, il primo scalato nel 2003 sulla montagna friulana, quando correva ancora Pantani) inizia un Giro(ne) infernale, con cinque frazioni micidiali su otto. Le Dolomiti con Marmolada, Pordoi-Cima Coppi (la vetta più alta: 2.239 metri) e Giau (il versante più duro: 9,9 km al 9,3%); le inedite Sega di Ala sul Lago

di Garda (11,2 km al 9,8%, punte 17%) e Alpe di Mera in Valsesia (9,7 km al 9%, punte 14%), fino allo spettacolo del Passo dello Spluga (dalla Svizzera), amico di Adorni in Maglia rosa nel 1965, e l’Alpe di Motta sopra Madesimo (7,3 km al 7,6%), ultimi giudici al penultimo giorno. In gara 184 corridori divisi in 23 squadre. I campioni? Tanti, e forti: Vincenzo Nibali (che è stato frenato nell’avvicinamento al

Giro da una frattura composta al radio del polso destro), il colombiano Egan Bernal, lo slovacco Peter Sagan, il campione italiano ed europeo Giacomo Nizzolo, e poi Elia Viviani, Giulio Ciccone, Damiano Caruso, il belga Remco Evenepoel, il francese Romain Bardet, l’australiano Jai Hindley, lo spagnolo Mikel Landa, il britannico Simon Yates. Più Ganna: il suo Piemonte l’aspetta già, in rosa.

UNA CORSA MONDIALE di Luca Mattei

«Organizziamo il Giro con entusiasmo e senso di responsabilità perché crediamo sia fondamentale per l’Italia far vedere il meglio del Paese a oltre 650 milioni di telespettatori in 198 Stati». Parola di Paolo Bellino, amministratore delegato di Rcs Sport, la società che dà vita alla celebre corsa. La Maglia rosa compie 90 anni. Un ricordo particolare che la lega a questo premio? Sono di Rivoli, in provincia di Torino, e in Piemonte il Giro è passato tante volte. Ricordo quando nel 1982 Bernard Hinault in Maglia rosa e Francesco Moser con quella ciclamino si sfidarono in arrivo a Pinerolo. Mio zio Eraldo mi fece arrampicare su una montagna per vedere più tornanti possibile e mi ritrovai a 150 metri dai due campioni. Anche quest'anno torna il Giro-E. Quanto è importante promuovere l'uso delle bici elettriche? L’e-bike e il cicloturismo possono diventare un’opportunità enorme e rappresentano un asset anche dal punto di vista economico. Il Giro-E è una corsa a squadre che passa sullo stesso percorso del Giro anticipando di qualche ora l’arrivo degli atleti, quindi consentiamo ai partecipanti di vivere la stessa esperienza dei ciclisti in gara. Il legame tra bici e treno può essere vincente per il turismo? Sicuramente, perché il treno è un mezzo facile, agevole, ecologico e in Italia arriva un po’ ovunque. L’idea di raccontare il Giro insieme a Trenitalia è nata qualche anno fa, quando ho comprato un libro che mostrava il Paese visto dal finestrino. Così ho cercato di rafforzare il connubio con la ferrovia perché consente di scoprire posti nuovi con la bici al seguito. Lo consiglio a tutti: godetevi il Giro d’Italia in treno. © Gazzetta dello Sport

AL GIRO CON TRENITALIA Trenitalia è Official Green Carrier del Giro d’Italia 2021. L’azienda del Gruppo FS è presente in tutti i Villaggi della Corsa rosa con uno stand nell’area di partenza e uno in quella di arrivo delle diverse tappe. Inoltre, partecipa con un proprio team al Giro-E, evento ecosostenibile dedicato alle biciclette elettriche che si svolge parallelamente al Giro. Per questa iniziativa, Trenitalia è anche sponsor della Maglia verde Ride green che viene assegnata al vincitore della classifica Prova speciale. Infine, un treno Regionale Pop dedicato all’evento il 22 maggio trasporta ufficialmente il Trofeo senza fine, simbolo della gara ciclistica, da Cittadella (PD) a Conegliano (PV).

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SPECIALE GIRO

EMOZIONI ELETTRICHE SULLE STRADE DELLA CORSA ROSA CON BICICLETTE A PEDALATA ASSISTITA. AL GIRO-E 2021 ANCHE LA SQUADRA DI TRENITALIA, OFFICIAL GREEN CARRIER DELL’EVENTO E SPONSOR DELLA MAGLIA VERDE di Matteo Lucchi

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entuno tappe, otto squadre, un intero Paese da attraversare. Insieme alla Corsa rosa, l’8 maggio parte anche il Giro-E 2021, unico evento a tappe di rilevanza mondiale dedicato al ciclismo elettrico. Organizzato da Rcs Sport, con Trenitalia come Official Green Carrier, il format giunge quest’anno alla terza edizione dopo la numero zero del

© Alfredo Falcone/LaPresse

Una tappa del Giro-E 2020

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2018. E ha lo scopo di far vivere ad appassionati delle due ruote, sportivi amatoriali o ex professionisti l’esperienza di percorrere le strade del Giro parallelamente alla gara. Per sentirsi protagonisti di una grande competizione, ammirare le bellezze del Paese e promuovere una mobilità sempre più green. I team, muniti di biciclette con peda-

lata assistita, competono per aggiudicarsi le diverse tappe che variano tra i 60 e i 100 chilometri giornalieri. Alle squadre che consumano meno batteria, vengono assegnati dei punti bonus validi per la classifica generale. Tra i gruppi iscritti anche quello di Trenitalia, capitanato da Andrea Ferrigato, ex ciclista professionista che nel 1996 si è classificato secondo nella Coppa del mondo su strada. Al termine di ogni giornata, come nel Giro d’Italia, vengono consegnate agli atleti vincitori le maglie premio da indossare nella tappa successiva. Novità di quest’anno è la Maglia verde Ride green sponsorizzata da Trenitalia da assegnare al vincitore della classifica Prova speciale. I partecipanti concludono l’esperienza tagliando l’arco d’arrivo del Giro per poi salire sul podio delle premiazioni, lo stesso finora riservato a campioni come Vincenzo Nibali, Tom Dumoulin e Chris Froome. giroe.it GiroItaliaE giroitaliae


© Ufficio stampa Giro d’Italia - LaPresse/Spada

LA BICI FA SCUOLA

Progetto BiciScuola del Giro d’Italia 2017 Tappa 2, da Olbia a Tortolì

COMPIE 20 ANNI IL PROGETTO EDUCATIVO DI RCS SPORT NATO PER AVVICINARE GLI STUDENTI AI VALORI DEL CICLISMO E ALLA MOBILITÀ SOSTENIBILE di Cecilia Morrico MorriCecili morricocecili

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amore per le due ruote, al Giro d’Italia, non si ferma solo alla competizione sportiva. L’evento è anche un’occasione per parlare di cultura della bicicletta, sostenibilità ambientale e responsabilità sociale, valori che vengono trasmessi alle nuove generazioni con il progetto

BiciScuola. Giunto alla 20esima edizione, il format di edutainment targato Rcs Sport vuole sensibilizzare i più giovani all’utilizzo della bici come strumento per una nuova mobilità green, all’educazione stradale e al fairplay sportivo, ma anche a uno stile di vita sano e a un’alimentazione equilibrata. Quest’anno l’iniziativa coinvolge non solo le scuole primarie delle province toccate dal Giro ma anche quelle delle Classiche del ciclismo italiano: Strade Bianche Eolo, Tirreno-Adriatico Eolo, Milano-Sanremo, Milano-Torino, Gran Piemonte e Il Lombardia presented by Eolo. Da febbraio, le classi iscritte possono seguire le lezioni online sui temi del progetto, gestite da personale qualificato in collaborazione con la Polizia stradale, nell’apposita sezione del sito biciscuola.it. Sulla base del materiale didattico, vengono poi realizzati degli elaborati creativi. Saranno premiate

le classi che avranno realizzato i lavori migliori: una per ogni città di partenza e arrivo. L’edizione 2021 prevede anche il coinvolgimento delle scuole secondarie grazie all’iniziativa Reporter per un giorno. L’idea è di avvicinare i giovani delle medie al mondo del giornalismo, della scrittura sportiva e della fotografia. Gli studenti selezionati potranno seguire una tappa del Giro o di un’altra Classica di ciclismo avendo accesso alla sala stampa, con una postazione personale per scrivere l’articolo o il saggio sportivo e raccontare l’esperienza con gli occhi di un reporter. Al termine di ogni gara, l’articolo sarà pubblicato sul sito ufficiale del Giro d’Italia. In più, durante il percorso di avvicinamento agli eventi, i ragazzi potranno cimentarsi con il cellulare e la macchina fotografica per realizzare immagini: gli scatti migliori verranno pubblicati sul sito dell’evento. giroditalia.it/biciscuola 51


SPECIALE GIRO

INSEGUENDO LA DALLA PRIMA CAPITALE AI LUOGHI DI DANTE, DALLA REGINA DELLE DOLOMITI ALLE GROTTE DI FRASASSI. IL 104ESIMO GIRO D’ITALIA ATTRAVERSA IL PAESE TRA LUOGHI RICCHI DI STORIA, NATURA E CULTURA di Peppe Iannicelli

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a prima tappa del Giro 2021 è una cronometro individuale lungo le principali strade di Torino. I ciclisti sfrecciano davanti al Museo Egizio, al Palazzo Reale e al primo Parlamento Nazionale, proprio nell’anno del 160esimo anniversario dell’Unità d’Italia. In piena apnea agonistica, non hanno nemmeno il tempo di posare lo sguardo davanti al Duomo che custodisce la Sacra Sindone e di sicuro a qualcuno verrà in mente la frase con cui lo scrittore Vasco Pratolini definì la gara: «Ventitré giorni di passione». Montagne impervie, pianure assolate, tormente di neve e

tempeste di vento. Sudore e fatica che la bellezza del paesaggio e dei borghi attraversati riescono persino ad addolcire. Così un altro scrittore, Achille Campanile, saluta la partenza della Corsa rosa: «Le strade d’Italia sono come le sinfonie di Rossini. Cominciano serene, larghe, a correre spensieratamente, a scherzare con i mari, i fiumi, i laghi, i ponticelli, i prati fioriti, le ville, i castelli in rovina, i paesini che s’infilano l’uno appresso all’altro, sì che pare di traversare tutto un solo paese pieno di vita e di varietà che non finisce mai».


BELLEZZA donnina, Spada di Damocle, Fetta di lardo e Fetta di pancetta, con tanto di venatura rosata. La tappa Foggia-Guardia Sanframondi (BN) rappresenta il confine meridionale della Corsa rosa. Per il poeta salernitano Alfonso Gatto, che raccontò la rinascita dell’Italia nel Dopoguerra grazie al Giro, le biciclette sono “macchine da angeli”. E l’arrivo nel borgo medievale del Sannio è divino per due motivi: è la terra del Taurasi, un vino rosso principesco che racchiude tutto l’orgoglio delle Forche Caudine imposte dai fieri Sanniti ai Romani; ed è il santuario dei Flagellanti che ogni

sette anni rinnovano i riti penitenziali in onore di Santa Maria Assunta. Completamente incappucciati e irriconoscibili, i battenti attraversano il borgo arroccato attorno al castello procurandosi ferite lancinanti in espiazione dei propri peccati. La sofferenza del corpo per liberare l’anima verso il Paradiso. L’Aquila-Foligno (PG) è la decima tappa del Giro. La corsa abbraccia l’Abruzzo, dove ancora sanguinano le ferite causate dal terremoto del 2009. Il passaggio della carovana è una spruzzata d’entusiasmo e fiducia per una popolazione tenace impe-

© zm_photo/AdobeStock

Il lungo plotone dei “girini” è stato spesso paragonato a un fiume che scorre verso il mare. E talvolta si nasconde allo sguardo come il Sentino che, insieme all’azione del tempo, ha modellato le Grotte di Frasassi (AN), da dove parte la tappa che porta il Giro ad Ascoli Piceno-San Giacomo. Si tratta di un capolavoro ambientale d’affascinante immensità: la natura domina la scena nella grotta grande del Vento e in quella del Fiume, mentre l’Abisso Ancona è vertiginoso. Stalattiti e stalagmiti con una buona dose di fantasia diventano stalattiti e stalagmiti ribattezzate Obelisco, Ma-

Vista su Torino

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© Adwo/AdobeStock

SPECIALE GIRO

Le Grotte di Frasassi (AN)

gnata nella ricostruzione. L’arrivo è il primo omaggio dantesco della competizione nel 700esimo anniversario dalla morte del Sommo Poeta. A Foligno era l’11 aprile 1472 quando fu stampata la prima copia della Divina Commedia, un’impresa compiuta dal prototipografo maguntino Giovanni Numeister insieme a Evangelista Angelini di Trevi, con la collaborazione dell’orafo folignate Emiliano Orfini. La città, tra l’Abbazia di Sassovivo e la Cattedrale di San Feliciano, il Birillo rosso e Palazzo Trinci accoglie i corridori con i versi danteschi, confidando che nel frattempo i ciclisti non abbiano smarrito la “diritta via” che conduce alla conquista della Maglia rosa. Bianche, invece, sono le strade del segmento asperrimo della Perugia-

Montalcino (SI). Trentacinque chilometri di sterrato che riporteranno i corridori alla preistoria delle due ruote, quando si gareggiava in arcione all'anticavallo, come Gianni Brera definiva la bici, su strade più simili a mulattiere che a morbidi nastri d’asfalto stesi per il passaggio della carovana rosa. Uno dei positivi effetti collaterali del passaggio del Giro è che le amministrazioni locali colgono l’occasione per rifare le strade con beneficio generale di automobilisti e pedoni. E dopo tanta polvere bianca, cosa c’è di meglio di un sontuoso calice di Brunello di Montalcino nato tra colline che fanno innamorare al solo sguardo? Dante Alighieri torna protagonista nella tappa Ravenna-Verona. Dalla tom-

ba del Poeta al balcone più famoso del mondo, quello di Giulietta, immortalato da un altro fuoriclasse, William Shakespeare. Usando la metafora ciclistica, possiamo affermare che Dante sia un corridore di corse plurisettimanali come il Giro, mentre il Bardo risulti eccellente nelle classiche di un giorno. Storie di amori intensi, anche se è difficile immaginare in velocipede la sfortunata amante di Romeo e l’eterea Beatrice dell’Alighieri. È vera, al contrario, la storia di Alfonsina Strada, la prima e unica donna ad aver corso il Giro d’Italia tra i maschi nel 1924. Una vera e propria pioniera che diventò eroina nazionale per la sua impresa irripetuta. La tappa Grado-Gorizia è invece un circuito che porta il Giro per tre volte oltreconfine, in Slovenia. Una tappa all’insegna della fratellanza tra popoli, dopo le atrocità commesse alla fine della Seconda guerra mondiale. Gorizia e Nova Gorica saranno insieme, abbattuto il muro che le divideva, Capitale europea della cultura 2025. Il 30 giugno 1946 – era il primo Giro dopo la guerra – un esiguo plotone di corridori guidato dal triestino Giordano Cottur riuscì a raggiungere Trieste nonostante le violenze dei partigiani titini anti-italiani. Un tripudio popolare con i ciclisti avvolti nel tricolore. «Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi», esclamò alla radio nel 1949 il giornalista Mario Ferretti pronunciando una frase entrata nella storia. In una tappa come quella che da

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La Cattedrale di San Feliciano a Foligno (PG)

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TRENO+BICI PER UN VIAGGIO SLOW

La tomba di Dante a Ravenna

Sacile conduce a Cortina d’Ampezzo (BL), sarebbe meraviglioso avere ancora al seguito della corsa un Omero del ciclismo italiano. Chi altri potrebbe descrivere meglio una frazione che alterna Passo Fedaia (detta Montagna Pantani), Passo Pordoi (Cima Coppi) e Passo di Gian? Di sicuro colui che taglierà per primo il traguardo di Cortina entrerà di diritto non solo nella storia ma anche nella leggenda delle due ruote. La capitale delle Dolomiti ospiterà, insieme a Milano, le Olimpiadi 2026. La Tofana, le Cinque Torri, il Museo della Grande guerra, lo shopping griffato e il glam del passeggio nelle strade principali. Cortina sì che farà in-

namorare il mondo intero. La volata finale è la crono individuale di 29,4 chilometri da Senago a Milano. Sembra incredibile, ma succede sovente che tre settimane di corsa non bastino a designare un vincitore e che tutto si decida nell’ultima manciata di chilometri, dove non c’è tempo di pensare ed esitare. Bisogna pedalare con foga fino allo striscione finale, a pochi metri dal Duomo. Cala il sipario sulla corsa che consegna la Maglia rosa finale al vincitore. Per lui podio e foto, miss e fiori, ma la gloria ammanta tutti coloro che avranno raggiunto il traguardo dopo ventitré giorni di meravigliosa fatica e devastante bellezza.

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Il massiccio delle Cinque Torri, Cortina d’Ampezzo (BL)

Giovanni Bastianelli, direttore esecutivo dell’Agenzia nazionale del turismo (Enit), ricorda con orgoglio come il Giro d’Italia, che compie 104 anni, sia quasi coetaneo dell’Agenzia che ha spento di recente 102 candeline. L’Enit ha scelto l’ambita corsa per promuovere l’Italia nel mondo. «Siamo felici di far parte della carovana rosa. Il Giro è una manifestazione seguita in tutto il pianeta, le immagini della gara mostrano le bellezze naturali, storiche e artistiche del Paese a una platea internazionale. Per ogni tappa abbiamo preparato delle suggestive cartoline audiovisive capaci di far vivere in anteprima agli spettatori l’esperienza della location. Ci rivolgiamo all’estero, con le nostre 28 sedi in tutto il mondo, ma vogliamo anche aiutare gli italiani a riscoprire la loro nazione. Siamo l’ente italiano che ha più seguito sui social e a maggio attiviamo anche la Visit Radio Web Giro-E dedicata a tutte le iniziative legate al Giro». Treno e bici sono un connubio vincente per il turismo? La possibilità di raggiungere in treno, con la bici al seguito, tutte le destinazioni del Giro d’Italia è apprezzatissima. I turisti sono sempre più attenti alla sostenibilità, e la formula treno+bici consente una vacanza salutare e slow dove ritrovare serenità e armonia. Partecipate anche con una squadra al Giro-E, l’evento cicloturistico che segue tutte le tappe della gara. Sì, con un team composto da giornalisti, tour operator e influencer, che ogni giorno percorreranno gli ultimi 100 chilometri della tappa con biciclette a pedalata assistita. È un modo per promuovere la mobilità sostenibile. L’Italia piace nel mondo? Il 25% dei visitatori extra Ue la sceglie come prima destinazione. Siamo sempre una meta amatissima, anche da tedeschi, francesi e americani. Speriamo di poterli presto riaccogliere nel migliore dei modi. P.I. enit.it ENITItalia ENIT_italia 55


SPECIALE GIRO

(P)ASSAGGI DIVINI SUL CIGLIO DELLA STRADA AD ATTENDERE IL GIRO CON UN CALICE IN MANO. PERCHÉ LA CORSA ROSA E I TERRITORI VINICOLI ITALIANI DA SEMPRE INCROCIANO LE LORO STORIE di Andrea Radic

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Strade Bianche 2021 - 15esima edizione, Siena

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andrearadic2019


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Il francese Arnaud Démare brinda con la bottiglia speciale Astoria al Giro d’Italia 2020, Milano

l passaggio del Giro d’Italia accende i cuori e scalda gli animi degli italiani. Una passione che va al di là della corsa, superando i confini dell’età e delle scelte sportive, riunendo tutti sul ciglio delle strade al grido: «Passa il Giro d’Italia». Questa edizione, la numero 104, prevede epiche sfide ciclistiche, volate di tappa e duelli all’ultima ruota anche in territori di grande elezione vinicola. Dopo aver attraversato, nel corso degli anni, le Langhe del Barolo e del Barbaresco, la Franciacorta dei Satèn e l’Umbria del Sagrantino di Montefalco, quest’anno è la denominazione del Brunello di Montalcino, con il suo leggendario e prezioso fazzoletto di vigneti, a fare da cornice all’11esima tappa che vede il traguardo proprio nello storico borgo senese il 19 maggio. La Wine stage, a cui partecipano i comuni di Montalcino e Siena, in partnership con il Consorzio del Brunello, sarà un appuntamento di grande fascino che riporterà quasi indietro nel tempo – come durante l’Eroica, la corsa ciclistica d’epoca sulle strade bianche – le sterrate della campagna toscana valdorciana.

Anche la tappa successiva profumerà di ottimi vini, con partenza da piazza del Campo, a Siena, e arrivo a Bagno di Romagna. Numerose sono le iniziative dedicate al binomio tra il vino e il Giro. Un connubio di grande tradizione che, insieme a quello con l’ottima cucina, ha sempre saputo aggiungere alle cronache sportive un senso di tradizione popolare capace di regalare delle vere chicche tra le eccellenze dei territori italiani. Protagonista indiscusso di questa accoppiata è stato Gianni Brera, principe del giornalismo sportivo e appassionato gourmeur, che non mancava di tracciare, scrivendo di imprese ciclistiche, quelli che oggi chiamiamo itinerari enogastronomici. Era coetaneo del ciclista Fausto Coppi e ne raccontò le vittorie. Durante la 102esima edizione della corsa, alla presenza di campioni di ieri e di oggi, queste due icone sono state ricordate a San Zenone al Po (PV), comune di origine della grande penna. Il Giro d’Italia, con le moderne tecnologie, le meritate sponsorizzazioni e la potente dimensione mediatica, resta una delle princi57


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pali manifestazioni della tradizione sportiva del nostro Paese. L’unica, forse, che durante il periodo di svolgimento riesce a portare alla ribalta piccoli borghi e grandi città, strade dai meravigliosi panorami e pezzi di territorio altrimenti sconosciuti ai più. Il tutto nel nome del ciclismo, sport duro e povero, dall’ineguagliabile fascino. Ogni tappa, ogni traguardo vedrà salire sul podio i migliori, e le bollicine con cui festeggiare saranno ovviamente italiane. A firmare i brindisi, per il decimo anno consecutivo, Astoria. L’azienda di Crocetta del Montello (TV) ha scelto il Prosecco rosé, da uve Glera e Pinot Nero, novità del territorio dallo scorso ottobre che sta riscontrando un ottimo successo. Verrà stappato dai vincitori e degustato dai presenti. La bottiglia dedicata al Giro d’Italia è da sempre destinata a diventa-

re oggetto da collezione, tanto che Astoria ne ha realizzate tre diverse: quella ufficiale del Giro, nera in vetro intagliato con grafiche rosa, riporta il riferimento alla 104esima edizione e un “10” ispirato al Trofeo senza fine che contraddistingue la manifestazione. Come da tradizione per la partenza, nelle bottiglie delle cinque tappe piemontesi sarà impressa la Mole Antonelliana, in omaggio alla regione. La Maglia rosa brinderà invece con una bottiglia speciale Astoria dipinta ovviamente di rosa, con cui potrà festeggiare solo il leader della classifica, mentre alla fine del Giro il vincitore assoluto firmerà una serie limitata di 100 Jéroboam da tre litri. «Sono oltre 31mila i chilometri che abbiamo percorso in dieci anni con la carovana rosa, vivendo l’entusiasmo del popolo del ciclismo. La serie speciale di 100 esemplari vuole

Foto d’archivio della famiglia Coppi, cantina Vigne Marina Coppi

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celebrare proprio questa passione», commenta Filippo Polegato, sales manager di Astoria Wines. Anche in Piemonte, altro territorio di ottima qualità enologica, ci si prepara ad accogliere il Giro sulle strade. I paesaggi del Roero, dipinti da vigneti, splendidi borghi e castelli medioevali sono – insieme alle Langhe – Patrimonio mondiale dell’Unesco. E Canale (CN), dove il 10 maggio è previsto l’arrivo dei corridori, approfitta di questo momento per raccontarsi e far conoscere le proprie eccellenze, simbolo ed espressione del territorio. Per questo all’Enoteca regionale del Roero, a partire da sabato 8, è possibile gustare un aperitivo dedicato al Giro d’Italia, con prodotti tipici e due speciali cocktail rosa a base di frutta del territorio: le more di gelso, le fragole e le pesche. Sarà inoltre attivo per tutta l’estate un percorso cicloturistico per attraversare e conoscere le bellezze della zona. Spostandosi in Alto Adige, lungo la Strada del vino si snodano tre diversi itinerari dedicati ai wine lover da percorrere su due ruote. A nord, si può attraversare la zona di produzione classica dei vitigni Santa Maddalena, giungendo fino a Terlano (BZ). Al centro, si può scoprire il territorio del Lago di Caldaro, sul quale affacciano notevolissime cantine, e a sud, partendo da Cortaccia, si passa per i vigneti di Niclara, Magré e Cortina fino a raggiungere Salorno. A suggellare l’unione tra vino e bicicletta tre grandi nomi. Il primo è Fausto Coppi, poiché nel suo paese natale, Castellania (AL), si trova la cantina del nipote Francesco, Vigne Marina Coppi. Poi c’è Francesco Moser, i cui vini dell’azienda di famiglia Maso Warth, eccellenza del Trento doc, sono pluripremiati. Infine, Giuseppe Olmo detto Gepin, che da bambino correva in bici dietro alle ruote del mitico Costante Girardengo tra i colli del Chianti. E proprio qui, dopo i grandi successi sportivi e le imprese imprenditoriali, acquistò la Tenuta di Artimino (PO), oggi guidata dalla nipote Annabella Pascale.


© Carlo Baroni

TAPPE GOURMET

Vista sulla Vallagarina e Rovereto

DAL PIEMONTE ALLA CAMPANIA, SEGUENDO IL GIRO D’ITALIA, TRA PRODOTTI TIPICI, TRADIZIONI LOCALI E RICETTE STELLATE di Alessandra Iannello a cura di vdgmagazine.it

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è un giro d’Italia goloso che attraversa i piccoli centri. E si ferma proprio lì dove nascono i piatti della cucina tradizionale, impreziositi dagli chef stellati che li reinterpretano proiettandoli nel futuro. A cominciare dalle colline del Roero, dove si trova Canale (CN), meta di arrivo della terza tappa del Giro. Fondata nel 1260 dal libero Comune di Asti, la

cittadina divenne fin da subito uno dei centri della produzione vitivinicola del Roero. Ma agli inizi del secolo scorso il settore fu minato dalla fillossera, un parassita della vite, e dalla grandinata del 1906. Così gli abitanti cominciarono a dedicarsi alla coltivazione del pesco. Con la loro buccia spessa, la polpa soda e il sapore caratteristico, le pesche di Canale rilanciarono l’agricoltura locale. Un altro prodotto tipico della zona è la castagna della Madonna, detta anche Canalina, fra gli esemplari più antichi d’Europa e apprezzata per la sua maturazione precoce, a settembre. E poi non si può passare da Canale senza assaggiare il prosciutto arrosto, frutto di una tradizione secolare iniziata intorno al 1940 dai fratelli Giordano, titolari della salumeria Filipin, che inventarono un modo gustoso per conservare le cosce di maiale, arrostendole e speziandole. Ancora oggi si massaggiano

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con una miscela di erbe aromatiche, si bagnano col vino e si avvolgono in una retina di vitello prima di essere cotte nel forno a legna. A tavola si abbinano con il Roero Arneis Docg, un bianco che se viene affinato per almeno 32 mesi diventa Riserva. Una passeggiata golosa è quella sotto i portici di via Roma, dove si trovano i principali negozi storici della città. Nei locali dell’ex asilo Regina Margherita, l’Enoteca regionale del Roero offre i migliori prodotti del territorio e ospita il ristorante All'Enoteca di Davide Palluda, una stella Michelin. Al numero 39 del59


SPECIALE GIRO

tra le 15mila opere esposte, si possono assaggiare le proposte di Alfio Ghezzi, il più stellato degli chef trentini. Da non perdere la specialità Patate, patate, patate: «Un omaggio all’agricoltura di montagna. Come a dire: abbiamo solo le patate allora decliniamole facendoci un piatto. Da questa idea nascono gli gnocchi con una crema soffice di patate e salmerino affumicato, sfoglie di pancetta e polvere di patate viola». Merita una tappa anche la Caffetteria Bontadi, dove provare le miscele artigianali che la torrefazione produce dal 1790. Mentre in uno dei tanti ristoranti della città va degustato il Marzemino, vino tipico del territorio. Giovedì 20 maggio, la protagonista della 12esima tappa della corsa è Bagno di Romagna (FC). A cavallo tra Romagna e Toscana, il borgo è famoso per le acque termali fin dal tempo dei Romani. Porta di accesso al Parco delle Foreste Casentinesi, è un tempio del vivere lento. Dai laghetti in mezzo al bosco al Sentiero degli gnomi, qui si torna a respirare con la natura. In questa città la gastronomia, fusio-

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la via c’è la pasticceria Sacchero, che detiene la ricetta segreta dello storico La Duchesse, un bon bon al cioccolato con nocciole, mandorle e una bagna liquorosa. La 18esima tappa del Giro attraversa la Vallagarina per arrivare a Rovereto (TN). Qui è imperdibile la visita al Castello, uno dei migliori esempi di fortificazione alpina tardo-medievale, da cui si gode uno splendido panorama sulla zona. Altri luoghi rilevanti sono il Museo Depero, il Teatro Zandonai, Palazzo Bossi Fedrigotti e Palazzo Alberti Poja, che con il Palazzo Annona costituisce l'accesso al Mart, il Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. Nella caffetteria del centro espositivo, dopo aver nutrito la mente passeggiando

Panc

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otto di Niko Romito

ne fra quella golosa romagnola e la più sobria toscana, si esalta negli oltre 50 ristoranti disseminati sul territorio. Protagonisti i prodotti locali e stagionali: funghi porcini, castagne, tartufo bianco e nero, insaccati e prosciutti, cacciagione, miele e cioccolato artigianali, formaggi freschi e stagionati. Un primato della zona è la concentrazione di citazioni della Guida Michelin. Dall’intramontabile Paolo Teverini, con il suo ristorante all'interno dell'Hotel Tosco Romagnolo, all’esplosivo Gianluca Gorini, che con il da Gorini ha portato a San Piero in Bagno l'ambita stella, fino all’emergente Andrea Bravaccini del ristorante Del Lago, in località Acquapartita. Nel menù del daGorini si segnalano i Cappelletti ripieni di cacciagione, pesca, vermut bianco e fiori di sambuco, una vera antologia dei sapori locali. «La tradizionale pasta all'uovo», spiega Gorini, «viene proposta con il ripieno di cacciagione. Questa tipologia di carne segna il legame con i nostri boschi che è ulteriormente rafforzato dai fiori di sambuco. Inoltre, la pesca lavorata in composta e il vermut utilizzato per aromatizzare il burro donano al piatto note dolci e speziate che, insieme alle Castel di Sangro (AQ)


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transumanza si portavano le greggi dall’Abruzzo alla Puglia attraversando i tratturi e portando con sé pane raffermo e formaggio». La versione abruzzese è arricchita con le cime di rapa e una spolverata di pecorino grattugiato: «È un piatto del 2005 che risale ai primi anni del Reale, a una fase in cui rivedevo i piatti della tradizione locale per innovarli e creare un mio linguaggio gastronomico», racconta Romito. Ultima tappa di questo itinerario goloso – e ottava del Giro d’Italia – è Guardia Sanframondi (BN), nel cuore del Sannio beneventano, un borgo di origine longobarda adagiato su una collina dominata dal Castello Normanno risalente al XII secolo. Le case di questo gioiello medievale si inerpicano a spirale intorno all’antico maniero. Così pure la cultura gastronomica, che è intrecciata al mondo contadino e composta da piatti semplici, con ingredienti a chilometro zero e di stagione. Tra le ricette locali la zuppa di lagane (tagliatelle di grano duro) con fagioli, i cicatielli (cavatelli) fatti a mano e conditi con sugo di carne, la salsiccia con i broccoli di rapa fritti e la frijtora, uno spezzatino di maiale con

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note floreali del sambuco, creano il giusto equilibrio con il carattere deciso del ripieno». Altra tappa del Giro, la nona, è Castel di Sangro (AQ), eretto sul sito dell’antica Aufidena, roccaforte sannita e poi romana, il cui materiale archeologico portato alla luce negli anni è raccolto nel Museo civico Aufidenate, nel Convento della Maddalena. Qui c’è anche il Museo della pesca a mosca, attività molto praticata nella zona. I fiumi Sangro e Zittola, che attraversano la città, sono infatti ricchi di fauna ittica (tra cui la famosa trota del Sangro) e lungo le loro sponde si svolgono gare di pesca sportiva. Sulle rive del Sangro si può ammirare il Monumento al pescatore, opera dell’artista milanese Alberto Coppini. Qui è obbligatoria una tappa a Casadonna, ex convento del ‘500 ora sede del ristorante tre stelle Reale di Niko Romito. Attraverso le sue creazioni, lo chef condivide con gli avventori i ricordi di un Abruzzo d’altri tempi: «Il pancotto è un piatto semplice e insieme fondamentale a cui sono molto legato. Lo associo alla memoria del mio passato e della mia terra. Viene dalla tradizione contadina e pastorale, quando con la

Varo li

Guardia Sanframondi (BN)

peperoni e patate. A reinterpretare la tradizione ci pensa il giovane Giuseppe Iannotti, stella Michelin con il suo ristorante Krèsios, nella vicina Telese. Il piatto dello chef che meglio rappresenta l’evoluzione della cucina locale sono i Fagottini di faraona arrosto. «Il Sannio è un luogo principalmente vocato all’agricoltura. La faraona è uno degli abitanti dei nostri pollai, presenti quasi in ogni casa, e solitamente veniva cucinata arrosto o in brodo. Noi decidiamo di arrostirla e di farla diventare la farcia del fagottino trasformando le sue ossa in un fondo a mo’ di salsa». davidepalluda.it alfioghezzi.com dagorini.it ristorantedellagoacquapartita.it nikoromito.com giuseppeiannotti.it 61


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ROAD

T TO

ROME UN GRANDE CAMMINO PER FESTEGGIARE I 20 ANNI DELL’ASSOCIAZIONE EUROPEA DELLE VIE FRANCIGENE. DA CANTERBURY A SANTA MARIA DI LEUCA, CON IL SUPPORTO DEI TRENI REGIONALI SUL TRATTO ITALIANO

di Valentina Lo Surdo ilmondodiabha.it

Pellegrini in arrivo a Roma

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ilmondodiabha

utti in cammino per Road to Rome: un’avventura a piedi senza precedenti, organizzata a 20 anni dalla fondazione dell’Associazione europea delle Vie Francigene (Aevf). Nata nel 2001 a Fidenza (PR), l’Aevf festeggia l’anniversario con una marcia lunga 3.268 chilometri, dove il tradizionale bordone del pellegrino – quel bastone che ora è stato sostituito dai più tecnologici bastoncini in fibra di carbonio – sarà portato, tappa dopo tappa, lungo l’intero percorso: da Canterbury, in Inghilterra, a Santa Maria di Leuca (LE), in Puglia. Un’esperienza aperta a tutti, da vivere a piedi, in bicicletta o a cavallo, come nella tradizione dei cammini storici, ma con un’importante novità: l’affiancamento del treno lungo tutto il tratto italiano della Via Francigena. Grazie a un accordo con Trenitalia, infatti, chiunque voglia far riposare i piedi


governi dei quattro Paesi interessati (Gran Bretagna, Francia, Svizzera, Italia) l’importanza simbolica del tracciato ma anche lo stato del percorso, con le sue straordinarie eccellenze e gli aspetti da migliorare, perché la Francigena sia un tragitto importante oggi come lo era secoli fa. Da oltre mille anni, infatti, rappresenta il percorso principale tra quelle vie che dall’Europa occidentale – in particolare dal Paese dei Franchi, da cui il nome Francigena – conducevano fino a Roma. Sin dall’età medievale, il pellegrinaggio alla tomba di San Pietro, in cui ci si imbarcava proseguendo la Francigena fino in Puglia, era considerato infatti uno delle tre peregrinationes maiores, insieme ai cammini che conducevano a Santiago di Compostela e alla Terra Santa. I primi documenti che citano l’esistenza di questo percorso risalgono al IX se-

colo e si riferiscono a un tratto identificato nella zona di Chiusi (SI), mentre il nome Via Francigena è attestato per la prima volta nell’Actum Clusio, una pergamena risalente all’876 e conservata nell’Abbazia di San Salvatore, sul Monte Amiata (SI). A sud di Roma le prime attestazioni della Francigena risalgono invece al 1024 sull’Appia Traiana, all’altezza di Troia, in un documento noto come Privilegium Baiulorum Imperialium. Molti anni sono passati fino a quel 7 aprile 2001, quando fu fondata a Fidenza, nel centro perfetto di quest’antichissima via, l’Associazione dei comuni italiani lungo la Via Francigena divenuta poi, nel 2005, Associazione europea delle Vie Francigene. Il Presidente di Aevf, Massimo Tedeschi, fu il primo a intuire l’importanza di creare un network internazionale nei territori attraversati dal cammino e nel 2001, quando era sinda-

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per un po’ può saltare su un convoglio regionale per poi riprendere il cammino in tratti successivi (o farne solo una parte), pagando una tariffa agevolata. La sfida di Road to Rome parte il 16 giugno dal chilometro 0 della Francigena, la pietra collocata nel giardino antistante la cattedrale di Canterbury, svalicando in Italia il 1° agosto dal Colle del Gran San Bernardo (AO) per arrivare a Roma il 10 settembre e raggiungere, infine, il 18 ottobre l’estrema propaggine della Francigena del Sud, in Puglia. Ci si può unire al gruppo in marcia solo per alcuni tratti, mentre i più temerari possono compiere il cammino integralmente in 113 tappe, intervallate da 14 giorni di riposo, attraversando cinque Paesi, 16 regioni e 637 comuni. Per questo grande evento, Aevf propone lo slogan Start again! che promuove la ripartenza del turismo culturale sostenibile, ponendo all’attenzione dei

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© Associazione Europea Vie Francigene

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Tra San Quirico e Radicofani (SI)

co di Fidenza, lanciò l’invito per fondare l’associazione: «Lo facemmo con i rappresentanti dei 34 enti locali, allora solo italiani, che accolsero la mia proposta su 150 interpellati. Oggi contiamo su 193 adesioni da parte dei Comuni, 70 associazioni e oltre 400 operatori privati, numeri in costante crescita». Ma c’è un significato in più che la Francigena porta con sé, come specifica ancora Tedeschi: «Ci fondiamo sul principio cardine dell’orgoglio europeo, sulla fierezza di far parte di una comunità, l’Europa, che oggi, dopo un lungo percorso nella storia, è arrivata a rappresentare al meglio i valori umanistici a livello mondiale come democrazia politica, diritti civili, diritti umani, dialogo interculturale, tolleranza». Un progetto che fu benedetto anche dall’indimenticato medievalista Jacques Le Goff, il quale commentò così la rinascita d’interesse intorno alla Francigena, che già nel 1994 aveva ottenuto il riconoscimento di Itinerario culturale del Consiglio d’Europa: «Se guardiamo con attenzione alla storia, c’è qualcosa di più importante dei soldati e delle merci che transitano lungo le strade; questo qualcosa sono le culture. Ecco introdotta la Via Francigena che io penso possa essere considerata, essenzialmente, una via di culture. È neces64

sario creare un’attiva comunicazione fra Europa del Nord ed Europa del Sud: la Via Francigena serve proprio a questo scopo». Così, per celebrare la ricorrenza dalla sua nascita, rinsaldando i suoi valori fondativi, l’avventura Road to Rome si propone come un’occasione unica per unirsi a una straordinaria impresa, che in questi tempi difficili porta con sé anche l’invito a rimettersi in movimento al ritmo naturale dei propri passi. Proprio in questa occasione, inoltre, la Francigena verrà tenuta a battesimo nella sua integralità includendo anche i 900 chilometri del tratto sud, da Roma a Santa Maria di Leuca, validati il 18 ottobre 2019, a cui si aggiungono numerose varianti di notevole interesse. Come la novità della convenzione fra Trenitalia e Aevf, attiva dal 2017 per la Francigena del Nord e oggi estesa anche per il Sud: sull’intero versante italiano del cammino, infatti, ai pellegrini in possesso della credenziale rilasciata da Aefv viene applicato uno sconto del 10%, valido tutti i giorni fino al 31 dicembre 2021, sul prezzo del biglietto regionale nelle tratte nazionali convenzionate, sia per i viaggi in prima che in seconda classe. Così, grazie a questo accordo, alle 200 stazioni del tratto nord, che intercettano il percorso della Francigena in Valle

d’Aosta, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana e Lazio, si aggiungono numerose altre stazioni in Campania, Basilicata e Puglia. Lo sconto è cumulabile con la Riduzione ragazzi del 50%, mentre per i gruppi composti da minimo dieci pellegrini muniti della credenziale la tariffa individuale si abbatte del 20%. Inoltre, d’ora in poi, tutte le stazioni interessate dal percorso, se fornite di servizio di biglietteria, potranno apporre il tradizionale timbro della tappa sul passaporto del pellegrino. Luca Bruschi, direttore di Aevf, spiega così il potenziamento della collaborazione con Trenitalia: «Proprio per rendere più accessibile Road to Rome abbiamo pensato di affiancare al cammino la mobilità dolce, cosicché ci si possa muovere a piedi per l’80% dei chilometri totali, mentre per il restante 20% in bicicletta. Tra l’altro, il 2021 è l’Anno europeo del treno e la Francigena è costantemente costeggiata dalla ferrovia: una caratteristica che permette a chiunque di affrontarne il tracciato contando su questa possibilità. Nel programma dell'evento sono sempre indicate le stazioni a inizio, metà e fine tappa, in modo che le persone possano raggiungerci e ripartire agevolmente con il treno».


© Luigi Salierno

Il massiccio del Taburno Camposauro (BN), detto la Dormiente del Sannio, visto dalla Via Francigena

il 52% e 48% – mentre è netto lo scarto dei pellegrini a piedi (80%) rispetto a quelli in bicicletta (19,7%) e a cavallo (0,3%). La scelta dell’accoglienza si conferma divisa a metà: il 50% alloggia negli ostelli e l’altro 50% presso strutture che offrono maggiori servizi. I luoghi preferiti per la partenza sono, in Italia, il passo del Gran San Bernardo, Lucca, Siena, Fidenza, Pavia e, in Svizzera, Losanna. Il profilo esemplare del pellegrino della Francigena, invece, riporta queste caratteristiche: istruito, appassionato di cultura e natura, curioso, alla ricerca di esperienze, amante del buon cibo. Nel 2019, la stima totale dei camminatori ha toccato le 50mila presenze, suddivise lungo il percorso eu-

ropeo; i mesi di partenza preferiti sono stati agosto, settembre, aprile e ottobre. Incoraggianti anche i numeri dei visitatori virtuali che sul sito viefrancigene.org hanno superato i quattro milioni di pagine sfogliate, contando la registrazione di 620mila utenti. Intanto, in attesa di Road to Rome, è in fase di pubblicazione la guida della Francigena del Sud per Terre di Mezzo Editore, mentre nel futuro del cammino c’è un obiettivo ancora più grande: il riconoscimento dell’Unesco a Patrimonio mondiale dell’umanità. viefrancigene.org ViaFrancigenaEU viafrancigena_eu Via Francigena In cammino tra Mola di Bari e Monopoli (BA) © In Itinere aps

In attesa dei risultati di Road to Rome, che esalterà anche i passaggi più spettacolari della neonata Francigena del Sud, i numeri relativi alla Francigena del Nord sono sempre più incoraggianti. Su un campione di duemila pellegrini, sono ben 60 le nazionalità di provenienza: dopo gli italiani, i maggiori frequentatori del cammino sono francesi, tedeschi e svizzeri, mentre si registra un netto incremento dall’America del Nord e dall’Asia emergono cinesi, sudcoreani e giapponesi. Gli appassionati della Francigena hanno tra i 16 e gli 80 anni, con una maggiore concentrazione nella fascia 4554. La percentuale di uomini e donne è in equilibrio – sono rispettivamente

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VIAGGIARE CON

LENTEZZA A PIEDI, IN BICI O IN TRENO. PER SPERIMENTARE UN TURISMO SOSTENIBILE E A MISURA D’UOMO. TORNANO GLI EVENTI DELLA PRIMAVERA PER LA MOBILITÀ DOLCE ORGANIZZATI DALLA RETE AMODO di Luca Mattei

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© alex_blackbird/AdobeStock

amminare, pedalare e viaggiare in treno sono attività perfette per riscoprire la bellezza dei paesaggi italiani, in particolare nelle soleggiate giornate di maggio e giugno. Un'opportunità da cogliere per allontanarsi dalle mura di casa e dai ritmi frenetici della quotidianità, vivere l’adrenalina data dallo sport e dallo sforzo fisico o godersi un panorama dal finestrino. Ma soprat-

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tutto per tornare ad apprezzare un colore che – abituati al rosso, all’arancione e al giallo in cui l’Italia si è ritrovata divisa – avevamo perso un po’ di vista: il verde. Via libera dunque alla Primavera per la mobilità dolce 2021, manifestazione patrocinata dai ministeri della Transizione ecologica e della Cultura, Anci, Asstra, Fondazione FS e Associazione europea delle Vie Francigene. A or-

ganizzare il programma degli eventi è l’Alleanza della mobilità dolce (Amodo), una rete di circa 30 associazioni impegnate dal 2017 a diffondere la cultura del turismo lento, a misura d’uomo e rispettoso dell’ambiente. Grande protagonista delle principali iniziative, a maggio e a giugno, è il treno, mezzo di trasporto fondamentale per incentivare gli spostamenti sostenibili, anche a lunga distanza.


Con questa consapevolezza, già ad aprile è stato firmato un protocollo d’intesa tra Rete Ferroviaria Italiana (RFI) e Amodo che prevede non solo la promozione dei vari momenti della Primavera, ma anche la realizzazione di un atlante della mobilità dolce. Un prodotto editoriale che, a differenza delle guide già disponibili per determinati percorsi o destinazioni, intende promuovere l’articolata galassia delle stazioni ferroviarie e metterla in relazione con mete significative come parchi, siti Unesco, città slow e borghi, oltre che con ciclovie, cammini, sentieri e greenway. Nel corso del prossimo anno RFI e Amodo si impegneranno in un progetto di geografia collaborativa mappando le infrastrutture presenti sul territorio e individuando successivamente le cosiddette stazioni di posta, quei nodi intermodali lungo la rete ferroviaria in cui il viaggiatore può trovare i servizi per passare facilmente dal sellino alla carrozza, dai binari alle scarpe da

trekking. A maggio l’evento clou della Primavera è la III Giornata nazionale delle Ferrovie delle Meraviglie, un’occasione pensata per valorizzare le linee locali, i treni turistici e le greenway nell’Anno europeo delle ferrovie. Sabato 22 e domenica 23 è previsto un incontro online che invita a riflettere sulla situazione di alcune tratte piemontesi dismesse, chiuse o sospese. Nel caso in cui la situazione legata al Covid-19 lo consenta, è possibile allontanarsi dagli schermi di pc e smartphone. Gli amanti delle gite a piedi possono seguire la Federazione italiana escursionismo, che promuove sia un concorso fotografico europeo sia passeggiate in piccoli gruppi su itinerari italiani, in particolare camminate archeologiche e naturalistiche nel Lazio, utilizzando la formula treno+sentiero. Per gli appassionati di bici, invece, l’appuntamento è per il 19 e 20 giugno a Scheggino (PG), dove l’associazione Mtb Club Spole-

to organizza sull’antica ferrovia Spoleto-Norcia il primo evento dedicato alle bici Gravel, cioè da ghiaia. Binari e convogli tornano anche per l’evento conclusivo della Primavera: dal 17 al 19 giugno si tiene la Maratona ferroviaria 2021, manifestazione nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla rilevanza delle linee ferroviarie locali e lo sviluppo inclusivo delle aree interne. Da Brescia a Venezia, la tre giorni è un momento per godersi scorci suggestivi dell’arco alpino con diversi mezzi di trasporto pubblico: un treno lungo la linea Brescia-Edolo alla scoperta del Lago d’Iseo e della Val Camonica; un bus da Edolo a Tirano (SO) attraverso il Passo dell'Aprica; un autopostale svizzero da Punt La Drossa, in territorio elvetico, a Malles Venosta (BZ); la funicolare della Mendola (una delle più ripide in Europa) da Sant’Antonio di Caldaro sulla Strada del vino (BZ); la nuova funivia e il tram-treno per salire sull’altopiano del Renon. Il 17, inoltre, è in program67


© Michele Cicoira

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Il treno Irpinia Express sull’antica linea Avellino – Rocchetta Sant’Antonio

ma un incontro con gli esponenti di Ferrovie turistiche italiane, promotori storici del Treno Blu che viaggia sulla Palazzolo-Paratico Sarnico, il primo esempio in Italia di riapertura (nel 1994, dopo 30 anni di chiusura) di una linea locale in chiave turistica, grazie a un’inedita collaborazione tra FS Italiane e l’associazione Ferrovia del Basso Sebino. Ovviamente, la mobilità dolce non è solo muoversi in treno. Tra gli eventi della Primavera di Amodo, bisogna segnarne due nell’agenda di maggio: Arte a pedali e il Mese nazionale dei cammini francigeni. Il primo, promosso dall’associazione Comuni virtuosi nell’ambito del Festival della lentezza e in programma sabato 22 e domenica 23 nei centri parmensi, invita gli interessati a pedalare insieme a musi-

cisti e narratori. Il secondo, organizzato da Rete dei cammini, prevede iniziative online e in piccoli gruppi per condividere la meraviglia tutta italiana dei percorsi a piedi e quest’anno coinvolge anche gli studenti con il programma Scuole in cammino. Staccata la pagina del calendario, a giugno la macchina organizzativa non si ferma. Domenica 6, Sibillini Adventure organizza una passeggiata con partenza da Castelluccio di Norcia (PG) per ammirare le peonie selvatiche della Val Canatra. Scarpe confortevoli anche con In montagna siamo tutti uguali, progetto di Appennino Slow e NoisyVision che propone cammini inclusivi aperti a vedenti, non vedenti e ipovedenti: dall’8 al 13 è la volta della Via Francigena, da Luc-

ca a Siena. Dal 7 al 12 spazio invece a Cittaslow che organizza webinar su vari temi, dal movimento slow urbanism alle comunità responsabili, passando per le infrastrutture green. Borghi autentici d’Italia (approfondimento a pag. 70) propone invece vari eventi per animare i piccoli centri del Paese, protagonisti anche quest’anno del turismo di prossimità, mentre l’Associazione italiana di architettura del paesaggio invita a scoprire e riscoprire giardini e panorami con momenti di formazione online. Infine Legambiente, nell’ambito della sua campagna #VolerBeneAllItalia, promuove il cicloturismo e l’intermodalità con il treno valorizzando le stazioni ferroviarie, sempre più green station, come hub fondamentali della mobilità dolce. mobilitadolce.net

ITALIAN GREEN ROAD AWARD Quale sarà la “strada verde” migliore d’Italia? Per saperlo bisogna attendere il 19 giugno, quando viene assegnato l’Italian Green Road Award, l’Oscar del cicloturismo che premia Regioni e territori che hanno saputo valorizzare al meglio i propri percorsi ciclabili, con servizi adatti a un turismo slow, dalla segnaletica alla messa in sicurezza. C’è tempo fino al 31 maggio per proporre al massimo due candidature che potranno trionfare alla finale di Pescara. La cerimonia di premiazione si tiene infatti in Abruzzo, regione vincitrice nel 2020 con la ciclovia Bike to Coast, dal 18 al 20 giugno. Durante la tre giorni saranno anticipati anche alcuni dati dell’Osservatorio sul cicloturismo realizzato dall’Istituto nazionale ricerche turistiche (Isnart) e Legambiente. igraw.bike 68


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Direttore commerciale e marketing NoiEnergia luce e gas

NoiEnergia srl è un’azienda energetica che fornisce luce e gas a privati, aziende e PMI e che sta letteralmente rivoluzionando il mondo dell’energia. A parlarcene è il direttore commerciale Saverio Bufi. Cosa propone NoiEnergia ai suoi clienti e quali prodotti offre? NoiEnergia è una società di fornitura energetica che nel tempo è riuscita a sviluppare partnership anche in altri ambiti collegati al mondo dell'energia, come l’efficienza e il risparmio energetico, fornendo caldaie, climatizzatori, impianti fotovoltaici e prodotti legati all’efficientamento. Com’è costituito l’ecosistema di NoiEnergia? Il nostro ecosistema si è sviluppato attorno al concetto di “casa energia”, abbiamo costituito altre società che si occupano di efficientamento energetico, installazione e progettazione di impianti; abbiamo costituito una startup innovativa che si occupa di soluzioni tecnologiche e una società commerciale per sviluppare la rete franchising. Perché è differente dagli altri fornitori? NoiEnergia è diversa perché nelle scelte si è fatta guidare dai clienti che sono ormai stanchi di essere solo un numero nel mondo dell'energia; per questo abbiamo costruito intorno a loro uffici territoriali, instaurando un rapporto di fiducia quotidiano. Siamo partiti dal concetto di “local” per arrivare direttamente al cuore della gente. Come nasce l’idea del franchising? Nasce ponendo al centro della strategia il commerciale come imprenditore che vuole sviluppare competenze di vendita e relazione con il cliente. L’agente può diventare imprenditore

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TRAVEL

CALABRIA

SENZA FILTRI DAL MARE DI ROSETO CAPO SPULICO AI VICOLI DI CASALI DEL MANCO. IN TOUR CON ROSANNA MAZZIA, PRESIDENTE DEI BORGHI AUTENTICI D’ITALIA, PER ASSAPORARE L’ESSENZA GENUINA DI UNA TERRA MILLENARIA

© Rocco Giampietro

di Cesare Biasini Selvaggi cesarebiasini@gmail.com

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osanna Mazzia è una donna calabrese volitiva e determinata. È mediatrice familiare e avvocatessa civilista nello studio che ha fondato nel 1996 e che condivide con i suoi fratelli. Studio che ha sempre frequentato poco, a dir la verità, perché dal ‘95 si dedica alla sua comunità di Roseto Capo Spulico. Un borgo di poco meno di duemila abitanti nell’Alto Ionio cosentino, di cui è sindaca dal 2014. Siamo in Calabria, terra difficile quanto straordinaria, baciata dal sole e accarezzata dal Mediterraneo, attraversata da aspre montagne e lambita da scogliere frastagliate e spiagge bianchissime che evocano miti e leggende ancestrali. Abbiamo scelto di andare alla scoper-

ta della punta d’Italia seguendo un itinerario diverso dal solito, più segreto rispetto alle tradizionali mete turistiche: quello di alcuni suoi borghi storici, dalla montagna al mare. Rosanna è la nostra guida d’eccezione perché, oltre ad amministrarne uno, dal 2019 è anche presidente nazionale dell’associazione Borghi autentici d’Italia (Bai). Quale consiglio daresti a chi volesse scegliere per la prossima estate la Calabria e assaporare questa esperienza fino in fondo? Dici bene, la Calabria è una terra tutta da assaporare, nella sua essenza genuina, con i suoi saperi e sapori millenari, aspra e profumata. Va vissuta ascoltandone il battito dei luoghi, osservando le rughe negli occhi dei


dall’aria più pulita d’Europa. Si tratta di Casali del Manco. Qui l’aria pulita è strettamente connessa al patrimonio naturalistico diffuso e alla densità boschiva prossima al suo abitato, che avvolge tutti i borghi silani e delimita quelli presilani, ma anche ai fattori meteorologici e alle condizioni microclimatiche che riportano al centro la questione montana, intesa come attrazione principale anche in termini di sport ed escursionismo. Spostandoci nel catanzarese, invece? Consiglierei una tappa anche a Miglierina, nella Sella di Marcellinara, gola ristretta tra i mari Tirreno e Ionio, che svetta su un’altura dai panorami mozzafiato. Sono due i fattori che concorrono a caratterizzare questo borgo autentico: la luce e la creatività. La prima avvolge tutto: Miglierina, anche in virtù del suo perfetto orientamento eliotermico, regala splendide albe dal Mar Ionio e incantevoli tramonti sul Tirreno. La sua luce unica permea e governa anche la vita degli abitanti, la loro operosità, il loro calore, finanche la loro devozione da secoli rivolta a Lucia, la Santa della luce. La crea-

tività, poi, si manifesta in tutto, nelle produzioni artistiche e artigianali, che si tratti di musica, teatro, poesia, tessitura o gastronomia. Non possiamo concludere questa breve passeggiata in Calabria senza un angolo di mare, meglio se Bandiera blu. Penso al tuo Roseto Capo Spulico. Se lo dovessi descrivere in pochi scatti, quali sceglieresti? È un luogo antico, risalente al Medioevo, attraversato dalle tipiche vinelle, tra cui quella dell’amore, dove in passato gli innamorati si nascondevano dagli occhi delle comari. Questi vicoletti tortuosi spesso si aprono improvvisamente su scorci panoramici sul mare. Il tutto tra antichi comignoli e forni pensili che raccontano la quotidianità di un tempo passato.

© Giovanni Pirillo

nonni, soffermandosi sulle sfumature dei molteplici dialetti dalle radici profondissime. Da dove parte il nostro tour per scoprire i borghi autentici di questa regione? Dalla montagna nel cuore del Mediterraneo, che ha un valore irripetibile. Partiamo da Albidona (CS), un piccolo centro che arriva fino al mare con la sua spiaggetta e la torre saracena. È detto anche il Borgo delle arti e dei mestieri, per i liutai e gli scalpellini che qui lavorano il legno e la pietra. Sempre nell’Alto Ionio cosentino c’è poi Canna, nota come il Borgo della musica, perché dal 1995 al 2013 ha ospitato un festival di classica da camera con ospiti di fama mondiale. Immagino che dovunque si possano degustare prodotti tipici sorprendenti. Uno per tutti? Il Moscato del borgo di Saracena. Noto e apprezzato fin dal ‘500, questo vino da meditazione raccoglie appassionati in tutto il mondo ed è un prodotto “domestico”: ogni famiglia di Saracena ne produce un po’ secondo tecniche tramandate di generazione in generazione. Se non sbaglio, sempre in montagna, nel cosentino, c’è addirittura il borgo

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Castello federiciano, Roseto Capo Spulico (CS)

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TRAVEL

© Borghi Autentici d'Italia

focalizzi l’attenzione sulle persone che abitano il luogo e lo rendono unico, vivo e coinvolgente. Cosicché chi decide di trascorrervi qualche giorno possa scoprirne il carattere, le unicità e, soprattutto, l’ospitalità partecipe. Avete in programma nuove iniziative? Quest’anno le attività nei Borghi autentici d’Italia saranno fortemente condizionate dalla pandemia e dai suoi colpi di coda. Nonostante le difficoltà stiamo lavorando, tra gli altri, al progetto La Divina Commedia in 100 Borghi, il nostro omaggio al padre della lingua italiana in occasione dei 700 anni dalla sua scomparsa. Si tratta di un recital itinerante ideato dall’artista Matteo Fratarcangeli e promosso dall’associazione Il tempo La salita verso il duomo di Casali del Manco (CS)

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ni risultati anche in Calabria, stiamo portando avanti le Comunità ospitali, una proficua collaborazione tra amministrazioni locali, stakeholder e operatori turistici per costruire insieme una proposta di viaggio che

Palazzo signorile a Canna (CS)

© Antonio Di Leo

La secolare storia di Roseto si intreccia al mistero e al fascino dei suoi luoghi, come nel caso del castello federiciano, fortezza militare ma anche centro religioso e templare. A partire dalla sua pianta trapezoidale che testimonia il riferimento al Tempio di Gerusalemme. Altre importanti ipotesi su questo derivano dal rinvenimento di alcuni segni esoterici: la rosa crociata, simbolo della nota famiglia templare dei Rosacroce, il giglio, il cerchio di Salomone, che rappresenta l’unione delle tre religioni monoteiste, il grifone, il tetragramma di YHWH, la croce cristiana e i numeri romani. Secondo alcuni storici, in questo castello potrebbe essere transitata anche la Sacra Sindone, proprio nel periodo del regno federiciano. Per il post Covid-19 si parla di un turismo “lento”. Anche i borghi autentici della Calabria si stanno organizzando per un’offerta più esperienzale? La nostra associazione lavora da quasi 20 anni per diffondere la cultura della sostenibilità e un modo di viaggiare rispettoso dell’ambiente e dell’ecosistema dei territori. Quindi per noi il turismo è “lento” da sempre. Per questo motivo sosteniamo da anni iniziative e progetti volti a valorizzare il patrimonio della comunità locale non solo in chiave turistica. Attraverso la rete dei Borghi autentici d’Italia, e con buo-

nostro, che porterà ogni giorno i versi di Dante in un borgo diverso, per unire ancora una volta, dopo 700 anni, l’Italia intera. Quell’Italia fatta di luoghi e comunità che ce la vogliono fare e non vedono l’ora di ripartire. borghiautenticiditalia.it borghiautenticiditalia


piazza Arcivescovado 1 48121 Ravenna tel 0544.541688 numero verde: 800303999 info@ravennamosaici.it www.ravennamosaici.it

Ravenna,

città del mosaico, riconosciuta Patrimonio Mondiale dall’UNESCO. Battistero Neoniano Basilica di San Vitale Mausoleo di Galla Placidia Basilica di Sant’Apollinare Nuovo Museo e Cappella Arcivescovile I monumenti diocesani sono pronti a riaprire non appena le disposizioni anti-Coronavirus lo consentiranno. Nel frattempo stiamo cercando di migliorare ancora la vostra esperienza di visita! Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna

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ITINERARI BEATI NEL MESE DELLA MADONNA, UN VIAGGIO TRA SANTUARI E CHIESE D’ITALIA PER SCOPRIRE RITI DEVOZIONALI, LEGGENDE E LUOGHI STORICI COLMI D’ARTE di Sandra Gesualdi e Francesca Ventre

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primavera inoltrata e con le rose in fiore, maggio è il mese fecondo, simbolo della rinascita. Nella religione pagana Cerere, Venere o Giunone sono divinità generatrici che permettono alla terra di sbocciare, mentre nell’era cri-

stiana la Madonna è la Signora dell’umanità intera. Con tenera audacia protegge tutte le mamme, alle quali è dedicata – non a caso – la Festa nella seconda domenica. E maggio è anche il mese in cui si celebrano apparizioni ed eventi legati alla Vergine.

Santuario pontificio della Santa Casa di Loreto (AN) 74

Il 31, per esempio, è il giorno in cui Maria, in dolce attesa di Gesù, fece visita alla cugina Elisabetta, anche lei santa e incinta di Giovanni Battista. Nella Festa di Pentecoste, ricorrenza che cade 50 giorni dopo la Pasqua, si ricorda lo Spirito Santo sceso su-


milioni di visitatori che, nel giorno della festa dell’Apparizione, consumano piccoli pani azzimi impastati con l’acqua miracolosa. Sulla costa adriatica, a Loreto (AN), poco distante da Porto Recanati, è custodita la Santa Casa di Nazareth, dove Maria visse con la sua famiglia e dove le fu annunciato che sarebbe diventata madre di Cristo. Secondo la leggenda, gli angeli trasportarono qui dalla Palestina la modesta costruzione. Storicamente, invece, il merito di aver salvato l’edificio dai musulmani è dei crociati, che lo portarono prima nell’antica Illiria e poi – nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294 – nelle Marche. Ora a Loreto sorge una grandiosa

basilica pontificia del ‘400, cuore pulsante di fedeli. A Faenza (RA), il secondo sabato di maggio si festeggia la Madonna delle Grazie, patrona della città delle ceramiche. Viene ritratta in piedi, le braccia aperte a forma di croce e in pugno un mazzo di frecce spezzate, tenute come fossero ciuffi d’erba, a dimostrare tutta la sua forza nel frantumare il male. Con questa veste, si narra, apparve nel 1412 a una nobildonna che l’aveva invocata durante una peste devastante. E senza scomporsi, con il manto cobalto ben indossato, dopo aver ascoltato le preghiere e accolto le invocazioni, fermò la pandemia.

© Ugo Bogotto per Delegazione pontificia della Santa Casa di Loreto

gli apostoli, lo stesso che consentì alla Vergine di concepire il Salvatore. Diffusissima, in tutta Italia, è la devozione per questa giovane madre e, a maggio come nel resto dell’anno, i tanti riti a lei dedicati sono un’occasione per viaggiare nel nostro Paese alla scoperta di leggende, storia, culto e arte. DA CARAVAGGIO A FAENZA Partendo dalla Lombardia, a Caravaggio (BG) si trova la basilica di Santa Maria del Fonte, dove la Vergine apparve alla contadina Giannetta il 26 maggio 1432, tra gli zampilli di una sorgente limpida, da cui originarono molte e successive guarigioni. Ogni anno confluiscono sul posto oltre due

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© DinoPh/AdobeStock

TRAVEL

Da allora la venerazione mariana è cresciuta moltissimo in tutto il ravennate, dove è possibile scorgere l’effige iconica di Maria con le saette in diverse chiese, tele, sculture, tabernacoli e incisioni. Ma anche nelle famose maioliche, murate perfino sulle facciate delle case a protezione dei suoi abitanti. Nel duomo di Faenza, al centro dell’altare barocco in marmi bianchi e oro, è esposto il frammento di un antico muro, dipinto ad affresco, con l’immagine della Madonna delle Grazie, di cui purtroppo sono andate perse braccia e frecce. TRA MONTERCHI, LIVORNO E ROMA Scenografica, ieratica e maestosa, presentata da due angeli, è invece la Madonna del Parto di Piero della Francesca. La si incontra a Monterchi, nell’aretino, dopo curve e tornanti di una strada provinciale che attraversa la valle tiberina tra Toscana e Umbria, oltrepassando borghi in pietra e pievi medievali. Qui il pittore, a metà del ‘400, raffigurò Maria in stato interessante, dandole il volto luminoso e color cipria di un’adolescente, con tanto di treccine bionde raccolte in nastri bianchi e sovrastate da un’aureola. La dipinse pensando a sua madre che in quella terra era nata e vissuta. È una delle Madonne più intense della storia dell’arte rinasci76

© g8ste/AdobeStock

Il santuario del Divino Amore, Roma

Piero della Francesca, Madonna del Parto, Monterchi (AR)


mentale, fiera nel mostrarsi incinta, con una mano sul fianco e l’altra sul ventre, consapevole del suo ruolo come madre del nascituro che porta in grembo, tanto da «sacralizzare il vero e, allo stesso tempo, dare al sacro l’evidenza di un naturalismo archetipo», come l’ha descritta lo storico dell'arte Antonio Paolucci. Scendendo verso la costa, sopra il porto di Livorno, in una posizione collinare e dominante da cui si vede il mare fino alla Sardegna, si erge il Santuario di Montenero dedicato alla Madonna delle Grazie, patrona della Toscana. Un’antica leggenda del ‘300 racconta che un vecchio pastore trovò una tavola di legno raffigurante la Vergine «coi grandi occhi teneri, un poco bruni» e il bambino in braccio, disegnata niente di meno che dall’Arcangelo Gabriele. Nonostante fosse zoppo, si inerpicò su per il monte, infestato da banditi e brutte storie, per nascondere l’immaginetta sacra e quando arrivò in cima la sua gamba offesa era perfettamente sana. Da allora la Madonna ha dispensato grazie e miracoli e Montenero è divenuto meta di molti pellegrinaggi. Dalla stazione centrale di Livorno, oggi si sale al Santuario con bus e funicolare fino alla grande piazza dove si affacciano la chiesa e le cappelle che custodiscono le spoglie dei grandi livornesi, tra cui lo scrittore Domenico Guerrazzi, il pedagogista Enrico Meyer e il pittore macchiaiolo Giovanni Fattori. Sempre sulla scia di racconti popolari si giunge a Roma, nella zona di Castel di Leva, dove sorge un tempio al Divino Amore, ovvero lo Spirito Santo. Nel 1740 un pellegrino, in cammino verso San Pietro, si smarrì in questa zona allora inospitale rischiando di essere assalito da cani randagi. Ormai spacciato, vide in cima a una torre la piccola immagine della Vergine con Gesù Bambino, sovrastata da una colomba, e il solo invocarla fece calmare gli animali. Dopo qualche secolo, il 4 giugno del ‘44 l’affresco custodito nel santuario fu portato solo per quel giorno in due chiese del centro, per scongiurare i bombardamenti. Lì la Madre di Dio fu supplicata dai romani senza sosta e la tradizione vuole che le truppe tedesche si ritirarono grazie al suo intervento miracoloso. Molto seguita ancora oggi, da Pasqua a fine ottobre, è un’altra pratica di fede:

La Basilica del santuario della Beata Vergine a Pompei (NA)

il cammino notturno che ogni sabato si compie da piazza di Porta Capena, con arrivo alle cinque del mattino al Santuario del Divino Amore. DA POMPEI ALL’ASPROMONTE Se si pensa al legame indissolubile tra gli abitanti del Meridione e la Vergine è difficile scegliere quale tappa includere in questa breve sintesi per viandanti mariani. Non può mancare il Santuario di Pompei, vicino Napoli, conosciuto per la recita del rosario. A questa preghiera era legato in particolare il beato Bartolo Longo che qui fece portare la nota tela raffigurante Maria con il Bambino e i santi Caterina da Siena e Domenico. Era il 1875, esattamente il 13 novembre, data in cui numerosi fedeli, spesso malati, ancora oggi accorrono per partecipare alla Supplica delle 12. Questa preghiera è recitata con solennità anche l’8 maggio e la prima domenica di ottobre, nei mesi dedicati alla Madonna in cui ogni mattina alle 6:30 si

prega anche con il Buongiorno a Maria. In Calabria, nel reggino, i più grandi ricordano la Festa della montagna celebrata il 2 settembre. Soprattutto fino al secolo scorso, infatti, tra la fine di agosto e i primi di settembre, gente assiepata in auto e camion cantava e ballava chiassosamente, percorrendo strade impervie, per raggiungere l’Aspromonte. Tra la natura selvaggia si nasconde il Santuario di Polsi, sorto dove un pastore, secondo una narrazione popolare, ritrovò inginocchiato davanti a una croce il suo giovenco smarrito. Ogni anno si rinnova questa festa condivisa e gioiosa, che in molti si augurano si possa svolgere anche il prossimo settembre. Come buon auspicio. santuariodicaravaggio.it santuarioloreto.va madonnadelparto.it santuariodivinoamore.it santuario.it madonnadellamontagna.it 77


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RINASCERE CON I FIORI DALLA SICILIA ALL’UMBRIA, LA SECOLARE TRADIZIONE DELLE INFIORATE GUARDA CON SPERANZA AL FUTURO. E CELEBRA DANTE A 700 ANNI DALLA MORTE

© Andrea Annaloro

di Cecilia Morrico

La scala infiorata di Caltagirone (CT) (2021)

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© Ufficio stampa e comunicazione Comune di Noto

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L’infiorata simbolica di Noto (SR) (2020)

LA SCALINATA DI DANTE A 68 chilometri da Catania, tra i Monti Iblei ed Erei, la città di Caltagirone è famosa per le ceramiche e le sue origini preistoriche. Le tracce della sua storia millenaria impreziosiscono percorsi e itinerari turistici fondati su un patrimonio archeologico, artistico e architettonico tra i più rilevanti Infiorata di Noto (2018)

© Ufficio stampa e comunicazione del Comune di Noto

ulla monumentale scalinata di Santa Maria del Monte, a Caltagirone (CT), si innalza il profilo di Danti Alighieri: un variopinto ritratto composto da 1.400 gerani e 200 piante di bosso. Questa è la primissima delle infiorate 2021 che, tra maggio e giugno, trasformano interi centri d’Italia in opere d’arte a cielo aperto. Tappeti di fiori imitati in tutto il mondo che rimandano alle tradizioni più antiche, tra cultura e religione, come il saluto alla primavera o la corale festa del Corpus Domini, la domenica che cade a 60 giorni dalla Pasqua. Nel 2021 le infiorate di Caltagirone, Noto (SR) e Genzano di Roma (RM) hanno deciso di festeggiare il 700esimo anniversario dalla morte del Sommo Poeta, mentre Spello (PG) celebra l’antica tradizione solo con un evento simbolico. Nel rispetto delle restrizioni dovute al Covid-19, infatti, quest’anno le manifestazioni confinano i percorsi, riducono i bozzetti o realizzano iniziative in diretta streaming.

del Mediterraneo. Qui, all’arrivo della bella stagione, si possono ammirare migliaia di vasi con piante e fiori dalle diverse sfumature sulla scala di Santa Maria del Monte – 142 gradini decorati con mattonelle in maiolica – in omaggio alla Madonna di Conadomini, compatrona della città. Fino al 31 maggio la salita viene abbellita da un grandioso disegno. Quest’anno la scala infiorata è stata allestita il 25 marzo e rientra nel calendario di eventi in streaming, promossi dall’amministrazione comunale, per le celebrazioni del 700esimo anniversario dalla morte di Dante. «Crediamo che aver disegnato il volto del Sommo Poeta con i fiori sia un modo efficace per rendergli omaggio. E siamo fiduciosi che l’evento sarà capace di catalizzare grande interesse sulla nostra città», sottolinea il sindaco Gino Ioppolo. NOTO SI COPRE DI PETALI Scrigno del Barocco a 40 chilometri da Siracusa, l’incantevole Noto vanta la sua tradizionale infiorata dal 1970. Si svolge intorno alla terza domenica di maggio, quest’anno dal 14 al 16, e non è così legata alla religione se non per qualche riferimento al mese della Madonna. È l’evento più importante per la città, un vero appuntamento culturale, storico e artistico che negli ultimi anni si è ispirato anche a terre lontane come il Giappone (2013), la Russia (2014), la Catalogna (2015) e la Cina (2018). Nel 2020, in piena emergenza sanitaria, l’amministrazione comunale ha voluto realizzare un’infiorata dal titolo

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© Vibes Art/Comune di Genzano di Roma

Infiorata di Genzano di Roma (2019)

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I lavori su uno dei bozzetti per l'infiorata di Genzano di Roma (2018)

© Vibes Art/Comune di Genzano di Roma

La bellezza è più forte della paura, un messaggio di speranza e resilienza. Un solo bozzetto, con un grande albero della vita e quattro enormi petali che raccontano gli abbracci sottratti e i sorrisi strozzati. Per il 2021 si fa riferimento ai famosi versi dell’Inferno: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». Un’iniezione di fiducia per il futuro oltre che un omaggio ad Alighieri. L’edizione è rivisitata in linea con le restrizioni sanitarie e nel massimo rispetto delle regole per contrastare la diffusione del Covid-19. Per questo i bozzetti lungo via Nicolaci, la più suggestiva del paese, non saranno 16 ma probabilmente solo otto. Un tappeto fiorito di dimensioni ridotte ma sempre realizzato solo con materiale naturale: la torba per i tratti più scuri e i petali per creare le sfumature più variopinte dell’opera che ricopre la strada barocca. GIUGNO IN FIORE A GENZANO Nel caratteristico borgo di Genzano di Roma, a pochi chilometri dalla Capitale, la prima infiorata risale al 1778. Negli anni veniva allestito un tappeto di oltre 1.800 m2 di mosaici fatti con i petali per coprire i 250 metri tra piazza IV Novembre, sede del Palazzo comunale, e la scalinata della Chiesa di Santa Maria della Cima. Anche qui, a causa delle restrizioni sanitarie, la 243esima edizione in programma il 5 e 6 giugno assume carattere simbolico con la realizzazione di quattro tappeti infiorati sulla Scalinata di via Italo Belardi e uno in pros-

simità della parrocchia dei Landi, per non interrompere la tradizione. La Rinascita - E quindi uscimmo a riveder le stelle è il tema scelto per i bozzetti. Di nuovo un omaggio a Dante con l’intento di rappresentare, grazie ai colori, ai profumi e alla sapiente arte dei maestri infioratori, tutte le emozioni vissute in questo anno di pandemia, ma al tempo stesso la voglia di vivere, ricostruire e tornare alla normalità. Oltre ai tappeti di petali saranno realizzati anche sei quadri con fiori marmo-

rizzati, una specifica tecnica di conservazione, per l’evento Giugno in fiore di sabato 12 e domenica 13. Indiscusso protagonista delle composizioni è il garofano, insieme a un lungo elenco di altre specie: petali, foglie, terre e cortecce dalle infinite sfumature sono la tavolozza per una raffigurazione il più possibile fedele a ciò che si intende riprodurre sulla variopinta opera che ricopre la via centrale, dalle forme geometriche alle figure umane, dagli oggetti agli animali.


© Ufficio stampa Infiorate di Spello

Una delle opere dell’infiorata di Spello (2017)

L’ANTICA TRADIZIONE DI SPELLO Paese incantato vicino Perugia, Spello aspetta le prossime diposizioni governative per accogliere al meglio i turisti. Le testimonianze delle infiorate nella città umbra hanno origini antiche: una prima, documentata nei registri contabili della Collegiata di Santa Maria Maggiore, risale al 1602, la seconda invece è regsitrata nell’archivio del Comune, in occasione della visita del vescovo Ignazio Cadolini il 19 ottobre 1831, mentre ai primi del ‘900 Benvenuto Crispoldi, pittore e sindaco di Spello, raffigurò in un suo dipinto il passaggio della processione del Corpus Domini sull’infiorata. In poco tempo prese piede in città la

composizione artistica del tappeto fiorito che trasformò la festa religiosa in un’occasione gioiosa in cui infioratori sempre più esperti potevano confrontare il proprio talento ed essere premiati per abilità tecnica, precisione e creatività. Alla vigilia del Corpus Domini, le strade interessate dal percorso della processione vengono chiuse al traffico. I lavori vengono eseguiti durante la notte e alle otto del mattino le strade sono tutte ricoperte da un lungo tappeto policromo e profumato. Dopo la Processione, le preziose opere fatte di petali possono essere calpestate e la loro effimera gloria arriva al suo naturale epilogo.

Ma i due chilometri di tappeti, di 17 m2 l'uno, e di quadri, di 70 m2, che tradizionalmente ricoprivano il centro storico si rivedranno solo nel 2022, mentre quest’anno è in programma un solo evento live simbolico durante la celebrazione eucaristica, il 6 giugno. Sui canali social dell’infiorata di Spello, studenti e appassionati dialogheranno in diretta streaming con gli artisti per comprendere le tecniche con cui vengono realizzati questi capolavori profumati. comune.caltagirone.gov.it infioratadinoto.it culturagenzanodiroma.it infioratespello.it

© Ufficio stampa Infiorate di Spello

I lavori sui bozzetti durante la notte per una delle infiorate di Spello (PG)

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GENIUS LOCI

di Peppone Calabrese PepponeCalabrese [Conduttore Rai1, oste e gastronomo]

peppone_calabrese

SULLE ORME DI PRIPICHEK

TRA LE STRADE DI ROVERETO, ALLA RICERCA DELL’UOMO CHE TRASFORMA IL CRISTALLO IN MUSICA Rovereto (TN)

R

aggiungo Rovereto in mattinata, sono partito da Trento in bicicletta lungo la pista ciclabile del fiume Adige. Quaranta minuti, per quelli allenati 30, di pace tra vigneti, chiese e castelli. Il paesaggio è fiabesco e non ti accorgi del trascorrere del tempo, una bella sensazione di armonia ti accompagna per tutto il percorso. Parcheggio la bicicletta vicino alla stazione dei treni e inizia il mio itinerario per Rovereto alla ricerca di un tale Tonek Pripichek. Chiedo informazioni per il centro: «Sempre dritto», mi rispondono. Mi dicono sempre così, ma io poi mi perdo di continuo assecondando la curiosità. 82

Eleganti edifici con affreschi ristrutturati in stile neorinascimentale, piazza Battisti con la caratteristica fontana del Nettuno e, ancora, vicoli e vicoletti dal sapore autentico. È ora della colazione, come al solito chiedo di un bar dove si possano mangiare cose tipiche e tre persone su tre mi indicano il Caffè Bontadi, sede della torrefazione più antica d’Italia. Mi siedo e ordino un cappuccino e uno zelten, dolce a base di farina, uova, burro, zucchero e lievito, che si uniscono in un matrimonio perfetto con noci, fichi secchi, mandorle, pinoli e uva sultanina. Una delizia per il palato. Chiedo di Pripichek: è passato dieci minuti fa, continuo il cammino alla sua ricerca.

La passeggiata va avanti tra case che si drizzano al lato di strade ciottolose e botteghe artigiane ricche di umanità. Arrivo in piazza Erbe e cerco ancora Pripichek: un signore è sicuro di averlo visto passare e prendere un caffè proprio due minuti prima del mio arrivo. Vado verso il Castello sperando che sia andato in quella direzione ma niente. Magari ha attraversato il ponte Forbato per ammirare le cascate del fiume Leno che fanno da cornice agli edifici con la Casa dei Turchi, d’epoca veneziana. Chiedo a una signora con un cappotto rosso se conosce Pripichek, è sicura di averlo visto entrare al Museo d’arte


© Freesurf/AdobeStock

moderna e contemporanea (Mart), tra i più importanti d'Europa. Entro e, tra un’opera e l’altra, continuo a cercarlo. Incontro un signore che potrebbe assomigliarli. Mi dice che è in zona e si spaccia per un suo grande amico, uno che sa tutto di lui. Gianfranco, così si chiama, ha un allure molto accentuato. Inizia a parlarmi di sé e di quanto la passione sia il motore della sua vita. Mi racconta di quando, già da ragazzo, aveva chiaro che voleva intraprendere la via della musica e, soprattutto, che desiderava allontanarsi dal suo paesello, non perché non stesse bene ma per il desiderio di nuove scoperte. Con alcuni amici, di origine slovena, conosciuti grazie a vari contatti e combinazioni, era approdato in Danimarca dove aveva suonato per un anno in un club. Ci sediamo al bar del museo, ordiniamo due spritz e mi racconta di quando si trasferì ad Amsterdam, cercando di inseguire la sua strada in un locale allora famosissimo in tutta Europa, il Blue Note. Ma Gianfranco mi parla anche della sua passione per il cibo e per la scoperta di nuovi ingredienti e nuove frontiere della cucina. Voleva andare in Giappone ma a Singapore lo bloccarono rispedendolo indietro per via della capigliatura troppo folta. Ma non è stato certo questo a farlo arrendere.

Tonek Pripicheck con i Salzburg Chamber Soloists al Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna 83


Gli chiedo del suo ritorno in Italia: «A un certo punto ho sentito la necessità di tornare, il piacere del viaggio è anche il piacere di ritrovare le proprie radici. Sentivo di dover approfondire gli studi musicali, che completai diventando maestro di musica e professore di pianoforte. Entrai in conservatorio come insegnante e vi rimasi per 27 anni. Continuai a viaggiare per concerti e, nello stesso tempo, si ampliava anche la mia conoscenza culinaria». Poi mi racconta di aver voluto concretizzare una percezione che lo accompagnava da tempo: «Era un’immagine che avevo in testa fin da piccolo. Suonare con i bicchieri di cristallo. Avevo visto un documentario sul più grande esecutore dell’epoca, trasmesso in televisione; una televisione che ero costretto a guardare al bar perché in casa non l’avevamo. Fu così che dopo molti anni iniziai la costruzione del cristallarmonio, strumento poco conosciuto e usato molto raramente, ma davvero speciale».

© Carlotta Grisi

Pripicheck e le Terrine di agnello con mirtilli nel suo locale Al Silenzio, Rovereto (TN)

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© Marco Togni/AdobeStock

GENIUS LOCI

Il Museo d'arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (Mart)

Fa una pausa, ma solo per riprendere fiato. «Mettendo insieme varie conoscenze, apparentemente slegate tra loro, riuscii a confezionare questo strumento che mi ha portato ancora una volta in giro per il mondo, ma in una dimensione culturale diversa. Si trattava di concerti in teatri, non più serate nei locali di turno. Ho avuto la possibilità di esibirmi con grandi professionisti, grazie anche a Wolfgang Amadeus Mozart e Gaetano Donizetti, che avevano scritto opere dedicate a questo strumento particolare. Eravamo veramente in pochissimi a eseguirle, così ho avuto anni di grande lavoro e soddisfazioni». Gianfranco mi affascina, anche perché sono pochissimi i suonatori di bicchieri al mondo, e sono curioso di sapere se poi in Giappone è riuscito a tornarci. «Sì, certamente, con il Teatro Donizetti di Bergamo», mi racconta, aggiungendo che le frequentazioni giapponesi hanno cambiato la sua vita grazie alle scoperte gastronomiche che ha potuto fare. Così, è tornato in Italia con l’idea di creare un sushi territoriale, il Trentinsushi, idea che si è realizzata grazie alla figlia maggiore, da poco rientrata dalla Turchia, dove era impegnata socialmente su vari fronti. «Ricordo che mi aveva accompagnato in Spagna per alcuni concerti dove l’organizzatore era un giornalista del quotidiano El País esperto di vini e cibo. Dopo un concerto abbiamo

parlato, brindato, fantasticato ed è stato così che si è concretizzata l’idea di aprire addirittura un locale. È stata la svolta, ennesima, della mia vita. Dopo alcuni anni di attività diviso tra musica, insegnamento e cucina, ho dovuto prendere una decisione, fare una scelta radicale. Ho lasciato tutto – conservatorio, concerti e musica – per dedicarmi alla cucina. Avevo trovato nuova linfa, seguito il bisogno di rigenerarmi, cercato altre strade e passioni. Un’altra identità». Si ferma e io mi fermo a guardarlo. Lui sorride e continua. «Eh sì, non potevo più continuare con il mio nome, ormai stavo facendo altro e le cose si stavano mescolando troppo, anche perché nel frattempo, per distrarmi da alcune difficoltà della vita, mi ero messo a dipingere ma, soprattutto, ero diventato produttore di gin. Così mi sono trasformato in un ebreo-polacco (discendenza da parte materna) amante della musica klezmer, del buon bere e della cucina succulenta. Sì, perché chiaramente, come affermava un grande scienziato, la vita è tutta un’illusione». Mi congedo da lui, la mia ricerca deve continuare, sto per uscire dal museo e chiedo a una guida se ha visto uscire Pripichek. Mi guarda in maniera strana e sorride spiegandomi che ci ho parlato per un’ora. Perché Tonek Pripichek è il nome d’arte di Gianfranco Grisi, uno dei più importanti suonatori di cristallarmonio. E uomo dalle mille vite.


ANNIVERSARI

L’ELBA DI BONAPARTE CRONACHE BREVI DAL PIÙ PICCOLO DEI LUOGHI NAPOLEONICI. A 200 ANNI DALLA MORTE DELL’IMPERATORE FRANCESE di Alberto Brandani

«V © Luciano Mortula-LGM/Adobestock

ado all’Isola», dice tutta la gente. Oppure, con mestizia: «Vado in continente». Sessanta minuti è il tempo che la motonave impiega da Piombino all’Isola d’Elba, sufficiente per mutare lo stato d’animo del viaggia-

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tore in sollievo e serenità, appena si comincia a intravedere la sagoma di Cavo, prima propaggine elbana, fino a quando il rosa stanco delle case di Portoferraio sembra stingere nelle acque del porto. Mentre alla sinistra del viaggiatore, stupito

e intontito da tanta bellezza, appare arcigno e serrato, lassù in alto, il castello del Volterraio. Tanti anni or sono, fui introdotto all’amore per quest’isola dalla famiglia di mia moglie, elbana doc nata allo Schiopparello. Ne rimasi


subito affascinato, per il senso di profonda pace, la quiete stagnante e la privacy assoluta. Ho amato l’Elba in tutte le sue stagioni, anche se d’estate viene in parte divorata da turisti frettolosi; i frequentatori delle Ghiaie – con i suoi ritmi da primo ‘900 e le trasparenze del mare che nulla hanno da invidiare a quelle di Rangiroa – sanno, però, che ogni spicchio di terra ha un suo sapore particolare. Napoleone non deve averla vista così. Era una fortezza imprendibile Portoferraio, un’isola nell’isola, cinta dai bastioni arcigni delle mura medicee, protetta da forti possenti, irta di cannoni. Questo l’imperatore sconfitto lo sapeva benissimo quando, nell’aprile 1814, patteggiò con gli Alleati il minuscolo Regno dell’Elba. Nel Mediterraneo la città-fortezza era il posto migliore per difendersi, nel caso ai suoi nemici fosse venuta

l’idea (e venne davvero) di deportarlo in un altrove più lontano e anzi definitivo: già in ottobre, durante il Congresso di Vienna, si cominciava a parlare delle Azzorre, dell’America, di Sant’Elena. Per un bizzarro caso del destino, quest’isola strategica e marginale insieme, ripiegata su se stessa, senza strade, con i paesi arroccati sulle colline che si guardano in cagnesco l’un l’altro, che campava poveramente delle sue miniere di ferro, di un po’ di vino esportato in continente e delle sue tonnare, doveva ospitare per dieci mesi il personaggio più complesso, enigmatico e ingombrante della storia moderna. Era il 4 maggio 1814 – un giorno grigio, di bonaccia e pioggia leggera – quando una fregata inglese depositò a terra l’illustre sconfitto. Gli elbani, preoccupati e diffidenti, ma curiosi di “vedere che effetto fa la disgrazia”, dovettero inventarsi

su due piedi una cerimonia d’accoglienza e un Te Deum in duomo, ancora odoroso di muffe invernali. Nell’attesa l’imperatore riuscì a scorgere a Magazzini, località nell’ampia e dolce baia di Portoferraio, una bella villa di solidità ed eleganza rinascimentali, affacciata sul mare tra i vigneti. Era la casa di Pellegro Senno, uno dei notabili dell’isola, affittuario della tonnara e fornitore di presidio militare, genovese d’origine. Napoleone, che era in grado di immagazzinare nei gigabyte della sua prodigiosa memoria anche i particolari più insignificanti, lo ricordava a Parigi nel 1803 con una delegazione di deputati elbani. E lo stimava: «Ci vogliono quattro ebrei per fare un genovese!». Alle quattro del pomeriggio tutto era pronto: i soldati, il baldacchino foderato di stagnola, la bandiera con le tre api dorate, antico simbolo

Portoferraio, Isola d'Elba (LI) 87


ANNIVERSARI

di regalità che lui stesso aveva scelto. Il sindaco Pietro Traditi consegnò all’ospite le chiavi della città, inventate sul momento, impappinandosi mentre tentava un discorso. Le prime notti fu ospitato in Municipio, detto la Biscotteria perché un tempo lì vi si cuocevano le gallette per i naviganti. Individuò la zona dei Mulini come il posto adatto per costruire una dimora degna di lui: una sella in posizione dominante tra i due forti, da cui si aveva il controllo della rada e del Tirreno fino alle coste toscane. Agli inizi dell’800 i mulini erano stati

© Enrico Rovelli/Adobestock

Castello del Volterraio, Isola d'Elba

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demoliti e sullo spiazzo furono edificati due quartieri per i comandanti dell’Artiglieria e del Genio, un carcere, una casetta per il giardiniere. Napoleone trasformò le costruzioni in villa, unificando e sopraelevando. Tenne per sé il piano terreno, con il salone d’onore, la biblioteca, la camera da letto, tre studioli e destinò il primo piano, con la grande sala delle feste, alla moglie Maria Luisa tanto attesa, che però all’Elba non arrivò mai. Dalla fine di ottobre quelle stanze luminose ospitarono Paolina, l’unica sorella tra i tanti fratelli a restare accanto al vinto.

Particolari cure furono dedicate al giardino, su cui immettevano le ampie porte finestre. Ai lavori sovrintendeva personalmente l’imperatore, che si piccava di essere sommo architetto, artigiano, arredatore e persino operaio. Quando finirono, in autunno, Napoleone pensava già a quando e come andarsene. Il nuovo sovrano diede subito prova delle sue vulcaniche energie. Il giorno dopo il suo arrivo aveva già visitato le fortificazioni e le miniere, dettato l’organigramma dell’amministrazione, emanato decreti su igiene pubblica, acquedotti, fogne,


sola e la costa toscana; e, soprattutto, nei giorni di vento, si può vedere la Corsica in tutta la sua estensione. Napoleone amava contemplarla a lungo, sopraffatto dai ricordi e dai profumi della macchia mediterranea, che gli ricordavano quelli della sua isola. Nascosta com’è, la Madonna del Monte era il luogo ideale per ospitare in gran segreto la diletta amante polacca, Maria Walewska, che gli aveva dato un figlio. Venerdì 2 settembre, sperava ancora nell’arrivo di Maria Luisa. Per quanto notturno e clandestino, l’arrivo della Walewska non sfuggì alla curiosità degli elbani, che la scambiarono per l’imperatrice senza capire il perché di tanti misteri.

Napoleone all’Isola d’Elba, disegno di Giuseppe Mazzei tratto dal libro di Ernesto Ferrero

giardini, ponti, saline, dazi, tasse arretrate. Scoprì presto che l’isola non aveva strade carrozzabili e decise di provvedere con la consueta energia, concedendo ai suoi uomini tempi strettissimi e incontrando la fiera resistenza dei contadini, che non volevano cedere un solo palmo di terreno alle esigenze del progresso. Napoleone, che si era portato dietro almeno sei carrozze e decine di cavalli, tra cui tutti quelli della leggenda, visitava di frequente l’aspra zona mineraria di Rio, che ai suoi occhi rappresentava una piccola realtà industriale da valorizzare. Ma i progetti di sviluppo vennero frenati dalla dura realtà: l’isola non disponeva di acqua e alberi a sufficienza per lavorare il ferro in loco. Gli elbani, inizialmente ostili, furono presto travolti dalla vitalità dell’uomo, dall’ampiezza delle sue vedute, dalla sua imperiosità. Con poche splendide pennellate lo scrittore Ernesto Ferrero illumina il Napoleone elbano: «Per uno dei tanti curiosi paradossi di cui si compiace la storia, il più piccolo dei luoghi napoleonici resta quello a più densa concentrazione di emozioni. Nel periodo elbano il grande Bonaparte divenne improvvisamente visibile a occhio nudo, come una

cometa che si sia avvicinata così tanto alla Terra da sfiorare i tetti delle case. Lo si poteva quasi toccare nel piccolo duomo, tarchiato che sembrava la stiva di una nave da carico; mentre lavorava con i muratori alla ristrutturazione delle nuove residenze; mentre parlava con i contadini, intratteneva vecchi e bambini, elargiva monete d’oro agli orfanelli, organizzava matrimoni, mangiava il cacciucco con i pescatori, restaurava teatri o, magari, consigliava la coltivazione della patata al sindaco, che si vantava di essere un ottimo agricoltore. Il mito ridiventava uomo, un borghese un po’ troppo rotondo e appesantito che aveva l’aria di un commerciante appena sbarcato da Piombino per i suoi traffici» (cfr. Ernesto Ferrero, Napoleone in venti parole). Dolce era il paesaggio delle colline occidentali, che vantava qualche bosco di castagni. Poco sopra Marciana, sulle pendici del Monte Giove, ecco il più antico e venerato santuario dell’isola, la Madonna del Monte. Napoleone lo elesse a provvisoria sede estiva, perché il luogo era ed è di un incanto metafisico, tra ciuffi di ginestre e di cisto e grandi massi incisi dalle acque in forme bizzarre. Da lassù si domina tutta l’i-

Ma lui non voleva dare scandalo e fece partire l’amante malgrado una spaventosa burrasca rendesse precario l’imbarco. Poi la situazione precipitò. Gli Alleati stavano meditando di prelevare l’imperatore per trasportarlo lontano, ma lui li precedette. Beffandoli. Sempre recitando la parte del Cincinnato che si è rassegnato a curare le sue vacche. Domenica 26 febbraio 1815 Napoleone se ne andò al tramonto con sette vascelli malandati e un migliaio di fedelissimi. Ad attenderlo i 100 giorni che l’avrebbero portato a Waterloo. E a Sant’Elena.

Einaudi, pp. 280 € 13,50 89


ANNIVERSARI

NAPOLEONE MITO E LEGGENDA IL CINQUE MAGGIO DI ALESSANDRO MANZONI, A DISTANZA DI DUE SECOLI, CONTINUA A CELEBRARE LA GRANDEZZA DEL GENERALE CORSO di Alberto Brandani

L

a notizia della morte di Napoleone Bonaparte fu pubblicata sulla Gazzetta di Milano il 16 luglio 1821. Alessandro Manzoni l’apprese l’indomani e, in tre soli giorni, compose l’inno che, ancora manoscritto, si diffuse rapidamente per divenire presto celeberrimo. Manzoni nutriva sentimenti antinapoleonici, ma di fronte all’evento subì il fascino del genio. «Che volete?», diceva allo storico Cesare Cantù, «era un uomo che bisognava ammirare senza poterlo amare; il miglior tattico, il più infaticabile conquistatore, con la maggiore qualità dell’uomo politico, il sapere aspettare ed il saper operare. La sua morte mi scosse come se al mondo venisse a mancare qualche elemento essenziale; fui preso da smania di parlarne, e dovetti buttar giù quest’ode, l’unica che si può dire improvvisassi in men di tre giorni». (C. Cantù, Alessandro Manzoni. Reminiscenze, Milano, Treves, I, pag. 113). «Ei fu», due parole di straordinaria efficacia. «Ei» perché è lui l’uomo di cui tutto il mondo parla e «fu», non perché è morto, ma perché è entrato nell’Olimpo degli immortali. «Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno; scoppiò da Scilla al Tanai, dall’uno all’altro mar. Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza». Francesco De Sanctis scrisse che rappresentare le grandi vittorie in altro modo sarebbe stato impossibile. Manzoni ci fa capire non solo che Napoleone provò tutto, ma anche che due interi secoli guardarono a lui come l’homo faber che poteva guidarli e comandarli.

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«Tutto ei provò: la gloria maggior dopo il periglio, la fuga e la vittoria, la reggia e il tristo esiglio: due volte nella polvere, due volte sull’altar. Ei si nomò: due secoli, l’un contro l’altro armato, sommessi a lui si volsero, come aspettando il fato; ei fe’ silenzio, ed arbitro s’assise in mezzo a lor». «E sparve». Siamo qui a una meravigliosa riflessione sull’effetto lirico e sulla malinconia che subentra nei grandi condottieri quando la parabola si fa discendente e vengono fuori le cose peggiori degli uomini («l’immensa invidia» e «l’inestinguibil odio») e «il cumulo delle memorie» scese a frenare la «stanca man». «E ripensò le mobili tende, e i percossi valli, e il lampo de’ manipoli, e l’onda dei cavalli, e il concitato imperio, e il celere ubbidir». Certo, l’emozione religiosa di Manzoni ci dice che la Provvidenza e il Dio che affanna e consola, alla fine, gli sono stati vicini. A distanza di 200 anni Il cinque maggio, scritta da Manzoni e tradotta in tedesco da Johann


© denissimonov/AdobeStock

Wolfgang von Goethe, ci aiuta a ricordare come le più grandi menti del tempo, ancorché distanti fra loro, abbiano provato un’emozione profonda. Napoleone è il monumento vivente alle qualità dell’uomo che lui tutte racchiude. Condottiero ineguagliabile, stratega supremo, uomo coltissimo, porta sempre al seguito nei campi di battaglia una biblioteca di 600 volumi divisa in comparti. Saccheggia di capolavori l’Italia pittorica per fare del Louvre il più grande museo del mondo. Ma, mentore universale, valorizza anche l’Accademia di Brera. Con lui la parola e la comunicazione diventano di una modernità sconvolgente. A tutte le classi sociali, dalle più povere a quelle della borghesia, manda un messaggio inequivocabile: se sono diventato imperatore io, di umili origini, lo potete diventare anche voi, anzi voi lo siete già con me, in una sorta di millenaria reincarnazione. Si comprenderà come i balletti e i belletti delle corti europee, con le loro enormi spese, il dispregio del merito e l’arroganza di smisurate ricchezze parassitarie, non potevano competere con il generale dagli occhi d’aquila che veniva dalla Corsica. L’Europa popolare e quella colta riconoscevano entrambe in Napoleone il valore della competenza nella sua più assoluta esplicitazione. E se è vero che dovremo prima o poi recuperare lo studio autentico della storia nelle nostre scuole, di Napoleone c’è davvero bisogno. Per i contemporanei di allora, per gli uomini di oggi, per gli studiosi e i giovani di domani, l’aquila napoleonica vola sempre alta nei cieli, lontana, irraggiungibile. Ma le sue opere, le sue intuizioni faranno sempre parte del patrimonio dell’umanità. E anche Manzoni, con Il cinque maggio, volle sentirsi indiscutibilmente coinvolto in questo sentimento universale.

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INCLUSION

COLTIVARE LA CURA DAL 1979 LA COOPERATIVA AGRICOLA E SOCIALE COPAPS SI OCCUPA DI INCLUSIONE E FRAGILITÀ ATTRAVERSO IL LAVORO DELLA TERRA di Sandra Gesualdi Foto Clara Neri

La casa di Copaps

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sandragesu


È

«La fatica crea solidarietà e quando ci chiniamo sui campi siamo tutti uguali» ©

un giorno mite di inizio primavera, battuto da brezza odorosa di erba tagliata mista a zolle bagnate e rosmarino. Stretti tra la Porrettana e la ferrovia verso Bologna, si allungano a perdita d’occhio campi pianeggianti, arati, seminati, a riposo, striati di verde, ocra o marrone. Tutt’intorno un brulichio di vivacità operosa, nessuno sta fermo. «Vieni con me», dice una voce roca che arriva alle spalle, «ma stai attenta a non pestare gli asparagi, alcuni sono già spuntati». Orazio è un omone con il cappellino da baseball in testa e il fare deciso, ma si svela subito portatore sano di gentilezza. Lo si nota dalle attenzioni che usa nei confronti delle fragole ordinate in lunghi filari o da come si inchina a terra. Al cospetto della terra, per spazzolarne via un po' e mostrare un asparagino appena nato. Siamo al podere Ca’ del Bosco di Sasso Marconi (BO), sede della Copaps, cooperativa agricola e sociale nata nel 1979. «Oggi si definirebbe una start up innovativa», chiosa Lorenzo Sandri, agronomo e attuale presidente della cooperativa. È arrivato qui come obiettore di coscienza quasi 30 anni fa e non se n’è più andato. «Siamo stati tra i primi, in Italia, a parlare di agricoltura sociale per avvicinare alla cultura della terra con dedizione persone disabili, notando che questa attività provoca in loro benessere e miglioramenti», prosegue. E abbinare agricoltura a educazione, lavoro e formazione a fragilità è stata una scommessa che nel tempo ha fatto germogliare un'esperienza e crescere tanti ragazzi. «Abbiamo cura delle persone prima ancora che del prato e questa si concretizza attraverso il lavoro», spiega il presidente. «In azienda, almeno il 30% del personale assunto è composto da dipendenti svantaggiati con fragilità, per lo più di tipo intellettivo, o disagio psichico. Insieme agli altri operano 20 ragazzi che beneficiano delle attività diurne e sono impegnati ogni giorno in laboratori protetti e percorsi di inserimento guidato al lavoro». L’azienda agricola si dipana su 150 et-

Orazio nel campo di asparagi

Lorenzo Sandri

tari di cui 50 coltivati con ortaggi e frutta di stagione, cereali antichi e una vigna che produce Pignoletto, il più caratteristico vino dei Colli bolognesi, tutto rigorosamente biologico per non impattare troppo sull’ambiente e sui consumatori. Così, fianco a fianco, ogni giorno educatori, operatori agricoli e persone con disabilità lavorano alacremente, seminano zucchine, insalate, pomodori e peperoni, raccolgono albicocche, pesche e susine. La terra accoglie tutti e ognuno trova 93


INCLUSION

estesa, in progetti, ettari, incontri. Oltre alle attività del podere, ha aperto un agriturismo-laboratorio immerso nella lavanda, si occupa di manutenzione del verde con una squadra di giardinieri e, di recente, ha inaugurato una falegnameria sociale. Emanuela arriva dal vivaio con una cassetta di piante officinali, avvolta da un delizioso odore di erba pepe. Spiega, come se recitasse una poesia, che per il basilico occorre la mezza ombra, mentre per il rosmarino prostrato il sole pieno. La grande serra è un caleidoscopio di colori e una bolla di profumi densi e terapeutici oltre a essere il cuore pulsante dell’azienda dove perdersi tra elicriso e santolina dai fiori gialli, cedrina, melissa, menta e maggiorana, petunie, bocche di leone, gerani e salvie da fiori, rose e piante perenni. Andrea invasa, Simona rastrella, l’altro Andrea si occupa dei clienti. Elena super visiona e coordina, «la relazione con i ragazzi, per noi operatori, è un ciclo continuo, come quello della Terra», dice. Un’esplosione di fioriture, di mani ruvide che accarezzano germogli, di passi terrosi. E di sguardi teneri per la terra e i suoi frutti, da aspettare con pazienza. copaps.it Emanuela, operatrice agricola nel vivaio

l’attività in cui è più portato con un mix di impegno e serenità da condividere. «La fatica crea solidarietà», sottolinea Lorenzo, «e quando ci chiniamo sui campi siamo tutti uguali. La terra educa all’inclusione e accomuna, offrendo attività varie a cui occorre adattarsi, di stagione in stagione. Insegna a percepire i giorni e i mesi che trascorrono e questo è molto importante per chi non riesce facilmente a concepire il concetto del tempo. Lavorando, le persone hanno la possibilità di sviluppare una loro identità e di accrescere la propria autostima. Si scoprono capaci di guadagnarsi da vivere. Curando l’ambiente curano se stessi». Orazio mostra fiero il suo podere, spiega che le insalate da raccogliere in questo periodo sono la gentilina e la lattuga canasta, che le fragole hanno preso freddo e per questo le hanno dovute coprire con i teli, e indica dove sono le arnie per il miele, là oltre il laghetto. Racconta di quando guida il 94

grande trattore a cingoli. «Il nostro non è un lavoro normale», spiega Elisabetta, che alla Copaps si occupa di conti e bilanci, «dietro ai numeri che gestisco ci sono i ragazzi: ne ho visti passare tanti e qualcuno mi ha lasciato il segno. Appaiono senza barriere, spontanei e spesso sono loro a motivarmi e a farmi sentire accolta. Quando mi sento giù di morale, il loro istinto e la loro sensibilità è un toccasana. All’inizio facevo fatica a distinguere la disabilità, a capire chi erano i cosiddetti “normali” e chi i fragili, perché ognuno è un mondo originale e unico. E così come si aspettano i frutti dalla terra, anche con loro i risultati sono progressivi: spesso arrivano qui con grandi insicurezze, ma quando capiscono che riescono in qualcosa e sono utili sbocciano nel vero senso della parola. Orazio aveva mille paure ed è riuscito a prendere il patentino per i mezzi pesanti. Ora è il trattorista ufficiale». In questi 40 anni la cooperativa si è

La serra


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l gestore della struttura ricettiva (Data Controller) è colui che gestisce i dati personali dei clienti ospiti: è sua responsabilità garantirne la riservatezza ed agire nel rispetto del Regolamento (UE) 679/2016. Per il principio di responsabilizzazione (accountability), egli deve essere in grado di dimostrare di fronte ad un controllo di aver adottato tutte le misure di sicurezza proporzionali alla tipologia di attività ricettiva svolta. SEISETTENOVE GDPR TASK FORCE, confermando di essere una società particolarmente attenta al mondo della ricettività e del turismo, vuole supportare il gestore della struttura ricettiva nel complesso compito di dimostrare l’accountability. Da questa esigenza nasce il progetto “679 GDPR COMPLIANCE ASSESSMENT” strumento atto valutare la conformità al GDPR delle strutture ricettive che è stato ideato partendo dallo Schema ISDP©10003 di Inveo, cercando di tradurre i 99 articoli e i 173 considerando del Gdpr in controlli operativi. La decisione di aderire al progetto “679 GDPR COMPLIANCE ASSESSMENT” rappresenta un indubbio strumento di verifica e di controllo e può rientrare, per esempio, nel piano degli investimenti di una impresa ricettiva ed essere quindi opportunamente preordinato anche allo sviluppo o al potenziamento del business. Il “679 GDPR COMPLIANCE ASSESSMENT” può essere un generatore di fiducia attorno alla struttura ma è anche un proposta 1

buon motivo per mettere ordine nelle proprie attività e nei propri processi. Per richiedere un pre assessment audit@seisettenove.com oppure chiama il settore AUDIT al 392.05.38.966 SEISETTENOVE GDPR TASK FORCE mette anche a disposizione un VADEMECUM scaricabile gratuitamente dal sito www.seisettenove.com che ogni albergatore dovrebbe sempre tenere a portata di mano.

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© Pink Badger/AdobeStock

INCLUSION

IN STAZIONE SU DUE RUOTE NELL’EX MAGAZZINO DI RFI DELLA STAZIONE DI CERNUSCO MERATE, IN PROVINCIA DI LECCO, UN DEPOSITO PER BICICLETTE CHE PUNTA A DIVENTARE UN HUB PER LA MOBILITÀ DOLCE. A GESTIRLO UNA COOPERATIVA CHE DÀ LAVORO A RAGAZZI CON DISABILITÀ di Serena Berardi - s.berardi@fsitaliane.it

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ccanto ai binari della stazione di Cernusco Merate, in provincia di Lecco, c’è una casa stretta e lunga color ocra,

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dal tetto spiovente e il vialetto fiorito, dove le persone entrano in sella a una bici ed escono a piedi pronti per prendere il treno.

L’ex magazzino di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) si è trasformato, infatti, in un luogo sicuro dove i pendolari possono lasciare i propri mezzi a due ruote.


Nel 2016 RFI ha concesso in comodato d’uso gratuito l’edificio che è stato riqualificato grazie al contributo della Regione e dei Comuni di Cernusco Lombardone, Merate e Montevecchia. La bici, mezzo principe della mobilità dolce, è al centro dell’iniziativa ideata da Paso Lavoro, cooperativa sociale che si occupa dell’inserimento professionale di persone con disabilità. «Abbiamo elaborato lo sviluppo del deposito, che può accogliere 120 bici e dieci motocicli, mettendo a punto un sistema di accesso automatico attraverso il riconoscimento di un badge che viene consegnato agli utenti», racconta Raffaele Pirovano, responsabile del progetto. Chi vuole lasciare la bici o lo scooter deve compilare il modulo di registrazione sul sito pasocooperative.it. Dopo l’iscrizione si ritira un pass con cui accedere liberamente al deposito, aperto tutti i giorni dalle 6:30 alle 19 e dotato di un sistema di videosorveglianza. A consegnare i badge c’è Gabriele, un ragazzo assunto dalla cooperativa che si occupa anche della pulizia dell’immobile, della parte esterna e della banchina. Durante il lockdown dello scorso anno, il deposito è stato chiuso solo per due settimane e ha riaperto dopo la sanificazione: «La struttura è su due livelli. Prima dello scoppio della pandemia stavamo accelerando i lavori per poter aprire il piano superiore, perché i posti a disposizione erano già al completo. Una volta chiuso il cantiere, il servizio assumerà una nuova connotazione. Al momento è completamente gratuito e senza un limite di tempo», spiega Pirovano. La ciclostazione lombarda, infatti, è quasi pronta per la seconda fase che prevede uno sprint notevole: «Entro fine anno nascerà un’officina popolare dove sarà possibile aggiustare le biciclette o recuperare pezzi di ricambio. Lo spazio sarà a disposizione anche per skate, monopattini e altri mezzi leggeri. Verrà attivato un servizio sharing di e-bike, mentre per il parcheggio di bici e motocicli verrà chiesto un piccolo contributo», prosegue Pirovano. L’obiettivo è favorire l’integrazione

di questi mezzi con il treno, all’insegna di una mobilità sempre più sostenibile, stimolando anche il turismo di prossimità: «Vorremmo creare un info point turistico, uno store per la vendita di prodotti a chilometro zero e una caffetteria. Così potremmo dare lavoro ad altri quattro ragazzi». Tra le idee in fase di discussione c’è quella di attiva-

re delle navette per raggiungere alcuni punti d’interesse della zona, come il Parco del Curone, e organizzare pacchetti turistici treno+bici che prevedano il pernottamento in agriturismi locali. Il secondo piano della casa color ocra è quasi ultimato, i pedali e i sogni sono pronti alla volata. pasocooperative.it

L’ingresso del deposito di biciclette nella stazione di Cernusco Merate (LC)

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ARTE

GALLERIE URBANE

JR, La Ferita (2021), Palazzo Strozzi, Firenze © Ela Bialkowska, OKNOstudio

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DA FIRENZE A POMEZIA, TRA PALAZZI, PIAZZE, STAZIONI E BIBLIOTECHE, INSTALLAZIONI D’ARTE CONTEMPORANEA IN DIALOGO CON LO SPAZIO PUBBLICO di Sandra Gesualdi

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enza mezzi termini: l’arte e la cultura sono state gravemente minate dal Covid-19. Da oltre un anno sono paralizzate, senza aria e senza possibilità di essere. Una ferita che fa boccheggiare l’intero Paese, lacera metaforicamente i musei chiusi, cancella il vivido potere taumaturgico che un capolavoro, un’opera teatrale dal vivo o un cinema offrono. E proprio La Ferita è il titolo dell’opera site-specific, visibile fino al 22 agosto, con cui l’artista parigino JR ha trasformato la facciata principale di Palazzo Strozzi, a Firenze, cambiandone i connotati con un effetto ottico oversize. Uno squarcio profondo, alto 28 metri e largo 33, realizzato con un collage fotografico in bianco e nero, che crea un effetto suggestivo di prospettiva e profondità. Il palazzo fiorentino sembra lacerato, smembrato delle secolari pietre, aperto all’esterno, graffiato nella sua scorza più dura: mostra una lesione talmente grande da offrire l’intimità dei suoi ambienti, reali e immaginari, in maniera nitida. Si scorgono il porticato del cortile interno, la biblioteca all’ultimo piano e una sala espositiva che contiene le botticelliane Primavera e Venere. Palazzo Strozzi pare profanato nella sacralità di sito d’arte, come fosse a cuore aperto, e si offre per attirare l’attenzione mediatica sull’accessibilità ai luoghi della cultura in pandemia. A gallerie chiuse, l’arte si fa pubblica, esce dalle sedi espositive per occupare varie e svariate zone urbane. Poco distante, al centro di piazza della Signoria, un’altra installazione si staglia monumentale, superbamente

messa al confronto con la Torre degli Arnolfi. È l’Abete dalle grandi misure di Giuseppe Penone, esponente dell’Arte povera da sempre interessato alla riflessione su natura, materia e storia, soprattutto in ambito cittadino: qui, secondo l’artista, perfino in un luogo tanto connotato come la piazza più nota di Firenze, si sviluppa l’estensione tra cultura e paesaggio, memoria e presente. Con i suoi rami spogli e protesi verso l’alto, il tronco massiccio e pieno di rughe lignee, l’opera di Penone, dall’anima e la corteccia d’acciaio e bronzo, anticipa Alberi In-Versi, la personale dedicata allo scultore torinese allestita dal 1° giugno al 12 settembre alle Gallerie degli Uffizi, nell’ambito delle celebrazioni dante-

sche. Il richiamo è all’abete «che vive della cima», citato nel Paradiso, simbolo del confine tra terra e cielo. Sempre in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla scomparsa del Sommo Poeta, e con la volontà di rendere l’arte accessibile all'intera comunità, a Grosseto è allestita fino al 30 settembre Dinamica. Tra le vie e le piazze del centro, sei grandi sculture bronzee di Sauro Cavallini, immerse tra la gente, inneggiano all’amore. Anche attraverso richiami a figure mitologiche, il sentimento assoluto è espresso come legame universale e sentire comune verso il Creato e i suoi abitanti. Il duomo della città toscana fa da quinta ad Amore Universo, la composizione scultorea in cui due

Nel grande Abete di Giuseppe Penone si sviluppa l’estensione tra cultura e paesaggio, memoria e presente

Giuseppe Penone, Abete (2013), piazza della Signoria, Firenze © Ela Bialkowska/OKNOstudio, courtesy Associazione arte continua APS

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ARTE

figure antropomorfe si intrecciano e fondono in un abbraccio ideale tra tutti i popoli del mondo. È letteralmente una caccia al tesoro, il percorso Arte all’Arte che si dipana tra installazioni permanenti e all’aperto con nomi del calibro di Sol LeWitt, Anish Kapoor, Mimmo Paladino, Ilya Kabakov, Kiki Smith, Antony Gormley, Joseph Kosuth. Nato da un’idea di Associazione arte continua, in collaborazione con i comuni senesi Colle di Val D’Elsa, San Gimignano e Poggibonsi, il progetto ha l’obiettivo di promuovere i territori anche come distretti del contemporaneo. Tra i vari interventi, quello di Gormley riflette sulla dimensione umana. I suoi uomini di ghisa, presenti in vari luoghi di Poggibonsi, tra cui il secondo binario della stazione ferroviaria, sono ricavati dai calchi di cinque abitanti della cittadina e da quello di uno straniero. A Parma, invece, sono gli animali selvatici a invadere la fontana del piazzale della Pace e la stazione, in un triplo allestimento dell’opera Tempo di Lupi ideata dal movimento artistico Cracking Art e diffusa nelle aree al secondo piano dello spazio viaggiatori, nel mezzanino e in quello interrato. In occasione di Parma 360, il festival della creatività contemporanea, dall’8 maggio fino a fine giugno, 30 lupi in materiale plastico riciclato Sauro Cavallini, Amore Universo (1974), piazza Dante, Grosseto Antony Gormley, Fai spazio, prendi posto, progetto per Arte all’Arte 9 (2004) Stazione FS (binario 2), Poggibonsi (SI) © Ela Bialkowska, courtesy the artist e Associazione arte continua, San Gimignano

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Cracking Art, Tempo di lupi (2021), stazione di Parma

diventano simboli e guardiani di una maggiore e più rispettosa convivenza tra esseri umani e natura selvatica, in un dialogo alla pari. Ventinove di loro sfoggiano un giallo intenso, in onore del colore delle case della città che accoglie e protegge, mentre uno è grigio come gli esemplari appenninici che popolano le colline e le montagne circostanti. Infine, il progetto Sol Indiges. Arte pubblica a Pomezia tra mito e futuro, fino al 15 ottobre nella città in pro-

vincia di Roma, abbraccia il bene comune e amplifica il ruolo di uno degli edifici più importanti, la biblioteca pubblica, con un murales ipercolorato di oltre mille metri quadrati. L’antiporta di Agostino Iacurci, assecondando le architetture e le forme geometriche della Biblioteca comunale Ugo Tognazzi, si pone da interfaccia tra passato e presente, mito e futuro, e rievoca il sesto libro dell’Eneide, quello dove la Sibilla cumana profetizza a Enea lo sbarco sulle co-

ste laziali. Sulla grande pittura muraria, il susseguirsi circolare di giochi cromatici, figure mitologiche e riferimenti all’archeologia o ai classici letterari, testimonia come quel grande portale conduca a un sito laicamente sacro: la casa del sapere. palazzostrozzi.org uffizi.it saurocavallini.org arteallarte.org parma360festival.it pastificiocerere.it

Agostino Iacurci, L’antiporta, biblioteca comunale, Pomezia (RM) © Andrea Pizzalis, courtesy Fondazione pastificio Cerere

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ARTE

VITA DA GLADIATORI UNA MOSTRA A NAPOLI ESPONE ELMI, ARMATURE E PEZZI UNICI. PER RACCONTARE IL VERO VOLTO DI QUESTI UOMINI IDOLATRATI, VITTIME DI UN’IMPONENTE MACCHINA DEL CONSENSO di Francesca Ventre - f.ventre@fsitaliane.it

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delle folle, la maggior parte soffriva e moriva atrocemente. Qual è stata la scelta per comunicare con ogni tipo di pubblico? [PG] Usare un linguaggio che sia accessibile a ogni visitatore, di qualsiasi livello culturale. L’obiettivo principale è trasmettergli il valore della conoscenza ma anche dargli la possibilità di empatizzare con la storia antica e, perché no, di crearsi un proprio giudizio sul tema. Non si deve dimenticare, infatti, che un gladiatore conquistava la libertà grazie all’uccisione dell’avversario e che i giochi erano un’imponente macchina di morte. La mostra si divide tra due poli espositivi: uno tradizionale, nella Sala della meridiana, e un altro nel Braccio nuovo, dove si possono ammirare le riproduzioni delle armi ed entrare nell’auditorium per proiezioni di film colossal e documentari. Pezzi unici presenti? [LF] Le armi ritrovate intatte durante gli scavi borbonici del ‘700 a Pompei, che restituiscono dettagli e particolari dell’epoca. Sono circa 50 pezzi inesti-

© Valentina Cosentino

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n uomo invincibile e spietato ma anche uno schiavo costretto a combattere. Sono i due volti che si intravedono dalle fessure sull’elmo emblema della mostra Gladiatori, al Mann di Napoli fino al 6 gennaio 2022. Il Museo archeologico nazionale, nel cuore della Campania, è il luogo perfetto per ospitare l’iniziativa: gli anfiteatri sono nati in questa regione e l’area archeologica di Pompei ha restituito armi intatte e oggetti cristallizzati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Inoltre, sempre in Campania, si svolgevano già dal IV sec. a.C. giochi funebri, considerati gli antenati degli scontri tra gladiatori, come illustrano alcune pitture tombali con scene di duello a Paestum (SA). A spiegare con entusiasmo storie e altre suggestioni dietro l’esposizione sono il direttore del Mann, Paolo Giulierini, la coordinatrice della mostra, Laura Forte, e l'architetto progettista della sezione Gladiatorimania, Silvia Neri. Perché questo evento è così atteso? [LF] Il gladiatore è una figura che ha goduto nel tempo di una grande fascinazione, a partire dalla storica rivolta di Spartaco fino ai tanti film che lo vedono protagonista. Incarna l’uomo coraggioso in grado di affrontare il pericolo e rivendicare la libertà. [PG] Abbiamo voluto un’esposizione che non banalizzasse il ruolo del gladiatore, ma sviscerasse la vicenda dell’uomo. Di chi si nascondeva dietro un elmo, le cui fessure lasciavano intravedere l’intimità di una persona strappata alla propria terra e ridotta in schiavitù. I gladiatori erano uomini trasportati nella macchina spietata del consenso imperiale. Erano considerati eroi ma, nelle segrete delle carceri, vivevano una tragedia personale. Se è vero che qualcuno diventava idolo

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mabili, talmente belli che alcuni studiosi ritengono fossero usati solo in parata, come lo scudo in bronzo con inserti in argento e rame o l’elmo con la raffigurazione centrale di prigionieri assoggettati a Roma. Da notare anche l’affresco con la rissa scoppiata nell'anfiteatro pompeiano tra tifosi di casa e nucerini oppure l'iscrizione con l'acclamazione per Rufo che organiz-

zava giochi a sue spese. E ci sono anche degli scheletri trovati a York con tracce di traumi violenti. Appartenevano a persone che combattevano in quella zona. [PG] Le armature di sicuro, esposte come se fossero appese negli spogliatoi prima dell’ingresso nell’arena. La fama dei gladiatori in tutto l’impero romano è provata da un gran-

de mosaico trovato in Svizzera e ora esposto per la prima volta in Italia. [PG] La provienienza è da una domus di Augusta Raurica, un grande sito archeologico a 20 km da Basilea. Era un centro urbano che aveva anche un anfiteatro, uno degli edifici simbolo della globalizzazione romana. Tutto ciò dimostra il forte senso di appartenenza all’impero anche nelle province. Elmi di gladiatori esposti in mostra © Mario Laporta/Kontrolab

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ARTE

Aneddoti della vita quotidiana o luoghi comuni da sfatare? [PG] Sembra non corretta l’ipotesi, peraltro affascinante, che alcuni gioielli trovati nella palestra di Pompei appartenessero a una donna amante di un gladiatore. È più probabile, infatti, che fossero beni di famiglia perduti da un fuggiasco nel momento dell’eruzione. Riguardo alle abitudini quotidiane, grazie a nuovi studi e ritrovamenti, si è capito che i combattenti seguivano una dieta bilanciata costituita da legumi e cereali e si conoscono gli strumenti e i rimedi naturali usati per curare le ferite. È inoltre attestata dalle fonti l’esistenza di donne gladiatrici. Si può infine ipotizzare che gli incontri fossero preparati. L’organizzatore dei ludi aveva infatti tutto l’interesse a far combattere, e non a far soccombere, i beniamini del pubblico su cui aveva investito molto. Come si svolgevano gli spettacoli? [LF] La mattina avvenivano le cacce, nell'intervallo del pranzo le condanne a morte e il pomeriggio i duelli. Nella prima parte gli spettatori avevano la possibilità di vedere animali esotici sconosciuti, come leoni e orsi. La disposizione dei posti, in

Particolare di un mosaico proveniente da Augusta Raurica, l'antica Basilea © Heinz Gauwiler

basso i senatori e in alto la plebe e le donne, rispettava l’ordine delle classi sociali del tempo. Le gradinate erano decorate con colori vivaci

Riproduzioni dei costumi e delle armi dei gladiatori © Giorgio Albano

e occupati da una folla chiassosa. I sotterranei erano l’inferno, semibui e maleodoranti. In quali località si trovavano gli anfiteatri campani? [LF] Tra i più antichi c’è quello di Pompei del 70 a.C., costruito circa 150 anni prima del Colosseo. Nella regione se ne contavano una ventina. [PG] Va ricordato l’anfiteatro di Santa Maria Capua a Vetere (CE), da cui partì la rivolta di Spartaco, a dimostrazione che una classe di schiavi, se unita, poteva sovvertire l’ordine dell’impero. Nella sezione Gladiatorimania ci sono molte curiosità. Qualche esempio? [SN] In questi spazi si possono conoscere, grazie a fedeli riproduzioni, varie tipologie di gladiatori, come il trace, il secutor o il mirmillone. Gli anfiteatri sono ricostruiti in miniatura con migliaia di tessere Lego. Ci sono personaggi creati dalla scuola di Comix, non mancano le ricostruzioni di un’area per le esercitazioni o di una mensa, con tanto di arredamento. Pannelli in braille e supporti per non

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Alcune armi originali in esposizione © Mario Laporta/Kontrolab

vedenti consentono a tutti di sentirsi inclusi. [PG] Grazie alle riproduzioni, le armi appaiono com’erano, in bronzo dorato lucente e con piumaggi variopinti sugli elmi, per essere visibili anche dagli spalti. L’intento dell’esposizione è creare un percorso esperienziale. Nei prossimi mesi sono previste proiezioni e diverse attività dedicate alla conoscenza di personaggi del nostro tempo che incarnano i valori dei gladiatori, come gli atleti Francesco Totti e Bebe Vio o l’astronauta Samantha Cristoforetti. Per il Mann la lotta contro il Covid-19 inizia dalla mostra Gladiatori? [PG] Questa esposizione è la nostra risposta alla pandemia. Prepararla, nonostante tutto, ci ha insegnato a resistere. Il nostro claim è “solo uniti vinceremo”. Bisogna combattere, con ordine e disciplina, ma tutti insieme.

ALLE MOSTRE DI NAPOLI E ROMA CON LO SCONTO Uno stimolo per invogliare a conoscere il passato e scoprire nuovi itinerari culturali. È previsto uno sconto sul biglietto di ingresso per chi vuole visitare sia la mostra Gladiatori, al Museo archeologico nazionale di Napoli, sia l’esposizione Pompei 79 d.C. Una storia romana, allestita a Roma all’interno del Colosseo. È sufficiente presentare alla biglietteria di uno dei due siti il ticket del Mann o del Colosseo per acquistarne uno a prezzo ridotto. Un anfiteatro affollato riprodotto con le tessere Lego © Mario Laporta/Kontrolab

museoarcheologiconapoli.it MANNapoli mannapoli museoarcheologiconapoli

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STRADE DI SABBIA

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LE VACANZE ITALIANE NEGLI ANNI DEL BOOM ECONOMICO. A MILANO 101 FOTOGRAFIE SCATTATE NEL 1959 DA PAOLO DI PAOLO, CORREDATE DAI TESTI DI PIER PAOLO PASOLINI di Flavio Scheggi

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Foto Archivio Fotografico Paolo Di Paolo

La prima volta al mare, Rimini (1959)

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il 1959 quando, grazie al miracolo economico, gli italiani iniziano a scoprire le vacanze. Le spiagge del Belpaese si affollano di corpi in costume da bagno e famiglie che vedono il mare per la prima volta. Per documentare il fenomeno Arturo Tofanelli, direttore del mensile Successo, decide di affidare a due autori, allora sconosciuti, un servizio sulle vacanze estive che racconti la vita sui litorali della Penisola, da Ventimiglia a Ostia, da Trieste a Rimini fino in Sicilia. A scattare le immagini è Paolo Di Paolo, che nel ‘59 ha 34 anni, fotoreporter per Il Mondo, a scrivere è invece Pier Paolo Pasolini, un promettente autore di 37 anni che ha già pubblicato La meglio gioventù, Ragazzi di vita e Una vita violenta. A questo viaggio la Fondazione Sozzani di Milano dedica, dal 5 maggio al 29 agosto, la mostra La lunga strada di sabbia, con le fotografie di Di Paolo e i testi di Pasolini: 101 immagini, di cui molte inedite, ma anche video e documenti dell’epoca. Il percorso espositivo mostra un gruppo di ragazzi al Lido di Coroglio, nel golfo di Pozzuoli (NA), che ricordano I vitelloni di Federico Fellini, o alcune giovani donne sulla battigia a Forte dei Marmi (LU). Le immagini sulla spiaggia di Rimini immortalano persone completamente vestite che ammirano per la prima volta il mare, mentre l’attore Walter Chiari è a Fregene, sul litorale romano, intento a sedurre con lo sguardo alcune ammiratrici. Lo stesso Pasolini viene fotografato sulla spiaggia del Cinquale, in Versilia. «Lui cercava un mondo perduto, di fantasmi letterari, un’Italia che non c’era più. Mentre io cercavo un’Italia che guardava al futuro», ricorda Paolo Di Paolo. «Durante un viaggio in vagone letto da Roma a Milano, mentre rimuginavo sui titoli possibili per un reportage sulle vacanze degli italiani, ebbi l’idea. Di fronte alla mia cabina, nel corridoio della vettura, campeggiava una locandina pubblicitaria delle Ferrovie, in cui il profilo dello Stivale era disegnato dalle linee ferroviarie più importanti. Una, in particolare, ne evidenziava le coste, una specie di superstrada immaginaria che partiva da Ventimiglia e terminava in Istria. Un invito a sognare». fondazionesozzani.org fondazionesozzani 107


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Forte dei Marmi (1959)

«L’idea mi venne in treno, da una locandina in cui lo Stivale era disegnato dalle linee ferroviarie più importanti. Una superstrada immaginaria da Ventimiglia fino in Istria. Un invito a sognare» [Paolo Di Paolo]

Bagnanti al Lido di Coroglio, Pozzuoli (1959) 108


Walter Chiari a Fregene, Roma (1959) Pier Paolo Pasolini sulla spiaggia del Cinquale, Versilia (1959)

In contemporanea, alla Fondazione Sozzani e da Bulgari, anche la mostra Milano (fotografie 1956-1962), una selezione di scatti di Di Paolo dedicati alla città. 109


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SGUARDI SULL’UMANITÀ

Capitolo 2020 - La pandemia: la resilienza e la ripartenza Lorenzo Vitturi, Manta, Cochinilla Dyed Yarn, Polypropylene Sack, Body in Paracas (2019) 110


Capitolo 1989-2000 - La fine della modernità: la globalizzazione e il ripensamento dell’identità Olivo Barbieri, Site specific - NYC 07 (2007)

AD AOSTA, DAL 28 MAGGIO, LA MOSTRA THE FAMILIES OF MAN RACCONTA LA SOCIETÀ DEGLI ULTIMI DECENNI ATTRAVERSO LO SGUARDO DEI PIÙ CELEBRI FOTOGRAFI ITALIANI di Silvia Del Vecchio - s.delvecchio@fsitaliane.it

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inquanta fotografi italiani compongono, attraverso un centinaio di opere, un affresco storico, sociale, economico e ambientale della società dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino, fino all’arrivo della pandemia nel 2020.

Il progetto The Family of Man, al Museo archeologico regionale (Mar) di Aosta dal 28 maggio, prende spunto dall’ambiziosa rassegna ideata dal fotografo Edward Steichen ed esposta al MoMA di New York nel 1955. Presentata in piena Guerra fredda, fece

il punto su un’epoca di cambiamento con l’obiettivo di celebrare la dignità umana. E, negli otto anni successivi, girò i principali musei del mondo fino a diventare Patrimonio dell’Unesco nel 2003. L’esposizione del Mar, ideata dalla 111


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casa editrice Electa e curata da Elio Grazioli e Walter Guadagnini, riformula quella newyorchese in una chiave sociale in cui l’uomo è costantemente posto in relazione con l’evoluzione della società. «La mostra al MoMA cadeva in un periodo particolare del secolo scorso, in un mondo diviso in blocchi che cercava una forma di convivenza pacifica, in piena affermazione dell’American way of life», spiegano i curatori. «La nostra rassegna, invece, arriva durante la seconda grave crisi del nuovo millennio e in un momento in cui si cerca un diverso equilibrio a livello globale. Inoltre, la fotografia di reportage ha lasciato il posto a quella più riflessiva, che s’interroga anche sul suo stesso linguaggio, con riferimenti specifici a eventi e situazioni che hanno modellato la società odierna». Maestri come Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Letizia Battaglia, Luca Campigotto, Giacomo Costa, Paola Di Bello, Francesco Jodice, Mattia Paladini, Ferdinando Scianna, Oliviero Toscani e Lorenzo Vitturi alternano immagini di cronaca a scatti di ricerca, trasmettendo allo spettatore sia il clima dei diversi periodi storici sia l’evoluzione del linguaggio fotografico. La narrazione si muove lungo due assi portanti: cronologico (1989-2000, 2001-2019, 2020) e tematico (la fine della modernità, il mondo connesso, la pandemia). Mentre la scelta di presentare solo autori italiani vuole evidenziare la capacità interpretativa della nostra fotografia, in continuo dialogo tra identità e globalizzazione. mostrathefamiliesofman.it Capitolo 2001-2019 - Il mondo connesso: dalla virtualità alla sostenibilità Sara Benaglia, Erasure Test. H6 - Mary Patrizio (2020) 112


Paola Di Bello, Un ritratto dell’Aquila (2013)

Luca Campigotto, Hong Kong (2016) Capitolo 2020 - La pandemia: la resilienza e la ripartenza Mattia Paladini, Confine Italia-Svizzera (2020)

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Frida Kahlo sul lago di Xochimilco, a sud di Città del Messico (1936 circa) Foto Fritz Henle

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IL MONDO DI FRIDA ESPOSTE A NAPOLI, PER LA PRIMA VOLTA IN EUROPA, FOTOGRAFIE E LETTERE CHE SVELANO IL LATO PIÙ INTIMO DELLA GRANDE ARTISTA MESSICANA di Cecilia Morrico

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Ritratto di famiglia dei Kahlo Calderón Frida in abiti maschili (al centro) con le sorelle Matilde e Cristina, la cugina e il nipote Carlos Veraza Coyoacán, Messico (7 febbraio 1926) Foto Guillermo Kahlo

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intimità, gli incontri e la storia di una delle più importanti artiste del XX secolo. Ma anche gli eventi più iconici della storia del Messico. C’è tutto questo nella mostra Frida Kahlo. Ojos que no ven corazón que no siente, fino all’11 luglio al Pan di Napoli. Potrebbe essere tradotto con il nostro «occhio non vede, cuore non duole» il titolo dell’esposizione che porta per la prima volta in Europa fotografie e lettere che raccontano momenti celebri ma anche fatti inediti della vita della pittrice. Un’epopea, la sua, caratterizzata da una difficile condizione fisica, dovuta principalmente all’incidente

automobilistico che nel 1925 le causò la rottura della spina dorsale, ma anche dalla capacità di reazione e resilienza di fronte alle avversità. Frida ha saputo trasformare la sua immobilità in opportunità e la sua sofferenza in un’energia che l’ha resa immortale. La mostra indaga tutte le fasi di vita dell’artista che durante la giovinezza manifesta la sua ribellione scegliendo abiti da uomo. Nelle foto di famiglia, scattate dal padre Guillermo, Frida appare vestita con giacca, pantaloni e gilet, mentre dopo il matrimonio con Diego Rivera (1929) comincia indossare gli abiti tradizionali da tehuana, tipici dell’istmo di Tehuantepec. Per

lei i costumi di questo territorio nello stato di Oaxaca, dove è nata la madre, diventano simbolo di orgoglio e appartenenza. Vesti variopinte portate con vistosi orecchini e collane, anch’essi in esposizione, costituiscono la sua immagine più famosa, quella che nel 1937 arriva anche sulle pagine patinate della rivista Vogue. Questo abbigliamento per la pittrice aveva una doppia funzione: era un omaggio alle sue origini e un modo per curare la sua immagine. Le gonne lunghe, con alcune modifiche, servivano a coprire la gamba destra, più sottile della sinistra, a causa della poliomielite contratta a sei anni di età. 115


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Diego Rivera e Frida Kahlo a Tizapán, San Ángel, Città del Messico Archivio Miguel e Rosa Covarrubias - Casa Studio Luis Barragán, Città del Messico Fotografia attribuita a Rosa Rolanda

Frida Kahlo all’età di quattro anni (1911) Museo Casa Studio Diego Rivera e Frida Kahlo, Città del Messico

Il matrimonio con Diego, grande amore fin dalla gioventù, fu una storia di passione e sofferenza. «Nella vita mi sono capitati due incidenti gravi. Il primo quando un tram mi ha messo al tappeto, l’altro è Diego», raccontò Frida. Con lui sono arrivati i viaggi, la lotta politica, i vernissage e i rapporti con i principali artisti dell’epoca. Pur non mancando i tradimenti, ripetuti e pubblici da parte di Diego, passionali e segreti da parte di Frida, il loro legame durò fino alla fine. Nel nome dell’arte, si presero cura l’uno dell’altra. Le fotografie sono accompagnate dalle lettere di Frida, che aiutano a scoprire dettagli della sua vita e del momento storico in cui si trovava. Tra le righe la sua arte, le sofferenze d’amore e l’impegno politico per il suo Paese. Lo stato d’animo e i dolori del corpo e dell’anima si riflettono nella sua calligrafia come nelle sue opere. In mostra, anche le ricostruzioni degli ambienti cari alla pittrice, come la camera da letto e lo studio di Casa Azul, l’abitazione di famiglia a Città del Messico. Completa la visita un’area immersiva multimediale che trasporta il visitatore nel mondo di Frida. Un viaggio per conoscere la donna e l’artista, comprenderne l’essenza, la forza, il coraggio, il talento e l’immenso amore. fridakalhonapoli.it fridakahlonapoli 116


Frida Kahlo Coyoacán, Città del Messico Archivio Miguel Covarrubias - Sala degli Archivi e delle Collezioni Speciali, Direzione delle Biblioteche, Università delle Americhe Puebla, Messico Fotografia attribuita a Rosa Rolanda

Una riproduzione di una collana di Frida Kahlo a opera di Taccododici Caos Creativo

Una mostra internazionale a cura della Frida Kahlo Corporation e curata da Alejandra Lopez, già curatrice di Casa Azul. Una produzione Next Exhibition, con il patrocinio dell’Ambasciata del Messico, del Consolato del Messico a Napoli e del Comune di Napoli, organizzata da Alta Classe Lab, in collaborazione con Next Exhibition, Fast Forward e Next Event. 117


INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

Anche tra i commercialisti c’è la migliore Assistenza contabile, assistenza fiscale, consulenza aziendale, delocalizzazione: sono le specialità di Tina Gullì, premiata dalla rivista britannica Corporate LiveWire con il Prestige Award 2020/2021

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e Corporate LiveWire, la rivista britannica porate LiveWire hanno ammirato per aver specializzata in corporate finace, l’ha deficreato un servizio contabile che ha dimostranita “la migliore commercialista in Italia” to di avere a che fare con le finanze del suo premiandola - per di più all’unanimità cliente e utilizza una gamma di metodi altacon il Prestige Awards 2020/2021, un motivo c’è. O mente strategici ed efficaci per garantire loro meglio: ce ne sono più d’uno. Quello ufficiale recita stabilità e successo. Una di queste strategie è così: «Le sue conoscenze e abilità eccezionali quando l’internazionalizzazione degli investimenti, si tratta di aumentare le opportunità monetarie e le che diluisce la dipendenza di un’impresa da NELLA FOTO TINA GULLÌ partnership professionali dei suoi clienti, senza comun mercato unico, consentendole di rimanepromettere la loro sicurezza finanziaria, con una rire stabile attraverso periodi di instabilità del cerca seria, meditata, approfondita e ad ampio spettro». Quello mercato. ufficioso lo conoscono bene i suoi collaboratori e i suoi clienti. Corporate LiveWire l’ha definita “la migliore”, dunque. «La Che anche durante i lockdown più severi non si sono mai sentiti bellezza del mio lavoro consiste nello stare in mezzo alla gente, abbandonati. «Ho attraversato mille difficoltà, in special modo in aiutandola a risolvere tanti problemi», commenta Tina Gullì. questi ultimi tempi di pandemia, ma comunque ho continuato ad «Tanti hanno un’idea sbagliata della mia professione», proseoperare per la gente e tra la gente», conferma la dottoressa Tina gue Tina Gullì: «la ritengono quella che fa evadere le tasse o Gullì, che guida l’omonimo studio di Orbassano, in provincia di qualcuno che vive solo di numeri. Invece il mio lavoro consiste Torino. E aggiunge, convinta: «Quindi possiamo senz’altro dire nel consigliare per il meglio, far capire, per esempio, che esistoche la pandemia ha confermato il ruolo essenziale del commer- no benefici e finanziamenti ai quali si può ricorrere se si ha una cialista». piccola impresa. Ho studiato per aver il modo di aiutare i piccoli Assistenza contabile, assistenza fiscale, consulenza aziendale, negozi, i ristorantini, le micro imprese, per aiutarle a risolvere delocalizzazione: la consulenza è personalizzata, sia in sede che tanti problemi concreti. Togliere per quanto possibile l’angoscia online, garantita da un team di professionisti specializzati in cam- della burocrazia. Spiegarlo e farlo capire a chi da quelle cose è po fiscale, amministrativo e tributario. Lo studio è specializzato ancora mentalmente lontano. Spero che chi entri nel mio stunell’analisi del budget, nella redazione di bilanci, analisi dei costi dio, qualunque sia il suo problema, possa uscirne sereno, confinanziari, analisi degli investimenti e negli adempimenti civilisti- tento, e con la speranza di un domani migliore». ci fiscali e contabili delle varie poste a bilancio e nella determinazione del reddito d’impresa. Oltre alla contabilità e alla revisione contabile, lo studio può assistere nel trattamento dei dati, nella Studio Gullì consulenza aziendale e nella gestione delle paghe e contributi. via Alfieri, 2 Orbassano (To) «Lo studio mira ad aiutare i clienti in tutte le fasi del business a Tel. +39 011 9002776 raggiungere nuove vette attraverso le sue misure strategiche di tina.gulli@studiogulli.eu contabilità e gestione del denaro come per esempio la diversifi- segreteria.studiogulli@ragionieri.com cazione del rischio», sottolinea Tina Gullì. Che i giudici di Cor- www.commercialista-torino.com https://studio-gulli.com 118


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BASE

ECONOMY

LIBERTÀ DI VIAGGIO E CAMBI ILLIMITATI Biglietto acquistabile fino alla partenza del treno. Entro tale limite sono ammessi il rimborso, il cambio del biglietto e il cambio della prenotazione, gratuitamente, un numero illimitato di volte. Dopo la partenza, il cambio della prenotazione e del biglietto sono consentiti una sola volta fino a un’ora successiva.

CONVENIENZA E FLESSIBILITÀ Offerta a posti limitati e soggetta a restrizioni. Il biglietto può essere acquistato entro la mezzanotte del secondo giorno precedente il viaggio. Il cambio prenotazione, l’accesso ad altro treno e il rimborso non sono consentiti. È possibile, fino alla partenza del treno, esclusivamente il cambio della data e dell’ora per lo stesso tipo di treno, livello o classe, effettuando il cambio rispetto al corrispondente biglietto Base e pagando la relativa differenza di prezzo. Il nuovo ticket segue le regole del biglietto Base.

SUPER ECONOMY MASSIMO RISPARMIO Offerta a posti limitati e soggetta a restrizioni. Il biglietto può essere acquistato entro la mezzanotte del decimo giorno precedente il viaggio. Il rimborso e l’accesso ad altro treno non sono consentiti.

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PROMOZIONI

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L’offerta consente di usufruire di prezzi ridotti per chi utilizza, in un unico viaggio, un treno Notte e un treno Frecciarossa o Frecciargento. La promozione è valida per i viaggiatori provenienti con un treno notte dalla Sicilia, dalla Calabria o dalla Puglia che proseguono sulle Frecce in partenza da Napoli, Roma o Bologna per Torino, Milano, Venezia e tante altre destinazioni, e viceversa 4 .

NOTE LEGALI 1. Il numero dei posti è limitato e variabile, a seconda del treno e della classe/livello di servizio. Acquistabile entro le ore 24 del terzo giorno precedente la partenza del treno. Il cambio prenotazione/biglietto è soggetto a restrizioni. Il rimborso non è consentito. Offerta non cumulabile con altre riduzioni, compresa quella prevista a favore dei ragazzi. 2. I componenti del gruppo che non siano bambini/ragazzi pagano il biglietto al prezzo Base. Offerta a posti limitati e variabili rispetto al giorno, al treno e alla classe/livello di servizio. Cambio prenotazione/biglietto e rimborso soggetti a restrizioni. Acquistabile entro le ore 24 del secondo giorno precedente la partenza. 3. Il Carnet consente di effettuare 15, 10 o 5 viaggi in entrambi i sensi di marcia di una specifica tratta, scelta al momento dell’acquisto e non modificabile per i viaggi successivi. Le prenotazioni dei biglietti devono essere effettuate entro 180 giorni dalla data di emissione del Carnet entro i limiti di prenotabilità dei treni. L’offerta non è cumulabile con altre promozioni. Il cambio della singola prenotazione ha tempi e condizioni uguali a quelli del biglietto Base. Cambio biglietto non consentito e rimborso soggetto a restrizioni. 4. L’offerta Notte&AV è disponibile per i posti a sedere e le sistemazioni in cuccetta e vagoni letto (ad eccezione delle vetture Excelsior) sui treni Notte e per la seconda classe, o livello di servizio Standard, sui treni Frecciarossa o Frecciargento. L’offerta non è soggetta a limitazione dei posti. Il biglietto è nominativo e personale.

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PORTALE FRECCE

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LE SORPRESE NON FINISCONO MAI CON IL CATALOGO CHE TRASFORMA LA TUA VOGLIA DI VIAGGIARE IN ESPERIENZE ESCLUSIVE E FANTASTICI PREMI A otto mesi dal lancio, il catalogo CartaFRECCIA Collection è ricco di tante novità e premi speciali. Esperienze uniche e capsule collection ad alta velocità aspettano i soci CartaFRECCIA: dopo la limited edition Frecciarossa e Ducati, ora è disponibile fino al 12 maggio la Frecciarossa Final Eight capsule in collaborazione con la Lega Basket Serie A. Ma si possono scegliere anche prodotti hi-tech, mezzi green come biciclette e monopattini, articoli dedicati ai più piccoli, corsi per il tempo libero o voucher per vivere

esperienze indimenticabili. I punti possono essere anche donati a progetti solidali, per esempio sostenendo l’attività del Dipartimento della Protezione Civile che supporta gli operatori sanitari impegnati nell’emergenza Covid-19. Richiedere un premio è semplicissimo: basta accedere a CartaFRECCIA Collection dalla propria area riservata o dall’app Trenitalia cliccando su Catalogo Premi oppure direttamente su cartafrecciacollection.it inserendo le proprie credenziali CartaFRECCIA. Stay tuned. Presto tante novità.

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FLOTTA

FRECCIAROSSA

FRECCIAROSSA ETR 500

Velocità max 360 km/h | Velocità comm.le 300 km/h | Composizione 11 carrozze | 4 livelli di servizio Executive, Business, Premium, Standard | Posti 574 | WiFi | FRECCIAROSSA Presa elettrica al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

FRECCIARGENTO ETR 700

Velocità max 250km/h | Velocità comm.le 250km/h | Composizione 8 carrozze | 3 livelli di Servizio Business, Premium, Standard | Posti 500 | WiFi Fast | Presa elettrica e USB al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

FRECCIARGENTO ETR 600

Velocità max 280 km/h | Velocità comm.le 250 km/h | Composizione 7 carrozze | Classi 1^ e 2^ | Posti 432 | WiFi Presa elettrica al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

FRECCIAROSSA ETR 1000

Velocità max 400 km/h | Velocità comm.le 300 km/h | Composizione 8 carrozze 124


FRECCIARGENTO ETR 485

Velocità max 280 km/h | Velocità comm.le 250 km/h | Composizione 9 carrozze | Classi 1^ e 2^ | Posti 489 | WiFi Presa elettrica al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

FRECCIABIANCA

Velocità max 200 km/h | Velocità comm.le 200 km/h | Composizione 9 carrozze | Classi 1^ e 2^ | Posti 603 Presa elettrica al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

FRECCIABIANCA ETR 460

Velocità max 250 km/h | Velocità comm.le 250 km/h | Composizione 9 carrozze | Classi 1^ e 2^ | Posti 479 Presa elettrica al posto | Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio

Livelli di servizio Executive, Business, Premium, Standard | Posti 457 | WiFi Fast | Presa elettrica al posto Servizi per persone con disabilità | Fasciatoio 125


PRIMA DI SCENDERE FONDAZIONE FS

VIAGGIO IN GRAN CONFORT

© Archivio Fondazione FS Italiane

UNA CARROZZA STORICA DEL TIPO 1985, APPENA RESTAURATA, È PRONTA PER TORNARE IN FUNZIONE SUI TRENI DI FONDAZIONE FS ITALIANE

L’interno di una carrozza Gran Confort della seconda serie

C

on le operazioni di collaudo si sono conclusi i lavori di restauro di una Gran Confort tipo 1985, la prima di un gruppo di otto vetture assegnate alla Fondazione FS Italiane. Grande protagonista della storia ferroviaria, questo tipo di carrozza si prepara a tornare in funzione sui treni storici nella prossima stagione turistica. Progettate alla fine degli anni ’60 dalla Fiat Ferroviaria di Torino per le lunghe percorrenze nazionali e internazionali, le Gran Confort riscossero l’immediato gradimento dei viaggiatori. In sede progettuale vennero infatti ideate alcune soluzioni tecniche innovative capaci di offrire la massima comodità anche a velocità elevate. Il pavimento flottante rispetto al telaio, i finestrini dotati di doppi vetri, l’aria condizionata e l’impianto di diffusione sonora garantirono l’utilizzo di queste carrozze per oltre 40 anni.

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La loro carriera inizia con l’orario estivo del 1972, quando le prime unità disponibili furono impiegate per i treni rapidi internazionali Trans Europ Express (TEE), durante i Giochi della XX Olimpiade di Monaco di Baviera. L’anno successivo furono consegnate le vetture per i servizi nazionali, denominate Gran Confort. Le due versioni erano facilmente distinguibili grazie alla diversa livrea: se per le internazionali fu confermata la coloritura TEE – rosso bordeaux, giallo sabbia e grigio nebbia – per le nazionali fu scelta un’inedita livrea in grigio ardesia, interrotta da una fascia color avorio tra due linee rosse di dieci centimetri nella parte superiore e inferiore dei finestrini. A livello tecnico, differivano per il fatto che nei servizi TEE venne previsto un bagagliaio dotato di convertitori per ovviare alla diversa alimentazione elettrica della rete europea. Tra il 1970 e il 1988 furono costruite

380 Gran Confort, tra carrozze a scompartimenti, saloni, vetture ristorante e bagagliai. L’avvento dei treni Eurostar nella metà degli anni ’90 sancì il loro declino sui treni ordinari. Alcune furono ancora impiegate per i servizi straordinari, come il Palinuro Express estivo dei primi anni 2000 o le crociere elettorali della primavera del 1999 e dell’inverno 2001, quando i candidati Romano Prodi e Francesco Rutelli scelsero il treno per attraversare l’Italia. Oggi, grazie al lavoro di ricostruzione estetica e funzionale a cura della Fondazione FS Italiane e di Trenitalia, alcune vetture Gran Confort torneranno in composizione ai treni storici per offrire servizi turistici particolari, garantendo un eccellente standard di sicurezza e una perfetta comodità di viaggio senza rinunciare alla livrea originale. fondazionefs.it FondazioneFsItaliane


PRIMA DI SCENDERE FUORI LUOGO

di Mario Tozzi mariotozziofficial

mariotozziofficial

OfficialTozzi

[Geologo Cnr, conduttore tv e saggista]

LA TORRE DI

PASSANNANTE no restò solo ferito e Passannante venne torturato allo sfinimento per fargli confessare una congiura che in realtà non c’era. Tutta la sua famiglia fu internata a vita nel manicomio criminale di Aversa (CE). Perfino il suo paese di origine, Salvia di Lucania, cambiò nome in Savoia di Lucania (PZ), come a chiedere perdono per quel suo figlio degenerato. Giovanni fu condannato a morte,

pena poi tramutata in ergastolo da scontarsi a Portoferraio, nell’isola d’Elba. Così passò 18 anni in isolamento nella Torre Medicea, senza mai parlare con anima viva. Non era alto di statura, ma la cella era senz’altro più bassa di lui (1,40 metri): quasi 20 anni senza mai poter stare dritto in piedi, gravato da 18 chili di catene. Ricordiamolo ogni volta che entriamo nel porto.

La Torre Medicea di Portoferraio (LI)

© luzicat/AdobeStock

L’

isola d’Elba (LI) attrae numerosi turisti fuori stagione per via della reclusione di Napoleone, di cui, peraltro, restano pochissime tracce concrete sull’isola. Invece, di altri reclusi meno famosi ci sono ricordi più sicuri. Nel 1878, il cuoco Giovanni Passannante colpì il re Umberto I di Savoia a Napoli con un coltellino per sbucciare le mele. Il sovra-

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PRIMA DI SCENDERE FOTO DEL MESE

a cura di Francesca Ventre - f.ventre@fsitaliane.it

Il selfie vanta un secolo di vita grazie a un illustre antenato: un autoscatto di gruppo del 1920 a New York. In questa immagine cinque fotografi della Byron Company si ritraggono sul tetto del Marceau Studio, sulla Fifth Avenue, sostenendo a più mani un pesante obiettivo dell’epoca. Un atto scherzosamente narcisista esposto nell’originale – e unico in Italia – Museo del Selfie a Zoomarine, il grande parco marino alle porte di Roma, dedicato alla mania virale che conta circa 100 milioni di scatti al giorno caricati sui social. Nel percorso di 400 m 2 sono esposti esempi di autoscatti storici, come un’inquadratura della splendida Marylin Monroe del 1960. Tra le tante curiosità, si può scoprire anche un selfie ante litteram, cioè il primo autoritratto dell’arte occidentale. A realizzarlo fu il pittore Jean Fouquet che, nel 1455, dipinse se stesso su una medaglia ancora conservata al Louvre. Nel museo, pronto ad aprire i battenti all’inizio della bella stagione, sono a disposizione dei visitatori anche 22 postazioni per immortalare se stessi su sfondi sempre diversi. Si può fingere di cadere nel vuoto da un grattacielo, di nuotare in una vasca con 15mila palline colorate o camminare a testa in giù dal soffitto di casa. Lo scatto potrà essere pubblicato sui profili personali o sull’account di Zoomarine – grazie all’aiuto del delfino Selfino, mascotte del parco – con gli hashtag #zoomarineroma #zmselfino #zmselfiemuseo. zoomarine.it zoomarine zoomarineroma

Un autoscatto di gruppo nel 1920 a New York, sul tetto del Marceau Studio

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La Freccia - maggio 2021  

La Freccia di maggio accompagna il 104° Giro d’Italia, racconta il Paese che i ciclisti percorreranno, le sue ricchezze e la sua gente chiam...

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