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Petrarca, l’Italia, l’Europa. Sulla varia fortuna di Petrarca Atti del Convegno di studi Bari, 20-22 maggio 2015

a cura di Elisa Tinelli Premessa di Davide Canfora


Indice

Davide Canfora (Bari) Premessa

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«A worthy clerk, as preved by his wordes and his werk»: Petrarca in Europa Jean-Luc Nardone (Tolosa) Le vie europee del petrarchismo

3

Concetta Cavallini (Bari) «Le plus fidelle amant que iamais ait aimé»: la poesia d’amore di Pierre de Brach e l’originalità del petrarchismo a Bordeaux

13

Ines Ravasini (Bari) Riletture gongorine di un motivo petrarchesco

24

Piotr Salwa (Accademia Polacca di Roma) Che cosa sanno di Petrarca i polacchi d’oggi?

40

Barbara Sasse (Bari) Petrarca o Boccaccio? Considerazioni sulla prima fortuna di Petrarca nella letteratura di lingua tedesca

48

Cristina Consiglio (Bari) Breve storia del sonetto elisabettiano

58

Stefania Rutigliano (Bari) Rilke interprete di Petrarca

64


Indice

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«Fuerit tibi forsan de me aliquid auditum»: sulla fortuna trecentesca di Petrarca Piermario Vescovo (Venezia) «In comediis quidem nusquam auctor loquitur, sed introducte persone». Petrarca, il genus activum, il Teatro

75

Paola Vecchi Galli (Bologna) Alle origini di una maniera: le “rime disperse” di Francesco Petrarca

92

Loredana Chines (Bologna) Il Bucolicum carmen petrarchesco e la verità della finzione poetica

106

Antonino Antonazzo (Messina) Boccaccio e il soldato di Marte: un dictamen per Petrarca

116

Giovanni Cascio (Messina) Benvenuto da Imola e il Bucolicum carmen di Petrarca

124

Giulia Perucchi (Messina) Appunti antiquari medievali. L’Iter romanum attribuito a Giovanni Dondi dall’Orologio

131

Marco Daniele Limongelli (Losanna) «I’ son d’udirti sitibondo tanto». Convergenze tra corrispondenti del Petrarca

140

«Dicebant igitur omnibus poetis, qui ante se fuerint, Franciscum Petrarcham esse preponendum»: il Petrarca degli umanisti Francesco Tateo (Bari) Il genere dei Rerum memorandarum libri nel Quattrocento

153

Paolo Viti (Lecce) La “vita di Petrarca” di Sicco Polenton

160

Lorenzo Geri (Roma) Varia fortuna del Petrarca “monastico”

176


Indice

vii

Sebastiano Valerio (Foggia) Omaggio cortigiano e poesia politica nel petrarchismo napoletano

187

Raffaele Ruggiero (Bari) Ideale del savio e nuovi modelli monarchici nell’epistolario di Petrarca

197

Elisa Tinelli (Bari) Stato secolare e vita monastica nella letteratura umanistica: Francesco Petrarca e Girolamo Aliotti

207

Claudia Corfiati (Bari) Declinazioni del modello petrarchesco: dalla Laurea occidens al Sativolus di Paracleto da Corneto passando per l’Arcadia del Sannazaro

218

Margherita Sciancalepore (Bari) Remigio Nannini interprete di Petrarca

226

Michele Mongelli (Bari) Petrarchismo politico nel Libro de la observantia de li ri e de li subditi di Giovan Marco Cinico da Parma

233

«E molto meglio faremo noi altresì, se con lo stile del Boccaccio e del Petrarca ragioneremo nelle nostre carte»: la stagione del ‘petrarchismo’ Amedeo Quondam (Roma) Sul petrarchismo. Dieci anni dopo

243

Annalisa Andreoni (Milano) Il Petrarca di Benedetto Varchi

259

Pietro Sisto (Bari) Storie e immagini di animali dal Canzoniere alla trattatistica degli emblemi e delle imprese

267

Guido Baldassarri (Padova) Il Tasso “eroico” e il Petrarca

283


Indice

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Pasquale Guaragnella (Bari) Dalla lingua dei Rerum vulgarium fragmenta al dialetto de Lo cunto de li cunti. Nota su Giambattista Basile e la lectio del petrarchismo cinquecentesco

295

Raffaele Girardi (Bari) Il suono dei sospiri: i Fragmenta e la musica

315

Stella Castellaneta (Bari) Petrarca e il teatro: frammenti di un dialogo interculturale

338

Rossella Palmieri (Foggia) Presenze petrarchesche nelle opere di Giovan Battista Andreini

354

Giulia Dell’Aquila (Bari) Le postille galileiane a Petrarca

362

«Nessun vocabolo adoperato da lui è caduto dall’uso; ed ogni sua frase può essere, ed è tuttavia, scritta senza affettazione»: Petrarca nel mondo moderno Grazia Distaso (Bari) Petrarca in Arcadia: il “caso” Martello

371

Giovanna Scianatico (Bari) Echi settecenteschi: l’altro petrarchismo e una continuità senza barriere

381

Francesco Saverio Minervini (Bari) Stratigrafie petrarchesche nel Settecento: la storiografia letteraria

386

Laura Mitarotondo (Bari) Fra “sentimento politico” e modernità: Rodolfo De Mattei interprete di Petrarca

399

Giuseppe Bonifacino (Bari) «Et m’è rimasa nel pensier la luce». Petrarca nella lirica del modernismo italiano

407

Indice dei nomi

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Premessa di Davide Canfora

In primo luogo, i ringraziamenti. Doverosi, ma non per questo meno sinceri e, in molti casi, affettuosi. Un convegno non nasce dal nulla, ma dalla convergenza di forze e di molteplici fattori. Grazie al Magnifico Rettore per averci onorato con il suo saluto, che rappresenta per noi il miglior auspicio in apertura dei lavori. Grazie a lui e all’Amministrazione tutta dell’Università di Bari per averci ospitato nelle tre sedi eleganti e prestigiose in cui il convegno avrà luogo: l’Aula Magna oggi, il Salone degli Affreschi domani, il rinnovato Centro Polifunzionale venerdì mattina. Grazie di cuore a Marie Thérèse Jacquet, che non solo ha portato a questo nostro convegno – in veste di Direttrice – la partecipazione istituzionale e scientifica del Dipartimento di Lettere, Lingue e Arti, ma anche ha dimostrato dal vivo, nei confronti delle linee di ricerca che verranno tracciate nel corso di queste giornate, una sensibilità e una vicinanza culturale per noi davvero preziosa. Vicinanza che, mi permetto di aggiungere con una nota personale, ho avuto il piacere di percepire in tutti i mesi trascorsi, via via che il convegno prendeva forma. Il ringraziamento più vivo, il più importante, va a tutti i relatori che hanno accettato di contribuire all’iniziativa. Si potrebbe dire che queste giornate, senza di loro, sarebbero un corpo privo di sangue. La mia riconoscenza è rivolta in particolare a chi si è sobbarcato il disagio del viaggio per essere qui e ci gratifica e ci onora oggi con la sua presenza. Ma ugualmente desidero abbracciare gli amici e i colleghi di sedi vicine o della nostra stessa sede universitaria, il cui impegno e rigore professionale più di ogni altra cosa sarà a fondamento dell’iniziativa. E voglio in particolare ringraziare l’amico Pasquale Guaragnella per l’aiuto, prezioso e cordiale. Grazie altresì, mi sia permesso dirlo, al Comitato scientifico, che ha condiviso con me nel tempo la preparazione del programma: un grazie, in questo caso, a distanza, dal momento che i colleghi Guido Baldassarri, impegnato proprio in queste ore in faticose riunioni del CUN, e Sabrina Ferrara e Vincenzo Fera, entrambi assenti per la quasi contemporaneità di altre iniziative scientifiche, non si sono potuti trovare qui oggi. Da tutti e tre mi giunge la preghiera, di cui volentieri mi faccio latore, di trasmettere a ciascuno dei presenti gli auguri più sinceri di buon lavoro. So con quanta attenzione i componenti del Comitato hanno seguito nei mesi l’allestimento del convegno. Vincenzo Fera, in particolare, è anche il coordinatore nazionale del PRIN da cui il nostro convegno scaturisce: ma su questo punto torneremo tra pochissimo.


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Davide Canfora

Aggiungo qui anche il dispiacere personale – non attenuato dalla piena comprensione per le circostanze e per le sovrapposizioni verificatesi – dovuto all’assenza di alcuni relatori, il cui nome era previsto dal programma: mi limito qui a ricordare Frank La Brasca, decano del Centro di Studi sul Rinascimento di Tours, che avremmo dovuto ascoltare stamattina ed è stato costretto ahimè a rinunciare al viaggio per ragioni di salute. Altre eventuali assenze saranno via via segnalate dai presidenti delle sessioni, che a loro volta ringrazio per la presenza e per il sostegno a questa iniziativa. L’ordine dei ringraziamenti potrà sembrare dettato da regole di galateo istituzionale. Non so se sono stato capace di dare corso a queste regole. Sta di fatto che un’altra regola, molto più semplice, di matrice evangelica, “gli ultimi saranno i primi”, mi porta a ringraziare ora – oltre che naturalmente tutto il pubblico, che ha avuto e avrà la bontà di venirci ad ascoltare in questi giorni – soprattutto il Comitato organizzativo: nelle persone di Maria Luisa Larosa, il nostro infaticabile e inossidabile segretario amministrativo; di Tiziana Navarra; di Antonella Lampignano, che ha saputo con la sua precisione taciturna e scrupolosa correggere sempre il tiro quando necessario; e di Angela Mattia, con la sua ineguagliabile capacità di coniugare mitezza e impeccabile professionalità. Infine, una parola per la laboriosità di Elisa Tinelli, che non si è sottratta alla fatica di aiutarmi a risolvere questioni pratiche e concrete, ma non ha per questo rinunciato all’impegno di preparare una relazione, che sarà presentata in questi giorni. Esaurite le premesse, che non erano di circostanza, alcune brevi parole sul significato del convegno. Esso ha un’origine facilmente individuabile, di cui andiamo – mi permetto qui di parlare a nome di tutti i componenti dell’unità barese del PRIN 2010-2011, dedicato appunto alla fortuna di Petrarca – di cui, dicevo, andiamo senz’altro orgogliosi. Mentre il triennio della ricerca si avvia alla conclusione, il gruppo di lavoro – in presenza anche di colleghi provenienti dai gruppi di lavoro a noi congiunti a livello nazionale nell’ambito dello stesso PRIN – espone i primi risultati delle proprie fatiche. Da questo punto di vista è ancora più vivo il rammarico per la forzata assenza di Vincenzo Fera, che del PRIN è non solo il coordinatore nazionale, come prima ricordavamo, ma soprattutto l’ispiratore raffinatissimo. Al contrario, siamo particolarmente lieti della presenza – che ha valore per noi non solo di incoraggiamento simbolico, ma si concretizzerà nel vivo di una relazione – dello studioso che è il padre degli studi petrarcheschi baresi e che si può annoverare in assoluto tra i principali esperti di Petrarca: Francesco Tateo. Il convegno, ci tengo a dirlo, è stato però pensato con un’idea di massima “apertura”, che travalica i confini del progetto iniziale. Dunque, non con l’intento – che sarebbe stato assolutamente legittimo e scientificamente rigoroso – di guardarsi allo specchio per capire cosa si fosse riuscito a fare negli anni. Quella del guardarsi allo specchio è in realtà una metafora complessa e ardua in letteratura: nella vita pratica, invece, guardarsi allo specchio comporta a volte il rischio di ritrovarsi solo un po’ invecchiati. Si è allora cercato di coinvolgere all’interno delle linee di ricerca segnate dal PRIN – e in particolare dall’unità di ricerca che in questa università ha sede – colleghi illustri estranei al progetto in senso stretto, ma non per questo meno esperti. E si è voluto attribuire alla categoria di fortuna dell’autore studiato, Petrarca, un raggio (geograficamente e cronologicamente) il più ampio possibile. Si parlerà – dunque – della fortuna di Petrarca già nei suoi tempi: la sezione in cui si toccherà questo tema è resa riconoscibile sul programma – lo avrete notato – da una bre-


Premessa

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ve citazione tratta dall’epistola posteritati. Quindi la fortuna di Petrarca nell’età, l’Umanesimo, che più di altre riconobbe in lui un autentico maestro di studi: a questo allude la citazione dai Dialogi ad Petrum Paulum Histrum di Leonardo Bruni, che appunto annuncia sul programma il capitolo di argomento quattrocentesco. La fortuna – inoltre – di Petrarca nel trionfo della letteratura volgare, accompagnata da alcune celebri parole di Bembo tratte dalle Prose della volgar lingua. Infine, la persistenza spesso sorprendente delle parole e delle riflessioni petrarchesche fino ai giorni nostri, sigillata sul programma da una riflessione di Foscolo sulla “modernità” del nostro autore. Petrarca, lo sappiamo, non è stato solo il poeta di Laura, cioè il letterato che ha dato un indirizzo imperituro alla lirica nei secoli. Egli è stato molto altro. Per esempio, un colto pensatore politico. Pesa su di lui a volte – e tuttavia recenti studi hanno smentito questo luogo comune: penso agli scritti di Giacomo Ferraù – l’idea che il pensiero politico petrarchesco, e in genere degli umanisti, fosse viziato da cortigianeria ed ingenuità. Basterebbe, per scardinare questo antico schema, ricordare che un testo tra i più avanzati del cosiddetto realismo politico, il Principe di Machiavelli, si conclude con la citazione di alcuni versi della canzone Italia mia. E anche l’idea di “modernità” che usualmente associamo al nome di Petrarca – malgrado alcuni interventi raffinati e mirati, che hanno da ultimo sottolineato gli innegabili aspetti “antimoderni” del nostro autore – non può non farci pensare al suo ruolo di precursore in campo filologico e linguistico, oltre che poetico. E sarebbe qui superfluo insistere sul ruolo fondamentale di pioniere nella ripresa umanistica del dialogo, che Petrarca ha oggettivamente avuto sul confine tra età di mezzo ed età moderna: il dialogo, non si deve dimenticare, è un genere per sua natura “scandaloso”, in ragione della sua impostazione dilemmatica. Non a caso sarà un dialogo, quello sui massimi sistemi del mondo, a suscitare l’ostilità dell’Inquisizione romana di fronte all’avanzare delle grandi scoperte scientifiche. Il dialogo – accade anche tra singoli individui – mette in crisi i giudizi prestabiliti, accresce la conoscenza, conduce su posizioni nuove, rende semmai più visibile e non allontana affatto dalla verità. Mi permetto ora, mentre mi avvio a concludere e a lasciare il giusto spazio agli ospiti, di richiamare alcune parole scritte pochi anni addietro da Michele Feo, uno dei più autorevoli studiosi dell’opera petrarchesca. Facendo il punto – come si suol dire – sullo stato degli studi petrarcheschi, Feo osservava che ritessere la storia della tradizione delle opere di Petrarca non è solo opera di catalogazione e di critica del testo; paleografia e filologia sono necessarie, ma non sufficienti. Una autentica storia della tradizione deve essere anche storia della ricezione, che è come dire storia degli ambienti e delle società, degli uomini e degli artisti che hanno avuto tra le mani, hanno letto, commentato, illustrato, frainteso, manipolato, vivificato scritti e manoscritti. È come dire scrivere una storia dell’eredità e dell’anima umanistica dell’Europa sub specie Francisci. Mi piace richiamare questa riflessione di Feo e, in particolare, questo riferimento all’Europa. Uno dei grandi lumi dell’Europa moderna, che ha saputo osservare dall’alto i confini delle discipline e delle nazioni, è stato appunto Petrarca: lo testimonia il precoce giudizio sul suo conto espresso da Geoffrey Chaucer, giudizio che sul nostro programma fa da segnalibro, se posso così esprimermi, alla sezione europea del convegno, quella con


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Davide Canfora

cui oggi prenderanno avvio i lavori. Come Petrarca, molti altri, nei secoli: potremmo citare Erasmo, Montaigne, Shakespeare, Cervantes, Voltaire. Ma forse non ha senso elencare nomi. Gli elenchi – come gli inviti ai convegni – sono sempre incompleti. Il riferimento all’Europa presente nelle parole – appena citate – di Michele Feo, non occorre chiarirlo, non è da parte nostra un debito dovuto allo spirito dei tempi (anzi, di questi tempi l’idea d’Europa appare piuttosto appannata). Non c’era nessun europeismo di maniera in quelle parole, che risalgono a pochi anni fa, e non c’è europeismo di maniera nel riprenderle e nel citarle da parte nostra oggi. Quelle parole – ecco ciò che più conta – illuminano la più viva radice comune dell’Europa moderna: l’Europa della cultura umanistica (e anche scientifica), che riuscì comunque a progredire nonostante le guerre, di secolo in secolo più sanguinose, che hanno martoriato il nostro continente; guerre sempre macchiate da pretesti religiosi, oggi più spesso apertamente economici, talvolta ancora combattute con le armi. Petrarca, con la sua autorevolezza e molteplicità di interessi, con la sua forse ingenua ma sincera vocazione per la pace, aprì le porte del nostro mondo, appunto del mondo moderno. Egli guardò con ammirazione all’antico e da questo punto di vista cadde nella debolezza ed ebbe la supponenza, pur conoscendo bene il francese, di presentarsi presso il malconcio re di Francia Giovanni II in veste di ambasciatore per conto dei Visconti parlandogli in latino – l’episodio è noto – e affermando di non conoscere la lingua barbara del suo interlocutore: lingua in cui invece Petrarca era perfettamente in grado di esprimersi. Petrarca poteva permettersi quella supponenza? Certo essa rimane come un’ombra non del tutto gradevole, ancorché veniale, che si allunga sulla sua grande figura di uomo di lettere. Allo stesso modo egli, che pure aveva attinto a piene mani dal patrimonio culturale di area francese (si era adeguatamente “internazionalizzato”, diremmo oggi), insistette con ostinazione nello svilire gli studi parigini e nel considerare invece Cola di Rienzo niente di meno che l’uomo il quale, col suo effimero tentativo di restaurare l’antica repubblica romana tra i ciuffi d’erba e tra le rovine dei luoghi in cui era sorta Roma un millennio prima, avrebbe fatto – scrive Petrarca – tremare l’Europa intera. Queste prese di posizione testimoniano che anche alla più profonda dottrina può capitare di incagliarsi nei pregiudizi e di perdere di vista il senso concreto del presente. Del resto, anche a causa di prese di posizione del genere, la fortuna di Petrarca non fu univoca e costante nei secoli: Erasmo nel Ciceronianus, per esempio, segnalava che tutto il grande entusiasmo degli umanisti italiani del Quattrocento per il magistero petrarchesco non trovava più quasi riscontro nella diffusione dell’opera di questo autore, che ormai – scriveva a inizio Cinquecento l’umanista di Rotterdam – conoscono e leggono in pochi. Una prospettiva, quella erasmiana, alquanto sorprendente e ovviamente parziale, che per esempio non teneva conto della straordinaria fortuna, anche al di fuori dell’area italiana, di Petrarca come modello lirico in volgare: ma una testimonianza comunque non irrilevante. Sta di fatto che l’unità degli studi e delle prospettive e il gusto, appunto, per la modernità, fatta di recupero e al tempo stesso di rinnovamento, di rigore filologico e di varietà linguistica e disciplinare, è esattamente il lascito maggiore di Petrarca: ed è ciò su cui in questi giorni, credo, cercheremo di riflettere e di dialogare. Bari, 20 maggio 2015


Petrarca, l'Italia, l'Europa. Sulla varia fortuna di Petrarca, a cura di Elisa Tinelli