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Tariffa R.O.C.: Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in A. P. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB - FILIALE DI FORLÌ -

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FRANCESCA BELLETTINI

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EDITORIAL

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Dopo dodici anni, Premium si rinnova e regala ai suoi lettori una nuova grafica ancora più elegante e preziosa. Una rivista da collezionare che riunisce le storie delle grandi eccellenze del cuore dell’Italia: Emilia-Romagna, Marche e Umbria. Dedichiamo le prime pagine alle nostre rubriche: parliamo del nuovo stabilimento forlivese dell’azienda Flamigni, incontriamo Norberto Ferretti, fondatore dell’omonimo gruppo, e gli artigiani di stivali Fratelli Fabbri. Entriamo al M.O.D.E., il museo del denim realizzato da Elletti Group, parliamo di economia circolare con l’azienda Caviro e incontriamo Marco Macori e Alessandro Squarzi di Factory Land. Proseguiamo con l’umbra Cmc, azienda leader a livello mondiale nell’industria della cellofanatura, e introduciamo la nuova Agenda Filosofica

2020. Infine, il fisioterapista Fabrizio Borra ci parla dell’importanza della cura del sistema nervoso. Entriamo poi nel cuore della rivista e intervistiamo Francesca Bellettini, top manager di Saint Laurent, e andiamo alla scoperta di Raffaellino del Colle e della mostra curata da Vittorio Sgarbi. Francesco Amadori festeggia cinquant’anni di famiglia e impresa, mentre il fotografo Lorenzo Tugnoli ci parla del fotoreportage che gli è valso il Pulitzer. Dalla Ferrari al Museo dell’auto di Torino, Mariella Mengozzi si racconta. Diamo poi uno sguardo all’interno dell’Accademia dei Cadetti di Modena, ed entriamo nella storica cantina del San Domenico di Imola. Andiamo alla scoperta dei luoghi di Leonardo Da Vinci in Romagna e, infine, entriamo a Villa Antolini di Riccione. DI ANDREA MASOTTI

PEOPLE FRANCESCA BELLETTINI

EVENT LIFESTYLE FASHION

gruppo

in cooperation with

IN MAGAZINE PREMIUM anno XII - n° 1 luglio 2019 Reg. al Tribunale di Forlì il 28/10/2005 n. 43 Edizioni IN MAGAZINE S.R.L. Menabò Group Redazione e amministrazione: Via Napoleone Bonaparte, 50 47122 Forlì - T. 0543.798463 www.inmagazine.it|info@inmagazine.it Stampa: La Pieve Poligrafica, Villa Verucchio (RN) Direttore Responsabile: Andrea Masotti. Redazione centrale: Clarissa Costa, Gianluca Gatta, Beatrice Loddo. Artwork e impaginazione: Francesca Fantini. Cover: Gianluca Rondoni Ufficio commerciale: Michela Asoli, Gianluca Braga, Irena Coso, Laura De Paoli, Alessandro Sanchini, Elvis Venturini. Collaboratori: Mariavittoria Andrini, Lea Baccarini, Marisa Ballabio, Roberta Bezzi, Dolores Carnemolla, Roberta Invidia, Lucia Lombardi, Silvia Manzani, Silvia Palozzi, Barbara Prampolini, Alessandro Rossi, Filippo Venturi. Fotografi: Luigi Angelucci, Andrea Bardi, Alessandro Belussi, Marco Cella, Riccardo Gallini, Michele Lugaresi, Francesca Miccoli, Giorgio Sabatini, Lorenzo Tugnoli, Filippo Venturi, Gianmaria Zanotti. Chiuso per la stampa il 30/07/2019 In ottemperanza a quanto stabilito dal Regolamento UE 2016/679 (GDPR) sulla privacy, se non vuoi più ricevere questa rivista in formato elettronico e/o cartaceo puoi chiedere la cancellazione del tuo nominativo dal nostro database scrivendo a privacy@inmagazine.it

HAPPENING WINE MAKING TECH BOOKS WELLNESS

Flamigni Norberto Ferretti Stivali Fabbri M.O.D.E. Caviro Factory Land Cmc Agenda Filosofica Fabrizio Borra


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CONTENTS

40

78

CULTURE

EXCELLENCE

RAFFAELLINO DEL COLLE

MARIELLA MENGOZZI

74 LANDSCAPE I LUOGHI DI LEONARDO

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52 66

88 TASTE CANTINA DEL SAN DOMENICO

PEOPLE

EXPERIENCE

FRANCESCO AMADORI

PERSPECTIVES LORENZO TUGNOLI

ACCADEMIA DEI CADETTI

ARCHITECTURE LIBERTY ESOTICO


PILLS

EXCELSIOR: VOCAZIONE AL RELAX PESARO | Come cartoline di un tempo, la spiaggia Lido dell’Hotel Excelsior ha toni di bianco e nero con transizioni di grigio o color seppia che si rinnovano nell’azzurro del mare Adriatico. Sotto ampi ombrelloni in stile Novecento, il Lido di Pesaro dichiara la sua vera vocazione nella zona relax, con due vasche idromassaggio e gazebo per il benessere e la bellezza del corpo. Salottini all’ombra di un ristorante raffinato, ma informale, permettono una piacevole conversazione degustando i piatti dello chef Gianni Castellana. Il bar del Lido Excelsior offre il servizio fin sotto gli ombrelloni. Per info 0721 630011 o info@excelsiorpesaro.it. Hotel Excelsior - Lungomare Nazario Sauro 30/34 a Pesaro. www.excelsiorpesaro.it (SC)

TUTTA LA MAGIA DI CHAGALL BOLOGNA | Dal 20 settembre, a Palazzo Albergati, si tiene una mostra dedicata al grande artista russo, naturalizzato francese, Marc Chagall intitolata Chagall. Sogno e Magia. Sono esposti dipinti, disegni, acquerelli e incisioni per circa 160 opere che raccontano, attraverso il filo conduttore della sensibilità poetica e magica, l’originalissimo linguaggio visivo del grande artista russo. L’opera di Chagall è nota al grande pubblico per le immagini sospese fra il mondo reale e quello fiabesco, in una fusione tra figure umane, animali, oggetti e paesaggi. Ma lavorò anche per il teatro e realizzò opere monumentali come le pitture murali per l’Opera di Parigi e per il Metropolitan di New York. Curata da Dolores Duràn Ucar, la mostra, è organizzata e prodotta da Arthemisia.

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PER UN GIARDINO PREZIOSO PESARO | La nostra casa non è più racchiusa tra le mura, ma si allarga e vive in mezzo alla natura: il verde entra all’interno dei nostri spazi abitativi attraverso balconi, terrazzi, giardini e aggiunge valore alla nostra qualità di vita regalandoci benessere. Da oggi AccadueHome è presente a Pesaro anche con la zona outdoor, per dare valore all’abitazione al suo interno, ma anche all’esterno. AccadueHome vive e lavora con i suoi showroom per un concetto integrato di arredo casa nella sua complessità e totalità. L’amore per le cose belle si vede nei brand trattati: Boffi, B&B Italia, Maxalto, Moooi e Moooi Carpets, Flexform, Porro e tanti altri a cui si è recentemente aggiunto lo storico marchio milanese De Padova.


PILLS

PROTAGONISTA DEL 2020, ULISSE FORLÌ | Dopo il successo dell’ultima, grande mostra dedicata all’Ottocento, il 2020 dei Musei San Domenico sarà all’insegna del mito: protagonista, l’ingegno multiforme per eccellenza. Ulisse, l’arte e il mito. Il grande viaggio raccontato da Omero a De Chirico vedrà reperti archeologici, opere d’arte greche, etrusche e romane, medievali, fino ai dipinti rinascimentali, per poi sfilare fino al grande maestro surrealista Giorgio De Chirico. Naturalmente, il cuore della mostra sarà il XXVI° canto dell’Inferno di Dante, e l’incontro del sommo poeta con il re di Itaca. Ma prima di tuffarsi in questo mondo suggestivo, ci sarà tempo per la kermesse fotografica autunnale con Steve McCurry, alla scoperta del mondo variopinto e poetico del cibo.

ALTA FORMAZIONE PER GIORNALISTI CORTINA D’AMPEZZO | Per raccontare il presente servono nuovi strumenti, nuovi linguaggi, nuove skill: Cortina tra le Righe torna dall’11 al 14 settembre nella sala convegni del Museo delle Regole d’Ampezzo, in Corso Italia 69, aprendo una finestra su un mondo dalle possibilità infinite, come i video, i podcast, i tools Google e il racconto in tempo reale dei grandi eventi sportivi, proprio nel momento in cui Cortina si avvicina ai Mondiali del 2021 e alle Olimpiadi del 2026. Ogni giorno, un corso deontologico e un tema portante: Google Day, creare servizi a misura di radio, Web radio e podcast, creare video televisivi per TV e Web TV, giornalismo sportivo nell’era digitale. I giornalisti interessati possono iscriversi direttamente sulla piattaforma nazionale Sigef. Claudia Caliceti, claudia.caliceti@omniarelations.com, M. +39 349 6948840

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SULLA STRADA DEI LIBRI PERUGIA | Umbrialibri sceglie la strada come paradigma e metafora del nostro tempo per l’edizione 2019, per lanciare un messaggio di libertà e di conoscenza, rinviando esplicitamente all’omonimo best-seller di Jack Kerouac, ma anche per sottolineare il luogo dove oggi si misura la nostra vita sociale: la strada dove le popolazioni europee sono tornate a fare sentire la propria voce, dove dimorano gli homeless che popolano le nostre città, dove i migranti vivono il primo impatto con le società che li ospitano. Tra le numerose iniziative da segnalare il workshop di editoria illustrata, in programma dal 4 al 6 ottobre, e i laboratori e seminari di traduzione dal 3 al 5 ottobre. Per informazioni e aggiornamenti: www.umbrialibri.com


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EVENT

FLAMIGNI INAUGURA IL NUOVO STABILIMENTO

DI MARIAVITTORIA ANDRINI

L’AZIENDA FLAMIGNI, SINONIMO DI QUALITÀ MADE IN ITALY IN TUTTO IL MONDO DAL 1930, INAUGURA UN NUOVO STABILIMENTO ALL’AVANGUARDIA CONCENTRANDO TUTTA LA SUA PRODUZIONE NEL FORLIVESE.

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È stato inaugurato giovedì 11 luglio il nuovo stabilimento di Flamigni a Forlì. Una bellissima storia di passione e competenza quella dell’azienda Flamigni. Nata nel 1930 per volontà dei fratelli Armando, Lieto e Aurelio Flamigni, da subito divenne punto di riferimento della pasticceria per l’alta qualità dei suoi prodotti. Ma la svolta si deve a Marco Buli, genero di uno dei fratelli Flamigni che, negli anni Settanta, iniziò la produzione prima del torrone a Forlì e, successivamente, quella del panettone e dei prodotti lievitati

ad Alba in Piemonte. Con il nuovo stabilimento, che copre oltre 12.000 metri quadrati ed è dotato di macchinari e attrezzature all’avanguardia, la famiglia Buli ha concentrato tutta la produzione nel forlivese. Oltre alla grande qualità delle materie prime selezionate con cura in tutto il mondo, i prodotti a marchio Flamigni si contraddistinguono anche per la ricercatezza delle confezioni realizzate completamente a mano. Nei periodi di pieno regime la Flamigni, occupa oltre 150 dipendenti e la produzione dei panettoni può

superare i 9.000 pezzi al giorno. L’azienda Flamigni è oggi guidata, oltre che da Marco Buli, che ricopre un ruolo prevalentemente amministrativo, dai suoi figli Renata, responsabile dei mercati esteri e del packaging e Massimo, responsabile di prodotto, marketing e settore commerciale. Oggi il marchio Flamigni è sinonimo di Made in Italy di qualità in tutto il mondo.

IN ALTO, LO STABILIMENTO FLAMIGNI DI FORLÌ.


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LIFESTYLE IL GRANDE RITORNO DI NORBERTO FERRETTI DI CLARISSA COSTA

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Torna sulla scena uno dei grandi della nautica internazionale: Norberto Ferretti, fondatore dell’omonimo Gruppo, dopo aver ceduto l’impero nel 2012 lancia, insieme a Solaris Yachts, una gamma d’imbarcazioni con il marchio Solaris Power che comprende una nuova serie di lobster che vanno dai 46 agli 88 piedi. Dopo il successo già ottenuto con la lobster boat Solaris Power 55, sarà presentata al Salone di Cannes la nuova Solaris Power 48 Open, “una barca – racconta Ferretti – con charme e uno stile accattivante, un po’ retrò ma comunque moderna, considerato il comfort e la vivibilità elevata, elementi per me fondamentali. Ancora oggi continuo a ripetere che ci sono due modi di fare le barche, for show and for use: da sempre, nella fase di progettazione cerco di non sacrificare mai la funzionalità all’estetica”. Un valore aggiunto, quello della

NORBERTO FERRETTI HA LANCIATO, INSIEME A SOLARIS, UNA NUOVA GAMMA DI LOBSTER BOAT CHE VANNO DAI 46 AGLI 88 PIEDI CON IL MARCHIO SOLARIS POWER. DUE LE PUNTE DI DIAMANTE: LA SOLARIS POWER 55 E LA SOLARIS POWER 48 OPEN.

cura nei dettagli, che da sempre contraddistingue le barche che negli anni sono state realizzate dal Gruppo Ferretti. Con il ruolo di project leader, in questa av-

ventura Ferretti ha potuto contare su due forti alleati: Brunello Acampora, fondatore dello studio Victory Design, e Giuseppe Giuliani, patron di Solaris, con il quale coltiva un rapporto sin dai tempi dell’infanzia, da quando i loro padri erano soci nel settore dei combustibili a Bologna. “Prima di accettare, dopo quasi sette anni di pensionato, chiamiamolo così, ho voluto assicurarmi della professionalità e della passione della squadra con cui avrei dovuto lavorare, e posso dire che sono entusiasta della qualità del prodotto che questo gruppo di lavoro è riuscito a realizzare”. Oggi, a 75 anni, Norberto Ferretti è un uomo con la passione e l’avventura nell’animo. Una vitalità, ci racconta, che lo ha spinto negli ultimi quattro anni a percorrere in bicicletta il Cammino di Santiago di Compostela e a programmare il quinto per il 2020, oltre, naturalmente, a continua-


re a solcare i mari. “Sono sempre stato il costruttore che ha navigato di più. Oggi, però, vivo la barca in maniera diversa da come la vivevo da ragazzo: quando ho cominciato a costruire barche a vela ero solito consegnarla io stesso al cliente direttamente nel porto e quindi, insieme a un amico, navigavo giorni e notti anche per una settimana, a vela o a motore a seconda del vento. Quando poi abbiamo incominciato a produrre barche a motore testavo sempre il prototipo della barca per un anno, e il sabato e la domenica portavo abitualmente i capicantiere in barca per far loro assaporare il mare. Adesso la vivo in maniera diversa: sono in mare per quattro mesi ogni anno, non dormo più a bordo ma vivo comunque sulla barca anche sei, otto ore al giorno. La barca, insomma, l’ho sempre vissuta e continuo a viverla molto”.

IN ALTO, LA NUOVA SOLARIS POWER 48 OPEN. IN BASSO, NORBERTO FERRETTI. 13


FASHION GLI ARTIGIANI PER I CAVALIERI DAL 1924

DI DOLORES CARNEMOLLA

Passione su misura. Quella per gli stivali, creati in maniera artigianale – occorrono, infatti, dalle due alle quattro settimane di lavorazione – dai Fratelli Fabbri. Una storia cominciata nel 1924 che arriva fino ai giorni nostri con Francesco Valentini, titolare della ditta artigiana con sede a Tredozio, che oggi conta una ventina di dipendenti tra operai, impiegati, collaboratori esterni e circa 80 punti vendita sparsi per il mondo. “I fratelli Fabbri – racconta Valentini – aprirono nel 1924 una bottega artigiana nel bolognese, nella quale principalmente si occupavano della realizzazione di calzature su misura, fino a diventare, a partire dagli anni Trenta, fornitori dell’Arma Italiana”. L’aumentata tecnica svi14

luppata in questo settore li porterà poi ad affacciarsi al mondo dell’equitazione, specializzandosi nel confezionamento di stivali e rendendo la Fratelli Fabbri la più antica stivaleria italiana ancora esistente, continuando a creare nuovi modelli e realizzando il primo stivale da equitazione con cerniera posteriore della storia, segnando una nuova era per la costruzione degli stivali. “I nostri stivali sono prodotti completamente a mano con l’utilizzo di materie prime italiane di altissimo livello – prosegue –. Ci occupiamo della scelta dei pellami, del taglio dei modelli, della cucitura e della realizzazione delle suole, il tutto senza nessuna lavorazione esterna, solo il connubio di antiche tradizioni sposate all’innovazione. Inoltre, ogni nostro nuovo prodotto viene prima testato da cavalieri di fiducia, così da poterne valutare comodità, versatilità e usura”. Oltre a importanti cavalieri e amazzoni, ci sono anche alcuni personaggi dello spettacolo tra i clienti di Stivali Fabbri, come ad esempio Caterine Zeta Jones che è apparsa su una rivista americana indossando uno dei modelli. “Siamo stati davvero onorati che abbia scelto i nostri stivali, anche se il nostro prodotto rimane più

NATA COME BOTTEGA ARTIGIANA NEL 1924, STIVALI FABBRI È LA PIÙ ANTICA STIVALERIA ITALIANA ANCORA ESISTENTE. VESTE IMPORTANTI CAVALIERI E AMAZZONI OLTRE A PERSONAGGI DELLO SPETTACOLO E FAMIGLIE REALI.

legato allo sport che alla moda – commenta Valentini –. Abbiamo più volte collaborato con famosi marchi che vengono indossati da personaggi famosi e, non di meno credito, possiamo vantare tra i nostri clienti esponenti delle famiglie reali medio orientali e spagnole”. Nel 2018, Fratelli Fabbri ha inoltre lanciato lo stivale VEG, il primo al mondo interamente prodotto con materiali di origine vegetale, intendendo proseguire su questa strada con l’obiettivo di arrivare a produrre uno stivale a impatto ambientale zero.


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HAPPENING

NASCE M.O.D.E. MUSEUM OF DENIM ELLETI GROUP

DA OGGI IL DENIM HA UN NUOVO TEMPIO: È IL M.O.D.E., MUSEUM OF DENIM ELLETI GROUP, CONTENENTE I CAPI STORICI DELLA RACCOLTA PRIVATA DELL’AZIENDA.

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DI BEATRICE LODDO

M.O.D.E., uno spazio dedicato all’esposizione delle preziose testimonianze raccolte da Elleti Group, azienda veronese specializzata in servizi di lavanderia e garment-making per il mondo del jeans, realizzato con il contributo dell’archivio storico della Martelli Lavorazioni Tessili, azienda che Elleti ha acquisito nel 2016. Accanto a esso c’è Stadium, l’impressionante archivio dei capi prodotti dal Gruppo. Insieme costituiscono un punto di riferi-

mento per l’industria, in cui ammirare e studiare risorse uniche nel loro genere, tracce dell’evoluzione della ricerca e della creatività applicata al jeans. Uno straordinario patrimonio blu che ha richiamato all’evento d’eccezione nello storico quartier generale di San Bonifacio player di spicco dell’industria, brand di fama internazionale, autorità e stakeholder del territorio, per un confronto sulla centenaria evoluzione del denim e sulle sfide


del mondo del fashion, come la sostenibilità e tracciabilità del prodotto e dei processi produttivi a tutela di ambiente e consumatore. All’interno del progetto di comunicazione, curato da Menabò Group, c’è anche il catalogo che raccoglie le informazioni sul prezioso capitale custodito nel M.O.D.E.: 106 capi, databili tra la seconda metà dell’Ottocento e gli anni Settanta, alcuni eccezionalmente rari e così ben conservati da poter esser indossati ancora oggi. Vere icone di stile, in grado di ispirare brand e designer, la cui selezione è stata affidata a Stefano Aldighieri, presidente di Another design studio. Tra le grandi firme spiccano i Big Three: Levi Strauss & Co., Lee e Wrangler; accanto, altri brand come Stronghold, Big Mac, Boss Of The Road, Gold Medal e numerosi altri. All’interno di Stadium, su 7 ordini di gradinate, circa 15.000 capi, realizzati dagli anni Ottanta a oggi da Elleti Group, per una panoramica degli sviluppi stilistici resi possibili dalla tecnologia nelle lavorazioni e nella confezione: “Il mio augurio, per questo pro-

getto, è che possa diventare un luogo a cui guardare per trovare ispirazione, per creare qualcosa che non sia solamente bello ma che alzi l’asticella dell’innovazione tecnologica, prestando sempre maggiore attenzione alla tutela del pianeta” ha dichiarato Luigi Lovato, Fondatore di Elleti Group. “Questa è l’eredità che vogliamo lasciare alle future ge-

nerazioni del settore della moda: solo sapendo da dove si arriva si può capire in che direzione muoversi per un futuro migliore”.

IN BASSO, A SINISTRA, UNA FOTO DELL’EVENTO DI INAUGURAZIONE, CON LUIGI LOVATO. IN QUESTA PAGINA, LA SALA INTERNA DEL MUSEO.

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WINE ECONOMIA CIRCOLARE: CAVIRO INVESTE SULLA SOSTENIBILITÀ DI SILVIA MANZANI

RECUPERARE TUTTO: DALL’ALCOL ALL’ENERGIA, DAL COMPOST BIOLOGICO ALL’ACIDO TARTARICO, DAI POLIFENOLI PER L’INDUSTRIA FARMACEUTICA E COSMETICA AL BIOGAS.

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Rilanciare il vino romagnolo, puntando in particolare ai mercati esteri, sulla sostenibilità e sull’economia circolare del prodotto, con 100 milioni di euro investiti negli ultimi sei anni: queste le priorità per Carlo Dalmonte, presidente di Caviro, il consorzio cooperativo vitivinicolo più grande d’Italia nato nel 1966 a Faenza, che ha chiuso il 2018 con un fatturato di 338 milioni di euro. Sono due, in particolare, i progetti in cui Caviro è molto impegnata al momento: il primo è Leonardo, un nuovo marchio che vuole valorizzare la qualità del vino italiano nel mondo legandolo alla figura di Leonardo Da Vinci; a maggio, poi, nello stabilimento faentino è stato inaugurato l’impianto di biometano che, secondo Dalmonte, conferma la sensibilità di Caviro rispetto ai temi ambientali e della sostenibilità. “Gli scarti sono per noi una risorsa e sono diventati in questi anni il nostro cavallo di battaglia. I no-

stri nonni avevano già capito che del grappolo d’uva non si butta via niente e quell’insegnamento coincide con quella che oggi chiamiamo economia circolare”. “Si tratta di un tema moderno, che in realtà Caviro affronta da cinquant’anni – spiega il Direttore Generale SimonPietro Felice (nella foto) –. Un’azienda come la nostra è molto attenta ai problemi del territorio, e ciò che ci ha spinto e guidato nel riutilizzare gli scarti per produrre nuovo valore e ridare fiato all’economia circolare è stata sì la sostenibilità ambientale, ma anche un fattore economico: gli scarti, infatti,

possono essere veramente un valore aggiunto alla produzione. Bisogna però impegnarsi e fare uno sforzo mentale, onde evitare la trappola di trattarli semplicemente come rifiuti”. Ciò che viene recuperato, quindi, va dall’alcol all’energia, dal compost biologico che torna al vigneto dal quale tutto è partito all’acido tartarico, dai polifenoli per l’industria farmaceutica e cosmetica al biogas che diventa, poi, biometano. “Si tratta di un vero e proprio investimento che ad ogni passaggio crea ricchezza nell’intero sistema”, conclude SimonPietro Felice.


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MAKING

UN DEFENDER SU MISURA

DI LUCIA LOMBARDI

PH GIANMARIA ZANOTTI

DA DUE AMICI CON UNA GRANDE PASSIONE COMUNE NASCE FACTORY LAND, PER OFFRIRE UN VOLTO NUOVO A UN MUST DELL’OFF ROAD DI TUTTI I TEMPI.

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Un progetto che guarda lontano per trasformare, senza snaturarlo, il Defender Land Rover, grazie al gusto italiano e all’imprenditorialità 3.0, qualità che i romagnoli Marco Macori e Alessandro Squarzi hanno insite nel loro DNA. L’avventura dei due imprenditori prende forma in concomitanza dei 70 anni del Defender, dopo aver corso per anni entrambi con auto notevoli e aver preparato la personale Defender di Macori. Uno sfizio

di pochi il loro, che si incanala sul filone dei grandi preparatori di vetture iconiche: un modo per poter riporre le loro skills in qualcosa che sia altro ma al contempo affine alle loro attività principali, in ambito edile, Macori, e del fashion system, Squarzi. Per realizzare un restyling perfetto secondo criteri severi e precisi ci vogliono da un minimo di sei mesi a un massimo di 12. Le vetture seguono un vero e proprio concetto di taylor made, cucite

su misura alle esigenze dell’acquirente, consigliato e seguito in tutto e per tutto dal team di Factory Land, senza perdere la vera essenza del Defender, esaltandone al meglio le caratteristiche intrinseche. Mai dimenticare che stiamo parlando di una vettura omologata 9 posti adatta a famiglie allargate di amici e parenti. Un mezzo no time, che non avverte il trascorrere del tempo e delle mode, che rappresenta l’idea stessa del


A LATO, DA SINISTRA, ALESSANDRO SQUARZI E MARCO MACORI.

viaggio e dell’avventura su quattro ruote. Factory Land si occupa del restyling dei modelli 88, 109, 90, 110 e 130, icone dell’immaginario automobilistico, con l’obiettivo di trovare quello più affine alle esigenze al cliente. La Brexit gioca a loro favore, tanto che ha permesso loro di scovare nel Regno Unito ben 20 interessanti Land Rover e stivarle qui in Italia, pronte per essere lavorate da artigiani romagnoli e prepararle per nuove avventure. Dopo essere stata acquistata, l’auto viene posta in stoccaggio a secco in attesa del raffinato procedimento di restauro. Successivamente la Land Rover viene trattata in tutte le sue parti, dal telaio alle componenti elettriche, dai circuiti idraulici alle sospensioni, agli assali, agli scarichi, agli alberi, alla trasmissione, allo sterzo, ai freni, sino alla verniciatura e agli interni, assicurando una finitura impeccabile come fosse appena uscita dalla fabbrica. Tendenzialmente Marco e Alessandro consigliano di mantenere il colore originale della carrozzeria per lasciare le regine dell’off road il più vere possibile, mentre per gli interni si suggeriscono gli abbinamenti più audaci e preziosi; il Defender viene interamente smontato e controllato in ogni suo pezzo, le parti eventualmente danneggiate sono abilmente sostituite con nuovi elementi

di ottime condizioni. La carrozzeria viene totalmente sabbiata, zincata e riverniciata, le parti in ferro normalmente vengono sostituite con elementi nuovi. Il telaio e il Bulkhead, paratia, sono ampiamente sottoposti a opportuni controlli e risanamenti, là dove necessario con lamieraggi, con trattamenti anticorrosione e riverniciati di tutto punto. Il motore viene lavato accuratamente, smontato e revisionato in ogni sua parte e successivamente minuziosamente assemblato, riportandolo in questa maniera a nuova vita. Per quanto riguarda l’impianto elettrico e la strumentazione non si lesina: vengono totalmente sostituiti. Gli interni sono realizzati su misura,

ogni modello, infatti, risulta altamente personalizzato, tendenzialmente non esistono modelli uguali tra loro, sono dei veri e propri unicum, le imbottiture e i rivestimenti sono in pura pelle, così come il bubbybox, il pannello frontale, il parasole, il cruscotto e il volante. I due amici hanno esposizioni di modelli in alcune località dello charme vacanziero come Porto Cervo e Saint Tropez, o in città che conoscono la joie de vivre come Bologna e Milano. Miami è il prossimo obiettivo dei due imprenditori, dove presto sbarcheranno dei modelli adatti anche a un mercato come quello americano, dove il sogno guida sempre sulla strada giusta. 21


TECH

DAL CUORE DELL’UMBRIA, LA SFIDA DEL PACKAGING ON DEMAND DI SILVIA PALOZZI

NATA COME PRODUTTRICE DI MACCHINE PER IL PACKAGING, ORA CMC È UN’AZIENDA LEADER A LIVELLO MONDIALE NELL’INDUSTRIA DELLA CELLOFANATURA E DELL’IMBUSTAMENTO.

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C’è un rigoroso accordo di riservatezza e non ci sono commenti ufficiali, eppure la notizia ha comunque fatto il giro del mondo: è un’azienda umbra a fornire ad Amazon i macchinari utilizzati per impacchettare le merci vendute online in tutto il mondo. Si tratta della Cmc di Città di Castello che, guidata dal presidente Giuseppe Ponti, nell’arco di qualche decennio è diventata una realtà fiorente che si ispira ai clienti e crede nell’innovazione come chiave per lo sviluppo. Cmc ha aperto nel 1980. Qual è il segreto per rimanere a galla in un’economia sempre più globalizzata e concorrenziale? “Da oltre 40 anni facciamo innovazione e portiamo soluzioni per migliorare i processi produttivi, ridurre i costi e garantire la sicu-

rezza dei dati. Siamo da sempre attenti allo sviluppo e ai cambiamenti di mercato. Infatti quando, con l’avvento di Internet, il mercato del mailing ha subito un forte calo, abbiamo lanciato la prima macchina di packaging on demand per l’e-commerce: la Cmc CartonWrap ha cambiato il modo di confezionare gli ordini, creando una scatola su misura intorno al prodotto”. Partiti da Città di Castello siete diventati un’impresa internazionale che porta vanto e prestigio all’Umbria. “Cmc è presente in oltre 30 Paesi e conta anche su una rete capillare di distributori a livello mondiale. Abbiamo delle operations dirette in Inghilterra, America e Benelux. Sebbene oltre il 90% del nostro fatturato sia

all’estero, da sempre portiamo l’Umbria nel cuore, tanto che il nostro evento fulcro dell’anno, l’Innovation Day, si tiene nella sede di Città di Castello. Ogni anno portiamo oltre 200 leader nella nostra città”. Progetti per il futuro? “Quest’anno abbiamo lanciato la divisione Cmc Logistics, che segna il passaggio da azienda fornitrice di macchine a organizzazione sviluppatrice di sistemi d’automazione industriale: magazzini, sistemi di picking, imballo e sorting. Nel 2020 lanceremo una nuova macchina, però non possiamo ancora parlarne.” In Umbria e in generale nel nostro Paese, cosa si può fare per agevolare voi imprenditori e dare quella spinta che manca alla nostra economia? “Da imprenditore, credo innanzitutto che occorra dare la possibilità ai giovani di lanciarsi nel mondo del lavoro. Sono la grande risorsa del nostro Paese. Spesso burocrazia e pressione fiscale impediscono di integrare giovani talenti nelle nostre società e in molti si trovano costretti a lasciare l’Italia. Per quanto riguarda l’Umbria e l’Alta Valle del Tevere, ci sarebbe bisogno di un potenziamento logistico, con strutture e infrastrutture capaci di accogliere il flusso di clienti e partner che, ogni giorno, si muovono in un mercato sempre più globalizzato”.


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È ANCORA ESTATE MA C’È GIÀ QUALCUNO CHE PENSA AL 2020 E SI CHIEDE COME SARÀ LA SUA PROSSIMA AGENDA. SARÀ FILOSOFICA, NATURALMENTE!

IN ALTO, LA T-SHIRT DEDICATA AL TEMA “MUTAMENTI”. A DESTRA, L’AGENDA FILOSOFICA 2020. 24

Edizioni IN Magazine e l’associazione culturale “L’Agenda Filosofica” sono insieme per il secondo anno di seguito per presentare lo strumento di pianificazione per antonomasia, declinato in tema filosofico, per lasciarsi accompagnare e ispirare, settimana dopo settimana, dalle citazioni di grandi pensatori. Il 2020 è dedicato a un tema che tutti noi sperimentiamo: il mutamento. Da Eraclito a Henri-Louis Bergson e oltre, il planner settimanale è preceduto dalla preziosa introduzione di Massimo Donà – docente di teoretica alla facoltà di Filosofia del San Raffaele di Milano e coordinatore scientifico dell’associazione – e intervallato da 12 saggi redatti da autori che insegnano e studiano la filosofia, per la cura di Alberto Donati, Presidente dell’associazione, e Costantino Rossi, socio fondatore. All’interno dell’agenda si trova anche una pratica cronologia filosofica, per individuare nel tempo i propri filosofi preferiti, e magari scoprirne di nuovi. La filosofia non è sinonimo di vacuità e perdita di tempo, ma di attenzione e profondità di

pensiero: come dichiara il nome stesso dell’associazione, la filosofia è un’agenda, cioè una cosa da fare subito: “Perché la filosofia insegna e allena a pensare, per questo rappresenta l’antidoto per smascherare tutte le certezze e i dogmi inadeguati per avanzare, per trovare nuovi futuri.” Perché, come continua la mission dell’associazione, “La filosofia ci mostra la strada di come si può essere coraggiosi, o oltraggiosi, in un mondo di forti costrizioni e opachi condizionamenti”. Un impegno che l’associazione porta avanti anche con la rassegna

estiva Filosofia sotto le stelle, giunta alla 15° edizione, e dedicata anch’essa quest’anno ai mutamenti. L’Agenda Filosofica 2020, dunque, non è solo un planner settimanale, ma anche un’agenda unica che, da strumento utile per segnare e circoscrivere il tempo, si trasforma in uno spazio mentale, sempre a portata di mano, per meditare e comprendere meglio il mutamento che lo scorrere del tempo inesorabilmente genera, tramite le parole e la poetica di filosofi, alcuni celebri, altri meno e forse, per questo, di maggiore interesse per il lettore.


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tivo il ramo simpatico, che predispone l’essere umano all’azione, mentre dalla sera all’alba prevale il parasimpatico, che controlla le funzioni viscerali, come la digestione e la risposta del sistema immunitario. Per centinaia di migliaia di anni l’uomo ha seguito questi ritmi, alzandosi all’alba e andando a dormire al calar del sole, assecondando quindi le sue funzioni neurovegetative”. Ma nell’ultimo secolo i ritmi lavorativi e le abitudini sociali hanno profondamente modificato il modo di vivere di molte

PH MICHELE LUGARESI

Recenti ricerche hanno dimostrato l’importanza dei collegamenti tra il sistema nervoso autonomo e gli altri apparati del corpo umano. Il sistema nervoso autonomo, infatti, può essere paragonato a una centralina elettronica che governa la risposta del motore – il corpo –, permettendogli di far fronte alle diverse richieste della vita quotidiana: dal salire le scale al digerire un pasto, dal riposare al difendersi dalle infezioni. Abbiamo chiesto a Fabrizio Borra, fisioterapista di sportivi e artisti del calibro di Alonso e Jovanotti e titolare del Fisiology Center di Forlì, realtà per la riabilitazione sempre più nota anche a livello nazionale, di dirci qualcosa di più sul rapporto fra questa centralina e la nostra qualità di vita, per assicurarci di ottenere sempre performance all’altezza in ogni ambito della nostra vita. Il sistema nervoso come centralina elettronica: qual è la conseguenza di questa immagine? “Il corpo è una macchina controllata da una centralina elettronica: se si stara tutto il resto ne risente. Tutto passa da questo sofisticato sistema di controllo, che ci permette di essere efficienti e di mantenerci in salute. Senza un sistema nervoso in equilibrio è impossibile pensare di ottenere un ottimale stato di salute psicofisica”. Come è calibrato dunque questo sistema? “Il sistema lavora in maniera circadiana, segue cioè dei ritmi collegati al ciclo giorno-notte. Durante le ore diurne è più at-

DI LEA BACCARINI

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e comparsa di sintomi vaghi: sensazione di stanchezza ingiustificata, difficoltà di concentrazione, alterazioni dell’appetito, sensi di colpa ingiustificati… Un organismo poco efficiente diventa debole e si può ammalare facilmente. Per esempio, un atleta che ha un sistema troppo attivo avrà un enorme dispendio di energia, con eccessiva produzione di cortisolo – il cosiddetto ormone dello stress – e situazioni negative

PH MICHELE LUGARESI

persone… “Lavorare sino a tardi, l’uso di forti sorgenti luminose come gli smartphone prima di andare a dormire, cenare abbondantemente e tardi sono abitudini che contrastano con il corretto funzionamento del sistema nervoso autonomo alterandone i ritmi, starando insomma la centralina”. Quali sono le conseguenze? “Questa centralina governa a cascata il rilascio di ormoni, tra cui quelli digestivi e la risposta immunitaria. Una sua alterazione provoca quindi una catena di modificazioni metaboliche che si traducono anche in stati di infiammazione di basso grado, cambiamenti della struttura fisica come aumento di massa grassa o diminuzione di massa muscolare

“LAVORARE SINO A TARDI, L’USO DI FORTI SORGENTI LUMINOSE PRIMA DI ANDARE A DORMIRE, SONO ABITUDINI CHE CONTRASTANO CON IL CORRETTO FUNZIONAMENTO DEL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO”.

per la performance, nonostante un’attenta gestione degli allenamenti, mentre un paziente, dopo un trauma, se a livello del sistema nervoso fosse spento, avrà difficoltà nel recupero nonostante una buon programma riabilitativo”. Ma come possiamo capire se la nostra centralina è a posto? “Semplicemente con un test che dura pochi minuti e che misura a riposo la frequenza cardiaca. Infatti, il ritmo del cuore, pur sembrando costante, almeno in un soggetto sano, presenta a riposo delle inavvertibili variazioni della frequenza. Misurare con precisione queste variazioni permette di capire se l’attività del sistema simpatico e di quello vagale è nei range ottimali o no, se è sufficientemente potente da adattare velocemente le risposte dell’organismo alle situazioni esterne e se è in equilibrio nel ritmo giorno-notte. Nel caso in cui non lo fosse, si possono modificare gli stimoli esterni che lo influenzano: il sonno, la respirazione, l’esercizio fisico, l’alimentazione. Si tratta di ricollegare i punti di un percorso che per una serie di ragioni è stato modificato, rimettendo a posto la centralina, tarandola cioè in modo che a sua volta controlli correttamente organi e apparati”.

NELLA PAGINA PRECEDENTE, FABRIZIO BORRA E LORENZO JOVANOTTI DURANTE UNA PAUSA DEL BEACH TOUR 2019. A LATO, JOVANOTTI E BORRA CON SUOI FIGLI, ENTRAMBI COINVOLTI NELL’ATTIVITÀ DI FAMIGLIA. 28


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PEOPLE

FRANCESCA BELLETTINI

LA TOP MANAGER SIMBOLO DELLA MODA PARIGINA

DI ROBERTA INVIDIA

A Cesena ha acquistato una casa e ci torna tutte le volte che può per stare con la famiglia e gli amici. È il suo rifugio e il suo luogo del cuore, anche ora che la Francia l’ha inserita a pieno titolo tra i suoi cittadini migliori e la moda ne ha fatto il modello a cui guardare dopo gli strepitosi risultati ottenuti. L’ultimo riconoscimento è stato la nomina a presidente della Chambre Syndacale de la Mode Féminine, l’ente che regola i calendari ufficiali delle sfilate della moda femminile parigine. Ma prima ancora era stata insignita della Legione d’Onore, l’onorificenza più alta della Repubblica Francese, ricevuta dalle mani del sindaco di Parigi Anne Hidalgo, che

FOTO MARCO CELLA

l’ha definita il simbolo delle donne parigine, è una donna eccezionale e di grande carattere, con una grande sensibilità e una grande competenza. È Francesca Bellettini, cesenate, classe 1970, che miete un successo dietro l’altro con il sorriso e l’ottimismo che lei stessa attribuisce al suo sangue romagnolo. Dopo il liceo, la laurea nel 1994, in Economia aziendale alla Bocconi (che nel 2018 l’ha eletta Bocconiana dell’anno), e gli esordi nel mondo bancario, Francesca è approdata in Kering, il gruppo mondiale del lusso, guidando i settori della comunicazione e merchandising globali di griffe come Gucci e Bottega Veneta. Ruoli

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FRANCESCA BELLETTINI, DI ORIGINE CESENATE, DAL 2013 È PRESIDENTE E AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA STORICA MAISON DI MODA SAINT LAURENT, RILANCIANDO IL MARCHIO CON FRESCHEZZA E ANTICONFORMISMO.

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PEOPLE

in cui ha subito dimostrato di avere stoffa, tanto che François-Henri Pinault, patron di Kering, l’ha voluta alla guida di Yves Saint Laurent convinto che un talento come il suo potesse fare la differenza nel settore. Settore che infatti Francesca Bellettini ha conquistato a suon di numeri e fette di mercato, ma anche di grande apertura verso tutto ciò che “fa bene alla creatività”. Di se stessa Francesca dice spesso: “Non mi sento una creativa, ma ammiro chi lo è e faccio di tutto perché possa esprimersi al meglio”. E questa sua filosofia che esprime in ogni cosa che fa è stata la formula vincente per il rilancio di Yves Saint Laurent, oggi solo Saint Laurent, la storica maison di moda fondata a Parigi nel 1966. Nel suo ruolo di presidente e amministratore delegato, che riveste dal 2013, ha immaginato e confezionato un ritorno alla freschezza e all’anticonformismo del marchio, all’essenza delle origini, sancendo il suo ritorno in auge con un salto dai 500 milioni di euro di fatturato del pre-Bellettini a oltre 1,7 miliardi di euro del 2018. Un risultato sorprendente che ha acceso i riflettori su Francesca catapultandola al centro della scena della moda francese, e non solo, come forse nemmeno lei avrebbe immaginato quando è stata scelta per il ruolo, nonostante non fosse mai stata AD e non parlasse francese. “La top manager che fa parlare italiano la Rive gauche”, hanno detto di lei i giornali sottolineando però anche la sua capacità di interpretare al meglio il ruolo di una maison così iconica e importante per i francesi. Oggi Francesca, stile raffinato e volto acqua e sapone, è di fatto una delle donne più influenti della moda e, nonostante tutto, mantiene inalterato anche il suo rapporto con Cesena dove nel 2017 ha ricevuto il premio Fidapa per il suo talento nel mondo manageriale al femminile. Come ogni romagnolo che si rispetti tra le sue passioni spicca anche quella per i motori e per la buona cucina. Cosa porta con sé del suo essere romagnola, anche oggi che è ai massimi livelli? “Le origini non si dimenticano mai e di certo mi hanno resa la persona che sono oggi. In particolare l’ottimismo, l’amore per il bello e le cose genuine sono qualità che collego al mio essere romagnola”. Un ricordo che la lega a Cesena? “Uno solo sarebbe riduttivo, meglio dire tutti i ricordi che ho della mia giovinezza, trascorsi in grande serenità grazie alla mia famiglia, che mi ha sempre supportato, e agli amici”. 35


PH SASKIA LAWAKS

PEOPLE

IN QUESTE PAGINE, FRANCESCA BELLETTINI A PARIGI. IN ALTO, CON ANTHONY VACCARELLO, DIRETTORE CREATIVO DI SAINT LAURENT, E FRANÇOIS-HENRI PINAULT, PRESIDENTE E AD DI KERING. NELLA PAGINA SEGUENTE, LA SEDE DI SAINT LAURENT. 36

Torna mai in Romagna? Cosa apprezza quando torna? “Torno in Romagna appena posso. Ho acquistato una casa a Cesena che considero un rifugio prezioso e in cui trascorro momenti, purtroppo troppo brevi ma bellissimi, insieme alla famiglia e agli amici. Della Romagna apprezzo le cose di sempre: l’ottimismo, il calore delle persone, e anche, moltissimo, la cucina”. Come nasce la sua passione per la Formula1? “Sono praticamente nata tifando Ferrari! Non ricordo un momento preciso in cui mi sono appassionata a questo sport perché lo sono sempre stata, come tutta la mia famiglia. Il mio primo gatto, ricevuto in dono a tre anni, si chiamava Niki in onore di Niki Lauda”. Alla guida di Saint Laurent ha spinto sull’ac-

celeratore con testa e cuore: quali sono i suoi punti di riferimento? A chi si ispira? “Sicuramente un solido punto di riferimento è François-Henri Pinault, i valori che ha consolidato all’interno del gruppo Kering sono assolutamente in linea con ciò in cui credo. Sono gli stessi che la mia famiglia mi ha trasmesso e che sento miei”. Ha lavorato con tanti stilisti, da Miuccia Prada a Helmut Lang a Tom Ford. Che spazio ha la creatività nella sua vita? E nella sua professione? “Non mi ritengo una creativa ma sono innamorata della creatività e rispetto tantissimo chi ha questo dono. Cerco quindi di fare di tutto affinché sia supportato”. Qual è la stata l’intuizione che più l’ha guidata nel rivoluzionare il marchio? “La libertà di espressione e conseguentemente




 





 



 

 















 









  

 

   

 



 



 



 





 

 



 



   



 

 





 





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OGGI FRANCESCA, STILE RAFFINATO E VOLTO ACQUA E SAPONE, È UNA DELLE DONNE PIÙ INFLUENTI DELLA MODA. NONOSTANTE TUTTO MANTIENE INALTERATO ANCHE IL SUO RAPPORTO CON CESENA.

PH. COURTESY OF SAINT LAURENT

la volontà di supportarla in virtù dell’autenticità del brand e della sua identità”. Tra i tanti riconoscimenti che ha ricevuto qual è quello che più l’ha gratificata? “Il più grande riconoscimento per me è il rispetto da parte del mio team e delle persone che stimo di più come Anthony Vaccarello e François-Henri Pinault. Vedere l’evoluzione, la passione e l’entusiasmo delle persone che lavorano a questo progetto per poi raggiungere insieme gli obiettivi che ci poniamo è la gratificazione più grande. Se parliamo di onorificenze, penso che Bocconiana dell’anno e Légion d’Honneur siano state le nomine più toccanti”. Cosa può suggerire la sua esperienza alle giovani donne che sperano di arrivare un giorno ai suoi risultati? “Di crederci e lavorare sodo per poter raggiungerli: la meritocrazia esiste”. 38

PH. COURTESY OF SAINT LAURENT


CULTURE

PITTORE INEDITO RAFFAELLINO DEL COLLE VISTO DA VITTORIO SGARBI

DI DOLORES CARNEMOLLA

FOTO LUIGI ANGELUCCI

Ci sono voluti circa 400 anni e il genio dello storico dell’arte Bernard Berenson per decretare la rinascita di Lorenzo Lotto, il pittore veneziano oscurato dal talento del coevo Tiziano. Più di 500 anni sono invece quelli che separano il periodo di attività di Raffaellino del Colle – semisconosciuto pittore manierista del Rinascimento – dalla folgorazione che ne ha avuto Vittorio Sgarbi quarant’anni fa. Il professore si trovava a Urbania a vedere un dipinto di Cagnacci, quando si accorse di un capolavoro fino a quel momento sottovalutato: Madonna del Velo con gli Arcangeli Gabriele, Raffaele e Michele. “Il dipinto ha una grazia e una eleganza che non possono farlo

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ritenere un’opera minore o marginale. Siamo nel 1531-32” ha spiegato il professor Sgarbi durante la conferenza stampa di apertura della mostra, da lui stesso curata: Da Raffaello. Raffaellino del Colle, in corso al Palazzo Ducale di Urbino, Sale del Castellare, fino al 13 ottobre. Raffaellino del Colle: chi era costui? Fu uno dei più fedeli e intelligenti seguaci di Raffaello. Artista colto e raffinato, il pittore toscano – nato a Sansepolcro nel 1496 – elaborò una delle più originali e autentiche espressioni del manierismo italiano. Dopo la prima formazione con Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, Raffaellino del Colle si recò a Roma, entran-


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CULTURE

do nella bottega di Raffaello (1517-1518) e alla sua morte divenne collaboratore di Giulio Romano, partecipando alla decorazione della Sala di Costantino in Vaticano. Rientrato a Sansepolcro eseguì i suoi primi lavori (come la Resurrezione di Cristo nel duomo), ispirati ai modelli di Raffaello e di Giulio Romano. Fu attivo a Urbania, a Gubbio, Cagli, Firenze, a Perugia, a Napoli – dove affiancò Vasari nella decorazione del refettorio del monastero di Monteoliveto. Occupò un ruolo non secondario nel panorama artistico italiano di pieno Cinquecento e oggi è il protagonista della mostra che dà il via alle celebrazioni del 2020 per il cinquecentesimo della morte di Raffaello Sanzio (1483-1520), del quale Raffaellino fu discepolo talentuoso e appassionato. La Madonna del Velo è l’opera che è stata scelta come immagine del manifesto della mostra e nel dipinto, spiega Vittorio Sgar-

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RAFFAELLINO DEL COLLE FU UNO DEI PIÙ FEDELI E INTELLIGENTI SEGUACI DI RAFFAELLO. LA SUA MADONNA DEL VELO È L’OPERA CHE HA FOLGORATO VITTORIO SGARBI, IL QUALE HA CURATO E INAUGURATO A URBINO UNA MOSTRA DEDICATA ALL’ARTISTA.

bi: “c’è un ritmo, una capacità compositiva e un’armonia che sono un omaggio estremo a Raffaello proprio dentro a quella maniera che vuol dire maniera di Raffaello. Un’opera di straordinaria bellezza, il dipinto mostra come nella figura del San Michele ci sia una citazione quasi diretta di Raffaello. E invece nella pavimentazione e nel Sebastiano di destra c’è un riferimento a un altro grande raffaellesco che è Sebastiano del Piombo”. In particolare la mostra di Urbino rappresenta l’evento di apertura di un ciclo di mostre diffuse tra Urbino, Fano e Pesaro in programma tra primavera ed estate, dal titolo Mostre per Leonardo e per Raffaello, nell’ambito delle celebrazioni promosse dal MIBAC per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci nel 2019 e di Raffaello Sanzio nel 2020. L’esposizione ripercorre l’attività del maestro di Sansepolcro, discepolo del divin pittore che è stato largamente attivo nelle Marche e che oggi è protagonista di una rivalutazione storica e di una maggiore divulgazione. Per la prima volta si potranno ammirare, riunite, alcune delle sue opere più significative provenienti da chiese e musei di Roma, Cagli, Mercatello sul Metauro, Perugia, Piobbico, Sansepolcro, Sant’Angelo in Vado, Urbania, Urbino. Il percorso è introdotto da due opere di Raffaello custodite nella raccolta dell’Accademia Nazionale di San Luca a Roma: una tavoletta, pressoché inedita, con la Madonna con il Bambino e l’affresco staccato con Putto reggifestone. Il professor Sgarbi spiega come le vicende di Raffaellino s’intreccino strettamente, essendo i suoi lavori anche nelle stanze vaticane, con Raffaello, e la necessità della mostra per capire la personalità di questo artista. “Possiamo dire – afferma il professor Sgarbi – che la mostra con cui si aprono le celebrazioni di Raffaello è questa. È la prima del 2019, durerà fino a ottobre, e finita questa si entra pienamente nell’anno raffaellesco. Questa esposizione mette insieme molti dipinti di Raffaellino del Colle che sono in gran parte bellissimi; però è inedita, perché dopo una


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CULTURE

IN APERTURA, VITTORIO SGARBI ALL’EVENTO DI INAUGURAZIONE. NELLA PAGINA PRECEDENTE, UNA FOTO DEL PALAZZO DUCALE DI URBINO. IN ALTO, I PRIMI VISITATORI AMMIRANO LA MOSTRA. 44

monografia che è uscita, Raffaellino non lo ha mai visto nessuno, e pochi sanno quanto sia formidabile ed elegantissimo, alla Villa Imperiale di Pesaro, dove lavora poco dopo la morte di Raffaello. In mostra, in particolare, ci sono due opere che vengono dall’Accademia di San Luca e che sono in stretto rapporto con Raffaellino: un angelo, un putto meraviglioso che sembra stringere i due artisti nel rapporto l’uno con l’altro, e un’attribuzione di una piccola tavola. Due opere che saranno in esposizione a Urbino, rappresentando lo stimolo ideale, mentale, da cui Raffaellino deriva la sua carriera, che è addirittura precedente alla discendenza da Raffaello, perché c’è un pittore, assieme a Perugino, che è il maestro di Raffaello, che è parallelo a lui, che si chiama Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, autore di bellissimi affreschi a Spoleto, di cui Raffaellino del Colle, che nasce solo

dieci anni dopo Raffaello, è allievo. Raffaellino, non tanto più giovane di Raffaello, entra nella bottega dello Spagna”. Il professor Sgarbi paragona Raffaellino del Colle a Lorenzo Lotto, considerandolo un Lotto più emarginato, che non ha avuto il Berenson che agli inizi del Novecento lo aveva fatto rinascere: “Non c’è ancora un Berenson per Raffaellino del Colle. Spero di esserlo io.” La messa in opera della mostra si è intrecciata con l’intenzione, la volontà e l’impegno di Monsignor Tonti dell’Arcidiocesi di Urbino. Anche la Soprintendenza ha aderito pienamente al progetto e il Ministero lo ha accolto. “Raffaellino del Colle – conclude Sgarbi – è la nostalgia, quasi come quella di un figlio, verso Raffaello. Sarà come scoprire un pittore inedito, bello e luminoso. Spero sia l’occasione per mostrare un grande artista marchigiano, come all’inizio del secolo avvenne per Lotto”.


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TRADITIONS

FRANCESCO AMADORI 50 ANNI DI FAMIGLIA E DI IMPRESA

DI FRANCESCA MICCOLI

Il 1969 passerà alla storia come l’anno dello sbarco dell’uomo sulla Luna. Nello stesso anno, a quasi 400.000 km di distanza, si compie un altro evento destinato a segnare un’epoca, non solo imprenditoriale, del nostro Paese: in Romagna, terra di sognatori, inizia ufficialmente la storia imprenditoriale di Amadori, oggi una delle prime aziende agroalimentari d’Italia. Da allora è trascorso mezzo secolo e tanta strada è stata percorsa, secondo la politica assennata del passo dopo passo, uno dei cardini della filosofia di patron Francesco. “Tra le similitudini maggiormente utilizzate da nostro padre nella rivisitazione della storia aziendale (e descritta anche nella

biografia dello stesso Francesco, pubblicata a dicembre 2017, nda), c’è quella del pozzo – rivela Denis Amadori, il più giovane dei 4 figli del grande capo, e Vicepresidente del Gruppo –. Se gli operai che si accingono a scavare un pozzo non conoscono l’elevata profondità a cui si devono spingere per attingere l’acqua, procederanno giorno per giorno senza scoraggiarsi. E quella che sarebbe sembrata un’impresa impossibile diventa addirittura un’operazione semplice. Papà ha fatto come quegli operai”. Così, avanzando centimetro dopo centimetro, si è arrivati ai numeri odierni: oltre 1.250 milioni di euro di fatturato e quasi 8.000 collaboratori, che salgono a oltre

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“PAPÀ HA SEMPRE SOSTENUTO LA NECESSITÀ DI GESTIRE GIRELLANDO, VISITANDO STABILIMENTI, ASCOLTANDO I LAVORATORI. ERA SEMPRE PRESENTE, ALL’OCCORRENZA IN GRADO DI SOSTITUIRE I DIPENDENTI”.

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10.000 includendo la pattuglia di autotrasportatori e di agenti in esclusiva in tutta Italia. Il 6 ottobre il palazzetto dello sport di Pesaro ospita la grande festa per celebrare il traguardo dei 50 anni. “Sarà dedicata ai nostri dipendenti – interviene Flavio Amadori, primogenito e Presidente del Gruppo –. Abbiamo scelto le Marche perché a metà strada tra i nostri poli industriali più importanti, Cesena e Teramo, ma ben raggiungibile da ogni parte d’Italia”. Alla volta di Pesaro partiranno lavoratori dalla Puglia, patria del Campese, da Brescia, Siena e Vicenza, dove si trovano altri stabilimenti, e infine da Santa Sofia, dove ha sede la Pollo del Campo, entrata a far parte della famiglia nel 2005. Amadori ha infatti siti produttivi e rami della filiera in ogni parte d’Italia. L’azienda vanta numeri importanti ma può essere ancora considerata a carattere famigliare con un elevato livello di managerializzazione. La governance è chiara: Flavio ricopre la carica di Presidente, Denis quella di Vice, mentre l’A.D. Francesco Berti è esterno alla famiglia. Già in azienda i rappresentanti della terza generazione Amadori: Francesca, responsabile della Comunicazione Corporate, e Andrea, responsabile Piattaforme Logistiche del Gruppo, entrambi figli di Flavio. E Francesco? È ancora presente in azienda, oggi nel ruolo di Presidente Onorario. La storia di Amadori affonda le radici ben prima del fatidico 1969, in un casolare a Borgo Paglia, piccola frazione di Cesena. Al comando un uomo d’altri tempi, semplice e genuino, mai lasciatosi travolgere dal successo. C’è chi lo ha definito il Maradona del pollo e chi ne ha chiesto la tutela come specie in via d’estinzione, ma il tributo più pittoresco, ricordano i due figli maschi (Francesco ha anche due femmine, che non lavorano in azienda, nda), lo si deve


TRADITIONS

a un agente commerciale romano, devoto ai tre Franceschi: er Papa, er Pupone e Amadori. “Papà iniziò a lavorare nel commercio degli animali da cortile negli anni Trenta, assieme al fratello Arnaldo – racconta Flavio. Ed è rimasto in azienda fino al 2015. Il progetto di filiera integrata ha cominciato a prendere forma agli esordi degli anni Sessanta: nel 1965 l’apertura del primo mangimificio a San Vittore, l’anno successivo il primo incubatoio, quindi l’impianto di macellazione. Nel 1969 l’inaugurazione dell’azienda con ciclo produttivo completo, dall’allevamento alla distribuzione. Una scelta dettata sia da motivi economici sia di sicurezza alimentare, perché la filiera integrata è garanzia di assoluta qualità”. L’ingresso della seconda generazione è avvenuto in maniera naturale, ma senza scorciatoie. “Flavio aveva 21 anni, io già dai 9 trascorrevo ogni estate un mese in stabilimento”, racconta Denis rammentando le difficoltà a trovargli un camice a misura. Prima di assu-

mere ruoli strategici i due hanno dovuto testare ogni ramo della filiera. “Papà ha sempre sostenuto la necessità di gestire girellando, visitando uffici e stabilimenti, ascoltando i lavoratori”. Francesco era sempre presente, all’occorrenza in grado di sostituire i dipendenti in ogni fase del processo produttivo. Come si legge nell’autobiografia Parole, spesso lavorava insieme agli operai fino a tarda notte e poi tutti insieme si andava a mangiare la piadina. La condivisione della fatica alimentava una forte complicità di gruppo. Ai figli, abituati fin da piccoli a desiderare e non a possedere subito, Francesco ha trasmesso un inestimabile patrimonio di valori. “In primis, l’onestà intellettuale e l’importanza del sacrificio. Papà è abituato a pronunciare poche parole ma di peso. Il claim parola di Francesco Amadori, non nasce a caso. Lavorava 15 ore al giorno e la domenica mattina portava la mamma a bere un caffè a casa degli allevatori. Oggi con più di 800 allevamenti disseminati lungo l’Italia sareb-

IN APERTURA, FRANCESCO AMADORI. IN ALTO, DA SINISTRA, I FIGLI DENIS E FLAVIO. A LATO, UNA FOTO STORICA. 49


TRADITIONS

be un po’ complicato, ma ogni volta che ne abbiamo occasione continuiamo a visitarli”. A 80 anni, l’umiltà di fare un passo indietro. “Oggi sostiene che se avesse immaginato che l’azienda sarebbe andata avanti senza di lui, forse si sarebbe fermato un po’ prima!” Francesco ha piena fiducia nei figli e nei loro manager: “Vivono l’azienda come l’ho vissuta io, sono per me motivo di grande soddisfazione”. Del resto la gestione dell’impresa non ammette repliche. “Negli ultimi anni nel settore avicolo c’è stata una grande selezione: delle quasi 40 aziende esistenti due terzi sono scomparse e oggi siamo in 3 a spartirci l’80% del mercato”, spiega Flavio. Uno dei plus dell’azienda è la filiera integrata. “Presupposto per fare prodotti buoni, gustosi e di qualità certificata, e mantenere costante gli elevati standard di processo e di prodotto”. Un sistema di tracciabilità interno garantisce

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AI FIGLI, FRANCESCO HA TRASMESSO UN INESTIMABILE PATRIMONIO DI VALORI. “IN PRIMIS, L’ONESTÀ INTELLETTUALE E L’IMPORTANZA DEL SACRIFICIO. PAPÀ È ABITUATO A PRONUNCIARE POCHE PAROLE MA DI PESO. IL CLAIM PAROLA DI FRANCESCO AMADORI, NON NASCE A CASO”.

il controllo approfondito e certificato di tutte le fasi del ciclo produttivo. L’attività è orientata a valori come qualità, gusto, piacevolezza a tavola e salubrità, uniti a innovazione, miglioramento continuo e sostenibilità. Nel rispetto delle persone, del benessere animale e dell’ambiente. “In Italia da oltre 50 anni tutti i polli sono allevati a terra, anche se l’opinione pubblica è spesso fuorviata da falsi miti. Col nostro Il Campese, inoltre, garantiamo l’allevamento all’aperto, alimentazione 100% vegetale e senza OGM e la completa assenza di antibiotici”. La crescita prosegue grazie a prodotti sempre più innovativi e in linea con le nuove tendenze di consumo. “La nostra gamma vanta oltre 500 proposte e 1.500 referenze, dai tagli tradizionali agli arrosti, dagli elaborati agli impanati, fino ai nuovi piatti pronti, lanciati da poco e che abbinano carni bianche, cereali e verdure”. Gli Amadori sono soprattutto i primi consumatori e giudici e gli stessi dipendenti si trasformano in assaggiatori, coinvolti in progetti di ricerca e sviluppo. Sempre maggiore attenzione è riservata alla riduzione dell’impatto ambientale e alla valorizzazione di ogni risorsa. “Abbiamo investito molto nell’energia fotovoltaica, eolica, nella cogenerazione: nel nostro polo principale, a San Vittore di Cesena, l’80% dell’energia è autoprodotta. Uno stabilimento dedicato trasforma inoltre gli scarti in risorse”. E già si spalancano scenari in ambiti diversi dal food: da studi recenti è emerso, ad esempio, che le piume di pollo sono un’ottima fonte di cheratina. “Difficile delineare oggi i futuri sviluppi di mercato. Di certo si consumerà meno, ma prodotti di maggior qualità. Si punterà su altre proteine e in tal senso stiamo collaborando con startup interessanti del settore”, spiega Flavio, che indica nel fratello minore il più incline alla sperimentazione. “È stimolante e affascinante esplorare nuovi mondi – chiosa Denis Amadori –, nella consapevolezza che la nostra casa è qua e che le nostre tradizioni di famiglia restano la solida base su cui innovare ed evolverci”.


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PERSPECTIVES

STORIE DIMENTICATE LORENZO TUGNOLI, IL PULITZER DELLA FOTOGRAFIA

DI ROBERTA BEZZI

FOTO LORENZO TUGNOLI

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PHOTOGRAPHER

Ravenna non è solo nota come città d’arte che custodisce ben otto monumenti Unesco, ma anche per aver dato i natali a una fitta schiera di fotografi che hanno spiccato il volo raggiungendo la fama internazionale. Uno di questi è il lughese Lorenzo Tugnoli – cresciuto, come ci tiene a precisare, a Sant’Agata sul Santerno – che è riuscito in un’impresa leggendaria: vincere il premio Pulitzer con il suo reportage Yemen Crisis pubblicato sul famoso Washington Post, subito dopo il primo posto al World Press Photo, nella categoria General News sezione Storie, assegnato ad Amsterdam. In entrambi i casi, i giurati sono

IN APERTURA, UNA FOTO SCATTATA A TAIZ, YEMEN, IL 25 NOVEMBRE 2018. A LATO, IN BASSO, IL FOTOGRAFO LORENZO TUGNOLI, IN ALTO, LA FOTO SCATTATA AD AZZAN, YEMEN, IL 22 MAGGIO 2018. 54

rimasti impressionati dalla qualità, dall’umanità e dalla forza del suo reportage dallo Yemen, Paese che versa in grave difficoltà per una guerra tanto violenta quanto ignorata dalla politica e dai media. Dopo aver lavorato nell’ombra nei posti più impervi e martoriati al mondo, si è così guadagnato le luci della ribalta. Da quattro anni vive e Beirut, città strategica per portare avanti la sua missione: indagare sul Medio Oriente, dalla Libia alla Siria, dal Libano all’Afghanistan, paese quest’ultimo a cui ha dedicato il libro The Little Book of Kabul. “Non posso che proseguire in questa direzione per mettere


“QUANDO DAVANTI ALL’OBIETTIVO CI SONO PERSONE DEBOLI, SOFFERENTI, FRAGILI, È NECESSARIO CHIEDERSI SE QUELLA FOTO SERVA A QUALCOSA. NON PUÒ ESSER FATTA SOLO PER VENDERE PIÙ COPIE DI UN GIORNALE”.

insieme un portfolio interessante e costruire un’opera fatta di storie e immagini che abbiano un senso collettivo”, rivela. La sua passione per la fotografia è nata mentre studiava Fisica all’Università di Bologna: non si è laureato, ma in quelle aule ha imparato ad analizzare un sistema, le sue parti, capire come funziona. In definitiva, a individuare gli elementi di un’immagine. Poi nel 2001, anno del G8 a Genova, ha iniziato a fotografare le manifestazioni e i cortei a Bologna. La scintilla è scoccata. Da anni collabora come freelance per giornali come il Wall Street Journal, il New York Times, il Time Magazine, L’Espresso e il Washington Post dove ha messo piede per la prima volta dopo aver vinto il Pulitzer, celebrato da oltre 500 persone, mentre in Italia è rappresentato dall’agenzia Contrasto. “Quando abbiamo inviato i lavori, c’era la coscienza che quello che avevamo fatto nello Yemen fosse qualcosa di grande, riuscendo a coprire diversi aspetti della guerra civile, che vede da un lato i miliziani sciiti Houthi, dall’altra le forze fedeli al presidente in esilio Hadi, appoggiate da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Personalmente non mi aspettavo tutto ciò, e così in fretta… Non me ne sono neanche reso conto. Ero ad Amsterdam per il World Press, quando ho saputo del Pulitzer. Abbiamo vinto come squadra – precisa – perché è un riconoscimento a chi crede nel potere delle immagini, a chi investe tempo e risorse importanti nel fotogiornalismo. Sono stato più volte in Yemen per il giornale, da freelance non ci sarei mai riuscito perché il progetto è molto impegnativo e dispendioso: anche per un giornale importante come il Washington Post è stato un grosso progetto, nessun giornale italiano se lo potrebbe permettere”. Perché il Washington Post ci teneva così tanto a questo servizio sullo Yemen? 55


PHOTOGRAPHER

IN ALTO, UNA FOTO SCATTATA AD ADEN, YEMEN, IL 19 MAGGIO 2018. 56

“Il giornale ha voluto fare un investimento di tipo sociale e politico per capire in che direzione andranno i rapporti tra Usa e Arabia Saudita. Una spinta fondamentale è arrivata di certo dall’uccisione di un suo giornalista, Jamal Khashoggi, nel consolato saudita a Istanbul nell’ottobre 2018. Gli Stati Uniti sono attualmente i principali fornitori di armi all’Arabia Saudita e gli americani devono decidere se vogliono o meno spezzare il legame tra Donald Trump e Mohammed bin Salman”. Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate? “Dal punto di vista umano, la frustrazione per ciò che si vede e sembra impossibile possa accadere ancora nel 2019, tra malnutrizione, povertà, malattie e violenze. A volte non ho potuto fotografare perché avevo il fucile

puntato addosso o perché non ero autorizzato. Altre volte mi sono fermato io… Quando davanti all’obiettivo ci sono persone deboli, sofferenti, fragili, è necessario chiedersi se quella foto serva a qualcosa. Non può esser fatta solo per vendere più copie di un giornale. Tra le 17 fotografie premiate, quella a cui sono particolarmente affezionato è quella che ritrae una donna di spalle sulla soglia di una porta. Guardando con attenzione la parte superiore, si capisce che non c’è il tetto ma una tenda. Sono molto legato a questa immagine perché è stata usata per una prima pagina. Non è in linea con i canoni descrittivi giornalistici ma lascia spazio all’immaginazione”. Non a caso per Tugnoli le immagini sono come haiku, brevissimi poemi istantanei per dire qualcosa che può avere o meno connessione con lui.


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MARIELLA MENGOZZI DALLA FERRARI AL MUSEO DELL’AUTO DI TORINO

DI ROBERTA INVIDIA

Negli anni Venti, Gabriele D’Annunzio scrisse una lettera a Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat, per dirgli che no, l’automobile non era maschio. L’automobile era femmina. Quel messaggio sembra cucito addosso a Mariella Mengozzi, originaria di Castrocaro nel Forlivese, classe 1962, diventata direttore del prestigioso Museo dell’Auto (Mauto) di Torino dopo essere stata a lungo una delle rare donne manager di Ferrari e aver guidato la nascita del comparto yacht della Aston Martin, il marchio dell’iconica coupé di tanti film di James Bond. Positiva, solare, autoironica, lo stile di Mariella Mengozzi è sempre stato quello di vivere appieno tutte le opportunità,

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FOTO GIORGIO SABATINI

anche quelle inaspettate e apparentemente subite. Non porsi mai obiettivi troppo rigidi perché la vita porta sempre altrove, è il suo motto e il consiglio che dà ai giovani che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro. Nella sua carriera ci sono i nomi di tante grandi imprese, tra cui anche Disney, come è cominciata? “Studiavo al liceo scientifico di Forlì. Appena diplomata non avevo un’idea precisa di cosa avrei fatto. Sapevo solo che avevo una grande propensione per le materie scientifiche ma che non mi vedevo in ruoli troppo rigidi. Per cui scelsi di iscrivermi a Giurisprudenza, che poteva offrire tante prospettive. Una facoltà


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“QUANDO MI SONO TROVATA DAVANTI AI BAMBINI CHE MI GUARDAVANO VESTITA DA BIANCONIGLIO IN STATO DI ADORAZIONE HO CAPITO QUAL È LA REALE MAGIA DEL MARCHIO DISNEY”.

che ho amato molto. Poi mi sono iscritta a un Master in gestione aziendale a Bologna”. Però a Bologna non è rimasta… “All’inizio pensavo di sì, avevo anche già trovato un lavoro. Ma contemporaneamente sono stata chiamata nell’area marketing del gruppo GFT, a Torino, e ho deciso di partire. Sono rimasta in GFT, nell’area commerciale di Chiara Boni, dal 1989 al 1993. Poi la crisi del gruppo mi ha spinto a guardare altrove”. E poi è arrivata alla Disney… “Un mio collega era diventato capo delle licenze della Disney e mi fece un’offerta. Io 60

venivo da griffe come Valentino, Ungaro, Armani e l’abbigliamento per bambini, per quanto di un mito come Disney, non mi interessava. Ma le condizioni in GFT erano peggiorate di molto e alla fine decisi di trasferirmi a Milano. È stata un’esperienza molto profonda fin da quando, tre settimane dopo il mio arrivo, mi portarono a Disneyland Paris”. È vero che la fecero vestire da Bianconiglio? “Proprio così!” E lei come ha reagito? “All’inizio ero un po’ perplessa. Era il 20 di febbraio, faceva un gran freddo. Avevo pas-


IN APERTURA, MARIELLA MENGOZZI. IN ALTO, UNA LINEA TEMPORALE DEI MODELLI FERRARI AL MAUTO DI TORINO.

sato metà della giornata a studiare il personaggio, a provare gli autografi. Ancora mi sembrava tutto surreale. Poi quando mi sono trovata davanti ai bambini che mi guardavano vestita da Bianconiglio in stato di adorazione, ho capito qual è la reale magia del marchio Disney. Ho capito che avevo in mano qualcosa di molto importante, da maneggiare con molta cura e allo stesso tempo una grande opportunità. Mi sono messa a lavorare sodo. In 4 anni ho decuplicato le royalties dell’abbigliamento Disney e sono diventata Retail Director: avevo 33 anni. Ci ho messo tutta

me stessa, ma anche la Disney ti mette nelle condizioni giuste per fare bene”. Quando è nata sua figlia le priorità sono cambiate… “Mia figlia Cecilia è nata nel 1999 e io facevo su e giù tra Bologna e Milano. Ho cominciato a pensare a come avvicinarmi a casa. È stata la stima dei miei colleghi a darmi l’opportunità che cercavo. Un collega Disney era diventato capo delle licenze d’abbigliamento in Ferrari e mi chiamò nel suo team. Così sono arrivata Modena”. Come è stato l’ingresso in Ferrari? 61


EXCELLENCE

“Quando ho cominciato non conoscevo il settore e non lo sentivo tanto mio, ma anche qui ho dovuto ricredermi. Dentro al marchio Ferrari ci sono tanta sostanza e tante competenze per realizzare delle vetture che sono uniche. Certamente è un ambiente prettamente maschile, io ero l’unica dirigente donna, una sorta di mosca bianca. Poi ho avuto la possibilità di assumere la direzione della Maranello Experience, che comprende il Museo Ferrari di Maranello e i Factory Tours. Un’esperienza che mi è rimasta nel cuore. Anche se si tratta di un museo aziendale il suo ruolo culturale è ben visibile”. E poi cosa è successo? “Ferrari ha deciso di esternalizzare la gestione

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“QUANDO HO SAPUTO CHE LA SCELTA ERA RICADUTA SU DI ME SONO STATA FELICISSIMA. FINALMENTE, DOPO ANNI DI OBIETTIVI E RISULTATI POTEVO DEDICARMI A QUALCOSA CHE AVESSE UNA FINALITÀ CULTURALE”.

del Museo e in quel momento ho deciso di uscire. È stato un momento difficile. Avevo 50 anni ed ero in Ferrari da 12. Ma mi sono rimessa subito in moto, prima in Lamborghini e poi tuffandomi in un altro bellissimo progetto come amministratore delegato di Quintessence Yachts, la società olandese licenziataria del marchio Aston Martin per il comparto nautico. Per intenderci, il marchio di auto di tanti film di James Bond”. Le auto a questo punto le sono entrate nel sangue… “Devo dire di sì e non l’avrei mai detto quando a 18 anni ho preso la patente e ho guidato la mia prima 500…” Come è arrivata l’occasione del Mauto?


EXCELLENCE

IN ALTO, MARIELLA MENGOZZI CON UN’AUTO D’EPOCA NEL MUSEO DELL’AUTO DI TORINO. 64

“Ero in Olanda e mi hanno detto del bando per il nuovo direttore. Mi sono sentita il ruolo cucito addosso. Ho partecipato e quando ho saputo che la scelta era ricaduta su di me sono stata felicissima. Finalmente, dopo anni di obiettivi e risultati potevo dedicarmi a qualcosa che avesse una finalità culturale, per me più affascinante. Carlo Biscaretti di Ruffia, tra i fondatori della Fiat, per tutta la sua vita ha cercato e collezionato le vetture che hanno fatto la storia dell’automobile. Il Mauto oggi conta 150 vetture di oltre 80 case automobilistiche di tutto il mondo, esposte in più di 30 sale allestite con scenografie e installazioni che contestualizzano il periodo storico in cui le automobili sono state realizzate. Oltre a queste, circa settanta vetture sono nell’Open Garage, uno spazio dove sono restaurate, conservate e anche studiate. Mi emoziona l’idea che il mio compito sia di custodire questo grande patrimonio e di portare alle nuove generazioni tutta l’emozione di una storia come questa”.

Quali sono le novità della sua direzione? “Appena arrivata ho avviato i MautoLabs, una serie di opportunità e laboratori per i ragazzi per far sì che possano vivere la visita e la permanenza al museo non solo come un momento ricreativo, ma anche come un luogo dove mettere a frutto e vedere applicate sul campo le nozioni di chimica, fisica, informatica. Abbiamo i giovani del Politecnico di Torino che affiancano gli studenti e con loro studiano l’automobile dal punto di vista scientifico”. Ha detto che il suo obiettivo è portare il museo fuori dal museo… “Sì, con La scuderia del Mauto il museo ha partecipato a eventi come la Mille Miglia con alcune delle sue auto d’epoca più importanti, come la mitica spyder di Tazio Nuvolari. Ma è solo una delle tante iniziative. Vogliamo portare tante persone a entrare in contatto con il Museo perché è una realtà che merita davvero di essere conosciuta dal più alto numero possibile di persone”.


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EXPERIENCE

VITA A PALAZZO

UNO SGUARDO ALL’INTERNO DELL’ACCADEMIA DEI CADETTI DI MODENA

DI BARBARA PRAMPOLINI

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FOTO ANDREA BARDI


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EXPERIENCE

L’ATRIO DELL’ACCADEMIA È FORSE UNO DEI LUOGHI PIÙ SACRI CHE ABITANO QUESTO PALAZZO: I CADETTI CHE LO PERCORRONO SONO TENUTI A RIVOLGERE AL LAPIDARIO IL SALUTO MILITARE.

C’era una volta… un Duca, Carlo Emanuele II di Savoia, il quale un bel giorno ebbe l’idea di fondare a Modena la Reale Accademia di Savoia per ivi destinare la residenza della Real Casa. A tal fine, nel 1675 diede inizio ai lavori di costruzione del Palazzo. Il progetto del Duca era assai ambizioso; desiderava creare una classe dirigente dello Stato e una milizia che fossero intrise di valori scolpiti a fuoco nel cuore e nella mente degli uomini che ne avrebbero fatto parte. L’idea illuminata nacque dalla consapevolezza che gli uomini senza valori e senza principi radicati e coltivati sono solamente mercenari 68

al soldo di chi ha più potere. Tutto o quasi si può mercificare, tranne i valori quali la fedeltà, l’onore, il senso della patria. È importante sottolineare la lungimiranza di Carlo Emanuele, poiché fu il primo in Europa e nel mondo a progettare una vera e propria scuola di formazione per la classe dirigente sia civile che militare. Un’idea seguita poi da altri Stati e che fuor di dubbio segnò una svolta radicale al modo di essere e di addestrarsi di chi doveva guidare la propria Patria. La sorte tuttavia fu avversa al Duca, il quale poco dopo l’inizio dei lavori morì lasciando lo Stato al figlio Vittorio Amedeo II, al posto


IN QUESTE PAGINE, ALCUNI MOMENTI DELLA VITA IN ACCADEMIA: L’ADUNANZA NEL CORTILE PER L’ALZABANDIERA, I CADETTI MENTRE PERCORRONO IL PORTICATO PER RECARSI IN CLASSE, E UNA LEZIONE DI EQUITAZIONE.

del quale, essendo minorenne, fu reggente la madre Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours. Proprio per volontà della vedova di veder realizzato il desiderio del marito, nel 1677 la Reggente inviò a tutte le corti d’Europa il bando che preannunciava la nascita dell’Accademia il 1° gennaio del 1678. La parte sottostante del Palazzo era dedicata al personale di servizio e la parte superiore era il piano nobile. L’Accademia non è solo un bel palazzo con una storia interessante, è soprattutto un mondo, un modo di vivere, uno stile, tradizioni da rispettare senza eccezioni, al quale ci si deve avvicinare con grande ri-

spetto e consapevolezza. L’atrio dell’Accademia non è un semplice ingresso o un passaggio, è forse uno dei luoghi più sacri che abitano questo palazzo. Infatti, non si chiama atrio ma lapidario, poiché sono presenti le lapidi dei caduti in guerra a partire dalle guerre d’indipendenza, per passare poi alle guerre coloniali, alla prima e alla seconda guerra mondiale, per finire con i caduti in tempo di pace che hanno perso la vita o sul territorio nazionale o nelle missioni all’estero. In questo luogo nulla è casuale o ornamentale, niente è bello o brutto; tutto ha una sua ragion d’essere e un profondo significato. È 69


EXPERIENCE

NELLA PRIMA ARCATA CHE CONDUCE AL CORTILE D’ONORE, È IMPRESSO UNO DEI MOTTI FONDAMENTALI DELL’ACCADEMIA: PREPARO ALLE GLORIE D’ITALIA I NUOVI EROI.

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fondamentale sapersi porre continue domande, perché ogni passo è legato a un pezzo di storia, un pezzo di patria, un pezzo di tradizione. Le ultime lapidi risalgono al 1949 e comprendono anche i caduti dell’Accademia di Torino poiché nel 1947 avvenne l’unificazione delle due scuole: Artiglieria e Genio di Torino con Fanteria e Cavalleria di Modena. Questo fatto spiega anche il motivo per cui nella prima arcata, che conduce al Cortile d’Onore, è impresso uno dei motti fondamentali dell’Accademia, preparo alle glorie d’Italia i nuovi eroi, motto della scuola di Fanteria e Cavalleria. Subito dopo, nell’arcata successiva, troviamo il motto attuale, scelto dopo l’unificazione con la scuola di Artiglieria e Genio di Torino: Una Acies, una sola schiera. La sacralità di questo luogo è sottolineata dal fatto che ogni volta che i cadetti lo percorrono sono tenuti a rivolgere al lapidario il saluto militare. Dopo aver ricevuto queste preliminari

spiegazioni, ho già la sensazione di trovarmi in un luogo che sembra imperturbabile al tempo, alla modernità, alla superficialità con la quale siamo abituati a fare i conti quotidianamente, ormai senza nemmeno averne contezza. Esprimo un primo desiderio: vorrei vivere a Palazzo. Si giunge al Cortile d’Onore e osservo che tutti gli ufficiali solcano in varie direzioni l’ampio porticato ma nessuno osa fare un passo all’interno del cortile quando sarebbe molto più comodo attraversarlo. “Nessuno può attraversare il cortile”, mi spiega il mio accompagnatore, perché se l’atrio non è una semplice area di transito anche il cortile non è quello che sembra. Quello spazio solitario e venerato infatti viene utilizzato solo per cerimonie militari importanti, per i giuramenti, per la consegna dello spadino, per il maK P 100 e per personalità come Capi di Stato o di Governo. Alla mattinata viene abitato solo per la cerimonia dell’alzabandiera, dopo di


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che nessuno vi transita più: alle ore 8.00 si schiera tutto il reggimento allievi, viene poi presentata la forza ai vari comandanti e letta una motivazione della medaglia d’oro dei vari decorati, ufficiali dell’Accademia non solo di Modena ma anche di quella di Teulié e della Nunziatella, dopo di che viene dato l’alzabandiera. Ci sono tre rintocchi di campana e successivamente si canta l’Inno di Mameli, diversamente da come siamo abituati ad ascoltarlo in quanto viene settimanalmente cambiata la strofa da intonare, perché i cadetti hanno il dovere di conoscere l’Inno al completo. Di tutto quanto è presente in Accademia, dai motti agli insegnamenti quotidiani, alla vita stessa dei cadetti all’interno del Palazzo, nulla è casuale, conforme alla vita che quei ragazzi hanno vissuto fino a un attimo prima di lasciare Piazza Roma. I cadetti rappresentano una élite, non solo per gli insegnamenti che vengono loro impartiti ma anche e soprattutto per i valori che vengono instillati. Per fare un esempio concreto e quanto mai attuale, un cadetto può usare il cellulare solo 30 minuti la sera. Sembra un dato qualsiasi ma sappiamo bene quanto oggi per i ragazzi sia importante l’essere sempre connessi, frequentare i social e chattare con gli amici. Ebbene chi entra in Accademia sa e deve essere consapevole che il tempo si è fermato, che a Palazzo la tradizione, i valori, il sacrificio e l’impegno per diventare persone speciali sono sempre gli stessi di dieci, venti, trent’anni fa e oltre. Non è il Palazzo che si adegua al cambiamento ma è chi varca la soglia che si adegua a quel mondo, oppure ne verrà ben presto espulso. 72


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LA CULLA DEL VINO

LA CANTINA DEL SAN DOMENICO DI IMOLA

DI ALESSANDRO ROSSI

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Che cos’è una cantina? Il termine cantina (che per gli antichi romani era detta apoteca) identifica i locali destinati alla conservazione e all’affinamento dei vini e, in generale, delle bevande alcoliche, ambiante atto alla corretta conservazione delle bottiglie prima del consumo o della vendita. La cantina è quindi principalmente un luogo di conservazione. Ma esistono luoghi e luoghi. Alcune cantine per storia, fascino, allure e preziosità, sono considerate dagli amanti del vino veri e propri luoghi di culto. Ora, il luogo di culto – se parliamo di religione – è la pratica religiosa esteriore, ovvero la cura dovuta alla divinità. Il luogo dove si celebra il culto della divinità è considerato sacro, da qui luogo di culto. Sfiorando così la blasfemia, allora, per una logica matematica una cantina storica può effettivamente essere considerata un luogo di culto, diciamo più un tempio dove la parte monumentale assume quindi anche carattere scenografico. Effettivamente, alcune culle del vino sono considerate dai grandi intenditori veri e propri luoghi di culto. Al mondo esistono molte cantine di risto74

ranti con investimenti notevoli, alcune veramente importanti, che ospitano veri e propri gioielli dell’enologia mondiale e dal valore inestimabile, senza contare quelle private, sconosciute ai più. In Italia a oggi le più importanti e con più etichette di valore sono sicuramente l’Enoteca Pinchiorri di Firenze di Giorgio Pinchiorri, La Pergola del Rome Cavalieri di Heinz Beck guidata dal sommelier Marco Reitano e la Ciau del Tornavento di Treiso dello chef stellato Maurilio Garola. Ma tutte si sono ispirate a una cantina che architettonicamente non ha eguali, una cantina unica nel suo genere, nello stile e nell’idea: la cantina del San Domenico di Imola. Ma andiamo per gradi: cos’è esattamente il San Domenico di Imola? Il San Domenico viene fondato nel lontano 7 marzo 1970 da Gianluigi Morini, l’ideatore e la mente fertile e creativa di questo ristorante, uomo di una precisione maniacale. Il cinema resta uno degli hobby preferiti di Morini assieme a quello della cucina. Incomincia così a documentarsi sui migliori ristoranti d’Italia e di Francia e matura la


IN ALTO, LA CANTINA DEL SAN DOMENICO COSTRUITA OLTRE 500 ANNI FA NEI SOTTERRANEI DEL CONVENTO.

convinzione di costruire un proprio locale su misura. La sua idea si concretizza verso la fine degli anni Sessanta nei locali della casa paterna: realizza un ristorante di soli 11 tavoli, cosa all’epoca molto insolita in Italia. La genialità di Morini e l’amore per il bello prendono il sopravvento anche grazie alla stretta collaborazione con l’amico di sempre: l’ingegnere Sanzio Cremonini, anche lui esteta e grande arredatore. Le cucine vengono affidate a Nino Bergese, ultimo testimone della grande tradizione borghese italiana, grazie anche alla mediazio-

ne dell’amico Luigi Veronelli, e successivamente a Valentino Marcattilii, al fianco di Bergese dal 1972. Oggi il timone della cucina è passato al nipote Massimiliano Mascia, che da sempre affianca lo zio: Massimiliano rappresenta la nuova generazione del ristorante, nonché un segno di continuità nell’innovare e nel rinnovarsi, conservando allo stesso tempo solide radici nella tradizione gastronomica italiana. Ma la cucina è la cucina e un ristorante come il San Domenico ha bisogno anche della sala 75


che viene affidata a Natale Marcattilii, fratello di Valentino, da sempre il maître del San Domenico. La sua prima apparizione è datata 8 marzo 1970. Oggi il testimone dell’accoglienza è in mano al figlio Giacomo, giovane di grandi speranze che raccoglie dal padre un’importante eredità. Ma come può un ristorante come il San Domenico non investire nelle cantine? Il vino è pur sempre nell’immaginario collettivo l’altra faccia del ristorante. Le cantine del ristorante San Domenico sono quelle costruite oltre 500 anni fa dai frati domenicani ed erano i sotterranei del convento. In breve tempo diventano tra le più belle e ricche d’Italia: le nicchie da subito – sempre grazie a Luigi Veronelli – vengono riempite con veri e propri tesori dell’enologia nazio76

nale e internazionale, migliaia di bottiglie di annate rare e preziose, i più grandi cru d’Italia e di Francia, ma anche distillati di pregio, in grado di stupire chiunque, anche i più grandi intenditori. Ma quando una cantina è atta a conservare vini? Non basta avere mura portanti secolari, alcune caratteristiche ovviamente sono fondamentali. Il valore di umidità relativa della cantina dovrebbe sempre essere compreso tra il 70% e l’80%, ancora meglio se superiore. La temperatura deve mantenersi costante lungo il corso dell’anno, o almeno variare lentamente; i bruschi cambiamenti di temperatura sono estremamente dannosi per il vino, che si contrae e si dilata al variare della stessa. La cantina deve essere buia; la luce è dannosa e, come per la temperatura, può pro-

IN QUESTE PAGINE, ALCUNE FOTOGRAFIE DELLE CANTINE CONTENENTI ETICHETTE E COLLEZIONI DI PREGIO.


SONO ANCORA CONSERVATE STORICHE VERTICALI DI BRUNELLO DI MONTALCINO DI BIONDI SANTI CHE PARTONO DAL 1945 E ARRIVANO FINO AI GIORNI NOSTRI, COMPRESA LA MITOLOGICA 1955.

vocare l’aggregazione e la precipitazione dei polifenoli; di conseguenza un vino esposto alla luce invecchia più rapidamente. In Francia si definisce goût de lumière ovvero gusto di luce, il sapore che assumerebbero i vini a essa esposti. Il vino ha la proprietà di assorbire gli odori che lo circondano; è necessario quindi evitare nel locale la presenza di odori indesiderati. Ecco oltre all’impatto stilistico, la cantina del San Domenico racchiude esattamente tutto ciò che è necessario per la perfetta conservazione. Oggi il custode della cantina del San Domenico e dei suoi gioielli è Francesco Cioria, sommelier di caratura internazionale. “Le nostre cantine sono perfette per la conservazione dei vini. Gli ambienti molto grandi non sono raffreddati artificialmente e mantengono una temperatura costante per

tutto l’anno, più o meno siamo sui 16 °C naturali. La presenza di acqua al di sotto delle fondamenta regola perfettamente l’apporto di umidità necessario per una corretta conservazione”. Le etichette, all’epoca, erano scelte personalmente da Morini, che in prima persona si occupava di tutti gli acquisti con il supporto di Veronelli e la partecipazione del più grande importatore – all’epoca – di vini francesi, Ercole Brovelli; oggi il numero di etichette si aggira sulle 2.200 e circa 500 sono le vecchie annate storiche. Ancora oggi oltre ai vini troviamo una collezione tra le più importanti al mondo di distillati storici, nonostante alcuni pezzi molto rari di Whisky siano stati venduti ad alcuni famosi collezionisti. Si possono ancora ammirare circa 700 etichette tra cui vecchi Ar-

magnac e Cognac Napoleonici che partono dalla fine dell’Ottocento e si spingono agli anni Settanta. Ritornando al vino nelle cantine del San Domenico sono ancora perfettamente conservate storiche verticali di Brunello di Montalcino di Biondi Santi che partono dal 1945 e arrivano fino ai giorni nostri, compresa la mitologica 1955. Inoltre è possibile trovare ancora verticali anni Ottanta di Chateau d’Yquem con formati molto grandi e particolari, oltre a storiche annate a partire dagli anni Sessanta dei più grandi Bordeaux e dei grandi cru di Barolo. Che dire, non resta che visitare queste cantine, meta irrinunciabile per i grandi intenditori di vino, e assaporare la cucina storica e contemporanea di uno dei ristoranti più quotati della storia della cucina italiana. 77


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I LUOGHI DEL GENIO ALLA SCOPERTA DI LEONARDO DA VINCI IN ROMAGNA

TESTO E FOTO DI FILIPPO VENTURI

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IN APERTURA, UNA VISTA DI PENNABILLI. IN ALTO, LA ROCCA MALATESTIANA DI CESENA. NELLA PAGINA SEGUENTE, IL PORTO CANALE DI CESENATICO. 80

Nel 2019 si celebra il cinquecentenario della morte di Leonardo da Vinci, considerato uno dei maggiori archetipi dell’uomo universale caratteristico del Rinascimento. Leonardo di ser Piero da Vinci nacque ad Anchiano, frazione di Vinci, il 15 aprile 1452 e morì ad Amboise, Francia, il 2 maggio 1519. Si interessò alle maggiori forme di espressione nei più disparati campi dell’arte e della conoscenza: si occupò di architettura e scultura, fu disegnatore, trattatista, scenografo, anatomista, musicista, progettista e inventore. È considerato uno dei più grandi geni dell’umanità. Leonardo da Vinci ha saputo studiare, esplorare e comprendere il nostro mondo in un modo unico, anticipando i tempi e tramandandoci invenzioni, intuizioni e opere d’arte, dimostrandosi così uno dei massimi picchi

di intelligenza raggiunti dal genere umano. Ancora oggi è possibile osservare le tracce del suo passaggio, e inventori e ricercatori sono e saranno ispirati dai suoi codici e dai suoi studi. A Vinci, il paese dove è cresciuto, e a Firenze, la città dove si è formato (nella celebre Bottega del Verrocchio e non solo), sono visitabili i luoghi della sua giovinezza, i musei che ne ospitano le opere d’arte ed è ancora possibile immaginare e respirare gli elementi naturali, i contesti artistici e l’atmosfera frizzante che hanno caratterizzato la sua vita. In un immaginario inseguimento dell’uomo che è sempre stato un passo avanti a tutti, è possibile rintracciarlo grazie agli sfondi dei suoi dipinti, sui quali numerosi studi negli anni hanno cercato di individuare quali monti, fiumi e ponti fossero rappresentati.


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È affascinante pensare che Leonardo abbia disegnato il Paesaggio con Fiume osservando la cascata delle Marmore e la valle di Terni, che si sia arrampicato sul Monte San Marco per osservare la Valmarecchia e inserirne una porzione alle spalle della Gioconda oppure che abbia osservato il Lago d’Iseo e la montagna Corna dei Trentapassi inserendoli nello sfondo de La Vergine delle Rocce. Altri studi ipotizzano luoghi differenti, dimostrando quanto sia difficile star dietro al genio di Vinci. Salendo a Nord, in Romagna, scopriamo il Leonardo architetto ed esperto di guerra che, nel 1502, venne assoldato dal temuto condottiero Cesare Borgia per studiare le fortificazioni delle città, come la Rocca di Imola

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È AFFASCINANTE PENSARE CHE SI SIA ARRAMPICATO SUL MONTE SAN MARCO PER OSSERVARE LA VALMARECCHIA E INSERIRNE UNA PORZIONE ALLE SPALLE DELLA GIOCONDA.

di cui esiste un suo disegno, e per rafforzarle, come fece con la Rocca Malatestiana di Cesena, potenziandone le mura per adattarle alle nuove armi da fuoco. Nel suo visionare le infrastrutture civili e militari, visitò anche il Porto Canale di Cesenatico, rappresentato in due disegni contenuti nel Codice L. Celebre è una lettera di Leonardo nella quale si presentava sottolineando questo suo talento in campo militare, una vera e propria autocandidatura in dieci punti, nove dei quali non riguardavano l’arte e l’architettura, che sottopose a Ludovico il Moro, nella speranza di essere assunto e di trasferirsi a Milano, come poi accadde. Leonardo trascorse gli ultimi due anni della


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IN ROMAGNA, SCOPRIAMO IL LEONARDO ARCHITETTO ED ESPERTO DI GUERRA CHE, NEL 1502, VENNE ASSOLDATO DA CESARE BORGIA PER STUDIARE LE FORTIFICAZIONI DELLE CITTÀ.

IN ALTO, VILLAGRANDE DI MONTECOPIOLO (RIMINI). 84

propria vita in Francia, ospite del Re Francesco I. Oggi il Museo del Louvre di Parigi dà ampio spazio alle sue opere, quasi contendendosi con l’Italia il legame con il genio di Vinci. La grandezza di Leonardo trova ulteriore conferma nell’immortalità che ha saputo trovare lasciandoci suggestioni e suggerimenti per il futuro: a lui ad esempio è dedicato il Robot Da Vinci, il più evoluto sistema robotico per la chirurgia mininvasiva, utilizzato in tutto il mondo, anche in Italia: l’Ospedale Morgagni-Pierantoni di Forlì è stato uno dei primi a disporne già dal 2006. Leonardo fu anche un uomo vulnerabile e sensibile, che subì la condizione di figlio illegittimo, con la difficoltà di non essere riconosciuto e di crescere

in un contesto familiare poco coeso, per poi ritrovarsi in inferiorità verso i figli legittimi di suo padre. Nonostante tutto, però, è un Leonardo umanissimo quello che, sofferente, annota ripetutamente la morte del padre: “Mercoledì a ore 7 morì ser Piero da Vinci, a dì 9 luglio 1504, mercoledì vicino alle ore 7”, e ancora “Addì 9 di luglio 1504 in mercoledì a ore 7 morì Piero da Vinci notaio al Palagio del Podestà, mio padre, a ore 7”. Una ricerca ufficializzata nel 2016, condotta da Alessandro Vezzosi e Agnese Sabato, del Museo Ideale Leonardo da Vinci, ha individuato 35 eredi di Leonardo da Vinci, fra i quali il maestro Gian Franco Zeffirelli, uno dei registi più famosi al mondo, scomparso di recente.


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OGGETTI D’AUTORE

COME ESALTARE L’ANIMA DI UNA CASA

Per noi la presa in carico di un progetto parte sempre da un colloquio conoscitivo, riteniamo fondamentale proporre ad ogni cliente soluzioni uniche che non siano solo esercizi di stile, ma e soprattutto atte a rendere la casa come un vestito di alta sartoria, perfettamente cucito addosso al cliente, che ne esalti le virtù e minimizzi i possibili difetti.

Anni di ricerca e selezione ci hanno reso partner delle più grandi aziende del design internazionale, per scelta trattiamo un numero limitato di brand in modo da poterli conoscere in modo perfetto, avere la massima capacità contrattuale con le aziende di cui siamo partner per poter offrire ai no-

TRA ESTETICA E FUNZIONALITÀ, STILE E COMODITÀ, FRANCESCA RAMBALDI CI RACCONTA LE SCELTE E LA FILOSOFIA DI OGGETTI D’AUTORE (DI CUI È TITOLARE) PER ESSERE VICINI AI CLIENTI E DARE VITA AGLI AMBIENTI DELLE LORO CASE.

Partiamo dall’ascolto, il cliente si avvicina parlandoci di uno spazio intimo e prezioso: la propria casa. Solo ascoltando e capendo a fondo quali sono i suoi reali bisogni possiamo essere in grado di soddisfare le sue esigenze e rendere gli spazi che ha deciso di affidarci, non solo delle stanze ben arredate, ma dei veri e propri ambienti di vita dove sentirsi bene e trascorrere le ore più belle con le persone amate.

stri clienti le migliori quotazioni sul mercato. Siamo appena tornati dal Salone del Mobile e non abbiamo visto aziende che ci abbiano particolarmente colpito per innovazione di prodotto: sì ci sono state delle belle installazioni, ma tutte molto simili purtroppo. Oggi, anche con l’utilizzo del web, tutti sono in grado di copiare tutto e sono veramente pochi i brand capaci di fare la differenza. Noi li annoveriamo fra i nostri partner.

Per prima cosa una profondissima conoscenza del prodotto ci consente di proporre ai nostri clienti gli arredi più consoni alle loro esigenze, una volta scelto il prodotto si cercano i


colori e le textures più adatte all’ambiente in cui questo andrà posto, senza lasciarsi fuorviare dalle tendenze del momento. Ogni casa nasce con una sua anima, il nostro compito è quello di esaltarla e farla risplendere al meglio.

Più che di competenze specifiche, che sono indubbie visto che la progettazione da noi è seguita solo da architetti, io parlerei di energie positive che si mixano e si completano: condividiamo ogni scelta che facciamo, sia a livello di acquisti che a livello di vendite. Ogni progetto viene sempre vagliato con tutto il team, per fare un paragone sportivo ci sono tanti bravi giocatori, ma

solo giocando in una grande squadra saranno in grado di vincere il campionato. Chi lavora nella showroom a contatto con il pubblico è solo la punta dell’iceberg del team perché abbiamo due persone all’ufficio contabilità ed un team di manutentori certificati che si occupano di montaggi e consegne.

conviviale e divertente. Al piano superiore abbiamo i nostri uffici amministrativi ed una sala riunioni da oltre un centinaio di posti in cui facciamo incontri formativi con architetti e designer. 

Il nostro spazio è organizzato su due livelli: al pian terreno lo showroom, dove oltre agli arredi in esposizione abbiamo anche una cucina funzionante su cui si svolgono show cooking e “cene formative”. Le cene sono organizzate per gruppi ristretti, l’atmosfera diviene ben presto

Forlì | Via Martoni, 54 | Tel. 0543 724163 | info@oggettidautore.it


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ARCHITECTURE

LIBERTY ESOTICO LO SPIRITO ANTICO DI UNA RAFFINATA BELLEZZA

DI MARISA BALLABIO

FOTO RICCARDO GALLINI

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ARCHITECTURE

OVUNQUE UNA PALETTE DI COLORI DOMINATA DAL BIANCO, AMMORBIDITO DALLE TINTE PACATE DEI TAPPETI, DECLINATE NEI ROSA E SALMONE POLVEROSI DEGLI AUBUSSON.

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Conversazioni che spaziano dall’arte all’attualità, savoir vivre, un’innata eleganza: questo lo spirito che aleggiava varcando negli anni Trenta del Novecento i cancelli di Villa Antolini – detta anche Villa degli Americani – a Riccione. Lo spirito dell’età dorata, della Belle Époque, della vita brillante e traboccante di ottimismo per un futuro che sembrava avere in serbo sempre maggior benessere. Questo spirito elegante e positivo si assapora ancora oggi in Villa Antolini, non perché la residenza sia stata trasformata in una sorta di museo dei bei tempi andati ma, al contrario, perché l’attuale proprietaria, Esther Martelli, ha saputo realizzare un’operazione di grande intelligenza e sensibilità, nella quale si fondono il rispetto per il passato con il comfort, lo stile di vita e il gusto attuali. Una grande tela di Julio Larraz – fra i maggiori artisti latino-americani – accoglie gli ospiti. Intrisa di classicismo, modernità e riferimenti culturali diversi, sospesa in uno spazio/tempo indeterminati, annuncia il genius loci della residenza: il passato resta vitale se si è capaci, come in questo caso, di conservarlo mettendolo in relazione con il mix di stili e culture che caratterizzano l’oggi. E se non ci sono gli arredi originali, è ancora

intatta la magnifica scalinata in legno che, riprendendo i motivi curvilinei della facciata, è la protagonista attorno alla quale si articolano gli interni della casa, inondati di luce, dove pareri e soffitti sembrano fondersi. Così come è ancora presente, in sala da pranzo, il grande camino ocra con decoro Liberty, oggetto di recente restauro, e tutti gli infissi, di un delicato off white. Ovunque una palette di colori dominata dal bianco, ammorbidito dalle tinte pacate dei tappeti, declinate nei rosa e salmone polverosi degli Aubusson e arricchito da pennellate d’oro, come nell’imponente lampadario di Murano dell’ingresso. Emergono come protagonisti gli arredi che dialogano gli uni con gli altri in un calibrato mix di moderno, antico ed esotico, ma anche di antico riproposto in chiave attuale. In questa dimora la fusion non è mera ripetizione di uno schema compositivo, ma il distillato delle esperienze personali e del gusto che sanno capire e vedere il bello, ovunque lo si incontri, e come creare armonia utilizzando elementi di epoche e Paesi diversi. Arredi del Settecento non potrebbero che stare dove sono stati collocati con disinvolta eleganza, non lontano da mobili più recenti e sedute rivestite da fresche housse. Così come


IN APERTURA, LA SALA DA PRANZO. NELLA PAGINA PRECEDENTE, L’INGRESSO DELLA VILLA. IN ALTO, LA ZONA LIVING, IN BASSO, LA CAMERA DA LETTO PADRONALE.

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la scelta della proprietaria di affidare arredi d’epoca alle abili mani di decoratori perché dessero loro nuovo aspetto e, quindi, nuova vita, ha fatto sì che questi si sdrammatizzassero conservando, intatta, un’accogliente eleganza. Il tavolo indiano all’ingresso, le piante tropicali che fanno capolino dai cachepot, le memorie esotiche, evocano il fascino di lunghi viaggi in paesi lontani. Tutto questo è accompagnato da opere d’arte, testimonianze di una chiara passione collezionistica e da sorprese degne di una wunderkammer: la scultura che riecheggia un pesce abitante le profon-

dità marine, le madrepore, la cornice che è un trionfo di conchiglie e coralli... Siamo in una raffinata residenza marina. Potremmo essere negli Hamptons e nessuno si stupirebbe se dalla stanza vicina si affacciasse il Grande Gatsby. Villa Antolini si trova invece a Riccione, ma in una zona speciale: l’Abissinia, dove, proprio all’epoca del Grande Gatsby, si ergevano le residenze della nobiltà e della borghesia più facoltosa. Un limitato nucleo di persone con grande proiezione internazionale, protagoniste di un turismo esclusivo che in Italia si ritrovava in centri come Riccione,


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IN ALTO, UNA FOTO DELL’ESTERNO DI VILLA ANTOLINI, A RICCIONE. 94

Perla verde dell’Adriatico, in Francia a Deauville e in altri luoghi ancora. È quindi a Riccione che nei primi anni Venti prende vita, su iniziativa dei coniugi Antolini, imprenditori che si dividono fra Italia e USA, il progetto di realizzare una villa: lo scrigno prezioso che accoglie questa residenza, un gioiello tardo Liberty che ha superato indenne vicende edilizie che, nel tempo, hanno portato alla sparizione di molte dimore dell’epoca. Un pregevole esempio di architettura frutto del genio di Mario Vucetich, artista poliedrico, allora agli inizi dell’attività, ma già ben inserito nel ristretto milieu dei circoli intellettuali. Il progetto originario è stato in parte variato durante l’esecuzione, ma l’impronta originale di Vucetich rimane chiara e risiede in un gioco di rinvii e contrappesi, come evidenzia in vari testi l’esperto d’arte

Liberty Andrea Speziali che, forse più di tutti, ne ha approfondito l’opera. Fra pieni e vuoti: come i volumi delle lanterne poste all’ingresso le cui sagome ritornano negli oblò dell’edificio. Fra richiami stilistici: al barocco e alla secessione viennese, presenti nelle linee ondulate della parte frontale, bilanciati dal rigore che si esprime nell’essenzialità della struttura. Dopo la seconda guerra mondiale, la famiglia Antolini cede la dimora. Poi un nuovo passaggio, la consegna agli attuali proprietari che, attraverso un attento restauro, la riportano all’antica bellezza, conservandone lo spirito. Su questo palcoscenico di armonica fusione, che nasconde le riflessioni colte di un artista, scorre la vita di Villa Antolini e risiedono i segreti del fascino che esercita ancora oggi su di noi.


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CENTRALE DEL LATTE DI CESENA DAL 1959, IL BUONO DELLA TUA TERRA

Una storia unica nel suo genere in cui si fondono tradizione e innovazione, genuinità e gusto. È la storia della Centrale del Latte di Cesena che quest’anno per ripercorrere le tappe di una straordinaria avventura cominciata nel 1959, quando 12 allevatori di Cesena e Cesenatico fondarono il , con sede a Martorano. Da quel momento, la storia della Centrale non si è mai interrotta e si è intrecciata, anno dopo anno, con quella della comunità di appartenenza, allargata nel corso del tempo da Cesena alla Romagna intera. La Centrale del Latte è, infatti, . Una scelta di autonomia fatta negli anni ’70, contando orgogliosamente sul lavoro dei propri soci e sullo stretto rapporto con il territorio. E proprio il territorio è, oggi più che mai, il tratto distintivo della Centrale a cui aderiscono una ventina di produttori, da Rimini a Ferrara, che conferiscono oltre . Nella Cooperativa lavorano circa 60

dipendenti e 20 sono gli agenti di commercio che ogni giorno consegnano i prodotti a marchio Cesena a botteghe alimentari, bar, ristoranti, alberghi e supermercati delle Province romagnole. Un sistema di raccolta, trasformazione e vendita all’insegna del km0 e della tracciabilità assoluta, che ha saputo farsi strada sul mercato grazie alle scelte strategiche della cooperativa e che ora si rafforza ancor di più con nuovi investimenti. Nel 2018 è stato inaugurato il reparto interno per la produzione del gelato, che alla pari di quello artigianale viene prodotto utilizzando solo Latte Fresco Alta Qualità, Panna Fresca e zucchero 100% italiano. Nel 2019, nell’anno del sessantesimo anniversario, la Centrale ha inaugurato, sempre nello storico stabilimento di Martorano, l’ampliamento del caseificio che ora vanta una superficie complessiva di 800 metri quadri, con sale di produzione e nuove dei forcelle per la stagionatura. maggi, tra cui anche caprini e pecorini, tutti realizzati con il latte di Romagna e con tipicità come il . Una lunga storia proiettata nel futuro.

Via Violone di Gattolino, 201 - Martorano di Cesena (FC) - T. 0547.380292 info@centralelattecesena.it - www.centralelattecesena.it


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RISTORANTE DA MARIO

QUANDO IL GUSTO È DI FAMIGLIA

LA STORIA DI UNA FAMIGLIA DEDITA ALLA RISTORAZIONE: QUELLA DI MARIO SAPIGNA, CHE DA PIÙ DI 45 ANNI SEGNA IL PASSO E DAL 2013 È NEL CENTRO STORICO DI SANTARCANGELO CON IL RISTORANTE DA MARIO.

Una vera e propria istituzione per la Provincia riminese: Mario ha aperto nel 1973 a San Vito di Rimini l’albergo ristorante La Quiete, diretto fino al 1980 per poi passare a Marina centro, fino a che nel 1999 apre il Verdemare, famoso per il suo girarrosto, la cucina tradizionale, affiancata ai carrelli di formaggi e salumi: ancora oggi un ricordo indelebile nel palato degli avventori. Un’attività intensa, che si è protratta con successo sino al 2011. Nel 2013 avviene una svolta ulteriore, il patron Mario Sapigna cavalca i tempi, cambia location e format ristorativo, supportato con grande grin-

ta e professionalità dalle , per l’apertura del ristorante Da Mario nel centro storico di Santarcangelo di Romagna. Nel 2016 con l’arri-

Via de Bosis Lauro 28, Santarcangelo di Romagna RN | T. 0541 621998

vo della avviene una nuova rivoluzione identitaria che colloca Elisa in cucina e Monica in sala. La cuoca, fresca delle sue esperienze culinarie maturate , porta qui il suo ricco percorso di ricerca, proponendo una cucina curata, leggera, in linea coi tempi, dove le cotture a basse temperature imperano. Per le tre donne l’ delle materie prime di cui si riforniscono è alla base delle loro scelte, così come basilare è la , e imprescindibile è la . Da Mario vige grande rispetto verso i collaboratori e i clienti. Curiosi onnivori e attenti vegetariani scopriranno che Da Mario non è solo cucina ma contemporaneità, senso di appartenenza, identità, socialità, narrazione di storie attraverso preparazioni lunghe e accurate, per restituire una cucina semplice, elegante, emozionale, ironica. Un luogo in cui abbandonarsi in toto a un’esperienza sensoriale sfaccettata.


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DOMIZIANI

UNA CREATIVITÀ VULCANICA

Tavoli per l’esterno, ma anche rivestimenti e pavimenti, pareti doccia, lavandini. Il segno distintivo di un decoro astratto che è una firma indelebile da oltre 30 anni. Domiziani è uno dei simboli del Made in Italy nel mondo, con i suoi pezzi unici che attingono dalla tradizione della ceramica e della pietra lavica per evolversi secondo uno stile unico. Frutto della creatività di , fondatore dell’azienda nel 1987, oggi l’azienda e dal nipote . “La nostra è guidata dalla figlia produzione è piuttosto vasta. Ci siamo fatti conoscere con i nostri tavoli per esterni in pietra lavica decorata a mano, ma non siamo solo questo – racconta Sofia – sempre più frequentemente proponiamo articoli che possano arredare gli interni, con elementi come piani per cucine, rivestimenti per bagni, specchiere, lavandini, pavimenti. E ancora lampade e oggettistica realizzata in ceramica”. Accanto alla produzione in stile moderno e di design, c’è quella in stile classico, che spazia da decori come il Ricco Deruta o il Raffaellesco a decori floreali, considerando la secolare tradizione della zona compresa tra Torgiano e Deruta. “Il nostro marchio di

fabbrica però è l’astratto – prosegue Sofia – e che si traduce nelle creazioni di mio padre e di Christopher. Tutto viene caratterizzato dalla dominanza di colori vivaci, anche se nelle nuove collezioni stiamo sperimentando il tono su tono per meglio combinarsi con le tendenze cromatiche del giorno d’oggi”. C’è un grande studio del colore, per offrire una proposta artistica e artigianale in costante evoluzione, “perché il segreto per riuscire a stare sul mercato da oltre trent’anni è l’innovazione. Chi entra qui e si innamora dei prodotti Domiziani, ha . Potenla possibilità di scegliere e crearsi un do optare per forma, dimensione, colore e applicazione”. Il nuovo showroom a Torgiano, in via Roma 28/E è il luogo giusto dove poter scoprire la vera essenza di Domiziani e dove prendere ispirazione. “Siamo in grado di soddisfare anche richieste piuttosto particolari”. Nello stesso stabile si trova la produzione, dove tutto nasce e dove è possibile essere condotti per una visita guidata su richiesta. Da qui i prodotti finiti partono anche per i mercati esteri: “Lavoriamo in tutto il mondo, molto con gli Stati Uniti, l’Australia e l’Europa. E l’Italia, dove siamo sempre molto apprezzati”.

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Premium IN Magazine 01 2019  

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