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PEOPLE

GIULIA INNOCENZI

IN VESTE DI IENA TRA TV E WEB

SPORT

IVAN ZAYTSEV

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EDITORIAL Un altro anno di eccellenze, cultura e storie di successo delle nostre Emilia-Romagna, Marche e Umbria. Con uno sguardo all’anno passato e uno a quello futuro, in questo numero incontriamo: Paolo Maggioli, nominato imprenditore dell’anno, Andrea Gaudenzi, nuovo presidente ATP, e Barbara Monachesi, eroina dei diritti delle donne. Parliamo di design con la collaborazione tra Liu Jo Living Collection e ATL Group, di sostenibilità con il marchio bolognese 24Bottles e di arte con l’illustratore pesarese Alessandro Baronciani. Scopriamo il nuovo ristorante Casa La Corte, dell’imprenditore forlivese Riccardo La Corte, e il 67 Pall Mall club di Londra con il sommelier riminese Nelson Pari. Entrando nel cuore della rivista intervistiamo Giulia Innocenzi, giornalista de Le Iene per

il web e la TV, e Ivan Zaytsev, pallavolista del Modena Volley soprannominato Zar della pallavolo. Parliamo di eccellenza con Ettore Sansavini, fondatore di GVM, di tradizione con Gian Maria Martini, AD di Unigrà, e dell’arte della cucina con lo chef Mauro Uliassi. Passiamo una giornata a bordo della Nave Scuola Amerigo Vespucci con il Comandante Gianfranco Bacchi ed entriamo al MUMAC, il Museo della macchina per caffè, con il co-fondatore Enrico Maltoni. Incontriamo il fotografo delle star Gianluca Naphtalina Camporesi e il duo di designer dietro Atelier Biagetti, che ha firmato un tavolo per Louis Vuitton. Infine, visitiamo i Portici di Bologna, in attesa di entrare a far parte dei siti Unesco, e alcuni siti del territorio già riconosciuti dall’ente. DI ANDREA MASOTTI

AWARD

Paolo Maggioli

DESIGN

Liu Jo Living Collection

SOLIDARITY gruppo

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IN MAGAZINE PREMIUM anno XII - n° 1 luglio 2019 Reg. al Tribunale di Forlì il 28/10/2005 n. 43 Edizioni IN MAGAZINE S.R.L. Menabò Group Redazione e amministrazione: Via Napoleone Bonaparte, 50 47122 Forlì - T. 0543.798463 www.inmagazine.it|info@inmagazine.it Stampa: La Pieve Poligrafica, Villa Verucchio (RN) Direttore Responsabile: Andrea Masotti. Redazione centrale: Clarissa Costa, Gianluca Gatta, Beatrice Loddo. Artwork e impaginazione: Francesca Fantini. Cover: Gianluca Rondoni Ufficio commerciale: Gianluca Braga, Irena Coso, Laura De Paoli, Elvis Venturini. Collaboratori: Barbara Baronio, Roberta Bezzi, Roberta Invidia, Lucia Lombardi, Elisabetta Marsigli, Giulia Masci Ametta, Francesca Miccoli, Pierluigi Moressa, Giorgio Pereci, Barbara Prampolini, Manuel Spadazzi. Fotografi: Gianluca Camporesi, Lorenzo Cicconi Massi/Contrasto, Giorgio Sabatini, Luca Toni. Chiuso per la stampa il 16/12/2019 In ottemperanza a quanto stabilito dal Regolamento UE 2016/679 (GDPR) sulla privacy, se non vuoi più ricevere questa rivista in formato elettronico e/o cartaceo puoi chiedere la cancellazione del tuo nominativo dal nostro database scrivendo a privacy@inmagazine.it

SOCIETY WINE HAPPENING ECOFRIENDLY CREATIVE BOOKS

Barbara Monachesi Andrea Gaudenzi Nelson Pari Casa La Corte 24Bottles Alessandro Baronciani Katharina Prato


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60 48

CONTENTS 74 88

TASTE PEOPLE

EXCELLENCE

GIULIA INNOCENZI

ETTORE SANSAVINI

MAURO ULIASSI

EXPERIENCE VITE DI BORDO

ARCHITECTURE ATELIER BIAGETTI

4O 54 66

84

92

PERSPECTIVE SPORT

CULTURE

IVAN ZAYTSEV

TRADITION UNIGRÀ GROUP

ENRICO MALTONI

GIANLUCA CAMPORESI

LANDSCAPE AL CUORE DELL’ITALIA


PILLS

DA BERTELLI A GUIDI VENT’ANNI DI MOSTRE BOLOGNA | L’Associazione D’idee celebra i vent’anni di attività con una mostra a Palazzo d’Accursio, Da Bertelli a Guidi – Vent’anni di mostre dell’Associazione Bologna per le Arti. Un’occasione per ripercorrere visivamente le declinazioni dell’arte bolognese di fine Ottocento e inizio Novecento attraverso le opere di 15 artisti significativi: Luigi Bertelli, Luigi Busi, Giovanni Paolo Bedini, Raffaele Faccioli, Coriolano Vighi, Mario de Maria, Alessandro Scorzoni, Fabio Fabbi, Flavio Bertelli, Carlo Corsi, Alfredo Protti, Guglielmo Pizzirani, Giovanni Romagnoli, Giulio Fiori e Ugo Guidi. La mostra si potrà visitare gratuitamente fino al 16 febbraio martedì, mercoledì, giovedì, sabato e domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.30 e venerdì dalle 15 alle 18.30.

LAURA PAUSINI “BE ME” FAENZA | È stata fissata per il prossimo 5 settembre al PalaPau Faenza la grande festa dei 25 anni di musica di Laura Pausini, una delle cantanti italiane più note nel mondo. Durante il concerto, riservato ai soci FanClub, l’artista di Solarolo canterà i brani di maggiore successo della sua lunga e fortunata carriera. Un po’ col contagocce la Pausini sta svelando particolari dell’attesa serata attraverso i social. Al momento, si sa che il tema della festa sarà Be Me, ovvero Essere Me, per cui i fan si vestiranno come Laura Pausini nei video e nei concerti. “Sbizzarritevi!”, è l’invito della cantante che dà anche appuntamento per il nuovo gioco sui look che prende vita tramite le sue Stories di Instagram. “Non perdetevi BE ME – Guess My Look, un gioco che vi farà indovinare alcuni dei look che in questi 25 anni avete preferito!”

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AMADORI RILANCIA IL PROPRIO IMPEGNO CESENA | Il 2019 è stato un anno speciale per Amadori Group, che ha festeggiato il cinquantesimo anniversario dalla sua fondazione. Per l’anno 2020 il Gruppo rinnova il proprio impegno negli investimenti dedicati alle filiere avicole d’eccellenza, 100% italiane. Fra il 2016 e il 2019 sono stati investiti 225 milioni di euro, focalizzati nello sviluppo di nuove filiere produttive e nel consolidamento di quelle esistenti, e anche per il prossimo triennio il Gruppo dedicherà ancora maggiori risorse a soddisfare i bisogni dei consumatori in termini di qualità e sostenibilità, attraverso investimenti volti a fornire prodotti sempre più completi sotto l’aspetto nutrizionale e di servizio, nel solco della migliore tradizione alimentare italiana.


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FIERA MACFRUT 2020 RIMINI | Alla Farnesina si è tenuto l’evento di presentazione della fiera MACFRUT 2020, la principale fiera italiana dedicata alla filiera dell’ortofrutta, aperto al Corpo Diplomatico e ai rappresentanti del mondo delle imprese e della ricerca. L’edizione del prossimo anno, che si terrà a Rimini dal 5 al 7 maggio 2020, si caratterizza per una significativa novità, poiché includerà lo Spices & Herbs Global Expo, il primo evento in Europa dedicato al mondo delle spezie, erbe officinali e aromatiche. L’edizione del prossimo anno sarà realizzata in partnership con la Regione Sardegna e avrà come focus internazionale Frutta e Spezie sulla via di Marco Polo. In Fiera sono in programma anche spazi dedicati ai Biostimolanti, alle innovazioni dell’irrigazione, alle tecnologie per il settore orticolo e frutticolo e per le orticole in serra.

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PREZIOSA BOUTIQUE PESARO | La nuova boutique Bartorelli di Pesaro, all’interno di un Palazzo storico del centro, accoglie clienti e appassionati di gioielleria e orologeria in due piani dedicati alla vendita e al laboratorio con tecnici orologiai specializzati che si occupano della riparazione dei segnatempo, una sala per le visioni private della collezione di alta gioielleria griffata Bartorelli Rare and Unique. Paolo Bartorelli e il suo staff accompagnano i clienti in un percorso dedicato all’eccellenza, in cui spiccano gli importanti corner di Rolex, Bulgari e della gioielleria Bartorelli Rare and Unique. “Sono molto orgoglioso di questa nuova boutique e degli importanti passi di crescita,” dichiara Paolo Bartorelli.


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AWARD PAOLO MAGGIOLI IMPRENDITORE DELL’ANNO DI LUCIA LOMBARDI

MAGGIOLI È STATO PREMIATO PER L’IMPORTANTE CONTRIBUITO ALLA: TRASFORMAZIONE DIGITALE, INNOVAZIONE E SEMPLIFICAZIONE DELLE ATTIVITÀ DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE.

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Incontriamo Paolo Maggioli, AD della Maggioli Group, nel suo quartier generale alle porte di Santarcangelo di Romagna, alla luce di un importante riconoscimento conferitogli il 21 novembre a Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana, a Milano: EY L’Imprenditore dell’Anno 2019. Si tratta di un premio giunto alla XXIII edizione e riservato a imprenditori italiani alla guida di aziende con un fatturato di almeno 25 milioni di euro, che abbiano saputo creare valore, con spirito innovativo e visione strategica, contribuendo alla crescita dell’economia. Paolo Maggioli è stato premiato per l’importante contributo alla tra-

sformazione digitale, all’innovazione e alla semplificazione delle attività della Pubblica Amministrazione, delle aziende e dei liberi professionisti. “Sono onorato di ricevere questo importante riconoscimento,” afferma l’imprenditore. “Un successo frutto di una storia centenaria di impresa di famiglia che nel tempo ha saputo diversificarsi senza avere il timore di sperimentare e investire in nuovi campi come quello dell’innovazione tecnologica. Se oggi siamo uno dei maggiori player italiani nell’offerta di Information Technology per la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione lo dobbiamo a spirito d’intraprendenza, visione globale e attenzione alle nuove esigenze del mercato e, in particolare, in piena condivisione dei valori del fare impresa, a un grande lavoro di squadra di chi fa parte del nostro Gruppo, con cui condivido il premio.” Una family company di 2.000 dipendenti che investe sulle persone, e “valorizza le risorse,” chiosa l’AD: “ogni anno inglobiamo dai 50 ai 70 giovani, a noi interessa far crescere le persone con noi, farle sentire parte del gruppo e a loro agio.” Questo riconoscimento è uno stimolo ulteriore ad andare avanti sulla strada intrapresa fino a questo punto, “investire e crescere, con entusiasmo e forza, come stiamo facendo qui a Santarcangelo con l’ampliamento del polo hi-tech, un posto unico anche in

termini di qualità del lavoro.” Allestito nella rinnovata sede storica della tipografia, ora sembra un campus universitario, dallo stile asciutto, nordico, avvolgente, con spazi in via di ampliamento, che renderanno questa cittadella della tecnologia ancora più agguerrita. “Promuovere e sostenere la trasformazione digitale, l’innovazione di processo e la semplificazione della Pubblica Amministrazione, delle imprese e del mondo delle libere professioni, significa modernizzare il Paese e offrire servizi rapidi ed efficienti al cittadino.” Tutto ciò è il core business, grazie al quale è stata conquistata la leadership di mercato in Italia, nonché una forte crescita anche nel mercato internazionale. “In Spagna abbiamo acquistato tre piccole aziende unificandole, con 150 dipendenti dislocati in 6 città. Se la Spagna andrà bene sarà un’ottima piattaforma europea. Anche a Bruxelles abbiamo una importante sede. Nel tempo ci ha permesso di intessere una notevole rete di contatti, con numerose aziende, enti, università, istituti paragovernativi, tanto da permetterci di partecipare a ben 50 bandi con diversi partner europei.” Anche in Colombia stanno decollando delle gare con un socio del territorio. “Sono sfide importanti che ci piace coltivare!” Coltivare sogni, è il primo passo verso il successo. E loro hanno un giardino molto florido, che arricchisce l’intero territorio.


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DESIGN LIU JO LIVING COLLECTION: FUSIONE TRA DESIGN E MODA. DI GIULIA MASCI AMETTA

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Un sodalizio felice, quello tra il fashion brand carpigiano Liu Jo e ATL Group, azienda leader nel distretto romagnolo della produzione di mobili imbottiti per i più importanti brand italiani ed europei. L’interazione e la contaminazione tra la migliore tradizione manifatturiera italiana e le emozioni proprie della moda non poteva che dare ottimi risultati: questa è la storia di Liu Jo Living Collection, la nuova idea di design per l’home living dal carattere forte e da una firma di qualità tutta Made in Italy, o meglio Made in Emilia-Romagna. Disegnata da Simone Cagnazzo, la nuova collezione Ceci est un Caillou si svincola dalle forme e dalle nomenclature classiche: non più solo divani o poltrone, ma design liberi, componibili e riposizionabili. L’eleganza irregolare delle forme diventa firma di unicità artigianale e sartoriale

UN CONNUBIO VINCENTE FRA EMILIA E ROMAGNA, QUELLO CHE HA VISTO NASCERE IL BRAND LIU JO LIVING COLLECTION E LA COLLEZIONE CECI EST UN CAILLOU, DA OGGI DISPONIBILE ALL’INTERNO DI UNO SPAZIO ESPOSITIVO DI OLTRE 100MQ ANCHE PRESSO GINESTRI ARREDAMENTI DI ROCCA SAN CASCIANO.

per ogni lavorazione, rendendo così unico ogni pezzo e ogni ambiente con il quale questo dialoga. Highlight della collezione, che comprende poltrone, divani, lampade, tavoli ed elementi contenitori per il living, è sicuramente l’ensemble composto da tappeto, matelas, cuscino décor e da un iconico pouf la cui forma sembra letteralmente tradurre il francese caillou (“sassolino”). Se di eccellenze emiliano-romagnole si parla, non ci può essere due senza tre. Ha inaugurato infatti a novembre presso Ginestri Arredamenti di Rocca San Casciano il primo shop in shop Liu Jo Living Collection dell’Emilia-Romagna. Uno spazio espositivo permanente di oltre 100 mq dove saranno rappresentati, insieme ai migliori marchi del design italiano e internazionale, tutti gli ambienti componibili con la nuova colle-


zione del brand: living, camera da letto e un’area espositiva esclusivamente dedicata all’ensemble Caillou. Liu Jo Living Collection trova quindi una nuova casa, e non poteva che essere sotto il tetto di un’azienda radicata sul territorio, il Gruppo Ginestri ha infatti festeggiato il suo centesimo anno di attività nel 2017. “La scelta di collaborare con Ginestri Arredamento è venuta naturalmente,” spiega Franco Tartagni, presidente e fondatore di ATL Group, “in considerazione, da un lato del rapporto di stima e fiducia che ci lega a Gianluca Ginestri e dall’altro, della storia di successo di questo mobilificio che arreda le case dei romagnoli da più di 100 anni.” Una collezione pensata, disegnata, prodotta ed esposta nell’arco di un centinaio di chilometri, ma pronta a conquistare i migliori showroom internazionali e non.

IN QUESTE PAGINE ALCUNI PEZZI DELLA NUOVA COLLEZIONE CECI EST UN CAILLOU DI LIU JO LIVING COLLECTION

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SOLIDARITY EX-AVVOCATO EROINA DEI DIRITTI DELLE DONNE DI BARBARA BARONIO

Il tono della sua voce rivela tanta commozione quando parla delle bambine e donne violate che accoglie, in particolare quella della bambina di 12 anni giunta alla sua struttura solo pochi giorni prima. “Il volto di questa bimba nella mia mente s’incrocia con quello di tanti altri volti, storie di sofferenza ma anche di resurrezione. Sono situazioni estreme e quelle che toccano i minori mi lasciano senza respiro.” Sono queste le parole di Barbara Monachesi, quarantaseienne cesenate che ha lasciato una carriera da avvocato per unirsi all’Ong Apeiron che opera in favore delle donne vittime di violenza di genere a Kathmandu e in molti centri del Nepal. Barbara, che vive in Nepal da ormai 15 anni, lo scorso ottobre ha ricevuto il prestigioso premio Tiaw Wor14

ld of Difference 100, promosso ogni anno dall’organizzazione internazionale The International Alliance of Women con cui vengono premiate 100 persone che si sono distinte per aver migliorato l’empowerment economico delle donne a livello locale, regionale o mondiale. “Nel 2005, sono giunta in questa terra per fare volontariato presso un’organizzazione locale che poi ho scoperto essere inesistente. Dopo un attimo di sconcerto e sconforto sono approdata ad Apeiron: passavo tutti i giorni da Thamel, il quartiere turistico di Kathmandu, e vedevo tantissimi bambini che mendicavano, sniffavano colla e dormivano rannicchiati sui marciapiedi. L’impatto con questa realtà per me è stato fortissimo.” È stata su questa strada che Barbara ha incontrato Pramod un bimbo di 11 anni che però ne dimostrava molti di meno a causa della malnutrizione. Tra loro è scattato qualcosa. “Per giorni e giorni ci salutavamo fino a quando da solo ha scelto di lasciare la strada e mi ha seguita presso la guest house dove alloggiavo. Nel tempo ha iniziato a chiamarmi mamma e anche quando sono rientrata in Italia ho mantenuto i contatti con lui. Ho allora deciso di trasferirmi in Nepal dove nel frattempo Apeiron cercava una persona che seguisse i progetti in loco. È stato un sì

BARBARA MONACHESI È STATA PREMIATA DALL’INTERNATIONAL ALLIANCE OF WOMEN PER AVER FATTO PROGREDIRE LA CONDIZIONE FEMMINILE IN NEPAL, IN PARTICOLARE SOTTO L’ASPETTO DELL’AUTONOMIA ECONOMICA DELLE DONNE.

di pancia perché desideravo stare vicino a Pramod e suo fratello Suroj, i miei figliocci sgarrupati. Così ho iniziato la mia nuova vita un po’ incoscientemente.” Nel frattempo Barbara si è sposata con un uomo nepalese, è diventata madre di Maya, 10 anni, e Tara, 7 anni, e con lei l’opera di Apeiron in Nepal è cresciuta. Oggi conta una squadra di oltre 40 volontari e operatori, 8 strutture di accoglienza, 10 progetti e oltre un migliaio di donne accolte solo nell’ultimo anno. “Le nostre strutture servono non solo a protezione, ma come un nuovo inizio, una vera e propria resurrezione.”


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SOCIETY

ANDREA GAUDENZI, IL NUOVO PRESIDENTE ATP DI ROBERTA BEZZI

EX CAMPIONE DI TENNIS, ANDREA GAUDENZI È STATO NOMINATO ALL’UNANIMITÀ COME NUOVO PRESIDENTE DELL’ATP, PER GESTIRE IL CIRCUITO DEI TENNISTI PROFESSIONISTI AL DI FUORI DEI TORNEI DELLO SLAM.

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È possibile scoprirsi un abile imprenditore dopo un passato da sportivo professionista? Nella maggior parte dei casi probabilmente no, ma è quanto accaduto invece al faentino Andrea Gaudenzi. L’ex miglior tennista italiano salito fino al numero 18 nella classifica mondiale, capace di battere fenomeni come Federer e Sampras, è diventato un brillante manager tra musica e tecnologia. Da anni, vive a Londra con la sua famiglia, ma il legame con l’Italia e la Romagna è sempre forte. A fargli nuovamente guadagnare gli onori della cronaca è arrivata, proprio qualche settimana fa, la nomina a presidente dell’ATP, il sindacato che gestisce il circuito dei tennisti professionisti al di fuori dei tornei dello Slam. Prende il posto di Chris Kermode e il suo incarico quadriennale parte ufficialmente l’1 gennaio 2020. “L’ATP ha svolto un ruolo centrale nella mia vita in molti modi,” dichiara, “e avere questa opportunità è un vero onore. Non vedo l’ora di supervisionare la direzione futura del Tour e sfruttare il successo e la popolarità globale di questo sport in quello che è, senza dubbio, uno dei momenti più entusiasmanti nella storia del tennis professionistico maschile. Non vedo l’ora di iniziare.” A livello sportivo, il quarantaseienne ha raggiunto l’apice nel 1995 quando ha vinto tre titoli di singolare

e due di doppio, toccando inoltre le semifinali di Montecarlo come maggior risultato nei tornei più importanti. È uno dei pochi tennisti italiani laureati – in Giurisprudenza all’Università di Bologna – che, una volta appesa la racchetta al chiodo, si è guadagnato anche un prestigioso master in Business Administration a Montecarlo. Da manager, ha seguito part-time Fabio Fognini, dalla capitale britannica, dove lavora come imprenditore di start-up nel settore della tecnologia, dell’intrattenimento e

dei media. E, da un paio d’anno, si è riavvicinato al tennis entrando nell’ATP Media, società che detiene e commercializza i diritti dei tornei Masters 1000, 500 e 250. Determinante è stato il suo ruolo nel consiglio di amministrazione, guidando con successo la ristrutturazione del business che funge da braccio di trasmissione dell’ATP Tour. Non stupisce, dunque, che sia stato scelto all’unanimità dal Board dei direttori dell’associazione che riunisce i giocatori professionisti di tutto il mondo.


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SOMMELIER AL BRITISH CLUB 67 PALL MALL DI LONDRA, PER IL RIMINESE NELSON PARI ALLA BASE DEL SUO LAVORO C’È UNA BUONA DOSE DI INTUITO: “È IMPORTANTE CAPIRE DOVE SEI, IL RITMO DEL RISTORANTE. ALCUNI SONO COME UN VALZER, ALTRI COME LA TECNO.”

“Senza contare le etichette della mia Regione, sono un grande appassionato di Bordeaux dove la mia Château preferita è Mouton Rothschild nelle annate 1989, 2002, 2011.” A esordire così è il sommelier Nelson Pari, classe 1989. Quando il muro di Berlino crollava, lui nasceva. È della generazione senza muri, una vera rivelazione del mondo internazionale del sacro liquido. Non ha tempo libero, perché trascorre 5 giorni su 7 al 67 Pall Mall club con il miglior team europeo. Un tempio contemporaneo del vino, tre piani di lusso in perfetto stile british con oltre 5.000 etichette, 850 vini al bicchiere, 3.500 membri. Situato a St. James, dove un tempo i nobili giocavano a cricket, nel cuore della Clubland ottocentesca. Vive nella zona di Wood Green, Enfield, Londra. La passione per la musica Jazz lo ha condotto nella City, dove ha frequentato il master al Trinity Laban vincendo per due

anni di fila la borsa di studio della famiglia Archer: “Ho iniziato a suonare dopo aver ascoltato Led Zeppelin IV e Jimmy Page, uno dei chitarristi a cui mi sono ispirato di più.” Al vino è arrivato per caso: “le cose capitano da sole, a me sono sempre piombate dal cielo!” Sta per iniziare il terzo livello del Court of Master Sommeliers, uno degli esami più difficili al mondo, il cui diploma è aperto solo a chi ha già il certificato di Sommelier Advanced Court. Il sommelier è fondamentale nel ruolo della ristorazione perché “specialmente in Italia, do-

vrebbe fare parte di una cultura che deve puntare sul territorio. Guarda le liste dei nostri stellati in Romagna,” spiega Pari. “Abbiamo più Champagne in Riviera che nelle carte francesi, tutta questa ricerca in Italia sulla Borgogna rispetto ad altre bottiglie del territorio mi fa rabbrividire.” Sarebbe meglio spendere più tempo “su cosa c’è dietro casa e bilanciare con i grandi classici.” Per lui un grandissimo maestro, legato alle sue origini, è Andrea Fiorini del Magnolia. “Penso sia il primo sommelier ad avermi fatto innamorare della professione. Un misto tra eleganza, cultura, 19


intelligenza dell’abbinamento e showmanship ai massimi livelli.” Il sommelier è composto da skills, d’intuito: “Devi capire dove sei, il ritmo del ristorante. Alcuni sono come un valzer, altri come la tecno. Devi stare tre passi avanti rispetto ai camerieri e spiegare in 5 secondi il prodotto avendo leadership. Noi studiamo 24 ore su 24, proviamo 160 vini al giorno, ci interroghiamo di continuo.” Nelson Pari riconosce di essere un ottimo public speaker, grazie anche ai tanti concerti fatti. Di “capire subito il tavolo, quanto essere intrusivo, se avere uno stile francese o anti.” L’ammiraglio Nelson sa dove dirigere la bottiglia, e diventare

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il vostro migliore amico al primo sorso, per traghettarvi in sconfinate degustazioni. Approfittiamo di questo collegamento con Londra, per chiedere qualche suggerimento al fine di costituirci una nostra cantina personale, una lista di vini della Romagna per l’invecchiamento. “Ognuna di queste bottiglie indicate va bene da aprire tra un anno come tra 10 e, forse, anche tra 20. Di Rimini: Podere Vecciano, Terravolta (Cab Sauv, Merlot, Petit Verdot), e Agricola I Muretti, Oltre (Cab Sauv 100%). Di Brisighella: Fondo San Giuseppe, Fiorile (Albana), Gallegati, Corallo Nero (Sangiovese), Vigne dei Boschi, Borgo

Casale (Sauvignon Blanc) e Andrea Bragagni, Albana Rigogolo. Di Predappio: Nicolucci, Vigna del Generale (Sangiovese), Chiara Condello, Le Lucciole (Sangiovese), Stefano Berti, Calisto (Sangiovese). Per la zona di Modigliana: Villa Papiano, Le Papesse (Sangiovese), Mutiliana, Ibola, e Il Pratello, Il Calenzone. Di Castrocaro: Marta Valpiani, Crete Azzurre (Sangiovese). Di Oriolio, San Biagio Vecchio, ANFORghettabol (Albana Passito in Anfora). Di Marzeno: Fattoria Zerbina, Scaccomatto (Albana Passito) e Paolo Francesconi, Arcaica. Infine, di Longiano: Villa Venti, Primo Segno (Sangiovese).”


Abbiamo trascorso l’inverno lavorando ad una grande sorpresa. Felix vi aspetta per festeggiare Abbiamo trascorso l’inverno Felix è completamente rinnovato. lavorando adinsieme, una grande sorpresa. il Capodanno e si prepara Vi aspettiamo. Felix è completamente rinnovato. a una stagione 2020 da sogno! Vi aspettiamo.

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HAPPENING

UN NUOVO CONCEPT D’ARREDO A CASA LA CORTE

NATO PER FONDERE GUSTO ED ESPERIENZA VISIVA, IL RISTORANTE CASA LA CORTE PRESENTA UN AMBIENTE ADATTO A PRANZI VELOCI COME A CENE RAFFINATE, POCHI MINUTI AL BAR O ALLA RICERCA DI PRODOTTI TIPICI.

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È appena nato un nuovo concetto di punto ristorazione. Un luogo che cambia pelle durante la giornata rimanendo comunque fedele a principi di qualità e genuinità. Parliamo di Casa La Corte, il nuovo locale nato dalla fantasia di Riccardo La Corte, che rappresenta il punto di approdo di un lungo percorso imprenditoriale. Quello che ha avuto il suo apice nell’ideazione del modello ristorativo di America Graffiti – che conta oggi ben 37 ristoranti tra Trento e Battipaglia – e che continua, dopo la vendita di quel format a Cigierre

DI GIORGIO PERECI

di Udine, con altre avventure che portano tutte il marchio di una passione per la buona cucina, il vintage, le auto americane anni ’50 e la cultura pop. A Casa La Corte l’organizzazione degli spazi e la scelta degli arredi contribuiscono ad offrire un’esperienza sensoriale accattivante, morbida, elegante e accogliente. Quattro aggettivi che rinviano al progetto ristorativo: qui l’estetica si fonde con i sapori. D’altronde non parliamo di un semplice ristorante. È il food market che accoglie chi entra nel locale, ma l’ambiente nasce

per ospitare anche semplicemente chi vuole assaporare un caffè o una colazione particolare. I tavoli e le luci si adattano ai due momenti chiave della giornata: pranzo e cena. Durante la pausa pomeridiana, i piatti sono quelli tipici di una cucina nostrana e casereccia. Alla sera, il ristorante propone piatti gourmet e un’accurata selezione di carni di pregio, mutando in un locale adatto a una clientela che ha il tempo da dedicare agli assaggi più raffinati e particolari, alla scelta di un vino da gustare con lentezza.


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ECOFRIENDLY

24BOTTLES MENO PLASTICA PIÙ DESIGN

IL MARCHIO BOLOGNESE, DIVENTATO INTERNAZIONALE, PROPONE UN’ALTERNATIVA SOSTENIBILE E DI DESIGN ALLE BOTTIGLIE DI PLASTICA.

Coniugare estetica e sostenibilità ambientale: ci sono riusciti i bolognesi Matteo Melotti e Giovanni Randazzo, che nel 2013 hanno creato il marchio 24Bottles con l’obiettivo di ridurre l’impatto delle bottiglie di plastica usa e getta sul pianeta e sulle nostre vite. Secondo le stime, infatti, circa il 30% della plastica prodotta ogni anno viene dispersa nell’ambiente: uno spreco, un’inutile impatto ambientale e un costo sociale. Prendendo a cuore il problema,

DI CLARISSA COSTA

i due fondatori hanno abbandonato il mondo bancario per dedicarsi alla loro idea imprenditoriale, aprendo la sede a Villanova di Castenaso e iniziando a progettare una bottiglia in acciaio inossidabile alla moda, pratica, leggera ed ecosostenibile. “Pensiamo che una buona estetica possa essere un’ottima leva per convincere tutte le persone ad adottare buone abitudini e stili di vita corretti per ridurre gli sprechi,” affermano i due fondatori. “L’idea nasce dalla ricerca

della soluzione più comoda per soddisfare l’esigenza di idratarsi in modo sano, elegante ed ecologico, ogni giorno. Il concetto quindi è quello di creare oggetti durevoli e funzionali che rendano il mondo un luogo più piacevole e meno inquinato.” La ricerca dei materiali e l’originalità dei design attira l’attenzione a livello nazionale e internazionale sul brand bolognese, aprendo le porte a numerose collaborazioni con grandi nomi quali Nike, Diesel, Vivienne

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“PENSIAMO CHE UNA BUONA ESTETICA POSSA ESSERE UN’OTTIMA LEVA PER CONVINCERE TUTTE LE PERSONE AD ADOTTARE BUONE ABITUDINI E A RIDURRE GLI SPRECHI.”

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Westwood, Emilio Pucci, Dior. Nel 2019, il brand è partner ufficiale di X Factor Italia. “L’idea di rendere X Factor 2019 plastic-free ci è piaciuta subito, così abbiamo potuto sostenere Fremantle e Sky nel lanciare un segnale concreto e passare all’azione.” 24Bottles presenta anche accessori coordinati e più linee di prodotto in diverse taglie, in grado di incontrare il gusto e le diverse esigenze: Urban Bottle, la più leggera, Clima Bottle, resistente e termica, e Infuser Bottle, che consente di creare e trasportare

tisane e infusi. Sulla maggior parte delle bottiglie, si può notare stampato in piccolo il numero -0,08 che indica “la quantità di CO2 che eviti di rilasciare nell’atmosfera ogni volta che riutilizzi la tua 24Bottles invece di acquistare una bottiglia d’acqua in plastica usa e getta,” spiegano. “Infatti, produrre una bottiglia di plastica monouso comporta l’emissione di 80 grammi (0,08 Kg) di CO2 eq.” Oltre allo studio estetico, pratico e dei materiali, Melotti e Randazzo si sono interrogati anche sull’impatto dei loro stessi

processi produttivi, coinvolgendo un ente certificatore. Dopo diverse considerazioni si sono appoggiati a Treedom, società attraverso la quale hanno creato una foresta, Oxygen, di 1.500 alberi su diversi Paesi che riesce ad azzerare l’impatto ambientale dei loro prodotti. “Un bosco in continua crescita che ci aiuta a rendere l’intero ciclo di vita delle nostre bottiglie a zero emissioni. Come azienda, abbiamo intrapreso un ambizioso percorso che ha l’obiettivo di eliminare completamente la propria impronta di carbonio.”


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CREATIVE PH LUCA TONI

L’ARTE DI DARE FORMA AI DESIDERI DI ELISABETTA MARSIGLI

IN ALTO, ALESSANDRO BARONCIANI CON LA COVER DELL’ALBUM LUCIO DALLA LEGACY EDITION.

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Quando la musica si fonde con il disegno e viceversa: Alessandro Baronciani, noto fumettista pesarese e autore di graphic novel (tra cui Negativa e Le Ragazze nello studio di Munari), è stato chiamato a reinterpretare la copertina originale del disco di Lucio Dalla del 1979 che, dopo 40 anni è tornato in una veste inedita, con una serie di illustrazioni ispirate alle canzoni della tracklist, racchiuse all’interno di uno speciale booklet a colori, la cui prima stampa è andata già a ruba. Il talento di Alessandro è pari alla sua passione per la musica e il disegno: “Disegnare nasconde quella voglia di stupire raccontando qualcosa che non è reale, ma a cui tu dai realtà: per me è sempre stato il desiderio di avere delle cose che non potrei mai avere, che non esistono.” Un’arte trasversale che Baronciani ha da sempre legato alla musica e al racconto, come i menestrelli, i cantastorie, che raccontavano ‘storie disegnate’ facendo sognare gli spettatori. “Essere chiamati a disegnare l’album di Dalla è stato come un cerchio che si è chiuso. Da ragazzino, è stato il primo disco

“DISEGNARE NASCONDE QUELLA VOGLIA DI STUPIRE RACCONTANDO QUALCOSA CHE NON È REALE, MA A CUI TU DAI REALTÀ,” RACCONTA ALESSANDRO BARONCIANI, CHE HA REINTERPRETATO LA COPERTINA DEL DISCO DEL 1979 DI LUCIO DALLA.

che ho ascoltato, registrato su una cassetta da questo mio mito giovanile che era Fridi, un ragazzo che cantava le canzoni di Dalla durante le feste a Soria, il mio quartiere. Nonostante i miei gusti siano cambiati moltissimo ora, questo resta uno dei miei album preferiti e quindi la possibilità di illustrarlo è stata una cosa che mi ha reso davvero felice. Ma sono felice anche perché finalmente Fridi sarà in un disco di Dalla: è una delle

scritte su un muro, Fridi rules.” I luoghi, per le illustrazioni, scelti da Alessandro sono quelli della sua infanzia. Ad Alessandro è stata anche affidata la regia di un video dedicato a un inedito di Dalla presente in questa ristampa, Angeli: “Stefano Chichi, la troupe ed io siamo andati a girarlo a Lugano,. Per comporre una storia parti dalle cose che trovi in giro, proprio come i giornalisti che devono ricostruire un fatto accaduto: il mio processo creativo è questo. Ma la creatività non è mai il modo in cui abbatti l’ostacolo, ma come lo aggiri, perché magari l’ostacolo rimarrà sempre e tu devi ingegnarti per ignorarlo.” Il video è un altro capolavoro che si presta a una lettura multistrato, con continui riferimenti, più o meno espliciti, a tutta la carriera del celebre cantautore bolognese. Attualmente, Baronciani è anche nelle sale cinematografiche con 30 secondi di animazione nell’ultimo film di De Sica. Presto sentiremo ancora parlare di lui: si sta infatti occupando della ristampa del suo Quando tutto diventò blu, in un progetto a cui affiancherà anche una band tutta al femminile.


BOOKS UNA STORIA DI DONNE E FORNELLI DI LEA BACCARINI

“LE DONNE SONO BUONGUSTAIE. L’INCLINAZIONE DEL BEL SESSO VERSO IL BUONGUSTO HA QUALCOSA D’ISTINTIVO PERCHÉ IL BUONGUSTO FAVORISCE LA BELLEZZA”: COSÌ SCRIVEVA ANTHELME BRILLAT-SAVARIN.

La conquista di una posizione nella storia della cucina per le donne è cosa molto più recente di quanto si creda. La tradizione attribuisce da sempre al nostro grande Pellegrino Artusi il titolo di autore del primo libro di cucina nell’Italia di recente unita, Scienza in Cucina e Arte del Mangiar Bene, dato alle stampe nel 1891. Ma pochi sanno che appena due anni dopo apparve, nelle librerie italiane, la traduzione del manuale di cucina di un’austriaca, Katharina Pratobevera, intitolato Manuale di cucina per principianti e per cuoche già pratiche. Un volume denso di ricette, tradotto, ampliato e adattato alle esigenze del pubblico italiano grazie alla collaborazione di Ottilia Visconti Aparnik, maestra di cucina del corso di economia domestica nel 30

Civico Liceo Femminile di Trieste. Questo ponderoso manuale si diffuse – con un successo che lo portò, nel 1957, all’ottantesima edizione – e andò a costituire un prezioso ricettacolo di idee e procedimenti per le donne di casa. Un manuale all’avanguardia nell’Ottocento, e ancora oggi sorprendentemente attuale. Mariavittoria Andrini, già curatrice di Ricette di Petronilla e da sempre appassionata di storia della cucina, tramite un’operazione di vera e propria archeologia gastronomica, rende omaggio

a Katharina Prato con il suo nuovo titolo Gli antichi sapori di Katharina (Edizioni IN Magazine, 2019). In questo più agile volume, infatti, ripropone oltre 700 ricette, alcuni dei più interessanti e gustosi menu e tutta la parte manualistica offerta da Katharina a fine Ottocento, oltre a preziose illustrazioni d’epoca; e arricchisce la trattazione con interessanti annotazioni e curiosità che rendono questo libro indispensabile per chi vuole conoscere le radici della nostra cultura gastronomica.


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GIULIA INNOCENZI IN VESTE DI IENA TRA TV E WEB

DI MANUEL SPADAZZI

È una Iena, ma solo in TV. Perché Giulia Innocenzi ha chiuso per sempre con la carne. Dedicando inchieste giornalistiche, un programma e anche un libro, Tritacarne, contro gli allevamenti intensivi e le sofferenze degli animali destinati alla macellazione. “Ebbene sì, sono una vegetariana convinta,” conferma la giornalista riminese che a soli 35 anni è già una veterana del piccolo schermo. Gli esordi sulla Rai nel 2009 ad Anno zero di Michele Santoro – dopo la breve esperienza su Red TV – che ha poi seguito quando il giornalista è passato a La7 con Servizio pubblico. Sempre su La7 Innocenzi ha debuttato come conduttrice con Anno uno, poi nel 2017 il ritorno in Rai con Animali come noi. Da quasi due anni Giulia veste i panni della Iena: è la direttrice del sito web del programma di TV e ha firmato tanti servizi della trasmissione. “L’inchiesta di cui vado più fiera,” racconta, “è quella contro la macellazione dei cani a Yulin, in Cina. Lo so: sono immagini forti, è stato un pugno nello stomaco anche per me girare quel servizio. Ma andava fatto. E dopo la nostra inchiesta, l’Italia, attraverso l’ambasciata, ha chiesto ufficialmente alla Cina di fermare quello scempio.” È il tipo di TV che immaginava di fare, quando ha accettato di lavorare a Le Iene? “Quando mi hanno cercato, all’inizio, ho un po’ indugiato. Sai, dopo anni di televisione con Michele Santoro… Ma avevo solo bisogno di conoscerli meglio. C’è un grande lavoro giornalistico dietro a quello che si vede in ogni puntata, e soprattutto c’è una grande squadra, anche

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“C’È UN GRANDE LAVORO GIORNALISTICO DIETRO A QUELLO CHE SI VEDE IN OGNI PUNTATA,” RACCONTA, “E SOPRATTUTTO C’È UNA GRANDE SQUADRA, ANCHE NEI NUMERI. A LE IENE SIAMO IN 160, DAVVERO TANTISSIMI.”

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PEOPLE

“ESSERE A RIMINI È RESPIRARE L’ARIA DI CASA. È RIVEDERE LA FAMIGLIA E GLI AMICI DI SEMPRE. È GIRARE IN BICICLETTA PER CORSO D’AUGUSTO, FERMARMI A BERE UN CAFFÈ IN PIAZZA ED ESSERE SOLTANTO GIULIA.”

nei numeri. A Le Iene siamo in 160, davvero tantissimi. E poi ho scoperto in Davide Parenti un grande capo.” Nel corso degli anni Le Iene è diventato sempre di più un programma di informazione, ma ancora oggi non rinuncia all’intrattenimento, come gli scherzi ai personaggi famosi. Non c’è un po’ di contraddizione tra le due cose? “No, assolutamente. Perché i servizi più divertenti e leggeri servono a intercettare un pubblico più ampio, a cui mostriamo poi anche il resto: le nostre inchieste, i nostri approfondimenti. Le Iene resta fondamentalmente un programma d’informazione, e sfido chiunque a dimostrare il contrario.” Di recente, anche su Dagospia, è stato fatto di nuovo notare che lei non può definirsi giornalista non avendo passato l’esame per iscriversi all’ordine. Come replica? “È una polemica vecchia, che ogni tanto viene tirata fuori ad arte. Si vede che sto facendo bene il mio lavoro. Non mi faccio influenzare da queste cose. Se ho accettato di lavorare per Le Iene, è proprio perché qui si fanno inchieste e informazione giornalistica, come quella sul caso Pantani, una nostra esclusiva. Lo testimonia anche il nostro sito web, di cui ho assunto la direzione: basta dare un’occhiata ai contenuti.” Quanto è importante il sito per una trasmissione come questa? “Molto. Perché qui, prima che altrove, si è capito come TV e web debbano andare a braccetto. Anche perché ora l’Auditel rileva

anche i contatti sul web. Il sito de Le Iene è il più seguito in Italia, tra quelli dei programmi televisivi. Superiamo anche Uomini e donne, che è una potenza anche sulla Rete.” Adesso però c’è anche la concorrenza di Fiorello, con Viva RaiPlay. “Vero, ma Mediaset ha cominciato a credere e a investire molto prima della Rai sul connubio tra TV e web, e i risultati ottenuti da Le Iene lo confermano in pieno.” Insomma, non si è pentita della scelta? “No, affatto. Anche se ho dovuto cambiare città. Dopo tanti anni passati a Roma (dove la Innocenzi è arrivata dopo la maturità, per frequentare l’università Luiss, N.d.A.) mi sono trasferita a Milano. È un’altra vita, ci sono pro e contro.” Partiamo dai pro. “La vita a Milano è molto più semplice, più organizzata. Faccio un esempio concreto: i trasporti. Per andare al lavoro devo prendere tre mezzi, ma in poco più di mezzora sono in ufficio: vado in bici fino alla metro, poi una volta scesa dalla fermata salgo sulla navetta che mi porta a Cologno Monzese. Arrivo quasi sempre puntuale. A Roma ogni viaggio in metropolitana era un’avventura, tra ritardi, gente che litigava, problemi alle fermate. E poi Milano è una città piena di mostre d’arte, concerti, eventi, spettacoli. Non ci si annoia mai. Non che a Roma manchino gli eventi, anzi.” I contro della vita a Milano? “Facile: il clima prima di tutto. Mi manca il sole di Roma. Per fortuna Milano è mol37


PEOPLE

IN QUESTE PAGINE, GIULIA INNOCENZI IN VESTI DA IENA E, QUI IN ALTO, NELLA SUA RIMINI.

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to meglio collegata con Rimini, dove torno appena posso. E poi Milano, per quanto sia migliorata e stia migliorando, non sarà mai Roma, che per me resta la città più bella del mondo. Anche se non è stata gestita al meglio negli ultimi anni. Non ne faccio una questione politica, ma avendo vissuto nella capitale per molti anni posso confermare che la città è peggiorata. Lo dico perché a Roma ci torno spesso, per lavoro e perché ho ancora tanti amici. Prendiamo il lungo Tevere, dove andavo a correre quasi tutte le mattine: ora è completamente abbandonato a se stesso, lasciando spazio al degrado e ai malintenzionati. A Roma, alla sera, mi è capitato di dover litigare con i parcheggiatori abusivi. Ecco: in una città come Roma queste cose non dovrebbero accadere.” Tra Milano e Roma, non può mancare la

tappa a Rimini. Dove, negli ultimi tempi, la incrociamo sempre più spesso… “Ci passo almeno un paio di giorni a settimana, quando torno. Purtroppo a Le Iene i giorni clou di lavoro sono proprio quelli del weekend, andando il programma in onda la domenica e il martedì. Ma almeno una o due volte al mese riesco a ritagliarmi un po’ di tempo da trascorrere a Rimini.” Lei vive lontano da Rimini da quindici anni: nostalgia di casa? “Ho sempre avuto la fortuna di viaggiare tanto, ma per me essere a Rimini è respirare l’aria di casa. È rivedere la famiglia e gli amici di sempre, quelli con cui non ho mai perso contatto in questi anni. È girare in bicicletta per corso d’Augusto, fermarmi a bere un caffè in piazza o farmi un aperitivo, ed essere soltanto Giulia.”


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FOTO ©LORENZO CICCONI MASSI/CONTRASTO


SPORT

IVAN ZAYTSEV NON SOLO LO ZAR DELLA PALLAVOLO

DI BARBARA PRAMPOLINI

Ivan Zaytsev, non è solo un pallavolista straordinario del Modena Volley, è una persona con una storia sicuramente fuori dal comune, giovanissimo ma con tanta vita dentro e dietro di sé. A soli 31 anni è papà di tre bambini, l’ultimo dei quali è Nausicaa nata lo scorso 3 ottobre, prima di lei è nata Sienna nel 2018 e il primogenito Sasha nel 2014. La vita di Ivan si potrebbe scindere in due proprio come un campo separato dalla rete. La vita prima di Ashling, la moglie, e la vita dopo l’incontro con di lei. Uno ha una nota, che è sua, e se la lascia marcire dentro… no… statemi a sentire… anche se la vita fa un rumore d’inferno affilatevi le orecchie

fino a quando arriverete a sentirla e allora tenetevela stretta, non lasciatela scappare più, scriveva Alessandro Baricco. Citando l’autore, di cui lo sportivo è un lettore appassionato, Ivan ha una nota, una nota bellissima che, anche quando la sua vita faceva rumore è riuscita a uscire e a esplodere, coinvolgendo migliaia di persone che insieme a lui e per lui urlano riempiendo di altrettante bellissime note il Palazzetto nel quale impera, proprio come uno Zar, il suo soprannome. La vita di Zaytsev non è sempre stata scintillante e facile come, forse, dagli spalti si potrebbe pensare. Nasce a Spoleto, da genitori con lo sport nel DNA: il padre, Vjačeslav

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NATO A SPOLETO DA CAMPIONI SPORTIVI SOVIETICI, IVAN ZAYTSEV OGGI GIOCA COME SCHIACCIATORE PER IL MODENA VOLLEY. UNA VITA, QUELLA DELLO ZAR, UN PO’ RIBELLE MA SUPPORTATA DALLA MOGLIE ASHLING.

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FOTO ©LORENZO CICCONI MASSI/CONTRASTO

SPORT

Zaytsev è campione olimpico di pallavolo, considerato ed eletto atleta del Ventesimo secolo in Unione Sovietica. Ruolo: palleggiatore. Fu il primo atleta sovietico della storia autorizzato a giocare all’estero. La mamma, nuotatrice, a tredici anni, nel 1966, stabilisce il record del mondo nei 200 rana e nel 1967 vince l’oro sia nei 100 che nei 200 rana. Di nuoto con Ivan non se ne parla, sostiene di non essere portato, di non sentirsi nel suo ambiente e comunque, in ogni caso, in famiglia le decisioni le prendeva il papà. Un padre autoritario, una figura ingombrante per Ivan e forse in alcuni momenti destabilizzante. Nel pallavolista sovietico c’erano l’ambizione e il desiderio di fare di quel figlio, evidentemente dotato, un campione a sua immagine e somiglianza mentre il piccolo Ivan invece sognava di fare, da grande, il portiere di hockey su ghiaccio. Il ragazzo inizia a sette anni a giocare a pallavolo a San Pietroburgo, dove si era trasferito con la famiglia per seguire la vita professionale del padre. Sveglia alle 6 del mattino per prendere due autobus e un treno per la scuola ed essere di ritorno alle 3 per gli allenamenti. I sacrifici per giocare non sono pochi e sicuramente per un bambino sono particolarmente pesanti e pressanti, ma come afferma Ivan: “L’educazione sovietica di certo ti forgia, ma poi una cosa deve piacerti e facevo sacrifici anche perché comunque la pallavolo mi piaceva.” In realtà ha iniziato molto prima a giocare, a Spoleto, quando il campo era il corridoio di casa e prima ancora le ginocchia del padre. Rientra insieme alla famiglia in Italia e il campionato della stagione 2005-2006 segna l’esordio di Ivan in A1. Transita poi in vari club nazionali e non, come Roma, Latina, Mosca e Doha. Nel 2018 approda a Modena. Nel libro Mia edito da Rizzoli, pubblicato nel 2017 in collaborazione con il giornalista sportivo Marco Pastonesi, così scrive della pallavolo a Modena: “Modena sta alla pallavolo come la Juve al calcio, come Rovigo al Rugby come Recco alla pallanuoto.” E ancora: “Se non è la Betlemme della pallavolo, ne è una delle capitali. Un’istituzione, un tempio, un’oasi, un regno…” Il libro continua con tante altre considerazioni serie e semiserie sull’importanza del Volley modenese. Tutto assolutamente vero. Ivan non veste solo le maglie dei club ma anche quella della nazionale, l’Italia, perché dopo dieci anni nel nostro Paese nel 2008 ottiene la cittadinanza e la prima maglia azzurra 43


SPORT

INIZIA A GIOCARE A SAN PIETROBURGO. I SACRIFICI PER GIOCARE NON SONO POCHI: “L’EDUCAZIONE SOVIETICA DI CERTO TI FORGIA, MA FACEVO SACRIFICI PERCHÉ LA PALLAVOLO MI PIACEVA.”

è quella del 2009, a Pescara con allenatore Bernardi, uno dei famosi giocatori che Velasco ha definito “la generazione di fenomeni”. L’occasione sono i Giochi del Mediterraneo, in cui non succede solo di indossare la divisa della nazionale ma di far parte del gruppo che i Giochi li vincerà. Dalla corsa all’oro la sua voglia cresce, la sua fame aumenta e così anche il suo impegno. Il 2009 è un anno decisamente particolare per Ivan perché segna anche l’incontro con Ashling; non un colpo di fulmine, non visti e piaciuti: forse, come tutta la vita di Zaytsev, 44

qualcosa di cresciuto nel tempo. All’inizio è lei che vede lui e si sfiorano e si incontrano varie volte prima di trovarsi, entrambi, al posto giusto al momento giusto. Sembra sia lei a rincorrere lui quando ancora era in una fase di ribellione, distrazione, esplosione. Ivan non ha mai accettato le pressioni paterne, e si è sempre ribellato all’essere un suo clone. Amava la pallavolo ma a modo suo, come ad esempio nel ruolo, che il genitore voleva di palleggiatore – quale era lui – mentre Ivan lentamente si è scostato acquisendo una propria identità e diventando un for-


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IN ALTO E NELLA PAGINA PRECEDENTE, IVAN ZAYTSEV IN CAMPO CON LA MAGLIA DEL MODENA VOLLEY.

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midabile schiacciatore tanto che nel 2017 in Champions League viene eletto miglior schiacciatore del torneo. Ormai Ivan ha una vita tutta sua, si è scrollato di dosso il peso e la responsabilità di essere il figlio di. Questa ribellione, questo volersi imporre per quello che è si può leggere anche sul suo petto da quando nell’estate del 2009 – sempre il famoso 2009 – si è fatto il primo tatuaggio My life my rules, ovvero la mia vita secondo le mie regole. Il 18 maggio 2013 Ivan e Ashling si sposano ed è lei la sua principale figura di riferimento, è lei la persona che forse ha inciso più di tutti nel far mettere la testa a posto a un ragazzo, ragazzino quasi, sicuramente amante della vita, delle birrette con gli amici, che le regole talvolta le infrange, che ha bisogno di sentirsi vivo. Ashling lo quieta, con la sola forza capace di tanto: l’amore, oltre che la complicità e la libertà. Ad una domanda di un giornalista su come abbia fatto a domare Zaytsev, Ashling rispose semplicemente: “Ho lasciato che fosse quello che era.” Non a caso Ivan afferma: “Ashling è stata la prima persona che è riuscita a farmi aprire, che mi ha messo a nudo, che ha saputo entrare nel mio

intimo.” È vero, mi conferma Ivan, che dietro un grande uomo c’è spesso una grande donna. Con lei lo Zar è diventato il gigante che è, sorprendendo anche il mitico Julio Velasco, suo allenatore nel 2018 che lo ha definito una rock star, paragonandolo a quello che nel mondo del calcio è Cristiano Ronaldo (Ivan ridacchia e dice “a parte il conto in banca, forse…”) . Zaytsev non è solo lo Zar della pallavolo ma ha prestato la sua immagine anche per cause nobili e importanti: dal 2017 è ambasciatore e testimonial del programma alimentare World Food Program Italia e, nel 2018, ha sostenuto la campagna pro-vax del Ministero della Salute con lo slogan Facciamo squadra per la nostra salute. Ivan è bello come lo sono le persone che hanno qualcosa di speciale, non solo perché sono dei VIP e dei campioni ma perché ha nel cuore, suo e della sua famiglia, qualcosa di bello: la consapevolezza di essere oggi una persona di successo, un successo che non è arrivato per caso bensì tutto sudato, in una posizione privilegiata che però non lo rende insensibile a ciò che gli succede intorno, nel mondo. Lunga vita allo Zar.


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ETTORE SANSAVINI LA SANITÀ PRIVATA OGGI SECONDO GVM CARE&RESEARCH

DI ROBERTA INVIDIA

Ettore Sansavini è il fondatore di GVM Care&Research, uno dei maggiori gruppi ospedalieri italiani che vanta cliniche anche in diversi paesi europei ed extra europei. Forlivese di nascita, ravennate d’adozione, Sansavini è riuscito a emergere nel panorama della sanità privata grazie alle sue capacità e alla sua visione d’impresa: un sistema circolare in cui coesistono sanità, industria biomedicale, benessere, ricerca scientifica e servizi e anche un sistema in cui ciascun ramo aziendale accoglie in sé e potenzia gli altri. Proprio a lui si deve la nascita, nella Casa di Cura Villa Maria di Cotignola, del primo polo italiano della Cardiochirurgia privata, che negli anni ha saputo attrarre illustri specialisti. Sansavini, infatti, crede nella valorizzazione del know how delle strutture ospedaliere italiane che fanno scuola a livello internazionale, guarda all’Europa come a un modello regolatorio di riferimento ed è orientato alle nuove tendenze nel campo della sanità digitale, dell’in48

telligenza artificiale e della open economy. Anche dopo la grande esperienza maturata in anni di attività in contesti differenti tra loro, si può dire che è rimasto quel ragazzo di provincia, appassionato del fare impresa con un’attenzione particolare all’integrazione delle differenti esperienze imprenditoriali nella filiera delle Life Sciences. L’impresa multinazionale che ha creato include aziende di distribuzione e commercializzazione di prodotti farmaceutici e dispositivi medici, aziende impegnate nel biomedicale, laboratori che sviluppano linee di ricerca nell’ambito delle discipline cardiovascolari e della genomica, strutture ospedaliere ed aziende del settore della nutraceutica e cosmeceutica, aziende che si occupano di attività termali, benessere e ospitalità alberghiera, che progettano e realizzano strutture ospedaliere nel mondo e aziende di servizi che si occupano di sanificazione di strutture sanitarie, industriali e commerciali.


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“PORTARE L’ECCELLENZA NEL TERRITORIO, BASANDOMI SU UN MODELLO DI SANITÀ UNIVERSALISTICO IN CUI LA QUALITÀ NON SIA ELITARIA: QUESTO È CIÒ CHE ANCORA OGGI PORTO AVANTI E A CUI MI ISPIRO.”

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Come inizia la sua attività nella sanità? “Sono rimasto orfano di padre da piccolo e ho iniziato presto a darmi da fare per aiutare mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle. Fin da subito, grazie anche alla guida di mio zio, rettore di una piccola parrocchia di Forlì, ho compreso l’importanza della formazione scolastica e, sebbene non potessi concedermi troppi indugi, sono riuscito a diplomarmi prima come Analista Chimico e poi come Ragioniere alle scuole serali mentre lavoravo di giorno. Solo in età matura mi sono laureato. Sono stato un giovane molto fortunato perché ho sempre incontrato persone che mi hanno dato fiducia e proprio nel 1973, all’esordio del mio nuovo incarico come Direttore Amministrativo della Casa di Cura Villa Ma-

ria di Cotignola, ho fatto la mia prima grande scommessa su me stesso. Senza alcuna esperienza, ho comunque avuto la fiducia dei soci fondatori della struttura e poi dei dipendenti, con i quali ho combattuto fianco a fianco negli anni in cui la Casa di Cura non era convenzionata ma poteva svolgere solo attività in regime di solvenza. Furono anni duri, in cui i dipendenti hanno lavorato senza stipendio, fornendomi il loro sostegno e credendo tutti fermamente nel mio progetto di fare della struttura il primo polo della Cardiochirurgia privata in Italia.” Un’impresa riuscita… “Sono molto orgoglioso di questo traguardo perché, anche se non se ne parla mai abbastanza, la prima struttura ospedaliera privata


EXCELLENCE

IN APERTURA E IN QUESTE PAGINE, ETTORE SANSAVINI, FONDATORE DI GVM CARE&RESEARCH, TRA I PRINCIPALI GRUPPI OSPEDALIERI ITALIANI.

italiana a fare Cardiochirurgia fu proprio Villa Maria. Già da allora ero sempre attento a studiare i casi di successo e le nuove tendenze provenienti dall’estero. Mi rivolsi proprio al modello americano di cliniche private di alta complessità per creare un tipo di struttura che assicurasse al paziente la professionalità dei più illustri specialisti a livello internazionale, coniugando comfort alberghiero per i pazienti e i loro familiari, spazi dedicati al personale operante nella struttura, altissime professionalità – che andavo a reclutare personalmente in giro per il mondo – e apparecchiature di ultimissima generazione che potessero rendere attrattiva la struttura sia per i medici che per i pazienti e le assicurazioni. È nato così il modello di sanità che ho voluto replicare in tutte le Regioni in cui in cui è attivo GVM Care&Research e anche nelle nazioni europee ed extra europee in cui sono presenti le nostre strutture. Ed è il modello a cui ancora oggi mi ispiro: portare l’eccellenza nel territorio di riferimento, basandomi su un modello di sanità universalistico in cui la qualità non sia elitaria.” Che cosa l’ha spinta ad adottare la visione che oggi distingue GVM Care&Research, un gruppo presente in molte Regioni e all’estero? “Il modello di rete che ho perseguito in tutti questi anni si basa sulla convinzione che l’erogazione di prestazioni sanitarie debba coniugarsi con l’esigenza di supportare i sistemi sanitari regionali nel contenimento della mobilità passiva, ovvero di quel fenomeno dei cosiddetti viaggi della speranza. In questo modo si favorisce la creazione di un’offerta sanitaria integrata con il sistema pubblico e al tempo stesso, nel caso delle strutture GVM Care&Research, si assicura al paziente una capacità erogativa che fa della complementarietà tra strutture che insistono sul medesimo

territorio il proprio punto di forza. La distribuzione delle strutture GVM Care&Research, secondo un modello di rete regionale e per aree nazionali, consente di venire incontro alle esigenze del paziente sia in termini di completamento dell’offerta sanitaria sia in termini di riduzione delle liste d’attesa e degli spostamenti fuori dal territorio regionale.” È partito da una piccola clinica, ha iniziato con la Cardiochirurgia, ha fatto il primo accordo pubblico-privato e oggi guida uno dei principali gruppi della sanità privata italiana. Come ci è riuscito? Ci sveli il suo segreto. “Credo che il segreto sia agire con determinazione e incrollabile fiducia nel proprio progetto, trasmettendo con efficacia e sicurezza la propria visione a chi collabora con noi, indicando loro gli obiettivi da raggiungere in unità di intenti. I problemi nel fare impresa non mancano mai e ancor più in sanità, dove l’interlocutore principale è dotato di una forza contrattuale importante, unita a un potere legislativo indiscutibile. Occorre essere sempre se stessi e rammentarsi da dove si è partiti, valorizzando il proprio background come elemento di forza, come testimonianza della pervicacia con la quale ogni risultato è raggiunto ed è al contempo da superare. È importante non rinnegare mai le proprie origini perché sono proprio queste le radici di ciò che siamo oggi: sentirsi parte di un territorio, di una comunità che ha creduto e crede in te, di un milieu che ti ha consentito di crescere e al quale è giusto restituire quel debito d’onore contratto agli esordi della propria attività. Questo è stato anche il motivo che ha spinto le banche, nel corso degli anni, ad avere fiducia in me e nel mio progetto imprenditoriale, supportandomi fino ad oggi dal punto di vista finanziario. Anche a loro devo riconoscere 51


A LATO, SANSAVINI INTERVISTATO DA MICHELE MIRABELLA NEL CORSO DEL MICS 2018, IL CONVEGNO DEDICATO ALLA VALVOLA MITRALE. SOTTO, CON L’IMPRENDITORE GIUSEPPE SILVESTRINI.

un debito di fiducia che ha consentito al mio Gruppo la crescita a cui assistiamo oggi.” Qual è il suo motto, la frase in cui si riconosce di più, quella che dice più spesso e quella a cui spesso si ispira? “Non vi sono risposte impossibili da dare, ma domande ancora da formulare, soluzioni ancora da creare e spetta a noi trovare nuove angolazioni da cui osservare il problema.” Sanità, Terme, Biomedicale, Aeroporto. Che cosa non ha ancora fatto che vorrebbe fare come imprenditore? “Da ragazzo volevo fare o il pilota di aerei o il medico. Ho fatto il paracadutista e l’imprenditore in sanità. Forse potrei pensare, in futuro, di fare ciò che non sono ancora riuscito a fare. Facezie a parte, purtroppo, non si è ancora concluso il progetto dell’aeroporto Ridolfi di Forlì, che ritengo importante perseguire con quella determinazione e con quella convinzione di fare qualcosa di utile per il nostro territorio che ha sempre animato anche il mio amico Giuseppe Silvestrini. Faremo tutto quanto in nostro potere per assicurare alla città di Forlì e alla Romagna la riapertura dello scalo aeroportuale e auspichiamo che le Istituzioni non infrangano il sogno di tanti cittadini del territorio romagnolo.” Ha ricevuto premi e riconoscimenti, qual è quello che l’ha più gratificata? “Nel tempo ho ricevuto diversi riconoscimenti per l’impegno imprenditoriale pluridecennale che ha accompagnato lo sviluppo di GVM Care&Research, ma credo che il riconoscimento più importante sia quello che ricevo quotidianamente dai miei collaboratori. Di molti di loro conosco la storia, vedo la dedizione con la quale operano in azienda e 52

l’attaccamento alla maglia. È anche grazie a loro che l’azienda è cresciuta in questi anni, perché so che dove non arrivo io ci sono loro che portano avanti una visione condivisa.” Quali sono le sue passioni fuori dal lavoro? “Devo confessare che la mia passione più grande è proprio il lavoro, anche fuori dall’orario di lavoro.” Forlì è la sua città, che pensiero le dedicherebbe? “La città di Forlì ha vissuto gli anni del boom economico, la fioritura d’imprese che hanno

saputo svilupparsi passando dal modello familiare al modello manageriale. Tale determinazione ha permesso lo sviluppo dell’Università, l’auspicabile futuro avvio del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia e la riapertura dell’aeroporto che sarà un grande volano per il turismo e per tutte le attività economiche della Romagna. Oggi sono maturi i tempi per valorizzare ulteriormente le peculiarità della città di Forlì, investendo con coraggio e determinazione, a favore della crescita complessiva del territorio e delle sue infrastrutture.”

PH GIORGIO SABATINI


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TRADITION

UNIGRÀ GROUP FAMIGLIA MARTINI: UNA GRANDE STORIA D’IMPRESA

DI CLARISSA COSTA

È il 1963 quando Luciano Martini, imprenditore ravennate, decide di avviare uno stabilimento produttivo in paese, nella frazione di Lavezzola, per fornire e confezionare i grassi necessari all’industria dolciaria. Siamo nel periodo del boom economico, l’Italia scopre la Nutella e il panettone, e Martini con lungimiranza decide di inserirsi nel mercato delle materie prime che abbondano nel territorio: dalla colatura al confezionamento dello strutto fino alla raffinazione di oli e grassi vegetali. È un primo passo, ma Martini ha in mente altro, un progetto ancora più ambizioso: costituire una realtà più grande specializzata nella trasformazione e vendita di food ingredients e semilavorati destinati alla produzione alimentare, in particolare dolciaria. Nel 1972, fonda Unigrà. L’azienda negli

anni continua a crescere esponenzialmente, lo stabilimento produttivo si espande grazie alla messa in opera di nuovi reparti e a un costante sviluppo tecnologico e produttivo, diversificando poi il business affacciandosi su altri settori dell’industria. I figli di Luciano Martini, Oliver e Gian Maria, affiancano il padre nella conduzione, portando avanti insieme a lui il grande progetto imprenditoriale, mentre la presenza oltreconfine si fa più significativa con la costituzione delle prime società di distribuzione e uffici all’estero. A mezzo secolo dalla sua nascita, Unigrà è oggi una realtà internazionale, leader in Italia e tra i big player europei nella trasformazione e produzione di prodotti a valore aggiunto per il canale artigianale delle pasticcerie, delle gelaterie e della panificazione.

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Ha un fatturato consolidato che supera i 640 milioni di euro ed esporta il 40% del suo volume d’affari grazie a 16 consociate estere, due Branch e una numerosa rete di distributori e importatori in più di 100 Paesi nel mondo. Un canale che è ulteriormente rinforzato con i due nuovi stabilimenti produttivi in Brasile e Malesia, recentemente realizzati. Nonostante questi numeri vertiginosi e una sempre più marcata apertura verso l’estero, Unigrà continua a essere profondamente legata al proprio territorio, a quell’Emilia-Romagna che continua a rappresentare la sua casa. Dal 1974 è sempre Conselice, infatti, a

NELLA PAGINA PRECEDENTE, GIAN MARIA MARTINI, AD DI UNIGRÀ. IN QUESTA PAGINA, A LATO, GIAN MARIA CON IL PADRE LUCIANO MARTINI E, IN ALTO, LA SEDE DELL’AZIENDA. NELLA PAGINA SEGUENTE, UNO SCATTO DELLA FAMIGLIA MARTINI.

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ospitare lo stabilimento principale del gruppo, ancora oggi guidato dalla famiglia Martini. Una piccola città, 67.000 mq interamente dedicati alla lavorazione delle materie prime e alla creazione dei semilavorati. “Il futuro di Unigrà,” sottolinea Gian Maria Martini, oggi Amministratore Delegato, “è un futuro di investimenti in nuovi prodotti e nuovi commerci senza però perdere l’attenzione su quello che è il nostro mercato di origine e di riferimento, l’Italia, sia in termini economici sia in termini di sviluppo. Questo aspetto quindi va sempre di pari passo con la nostra vocazione nel voler coniugare internaziona-


UNIGRÀ È OGGI UNA REALTÀ INTERNAZIONALE, LEADER IN ITALIA NEL SETTORE AGROINDUSTRIALE CHE CONTINUA A ESSERE PROFONDAMENTE LEGATA AL PROPRIO TERRITORIO.

lizzazione e innovazione di prodotto, sviluppando i mercati esteri e cogliendo le opportunità offerte da nuove aree geografiche.” Cinque sono i marchi principali di Unigrà. Master Martini, main brand nato per portare l’expertise industriale di Unigrà nel mercato artigianale; GLF, brand dedicato al canale artisanal della panificazione e della pasticceria; Martini Linea Gelato per il canale gelateria, con un naming fortemente legato alla famiglia proprietaria e in grado di garantire i processi produttivi dalla materia prima fino al prodotto finito; OraSì, il brand più salutista e naturista di bevande vegetali, che vanta una filiera di soia e riso 100% emiliano-romagnola, e Martini Food Service, che firma prodotti dedicati al settore professionale della ristorazione. Dopo aver completato l’acquisizione di D+F, piccola azienda toscana con la quale ha fatto il proprio ingresso nel mondo del surgelato, quest’anno Unigrà ha inoltre acquisito il 100% di Olfood, azienda bresciana produttrice di oli e grassi, un’azione che sottolinea nuovamente la volontà del Gruppo di continuare a investire in Italia. “Siamo molto soddisfatti di aver portato a compimento l’acquisizione,” ha commentato Gian Maria Martini, “poiché rappresenta una realtà unica, che vanta una tradizione di eccellenza, creatività e artigianalità Made in Italy che ha saputo evolversi, consolidandosi nel tempo. Abbiamo acquisito Olfood con l’obiettivo di elevare il nostro livello di servizio al mercato e di ampliare il nostro portafoglio prodotti. Siamo fiduciosi che assieme saremo in grado di servire nel miglior modo i clienti attuali e futuri, sia del canale industriale che artigianale.” Dal quel primo stabilimento del 1963, da quella prima intuizione nata da un ancora giovane 57


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imprenditore Luciano Martini, insomma, il Gruppo ne ha fatta di strada, facendo dell’innovazione e della flessibilità il suo pane quotidiano. Una crescita a colpi di investimenti e studio costante, acquisizioni e nuovi stabilimenti. “Io e i miei figli continuiamo a far crescere l’impresa e siamo molto contenti dell’attività che stiamo svolgendo,” afferma Luciano, oggi ottantenne e impegnatissimo in azienda, che continua a gestire, affiancato dai figli Gian Maria, Oliver e Andrea, che insieme a lui costituiscono il CDA di Unigrà– mentre Gioia e Pierluigi, dopo un passato in azienda, oggi sono impegnati in attività proprie. “Mio padre è sicuramente per noi un esempio da seguire, molto presente,” racconta il figlio Oliver Martini, membro del consiglio di amministrazione. “È un grande lavoratore, instancabile e ottimista, una persona capace di vedere e prevedere le giuste strade da seguire. È molto perseverante, ma ha anche la capa58

“MIO PADRE LUCIANO, FONDATORE DELL’AZIENDA, È UN GRANDE LAVORATORE, CAPACE DI VEDERE E PREVEDERE LE GIUSTE STRADE DA SEGUIRE.”

cità di cambiare idea, di cambiare rotta se capisce che la strada intrapresa è sbagliata. È un modello per noi e ci trasmette in special modo la tenacia che mette in tutto quello che fa.” Nell’ultimo periodo Unigrà si sta impegnando anche per raggiungere prestazioni più alte dal punto di vista della sostenibilità.

“Crediamo nella sostenibilità ambientale,” affermano, “nel dovere di un’azienda di mantenersi in equilibrio col sistema in cui si inserisce e nella necessità di promuovere un’economia basata sulla conoscenza e l’innovazione.” Tutto è partito da un’analisi del 2007 per determinare con esattezza l’impatto ambientale dell’azienda riguardante, in particolare, le emissioni, l’efficienza nell’utilizzo e nella produzione di energia, la raccolta dei rifiuti, nonché l’approvvigionamento delle materie prime. L’azienda lavora quotidianamente con i propri fornitori per assicurare la tutela e il rispetto per l’ambiente e per le persone. Una missione portata avanti anche dai dipendenti, che questo autunno si sono distinti per l’ampia adesione all’iniziativa È tempo di muoversi - Aziende e Territori per una mobilità sostenibile negli spostamenti casa lavoro, che invitava al car-pooling, ovvero a effettuare il tragitto casa-lavoro condividendo l’auto.


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TASTE

MAURO ULIASSI L’ARTE DELLA CUCINA E DEL VIVERE BENE

DI ROBERTA INVIDIA

La terza Stella Michelin non ha cambiato il suo modo di essere. Il suo ristorante invece è cambiato: in full booking da mesi. Super gettonato da persone da tutto il mondo in cerca di raffinate esperienze di gusto e dell’ispirazione che può arrivare da uno dei migliori chef d’Italia, Mauro Uliassi. In 30 anni di creazioni culinarie, compreso lo street food di alto livello, Uliassi ha sempre tenuto chiari in mente i suoi obiettivi senza farsi dominare da essi, godendosi ogni momento del suo lavoro, nella convinzione che ogni cosa arrivi a suo tempo. Anche il successo, anche la fama, che “prima o poi finiscono ed è giusto così.” Un’arte di vivere bene, che la dice

lunga sulla filosofia dello chef Uliassi e della cucina del suo omonimo ristorante, cresciuto con calma e col sorriso in riva al mare di Senigallia. E qualcosa di speciale in quel mare ci deve pure essere, se è vero che Senigallia è diventata una specie di “caso”. Una piccola cittadina con una concentrazione di virtuosi del gusto che è quasi un unicum. Niente talent culinari, niente spot, niente cucina-spettacolo. Come si fa a essere l’antidivo in un momento di chef divi?   “La cucina è una cosa, la TV un’altra. Magari un giorno potrei anche decidere di farla ma fino ad oggi ho sempre preferito dedicarmi al ristorante: fare una cosa pensando ad altre

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mille per me non funziona.” Cosa ha provato quando ha capito che era arrivata la terza Stella? “Eravamo in nomination da alcuni anni e avevamo la sensazione che potesse accadere, ma siamo abituati a non festeggiare prima del tempo. L’abbiamo saputo la sera stessa della premiazione. Massimo Bottura era seduto vicino a me, ha chiesto una copia della Guida che veniva data agli chef appena premiati sul palco, l’ha sfogliata e mi ha detto: Guarda, tre stelle! Uno spoiler a pochi minuti dall’annuncio.” E poi?  “Siamo saliti sul palco ed è stato magnifico. Una doccia di stupore che avrei voluto non finisse mai. In un certo senso è stato come

IN APERTURA LO CHEF MAURO ULIASSI. IN QUESTA PAGINA, IN BASSO, CATIA ULIASSI, MAESTRO DI SALA DEL RISTORANTE “ULIASSI” E, IN ALTO, ALCUNI DEI PIATTI PROPOSTI DALLO CHEF NEL SUO RISTORANTE A SENIGALLIA.

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avere vinto la Champions, oppure l’Oscar.” Come ci siete riusciti? “Ci siamo sempre applicati con la convinzione di fare del nostro meglio, anche se fare del proprio meglio non basta. Per 30 anni, abbiamo lavorato per avere tutti i requisiti di eccellenza che la Michelin richiede.” A Senigallia avete realizzato un piccolo miracolo culinario… “Noi e la Madonnina del Pescatore abbiamo sicuramente fatto da traino e abbiamo spinto molti a migliorarsi. Trent’anni fa qui si mangiava una cucina di mare piatta e senza storia. Oggi non è più così.”  Usando un’altra metafora sportiva, lei e Moreno Cedroni siete un po’ come Coppi e Bartali…


“LA CUCINA NON SI IMPROVVISA. TI DEVE PASSARE ADDOSSO,” RACCONTA ULIASSI. “ALCUNI SCAMBIANO LA PASSIONE CON IL TALENTO, MA NON SONO LA STESSA COSA. IL TALENTO DI UN CUOCO È IL SUO PALATO.”

“Siamo sempre stati di stimolo l’uno per l’altro. Mi ha chiamato subito dopo la premiazione per farmi i complimenti. Sono sicuro che la nostra terza stella sarà un fattore positivo anche per lui, come per tutta l’area di Senigallia.” Se dovesse dare un consiglio a un giovane di un Istituto Alberghiero, gli direbbe di fare il percorso classico o di sfruttare la visibilità dei talent? “Sono due cose completamente diverse e non credo di ricordare un solo concorrente di quei talent che poi abbia fatto qualcosa di importante. La cucina non si improvvisa. Ti deve passare addosso. Ci vogliono almeno dieci anni di gavetta e tanta applicazione. A un giovane, piuttosto, direi di capire se la cucina è il suo talento. Alcuni scambiano la passione con il talento, ma non sono la stessa cosa. Il talento di un cuoco è il suo palato, è la capacità di costruire il gusto, e poi bisogna misurarsi sul campo: senza azione nulla può accadere.” Rifarebbe tutto nella sua carriera? “Tutto. Non puntavo a questo livello quando ho cominciato. La mia preoccupazione era fare bene in quel momento senza pensare troppo al dopo. Questo mi ha permesso di godermi tutto il viaggio e non solo l’arrivo. E poi le 3 Stelle Michelin non sono per sempre, sono un simbolo da confermare ogni volta che un cliente entra nel nostro ristorante.” Come nasce un piatto del ristorante “Uliassi”? “Dal confronto continuo. In cucina non ci sono solo io. Siamo un gruppo di chef che lavorano gomito a gomito a ogni nuovo piatto.” Sua sorella Catia è l’anima della sala… 63


TASTE

IN ALTO, L’ESTERNO DEL RISTORANTE ULIASSI CHE HA RECENTEMENTE OTTENUTO LA SUA TERZA STELLA MICHELIN.

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“Lei è il bello, l’eleganza e la piacevolezza del ristorante. Il maestro di sala deve avere un grande intuito, capire le sfumature, saper volgere in positivo ogni situazione. Non esiste eccellenza in cucina senza un eccellente servizio. Se il locale ha un buon profumo, è curato, i camerieri sono allegri e con il sorriso, i clienti sono ben predisposti anche dal punto di vista del gusto. Mia sorella in questo è insuperabile. Sa rendere il nostro ristorante un luogo di armonia.” Quanto è importante nella sua cucina il prodotto del territorio? “Attraverso i propri piatti ogni cuoco racconta non solo se stesso ma anche le persone coinvolte nel suo viaggio e il suo territorio: agricoltori, pescatori, storie, tradizioni. L’opera d’arte dietro una pietanza sta tutta in questi ingredienti.” Dove va a cena Uliassi quando non è da “Uliassi”? “Vado dove posso mangiare bene. Non conta cosa, basta che sia buono. Mangiare male mi fa arrabbiare. Sono tanti i posti che apprezzo, solo a Senigallia potrei citarne quattro o cinque.”

I suoi figli continueranno sulla sua strada? “Mio figlio lavora con me, mia figlia invece lavora a Milano. Sceglieranno da soli la propria strada e se anche decidessero di continuare non li obbligherei a restare a questi livelli di eccellenza se non se la sentono. L’eccellenza è una cosa che uno deve desiderare, non deve essere una costrizione, altrimenti è meglio ricominciare da capo con qualcosa che ci si costruisce da soli. Io ci ho messo 30 anni a prendere la terza Stella Michelin e ne sono felice, nessuno mi ha imposto nulla, sono sempre stato libero di scegliere e questa è stata una grande fortuna.”  Cosa le piace oltre al suo lavoro? “Mi piace mantenermi in equilibrio con me stesso. Cammino, faccio yoga, meditazione, piscina. Stare bene con me stesso è il mio modo per far star bene gli altri, se fossi frustrato o infelice non potrei essere d’aiuto a nessuno. E poi con la Fondazione Paolini diamo una mano ai malati di SLA e alle loro famiglie, è incredibile quanto queste persone riescano a farci capire il vero valore delle nostre vite.”


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CULTURE

ENRICO MALTONI UNA PASSIONE DUE STORIE UN MUSEO

DI FRANCESCA MICCOLI

“La vita è quella cosa che comincia dopo un caffè.” Un’osservazione arguta, figlia di un anonimo cultore della tazzina, abile a concentrare in poche parole l’essenza di un simbolo universale di condivisione e di un rito che ogni giorno si fa necessità. Un caffè può addirittura cambiare la vita, come dimostra la storia di Enrico Maltoni, quarantanovenne forlimpopolese, accumulatore seriale di macchine da espresso. Un viaggio iniziato in sordina e timidamente proseguito sull’onda di un’emotività divenuta ben presto consapevolezza. “Ho ereditato da papà Vittorio la passione per l’antiquariato e la piacevole abitudine di frequentare i mercatini,” racconta

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l’artusiano. Un errare alla ricerca della bellezza, talvolta platealmente esibita, talvolta da rincorrere con occhio attento e vigile. Lo sguardo insegue quadri e ceramiche poi, un bel giorno, in quel di Arezzo, si posa su una macchina da caffè d’epoca, una Faema modello Marte. Un colpo di fulmine. “Non conoscevo nulla del suo funzionamento né della sua storia, semplicemente me ne innamorai a prima vista.” Da quel momento a metà degli anni Novanta è una corsa all’acquisto di esemplari da bar sempre differenti. Tra una trattativa e l’altra, all’improvviso Enrico avverte la necessità di intraprendere un percorso di ricerca. “Spinto dal desiderio di


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ENRICO MALTONI, COLLEZIONISTA DI FORLIMPOPOLI, DEDICA LA SUA VITA A COLLEZIONARE E RESTAURARE MACCHINE DA CAFFÈ E INSIEME A MAURIZIO CIMBALI CORONA IL SOGNO DI APRIRE UN MUSEO: IL MUMAC.

approfondire gli aspetti storici e culturali, ho iniziato a indagare, trovandomi di fronte a un settore del tutto inesplorato.” Alle macchine si affiancano così volumi, brevetti, poster, articoli di giornali e riviste. “Due mondi separati: le macchine si trovano nelle cantine, dai rigattieri, nelle discariche di ferrovecchio; il materiale cartaceo va invece cercato in casa di vecchi meccanici o nei mercatini specifici detti borse. Grazie alla continua raccolta, prende forma un corpus che oggi sfiora le 25.000 unità, in grado di ricostruire la storia di tutta la produzione italiana. Ho arric68

chito il patrimonio grazie alle eredità di archivi aziendali e alla conoscenza dei costruttori.” Ben presto la passione si trasforma in missione: scocca l’ora di divulgare il patrimonio di conoscenze acquisite. Prendono il via le mostre sull’espresso: si parte tra le mura amiche della città artusiana, si prosegue con una prima vera esposizione a Treviso, con le macchine disposte “su un tavolo coperto da un lenzuolo”, quindi si completa un progetto strutturato, proposto agli istituti italiani di cultura e alle ambasciate italiane all’estero. La rassegna, intitolata


IN APERTURA, ENRICO MALTONI ALL’INTERNO DEL MUMAC. IN QUESTA PAGINA, UNA DELLE SALE DEL MUSEO DELLA MACCHINA PER CAFFÈ. NELLA PAGINA SEGUENTE, L’ESTERNO DEL MUMAC.

Espresso made in Italy 1901-2010, diventa itinerante, tocca 45 location, raggiungendo 14 Paesi e 4 continenti. Fino a conquistare le grandi cattedrali dell’arte: dal Museo della Scienza e della Tecnica di Milano all’Ambasciata brasiliana di Piazza Navona a Roma, dal premio Guggenheim a Venezia al Palazzo Ducale di Genova. Poi Berlino, Parigi, Tel Aviv. “Sono riuscito a sdoganare le macchine del caffè, sinonimo di Italia, di storia, di cultura e design: espressione di un rito radicato nel nostro Paese, si sono diffuse nel dopoguerra, nel periodo del boom economico e sempre

più spesso sono firmate da grandi artisti, che riescono a coniugare brillantemente estetica e tecnologia.” Parallelamente alle mostre, inizia la produzione libraria: nel 2001 esce un primo volume, venduto in migliaia di copie, quindi una monografia sullo storico marchio milanese Faema, con 4.000 acquirenti in fila alla cassa e una ristampa alle porte. In ristampa anche le 2.500 copie dell’enciclopedia delle caffettiere Coffemedias, presentato persino in Corea, terra particolarmente sensibile al richiamo del caffè, in un delirio popolare. 69


CULTURE

Nel 2000 il passo più atteso e rivoluzionario per un collezionista, la trasformazione della passione in professione. “Un salto importante che mi ha dato la possibilità di viaggiare in tutto il mondo e conoscere tante persone, tra cui gli industriali del settore.” È proprio l’incontro con un imprenditore a segnare il futuro del cammino. Galeotto fu il Mercante in Fiera di Parma, dove il destino di Maltoni si incrocia con quello di Maurizio Cimbali, titolare dell’azienda leader mondiale nel mercato delle macchine tradizionali, forte di 600 dipendenti e 180 milioni di fatturato. Un’impresa che non ha mai cambiato proprietà e che è ora nelle mani della quarta generazione. Un incontro che qualcuno ha

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“LE MACCHINE DEL CAFFÈ SONO SINONIMO DI ITALIA, STORIA E DESIGN: ESPRESSIONE DI UN RITO RADICATO NEL NOSTRO PAESE, SI SONO DIFFUSE NEL DOPOGUERRA, NEL PERIODO DEL BOOM ECONOMICO.”

sapientemente riassunto in poche parole: una passione, due storie, un museo. Dopo una reciproca confessione, Enrico e Maurizio manifestano la comune volontà di celebrare le macchine da espresso non con un evento effimero ma con qualcosa di duraturo: un museo d’impresa, come contenitore ma altresì come luogo di formazione e divulgazione. “Da gentiluomini ci siamo stretti la mano, nel 2011 abbiamo strutturato il progetto e nell’ottobre del 2012, in occasione del centenario della Cimbali, nella milanese Binasco ha visto la luce il MUMAC, il più grande museo del mondo nel suo genere”. Un autentico gioiello, uno dei più interessanti esempi di architettura museale contemporanea. Un edificio rosso, dalle linee sinuose, valorizzato da una retroilluminazione strategica della facciata. Situato nell’area produttiva dove sorge il quartier generale del Gruppo Cimbali, è uno spazio polifunzionale di quasi 2.000 mq che si snodano attraverso un percorso espositivo di 6 sale, nelle quali è possibile viaggiare idealmente attraverso l’evoluzione del gusto e delle abitudini, delle forme e dei colori, del design al servizio della tecnologia. Il visitatore viene catapultato dall’alba del Novecento ai giorni nostri attraverso ambienti eleganti e fortemente evocativi, impreziositi da immagini storiche, audio dell’epoca, allestimenti e arredi che riflettono lo spirito del tempo. “Il MUMAC rappresenta il coronamento del sogno di un ragazzo di 18 anni, iniziato in un mercatino e che ancora oggi continua.” Al crepuscolo del 2016 al museo si affianca la Biblioteca storica del caffè, che vanta un fondo librario di oltre 1.000 volumi: la rivisitazione di 100 anni di storia dell’industria, della tecnologia, del design di un intero settore del Made in Italy attraverso supporti multimediali, lucidi di brevetti, foto storiche aziendali, pubblicità, schede di prodotto, documenti d’archivio e importanti volumi tematici. Contestualmente la collezione di macchine continua ad arricchirsi. “Due anni fa ho acquistato la celebre La Cornuta di


L’INDIPENDENTE è uno strumento che permette l’estrazione del caffè espresso. Tutte le componenti tecnologiche necessarie al suo funzionamento sono incorporate nel macchinario stesso, senza la presenza di componenti sottobanco. La possibilità di modificare pressione, flusso e temperatura, permette al barista di personalizzare a piacimento l’estrazione, per un prodotto in tazza unico ed esclusivo.

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CULTURE

IN ALTO, LA MACCHINA PER CAFFÈ LA CORNUTA DI GIO PONTI.

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Gio Ponti, la Monna Lisa della raccolta, realizzata da uno dei più grandi architetti del Novecento. Nel mondo ne esistono solo due esemplari. L’ho acquisita da un rigattiere che l’aveva raccattata in pessime condizioni in un albergo del litorale romano, dismesso da mezzo secolo, al termine di una trattativa durata mesi.” Disegnata nel 1947, La Cornuta è una macchina a sviluppo orizzontale, un concentrato di tecnologia e design. Sottoposta a un lungo restauro, è stata riportata all’originale splendore nell’Officina Maltoni, laboratorio specializzato aperto nel 2014 a Novafeltria, per restituire la gioventù a macchine italiane da bar prodotte dal 1900 al 1960. Già esposta al Museo delle Arti Decorative del Louvre, La Cornuta sta facendo il giro del mondo. “Ma adesso torna a casa, malgrado abbia richieste per mostre in Giappone, Cina, America,

almeno per i prossimi 10 anni. Viaggia con corriere speciale con linee dirette, rigorosamente sigillata.” Enrico ha già messo in fila ospitate in tutte le TV, dal Maurizio Costanzo Show al TG1 Economia, da Uno Mattina a Geo & Geo. Di recente è finito sotto l’obiettivo di troupe di History Channel e della CNN. La quotidianità si dipana tra San Leo e Novafeltria, poi Binasco, le docenze universitarie, la stesura di libri. A breve uscirà l’ultimo, dedicato al mondo del bar. Scritto tra lo sguardo compiaciuto di papà Vittorio, che racconta con orgoglio di quando Enrico si ritrovò ritratto su una rivista thailandese durante un viaggio in Oriente, e quello della sua bimba di 7 anni, che ha già adocchiato quali macchine sottrarre alla vigilanza paterna per nobilitare l’arredamento della sua cameretta.


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EXPERIENCE

VITE DI BORDO UNA GIORNATA SULLA NAVE SCUOLA AMERIGO VESPUCCI

DI GIULIA MASCI AMETTA

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EXPERIENCE

PER SALIRE SULL’AMMIRAGLIA VENGONO DA TUTTE LE PARTI DEL MONDO: SALIRE A BORDO INFATTI PER MOLTI È UN SOGNO, UNA CONQUISTA CHE SI OTTIENE CON MOLTO SACRIFICIO, CON FATICA MA SOPRATTUTTO CON LAVORO DI SQUADRA.

“Ho sempre avuto l’idea che navigando ci siano soltanto due veri maestri, uno è il mare, e l’altro è la barca, e il cielo, state dimenticando il cielo, sì, chiaro, il cielo, i venti, le nuvole, il cielo, sì, il cielo.” Così scriveva José Saramago nel suo libro Racconto dell’isola sconosciuta eleggendo a maestri il mare e la barca sulla quale si naviga. Allo stesso modo, condividendo gli stessi mentori, ogni anno un centinaio di ragazzi e ragazze vivono il loro battesimo del mare, il primo vero approccio con la marineria a bordo della Nave Scuola Amerigo Vespucci. La nave più bella del mondo è un’ambizione che riguarda ogni marinaio e forse non è un 76

caso che il suo motto sia “Non chi comincia, ma quel che persevera”. A cominciare a bordo ogni anno sono gli allievi dell’Accademia Navale, con un’età che va dai 19 ai 22 anni circa. Per salire sull’ammiraglia vengono da tutte le parti del mondo: salire a bordo infatti per molti è un sogno, una conquista che si ottiene con molto sacrificio, con fatica ma soprattutto con un costante lavoro di squadra. La vita in mare infatti è dura e affascinante al tempo stesso. Essendo la Vespucci stata varata nel 1931, la navigazione a bordo di questa nave è lunga e faticosa: si conduce sia tradizionalmente sfruttando la propulsione della vela e utilizzando la navigazione per punti


IN QUESTE PAGINE, ALCUNI MOMENTI DELLA GIORNATA A BORDO DELL’AMERIGO VESPUCCI.

astronomici, che con l’impiego di strumenti propri della navigazione contemporanea. La vita in mare è difficile e carica di responsabilità, lo si legge sulla cronaca sempre più spesso, per questo è necessario che i giovani marinai siano preparati e pronti a ogni eventualità: le costanti esercitazioni di sicurezza sono indispensabili per la formazione dei futuri marinai. Sono tre i mesi che i giovani allievi trascorrono a bordo dell’ammiraglia durante la Campagna addestrativa e non esiste condizione per rientrare a casa se non per motivi straordinari. Tre mesi da trascorrere misurandosi unica-

mente con il cielo, i venti, i porti lontani da casa e la propria tenacia. Il tempo per riposare è poco e ben scandito: la sveglia dall’altoparlante delle 7 in punto recita puntualmente ogni giorno lo stesso messaggio: “Sveglia equipaggio!” Appena quindici minuti di tempo per mettersi in piedi, colazione e si inizia poi con la turnazione serrata che li affianca all’equipaggio della nave. “La giornata tipo è dura,” racconta il comandante forlivese Gianfranco Bacchi. “Suddivisa in turni da otto ore di guardia, otto di comandata (un servizio di disponibilità) e otto di riposo. Nella realtà si riassumono in 4 ore di riposo e 20 di lavoro, fra operazioni alle 77


EXPERIENCE

“PRIMA DI OGNI ALTRA COSA, PRIMA DI OGNI STRUMENTO DISCIPLINARE, OGNI MARINAIO DEVE CAPIRE CHE L’ONESTÀ E IL RISPETTO COSTITUISCONO GLI ELEMENTI PIÙ SICURI PER POTER RAGGIUNGERE IL PORTO SUCCESSIVO.”

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vele, studi di navigazione, guardie e mansioni varie. Ci sono poi tutte le attività più pratiche che contribuiscono alla navigazione, dal servizio al timone, al carteggio, alle manovre in alberata e alle turnazioni in sala macchina.” Durante la giornata gli allievi sono suddivisi in 3 squadre e vivono in locali separati in cui si ritrovano per consumare i pasti, studiare e riposare – nei (brevi) momenti liberi dagli impegni – su amache di tela olona, lo stesso tessuto delle vele, fissate su strutture ancorate nei soffitti dei locali. La sera invece è il momento dedicato all’altro grande maestro, il cielo. Al crepuscolo si puntano occhi e sestanti a lui, per riuscire a navigare seguendo solo le stelle. Un metodo anacronistico? Sicuramente in disuso, ma comunque alla base della navigazione tradizionale. E tradizione è sicuramente una delle parole più utilizzate quando si parla della Vespucci. L’altra parola cardine a bordo è disciplina. La

disciplina è fondamentale non solo nel bel mezzo dell’oceano, ma in qualunque contesto sociale che preveda la coesistenza di più individui. Nella Nave Scuola gli individui salgono a quasi 400 tra equipaggio e allievi, che devono convivere e condividere la propria giornata, il proprio lavoro ma soprattutto la propria fatica in uno spazio di poco più di 100 metri. La disciplina a bordo è rispetto reciproco e tolleranza prima ancora che mera osservanza di regole e divieti. “Per gli allievi che intraprendono questa carriera e si affacciano alla vita del marinaio a prescindere dal contesto militare,” spiega il Comandante Bacchi. “Deve costituire l’ossatura della loro crescita. Lealtà e trasparenza sono i cardini della vita del marinaio prima e dell’Ufficiale di Marina, poi.” La non osservanza di queste regole condivise può comportare, per trasgressioni e demeriti particolarmente gravi, addirittura allo sbarco. Ma prima di ogni altra cosa, prima di ogni


Azienda agricola Ca’ di Sopra

“L’ architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico, dei volumi assemblati nella luce”. (Le Corbusier)

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TRE MESI DA TRASCORRERE MISURANDOSI UNICAMENTE CON IL CIELO, I VENTI E LA PROPRIA TENACIA. IL TEMPO PER RIPOSARE È POCO: LA SVEGLIA DALL’ALTOPARLANTE DELLE 7 IN PUNTO RECITA PUNTUALMENTE OGNI GIORNO LO STESSO MESSAGGIO: “SVEGLIA EQUIPAGGIO!”

strumento disciplinare, ogni marinaio deve capire che l’onestà e il rispetto costituiscono gli elementi più sicuri per poter raggiungere il porto successivo. Ogni nuovo porto d’altronde è un’occasione di crescita e un momento di necessario svago in libera uscita. E, vista l’età degli allievi, non potrebbe essere diversamente. Sono proprio loro infatti che organizzano feste o giochi a bordo, a cui vengono invitati ogni volta ospiti incontrati nel Paese in cui la nave è ormeggiata al momento. Sono queste le occasioni che più di ogni altra incentivano la conoscenza reciproca e aprono gli allievi al mondo, favorendo gli scambi culturali e il dialogo con la popolazione autoctona. Perché il mare e il cielo, che siano visti dal largo o dalla riva, sono gli stessi per tutti. 80


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RISTORANTE MILLELIRE UN MOSAICO DI SAPORI

IL GIOVANE E DINAMICO TEAM DEL RISTORANTE MILLELIRE PROPONE UNA CUCINA DI ALTO LIVELLO, INCENTRATA SUI PRODOTTI TIPICI DEL TERRITORIO E SULLA STAGIONALITÀ, ALL’INTERNO DI UNA LOCATION ESCLUSIVA A RAVENNA.

Mangiare tra i mosaici, con piatti che esaltano la qualità e freschezza delle materie prime, è come vivere un’emozione unica. Potrebbe essere questo il biglietto da visita del ristorante Millelire di Ravenna, aperto lo scorso 1 ottobre in via IX Febbraio 1 (primo piano), con vista su piazza Kennedy, il Salone dei Mosaici. Qui, infatti, sono custoditi alcuni dei più importanti mosaici parietali del Novecento che conferiscono suggestioni uniche all’elegante sala. Con grinta, entusiasmo e determinazione, il ristorante è gestito da uno staff di giovani professionisti tutti under 30, desiderosi di far conoscere la bontà dei loro piatti e del loro ambizioso progetto che guarda al futuro. Ad accomunare

lo chef Matteo Maiorani Cavani, il sous-chef Alex Polveri e il direttore di sala e sommelier Daniele Caringella, è la lunga gavetta in hotel e ristoranti della riviera romagnola, subito dopo e in concomitanza con gli studi all’istituto alberghiero. Il 26 enne Maiorani Cavani, in realtà, preferisce farsi chiamare un amichevole cuoco di quartiere, come lo hanno sempre definito gli amici. “Siamo in continua evoluzione e movimento,” spiega, “mentre la parola chef evoca qualcosa di più definitivo, come se fossimo già arrivati… Da piccolo sognavo di diventare avvocato, ma poi ho seguito i consigli dei miei genitori che mi vedevano più portato per la cucina. Mi sono avvicinato a questa professione come ricordo d’infanzia, visto che facevo spesso la pasta

fresca con mia nonna. Il mio motto? . Il mio piatto del cuore? La zuppa inglese rivisitata, con due spume di crema inglese e pan di spagna, che consigliamo sempre ai nostri clienti di mangiare con le mani.” Al suo fianco lavora il 23 enne Polveri che, malgrado la giovane età, vanta una bella esperienza in diversi ristoranti del territorio. “Sono rimasto subito colpito da questo progetto, incentrato su una cucina sopra la media” rivela. “Per tutti noi, è una grande occasione per crescere e migliorare. Cosa mi ha spinto verso questo mestiere? Anzitutto un’innata passione, poi l’arte del dovermi arrangiare che ho coltivato sin da bambino. Poi, sono sem-


pre rimasto affascinato dalla maestria di chef come Bruno Barbieri e Antonino Cannavacciuolo.”

. Il menù cambia mensilmente, seguendo la stagionalità della frutta, della verdura e del pesce. Sono disponibili alla carta numerosi piatti che spaziano dalla carne al pesce, con un’attenzione particolare anche a chi predilige solo le verdure, in modo da soddisfare le diverse esigenze. La clientela sta molto apprezzando il menù degustazione di terra e di mare, proposto a un costo molto contenuto per un ristorante così elegante e curato (39 euro), che comprende quattro portate. A dirigere con sapienza e attenzione la sala è il 28 enne Caringella, sommelier professionista, secondo cui un pasto senza vino è come un giorno senza sole. Quella del Millelire è la sua sfida più

importante. “L’accoglienza è importante quanto la cucina” dice. “Siamo una brigata molto affiatata. Abbiamo idee simili, una gran carica e voglia di far bene. Puntiamo in alto”. Così in alto, come si è lasciato sfuggire l’imprenditore Maurizio Bucci anima del progetto, da guardare alla stella Michelin. “Per noi è un bel sogno da condividere,” rivela “perché

ricerchiamo l’eccellenza e desideriamo crescere insieme ai nostri ospiti. Per questo ho investito su un gruppo di ottimi professionisti, oltre che su una location unica e su attrezzature da cucina altamente tecnologiche.” Il ristorante, che dispone di circa 70 posti a sedere, è aperto dal martedì al sabato solo a cena, domenica solo a pranzo (lunedì chiuso).

Via IX Febbraio 1 Ravenna | Tel. +39 366 9366252 | 1°piano di Piazza Kennedy


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PERSPECTIVE

GIANLUCA CAMPORESI

IN ARTE NAPHTALINA, VIDEOMAKER E FOTOGRAFO DELLE STAR

DI ROBERTA INVIDIA

Gianluca Naphtalina Camporesi non si sente un artista, è tante cose insieme e forse per questo non ama essere incasellato in una categoria: fotografo, videomaker, custode del grande patrimonio di immagini che raccontano la vita di Luciano Pavarotti. Se gli si chiede il suo stile come fotografo risponde: “Ho gli occhi pieni di foto che non ho scattato. Voglio sperare sia un tentativo di incamerare più sensazioni possibili prima di tradurle in uno scatto. Oppure sono solo poco puntuale, che non è un granché per un fotografo, ma dopotutto… io non sono proprio un fotografo.” E sta proprio qui il suo bello. Nel suo non sentirsi mai arrivato in nessuno dei tanti percorsi di carriera che lo hanno porta-

FOTO ANNALISA PATUELLI

to a vivere esperienze importanti accanto ad alcuni degli artisti più amati del nostro tempo: da Jovanotti a Laura Pausini al maestro Pavarotti. Tutto comincia nei primi anni Novanta in uno studio di registrazione a Forlì in cui, grazie al sodalizio tra Michele Centonze e Lorenzo Cherubini, nascevano i successi di Jovanotti e Gianluca era il tecnico del suono di quel piccolo scrigno di creatività e sperimentazione. “Il soprannome Naphtalina me lo diede proprio Centonze,” ricorda Gianluca. “Avevo la mania di conservare tutto. Da qui il nomignolo che è diventato poi il mio nome d’arte.” In questi stessi anni, Gianluca è il fonico dei concerti di Jovanotti con cui

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FOTOGRAFO, VIDEOMAKER, CUSTODE DEL GRANDE PATRIMONIO DELLA FONDAZIONE PAVAROTTI: IL NON SENTIRSI MAI ARRIVATO IN NESSUNO DEI SUOI PERCORSI DI CARRIERA HA PERMESSO A GIANLUCA CAMPORESI DI VIVERE ESPERIENZE IMPORTANTI ACCANTO AGLI ARTISTI PIÙ AMATI.

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va in tournée in giro per l’Italia e in Europa, ma già alla musica si va aggiungendo un’altra passione: i video. Nel 1997, con la società Ideadrome, produce il primo CD-rom per Jovanotti che seguirà in tour fino al 2000 per generare contenuti video. Nel frattempo è il programmatore delle sequenze musicali dei duetti del Pavarotti & Friends, prodotti da Centonze, e di tutte le altre edizioni del mega show benefico. Nel 2006 sarà poi il programmatore delle sequenze delle cerimonie di apertura e chiusura dei Giochi Olimpici Invernali di Torino. Ma questo sarà anche il suo ultimo atto nel mondo della musica. Da qui in poi, Napthalina comincia infatti la sua nuova vita professionale come fotografo e videomaker, spinto da un talento forse ancora più suo e più maturo. Pavarotti, Pausini, Jovanotti. Personaggi incredibili, che cosa li accomuna? “Lorenzo è un vulcano di idee che ti stimola continuamente a provare cose nuove, ti spinge a superare i tuoi limiti. Laura è infaticabile e travolgente. Ammiro il modo in cui riesce a incastrare perfettamente il suo lavoro e la sua famiglia senza far mancare niente ai fan. Tutti e due sono motivati da una passione inesauribile e da un grande spirito di sacrificio. Pavarotti era la costanza e la determinazione fatte persona, ma con il senso di ospitalità e di accoglienza tipica degli emiliano-romagnoli. L’aneddoto che lo descrive di più? È quello che ha raccontato spesso Bono Vox. Voleva che gli U2 suonassero ai Pavarotti & Friends, ma stavano registrando il loro album e dissero di no. Pavarotti allora prese un aereo e si presentò al loro studio di registrazione e gli chiese non solo di cantare ma anche di scrivere una canzone per lui. Bono disse ancora di no, ma dopo qualche settimana scrisse Miss Sarajevo, ancora oggi una delle canzoni più fa-


PERSPECTIVE

mose di tutte le edizioni dell’evento benefico. Il Maestro era così: non accettava dei no.” Quando hai cominciato a lavorare con Laura Pausini? “L’anno dopo la morte di Pavarotti, nel 2008, ci fu un grande concerto a Petra, in Giordania. Un tributo al Maestro voluto dalla regina Rania. Fu la prima volta che la Fondazione Pavarotti mi chiese di occuparmi delle foto dell’evento e dei video che venivano proiettati sui maxi schermi durante le esibizioni delle star invitate. Quella è stata anche la prima volta che ho fotografato Laura sul palco. La seconda è stata quando mi chiamarono per fotografare la festa del suo Fan Club, un evento incredibile in cui Laura dà il meglio di sé. Ho lavorato con lei fino al 2017. Non ero certamente l’unico fotografo, ma ho partecipato a tantissime tappe dei suoi tour e ho avuto l’onore di vedere alcune mie foto su riviste internazionali e sulle copertine dei suoi dischi.” Sei anche il punto di riferimento dell’Archivio della Fondazione Pavarotti di cui curi

anche i contenuti video… “Insieme a mia moglie, che lavora da tempo alla Fondazione, abbiamo organizzato e digitalizzato l’archivio fotografico del Maestro intorno al quale c’è sempre molto interesse da ogni parte del mondo. Nell’archivio ci sono circa 5.000 foto e 200 ore di girato da cui abbiamo di recente tratto il primo libro ufficiale su Pavarotti, Il sole nella voce. Dentro ci sono le immagini dei ruoli che ha interpretato sul palco e anche pensieri e annotazioni personali, le riproduzioni reali di biglietti di spettacoli, lettere di ammiratori, copertine di riviste e tanto altro. Tempo fa ho potuto curare anche i contenuti video della serata ricordo al Teatro alla Scala di Milano per i dieci anni della morte del Maestro. È stata una grande emozione e soddisfazione. Siamo inoltre stati molto coinvolti nella preparazione del documentario del regista Ron Howard, con un enorme lavoro di ricerca per fornire tutto il materiale allo staff. Una bellissima esperienza di lavoro con una troupe internazionale.”

IN APERTURA, GIANLUCA NAPHTALINA CAMPORESI E, IN QUESTA PAGINA, DUE SUOI SCATTI DURANTE I CONCERTI: IN ALTO, JOVANOTTI; IN BASSO, LAURA PAUSINI.

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ARCHITECTURE

ATELIER BIAGETTI OGGETTI NOMADI E CREATORI DI STORIE ESPERIENZE VIAGGI

DI ROBERTA BEZZI

Un prezioso tavolo da pranzo con ripiano di vetro e base ondulata rivestita in pelle Louis Vuitton all’esterno e smalto blu a contrasto all’interno. Si presenta così Anemona, la creazione dell’italianissimo duo composto dal designer Alberto Biagetti e dall’artista Laura Baldassari, di Atelier Biagetti, creata appositamente per l’ultima collezione Objets Nomades Louis Vuitton presentata a Palazzo Serbellini di Milano per il Fuorisalone 2019, dopo l’anteprima a Design Miami. Pur avendo scelto Milano come sede del loro Atelier, aperto nel 2003, Biagetti e Baldassari sono 88

originari di Ravenna, città a cui si sono chiaramente ispirati per la realizzazione del loro tavolo. Una creazione che stacca dal resto della collezione, diversa anche dai lavori precedenti: la sua anomalia sta nell’essere un pezzo unico, mentre Atelier Biagetti in genere lavora su un insieme, come è evidente nei progetti Body Building, No Sex e God. “Siamo più costruttori di storie che di oggetti,” amano ripetere. “Per noi il design nasce e cresce all’interno di una scena, ma in questo caso è tutta nella nostra testa.” Il tavolo, che ha un corpo molto presente e pesante, richiede


IN ALTO, ALBERTO BIAGETTI E LAURA BALDASSARI DI ATELIER BIAGETTI.

di stare dove si è ma – contemporaneamente – inviata a riunirsi insieme ad altre persone diverse da sé, per confrontarsi e conoscere altre culture. Una perfetta dimensione virtuale del viaggio. Siete i primi designer italiani a prendere parte al progetto della nota Maison francese. Qual è il trait d’union? “Abbiamo sempre lavorato pensando che non possano esistere oggetti senza una storia da raccontare e che, spesso, il contesto è ciò che rende veramente importante ogni cosa. Non esiste più uno spazio definito ma

un’idea di spazio in continua evoluzione con innumerevoli declinazioni da quella privata a quella più teatrale. Objets Nomades di Louis Vuitton è un progetto che si sviluppa intorno al tema del viaggio, all’idea che possa esistere una familiarità con gli oggetti tale da poter pensare di costruire ovunque la propria casa in qualsiasi momento.” Com’è nata l’idea del tavolo Anemona per Louis Vuitton Objets Nomades? “Abbiamo immediatamente pensato all’idea di movimento, di viaggio, di esplorazione e a come oggi siamo tutti più nomadi in tanti 89


PH DELFINO SISTO LEGNANI

“FIN DALL’INIZIO, VOLEVAMO CREARE UN OGGETTO ESPERIENZIALE. NON ERAVAMO INTERESSATI A IMMAGINARNE UNO TRASPORTABILE, ANZI VOLEVAMO CHE FOSSE L’OGGETTO STESSO VEICOLO PER CONDURRE ALTROVE, UN PUNTO DI PARTENZA O DI ARRIVO.”

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modi diversi. Ci sono moltissimi modi per viaggiare: c’è chi pensa di poter esplorare il mondo virtualmente attraverso il proprio smartphone, chi preferisce vivere in prima persona ogni esperienza. Per quanto ci riguarda, fin dall’inizio, volevamo creare un oggetto esperienziale. Non eravamo interessati a immaginare un oggetto trasportabile, anzi volevamo che fosse l’oggetto stesso veicolo per condurre altrove, un punto di partenza o di arrivo. Abbiamo disegnato un grande tavolo, l’oggetto domestico per eccellenza, per accogliere una grande famiglia riunita, o persone per la prima volta insieme. Un invito alla convivialità, alla condivisione e all’ascolto, è un ottimo inizio e un perfetto punto di arrivo per ogni viaggio.” In quale misura il progetto esprime il legame con il territorio e in particolare con Ravenna, la vostra città di provenienza? Quali

IN ALTO, IL PROGETTO DI DESIGN NO SEX DELL’ATELIER BIAGETTI E, A LATO, IL TAVOLO ANEMONA PER L’ULTIMA COLLEZIONE DI LOUIS VUITTON, OBJETS NOMADES.


elementi lo evidenziano maggiormente? “L’ispirazione di questo progetto sono il mare e Ravenna, una città che nel passato era l’incontro tra Oriente e Occidente, teatro di nomadismi e spostamenti, crocevia di culture lontane che rappresentano per noi l’idea di libertà alla quale nessuno deve rinunciare.” La scelta del nome a cosa si deve? “Abbiamo deciso di chiamare questo tavolo Anemona immaginando una forma di vita acquatica, misteriosa e accogliente. Questo oggetto, proprio come l’anemone marina che nelle profondità diventa più luminosa, si muove e cambia, si presta a tante interpretazioni con materiali diversi, per essere sempre unico.” Quali ritenete siano i maggiori punti di forza? “È un oggetto che suggerisce l’idea di movimento, perpetuo e rallentato, così come di galleggiamento, proprio di una creatura marina, realizzato in maniera meticolosa, perfetto in ogni suo dettaglio costruttivo e materico.” Oggi la parola design è diventata di uso comune. Per voi cosa rappresenta?

“Per noi il design è come un medium, un alfabeto, uno strumento indispensabile per creare coordinate e da cui preleviamo codici che ribaltiamo e ricomponiamo a piacere mescolandoli ad altre discipline apparentemente molto lontane e in contesti diversi. Attraverso la parola design è possibile lavorare sul confine di ciò che è sedimentato nella nostra memoria e l’inaspettato, di innescare un vero e proprio cortocircuito tra spazio, oggetto e corpo.” Brevemente, cosa vi ha spinto a creare Atelier Biagetti? “A stimolarci fortemente è stata l’idea che esista la possibilità di non essere classificati all’interno di un sistema o di una disciplina stabilita, di poter disegnare con assoluta libertà un oggetto, una storia, un’architettura, un’immagine, un’azione, una superficie, un interno lavorando negli spazi liberi tra le discipline. Ci interessa l’aspetto psicologico, le possibili interazioni, i comportamenti e le ossessioni della cultura contemporanea, tutto questo può essere tradotto e diventare una risposta, una possibile utopia, uno scambio.”

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LANDSCAPE

AL CUORE DELL’ITALIA LE BELLEZZE DI EMILIA, ROMAGNA MARCHE E UMBRIA

DI PIERLUIGI MORESSA

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LANDSCAPE

IN APERTURA, I PORTICI DI PIAZZA SANTO STEFANO. IN QUESTA PAGINA, IN ALTO, I MOSAICI DEL MAUSOLEO DI GALLA PLACIDIA A RAVENNA.

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Riparo dal cattivo tempo e oggi anche luogo dove sostare per un aperitivo o spulciare le vetrine, i portici di Bologna, caratteristica urbanistica che colpisce di più il visitatore della città, entro e fuori le mura, si snodano lungo 53 km. È il 1288 quando nella città turrita il libero Comune impone la creazione dei portici. L’altezza richiesta è di 7 piedi bolognesi; uguale la larghezza per consentire il passaggio di un uomo a cavallo. Le misure originarie (m 2,66) vengono portate a 10 piedi nel 1352, ma le variazioni risultano innumerevoli. Durante il Rinascimento, qualche famiglia ottiene la distinzione di erigere palazzi senza portico; l’effetto è quello di un brusco divario prospettico: apparizione stonata nel profilo omogeneo dei quartieri. Stendhal colse lungo i portici bolognesi la seduzione della città disposta a lasciarsi attraversare in segreto. Il

giovane Pasolini, sotto il portico della Morte, trovò disposti sopra le bancarelle i libri che per primi offrirono gioia alla sua lettura, vera soltanto nell’adolescenza. Sul fianco di San Petronio corre la Loggia del Palazzo dei Banchi realizzato dal Vignola nel 1568 e destinato ad accogliere il luogo del cambio, occultando le viuzze retrostanti. Il portico del Pavaglione rende memoria al mercato dei bachi da seta disteso un tempo sopra l’attuale piazza Galvani. La Chiesa di San Giacomo Maggiore è costeggiata dal trecentesco portico dotato di gotiche nicchie sepolcrali. Oltre lo slargo di piazza Verdi, il porticato elegante di palazzo Poggi, sede degli edifici universitari, esibisce la copia del fittone, simbolo e vanto della goliardia bolognese, il cui originale (distrutto in lotte di rappresaglia studentesca) venne qui trasferito da via Spaderie nel 1912. I portici di Bologna fanno parte della cosid-


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LANDSCAPE

detta tentative list, una sorta di lista d’attesa dei siti per i quali è stato chiesto il riconoscimento di patrimonio mondiale dell’umanità. Ravenna invece già ospita il sito dei monumenti paleocristiani riconosciuto ufficialmente dall’Unesco e che comprende il Mausoleo di Galla Placidia, il Battistero Neoniano, la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, il Battistero degli Ariani, la Cappella Arcivescovile, il Mausoleo di Teodorico, la Chiesa di San Vitale e la Basilica di Sant’Apollinare in Classe. Ravenna è centro di un’arte che, attraverso i mosaici realizzati da autori sconosciuti, ha saputo diffondere nel mondo il proprio nome. Isolata fra le paludi, poi dimenticata dalla sto-

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ALTA SU DUE RILIEVI, URBINO FU TRASFORMATA NEL RINASCIMENTO PER VOLERE DI FEDERICO DA MONTEFELTRO, IL SIGNORE CHE VOLLE DARLE UN VOLTO DA CAPITALE POLITICA E UMANISTICA.

ria, la città ha recato in sé il tratto di una decadenza, che spinse Gregorovius a definirla “Pompei dell’epoca gotica e bizantina”. Ma anche durante l’oscuro tempo delle legazioni pontificie, anche negli anni dell’improvvisa vocazione industriale, Ravenna ha esercitato un fascino capace di attrarre visitatori. Immerso in un respiro di terra e di acque, il territorio mostra scenografie naturali che piacquero ai cineasti del ’900, pronti a cogliervi il senso straniante dell’irrealtà. Dobbiamo arrivare a Cesena per poter visitare quella che è stata inserita all’interno del registro dei luoghi memoria del mondo, un programma UNESCO che promuove il patrimonio documentario mondiale. Parliamo della Biblioteca Malatestiana, riconosciuta universalmente come l’unica biblioteca del ’400 ancora intatta. La pubblica “libreria” voluta da Malatesta Novello e consegnata alla “illustrissima comunità” il 15 agosto 1454 rappresenta la summa delle idee concepite dal signore sulla forma della città che si apriva al Rinascimento. I codici giunti a noi sono 340, legati ai banchi da brevi catenelle. Il più antico è quello delle Etimologie di Sant’Isidoro (secolo IX). Alla Malatestiana furono attivi anche amanuensi, chiamati da ogni parte d’Europa per ricopiare i codici antichi. Tommaso da Utrecht, Mathias Kuler, Jacopo da Pergola, Jean d’Epinal: le loro ombre sopravvivono nelle firme e in qualche frase posta, come svolazzo della penna, in calce ai testi trascritti: “Il buon vino alla taverna e la compagnia delle donne mi hanno fatto spendere tutto. Venite esultiamo!” E il sorriso che accosta il tempo quotidiano a quello della storia si illumina verso il fondo dell’aula, dove Malatesta Novello dorme il sonno eterno. Nelle Marche è il centro di Urbino a essere stato inserito tra i siti patrimonio mondiale dell’Umanità. Le due torri snelle e sottili del Palazzo Ducale sono segno inconfondibile nel profilo urbano. Aperte sul versante esterno della città, affiancano una serie di balconi sovrapposti con arcate a tutto sesto. Fu Luciano


LA STRUTTURA DI ASSISI APPARE MINUSCOLA DINANZI ALL’IMPONENZA DELLE OPERE E DEGLI EDIFICI RELIGIOSI; PER QUESTO LO SPIRITO FRANCESCANO HA POTUTO TROVARVI UN’OASI SPIRITUALE.

IN QUESTE PAGINE, A LATO, IL PALAZZO DUCALE DI URBINO E, IN ALTO, L’INGRESSO ALLA BASILICA DI SAN FRANCESCO.

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Laurana l’artefice di questa parte del palazzo, ove dovette colmare il dislivello costruttivo sul colle di Valbona. Alta su due rilievi, Urbino fu trasformata nel Rinascimento per volere di Federico da Montefeltro, il signore che volle farne lo specchio del proprio pensiero e darle un volto da capitale politica e umanistica. Stato cuscinetto, il possedimento feretrano divenne capitale delle arti nel quarantennio del potere di Federico, intento proseguito alla sua morte (1482) dal figlio Guidobaldo. Giunsero alla corte di Urbino personalità eccellenti, destinate a lasciare un segno nelle arti, in letteratura, negli studi architettonici. In Umbria arriviamo ad Assisi dove l’Unesco ha riconosciuto l’unicità della Basilica di san Francesco e degli altri siti francescani. Qui

le suggestioni create dai luoghi francescani hanno reso la città un santuario. Non si può entrare in paese senza avvertire il contatto immediato coi segni dell’arte e della fede. La struttura della città medioevale appare minuscola dinanzi all’imponenza delle opere e degli edifici religiosi; per questo lo spirito francescano ha potuto trovarvi un punto di riferimento che ha assunto valori di oasi spirituale. Dalla Basilica di San Francesco, che accoglie opere d’arte di Giotto, Simone Martini, Pietro Lorenzetti e Cimabue, raggiungiamo la Basilica di Santa Chiara. Tra questi, un paese che mostra, anche urbanisticamente, i segni di quella influenza religiosa e monastica che contribuirono a renderla Comune libero e indipendente verso l’anno mille.


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Premium IN Magazine 02 2019  

Un altro anno di eccellenze, cultura e storie di successo delle nostre Emilia-Romagna, Marche e Umbria. Con uno sguardo all’anno passato e u...

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