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Tariffa R.O.C., Poste Italiane spa - Sped. in abb. postale, D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004, n. 46) art. 1, comma 1,DCB Forlì - Reg. Tribunale Forlì 6/9/2011 n. 410

Anno XLVI - N. 3 - ottobre 2013 • Abbonamento annuo euro 20,00 - Sostenitore euro 26,00

IN PRIMO PIANO

La guerra inforlivese casa settant’anni fa a Forlì. Novecento

STORIE PER MOSTRE ANDAR

Il Beato Marcolino e la Madonna della Pace. Giovanni Pini: il colore vale più del segno

DOSSIER

Buon Vivere, alla grande. a Klimt Wildt, l’anima una e le settimana forme da Michelangelo


“L’arte di cucinare gLi avanzi deLLa mensa” di OLindO guerrini Un classico della gastronomia italiana riletto dallo chef Bruno Barbieri

La nuova edizione di un libro fondamentale nella storia della cucina cha valorizza l’attualità delle ricette raccolte in un volume dal

taglio molto quotidiano e pratico, con spunti e idee che ognuno può realizzare nella propria cucina di casa.

“Ogni vOLta che aprO questO LibrO mi vengOnO nuOve idee.” (b. barbieri)

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SOMMARIO

IN PRIMO PIANO

editoriale

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La guerra in casa Settant’anni fa a Forlì di Mario Proli

STORIE 08 Il Beato Marcolino Amanni di Forlì e la Madonna della Pace di Vittorio Mezzomonaco

Ma no, tranquilli. Non è la città del duce.

DOSSIER 10 Buon Vivere, una settimana alla grande di Roberta Brunazzi

MUSICA 17 Alessandro Spazzoli, flautista e compositore di Stefania Navacchia

ANDAR PER MOSTRE

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Sguardi d’autore: Carlo Panzavolta di Rosanna Ricci

COLLEZIONI 19 Documenti storici: il seminario di Alti Studi Euaristos di Rosanna Ricci

EVENTI 20 Su il sipario al Diego Fabbri di Laura Bertozzi

RICORDO 22 Cara Katia... di Jennifer e Loretta

POESIA 23 Katia Zattoni: donna poliedrica fra poesia e impegno civile di Davide Argnani

FORLì underground

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Compro l’oro, vendo loro di Mario Proli

In cauda venenum

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Ma no, tranquilli. Non è la città del duce di Ivano Arcangeloni

«IL MELOZZO» Già Periodico del Comitato Pro Forlì Storico-Artistica, Forlì Primo numero 14 marzo 1968 Direttore: Rosanna Ricci Edizioni In Magazine srl via Napoleone Bonaparte 50, 47122 Forlì tel. 0543 798463 - fax 0543 774044 Stampa: Graph S.N.C. - San Leo (RN) Uscita trimestrale. Reg. al Tribunale di Forlì il 6/9/2011 n. 410 Redazione: Rosanna Ricci, Roberta Brunazzi, Mario Proli, Paolo Rambelli, Giorgio Sabatini, Gabriele Zelli. In copertina “La Madonna della Pace” di Vitale da Bologna. Hanno collaborato a questo numero: Ivano Arcangeloni, Davide Argnani, Laura Bertozzi, Vittorio Mezzomonaco, Stefania Navacchia, Jennifer Ruffilli, Loretta Schiumarini.

Il fatto che nei mesi scorsi Forlì abbia ospitato prima l’importante mostra Novecento e successivamente il progetto Atrium, dedicato all’architettura dei regimi totalitari, ha indignato alcune associazioni locali, tra cui la Fondazione Lewin, al punto da spingerle ad organizzare una serie di contro-iniziative intitolate “Forlì non è la città del duce”, per «la paura», come scrive Gianni Saporetti, «che involontariamente si sia aperto un varco che potrebbe allargarsi e far sì che ci passi di tutto». E tra questo “tutto” ci sarebbero una recrudescenza di sentimenti antisemiti tra i nostri compaesani, ed anche il rischio che Forlì possa diventare il ricettacolo di turisti nostalgici del Ventennio, come già accade tristemente a Predappio. Ritengo che la rivista Una Città, di cui Saporetti è direttore, sia uno dei più interessanti periodici che si pubblichino a livello nazionale, così come non v’è dubbio che la Fondazione Alfred Lewin, intitolata al giovane ebreo tedesco fucilato nella nostra città insieme alla madre ai tempi del regime, svolga un ruolo di rilievo nella vita culturale cittadina.

Colpisce, però, che la critica mossa al «fiorire in città di progetti, iniziative, mostre sul fascismo» sia basata sul retrivo argomento della “china scivolosa”, di cui il “varco” di Saporetti non è che una delle numerose varianti. Il classico argomento della “china scivolosa” si struttura in un «non possiamo accettare A, anche se in sé non contiene nulla di male, perché poi, accettando A, finiremmo col trovarci Z». Uno pseudo-sillogismo piuttosto pernicioso, col quale si tenta di dare una spolveratina di logica ad argomentazioni che talvolta fanno rabbrividire. Un esempio che è ormai un classico potrebbe essere questo: «Non possiamo accettare il riconoscimento legislativo delle coppie conviventi, perché questo finirebbe col minare l’idea di famiglia, che è alla base dell’organizzazione sociale, e quindi, ne verrebbe disgregata l’intera società». Analogamente Saporetti sembra argomentare più o meno così: se accettiamo una mostra che esalti i “lati buoni” del fascismo ci ritroveremmo a dare armi concettuali agli antisemiti e ai nostalgici del Ventennio. (Segue a pag. 26)

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IN PRIMO PIANO

La guerra in casa Settant’anni fa A Forlì. di Mario Proli Nel tardo pomeriggio dell’8 settembre del 1943 anche nelle case forlivesi giunse la notizia dell’armistizio fra il Regno d’Italia e gli Alleati. A comunicare al mondo la svolta nello scacchiere bellico europeo fu il generale statunitense Eisenhower alle 18.30, ora italiana, dai microfoni di Radio Algeri. La novità ribalzò in Italia attraverso le emittenti straniere captate clandestinamente ancor prima dell’annuncio ufficiale che venne pronunciato dal capo del governo sabaudo, il maresciallo Pietro Badoglio, attraverso il canale radiofonico dell’EIAR. Erano le 19.42. “Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane”. Si apriva così una fase dalle prospettive imprevedibili; uno scenario nuovo che, a Forlì, suscitò inizialmente speranze nella fine della guerra. Nell’apprendere la notizia, “la popolazione - annotava Antonio Mambelli nel suo Diario degli avvenimenti in Forlì e in Romagna dal 1939 al 1945 - si rovesciava per le strade in ansia per interrogare o per avviarsi di corsa al centro, incredula di tanto evento. In Piazza Saffi dalla marea umana agitata saliva un tumulare di voci, si affermava esser vero della sospirata pace”. All’immediata sensazione di euforia, sottolineata dal suono a distesa delle campane di molte chiese cittadine, subentrò la consapevolezza di dover fare i conti con i nazisti. “Passato il momento di esaltazione degli animi - continuava Mambelli - il pensiero di tanti si è rivolto ai nostri soldati in Francia, in Grecia, nei Balcani, ai lavoratori in Germania...”. La preoccupazione divenne paura in seguito alla voce dell’occupazione di Bologna da parte dei tedeschi. Avendo previsto la decisione di Casa Savoia e in base a una programmazione definita, l’esercito di Hitler, opportunamente potenziato con rinforzi, attuò il piano di occupazione di gran parte della penisola, dalle regioni del Nord fino alla Campania, di-

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Un gruppo di partigiani attraversa una collina (archivio fotografico Istituto per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea).

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IN PRIMO PIANO

Soldati dell’esercito nazista durante un rastrellamento, dopo il ‘43 (in alto).

sarmando, catturando e uccidendo migliaia di soldati in Italia e sui fronti di guerra. Il 9 settembre 1943 gli Alleati lanciarono l’operazione di sbarco a Salerno ed entro la fine del mese, con Napoli liberata, lo scenario si assestò sulla prima struttura di difesa tedesca, la Linea Gustav. In quelle ore drammatiche l’esercito era sta-

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to lasciato senza ordini e senza direttive dal Re e da Badoglio che avevano pensato a mettersi in salvo lasciando Roma per Brindisi, zona già in mano agli Alleati. Fu il caos. Alla mattina del 9 settembre 1943 il Comando di difesa territoriale di Bologna, dal quale dipendeva il presidio militare di Forlì, era già in mano tedesca. “Si sparse la voce che i

Soldati polacchi di fronte alla Rocca delle Caminate, nel 1944-’45, a liberazione avvenuta (in basso).

soldati avevano abbandonato le caserme e molta parte della popolazione diede l’assalto agli edifici per asportare masserizie e viveri - annotava in una memoria scritta l’antifascista cattolico Stelio Ghetti, scomparso alcuni anni fa, che in quei giorni si trovava a Forlì in licenza dal Corso allievi Ufficiali. “Ricordo nitidamente dalla caserma vicino alla fabbrica di feltro dei Fratelli Battistini, vicino a piazza dante, persone che uscivano dalla caserma denominata ‘La Cavallerizza’ (parte del complesso architettonico originariamente religioso, poi utilizzato ad uso militare, con stalle e magazzini, e oggi trasformato nei Musei San Domenico), portando viveri e rotolando a terra forme di parmigiano. Nello stesso tempo ricordo che alcuni grossisti di cereali misero in vendita alla popolazione il grano che era bloccato per il razionamento e a disposizione dell’annonaria”. Quell’esile arco di tempo di ‘terra di nessuno’ consentì alle forze clandestine antifasciste di costituire, su scala locale, il Comitato di Liberazione Nazionale e di recuperare armi dalle caserme non sorvegliate, per nasconderle in previsione degli eventi futuri. Azioni che si rivelarono fondamentali per la nascita dei gruppi partigiani. Lo spazio per l’azione fu breve. Il 10 settembre, infatti, aviatori tedeschi presero il controllo dell’aeroporto di Forlì e da lì procedettero all’occupazione della città. Solo alle Casermette (attuale sede del 66° Reggimento di Fanteria Aeromobile “Trieste”) ci fu un tentativo di resistenza ispirato, sempre citando il Diario di Antonio Mambelli, da soldati e dall’avvocato Bruno Angeletti, antifascista di lungo corso e punto di riferimento del mondo azionista. Al termine di uno scontro a fuoco, la barricata fu spazzata via e il tentativo di resistenza si concluse con tre feriti tra le forze italiane. Nelle stesse ore, prima con gli appelli lanciati via radio dalla Germania da alcuni gerarchi fra i quali Farinacci e Pavolini, e poi con la liberazione dal Gran Sasso di Benito Mussolini, avvenuta il 12 settembre, anche le forze fasciste cominciarono a riorganizzarsi sotto rigido controllo tedesco. Dopo esser stato trasportato al sicuro oltralpe e aver rinsaldato il rapporto con Hitler, il Duce venne posto alla guida della nuova


In primo piano, a destra, l’avvocato Bruno Angeletti in occasione dell’incontro a Forlì con Piero Calamandrei, il 2 giugno 1955 (in alto).

Immagine della folla in Piazza Saffi, del periodo immediatamente successivo alla Liberazione (in basso).

versione del fascismo, in chiave antimonarchica e sotto egemonia tedesca, rappresentata dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI). Dopo qualche giorno e un discorso trasmesso da radio Monaco, Mussolini decise di stabilire la sua base operativa a casa sua, cioè al Castello di Rocca delle Caminate. Qui, dopo quattro giorni di permanenza, venne convocato il primo Consiglio dei ministri della RSI con lui presente. Fra il 27 e il 28 settembre 1943 venne raggiunto da gerarchi e fedelissimi che incontrò sotto stretta sorveglianza da parte delle SS, che avevano installato in zona un presidio. In quelle stesse ore venne giustiziato il primo “sovversivo”. Il 12 settembre erano comparsi a Forlì manifesti a firma del feldmaresciallo Kesselring che decretavano l’inizio dell’occupazione tedesca, il controllo militare del territorio, lo sfruttamento del potenziale produttivo e dettavano durissime pene di ogni azione considerata sovversiva. Misure che, abbinate alla voglia di esaltare l’inflessibilità nelle repressione dei nemici, costarono la vita ad un bracciante di Tredozio, Antonio Fabbri. Era stato fermato perché trovato in possesso d’armi. Rinchiuso in carcere e sottoposto alla giustizia di guerra tedesca nella giornata del 24 settembre, venne condannato a morte in modo fulmineo. Il mattino successivo fu prelevato e portato alle Casermette davanti ad un plotone d’esecuzione. Qui fu ucciso. Secondo alcune testimonianze, Fabbri chiese un’ultima sigaretta e rifiutò la benda sugli occhi. Tuttavia il ritorno della pena capitale non ebbe l’effetto di scoraggiare i forlivesi dal ribellarsi. Proprio in quelle settimane, infatti, cominciarono a costituirsi gruppi di patrioti e di antifascisti, alcuni in modo spontaneo altri organizzati da linee politiche, creando le basi per un consistente quadro di attività partigiana che avrebbe visto crescere nel corso di un anno diverse realtà, molto attive sul territorio e nel rapporto con inglesi e americani. Tra queste le maggiori furono l’8^ Brigata Garibaldi Romagna, la 29^ Gap e il Battaglione Corbari. Fra paura e coraggio, fra miseria e dolore, si apriva in quell’autunno di settant’anni fa uno dei periodi più complessi e drammatici della storia forlivese.

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STORIE

Il Beato Marcolino Amanni di Forlì e La Madonna della Pace.

Un particolare dell’Arca del Beato Marcolino, opera dell’artista rinascimentale Antonio Rossellino. Foto Nazario Spadoni.

di Vittorio Mezzomonaco

Giovedì 12 settembre eravamo noi pure presenti nel Refettorio del San Domenico, insieme con moltissimi forlivesi, alla presentazione ufficiale de “La Madonna della Pace”, opera pittorica di Vitale da Bologna, databile intorno alla metà del Trecento e recente acquisizione delle raccolte artistiche conservate nei Musei Civici di Forlì. Si tratta di una tavoletta rettangolare, alta all’incirca una spanna e larga un poco meno, appartenuta in vita ad un frate domenicano forlivese, Marcolino Amanni, che la Chiesa ha elevato alla gloria degli altari, proclamandolo Beato, anche se i concittadini contemporanei ne ignorano

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in massima parte il nome e l’esistenza. A lui, in suo onore, nei secoli passati furono dedicate opere d’arte eseguite da grandi maestri, come lo scultore rinascimentale Antonio Rossellino (autore di un’Arca che ne accolse le spoglie mortali, di raffinatissima fattura) e il Guercino, che lo rappresentò in preghiera davanti alla Vergine col Bambino in compagnia di un Angelo, raffigurandolo in una ragguardevole Pala d’Altare. La grande tela fu purtroppo oggetto d’occhiuta rapina, al tempo delle spoliazioni napoleoniche; fu addirittura considerata perduta, fino a quando fortunosamente venne riconosciuta e recuperata da uno studioso dalla vista acuta, Prisco Bagni,

con il quale chi scrive ha avuto il privilegio di collaborare, sia pure in modestissime operazioni di servizio. Ma la protagonista di quel pomeriggio settembrino fu Lei, la Madonnina della Pace, accuratamente restaurata ed ufficialmente insediata in una stanza della Pinacoteca, in San Domenico, accanto alla pregevolissima scultura del Rossellino. Un amico, incontrato fra la calca all’uscita, borbottava fra sé e sé che non capiva per quale ragione quella immagine fosse detta “La Madonna della Pace”, non ravvisando nella composizione pittorica alcun simbolo che indirizzasse l’osservatore verso questo alto significato... In effetti, in questo senso, nessuno dei molti


Un padre domenicano assieme all’assessore Patrick Leech, durante la presentazione della tavoletta restaurata. Foto Cristiano Frasca.

relatori si è espresso, neppure il Frate Domenicano, pardon! Il Padre Predicatore - questa la denominazione ufficiale - che ha concluso, piacevolmente (questo sì!) la manifestazione. Qui il discorso potrebbe, dovrebbe allargarsi, ma non lo consente lo spazio concesso. La fama del Beato Marcolino era diffusa specialmente fra la popolazione, che lo teneva in gran conto, ma non fra i suoi confratelli, ospitati nel convento, che invece non lo consideravano affatto, ritenendolo uomo non eloquente, di irrilevante cultura e di nessuna dottrina, come piuttosto dovevano essere, in quei tempi difficili, i seguaci di Domenico di Guzman: si chiamavano “Predicatori” proprio per questo... Ma il popolo, che vedeva il vecchio frate fiondarsi nel bel mezzo di tutte le risse cittadine (e i cronisti ce ne dànno ampie e continue notizie), imponendo la “Pace” fra i contendenti, con il prestigio di una conclamata santità personale di vita e l’ostentazione di quella minuscola Madonnina (la “Pax”, per l’appunto), obbligandoli - in ginocchio - a baciare quella tavoletta, il popolo lo ammirava e lo venerava. Ci sia consentito una breve nota informativa in proposito: già nel Duecento era chiamata “Tabula (o Tabella) Pacis” una tavoletta istoriata, di solito recante un’im-

magine sacra (nel caso nostro la Madonna col Bambino, ma più spesso il Crocifisso. Erano tuttavia frequenti anche altri soggetti: La Pietà, la Sacra Famiglia, un qualche santo Martire, famoso magari soltanto in sede locale e poteva perfino contenere reliquie...), che veniva mostrata ai fedeli per il bacio rituale della Pace, prima che venisse distribuita la Comunione. Per questo motivo la tavoletta era denominata anche “Osculatorium”. Oggi ci si augura reciprocamente la Pace con una stretta di mano: “Pax Domini sit semper tecum (o vobiscum”), ma nulla vieterebbe il ripristino dell’osculatorium secondo la tradizione. Questo strumento di uso liturgico portava quasi sempre sul retro un’impugnatura o un pomello, per permettere al sacerdote di porgerlo più comodamente all’omaggio dei fedeli. Lo “Strumento di Pace” ha una sua rilevanza anche nella Storia dell’Arte medievale, in quanto confezionato spesso dagli artefici (orefici) con materiali preziosi (oro, argento, smalto, niello...). Il nostro “povero” Marcolino, frate di un “ordine mendicante”, non poteva ovviamente permettersi di andare oltre una tavoletta di legno dipinta da un artista semisconosciuto, ma per come l’adoperava (la brandiva) diventava un’arma pressoché invincibile.

L’arca del Beato Marcolino, conservata in Pinacoteca, accanto alla quale è stata posta la “Madonna della Pace” (a destra). Foto Nazario Spadoni.

Quando Marcolino morì, e la notizia si sparse per la città portata da un bambinetto di circa sette anni che nessuno conosceva (“quel fanciullo, non essendo poi mai più veduto da alcuno, fu reputato un Angelo mandato dal Cielo in testimonio della santità di questo Servo di Dio”. Sigismondo Marchesi. “Supplemento istorico”. pag. 330), si vide tutta Forlì riversarsi nella chiesa di San Giacomo Maggiore (vulgo: San Domenico), causando immenso stupore e disappunto nei Padri Predicatori, per i quali Frate Marcolino era soltanto un uomo semplice e di mediocre cultura. Ma più i confratelli cercavano di diminuirne la statura, più i laici (i “seculares”) lo esaltavano. Noi dobbiamo la descrizione di tutto questo trambusto ad un autorevole domenicano contemporaneo, il Beato Giovanni Dominici, vicario di tutti i conventi riformati dell’Ordine con autorità generalizia, il quale ne riferì per lettera (giunta fino a noi) al Beato Raimondo, maestro dell’Ordine dei Predicatori. Ancora tante ed importanti sarebbero le cose da aggiungere per parlare del Beato Marcolino e dello straordinario fervore con cui lo seguiva il popolo forlivese, delle opere d’arte che lo riguardano e delle vicende ad esse occorse.

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DOSSIER

Buon Vivere, una settimana alla grande. di Roberta Brunazzi Un lungo applauso ha salutato la conclusione della quarta edizione della Settimana del Buon Vivere, che da lunedì 30 settembre a domenica 6 ottobre ha animato Forlì e Cesena con più di 150 eventi dedicati al benessere equo e sostenibile. L’ideatrice della manifestazione, il direttore di Legacoop Forlì-Cesena Monica Fantini, ha voluto con sé sul palco del teatro Diego Fabbri i giovani volontari del BV OFF che hanno contribuito all’organizzazione, insieme a tutti coloro che hanno lavorato dietro le quinte, in un ringraziamento collettivo che ha coinvolto i tantissimi sostenitori dell’iniziativa. Quando il Buon Vivere vince sul sopravvivere fa nascere, ogni giorno, il futuro. La quarta edizione della Settimana ha vinto su ogni idea di sopravvivenza che la crisi spesso provoca, consolidandosi ancor di più nel suo impegno per essere un luogo in cui il futuro da trasportare, seppure fragile, non si arrende ma trova sempre nuova energia, idee, motivazione e spinta. Un successo testimoniato anche dai numeri sul web e sui social network: sono più di 3.000 i seguaci della pagina Facebook della Settimana (erano 1.500 alla fine dell’edizione 2012), più di 400 i follower su Twitter e 650 le fotografie arrivate per il contest fotografico “#faccedabuonvivere”. Da quando sono cominciati gli eventi legati alla manifestazione il sito web www. settimanadelbuonvivere.it ha avuto oltre 12mila visite (per un totale di ben 43mila visualizzazioni), di cui un migliaio provenienti da utenti di lingua inglese, grazie probabilmente al blog tour internazionale che ha coinvolto sei scrittrici di viaggio americane e spagnole. E le presenze? La prima sensazione degli organizzatori, al termine dell’evento, è stata quella di aver fatto il “botto”, superando abbondantemente i numeri del 2012. “La prima stima dei visitatori ci ha portato subito oltre quota 30mila - erano stati 22mila l’anno scorso -, anche perché tutti i giorni c’è stato un fortissimo coinvolgimento delle scuole di ogni ordine e grado e la città

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Il taglio del nastro della Settimana, inaugurata il 30 settembre nel Salone comunale di ForlĂŹ: da sinistra Monica Fantini, Serena Dandini e il sindaco Roberto Balzani (a sinistra). Foto Giorgio Sabatini.

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DOSSIER

Lo chef Cracco con i ragazzi degli Istituti Alberghieri nella cucina del Teatro Verdi (a sinistra, in alto). Foto Giorgio Sabatini.

Lella Costa tra le protagoniste della Settimana forlivese (a destra, in alto).

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Omar Pedrini dei Timoria sul palco del Diego Fabbri (a sinistra, in basso).

Tutto esaurito al Teatro Verdi di Cesena per la cena di gala con Carlo Cracco (a destra, in basso). Foto Giorgio Sabatini.


Il Teatro Fabbri gremito per lo show comico di Max Paiella (a sinistra, in alto).

I volontari del Buon Vivere assieme al comico Max Paiella. (a destra, in alto).

Esibizione di arti marziali presentata dagli indiani Sikh (a sinistra, in basso).

Lella Costa legge brani del libro “Ferite e morte� (a destra, in basso). Foto Giorgio Sabatini.

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DOSSIER

Le giornaliste Simona Branchetti, Ilaria Capitani e Claudia Mondelli conducono un dibattito a cura del Centro Donna (a sinistra, in alto). Foto Giorgio Sabatini.

ha risposto benissimo a tutte le proposte”, spiega Monica Fantini. Il compito di chiudere la lunga carrellata di eventi, domenica 6 ottobre, è toccato a Giuseppe Cederna, attore e scrittore simbolo di una generazione, volto di film indimenticabili come “Mediterraneo” e “Marrakech Express”. L’artista romano è entrato in scena portando con sé la storia dei propri viaggi in India e nel mondo dei cinema, in una narrazione lunga due ore che ha emozionato il pubblico in maniera profonda, dalle risate del racconto dei set americani ai brividi per gli incredibili incontri alle sorgenti del Gange. “Lunga vita

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Due giovani partecipanti all’incontro multidisciplinare “Design Inquiry” all’ex deposito ATR (a sinistra, in basso). Foto Giorgio Sabatini.

al Buon Vivere”, ha concluso così Cederna il proprio monologo, offrendosi quindi con generosità ai tanti che hanno desiderato incontrarlo per scambiare due parole, far firmare il libro “Il grande viaggio” o semplicemente stringergli la mano e congratularsi per l’incredibile capacità di entrare nel cuore delle persone. La conclusione dela Settimana aveva avuto un prologo importante lo stesso giorno alle 14,30 nel corso del Macfrut di Cesena, dove si sono incontrati i rappresentanti di cinque religioni monoteiste: sikhismo, induismo, cristianesimo, islam e ebraismo. Il dibattito hce ne è scaturito, incentrato sul

Una delle installazioni presentate durante l’evento “Design Inquiry”, curato da Romagna Creative District (a destra). Foto Giorgio Sabatini.

ruolo della donna nelle religioni, è stato moderato dal vicedirettore del TG3 Giuliano Giubilei e si è concluso con le preghiere per la Pace recitate dai rappresentanti delle varie confessioni. Buon Vivere è stato sinonimo quest’anno anche di innovazione: EmiliaRomagnaStartUp è stata ospitata il 4 ottobre a Forlì in occasione dell’evento negli spazi del Temporary Hub, una giornata intensa in cui sono state raccolte interviste e idee che hanno dato vita ad un video sulle Start Up e innovazioni del futuro, immaginate dai giovani del territorio. Temporary Hub è nato dall’incontro e dal-


Sul palco del Fabbri tutti i volontari del Buon Vivere per il gran finale dell’evento (a sinistra, in alto).

la collaborazione tra Settimana del Buon Vivere e The Hub Rovereto. È nato così uno spazio di relazione, di confronto, di impresa, ma soprattutto un luogo dove poter fare esperienza di Hub. Il luogo è stato dedicato a giovani interessati ad approfondire la propria idea di impresa, ma anche ad imprenditori desiderosi di allargare il proprio network di contatti, a professionisti e talenti che hanno progetti innovativi da condividere o che desideravano vagliarne la fattibilità insieme ad altre persone. Nella suggestiva piazzetta dell’Antica Pescheria di Forlì sono stati allestiti così uno spazio di co-working temporaneo - con un

Monica Fantini in Salone comunale per la cerimonia di chiusura (a sinistra, in basso).

“ufficio” condiviso dotato di postazioni lavoro, linea wi-fi e spazi riunione - e uno spazio espositivo artistico e culturale, che ha ospitato presentazioni e piccoli eventi contanto di area relax, dedicata, ovviamente, al buon vivere. Il ringraziamento finale ai partner e agli sponsor della Settimana del Buon Vivere, con la presentazione dei dati di questa quarta edizione dell’evento, si è tenuta il 25 ottobre al Centro Engel di Forlì. Dopo il brindisi per il successo della manifestazione Monica Fantini ha varato ufficialmente l’avvio dei lavori per la Settimana del 2014. Perché il Buon Vivere non si ferma.

L’attore Giuseppe Cederna protagonista di un monologo al Teatro Fabbri (a destra).

La Settimana in cifre: 150 eventi 370 relatori e coordinatori 165 sponsor, partner e patrocinatori 30.000 partecipanti 3.000 studenti 100 volontari Al BV OFF e T/Hub: 40 eventi 1.200 visitatori 0-99 anni 15


Il secondo volume delle “52 domenIche In Romagna” Un nuovo viaggio in un territorio che non smette di stupire

le cIttà e I boRghI, la natuRa e la stoRIa, la costa e l’entRoteRRa Le “52 domeniche in Romagna” tornano con un secondo volume che narra il “sapore” dei luoghi e accompagna il lettore verso le mete più insolite e affascinanti per il week-end.

Una guida, organizzata come sempre in 52 itinerari, arricchita dalla segnalazione di curiosità, luoghi nascosti e esperienze suggestive, perché ogni domenica diventi indimenticabile.

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MUSICA

Alessandro Spazzoli, flautista e compositore. di Stefania Navacchia Abbiamo incontrato il musicista forlivese Alessandro Spazzoli che ci ha raccontato come abbia saputo realizzare la sua vocazione di compositore che ha recentemente dato come frutto le musiche per i testi teatrali di Andrea Panzavolta, raccolte nel cd “L’Occidente nel labirinto”. Flautista e compositore. Perché hai deciso di dedicarti alla creazione di brani? “La composizione non è stata un punto di arrivo ma qualcosa insito nel punto di partenza. Ho iniziato lo studio della composizione insieme allo studio del flauto perché ho sempre concepito la musica in senso globale; poi però gli eventi mi hanno portato a dedicarmi di più al flauto e successivamente all’insegnamento, così ho terminato gli studi accademici di composizione appena ho potuto. L’amicizia col compositore Gilberto Cappelli, poi diventato mio maestro, e col chitarrista Piero Bonaguri, per il quale ho scritto molti brani, hanno fatto il resto”. Che influenza ha avuto Cappelli nel tuo modo di comporre? “Molto forte. Perché oltre ad essere un grandissimo compositore è anche un ottimo didatta; ricordo con piacere le sue lezioni, la sua capacità di aiutarmi a creare un mio stile cercando sempre in profondità, senza abbandonarsi a facili formule oppure ad una musica che deve spiegare se stessa”. Ci racconti i progetti con Panzavolta? “Due anni fa ho ricevuto l’invito da parte del mio amico pianista Filippo Pantieri di scrivere tre Lieder per soprano, flauto e pianoforte per una pièce teatrale dal titolo ‘La visita’ inserita nel festival ‘L’Occidente nel labirinto’. È stato l’inizio di una feconda collaborazione: l’anno successivo mi è stato commissionato il melologo ‘Exodos’ per flauto, pianoforte e coro, mentre quest’anno ho scritto una serie di composizioni ispirate a ‘La tempesta’ di Shakespeare, tema dell’edizione 2013 del festival, in occasione del quale viene pubblicato un Cd contenente tutti i brani scritti in questi tre anni”. Come ti sei rapportato ai testi? “In generale il rapporto con i testi scritti è sempre stato molto libero, le immagini sug-

Il musicita forlivese Alessandro Spazzoli impegnato nell’esecuzione di un brano.

gerite hanno ispirato la musica senza imbrigliarla in stili o forme predeterminate”. Che influenza hanno la musica del passato e contemporanea nelle tue opere? “Credo che nell’arte si sia sempre costruito a partire dal passato, cioè da ciò che c’è già, e prima ancora ispirandosi alla natura stessa. Per questo ritengo importante lo studio inteso come conoscenza del passato, senza però cadere nell’analisi fine a se stessa che genera emulazione. Bisogna anche vivere nel proprio tempo, servendosi dei linguaggi di oggi: accordi o intervalli che in passato venivano accettati a fatica oggi sono più naturali per le nostre orecchie. Non voglio dire che sia necessario cercare la dissonanza ‘per principio’, ma piuttosto che occorra sempre tener presente l’ascoltatore, la sua capacità di attenzione e il suo desiderio di bellezza”. Come riesci a conciliare le tante cose che fai, la composizione, l’insegnamento e la tua attività di esecutore? “Ritengo le tre cose strettamente collegate e parte di un unicum, non riesco a pensare alla musica disgiungendo questi tre aspetti”.

“L’Occidente nel labirinto”, musica e teatro in un Cd Fresco di stampa il nuovo Cd “L’occidente nel labirinto”, edito dalla Tactus, dove sono raccolte le musiche che il flautista e compositore forlivese Alessandro Spazzoli ha scritto per tre lavori teatrali di Andrea Panzavolta, “La visita”, “Exodos” ed “...e ora agli elementi!”. Se nei primi due casi si tratta di vere e proprie musiche di scena, il terzo è stato solo fonte di ispirazione. Solo un testo di Panzavolta è presente nel cd, ma in tutti i brani si avverte una forte sinergia tra parole e musica e l’intenzione di evidenziare l’attualità di testi come “Edipo re” di Sofocle, “Moby Dick” di Melville, “La tempesta” di Shakespeare o “Il flauto magico” di Mozart. La musica esprime il senso più intimo del testo e lo restituisce anche in assenza della parola, attraverso “strumenti” compositivi come la dissonanza. Di livello molto elevato è anche la parte esecutiva, affidata ad alcuni dei più importanti musicisti della nostra zona: Paolo Chiavacci (violino/viola), Yuri Ciccarese (flauto/flauto in sol), Marina Maroncelli (soprano in Ariel’s song tratta dalla musica per “...e ora agli elementi!”), Filippo Pantieri (pianoforte/clavicembalo) e Margherita Pieri (soprano in “La visita”). Benché sia impossibile fare distinzioni tra gli interpreti, ci sembra opportuno dare qui menzione della capacità tecnica di Ciccarese e di quella espressiva di Chiavacci.

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ANDAR PER MOSTRE

Sguardi d’autore: Carlo Panzavolta. di Rosanna Ricci Potrebbe far pensare a tante cose il titolo della mostra di Carlo Panzavolta. Chi sono i “Viaggiatori di periferia”? Una folla di persone che si accalcano sui tram per recarsi a lavorare o per andare al supermercato? L’artista pone l’accento su azioni quotidiane, lontane dalle zone austere di un centro città sede di banche o uffici di prestigio. La periferia è più vivace, meno ingessata, per questo piace a Panzavolta, che ama tradurre nei volti delle persone, nei gesti abituali e spontanei i segni della vita di tutti i giorni. Basta però osservare attentamente i volti, gli atteggiamenti, per notare piccoli segni che definiscono la persona anche quando questa cerca di nascondere il viso dietro grandi occhiali scuri. In questi dipinti - presentati in ottobre nel Palazzo del Monte di Pietà, sede della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì - c’è soprattutto solitudine, indifferenza, angoscia, dolore, incomunicabilità, anche se non manca talora qualche inconsistente sorriso. Panzavolta è un artista

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“Circolo esedra”, olio su tela del 2008 (a sinistra).

che conosce bene il mestiere e, con questa parola, intendiamo la sua lunga attività nel mondo dell’arte non solo come artista ma anche come docente. Il rapporto quotidiano con gli artisti di ieri e di oggi ha consolidato ancor più la qualità di fine osservatore della realtà e dei vari linguaggi espressivi. Di qui la raffinata ricerca di colori, di elementi naturali, di impasti materici trattati in modo da creare una sinfonia cromatica che non perde mai un preciso ritmo. Panzavolta non può essere che così. Il suo volto s’illumina, lui sempre così riservato, quando parla della sua attenzione per i materiali, perfino dell’impegno per rendere estremamente sottile la punta della matita per i disegni, tanto precisi e minuziosi da sembrare incisioni. Per conoscere a fondo la meticolosa pazienza del pittore basta soffermarsi proprio sulla sua abilità grafica, nella quale non manca l’uso di strati di materia che servono ad evidenziare il soggetto ma non ad alterare la purezza del segno. In queste opere Panzavolta raffigura gli uccellini, quelli che lui vedeva nella casa di

“Uomo che urla”, olio su tela (a destra).

campagna in cui abitava. La sintassi di queste forme lascia sbalorditi per la loro perfezione. Negli oli la cura è la medesima: l’artista raffigura i volti con estrema cura e conoscenza anatomica. Ma non basta. Quel che l’artista aggiunge è l’indagine interiore del personaggio, filtrata però dalla sua personalità e sensibilità. Come dire: in ogni personaggio, da solo o in mezzo alla folla, c’è un po’ di Panzavolta. Ci sono le sue inquietudini, il suo amore per la bellezza, il suo voler far parlare l’immagine e quindi comunicare qualcosa. Questo è l’obiettivo di Panzavolta, ma è anche la sua storia di uomo che ama l’arte, che non tralascia di andare a visitare le mostre, che indaga le opere del passato e contemporanee. La riservatezza del carattere gli impedisce di ricercare la notorietà a tutti i costi. Pur con un ricco curriculum di premi e mostre, la sua più grande passione è quella di ritirarsi nello studio per far vivere le sue immagini, per continuare a sognare nuove icone da realizzare. E dalla magia di questa atmosfera artistica è bello essere avvolti.


COLLEZIONI

Documenti storici: il seminario di Alti Studi Euaristos.

“Veduta del Palazzo Pubblico della città di Forlì”, Melchiorre Missirini.

di Rosanna Ricci Oggi il collezionismo non è più una forma di ricerca rara, come lo era invece nei tempi passati. L’aspetto culturale, unito alla ricerca, è la molla che dà il via ad importanti e, spesso, private collezioni. Per non parlare poi del marketing. Le collezioni che attirano maggiormente e possono contare su un numero rilevante di appassionati sono senza dubbio quelle di francobolli, monete, cartoline. Poi ci sono quelle prestigiose di opere d’arte e di reperti archeologici. Ad attirare meno sono forse quelle che appartengono all’area dei documenti, anche se costituiscono un motore fondamentale per ricostruire brani di storia o di vita spesso controversi. In questi ultimi casi non basta il piacere della ricerca ma occorre una puntuale conoscenza di luoghi, date, personaggi che solo uno studioso molto attento e profondo è in grado di condurre. Un tema, quello del collezionismo, assai affascinante e sul quale è stato organizzato, il 10 ottobre scorso, un seminario dal titolo “Collezionar documenti: Bertarelli, Piancastelli e i Remondini. Criteri di selezione dei collezionisti, tecniche di conservazione e comunicazione”, a cura del Centro di Alti Studi Euaristos di Forlì (che ha sede nella casa Zambelli, in viale Livio Salinatore 5-9). Le relazioni su questo tema sono state tenute da Claudio Salsi (direttore delle Raccolte Civiche a Milano) e Giovanna Mori (conservatore della Raccolta), sulla Raccolta Bertarelli del Castello Sforzesco di Milano. Roberto Balzani (Unibo, sindaco di Forlì) ha parlato della Raccolta Piancastelli della Biblioteca Civica Saffi di Forlì, affiancato dagli interventi di Antonella Imolesi, Pantaleo Palmieri e Paolo Temeroli. Giuliana Ericani (direttore delle Raccolte Civiche a Bassano del Grappa) e Mario Infelise (Università di Venezia Ca’ Foscari) hanno presentato la Raccolta Remondini a Bassano ed a Milano. Achille Bertarelli (1863-1938) era giovane quando acquistò l’archivio Remondini. Successivamente si documentò anche sulle stampe popolari più antiche e sui mezzi collettivi

di trasporto, strade e territori geograficoeconomici. Fu così che divenne uno dei fondatori del Touring club. Le sue collezioni sono conservate nel Castello sforzesco di Milano. Carlo Piancastelli era un ricco possidente di campagna, che aveva lungamente soggiornato nella mondanità romana. I suoi interessi rispecchiavano le tradizioni e creazioni dialettali della Romagna ma non solo, perché la collezione si allarga a quadri, autografi, monete, oggetti classici. Tutto questo prezioso materiale si trova nella Biblioteca civica Saffi di Forlì. Per quanto riguarda l’archivio Remondini (i Remondini erano un’impresa di stampatori, editori e organizzatori di una rete distributiva internazionale) grazie all’attività per varie generazioni, le collezioni, in particolare le incisioni, si trovano a Bassano e a Venezia. In futuro sono previsti altri seminari su collezioni di documenti in Italia. Tutti gli incontri si terranno al Centro di Alti Studi Euaristos, con finanziamenti dalla Cassa dei Risparmi di Forlì. Nel Centro, attual-

mente abitato da Paola Zambelli, sono presenti alcuni dottori di ricerca che hanno ottenuto borse di studio dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e che hanno contribuito al seminario con le loro esperienze di ricerca. Concludiamo precisando che il Centro di Alti Studi Euaristos di Forlì si trova nella splendida casa Zambelli progettata dagli architetti Franco Albini e Franca Helg e costruita negli anni 1956-61, ma già in gran parte completata ed abitata fin dagli anni 1958.

“Collezionar documenti: Bertarelli, Piancastelli e i Remondini. Criteri di selezione dei collezionisti, tecniche di conservazione e comunicazione”: è il titolo del seminario tenuto a casa Zambelli. 19


EVENTI

Su il sipario al Diego Fabbri. Prosa

di Laura Bertozzi Dal 14 novembre si rialza il sipario del teatro Diego Fabbri di Forlì, con una stagione dalle diversificate proposte culturali. Il cartellone comprende sette sezioni: prosa, comico, operetta, danza, moderno, contemporaneo e family, al fine di permettere al pubblico di familiarizzare con i diversi linguaggi scenici.

La stagione di prosa consta di otto appuntamenti, che vedono come protagonisti celebri interpreti. Ad aprire il cartellone è “End of the Rainbow” con Monica Guerritore, per la regia di Juan Diego Puerta Lopez, da giovedì 14 a sabato 16 novembre alle ore 21 e domenica 17 novembre alle ore 16. Da giovedì 5 a sabato 7 dicembre alle ore 21 e domenica 8 dicembre alle 16 “La

Monica Guerritore apre la stagione di prosa.

cage Aux Folles – Il Vizietto” con Enzo Iacchetti e Marco Columbro, regia di Massimo Romeo Piparo. Da giovedì 16 a sabato 18 gennaio alle 21 e domenica 19 gennaio alle 16 “Antigone Ovvero una strategia del rito” di e con Elena Bucci e Marco Sgrosso. Da giovedì 30 gennaio a sabato 1° febbraio alle 21 e domenica 2 febbraio alle 16 “La Locandiera” con Nancy Brilli, regia di Giuseppe Marini. Da giovedì 13 a sabato 15 febbraio alle 21 e domenica 16 febbraio alle 16 “Prima del silenzio” con Leo Gullotta, regia di Fabio Grossi. Da giovedì 13 a sabato 15 marzo alle 21 e domenica 16 marzo alle 16 “Oscura immensità” con Giulio Scarpati e Claudio Casadio, regia di Alessandro Gassmann. Da giovedì 27 a sabato 29 marzoalle 21 e domenica 30 marzo alle 16 “Viviani Varietà Poesie, parole e musiche del Teatro di Raffaele Viviani” con Massimo Ranieri, regia di Maurizio Scaparro. Venerdì 11 e sabato 12 aprile, alle ore 21, domenica 13 aprile alle 16 e lunedì 14 aprile alle 21 “RIII – Riccardo Terzo” con e per la regia di Alessandro Gassmann.

Comico

Anche i quattro spettacoli della stagione del comico porteranno in scena attori resi familiari dal piccolo schermo: Giovedì 12 dicembre, alle ore 21, “Giovanni Vernia a Teatro”. Martedì 28 gennaio, alle ore 21, “Il sosia di lui” con Paolo Cevoli, regia di Daniele Sala. Giovedì 27 febbraio, alle ore 21, “Lavori in corso” con Ale & Franz. Domenica 23 marzo, alle ore 21, “Una piccola impresa meridionale” con Rocco Papaleo, regia di Valter Lupo.

Operetta

Per gli appassionati del genere operettistico la programmazione di quest’anno riserva tre appuntamenti: Domenica 12 gennaio, alle ore 16, “Cantando sotto la pioggia (Singin’ in the rain)” interpretato dalla Compagnia Corrado Abbati, per la regia dello stesso. Domenica 23 febbraio, alle ore 16, “L’Acqua Cheta” a cura della Compagnia Teatro

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Una scena della pièce “End of the Rainbow”, diretta da Juan Diego Puerta Lopez.

Musica Novecento Orchestra Cantieri d’Arte, regia di Alessandro Brachetti. Domenica 2 marzo, alle ore 16, “La Duchessa di Chicago” che vedrà in scena la Compagnia Italiana di Operette, per la regia di Marco Prosperini.

Danza

La stagione della danza offrirà, attraverso cinque performance, un esempio della multiforme espressività del movimento fra classico e contemporaneo: Giovedì 23 gennaio, alle ore 21, “Il lago dei cigni” eseguito dal Balletto di Mosca La Classique, coreografie di Marius Petipa. Mercoledì 19 febbraio, alle ore 21, “Sonate Bach Di fronte al dolore degli altri” interpretato dalla Compagnia Virgilio Sieni, coreografie dello stesso. Venerdì 28 febbraio, alle ore 21, “Futura”, un omaggio a Lucio Dalla effettuato dal Balletto di Roma. Martedì 18 marzo, alle ore 21, “Eletric-City” ad opera di Evolution Dance Theatre, coreografie di Anthony Heinl. Mercoledì 2 aprile, alle ore 21, “Open” di e con Daniel Ezralow.

Teatro moderno

Continua anche quest’anno la rassegna di teatro moderno, con quattro spettacoli intesi a presentare temi e linguaggi teatrali contemporanei: Martedì 26 novembre, alle ore 21, “Ferite a morte” con Lella Costa, Emanuela Grimalda, Orsetta De Rossi, Giorgia Cardaci, ideato e scritto da Serena Dandini. Lunedì 13 gennaio, alle ore 21, “Ballata di uomini e cani” di e con Marco Paolini. Mercoledì 9 aprile, alle ore 21, “Nella tempesta” presentato da Motus, regia di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò. Venerdì 9 maggio, alle ore 21, “Pantani” a cura del Teatro delle Albe, regia di Marco Martinelli.

Teatro contemporaneo

Verrà riproposta anche la stagione del contemporaneo, che propone sette interventi di alto livello, corredati di workshop e incontri con le compagnie: Giovedì 9 gennaio, alle ore 21, “A.H.” di e con Antonio Latella.

Venerdì 21 febbraio, alle ore 21, “T.E.R.R.Y.” eseguito da Pathosformel, ideazione di Daniel Blanga Gubbay e Paola Villani. Venerdì 7 marzo, alle ore 21, “isTANZe” a cura del [collettivo] c_a_p. Venerdì 21 marzo, alle ore 21, “Drift” realizzato da Cie Greffe/Cindy Van Acker. Venerdì 4 aprile, alle ore 21, “Suite Michelangelo” ad opera di Città di Ebla, regia di Claudio Angelini. Venerdì 18 aprile, alle ore 21, “The Decision” interpretato da Masque, regia di Lorenzo Bazzocchi. Venerdì 2 maggio, alle ore 21, “Ubu Roi” con e per la regia di Roberto Latini/Fortebraccio Teatro.

Family

Per un intrattenimento adatto a tutta la famiglia, sono tre la date in cartellone per la stagione family: Sabato 8 febbraio, alle ore 21, “Sogno di una notte di mezza estate per corpi e ombre” interpretato da Teatro Gioco Vita Imperfect Dancers, regia di Fabrizio Montecchi. Martedì 25 marzo, alle ore 21, “100% Tricicle” a cura di Tricicle Dos. Sabato 5 aprile, alle ore 21, “Klinke” di e con Milo Scotton e Olivia Ferraris.

La Scuola dello spettatore Torna anche per la stagione teatrale 2013/14 la “Scuola dello spettatore”, per preparare il pubblico alla visione degli spettacoli di prosa. Gli incontri, promossi dall’associazione “Centro Diego Fabbri”, si terranno tutti i lunedì della programmazione degli spettacoli, alle 17.30 nel ridotto del teatro Diego Fabbri. Raffaella Baccolini, inaugurerà il ciclo introducendo il dramma musicale di Peter Quilter “End of the rainbow”; a seguire, Marie-Line Zucchiatti presenterà “La Cage Aux Folles - Il Vizietto”. Patrizia Asirelli interverrà a proposito della tragedia sofoclea “Antigone” mentre Paolo Rambelli, membro del consiglio dell’associazione “Incontri Internazionali Diego Fabbri”, si occuperà della commedia goldoniana “La Locandiera”. Entrerà nel merito degli spettacoli “Prima del silenzio” di Giuseppe Patroni Griffi e “Oscura immensità” di Massimo Carlotto il docente dell’Università di Bologna Francesco Giardinazzo, mentre l’incontro successivo spetterà di nuovo a Paolo Rambelli, che illustrerà “Viviani Varietà”. A concludere sarà la ricercatrice dell’Università di Bologna Adele D’Arcangelo, che tratterà dell’opera scespiriana “Riccardo III”.

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RICORDO

Katia Zattoni durante il primo consiglio comunale nel Salone del comune di Forlì. Foto Giorgio Sabatini.

Cara Katia... Si è spenta l’8 ottobre scorso Katia Zattoni, Assessore del Comune di Forlì, di anni 45, dopo una lunga battaglia contro la malattia. Di seguito il ricordo di Jennifer Ruffilli e Loretta Schiumarini, amiche e collaboratrici di Katia. “Cara Katia, C’è una promessa che non abbiamo saputo mantenere… quella di salutarti senza lacrime. Ci avevi chiesto di non farlo perché tu sorridevi sempre. L’immagine che porteremo nel cuore è quella del tuo grande sorriso, della tua forza straordinaria con la quale hai saputo affrontare un cammino di vita faticoso e in salita, senza mai lamentarti e accompagnato da una parola dolce e da una carezza per tutti. Questa è l’immagine che hai saputo trasmettere a chi ti era vicino: l’importanza di apprezzare le piccole cose, la quotidianità che non è mai scontata e che ci permette di lasciare una traccia di noi stessi. Tu hai lasciato non solo tracce, ma grandi orme che parlano di te, dei tuoi progetti e del tuo impegno. Un impegno iniziato sui banchi di scuola, proseguito all’università con ottimi risultati fino all’ottenimento dell’iscrizione all’albo degli avvocati e mai fermatosi, fino a donare tutta te stessa alla Città, quando hai deciso di intraprendere un percorso politico. Un cammino che hai voluto, per scelta, iniziare dalle Circoscrizioni, dal livello più vicino ai cittadini che ti era così caro, proprio perché volevi comprendere gli altri e cercare di essere d’aiuto ai tanti, senza preoccuparti dei limiti che la tua malattia ti poneva. Hai proseguito ricoprendo il ruolo di Presidente della Circoscrizione e poi di Assessore del Comune di Forlì e a tutti, soprattutto a noi dipendenti che abbiamo avuto l’onore di collaborare con te, hai trasmesso l’amore ed il rispetto per il Comune in quanto Istituzione e il senso civico che la democrazia dovrebbe comportare. Quando tu uscivi con la fascia tricolore le portavi il rispetto che ognuno di noi dovrebbe avere nei confronti della cosa pubblica, la sfioravi appena con quella delicatez-

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za che ti contraddistingueva e la portavi con grandissimo orgoglio. Questo ci emozionava e ci faceva sentire fieri del nostro lavoro. E proprio da Assessore, oltre al tricolore ti sei vestita dei colori dell’arcobaleno della Pace, e noi ridiamo perché ci facevi scrivere Pace con la “P” maiuscola proprio perché eri desiderosa di trasmettere l’importanza di questa parola, di insegnarla ai più piccoli e di farla riscoprire ai più grandi. Questo tuo lavoro, iniziato in silenzio, quasi inosservato, in realtà ha suscitato l’entusiasmo di una regione intera e ha fatto camminare verso Bertinoro migliaia di persone lo scorso settembre, sfidando la pioggia e sorridendo lungo tutto il percorso, con quella gioia che deriva dall’impegno verso un obiettivo comune.

Non è facile fare un ricordo e riassumere a parole quello che tu sei stata per noi, perché tu eri mille emozioni e mille situazioni: amica, collega, Assessore, ma soprattutto una persona che ti entra nell’animo e che si è fatta notare per la grandezza dei sentimenti. Le tue parole ci accompagneranno sempre, perché ci hai fatto dono delle tue poesie, che noi viviamo come un tuo saluto. Tu che eri consapevole della precarietà dell’esistenza, che vivevi ogni giorno al massimo come se fosse l’ultimo, ci hai lasciato briciole di te stessa che noi custodiamo con affetto e rispetto, mandandoti il nostro più grande abbraccio e continuando ad essere i petali dei tuoi fiori”. Jennifer e Loretta


POESIA

KATIA ZATTONI: DONNA POLIEDRICA FRA POESIA E IMPEGNO CIVILE.

Katia Zattoni a un reading poetico presso la Biblioteca Saffi di Forlì e, a fianco, la copertina del suo volume “Bucare la polvere”.

di Davide Argnani Ho conosciuto Katia Zattoni anni fa, verso la fine degli anni Ottanta, ma solo più tardi ho scoperto la sua passione per la poesia e la scrittura insieme al profondo impegno civile e sociale che la distingueva. Non ho mai saputo della sua malattia, ma l’ho sempre vista come persona solare e piena della gioia di vivere e di fare. Solo nel 2003 scoprii dai giornali i suoi talenti letterari quando risultò fra i vincitori del concorso di poesia “Coop for words” e poi tanti altri. Senz’altro ci legò la poesia e quella simpatia che si ritrova fra persone in sintonia di sogni e pensieri. Quando anni dopo mi recapitò un involto di suoi versi per un parere, mi divertii nel tentare di farla desistere perché - dicevo - un avvocato non ha tempo da perdere! E lei con i suoi occhi sempre sorridenti e la voce dal timbro risoluto che incalzava: “Dài, leggi e poi dimmi quello che vuoi”. Così nacque la sua unica opera edita con quell’intrigante ed emblematico titolo “Bucare la polvere” con la presentazione di Augusto De Molo nelle eleganti edizioni L’Arcolaio di Forlì, curate dal poeta Gianfranco Fabbri. Già questo titolo, apparentemente ironico ma di profonda riflessione, dimostra quanto la poetessa e la donna impegnata socialmente qual era intendesse, con la parola, esprimere il proprio pensiero rivolto agli altri senza ermetismi, come era sua abitudine di vita. Spesso il sogno retorico dei poeti sembra essere, stranamente, quello leopardiano di ingombrarsi di pensieri. Anche quando non ce n’è bisogno, oggi tanti poeti sembrano immersi da un velo d’angoscia o presi dal diletto “de’ nostri affanni”. Per Leopardi era scelta incontaminata e sublime perché dopotutto credeva sul serio nel rinnovamento della vita e del Pensiero. Oggi il progresso è considerato soltanto benessere o come semplice scambio di merce. Perciò si può ben essere colpiti in senso positivo dall’incipit dell’opera della nostra poetessa Katia, perché la sua rabbia poetica si snoda tutta e subito “intorno

alla realtà”. Infatti nei suoi versi si misura in presa diretta con il vivere quotidiano, impegnando la propria volontà critica a riflettere senza scrupoli. Mette in evidenza tutto il suo disagio civile e culturale, tenendo sempre ben viva la volontà di continuare a credere nel valore della parola in un ostinato confronto con l’altro: “Sto sulla soglia e lascio/netti graffi d’unghia…” affinché “dalle fauci voraci del tempo” ne escano verità e purificazione perché, in fin dei conti, “le stelle brillano anche/quando la notte è finita”, nonostante il suo poeta ispiratore da Recanati insista a dire che “né di sospiri è degna la terra”. Ma poi i paralleli combaciano perché la poetessa ritrova, dentro quel sogno, la realtà ancora degna e inconfutabile, nell’incastro con le parole dedicate al dialogo con i personaggi reali: essenza e fiore vivo del legame quotidiano con il mondo con cui ritrovarsi a far di conto con “il pulviscolo della vita” perché, dal titolo di questa poesia:

Il fiore ha ancora tutti i petali Il mio fiore, sai del mio fiore? Preso al mercato sotto casa nel vaso di ceramica blu. Il mio fiore, dicevo, che metto sul davanzale ogni mattina a sentire il lieve movimento dell’aria intorno e vedere in controluce il pulviscolo della vita. Il mio fiore, dicevo, ha ancora tutti i suoi petali: sono cinque, ognuno ha un nome - sillabe umide dai sorsi di camomilla nella tazza della sera -.

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In tutte le librerie

COME UN GATTO AL TREDICESIMO PIANO di Erminia Crociani

“Non ho mai capito perché i rapporti di coppia, che nascono dall’amore, non restino sempre idilliaci, ma degenerino in violenze disumane e chi le subisce non si ribelli.”


FORLì underground

Compro l’oro, vendo loro.

continuano SUL MELOZZO le storie SURREALI AMBIENTATE NELLA forlì CONTEMPORANEA.

di Mario Proli Forlì lo conoscevano tutti e lo chiamavano Epulone perché era ricco, sprezzante e perché in molti speravano che una volta trapassato sortisse la stessa fine del suo omonimo evangelico. Ebbene, questo Epulone, magnate cittadino del compro-oro, finì al centro di una indagine giornalistica scottante che affrontava il fenomeno commerciale e sociale di inizio millennio. Da alcuni anni, infatti, negozi dediti all’acquisto del metallo erano spuntati come funghi anche in Romagna, ma nonostante le perplessità solo in pochi sembravano interessati a comprenderne la natura. L’indifferenza non affliggeva il nostro cronista che si era posto domande e aveva iniziato ad osservare, ascoltare, raccogliere dati. Egli interpretava il suo mestiere come quello di narratore dell’attualità e, allo stesso tempo, di cane da guardia al servizio dei cittadini. Per questo aveva pensato un’inchiesta intitolata “Compro l’oro, vendo loro”. Il dossier sviluppava diversi interrogativi: quali oggetti d’oro vengono venduti? Qual è la tipologia dei venditori? Da dove vengono i soldi? Come vengono definiti i prezzi? Che fine fa l’oro? Che fine fanno i soldi ottenuti da chi vende? Perché tanti negozi? Scritti gli articoli li inviò al caporedattore che, con buon tempismo, li passò al direttore responsabile il quale, a sua volta, si premurò di coinvolgere direttamente l’editore. Su quell’ultimo tavolo la bozza rimase in attesa di decisioni. Che tardarono. Sebbene i moderni compro-oro evocassero l’antica esperienza dei monti dei pegni, a marcare una sostanziale differenza era soprattutto la tipologia dei fruitori: un tempo persone in lotta per sopravvivere, oggi anche sprovveduti in cerca di soldi per necessità non essenziali. Prudentemente, senza far nomi, il giornalista raccontò ciò che aveva scoperto, compresa la truffa che Epulone stava progettando e che puntava a massimizzare il ricavo dalle debolezze umane. Lo raccontò

con un esempio che metteva insieme tutto. “Prendete un Tizio Senza Scrupoli che acquista immobili e gestisce nel raggio di pochi metri un negozio compro-oro, un bar e slot machine. Molte persone giocano e diverse giungono per vendere catenine, bracciali, anelli, monili e oggetti. Fra queste ce ne sono di afflitte dalla miseria, altre che usano il ricavato per svago e vacanze, alcune che lo dirottano nelle pance delle slot o lo investono nello sballo. Il bar provvede a tessere relazioni. Un primo salto di soglia avviene quando persone con disperato bisogno di soldi tornano e finiscono per rivolgersi agli usurai. Alcuni rimangono strozzati: sono loro i protagonisti del successivo passaggio ideato dal Tizio Senza Scrupoli, il cui obiettivo è sfruttare la vita dei disperati. Sfasciati dalla dipendenza del gioco, dalla droga e dall’alcol, donne e uomini giunti all’ultimo stadio sono ormai schiavi al punto giusto, pronti per il malaffare (dallo spaccio alla prostituzione) o per finire nel programma sperimentale di trasformazione da persone a pazienti. Certo, pazienti, da destinare alla struttura di riabilitazione creata dallo stesso Tizio Senza Scrupoli che spilla ulteriori quattrini alle famiglie e alla collettività”. Ciò che il giornalista aveva scoperto gli ricordava la storia di Pinocchio, in quelle

pagine che spiegano come nel Paese dei Balocchi le persone abbagliate dall’effimero vengano trasformate in bestie da soma, buone per servire o per la pelle del tamburo. Un piano infame che bisognava smascherare. Ma il coraggio non albergava nelle coscienze dei suoi capi, che decisero di bloccare l’inchiesta. Rischio di denunce, scarso impatto sui lettori (molte persone reputano diritto di libertà quello di poter rovinare sé stessi e i propri cari), danno al marketing per gli effetti negativi sulla pubblicità. La nonna del cronista, molto religiosa, cercò di ammorbidire la delusione del nipote ricordando che anche quel Ricco Epulone sarebbe arso all’Inferno. Lui, più laicamente, giurò che non poteva finire nell’aldilà. Che giornalista era se gli mancava il coraggio della verità di fronte all’ingiustizia? E che cane da guardia è un cane che non fa la guardia? Così raddoppiò gli sforzi e perfezionò l’inchiesta aggiungendo nomi e arricchendo l’informazione con dettagli sul gioco d’azzardo e sulle attività terapeutiche di Epulone. Ancora un volta la bozza si arenò sui tavoli di direzione. In compenso il cronista ricevette una lettera che gli assegnava per alcuni mesi una nuova destinazione di lavoro. Sede: Pontelagoscuro. Mansione: approfondimenti sulla dinamica della nebbia.

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In cauda venenum

Ma no, tranquilli. Non è la città del duce. di Ivano Arcangeloni (Segue da pag. 3) E infatti scrive anche: «Oggi i tedeschi potrebbero tranquillamente fare un convegno sull’arte della Riefenstahl, la fotografia di Hitler, o sui progetti di Speer, […] perché uscendo da quelle mostre basterebbe fare poche centinaia di metri per incontrare un monumento alla colpa. […] Noi? Ancora oggi diamo la colpa delle leggi razziali all’alleanza coi tedeschi». Quindi, appunto, noi non possiamo, perché se così facessimo, come la nostra città ha fatto, si aprirebbe il famoso “varco” di cui sopra. Ma i due piani del discorso non si possono subdolamente sovrapporre. Da un lato ci sono le iniziative culturali, dall’altro le scritte antisemite sui muri di Forlì, o la gravissima azione di violenza subita da una giornalista di Una Città, che si è vista l’auto rovinata con sfregi profondi su tutti i lati e incisione di svastiche. Non si può credere, e nemmeno presumere, che poiché Forlì ospita la mostra Novecento allora qualcuno si ricorda di essere un balordo antisemita, con simpatie nazistoidi. Il problema del rifluire presso una massa di miserabili di idee di stampo nazista non è connesso con la mostra, semmai con il problema del lavoro che non c’è, delle sicurezze economiche che vengono meno, della crisi che continua a mietere vittime nella classe media. E la storia, la lunga triste tormentata storia del Novecento, insegna che i borghesucci detronizzati dal loro regno di (apparenti) certezze, prevalentemente di tipo economico, sono i più convinti sostenitori di movimenti che professano l’eliminazione del diverso in quanto tale, poiché il diverso è la causa dei mali del mondo. Gli stranieri ci vengono a rubare il lavoro, le case e perfino le mogli, e dunque, è colpa loro se io perdo il mio di lavoro: ecco di nuovo la “china scivolosa”... Alla base di quella putrida poltiglia su cui fioriscono le ideologie dei movimenti di stampo fascista ci sono meschine insoddisfazioni, una miseria culturale prima e più ancora che materiale, e l’assoluta incapacità di immaginarsi per un attimo nei panni di quello straniero, che può essere il giovane congolose

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che ci importuna per venderci fazzolettini di carta o la signora ebrea che caricano su un carro bestiame per condurla a morire tra indicibili sofferenze. Ma è poco serio sostenere che quella putrida poltiglia sia stata concimata anche dalle iniziative culturali organizzate dalla città nei mesi scorsi. Anzi, al contrario, io credo che chi incide le auto con le svastiche non ci sia proprio andato a vedere la mostra. Credo che chi imbratta i muri con ignominiose scritte antisemite non sappia proprio che a Forlì si parla di restaurare l’affresco dell’asilo Santarelli con al centro la casa natale di Benito Mussolini. Se si vuole muovere una critica alla mostra si può forse dire che era troppo ricca, tanto da risultare a tratti perfino noiosa, che inserire la Maternità di Gino Severini in quella sala in cui si raccontava di come il regime inneggiasse al “moltiplicatevi”, perché famiglie numerose significava più combattenti in divisa nera, è stata una forzatura. Ma non potremo dare alla mostra la colpa di tutti i mali del mondo. Est modus in rebus, e non c’è contraddizione tra il riconoscere che il volto urbano di Forlì è stato fortemente segnato dal disegno fascista di farne una città vera, poiché altro non era che un paese agricolo, e l’inorridire di fronte

al comparire, per la prima volta anche nella nostra città, di scritte antisemite sui muri. Che il regime fascista si sia macchiato di atrocità, anche oltre alle vergognose leggi antiebraiche, non ci sfugge anche se, tra l’idea di città che gli architetti del Ventennio hanno realizzato e la deforme Forlì disegnata dai palazzinari degli anni Sessanta, preferiamo il rigore delle forme delle architetture fasciste, perché preferiamo un disegno organico e coerente di città, al caos urbanistico della contemporaneità, che con la sua onnivora furia costruttrice ha fatto tabula rasa delle campagne per realizzare villette a schiera e nuovi insediamenti produttivi, piazzati ovunque, senza rispetto della natura e delle reali esigenze del cittadino. E preferiamo quel progetto fascista di città al non-progetto di città di oggi, esattamente perché preferiamo essere liberi di pensare dire e scrivere quello che ci pare, piuttosto che temere di finire pestati a sangue per le nostre idee; esattamente perché ci riconosciamo orgogliosamente e radicalmente antifascisti, possiamo vedere e criticare il presente come il passato, senza cadere nelle trappole perniciose delle pseudo-argomentazioni.


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