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Biosfera2404

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Oggi

cucina il SOLE a pag. 3

L’insetto “succhia foreste” a pag. 5

L’anguilla che ci sfugge

a pag. 7

Birdwatching, foto con le ALI Bentornato

Lupo

SALUTE in marcia

a pag. 11

Acqua azzurra, acqua cara a pag. 13

a pag. 8

a pag. 15

Non c’è più acqua da perdere E’ opinione diffusa che l’acqua possa trasformarsi nel petrolio del futuro, in un prodotto, cioè, capace di generare enormi profitti in ragione del suo crescente utilizzo - soprattutto in agricoltura, nell’industria e nella produzione di energia elettrica - e di una disponibilità che va riducendosi a causa dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale, oltre che dell’aumento delle attività umane. Ogni discussione sull’opportunità o meno di privatizzare questo bene essenziale alla vita, nostra e del nostro pianeta, dovreb-

be tener conto della limitatezza di una risorsa che va via via riducendosi. Basti pensare che l’acqua dolce rappresenta solo il 2,5% del volume totale presente sulla Terra e per più dei 2⁄3 si trova in pochi ghiacciai (Antartide e Groenlandia in particolare), che peraltro si stanno pericolosamente assottigliando. Mentre nel mondo la negazione del diritto all’acqua sta producendo conseguenze disastrose - nel 2006 circa 30mila persone al giorno sono morte per cause riconducibili alla mancanza d’acqua (dati Iisd,

Istituto Internazionale per lo Sviluppo Sostenibile) - in Italia il processo di privatizzazione del servizio idrico è in corso ormai da metà degli anni ’90 con la conseguenza per i cittadini di un aumento costante negli anni delle tariffe. Inoltre tutti i dati sono concordi sul fatto che, da allora, gli investimenti per rendere più efficiente e ristrutturare la nostra rete idrica sono diminuiti notevolmente. Non bastasse, l’obiettivo dei soggetti privati, a fronte di costi di gestione notevoli, sarà quello di incentivare la domanda

e quindi il consumo d’acqua (i ‘piani d’ambito’ prevedono nei prossimi anni un aumento dei consumi pari al 18%). Uno scenario assolutamente da scongiurare, dato che ormai non c’è più acqua da perdere e bisognerebbe, al contrario, approntare vere politiche di risparmio idrico e di uso sostenibile della risorsa. Ragionando, magari, su come rendere la sua distribuzione un servizio universale anche a beneficio delle aree del mondo più svantaggiate. Ma per questo ancora molta acqua dovrà passare sotto i ponti.


Butta in pentola un po’ di ...sole Le cucine che sfruttano i raggi solari sono già realtà Metodo di conservazione naturale? Di più. Pietra refrattaria naturale? Di più. Riciclo di energia per migliorare l’efficienza energetica? Ancora più natural. Un’invenzione, all’apparenza semplice e scontata - ma che in realtà non lo è - che coniuga cucina, eco compatibilità e rispetto per l’ambiente in maniera sopraffina: la pentola… solare. L’universo dei campeggiatori e dei boy scout ci ha proposto la lampada ad olio, utilissima in caso di mancanza di energia elettrica; in certe zone d’Italia il pic nic e l’immancabile barbecue ripropongono nient’altro che l’affumicatura della carne, rito la cui origine si perde nella notte dei tempi; ma l’invenzione del sistema più naturale che esista – la cottura sfruttando l’energia solare – potrebbe diventare manna per alcune zone svantaggiate del pianeta, con elementi facilmente reperibili, a bassissimo costo e ad impatto ambientale nullo. Vediamo come è composta la cucina solare portatile, la struttura più contenuta in commercio. Il modello più conosciuto e di cui sono già state valutate le prestazioni è un brevetto argentino, la Cocina Solar Portatil, ottenuta assemblando semplicemente sei strati di sottilissimo di alluminio, di cui è arcinota la capacità di condurre calore, disposti in maniera da far convergere i raggi solari sulla pentola contenente il rancho; il semplice ma geniale sistema è rivestito esternamente di uno strato isolante, per non disperdere nell’ambiente circostante il calore prodotto che ovviamen-

te non è quantitativamente tanto, mentre un telo di plastica sovrastante trattiene l’aria calda, che per natura tende ad andare verso l’alto. Risultato: questo mini-fornello può sviluppare fino a 175 w, giusti giusti per preparare il pasto per due persone. Il passo successivo è stato adattare la cucina solare a quantitativi di cibo maggiori, uscendo dall’ottica di campeggio o turismo verde. Ad esempio, pensiamo a zone desertiche nei paesi del Terzo Mondo in cui il reperimento di legno può essere difficoltoso, la foresta più vicina a chilometri di distanza, o posti dove la carbonella non è elemento così diffuso. Ebbene, esiste un “pentolone” solare che assomiglia ad una grande parabola che può produrre fino a 700 w, già testato nello Zimbabwe, prodotto Eg Solar, società tedesca che ha realizzato strutture che arrivano fino ad un metro e mezzo per convergere i raggi solari. In sintesi: a latitudini ottimali (e l’Africa come può non esserlo, se pensiamo a questa invenzione in chiave di sviluppo sostenibile a costi ridottissimi e di facile assemblaggio) una cucina del diametro di 1 metro porta ad ebollizione 1 litro d’acqua in 18 minuti grazie ai 300 w sviluppati; una parabola leggermente più grande (1,4 m) permette di buttare la pasta in 9 minuti. Ma non solo acqua calda: l’utilizzo ottimale della struttura permette di sviluppare fino a 200° C, temperatura idonea per friggere o cuocere al forno. Sulla scia della eco sostenibilità, è stato inventato anche uno strumento

Forni e tegami eco sostenibili

per cuocere

senza combustibile

utile e affiancabile alla cucina solare: un oggetto che conservi i cibi, magari dove frigorifero o scaldavivande non sono mai arrivati. Ecco Chicoolet, un contenitore termostatico che, sfruttando sempre l’energia del sole, permette di mantenere i cibi alla medesima temperatura in cui li abbiamo riposti in due scomparti separati, uno refrigerante ed uno riscaldato. Davanti ad invenzioni simili, che suscitano inevitabilmente lo stranimento di chi abita in zone industrializzate dove gli oggetti futili crescono come funghi dopo la pioggia, viene da sorridere, ma anche da pensare. Nei paesi civilizzati, dove la tragedia maggiore può consistere nella coda in autostrada nelle giornate da bollino rosso di agosto, invece di inveire contro la società Autostrade, ecco che la cucina solare - in situazioni in cui il solo asfalto raggiunge i 50° C - potrebbe diventare un momento di aggregazione per non pensare alla situazione. A dimostrazione del fatto che l’applicazione sta (molto lentamente) prendendo piede anche in Italia, esistono numerosi siti web dedicati alle ricette ottenibili con una cucina solare: tempi di cottura, utilizzo o meno dell’acqua durante la preparazione, pentole idonee per questo o quell’alimento, consigli per ottenere un pane friabile… il ritorno alle origini è partito! Ottimo allenamento per chi sostiene che la prossima Guerra Mondiale si combatterà con clave e pietre.

Inventàti utensili a parabola che sviluppano 700 W

CELIACHIA? NO PROBLEM Nell’ultimo decennio chi soffre di celiachia ha trovato tra farmacie, supermercati e negozi specializzati una gamma vastissima di prodotti che pian piano hanno fatto sentire gli intolleranti al glutine meno isolati dal resto della popolazione. Per non parlare dell’informazione che ruota attorno a questo deficit genetico: convegni, momenti di degustazione collettiva, spot televisivi e campagne di sensibilizzazione fino all’istituzione di un Registro nazionale di prodotti ad hoc. E negli ultimi anni stanno nascendo ristoranti dedicati: a Ferrara, ad esempio, lo scorso 15 aprile in via Fondobanchetto ha aperto il “Ristorante Zafferano”. I pasti? Giudicate voi qualche voce dal menu: sformatino di asparagi verdi con crema di Reggiano, insalatine novelle, mimosa d’uovo e pinoli; risotto con verdure primaverili e zafferano; rosette di vitello con spinaci croccanti e fonduta di Asiago; semifreddo al ribes nero con insalata di fragole. Ancora. A Modena ecco una gelateria con prodotti senza glutine e, sempre sotto la Ghirlandina celebrata recentemente la... Messa del celiaco.


Il serial killer che si aggira per le foreste Gli entomologi corrono ai ripari contro gli “insetti vampiri” Affondano i denti e succhiano la linfa vitale fino ad aver ragione delle proprie vittime, lasciando dietro ai loro passi macchie di rosso. I pronipoti del Conte Dracula del Terzo Millennio non hanno mantelli nè canini oblunghi, ma sei zampe e dimensioni appena percettibili. Ma di guai ne combinano di ben peggiori del loro illustre antenato. Decine di milioni di ettari di foreste del nord America, dal Canada fino al Messico, si sono tinte di rosso: ma non per l’arrivo della stagione autunnale. Il motivo è, al contrario, il surriscaldamento terrestre: la maggior parte delle larve di uno scarabeo, il Dendroctonus ponderosae, non muoiono più come avveniva fino a pochi anni fa durante l’inverno. Crescono allora ampie popolazioni di Mountain Pine Beetle sotto la corteccia dei pini: le larve scavano canali lunghi fino a un metro, e distruggono l’intero sistema linfatico degli alberi, conducendoli alla morte in appena due settimane, come spiega il ricercatore Maurizio Teobaldelli. Minuscoli insetti migrano in stormi neri da un albero all’altro, appestando immense distese di foreste secolari. Gli ultimi polmoni verdi della terra smettono di respirare. E diventano rossi: questa colorazione è dovuta all’infestazione fungina trasmessa

dall’insetto che, nel deporre le uova, porta con sé due funghi, ponendo il legno fuori mercato. Si pensa allora di riciclarlo come fonte di bioetanolo, come propone il servizio forestale canadese, anche per compensare il mancato apporto di ossigeno. L’eventuale intervento dell’uomo al fine di tutelare i boschi dagli incendi inoltre appare un’arma a doppio taglio: gli incendi contribuivano un tempo a mantenere sotto controllo il numero di questi coleotteri. Oggi, grazie alle politiche forestali canadesi, i roghi si sono ridotti considerevolmente: se nel 2003 erano stati 107 per ettaro, 4 anni dopo se ne contavano appena 8. In Italia la presenza di questo scarabeo non è mai stato segnalata, ma esistono tre parassiti simili a questo, che costituiscono vere armate di killer seriali che non conoscono antagonisti naturali e non lasciano scampo alle indifese vittime arboree: il Matsucoccus feytaudi, una cocciniglia originaria dell’Europa occidentale e del Marocco che, come un vampiro assetato di linfa, insieme alla cosiddetta “cimiciona americana”, il Leptoglossus Occidentalis, uccide i pini marittimi della costa toscana – a rischio ci sono circa 216 ettari di pinete infestate, che contano circa 10 mila pini -, e il punteruolo rosso, il cui nome scientifico è Rhyncophorus ferrugines, che fa soccombere le palme del sud della penisola, colonizzandone il fusto a partire dalla chioma. Questi insetti mettono a rischio scorci caratteristici del paesaggio costiero

Anche in Italia

minuscoli esseri

attaccano

gli alberi

italiano, ma anche la produzione dei pinoli: nel 2008, 40 aziende del settore sono entrate in crisi per un calo del 70% dei pinoli maremmani, che rappresentano i due terzi della produzione nazionale. In Emilia-Romagna, per il momento, non sembra esserci pericolo: Piero Cravedi, direttore dell’Istituto di entomologia e patologia vegetale dell’università cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, ricorda che “non sono mai state segnalate le presenze di tali parassiti”, poiché nella regione è presente un ecosistema diverso da quello dell’Italia centro-meridionale, come anche dell’America del nord. Le soluzioni proposte dagli studiosi sono principalmente l’abbattimento degli esemplari malati, e il conseguente rimboschimento, necessario anche per contenere le acque e mantenere le falde acquifere più pulite. Ma occorre attuare progetti di prevenzione, aumentando i controlli sul commercio del legno, che potrebbe veicolare la diffusione dei parassiti, e promuovendo un sistema di lotta biotecnica. Ma c’è anche chi parla di “dendrochirurgia”: un nome complesso che sta a indicare la via per salvare dall’abbattimento le palme aggredite dal punteruolo rosso. Tale strategia, che ha successo nel 95% dei casi, è stata messa a punto grazie alla sperimentazione di un ricercatore spagnolo dell’Istituto scientifico di ricerca agronomica, Michel Ferry, che sostiene che tagliando i germogli attaccati dal coleottero, si possano eliminare le larve, che non possono più colonizzare la pianta, perché protetta con mastice da innesto e insetticidi chimici. Mal che vada, come tradizione, ci si può sempre armare aglio e paletto di frassino…

I bio-pesticidi fatti in casa Pomodori, aglio, olio, un pizzico di peperoncino e un calice di birra. Non sono gli ingredienti per un pranzo mediterraneo, ma la ricetta per allontanare dai nostri orti e giardini ospiti sgraditi, quali insetti, parassiti e lumache, in modo assolutamente naturale. I pesticidi fai-da-te rispettosi dell'ambiente sono semplici ed efficienti, e sfruttano prodotti alla portata di tutti: per esempio, basta sminuzzare 3-4 spicchi di aglio e farli macerare una notte in 2 cucchiaini di olio. L'indomani, eliminato l'aglio, si aggiunge all'olio un bicchiere di acqua e un cucchiaino di sapone biodegradabile: è un mix micidiale per quasi tutti i parassiti, da applicare alle piante infestate nelle ore più fresche della giornata. Se invece ci siamo ricordati troppo tardi dei pomodori nella cassetta del frigo, e non sono più adatti per preparare un buon sughetto, questi risultano perfetti come pesticidi: basta frullarli e mescolarli con dell'acqua. Infatti i parassiti hanno nasi sensibili: non sopportano l'odore di un particolare derivato genetico del pomodoro. Basta spruzzare il cocktail sulle piante, e gli insetti non avranno altra scelta che migrare verso altri lidi. Ci troviamo a contendere l'insalata alle lumache? Offriamogli da bere: rigorosamente birra. Questi molluschi non sanno infatti resistere al luppolo. Poniamo allora un contenitore con la bevanda ad un centimetro sotto il livello del terreno: deve essere profondo quanto basta per farle scivolare dentro. Daremo così loro un ultimo ebbro addio, e la nostra insalata sarà salva sia dalle loro fameliche grinfie, che dai più dannosi e diffusi pesticidi chimici.


Anguilla, se la conosci la salvi La speranza è nel progetto “Med” da presentare alla Commissione europea La chiamavano anguilla. Rischia di essere il titolo, forse un po’ macabro, del film che potrebbe essere proiettato nel maxi schermo del Delta del Po. Questa specie che caratterizza in particolare le valli di Comacchio rischia infatti di scomparire se non verranno adottate al più presto misure di protezione. “Le popolazioni complessive di anguilla stanno gradualmente uscendo dai limiti biologici che ne possono garantire la sopravvivenza”: è infatti quanto è emerso, qualche tempo fa, dalla ricerche svolte dall’Icies - Consiglio internazionale per l’esplorazione dei mari - che negli ultimi dieci anni ha evidenziato una riduzione degli stock naturali mondiali di anguilla di oltre il 90% soprattutto a causa della diminuzione dello stock europeo, scientificamente classificato come “Anguilla anguilla”. “Per questo motivo – spiega Fernando Gelli, collaboratore tecnico Arpa dell’Emilia-Romagna - con il regolamento 1100 del 2007, la Commissione europea aveva affermato la necessità di definire con urgenza un piano d’azione per il ripristino delle popolazioni di anguilla europee, nonché di supportare le attività di ricerca al riguardo. In particolare – continua il tecnico - tale regolamento obbligava gli Stati membri a definire piani di gestione per gli stock entro il 31 dicembre 2008, attraverso una forte cooperazione tra i vari Paesi europei”. Di conseguenza, due anni fa, il laboratorio ittiologico Arpa di Ferrara ha presentato, a Bruxelles, il progetto “Med” col quale si puntava da un lato a promuovere la tutela dell’ambiente e dello sviluppo territoriale sostenibile e dall’altra a valorizzare e tutelare le risorse naturali e del patrimonio. Titolo del progetto - respinto dalla Commissione europea solo alla fine dell’iter burocratico, per un vizio di forma - “Iniziativa mediterranea di guida per la promozione dell’acquacoltura locale integrata e sostenibile per la conservazione e la ricostituzione della popolazione di anguilla”.

Partner del “Med” le Regioni EmiliaRomagna, Veneto e Friuli-Venezia Giulia; l’amministrazione provinciale di Ferrara; Icram e Uniprom - partner scientifici e istituzionali dell’area del mediterraneo. “Il progetto – si legge nelle pagine del documento presentato alla Commissione europea che, come fanno sapere i tecnici del laboratorio Arpa, debitamente modificato e corretto sarà ripresentato a Bruxelles alla fine di quest’anno - intendeva affrontare l’emergenza ambientale, a livello europeo, legata all’impoverimento degli stock di anguilla, attraverso la realizzazione di azioni pilota con il coinvolgimento di attori pubblici e privati interessati alla conservazione dell’ ambiente Mediterraneo”. Tra gli obiettivi – come ha spiegato lo stesso Gelli – quello di “incoraggiare un sapere comune transnazionale, creare azioni comuni per la protezione degli stock di anguilla nel Mediterraneo secondo un approccio bottom-up (dal basso) e rilanciare la vallicoltura come strumento di salvaguardia della specie”. “La vallicoltura infatti – ha ricordato Federico Brunelli, dottorando di ricerca dell’Università di Bologna – basandosi sui tempi di apertura e chiusura delle chiaviche tra le valli e il mare e su tutta una serie di accorgimenti, come i sistemi di cattura e la gestione dei livelli idrici, svolge un’importante funzione di protezione di una specie bersaglio. Inoltre – ha proseguito il ricercatore- la vallicoltura sfrutta il comportamento migratorio delle specie ittiche naturalmente presenti nell’area in cui è praticata e lì le trattiene fino al periodo di m i g r a z i o n e. Nelle regioni dell’Alto Adriatico - ha sottolineato – la vallicoltura sfrutta la rimonta naturale delle ceche che - come spiega il ricercatore- sono le anguille nel loro secondo stadio di metamorfosi; nel primo stadio, quello nel quale incomincia il loro viaggio dal mare

Un’iniziativa mediterranea per ricostituirne

la popolazione

dei Sargassi verso le coste europee, prendono il nome di leptocefali, poi, dopo circa due anni, divengono ragane ed infine anguille”. Nelle valli di Comacchio, dunque, le anguille entrano naturalmente e lì rimangono fino a che non raggiungono la maturazione sessuale che le fa migrare di nuovo verso il mare dei Sargassi dove, dopo l’accoppiamento, le femmine andranno a deporre le uova che schiudono solo a temperature superiori ai 20°C. Del processo di ricerca del compagno e di accoppiamento non si conosce quasi nulla; quello che si sa è che, dopo la riproduzione, gli individui adulti muoiono mentre le larve vengono trasportate dalla corrente del Golfo e del Nord Atlantico verso le coste dell’Europa e Nord Africa. Tra i tanti obiettivi del progetto “Med”, infatti, si parla anche di “azioni pilota per l’acquacoltura sostenibile dell’anguilla”, un traguardo che sarà possibile raggiungere solo attraverso la realizzazione della riproduzione artificiale in cattività degli esemplari adulti per i quali, diversamente dalla maggior parte delle specie, in cui deve essere stimolata solo l’ultima fase della gametogenesi, deve essere indotto artificialmente l’intero ciclo di riproduzione. “Negli ultimi tre decenni – come si legge nelle pagine del progetto - sono stati intrapresi molti sforzi per ottenere il protocollo di successo per la produzione di gameti e larve vitali. I primi risultati sono stati ottenuti da trattamenti ormonali sull’anguilla giapponese e recentemente sono stati ottenuti gameti vitali anche per l’anguilla europea e - come ha spiegato Fernando Gelli - proprio in questi mesi, a Cesenatico, Oliviero Mordenti, ricercatore dell’università di Bologna, sta lavorando ad un primo tentativo di riproduzione dell’anguilla a condizioni controllate”. “Il problema della scomparsa dell’anguilla è reale e c’è bisogno di porselo – precisa Gelli - anche a livello europeo. I giovani scienziati hanno bisogno di riconquistare la specie – ha sottolineato il tecni-

co Arpa – ed è necessario – prosegue il tecnico – formare una squadra di tecnici che sia in grado di gestire lo stock di anguilla che arriva nelle valli. La nuova linea del progetto– dice Gelli –consisterà nel confronto tra una semina diretta, nelle acque costiere o della Provincia di Ferrara, di ceche pescate in natura e una semina di ceche preventivamente svezzate in condizioni controllate mediante una catena alimentare costituita da fitozooplancton marino”. “La nostra idea – ha continuato Gelli – è quindi quella di candidare nuovamente il progetto insieme con l’amministrazione provinciale, il Parco del Delta, l’Arpa, l’Ispra e l’Università. A dare sostegno al progetto – precisa il tecnico – ci sono già alcuni assessori di Comacchio e il Servizio economia ittica della Provincia di Ferrara”.

Wwf tasta il polso del Po con le “vene blu” Ad un mese di distanza dall’emergenza Lambro-Po provocata, lo ricordiamo, dallo sversamento di tonnellate di petrolio fuoriuscito da un'azienda petrolifera del monzese su cui la Procura di Monza sta ancora indagando, il Delta del Po è di nuovo al centro dell’attenzione dei media per l’allarme lanciato da un gruppo di pescatori che hanno osservato, in diversi litorali, una evidente moria di vongole. Il Wwf – si legge in un comunicato apparso pochi giorni fa sul proprio sito internet – sottolinea che “si è ancora in attesa dell’ordinanza che avrebbe dovuto sbloccare e avviare un piano di monitoraggio per valutare le conseguenze, sull’intero ecosistema, dell’inquinamento di idrocarburi di marzo e che si è perso un mese che poteva essere importantissimo per verificare la situazione di alcune popolazioni di pesci, anfibi o molluschi, importanti indicatori per capire cosa è realmente successo”. Nel frattempo, il prossimo 2 maggio, il Wwf organizza la Campagna “Liberafiumi” 2010, un grande censimento che consentirà di verificare lo stato di salute delle sponde delle principali ‘vene blu’ del nostro paese. Un migliaio di volontari verranno coinvolti per setacciare 25 fiumi italiani lungo l’intera penisola, grandi isole comprese, dal Piave al Tagliamento, dall’Arno al Tevere, dal Sarno alle fiumare Calabresi fino all’Adda in Lombardia.


Birdwatching, la natura da Quinta edizione per la fiera internazionale dedicata al turismo ambientale Si apre giovedì, 29 aprile, alle 9, nella Sala Polivalente di Palazzo Bellini a Comacchio, la quinta edizione della “Fiera Internazionale del Birdwatching e del Turismo Naturalistico” con un appuntamento di eccellenza: il convegno internazionale “Una finestra sul birdwatching” - a cura del Parco del Delta del Po Emilia-Romagna- al quale prenderanno parte giornalisti europei, biologi, geografi, fotografi naturalisti e rappresentanti di Lipu (Lega italiana protezione uccelli) ed Ebn Italia, associazione culturale che

si occupa della diffusione dell’attività di osservazione e di riconoscimento in natura degli uccelli con l’intento di acquisire conoscenze utili per la tutela, valorizzazione e protezione della natura, dell’ambiente e dell’avifauna. Il convegno si concluderà con un aperitivo e con la degustazione di prodotti tipici del Parco del Delta e a seguire, nelle prime ore del pomeriggio, ci sarà il taglio del nastro della Stazione Ornitologica “Cà Romanette” di Val Campotto, un’area per le attività di ricerca, monitoraggio, formazione e divulgazione. Evento “clou” della Primavera Slow 2010 - dal 30 aprile al 2 maggio - la quinta edizione della

“Fiera Internazionale del Birdwatching e del Turismo Naturalistico” rappresenta un momento d’incontro per esperti di fotografia e birdwatching e anche per chi si vorrà accostare a queste esperienze per la prima volta. In calendario escursioni, degustazioni, mostre di fotografia, convegni e seminari, proiezioni e aperitivi musicali, oltre a lezioni di birdwatching e laboratori di didattica ambientale per bambini e ragazzi a cura di Lipu ed Ebn Italia. Il programma di quest’anno è veramente ricco e adatto a tutte le tipologie di turista. Un villaggio espositivo rinnovato e di qualità - lungo l’argine Valle Fattibello - vedrà la

Occasione di incontro

per appassionati

di fotografia naturalistica

presenza delle migliori aziende del settore dell’ottica e della fotografia, strumentazioni ed equipaggiamenti di supporto per il birdwatching e la fotografia naturalistica, editoria specializzata, abbigliamento, didattica ed educazione ambientale. Un vastissimo calendario di eventi collaterali renderà il weekend del 1° maggio davvero imperdibile. I visitatori della fiera potranno scegliere tra tantissime attività diverse e vivere tre giorni completamente immersi nella natura. Novità assoluta di questa edizione, il concorso “Digiscoping nel Delta” a cura di Ebn, dedicato a tutti i fotografi che utilizzano la particolare tecnica fotografica che associa una fotocamera digitale - compatta o reflex - ad un


PROGRAMMA

‘catturare’ al volo Tre giorni intensi

telescopio da osservazione. All’interno del Festival sarà poi possibile frequentare, dal 29 aprile all’1 maggio, il “Primo Laboratorio Italiano del Documentario Naturalistico”, un corso specializzato di produzione cinematografica e televisiva che avrà come soggetto argomenti di carattere scientifico, ambientale e naturalistico, oppure partecipare al “Festival del Documentario Naturalistico” (realizzato in collaborazione con il noto naturalista Francesco Petretti), un concorso aperto alle produzioni professionali e alle produzioni amatoriali che verranno selezionate da una prestigiosa giuria

composta da personalità del mondo televisivo, della scienza e della comunicazione e premiate a Comacchio il 1° maggio. “La natura ha grandi numeri – ha detto Massimo Gottifredi, presidente Apt Servizi Emilia-Romagna – la natura è forza comunicativa e offre tante opportunità ed eccellenze perché non basta offrire turismo, bisogna offrire anche qualità”. La “Fiera Internazionale del Birdwatching e del Turismo Naturalistico” si conferma dunque, a detta degli organizzatori, come il “country event” più importante dell’Europa continentale.

tra convegni

esposizioni ed escursioni

NATURA da guardare e fotografare: Palazzo Bellini dal 30 aprile al 2 maggio, dalle 10 alle 19 MOSTRA DEL CONCORSO NAZIONALE DI FOTOGRAFIA NATURALISTICA a cura di ASFERICO. Argine Valle Fattibello dal 30 aprile al 2 maggio, dalle 10 alle 19 AZIONE IN NATURA, MOSTRA DI FOTOGRAFIA NATURALISTICA a cura dei Delta In Focus Photographers presso il villaggio espositivo Partenza da Comacchio, 30 aprile, ore 14.30. ESCURSIONE FOTOGRAFICA PER FAMIGLIE CON BAMBINI A PUNTE ALBERETE a cura del fotografo Silvano Foschini Partenza da Comacchio, 1 maggio, ore 9.30 ESCURSIONE FOTOGRAFICA NELLE VALLI DI ARGENTA E CAMPOTTO con eco bus a cura dei fotografi Sergio Stignani e Milko Marchetti. Partenza da Comacchio, 2 maggio, ore 10.00 ESCURSIONE FOTOGRAFICA NELLE VALLI DI COMACCHIO IN BARCA a cura dei fotografi Luciano Piazza e Roberto Zaffi.

NATURA da osservare: villaggio espositivo – 30 aprile e 1 maggio, ore 17.00 LEZIONI DI BIRDWATCHING TEORICHE PER ADULTI a cura di LIPU 30 aprile e 1 maggio, ore 17.00 CORSO DI BIRDWATCHING TEORICO E PRATICO nei luoghi più suggestivi a cura di EBN

NATURA da gustare: Comacchio – cortile di Palazzo Bellini – dal 30 aprile al 2 maggio IL CORTILE DEI SAPORI Rassegna enogastronomica dei prodotti tipici del Delta del Po con scuola e lezioni di cucina.

Centro Visite Manifattura dei Marinati - dal 30 aprile al 2 maggio DEGUSTAZIONI GUIDATE “SAPOR DI VALLE” E “ANGUILLA & CO”

NATURA da visitare: dal 30 aprile al 2 maggio, ore 21.00 ESCURSIONI LUNGO I CANALI DI COMACCHIO IN “BATANA” tipica imbarcazione comacchiese a cura dell’associazione di volontariato locale 1 maggio COMACCHIO FRA TERRA E ACQUA. Visita al museo della nave romana e della cittadina di Comacchio

SPORT IN... NATURA: 2 maggio, dalle 9.30 alle 18.00 6^ PEDALATA NEL CUORE DEL PARCO DEL DELTA organizzata dall’Unione dei Comuni della Bassa Romagna


il libro

Il lupo, altro che favole Torna a popolare l’Appennino un animale bistrattato dalla storia Sta tornando: è l’antagonista per antonomasia, il “cattivo” che popola le leggende medievali e le favole classiche che sono giunte fino a noi, da Esopo fino a Perrault. È il lupo, il Canis lupus: la belva famelica dagli occhi gialli - presenza notturna dei boschi, che affascina e mette paura - sta tornando ad abitare l’Appennino tosco-emiliano. In quei boschi dove ha scorrazzato per millenni. Non che sia mai scomparso per davvero, ma la vera e propria persecuzione attuata dall’uomo – dai cosiddetti “lupari”, cacciatori specializzati che furono istituiti dall’autorità centrale intorno all’anno Mille, e in particolare dagli allevatori di ovini -, l’aveva messo a dura prova, ponendolo, a fine anni ‘60, tra le specie animali a rischio di estinzione. In alcune zone era addirittura scomparso: “nell’Appennino settentrionale – ricorda Willy Reggioni, coordinatore di “Life lupo”, progetto di monitoraggio del canide in regione -, il lupo si era estinto intorno ai primi anni ‘50, a seguito – spiega il ricercatore - di deliberate e persistenti azioni di eradicazione della specie, considerata nociva”. Ecco che nel 1971 fu approvato il primo divieto temporaneo di caccia al lupo, che 5 anni più tardi divenne definitivo, con l’abolizione di bocconi avvelenati e il riconoscimento del lupo quale specie protetta. I primi censimenti, avviati negli anni ‘80, stimavano una presenza di circa 200 animali in tutto il Paese. Oggi invece, si parla ottimisticamente di circa 600 esemplari, che risiedono per lo più in modo continuo sull’intera dorsale appenninica e in parte dell’arco alpino. È infatti da circa 15 anni che, grazie a una serie di fattori socio-economici - dall’abbandono delle montagne in favore delle città, all’istituzione di aree protette da parte della legislazione italiana – il vecchio ospite delle montagne della nostra regione si sta spontaneamente riappropriando in modo stabile dei boschi appenninici, soprattutto di quell’area al di sopra degli 800m di quota. Attualmente, nei parchi della regione – Parco del Frignano (Mo), del Gigante (Re) e dei 100 laghi (Pr) - , si stima la presenza di “5

unità produttive, composte da circa 3-4 animali”, riferisce Reggioni. Ogni branco è strutturato gerarchicamente: ci sono un maschio e una femmina dominanti, e al loro seguito ci sono i cuccioli appena nati, alcuni degli anni precedenti ed eventualmente qualche esemplare di altre unità. Sono circa venti gli esemplari toscoemiliani, che si muovono continuamente, a seconda della disponibilità di cibo, “percorrendo anche 50 km in una notte, e spingendosi anche verso la Liguria e oltre”, spiega Reggioni, in un territorio di circa 650 m quadri. Questi esemplari non sono molti, data la presenza ridotta di ungulati selvatici - come cinghiali, caprioli e cervi -, e piccoli mammiferi - come marmotte, lepri e volpi -, loro prede selvatiche, che negli ultimi anni sono comunque cresciute di numero grazie ai ripopolamenti effettuati a scopo venatorio. Inoltre, si confermano animali non pericolosi per l’uomo, dato che accorgimenti come una buona recinzione, insieme all’addestramento ad hoc di molossi, sono sufficienti per la difesa delle greggi. Ma occorre scoprire davvero che tipo di animale sia il lupo, e sfatare alcuni luoghi comuni che lo hanno come protagonista, per poter promuovere una convivenza il più possibile serena con l’uomo. È con questo obiettivo che è stato avviato il Progetto Life Natura 2000, promosso dalla Regione e avallato dai responsabili dei parchi tosco-emiliani, nell’ambito di Life Natura, strumento finanziario che l’Unione Europea mette a disposizione dal ‘92 per sostenere progetti finalizzati alla conservazione della natura. Sulle tracce del re dei nostri boschi si sono messi circa venti tecnici e studenti, che attraverso tec-

niche di monitoraggio indirette, hanno raccolto e continuano a raccogliere sistematicamente e in modo coordinato, informazioni utili alla sua conservazione. Per esempio, informazioni sugli spostamenti degli esemplari. I branchi sono monitorati a seconda della stagione: in inverno, attraverso la tecnica di tracciatura su neve, detta “snow-tracking”, d’estate, attraverso la tecnica dell’ululato indotto, “wolfhowling”, che permette la localizzazione di eventuali cucciolate. La dieta è invece analizzata attraverso la raccolta e l’analisi degli escrementi, realizzata presso l’Istituto nazionale per la fauna selvatica di Bologna. Tutela del lupo significa anche tutela della pastorizia: occorre, sostiene Reggioni, sviluppare “un efficiente sistema di risarcimento dei danni subiti” da parte degli allevatori, e promuovere “interventi di prevenzione dei danni, come recinti anti-lupo (fissi e mobili elettrificati)”, che il parco, ricorda il responsabile, “ha realizzato nel recente passato”: il fine è quello di “prevenire forme di persecuzione, e non costringere gli allevatori a subire da soli il costo della conservazione di una specie, il cui valore è riconosciuto dall’intera comunità internazionale”. Infine, il direttore del progetto si dice convinto della necessità di una costante “opera di sensibilizzazione e di informazione degli stakeholder e della popolazione”, poiché il rischio bracconaggio è ancora alto. Per questo è tuttora “fondamentale monitorare la presenza dei branchi e gli eventi di predazione”, conclude Reggioni. Attenuare i conflitti tra il lupo e gli allevatori sembra dunque avere ricadute dirette sullo sviluppo dell’area dell’Appennino tosco-emiliano, che si configura come cornice di un’interessante attività turistica e divulgativa intorno alla presenza di un animale, che si pone quale immagine turistica forte, simbolo di un ritorno ad un ambiente incontaminato, e per questo ricercato, da parte dei sempre più numerosi amanti della natura.

Attorno all’anno Mille

era perseguitato

dai “lupari”

La penuria di risorse è la madre dell’innovazione. La stessa povertà di risorse e di tecnologie che ci ha regalato i borghi medievali: esteticamente unitari, aggregati sociali autonomamente strutturati, “sostenibili” dall’ambiente. L’autore si fa carico del prezioso compito di insegnarci un linguaggio architettonico universalmente riconosciuto e accettato; un linguaggio capace di emancipare ogni cittadino a critico consapevole del luogo in cui vive. La figura dell’architetto è ridefinita, spogliata del potere demiurgico, e riportata al ruolo di consulenza tecnica. L’architetto accompagna così un gruppo di persone nell’impresa di definire il loro habitat, di prendere decisioni fondamentali, con coscienza, attorno alla fondamentale questione dell’abitare. Una profonda lezione di rispetto sociale e ambientale, un invito alla riflessione, alla moderazione e alla sensibilità per ogni parte che si trova a condividere la presenza su questo pianeta. Yona Friedman L’architettura di sopravvivenza.

Una filosofia della povertà

Ed. Bollati Boringhieri, 167 pagine


Un medico chiamato movimento Il moto riduce l’incidenza di alcune malattie. Il progetto pilota di Ferrara Lo sport ha sempre fatto parte della vita dell’uomo: dalle prime Olimpiadi, disputate in Grecia e databili al 776 a.C. all’esplosione nell’ultimo decennio di veri e propri templi per la forma fisica, le palestre, i binomi sport-bellezza e sportbenessere sono da sempre attuali. Che lo sport susciti competizione e porti ad un miglioramento della qualità della vita di chi lo pratica è innegabile. Ma ora le discipline applicate allo sport stanno per fare uno storico passo in avanti: “quanto” lo sport fa bene? Ovvero, per la prima volta le arcinote informazioni sulla bontà dello sport diventano operative. Fino ad oggi, e chi abita nella città delle Mura e dell’Ippodromo come Ferrara lo sa bene, migliaia di persone ogni giorno praticano attività amatoriale (e non) perché evidentemente trovano beneficio o ne hanno bisogno. Ma entro l’estate si scoprirà anche in quale misura l’attività sportiva aiuta nel mantenere una buona condizione fisica, quanto aiuta nel prevenire malattie croniche e come migliora la qualità della vita nelle persone che già sono soggette a patologie quali diabete di tipo II, ipertensione etc. A determinarlo “Il movimento come farmaco”, strumento che permetterà di quantificare quanto lo sport arriva in aiuto, sia in fase di prevenzione che di cura, coordinato da Asl e Azienda Ospedaliera di Ferrara, Regione Emilia Romagna ed Università di Ferrara. Ferrara progetto pilota. Perché Ferrara? Le radici vanno ricercate nella presenza del professor Francesco Conconi, attuale direttore del Centro di Studi Biomedici applicati allo sport, e della sua decennale esperienza

applicata allo sport ad altissimi livelli; inoltre la città estense è sempre stata dotata di un Centro di medicina dello Sport, punto di riferimento dell’attività nazionale (è da poco stata inaugurata la nuova struttura, 800 mq di avanguardia tecnologica pura). Secondo motivo, i report sullo stato di salute dei ferraresi del 2008, anno prima che partisse in maniera fattiva lo studio: sedentarietà e patologie croniche erano a livelli allarmanti, constatazione che per il progetto si è rivelato ottimo substrato di partenza per valutare in futuro l’efficacia della sperimentazione. “Vogliamo fare camminare – spiega il Professo Conconi - soggetti diabetici, ipertesi e anziani fragili per farli stare meglio. Se si ha pazienza di camminare tutti i giorni si bruciano i grassi, diminuisce l’adipe, diminuiscono le malattie da grasso ed anche alcune tipologie di tumori: è provato ne insorgano alcuni conseguenti all’inattività”. Sette per uno. Sono sette i vantaggi che la sperimentazione vuole constatare inducendo semplicemente ad una camminata quotidiana, supportata da una corretta alimentazione. Inizialmente vennero schedati 7.500 diabetici e 2.500 ipertesi, ma col passare dei mesi il progetto, cui sono stati aggiunti anche mille anziani fragili, potrà potenzialmente analizzare i risultati di 13mila soggetti, monitorati da 310 medici di base. Ai volontari viene fornito un contapassi e rilevati all’inizio dell’avvent u r a i parametri biologici e fisici (peso, pressione, emoglobina glicosilata per i diabetici etc.); ogni due mesi vengono aggiornati e trascritti i parametri. Al termine del progetto, si potranno valutare

Prime sperimentazioni

su diabetici, ipertesi

e anziani fragili

tutte le statistiche utili, e quantificare “quanto” il movimento fa bene. Lo staff medico si attende dopo un anno di applicazione vantaggi moltiplicati per sette: riduzione del peso corporeo, dell’indice di massa corporea, della circonferenza addominale, della pressione sistolica e diastolica, della frequenza cardiaca a riposo, del colesterolo totale e LDL (quello ‘cattivo’) e dei trigliceridi con aumento del I dati colesterolo HDL (quello ‘buono’); nei soggetti diabetici Un ferrarese su quattro sedentario, iperteso e con il colesterolo alto è inoltre preventivata la riduzione (indagine relativa all’anno 2008 della glicemia di curata dall’Azienda Unità Sanitaria base e della emoLocale di Ferrara) globina glicosilata. In sostanza, una Movimento riduzione del ri- il 67% delle persone intervistate schio di contrareffettua un lavoro pesante o re malattie cardiovascolari e aderisce alle raccomandazioni altre malattie da inattività. sull’attività fisica Movimento positivo anche per i con- il 7% non effettua un lavoro ti. E’ intuibile che, dato il costo nullo pesante e pratica attività fisica del “farmaco” movimento, ed una volin quantità inferiore a quanto ta che verrà certificata nero su bianraccomandato co la bontà del progetto, il ruolo del - il 27% è completamente movimento nella prevenzione o il suo affiancamento nelle terapie tradizio- sedentario (nella fascia di età 18-69 nali porterà ad un naturale abbasanni i sedentari sono il 25,3%) samento della spesa farmaceutica. Non a caso il direttore generale Pressione dell’Azienda Usl di Ferrara, Fosco - il 24,6% ha una diagnosi di Foglietta, ha definito l’attività motoipertensione e l’88% segue una ria “assolutamente non alternativa terapia alla cura ma un surrogato del far- solo il 15% degli ipertesi svolge maco, da trasformare in una parte dell’offerta sanitaria globale”. regolare attività fisica Sempre in questa direzione anche alcuni dati sottolineati dal Ministro Colesterolo della salute Ferruccio Fazio in sede di - il 23,9% ha una diagnosi di presentazione nella capitale del proipercolesterolemia da parte di getto: attualmente in Italia il 20% delun medico ed il 40% segue una la popolazione è ‘over 65’, nel 2050 terapia ipocolesterolemizzante la cifra salirà al 40%. Se aggiungiamo - solo il 17% dei soggetti con che il 35% degli over 65 soffrono di malattie croniche (di cui sono intuibili colesterolemia alta svolge regolare i costi), capiamo bene quanto a livello attività fisica nazionale si presti attenzione ai risultato del progetto pilota di Ferrara. Il Diabete movimento costa nulla, ma vale tanto.

L’attività fisica

costante

riduce

il ricorso ai farmaci

- il 5,5 % della popolazione risulta diabetica di tipo II


Acqua salata Da quando le municipalizzate sono diventate spa le tariffe sono salite del 62% in 10 anni L’acqua è un diritto universale, da cui dipendono gli ecosistemi terrestri, eppure sta subendo un processo di spreco e di mercificazione senza precedenti, che ha già riguardato altre risorse naturali. L’acqua è un business: il fatturato delle multinazionali idriche supera il Pil di 114 Paesi. IL CONSUMO IN ITALIA. Contrariamente a quanto sta accadendo in altri Paesi, dal 1980 al 1995, nel settore civile italiano, dai 211 litri consumati al giorno pro capite si è passati a 249. Un quadro aggravato dal protrarsi di condizioni climatiche avverse, come la siccità nel sud. Occorre ricordare inoltre che il consumo idrico va di pari passo a quello energetico: risparmiare acqua calda permette non solo di avere bollette meno costose, ma soprattutto di ridurre le emissioni clima-alteranti. È bene dunque aver presente che l’acqua non è infinita e la sua disponibilità dipende da piccoli accorgimenti, come chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti (permette di consumare 2 litri d’acqua invece che 30). PRIVATIZZAZIONE. Per Luigi Mazzillo della Corte dei Conti, la privatizzazione dei beni comuni ha permesso di aumentare i profitti dei privati: non per il recupero di efficienza, bensì per l’aumento delle tariffe definito “un autentico saccheggio” da Adusbef

e Federconsumatori, consistente a “9.270 euro di rincari a famiglia, per oltre 170 miliardi di euro”. Secondo Andrea Cirelli, Autorità regionale per la vigilanza dei servizi idrici, questa trasformazione del mercato dei servizi pubblici ambientali, e in particolare del ciclo dell’acqua, dovrebbe garantire “forti principi di regolazione per favorire la prevalenza del sistema integrato e della gestione unitaria”. Cirelli sostiene che tali imprese “devono rispondere ad una utilità sociale e garantire la congruenza delle prestazioni, le condizioni di sviluppo tecnologico, la verifica continua della qualità attesa ed erogata, la sostenibilità ambientale. In sintesi ben vengano le gare, solo se il principio da perseguire sarà il miglior servizio per il cittadino ed il maggiore rispetto dell’ambiente (e della preziosa risorsa idrica bene di tutti)”. Da quando le municipalizzate hanno iniziato a divenire Spa, “gli investimenti – ricorda Marco Bersani del Forum italiano dei movimenti per l’acqua – sono crollati a un terzo (da 2 mld a 700 milioni l’anno), l’occupazione è caduta del 30 %, le tariffe sono salite del 62% nell’arco degli ultimi 10 anni e gli sprechi aumentano del 20%”: centinaia di comitati popolari chiedono allora la modifica degli statuti degli enti locali, in modo che il servizio idrico integrato sia riconosciuto quale servizio pubblico locale privo di rilevanza economica. MINERALE. Un giro d´affari di oltre 25 mld di euro all’anno. Gli italiani sono primi per tale consumo di acqua in bottiglia al mondo: nel 2002, ne sono stati bevuti 11 miliardi di litri, e sono in costante aumento. Questo

si traduce in danni all’ambiente: produrre e smaltire bottiglie, implica un consumo energetico; trasportarle ai luoghi di consumo, inquina. Per questo, al fine di promuovere il consumo di questo “oro blu” a km zero, i sindaci dei 225 Comuni, in cui Hera gestisce il servizio idrico, hanno sottoscritto il Manifesto dell’acqua. Poiché le acque della buona informazione risultano piuttosto inquinate: occorre spiegare che l’acqua di rubinetto è oligominerale, o che la quantità di sodio e calcare, come documenta una ricerca di Altroconsumo, non è preoccupante. VIRTUALE. Nell’era del virtuale, anche un bene naturale come l’acqua lo diventa. E si dice che una pizza costi 1150 litri di acqua. Questa tariffa si chiama “impronta d’acqua” - concetto ideato dallo studioso Arjen Y. Hoekstra -, che si calcola, in questo caso, considerando quanti litri di acqua siano serviti a preparare la farina, come la mozzarella. E non sono visibile nel prodotto concreto: per questo si chiama “acqua virtuale”, un concetto sviluppato da John Anthony Allan, Stockholm Water Prize 2008, che pone l’attenzione sul consumo idrico connesso alla catena produttiva di un qualsiasi bene.

ACQUA MINERALE 50 euro – costo medio annuo pro capite per bere acqua minerale: l'Italia è il primo Paese nella classifica dei consumatori di acqua minerale in tutto il mondo Ogni italiano consuma circa 160 litri di acqua minerale in un anno e vuol dire che consuma in media 90 bottiglie di plastica e 30 di vetro. Per 55 milioni di abitanti significa quasi 5 miliardi di bottiglie di plastica da smaltire ogni anno 1,5 euro – il costo per 6 litri di acqua minerale, ma anche per oltre 1.100 litri di acqua del rubinetto beve acqua minerale l'87% della popolazione sopra i 14 anni consumi di minerale il 70% del totale beve di più fuori dai pasti. il 13% delle donne - il 9% degli uomini beve di più durante i pasti: il 14% delle donne - il 18% degli uomini distribuisce l'acqua nel tempo: il 31% delle donne - il 22% degli uomini produzione d'acqua minerale 2001: 10.650 milioni di litri produzione d'acqua minerale 2002: 10.700 milioni di litri esportazioni di acqua minerale 2001: 750 milioni di litri esportazioni gennaio-settembre 2002: 795 milioni di litri

In Italia si registra

un consumo pro capite di 249 litri al giorno

ACQUA VIRTUALE 90 litri di acqua - servono per produrre una teiera (0.75 l) 150 litri di acqua - servono per produrre una bottiglia di birra (0,5 l) 720 litri di acqua - servono per produrre una bottiglia di vino (0.75 l) 840 litri di acqua - servono per produrre una caffettiera (0.75 l) 1000 litri di acqua – servono per produrre un litro di latte


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