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RESPONSABILITÀ SOCIALE NELLE PMI PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE


Volume realizzato con il contributo della Regione Puglia Area politiche per la Promozione della Salute, delle Persone e delle Pari Opportunità

Regione Puglia

con il patrocinio delle associazioni di categoria

Assoimpresa “Terre di Leuca”

con il patrocinio delle associazioni sindacali

con il patrocinio delle aziende

e con il patrocinio di LAP

AMBITO TERRITORIALE SOCIALE LECCE PROVINCIA DI LECCE

Libera Associazione di Professionisti per lo studio e la promozione del territorio e per la formazione Associazione Culturale

CSR Impresa www.csrimpresa.it - info@csrimpresa.it La riproduzione in qualsiasi forma, memorizzazione o trascrizione con qualsiasi mezzo (elettronico, meccanico, in fotocopia, o altro modo) sono vietate senza autorizzazione scritta dell’autore. Finito di stampare nel mese di gennaio 2013 presso ArtiGrafiche Marino (Lecce) Progetto grafico e impaginazione di Douglas Rapanà - edita S.r.l. (Lecce) Progetto finanziato con fondi per le Azioni di Sistema a favore dell’associazionismo familiare della Regione Puglia


INDICE PREFAZIONE

pag.

INTRODUZIONE CAPITOLO I CSR: EVOLUZIONE E PROSPETTIVE NAZIONALI ED INTERNAZIONALI 1. Il Consiglio Europeo di Lisbona e il libro Verde della Commissione Europea 2. Alcune rilevanti iniziative internazionali e nazionali e contributi a livello accademico 3. L’evoluzione degli ultimi anni. Verso il futuro

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CAPITOLO II LA RESPONSABILITÀ SOCIALE E IL QUADRO NORMATIVO 1. La Responsabilità sociale d’impresa tra legislazione e autoregolamentazione 2. Il Contesto Internazionale 3. Le Linee-Guida OCSE applicate alle PMI 4. Il Libro Verde e le Linee-Guida della Commissione Europea 4.1 Il Libro Verde 5. Lo standard internazionale ISO 26000 6. La frontiera delle nuove certificazioni CSR: SA8000 e AA1000 6.1 Lo Standard SA8000 6.2 La norma AA1000 7. I Codici Etici di Condotta e la loro diffusione. Il D. Lgs. 231/2001 e il Codice di comportamento

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CAPITOLO III CSR TRA ACTION PLAN NAZIONALE E NORMATIVA REGIONALE 1. L’Action Plan Nazionale 2. Il quadro istituzionale e normativo delle Regioni italiane 3. Buone prassi Regionali in tema di CSR

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CAPITOLO IV LA CORPORATE SOCIAL RESPONSIBILITY: UN VALORE INTANGIBILE 1. La CSR entra nelle strategie aziendali 2. Le quattro ragioni della Responsabilità Sociale 3. Il Business e la Società: due dimensioni compatibili 4. La selezione delle questioni sociali di cui occuparsi 5. L’Agenda Sociale come bussola di responsabilità 6. La creazione del Valore anche per la società 7. La CSR è una qualità dell’organizzazione 8. Alla riscoperta del Business Etica

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CAPITOLO V CSR IN TEMPO DI CRISI 1. Gli effetti della CSR sulla crisi 2. Effetti della crisi sulla CSR

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CAPITOLO VI LA CSR PER IMPRESE E CONSUMATORI 1. L’identikit dell’impresa responsabile 2. La CSR percepita dai consumatori 3. L’identikit del consumatore socialmente responsabile 4. Responsabilità sociale nelle imprese familiari

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CAPITOLO VII RESPONSABILITÀ SOCIALE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA 1. L’impegno delle aziende italiane sulla CSR: i dati dell’indagine 2. La professione del CSR in italia: i dati dell’indagine 3. MO.MO.SY: Il giudizio sulle imprese diventa “viral hi-tech” 4. Il Social Statement: lo strumento di valutazione etica

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CONCLUSIONI

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BIBLIOGRAFIA

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DOCUMENTAZIONE

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SITOGRAFIA

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“Non è la specie più forte che sopravvive né la più intelligente, ma quella più ricettiva ai cambiamenti.” (Charles Darwin 1809-1882)


La Crisi secondo Albert Einstein “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.”


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PREFAZIONE

Per oltre mezzo secolo la società è proliferata nella convinzione che il capitalismo fosse la migliore soluzione concepita per organizzare la società e l’economia che la caratterizza. Al culmine di un disordine liberale, l’economia è implosa in una crisi finanziaria, prima, per poi sfociare in una crisi economica e – di conseguenza – nella peggiori delle crisi: quella occupazionale. Ci siamo sorpresi del disordine perché non ci siamo preoccupati, per tempo, delle sue cause e la conclusione è che il capitalismo è fallibile. La gestione machiavellica (del massimo risultato con il minimo mezzo) delle risorse ha reso miope l’economia che tutto ha escogitato fuorché la sua sostenibilità per le future generazioni. E questo è accaduto a livello planetario. Le aziende, accecate dal miraggio del profitto perpetuo, hanno perso di vista lo scopo morale e la responsabilità sociale delle proprie imprese. D’altronde, abbiamo sempre giudicato l’impresa in base ai profitti ed alle quote di mercato. Al punto tale che, pur di soddisfare le innaturali pretese del profitto perpetuo da parte del mercato, le stesse imprese non hanno esitato ad “inquinare” i dati di bilancio poi certificati da revisori compiacenti. L’assunzione del rischio individuale è stato l’epicentro del modello economico occidentale, mentre il profitto a breve termine è diventato l’unico metro di misura del successo. Che poi, il profitto aumentasse a scapito dell’occupazione nazionale e della concorrenza leale è solo l’effetto collaterale del capitalismo liberale. Il concetto di uomo economico razionale si è sviluppato a partire da questo approccio intellettuale pseudo-ideologico, assurgendo a dogma del sistema imprenditoriale occidentale. Ed è così che le organizzazioni considerano una priorità la creazione di condizioni che favoriscano l’autonomia manageriale, la massimizzazione del valore per gli azionisti e la mercificazione del lavoro, anzi-


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ché il riconoscimento dell’interdipendenza tra impresa e società, ovvero del ruolo delle finalità e del valore sociale all’interno della stessa impresa. A conti fatti, la voracità del capitale ha instaurato un sistema economico complesso in cui prevale il più vorace in una lotta continua verso la ricchezza dell’Avere ed incuranti della saggezza dell’Essere con cui, invece, si evolvono le società del futuro. Pertanto, l’egoismo miopico è tra le principali cause di ciò che oggi chiamiamo crisi. Le teorie dominanti in materia di organizzazione aziendale pongono l’enfasi sulla razionalità dell’individualismo economico intesa come principio morale valido in sé, senza un contesto sociale di riferimento. Mancanza comunque colmata dal mantra dell’efficienza, della flessibilità e della razionalità che generano però un senso di alienazione, disadattamento ed angoscia. Il peso del vuoto morale è allentato dalla corsa sfrenata al benessere materiale quale sfogo appagante. Il tutto ed ora! Troppo spesso le organizzazioni moderne non riescono a porre gli individui a dare un senso del proprio lavoro. Eppure, l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1 Costituzione). Eppure, si calcola, ad esempio, che la mancanza di entusiasmo sul lavoro rappresenta circa il 40% della produttività aziendale. Perché ciò non accada, le stesse organizzazioni devono esprimere valori e finalità in cui i lavoratori si identifichino in un legame di duratura interdipendenza. Il silente appello ad un capitalismo responsabile è imperniato sull’idea che le organizzazioni moderne debbano trovare un equilibrio tra l’imperativo del profitto e la responsabilità sociale. Un equilibrio tangibile che non deve essere fatto dall’apparente adozione di nobili strumenti gestionali come il codice etico, le certificazioni di qualità, il bilancio sociale, ecc. Tant’è che spesso tali strumenti hanno un concreto risvolto di carattere commerciale e, quindi, all’insegna del profitto ossessivo. In virtù del crescente valore pratico dell’impresa responsabile, occorre apprendere nuove regole del gioco che consentano alle organizzazioni di operare in modo tale da promuovere l’equità, la coesione sociale ed il benessere quali fattori ineludibili per la sostenibilità nel lungo periodo. A tal proposito, forse per colpa della crisi, oggi si tende a ridimensionare il P.I.L. (Prodotto Interno Lordo) per misurare la ricchezza delle nazioni poiché lo si ritiene insufficiente e si incomincia a ponderare il benessere delle nazioni sperando, forse, che questo valore sia migliore dello stesso PIL. L’Istat ha lanciato,


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insieme al Cnel, il progetto B.E.S. (Benessere Equo Sostenibile) il quale si inquadra nel dibattito internazionale sul cosiddetto “superamento del PIL”, stimolato dalla convinzione che i parametri sui quali valutare il progresso di una società non debbano essere solo di carattere economico, ma anche sociale e ambientale, corredati da misure di diseguaglianza e sostenibilità. L’indice B.E.S. sintetizza la ponderazione di una moltitudine di indicatori suddivisi nelle seguenti 12 dimensioni del benessere: Ambiente, Salute, Benessere economico, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione tempi di vita, Relazioni sociali, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi e Politica e istituzioni. A questo punto, la concomitanza con il periodo di recessione economica fa’ supporre che, tutto sommato, le crisi siano foriere di difficoltà e sacrifici ma obblighino il sistema a resettare la stessa ideologia che le ha generate e che spesso deriva dalla mancanza di valori etici. La sostenibilità economica delle organizzazioni passa dall’attenta gestione di cinque aree strategiche di business: clienti e fornitori; creatività ed innovazione; azionisti e governi; gestione delle risorse umane; altri portatori di interessi (stakeholders). Coloro che riusciranno a focalizzare tali soggetti al centro dei piani strategici si assicureranno una crescita resilente e duratura seppur su un livello di profitto non esponenziale. Però, sono indispensabili due condizioni: - interna: il management aziendale deve avere piena consapevolezza delle proprie responsabilità nei confronti sia dell’organizzazione sia della comunità ponendo i valori dell’illuminismo al centro del loro modello di gestione dell’impresa; - esterna: le regole di convivenza sociale e l’operato di coloro che sono delegati alla loro adozione ed applicazione in concreto devono essere certe, efficaci e rispettose dei principi inviolabili di equità e lealtà verso la generazione successiva. Contrariamente, qualunque modello di responsabilità sociale finirebbe per rimanere un lodevole esercizio accademico oltre che un nuovo brand spendibile sul mercato. Per quanto possano fare le aziende, è giunto il momento per metabolizzare i valori trasmessi dalla mission e dalla vision aziendale i quali non devono essere, come spesso accade, dei veri slogan commerciali. La mission deve rappresentare gli obiettivi di fondo, gli scopi preminenti che l’impresa tenta di perseguire attraverso la sua attività. Con ciò deve coniugare la dimensione economica con


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quella sociale, identificando, per l’impresa, un ruolo di promozione e accrescimento del benessere collettivo, della qualità della vita (inclusa la qualità ambientale), della coesione sociale. Il valore della mission consiste nell’essere elemento centrale del sistema valoriale e culturale dell’impresa, strumento di aggregazione di risorse, fattore di legittimazione sociale. La vision, invece, identifica un sistema di idee che caratterizzano le decisioni di fondo dell’azienda circa le sue finalità primarie. Dalla vision scaturiscono i principi, i criteri, le aspirazioni che incidono profondamente sul processo direzionale teso alla definizione degli obiettivi di medio-lungo periodo e delle strategie. Rispetto alla mission che si rivolge al presente, il concetto di vision è relativo al futuro, essendo la proiezione di uno scenario futuro rispecchiante gli ideali, i valori e le aspirazioni di chi fissa gli obiettivi, proiezione che stimoli l’azione. Sono convinto (e, con tutta sincerità, spero di sbagliarmi) che le imprese non hanno ancora una chiara e certa concezione delle proprie mission e vison a ragione del teorema che il proprio futuro si esaurisce dentro i piani strategici che oggi si limitano a prevedere non oltre il triennio. Ecco, partiamo da questi due concetti-chiave per avviarci lungo il percorso della responsabilità sociale d’impresa quale fondamentale principio riformatore del nuovo ordine economico mondiale. E per questa ragione che abbiamo realizzato questa guida con l’augurio che possa stimolare e sostenere l’evoluzione economica per il benessere sociale del quale ciascuna azienda è protagonista e beneficiaria al tempo stesso. E se oggi possiamo parlare di responsabilità sociale delle imprese, è doveroso il ringraziamento all’Assessorato alla Solidarietà (Area politiche per la Promozione della Salute, delle Persone e delle Pari Opportunità) della Regione Puglia che ha voluto sostenere il nostro progetto, nonché alle associazioni di categoria, alle associazioni sindacali, agli ordini professionali, alle associazioni no-profit, agli enti locali ed alle prime aziende che hanno patrocinato la nostra attività. Buona Applicazione! Donatello Alessio Presidente ASS.I.S.T.


INTRODUZIONE

Nella seconda metà degli anni ’90, all’indomani del Summit di Rio (1992) e della stesura della Agenda 21, le Nazioni Unite invitarono le aziende, particolarmente quelle multinazionali, a definire gli opportuni accordi commerciali che contemplassero e tutelassero i diritti umani fondamentali, quelli dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente. Si intendeva, con ciò, non solo la creazione di una piattaforma contrattuale equa ed ecologica ma anche l’avvento di un preciso impegno verso il mondo, la società umana globalizzata e l’ambiente che andava oltre la regolamentazione dei comportamenti. Già allora, fu adottato il termine Corporate Social Responsibility (CSR) che in italiano è stato poi tradotto in Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI). La CSR (o RSI) è entrata formalmente nell’agenda dell’UE a partire dal Consiglio Europeo di Lisbona del marzo 2000, dove è stata considerata quale uno degli strumenti strategici per realizzare in Europa una società più competitiva e socialmente coesa oltre a modernizzare e rafforzare il modello sociale europeo. L’Unione Europea, in realtà, iniziò ad elaborare una strategia di coinvolgimento delle aziende nel progetto CSR già a partire dal 1997 con la pubblicazione, nel luglio 2001, del Libro Verde sulla Responsabilità Sociale d’Impresa, un documento destinato ad avviare il dibattito comunitario sull’argomento. Il Libro Verde fornisce le coordinate basilari rispetto alle quali si intende muovere l’Unione Europea e fornisce anche una prima definizione di CSR: un’adesione volontaria ad un insieme di norme comportamentali eticamente responsabili destinate al miglioramento della società partendo dalla dimensione interna all’azienda. Si individuano come stakeholders, cioè “portatori di interesse”, tutti i cittadini che siano in qualche maniera interessati e/o coinvolti nelle azioni dell’azienda. La Commissione, con la pubblicazione del Libro Verde nel 2001, le Comunicazioni del 2002 e del 2006 nonché l’organizzazione dei multi-stakeholder Forum


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del 2002 e del 2009 si impegna a diffondere teorie e pratiche (best-practices) di CSR sia per le grandi organizzazioni sia per le piccole e medie imprese cercando di coinvolgere tutti gli stakeholders e gli studiosi dell’ecosistema socio-economico. Nel mese di ottobre 2011 la Commissione Europea ha pubblicato la Comunicazione dal titolo: “Strategia rinnovata dell’UE per il periodo 2011-14 in materia di responsabilità sociale delle imprese (Corporate Social Responsibility - CSR)”. In un capitolo di questa comunicazione, intitolato “Promozione della visibilità della responsabilità sociale delle imprese e diffusione delle buone pratiche” si legge che la Commissione “intende avviare a partire dal 2012 un premio europeo per dare un riconoscimento ai partenariati CSR tra le imprese e le altre parti interessate”. Tale invito rientra in questo contesto e, pertanto, l’obiettivo generale è quello di dare una maggiore visibilità alle pratiche eccellenti nel campo della CSR e di condividere tali pratiche in tutta l’UE, in modo da incoraggiare un numero maggiore di imprese a collaborare con le parti interessate al fine condiviso di soddisfare al meglio la loro responsabilità sociale. L’Europa quindi, più che mai sensibile a questo genere di problematica, ha voluto istituire il premio “CEEP CSR LABEL”: un bollino di riconoscimento, un segno distintivo di garanzia per quelle aziende che si distinguono nell’applicazione saggia e scrupolosa degli standard europei sul comportamento sociale d’impresa. Tale marchio di qualità, promosso dalla Commissione europea e dal CEEP (Centro europeo delle aziende di servizi di pubblica utilità), con il supporto scientifico di Standard Ethics (Aei), è parte integrante del progetto Discerno Plus che promuove, all’interno dell’Unione Europea, le attività della Responsabilità sociale. In seno alla Commissione Europea, il Dialogo Sociale è un ramo di attività sentito e valorizzato. La DG Employment organizza frequenti occasioni di confronto tra gli stakeholders ed ha curato la raccolta di documentazione, pareri e proposte per la stesura del Libro Verde sulla Responsabilità Sociale. Inoltre, il 25 maggio 2011 una riunione ministeriale dei Paesi OCSE, partoriva una “Raccomandazione per una condotta responsabile d’impresa in un contesto globale”. In altre parole, vengono delineate le linee-guida suggerite alle imprese multinazionali che, nel loro modus operandi, dovevano recepire i capisaldi di un approccio responsabile nei confronti dell’ambiente, della comunità e della società globale nella sua interezza. In Italia, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha seguito l’impulso dato dalla Commissione organizzando già nel 2003 a Venezia la terza Conferenza Europea sulla CSR “Il ruolo delle politiche pubbliche nella promozione della CSR”


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e organizzando un multi-stakeholder forum italiano nel 2004. Il Ministero della Solidarietà Sociale e il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali continuano a mantenere viva l’attenzione sulla CSR sia con iniziative di diffusione sia sostenendo la Fondazione I-CSR. Il Ministero delle Attività Produttive è impegnato a diffondere le “Linee guida dell’OCSE destinate alle imprese multinazionali”. Infine il Ministero degli affari Esteri sostiene il progetto “Sviluppo Sostenibile attraverso il Global Compact” dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro rivolto in particolare alle imprese che attuano processi di delocalizzazione. È meritevole di attenzione la nostra Carta Costituzionale, lungimirante e seconda a nessuno in fatto di diritti e doveri, che all’art. 41 già recitava: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Nel contesto attuale, condizionato dall’eccessiva preponderanza delle dinamiche finanziarie a livello planetario, il Presidente del Consiglio – di concerto con il Ministro del Welfare – considerano la responsabilità sociale d’impresa una cultura in grado di trasformarsi in risorsa strategica per il futuro perché in grado di contribuire alla tenuta del tessuto economico e sociale favorendo così la fiducia nel mercato. Da qualche anno si dibatte vivacemente sul concetto di Responsabilità Sociale e sui suoi risvolti, lamentando ora l’interpretazione riduttiva dei principi ad essa sottesi, ora la scarsa e disomogenea definizione dei criteri di valutazione, ora l’applicazione superficiale della norma, attraverso procedure di ispezione e verifica che non sembrano soddisfare appieno tutti gli attori sociali coinvolti. Al concetto di Responsabilità Sociale d’Impresa non corrisponde ancora una univoca definizione ufficiale ossia, universalmente adottata. Si parla, con significato affine, di “etica di impresa”, di “cittadinanza aziendale” (corporate citizenship), di “sviluppo sostenibile”, di “sviluppo durevole”. Tutti questi concetti sembrano comunque ruotare attorno ad una logica comune, che risponde ai criteri del cosiddetto triplice approccio (TBL - Triple Bottom Line): per valutare le prestazioni globali di un’impresa si fa riferimento all’insieme degli aspetti economico-finanziari, di tutela ambientale e di contributo sociale. I soggetti coinvolti nel concetto di gestione socialmente responsabile d’impresa sono tutti i portatori d’interesse dell’intero ecosistema: risorse umane; soci/azionisti e comunità finanziaria; clienti; fornitori; Stato, enti locali, e pubblica amministrazione; comunità; ambiente.


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Ciò che caratterizza l’approccio alla CSR è l’integrazione delle tematiche di responsabilità sociale nelle linee strategiche tanto delle grandi imprese multinazionali quanto nelle medie imprese, fino alle piccole o piccolissime (micro) imprese. Associazioni, Fondazioni e tutte le organizzazioni attive nel campo, attraverso la loro azione di catalizzazione e di veicolo informativo, hanno la possibilità di amplificare la diffusione delle pratiche di CSR nei confronti dei loro membri. Ogni persona, ente, istituzione, organizzazione che abbia interesse nell’agire d’impresa è il destinatario finale delle tematiche di responsabilità sociale proprio perché con un approccio strutturato alla CSR è possibile soddisfare le aspettative degli stakeholder. Fondamentale si rivela anche la collaborazione con istituzioni ed enti locali. Un esempio di tale approccio è la sottoscrizione di accordi di programma e/o protocolli d’intesa con istituzioni pubbliche, la partecipazione a tavoli strategici per lo sviluppo locale ecc. Un esempio di buona pratica può essere considerata l’adozione di codici di condotta (codici etici) e sistemi di controllo interno per il rispetto delle leggi. Naturalmente, non può mancare in questa rassegna di dimensioni legate al concetto di CSR, quella relativa all’ambiente. Sempre di più si avverte l’esigenza – se non la necessità – di tutelare e salvaguardare questo bene supremo. Alcune delle pratiche in favore del rispetto dell’ambiente si possono identificare nelle politiche di riduzione dei consumi energetici e di sostanze inquinanti, nella formazione al riciclaggio e alla riduzione dei consumi sia in azienda sia in famiglia. La nobile attenzione delle istituzioni alle problematiche ambientali dominano la cronaca di questi mesi con l’evidente (e fermo) intento di restituire dignità anche all’ecosistema da cui dipendiamo oltre che condizioniamo. In una recente ricerca sul tema dell’etica è emerso che il 58% dei cittadini europei (64% in Italia) ritiene che il mondo economico non dedichi sufficiente attenzione alla responsabilità sociale e tra questi cittadini il 25% (20% in Italia) considera molto importante nella scelta dei propri acquisti l’impegno e la responsabilità sociale dell’azienda produttrice e il 44% (16% in Italia) è disposto a riconoscere un valore maggiore a questi prodotti, accettando un prezzo più alto. Esiste, dunque, una vera e propria domanda di etica, che inevitabilmente genera il suo mercato e crea i suoi strumenti. Alle imprese spetta l’iniziativa di uno sforzo di adeguamento importante, con l’adozione di forme appropriate di autoregolamentazione, in grado di dimostrare quanto il contenuto sociale della loro attività sia trasparente e concreto. Le istituzioni, dal canto loro, hanno il dovere di offrire al mondo della produzione e del consumo una normativa adeguata e garanzie attendibili, compa-


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tibilmente con le necessarie considerazioni (non certo facili e universalmente condivise) di opportunità politica e fattibilità economica a livello globale. La CSR produce, dunque, non solamente un valore strumentale, ma anche un valore espressivo che è certamente misurabile sia pure in modo differente da quello con cui si misura il valore strumentale dell’impresa. Si comprende allora perché è assai più difficile impegnarsi per la CSR che praticare la filantropia di impresa. L’imprenditore civile è mosso da motivazioni non solo estrinseche – quali sono quelle che hanno natura esclusivamente teleologica: si compie una determinata azione per trarre da essa il massimo risultato possibile, ma possiede anche motivazioni intrinseche, quelle per cui si fa qualcosa per il significato, il valore proprio di quel che si fa’. Anche il Pontefice Papa Benedetto XVI ha voluto dare il suo contributo alla discussione inerente la prospettiva, la dimensione e l’evoluzione del concetto di Responsabilità Sociale d’Impresa. Nella sua Lettera Enciclica “Caritas in Veritate” sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità, al capitolo terzo, “Fraternità, sviluppo economico e società civile”, più volte il Pontefice si sofferma sul concetto e sul significato di un agire etico anche, e soprattutto, nel mondo dell’economia. A pagina 55 si legge: «[…] Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica […]». Nella pagina successiva, continua l’analisi del connubio economia-società: «[…] L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica […]».


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Ed ancora, a cavallo delle pagine 57-58 si legge: «[…] La grande sfida che abbiamo davanti a noi, fatta emergere dalle problematiche dello sviluppo in questo tempo di globalizzazione e resa ancor più esigente dalla crisi economico-finanziaria, è di mostrare, a livello sia di pensiero sia di comportamenti, che non solo i tradizionali principi dell’etica sociale, quali la trasparenza, l’onestà e la responsabilità non possono venire trascurati o attenuati, ma anche che nei rapporti mercantili il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica […]». A pagina 62 si fa riferimento all’internazionalizzazione ed alla globalizzazione dei mercati: «[…] Le attuali dinamiche economiche internazionali, caratterizzate da gravi distorsioni e disfunzioni, richiedono profondi cambiamenti anche nel modo di intendere l’impresa […]». Nella pagina successiva, invece, ecco il richiamo esplicito al concetto di CSR: «[…] Anche se le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità sociale dell’impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, e` un fatto che si va sempre più diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento […]». E in merito ai processi di globalizzazione ed alle relative opportunità-minacce che essi propongono, a pagina 69 si legge: «[…] adeguatamente concepiti e gestiti, offrono la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto; se mal gestiti, possono invece far crescere povertà e disuguaglianza, nonché contagiare con una crisi l’intero mondo. Bisogna correggerne le disfunzioni, anche gravi, che introducono nuove divisioni tra i popoli e dentro i popoli e fare in modo che la ridistribuzione della ricchezza non avvenga con una ridistribuzione della povertà o addirittura con una sua accentuazione, come una cattiva gestione della situazione attuale potrebbe farci temere […]». Concludendo, si può affermare che oggi – ancor più di ieri – in un preoccupante contesto di crisi economica amorfa, le aziende non possono evitare di assumere atteggiamenti ed approcci improntati ad una ricerca equilibrata in grado di contemperare le esigenze economico-finanziarie (profitto) con le istanze di natura sociale, ambientale, etiche (responsabilità sociale). È in gioco il futuro dell’intero ecosistema eco-socio-economico in cui le imprese, quali attori determinanti nel processo di produzione della ricchezza, dovrebbero incidere e contribuire ad orientare nella giusta direzione le dinamiche che ci proiettano nel


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mondo di domani che deve essere focalizzato sul benessere collettivo. Nessuno può più procrastinare il proprio impegno ed il proprio sforzo in virtù delle conseguenze devastanti che un atteggiamento irresponsabile potrebbe generare. Oltretutto, le aziende potrebbero giovarsi anche in termini economici dell’approccio socialmente responsabile. Infatti, alla luce del processo di maturazione degli stakeholders (soprattutto dei consumatori) in merito all’informazione, alla competenza, alla sensibilità e di conseguenza alla pretesa di comportamenti socialmente responsabili, l’azienda che segue i canoni di Social Economic Equity (che significa appunto il giusto mix tra valore economico, sociale ed ambientale), potrà aumentare il proprio valore reputazionale con evidenti vantaggi anche da un punto di vista prettamente economico-finanziario. In altre parole, si potrebbe creare quel circolo virtuoso particolarmente propizio per fronteggiare la crisi che stiamo vivendo in questo periodo.


CAPITOLO I CSR: EVOLUZIONE E PROSPETTIVE NAZIONALI ED INTERNAZIONALI

La Responsabilità Sociale d’Impresa (CSR) assume crescente autorevolezza per merito del nuovo modo di “fare impresa” volto ad una gestione particolarmente sostenibile delle attività. Questo consente di sostenere che le forme più solide e durature di sviluppo e competitività, sia imprenditoriali che territoriali, sono quelle che tengono in considerazione non soltanto gli aspetti economici, ma anche gli impatti cosiddetti “ESG”, quale esigenza da parte delle organizzazioni di giustificare ai vari portatori di interesse (es. risorse umane, clienti, Istituzioni, comunità, fornitori, ambiente, ONG) le performance ambientali (Environmental), sociali (Social) e di governo (Governance). Il primo approccio al tema della CSR, risale agli anni ’20, quando, negli Stati Uniti d’America, nacque il dibattito1 sulla necessità per i dirigenti di azienda di operare non solo nell’interesse degli azionisti (shareholder), ma anche di tutta una serie di interlocutori aziendali (stakeholder).

1. Il Consiglio Europeo di Lisbona e il libro Verde della Commissione Europea In Europa, il dibattito sul tema della CSR risulta più recente: l’argomento trova spazio nell’agenda politica europea, in occasione del Consiglio Europeo 1

Il dibattito venne abbandonato in seguito alla crisi degli anni ’30 e successivamente ripreso durante gli anni ’50, da studiosi come Howard Bowen, considerato il “padre” della Corporate Social Responsibility (CSR)1, Keith Davis e William Frederick, con l’intento di sviluppare una riflessione per restituire quella fiducia ai mercati, che era venuta meno in seguito alla Grande Depressione e ai due conflitti mondiali.


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CAPITOLO I

di Lisbona, nell’anno 2000. Uno dei fondamentali obiettivi strategici scaturiti dal Summit, e condivisi dai Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea, è quello di attivarsi per far sì che l’Europa divenga “l’area economica basata sulla conoscenza più dinamica e competitiva del mondo, capace di una crescita economica sostenibile, con maggiori opportunità di lavoro e più forte coesione sociale”. L’espressione “Responsabilità Sociale d’Impresa” non viene (ancora) espressa, ma si costata già la presenza di locuzioni basilari quali: “coesione sociale”, “crescita economica sostenibile”, “area economica basata sulla conoscenza” che contengono, in sé, gli elementi fondamentali della CSR. Bisogna attendere l’anno successivo, il 2001, quando l’Unione Europea pubblica il Libro Verde “Promuovere un quadro europeo per la Responsabilità Sociale: un contributo delle imprese allo sviluppo sostenibile”, nel quale, appunto, si fa espresso riferimento alla “Responsabilità Sociale d’Impresa”, e della quale viene fornita una prima, ed importante, definizione: “l’integrazione volontaria delle problematiche sociali ed ecologiche nelle operazioni commerciali e nei rapporti con tutte le parti interessate”2. Considerevole è che restano in gioco gli elementi costitutivi della CSR: l’accuratezza delle imprese agli aspetti socio-ambientali (non solo meramente economici), originati dal proprio business (operazioni commerciali) e la rilevanza di incorniciare tale cautela all’interno dei rapporti con gli stakeholder.

2. Alcune rilevanti iniziative internazionali e nazionali e contributi a livello accademico Con l’entrata del nuovo millennio, il campo della CSR si arricchisce di rilevanti iniziative: - Il Global Compact delle Nazioni Unite, network multi-stakeholder che aggrega governi, imprese, agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni sindacali e della società civile, il cui scopo è quello di promuovere la responsabilità sociale delle imprese, sostenere il business nella ricerca di soluzioni alle tante sfide della globalizzazione, costruire un’economia globale maggiormente inclusiva e sostenibile3. - Il Global Reporting Iniziative (GRI)4, istituito nel 1997, per merito della

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Employment social affaire European Commission, Promoting a European framework for corporate social responsibility, Green Paper, July 2001. 3 Si richiama al Global Compact si veda: www.unglobalcompact.org. 4 Il GRI pubblica, nel 2000, le prime Linee guida per la rendicontazione sociale.


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partnership tra CERES (Coalition for Environmentally Responsible Economies) e UNEP (United Nations Environment Programme). Si tratta di un network multi-stakeholder composto da imprese, ONG, associazioni di esperti contabili, organizzazioni imprenditoriali e altri stakeholder a livello internazionale attivi sulle tematiche inerenti alla Responsabilità Sociale d’Impresa. La finalità del GRI è quella di fornire, ampliare e promuovere linee guida per la redazione di Bilanci Sociali/di Sostenibilità, i quali descrivano e trasmettano con rettitudine gli impatti di natura economica, ambientale e sociale che le imprese o l’organizzazioni generano attraverso le proprie attività5. - L’OCSE, nel 2000, pubblica le “Linee Guida destinate alle imprese multinazionali”, uno dei principali strumenti internazionali connessi al tema della RSI, essi esplicitano e promuovono principi ispirati ai concetti di sviluppo sostenibile e gestione responsabile d’impresa6. - Per la realtà dell’Italia, si richiama all’iniziativa del GBS – Gruppo di Studio per il Bilancio Sociale - il quale ha predisposto uno standard per la rendicontazione che identifica i principi di redazione del bilancio sociale e i contenuti del documento7. A livello accademico, invece, un impulso allo sviluppo della CSR giunge, in particolar modo, da due apporti: - Edward Freeman8, nel 2004, re-interpreta il concetto di CSR, definita dall’economista come “Company Stakeholder Responsibility”. L’intento è, essenzialmente, quello di ampliare i concetti di “responsabilità” e “sostenibilità”, svezzarli dal mondo imprenditoriale, per annoverare ogni tipologia di organizzazione. Infatti, il termine “Company” fa riferimento a tutte le tipologie di organizzazioni, non soltanto a quelle produttive (Corporate). La nuova definizione di CSR mira a focalizzare la prospettiva sugli stakeholder: il termine “Social”, spesso fuorviante e non comprensivo, viene sostituito con quello di “Stakeholder”, ad indicare che il principale obiettivo della CSR è quello di valorizzare tutti gli stakeholder

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Si richiama al GRI si veda: www.globalreporting.org. Le Linee Guida dell’OCSE sono consultabili e scaricabili all’interno del sito del PCN Italia www.pcnitalia.it. 7 Si richiama al GBS si veda: www.gruppobilanciosociale.org. 8 Edward Freeman è considerato il ‘padre’ della “teoria degli stakeholder”. All’interno del saggio pubblicato nel 1984 “Strategic Management: A Stakeholder Approach”, Freeman definisce gli stakeholder come i soggetti senza il cui supporto l’impresa non è in grado di sopravvivere. 6


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di riferimento dell’organizzazione. Il termine “Responsibility”, invece, si mantiene invariato, a significare che non si può separare il business dall’etica. In definitiva, Freeman ritiene che un’organizzazione, per essere realmente responsabile, deve riuscire ad integrare tutte le aspettative dei diversi stakeholder che ruotano attorno ad essa. - Porter e Kramer9, asseriscono che la CSR, per essere davvero tale, deve necessariamente rappresentare una vera e propria leva strategica per la competitività delle organizzazioni; essi sostengono, altresì, la totale integrazione tra “strategia imprenditoriale” e “strategia sociale”. La CSR, dunque, non deve essere un valore aggiunto per l’azienda, slegata dal suo modello di business, bensì funzionale alla competitività dell’azienda sui mercati e all’interno dello scenario socio-economico. Porter e Kramer, affermano infine che “bisogna iniziare a pensare in termini di integrazione sociale d’impresa”. Tali contributi hanno il vantaggio di incoraggiare l’idea secondo la quale occorre ponderare un modello di “fare impresa”, fondato sull’integrazione tra sostenibilità e crescita, tra sviluppo e coesione. Tale collaborazione risulta particolarmente esplicata con l’espressione “People, Profit, Planet”, la quale sta ad indicare una profonda connessione tra l’aspetto economico (Profit), sociale (People) ed ambientale (Planet). Per merito dell’integrazione tra aspetti ESG (sostenibilità) ed economico-finanziari (crescita) si parla di Responsabilità d’Impresa o Corporate Responsibility (CR), anziché di Responsabilità Sociale d’Impresa.

3. L’evoluzione degli ultimi anni. Verso il futuro Nel corso dell’ultimo decennio, la Responsabilità d’Impresa ha rivestito una importanza sempre maggiore. Tra il 2010 e il 2011, sono nate molte iniziative inerenti alla CSR. Per citarne alcune: - Nella Conferenza Ministeriale, in occasione del 50° anniversario dell’OCSE, è stata adottata la versione aggiornata delle Linee Guida. La necessità di rinnovare le Linee Guida OCSE scaturisce a seguito dei

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In un saggio del 2007, Porter M. E., and Kramer M. R.(2006) “Strategy and Society: The Link Between Competitive Advantage and Corporate Social Responsibility”, Harvard Business Review, pp. 78-92.


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cambiamenti avvenuti nel panorama internazionale dopo il 2000: l’insorgere della crisi finanziaria ed economica, la perdita di fiducia nei mercati, i cambiamenti indotti dal fenomeno del climate change. - Il GRI e l’OCSE, a fine 2010, hanno firmato un accordo per supportare le organizzazioni nello sviluppo del loro business sostenibile. L’accordo, con valenza triennale, si pone l’obiettivo di migliorare la responsabilità sociale e la trasparenza gestionale delle imprese, attraverso gli strumenti promossi dalle due organizzazioni: 1. le Linee Guida OCSE per le multinazionali; 2. lo standard di rendicontazione sociale redatto dal GRI. In questi anni, si sta assistendo ad un’evoluzione nel campo della rendicontazione: un’importante prospettiva per il futuro della Responsabilità d’Impresa. Molteplici le iniziative avviate per migliorare il sistema di reporting e comunicazione della CSR, grazie alle quali si assiste ad un perfezionamento degli strumenti già esistenti, all’insorgere di riflessioni innovative legate al processo di rendicontazione, che influenzeranno non solo l’evoluzione dei temi legati all’accountability non finanziaria, ma anche l’intera modalità di gestione e di rendicontazione delle aziende: - la nuova generazione di linee guida: GRI – G4. Le linee guida del GRI sono in continua evoluzione, al fine di offrire il migliore standard di reporting per ogni tipologia di organizzazione. Lo sviluppo di nuove linee guida è certamente influenzato dalle esigenze in seno alle diverse tipologie di stakeholder. Quando nel 2006 è stato pubblicato lo standard G3, queste linee guida erano fortemente legate agli sviluppi nel campo dei diritti umani. Lo standard G4, invece, è legato alle crescenti richieste da parte degli investitori, della società civile e di altri stakeholder di ottenere una comunicazione più ampia e più dettagliata delle performance non finanziarie delle organizzazioni. In quest’ottica il GRI sta sviluppando un set di linee guida che aiutino le organizzazioni a redigere report relativi alle performance non finanziarie. Non solo, è previsto un aggiornamento continuo dei principi, come quelli integrati dal Global Compact e dalle Linee Guida OCSE. La bozza finale delle G4 verrà pubblicata nel 2013 e verrà sviluppata mediante un processo di concertazione e consultazione multistakeholder, alla base del network del GRI. - Il Report Integrato. La rendicontazione integrata costituisce un’importante prospettiva di sviluppo della CSR e rappresenta una forma innovativa di reporting che integra in un unico documento le performance finanziarie, economiche, ambientali, sociali e di governance di una organizzazione.


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I report integrati non rappresentano un ampliamento nel sistema di rendicontazione e reporting dell’organizzazione, ma sono una vera e propria opportunità, considerato che: 1. enfatizzano il legame fra performance finanziaria e non finanziaria, fornendo una visione comprensiva delle performance di un’organizzazione; 2. supportano le previsioni sui rischi e danno l’opportunità alle organizzazioni di minimizzare i rischi e di identificare nuove opportunità; 3. potenziano la strategia e la governance, prendendo decisioni più ponderate e includendo una valutazione dei fattori economici ed ESG delle imprese; 4 comunicano efficacemente il valore prodotto dall’organizzazione, in maniera completa, chiara, concisa e comparabile, considerando che l’integrazione di informazioni finanziarie e non finanziarie permette di misurare il valore della CSR. La rendicontazione integrata potrebbe, altresì, indurre l’azienda a concentrarsi sulla propria value chain, incoraggiando le organizzazioni a comunicare in modo chiaro quali sono le componenti della loro filiera (ad esempio le caratteristiche dei fornitori chiave) e ad adottare decisioni più sostenibili circa le strategie di investimento e lo sviluppo di relazioni. Le organizzazioni, infatti, sono consce che una chiara comunicazione delle performance finanziarie e non finanziarie è essenziale per rispondere adeguatamente alle opportunità e ai rischi presenti sul mercato e per conservare e accrescere il proprio valore. Ulteriore iniziativa di rilievo nel campo della CSR, è costituita dalla recente pubblicazione, a cura della Commissione Europea, della Comunicazione “Una strategia rinnovata dell’UE per la Responsabilità Sociale d’Impresa 2011-2014”; facente parte di un ampio “pacchetto” di misure volte a rafforzare l’idea di sviluppare un business europeo socialmente responsabile. All’interno della Comunicazione, la Commissione Europea individua un framework globale per la CSR10 invitando ciascuna impresa ad impegnarsi, entro il 2014, a considerare nello sviluppo della propria prassi alla CSR, almeno uno strumento tra: il Global Compact dell’ONU, le Linee guida OCSE, e lo standard ISO

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Serie di principi e linee guida di utilità internazionale per le imprese, composta da: Linee guida OCSE, i dieci principi del Global Compact, l’ILO Tri-partite Declaration of Principles Concerning Multinational Enterprises and Social Policy, i Principi Guida delle Nazioni Unite sul Business e i Diritti Umani e lo standard ISO 26000 sulla Responsabilità Sociale.


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26000. Quest’ultimo, nato da un processo di concertazione di diversi paesi e rappresentanti dei principali gruppi di stakeholder, è entrato a far parte delle norme tecniche italiane nei primi mesi del 2011 e fornisce alle organizzazioni uno standard applicabile alle pratiche di Responsabilità Sociale d’Impresa.11 La Comunicazione propone due interessanti novità nel campo della CSR: - una definizione aggiornata di CSR che tenga conto di tutti gli impatti delle imprese sulla società e comprenda le preoccupazioni sociali, ambientali, etiche e relative ai diritti umani, nelle proprie attività e nella strategia, in stretta collaborazione con i propri stakeholder. Una CSR, dunque, intesa come “la responsabilità delle imprese per gli impatti che hanno sulla società”. - Un piano d’azione per il periodo 2011-2014, contenente proposte concrete, al fine di guidare e coordinare le politiche sulla Responsabilità Sociale degli Stati Membri dell’UE e sostenere la Strategia Europa 2020, il cui obiettivo è quello di rilanciare il sistema economico, promuovendo una crescita: 1. intelligente, basata sul conoscenza ed innovazione; 2. sostenibile, ovvero in grado si sviluppare efficienza in termini di risorse e competitività; 3. solidale, con un alto tasso di occupazione e coesione sociale. Il modello di sviluppo, dunque, è ancorato saldamente al tema della CSR (sostenibilità, coesione sociale) e degli asset intangibili, quali: il capitale umano (conoscenza) e organizzativo (innovazione).

11 Tra gli elementi più significativi dello standard ISO 26000 vi è la nuova definizione di CSR, intesa come “l’assunzione di responsabilità da parte di un’organizzazione per le conseguenze delle sue decisioni e delle sue attività sulla società e sull’ambiente, attraverso un comportamento etico e trasparente”.


CAPITOLO II LA RESPONSABILITÀ SOCIALE E IL QUADRO NORMATIVO

1. La Responsabilità sociale d’impresa tra legislazione e autoregolamentazione Il concetto di Responsabilità Sociale delle imprese - o CSR, Corporate Social Responsibility – esprime essenzialmente la scelta delle imprese di contribuire di propria iniziativa al miglioramento della società ed alla salvaguardia dell’ambiente. Nel momento in cui l’Unione Europea si sforza di identificare valori comuni adottando una Carta dei diritti fondamentali, un numero sempre maggiore di imprese riconosce in modo sempre più chiaro la propria responsabilità e la considera come una delle componenti della propria identità. Tale responsabilità si esprime nei confronti dei dipendenti e, più in generale, di tutte le parti interessate all’attività dell’impresa ma che possono a loro volta influire sulla sua riuscita. Tale evoluzione è il riflesso di ciò che si aspettano in modo sempre più deciso i cittadini e le parti interessate ad una trasformazione del ruolo delle imprese nella nuova società in trasformazione. Tale visione concorda con il messaggio fondamentale della strategia di sviluppo sostenibile adottata dal Consiglio europeo di Göteborg, nel giugno 2001, secondo la quale nel lungo termine la crescita economica, la coesione sociale e la tutela dell’ambiente vanno di pari passo. Numerosi fattori alimentano tale evoluzione verso una responsabilità sociale delle imprese: le nuove preoccupazioni e attese dei cittadini, dei consumatori, delle pubbliche autorità e degli investitori in vista della mondializzazione e delle trasformazioni industriali di grande portata, criteri sociali che influiscono sempre più sulle decisioni di investimento degli individui o delle istituzioni, sia in quanto consumatori che in quanto investitori, le inquietudini crescenti suscitate dal deterioramento dell’ambiente provocato dall’attività economica, la traspa-


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CAPITOLO II

renza arrecata dai mezzi di comunicazione e dalle tecnologie odierne dell’informazione e della comunicazione nell’attività delle imprese. Essendo esse stesse confrontate, nel quadro della mondializzazione, e in particolare del mercato interno, alle sfide poste da un ambiente in trasformazione, le imprese sono sempre più consapevoli del fatto che la responsabilità sociale può rivestire un valore economico diretto. Anche se la loro responsabilità principale è quella di generare profitti, le imprese possono al tempo stesso contribuire ad obiettivi sociali ed alla tutela dell’ambiente, integrando la responsabilità sociale come investimento strategico nel quadro della propria strategia commerciale, nei loro strumenti di gestione e nelle loro operazioni. Quando la responsabilità sociale dell’impresa costituisce un processo di gestione dei suoi rapporti con tutta una serie di parti interessate che possono realmente influire sul suo libero funzionamento, gli argomenti commerciali sono chiari. Di conseguenza la responsabilità sociale dell’impresa, così come la gestione della qualità, deve essere considerata come un investimento e non come un costo. Le imprese possono quindi adottare un approccio che integra gli aspetti finanziari, commerciali e sociali, elaborando in tal modo una strategia di lungo periodo che minimizza i rischi collegati alle incertezze. Le imprese gestiscono la loro responsabilità e i loro rapporti con le varie parti interessate in modo diverso a seconda delle specificità settoriali e culturali. All’inizio, esse tendono ad adottare una dichiarazione di principi, un codice di condotta o un manifesto che enuncia i loro obiettivi, i loro valori fondamentali e le loro responsabilità nei confronti delle parti interessate. Tali valori devono successivamente tradursi in azioni all’interno dell’impresa, nelle sue strategie e nelle decisioni quotidiane. A tal fine, le imprese devono ad esempio aggiungere una dimensione sociale o ecologica ai loro programmi e bilanci, valutare le prestazioni in questi settori, creare “comitati consultivi solidali”, realizzare audit sociali e ambientali e instaurare programmi di formazione continua. Dal momento che i temi della responsabilità sociale divengono sempre più parte integrante della pianificazione strategica delle imprese e delle loro operazioni quotidiane, i dirigenti e i dipendenti devono basare le loro decisioni professionali su criteri diversi da quelli che sono stati tradizionalmente formati a prendere in considerazione. I modelli tradizionali di comportamento organizzativo, di gestione strategica e anche di etica dell’impresa non preparano sempre alla gestione della società in questo nuovo ambiente. Di fronte alla necessità di incorporare la responsabilità sociale delle imprese alla formazione dei dirigenti e dei dipendenti, e a quella di prevedere le qualifi-


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che di cui avranno bisogno in futuro, i corsi o i moduli sull’etica d’impresa si generalizzano nelle preparazioni ai diplomi commerciali. La responsabilità sociale delle imprese ha, in realtà, implicazioni di grande rilievo per tutti gli attori della vita economica e sociale e per i pubblici poteri, che dovrebbero tenerne conto nelle loro attività. Numerosi Stati membri ne hanno riconosciuto l’importanza e hanno adottato misure attive per promuoverla. In linea di massima, l’adozione di una politica di responsabilità sociale è una decisione che spetta alle stesse imprese, che nasce dinamicamente dalla loro interazione con le parti interessate. Tuttavia, dal momento che sembra che la responsabilità sociale delle imprese vada a beneficio della società contribuendo al rafforzamento dello sviluppo durevole, spetta ai poteri pubblici incoraggiare l’adozione da parte delle imprese di pratiche responsabili sul piano sociale e ambientale. La necessità di un’azione pubblica finalizzata alla promozione dei risultati ottenuti grazie alla responsabilità sociale delle imprese deriva, in parte, anche dalla gestione inadeguata della globalizzazione su scala mondiale e nazionale. Nella sua comunicazione “verso un partenariato mondiale per lo sviluppo durevole”, la Commissione Europea ha messo in evidenza i potenziali risultati negativi di una globalizzazione non controllata. Le azioni pubbliche in materia di CSR possono aiutare a gestire positivamente il fenomeno della globalizzazione, promuovendo nelle imprese le buone pratiche a completamento dell’impegno pubblico a favore di uno sviluppo durevole. L’azione comunitaria nel campo della responsabilità sociale deve basarsi sui principi fondamentali fissati nel quadro di accordi internazionali e deve uniformarsi interamente al principio della sussidiarietà. Lo sviluppo della CSR dovrebbe essere guidato dalle imprese stesse. Le autorità pubbliche dovrebbero svolgere un ruolo di sostegno attraverso una combinazione intelligente di misure politiche volontarie e, ove necessario, di regolamentazione complementare, per esempio per promuovere la trasparenza, creare incentivi di mercato per il comportamento responsabile delle imprese e garantire la rendicontabilità aziendale. Le imprese devono avere la flessibilità per innovarsi e sviluppare un approccio nei confronti della CSR che sia adeguato alla loro situazione. Molte imprese, tuttavia, apprezzano l’esistenza di principi e orientamenti sostenuti dalle autorità pubbliche, per disporre di un parametro su cui misurare le proprie politiche e prestazioni, nonché promuovere una maggiore parità di condizioni. I sindacati e le organizzazioni della società civile identificano i problemi, fanno pressione per ottenere miglioramenti e possono lavorare in modo costruttivo con le imprese per trovare connesse le soluzioni necessarie.


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I consumatori e gli investitori si trovano nella posizione di poter aumentare il “premio di mercato” per le imprese socialmente responsabili attraverso le decisioni d’acquisto di investimento che adottano. I media possono sensibilizzare sia sugli effetti positivi che su quelli negativi delle imprese. Le autorità pubbliche e questi altri soggetti interessati dovrebbero far prova di responsabilità sociale, anche nelle loro relazioni con le imprese. Alle imprese spetta l’iniziativa di uno sforzo di adeguamento importante, con l’adozione di forme appropriate di autoregolamentazione, in grado di dimostrare quanto il contenuto sociale della loro attività sia trasparente e concreto. Le istituzioni, dal canto loro, hanno il dovere di offrire al mondo della produzione e del consumo una normativa adeguata e garanzie attendibili. È un percorso lungo ed accidentato, irto di difficoltà legate in prima istanza alla delicatezza del discorso etico in sé, così ricco di possibili interpretazioni e approcci diversi, poi alla nota laboriosità delle “trattative” internazionali, che dovrebbero portare alla definizione comunemente condivisa dei principi generali, dei requisiti e degli indicatori, in base ai quali valutare la conformità o meno delle imprese al concetto di responsabilità sociale. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL o ILO, in inglese), l’OCSE, l’ONU hanno lavorato a lungo per arrivare alla formulazione di principi e raccomandazioni, dichiarazioni e convenzioni: in base ad esse ci sentiamo oggi di aver almeno ben compreso le esigenze che stanno alla base della domanda di responsabilità sociale delle imprese. Il CEP (Council of Economic Priorities) nato nel 1969 con l’adesione internazionale di molti enti non governativi, imprese e sindacati, con lo scopo di promuovere l’etica nella produzione e nello scambio a livello mondiale, ha emesso nel 1997 il primo standard (ma sarebbe più appropriato chiamarlo “sistema di gestione”) in fatto di responsabilità sociale, la cosiddetta SA8000, ed ha creato appositamente il CEPAA (oggi SAI o Social Accountability International), un’agenzia di accreditamento dei certificatori, per seguirne lo sviluppo. Da allora, l’attualità del tema si è mantenuta a livelli elevatissimi ed abbiamo potuto assistere alla proliferazione di conferenze, iniziative, accordi ma soprattutto alla crescente domanda da parte del mondo imprenditoriale di attestazione della responsabilità sociale. Le forme che essa assume sono le più svariate, non soltanto in conseguenza dei molti volti della CSR, ma anche delle stesse esigenze interne delle imprese, che talvolta scelgono di limitare l’ambito di riferimento (al solo lavoro minorile, alla sola salute e sicurezza sul lavoro, alla discriminazione) per non doversi accingere alla ristrutturazione complessiva del loro sistema produttivo. Sono nati così gli oltre 8.000 codici di condotta diversi, ispirati tutti più o meno al concetto di responsabilità sociale nella sua accezione più estensiva.


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Molte aziende hanno scelto, invece, la via dell’impegno sociale diretto in un settore specifico, promuovendo iniziative di solidarietà, promozione culturale, risanamento ambientale: normalmente questo impegno trova spazio nella pubblicazione del cosiddetto “Bilancio Sociale”. Sono ancora pochissime le imprese che hanno scelto la via della responsabilità sociale “certificata” attraverso l’attestazione di conformità alla norma SA8000 (che si avvicina al concetto ispiratore della certificazione di qualità o di conformità ai sistemi di gestione ambientale, oggi ben noti nel mondo della produzione). Per le imprese che cercano un approccio formale alla CSR, una guida autorevole è fornita dai principi e dagli orientamenti riconosciuti a livello internazionale, ed in particolare: - l’evoluzione dei Principi direttivi dell’OCSE destinati alle imprese multinazionali, - i dieci principi del Global Compact delle Nazioni Unite, - la norma di orientamento sulla responsabilità sociale ISO 26000, - la Dichiarazione tripartita dell’OIL sulle imprese multinazionali e la politica sociale - i Principi guida su imprese e diritti umani delle Nazioni Unite. Questo nucleo di principi e orientamenti riconosciuti a livello internazionale rappresenta un quadro globale per la CSR soggetto ad evolversi e che è stato recentemente potenziato.

2. Il Contesto Internazionale Da qualche anno si dibatte vivacemente sul concetto di responsabilità sociale ed i suoi risvolti, lamentando ora l’interpretazione riduttiva dei principi ad essa sottesi, ora la scarsa e disomogenea definizione dei criteri di valutazione, ora l’applicazione superficiale della norma, attraverso procedure di ispezione e verifica che non sembrano soddisfare appieno tutti gli stakeholders, gli attori sociali coinvolti. A livello internazionale, l’approccio alla responsabilità sociale delle imprese avviene attraverso un ampio quadro di iniziative realizzate dalle organizzazioni internazionali, quali Global Compact delle Nazioni Unite (2000), la Dichiarazione tripartita dell’OIL sulle imprese multinazionali e la politica sociale (1997/2000) o i Principi direttivi dell’OCSE destinati alle imprese multinazionali (2000) che costituiscono l’insieme più esauriente di norme approvate su scala internazionale riguardo alle attività di questo tipo d’impresa. Anche se queste iniziative non sono giuridicamente vincolanti, esse sono sostenute, nel caso dei Principi direttivi dell’OCSE, dalla volontà dei governi


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aderenti di promuovere l’effettiva osservanza di tali principi da parte delle imprese. Il rispetto del nucleo essenziale delle norme dell’OIL (libertà d’associazione, abolizione del lavoro forzato, non-discriminazione ed eliminazione del lavoro infantile) costituisce un aspetto essenziale della responsabilità sociale delle imprese. I Principi direttivi dell’OCSE comprendono inoltre un meccanismo di attuazione che coinvolge i governi e le parti sociali nell’ambito di punti di contatto nazionali. Inoltre, il loro contenuto comprende vari aspetti della responsabilità sociale delle imprese, vale a dire il lavoro infantile e il lavoro forzato, i rapporti sociali, la tutela dell’ambiente, la protezione dei consumatori, la trasparenza e la pubblicazione delle informazioni, la lotta contro la corruzione, il trasferimento di tecnologie, la concorrenza e la fiscalità. In base a questi principi e orientamenti, la CSR copre almeno le prassi in materia di diritti umani, lavoro e occupazione (quali formazione, diversità, parità di genere nonché salute e benessere dei lavoratori), le questioni ambientali (per esempio la biodiversità, i cambiamenti climatici, l’efficacia delle risorse, l’analisi del ciclo di vita e la prevenzione dell’inquinamento) nonché la lotta alla corruzione. Anche il coinvolgimento e lo sviluppo delle collettività, l’integrazione delle persone disabili e gli interessi dei consumatori, compresa la privacy, rientrano nel programma della CSR. La promozione della responsabilità sociale e ambientale attraverso la catena di approvvigionamento e la divulgazione di informazioni non finanziarie sono riconosciute come importanti questioni trasversali. Il punto di partenza dovrebbe consistere nell’applicare, a livello mondiale e non solo europeo, i principi della responsabilità sociale al di là degli obblighi che la legge impone alle imprese e che queste sono tenute a rispettare. Un simile approccio dovrebbe inoltre prevedere la consultazione delle parti interessate locali. Dal 2001 ad oggi, sono intervenuti nei diversi Paesi, per iniziativa degli stessi governi nonché per opera di numerose organizzazioni internazionale, sviluppi significativi al concetto di Responsabilità sociale. Da un punto di vista cronologico una prima, rilevante innovazione intervenuta nello stesso 2001 ha riguardato l’approvazione, da parte dell’Assemblea Nazionale francese, delle Nouvelles régulations économiques (Ner), un corpus organico di norme intese a riformare il diritto commerciale e societario francese. All’interno delle Ner e nell’ambito dei successivi decreti attuativi ed interpretativi ad esse collegati sono contenute, per la prima volta a livello giuridico e normativo, alcune specifiche indicazioni in materia di responsabilità sociale delle imprese. Vanno in questo senso interpretate, le prescrizioni contenute nell’articolo 116 della Legge n. 2001 - 420 del 15 maggio 2001, così come modificate dall’articolo


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L225-102-1 del Codice di Commercio francese, mediante le quali il legislatore rende obbligatoria, per le società quotate in borsa, sia sul primo che sul secondo mercato (quello riservato a PMI), l’inserimento all’interno della relazione annuale sul bilancio, predisposta dal Consiglio di Amministrazione o dal Comitato Esecutivo, di specifiche informazioni sul modo in cui l’azienda ha tenuto in considerazione le conseguenze sociali ed ambientali delle proprie attività. Un successivo regolamento attuativo, adottato il 20 febbraio 2002, specifica i contenuti di rendicontazione in materia sociale ed ambientale che devono essere riportati nella suddetta relazione. Una seconda importante novità legislativa è stata l’approvazione nel 2002 del Sarbanes-Oxley Act (SOX) da parte del Congresso degli Stati Uniti, effettuata in modo eccezionalmente rapido a seguito dei noti scandali finanziari avvenuti negli anni 2000 e 2001. Si tratta d’un complesso di norme che ha inteso disciplinare in modo più stringente l’operato delle imprese, degli amministratori e di coloro che pur avendo grande influenza nella gestione finanziaria delle società statunitensi non dovevano in precedenza rendere conto del modo in cui la esercitavano. Aspetto di grande rilievo, inoltre, è rappresentato dall’importanza dei codici di condotta adottati dalle imprese (Sezione 406: Code of Ethics for Senior Financial Officers): la loro redazione è volontaria, ma una volta adottati essi devono essere messi a conoscenza del pubblico e così anche ogni successiva modifica. Il loro mancato rispetto può essere oggetto di sanzioni. La Sox disciplina molteplici aspetti dell’organizzazione delle imprese, delle regole interne di governo, del regime dei controlli e di trasparenza ai quali esse devono sottostare, allo scopo di assicurare ai mercati borsistici, agli investitori ed ai risparmiatori sia una maggiore affidabilità, che una maggiore trasparenza (intendasi comprensibilità) dei bilanci e di tutti i rapporti finanziari emessi dalle società soggette alla normativa. Va aggiunto a questo proposito che la Sox inasprisce significativamente le pene e le sanzioni pre-esistenti a fronte di comportamenti non in linea con quanto da essa prescritto, in modo particolare per quanto riguarda la falsificazione delle comunicazioni al pubblico, la violazione delle norme anti-frode e di altre più specifiche legge federali (Sezioni 801 e 901). Un terzo significativo contributo in materia di responsabilità delle imprese è rappresentato dalla dichiarazione adottata nell’agosto del 2003 dalla Sub-commissione per la Promozione e Protezione dei Diritti Umani della Commissione sui Diritti Umani delle Nazioni Unite, dal titolo “Norms on the Responsibilities of Transnational Corporations and Other Business Enterprises with Regard To Human Rights”.


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Le Norms appena richiamate si basano sulla considerazione che sia le società multinazionali o transnazionali sia, più in generale, tutte le imprese, hanno la possibilità di incidere in modo positivo sul benessere, sullo sviluppo economico e tecnologico e sulla ricchezza delle persone e degli stati, ma hanno anche la capacità di determinare una serie di impatti negativi sul versante dei diritti umani, sulle vite degli individui, sull’autonomia dei governi e sull’ambiente. Le Norms evidenziano una serie di questioni connesse alla CSR, che vanno dal rispetto dei diritti dei lavoratori, a quello inerente la sicurezza delle persone, al diritto di godere di pari opportunità e pari trattamento, al rispetto della sovranità nazionale, agli obblighi in materia di tutela dei consumatori e di protezione ambientale. Pur essendo un documento dalla portata fortemente innovativa o, probabilmente, proprio a causa dell’impatto potenzialmente dirompente di queste norme, la dichiarazione adottata dalla Sub-commissione per la Promozione e la Protezione dei Diritti Umani ha conosciuto fin dai primi mesi successivi alla sua approvazione un destino travagliato; infatti, la Commissione sui Diritti Umani dell’ONU nell’aprile 2004 disconosceva il valore legale delle Norms ordinando alla Sub-commissione di astenersi in futuro da ogni attività di monitoraggio sull’effettiva implementazione delle Norms. Procedendo cronologicamente, un quarto importante intervento normativo ha riguardato, nell’ottobre del 2006, l’approvazione da parte del Parlamento inglese del Companies Act che consta di 1.300 sezioni ed affronta una molteplicità di temi tra i quali alcuni articoli specifici sono di rilevante interesse per la responsabilità sociale delle imprese. Nella sezione 172, ad esempio, si afferma per la prima volta a livello normativo che l’interesse dei dipendenti, dei fornitori e dei clienti, della comunità e dell’ambiente, richiede una esplicita considerazione nell’ambito della complessiva attività manageriale ed inoltre si sottolinea indirettamente il collegamento esistente tra comportamento responsabile, interesse dell’impresa nella sua complessità e successo economico di lungo periodo. In altri termini, la novità sostanziale introdotta dalla sezione 172 del Companies Act del 2006 consiste nel fatto che vengano per la prima volta esplicitati non solo i generali doveri dei dirigenti, quanto anche talune specifiche modalità di espletamento degli stessi, la cui mancata osservanza può condurre a sanzioni civili e penali a carico dei soggetti inadempienti. Altra novità nell’ottica della responsabilità sociale delle imprese è la sezione 417, la quale disciplina gli obblighi di rendicontazione in capo alle società britanniche. La nuova normativa richiede che il bilancio di esercizio sia accompa-


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gnato da una dettagliata relazione degli amministratori (la cosiddetta director’s business review) il cui contenuto per le società quotate, deve includere anche informazioni relative: - alle questioni ambientali; - ai dipendenti dell’impresa; - alle problematiche sociali delle comunità presso le quali opera l’azienda. Inoltre nella stessa sezione 417 si stabilisce che al fine di consentire una migliore comprensione dello sviluppo, delle prestazioni o del posizionamento dell’impresa, la business review debba essere corredata degli opportuni indicatori di prestazione (key performance indicators) sia con riferimento alle questioni di impatto ambientale, che a quelle relative ai dipendenti. Tale norma peraltro si applica alle sole società di grandi dimensioni e non alle piccole e medie imprese quotate. Per concludere questa breve disamina delle principali iniziative, atti normativi e dichiarazioni internazionali, va notato che il 20 dicembre 2006 la Commissione Occupazione ed Affari Sociali del Parlamento europeo ha sottoposto al Parlamento stesso una proposta di risoluzione sulla responsabilità sociale delle imprese, discussa ed approvata da quest’ultimo il 13 marzo 2007. Con la risoluzione del marzo 2007 il Parlamento europeo interviene in prima persona sul tema della CSR, propone all’attenzione della Commissione Europea numerosi aspetti critici, e formula alcune osservazioni riguardanti le precedenti iniziative in materia di responsabilità sociale delle imprese adottate dalla predetta Commissione. In modo particolare, la risoluzione del 2007 comprende un ampio preambolo, nel corso del quale il Parlamento si sofferma in modo articolato sulle principali iniziative, norme, trattati, direttive e convenzioni comunitarie ed internazionali, sia di natura pubblica che privata, in materia di responsabilità sociale delle imprese, diritti umani, tutela dell’ambiente, emanate nell’arco di una sessantina d’anni. Seguono 69 articoli specificamente dedicati ad intervenire direttamente nel dibattito in corso sulla CSR. Tra questi ne citiamo solo alcuni: ad esempio, l’art. 1 all’interno del quale il Parlamento ribadisce che il potenziamento delle responsabilità sociale e ambientale delle imprese collegato al principio di responsabilità imprenditoriale rappresenti un elemento essenziale del modello sociale europeo e della strategia europea per lo sviluppo sostenibile al fine di rispondere alle sfide sociali della globalizzazione economica. Occorre, infine, sottolineare alcuni elementi di convergenza del nuovo quadro in materia di CSR facendo riferimento alle leggi, ai decreti attuativi, alle dichiarazioni e alle risoluzioni menzionati.


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Il primo elemento di convergenza riguarda le dichiarazioni relative ai diritti inalienabili dell’uomo e dei lavoratori (dichiarazione sui Diritti dell’uomo delle Nazioni Unite del 1948, numerose convenzioni, trattati e rapporti di organizzazioni internazionali, ad esempio la già citata Dichiarazione tripartita dell’ILO del 2001). Il secondo elemento di convergenza riguarda il tentativo di istituzionalizzare la CSR nell’ambito delle disposizioni e strutture atte al governo dell’impresa. Tale collegamento emerge con particolare evidenza nelle due leggi di riforma del diritto societario, le Ner francesi e il Companies Act britannico; anche la Risoluzione 2007 del Parlamento europeo appare procedere nella stessa direzione. Un terzo elemento concerne il passaggio da una autoregolamentazione volontaria dei comportamenti dell’impresa nell’ambito della CSR, ad una loro estensiva regolazione per legge. L’insieme dei documenti su citati punta ad introdurre alcuni elementi di carattere alquanto più vincolante – anche sotto forma di autoregolazione - rispetto a quanto generalmente avvenuto in passato, facendo in particolare richiamo all’evoluzione in corso del diritto internazionale. Un quarto aspetto di convergenza riguarda quello che viene inteso come responsabilità del produttore recepito come ciò che questo realizza e commercializza, lungo l’intera estensione delle catene di produzione del valore e non solo dell’impresa o società capo-gruppo. Un quinto elemento di connessione è rappresentato da una maggiore attenzione, dedicata ai temi della sostenibilità ambientale e della responsabilità delle imprese con riferimento a politiche che siano non solo socialmente e finanziariamente responsabili, ma anche sostenibili sotto il profilo ecologico.

3. Le Linee-Guida OCSE applicate alle PMI Le Linee Guida dell’OCSE destinate alle imprese multinazionali costituiscono parte integrante della Dichiarazione OCSE sugli investimenti internazionali e le imprese multinazionali. Esse enunciano principi e norme volontari per un comportamento responsabile delle attività imprenditoriali, in conformità alle vigenti disposizioni legislative e alle norme riconosciute a livello internazionale. L’intento dei governi dei Paesi aderenti alle Linee Guida è quello di stimolare il contributo positivo che le imprese multinazionali possono apportare al progresso economico, ambientale e sociale della comunità. Ed invero le Linee Guida sono raccomandazioni che i Governi aderenti congiuntamente rivolgono alle imprese multinazionali perciò il rispetto delle stesse da parte delle imprese è volontario e non obbligatorio.


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L’osservanza delle leggi nazionali costituisce sempre il primo obbligo per le imprese, le Linee Guida non si sostuiscono alle leggi e ai regolamenti nazionali né dovrebbero essere considerate prevalenti rispetto ad essi tuttavia, in caso di contrasto tra norme nazionali e principi delle Linee Guida le imprese devono trovare il modo di rispettare il più possibile quest’ultime. A tal fine le imprese dovrebbero: 1. contribuire al progresso economico sociale e ambientale per realizzare uno sviluppo sostenibile; 2. rispettare i diritti umani internazionalmente riconosciuti. Tra i diritti fondamentali dell’essere umano si annoverano il diritto alla libertà individuale, il diritto all’uguaglianza, il diritto alla vita, il diritto all’autodeterminazione, il diritto a un giusto processo, il diritto ad un’esistenza dignitosa, il diritto alla libertà religiosa ecc.; 3. incoraggiare lo sviluppo delle competenze locali; 4. incoraggiare la formazione di capitale umano, creando opportunità di occupazione e favorendo le opportunità di formazione dei dipendenti; 5. astenersi dall’adozione di misure discriminatorie o disciplinari dei lavoratori; 6. sostenere e far osservare i principi di buon governo societario; 7. elaborare ed applicare pratiche di autoregolamentazione e sistemi di amministrazione efficaci che promuovano un rapporto di fiducia tra le imprese e il contesto sociale in cui operano; 8. contrastare l’impatto negativo sulle materie trattate dalle Linee Guida e incoraggiare i propri partners commerciali ad applicare principi di comportamento imprenditoriale responsabile conformi alle Linee Guida; 9. astenersi da qualsiasi indebita ingerenza dalle attività politiche locali; 10. prendere parte o dare sostegno alle iniziative private o multi-stakeholders e al dialogo sul tema della gestione responsabile aziendale; 11. applicare la Due Diligence ossia quel processo che permette alle imprese di identificare, prevenire e mitigare il proprio impatto negativo, effettivo e potenziale e di rendere conto del modo in cui affrontano il problema; la Due Diligence può essere integrata in sistemi più ampi di gestione del rischio di impresa purché comprenda i rischi di impatto negativo trattati nelle Linee Guida. Le Linee Guida OCSE rappresentano un valido strumento per la gestione della CSR non solo in contesti di grandi dimensioni ma anche in contesti di modeste dimensioni. Il potere esercitato dalle piccole e medie imprese, non può essere considerato alla stregua di quello esercitato dalle imprese di grandi dimensioni, se non me-


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diante un restringimento dell’ambito territoriale di riferimento, sulla base delle diverse realtà aziendali: - di tipo multi-nazionale, con specifico riferimento alla singola nazione in cui sono localizzate le sussidiarie, nel caso di imprese multinazionali; - di tipo locale (o al più nazionale) nel caso di imprese di modesta dimensione. Appare dunque evidente come il ruolo sociale assunto dalle PMI nell’ambito territoriale locale può essere paragonato a quello assunto dalle singole sussidiarie nei paesi in cui sono localizzate. Per analizzare le modalità con cui le piccole e medie imprese sviluppano la Responsabilità Sociale in impresa, seppur non in una veste esplicitamente riconosciuta come tale, appare opportuno verificare le modalità con cui agiscono in ciascuna delle aree in cui esse operano. L’elevato radicamento territoriale delle piccole e medie imprese e il loro sentirsi veri e propri cittadini, le spinge ad assumere la volontà di contribuire ad un progresso sostenibile della società dando così un contributo diretto al progresso economico, sociale e ambientale per realizzare uno sviluppo sostenibile. Ciò significa fare della sostenibilità uno dei valori principali su cui si basa la mission aziendale e che conduce le piccole e medie imprese ad assumere nel territorio un ruolo di attori - economici e sociali – capaci di mettersi al servizio di questo, come: - modello di gestione aziendale responsabile, che contribuisce direttamente al progresso economico dell’area; - come vero e proprio cittadino che genera valore per il territorio non soltanto di tipo economico, ma anche di tipo sociale ed ambientale, ponendosi direttamente a supporto della comunità locale e della collettività in generale (anche attraverso la creazione di valore per i dipendenti e per le famiglie di questi); - modello di innovazione a sostegno della tutela ambientale e per la creazione di valore sociale (Ecosostenibilità e tutela ambientale); Attenzione alla disabilità – Creazione di Valore Sociale assumendo “l’uomo come centro”; Attenzione non solo al profitto ma anche alla dimensione umana e sociale. Quanto detto assume particolare valore alla luce del rapporto biunivoco che esiste tra l’impresa e il territorio, sulla base del quale l’impresa agendo direttamente nell’area, se da un lato drena risorse per svolgere la propria attività, dall’altro le restituisce sottoforma di valore aggiunto e benessere sociale (impresa come attore economico e sociale).


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Di contro, il territorio deve essere in grado di assicurare alle imprese le condizioni adatte a poter assolvere al loro ruolo di attori economici e sociali, e di gestire gli effetti negativi che potrebbero insorgere da tali attività.

4. Il Libro Verde e le Linee-Guida della Commissione Europea 4.1 Il Libro Verde Il Libro verde “Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese” è stato presentato dalla Commissione Europea nel luglio 2001. Tale documento definiva la responsabilità sociale delle imprese come “l’integrazione su base volontaria dei problemi sociali ed ambientali delle imprese nelle loro attività commerciali e nelle loro relazioni con le altre parti” in quanto imprese e società sanno che un comportamento responsabile è la premessa di un successo commerciale durevole. Un numero sempre maggiore di imprese europee promuove strategie di responsabilità sociale in risposta ad una serie di pressioni sociali, ambientali ed economiche. Lo scopo è di inviare un segnale alle varie parti interessate con le quali hanno rapporti: lavoratori dipendenti, azionisti, investitori, consumatori, poteri pubblici e ONG. Le imprese si sforzano di elevare le norme collegate allo sviluppo sociale, alla tutela dell’ambiente e al rispetto dei diritti fondamentali, adottando un sistema di governo aperto, in grado di conciliare gli interessi delle varie parti interessate nell’ambito di un approccio globale della qualità e dello sviluppo sostenibile. In questo modo, le imprese investono nel loro avvenire e sperano che il loro impegno volontario contribuirà ad aumentare la loro redditività. Nel marzo 2000, il Consiglio europeo di Lisbona ha fatto appello più in particolare al senso di responsabilità delle imprese nel settore sociale per quanto riguarda le buone prassi collegate all’istruzione e alla formazione lungo tutto l’arco della vita, all’organizzazione del lavoro, all’uguaglianza delle opportunità, all’inserimento sociale e allo sviluppo durevole. Il Libro Verde individua nella Responsabilità sociale delle imprese un duplice dimensione: Interna ed Esterna. Circa la Dimensione Interna Esso evidenzia come nell’ambito dell’impresa, le prassi socialmente responsabili hanno riflessi in primo luogo sui dipendenti e riguardano ad esempio gli investimenti nel capitale umano, nella salute e nella sicurezza e nella gestione


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del cambio, mentre le prassi ecologiche responsabili riguardano soprattutto la gestione delle risorse naturali utilizzate nella produzione. Le prassi responsabili - in particolare non discriminatorie - di reclutamento dovrebbero facilitare l’assunzione di persone provenienti da minoranze etniche, anziani, donne, disoccupati di lunga durata e persone sfavorite sul mercato del lavoro. Tali prassi sono essenziali per raggiungere gli obiettivi della strategia della lotta per l’occupazione, vale a dire ridurre la disoccupazione, aumentare i tassi d’occupazione e lottare contro l’esclusione sociale. Per quanto riguarda l’istruzione e la formazione lungo tutto l’arco della vita, le imprese hanno un ruolo essenziale da svolgere, a più livelli: - aiutando a meglio definire i bisogni di formazione grazie ad una stretta partnership con i responsabili locali che elaborano i programmi d’istruzione e di formazione, facilitando il passaggio dei giovani dalla scuola al mondo del lavoro attraverso, ad esempio, posti di apprendista; - valorizzando la formazione, in particolare grazie alla convalida dell’esperienza precedente e instaurando un ambiente propizio all’istruzione e alla formazione lungo tutto l’arco della vita, più in particolare dei lavoratori meno istruiti, meno qualificati e più anziani. Inoltre il Libro Verde evidenzia che se tradizionalmente i temi della salute e della sicurezza nel lavoro sono stati prevalentemente affrontati attraverso misure legislative e coercitive, le imprese, i governi e le organizzazioni professionali si interessano sempre più a forme complementari di promozione della salute e della sicurezza, facendo di questo elemento un criterio di selezione per l’acquisto di prodotti e servizi presso altre imprese e un elemento di marketing per la vendita dei propri prodotti e servizi. Queste misure volontarie possono essere considerate come integrazione delle attività legislative e di controllo delle autorità pubbliche, poiché anche questi strumenti tendono a sviluppare una cultura della prevenzione, in altre parole un migliore livello di sicurezza e di protezione della salute sul luogo di lavoro. Circa la Dimensione Esterna Il Libro Verde evidenzia innanzitutto come una riduzione del consumo delle risorse o delle emissioni inquinanti e dei rifiuti può comportare una diminuzione delle ripercussioni sull’ambiente. Tale strategia può recare vantaggi all’impresa riducendo la sua fattura energetica e le spese di eliminazione dei rifiuti e abbassando le spese di materie prime e di misure contro l’inquinamento. Alcune imprese hanno osservato che un minore sfruttamento delle risorse può portare ad un aumento della redditività e della competitività.


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Con gli investimenti realizzati nel settore dell’ambiente, tutti sono di solito vincenti: l’impresa così come l’ambiente. La Politica Integrata dei Prodotti (PIP) costituisce un buon esempio di un approccio che autorizza una collaborazione tra pubblici poteri e imprese. La PIP si basa su un esame dell’impatto dei prodotti lungo tutto il loro ciclo di vita e presuppone un dialogo tra le imprese e le altre parti interessati per individuare la strategia più efficace e meno costosa. Nel settore dell’ambiente, la PIP può essere quindi considerata come un quadro solido di riferimento per la promozione della responsabilità sociale delle imprese. La responsabilità sociale delle imprese si estende al di là del perimetro dell’impresa, integrando la comunità locale e coinvolge, oltre ai lavoratori dipendenti e agli azionisti, un ampio ventaglio di parti interessate: partner commerciali e fornitori, clienti, poteri pubblici e ONG che rappresentano la comunità locale e l’ambiente. In un mondo caratterizzato da investimenti multinazionali e da catene produttive globali, la responsabilità sociale delle imprese deve anche superare le frontiere europee. La rapidità della mondializzazione ha incoraggiato un dibattito sul ruolo e lo sviluppo di un sistema di governo a livello planetario: si può considerare che l’elaborazione di prassi volontarie nel settore della responsabilità sociale delle imprese possa arrecare un importante contributo. Le imprese recano il loro contributo alla comunità, in particolare a quella locale, fornendo posti di lavoro, salari e prestazioni ed entrate fiscali. Inversamente, le imprese dipendono dalla buona salute, dalla stabilità e dalla prosperità delle comunità che le accolgono. A titolo di esempio, esse reclutano la maggior parte dei dipendenti sul mercato locale del lavoro e hanno quindi interesse diretto a che le qualifiche di cui hanno bisogno siano disponibili localmente. Inoltre, le PMI trovano anche la maggior parte dei loro clienti nel loro ambiente prossimo. La reputazione di un’impresa a livello locale, la sua immagine non solo in qualità di datore di lavoro e produttore, ma anche di protagonista della vita locale, influiscono certamente sulla sua competitività. Le imprese interagiscono inoltre con l’ambiente naturale locale. Alcune di esse possono contare su un ambiente pulito per la loro produzione o la loro offerta di servizi – libertà dell’aria, dell’acqua o assi stradali non congestionati. Può inoltre esistere un rapporto tra l’ambiente naturale locale e la capacità dell’impresa ad attrarre lavoratori nella regione in cui è radicata. D’altro canto, le imprese possono anche essere all’origine di numerose attività inquinanti: rumore, luce, inquinamento dell’acqua, emissioni nell’aria, contaminazione dei suoli e tutti i problemi ecologici collegati al trasporto e all’eliminazione dei rifiuti.


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Lo sviluppo di relazioni positive con la comunità locale e pertanto l’accumulazione di capitale sociale, inoltre, sono particolarmente importanti per le imprese non locali. Le multinazionali fanno sempre più spesso ricorso a questo tipo di rapporti per sostenere l’integrazione di loro filiali nei vari mercati nei quali sono presenti. La familiarità delle imprese con gli attori locali, le tradizioni e i vantaggi dell’ambiente locale costituisce un patrimonio che esse possono capitalizzare. Nel quadro della loro responsabilità sociale, ci si aspetta che le imprese siano in grado di fornire in modo efficace, e rispettando criteri etici, prodotti e servizi di cui i consumatori hanno bisogno e che desiderano. Le imprese che stringono rapporti durevoli con i clienti, concentrando l’insieme della loro organizzazione sulla comprensione delle loro aspettative e fornendo loro una qualità, una sicurezza, un’affidabilità e un servizio superiori, genereranno probabilmente maggiori profitti. L’applicazione del principio di una concezione uguale per tutti (vale a dire l’elaborazione di prodotti e servizi utilizzabili dal maggior numero possibile di persone, compresi i disabili) costituisce una delle più evidenti illustrazioni della responsabilità sociale delle imprese. Una delle ulteriori dimensioni della responsabilità sociale delle imprese è fortemente collegata ai diritti dell’uomo, in particolare per quanto riguarda le operazioni internazionali e le catene di produzione a livello planetario. Questo aspetto è riconosciuto da strumenti internazionali quali la Dichiarazione dell’OIL, relativa ai principi e diritti fondamentali nel lavoro, e i Principi direttivi dell’OCSE destinati alle imprese multinazionali. Il tema dei diritti dell’uomo è estremamente complesso e pone problemi di ordine politico, giuridico e morale. L’Unione Europea ha assunto l’obbligo, nel quadro della sua politica di cooperazione, di vigilare sul rispetto delle norme di lavoro, della tutela dell’ambiente e dei diritti dell’uomo e deve raccogliere la sfida che le pone la necessità di garantire una piena coerenza tra la sua politica di sviluppo, la sua politica commerciale e la sua strategia d’espansione del settore privato nei paesi in via di sviluppo, in particolare promuovendo gli investimenti europei. Il dibattito sul ruolo delle imprese nel perseguimento di uno sviluppo sostenibile acquista sempre maggiore importanza a livello globale. Il Segretariato generale delle Nazioni Unite ha lanciato l’iniziativa “Global Compact” il cui scopo è di associare le imprese al miglioramento delle prestazioni sociali e ambientali a livello planetario. Anche i Principi direttivi dell’OCSE destinati alle imprese multinazionali promuovono lo sviluppo sostenibile. L’Unione Europea si preoccupa della re-


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sponsabilità sociale delle imprese, poiché essa potrebbe recare un contributo positivo all’obiettivo strategico definito a Lisbona: “divenire l’economia della conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo, capace di una crescita economica sostenibile accompagnata da un miglioramento quantitativo e qualitativo dell’occupazione e da una maggiore coesione sociale”. L’UNICE (Unione delle confederazioni dell’industria e dei datori di lavoro d’Europa) ha sottolineato quanto le imprese europee si consideravano parte integrante della società, agendo in modo socialmente responsabile e considerando la realizzazione di profitti il principale obiettivo di un’impresa, ma non la sua unica ragione d’essere e optando per una riflessione a lungo termine sulle decisioni e sugli investimenti strategici. La sfida da raccogliere a livello europeo consiste nel determinare come la responsabilità sociale delle imprese possa aiutare a raggiungere l’obiettivo di Lisbona, vale a dire costruire un’economia della conoscenza dinamica e competitiva basata sulla coesione. Il Consiglio europeo di Lisbona ha fatto in particolare appello al senso di responsabilità delle imprese nel settore sociale per le buone prassi collegate all’istruzione e alla formazione lungo tutto l’arco della vita, all’organizzazione del lavoro, alla parità delle opportunità, all’inserimento sociale e allo sviluppo durevole. Le politiche dei poteri pubblici possono contribuire all’elaborazione di un quadro d’azione che promuova la trasparenza e quindi la credibilità delle pratiche socialmente responsabili. Principi di un’azione comunitaria La Commissione propone di sviluppare la sua strategia di promozione della CSR basandosi su una serie di principi, vale a dire: 1. il riconoscimento della natura volontaria della CSR; 2. la necessità di rendere le pratiche socialmente responsabili credibili e trasparenti; 3. la focalizzazione su attività in cui l’intervento della Comunità apporta un valore aggiunto; 4. un approccio equilibrato e globale della CSR, che comprenda gli aspetti economici, sociali ed ambientali, nonché gli interessi dei consumatori; 5. l’attenzione rivolta a esigenze e caratteristiche delle PMI; 6. l’appoggio agli accordi e strumenti internazionali esistenti, (norme fondamentali del lavoro dell’OIL, principi direttivi dell’OCSE destinati alle imprese multinazionali) rispettandone le decisioni.


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La Commissione Europea, inoltre, propone di incentrare la sua strategia sui seguenti aspetti: 1. fornire maggiori informazioni riguardo agli effetti positivi della responsabilità sociale sulle imprese e sulle società, in Europa e nel mondo intero, in particolare nell’ambito dei paesi in via di sviluppo; 2. rafforzare lo scambio di esperienze e buone pratiche sulla responsabilità 3. sociale tra le imprese; 4. promuovere lo sviluppo di capacità di gestione della CSR; 5. incoraggiare la responsabilità sociale tra le PMI; 6. facilitare la convergenza e la trasparenza delle pratiche e degli strumenti della CSR; 7. organizzare un “EU Multi-Stakeholder Forum on CSR”, un foro sulla CSR a livello comunitario, destinato a tutte le parti interessate; 8. integrare la CSR nelle politiche comunitarie. La capacità potenziale delle politiche della CSR di rafforzare la simbiosi tra le imprese e la società è già stata dimostrata in taluni ambiti, quali la crescita sostenibile, l’istruzione e la coesione sociale. Grazie alla CSR, nell’impresa si crea un’atmosfera di fiducia, a sua volta fonte di un più serio impegno da parte delle maestranze, nonché di migliori risultati nel campo dell’innovazione. Un simile clima di fiducia nelle interrelazioni tra altri stakeholder (partner commerciali, fornitori e consumatori) può dar luogo a risultati ancora più evidenti nelle relazioni esterne sul piano dell’innovazione. La fiducia dei consumatori, favorita dall’atteggiamento responsabile delle imprese, può rivelarsi un fattore importante di crescita economica. Promuovere la responsabilità sociale delle PMI Il concetto di responsabilità sociale delle imprese è stato sviluppato soprattutto da e per le grandi multinazionali. In linea con la strategia della Commissione ispirata sulle piccole imprese (“Think Small First”), il concetto, le pratiche e gli strumenti della responsabilità sociale delle imprese dovranno essere adattate alla situazione specifica delle PMI, che rappresentano la parte più importante dell’imprenditoria europea. A causa della loro minore complessità e del ruolo più incisivo del capo dell’impresa, le PMI gestiscono spesso il loro impatto sulla società in maniera più intuitiva ed informale delle grandi imprese. In realtà, molte PMI hanno già adottato pratiche sociali ed ecologiche responsabili senza avere sufficiente dimestichezza con il concetto o senza fornire informazioni adeguate riguardo alle loro attività. Tali pratiche sono spesso definite e interpretate dalle PMI come pratiche


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responsabili di gestione dell’impresa. Il 50% delle PMI europee oggetto di una recente indagine svolgerebbe già attività responsabili sul piano sociale ed ambientale a vantaggio dei loro interlocutori esterni. Il loro impegno sociale o nell’ambito della loro comunità potrebbe essere definito locale per quanto riguarda la sua sfera d’azione, di natura occasionale e indipendente dalla loro strategia commerciale. La principale motivazione sarebbe la concezione etica del capo d’impresa/dirigente, anche se molte PMI riconoscono anche i vantaggi commerciali offerti da migliori relazioni con i consumatori e la comunità locale. Con la nuova Comunicazione UE (“A renewed EU strategy 2011-14 for Corporate Social Responsibility” (COM 2011/681)) del 25 ottobre 2011 sulla CSR la Commissione Europea fornisce nuove indicazioni sulla Responsabilità sociale delle imprese. Nello specifico il nuovo documento: - prende atto delle iniziative e dei cambiamenti intercorsi dalle precedenti comunicazioni della Commissione sulla CSR (Libro Verde, Comunicazioni 2001, 2002, 2006); - ritiene necessario un cambio di passo ed un intervento più incisivo e articolato; - propone una nuova definizione di CSR (più semplice ma di più ampia portata); - definisce una agenda di 8 punti e 13 iniziative per il 2011-2014. Tale Agenda d’azione comprende un articolato programma di impegni e proposte rivolti ad imprese e stakeholders che sono stati cosi sintetizzati: 1. Aumentare la visibilità e la diffusione di buone pratiche Nel 2013 piattaforme settoriali per la CSR e dal 2012 istituzione di un premio europeo 2. Aumentare la fiducia e punire gli abusi Revisione nel 2012 della direttiva sulle pratiche commerciali non corrette (inserimento del greenwashing) 3. Aumentare la capacità di auto e co-regolazione Lancio nel 2012 di un processo di definizione di buone pratiche ed esercizi di auto e co-regolazione 4. Aumentare la capacità di remunerazione del mercato Revisione piano di azione per il consumo sostenibile, revisione nel 2011 della Direttiva sugli Acquisti Pubblici, richiesta ai Fondi di investimento di dichiarare i criteri etici utilizzati


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5. Aumentare la trasparenza e la rendicontazione su ambiente e società Proposta legislativa per rendere più omogenea la rendicontazione a livello comunitario 6. Integrare la CSR nella formazione e nei curricula accademici Azioni per inserire la CSR nei curricula accademici e professionali a partire dal 2012 7. Aumentare la rilevanza e la portata di politiche nazionali e regionali di CSR Dal 2012 condivisione delle politiche nazionali in materia di CSR da declinare secondo obiettivi 2020 8. Allineare gli approcci europei alla CSR Nel Programma d’Azione 2011-2014 la Commissione ha assunto impegni nonché ha ideato suggerimenti per imprese, Stati membri e altri gruppi di soggetti interessati, prendendo in considerazione le caratteristiche peculiari delle PMI, in particolare le loro risorse limitate. La Commissione promuoverà pertanto il dialogo con le imprese e altre parti interessate su questioni quali l’occupabilità, il cambiamento demografico e l’invecchiamento attivo, nonché sulle sfide che si manifestano sul posto di lavoro (compresa la gestione della diversità, l’uguaglianza di genere, l’istruzione e la formazione nonché la salute e il benessere dei lavoratori). In particolare, essa si concentrerà sugli approcci settoriali e sulla diffusione del comportamento responsabile delle imprese attraverso la catena di approvvigionamento. La Commissione intende: 1. creare nel 2013 piattaforme multilaterali per la CSR in un certo numero di settori industriali pertinenti, per le imprese, i loro lavoratori e altri soggetti interessati al fine di rendere gli impegni pubblici in tema di CSR pertinenti per ciascun settore e monitorare congiuntamente i progressi; 2. avviare a partire dal 2012 un premio europeo per dare un riconoscimento ai partenariati CSR tra le imprese e le altre parti interessate; 3. affrontare la questione della commercializzazione ingannevole relativa agli impatti ambientali dei prodotti (il cosiddetto “greenwashing”) nel contesto della relazione sull’applicazione della direttiva sulle pratiche commerciali sleali prevista per il 2012 e valutare la necessità di possibili misure specifiche su questo tema; 4. avviare un dibattito aperto con cittadini, imprese e altre parti interessate in merito al ruolo e alle potenzialità delle imprese nel 21° secolo, con l’obiettivo di favorire la comprensione e le aspettative comuni, ed effettuare sondaggi periodici sulla fiducia dei cittadini nelle imprese e sugli atteggiamenti nei confronti della CSR.


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5. avviare nel 2012 un processo, di concerto con le imprese e gli altri soggetti interessati, per sviluppare un codice deontologico di autoregolamentazione teso a migliorare l’efficacia del processo di CSR. L’UE dovrebbe sfruttare le politiche in materia di consumi, appalti pubblici e investimenti per rafforzare gli incentivi di mercato per la CSR. La divulgazione di informazioni sociali e ambientali, comprese le informazioni attinenti agli aspetti climatici, può facilitare l’impegno con le parti interessate e l’identificazione di concreti rischi di sostenibilità. Essa costituisce anche un importante elemento per la rendicontabilità e può contribuire ad accrescere la fiducia del pubblico nelle imprese. L’ulteriore sviluppo della CSR richiede nuove competenze nonché cambiamenti nei valori e nei comportamenti. Gli Stati membri possono svolgere un ruolo importante, incoraggiando le istituzioni di istruzione a integrare la CSR, lo sviluppo sostenibile e la cittadinanza responsabile nei programmi di studio pertinenti, anche a livello di scuola secondaria e università. Molte misure politiche pubbliche per sostenere la CSR vengono attuate meglio a livello nazionale, regionale e locale. Le autorità locali e regionali sono invitate a fare un uso intelligente dei fondi strutturali dell’UE per sostenere lo sviluppo della CSR, in particolare tra le PMI, e a collaborare con le imprese per affrontare meglio problemi quali la povertà e l’inclusione sociale. L’UE dovrebbe promuovere gli interessi europei nello sviluppo delle politiche internazionali in materia di CSR e al contempo garantire l’integrazione dei principi e degli orientamenti riconosciuti a livello internazionale nelle proprie politiche in materia di CSR. La Commissione Europea invita tutte le grandi imprese europee a impegnarsi entro il 2014 a tener conto di almeno una delle seguenti serie di principi e orientamenti nello sviluppo del loro approccio alla responsabilità sociale delle imprese: il Global compact delle Nazioni Unite, i Principi direttivi dell’OCSE destinati alle imprese multinazionali o la norma di orientamento sulla responsabilità sociale ISO 26000. Invita, inoltre, tutte le imprese multinazionali con sede in Europa a impegnarsi entro il 2014 a rispettare la Dichiarazione tripartita dell’OIL sulle imprese multinazionali e la politica sociale.


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5. Lo standard internazionale ISO 26000 Il primo novembre del 2010, l’ISO (International Standards Organization) ha pubblicato le Linee Guida ISO26000 sulla responsabilità sociale, la nuova definizione che viene data alla responsabilità sociale d’impresa, intesa come: “assunzione di responsabilità da parte di un’organizzazione per le conseguenze delle sue decisioni e delle sue attività sulla società e sull’ambiente, attraverso un comportamento etico e trasparente”. Ci pone davanti ad una responsabilità “allargata” non solo alle imprese, ma a qualsiasi organizzazione. ISO26000 – che si può applicare a tutte le organizzazioni, piccole e medie, e non solo, alle imprese quindi - non è una “norma di gestione e non è destinata a fini di certificazione”. Questa norma non è stata redatta da un’impresa in modo unilaterale, ma da un’organizzazione autorevole a livello mondiale come l’Iso – cui si devono norme come le ISO14000 sulla gestione ambientale o ISO9001:2008 riguardante i sistemi di gestione della qualità - utilizzando un approccio multistakeholder e facendo leva sul principio del consenso. Infatti, all’elaborazione della norma hanno fatto parte oltre 500 esperti provenienti da più di 40 Paesi e da 40 organizzazioni internazionali, che rappresentavano sei categorie di parti interessate (stakeholder): consumatori; governi; imprenditoria; sindacati; Ong; organizzazioni di servizi, di ricerca e accademici. ISO26000 recepisce tutte le convenzioni dell’Oil esistenti in materia, nonché quanto contenuto nelle Linee Guida OCSE sulle multinazionali1 e in altre norme dell’OCSE. Questo ha comportato che ogni riga del testo ha ricevuto il via libera – o almeno la non opposizione – da parte di tutte e sei le categorie di stakeholder rappresentate. Inoltre, al gruppo di lavoro Iso hanno partecipato esperti sia del mondo sviluppato, sia dei Paesi emergenti e di quelli ancora in via di sviluppo. La norma ISO26000, dopo un lungo periodo di preparazione e concertazione, ha terminato il suo iter di elaborazione, attraverso la pubblicazione nel novembre 2010 ma, in Italia, la norma è stata tradotta e pubblicata solo agli inizi del 2011, entrando così a far parte delle norme tecniche nazionali. La norma ISO26000 specifica lo scopo e il suo campo di applicazione, dando la definizione dei termini più importanti nel campo della responsabilità sociale, non solo sono descritti i fattori e le condizioni che hanno influenzato - e che continuano a influenzare – lo sviluppo della responsabilità sociale, ma vi è anche una guida su come le piccole e medie organizzazioni possono applicare la norma. ISO26000 elenca e spiega i sette principi della responsabilità sociale: - Responsabilità: l’organizzazione deve assumersi la responsabilità del suo


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impatto sulla società e sullo sviluppo. Deve accettare eventuali controlli e ha il dovere di risponderne. Trasparenza: l’organizzazione deve essere trasparente in tutte le sue decisioni ed attività, in particolare in relazione alla sua natura, ai suoi obiettivi, ai risultati in termini di responsabilità sociale e alla provenienza delle sue risorse finanziarie. Etica: l’organizzazione deve comportarsi sempre in modo onesto, equo e integro moralmente. In questo atteggiamento deve essere compreso il rispetto per persone, ambiente, animali e il rispetto delle esigenze di tutti coloro che in qualche modo sono coinvolti nella attività dell’azienda. Rispetto degli stakeholders: l’organizzazione deve identificare tutti coloro che, direttamente o indirettamente, sono coinvolti nell’attività d’impresa e avere particolare attenzione per le loro necessità. Rispetto della legge: l’organizzazione deve accettare che il rispetto del ruolo della legge è obbligatorio e che nessun individuo o ente è al di sopra di esso. Rispetto degli standard di comportamento internazionali: conseguentemente, l’organizzazione dovrà aderire ai principi stabiliti a livello internazionale, e rispettarli il più possibile, nel caso in cui operino in Nazioni con una legislazione che entri in conflitto con queste norme. Rispetto dei diritti umani: l’organizzazione deve riconoscere l’importanza e l’universalità di questi diritti ed evitare di trarre vantaggio da situazioni in cui tali diritti non siano rispettati.

ISO26000 si concentra sugli aspetti pratici inerenti la sua applicazione, occupandosi in particolare di come un’organizzazione può riconoscere la propria responsabilità sociale e di come si possono identificare e coinvolgere le parti interessate fornendo una trattazione approfondita dei sette temi fondamentali (e dei loro aspetti specifici) relativi alla responsabilità sociale: - governo (governance) dell’organizzazione; - diritti umani; - rapporti e condizioni di lavoro; - ambiente; - corrette prassi gestionali; - aspetti specifici relativi ai consumatori; - coinvolgimento e sviluppo della comunità. È importante notare che ISO26000 considera il dialogo sociale e la contrattazione strumenti fondamentali per l’impostazione di rapporti corretti fra un’organizzazione socialmente responsabile e i propri lavoratori. La norma insiste, in


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particolare, sull’azione positiva che le organizzazioni possono esercitare nella formazione dei dipendenti, fornendo loro “in tutte le fasi della loro esperienza lavorativa, l’accesso allo sviluppo delle competenze, alla formazione e all’apprendistato, e opportunità per l’avanzamento di carriera, su base equa e non discriminatoria”, assicurando che i lavoratori in esubero “siano aiutati ad accedere all’assistenza per un nuovo impiego, formazione e consulenza personale” e stabilendo “programmi misti lavoratori/direzione che promuovano la salute e il benessere”.

6. La frontiera delle nuove certificazioni CSR: SA8000 e AA1000 6.1 Lo Standard SA8000 Lo standard SA8000 è stato elaborato e pubblicato ufficialmente il 15 ottobre 1997 dal CEPAA (Council on Economic Priorities Accreditation Agency - Ente di Accreditamento del Consiglio per le Priorità Economiche). La versione attuale della norma è la terza edizione pubblicata dal SAI (Social Accountability International). SA significa “Social Accountability” ovvero calcolo sociale, e 8000 sta per gli otto requisiti sui diritti umani da rispettare di cui è composta la Norma, oltre al nono che riguarda la gestione della stessa. Questo è l’unico standard diffuso a livello internazionale circa la Responsabilità Sociale di una azienda la cui applicazione può essere sottoposta a verifica di soggetti terzi indipendenti. La certificazione SA8000 ha la funzione di convalidare le dichiarazioni dell’impresa in merito al suo impegno nell’ambito etico-sociale, rendendone pubblica la credibilità tramite un’attestazione di conformità riconosciuta e riconoscibile dagli stakeholders sia interni che esterni, aumentando così la reputazione dell’impresa e il livello di fiducia generato, con un conseguente miglioramento d’immagine. Lo scopo della SA8000 è fornire uno standard basato sulle norme internazionali sui diritti umani e sulle leggi nazionali sul lavoro, che protegga e contribuisca al rafforzamento di tutto il personale che concorre a realizzare l’attività di un’azienda, chi produce prodotti o fornisce servizi per quell’azienda, incluso il personale impiegato dall’azienda stessa, così come quello impiegato dai propri fornitori/subcontrattisti, sub-fornitori e lavoratori a domicilio. SA8000 è verificabile attraverso un processo basato su evidenze oggettive. I suoi requisiti sono applicabili a livello universale, indipendentemente dalla grandezza dell’azienda, della collocazione geografica o del settore industriale. Essere conformi ai requisiti di questo standard di responsabilità sociale permetterà all’azienda di:


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a) sviluppare, mantenere e rafforzare politiche e procedure per gestire le situazioni che essa può controllare o influenzare; b) dimostrare in maniera credibile alle parti interessate che le politiche, le procedure e le prassi esistenti nell’azienda sono conformi ai requisiti della presente normativa.

SA 8000: legislazione nazionale e diritto internazionale La struttura SA8000 prevede oltre al rispetto, da parte dell’azienda, delle leggi nazionali vigenti, delle leggi applicabili ad essa, degli standard prevalenti di settore e di tutti i requisiti sottoscritti da lei stessa, il rispetto dei principi stabiliti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, e sui Diritti Civili e Politici, oltre che alcune Convenzioni delle NNUU e Raccomandazioni dell’ILO (Intenational Labour Organisation) che riguardano la tutela delle condizioni dei lavoratori, le situazioni disagiate e la diversità. Nel caso che SA8000 e le altre norme citate riguardino la stessa materia l’azienda deve applicare quella che risulta più restrittiva e quindi non necessariamente SA8000. La SA8000 definisce i principi della responsabilità sociale d’impresa in otto aree del rapporto di lavoro: lavoro minorile, lavoro obbligato, salute e sicurezza, libertà di associazione e diritto alla contrattazione collettiva, discriminazioni, pratiche disciplinari, orario di lavoro, retribuzione. Le imprese certificate predispongono per ciascuna di queste aree un manuale di gestione della responsabilità sociale e devono avviare delle procedure per mettere in pratica quei principi. Il certificato, che è di durata triennale e obbliga l’azienda a verifiche periodiche di mantenimento dei requisiti, può essere emesso solo da un organismo di certificazione accreditato dal SAI. La SA8000, insomma, non è sostitutiva rispetto alle leggi nazionali o alle convenzioni internazionali, ma può essere soltanto migliorativa rispetto ad esse: si applica in ogni caso la prescrizione più favorevole ai lavoratori. Inoltre, la SA8000 obbliga le aziende a rispettare i principi di diverse Convenzioni ILO, oltre alla Convenzione ONU sui Diritti del Bambino. I requisiti di responsabilità sociale sono: 1) Lavoro Infantile L’azienda non deve utilizzare o dare sostegno all’utilizzo del lavoro infantile (in genere, quello di una persona sotto i 15 anni, a meno che le leggi locali non prevedano un’età più alta; nei Paesi in Via di Sviluppo viene concessa


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un’eccezione per i 14enni, qualora le leggi lo prevedano, in base alla Convenzione ILO-138. L’azienda deve anche stabilire e comunicare “azioni di rimedio” nei confronti dei bambini che rientrassero nella condizione di lavoro minorile, e deve garantire adeguato sostegno alla loro istruzione fino all’età dell’obbligo. In più, deve assicurare che i bambini rientranti nella Raccomandazione ILO-146 e i giovani lavoratori non siano impiegati durante le ore scolastiche e che nessuno di loro ecceda tra tempo dedicato alla scuola, al lavoro e ai viaggi le 10 ore al giorno. 2) Lavoro Obbligato L’azienda non deve ricorrere a, né sostenere, l’utilizzo del lavoro obbligato, né deve essere richiesto ai lavoratori “depositi” in denaro o documenti di identità al momento dell’inizio del rapporto di lavoro. Tutto questo per evitare che siano costretti al lavoro obbligato. 3) Salute e la Sicurezza sul Lavoro L’azienda deve garantire un luogo di lavoro sicuro e salubre e adottare le misure adeguate per prevenire incidenti e danni alla salute che possono verificarsi durante lo svolgimento del lavoro o in conseguenza di esso. Deve inoltre nominare un rappresentante della direzione che sia responsabile della salute e della sicurezza di tutto il personale e al miglioramento generale delle condizioni di sicurezza. L’azienda deve assicurare che il personale riceva una regolare e documentata formazione in materia di sicurezza e salute, e stabilire sistemi per individuare, evitare o fronteggiare potenziali rischi; deve anche garantire a tutto il personale bagni puliti e, se forniti, dormitori puliti e sicuri, l’accesso all’acqua potabile e, se necessario, strutture igieniche per la conservazione degli alimenti. 4) Libertà di associazione e il diritto alla Contrattazione collettiva L’azienda deve rispettare il diritto di tutto il personale di formare e aderire ai sindacati di loro scelta e il diritto alla contrattazione collettiva. L’azienda deve anche garantire che i rappresentanti del personale non siano soggetti a discriminazione e che tali rappresentanti possano comunicare coi propri iscritti nei luoghi di lavoro. 5) Discriminazione L’azienda non deve attuare o sostenere le discriminazioni nelle assunzioni, nelle retribuzioni, nell’accesso alla formazione, nelle promozioni, nei licenziamenti e pensionamenti, in base a razza, ceto, origine nazionale, religione, invalidità, sesso, orientamento sessuale, appartenenza sindacale o affiliazione politica. L’azienda non deve permettere comportamenti, inclusi


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gesti, linguaggio o contatto fisico, che risultino sessualmente coercitivi, minacciosi, offensivi o volti allo sfruttamento. 6) Procedure Disciplinari L’azienda non deve utilizzare né sostenere punizioni corporali, coercizione mentale o fisica, abuso verbale. 7) Orario di Lavoro L’azienda si deve conformare all’orario di lavoro previsto dalle leggi vigenti e dagli standards dell’industria; ai lavoratori non deve essere richiesto di lavorare di più di 48 ore settimanali, e deve essere previsto almeno un giorno di riposo ogni 7 giorni lavorativi. Il lavoro straordinario (eccedente le 48 ore) non deve andare oltre le 12 ore settimanali e deve essere sempre retribuito con una tariffa oraria superiore a quella normale. 8) Retribuzione Il salario pagato per una settimana lavorativa deve essere conforme ai minimi retributivi legali o industriali, o comunque sufficiente a soddisfare i bisogni primari del personale e fornire un guadagno. Le trattenute non devono essere fatte per scopi disciplinari e le indennità devono andare regolarmente a beneficio dei lavoratori. L’azienda deve garantire che non venga svolto lavoro nero, né falsi corsi di apprendistato. 9) Sistemi di Gestione Interna L’azienda deve dotarsi di un sistema di prevenzione, monitoraggio e correzione di tutti i comportamenti gestionali. A questo si aggiunge la corretta informazione al pubblico e ai dipendenti dell’impegno dell’impresa per applicare la SA8000. Inoltre, punto molto importante, l’azienda deve selezionare i fornitori e vigilare su di essi per il rispetto della norma. Il fine, in questo caso, è la estensione dei principi a tutta la catena della produzione e della distribuzione. Il problema che si pone con la SA8000 non è tanto la completezza o efficacia della norma, quanto la sua effettiva applicazione, documentata da una verifica severa e indipendente. Il rispetto della norma SA8000 non è un obbligo, ma piuttosto una scelta di ragione, nel senso pieno della parola, riferita alla integralità e maturità della persona umana, e quindi dell’organizzazione. Una gestione trasparente degli aspetti sociali ed ambientali è indice di corretta gestione generale e buona salute complessiva dell’azienda e contribuisce a ridurre il rischio finanziario legato all’investimento. La responsabilità sociale può diventare quindi elemento di profonda riqualificazione del rapporto impresa – parti interessate, nonché una vera e propria


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sfida per quei Paesi, in cui certe pratiche discriminatorie sono tollerate e fanno parte del tessuto sociale, economico e politico. In generale, si può affermare che le imprese di successo saranno sempre più quelle in grado di creare valore aggiunto non soltanto per clienti e soci/azionisti, ma anche per i lavoratori, i fornitori, i gruppi di interesse e le comunità locali, ossia quelle imprese che sostituiranno atteggiamenti passivi e/o adattivi, con atteggiamenti proattivi e quindi propositivi nei confronti delle dinamiche esterne. Tuttavia tutto ciò deve essere accompagnato inderogabilmente da un impegno concreto, da una sorta di “filosofia” mirante ad afferrare che la scelta etica di un’impresa è tale solo se sottratta alla comoda ed allettante deriva utilitarista. 6.2 La norma AA1000 È stata elaborata nel 1999 dall’International Council of the Institute of Social and Ethical AccountAbility (meglio noto come AccountAbility), formato da imprese, ONG, università e società di consulenza). Ha come obiettivo il “miglioramento della responsabilità e della performance delle organizzazioni”. È uno standard di adozione volontaria, indirizzato principalmente ai manager e focalizzato sulla qualità dell’impegno etico e sociale, sull’auditing e il reporting, con particolare enfasi sui rapporti con le altre parti in causa (enti istituzionali, sindacati, ONG, altre imprese, etc.), su qualsiasi tema queste avanzino delle richieste o espongano dei bisogni. L’AA1000 descrive una serie di procedure che un’organizzazione può seguire per misurare, gestire e comunicare delle azioni, ma non specifica di quali azioni si tratti. Attraverso il dialogo con le altre parti sociali, questa norma aiuta l’impresa a recepire gli input e dare una risposta alle aspirazioni di queste ultime, a bilanciare e gestire in modo integrato le azioni nel campo sociale, ambientale ed economico. Tutto questo, come dice la stessa AccountAbility, “per coprire quel vuoto di credibilità” che le imprese possono avere nei confronti delle altre parti, per quanto riguarda la trasparenza e la presentazione pubblica dei processi del proprio business. Nella versione aggiornata al 2002, l’AA1000 Series include anche delle linee guida per gli auditing e il reporting, ovvero le fasi di verifica complessiva dei risultati e di loro comunicazione all’esterno. È indirizzata anche alle medie e piccole imprese, come pure alle organizzazioni no-profit. Il suo carattere esclusivamente formale, di supporto al dialogo con l’ambiente circostante l’organizzazione, ne fa uno strumento incapace di offrire garanzie ai consumatori: è più che altro un sistema di ottimizzazione interna aziendale.


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7. I Codici Etici di Condotta e la loro diffusione. Il D. Lgs. 231/2001 e il Codice di comportamento Sotto la pressione costante delle ONG e dei gruppi di consumatori, le imprese e i settori di attività si dotano sempre più spesso di codici di condotta relativi alle condizioni di lavoro, ai diritti dell’uomo e alla tutela dell’ambiente, in particolare destinati ai subappaltatori o fornitori. Tuttavia, questi codici di condotta non devono sostituire la legislazione e le disposizioni vincolanti nazionali, europee e internazionali: le disposizioni a carattere obbligatorio garantiscono norme minime che si impongono a tutti, mentre i codici di condotta e tutte le altre iniziative di natura volontaria non possono che integrare e promuovere norme di contenuto più elevato destinate agli aderenti. Anche se possono contribuire a promuovere le norme internazionali del lavoro, i codici di condotta dipendono per la loro efficacia dalle modalità di applicazione e dalle verifiche cui sono sottoposti. I codici di condotta possono ad esempio rivolgersi a subappaltatori che lavorano per più multinazionali e obbligarli a rispettare criteri molteplici e vari in materia di retribuzioni, di orario di lavoro o di altre condizioni di attività. I codici di condotta dovrebbero quindi basarsi sulle Convenzioni fondamentali dell’OIL, quali identificate nella Dichiarazione dell’OIL relativa ai principi e diritti fondamentali nel lavoro (1998) e nei Principi direttivi dell’OCSE destinati alle imprese multinazionali, prevedendo la collaborazione delle parti sociali e delle parti interessate nei paesi in via di sviluppo. I codici di condotta dovrebbero essere applicati a tutti i livelli della catena organizzativa e produttiva. Nel quadro di un dialogo continuo, è importante che le imprese diffondano pienamente le informazioni di cui dispongono, anche alle comunità locali. La formazione dei dirigenti, delle risorse umane e delle comunità locali all’attuazione dei codici è essenziale. Inoltre, l’accento deve essere posto su un approccio “perfettibile”, che insista sul miglioramento progressivo e continuo delle norme e dello stesso codice. In merito alla questione del lavoro infantile, ad esempio, le imprese non dovrebbero accontentarsi di rispettare alla lettera le convenzioni dell’OIL eliminando i contraenti che facciano ricorso al lavoro minorile, ma dovrebbero anche lottare contro la povertà dei bambini e sostenere la loro istruzione. Per quanto riguarda i diritti dell’uomo, è necessaria una continua verifica dell’applicazione e del rispetto dei codici. Tale verifica deve essere concepita e realizzata secondo norme e regole accuratamente definite cui dovrebbero conformarsi le organizzazioni e gli individui che realizzano quello che si definisce un “audit sociale”.


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La vigilanza, che deve far partecipare le parti interessate, quali i pubblici poteri, i sindacati e le ONG, è importante per garantire la credibilità dei codici di condotta. Un equilibrio tra i programmi interni ed esterni di verifica potrebbe migliorare il loro rapporto costo-efficacia, in particolare per le PMI. È opportuno quindi garantire nei codici di condotta una maggiore trasparenza e migliori meccanismi di produzione dei rapporti sociali. Considerando che molti problemi ecologici hanno ripercussioni transfrontaliere e consumano risorse provenienti dal mondo intero, le imprese sono anche attori ambientali a livello planetario. Esse possono quindi cercare di assumere la propria responsabilità sociale a livello europeo, ma anche internazionale. A titolo di esempio, possono incoraggiare un miglioramento delle prestazioni ambientali lungo tutta la catena produttiva grazie all’approccio PIP e ricorrere ulteriormente agli strumenti europei e internazionali collegati alla gestione e ai prodotti. Gli investimenti e le attività delle imprese nei Paesi terzi può avere un impatto diverso sullo sviluppo sociale ed economico di tali Paesi. Un codice di condotta è un impegno che volontariamente l’impresa assume per disciplinare il proprio sistema di produzione e l’insieme dei suoi rapporti. Gli ultimi decenni hanno visto uno straordinario proliferare dei codici di condotta, applicati ai più svariati settori di impegno: dalla correttezza e informazione verso il consumatore finale, all’adozione di pratiche sperimentali e produttive senza vivisezione animale, al rispetto dell’ambiente, alla tutela dei propri lavoratori e infine alla responsabilità sociale. Insieme certamente a qualche caso di spontanea iniziativa legata alla sensibilità del singolo, tutti sono nati da esigenze di promozione dell’immagine aziendale e da politiche di marchio, oppure sono stati il frutto di concertazione con la rappresentanza sindacale dei lavoratori o con le associazioni impegnate nei diversi settori. Il merito innegabile dei codici di condotta è quello di incidere su aspetti dell’attività economico-produttiva che non sono stati normati altrimenti, per la volontà del legislatore di lasciare spazio alla discrezionalità dei soggetti interessati, ma più spesso per carenza e ritardo dell’intervento legislativo: in questo senso sono stati spesso occasioni di prassi innovativa e precursori di disciplina poi regolarmente entrata nel diritto codificato. Il codice di condotta, nella definizione offerta dal del Libro Verde della Commissione CE sulla responsabilità sociale delle impresa, è la “dichiarazione ufficiale dei valori e delle prassi commerciali di un’impresa e, a volte, delle parti che intrattengono relazioni con essa. Esso contiene l’enunciazione di norme di comportamento e l’impegno dell’azienda ad osservarle e a farle osservare ai suoi stakeholders”.


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È una formula di ampio successo, attraverso la quale l’impresa dichiara formalmente i valori che dovrebbero essere condivisi dal management come dai dipendenti. Il capostipite è il Credo della Johnson & Johnson, che risale al 1943, seguito da numerosi grandi gruppi multinazionali, come Hewlett-Packard, Merck, General Electric, Microsoft e molti altri. Purtroppo, come ha mostrato Brighi (CISL, 2003), ben il 72% non riconosce il sindacato. Le verifiche di OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e TUAC (commissione sindacale consultiva presso l’OCSE) mostrano che solo una minoranza esigua di imprese dotate di codice etico ammette il sindacato e prevede diritti di associazione o di contrattazione o azione sindacale all’interno delle imprese. Una contraddizione cruciale. Un altro esempio concreto di una diversa contraddizione e delle difficoltà di controllare i rischi di opportunismo connessi alla logica del profitto attraverso strumenti di responsabilità sociale d’impresa è dato dal recente scandalo della casa farmaceutica Glaxo, una delle prime grandi corporation a dotarsi di codice etico con lo scopo dichiarato di prevenire comportamenti irresponsabili o illeciti da parte di chi opera in nome o per conto dell’azienda attraverso una chiara ed esplicita definizione delle responsabilità etiche e sociali dei propri dirigenti, quadri, dipendenti e fornitori. Nel 2004 le inchieste a cui è sottoposta la Glaxo per l’incentivazione deliberata da parte dell’azienda degli informatori scientifici a indurre i medici a prescrivere i farmaci della ditta mostrano come l’interesse dell’azienda ad esaltare la perfomance etica dell’organizzazione sia da ricondurre ad obiettivi diversi da quelli di produrre esternatilità positive per la comunità e i cittadini. Contraddizioni che non devono scoraggiare. La Comunicazione della Commissione UE del 2002 mette in luce che la sfida principale per le aziende che dichiarano i propri codici di condotta, esplicitando l’assunzione di vincoli aggiuntivi rispetto a leggi, regolamenti e convenzioni, consiste nell’assicurarne una corretta applicazione, il monitoraggio e un’accurata verifica. La tentazione di cercare di cogliere vantaggi di immagine al minor costo possibile con astratte affermazioni di principio ritagliate su misura può essere molto forte. Un comportamento opportunistico che può essere ostacolato dal rispetto delle indicazioni di organizzazioni internazionali riguardo ai codici di condotta, in particolare rispetto alle condizioni di lavoro nel settore informale e delle ditte di subappalto, nonché nelle zone di libero scambio di paesi affamati di investimenti esteri.


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In particolare secondo la Commissione, i codici di condotta dovrebbero: - basarsi sulle convenzioni fondamentali dell’OIL e sugli orientamenti dell’OCSE per le imprese multinazionali, in quanto norme minime comuni di riferimento; - includere meccanismi appropriati in vista della loro valutazione e del controllo della loro attuazione, nonché un sistema di conformità; - associare alla loro elaborazione e applicazione e al loro monitoraggio le parti sociali ed altre parti interessate, anche nei paesi in via di sviluppo, - assicurare la diffusione delle buone pratiche delle imprese europee. La Commissione invita il foro multilaterale europeo sulla CSR a considerare efficacia e credibilità dei codici di condotta esistenti e ad analizzare le possibilità di promuovere la convergenza a livello europeo. Non si tratta solo di frenare la malafede e l’opportunismo. È una scelta di competitività. La strategia espressa dall’Unione Europea a Lisbona nel 2000 indica nella maggiore trasparenza di obiettivi, attività e risultati dell’impresa il modo per evitare decisioni sbagliate dal livello esecutivo fino a quello strategico. Coinvolgere anche gli attori esterni, compresi quelli della società civile organizzata, permette di elaborare politiche più efficaci ed efficienti grazie al contributo informativo portato dalla relazione con soggetti che sarebbe difficile e costoso raggiungere. Per tutti la reputazione è una risorse economica rilevante. Per la piccola impresa del distretto è legata al passa parola che coinvolge concorrenti, fornitori, collaboratori, clienti e dipendenti e costruisce una immagine dell’azienda per aspetti come la qualità del prodotto, il rispetto dei tempi e, last but not least, la solvibilità. Una cattiva reputazione è un innesco di difficoltà o, più spesso, un moltiplicatore dei problemi esistenti. Per le grandi aziende la visibilità è enormemente maggiore ed ha reso la costruzione di una immagine e della sua comunicazione un elemento esiziale dell’azienda. I codici di condotta dovrebbero essere applicati a tutti i livelli della catena organizzativa e produttiva. Nel quadro di un dialogo continuo, è importante che le imprese diffondano pienamente le informazioni di cui dispongono, anche alle comunità locali. La formazione dei dirigenti, delle risorse umane e delle comunità locali all’attuazione dei codici è essenziale. L’impresa, attraverso il codice etico, diventa attore per l’affermarsi della giustizia come equità, secondo il modello indicato da Rawls (2001), per cui i membri della società sono soggetti morali in grado di cooperare per il mutuo vantaggio e non semplicemente orientati a soddisfare i propri obiettivi e desideri. Il confronto fra le parti su un piano di pari dignità è la condizione per la costruzione di una società giusta, il riconoscimento e l’accettazione di quelli che Rawls ha chiamato “beni primari”.


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Il problema si pone frequentemente in relazione alle procedure di applicazione e di verifica dell’adempimento. La titolarità del controllo, purtroppo, rimane spesso un’attività gestita dall’azienda al suo interno, al più coinvolgendo rappresentanze delle parti interessate negli appositi organi di controllo, che essa crea come dipartimenti aziendali. Sono oltre 8.000 i codici di condotta esistenti: da più parti si sono sottolineate la parzialità e limitatezza di alcuni impegni, la genericità che spesso li vanifica e li rende estremamente soggettivi nelle forme e nei contenuti, il proliferare di protocolli (singoli, per una sola impresa, o collettivi per un intero settore, o ancora esterni e indipendenti ad opera di organizzazioni non governative), che ha generato centinaia di etichette sociali fra le quali orientarsi, per il consumatore, è impossibile. Tutte critiche che hanno un fondamento, certo, ma che a nostro avviso non centrano il nodo di fondo della questione: qualsiasi impegno, che testimoni la volontà di andare oltre il rispetto delle leggi, in direzione di una maggiore responsabilità sociale, deve essere il benvenuto. Tra questa molteplicità di codici emerge il Global Sullivan Principles: elaborato nel 1977 dal reverendo Leon H. Sullivan (1922-2001) con il supporto di un gruppo di multinazionali e di diverse associazioni di imprese, il Global Sullivan Principles è una sorta di decalogo di principi etici che promuovono un business responsabile e sostenibile principalmente nei paesi più poveri. Gli obiettivi principali di questo codice di condotta sono: “Sostenere una giustizia economica, sociale e politica delle imprese, quando queste fanno affari; tutelare i diritti umani e incoraggiare uguali opportunità tra i dipendenti a tutti i livelli, includendo le diversità razziali e di genere; fare avanzare i lavoratori svantaggiati; contribuire al miglioramento della qualità della vita delle comunità, dei lavoratori e dei bambini, con il rispetto della dignità di tutti e dell’uguaglianza”. L’adesione al codice di condotta di Sullivan è ovviamente volontaria. Ogni anno, l’azienda deve elaborare un report dove elenca i risultati conseguiti nella sua applicazione: un documento che deve contenere non solo quello che si è fatto, ma anche tutto quello che viene pianificato per l’anno successivo, da presentare all’associazione di imprese che ha ereditato la “gestione” del codice dal reverendo. Come si può vedere, la procedura non prevede alcuna verifica di quello che viene scritto in quei documenti: il codice di condotta diventa quindi un po’ come la letterina di buoni propositi che i bambini inviano a Babbo Natale ogni dicembre.


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Ecco dunque i principi elaborati dal reverendo Leon H. Sullivan: “Come impresa che adotta i Global Sullivan Principles noi rispetteremo la legge, e come membri responsabili della società applicheremo questi principi con l’integrità che è propria del ruolo legittimo del business. Svilupperemo e miglioreremo le politiche, le procedure, le strutture interne di applicazione e report per assicurare la diffusione di questi principi in tutta la nostra organizzazione. Noi crediamo che l’applicazione di questi Principi diffonderà una maggiore tolleranza e una migliore comprensione tra la gente, e porterà avanti la cultura della pace. In coerenza con quanto affermato noi ci impegnamo a: 1. Esprimere il nostro sostegno per i diritti umani e, particolarmente, con i dipendenti, le comunità e i partners commerciali con i quali operiamo. 2. Promuovere uguali opportunità per i nostri dipendenti a tutti i livelli dell’impresa con il rispetto del colore, della razza, del genere, dell’età, dell’etnia, del credo religioso, e di operare senza compiere maltrattamenti nei confronti dei lavoratori, come lo sfruttamento minorile, la punizione fisica, le violenze nei confronti delle donne, il lavoro forzato, o altre forme di abuso. 3. Rispettare la libertà di associazione dei nostri dipendenti. 4. Retribuire i nostri dipendenti in misura tale da permettere loro di far fronte ai loro bisogni primari e di poter cogliere le occasioni per il miglioramento delle loro conoscenze e abilità, in modo da ampliare le loro opportunità sociali ed economiche. 5. Fornire i dipendenti di un posto di lavoro sicuro e salubre: proteggere la salute dell’uomo e l’ambiente; promuovere uno sviluppo sostenibile. 6. Promuovere una competizione leale, che includa il rispetto dei diritti intellettuali e degli altri diritti di proprietà, senza offrire, pagare o accettare mazzette. 7. Collaborare con i governi e le comunità all’interno delle quali facciamo affari per migliorare la qualità della vita – l’educazione e il loro benessere culturale, economico e sociale - e cercare di creare opportunità per i lavoratori che provengono da situazioni svantaggiate. 8. Promuovere l’applicazione di questi Principi presso tutti i soggetti con i quali realizziamo degli affari. Saremo trasparenti nell’applicazione di questi principi e forniremo informazioni che dimostrano pubblicamente la coerenza del nostro impegno rispetto ad essi”. In Italia, il D. Lgs. nr. 231/2001 all’art. 3 fa’ riferimento all’adozione di un Codice di Comportamento con il quale si intende “un insieme di regole che definiscono le responsabilità ed i comportamenti per individui o organizzazioni (come per esempio i codici deontologici o i codici che garantiscono la correttezza nello svolgimento degli affari)”.


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A questo scopo, le Linee-Guida di Confindustria affermano infatti che: “L’adozione di principi etici rilevanti ai fini della prevenzione dei reati ex D. Lgs. 231/2001 costituisce un elemento essenziale del sistema di controllo preventivo. Tali principi possono essere inseriti in un Codice Etico (o Codice di Comportamento).” Confindustria, inoltre, indica quello che potrebbe essere considerato un contenuto minimo del Codice in relazione alla prevenzione dei reati ex D. Lgs. 231/2001 così schematizzabile: 1. pieno rispetto delle leggi e dei regolamenti vigenti in tutti i paesi in cui l’impresa opera; 2. corretta registrazione, autorizzazione, verifica, legittimazione, congruità e coerenza di operazioni e transazioni; 3. dettagli in ordine ai rapporti con gli interlocutori dell’ente (Pubblica Amministrazione, pubblici dipendenti, interlocutori commerciali privati). Anche nelle Linee-Guida emanate da Ania risulta opportuno che l’ente sia dotato di Codice Etico (in ottemperanza a circolari dell’Isvap 366/D e 577/D) al fine di “promuovere all’interno delle imprese la correttezza operativa ed il rispetto dell’integrità e dei valori etici da parte di tutto il personale e di prevenire condotte devianti di cui l’impresa può essere chiamata a rispondere ai sensi del D. Lgs. 231/2001”. Queste interpretazioni rischiano, però, di creare confusione poiché all’interno del Modello Organizzativo e Gestionale (MOG) il Codice (di Condotta o Etico) è rilevante non come strumento di responsabilità sociale tout court, ma in quanto influenza e determina delle procedure che si inseriscono all’interno del Modello e, perciò, saranno controllate dall’Organismo di Vigilanza con un approccio meramente legale e di controllo di conformità, anziché con un interesse etico o di responsabilità sociale che spetterebbe invece al Comitato Etico. Considerare il Codice di Condotta come un Codice Etico e, pertanto, equiparare uno strumento proposto per legge a uno che risponde unicamente a un processo di autoregolamentazione societaria, rischia di far coincidere la correttezza negli affari con la Responsabilità Sociale d’Impresa. Il D. Lgs. nr. 231/2001 nasce a seguito della ratifica di alcuni trattati internazionali tra i quali: 1. Convenzione sulla tutela finanziaria delle Comunità Europee, firmata a Bruxelles il 26/07/1995; 2. Convenzione relativa alla lotta contro la corruzione dei funzionari delle


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Comunità europee o degli Stati membri dell’Unione Europea, firmata a Bruxelles il 26/05/1997; 3. Convenzione OCSE sulla lotta alla corruzione dei pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali, firmata a Parigi il 17/09/1997. La legge sulla responsabilità amministrativa degli enti ha una finalità preventivo - repressiva. Secondo il decreto, per la punibilità dell’ente, il reato deve essere commesso nell’esclusivo interesse dell’ente o a suo vantaggio da persone: - “che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso” (i così detti soggetti apicali); - “sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui al primo punto” (soggetti sottoposti alla direzione o alla vigilanza dei soggetti apicali). L’obiettivo del D. Lgs. nr. 231/2001, attraverso l’introduzione di sistemi di monitoraggio dell’attività aziendale al fine di realizzare controlli preventivi sulla gestione, è quello di rendere responsabili gli enti degli illeciti (anche penali) che vengono commessi nel loro interesse o a loro vantaggio e sono resi possibili dalle carenze della struttura organizzativa e di controllo degli enti stessi.

Il Modello Organizzativo e Gestionale (MOG) Il MOG è un sistema organico di elementi, azioni, strumenti e responsabilità i quali interagiscono al fine di assicurare che l’adempimento di una serie di procedure previste dal D. Lgs. nr. 231/2001 consenta di escludere la responsabilità dell’ente. Una volta adottato (usualmente con delibera del Consiglio di Amministrazione), il MOG deve rispondere, tra le altre cose, alle seguenti esigenze (art. 6): - individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati; - prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente in relazione ai reati da prevenire; - individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei reati; - prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli; - introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello.


LA RESPONSABILITÀ SOCIALE E IL QUADRO NORMATIVO

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Gli elementi qualificanti del MOG non indicati dalla legge ma dalle Linee Guida delle Associazione di categoria (Confindustria, Ania, ABI) sono i seguenti: - Codice Etico (o di Comportamento); - formazione del personale ed adeguata informazione: le modalità di comunicazione del modello devono essere tali da garantirne la piena pubblicità, al fine di assicurare che i destinatari siano a conoscenza sia delle procedure che devono seguire per adempiere correttamente alle proprie mansioni sia della possibilità di segnalare in caso di sospetta violazione del MOG; - adeguamento del Codice: il costante aumento delle ipotesi di reato pone il problema dell’aggiornamento dei modelli, compito affidato all’Organismo di Vigilanza.

L’Organismo di Vigilanza (OdV) L’Organismo di Vigilanza, disciplinato dall’art. 6 del D. Lgs. 231/2001, è dotato di poteri autonomi e ha il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei Modelli Organizzativi e Gestionali, nonché di curare il loro aggiornamento. Il decreto non fornisce alcuna indicazione in ordine alla composizione dell’Organo, perciò sono da considerare validi i primi orientamenti della dottrina, della giurisprudenza e delle associazioni di categoria, secondo cui l’OdV deve essere interno all’azienda (anche se possono far parte soggetti esterni), può avere una composizione collegiale (per le società di capitale, vista la delicata funzione, non dovrebbe coincidere con un organo sociale) e, secondo le Linee Guida di Confindustria, può coincidere con la funzione di Internal Audit. L’OdV deve essere libero di accedere a tutte le informazioni rilevanti per l’esercizio delle sue funzioni ed è l’organo in grado di recepire segnalazioni di malfunzionamenti del modello. È lo stesso MOG, del resto, che prevede lo scambio delle informazioni rilevanti per le rispettive funzione tra OdV, Internal Audit, preposti al controllo interno e revisore contabile. L’OdV avrà l’obbligo di riferire periodicamente al Consiglio d’Amministrazione e al Collegio Sindacale sull’attività svolta e, di volta in volta, in caso di violazioni delle procedure contenute nel modello. Anche i compiti e le competenze dell’OdV non sono dettagliati dal Decreto 231 ma, tenuto pure conto delle Linee Guida di settore e della prassi, le sue attività possono essere così raggruppate: - verificare l’efficienza ed efficacia del MOG rispetto alla prevenzione e all’impedimento della commissione dei reati previsti dal D. Lgs. 231/2001;


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- controllare il rispetto delle procedure ed accertare gli eventuali scostamenti da esse; - effettuare periodici esami sul modello e proporre aggiornamenti; - segnalare agli organi dirigenti gli opportuni provvedimenti in caso di violazioni accertate dal modello; - informare periodicamente gli organi dirigenti e di controllo sul tema del D. Lgs. 231/2001. I codici etici nelle imprese italiane La ricerca Unioncamere del 2004 – comunque meritevole di attenzione seppur datata – ci offre un quadro dettagliato dell’atteggiamento delle imprese italiane verso la responsabilità sociale ed i suoi strumenti. Fra questi il più diffuso è proprio il codice etico, anche se interessa ancora un numero esiguo di imprese. Sotto questa denominazione sono compresi sia i codici di comportamento più analitici che i documenti sintetici di affermazione dei valori fondamentali o idee guida di una impresa. La media ponderata indica la loro presenza nel 3,2% delle imprese, ma è interessante sottolineare che vi sono significative differenze fra settori e per dimensione aziendale. Si collocano al di sopra della media ponderata i macro-settori del CreditoAssicurazioni (9,1%), dei Servizi alle persone (6,9%), dell’ICT (6,3%) e dei Servizi alle imprese (4,8%). Nelle imprese con oltre 250 dipendenti hanno una diffusione del 18%, ben superiore alla media.


CAPITOLO III CSR TRA ACTION PLAN NAZIONALE E NORMATIVA REGIONALE

1. L’Action Plan Nazionale In tema di CSR nella Pubblica Amministrazione regionale, il primo risconto empirico lo ha fatto la regione Toscana quale coordinatrice della IX Commissione della Conferenza delle Regioni e Province Autonome “Istruzione, Lavoro, Innovazione e Ricerca”. Il Ministero del Welfare è, poi, chiamato a definire una strategia nazionale sul tema così come previsto dalla Commissione Europea nella comunicazione “Strategia rinnovata dell’UE per il periodo 2011-14 in materia di responsabilità sociale delle imprese”. Parallelamente la Regione Marche, in qualità di coordinatrice della XI Commissione della Conferenza delle Regioni e Province Autonome “Attività produttive e Commercio”, è stata incalzata dai Ministeri competenti (Ministero del Welfare e Ministero dello Sviluppo Economico) a produrre un contributo per la definizione dell’Action Plan. Il 16 maggio 2012 si è, così, avuta la prima riunione nella quale il Ministero del Lavoro ha colto l’occasione per rendere nota l’avvenuta costituzione di un gruppo di alta responsabilità per la redazione di un Piano nazionale sulla CSR da presentare alla Commissione Europea: in tale occasione è stato presentato lo schema di struttura dell’Action Plan. A seguito di tale riunione, i due Coordinamenti Tecnici coinvolti hanno individuato un percorso condiviso di lavoro che, partendo da un comune strumento di ricognizione, potesse consentire la realizzazione di un quadro complessivo ed omogeneo degli interventi realizzati sui territori e di poter definire un contributo legato alla definizione dell’Action Plan nazionale sulla CSR.


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La Commissione Europea ha avanzato una nuova composizione, più semplice, della Responsabilità Sociale come “la responsabilità delle imprese per il loro impatto sulla società”, assieme ad un piano d’azione per il periodo 2011-2014 contenente una concreta “road map” di otto Linee di interventi e iniziative da realizzare entro il 2014: Linea 1. Promuovere la visibilità della CSR e diffusione delle buone pratiche (ad esempio, incoraggiando le imprese ad un approccio strategico alla CSR) Linea 2. Migliorare e monitorare il livello di fiducia nelle imprese (ad esempio, favorendo le aspettative comuni dei cittadini e delle imprese per aumentare la fiducia dei cittadini verso le imprese) Linea 3. Migliorare i processi di auto eco-regolamentazione (avviando un processo per sviluppare un codice deontologico delle imprese, introducendo norme che favoriscono l’adottare codici etici) Linea 4. Potenziare il “premio di mercato” per la CSR (ad esempio, informando i clienti sui criteri di investimento etico o responsabile adottati, migliorando i meccanismi premianti di mercato per la CSR) Linea 5. Migliorare la trasparenza delle informazioni sociali e ambientali (incoraggiando le imprese a misurare la performance ambientale ovvero incentivare la rendicontazione sociale ed ambientale e la diffusione, da parte di tutte le organizzazioni, delle informazioni sociali e ambientali) Linea 6. Integrare ulteriormente la CSR nella ricerca, educazione e formazione (incoraggiando gli istituti di formazione a integrare la CSR nei programmi di studio a tutti i livelli, sostenendo la ricerca e l’innovazione sulla CSR, incoraggiando la cooperazione tra istruzione e impresa sul tema) Linea 7. Accentuare l’importanza di politiche nazionali/subnazionali in materia di CSR (sostenendo le imprese per affrontare meglio la povertà e l’inclusione sociale, definendo azioni prioritarie CSR nazionali, meccanismo di peer review) Linea 8. Migliorare l’allineamento degli approcci europei e globali alla CSR (ovvero, prestando maggiore attenzione ai principi e guidelines riconosciuti, richiamando il global framework della CSR, costituito da un set di principi e linee guida riconosciuti internazionalmente: OECD Guidelines for Multinational Enterprises, United Nations Global Compact, United Nations Guiding Principles on Business and Human Rights, ILO


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Tri-partite Declaration of Principles Concerning Enterprises and Social Policy, ISO 26000 Guidance Standard on Social Responsibility). La strategia del Governo italiano pone l’accento sull’importanza del ruolo dell’impresa nella società e sulla gestione responsabile delle attività economiche quale veicolo di creazione di valore, a mutuo vantaggio delle imprese, dei cittadini e delle comunità. Questa convinzione è confortata da due caratteri tipici delle imprese italiane, la capacità di radicamento e di relazione con il territorio in cui operano e la dimensione sociale in termini di relazioni industriali e impegno sociale. Un patrimonio delle nostre imprese che rischia di deteriorarsi sotto la pressione delle dinamiche internazionali e che il Governo intende valorizzare e sostenere attraverso azioni strategiche condivise con tutti i portatori di interesse. Oltre ad avere ricadute positive sui lavoratori e sul territorio, un corretto approccio strategico alla CSR comporta un vantaggio per la competitività delle imprese, in termini di gestione del rischio, riduzione dei costi, accesso al capitale, relazioni con i clienti, gestione delle risorse umane e capacità di innovazione. Agendo sui temi della sostenibilità nella relazione con i portatori di interesse (stakeholders) interni ed esterni, l’impresa può prevedere e meglio rispondere alle aspettative della società e anticipare le trasformazioni dei contesti in cui opera differenziandosi, prioritariamente attraverso l’innovazione, rispetto agli altri concorrenti internazionali e accedendo, in questo modo, a nuove risorse, nuovi mercati e a nuove prospettive di crescita. Nel quadro delle politiche nazionali per la crescita e l’occupazione, è riconosciuto, dunque, il ruolo della CSR quale elemento qualificante dei processi aziendali e delle produzioni italiane, favorendo la permanenza nel medio-lungo periodo delle imprese sui mercati globali. È, infatti, attraverso investimenti in risorse umane e conoscenze, relazioni industriali, tutela ambientale, rapporti con il territorio e gli stakeholders, lotta alla corruzione - tutti elementi essenziali della CSR – che il Made in Italy può rafforzarsi e distinguersi sui mercati. Fermo restando che la CSR riguarda comportamenti volontari delle imprese che vanno oltre il semplice rispetto degli obblighi giuridici, il Governo, con la sua azione, può creare un contesto più propizio ai comportamenti volontari delle imprese e alle attività del terzo settore, per favorire il raggiungimento degli obiettivi pubblici orientati allo sviluppo dell’economia e della società e alla tutela dell’ambiente. Nella definizione e attuazione del Piano un’attenzione particolare è dedicata alle PMI che spesso non dispongono delle risorse finanziarie e delle conoscenze sufficienti ma sono fondamentali per il raggiungimento degli obiettivi del Go-


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verno data la loro numerosità, il radicamento nelle comunità, i legami con le grandi imprese nella catena di fornitura e il ruolo crescente che assumono nell’internazionalizzazione delle produzioni. Viene inoltre riconosciuto il contributo delle imprese sociali e delle organizzazioni di terzo settore, per la loro attenzione al territorio e il diretto rapporto con la cittadinanza. Nel definire i contenuti degli interventi è stato preso a riferimento l’intero ciclo di vita aziendale dalla definizione della strategia aziendale, alle azioni e investimenti fino alla rendicontazione, finanziaria e extra-finanziaria, delle attività. Inoltre sono previste azioni volte a rafforzare i contesti in cui operano le imprese per rinsaldare la fiducia dei cittadini, favorire il contributo delle forze di mercato, proiettare le azioni nella dimensione internazionale. La Direzione Generale del Terzo Settore e delle Politiche Sociali e dalla Direzione Generale per la Politica Industriale e la Competitività del Ministero dello Sviluppo Economico hanno così predisposto l’Action Plan Nazionale sulla CSR 2012/2014. Il documento, che si compone di 60 pagine, dal mese di dicembre 2012 è offerto alla consultazione pubblica ed è, quindi, aperto a qualunque suggerimento. Gli interessati possono partecipare alla consultazione inviando il proprio contributo entro il 31 gennaio 2013, dopodiché, il Governo provvederà ad inviare il documento alla Commissione UE nel quadro della Comunicazione della Commissione - COM(2011) 681 finale – “Strategia rinnovata dell’UE per il periodo 2011-14 in materia di responsabilità sociale delle imprese”. Di seguito sono proposti, in sintesi, gli obiettivi contenuti nel Piano di Azione Nazionale 2012-2014 sulla CSR (Action Plan): Obiettivo A: Aumentare la cultura delle responsabilità presso le imprese, i cittadini e le comunità territoriali Al fine di assicurare la crescita congiunta delle imprese e della società, è indispensabile elevare il livello di conoscenza e di consapevolezza in materia di CSR favorendo la creazione di una cultura condivisa e partecipativa che risponda alle esigenze dei diversi attori coinvolti, in particolare le imprese e i cittadini. Questo obiettivo è perseguito attraverso due linee prioritarie: la prima orientata a diffondere la consapevolezza presso le imprese e presso i giovani circa l’importanza dell’approccio strategico1 alla CSR nella gestione aziendale, pas1

Per approfondimenti si rimanda alle indagini: “Does Corporate ResponsibilityPayOff?”, presentato nel 2011 dalla Facoltà di Economia e Commercio di Vienna alla Commissione Europea. Si citano,


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saggio fondamentale nella riuscita di qualsiasi pratica di responsabilità; la seconda finalizzata a rendere i cittadini e i consumatori consapevoli rispetto alle pratiche responsabili delle imprese e ad evitare comportamenti sleali da parte di queste ultime (ad es. green e social washing) e a rinsaldare il rapporto di fiducia tra Pubblica Amministrazione, imprese e cittadini. A questo proposito, il Governo ha accolto l’iniziativa della Commissione Europea di istituire un Premio sulla CSR dedicato al partenariato tra imprese e stakeholder (“European CSR Award Scheme”: inspiring partnership for innovation and impact”) e supporterà il successo della sua realizzazione in Italia, contribuendo alla sua massima visibilità per favorire un’ampia mobilitazione del contesto imprenditoriale e degli stakeholder. La Commissione UE ha affidato l’organizzazione dell’ “European CSR Award Scheme” al consorzio costituito da CSR Europe e dai suoi partner nazionali, per l’Italia Fondazione Sodalitas. Questa gestirà lo European CSR Award nel contesto del già affermato “Sodalitas Social Award”2, di cui rappresenterà una importante aggiunta per il focus sulle partnership imprese-stakeholder, a fianco delle altre categorie dedicate alle manifestazioni chiave della responsabilità sociale. Obiettivo B: Sostenere le imprese che adottano la CSR Riscontrato che l’adozione di pratiche di CSR (fondate sui migliori standard e strumenti internazionali) consente – nel medio-lungo periodo – un vantaggio competitività per le imprese, i lavoratori e la società in generale, l’azione di sostegno delle istituzioni deve agevolare la diffusione dell’adozione della CSR soprattutto tra le PMI le quali rappresentano (con il 97% delle imprese) l’ossatura

inoltre, i seguenti lavori realizzati dal MiSE in collaborazione con Università, centri e istituti di ricerca, quali: “La leva competitiva della responsabilità sociale nelle PMI”, Centro Studi Philanthropy; “Misurare per gestire e creare valore per gli stakeholder: lo stato dell’arte e le prospettive future nella valutazione della RSI”, Università Bocconi; “Le reti d’imprese come strumento privilegiato per la diffusione di una Sostenibilità di Sistema”, LUISS Guido Carli. Tutti i lavori sono disponibili sul sito web: http://pcnitalia.mise.gov.it. 2 Il Sodalitas Social Award è il premio che ogni anno dal 2002 la Fondazione Sodalitas, cui aderiscono 88 imprese leader del mercato italiano1, assegna ad imprese, associazioni imprenditoriali, distretti industriali ed organizzazioni che si siano concretamente impegnate in progetti di Sostenibilità d’Impresa. Le 6 categorie in cui si articola il Sodalitas Social Award coprono ambiti significativi della Sostenibilità d’impresa: ambiente; comunità; valore della Persona e Lavoro; mercato; responsabilità Sociale realizzata da PMI; responsabilità Sociale realizzata da ente locale, istituzione pubblica o scolastica. Sodalitas nasce da un’iniziativa lanciata nel 1995 da Assolombarda. Complessivamente, le prime 10 edizioni del Sodalitas Social Award hanno visto la partecipazione di circa 1.400 aziende con oltre 2.000 progetti. All’ultima edizione del Premio sono stati portati all’attenzione di Commissioni e Giuria ben 253 progetti da parte di 199 imprese.


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del sistema imprenditoriale italiano. Inoltre, molte PMI non sempre sono in grado di reperire le risorse finanziarie e immateriali necessarie all’avvio e alla durevolezza di un percorso di sostenibilità. Gli interventi possono essere di varia natura (incentivi fiscali/economici, premialità, semplificazioni) finalizzati a sostenere azioni che “creano un valore aggiunto” sociale ed economico sia per i proprietari/azionisti che per i soggetti interessati e la società in generale. D’altro canto, servono azioni mirate a prevenire e mitigare i possibili effetti negativi sull’ambiente, sui lavoratori e sulla società delle attività economiche, generando un impatto positivo complessivo. Ad oggi, le azioni messe in campo a livello di Amministrazioni centrali e regionali sono state spesso rivolte a singoli ambiti della CSR (ad esempio sicurezza sul lavoro, investimenti ambientalmente sostenibili, inclusione sociale, conciliazione famiglia-lavoro). Numerose sono le iniziative in materia di efficientamento energetico e fonti rinnovabili. Inoltre, il tema della conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di cura della famiglia, rappresenta una delle priorità su cui l’Unione Europea ha invitato gli Stati membri ad intervenire, al fine di sostenere la strategia comune per la piena occupazione, attraverso la rimozione delle barriere che ostacolano, in particolare, l’occupazione femminile. Obiettivo C: Contribuire al rafforzamento degli “incentivi di mercato” per la CSR Un aspetto chiave nell’adozione di comportamenti socialmente responsabili da parte delle imprese è rappresentato dall’equilibrio tra sostenibilità e ritorno economico delle attività sempre più caratterizzato dall’apprezzamento da parte del mercato delle imprese virtuose. Gli incentivi di mercato per la CSR possono essere rappresentati dalla domanda privata dei consumatori, dalla domanda pubblica attraverso gli appalti, dal miglioramento dell’accesso ai capitali e al credito. Attraverso l’azione pubblica si intende, dunque, agire su queste leve per favorire il ritorno economico della CSR. Una testimonianza in tal senso viene dalla “Carta dell’Investimento Sostenibile e Responsabile della finanza italiana” con cui, nel giugno 2012, le maggiori associazioni di categoria del settore creditizio, Abi, Ania, Assogestioni e Febaf hanno riaffermato l’impegno comune a diffondere la cultura della sostenibilità e della responsabilità sociale presso i propri associati e all’interno della business community, favorendo la diffusione di pratiche di finanza sostenibile e responsabile. La Carta incoraggia gli investitori istituzionali ad assumere le variabili extrafinanziarie ambientali, sociali e di governance come parte qualificante dell’analisi e dei processi di investimento per conto proprio e di terzi.


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In tal senso, l’ABI (Associazione Bancaria Italiana), Confindustria e il Ministero dello Sviluppo Economico hanno rinnovato, per il biennio 2012-2013, il Protocollo d’intesa (già sottoscritto nel 2011) volto ad incoraggiare la diffusione della rendicontazione volontaria di sostenibilità, come elemento integrativo di valutazione complessiva del rischio di credito delle imprese. Assume certamente una valenza innovativa il “Piano d’Azione per la sostenibilità dei consumi nel settore della Pubblica Amministrazione (PAN GPP)” adottato dal Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM), di concerto con i Ministri dell’Economia e delle Finanze e dello Sviluppo Economico. Il Piano, adottato con il Decreto Interministeriale dell’11 aprile 2008 (G.U. n. 107 dell’8 maggio 2008), fornisce un quadro generale per gli acquisti verdi nella pubblica amministrazione e si pone l’obiettivo di massimizzarne la diffusione presso gli enti pubblici in modo da farne dispiegare in pieno le sue potenzialità in termini di miglioramento ambientale, economico ed industriale. Inoltre, con Decreto 6 giugno 2012 (G.U. n. 159 del 10 luglio 2012) è stata emanata una Guida per l’integrazione degli aspetti sociali negli appalti pubblici per offrire supporto alle Amministrazioni pubbliche disposte ad integrare negli appalti pubblici criteri conformi agli standard riconosciuti a livello internazionale in materia di diritti umani e condizioni di lavoro. Alle Regioni è demandata l’adozione di azioni applicative nonché all’introduzione di criteri ambientali e sociali negli appalti pubblici per facilitare le imprese socialmente responsabili. Obiettivo D: Promuovere le iniziative delle imprese sociali e delle organizzazioni di Terzo settore, di cittadinanza attiva e della società civile Nel mondo dell’economia no-profit vige il principio di reciprocità che costituisce uno dei fondamenti delle organizzazioni della società civile e va inteso come relazione cooperativa tra le persone appartenenti alla medesima comunità. Il Terzo Settore assicura la sostenibilità dei processi di sviluppo nel lungo periodo, perché è impegnato a rimuovere gli ostacoli che generano insicurezza sociale nei soggetti esclusi e vulnerabili. Per incidere maggiormente in maniera più efficiente ed efficace, il Terzo Settore deve rafforzare la propria efficienza, trovare nuovi segmenti di mercato e finanziatori, allo stesso tempo è importante che esso dialoghi con le imprese profit. Le linee prioritarie di azione sono strettamente collegate a quest’ultimo punto di vista: è importante che le organizzazioni del Terzo Settore – in particolare imprese sociali e cooperative sociali – dialoghino con le imprese profit e offrano ai potenziali investitori il massimo della trasparenza illustrando le loro attività, i loro progetti, la destinazione dei fondi ricevuti, e adottando la rendicontazione sociale.


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Dai dati ISTAT e di Iris Network elaborati e presenti nel Rapporto del Censis del 2010 nel quale sono stimati c.a. 650.000 operatori del welfare territoriale, cui vanno aggiunti 1.450.000 addetti del micro-welfare familiare, in gran parte rappresentati da badanti e collaboratrici domestiche. Inoltre esistono oltre 1.400.000 addetti alle imprese for-profit impegnate nell’istruzione, nella sanità e assistenza sociale, cultura, sport e ricreazione. Tutte attività, che hanno comunque una ricaduta territoriale e il cui confine con i servizi non profit non sempre è nettamente definito, tant’è vero che uno degli obiettivi che si prefigge la legge 118 del 2005 sull’impresa sociale è quello di far aderire alla forma dell’impresa sociale anche una vasta platea di imprese for-profit. Obiettivo E: Favorire la trasparenza e la divulgazione delle informazioni economiche, finanziarie, sociali e ambientali Nell’opacità dell’asimmetria informativa che, in diverse occasioni, ha rappresentato una pseudo-realtà del mercato, è necessario insistere sul miglioramento della chiarezza e completezza di informazioni fornite dalle imprese in materia di CSR, elemento importante nelle relazioni con i Governi, i portatori di interesse, la comunità finanziaria, i lavoratori e la società. Inoltre, un corretto sistema di rendicontazione consente alle imprese di misurare i vantaggi della CSR altrimenti di difficile percezione in quanto spesso si sostanziano in asset intangibili. In particolare, oltre che alla trasparenza delle informazioni finanziarie e a quelle relative agli assetti societari e alle strutture di governo delle imprese, assumono un significato virtuoso tutte le informazioni extra-finanziarie legate alle performance sociali e ambientali dell’azienda. Lo sforzo sarà orientato, pertanto, da un lato a sostenere e rendere coerenti i quadri di riferimento e gli indicatori in uso e dall’altro per agevolare le imprese, in particolare PMI, nell’adozione di forme di rendicontazione extra-finanziaria che tengano conto di aspetti socio-ambientali delle attività economiche. Sotto il profilo della trasparenza e integrità delle informazioni il Governo italiano ha promosso in diverse sedi internazionali la trasparenza delle transazioni finanziarie, come ad esempio in occasione della Ministeriale OCSE del 2010, quando si è fatto portatore della “Declaration on Propriety, Integrity and Transparency in the Conduct of International Business and Finance”. Diverse sono le modalità e gli strumenti per la divulgazione delle informazioni sociali e ambientali e un numero crescente di imprese divulga tali informazioni, esistono inoltre vari quadri e riferimenti internazionali, in particolare rivolti alle imprese di grandi dimensioni, come la Global Reporting Initiative (GRI), cui fanno riferimento varie grandi e medie aziende italiane. Dai dati del “sustainability disclosure database” del GRI per l’esercizio finanziario 2010 sono


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stati presentati 57 report di sostenibilità da parte dei imprese italiane nei settori automotive, energia, elettrico, bancario e delle telecomunicazioni. Come osservato, si rende opportuno incentivare e sostenere le PMI – che non sempre dispongono di risorse adeguate – attraverso azioni di accompagnamento e incentivi per favorire l’adozione di standard di sostenibilità e reporting extra-finanziario al fine di portare beneficio sia alle imprese che alla società. Le Amministrazioni partiranno dalle esperienze già realizzate nel corso degli anni laddove hanno già finanziato l’adozione di sistemi di certificazione ambientale e di qualità da parte delle imprese. Obiettivo F: Promuovere la CSR attraverso gli strumenti riconosciuti a livello internazionale e la cooperazione internazionale Diversi sono gli impegni internazionali del Governo in materia di promozione della condotta d’impresa responsabile, prioritariamente in ambito OCSE, Nazioni Unite e G20 e attraverso le iniziative di cooperazione economica e allo sviluppo e solidarietà internazionale. Attraverso questo obiettivo si intende, dunque, intensificare l’azione del Governo nella promozione e diffusione degli orientamenti e standard internazionali e attrarre le imprese che adottano gli strumenti di CSR riconosciuti internazionalmente nelle attività di cooperazione internazionale. Uno strumento sottoscritto a livello internazionale da 48 Paesi e specifico sulla condotta d’impresa responsabile è rappresentato dalla Linee Guida dell’OCSE per le imprese multinazionali che il Governo attua attraverso un meccanismo comune a tutti i paesi aderenti. L’attuazione delle Linee-Guida avviene tramite il Punto di Contatto Nazionale (PCN)3 presso il Ministero dello Sviluppo Economico – Dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione – Direzione Generale per le politiche industriali e la competitività. Importante organo del PCN è il Comitato, i cui membri, rappresentano gli interessi delle istituzioni, delle imprese e degli stakeholders di rilievo che partecipano alle decisioni del PCN stesso. Ne fanno parte esponenti dei Ministeri dello Sviluppo Economico-commercio estero, degli Affari Esteri, dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, dell’Economia e delle Finanze, del Lavoro e delle Politiche Sociali, della Giustizia, delle Politiche Agricole, e Forestali, della Salute. Vi sono anche rappresentati: la Conferenza Stato-Regioni, Unioncamere (Unione delle Camere di Commercio italiane) e le sigle sindacali confederali:

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Istituito con la Legge nr. 273/2002 e la cui attività e regolata dal DM del 30 luglio 2004 e successive modifiche.


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CGIL, CISL, UIL. L’imprenditoria è presente attraverso le associazioni – Confindustria e una associazione rappresentativa delle associazioni della piccola industria e dell’artigianato nominata di volta in volta - mentre CNCU riporta il punto di vista del consumatore e l’ABI rappresenta il settore bancario. Una particolare attenzione alla collaborazione con il territorio attraverso la stipula di protocolli di intesa con le Regioni italiane. Il MiSE-PCN ha inoltre aderito al progetto interregionale“Creazione di una rete per la diffusione della responsabilità sociale d’impresa”. Tabella 1- Riepilogo degli obiettivi, delle linee prioritarie e degli interventi 2012-201


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2. Il quadro istituzionale e normativo delle Regioni italiane Sin dalla pubblicazione del Libro Verde della Commissione europea in materia di responsabilità sociale delle imprese nel 2001, il tema ha trovato spazi sempre più significativi nell’agenda degli Stati Membri dell’UE. Moltissime sono state le riflessioni e le sperimentazioni portate avanti dalle aziende, così come dagli altri attori sociali, sia del mondo del non profit che della sfera pubblica, in materia di filiera di produzione, tutela dei diritti umani e contrasto al lavoro minorile, promozione dell’eguaglianza e delle pari opportunità, rendicontazione sociale, solo per citare alcuni temi specifici. Anche l’Amministrazione italiana, nelle sue plurime componenti, ha partecipato e partecipa a questo processo, dando il proprio contributo in sede comunitaria ed


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internazionale: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in particolare, è membro del Gruppo di Alto Livello sulla CSR che si riunisce periodicamente a Bruxelles e, assieme a molti altri Stati dell’Unione, ha partecipato alla elaborazione del nuovo standard internazionale ISO26000 in materia di responsabilità sociale, che ha visto il fattivo contributo degli stakeholder di un centinaio di Paesi. Non meno importante, tuttavia, è il livello regionale, dove l’ente territoriale può gestire politiche e sperimentazioni che sono strettamente legate alle dinamiche e alle peculiarità dei territori, assecondando le naturali tendenze già in atto e interpretando al meglio le necessità esistenti. La Pubblica Amministrazione è sempre più riconosciuta quale attore fondamentale, se non indispensabile, per favorire la diffusione di tale tematica sul territorio, potendo svolgere infatti un importante ruolo di stimolo attraverso strumenti di indirizzo ed incentivazione che supportino le organizzazioni nel miglioramento delle proprie prestazioni in ambito sociale e ambientale. Gli interventi di sostegno economico della Pubblica Amministrazione italiana a livello nazionale, regionale e provinciale indirizzati alle imprese italiane con l’obiettivo specifico di promuovere un miglioramento delle condizioni di lavoro nelle organizzazioni hanno rappresentato uno strumento di fondamentale aiuto per le imprese che ne hanno beneficiato e in particolare per le piccole e medie imprese, soprattutto nell’affrontare i costi iniziali per l’ integrazione di elevati standard qualitativi, o semplicemente nell’innescare l’interesse nei confronti di tale tematica. D’altro canto si è appurato come i soli incentivi finanziari non bastino a favorire una effettiva integrazione della CSR nel lungo periodo, ma debbano essere affiancati da ulteriori iniziative. Numerose sono le leggi, le delibere e i provvedimenti regionali o provinciali che, accanto a progetti di particolare rilevanza, eventualmente condotti in un quadro di sinergia pubblico-privato o pubblico-non profit, hanno affrontato in una prospettiva di Corporate Social Responsibility i temi: - della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, includendo tutte le attività volte a ridurre e prevenire i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori; - della conciliazione famiglia-lavoro, includendo la promozione di modelli organizzativi flessibili (quali il telelavoro, job-sharing, ecc) e dell’orario di lavoro (part-time, orario flessibile, congedi familiari, ecc) all’interno delle organizzazioni; - delle pari opportunità, includendo tutte quelle attività volte a promuovere eque condizioni lavorative per le donne e i diversamente abili (eque possibilità di carriera e retribuzione, lotta alla discriminazione, ecc).


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In sostanza con questi strumenti le Regioni e le Province Autonome italiane hanno posto in essere meccanismi incentivanti o iniziative di altro tipo tese a favorire l’adozione di pratiche migliorative rispetto a quanto già previsto dalla legge in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, conciliazione famiglia-lavoro e pari opportunità. I temi sui quali è stato profuso maggiore impegno sono stati quelli della salute e sicurezza sul lavoro (78,3%) e della conciliazione famiglia-lavoro (69,6%) evidenziando l’estrema importanza che tali tematiche assumono nel nostro Paese. Più della metà degli Enti ha dedicato specifiche iniziative al tema delle pari opportunità (52,2%), ma si osserva un minor numero di iniziative dichiarate in materia. Tale dato non deve essere interpretato come un minor impegno in tale ambito di intervento; è doveroso osservare come il tema della conciliazione famiglia-lavoro sia spesso sviluppato proprio in un’ottica di promozione del ruolo della donna. La forma più ricorrente dei provvedimenti adottati è risultata essere il contributo in conto capitale, inteso come incrementi di mezzi patrimoniali dell’impresa per favorire la realizzazione di progetti inerenti percorsi di CSR; a tale tipologia gli Enti hanno però affiancato ulteriori iniziative. Prendendo in considerazione le specifiche tematiche, in materia di salute e sicurezza sul lavoro, provvedimenti aggiuntivi hanno visto la creazione di organi ad hoc per il coordinamento di iniziative di SSL, attività formative e campagne di sensibilizzazione e informazione. Tali provvedimenti sono stati principalmente indirizzati al miglioramento della conoscenza, alla diffusione di buone pratiche e alla adozione di elevati standard qualitativi sui luoghi di lavoro. I provvedimenti e le iniziative realizzate dagli Enti sono state principalmente volte a migliorare la conoscenza in tema di Salute e Sicurezza dei Lavoratori (SSL) attraverso la promozione di iniziative di formazione e informazione (64,7%), e a diffondere buone pratiche in materia di SSL da adottare come esempio per una condotta responsabile (58,8%); molti sono gli Enti che hanno rivolto il proprio impegno nella promozione di incentivi per l’adozione di elevati standard qualitativi sui luoghi di lavoro, verificati e attestati attraverso specifiche certificazioni quali la SA8000 e la OHSAS 18001. In misura minore, altre iniziative sono state indirizzate all’adozione di codici di condotta orientati alla SSL (35,3%). In materia di conciliazione famiglia-lavoro i provvedimenti e le iniziative realizzati sono stati principalmente volti alla istituzione di Commissioni o Comitati volti a coordinare e gestire le iniziative in tale ambito; inoltre sono stati previsti incentivi economici anche per la rea-


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lizzazione di servizi finalizzati a supportare le aziende e le famiglie nella conciliazione famiglia-lavoro. Le iniziative intraprese dalle Amministrazioni includono in buona misura la costituzione di Commissioni o Comitati (per il 38,5% ) atti a coordinare e gestire le iniziative di CSR con riferimento a tale tematica; un esempio è rappresentato dal Tavolo di Lavoro permanente, istituito dalla Regione Puglia, attraverso un protocollo di intesa con le associazioni di categoria delle imprese, con l’obiettivo di avviare la sperimentazione del marchio “Famiglie al Futuro”. Altre iniziative hanno preso la forma di contributi in conto capitale, principalmente volti a promuovere l’integrazione di forme organizzative del lavoro che possano garantire un bilanciamento tra i tempi di vita e di lavoro dei dipendenti. Infine, in materia di pari opportunità, si registrano iniziative volte a promuovere azioni di formazione, informazione e sensibilizzazione a sostegno dell’imprenditorialità femminile e dello sviluppo delle carriere, la creazione di studi statistici ad hoc, l’attribuzione di criteri premiali per le imprese femminili con l’obiettivo di garantire l’accesso ai bandi di finanziamento. Minore attenzione è stata rivolta alla promozione delle “quote rosa”, mostrando un limitato interesse verso tale tematica. È opportuno osservare l’assenza, nella maggior parte dei casi, di un dipartimento o un organo interno alle Regioni e alle Province Autonome preposto al coordinamento delle attività volte alla promozione della Corporate Social Responsibility. La multidisciplinarietà della tematica implica infatti che diverse direzioni amministrative si occupino delle specifiche materie ed in mancanza di una funzione di raccordo si è registrata una certa complessità, anche da parte degli stessi referenti interni, nell’individuazione dei dipartimenti competenti con il rischio di perdere utili informazioni su quanto realmente realizzato. Un maggiore coordinamento non solo migliorerebbe la conoscenza delle iniziative poste in essere, ma consentirebbe anche una migliore condivisione delle buone pratiche anche in una prospettiva di pari opportunità. Nella sostanza, l’azione delle Regioni in merito alla CSR si muove, in maniera prevalente, in due ambiti principali: a) imprenditoria b) lavoro.


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A queste fanno seguito gli interventi relativi all’istruzione e alla formazione, alle politiche sociali, alle attività internazionale ed, infine, alle attività concernenti l’impresa sociale. Quanto al quadro istituzionale, gli interventi in ambito di CSR realizzati dalle Regioni hanno la loro coerenza normativa nelle leggi regionali e/o provinciali le quali disciplinano, in via generale, il settore del lavoro e contengono misure orientate alla crescita e allo sviluppo del territorio; al potenziamento dell’artigianato ed alla promozione della cooperazione mutualistica; nonché al rafforzamento del settore dei servizi sociali. Tuttavia, solo due regioni (Toscana e Umbria) hanno – ad oggi – definito un quadro normativo in tema di CSR. Le Regioni danno esecuzione ai loro programmi relativi alla CSR prevalentemente attraverso l’utilizzo di risorse proprie (57%) e comunitarie (43%) in particolare del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e del Fondo Sociale Europeo (FSE). Solo in via residuale, (precisamente il 12% delle iniziative) vengono finanziate attraverso l’uso esclusivo (es. Friuli Venezia Giulia) o integrativo di risorse nazionali (es. Lombardia ). Le azioni più rappresentative di CSR realizzate negli ultimi cinque anni (o in corso di realizzazione) dalle Regione aderenti all’iniziativa sono state molteplici. In sintesi alcune esperienze più significative.

REGIONE EMILIA ROMAGNA “Legge Regionale nr. 6/2006” (periodo 2007-2009) La Regione ha promosso la stipula di accordi sottoscritti con le associazioni di rappresentanza regionale del mondo cooperativo per la presentazione di programmi integrati di sviluppo e promozione cooperativa. In questo ambito è stato siglato un accordo del 18 ottobre 2007 tra Regione, Legacoop, Confcooperative, Agci e Unci che ha permesso lo sviluppo di interventi attraverso la realizzazione di progetti per un importo complessivo di Euro 1 milione. In merito alla promozione dei suddetti accordi, rilevante è il progetto denominato: “Il codice etico: l’altra faccia della responsabilità sociale”, quale strumento per la gestione equa ed efficace delle transazioni e delle relazioni umane e quale strumento che sostiene la reputazione dell’impresa creando fiducia verso l’esterno.


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“Protocollo d’intesa tra Regione Emilia-Romagna e Ministero dello Sviluppo Economico in materia di formazione sulle tematiche delle Linee guida OCSE” (anno 2008)

La Regione Emilia-Romagna, con delibera di Giunta n. 979/08, ha approvato il Protocollo avente lo scopo di promuovere un progetto formativo destinato agli Sportelli Unici per le Attività Produttive e ai funzionari comunali,ordinariamente collegati alle imprese, al fine di offrire un sostegno competente, e professionale, alle imprese italiane ed estere che desiderano insediarsi nel nostro Paese, valorizzando le attività legate alla crescita e competitività sostenibili. In particolare, si sono realizzati progetti finalizzati a valorizzare la diffusione delle Linee Guida OCSE4 e a sensibilizzare le imprese in merito alla valorizzazione di attività legate alla crescita e competitività sostenibili. “Iniziative a valere sul Programma Operativo Regionale del Fondo di Sviluppo Regionale 2007-2013” (periodo 2007-2013) Il Programma operativo del Fondo di Sviluppo Regionale 2007-2013 sostiene la diffusione dei principi e valori della CSR mediante: - lo sviluppo innovativo delle imprese, in particolare attraverso l’introduzione di nuovi strumenti di governance nelle PMI (Innovazione organizzativa, introduzione sistemi e strumenti ITC nelle imprese: 547 imprese ammesse al finanziamento; 86 milioni di Euro i finanziamenti ammessi; 30 milioni il contributo regionale); - la previsione di criteri “premianti”, che valorizzano la CSR, all’interno dei bandi (imprenditoria femminile, innovazione in campo ambientale e riduzione dei rischi sui luoghi di lavoro, conciliazione dei tempi di lavoro con la cura delle persone, imprenditoria giovanile, ricadute positive sull’occupazione); - lo sviluppo delle normative, e delle sperimentazioni, nelle Aree produttive ecologicamente attrezzate (63 milioni di Euro di contributo regionale); - i progetti di qualificazione energetico-ambientale nelle PMI (15 milioni di Euro di contributi regionali). “Patto per la crescita intelligente, sostenibile, inclusiva” (anno 2012) Regione, forze sociali, economiche e istituzioni hanno firmato il “Patto regionale per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva” con l’obiettivo di condividere le scelte strategiche generali volte a sostenere lo sviluppo della società emiliano-romagnola. 4

Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.


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Gli obiettivi che l’accordo intende perseguire sono: - lotta a ogni forma di attività economica illegale, dalle infiltrazioni criminali all’evasione fiscale, promuovendo un’economia “sana”; - sostegno a nuove, e giovevoli, relazioni industriali; - investimenti nel “sapere” e nelle competenze, soprattutto dei giovani, con incentivi sul versante occupazionale; - azioni dirette ad aumentare l’occupazione femminile e a favorire la conciliazione in termini di tempi di vita e di lavoro.

REGIONE FRIULI VENEZIA GIULIA “Concessione di incentivi economici a favore delle PMI per la promozione della diffusione dei principi della Responsabilità sociale di impresa” L’intervento consiste nella concessione da parte degli uffici regionali di un incentivo economico, una tantum, a favore delle piccole e medie imprese e delle microimprese della Regione in due momenti: - all’adozione, per la prima volta da parte dell’impresa, del bilancio sociale; - all’adozione, per la prima volta da parte dell’impresa, del sistema di gestione della responsabilità sociale secondo il protocollo “SA 8000”. L’incentivo consiste in un cofinanziamento regionale che copre le seguenti tipologie di spese: - nel primo caso (adozione del bilancio sociale) sono cofinanziabili, nella misura del 80%, e comunque per un importo non superiore a 7000 euro, le spese di consulenza o di formazione del personale, sostenute successivamente alla presentazione della domanda di contributo, finalizzate all’adozione per la prima volta del bilancio; - nel secondo caso (adozione della certificazione “SA 800”), sono cofinanziabili, nella misura del 80%, e comunque per un importo non superiore a 10.000 €, le spese di consulenza, di formazione del personale, di acquisto di programmi informatici e di rilascio della certificazione da parte di un ente accreditato dal SAI5 finalizzate all’adozione, per la prima volta, della certificazione di conformità del sistema di gestione della responsabilità sociale secondo la norma “SA 8000”. Gli incentivi hanno natura di aiuti de minimis.

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Social Accountability International.


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REGIONE LIGURIA “Laboratorio sperimentale sulla rendicontazione sociale della Pubblica Amministrazione in Liguria: strumenti di gestione e partecipazione per un’amministrazione pubblica responsabile” (anno 2008) L’iniziativa, realizzata in collaborazione con il “Formez”, ha consentito di avviare un percorso informativo e di sensibilizzazione volto a diffondere una cultura della P.A. orientata alla trasparenza e alla consapevolezza che l’adozione di pratiche socialmente responsabili produce effetti positivi sia sulla qualità dell’ambiente esterno e sui rapporti con tutte le parti interessate, sia sulle relazioni con i propri dipendenti e i collaboratori interni. In particolare, sono stati realizzati seminari e laboratori territoriali di sensibilizzazione, sperimentazione e scambio di conoscenze con gli operatori della PA, al fine di produrre nuove competenze e materiali di supporto, utili allo sviluppo di percorsi di accountability da parte delle amministrazioni del territorio della Regione Liguria. “Fiore giusto” (anno 2010) La certificazione “FIORE GIUSTO” costituisce il primo importante passo a livello italiano nel settore floricolo verso il rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. L’obiettivo che s’intende perseguire è il rispetto dei diritti dei lavoratori (libertà di associazione, salari minimi garantiti, rispetto dell’orario di lavoro e non impiego di manodopera minorile), delle norme di buona condotta come la sicurezza dei lavoratori, il rispetto dell’ambiente, il ridotto impiego di fitosanitari e il rispetto delle buone prassi. “Bilancio di sostenibilità dei parchi Liguri” (a partire dall’anno 2012) Il progetto6 prevede la realizzazione di un percorso comune per la rendicontazione sociale dei Parchi Liguri allo scopo di: - ottimizzare, all’esterno, il rapporto con gli stakeholder dell’Ente, tramite innovative forme di coinvolgimento e partecipazione; - perfezionare, all’interno, il metodo e i contenuti del processo di rendicontazione sociale nelle diverse fasi in cui si articola il ciclo di gestione della performance.

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Con il supporto tecnico scientifico della Federazione Italiana Parchi e Risorse Naturali (Federparchi).


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REGIONE LOMBARDIA “Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro” (periodo 18/04/2012 - 31/12/2012) L’iniziativa nasce con lo scopo di consentire il miglioramento delle conoscenze e delle competenze in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, mediante specifici percorsi formativi rivolti al personale competente. “Responsabilità sociale di impresa: persone, mercati e territorio” (periodo 2012 – 2014) Il programma ha l’intento di garantire un comportamento responsabile delle imprese; promuovere le imprese più diligenti in tal senso, indirizzandole verso una linea di sensibilizzazione sulla CSR; sostenere le azioni di CSR delle Medie e PMI lombarde (e grandi imprese anche internazionali) radicate sul territorio ed infine, promuovere il bilancio sociale. “Avviso DOTE LAVORO – Tirocini per i giovani” (periodo previsto 2012-2013) L’avviso, che richiama negli obiettivi la strategia Europa 2020 e i principi della CSR, ha la finalità di promuovere le capacità lavorative dei giovani mediante tirocini extracurriculari, con l’obiettivo di inserimento, o reinserimento, nelle imprese lombarde. “Responsabilità sociale per la Competitività di impresa” (periodo previsto 2012-2014) È un iniziativa nata per incoraggiare l’adozione di comportamenti responsabili da parte delle MPMI dei settori Manifatturiero, Edilizia e dei Servizi. Gli interventi ammissibili, per i quali è stata prevista una dotazione finanziaria di 850.000 euro, riguardano i seguenti ambiti: - Ambito Progettuale 1: People Care Interventi di supporto e sviluppo di forme di welfare complementare con particolare riguardo a strumenti di “health care”, progetti di “health presence”, interventi di mobilità sostenibile e benefit non monetari anche in collaborazione con i servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni del territorio. - Ambito Progettuale 2: Approvvigionamento Locale Promozione della definizione e implementazione di politiche e strategie di approvvigionamento che, privilegiando fornitori lombardi e impegnati in attività connesse alla CSR, favoriscano lo sviluppo di attività economiche sul territorio. - Ambito Progettuale 3: Reti di Solidarietà tra Imprese e Territorio Sviluppo di “progetti di solidarietà” tra imprese operanti nello stesso ambito territoriale in situazione di crisi o difficoltà, finalizzati a sostenere il


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re-impiego e la riqualificazione dei lavoratori nel contesto occupazionale territoriale di riferimento. Protocollo d’intesa tra il Ministero dello sviluppo economico e Regione Lombardia sulle tematiche delle Linee guida OCSE (periodo 2012-2014) Il protocollo è finalizzato alla diffusione delle Linee Guida OCSE in tema di CSR, attraverso una serie operativa di informazione e formazione, rivolte a tutte le tipologie di imprese, e inoltre alla realizzazione di attività di sperimentazione in tema di gestione virtuosa della supply chain 7, in alcuni settori produttivi ritenuti prioritari. Il presente non prevede oneri finanziari a carico delle parti. “Welfare Aziendale” (periodo previsto 20122-2013) Iniziativa rivolta alle PMI per sostenere progetti sperimentali di welfare aziendale e interaziendale, al fine di promuovere il benessere dei dipendenti e di sviluppare la conciliazione famiglia lavoro attraverso azioni integrate fra sistema impresa e sistema di welfare locale. I progetti finanziati sono 33, sono stati avviati a fine 2011 e si realizzeranno nell’arco temporale di 2 anni. “Protocollo d’intesa tra Regione Lombardia e Unioncamere Lombardia” (periodo previsto 2012-2014)

Il Protocollo intende promuovere e diffondere la Responsabilità Sociale di Impresa e sostenere l’adozione di comportamenti socialmente responsabili da parte delle imprese lombarde attraverso: - la realizzazione, presso le Camere di Commercio lombarde, di Seminari itineranti sul tema CSR per mettere in rete competenze ed esempi concreti e replicabili; - la realizzazione della Edizione 2012 della Raccolta di buone prassi di imprese impegnate in percorsi di Responsabilità Sociale; - l’aggiornamento, in tema di CSR, per gli addetti agli sportelli e le imprese, promuovendo e comunicando la Raccolta Buone prassi e dando visibilità alla rete degli Sportelli CSR lombardi; - la continuazione delle iniziative di conciliazione famiglia-lavoro con la DG Famiglia, Conciliazione, Integrazione e Solidarietà Sociale di Regione Lombardia per la diffusione degli accordi territoriali e strumenti di incentivazione; 7

Catena d’approvvigionamento.


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- la digitalizzazione della Raccolta di buone prassi e la predisposizione dello strumento web idoneo alla promozione e diffusione della stessa. È prevista l’adesione al Protocollo anche da parte delle Associazioni di categoria. Il protocollo non prevede oneri finanziari a carico delle parti. “Progetto Impresa sociale: strumento innovativo per la sussidiarietà di Regione Lombardia” (maggio 2012) Il progetto nasce con l’obiettivo di individuare soluzioni di finanziamento, interventi di riqualificazione dei lavoratori coinvolti, utilizzo degli ammortizzatori sociali, proposte di ridefinizione dell’attività produttiva, adattabilità della nuova forma societaria, predisposizione di Financial e Business Plan ed anche percorsi di sviluppo per la responsabilità sociale dell’impresa. Progetto Vademecum “La Conciliazione Famiglia-lavoro: un’opportunità per le imprese e le Pubbliche Amministrazioni” (anno 2009) Obiettivo del progetto è quello di coniugare l’elemento della responsabilità sociale con quello della conciliazione famiglia-lavoro, in modo tale da sostenere una cultura della “responsabilità sociale” del territorio.

REGIONE MARCHE “Imprese Responsabili delle Marche – I.Re.M.” (periodo 2009-2011) Si tratta di un programma di CSR finalizzato a favorire la crescita della competitività, in particolare delle Piccole e Medie Imprese (PMI), oltre che la qualità ambientale e sociale del territorio marchigiano, attraverso un approccio strategico di lungo periodo basato sulla gestione delle relazioni con tutti gli stakeholder e in un’ottica di crescita sostenibile. “Sistema Impresa Responsabile della Regione Marche” (SIRM) (periodo 2005-2006) Tale iniziativa è nata dall’esigenza di mettere a punto la Responsabilità sociale delle imprese presenti sul territorio regionale aumentando, nel contempo, la loro competitività e dinamicità; per far ciò si rendeva necessario sviluppare processi di crescita economica sostenibile, migliorare la qualità dell’occupazione, aumentando la coesione sociale, introdurre un elemento innovativo nella cultura imprenditoriale marchigiana, tale da dirigerla verso un’ottica socialmente responsabile e rivolgerla maggiormente a tutti i portatori di interesse (Stakeholder). In questo modo, infatti, si iniziava a trasformare il concetto di profitto allargandone il suo significato.


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REGIONE PIEMONTE “Progetto CSRPiemonte” (periodo previsto 2009-2013) Con il “Progetto CSRPiemonte”: - è stato eseguito il primo monitoraggio sulle imprese responsabili in Piemonte; - è stata effettuata la classificazione di esperienze, opportunità, case history e progetti sulla CSR; - è stato possibile programmare un’efficace azione di “sistema” mediante la valutazione di dati, casi, metodi, modelli; - è stata realizzata un’area web; - sono stati organizzati seminari, workshop, laboratori territoriali, incontri e partecipazione a saloni per divulgare le buone prassi. I risultati ottenuti, ad oggi, sono assolutamente in linea con le previsioni, basti pensare che: - è stata costruita una comunità/network di oltre 2008 imprese responsabili; - il portale web www.CSRPiemonte.it è diventato una vera vetrina delle imprese responsabili, mettendo in evidenza buone prassi, modelli, spunti di riflessione, filmati, benchmark internazionali, informazioni utili e materiali divulgativi; - sono stati realizzati materiali promozionali e divulgativi per valorizzare i vantaggi relativi all’agire responsabile: folder di progetto, report della ricerca, report monitoraggio, vademecum “10volteCSR”, newsletter CSRPiemonte, quaderno welfare aziendale; - sono stati realizzati 5 incontri, in collaborazione con le camere di commercio e le unioni industriali territoriali; - è stata avviata la campagna di comunicazione virale “ioaderisco”; - si è partecipato a eventi di sensibilizzazione e sono state attivate connessioni con vari nodi delle reti che a vario titolo si occupano di responsabilità sociale (CSR Manager Network, Dal Dire al Fare, Confindustria, Sodalitas Social Award, progetti interregionali e transnazionali, progetti Alcotra dell’Euroregione, filiere di imprese responsabili etc.). - si sta ultimando un percorso di co-progettazione di laboratori territoriali (scambio di esperienze, turoraggio, peer education, microreti e filiere sostenibili); - è in fase di costruzione un modulo di comunicazione/formazione, sia in modalità e-learning sia con soluzioni innovative come i “brainshop”; 8

Numero in costante crescita.


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- sta per essere realizzata la seconda fase del monitoraggio delle imprese responsabili, a tre anni dal primo monitoraggio. Progetto “LOIEs- Lessons and option for an integrated european approach to corporate social responsibility” (2012-2013) Il Progetto, promosso dal Centro estero per l’internazionalizzazione dell’Unione delle Camere di Commercio del Piemonte, si propone la realizzazione di attività informative, formative e di scambio di buone prassi con Amministrazioni pubbliche bulgare e spagnole e relative imprese del sistema profit e no-profit. In questo quadro sono previsti focus group, giornate di studio e visite in loco. Registro/elenco delle imprese socialmente responsabili in Piemonte (a partire dal 2013)

La Regione Piemonte ha intenzione di provvedere alla modifica della Legge regionale 22 dicembre 2008, n. 34: “Norme per la promozione dell’occupazione, della qualità, della sicurezza e regolarità del lavoro”, introducendo al Capo IX un nuovo articolo che preveda: l’istituzione e la gestione (mediante apposito regolamento della Giunta Regionale) di un registro/elenco9, che raccolga le imprese piemontesi che, in base ad una serie di requisiti, ritenga di possedere la qualità di impresa socialmente responsabile, anche al fine di un loro sostegno.

REGIONE PUGLIA “Programma di attuazione del Protocollo di intesa con il Ministero per lo Sviluppo Economico per la diffusione delle Linee Guida OCSE per la responsabilità sociale delle imprese multinazionali” (anno 2012 rinnovabile) Il protocollo d’intesa è stato sottoscritto ad inizio 2012 ed è in fase di definizione un programma di attività, orientato al coordinamento delle iniziative promosse dal governo regionale e di terzo settore. “Avviso per la presentazione di domande di agevolazione alle PMI associate per l’insediamento di unità locali nell’ambito di aree produttive extraurbane n. 9/2012” L’Avviso per la presentazione di domande di agevolazione (ai sensi del Regolamento per la concessione di aiuti di importanza minore [de minimis]), alle PMI associate che intendono collocare unità locali nell’ambito di aree produttive 9

In conformità con lo stesso tipo di iniziativa promossa dalla Regione Liguria.


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extraurbane n. 9/2012, è rivolto al finanziamento di progetti integrati di localizzazione in aree produttive extraurbane, finalizzati altresì al raggiungimento della certificazione ambientale e di responsabilità sociale, per i quali è prevista la concessione di aiuti in misura pari al 70% della spesa sostenuta. “Riconoscimento di punteggi aggiuntivi in fase istruttoria per imprese che prevedono adozione di sistemi di certificazione etico-sociale” Il riconoscimento di punteggi aggiuntivi avviene nell’ambito delle seguenti azioni realizzate dalla Regione Puglia: a) azione 1.1.3, attuata mediante avvisi diretti alla concessione di: - aiuti alle piccole imprese innovative di nuova costituzione, - aiuti alle piccole imprese innovative operative; b) aiuti agli investimenti in ricerca per le PMI; c) aiuti ai servizi di consulenza per l’Innovazione Tecnologica delle PMI. d) Partenariati per l’Innovazione; e) aiuti alla diffusione delle tecnologie dell’informazione e comunicazione nelle PMI – Bando 2010; f) aiuti alla diffusione delle tecnologie dell’informazione e comunicazione nelle PMI – Bando 2010; In particolare, in fase di valutazione delle domande di agevolazione, è possibile assegnare punteggi aggiuntivi qualora l’iniziativa imprenditoriale preveda l’ottenimento di certificazione etico-sociale e/o l’adozione di un modello organizzativo finalizzato alla conciliazione lavoro/famiglia e le pari opportunità per donne e persone disabili.

REGIONE SARDEGNA “Focs - Formazione continua in Sardegna” L’Avviso “Focs - Formazione continua in Sardegna” è stato pubblicato dalla Regione Sardegna nel giugno 2011, con la finalità di realizzare azioni formative in favore dei titolari, e del personale, delle imprese. Nell’Avviso è stata prevista una “premialità” (max. 5 punti su 100) attribuita ai progetti meritevoli per la diffusione delle conoscenze in ambito CSR. “Avviso per la formazione continua” (periodo 2012-2014) La Regione Sardegna intende attivare ulteriori interventi, attraverso la pubblicazione di un prossimo Avviso a valere sul POR FSE, per la formazione continua di grandi e medie imprese o imprese associate.


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Nell’avviso sarà riproposta la “premialità”, in sede di valutazione, per i progetti che porranno attenzione alla diffusione delle conoscenze in ambito CSR, ma verrà anche prevista una specifica “premialità” per le imprese già socialmente responsabili che bisognano di interventi formativi ulteriori.

REGIONE TOSCANA “Bando relativo a contributi regionali per la promozione della Responsabilità Sociale delle imprese” (anno 2010-2011) Alla luce delle difficoltà, e delle esigenze, riscontrate dalle imprese di dimensioni più piccole nell’affrontare strumenti formali di CSR, l’intervento è stato realizzato per avvicinare le piccole, e soprattutto microimprese, al tema della responsabilità sociale, aiutandole nella sperimentazione di strumenti graduali, da attuarsi anche attraverso metodologie basate su approcci collettivi e su scala territoriale, anche tenuto conto dell’onerosità dal punto di vista economico ed organizzativo. Grazie a questo bando sono stati finanziati n. 7 progetti, che hanno avvicinato 74 imprese al tema della CSR. Riduzione IRAP per le imprese con certificazione SA8000, ISO14001 e registrazione EMAS (anno 2008 a tutt’oggi in corso) Le imprese con le certificazioni indicate possono agevolare di una riduzione dell’aliquota Irap (aliquota base statale: 3,9%) nelle seguenti modalità: Aliquote regionali - 3,21% per le imprese certificate EMAS, - 3,53% per le imprese certificate ISO14001, - 3,44% per le imprese certificare SA8000. Progetto Fabbrica Ethica: promozione e sviluppo delle politiche a sostegno della responsabilità sociale delle imprese L’iniziativa nasce con l’intento di valorizzare la responsabilità sociale delle imprese per uno sviluppo fondato sulla non discriminazione, la promozione delle persone e delle “diversità”, la protezione dei diritti e dell’ambiente. Il coinvolgimento di soggetti istituzionali, economici e sociali interessati all’uopo, ha consentito di raggiungere una dimensione significativa anche a livello internazionale. Il progetto vede il suo considerevole sviluppo grazie, e soprattutto, all’insediamento della Commissione Etica Regionale (CER), composta da tutti stakeholder territoriali (associazioni imprenditoriali, sindacati, organismi non profit


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e ONG, associazioni dei consumatori, enti locali, sistema camerale, ABI, Università, Enti Previdenziali, Organismi a tutela delle pari opportunità e associazioni di protezione ambientale) con funzioni dirette ad indirizzare e monitorare la diffusione della responsabilità sociale nel sistema economico toscano, operando per la trasparenza e la qualità dei processi di certificazione e di rendicontazione delle imprese anche attraverso la piena acquisizione della relativa documentazione. La partecipazione alla CER è gratuita. Elemento distintivo della Regione Toscana è l’elevato numero di imprese certificate Sa8000 a livello nazionale concentrate sul suo territorio. La certificazione Sa8000 costituisce uno strumento per migliorare continuamente la gestione, attraverso il perseguimento di nuovi obiettivi e la loro condivisone.

REGIONE UMBRIA “Agevolazioni alle imprese per l’adozione di sistemi di gestione certificabili e rispondenti ai criteri della CSR (L.R. 21/2002)” (anno 2007) Le PMI umbre (operanti nel settore dell’industria, artigianato, servizi, commercio, turismo, economia sociale), sono state potenziate all’adozione della certificazione di responsabilità sociale secondo lo standard SA8000, con contributi10 a fondo perduto del 50% delle spese sostenute. Le norme finanziabili ammesse ai benefici della Legge sono: ISO 9001, ISO 14001, OHSAS 18001 e SA8000. “Inserimento della sostenibilità ambientale tra i criteri di valutazione per l’accesso agli aiuti finanziari per l’innovazione sul POR FESR 2007-2013” Nell’ambito dei Bandi finalizzati al sostentamento degli investimenti d’innovazione da parte delle PMI, è stato inserito, fra i criteri di valutazione dei progetti presentati dalle imprese, quello relativo alla sostenibilità ambientale (intesa come capacità di massimizzare nel tempo il mantenimento della qualità e riproducibilità delle risorse naturali, di preservare la diversità biologica e di garantire l’integrità degli eco-sistemi anche in riferimento all’ottenimento o al possesso di certificazioni ambientali).

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Tali contributi si riferiscono anche alle certificazioni di sistemi di gestione relativi all’ambiente ed alla qualità, e viene incoraggiata la loro integrazione.


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“Responsible Med” Il progetto11, di cui è capofila la Regione Toscana e la Regione Umbria, ha l’obiettivo di verificare il legame tra la responsabilità sociale e la competitività delle imprese. Ad oggi, il tema della CSR suscita molto interesse ma sono ancora poche le imprese, specialmente di piccole dimensioni che applicano la responsabilità sociale come una strategia di mercato. Il progetto, dunque, mira a verificare quali siano i benefici economici che le PMI possono avere dall’adozione di comportamenti e strumenti orientati alla sostenibilità e a fornire i decisori pubblici dei necessari elementi per programmare, realizzare e valutare efficaci politiche per la sostenibilità. “Responsible SEE” (periodo 2012-2014) Il progetto, attualmente in fase avanzata di valutazione, prevede la cooperazione transnazionale tra 7 diversi Paesi del sud-est europeo al fine di realizzare, e testare, una metodologia e uno strumento comune on line per valutare l’efficacia delle politiche pubbliche in materia di sostegno alla CSR e monitorare il legame tra strategie di CSR e livelli di innovazione e competitività delle imprese.

REGIONE VENETO “Veneto e imprese: un futuro responsabile. Buone pratiche di Responsabilità Sociale d’Impresa in Veneto” Il Protocollo d’intesa per la CSR tra Regione del Veneto e Unioncamere del Veneto, approvato nel 2006, è orientato a promuovere, sensibilizzare, informare e formare la cultura ed i principi della CSR, favorendo l’integrazione di quest’ultimi all’interno della normale gestione d’impresa, attraverso incontri con imprenditori, operatori e cittadini interessati. Con la firma è nato il Progetto CSR Veneto ed è stato istituito il Forum veneto Multistakeholder12, quest’ultimo ha definito i requisiti minimi di Responsabilità Sociale d’Impresa con l’obiettivo di permettere alle imprese, tramite una griglia

11 Èpartner insieme a: Università Tecnologica di Cipro (CY), Camera di Commercio di Marsiglia (F), Camera di Commercio di Terrassa (ES), Università di Girona (ES), ADRAL S.A Agenzia di Sviluppo dell’Alentejio (PT), Università di Economia e Commercio di Atene (GR), Prefettura di Larissa (GR). 12 Composto dai rappresentanti regionali delle parti sociali, delle istituzioni ed altre organizzazioni attive sul tema CSR.


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di auto-valutazione, di determinare il proprio grado di Responsabilità Sociale e, in futuro, di ottenere incentivi regionali. Grazie alle iniziative del Forum, Regione del Veneto e Unioncamere del Veneto desiderano promuovere sempre più tra le imprese venete la consapevolezza che la responsabilità sociale non è un “contributo a fondo perduto” bensì un investimento necessario per garantire il successo e la sostenibilità a vantaggio delle generazioni presenti e future. Veneto: Regione ricca di piccole e medie aziende che hanno sempre avuto nel proprio DNA l’attenzione per il territorio all’interno del quale operano, nella piena consapevolezza che da esso traggono quelle risorse materiali ma soprattutto umane sulle quali basano la propria forza e competitività. *****

3. Buone prassi Regionali in tema di CSR La CSR, pur essendo un argomento dibattuto in Europa da oltre un decennio, ha assunto valenza politica solo negli ultimi anni. In occasione del Summit di Lisbona del 2000, infatti, l’Unione Europea ha espresso la volontà di inserire la CSR tra i suoi obiettivi strategici incitando, anche in Italia13, l’estensione della cultura della CSR, e delle annesse “buone pratiche”. La raccolta di esempi di buone pratiche italiane rappresenta lo strumento di miglioramento e la testimonianza di quanto l’imprenditorialità responsabile sia diffusa nel nostro Paese. Il primo passo da compiere per ampliare la cultura della CSR consiste nel consolidare la consapevolezza annessa alle esperienze di comportamenti socialmente responsabili, che consentono di plasmare le basi per: - una concorrenza leale, - lo sviluppo di un’economia innovativa, - una tutela sociale efficiente, - un moderno dialogo tra le parti interessate, - un maggior benessere delle generazioni presenti e future. In Italia, sono 8 le Regioni che hanno prestato il proprio impegno su questo affascinante tema contribuendo alla diffusione della CSR, ognuna delle quali vanta un bagaglio di esperienze: 13

L’Italia, per merito delle iniziative sulla CSR, è divenuta un punto di riferimento in Europa per la ricchezza ed il valore del confronto in atto e delle iniziative in corso.


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REGIONE EMILIA ROMAGNA “Esperienze territoriali di CSR” Si tratta di iniziative realizzate in vari contesti, quali: Lavoro, Imprenditoria, Impresa sociale, Organizzazione e bilancio (appalti) da parte di enti pubblici (in collaborazione con altri partner) delle province dell’Emilia Romagna, in particolare: Provincia di Piacenza - Sportello di Responsabilità sociale d’impresa e indagine conoscitiva presso le imprese – Camera di Commercio; - Rilevazione di Pratiche di CSR in area piacentina – Provincia. Provincia di Parma - Premio Qualità Sociale d’Impresa – Provincia; - OsservaCSR - CNA Parma: - Parmaalimenta, imprese & Istituzioni locali: Sportello di Responsabilità sociale d’impresa; - Progetto Parmadona - CSV, Ordine Commercialisti & Facoltà di Economia. Provincia di Reggio Emilia - Premio innovazione Sostenibile – Confindustria Giovani Reggio; - Corso sulla CSR - Ordine Commercialisti. Provincia di Modena - Premio CSR in provincia di Modena - 6 edizioni 2005-2011 - 180 imprese; - Indagine sulla CSR nei distretti industriali - 2004, 2008 - Focus Lab e Provincia; - Club Imprese modenesi CSR - dal 2009; - Comune di Modena e 8 associazioni imprenditoriali. Provincia di Bologna - Ricerca indagine su buone pratiche di CSR – Provincia; - Progetto Life GAIA - Comune di Bologna. Provincia di Forlì-Cesena - Progetto UGO, Certificazione di Innovazione Responsabile - CISE Camera di Commercio. Provincia di Rimini - Progetto PercoCSR - Camera di Commercio - Onlus Figli del Mondo. “Esperienze territoriali di CSR” Si tratta di varie iniziative messe in campo dal mondo imprenditoriale, di cui si riportano la denominazione e l’organizzazione di riferimento che le ha realizzate. - Progetto sul Bilancio Sociale - Unindustria Bologna Gruppo Giovani;


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Indagine pratiche di CSR - Confindustria Modena Gruppo Giovani; Guida alla CSR - Confindustria Modena Gruppo Giovani; Indagine CSR di distretto – Confindustria Ceramica; Repertorio Buone Pratiche di CSR - Confindustria Ceramica; Indagine Pratiche di CSR nel commercio – Confesercenti; Impronta Etica – valutazione del valore aggiunto sul territorio da impegni di CSR.

“Laboratori d’imprese per la CSR promossi autonomamente da organizzazioni di imprese o in parallelo con gli enti pubblici” Si tratta di laboratori tematici promossi dalle imprese, su singoli ambiti della CSR14, diretti ad attuare iniziative di mappatura, seminari di sensibilizzazione, corsi ed iniziative di co-progettazione in rete da parte di imprese per “proteggere” interventi-progetti di CSR. Quali: Club Imprese modenesi per la CSR (2009) - in tre anni vanta il coinvolgimento di 111 imprese di varie dimensioni, PMI, micro imprese di diversi settori industriali, dalla meccanica alla logistica, dai servizi alla ceramica industriale, da banche cooperative a multiutilities. Le attività si svolgono in laboratori tematici, una volta al mese, a turno nella sede di ogni impresa partecipante, ciascuna di essa si impegna a realizzare un progetto di CSR all’anno, in partnership o individualmente, e progetti trasversali tra le organizzazioni del gruppo. In un triennio sono stati promossi circa 70 progetti nel complesso, attinenti a diverse aree di CSR: miglioramento dei rapporti con il territorio, del benessere dei dipendenti e della qualità del lavoro; rendicontazione sociale-ambientale; innovazione ambientale tecnologica; asilo nido interaziendale; gruppi di acquisto e servizi ai dipendenti; progetti in partnership con associazioni di volontariato, ma anche attività di benchmarking csr e valutazione del valore aggiunto creato per vari stakeholders. Le attività del Club sono promosse dal Comune di Modena in collaborazione con varie associazioni imprenditoriali quali: Confindustria Modena, Confapi pmi Cna, Lapam, Confcommercio, Confesercenti, Confcooperative, Legacoop. (Si segnala anche un’esperienza simile tra CCIAA di Rimini e l’onlus Figli del Mondo di Rimini).

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Per approfondire problematiche in tema di CSR, confrontare idee e possibili soluzioni tra imprese di varie dimensioni e di vari settori.


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REGIONE LIGURIA “EticLab” EticLab è il risultato di un percorso realizzato dal Centro Ligure produttività (CLP) della Camera di Commercio di Genova e diretto a sviluppare la cultura della Responsabilità Sociale d’Impresa per le piccole e medie imprese del territorio provinciale, attraverso attività d’informazione, formazione e consulenza. Alcune aziende partecipanti hanno dato un seguito al percorso, promuovendo lo sviluppo del territorio, mediante l’avvio di un laboratorio permanente dedicato alla Responsabilità Sociale d’Impresa: “EticLab”. EticLab è, appunto, un laboratorio sperimentale rivolto all’espansione sul territorio ligure della cultura della Responsabilità Sociale delle Imprese attraverso la sperimentazione e condivisione di buone pratiche, la promozione del “dialogo” tra imprese e tra queste e le istituzioni.

REGIONE LOMBARDIA “Esperienze regionali di CSR” Si tratta di iniziative, non progettuali, promosse dalla Regione Lombardia, tra le quali meritano di esser menzionate le seguenti: - Accensione di una stretta collaborazione tra le varie direzioni finalizzata alla presentazione unitaria, e condivisa, delle serie di iniziative realizzate in tema di CSR, così da sviluppare sinergie ed evitare eventuali sovrapposizioni. - Introduzione di specifiche attività e risorse dedicate all’espansione della CSR nell’Accordo di Programma Competitività per gli anni 2011 e 2012 realizzati in collaborazione con Unioncamere Lombardia e con il sistema camerale lombardo. - Promozione e attivazione di attività collaborative con l’ente locale “Provincia di Milano15” con cui è stato organizzato il seminario “PA e CSR: valorizzare le imprese responsabili per favorire lo sviluppo sostenibile” all’interno del Salone dal dire al Fare 2012. - Collocazione nel regolamento relativo all’iscrizione all’albo regionale delle cooperative sociali del requisito di redazione del bilancio di responsabilità sociale, per ottenere e mantenere l’iscrizione. 15

La “Provincia di Milano” da anni gestisce il Premio “Impresa responsabile” a favore delle aziende iscritte al proprio Albo fornitori.


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REGIONE MARCHE “Progetto SIRM (Sistema Impresa Responsabile della Regione Marche)” Il progetto SIRM è nato dalla necessità di implementare la Responsabilità sociale delle imprese presenti sul territorio regionale potenziando, nel contempo, la loro competitività e dinamicità; a tal fine si rendeva necessario sviluppare processi di crescita economica sostenibile, migliorare la qualità dell’occupazione aumentando la coesione sociale, introdurre un elemento innovativo nella cultura imprenditoriale marchigiana, tale da dirigerla verso un’ottica socialmente responsabile e rivolgerla maggiormente a tutti i portatori di interesse (Stakeholder). In questo modo si ampliava il significato del concetto “profitto”. Il progetto è articolato in 4 Macrofasi: 1. Redazione del progetto esecutivo; 2. Costituzione degli organi e analisi del disciplinare di responsabilità sociale; 3. Formazione di auditor di responsabilità sociale e sperimentazione del disciplinare; 4. Comunicazione e adeguamento delle imprese “guida” all’impiego di pratiche responsabili. Le aziende (medio-piccole) destinatarie della sperimentazione16 hanno risposto positivamente al progetto. Si sono riscontrati interesse e sensibilità per le tematiche introdotte, collaborazione nello svolgimento delle attività, riconoscimento del valore e dei vantaggi connessi alla Responsabilità Sociale. Brillante anche il risultato della sperimentazione in rapporto al perseguimento degli obiettivi generali del progetto stesso, ovvero: elaborare strategie ed approcci innovativi alla promozione delle risorse umane e delle variabili di competitività, in grado di valorizzare la Responsabilità Sociale delle Imprese come fattore strategico di sviluppo aziendale e territoriale. Progetto “Imprese Responsabili delle Marche – I.Re.M.” Il progetto è stato avviato dalla Regione Marche al fine di sensibilizzare le imprese del territorio regionale sui temi della Responsabilità Sociale d’Impresa, diffondere le “buone prassi” e fornire strumenti utili alla rendicontazione delle performance di sostenibilità. Si tratta di un programma di CSR finalizzato a favorire la crescita della competitività, in particolare delle Piccole e Medie Imprese (PMI), oltre che la qualità ambientale e sociale del territorio marchigiano, attraverso un approccio strate16

Settori scelti per la sperimentazione: edile - impiantistico, vitivinicolo e turistico – alberghiero.


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gico di lungo periodo basato sulla gestione delle relazioni con tutti gli stakeholder, e in un’ottica di crescita sostenibile. Il progetto ha visto il coinvolgimento diretto, attraverso una fase di sperimentazione, di 42 aziende marchigiane, per la maggior parte piccole imprese (con meno di 50 dipendenti) appartenenti ai settori tipici marchigiani (calzaturiero, alimentare, metalmeccanico, del mobile, ecc.). Le principali attività rivolte alle imprese nel corso della sperimentazione sono state due: 1. un’analisi di check-up volta a valutare, tramite interviste, il profilo di Responsabilità Sociale dell’azienda e l’ubicazione rispetto ai temi della CSR; in particolare, sono stati valutati i seguenti aspetti: - anagrafica dell’azienda, - livello di conoscenza della CSR, - iniziative attuate in campo sociale e ambientale, - comunicazione delle iniziative - considerazioni e suggerimenti per lo sviluppo del sistema I.Re.M. - illustrazione degli indicatori di Responsabilità Sociale necessari alla compilazione del Cruscotto17 di Sostenibilità previsto dal sistema regionale. 2. Nel corso del progetto sono stati definiti strumenti d’incentivo per l’adozione di comportamenti socialmente responsabili e l’adesione al “costituendo” sistema I.Re.M.

REGIONE PIEMONTE “Collaborazione con il sistema camerale e coinvolgimento delle parti sociale nella trattazione dei temi e degli obiettivi di CSR in Piemonte” La Regione Piemonte ha tra le sue priorità lo sviluppo del territorio. Il Sistema camerale, essendo il principale referente del sistema produttivo, è la rete più idonea a promuovere e diffondere la cultura della CSR nel territorio, a cominciare da un primo monitoraggio delle pratiche già esistenti, per poter stimolare la diffusione e l’approfondimento non solo della cultura di responsabilità sociale d’impresa, ma anche degli strumenti concreti. È opinione condivisa che i territori economicamente avanzati non debbano perseguire obiettivi di sviluppo economico tout court, bensì occorre valutarli anche in un’ottica di sostenibilità, sia ambientale sia sociale.

17 Il Cruscotto ha la funzione di strumento di reporting interno per il monitoraggio delle performance di sostenibilità e dei rischi ad esse correlati, inoltre, una funzione di strumento di comunicazione esterna del profilo e delle performance di sostenibilità dell’azienda.


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L’integrazione affiorante tra le attività di “Unioncamere Piemonte” e “Regione Piemonte” è stata confermata dalla firma, del 12 novembre 2009, di un protocollo d’intesa triennale in materia di sviluppo economico e competitività territoriale, il quale individua come prioritarie, per l’aumento della competitività delle imprese e dei territori, diverse aree d’intervento congiunto fra enti camerali e amministrazione regionali: internazionalizzazione, Euroregione Alpi Mediterraneo, innovazione e R&S, infrastrutture, ricerca economica, artigianato, promozione delle eccellenze agro-alimentari, imprenditoria femminile, turismo, semplificazione amministrativa, regolazione del mercato, conciliazione e tutela dei consumatori. Inoltre, il protocollo prevede una collaborazione congiunta sul tema dell’Etica e responsabilità e, in particolar modo, sulla della Responsabilità Sociale d’Impresa CSR come fattore di sviluppo sostenibile del territorio e delle imprese.

REGIONE PUGLIA “Interventi normativi e atti programmatici” Gli atti normativi, e di indirizzo, con i quali la Regione Puglia ha inteso sostenere la diffusione della CSR sono: - Legge regionale 10 luglio 2006, n. 19 “Disciplina del sistema integrato dei servizi sociali per la dignità e il benessere delle donne e degli uomini di Puglia”. All’interno di un quadro sistematico di promozione della qualità della vita delle famiglie, all’art. 28 prevede di promuovere, anche con iniziative di carattere sperimentale la “Conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e armonizzazione dei tempi delle città”. Il comma 2 dell’art. 21 sancisce, inoltre, che “La Regione promuove la diffusione della cultura della responsabilità sociale di impresa nel tessuto imprenditoriale pugliese, anche con azioni sperimentali, e definisce un sistema di incentivi che promuovano il contributo delle imprese al sostegno di iniziative di utilità sociale”; - Legge regionale 21 marzo 2007, n. 7 “Norme per le politiche di genere e i servizi di conciliazione vita-lavoro in Puglia”, approvata dalla Regione Puglia al fine di dare un impulso normativo e amministrativo al sistema delle tutele, in termini di pari opportunità tra uomini e donne e, qualità della vita. In particolare, l’art. 26 della legge (comma 1 e 2) recita: “1. La Regione promuove presso il sistema imprenditoriale pugliese l’adozione di piani per l’uguaglianza di genere nelle imprese, in grado di declinare il principio di responsabilità sociale secondo principi di pari opportunità, producendo elementi di innovazione del modello imprenditoriale. Tali piani sono elaborati


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con il concorso delle associazioni sindacali e datoriali e da queste monitorati. 2. La Giunta regionale promuove politiche premiali per le imprese che adottino tali piani attribuendo il “marchio di genere” secondo modalità definite dalla Giunta regionale”. - Con D.G.R. n. 1176 del 24.05.2011 è stato approvato il II Piano di azione per le famiglie “Famiglie al futuro” nell’ottica di perseguire la valorizzazione delle famiglie pugliesi e migliorare strategicamente l’integrazione delle risorse disponibili. In occasione dell’approvazione di tale piano è stato adottato il Manuale per l’attribuzione del “Marchio Famiglie al futuro” quale strumento finalizzato, in generale, alla valorizzazione del tessuto economico-produttivo e tecnico-amministrativo in un’ottica di conciliazione vita-lavoro e, in particolare, al riconoscimento di una garanzia di qualità, nonché all’attribuzione di una certificazione (il marchio di genere, appunto) per le imprese e i diversi contesti produttivi di beni e servizi, che attesti specifica attenzione alle esigenze e al valore delle famiglie. Progetto “Impresa conciliante: Pari opportunità nelle aziende pugliesi” Il progetto18 prevede: 1. maggiore sensibilizzazione nei confronti di tutte le aziende del territorio pugliese (anche attraverso la rete delle Consigliere provinciali di Parità) alla sottoscrizione della Carta delle Pari Opportunità e Uguaglianza nel Lavoro (sottoscritta da parti sociali e datoriali e rete delle Consigliere nel 2009); 2. la distribuzione di un questionario a tutte le imprese pugliesi medio-grandi per verificare l’assetto delle misure di conciliazione eventualmente esistenti sul territorio e una ricerca “metodo CATI” alle aziende da 50 a 99 dipendenti; 3. la realizzazione di un Tavolo regionale in grado di accompagnare (anche con appositi incontri informativi-formativi) la contrattazione collettiva di II livello in termini sociali e di conciliazione; 4. l’istituzione di un elenco di consulenti aziendali per la conciliazione a disposizione delle aziende (piani di maternità, piani di conciliazione, ecc.).

18 Progetto predisposto ed attivato dalla Consigliera regionale di parità - destinataria dei Rapporti biennali sul Personale maschile e femminile delle aziende con più di 100 dipendenti (art. 46 del d.lgs.198/2006).


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CAPITOLO III

“Fondo per la Flessibilità nel lavoro” La Regione Puglia ha reso operativo, dal giugno del 2011, il “Fondo per la Flessibilità nel lavoro” costituito presso tre Enti Bilaterali: Artigianato, Commercio, Turismo e l’Ordine degli Avvocati di Bari, risultati idonei alla selezione effettuata con avviso pubblico. La costituzione del Fondo19 nasce dall’esigenza di appagare il bisogno di conciliazione “vita-lavoro” delle lavoratrici e lavoratori che richiedono maggiore flessibilità negli orari di lavoro, servizi versatili e di qualità in grado di appianare la gestione degli impegni professionali e di cura familiare. Il Fondo integra le misure previste dalla legislazione e dalla contrattazione collettiva nazionali in tema di sostegno al reddito, in caso di astensione per la cura di familiari, con contributi diretti alle persone occupate nelle imprese associate ai rispettivi enti bilaterali e alle avvocate/i iscritti all’Ordine di Bari. La selezione dei destinatari finali degli interventi avviene tramite avviso che ciascun ente/ordine dovrà predisporre al proprio interno. Alcuni esempi di interventi finanziabili con il Fondo sono: - sostegno alla contribuzione per il part-time, - integrazione al reddito per congedo parentale, - integrazione al reddito per astensione facoltativa a seguito di maternità. Sono 1,7 milioni di euro le risorse totali messe a disposizione del Fondo. Ogni ente disporrà di 375 mila euro rese disponibili dalla Regione a cui si aggiungono 50 mila euro di cofinanziamento.

REGIONE TOSCANA “SA-RETE – Network di imprese responsabili” L’Associazione Sa-Rete Onlus, fondata da quattro piccole imprese toscane certificate SA8000, nasce con l’obiettivo di avviare un programma multidisciplinare che preveda una varietà di servizi, rivolto alle imprese socialmente responsabili che intendano valorizzare i propri percorsi ed interagire in maniera sinergica, e costruttiva, con i principali attori del territorio di riferimento. Sa-Rete si rivolge a tutte le aziende italiane socialmente responsabili, agli enti e alle persone fisiche interessati. La creazione di banche dati condivise, e la valutazione delle attività dei vari processi, consente di mettere in rete i propri sistemi di gestione aziendale, elaborando proposte concrete di applicazione, miglioramento e creazione di partnership.

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Prima sperimentazione nazionale.


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L’Associazione, partendo dalla comune esperienza20 degli associati sulla responsabilità sociale d’impresa, aspira a creare opportunità di condivisione e promozione di “buone prassi”, confronto e monitoraggio di processi gestionali. Inoltre, attraverso il Network Etico, intende promuovere i concetti base della certificazione etica e della CSR, quali: la tutela dei diritti dei lavoratori, un salario degno, la libertà di associazione, la contrattazione collettiva, la salute e la sicurezza ed il divieto di discriminazione sul luogo di lavoro. “Bilancio sociale del comparto chimico di Livorno” Il Bilancio sociale, avviato nel 2000 da 12 imprese appartenenti al settore della chimica (petrolchimica) di Livorno, si è contraddistinto come strumento di comunicazione “innovativo” per discernere le aziende del Comparto chimico e petrolifero della Provincia, “moderno ed efficace” per rafforzare il legame del sistema industriale con il territorio. Tale strumento ha consentito di applicarsi sulla rendicontazione delle performance economiche e sociali, con focus specifici in merito alle criticità del territorio livornese. L’obiettivo che le imprese partecipanti intendono perseguire consiste nel migliorare la comunicazione e il dialogo sociale con tutti gli stakeholder 21, per ricercare, e condividere, le iniziative ad hoc per il consolidamento e lo sviluppo dell’industria sul territorio. “Premialità e agevolazioni fiscali per le imprese con strumenti o pratiche di CSR” Nella procedura di valutazione delle domande di contributo, le imprese con certificazioni di responsabilità sociali e/o ambientali, o con bilanci di sostenibilità asseverati alle linee guida ufficiali, ottengono punteggi di “premialità” ai fini della stesura della graduatoria finale. Inoltre, sono riconosciuti punteggi premiali alle imprese che abbiano realizzato azioni di responsabilità sociale in tema di pari opportunità ed uguaglianza di genere (es. iniziative in tema di flessibilità e conciliazione vita/lavoro); abbiano contribuito alla riduzione del proprio impatto ambientale, alla qualificazione del personale…; abbiano assunto disoccupati di lunga durata, ecc.. Le imprese con certificazione SA8000; ISO14001 e registrazione EMAS hanno, inoltre, una riduzione dell’aliquota Irap nelle seguenti modalità: Aliquota base statale: 3,9%

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Attestata anche in alcuni casi dalla certificazione SA8000. Le imprese riconoscono nel percorso di rendicontazione comune l’approccio più appropriato per confrontarsi con gli stakeholder sulle modalità di gestione del proprio impatto sociale ed ambientale sul territorio. 21


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CAPITOLO III

Aliquote regionali: - 3.21% per le imprese certificate EMAS - 3.53% per le imprese certificate ISO14001 - 3.44% per le imprese certificare SA8000 Ai fini dell’Action plan nazionale si ritiene che partire da esperienze realizzate in materia di “premialità” ed “agevolazioni” (da inserire anche nel macrotema degli appalti) rappresenti la maniera più agevole e fruttuosa.

Strumento di valutazione “Responsible Med” Il progetto “Responsible Med”, co-finanziato dal programma di cooperazione MED e coordinato dalla Regione Toscana, ha la finalità di valutare il collegamento tra la CSR e il livello di innovazione, e di competitività, della zona mediterranea. Nove partner provenienti da 6 stati membri collaborano per scambiare conoscenze ed esperienze di CSR. Tramite seminari, visite-studio e coinvolgimento degli stakeholders, si mira ad individuare una metodologia comune per valutare, e monitorare, la competitività delle PMI per merito della CSR. Siffatta metodologia22 fornirà orientamento e informazioni alle imprese, coadiuvandole nella scelta della miglior strategia di CSR con il miglior risultato in termini di rapporto tra benefici e costi. Infine, lo strumento consente di calibrare l’impatto delle azioni già realizzate dalle imprese che vogliono verificare se, e come, la CSR ha influito sulla propria competitività.

REGIONE VENETO “Veneto e imprese: un futuro responsabile. Buone pratiche di Responsabilità Sociale d’Impresa in Veneto” Nel 2006 è stato approvato il Protocollo d’intesa per la CSR tra Regione del Veneto e Unioncamere del Veneto al fine di sviluppare sinergicamente azioni rivolte a promuovere, sensibilizzare, informare e formare sulla cultura della CSR, favorendo l’integrazione dei principi cardine nella normale gestione d’impresa. Con la firma è nato il “Progetto CSR Veneto” ed è stato istituito il Forum veneto Multistakeholder composto dai rappresentanti regionali delle parti sociali, delle istituzioni ed altre organizzazioni attive sul tema CSR. 22

Collegata ad uno strumento informatico di valutazione consultabile on-line e liberamente accessibile.


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Grazie al grande interesse riscosso e ai risultati ottenuti, nel settembre 2009 la Regione del Veneto e Unioncamere del Veneto hanno rinnovato per il successivo triennio. Codesta collaborazione ha permesso il realizzo di una serie di attività, quali: - La Promozione della cultura e dei principi della CSR attraverso incontri con imprenditori, operatori e cittadini interessati. - Il Progetto Scuole & CSR, che coinvolge alcuni istituti tecnici superiori veneti nei temi della CSR con attività di formazione ai docenti e laboratori creativi per gli studenti. - Attività di formazione sulla CSR per gli operatori intermediari e i manager del settore pubblico e privato attraverso metodologie innovative ed interdisciplinari. - I Requisiti minimi di Responsabilità Sociale d’Impresa: definiti dal Forum Veneto Multistakeholder, esperienza assolutamente innovativa in Italia e in Europa, hanno l’obiettivo di permettere alle imprese, con il supporto di una Griglia di Autovalutazione, di valutare il proprio grado di Responsabilità Sociale d’Impresa e, in futuro, di ottenere incentivi regionali. - Sulla base dei requisiti minimi a marzo 2009 è stato pubblicato “Veneto e imprese: un futuro responsabile – Buone pratiche di Responsabilità Sociale d’Impresa” che racconta e offre visibilità ad alcune best practice di CSR realizzate da imprese venete di diverse dimensioni e settori.


CAPITOLO IV LA CORPORATE SOCIAL RESPONSIBILITY: UN VALORE INTANGIBILE

1. La CSR entra nelle strategie aziendali La Corporate Social Responsibility (o CSR o Responsabilità Sociale d’impresa) è un modo diverso, ed etico, di fare impresa, in un’ottica di creazione di valore e soddisfacimento delle aspettative di tutti gli stakeholder 1. Essa mira a preservare la riuscita economica dell’impresa, integrando volontariamente, al di là degli obblighi di legge, la tutela sociale e ambientale nella politica aziendale. Molte le imprese che si sono prodigate per migliorare l’impatto sociale e ambientale delle proprie attività, ciononostante l’esito delle proposte ha deluso le aspettative, in primis perché contrappongono il business alla società, essendo realtà interdipendenti; in secondo luogo, in quanto spingono le imprese a soffermarsi ad una visione generica della CSR, trascurando un’osservazione più esaustiva della loro strategia. Ragguardevole è che, oggi, gli approcci alla CSR prevalenti sono talmente discontinui e disgiunti dal business, e dalla strategia, che finiscono per celare agli occhi delle imprese molte delle opportunità più cospicue che potrebbero agevolare la società. Se, invece, le imprese analizzassero le opportunità che hanno a disposizione nell’ambito della responsabilità sociale, basandosi sugli stessi schemi che governano le scelte legate al loro core business, scoprirebbero che la 1

Soggetti che hanno con l’azienda importanti relazioni e i cui interessi sono a vario titolo coinvolti nell’attività dell’azienda stessa, per le relazioni di scambio che intrattengono con essa, o perché ne sono significativamente influenzati. Cogliere le aspettative, e gli interessi, degli stakeholder è fondamentale per garantire la sostenibilità dell’impresa nel lungo periodo.


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CAPITOLO IV

CSR può essere molto più di un costo, di una costrizione o di un gesto caritatevole: può essere una fonte di convenienza, di innovazione e di vantaggio competitivo! In altri termini, si può definire responsabile l’impresa che adotta in modo volontario un approccio strategico di lungo periodo basato sulla gestione delle relazioni con tutti i portatori d’interesse, ponendo al centro delle proprie scelte anche valori di natura etica, sociale e ambientale nell’ottica della sostenibilità, dell’innovazione e del miglioramento continuo. La CSR si declina in una dimensione interna all’azienda che comprende la gestione delle risorse umane, i diritti dei lavoratori, la salute e la sicurezza sul lavoro, la gestione delle risorse naturali e degli effetti sull’ambiente, e in una dimensione esterna che riguarda le comunità locali, i fornitori, i clienti, i consumatori, il rispetto dei diritti umani e delle istanze ambientali e sociali. L’attenzione che le imprese dedicano alla CSR non riflette una scelta volontaria. Frequentemente, l’approccio scaturisce dalle reazioni “a sorpresa” dell’opinione pubblica riguardo a questioni che in precedenza si escludeva rientrare nelle loro responsabilità.“Nike”, ad esempio, subì un boicottaggio da parte di molti consumatori dopo che, nei primi anni Novanta, il “New York Times”, e altri media, avevano denunciato gli abusi inferti ai lavoratori da alcuni dei suoi fornitori indonesiani. Nel 1995 la decisione da parte di Shell Oil di affondare nel Mare del Nord la Brent Spar, una piattaforma petrolifera obsoleta, sollevò le proteste di Greenpeace e fece notizia in tutto il mondo. Le aziende farmaceutiche si sono rese conto che l’opinione pubblica si aspettava che contribuissero alla lotta contro la pandemia di AIDS in Africa, sebbene fosse ben lontana dai loro mercati e dalle linee di prodotto principali. Oggi, la responsabilità dell’obesità, e della cattiva alimentazione, viene imputata alle imprese che operano nel settore dei fast-food e dei cibi confezionati. Le organizzazioni di attivisti fanno pesare, con maggiore aggressività ed efficacia, l’insistenza dell’opinione pubblica sulle grandi imprese; in effetti, esse tendono a prendere di mira le imprese più visibili, o affermate, solo per attirare l’attenzione su un determinato tema, seppur le aziende abbiano avuto un limitato impatto sulla questione. Ad esempio, “Nestlé”, maggior fornitore mondiale di acqua in bottiglia, è stata messa sul banco degli imputati nel dibattito globale sull’accesso all’acqua potabile, malgrado l’acqua in bottiglia che vende corrisponda appena allo 0,0008% della riserva mondiale. L’inefficienza dell’irrigazione agricola, che utilizza ogni anno il 70% di questa riserva, costituisce un problema più opprimente, non offrendo opportunità di mirare ad un bersaglio facile, come può essere una grande multinazionale.


LA CORPORATE SOCIAL RESPONSIBILITY: UN VALORE INTANGIBILE

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Le prescrizioni nazionali obbligano le imprese a documentare dettagliatamente le iniziative intraprese nell’ambito della responsabilità sociale. Le leggi vigenti nel Regno Unito, ad esempio, richiederebbero a qualunque impresa quotata in Borsa di annunciare pubblicamente nel proprio report annuale i rischi etici, sociali e ambientali connessi alla propria attività. Tutte queste pressioni mostrano chiaramente sino a che punto gli stakeholder esterni alle imprese, stiano cercando di attribuire loro delle responsabilità sui problemi sociali, ed evidenziano i rischi finanziari, potenzialmente importanti, in cui incorre qualunque impresa che attui una condotta inammissibile agli occhi dell’opinione pubblica. Pur avendo acquisito la consapevolezza di tali rischi, le imprese hanno sempre più difficoltà nella scelta del comportamento più adeguato da adottare all’uopo! In realtà, la maggior parte delle risposte fornite non ha avuto un carattere strategico né operativo, ma essenzialmente “estetico”: una serie di campagne effettuate tramite le PR e i media, spesso risultano incentrate su accurati Rapporti CSR che mettono in mostra le buone azioni realizzate dall’impresa a livello sociale e ambientale. Delle 250 multinazionali più grandi del mondo, il 64% ha pubblicato nel 2005 un Rapporto CSR all’interno del proprio Rapporto annuale oppure, nella maggior parte dei casi, in un report separato dedicato alla sostenibilità, un approccio che sta alimentando lo sviluppo di una nuova schiera di autori di questo tipo di rapporti. Tali report, raramente, offrono una cornice coerente delle attività intraprese in ambito CSR, tanto meno un inquadramento strategico. Sovente, si limitano ad accumulare aneddoti vari su una serie di iniziative scoordinate, con l’obiettivo di dimostrare la sensibilità sociale dell’impresa in questione. Paradossalmente, spesso le informazioni omesse da queste pubblicazioni risultano rivelatrici di quelle inserite. Può capitare, ad esempio, che la riduzione degli agenti inquinanti, dei rifiuti o delle emissioni di carbonio sia documentata per alcune divisioni o zone specifiche, ma non per l’azienda nel suo complesso. Le iniziative filantropiche sono, normalmente, descritte in termini di denaro speso o di ore di volontariato, quasi mai invece in termini di impatto. È ancora più di rado che le imprese si prendano l’impegno di raggiungere in futuro degli obiettivi di performance dichiarati. Una simile crescita di Rapporti CSR è stata affiancata all’aumento dei rating e delle classifiche relative alla CSR. Sebbene la formulazione di rating rigorosi


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e affidabili possa influenzare positivamente il comportamento delle imprese, la disarmonia che regna, attualmente, fra coloro che si sono attribuiti la qualifica di giudici più che altro aggrava la confusione. In altre parole, misurare e pubblicizzare la performance sociale è un mezzo potenzialmente efficace per influenzare il comportamento delle imprese, sempre che i rating vengano misurati in modo coerente e che riflettano accuratamente l’impatto sociale delle aziende. Sfortunatamente, nessuna delle due condizioni viene soddisfatta nell’attuale profusione di checklist sulla CSR. Nel tentativo di farsi strada in tutta questa baraonda, i leader aziendali hanno chiesto consiglio alle organizzazioni no-profit, società di consulenza ed esperti accademici sempre più sofisticati, i quali però hanno troppe poche risorse a disposizione per valutare l’universo delle complicate attività svolte dalle imprese a livello globale. Di conseguenza c’è la tendenza ad impiegare indicatori basati su dati facilmente disponibili, e a buon mercato, malgrado tali indicatori non siano misure affidabili degli effetti sociali o ambientali che vorrebbero rispecchiare. Il Dow Jones Sustainability Index, ad esempio, utilizza il numero dei membri del Consiglio di Amministrazione di un’impresa come indicatore del suo coinvolgimento nella comunità. Inoltre, sebbene gli indicatori prescelti riflettano accuratamente l’impatto sociale, i dati sono spesso inaffidabili. La maggioranza dei rating si basa su indagini caratterizzate da un tasso di risposta insufficiente ai fini statistici, tanto più su dati interni riportati direttamente dalle imprese e non sottoposti ad alcuna verifica esterna. Le imprese che hanno più cose da nascondere sono quelle che hanno meno probabilità di rispondere! Il risultato è un calderone di rating generalmente senza significato, con la conseguenza che ciascuna impresa può vantarsi di soddisfare uno degli indicatori di responsabilità sociale. In sostanza, quello che la maggior parte delle imprese, fa! È emersa una rigogliosa letteratura sulla CSR, malgrado spesso le indicazioni operative che offre ai leader d’impresa siano poco chiare. L’esame delle principali scuole di pensiero, in tema di CSR, rappresenta un punto di partenza per comprendere il motivo per il quale sia necessario adottare un nuovo approccio al fine di incorporare, più utilmente, le considerazioni di natura sociale nelle attività operative più importanti, e nella strategia.


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2. Le quattro ragioni della Responsabilità Sociale I promotori della CSR hanno impostato la loro dissertazione su quattro argomenti: - obbligo morale - sostenibilità - licenza ad operare - reputazione a) Il richiamo alla moralità – ovvero la ragione secondo la quale le imprese hanno il dovere di essere dei buoni cittadini e di “fare le cose giuste” – emerge con evidenza dalla carta che definisce la “Mission di Business for Social Responsibility”, la principale associazione statunitense di imprese no-profit che operano nell’ambito della CSR. Essa invoca ai suoi membri di “raggiungere il successo economico comportandosi in modo da tener fede ai valori etici e rispettare gli individui, le comunità e l’ambiente”. Gli obblighi morali, inoltre, costituiscono per natura degli imperativi assoluti, mentre la maggior parte delle scelte sociali delle imprese implica la ricerca di un equilibrio tra valori, interessi e costi contrastanti. Basti pensare all’ingresso di Google in Cina, e al fatto che ciò abbia sollevato un conflitto irrisolvibile tra l’avversione per la censura dei suoi clienti statunitensi e i vincoli legali imposti dal governo cinese. Il calcolo morale che bisogna eseguire per confrontare un beneficio sociale con un altro, o valutarlo in base ai costi finanziari che comporta, non è ancora stato formalizzato. I principi morali non suggeriscono ad un’azienda farmaceutica in che misura debba destinare i propri ricavi allo scopo di sovvenzionare le cure per malati indigenti, allo sviluppo di nuove terapie per il futuro e alla distribuzione dei dividendi agli investitori. b) Il riferimento al concetto di sostenibilità pone l’enfasi sulla tutela dell’ambiente e della comunità. Una definizione eccellente è quella offerta, negli anni Ottanta, dal primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland e adottata dal World Business Council for Sustainable Development: “Garantire i bisogni attuali senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri”. Il principio della sostenibilità fa leva sugli interessi dei più illuminati, spesso invocando la cosiddetta tripla bottom line della performance economica, sociale e ambientale: le imprese, cioè, dovrebbero operare in modo da garantirsi una performance economica di lungo termine, evitando quei comportamenti di breve termine che arrecherebbero danni alla società o all’ambiente. Tale


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principio è valido soprattutto per le questioni che coincidono con gli interessi economici, o legali, dell’impresa. Ad esempio: - “DuPont”, ha risparmiato dal 1990 ad oggi oltre 2 miliardi di dollari per merito della riduzione dei consumi energetici. - Il cambiamento dei materiali usati da “McDonald’s” per confezionare il cibo ha portato ad una diminuzione dei suoi rifiuti solidi pari al 30 per cento. Sono state delle decisioni di business intelligenti, al di là dei benefici arrecati all’ambiente. In altre aree, invece, il concetto di sostenibilità può diventare talmente vago da perdere qualunque senso. Si può, a gran voce, affermare come: la trasparenza sia più “sostenibile” della corruzione; le condizioni lavorative soddisfacenti siano più “sostenibili” dei tuguri, dove molti sono costretti a lavorare; la filantropia contribuisca alla “sostenibilità” della società. Benché veritiere, queste affermazioni non offrono un’adeguata base per valutare gli obiettivi di lungo periodo, o metterli in ordine di priorità in base ai costi che comportano. La scuola di pensiero che si richiama alla sostenibilità solleva una serie di domande riguardo a questi trade-off, senza offrire un quadro di riferimento che consente di darvi risposta. c) Licenza a operare: qualunque impresa deve ottenere un permesso tacito o esplicito dal governo, dalla comunità locale e da diversi altri stakeholder per “fare affari”. L’approccio basato sulla licenza ad operare offre all’impresa un modo concreto per identificare le questioni sociali, cui i suoi stakeholder danno più importanza, e prendere delle decisioni al riguardo. Inoltre, promuove il dialogo costruttivo con i legislatori, con la cittadinanza locale e con gli attivisti. Il che potrebbe rappresentare uno dei motivi per cui tale approccio prevale, soprattutto, fra le imprese che fanno affidamento sul consenso del Governo (si pensi all’industrie minerarie e ad altre industrie estrattive ad alto tasso di regolamentazione), e fra le imprese che si basano sulla tolleranza dei loro vicini (si pensi alle imprese che effettuano attività nocive o rischiose per l’ambiente, ad esempio nel settore chimico). Cercando di soddisfare gli stakeholder, tuttavia, l’impresa cede ad attori esterni il controllo principale delle iniziative che intraprende in ambito CSR. I punti di vista degli stakeholder ovviamente sono importanti, ma questi gruppi di persone non sono mai in grado di capire pienamente le caratteristiche dell’azienda, il suo posizionamento competitivo o le scelte che deve effettuare.


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Alcune imprese2 si sono distinte grazie ad un fortissimo impegno di lungo termine nella responsabilità sociale, sebbene il loro impatto effettivo sulla società, e ancor più i benefici sul piano del business, sono difficili da determinare. d) Molte imprese fanno leva sulla reputazione per giustificare le iniziative legate alla CSR, sostenendo che esse miglioreranno la loro immagine, rafforzeranno il brand, solleveranno il morale e faranno addirittura proliferare i loro titoli azionari. Le considerazioni relative alla reputazione, come alla licenza a operare, si concentrano sull’obiettivo di soddisfare il pubblico esterno. Nelle imprese orientate al consumatore, ciò conduce spesso all’attuazione di campagne marketing di alto profilo, legate ad una buona causa. Nei settori più esposti, come quello chimico e quello energetico, può succedere invece, che le imprese intraprendano una serie di iniziative legate alla Social Responsibility come se rappresentassero una forma di “polizza assicurativa”, nella speranza che la loro reputazione di attori socialmente consapevoli possa mitigare le critiche dell’opinione pubblica in caso di crisi. Tutte e quattro le scuole di pensiero hanno lo stesso punto debole: pongono l’accento sulla tensione fra il business e la società, piuttosto che sulla loro interdipendenza, ne consegue che nessuna può coadiuvare efficacemente le imprese ad identificare, mettere in ordine di priorità e affrontare le questioni sociali più rilevanti o quelle su cui possono avere il massimo impatto. Il risultato, spesso, è un tentativo di sinergia di attività scoordinate in ambito CSR, o filantropico, che risultano del tutto scollegate dalla strategia aziendale, non avendo alcun impatto significativo sulla società, né rafforzando la competitività di lungo termine dell’impresa. Internamente - le attività e le iniziative legate alla CSR spesso rimangono isolate dalle unità operative, e persino separate da quelle filantropiche. Esternamente - l’impatto sociale dell’impresa si disperde in una serie di iniziative scollegate, ciascuna delle quali risponde alle pressioni esercitate da un diverso gruppo di stakeholder, o da una lobby differente. La conseguenza di tale frammentazione è la perdita di una grandissima opportunità. Il potere di cui godono le imprese, ovvero quello di apportare beneficio alla società, viene dissolto; e lo stesso accade al loro potenziale

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Ad esempio: Ben & Jerry’s, Newman’s Own, Patagonia e The Body Shop.


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di agire concretamente in modo da supportare sia le comunità a cui fanno riferimento, sia il raggiungimento dei propri obiettivi di business. Il campo della CSR resta, ancora oggi, fortemente permeato da un imperativo morale!

3. Il Business e la Società: due dimensioni compatibili Il punto di forza per un’evoluzione della CSR consiste nella consapevolezza di una stretta relazione intercorrente tra un’azienda e la società, radicata nelle strategie e nelle attività delle singole imprese. L’affermazione secondo la quale il business e la società hanno un legame imprescindibile, seppur potrebbe sembrare un “luogo comune”, è la via d’uscita delle imprese dal guazzo in cui sono state catapultate dal loro odierno approccio alla Corporate Social Responsibility. Le grandi imprese di successo, avendo bisogno di una società sana, devono tener conto che: - la formazione, la motivazione ed il worklife balance (ossia, il giusto equilibrio tra lavoro e vita privata) sono essenziali per una forza lavoro produttiva; - le condizioni lavorative e la sicurezza dei prodotti riducono i costi interni dovuti agli incidenti, oltre ad avere capacità attrattiva dei clienti; - l’utilizzo funzionale di suolo, acqua, energia e altre risorse naturali incrementa la produttività delle imprese; - il buongoverno, il principio di legalità e i diritti di proprietà sono essenziali ai fini dell’efficienza e dell’innovazione; - severi standard legislativi preservano dallo sfruttamento non solo i consumatori, ma anche le aziende competitive. In definitiva, una società sana dà luogo ad una domanda direttamente proporzionale al numero dei bisogni soddisfatti, e delle aspirazioni. Qualora un’impresa persegua i propri fini a carico della società in cui opera, si renderà conto che il successo di cui gode è: illusorio e temporaneo. La mutua correlazione intercorrente tra le aziende e la società implica che le decisioni di business, e le politiche sociali, debbano rispettare il principio del “valore condiviso”, secondo il quale ogni scelta deve arrecare beneficio ad entrambe le parti. Se un’impresa, o una società, attua delle politiche che giovano ad una parte a spese dell’altra, sta soltanto percorrendo un sentiero pericoloso: l’utile temporaneo di cui gode comprometterà il benessere di lungo termine di entrambe.


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In pratica, un’impresa solo impiegando gli stessi metodi analitici, di concorrenza e business, potrà integrare la CSR nella propria strategia competitiva in modo da arricchire entrambe. L’interdipendenza fra un’impresa e la società dovrebbe essere analizzata attraverso gli stessi strumenti utilizzati per analizzarne la posizione competitiva e svilupparne la strategia. In questo modo, l’impresa può mettere a fuoco le attività specifiche che svolge in ambito CSR per ottenere il miglior effetto possibile, invece di limitarsi ad agire in base a impulsi benevoli o a reagire alle pressioni esterne, l’organizzazione può pianificare una strategia CSR che apporti il massimo beneficio alla società esterna nonché una serie di vantaggi al business. Questi due strumenti dovrebbero essere impiegati in modo diverso. Quando un’impresa inserisce nella propria “catena del valore3” tutte le conseguenze sociali delle sue attività, la stessa ha definito una checklist di problemi, generalmente di natura operativa, che devono essere investigati, risolti (o attenuati) e divisi per ordine di priorità. Le imprese, pertanto, dovrebbero attivarsi per ridurre al minimo gli effetti negativi presenti nella “catena del valore”, sebbene le loro attività offrano opportunità per la creazione di un valore condiviso - soprattutto in ambito competitivo - considerato che ogni impresa dovrebbe scegliere, all’interno di una rosa di possibili iniziative, quelle che possano apportare il massimo beneficio tanto alla società quanto alla sua capacità di competere. Oltre all’attività delle imprese, sono gli impegni sociali esterni ad influenzare le aziende, nel bene e nel male. Questi legami esterni/interni possono indebolire considerevolmente la capacità di un’azienda di realizzare la propria strategia, soprattutto nel lungo periodo. Questa seconda forma d’interdipendenza, definita “contesto competitivo” può essere diviso in quattro grandi aree: 1. un’area include la quantità e la qualità degli input, che le aziende hanno a disposizione: si pensi alle risorse umane e naturali, all’infrastruttura dei trasporti, ecc.; 2.una seconda area del contesto comprende le regole e gli incentivi che governano la concorrenza: norme che proteggono la proprietà intellettuale, garantiscono la trasparenza, salvaguardano dalla corruzione e incoraggiano gli investimenti;

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Raffigura tutte le operazioni che un’impresa effettua per portare avanti il suo business. Essa può essere utilizzata come uno schema che permette di identificare l’impatto sociale, positivo o negativo, delle attività aziendali. Il legame interno/esterno può variare per diversi fattori (politiche di assunzione, di licenziamento, esternalità negative: traffico,emissioni di gas,ecc…).


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3. un terzo aspetto è rappresentato dalla domanda locale, ovvero le sue dimensioni e il suo grado di sofisticatezza, unitamente agli standard relativi alla qualità e la sicurezza dei prodotti, i diritti dei consumatori e l’imparzialità degli appalti governativi; 4. l’ultima area è legata alla disponibilità locale dei settori di supporto, come i produttori di macchinari e i fornitori di servizi. Presi singolarmente, o nel loro complesso, questi aspetti del contesto possono rappresentare delle opportunità per l’attuazione di iniziative legate alla CSR. La capacità di reclutare le risorse umane più appropriate dipende, ad esempio, da una serie di fattori che in genere non si considerano legati al business ma che le imprese possono influenzare, come il sistema educativo e formativo locale, la disponibilità di alloggi, l’assenza di discriminazioni (che limitano il bacino dei lavoratori) e l’adeguatezza dell’infrastruttura sanitaria pubblica.

4. La selezione delle questioni sociali di cui occuparsi Nessuna impresa è in grado di risolvere tutti i problemi della società, né di sostenere i costi necessari per farlo: ciascuna di esse deve selezionare i temi che si intersecano con la propria area di business specifica. Il banco di prova essenziale che dovrebbe determinare l’indirizzo della CSR non è il fatto che una causa sia meritevole, ma che offra l’opportunità di creare un valore condiviso, ovvero un beneficio rilevante per la società e che rivesta un valore anche per l’impresa. L’impresa dovrebbe dividere i temi sociali in tre categorie in cui posizionare le cause che sono allo stesso tempo importanti e strategiche per l’impresa: 1. le questioni sociali generiche, che possono essere importanti per la società ma non sono influenzate in misura significativa dalle attività dell’azienda, né condizionano la sua competitività di lungo termine; 2. gli impatti sociali della catena del valore, che sono padroneggiati in misura significativa dalle attività svolte dall’impresa nel normale andamento del business; 3. le dimensioni sociali del contesto competitivo, che equivalgono ai fattori dell’ambiente esterno che incidono sui driver fondamentali della competitività nei luoghi in cui l’impresa opera. Ciascuna impresa deve sezionare le questioni sociali in queste tre categorie per ogni unità di business e area principale in cui opera, e classificarle in base al loro impatto potenziale. La categoria in cui ricade una data questione varierà in


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base alle diverse unità di business, delle diverse imprese, dei diversi settori e dei diversi luoghi. Basti pensare, ad esempio, a come: - dare appoggio a una compagnia di ballo può rappresentare una causa sociale generica per una società di pubblici servizi come Enel, ma rientrare nel contesto competitivo per una società come Mastercard, che dipende dal cluster che riunisce l’intrattenimento, l’ospitalità e il turismo di fascia alta; - le emissioni di carbonio possono rappresentare un problema sociale generico per una società di servizi finanziari come Banca Mediolanum, una conseguenza negativa della catena del valore per una società basata sui trasporti come Bartolini, oppure una questione legata alla catena del valore e allo stesso tempo al contesto competitivo per una casa automobilistica come Fiat; All’interno di un settore, una data questione sociale, può intersecarsi in modo diverso con le diverse imprese, in base alla loro diversa collocazione competitiva e alle diverse attività che rientrano, successivamente, nella loro catena del valore, ad esempio: nel settore automobilistico, Volvo ha scelto di mettere la sicurezza al centro del suo posizionamento competitivo, mentre Toyota ha sviluppato un vantaggio competitivo grazie ai benefici ambientali della sua tecnologia a motore ibrido. Anche questioni come le pari opportunità nelle assunzioni o il risparmio energetico, che riguardano la maggioranza delle imprese, possono avere un’importanza maggiore per alcuni settori che per altri, ad esempio: i contributi sanitari, sollevano meno problemi nell’ambito dello sviluppo software o della biotecnologia, dove tendenzialmente la forza lavoro è limitata e ben retribuita, che in un campo come il retail, che dipende pesantemente da un alto numero di lavoratori poco retribuiti. Alcune questioni si dimostrano rilevanti per molte delle unità di business e delle località servite dall’impresa; l’indicazione da seguire, in tal caso, è quella di effettuare delle scelte strategiche riguardo alle aree verso cui convogliare gli sforzi legati alla CSR. L’applicabilità generale di una questione sociale a più settori e alle imprese che vi operano influenza, necessariamente, il modo in cui verrà affrontata, e l’urgenza con cui questo avverrà. È probabile che la via più efficace per affrontare le questioni sociali dotate di una rilevanza generale passi attraverso i modelli cooperativi condivisi. A tal proposito, allo scopo di promuovere in Italia i prin-


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cipi etici nei comportamenti aziendali in attuazione alla Legge di conversione del D.L. 24 marzo 2012, n. 29, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) in raccordo con i Ministeri della Giustizia e dell’Interno, ha deliberato nel novembre 2012 il Regolamento per definire l’attribuzione del rating di legalità alle imprese operanti nel territorio nazionale con fatturato sopra i 2 milioni di euro. Del rating attribuito alle aziende si tiene conto in sede di concessione di finanziamenti pubblici da parte delle pubbliche amministrazioni, nonché in sede di accesso al credito bancario, infatti, la banca che non concedesse crediti ad una impresa avente rating, sarà tenuta a motivare la scelta con apposita nota alla Banca d’Italia. Per ottenere il rating minimo occorrono alcuni requisiti autocertificati quali l’assenza di misure di prevenzione personale o patrimoniale; misure cautelari personali o patrimoniali per gli amministratori e soci. Oppure, l’assenza di provvedimenti di condanna dell’Autorità e della Commissione europea per illeciti antitrust. Infine, l’assenza di provvedimenti per il mancato rispetto delle leggi sulla tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (D. Lgs. n. 81/08) e violazioni in materia retributiva, contributiva, assicurativi e fiscali. La valutazione massima si raggiunge con il possesso degli altri sei requisiti, tra cui il possesso di un organo di controllo efficace ai sensi del sistema di governo e prevenzioni richiesto dal D. Lgs. n. 231/2001; la presenza di comprovati sistemi di Corporate Social Responsibility; fino alla adesione a Codici Etici di categoria. Si tratta di requisiti che, sebbene autocertificabili per ragioni di celerità del procedimento amministrativo, devono coesistere ed essere integrati nell’organizzazione pena il difetto di reputazione oltre che le severe sanzioni anche penali per le dichiarazioni mendaci.

5. L’Agenda Sociale come bussola di responsabilità La classificazione delle questioni sociali costituisce semplicemente un mezzo, il cui fine è quello di dotare l’impresa di un esplicito piano d’azione sociale di supporto. Un piano d’azione sociale non si accontenta di soddisfare le aspettative della comunità, ma cerca di individuare le opportunità che possano apportare allo stesso tempo dei benefici sociali ed economici. Non si limita a ridurre i danni, ma trova un modo per rafforzare la strategia d’impresa attraverso il progresso sociale. Il piano di supporto deve rispondere alle aspettative degli stakeholder, ma non può limitarsi a questo. Una parte cospicua delle risorse, e dell’attenzione dell’impresa, deve essere indirizzata ad una CSR che abbia una duplice valenza


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reattiva e strategica: è su questa dimensione della CSR che l’impresa avrà il massimo impatto sociale e raccoglierà i frutti migliori sul piano del business! CSR reattiva La CSR reattiva prevede due aspetti: 1. praticare una buona corporate citizenship (ossia, “cittadinanza aziendale”), mostrandosi in sintonia con le preoccupazioni sociali degli stakeholder; 3. mitigare gli effetti presenti o futuri delle proprie attività di business. Una “buona” corporate citizenship costituisce una conditio sine qua non della CSR e le imprese devono attuarla adeguatamente. Molte organizzazioni locali fanno affidamento sulle donazioni delle imprese, e allo stesso tempo i dipendenti sono comprensibilmente orgogliosi se la loro azienda è attivamente coinvolta nella comunità. Le iniziative migliori sul piano della corporate citizenship vanno ben al di là della semplice elargizione monetaria: esse definiscono degli obiettivi chiari e misurabili e monitorano i risultati nel tempo. Un buon esempio è l’iniziativa in base alla quale General Electric americana “adotta” delle scuole secondarie pubbliche in difficoltà, nelle vicinanze di molte delle principali strutture che gestisce negli Stati Uniti. L’azienda elargisce ad ogni scuola una somma che va da 250mila a 1 milione di dollari nell’arco di cinque anni, oltre a beni in natura. I manager e i dipendenti di General Electric assumono un ruolo attivo, collaborando con i dirigenti scolastici per valutare i bisogni e offrire servizi di mentoring o tutoring agli studenti. In base ad uno studio indipendente: su dieci scuole coinvolte nell’iniziativa fra il 1989 e il 1999, quasi tutte hanno evidenziato un miglioramento significativo; in quattro su cinque delle scuole che in precedenza avevano la performance più bassa, il tasso dei diplomati è raddoppiato, passando dal 30 al 60 percento. Iniziative efficaci di corporate citizenship, quale questa, suscitano benevolenza nei confronti dell’impresa e migliorano i suoi rapporti con le amministrazioni locali e altre istituzioni importanti, ma il loro effetto è inevitabilmente ridotto. I dipendenti di General Electric sono molto orgogliosi della loro partecipazione attiva, ma per quanto l’iniziativa sia utile, rimane marginale rispetto al business dell’azienda e il suo effetto diretto sulle assunzioni, e la retention, è limitato. Il secondo aspetto della CSR reattiva è mitigare i danni derivanti dalle attività che rientrano nella catena del valore di un’impresa, e ciò costituisce essenzialmente una sfida operativa. Dato che gli impatti legati alla catena del valore sono innumerevoli per ogni business, e per ognuno dei luoghi in cui opera, molte imprese hanno adottato un approccio alla CSR basato su chec-


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klist, che prevede l’utilizzo di set standardizzati di fattori di rischio sociali e ambientali. La Global Reporting Iniziative, che sta rapidamente diventando uno standard diffuso per la propagazione relativa alla CSR, ha definito un elenco di 141 temi afferenti a quest’ambito, integrato da una serie di elenchi ausiliari relativi ai diversi settori. Essi rappresentano un brillante punto di partenza, ma le imprese hanno bisogno di dotarsi di un processo interno maggiormente pro-attivo e ad hoc. I manager di ciascuna unità di business possono impiegare la “catena del valore” come uno strumento per identificare sistematicamente le ramificazioni sociali delle attività della propria unità in ogni luogo. Più complicato è prevedere le conseguenze, per le quali si ha ancora poca chiarezza. Da questo punto di vista può essere particolarmente d’aiuto il management operativo, che si trova più vicino all’effettivo svolgimento del lavoro. Si prenda l’esempio di B&Q, una catena internazionale nata in Inghilterra che vende articoli per la casa: l’azienda ha iniziato ad analizzare sistematicamente decine di migliaia di prodotti nelle sue centinaia di negozi in base a un elenco di una dozzina di temi sociali (dal cambiamento climatico alle condizioni lavorative che vigono negli stabilimenti dei suoi fornitori) per individuare i prodotti che potenzialmente comportano dei rischi sociali e per determinare le soluzioni più opportune da adottare, prima che le pressioni esterne si facciano sentire. Riguardo alla maggior parte degli effetti della “catena del valore”, l’impresa dovrebbe identificare le best practice tramite cui affrontare ciascuno di essi, ponendo attenzione all’evoluzione che tali pratiche stanno subendo. Alcune aziende riusciranno ad attenuare più efficacemente, e pro-attivamente, un’ampia gamma di problemi sociali creati dalla propria “catena del valore”. Queste conseguiranno un vantaggio rispetto alle altre. Tuttavia, come nelle attività legate agli acquisti e ad altre aree operative, è probabile che si tratti solo di un vantaggio temporaneo. CSR strategica Fare strategia non significa solo raggiungere l’eccellenza, ma arrivare ad assumere una posizione unica rispetto alle altre, ossia svolgere le proprie attività in modo diverso dai concorrenti, così da ridurre i costi, o soddisfare più adeguatamente bisogni peculiari della clientela. Questi principi riguardano sia il rapporto di un’impresa con la società, sia quello con le rivali e i clienti. La CSR strategica: - comprende sia aspetti che vanno dall’interno all’esterno, sia altri che vanno dall’esterno all’interno. È in questo ambito che risiedono le vere opportunità di creare un valore condiviso;


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- prevede l’attuazione di un numero limitato di iniziative che siano in grado di portare benefici ampi e significativi alla società e al business, allo scopo che i problemi sociali diventano una fonte di opportunità, e innovazione, invece che un costo o un vincolo. Le imprese possono sperimentare una serie di innovazioni della “catena del valore”, a beneficio sia della società sia della propria competitività, e possono investire nelle comunità di cui fanno parte in modo tale da rafforzare il proprio contesto competitivo e, allo stesso tempo, accrescere la propria produttività. Molti aspetti dell’offerta di prodotti, o della “catena del valore”, possono costituire la base di una CSR strategica. Ipotesi: Toyota – La sua risposta alle preoccupazioni legate alle emissioni inquinanti delle automobili rappresenta un esempio in tal senso. La Toyota Prius: il veicolo ibrido a elettricità e benzina, è il primo di una serie di modelli innovativi che hanno creato un vantaggio competitivo e, allo stesso tempo, una serie di benefici ambientali. I motori ibridi emettono appena il 10 per cento degli agenti inquinanti nocivi prodotti dai veicoli tradizionali e consumano solo la metà del carburante. Nominata Auto dell’anno 2004 da “Motor Trend Magazine”, la Prius ha creato per Toyota un vantaggio talmente forte che Ford e altre case automobilistiche stanno acquistando la licenza necessaria per sfruttare la sua tecnologia. Toyota è molto vicina ad affermare la propria tecnologia come standard globale. Urbi - un’impresa edile messicana, ha avuto ottimi risultati dalla costruzione di case per acquirenti in condizioni disagiate, impiegando nuove forme di finanziamento come il pagamento delle rate di un mutuo a tasso variabile con trattenuta diretta in busta paga. Crédit Agricole - la più grande banca francese, si è differenziata grazie all’offerta di prodotti finanziari specializzati in aree legate all’ambiente, come il finanziamento di pacchetti per ristrutturare la propria casa in modo da consentire un risparmio energetico e conseguire la certificazione biologica di un’impresa agricola. La CSR strategica prevede, inoltre, l’investimento sugli aspetti sociali che accentuano la competitività dell’impresa. In questo modo si sviluppa un rapporto simbiotico: il successo dell’impresa e il successo della comunità! Tipicamente, quanto più una causa sociale è legata al business dell’impresa, tanto maggiore è l’opportunità di far leva sul commitment e sulle capacità dell’azienda e altrettanto grande è, di conseguenza, l’opportunità di portare un beneficio alla società. Working Connections - partnership fra Microsoft e la American Association of Community Colleges (AACC), rappresenta un buon esempio di opportunità


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di creazione di un valore condiviso emersa dagli investimenti sul contesto. La carenza di lavoratori qualificati in information technology costituisce un vincolo significativo alla crescita di Microsoft; attualmente, vi sono più di 450mila posizioni IT vacanti nei soli Stati Uniti. I community college, grazie agli 11,6 milioni di studenti iscritti che rappresentano il 45% degli universitari statunitensi, potrebbero rappresentare un’ottima soluzione a questo problema. Microsoft è consapevole, tuttavia, che tali istituti sono alle prese con alcune difficoltà specifiche: i programmi di studio nell’IT non sono standardizzati, le attrezzature tecnologiche presenti in aula sono spesso datate e non esiste alcun piano sistematico per l’aggiornamento dei docenti. L’iniziativa di Microsoft, che l’ha portata a donare 50 milioni di dollari nell’arco di cinque anni, si è proposta di risolvere tutti e tre questi problemi. Oltre ad offrire denaro e prodotti gratuiti, Microsoft ha inviato nei college dei dipendenti, coinvolti su base volontaria, con l’obiettivo di valutare i bisogni, contribuire allo sviluppo dei programmi di studio e attivare dei corsi di aggiornamento rivolti ai docenti. Si noti che in questo caso, il personale volontario assegnato all’iniziativa ha potuto impiegare le proprie competenze professionali per soddisfare un bisogno sociale, difformemente dalle tipiche attività di volontariato. Microsoft ha raggiunto dei risultati che hanno arrecato un beneficio a molte comunità locali e allo stesso tempo hanno avuto un impatto diretto, e potenzialmente significativo, sull’azienda.

6. La creazione del Valore anche per la società Le azioni funzionali per creare un valore economico e sociale, sono due: 1. sperimentare delle innovazioni nella “catena del valore”; 2. investire nell’allentamento dei vincoli sociali che limitano la competitività. Entrambi gli aspetti, possono accrescere notevolmente l’efficacia delle attività benefiche dell’impresa. Marriot - ad esempio - offre un sostegno filantropico alle associazioni di servizio delle comunità locali; ha creato un ponte fra questi investimenti e il programma di formazione interna, al fine di ridurre sostanzialmente i costi legati all’assunzione di dipendenti che si trovano al loro primo impiego. Le associazioni locali nominano i candidati che sono “disoccupati cronici” a Marriott, che offre loro 180 ore di formazione retribuita in aula e in azienda. Il 90% delle persone che partecipano al programma di formazione, ottiene un posto di lavoro. Un anno dopo più del 65% è ancora in servizio, un tasso di retention molto più alto della norma.


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Quando le attività che rientrano nella catena del valore e gli investimenti indirizzati al contesto competitivo sono pienamente integrati, diventa difficile distinguere la CSR dalle attività quotidiane dell’impresa. Nestlé – ad esempio- coadiuva, in linea retta, con i piccoli agricoltori che vivono nei paesi in via di sviluppo per garantirsi l’approvvigionamento di quei beni elementari di largo consumo, come il latte, il caffè e il cacao, da cui dipende gran parte del proprio business globale. L’investimento operato dall’azienda nelle infrastrutture locali, e la diffusione delle sue conoscenze e tecnologie di livello internazionale, in atto da decenni, hanno arrecato ingenti benefici sociali per mezzo dello sviluppo economico, il miglioramento dell’assistenza sanitaria e la migliore qualità della formazione; allo stesso tempo hanno offerto a Nestlè un accesso diretto e costante ai beni di largo consumo di cui ha bisogno per preservare un business globale redditizio. Nel cuore di ogni strategia c’è una value proposition unica: una serie di bisogni che l’azienda è in grado di soddisfare per conto dei clienti, laddove le altre non possono farlo. Per offrire una value proposition diversa da tutte le altre bisogna che l’impresa abbia una “catena del valore” diversa da tutte le altre, tale che le consenti di svolgere le proprie attività in modo distinto dalle concorrenti. La CSR raggiunge la massima valenza strategica quando un’impresa immette una dimensione sociale nella sua value proposition per potenziare il proprio vantaggio competitivo. A quel punto l’impatto sociale diventa parte integrante della stessa strategia d’impresa! Whole Foods Market – ad esempio - la cui value proposition consiste nel vendere cibi biologici, naturali e salutari a clienti che danno grande valore a una alimentazione sana e all’ambiente; le questioni sociali hanno un ruolo fondamentale nel garantire l’unicità di Whole Foods nel settore della vendita al dettaglio di generi alimentari, nonché la sua capacità di imporre dei prezzi premium. Le politiche di approvvigionamento dell’azienda mettono in primo piano l’acquisto dei prodotti dagli agricoltori locali attraverso il processo di acquisto di ogni negozio. I buyer scartano gli alimenti che contengono uno, o più, dei quasi cento ingredienti comunemente diffusi che l’azienda considera nocivi o dannosi per l’ambiente. I prodotti da forno, che vengono cotti e venduti freschi ogni giorno, contengono unicamente farine non sottoposte a “sbiancamento” o “bramatura”. L’impegno di Whole Foods verso le pratiche operative naturali ed ecologiche va ben al di là dell’approvvigionamento. I negozi vengono costruiti utilizzando la minima quantità possibile di materie prime “vergini”. Recentemente, l’azienda ha acquistato crediti energetici per l’utilizzo di una quantità d’energia eolica pari al totale dell’energia elettrica che consuma nei suoi


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negozi e nelle sue strutture; è l’unica delle imprese inserite nella “Fortune 500” che ha controbilanciato interamente il suo consumo di energia elettrica. Gli alimenti scaduti e i rifiuti biodegradabili vengono trasportati via camion nei vari centri regionali per essere trasformati in compost. L’azienda sta, altresì, convertendo il suo parco veicoli affinché venga alimentato tramite biocarburante. Persino i prodotti per la pulizia impiegati nei suoi negozi sono ecologici. Attraverso le sue attività filantropiche, poi, l’azienda ha istituito la Animal Compassion Foundation con l’obiettivo di sviluppare soluzioni più naturali e rispettose nell’allevamento di animali. In sintesi, quasi tutti gli aspetti della catena del valore di quest’impresa incorporano una dimensione sociale, il che distingue Whole Foods da tutti i suoi concorrenti. Non tutte le imprese possono basare l’intera value proposition sui temi sociali come fa Whole Foods, ma le value proposition di stampo sociale aprono una nuova frontiera nella collocazione competitiva. I regolamenti pubblici, il rischio di critiche o di cause di responsabilità e l’attenzione dei consumatori alle questioni sociali sono in costante crescita. Per concludere, il numero dei settori e delle imprese che possono sviluppare un vantaggio competitivo in base a una value proposition di stampo sociale è in continuo aumento. Ad esempio Sysco, il più grande distributore di prodotti alimentari ai ristoranti e alle istituzioni in Nord America, ha avviato un’iniziativa per la tutela delle piccole aziende agricole a conduzione familiare e fornisce ai suoi clienti derrate di produzione locale come veicolo di differenziazione competitiva. Anche le grandi multinazionali globali, come General Electric, tramite l’iniziativa chiamata «Ecoimagination», che si concentra sullo sviluppo di aree di business «verdi» come la tecnologia di depurazione delle acque, e Unilever, che sta sperimentando nuovi sistemi di imballaggio e distribuzione per soddisfare le necessità delle popolazioni più indigenti, sono giunte all’epilogo che le opportunità di business più significative risiedono nell’integrazione fra il business stesso e la società!

7. La CSR è una qualità dell’organizzazione Il coordinamento tra le esigenze del business e quelle della società richiede, oltre ad una forte leadership, degli adattamenti nell’organizzazione, nelle relazioni e negli incentivi. Poche imprese hanno attivato un sistema che prevede di attribuire priorità alle questioni sociali in base alla rilevanza che rivestono nel contesto competitivo, nonché del ruolo che svolgono sul piano operativo e stra-


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tegico. Ancora meno sono quelle che hanno accorpato le proprie attività filantropiche con la gestione dell’impatto sociale delle attività che rientrano nella loro “catena del valore”, o cercato di conferire una dimensione sociale nella loro value proposition fondamentale. Per raggiungere un simile risultato bisogna accingersi diversamente rispetto alle modalità oggi preponderanti, sia rispetto alla CSR e sia rispetto alle attività filantropiche: le imprese devono passare da un atteggiamento frammentario-difensivo ad un approccio integrato-assertivo; dall’enfasi sull’immagine all’enfasi sulla sostanza!!! Attualmente, il focus viene misurato in termini di soddisfazione degli stakeholder, ovvero tutto il contrario di come dovrebbe essere. Gli investimenti sulla catena del valore, e sul contesto competitivo in ambito CSR, dovrebbero essere incorporati nelle misurazioni della performance operate dai manager che hanno la responsabilità dei conti economici. Il valore condiviso non può essere creato in assenza di un processo condiviso, obiettivi condivisi e misurazioni condivise. I manager operativi devono interessarsi al mondo del “contesto competitivo”, caratterizzato da legami esterni/interni, e chi ha la responsabilità delle iniziative legate alla CSR deve avere una consapevolezza articolata di ogni attività che rientra nella “catena del valore”. Trasformazioni che oltre a richiedere un cambiamento a livello di job description, richiedono il superamento di una serie di pregiudizi fortemente consolidati. Molti manager operativi hanno sviluppato una mentalità profondamente radicata, basata sulla contrapposizione tra “noi e loro”, che rappresenta una risposta di stampo difensivo al dibattito su ogni questione sociale, proprio come molte Organizzazioni Non Governative (ONG) vedono di cattivo occhio il tentativo di creare un valore sociale in vista di un profitto. Sono atteggiamenti che devono cambiare se le imprese vogliono far leva sulla dimensione sociale della strategia aziendale. Fare strategia equivale sempre a fare delle scelte e la Corporate Social Responsibility non fa eccezione: equivale a scegliere su quali cause sociali concentrarsi. Le insistenze alle quali le imprese sono sottoposte in vista della performance di breve termine esonerano la possibilità di attuare investimenti indiscriminati per creare un valore sociale. Suggeriscono, piuttosto, che la creazione di un valore condiviso debba essere considerata come la “ricerca e sviluppo”, ovvero un investimento di lungo termine sulla competitività futura dell’impresa. I miliardi di euro che le imprese stanno spendendo per la CSR e la filantropia d’impresa arrecherebbero molti più benefici sia al business, sia alla società se fossero investiti costantemente in base ai principi già discussi. Mentre, la CSR reattiva dipende dalla pratica di una buona corporate citizenship e dalla capacità di prevedere e mitigare qualunque danno inferto dal business alla società, la CSR strategica è molto più selettiva.


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CAPITOLO IV

Le imprese sono invitate ad occuparsi di centinaia di cause sociali, ma solo alcune di esse rappresentano un’opportunità per avere un impatto realmente significativo sulla società o per conseguire un vantaggio competitivo. Le organizzazioni che fanno le scelte giuste, e attivano delle iniziative sociali ben definite, pro-attive e integrate in linea con le proprie strategie fondamentali si allontaneranno sempre più da tutte le altre.

8. Alla riscoperta del Business Etica Le imprese, attraverso gli investimenti che effettuano e la loro attività quotidiana, hanno un’influenza profonda e positiva sulla società. La componente più significativa che una grande impresa può offrire alla società, e per qualunque comunità, è contribuire allo sviluppo di un’economia vigorosa. Molti Paesi in via di sviluppo – non di rado anche con la complicità delle aziende occidentali – hanno falsato le regole e hanno incentivato il business nei modi sbagliati. Di conseguenza, non ricevono abbastanza input di qualità da parte del business e non hanno una base adeguata di fornitori locali capaci. Questi punti di debolezza condannano questi Paesi alla povertà, costringendoli ad offrire salari bassi, o a svendere le proprie risorse naturali. Eppure le aziende hanno il know-how e le risorse necessarie per cambiare questo stato di cose. Tutto questo non può giustificare le imprese che inseguono i profitti di breve termine in maniera fraudolenta oppure eludendo le conseguenze sociali e ambientali delle proprie azioni. La CSR, d’altro canto, non dovrebbe occuparsi solo degli errori che le imprese hanno commesso finora, anche se questo resta notevole. Né dovrebbe significare solo offrire dei contributi filantropici agli enti benefici locali, dare una mano in occasione di una calamità o prestare soccorso ai più bisognosi, per quanto i contributi di questo tipo siano lodevoli. Ogni sforzo fatto per individuare un valore condiviso nelle pratiche operative, e nella dimensione sociale del contesto competitivo, possiede il potenziale non solo per promuovere lo sviluppo economico e sociale, ma anche per cambiare la visione che le imprese hanno della società, e viceversa. Le Organizzazioni non Governative (ONG), i governi e le imprese non devono solo pensare in termini di “Responsabilità Sociale d’impresa” ma (e soprattutto!) iniziare a pensare in termini di “Integrazione Sociale dell’impresa”. Percepire la responsabilità sociale come un modo per costruire dei valori condivisi, anziché come una politica di controllo dei danni o una campagna promozionale, richiede alle imprese una visione radicalmente diversa.


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Comunque, le aziende non hanno la responsabilità di tutti i problemi del mondo, né le risorse necessarie per risolverli tutti. Ogni impresa può identificare il set specifico di problemi sociali rispetto ai quali è in grado di dare il contributo più risolutivo, e dai quali può trarre il maggior vantaggio competitivo. La risoluzione dei problemi sociali tramite la creazione di un valore condiviso produrrà soluzioni auto-finanziate che non dipenderanno dalle sovvenzioni private o pubbliche. Nel momento in cui un’impresa, ben gestita, mette in opera le ingenti risorse, l’esperienza ed il know-how di cui è dotata al fine di risolvere i problemi che avverte a fondo e nei confronti dei quali nutre degli interessi, finirà per avere un impatto duraturo sulla vita delle persone e – forse – può incidere sul bene sociale più di qualunque altra istituzione od organizzazione filantropica.


CAPITOLO V CSR IN TEMPO DI CRISI

In un periodo in cui una delle più importanti crisi economico-finanziarie sta attraversando la storia del nostro Paese è essenziale individuare in che misura la Responsabilità sociale d’impresa (CSR) possa rappresentare una via d’uscita, di sviluppo e competitività, e quanto la crisi abbia influito sull’implementazione di politiche, azioni e strumenti di CSR da parte delle imprese (sia in senso positivo sia negativo, ovviamente!), considerato che la stessa ha nuovamente acceso i riflettori sul tema dell’etica nell’impresa e dello sviluppo economico sostenibile.

1. Gli effetti della CSR sulla crisi Studi recenti rilevano il legame esistente tra la CSR e la crisi e, in particolar modo, che gli elementi da considerare per consentire agli strascichi della crisi di tramutarsi da una minaccia ad un’opportunità, sono: - Innovazione: l’implementazione del progetto di CSR può essere valutato come un’innovazione, quest’ultima indispensabile per la sopravvivenza dell’impresa nel lungo periodo; - Atmosfera confortevole: la CSR offre all’organizzazione l’atmosfera ideale (formazione interna, motivazione, ecc.) tale da consentirle di affrontare fasi eccezionali quali, appunto, la crisi in corso. - Ruolo degli stakeholder: la CSR fornisce un adeguato trattamento agli stakeholder dell’organizzazione, mutando l’eventuale posizione di rischio in un atteggiamento d’intesa. - Strategia di business: l’implementazione della CSR sostiene le strategie di


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business dell’impresa, una necessità sempre presente, ma che assume peculiare rilevanza in tempo di crisi. - Atteggiamento di mercato: la realizzazione del modello di CSR avvalora la collocazione nel mercato delle imprese, in quanto i requisiti di “trasparenza” e “comunicazione”, strettamente correlati alla responsabilità sociale di impresa, sono entrambi essenziali. - Fiducia degli investitori: la CSR offre “garanzia” e “fiducia” agli investitori, per merito delle informazioni che le imprese responsabili sono in grado di offrire agli stessi. Le risorse finanziarie sono necessarie ma, in periodi di crisi, diventano critiche. - Profonda riflessione interna: l’implementazione della Responsabilità Sociale di Impresa impone alle organizzazioni una riflessione sui principali aspetti legati alla sopravvivenza di lungo periodo, quali: l’identità (mission e vision), processi e ruoli, accountability, ecc. Due gli elementi da approfondire: a) Approccio responsabile alle risorse umane Si richiama un sistema volto a concepire, e preservare, un habitat di lavoro in cui le somiglianze e le differenze tra gli individui sono considerate e, soprattutto, potenziate. Sostanzialmente, ci si riferisce all’adozione di politiche che in Italia sono conosciute prevalentemente con l’espressione “pari opportunità” e che all’estero si ravvisano, in maniera più ampia e completa, negli strumenti di “Diversity Management”. L’adozione di strumenti di conciliazione (part-time reversibile, orari di entrata/uscita flessibili, concessione di voucher, ecc.), implica condizioni lavorative che consentono agli individui di conformare il lavoro (rimunerato) alle diverse sfere delle vita, aumentare l’appagamento lavorativo e ampliare la produttività dell’ impresa. L’obiettivo qual è? Quello di assicurare che tutti possano esprimere le proprie potenzialità e massimizzare il proprio contributo verso gli obiettivi strategici dell’organizzazione. Significativo, a tal proposito, è il contributo della Commissione Europea la quale, in seguito ad uno studio sul tema, definisce i potenziali benefici che le imprese possono ottenere implementando politiche attive per la diversità: 1. rafforzamento dei valori culturali all’interno dell’organizzazione; 2. promozione dell’immagine dell’impresa; 3. maggiore capacità di attrazione di personale qualificato; 4. miglioramento della motivazione e dell’efficienza della forza lavoro;


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5. potenziamento dell’innovazione e della creatività. 6. capacità di contraddistinguere il proprio business per merito del corretto utilizzo e alla gestione ottimale della diversità delle proprie risorse umane. b) Responsabilità sulla comunità Aspetto peculiare correlato all’adozione di strumenti di responsabilità nei confronti degli stakeholder, dell’ambiente e della società in cui l’impresa opera, riguarda la “sostenibilità ambientale”. L’impresa, cioè, riconosce nella gestione dell’ambiente una significativa priorità aziendale e s’impegna in una serie di azioni e comportamenti volti a: - realizzare le proprie attività per migliorare il comportamento e le prestazioni ambientali (innovazioni di processo e di prodotto); - formare e motivare il personale ad una conduzione responsabile della propria attività; - valutare e limitare preventivamente gli effetti ambientali delle attività aziendali; - orientare in senso ambientale le innovazioni tecnologiche e la ricerca; - orientare i clienti, i fornitori e subappaltatori nella gestione corretta dei prodotti e dei servizi. Questi impegni consentono alle imprese di raggiungere un notevole grado di compatibilità ambientale, che non implica automaticamente il perseguimento della sostenibilità, ma sicuramente la favorisce. L’impresa, in questo modo, contribuisce alla sostenibilità, garantendosi una maggiore sopravvivenza e sviluppo nel lungo periodo, anche mediante il riconoscimento e l’approfondimento di nuovi ambiti di business. La responsabilità sociale incoraggia, dunque, le imprese ad uscire da una visione prettamente auto-referenziale per orientarsi verso un’ottica strategica che possa supportare l’impresa nell’individuazione di nuovi bisogni e, di conseguenza, di nuovi ambiti di intervento.

2. Effetti della crisi sulla CSR La crisi finanziaria ha (e purtroppo, probabilmente avrà!) un impatto sostanziale sulla CSR. Secondo un sondaggio realizzato sul sito CSR International nell’ottobre del 2008: - il 44% dei professionisti della CSR ritenevano che la CSR stessa sarebbe aumentata in seguito alla crisi;


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- il 26% affermava che si sarebbe verificato un cambiamento; - il 22% riteneva che si sarebbe registrato un indebolimento della stessa. Secondo Michael Porter (CSR International, 2009), l’impatto della crisi sulla CSR varierà in base alla tipologia di CSR praticata ed applicata dalle imprese, si ha: - CSR “filantropica” – risulterà, a suo dire, la tipologia maggiormente colpita: nelle organizzazioni in cui è stata adottata una versione immatura di CSR, basata principalmente sulla filantropia (donazioni, volontariato, ecc), probabilmente verrà praticata una notevole riduzione degli strumenti di CSR. CSR “strategica” – sarà quella meno colpita rispetto alla precedente. Ovvero, le imprese che avranno rapportato i propri sforzi di responsabilità sociale al proprio core business, tenderanno a proteggere queste iniziative, anche in tempo di recessione. - CSR “radicata” – tipologia di CSR che all’interno dell’organizzazione rimarrà inalterata. In buona sostanza, essa potrà sopravvivere agli effetti di una crisi economico-finanziaria se completamente integrata nella cultura, nella strategia e nei programmi di governance di un’organizzazione. Solo nel momento in cui il periodo di difficoltà volgerà al termine, sarà possibile individuare le imprese aventi il dna radicato nella CSR. In pratica, la crisi, può essere considerata un “banco di prova” per costatare l’effettivo impegno che le imprese spendono per la CSR. In pratica, la crisi, può essere considerata la “cartina da tornasole” per constatare l’effettivo impegno che le imprese spendono per la CSR. Non a caso, questo delicato periodo recessivo ha enfatizzato l’atteggiamento di autocritica del mondo economico e finanziario rispetto alle problematiche sociali indotte dalla perdita del lavoro, dall’abuso delle risorse ambientali nonché dalla discussa fiducia nella politica in difficoltà di fronte a problemi all’apparenza insormontabili. Probabilmente, se non fosse sopraggiunta la crisi avremmo dovuto attendere chissà quanti anni ancora prima di porci dubbi sulla sostenibilità di questa economia. Eppure, non mancavano politicanti, governanti ed economisti che interpretavano la recessione come una pandemica crisi psicologica. Se avessimo letto la complessa dinamica dei mercati con uno sguardo più diligente e responsabile, avremmo avuto quantomeno il dubbio che siano stati infranti quei teoremi e quelle teorie socio-economiche di illustri economisti di altri tempi, studiosi illuminati ed illuministi. Ci saremmo accorti, in pratica, che il mercato finanziario avrebbe espulso quelle banche d’affari che hanno venduto il rischio a soggetti poco consapevoli; che l’asimmetria informativa è incivile; che delo-


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calizzare significa, in pratica, importare disoccupazione; che nelle contrattazioni di Wall Street o di Piazza Affari non “si bruciano” miliardi di euro perché i titoli-merce si scambiano. E così via. Sebbene il momento sia propizio per un’introspezione etica dell’economia planetaria, le reazioni delle imprese si sono rivelate di non facile comprensione. Se da un lato il 79% dei top manager intervistati1 dichiara che l’adozione di politiche di Responsabilità sociale e di attenzione allo sviluppo sostenibile è un vero “antidoto” per superare la crisi e rilanciare la competitività delle imprese, di fatto, gli investimenti in CSR si sono contratti: solo il 47% dichiara di mantenere costanti i livelli di investimento effettuati, mentre spicca il dato complessivo (43%) relativo alle volontà di ridefinire i progetti intrapresi, diminuire gli investimenti e ridurre la collaborazione con partner specializzati. E se meno della metà dei manager intervistati ritengono meno strategici – rispetto alla CSR – gli impegni in innovazione di prodotto (49%) ed in tecnologia (44%), è facile desumere che è acerba la consapevolezza del management aziendale che il tema della responsabilità sociale è diventato quel sottile filo rosso che congiunge la reputazione al mercato e, quindi, al business. Gli strateghi aziendali sanno bene che il periodo di crisi è propizio per riformulare i piani d’investimento: la quiete e l’analisi scrupolosa offrono gli spunti per revisionare strategie e mercati al fine di preparare quella reattività che distingue l’impresa leader dall’impresa follower. Perciò, il rischio di mancare un’occasione propizia per riposizionare le strategie aziendali assume contorni più delineati e porrà le imprese ritardatarie (follower) ai margini del nuovo contesto competitivo.

1

Nell’ambito della survey “Il sostenibile peso della RSI”, presentata a Milano nel corso del “CSR Italian Summit 2012”


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1. L’identikit dell’impresa responsabile L’elemento significativo che ha sviluppato l’attenzione attorno alla Responsabilità Sociale delle imprese è: l’evoluzione delle attitudini di consumo dei clienti. A partire dagli anni ’90, il progresso delle tecnologie di comunicazione ha consentito di trasmettere, condividere, utilizzare un numero notevole di informazioni con velocità e affidabilità, permettendo ai consumatori di venire a conoscenza di molte notizie relative alle aziende presenti sul mercato. I media e le ICT hanno cambiato il rapporto impresa-individuo. La grande attenzione delle imprese verso la responsabilità sociale, quale fonte che alimenta la “corporate reputation” e di conseguenza influenza i comportamenti d’acquisto, non è stata una scelta del tutto spontanea, bensì un fondamentale strumento di competitività. Le imprese si trovano di fronte ad un pubblico sempre più esigente ed informato, che si dice pronto a spendere anche di più per un prodotto che rispetti standard di sostenibilità sociale e ambientale. La prassi operativa in merito alla valutazione delle iniziative di CSR, relativamente ai processi decisionali aziendali, considera ogni dimensione attraverso la quale si esplicano i comportamenti socialmente responsabili, definendo l’entità delle imprese CSR oriented, ossia di quelle che hanno sviluppato un sistema integrato di gestione e una rete di relazioni socio-ambientali con tutti i vari stakeholder di riferimento (interni ed esterni). Dalle analisi compiute si è riscontrato come i principali fattori ostativi1 all’adozione di prassi aziendali socialmente responsabili riguardano le imprese 1

Principalmente fattori di tipo informativo e normativo, quali: scarsa conoscenza del tema (39,6%, contro la media del 27,4%); limitato sostegno da parte delle istituzioni (22,2%) attraverso capillari campagne


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CAPITOLO VI

impegnate nelle risorse umane e, al contrario, una maggiore facilità nello sviluppo di iniziative sul versante della CSR per le imprese vicine all’ambiente (per ben il 18% del totale non si ravvisano problemi in tal senso). La sensibilizzazione della clientela in merito ai vantaggi che possono ricavarsi, in termini di qualità e sicurezza, dai comportamenti socialmente responsabili appare ancora circoscritta per le imprese impegnate verso le risorse umane, le quali, al contrario di quelle orientate in campo ambientale, l’avvertono come uno dei fattori che maggiormente ostacolano la trasmissione della CSR. Ma, in linea generale, gli imprenditori sono fiduciosi nella capacità di risoluzione della CSR con riferimento alle problematiche di natura socio-ambientale, seppur con maggiore perplessità tra quelle orientate a intervenire nella sensibilizzazione degli shareholder. Particolarmente complessa è la posizione della CSR verso le imprese dirette al rafforzamento della dimensione interna, dove prevalgono difficoltà verso la conoscenza specifica e il sostegno (informativo, formativo, ecc.) da parte delle istituzioni. Al contrario, le imprese che puntano essenzialmente al soddisfacimento degli stakeholder esterni richiederebbero un intervento sulla sensibilizzazione della clientela, verso la quale sono rivolti gli interessi del management aziendale nel campo della CSR. I risultati d’indagine rilevano come le imprese orientate a stringere rapporti continuativi con clienti e consumatori2 considerano le iniziative nel campo della CSR come una possibile leva da attivare per migliorare, o rafforzare, la propria posizione competitiva. In altri termini, una fetta di imprese (pari, almeno, al 13% del totale) ha considerato la responsabilità sociale nella definizione del proprio sistema di offerta, con la consapevolezza che, a parità di rapporto qualità-prezzo, i clienti sono portati a scegliere prodotti e servizi che dimostrano un maggiore impegno aziendale in campo socio-ambientale. Significativa è, dunque, la volontà del management aziendale di rispondere ad alcune difficoltà di mercato puntando alla comunicazione del proprio impegno sociale e all’informazione trasparente circa il contenuto e le modalità di produzione del mix d’offerta. Al contempo, le imprese impegnate sul versante delle risorse umane, del coinvolgimento degli shareholder e, della tutela ambientale presentano performance

di sensibilizzazione rivolte sia alle imprese, sia ai consumatori; carente legislazione vigente in merito ai diversi ambiti di applicazione delle CSR; eccessi costi di sostentamento delle iniziative di CSR. 2 In modo particolare le imprese che mostrano un impegno verso gli stakeholder in termini di rafforzamento dell’immagine aziendale e di ricerca di un ritorno economico a breve.


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di fatturato decisamente più incoraggianti rispetto alla media delle imprese italiane. Questo sembrerebbe confermare che il miglioramento delle condizioni lavorative, il rispetto di criteri sociali e il minor impatto ambientale possono avere un impatto positivo in termini di produttività, di miglioramento della qualità dei processi aziendali e dell’efficienza economica. Tali risultati contribuirebbero a migliorarne anche la proiezione sui mercati, come dimostrerebbe un incremento (almeno nel brevissimo termine) del giro d’affari, non solo in Italia ma anche all’estero, posto che proprio tra questi profili aziendali appare più elevata la quota di aziende export-oriented (tra il 14% e il 22%). Emergono, dunque, due profili aziendali: 1. imprese impegnate nella dimensione interna della CSR3, le quali intervengono in forma congiunta nella gestione delle risorse umane, nella salute e sicurezza sul lavoro, nell’informazione e coinvolgimento della categoria degli shareholder (soci/azionisti, laddove esistenti)4. In base ai risultati d’indagine, i ritorni delle iniziative intraprese sono stati, notevolmente, positivi (circa il 93% delle iniziative si sono rivelate utili per il rafforzamento del business); 2. imprese impegnate nella dimensione esterna della CSR5, che sviluppano interventi mirati al coinvolgimento e al soddisfacimento degli stakeholder a monte (fornitori) e a valle (clienti) dell’intera filiera produzione-consumo, al rafforzamento della propria reputazione nella comunità di appartenenza e, non da ultimo, alla tutela del patrimonio ambientale6. Solo in una minima percentuale (pari allo 0,6%) dell’intero tessuto economico-produttivo italiano la quota di imprese che segue un approccio multistakeholder alla CSR. In altre parole, l’impegno della dimensione esterna della CSR non appare necessariamente concomitante con quello interna.

3

Pari all’1,5% del totale. Si tratta di imprese di dimensione superiore alla media italiana (nel 94% dei caso non superano i 50 dipendenti, 4 punti in meno rispetto alla media nazionale), per i tre quarti operanti nel settore Manifatturiero e della filiera Commercio-Turismo. 5 Pari all’1,7% del totale. 6 Si tratta di aziende di dimensione ancora più grande rispetto al profilo precedente (le medie e grandi imprese rappresentano l’8% circa del totale), pur operando in settori per lo più a presenza di PMI (un quarto nelle attività edili e circa la metà in quelle commerciali). Il livello di soddisfazione sui risultati conseguiti appare tuttavia non particolarmente elevato (87% contro il 93% del gruppo precedente), tanto da non spingere verso un maggiore impegno futuro: solo il 9% ritiene di voler aumentare il proprio impegno in campo socio-ambientale, contro addirittura il 39% delle imprese impegnate nella dimensione interna della CSR. 4


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CAPITOLO VI

Peculiare appare il profilo delle imprese CSR oriented 7: si rileva un categorico sopraffare delle “motivazioni ideali” ed economiche rispetto a quelle di natura meramente utilitarista8. L’inclinazione a consolidare l’immagine aziendale, e guadagnare in reputazione (presumibilmente presso la comunità di riferimento), rappresenta in questo caso il mordente cardine all’adozione di comportamenti socialmente responsabili. Emerge, dunque, un quadro delle imprese CSR oriented come soggetti notoriamente orientati ad assimilare la responsabilità sociale nel proprio disegno di sviluppo, facendone un tratto caratteristico della propria “cultura aziendale”. Concludendo, è il caso di sottolineare come all’interno delle CSR oriented non siano presenti le imprese “multi-certificate 9”, ossia quelle decisamente interessate al rispetto delle forme procedurali, soprattutto in vista di una politica di comunicazione10. Difatti, nonostante il rispetto del requisito della “trasparenza”, le CSR oriented non adottano, unitamente, i vari strumenti di gestione della CSR (codice etico, bilancio ambientale, bilancio sociale o certificazioni come la EMAS o la SA 8000).

2. La CSR percepita dai consumatori I consumatori, in ampie percentuali11, dichiarano di conoscere gli strumenti con cui un’azienda comunica la propria performance sociale, a tal punto che il concetto di CSR, per quanto enigmatico, sembra aver preso confidenza tra i consumatori stessi. L’opinione pubblica è, tuttavia, spaccata in merito all’utilità e all’efficacia degli strumenti di valutazione e di rendicontazione sociale. Il 38,3% stima le infor7

Si tratta di aziende localizzate maggiormente (pari al 90% dei casi) nelle Regioni dell’Italia nord-occidentale che godono di una visibilità diretta sul mercato (in quanto essenzialmente terziarie, molto probabilmente hanno una migliore percezione delle caratteristiche evolutive della domanda). 8 Riconducibili alla volontà di ottenere un feed-back positivo e immediato dal mercato. 9 Tipologia di imprese collocate per lo più nelle Regioni dell’Italia centrale, appaiono maggiormente caratterizzate dalla presenza di unità di piccola dimensione, ossia sotto i 50 dipendenti (98%, contro il 93% delle CSR oriented) e, soprattutto, da una forte connotazione industriale, che tende a escludere quasi del tutto la partecipazione di strutture terziarie (con l’unica eccezione rappresentata dal settore del credito-assicurazioni). 10 Solo lo 0,2% dell’universo imprenditoriale italiano. 11 Il 36,3% degli intervistati dichiara di conoscere il bilancio sociale: documento globale sull’operato sociale di un’impresa; mentre il 23,3% afferma di sapere cosa sia il bilancio ambientale: documento che si concentra sull’impatto dell’attività dell’azienda sull’ambiente. Tra questi strumenti, un ottimo riscontro è stato raggiunto dai certificati di qualità, i quali risultano conosciuti dal 49% degli intervistati.


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mazioni sociali veicolate all’esterno dall’azienda, quale valida bussola per orientarsi nel proprio comportamento di quotidiano consumatore; il 39,3% trova, cautamente, in queste innovazioni delle probabili manovre strumentali, atte a sviluppare, accrescere o conservare il consenso intorno all’impresa o al marchio. Soltanto un punto percentuale divide le due posizioni. Infine, il 22,4% individua nel presunto “stile ingannevole” delle imprese (per il quale l’azienda sarebbe incline a non rivelare la verità, o, almeno, non tutta), la ragione fondamentale dell’inutilità di simili strumenti. I consumatori sono stati convocati ad esprimersi anche per quanto riguarda la conoscenza delle informazioni fondamentali sulle imprese, per regolare di conseguenza il loro comportamento di consumo: il 35,4% degli intervistati ritiene fondamentale conoscere il modo con cui l’impresa gestisce il personale, soprattutto in termini di tutela accordata alla sicurezza dei lavoratori e dei loro diritti contrattuali; il 32,6% attribuisce importanza alle notizie concernenti le forme di abuso di potere da parte delle imprese, cioè delle ingerenze e delle pressioni del potere economico sul potere politico, senza tralasciare i tentativi di manipolare l’opinione pubblica. Sfiora il 30% l’esigenza di essere informati sui comportamenti dell’impresa nei confronti dell’ambiente. Tale dato è giustificato dallo stato di degrado raggiunto in alcune aree in cui ricadono aree industriali o fabbriche, che adottano processi produttivi particolarmente lesivi per l’ambiente. Questo, appunto, spinge i cittadini ad assumere un atteggiamento di vigilanza verso l’ambiente, che si manifesta mediante la precisa richiesta di informazione da parte delle imprese. A questo punto sono opportune tre considerazioni: 1. gli italiani sono diffidenti nei confronti dei canali tradizionali di comunicazione aziendale; 2. considerevole è la conoscenza di strumenti innovativi di rendicontazione sociale delle attività delle imprese (contrariamente alle attese); 3. rappresentativa è la domanda di informazione su aspetti fondamentali dell’operato delle aziende: in primis sulla sicurezza dei lavoratori e sulle forme d’abuso di potere. L’opinione pubblica12 si dimostra, dunque, disponibile ad acquistare un bene ad un costo maggiorato, purché provenga da un’impresa che mette in pratica delle iniziative a favore della collettività, dei lavoratori e dell’ambiente.

12

Il 60,7 % dei consumatori.


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CAPITOLO VI

Come già osservato nel Capitolo IV (§ 4), per favorire la legalità nei comportamenti per le imprese il Governo ha adottato un’importate azione volta ad attribuire un rating di legalità alle aziende13 che ne fanno richiesta. L’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato (AGCM) definisce il regolamento al fine di promuovere l’introduzione di principi etici nei comportamenti aziendali con l’attribuzione del rating di legalità, su istanza volontaria dell’impresa operante sul territorio nazionale e che raggiunga un fatturato minimo di due milioni di euro. Il regolamento prevede i requisiti di base per poter accedere al rating di legalità e anche l’attribuzione di un punteggio aggiuntivo qualora l’impresa preveda, tra le altre cose: l’adozione di processi volti a garantire forme di Corporate Social Responsibility, anche attraverso l’adesione a programmi promossi da organizzazioni nazionali o internazionali e l’acquisizione di indici di sostenibilità; il rispetto dei contenuti del Protocollo di legalità sottoscritto dal Ministero dell’Interno e da Confindustria in data 10 maggio 2010 e rinnovato il 19 giugno 2012; l’adesione a codici etici di autoregolamentazione approvati dall’AGCM. La legge stabilisce che del rating attribuito si terrà conto in sede di concessione di finanziamenti da parte delle pubbliche amministrazioni, nonché in sede di accesso al credito bancario, secondo le modalità che saranno stabilite con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze e del Ministro dello Sviluppo Economico.

3. L’identikit del consumatore socialmente responsabile Il consumatore socialmente responsabile, quello che è attento alle aziende che si occupano di responsabilità sociale ed è disposto a pagare di più prodotti e servizi di tali aziende, è: - giovane (il 63% ha meno di 40 anni); - si affida ai consigli delle persone che conosce; - usa i social media per prendere decisioni di acquisto; - considera la sostenibilità ambientale una delle cause più importanti; - non risiede in via prioritaria in Europa.14

13

Art. 5-ter del decreto legge 24 gennaio 2012, n.1 (così come modificato dall’art.1, comma 1quinquies, del decreto legge 24 marzo 2012, n. 29, convertito con modificazioni, dalla legge 18 maggio 2012, n. 62). 14 Èquanto emerge dall’indagine Global Corporate Citizenship di Nielsen, condotta intervistando oltre 28 mila utenti internet in 56 Paesi.


LA CSR PER IMPRESE E CONSUMATORI

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Le cause più importanti, quelle considerate prioritarie dai consumatori socialmente responsabili, sono i programmi delle aziende che riguardano: - la sostenibilità ambientale (66%); - i miglioramenti apportati a scienza, tecnologia, educazione tecnica e matematica (56%); - l’eliminazione della povertà estrema e della fame (53%). In Italia, la prima causa considerata fondamentale è: - la creazione di posti di lavoro ben remunerati (69%); - a cui seguono: - la sostenibilità ambientale (57%); - i miglioramenti apportati a scienza, tecnologia, educazione tecnica e matematica (48%); - l’eliminazione della povertà estrema e della fame (45%). Più ragguardevole è il risultato della distribuzione territoriale di tali consumatori: la più alta concentrazione dei consumatori socialmente responsabili non si trova né nelle Americhe né in Europa. L’indagine evidenzia, infatti, che i consumatori in Asia e Pacifico (55%), Medio Oriente e Africa (53%) e America Latina (49%) sono maggiormente disposti a pagare di più per prodotti e servizi di aziende socialmente responsabili rispetto ai consumatori in Nord America (35%) e in Europa (32%). La più elevata concentrazione di consumatori consapevoli è nelle Filippine, dove il 68% degli intervistati si dichiara disposto a pagare un extra per tali prodotti, mentre la concentrazione più bassa è nei Paesi Bassi, dove la disponibilità a spendere di più è indicata solo dal 21% degli intervistati. A livello europeo, l’Italia si colloca però al primo posto: il 38% dei consumatori dichiara di esser disposti a pagare di più, mentre percentuali inferiori ci sono in Germania (32%), Spagna (31%), Francia e Gran Bretagna (entrambe 27%). Particolare è anche il modo in cui ci si informa. I consumatori attenti alla responsabilità sociale d’impresa si fidano dei consigli che arrivano dai conoscenti (95%), cercano pareri e informazioni pubbliche ondine da altri consumatori (76%) e sono più disposti, rispetto agli altri, ad usare i social media per prendere decisioni d’acquisto (59% rispetto al 46% sul totale degli intervistati).

4. Responsabilità sociale nelle imprese familiari La Responsabilità sociale d’impresa, secondo la definizione fornita dalla Commissione Europea (2001 e 2011), è l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate; la CSR consiste, quindi, in attività che


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CAPITOLO VI

testimoniano l’impegno delle imprese nei confronti della società e dell’ambiente, al di là dei loro obblighi giuridici. Oggigiorno, si assiste ad una crescente cautela verso gli effetti che le attività delle aziende possono generare sull’ambiente e sulle comunità circostanti. Tali temi suscitano un interesse sempre maggiore all’interno della società, non più solo tra gli organi istituzionali, e tra i cultori esperti in ambito di responsabilità aziendale. È aumentata, infatti, anche la sensibilità dei media a notizie relative all’ impatto ambientale e sociale delle attività industriali, raggiungendo e coinvolgendo così un vasto pubblico. In un contesto, in cui è in costante crescita la preoccupazione per la salvaguardia e lo sviluppo di realtà ambientali e diritti sociali, anche le aziende sono motivate a riconoscere l’incapacità di agire come entità distaccate dal mondo esterno e la necessità di una sempre maggiore integrazione con il contesto in cui operano. L’agire responsabilmente permette alle aziende, da un lato, di contribuire al benessere della società e, dall’altro, di essere più conformi alle esigenze dei propri stakeholder, con un conseguente tornaconto anche in termini di reputazione. L’impegno in attività socialmente responsabili può, infatti, migliorare la soddisfazione e la fiducia dei clienti, innalzare l’immagine della società nel mercato, agevolare la ricerca di investimenti, favorire i rapporti con fornitori e partner e ridurre il rischio di azioni e restrizioni legali. Integrare espedienti di responsabilità sociale ed ecologica nelle operazioni aziendali può essere, pertanto, considerato un “investimento strategico” da parte delle imprese, mirato a rendere il proprio business più sostenibile nel tempo e più conforme alle aspettative degli stakeholder. Le aziende, inoltre, sono chiamate a comunicare il proprio impegno in responsabilità sociale d’impresa, al fine di mettere in luce gli sforzi intrapresi e i risultati conseguiti. La comunicazione dell’impegno in responsabilità sociale consiste nel fornire informazioni ad alcuni gruppi di stakeholder, nonché all’intera società, circa gli impatti ecologici e sociali delle attività aziendali15; si tratta di un fenomeno di recente sviluppo, nato negli Stati Uniti e diffusosi poi in tutto il mondo16. La crescente importanza intorno ai temi di responsabilità sociale ed alla relativa comunicazione da parte delle aziende ha già portato diversi studiosi a cercare un inquadramento teorico per tale argomento nonché delle evidenze empiriche finalizzate a mostrare possibili correlazioni tra caratteristiche delle aziende e impegno nel mettere in atto e nel comunicare iniziative di CSR. 15 16

Gray et al., 1987. Maignan and Ralston, 2002.


CAPITOLO VII RESPONSABILITÀ SOCIALE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA

1. L’impegno delle aziende italiane sulla CSR: i dati dell’indagine In Italia il tema della Responsabilità Sociale d’impresa (CSR) non ha suscitato certo un interesse appassionato. Tant’è che il fenomeno CSR (se così si può definire) non ha avuto riscontro in alcuna indagine empirica. D’altronde, se l’economia ha avuto il suo epicentro nelle logiche del profitto eccessivamente liberali ed egocentriche, non ci si poteva aspettare di meglio. Tuttavia, probabilmente a causa della grave recessione planetaria che ha inghiottito anche la nostra economia, oggi il fenomeno CSR sta meritando la minima attenzione che merita e si ravvisano le prime indagini su scala nazionale. Tra gli altri, infatti, è prestigioso l’indagine contenuta nel V° Rapporto 2012 “Impegno sociale delle aziende in Italia” curato dall’Osservatorio Socialis e condotto dalla società SWG. L’indagine, svolta sotto forma di sondaggio, è stata realizzata nel mese di maggio 2012 ed ha coinvolto un campione rappresentativo di 823 aziende italiane. Si legge nel Rapporto che la maggioranza delle imprese (6,4 aziende su 10) con più di 100 dipendenti in Italia crede nell’impegno sociale, investe risorse economiche a sostegno della solidarietà, della salvaguardia dell’ambiente, dell’arte, della cultura e pone un’attenzione più forte alle iniziative per i dipendenti. Ma soprattutto quello che è evidente oggi è che le aziende chiedono di poter intendere la crescita in un modo nuovo, sottolineando quanto sia determinante creare e rafforzare sempre di più una sorta di alleanza di intenti con le istituzioni, per creare un valore aggiunto sociale e, quindi, economico, per l’intera comunità. Di seguito sono proposti i dati più salienti:


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CAPITOLO VII

Dalla composizione del campione emerge l’attenzione dell’indagine alle aziende del settore manifatturiero tradizionale, delle regioni settentrionali e di una dimensione non certo micro. E questo assevera l’ipotesi che l’opportunità della CSR è ponderata dalle aree produttive del Paese a più ampia “elasticità evolutiva”. Di seguito, sono sintetizzati i risultati per ciascuna domanda. Domanda 1: Quanto le seguenti frasi descrivono l’atteggiamento della sua azienda verso la CSR?


RESPONSABILITÀ SOCIALE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA

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Appare abbastanza diffuso tra le aziende italiane il riconoscimento della funzione della CSR sia come strumento per incrementare il legame interno all’azienda, sia come opportunità di sviluppo. Chi pratica la CSR, nella maggior parte dei casi, la ritiene un obiettivo aziendale al pari degli obiettivi di mercato e parte del sistema di gestione integrata. Nel segmento di imprese che hanno già strutturato un sistema di CSR la condivisione delle affermazioni appare più solida, suffragando l’ipotesi che i dipendenti sono sempre più attivi e partecipi alle sorti e alle strategie aziendali. Sono stakeholders interessati che ben comprendono l’importanza e i benefici – anche a livello di immagine – delle iniziative di CSR. Domanda 2: Nel 2011 la sua azienda ha investito in iniziative di responsabilità sociale, cioè a sostegno della cultura, dell’ambiente/sviluppo sostenibile, della solidarietà o del personale interno? L’effetto della crisi non poteva non emergere in questo Rapporto: è evidente come gli effetti della crisi economica che ha investito il Paese e che pesa sulle aziende e condiziona le strategie adottate. Rispetto alla rilevazione precedente, si registra una tendenziale contrazione del numero di aziende che ha voluto (e potuto) investire in iniziative di CSR. Tuttavia, si tratta L’impennata degli investimenti in CSR si è verificata tra il 2001 ed il 2003 quando probabilmente la cultura della responsabilità delle imprese ha avuto una spinta diffusiva intensa. Poi, negli anni successivi il trend si mostra abbastanza costante seppur con lievi oscillazioni. Il segmento che mantiene una certa costanza della scelta di investire in CSR è composto principalmente da imprese che raggiungono livelli elevati di fatturato e che, per cultura di marketing e/o disponibilità economica e/o etica, possono efficacemente approcciarsi alla CSR. Sul piano territoriale, appaiono più propense e attive nel sociale le aziende nel Nord Ovest: d’altronde, da sempre si guarda a questa area geografica per intuire i possibili scenari economici del nostro Paese.


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CAPITOLO VII

Domanda 3: Potrebbe indicare qual è stato per il 2011 l’importo globale degli investimenti destinati ad iniziative di carattere sociale? (Risposte di 522 aziende che hanno investito. Importi in migliaia di euro)

Come si denota, il trend degli investimenti in CSR è comunque in continua crescita. Le prospettive per il futuro sono coerenti alla tendenza: per il 2012 il budget destinato alle iniziative di CSR proseguirà la crescita in positivo. I big investors sono situati in misura superiore alla media nell’area Nord Occidentale e in quella Meridionale/insulare. Sono imprese con un fatturato che supera i 100 milioni di euro. Nel 2011 il numero di imprese che hanno investito in CSR è diminuito rispetto al 2009 ma la cifra media investita è aumentata. Sebbene si registra una contrazione del segmento di imprese che possono e/o credono in queste azioni, quelle che però scelgono la CSR aumentano l’investimento. Questo fenomeno potrebbe essere associato all’attuale stagnazione economica (di caotica soluzione) che impone di posticipare gli investimenti ritenuti non essenzialmente strategici. Nella visione prospettica (intenzioni per l’anno 2012) la quota di imprese che ha già deciso di investire è ancora più ridotta (pari al 55% delle imprese intervistate) ma la cifra aumenta ancora, confermando una logica che potremmo definire “di nicchia”. Domanda 4: Quali sono state le tipologie di iniziative di carattere sociale su cui ha investito la sua azienda nel corso del 2011?

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple.


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Le aziende continuano ad orientarsi principalmente verso quella che viene definita “dimensione esterna” della CSR, ma specificamente di ordine umanitario. Le iniziative che hanno una chiave culturale sono meno diffuse. Quasi 4 su 10 tra le aziende che hanno investito in CSR lo hanno fatto con iniziative dedicate al miglioramento delle condizioni lavorative dei propri dipendenti. Domanda 5: Tra le seguenti modalità di intervento, quali ha adottato la sua azienda per investire in iniziative di carattere sociale?

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. Un’impresa ha molti modi per esprimere di essere socialmente responsabile. L’intensità e la qualità dell’impegno si desumono dal modo con cui agisce nel concreto. Dai dati emerge che le modalità che le aziende scelgono per operare nel tessuto della CSR sono per lo più di matrice “passiva”, ovvero prevedono donazioni e contributi economici, ma non investono l’operatività dell’impresa. Le aziende che scelgono una modalità di tipo “attivo” sono una quota minore, ma non trascurabile.


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CAPITOLO VII

Domanda 6: Quali sono le motivazioni che hanno portato la sua impresa a sviluppare iniziative socialmente responsabili?

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. La motivazione all’approccio alla CSR deriva sia da motivazioni di ordine culturale ed etico sia dall’obiettivo imprenditoriale di (ri)qualificare la reputazione aziendale. In altri termini, è chiaro che la necessità di dare forza e valore aggiunto all’immagine aziendale sprona le aziende che hanno un’etica d’impresa (e probabilmente, anche individuale) a scegliere di agire per il benessere della collettività. Domanda 7: Quali sono i principali criteri adottati dalla sua azienda nella scelta delle iniziative a carattere sociale su cui investire?

Come si evince, è forte l’attaccamento dell’azienda al territorio di appartenenza al fine di creare un ambiente sociale e istituzionale positivo e favorevole. D’altro canto, è decisa la convinzione di dover necessariamente coinvolgere il proprio personale con l’obiettivo di migliorare i rapporti e le dinamiche interne. Naturalmente non si trascura il ritorno d’immagine che può ottenere l’impresa sotto il profilo della strategia di marketing dal momento che il mercato premiare le aziende che riescono a costruire una corporate reputation di buona qualità.


RESPONSABILITÀ SOCIALE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA

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Domanda 8: A quali di questi set di principi e linee-guida riconosciuti internazionalmente fate riferimento per le vostre iniziative di responsabilità sociale?

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. Più di 1/3 delle iniziative di CSR realizzate fanno riferimento alla norma ISO 14001 sull’impatto ambientale. Gli altri set di principi sono meno referenziati. Una quota consistente di intervistati (ben il 38%) non è in grado di indicare con precisione una risposta pertinente. È facile dedurre che la CSR rimane un aspetto funzionale all’azienda ed al territorio ritenendo di per sé sufficiente l’adozione di un modello interno e non standardizzato da nomenclature internazionali. Domanda 9: Per ciascuno dei seguenti requisiti che un buon progetto sociale dovrebbe avere, indichi quanto è importante per la Sua azienda. (valori %)

Osservando il ranking di importanza dei requisiti di un’iniziativa di CSR, al primo posto si colloca la rilevanza sociale e la ricaduta sul territorio, a ri-


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CAPITOLO VII

conferma del riconoscimento da parte delle aziende italiane dell’importanza delle relazioni territoriali. Al secondo posto si conferma il tema del welfare. Segue un aspetto rilevante per i soggetti che agiscono nel non-profit: la richiesta da parte delle imprese di trasparenza nella gestione economica dell’attività non a fini di lucro. Domanda 10: Secondo la Sua azienda qual è l’intervento più efficace in termini di reputazione e di produzione di valore sociale, cioè che dà maggiore visibilità all’azienda e produce valore sociale?

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. A conferma del sempre più consolidato interesse delle imprese per il bilancio sociale e, in generale, per il proprio posizionamento rispetto alle tematiche territoriali, nel ranking dell’efficacia degli interventi CSR, l’indagine evidenzia al primo posto gli interventi che hanno un impatto diretto sul territorio/ambito locale, mentre al terzo posto si posizionano i finanziamenti a strutture e servizi di carattere sociale.


RESPONSABILITÀ SOCIALE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA

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Domanda 11: Un’azienda quali di queste cause dovrebbe supportare nell’ambito delle proprie iniziative di Responsabilità Sociale?

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. Le principali motivazioni per degli investimenti in CSR sono l’ambiente e la cultura interna. In particolare, le tematiche ambientali si coniugano bene con la crescente sensibilità per il benessere del territorio dove opera l’impresa. Le attività dirette a questi obiettivi sembrano dimostrarsi più efficaci. Domanda 12: Secondo Lei, in generale, la congiuntura economica degli ultimi anni ha contribuito a sviluppare o ridurre l’attenzione delle aziende nei confronti delle iniziative di responsabilità sociale? (Rispondenti: 823 – valori in %)

Nonostante l’andamento degli investimenti in attività di CSR rilevato sia in crescita, la percezione delle imprese del campione è che la crisi abbia depresso questi tipi di investimenti. Tant’è che oltre la metà delle aziende italiane del sondaggio ritiene che la crisi abbia ridotto l’attenzione delle aziende nei confronti delle iniziative di responsabilità sociale. Tale giudizio è interpretabile come


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espressione del timore e dell’incertezza per la situazione economica attuale e di prospettiva. Domanda 13: Tra i seguenti, indichi quali sono i 3 principali benefici per l’impresa dall’adozione di iniziative di Responsabilità Sociale: (valori in %)

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. La lettura trasversale dei dati raccolti conferma ciò che sinteticamente riporta il grafico: le imprese italiane riconoscono che il principale beneficio della CSR è di natura strategica e di mercato perché rappresenta uno strumento nobile per la qualificazione della corporate reputation. Sebbene il primo ritorno atteso per l’azienda è la propria immagine sul mercato, si evidenzia la rilevanza di un altro aspetto sottovalutato interno all’azienda stessa: la motivazione e la produttività del personale. Infatti, quasi metà delle imprese ritengono la CSR uno strumento per aumentare la motivazione dei dipendenti. Infine, il 25% delle imprese intervistate ritiene che la CSR possa rappresentare anche una strategia che condizioni favorevolmente gli stakeholders.


RESPONSABILITÀ SOCIALE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA

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Domanda 14: Secondo lei quanto sono utili le iniziative di responsabilità sociale per ridurre i rischi di conflitto con i seguenti soggetti? (valori %)

Le imprese ritengono utili le iniziative di CSR nel ridurre il conflitto su tutti i fronti rilevanti per l’azienda. Sembrano però capaci di incidere più sugli atteggiamenti di soggetti privi di interessi economici diretti nell’azienda, come la collettività, i consumatori, i lavoratori dell’impresa, che su coloro che ne hanno, come i fornitori. Importanti anche nella gestione delle relazioni con i soggetti istituzionali, come dimostra la scelta diffusa di investire in attività a beneficio del territorio. Domanda 15: Tra i seguenti, qual è il maggiore elemento di freno allo sviluppo definitivo della CSR all’interno delle aziende?

Gli aspetti che frenano la diffusione della consuetudine alla CSR sono, in prima battuta, la mancanza di ritorni immediati, in secondo luogo la cultura manageriale e la mancanza di incentivi di mercato. Rispetto alla scorsa edizione dello studio, risultano aumentate la percentuale di referenze in merito alla mancanza di ritorni immediati, e quella relativa alla cultura manageriale.


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CAPITOLO VII

Domanda 16: I seguenti termini sono stati individuati come indicatori degli standard etici di buon comportamento dell’impresa. Quali ritiene più importanti?

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. I termini semantici scelti per definire un’attività di CSR confermano l’obiettivo prioritario sotteso: la qualificazione della reputazione della company, l’intento di posizionare l’impresa nell’alveo dell’etica. Emerge anche la rilevanza dei temi ambientali, oggi sempre più diffusamente presenti nella cultura del cittadino-consumatore e degli imprenditori più evoluti.


RESPONSABILITÀ SOCIALE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA

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Domanda 17: Tra le seguenti proposte, indichi quali le sembrano più rilevanti in ordine di importanza.

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. Sul fronte dello sviluppo della diffusione delle iniziative a carattere sociale, al primo posto si colloca un’incentivazione istituzionale: norme istituzionali premianti (sgravi fiscali, riconoscimenti, certificazioni). Questa potrebbe essere una chiave vincente che potrebbe ridimensionare le resistenze delle imprese le quali si attendono (forse a torto) un ritorno immediato. Al secondo posto le imprese collocano invece una scelta autonoma: la messa a sistema di una propria modalità di responsabilità sociale. Questa opinione implica un livello di cultura aziendale piuttosto elevato e soprattutto la presenza di una managerialità evoluta in questa direzione. Al terzo posto individua nell’università un veicolo di diffusione di queste pratiche. Al quarto posto si colloca un’idea marketing oriented, ovvero un marchio distintivo per le aziende più virtuose, che rappresenti un punto di forza da giocare nella relazione con il cliente.


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CAPITOLO VII

Domanda 18: Com’è organizzata la funzione di questo ruolo all’interno dell’azienda? (valori in %)

Continua a crescere la volontà di dare riconoscimento a questo ruolo aziendale e di attribuire un valore professionale concreto alla figura specializzazione in CSR. Nella maggioranza relativa dei casi la funzione di questo ruolo attualmente è trasversale alle diverse funzioni aziendali. In meno del 20% è una funzione attribuita al responsabile del personale. Seguono altre figure aziendali che associano questa funzione ad altre. Nel 10% dei casi è affidata ad un comitato etico creato appositamente. Solo per ili 2% l’attribuzione è al responsabile amministrativo ma, si ritiene, per ragioni poco coerenti le concrete potenzialità strategiche di una buona politica CSR. Domanda 19: Quale di queste definizioni descrive meglio la funzione del BILANCIO SOCIALE per la sua azienda? (valori in %)

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple.


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Il Bilancio Sociale quale strumento di gestione aziendale per valutare le performance sociali dell’impresa è referenziato dal 32% delle imprese che lo redigono (il 37% delle imprese del campione). Si sviluppa anche lo spirito di emulazione che spinge le imprese a fare tale documento per allinearsi alle altre della stessa caratura. Si riduce rispetto al passato la funzione di documento da affiancare al bilancio di esercizio per una maggiore trasparenza sul modo di operare dell’azienda. Domanda 20: All’interno del Bilancio Sociale, riveste un ruolo significativo la Relazione Sociale, cioè tutti quegli aspetti che definiscono l’interazione sociale tra l’impresa e i suoi interlocutori. Tra i seguenti stakeholders, a quali la sua azienda attribuisce la maggior importanza?

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. Ancora un dato che conferma il ruolo di rilevanza attribuita dalle imprese alle attività di CSR, nei confronti del mercato, cioè del posizionamento d’immagine recepito dai consumatori, e in seconda battuta di motivazione interna all’azienda stessa, forza lavoro e management.


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CAPITOLO VII

Domanda 21: Quali sono state, durante lo scorso anno, le azioni/iniziative per lo sviluppo delle condizioni di lavoro delle RISORSE INTERNE?

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. Le aziende italiane stanno maturando la coscienza dell’importanza della valorizzazione delle risorse interne e soprattutto si sta diffondendo la cultura della sicurezza sul luogo di lavoro, anche a fronte di controlli più serrati e di una normativa più stringente. Circa l’80% delle imprese dichiara di aver messo in atto azioni per lo sviluppo e il monitoraggio delle condizioni di lavoro delle risorse interne, soprattutto per migliorare le condizioni di sicurezza e di salute sul luogo di lavoro e ottenere la certificazione di qualità. Rimane, tuttavia, limitato il feedback interno circa il livello di condivisione culturale della responsabilità sociale (18% delle aziende).


RESPONSABILITÀ SOCIALE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA

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Domanda 22: Ritiene che le iniziative di responsabilità sociale abbiano avuto effetti positivi sulla motivazione e sulla produttività dei dipendenti?

Quasi 6 imprese su 10, tra quelle che hanno investito in attività di CSR ritengono che esse abbiano avuto effetti positivi sui dipendenti, soprattutto per la capacità di generare empatia; naturalmente nelle aziende in cui si è scelto di investire in attività di miglioramento del welfare interno, i dipendenti ne hanno apprezzato i benefit derivanti. Documento 23: Esiste l’ipotesi di redigere una Convenzione per lo Sviluppo della CSR. Si tratta di una dichiarazione di intenti delle imprese per produrre, attraverso i propri comportamenti, valore e non solo profitto. Quali delle seguenti affermazioni inserirebbe nel documento? (valori in %)

La somma delle % supera il 100% poiché le risposte fornite sono state multiple. I contenuti di un’eventuale Convenzione per lo Sviluppo della CSR, secondo le imprese del sondaggio, dovrebbero concentrarsi su una esplicitazione del significato etico della scelta, legato alla concezione del lavoro in direzione di una maggior responsabilità sociale e culturale. Un altro punto importante, referen-


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CAPITOLO VII

ziato da oltre il 30% degli intervistati, è la necessità di alcune formalizzazioni dell’impegno quali la sottoscrizione di principi e metodi di governance e rendicontazione. Al pari di questo, risulta rilevante focalizzarsi sulla partecipazione, che deve essere organizzata, allargata e sostenuta da iniziative di incontro e collaborazione. Il coinvolgimento di soggetti esterni all’impresa, le relazioni con le Istituzioni e le Università, sono collocate in un secondo livello di priorità facendo intendere che esiste una forte assunzione di responsabilità diretta da parte delle imprese a cui si contrappone una minore fiducia nelle capacità di cooperazione con altri soggetti. Domanda 24: Lei si informa sugli sviluppi e le nuove tendenze dei temi legati alla responsabilità sociale delle aziende? Attraverso quali canali?

L’80% degli intervistati dichiara di informarsi sui temi legati alla responsabilità sociale delle aziende. Il canale di gran lunga più utilizzato è internet. Seguono i quotidiani. Il segmento che non si informa è composto in misura superiore da aziende che non investono in CSR, ma anche una quota (circa il 15%) che lo fanno, dichiara di non tenersi aggiornato sulle nuove tendenze.


RESPONSABILITÀ SOCIALE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA

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2. La professione del CSR in italia: i dati dell’indagine I professionisti della CSR non hanno ancora, al pari del contenuto grado di diffusione della stessa CSR, una precisa connotazione nello scacchiere delle strategie aziendali. Se da una parte si considera la figura dello specialista della CSR come una posizione pro tempore, impegnata nel promuovere la sostenibilità, dall’altra si intravede nella progressiva affermazione delle politiche di sostenibilità un crescente bisogno di coordinamento delle azioni di CSR intraprese e, quindi, un ruolo realmente strategico dei professionisti della CSR. Nel mese di ottobre del 2012, il CSR Manager Network Italia, in collaborazione con ALTIS-Alta Scuola Impresa e Società e ISVI-Istituto per i Valori d’Impresa, ha pubblicato i risultati di un’indagine condotta (tra maggio ed agosto) sulla professione CSR. A 7 anni dallo studio precedente, la ricerca è la prima che cerca di affrontare le specificità del nostro Paese. La crescente – seppur silente – importanza attribuita ai problemi sociali e ambientali ha favorito la nascita dei professionisti della CSR che, secondo differenti modalità, hanno trovato spazio nelle strutture organizzative delle aziende di dimensioni più evolute. Sono state identificate 327 persone (erano 90 nel 2005) che fanno della CSR il fulcro della propria attività lavorativa. D’altronde, essendo un’attività emergente non risultano ad oggi un’associazione che identifichi e rappresenti questa professione. Tant’è, come evidenziato dal sondaggio SWG, spesso la figura dedicata al CSR è collocata nell’ambito dell’organigramma aziendale. Dall’indagine CSR Manager Network Italia emerge, innanzitutto, che sia i CSR manager sia i collaboratori dell’Unità di CSR sono persone dall’elevato livello di formazione: la maggior parte che ha conseguito una laurea specialistica (54,1% dei CSR manager e 48,4% dei collaboratori) o un master (29,7% sia dei CSR manager sia dei collaboratori). Si conferma la tendenza, già osservata in precedenti ricerche del CSR Manager Network Italia, di assegnare la responsabilità delle iniziative sociali e ambientali a persone già presenti in azienda dei CSR manager, 58,8% dei collaboratori).


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CAPITOLO VII

Interessante osservare poi la prevalenza di donne tra i professionisti della CSR (56,8%) in controtendenza con quanto osservato nelle altre funzioni aziendali. Per quanto riguarda il percorso che ha portato i CSR manager a ricoprire tale posizione emerge come la maggioranza abbia condotto studi di carattere economico (56,8%), con una significativa quota che ha alle spalle studi umanistici (18,6%). Successivamente, il CSR manager ha lavorato nelle funzioni della comunicazione (36,1%) e di marketing (19,4%), per impegnarsi nei temi della CSR. I collaboratori dell’Unità di CSR si suddividono equamente tra persone che hanno condotto studi di carattere economico (31,3%) e di carattere umanistico (31,3%). Emerge quindi una minor concentrazione rispetto a quanto osservato per i CSR manager rispetto all’area economica, risultato delle differenti attività svolte dai collaboratori, che vanno da quelle più prossime ai temi della comunicazione sino alla gestione delle attività di controllo della catena di fornitura. Rispetto all’esperienza lavorativa precedente a quella attuale, emerge una significativa quota di practitioners che ha iniziato la propria attività lavorativa attorno alla CSR (15,6%). Altri provengono invece da della comunicazione (19,6%) e del marketing (11,8%). L’indagine rivela come i CSR manager svolgano l’attività di carattere sociale e ambientale connesse alla comunità, divenendo quindi l’interfaccia con gli stakeholder rappresentativi del territorio in cui l’azienda opera. Hanno la responsabilità diretta delle attività istituzionali della CSR rivolte prevalentemente alla rendicontazione di sostenibilità (sia il bilancio di sostenibilità sia la sezione del sito aziendale dedicata alla CSR). I CSR manager si occupano di supportare altre funzioni aziendali nel realizzare pratiche che, in ultima istanza, sono di diretta competenza a queste ultime (es.: pratiche dirette a fornitori, lavoratori e clienti). Allo stesso tempo con l’ampliamento delle dimensioni delle unità di CSR si sta assistendo al fenomeno di specializzazione del lavoro all’interno delle singole unità. La ricerca ha evidenziato come alle dipendenze del responsabile della sostenibilità si stiano progressivamente affermando tre profili di collaboratori: 1. professionisti della rendicontazione di sostenibilità, esperti dei processi interni di raccolta dati e degli standard di riferimento per il bilancio di sostenibilità; 2. professionisti della gestione ambientale che si occupano di gestire gli aspetti ambientali dell’organizzazione per abbatterne le esternalità negative; 3. professionisti della gestione responsabile dei fornitori, gestori in particolare delle attività di ispezione e monitoraggio dei fornitori con riguardo ai problemi sociali ed, in particolare, al rispetto dei diritti umani e dell’ambiente.


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Riguardo l’aspetto retributivo, il professionista che si occupa degli aspetti sociali e ambientali, è in linea con i profili manageriali delle più tradizionali funzioni aziendali. I responsabili della sostenibilità raggiungono nel 45,9% dei casi il livello di dirigente e hanno retribuzioni annuali lorde che si attestano attorno ai 79.000 euro. Per quanto riguarda i collaboratori dell’unità di CSR, il 34,4% raggiunge la posizione di quadro. La retribuzione annuale lorda si attesta in media attorno ai 38.000 euro, con una distribuzione significativamente concentrata nella fascia tra i 30.000 e i 50.000 euro. L’affermazione delle professioni attorno alla CSR offre quindi spunti di riflessione sia ai giovani alle prime esperienza lavorative che a coloro che già hanno una professione o un ruolo all’interno dell’azienda. La CSR può essere considerata da entrambi come un percorso di carriera stimolante che può coincidere con la sensibilità personale e proporre un interessante sviluppo professionale. Il corretto trade-off tra il costo del progetto CSR ed i benefici tangibili (in termini di maggiore redditività futura) costituisce la vera bussola che orienta le azienda a passare all’azione. È intuibile che le PMI non hanno la capacità finanziaria di finanziare un progetto di tale onerosità salvo che abbia la ragionevole certezza che da esso possa trarre un vantaggio concreto che, oltre a quello reputazionale, si possa tradurre in una maggiore produttività e/o una stabilità dei risultati futuri. Riassumendo i dati dell’indagine si desume che: il 75,8% dei professionisti della CSR operano, oggi, nelle imprese di maggiori dimensioni; le aziende più attive sono quelle dei settori: creditizio, assicurativo e servizi. Aziende per settore produttivo

Aziende per dimensione occupazionale


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CAPITOLO VII

Si osserva che la prevalenza dei professionisti CSR è femminile (57,8%), ha maturato un’esperienza almeno triennale nella tematica CSR, con un’età che lascia intendere anche una maturità professionale e con una laurea specialistica in economia o scienze umanistiche. Età dei professionisti Titolo di studio

Area di formazione

Il profilo del manager CSR è simile a quello dei professionisti ma con un’età media (oltre i 40 anni) ed una retribuzione media (circa 199.000 euro) decisamente più elevati. Egli inoltre, ha un’estrazione prevalentemente dal settore comunicazione e/o marketing. E questo lascia supporre che la CSR sta assumendo un ruolo caratterizzante la reputazione aziendale. L’indagine ha cercato di fotografare anche lo status dei consulenti CSR sebbene il numero dei consulenti che hanno preso parte all’indagine è contenuto. Oltretutto, tale indagine è oggi l’unica esistente sulla professione della CSR che include anche i consulenti. In questo caso, l’età dei consulenti intervistati si attesta tra i 31 e i 40 anni nella maggior parte dei casi. La prevalenza delle figure professionali con formazione economica è significativa, con oltre il 60% degli intervistati che ha seguito studi economici prima di diventare consulente di CSR. Inoltre, anche per loro la loro provenienza prevalente è dai settori marketing e comunicazione.


RESPONSABILITÀ SOCIALE: DALLA TEORIA ALLA PRATICA

Età dei consulenti

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Titolo di studio

Area di formazione

In conclusione, in Italia la figura del professionista/manager/consulente della Responsabilità Sociale è ancora allo stato embrionale: lo sviluppo appare lento e con la stessa velocità che impiega la cultura imprenditoriale nostrana ad evolvere le nobili ragioni della sua stessa esistenza. Con ciò, si vuole però sottolineare come sull’argomento le grandi imprese si sono già mosse soprattutto per creare un nuovo vantaggio competitivo costruito sulla reputazione aziendale. E per questo che le figure emergenti hanno una provenienza affine (marketing e comunicazione). Lo stesso – seppur nelle giuste proporzioni – potrà accadere per le PMI le quali potranno rivedere la propria strategia aziendale in ottica sostenibile ritagliandosi, così, la propria fetta di vantaggio competitivo. Per concludere, un’altra ricerca sulla diffusione ed applicazione della CSR tra le imprese italiane è stata condotta – nel 2011 – dalla Fondazione Unipolis. In breve, il progetto si proponeva di: 1. analizzare l’allocazione della funzione di responsabilità sociale all’interno della governance dell’impresa, ai fini della valutazione di coerenza tra rendicontazione esterna e gestione interna delle politiche di CSR; 2. rilevare il grado di confidenza tra la funzione CSR e la funzione di business


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strategy, piani e politiche aziendali, al fine di analizzare il livello di integrazione e attuazione della visione etica tra gli obiettivi d’impresa; 3. stimolare una riflessione sulla coerenza nonché l’efficacia dei modelli attuati rispetto alle caratteristiche e finalità ultime delle imprese considerate; 4. elaborare, infine, proposte di policy. L’analisi è stata concentrata sui settori che più direttamente influenzano i cittadini/consumatori, ossia i settori industriale, finanziario e assicurativo, dei trasporti e delle multiutility, con mirata attenzione a quelle società a partecipazione pubblica. Sono state contattate 84 imprese, il cui campione era cosi distribuito: il 55% appartenente al settore industriale, il 15% a quello bancario/assicurativo, il 10% trasporti, l’8% multiutility, il 6% a quello sanitario, il 5% ai distretti industriali e consorzi ed infine l’1% al settore postale. Del totale delle imprese contattate ha risposto circa il 62%. Una prima nota poco incoraggiante è stata il deludente riscontro. Tant’è che, se inizialmente il numero di settori da considerare era ben più ampio, successivamente questo si è ristretto a due soli, ovvero il bancario/assicurativo e quello delle multiutility. Tuttavia, l’indagine ha consentito comunque di estrapolare delle interessanti conclusioni. È emerso, infatti, che il responsabile CSR tende a rispondere all’amministraotre delegato (o top management), ovvero a organi aziendali di vertice, piuttosto che agli shareholders, ossia gli azionisti, identificabili con la figura del presidente della società. In particolare, nel settore finanziario il CSR manager non rendiconta alla proprietà, che pure dovrebbe rappresentare un importante portatore di interessi capace di esercitare un potere di monitoring, bensì al management. Coerentemente però, il potere di nomina del responsabile nel settore bancario è nella maggioranza dei casi in capo al top management. Al contrario, nel settore delle multiutility, la sua nomina e le sue funzioni sono il frutto di processi e di decisioni interne all’azienda. Tuttavia, entrambi i settori sono propensi alla nomina di consulenti esterni lasciando intendere che la cultura CSR sia un “aggiustamento” gestionale e non una “evoluzione endogena” per cui giustificare un innesto strategico nell’organizzazione aziendale. Circa le sue attività, in un solo caso queste si limitano a facilitare i processi e a monitorarne gli andamenti e risultati. Infatti, il responsabile di CSR è investito anche del ruolo di pianificazione, controllo, reporting, comunicazione di sostenibilità e rapporti con gli stakeholders, ovvero quello di valorizzare gli aspetti


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di sostenibilità presenti in progetti implementati autonomamente da altre funzioni aziendali; di interagire con stakeholders esterni in merito agli aspetti di sostenibilità attuati in azienda, o di gestire le relazioni con le associazioni di rappresentanza degli interessi; promuovere la cultura d’azienda attraverso l’archivio storico; mantenere le relazioni con gli analisti di sostenibilità e i fondi etici. Dalle risposte fornite, si evince anche come l’integrazione delle politiche di CSR nelle scelte strategiche e di business venga affermata nella maggioranza dei casi, ma non sia supportata dall’esistenza di meccanismi stringenti con riferimento all’adozione, da parte dei responsabili di unità operative, delle indicazioni date dal CSR manager. Inoltre, solo nel settore bancario sono presenti sistemi strutturati di condivisione delle informazioni che permettono al responsabile di CSR di essere al corrente delle scelte gestionali, cosi da poterne valutare la coerenza con politiche responsabili. Inoltre, si riscontra una vistosa differenza tra settori nella valutazione della CSR come fattore di posizionamento strategico e in quella dell’impatto sull’azienda. In quello finanziario la totalità delle società ritiene che la CSR sia esplicitamente un elemento di posizionamento strategico e con un impatto medio sull’impresa. Al contrario, la maggioranza delle multiutility la considera si strategica ma ad alto impatto interno. Però, la scarsa partecipazione della maggioranza delle imprese intervistate – che come si diceva ha costretto a limitare il campo d’indagine – è sintomatica di un flebile approccio alla CSR perché, probabilmente, non se ne ha compreso ancora il suo valore strategico. Perciò, l’adozione della cultura CSR quale adempimento meccanico di un dovere, oppure di coercizione legislativa, oppure meramente finalizzata a soddisfare le istanze degli stakeholders non permette alla CSR di caratterizzare la cultura aziendale la quale ha bisogno, contrariamente, di un’evoluzione storica. Un altro dato degno di nota è che in entrambi i settori, nella totalità dei casi, si fa ricorso anche a soggetti esterni alla società, di solito consulenti e accademici.


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3. MO.MO.SY: Il giudizio sulle imprese diventa “viral hi-tech” Che la “comunità virtuale” sia un’agorà altrettanto virtuale se ne sono – da tempo! – accorti anche gli esperti marketing. E non da meno, la classe politica che scopre nelle relazioni via web un ottimo canale mediatico per “incontrare” gli elettori. Le aziende, dal canto loro, non possono sottrarsi all’evoluzione delle strategie di comunicazione e sulla semplicità con cui, oggi, le persone comunicano ed interagiscono tramite applicazioni hi-tech e wireless. Pertanto, gli esperti di marketing conoscono bene l’importanza dei social network e dei forum virtuali dove si costruire il gradimento, virale e spontaneo, dell’azienda tramite giudizi, opinioni e offerte dei loro prodotti e/o servizi. È evidente, però, che la reputazione mediatica è una parte della reputazione aziendale fatta anche di metodi e strumenti tradizionali (show-room, volantini, assistenza post-vendita, ecc.). Partendo da questa constatazione, da qualche mese, dal progetto Sixth Continent è nato Mo.Mo.Sy. (acronimo di Moderate Monetary System): un’applicazione per smartphone e tablet che gestisce un sistema di rating costruito elaborando l’utile netto ed il numero di dipendenti di un’azienda sulla base del suo settore e mercato di appartenenza. Si tratta di due parametri empirici che mettono a confronto le aziende in base alla comparazione tra il profitto per i soci (utile) e la capacità di creare lavoro. Il responso catalogata l’azienda come “rossa” o “verde”. Il data-base si compone di oltre 600.000 aziende distribuite in 30 nazioni e con un fatturato annuo superiore ai 20 milioni di dollari. Di seguito si propone il grafico delle imprese italiane dei settori consumer censite nel data-base:


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L’area verde (quella inferiore) viene delimitata da tutte le aziende comparabili tra di loro (sulla base dei codici S.I.C.-Standard Industrial Classification), ovvero che operano in un medesimo settore industriale, in una medesima area geografica, e sono presenti sui medesimi mercati con prodotti della stessa tipologia. Nell’area rossa (quella superiore) sono collocate le aziende che hanno parametri sproporzionati, ossia che producono profitti senza l’utilizzo del lavoro reale, senza utilizzare dipendenti, né fornitori in regime di mercato, ma: - utilizzano operai sottopagati in aree meno sviluppate; - pagano tasse agevolate grazie a Sedi legali spostate in paradisi fiscali; - godono di vantaggi particolari, quali ad esempio essere tra i maggiori Soci delle Banche Federali generando così enormi profitti tramite le tasse dei cittadini; - godono di posizioni di mercato di monopolio o oligopolio con automazioni estreme dei processi produttivi. La combinazione di tali fattori tende ad allargare le divergenze sociali tra la popolazione minando – al limite – le condizioni di convivenza democratica. Dunque, se le attuali logiche liberali che governano l’economia globale non possono ripristinare i giusti equilibri, la condivisione di un giudizio dei consumatori, fornitori, cittadini, ecc. aiuta a distinguere le aziende compatibili con l’ecosistema socio-economico da quelle che si pongono ai margini (quando non oltre!) poiché cinicamente esposte al profitto.

4. Il Social Statement: lo strumento di valutazione etica Le ragioni per le quali si ritiene maturato il periodo della verifica di sostenibilità delle imprese si fondano sulle seguenti argomentazioni: 1. la Responsabilità Sociale inizia a forgiare la cultura di impresa poiché ha assunto una configurazione intangibile rispetto la gestione aziendale di medio-lungo termine; 2. è oramai asserto diffuso che la sostenibilità dell’impresa è un fattore critico di successo nonché ingrediente innovativo per il conseguimento di risultati migliori nel medio e lungo termine. Ciò, però, si coniuga a fatica con i principi di massimizzazione del profitto poiché la sostenibilità presuppone la rinuncia del massimo profitto immediato; 3. la rendicontazione di sostenibilità ha assunto oggi un ruolo di sostegno alla reputazione sociale dell’impresa alterando i vecchi stereotipi della comunicazione. In sostanza, la sostenibilità è diventato fattore di armonia dell’impresa con l’ecosistema socio-eco-ambientale in cui è configurata.


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Quindi, come già argomentato in precedenza, l’adozione volontaria del modello CSR permette di raggiungere i seguenti obiettivi (qualitativi) strategici: 1. aumentare la competitività (valutazione del rischio di gestione, riduzione dei costi, accesso al capitale, migliori relazioni con i consumatori, gestione delle risorse umane, capacità di innovazione); 2. aumentare la capacità di anticipare le aspettative e di apportare le necessarie modifiche a prodotti e servizi per rispondere a tali aspettative (capacità di affrontare cambiamenti sociali, economici, ambientali) attraverso il dialogo e il costante confronto con gli stakeholder (vantaggio competitivo); 3. accrescere e mantenere la propria reputazione d’impresa, ossia della credibilità che l’impresa stessa ha di fronte alla società. Il principio di sostenibilità ESG (Environment, Social, Governance) esprime la capacità dell’impresa di gestire nel medio lungo periodo il bilanciamento della propria responsabilità di agire nell’area economica nei rapporti verso la società e le persone e nella tutela ambientale e la lotta ai cambiamenti climatici. Il concetto di sostenibilità si fonda su tre pilastri: - efficienza come capacità di adattarsi ai cambiamenti del contesto in cui si opera; - equità nella gestione e redistribuzione delle risorse nonché nel trattamento di tutti gli stakeholder aziendali; - ecologia come vincolo imprescindibile per uno sviluppo sostenibile fondato sulla tutela dell’ambiente e sullo sfruttamento responsabile delle risorse. Dunque, l’Autovalutazione del grado di responsabilità sociale non deve essere inteso quale elementare esercizio di confessione e di autoreferenza, ma costituisce la fase d’avvio di un processo evolutivo della cultura d’impresa evocata alla propria sostenibilità nel tempo. Nel concreto, l’approccio di autovalutazione1 si concentra su 5 aree di interesse prioritario: 1. perfomance del capitale economico; 2. performance del capitale umano; 3. performance del capitale commerciale: clienti e fornitori;

1 Il processo di autovalutazione (o Social Statement come si dirà innanzi) descritto nel presente capitolo è stato formulato partendo dal modello di Social Statement suggerito dal Ministero del Welfare nonché dai lavori del CSR Lab Confindustria-LUISS.


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4. performance ambientale; 5. performance verso la comunità. Ciascuna di queste 5 aree sono animate da altrettanti gruppi di soggetti definiti stakeholders, ossia: 1. gli azionisti e la comunità finanziaria (banche, investitori, ecc.) 2. il personale che lavora nelle imprese: dipendenti, collaboratori, consulenti, ecc. 3. i clienti ed i fornitori 4. i cittadini 5. le istituzioni pubbliche e gli altri organismi sociali. Rispetto a ciascuno di tali gruppi di stakeholders vengono identificati e definiti indicatori significativi della natura dei rapporti che si instaurano con le imprese. Rispetto a ciascuno dei quali, la singola impresa esprime (con la massima sincerità possibile!) la misura della propria realtà operativa. Non sorprenda se accade, già in questa fase costitutiva, che l’impresa inizi a maturare il proprio senso di responsabilità verso l’esterno. D’altronde, il set degli indicatori di indagine ha la specifica finalità di monitorare l’impegno e le attività realizzate dall’impresa in tema di CSR, supportando i processi decisionali e attuativi. Quindi, è plausibile ammettere come l’impresa che dimostri questo tipo di sensibilità sia un’impresa devota all’eccellenza sotto tutti i profili: il fattore appagante non è il profitto fine a se stesso poiché esso non manca nella misura minima desiderata; ma è la consapevolezza di immaginare la propria esistenza lontano nel tempo. Essere sostenibili, per un’impresa di qualsiasi dimensione, significa acquisire un vantaggio competitivo e ritrovarsi nelle migliori condizioni per vincere le sfide del mercato, in un sistema economico in continua evoluzione. In passato si rispondeva alla domanda di mercato in ottica di prodotto, poi si è passati ad affrontare il mercato in una prospettiva di servizi ai consumatori. Oggi le nuove esigenze del mercato impongono di abbracciare una logica nuova, che tenga conto di una più ampia platea di interlocutori e di portatori di interessi, rispetto ai quali l’impresa deve porsi in una posizione di “ascolto e collaborazione”. La sostenibilità consente alle imprese di acquisire consapevolezza e quindi comunicare più efficacemente gli sforzi che vengono fatti per dare risposte adeguate ai vari interlocutori in campo economico, sociale e ambientale. Le imprese più piccole, pur agendo secondo i principi della responsabilità sociale, spesso non riescono a rendicontare e comunicare all’esterno questi com-


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portamenti, poiché gli strumenti esistenti validi per le grandi imprese non sono immediatamente applicabili alla loro realtà. Proprio in risposta all’esigenza di rendicontare gli aspetti di responsabilità sociale e sostenibilità per le PMI e, al contempo, valorizzarli, si è elaborata una griglia di autovalutazione, articolata attraverso opportuni KPI (Key Performance Indicators) individuati prendendo spunto dallo standard di rendicontazione internazionale GRI-G3 generalmente già adottato dalle imprese più grandi. Gli indici di sostenibilità che vengono proposti intendono infatti offrire alle PMI uno strumento per poter rendicontare e, quindi, far emergere e rendere riconoscibile il proprio comportamento: un Social Statement o report di sostenibilità di facile compilazione, da poter affiancare in maniera volontaria al bilancio di esercizio al fine di rendere conto di quelle attività che caratterizzano e creano ulteriore valore all’attività d’impresa. I KPI sono definiti come indici che monitorano l’andamento di un processo aziendale. In particolare i “KPI di sostenibilità” permettono di andare oltre la valutazione dell’azienda in termini di bilancio d’esercizio, introducendo parametri di rendicontazione sia qualitativi che quantitativi. Attraverso i KPI di sostenibilità si riesce a rendere conto del proprio operato in termini di accountability, sostenibilità e, più in generale, di come si opera verso tutti i soggetti portatori di interessi legittimi (stakeholders: dipendenti, clienti, ambiente, fornitori, comunità). È evidente che l’assunto è l’esatto complementare rispetto allo scopo prettamente economico di coloro che adottano le strategie e le scelte aziendali (makeholders). Ogni sezione è composta da 5 colonne: 1. Area di riferimento della tavola; 2. Indicatori sui quali concentrare l’attenzione; 3. Informazioni sia di carattere qualitativo che quantitativo, nelle quali descrivere le azioni sostenibili messe in atto ed evidenziare con numeri, dati e percentuali le attività realizzate. Per ciascun indicatore si richiede infatti non solo lo sforzo di descrivere le misure adottate ma anche quello di fornire anche una loro quantificazione (esempio “numero di …, costi sostenuti annualmente…”, etc.). 4. Applicabilità attraverso la quale viene suggerito se l’indicatore è applicabile o meno a seconda della classe dimensionale dell’impresa (micro, piccola, media). A tal proposito, la portata dimensionale è qualificata facendo riferimento alla normativa comunitaria di definizione della PMI (DM del 18/04/2002, Raccomandazione nr. 2003/361/CE, Regolamenti nr. 363/CE e nr. 364/CE del 2004):


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1. “La categoria delle microimprese, delle piccole imprese e delle medie imprese (complessivamente definita PMI) è costituita da imprese che: a) hanno meno di 250 occupati, e b) hanno un fatturato annuo non superiore a 50 milioni di euro, oppure un totale di bilancio annuo non superiore a 43 milioni di euro. 2. Nell’ambito della categoria delle PMI, si definisce piccola impresa l’impresa che: a) ha meno di 50 occupati, e b) ha un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiore a 10 milioni di euro. 3. Nell’ambito della categoria delle PMI, si definisce microimpresa l’impresa che: a) ha meno di 10 occupati, e b) ha un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiore a 2 milioni di euro. 4. I due requisiti di cui alle lettere a) e b) dei commi 1, 2 e 3 sono cumulativi, nel senso che tutti e due devono sussistere.”

Sebbene la struttura sia esaustiva, è preferibile evitare di definire a priori l’applicabilità di ciascun indicatore rimettendo a ciascuna azienda il riscontro dell’utilizzo in concreto di ciascuno di essi. GLI INDICATORI 1. Performance Economica In questa sezione l’impresa riporta alcune informazioni utili a valutare la sua performance economica diretta e indiretta (PE). Nel dettaglio: PE1: Distribuzione del Valore Aggiunto. Per valore aggiunto si intende la differenza tra il fatturato ed il costo primo di produzione rappresentato dalle materie prime, sussidiarie, di consumo e dai costi per i servizi produttivi acquistati. I dati (numerici) da inserire riguardano la remunerazione, attraverso il valore aggiunto, delle risorse impiegate: personale dipendente, pubblica amministrazione, liberalità esterne ecc.


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PE2: Ricerca e Sviluppo. È richiesta la descrizione delle attività sviluppate in ricerca e innovazione tenendo in considerazione anche quelle realizzate in maniera implicita. In termini quantitativi è richiesto di stimare gli investimenti realizzati negli ultimi 5 anni e le risorse umane impiegate in questo ambito. 2. Performance del Capitale Umano In questa area vanno esplicitate le informazioni che descrivono il rapporto tra l’impresa e i dipendenti in termini di turnover, incentivi, livelli di sicurezza, formazione, clima aziendale, livello di condivisione delle scelte, ecc. L’area comprende 5 indicatori: PU1: Politiche Occupazionali. L’indicatore quantitativo richiede di specificare il numero dei dipendenti assunti a tempo indeterminato, dei parasubordinati (co.co.pro), degli stagisti rispetto alla forza lavoro complessiva, nonché la loro distribuzione territoriale. L’indicatore qualitativo richiede di descrivere le politiche occupazionali e le condizioni di lavoro, anche con riferimento al CCNL applicato e agli eventuali contratti integrativi. PU2: Salute e Sicurezza sui luoghi di Lavoro. L’indicatore riguarda le politiche e le pratiche di salute e sicurezza sul lavoro e chiede di rendere conto di eventuali azioni ulteriori di miglioramento rispetto agli obblighi normativi in materia. A tal proposito è bene ricordare come la normativa italiana sulla sicurezza sui luoghi di lavoro abbia avuto una straordinaria evoluzione nel corso degli ultimi 5 anni. Infatti, il D. Lgs. nr. 81/2008 ha profondamente riformato la precedente normativa rappresentata dalla Legge nr. 626/1994 elevando il nostro ordinamento giuridico a modello per tutti i Paesi comunitari. Infatti, la nostra normativa sulla sicurezza è riconosciuta all’avanguardia rispetto alla prevenzione ed al rigoroso sistema sanzionatorio. Purtroppo, seppure una buona normativa non può ridurre alla minima tollerabilità il numero degli incidenti sul lavoro, essa costituisce un solido pilastro di una cultura alla sicurezza per troppo tempo estranea ai nostri luoghi di lavoro. La misurazione quantitativa, invece, chiede di indicare: gli investimenti medi in sicurezza nell'ultimo triennio; la spesa annua per attrezzatura e dispositivi individuali; la percentuale del personale coinvolto nella formazione specifica ultimo triennio; le ore di formazione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro rispetto al totale delle ore lavorate annue; il numero di infortuni sul lavoro rispetto al totale delle ore lavorate nel corso dell’anno. È richiesto, inoltre, l’indicazione dei costi sostenuti annualmente per le iniziative di informazione sulla prevenzione anti-infortunistica e sanitaria in materia di sicurezza e dei costi sostenuti annualmente per la formazione sugli


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eventuali Sistemi di Gestione. PU3: Programmi di Conselling. l’indicatore si riferisce alla formazione e alla crescita professionale dei dipendenti. La misurazione qualitativa chiede di descrivere gli eventuali corsi di formazione rivolti ai dipendenti, i risultati formativi conseguiti in tema di crescita professionale degli stessi. La misurazione quantitativa chiede di specificare: la tipologia di progetti formativi; il monte-ore annuo per dipendente di formazione facoltativa; le ore di stage sul totale annuo delle ore lavorate dal personale; il numero medio tirocini professionalizzanti ultimi 3 anni; il numero medio tirocini qualificanti ultimi 3 anni; il numero medio tirocini alta formazione ultimi 3 anni; eventuali programmi di Worklife Balance; gli eventuali sistemi di incentivazione; la partecipazione dei dipendenti al capitale sociale azienda; la presenza di dipendenti nel CdA della società; la presenza di un efficace sistema di comunicazione interna; le politiche di Coaching & Leadership aziendale. PU4: iniziative a favore della Tutela dei diritti dei Lavoratori. La misurazione qualitativa richiede di descrivere: la presenza di categorie protette e di situazioni di diversità, le azioni messe in atto dall’impresa a favore della “non discriminazione”. La misurazione quantitativa richiede di indicare: la percentuale del personale iscritto alle sigle sindacali; l’impiego di lavoro minorile (anche in collegate estere); la percentuale di donne occupate sul totale degli occupati ultimo triennio; la percentuale di donne dirigenti sul totale dei dirigenti ultimo triennio; la percentuale di immigrati occupati sul totale occupati ultimo triennio; la percentuale di occupati delle categorie protette ultimo triennio e gli eventuali azioni intraprese rivolte alla "non discriminazione". 3. Performance Commerciale Gli indicatori da esplicitare in questa sezione sono rivolti a far emergere la qualità e la sicurezza dei prodotti offerti, il rapporto con i clienti, la propria strategia comunicativa. Nel dettaglio: PC1: Qualità Produttiva. l’indicatore riguarda la qualità nella produzione e richiede di descrivere le eventuali certificazioni di qualità ottenute ed elencare eventuali premi ottenuti. La parte quantitativa richiede di specificare: la percentuale di attività dell’impresa (rispetto al volume di affari) che si svolge nel territorio di origine; la stima del valore monetario dei premi e riconoscimenti ottenuti. PC2: Rapporto con i Clienti. L’indicatore riguarda la qualità nel servizio offerto ai clienti e richiede di descrivere il sistema di gestione di customer satisfac-


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tion e di indicare se esistono strutture di supporto informativo (ad esempio un help-desk o altri tipi di sportelli informativi). La misurazione quantitativa richiede di esprimere: la percentuale sul fatturato dei primi 4 clienti relativa all’ultimo triennio; i tempi medi di incasso nell’ultimo triennio; le certificazioni e/o Codice etico dei clienti; il rapporto delle referenze nuove rispetto al totale delle referenze dell’ultimo triennio; il rapporto tra il saldo netto del numero dei clienti rispetto al totale medio dei clienti registrato nell’ultimo triennio; le eventuali iniziative di Customer Satisfaction concluse nell’ultimo triennio; le eventuali iniziative di Customer Loyalty (es. premi fedeltà); infine, il giudizio di efficacia del sistema di Tutela della Privacy (D.Lgs. nr. 196/03). PC3: Rapporto con i Fornitori. Occorre indicare la tipologia delle relazioni con i fornitori (ad esempio la durata del rapporto con i fornitori principali, la tempistica dei pagamenti, le caratteristiche della catena delle forniture, l’appartenenza ad una rete ecc.). In termini quantitativi, invece, è richiesto di segnalare: la percentuale sugli acquisti, relativa all’ultimo triennio, dei primi 4 fornitori; i tempi medi di pagamento nell’ultimo triennio; le certificazioni e/o il Codice etico eventualmente adottato dai fornitori; la presenza della clausola contrattuale di “non discriminazione”.

4. Performance Ambientale In quest’area si dovrebbero esplicitare informazioni relative alla tutela dell’ambiente, nel dettaglio. A1: Qualità Materie Prime. Si richiede di indicare la filosofia degli approvvigionamenti e degli impatti di tipo ambientale della propria attività e, nella parte quantitativa, la percentuale dei materiali utilizzati che derivano da materiale riciclato. A2: Efficienza Energetica. Si richiede di descrivere le misure attuate per ridurre il consumo di risorse primarie (energia, acqua, ecc.) o per aumentare il ricorso all’energia rinnovabile (ad esempio se le possibili iniziative di Audit Energetico o gli interventi in materia di mobilità sostenibile realizzati). Nella parte quantitativa si dovrebbero indicare i costi sostenuti ogni anno per acquistare tecnologie ad alta efficienza energetica, la percentuale o il volume complessivo dell’acqua riciclata e riutilizzata, la stima della riduzione dei consumi derivanti da azioni di efficienza energetica. A3: Emissioni Inquinanti. Si dovrebbero descrivere le azioni messe in atto per il contenimento e la riduzione delle emissioni inquinanti e, al contempo, quan-


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tificare le percentuali della riduzione degli inquinanti ottenuta con gli investimenti realizzati nel corso degli ultimi anni. A4: Gestione e Smaltimento dei Rifiuti. La parte qualitativa chiede di descrivere le azioni compiute dall’impresa per ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti prodotti. La misurazione quantitativa chiede invece, di specificare il volume della raccolta differenziata e di indicare i diversi rifiuti prodotti per tipologia e metodo di smaltimento. A5: Azioni Tutela Ambientali. L’indicatore concerne le ulteriori azioni rivolte alla tutela ambientale. Si dovrebbe descrivere l’organizzazione aziendale a presidio della gestione ambientale (per esempio, il conseguimento di certificazioni ambientali, le consulenze ambientali utilizzate) assieme alle altre eventuali iniziative rivolte al rispetto dell’ambiente (ad esempio, produzione o utilizzo di prodotti a basso impatto energetico, uso di biocombustibili, azioni per ridurre l’impatto del trasporto dei prodotti e materiali utilizzati o per lo spostamento del personale). Nella parte quantitativa si dovrebbe fornire una stima degli investimenti realizzati per proteggere l’ambiente, il numero di persone/ore-uomo dedicate a queste attività o la percentuale di utilizzo dei materiali riciclati. 5. Performance di Contesto In questa sezione vengono evidenziate le relazioni dell’impresa con la Pubblica Amministrazione e la comunità territoriale. Nel dettaglio: PC1: Iniziative di Liberalità. Questo indicatore esprime le attività di carattere sociale, culturale, benefico e ricreativo nelle quali l’impresa è coinvolta. Nella sezione quantitativa sono indicati: il numero delle iniziative sociali, culturali, a scopo benefico ultimo triennio; la percentuale di fatturato destinato alle iniziative per la comunità; la percentuale media del fatturato destinata alle sponsorizzazioni sociali nell’ultimo triennio; le liberalità destinate al recupero patrimonio artistico e architettonico rispetto al fatturato medio dell’ultimo triennio. PC2: Assunzione di Personale Locale. Occorre indicare le procedure utilizzate dall’impresa per assumere tali lavoratori fornendo anche una quantificazione sul loro numero complessivo. PC3: relazioni con la PA e con la comunità locale. A tal riguardo, occorre descrivere le principali relazioni in corso con la Pubblica Amministrazione e gli enti locali (ad esempio, tipologia di contributi pubblici ricevuti, partecipazione ad iniziative a favore della legalità, azioni di rete rivolte all’attrazione di talenti, eventuali rapporti con Università o centri di ricerca, ecc). Nella sezione quantitativa deve essere indicato: il totale dei contributi pubblici ricevuti ultimo triennio; la percentuale dei contributi pubblici utilizzati per l'eco-


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nomia locale; il grado di efficacia dei contributi ricevuti sul territorio locale; la percentuale dei crediti vantati verso la Pubblica Amministrazione (PA) rispetto al relativo fatturato nell’ultimo triennio; i tempi medi di incasso dei crediti verso la PA; il numero contenziosi, infrazioni e sanzioni con PA nell’ultimo triennio. Nel modello di autovalutazione i vari indicatori quantitativi del Social Statement sono stati ponderati rispetto a determinati pesi ritenuti rappresentativi della rilevanza più o meno ampia di ciascun indicatore rispetto alla valutazione complessiva di sostenibilità. Inoltre, ad ogni componente descrittiva di ciascuna sezione non è associata – in realtà – alcuna dimensione numerica proprio per la natura qualitativa espressa. Tuttavia, essa è rilevante ai fini delle motivazioni che sottendono la componente quantitativa a cui è associata. In pratica, la sostenibilità non è un mero esercizio algebrico ma assume una fisionomia bidimensionale in cui gli aspetti quantitativi trovano nelle argomentazioni descrittive il giusto complementare. E viceversa. Dopo aver descritto i contenuti di ciascuna sezione, si propone di seguito il Social Statement quale documento integrale per l’autodiagnosi di sostenibilità al fine di formulare un’autovaluzione sull’impatto della propria attività d’impresa sul sistema esterno. Il documento, inoltre, è disponibile in formato elettronico allegato al presente volume. Il documento è composto da due parti: 1. la scheda dell’azienda 2. il set degli indicatori KPI La Scheda Aziendale ha l’obiettivo di mettere a fuoco le caratteristiche generali dell’impresa. In essa devono essere riportate informazioni più specifiche, dirette a rilevare l’impegno dell’azienda nell’ambito della Corporate Social Responsibility. Si richiede, pertanto, alle imprese di segnalare l’adozione di strumenti quali Codici di Condotta, Sistemi di Gestione (ad esempio, sistemi di qualità, sistemi di gestione dell’ambiente e della sicurezza), certificazioni e report sociali, ambientali e di sostenibilità. Tali documenti potranno essere allegati al Social Statement per testimoniare l’impegno dell’impresa sulle tematiche in oggetto. Nella figura che segue è proposta la scheda iniziale di rilevazione dei dati aziendali prestando attenzione ai primi elementi di contraddistinguono la sintonia con l’approccio alla sostenibilità.


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Come già osservato, secondo gli indicatori possono avere una dimensione qualitativa e/o quantitativa. Inoltre, gli indicatori possono essere di natura comune o addizionale. In pratica: 1. indicatori qualitativi (QL): sono di tipo descrittivo ed esprimono la confidenza dell’azienda agli standard di responsabilità sociale; 2. indicatori quantitativi (QT): sono l’espressione numerica degli indicatori qualitativi e consentono una valutazione più omogenea con gli standard; 3. indicatori comuni (C): trovano applicazione in tutte le aziende (PMI); 4. indicatori addizionali (A): trovano applicazione nelle aziende di maggiori dimensioni poiché sono dotate di modelli organizzativi e gestionali più complessi (medie imprese). Pertanto, nella figura seguente, il set degli indicatori KPI è analizzato nel dettaglio per ciascuna delle 5 aree come sopra individuate. Resta inteso che il profilo qualitativo o quantitativo di ciascuno di essi non è vincolante tant’è che in corrispondenza di un indicatore qualitativo si può esprimere un giudizio quantitativo. E viceversa.


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Nell’applicazione pratica, il modello è stato semplificato al fine di agevolare le operazioni di autovalutazione. I dati richiesti sono sostanzialmente di natura numerica (percentuali e importi), mentre le grandezze qualitative trovano spazio nel documento descrittivo allegato al modello stesso. Lo strumento è, perciò, una valutazione (quantitativa) di massima del grado di sostenibilità sociale dell’impresa. Tant’è che è in grado di evidenziare per ciascuna area d’indagine le sue criticità ed i suoi punti di forza. Infatti, ad ogni gruppo di indicatori KPI è assegnato un punteggio ponderato. Inoltre, ciascuna area ha un punteggio ottenuto dalla somma algebrica dei punteggi ponderati per gruppi di indicatori. Nella parte finale del Social Statement sono riproposti i giudizi numeri di area rispetto al massimo punteggio di 100. Inoltre, è espresso il giudizio complessivo dell’azienda che va da quello più basso “CSR incompatibile” a quello ottimale che è “CSR molto compatibilità”. Il modello di autovalutazione è – senz’altro – uno strumento applicabile, su base volontaria, per la ponderazione del proprio score di sostenibilità. Esso non assurge a rango di giudizio inconfutabile o di certificazione aziendale, ma è comunque indispensabile per maturare la necessaria confidenza con i valori imposti dai principi di equilibrio tra profitto ed eco-sistema inteso nella sua ampia accezione.


CONCLUSIONI

Accade sovente che si ingeneri confusione tra il concetto di impresa e quello di azienda tant’è che nel linguaggio comune (e non di rado, anche in quello tecnico) vengono intesi quali sinonimi. Con l’intento di fare chiarezza, l’impresa è definita quale attività dell’imprenditore, ossia di “chi esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi.” (art. 2082 cod. civ.) Mentre, per azienda dobbiamo intendere il “complesso dei beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa.” (art. 2555 cod. civ.). Da una prima lettura, dunque, di queste due definizioni normative – risalenti agli anni ’40 – e tralasciando tutte le successive e copiose interpretazioni accademiche, si desume che l’attività imprenditoriale non ha assolutamente il fine del profitto perpetuo. Tant’è che il fine ultimo è la produzione o lo scambio di beni o servizi. Quindi, ciò che non hanno immaginato i padri del nostro costrutto normativo, l’ha concepito il capitalismo che oggi molti economisti arrivano ad identificarlo come il “capitalismo rapace”. L’impresa deve essere concepita come un’istituzione della società moderna che regola le relazioni sociali al suo interno e che influenza – se non caratterizza – anche la configurazione del sistema socio-eco-culturale esterno. Fra impresa e società esiste un equilibrio dinamico di reciprocità animato con un perenne scambio di valori economici per l’oggi e di valori etici per il domani. L’impresa, dal canto suo, è quindi un sistema, cioè un insieme di elementi interdipendenti e più specificamente un gruppo di unità combinate in modo tale che il loro output complessivo sia maggiore di quello che tali unità darebbero se funzionassero separatamente. E’ sempre più un insieme di parti tra loro interagenti, un’organizzazione relazionale in cui la creazione del valore è condivisa


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ed a vantaggio di tutti gli stakeholder (lavoratori, clienti e fornitori, consumatori, cittadini, comunità, ecc.). La mission e la vision aziendali, perciò, non devono essere degli slogan commerciali ma devono incarnare la sua organizzazione sul valore etico quale ragione sociale della propria esistenza. Pertanto, le scelte di business devono creare una situazione win-win, cioè apportare beneficio sia all’impresa che alle diverse componenti della società in cui essa opera. E la cosa più etica che un’impresa può fare per la società è contribuire allo sviluppo di un’economia sostenibile e prospera avulsa da qualunque pretesa economica. Una massima di Confucio recita “Colui che non prevede le cose lontane, si espone ad infelicità ravvicinate”. Ed è quello che oggi stiamo vivendo nel pieno della peggiore crisi dalla Grande Depressione degli anni ’30 del secolo scorso. Ed è forse per questo che oggi si inizia a discutere platealmente di responsabilità sociale. Oggi, le imprese hanno una responsabilità di sistema che non può non condizionare pesantemente le loro azioni gestionali e di mercato. In sostanza, responsabilità sociale significa gestire l’impresa in modo tale da considerare, e controllare, gli interessi di un insieme di individui (stakeholder) che vanno al di là dei soggetti strettamente promotori e beneficiari dell’impresa (shareholder). La logica di responsabilità d’impresa deriva dalla considerazione che solo mediante il raggiungimento di una stabilità delle varie esigenze si genera un’ottimizzazione del valore in termini di sviluppo. Il concetto d’impresa, quindi, è riattribuito alla sua versione originaria della legislazione italiana: ossia, della produzione o scambio di beni o servizi. Il profitto diventa una derivazione spontanea delle scelte strategiche socialmente responsabili adottate rispetto ai vincoli della massimizzazione del valore nel tempo. E non viceversa. I benefici derivanti da comportamenti socialmente responsabili ripagano le imprese degli sforzi sostenuti creando un vantaggio competitivo duraturo. Inoltre, essere socialmente responsabili (oltre che avere la certificazione di sostenibilità), in termini di ritorni tangibili, significa: 1. migliorare il clima aziendale e aumentare la motivazione dei collaboratori. Ciò si traduce nell’aumento della produttività e del benessere; 2. contenere il turnover del personale trattenendo i talenti. Ciò si traduce in vantaggio competitivo del sapere; 3. esalta la reputazione sui mercati soprattutto su quelli di nicchia. Ciò si traduce nella massimizzazione del profitto intesa quale giusta ricompensa


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per il rispetto del sistema socio-eco-culturale in cui vive la domanda del mercato; 4. valorizza la concezione del brand in un mercato sempre più integrato ed affollato. Ciò si traduce in aumenti del fatturato per effetto della percezione quale impresa etica; 5. migliorare le relazioni con le istituzioni finanziarie, nell’ottica di un più facile accesso alle fonti di finanziamento in virtù di una riduzione generale del profilo di rischio. Ciò si traduce in miglioramento degli scoring qualitativo e quantitativo del sistema creditizio con effetti espansivi sull’affidamento finanziario. Ovviamente, si tratta di una elencazione non certo esaustiva che però è destinata ad allungarsi e che, purtroppo, oggi non possiamo fare poiché manca una statistica significativa dei riscontri empirici. Gli investimenti in performance sociali, dunque, potrebbero procurare alle imprese benefici finanziari intangibili, quali ad esempio quelli derivanti dalla “reputazione”: essa ha fornito in passato enormi benefici alle imprese per fronteggiare momenti di difficoltà. Nonostante ci sia ancora una scarsità di supporti empirici per affermarlo con certezza, alcuni ricercatori sostengono che le imprese con una “buona reputazione” potrebbero difendersi dalle crisi con minori perdite economiche rispetto a quelle che non hanno una buona fama. L’attuazione degli strumenti di CSR, sebbene non garantisca il successo di un’impresa, un elevato tasso di crescita sostenibile, una maggiore stabilità economica, un basso tasso di disoccupazione, ecc., è comunque necessaria per scongiurare l’aggravarsi della crisi e, soprattutto, per lanciare quella cultura economica evoluta per scongiurare che una crisi del genere possa riappropriarsi della società. La CSR, ad ogni modo, deve necessariamente essere concepita dalle imprese come una spontanea leva di sviluppo la cui opportunità non deve essere imposta dalla legge. La società, infatti, date le scarse risorse naturali e le quotidiane problematiche sociali ed ambientali, sarà sempre costretta a muoversi in un’ottica di sostenibilità. E sopravvivranno le imprese più reattive a questo cambiamento. Perciò, la CSR dovrà diventare l’elemento centrale nella definizione delle strategie e del business di ogni organizzazione ed essere pienamente integrata e radicata nel DNA di ciascuna impresa. E non possiamo commettere l’errore di rilegare la CSR alle imprese di medio-grandi dimensioni: l’etica, sebbene intangibile, è parte integrante di ogni soggetto (economico). Se così non fosse, significa che il 97% del tessuto imprenditoriale italiano può esimersi dai principi etici. Non è tollerabile.


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Solo in questo modo, si potrà considerare la CSR non più come un inopportuno costo aggiuntivo per l’impresa e, quindi, un ostacolo in periodi di difficoltà economica come quello attuale, ma piuttosto come un’opportunità da sfruttare per sopravvivere in un momento di crisi globale nonché per rigenerarsi per tempo per poi scattare tonificata nel momento in cui l’economia riprenderà l’ascesa lungo la nuova crescita. Nel nuovo ciclo, com’è nell’indole umana dopo un periodo di sofferenza, si cercherà di evitare – per quanto possibile – gli errori che hanno generato questa depressione economica e ciò è possibile solo attraverso la revisione degli scopi aziendali che non possono più essere devoti alla sola dimensione del profitto ma deve necessariamente scoprire il proprio equilibrio nella sostenibilità. Seguire questo percorso evolutivo vuol dire che l’intera organizzazione dell’impresa, a partire dal sistema di governance, sia pienamente coinvolta e permeata dalla cultura delle responsabilità etica e sociale. Quindi, è prima di tutto responsabilità degli organi amministrativi e di governo garantire un indirizzo strategico ed una coerente gestione dell’azienda focalizzati su una visione dei valori ispirati ad una sostenibilità di lungo periodo, in un’ottica di bilanciamento degli interessi dei diversi soggetti coinvolti, direttamente e indirettamente, nell’attività imprenditoriale. La funzione CSR deve meritare una copertura trasversale all’interno dell’organizzazione aziendale e deve essere capace di creare il trait d’union tra responsabilità sociale – sostenibilità – business dell’impresa. E non è sufficiente limitarsi a redigere il bilancio integrato o il bilancio sociale: non basta l’esercizio numerico, ma è necessaria una cultura devota alla sostenibilità capace di influenzare positivamente i dati rendicontati a bilancio. Per essere efficace, la cultura della CSR deve pervadere il modello di governance ed il modello di business, le politiche gestionali essenziali, in particolare agendo: 1. sulla pianificazione strategica, nell’individuazione degli obiettivi di medio lungo periodo all’azienda; 2. sul marketing strategico, nella determinazione del prodotto e dei suoi valori; 3. sulle politiche del personale; 4. sulle politiche di approvvigionamento e valutazione e selezione dei fornitori; 5. sulle politiche ambientali; 6. sulla capacità di impattare l’economia del territorio; 7. sulle politiche di interazione con l’apparato dello Stato e con le sue regole.


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Il profitto è la spontanea conseguenza, la sua durata nel tempo è funzione delle applicazioni pratiche, mentre la sua intensità è funzione dell’impegno dedicato. In conclusione, abbiamo davanti un nuovo ciclo economico che – probabilmente – durerà qualche decennio. Nel nuovo ciclo – che sarà lento – si eviterà di commettere gli stessi errori degli ultimi decenni poiché, finalmente, ci siamo accorti che il capitalismo rapace rischiava di fagocitare le generazioni future. A questo punto, l’impegno deve essere collettivo partendo dalla governance pubblica, passando dalla governance imprenditoriale per finire al senso civico del cittadino.


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