5 minute read

La regina del lario, di Giovanni Leone, pag

DANIELE MAGGI La Regina del Lario

di Giuseppe Leone

Advertisement

Morire sì, non essere aggrediti dalla morte”, chiedeva il grande poeta etrusco di Tarquinia, Vincenzo Cardarelli, a cominciare già da questo indimenticabile capoverso, a cui faceva seguire: orire persuasi/ he un siffatto viaggio sia il migliore./ in quell'ultimo istante essere allegri/ ome quando si contano i minuti/ ell'orologio della stazione/ ognuno vale un secolo.

Non è senza stupore che la stessa invocazione io la ritrovi, ora, leggendo La Regina del Lario di Daniele Maggi - il primo di quattro racconti di cui si compone una sua raccolta, stampata nel 2020 - con la differenza che il Nostro non si rivolge a lei direttamente, ma a un piroscafo - il Patria - orgoglio della Navigazione sul Lago di Como, costruito nei cantieri di Dervio e varato solennemente il 31 luglio 1926, detto prima Savoia, per avere ospitato il re Vittorio Emanuele III, e successivamente Patria. Non tanto, però, per il suo glorioso passato, quanto perché la sua allegoria aiuta lo scrittore a descrivere la morte di Antonio Stoppani (che non è il geologo, autore del Bel Paese), ma il novantenne nipote di Manfredo Stoppani, primo comandante della motonave, attesa a Lecco, in occasione dell’ultima corsa lungo il lago Lario, dopo il suo restauro, e prima di

M c E c d e far ritorno nelle acque del lago prospicienti Villa Olmo a Como.

Ed ecco l’incipit del racconto: “Non era quella l’unica mattina in cui lo Stoppani l’aspettava – scrive Maggi. Come tutti i giorni da quando era andato in pensione, ed erano ormai quasi trent’anni, era uscito di casa alle otto e trenta, si era fermato all’edicola di piazza XX Settembre dove aveva acquistato il “Corriere della Sera” ed aiutandosi con il bastone aveva attraversato un’assolata piazza Cermenati prima di raggiungere il viale alberato che correva in fregio al Lungolario Cesare Battisti, fino a raggiungere l’imbarcadero” (1).

Ogni mattina - prosegue - Antonio arrivava con la speranza di vederla ed ogni mezzogiorno se ne andava con una punta di delusione perché anche quel giorno “lei” non era arrivata” (4). “Lei” , continua a chiamarla l’autore, non rivelando mai chi ella sia, se una donna e quale donna, o quale altra creatura angelica per lui mezzo di riscatto e salvazione, o chi altro ancora. Ma ora “non c’era alcun dubbio, era “lei”! perché il cuore aveva cominciato ad accelerare i battiti. No, non poteva essere vero, stava sognando. Inconsciamente si era ritrovato a darsi un pizzicotto sulla mano per essere sicuro di essere sveglio. E anche Giorgio, l’amico che l’aveva accompagnato, al suo fianco, stava sorridendo soddisfatto. “Allora, signor Antonio, ha visto? Cosa le avevo detto” Niente, era in uno stato di completa estasi che gli aveva proibito di rispondere, incapace di proferire parola. Intanto si era avvicinato e l’aveva vista in tutta la sua bellezza. Bianca, slanciata, la prua affilata come un coltello, l’alto fumaiolo con doppia banda nera, le sue grandi ruote a pale parzialmente coperte da

un carter sul quale campeggiava a caratteri cubitali la scritta “Patria” e la poppa rotonda con il pennone inclinato sul quale sventolava la bandiera tricolore, tanto grande da sfiorare l’acqua” (6-7).

E adesso la sua “lei”, La Regina del Lario – conclude - era in viaggio verso il suo ultimo porto e lui era convinto che, alla lunga, l’esistenza di questa meravigliosa motonave sarebbe scivolata nel dimenticatoio, un po’ come avviene anche per gli uomini, pensò con profonda amarezza. Ma lui no, non l’avrebbe di certo dimenticata, mai”. Poi, “improvvisamente aveva sentito le palpebre appesantirsi ed aveva chiuso gli occhi ... Il signor Antonio non lo poteva più sentire. In quel momento era al timone della sua “lei”, la Regina del Lario, che con la prua affusolata fendeva le placide acque del lago, lasciando dietro di sé una scia di ricordi e di rimpianti. Al Giorgio era parso di sentire i rintocchi della campana di prua che annunciavano la partenza per il “loro” ultimo viaggio. E si era ritrovato a piangere” (12-13).

Non si pensi che, per aver voluto andar dietro a questa allegoria del piroscafo, lo scrittore indugi assai poco su emozioni e sentimenti. Daniele Maggi, lecchese, già autore di altri scritti e del romanzo storico Il mistero del Lavello, conosce bene i confini che devono dividere l’arte del raccontare dalla passione critica dell’indagare e dell’esporre: egli riesce a far vivere, oltrepassando il sottile velo dell’allegoria, le idee nei personaggi e i personaggi nelle idee, mantenendo un giusto equilibrio tra realtà e finzione, e disponendo il tutto in un sapiente intreccio di richiami e suggestioni nella memoria dell’io narrante. Così, in questo passo finale, quando descrive il ritorno al bambino di un tempo:“Sì, perché quel piroscafo era il suo preferito in quanto nascondeva uno stretto legame affettivo che non aveva mai voluto rivelare a nessuno, nemmeno al Giorgio. Il primo comandante del “Savoia” era stato, infatti, lo zio Manfredo Stoppani ed era grazie a lui che il 28 maggio 1927, accompagnato dal papà, aveva potuto salire a bordo quando il piroscafo aveva avuto l’onore di ospitare nientemeno che il Re d’Italia Vittorio Emanuele III, giunto a Como per le celebrazioni del centenario della morte di Alessandro Volta” (11).

Per cui il racconto è elegiaco e lirico, nonché bello ed emozionante a un tempo. La lingua è quella d’un italiano puro, ma vivo e attuale, lontano da preziosismi estetizzanti così come da contaminazioni gergali o dialettali, tale che non si abbassa mai verso la parlata comune, né si innalza verso l’inutile retorica.

Maggi non riduce mai la sua aspirazione al recupero della pagina bella pensando di sublimare liricamente la visione meramente fantastica del suo io nel segno di una purezza formale fine a se stessa. Egli pensa piuttosto di caricare la parola all’insegna dell’analogia, onde accostare realtà all’apparenza così lontane e diverse: quella di un piroscafo, che si conclude con l’ultimo giro del Lario, e quella di Antonio Stoppani, novantenni entrambi.

Non si è detto che La fotografia, L’anguilla di Natale, La pescatrice, sono i titoli degli altri racconti che completano la raccolta, tutti legati alla vita del lago. Per carità, tutti rispettabilissimi per forma, stile e contenuti, ma ho preferito non commentarli per non doverne spalmare la bellezza. Ho preferito che la bellezza de La Regina del Lario conservasse tutto il suo valore assoluto, cosciente, che relativizzarlo avrebbe potuto normalizzare la sua eccezionalità. Daniele Maggi La Regina del Lario e altri racconti (20172020). Lecco 2020.Pp. 56

This article is from: