Italia Ornitologica - Numero 5

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Rivista mensile di Ornitologia Scientifica - Tecnica - Pratica Organo Ufficiale della F.O.I.-Onlus

ANNO XLVI numero 5 2020

Estrildidi Fringillidi Ibridi

Diamante guttato x Padda

Ondulati ed altri Psittaciformi

Canarini di Forma e Posizione Lisci

Gli “Ino”

Il Bernois

Canarini di Forma e Posizione Arricciati

Arricciato Svizzero Frisé suisse



ANNO XLVI NUMERO 5 2020

sommario 3 5 13

La discussione Giovanni Canali Diamante guttato x Padda Francesco Formisano

Gli “Ino” Giovanni Fogliati

Estrildidi Fringillidi Ibridi

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Ondulati ed altri Psittaciformi

Il Bernois Sergio Palma

Arricciato Svizzero - Frisé suisse Aurelio Radice e Emilio Sabatino

Selvatico o domestico? Pierluca Costa

Alimentazione e colori Giovanni Canali

Il Frosone topazio Francesco Faggiano e Beata Gallipoli con Renzo Esuperanzi

Orni-flash News al volo dal web e non solo

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Le categorie a concorso che tutti vorrebbero (2ª parte)

41 Gli atlanti ornitologici e la loro importanza Pier Franco Spada 45 Don Pietro Franchetti Roberto Basso 48 L’aceto di mele Pierluigi Mengacci 51 Recensioni - novità editoriali Gennaro Iannuccilli 56 Arricciato Gigante Italiano C.T.N. C.F.P.A. 57 Pagina aperta Argomenti a tema 59 Carmelo Montagno

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Canarini di Forma e Posizione Lisci

La F.O.I. in lutto per la perdita del Presidente Onorario Riccardo Coffetti A. Sposito, A. Spadarotto e A. Benagiano

Lettere in Redazione Attività F.O.I. - Verbale Consiglio Direttivo del 14-15 febbraio 2020

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Canarini di Forma e Posizione Arricciati

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Italia Ornitologica è la rivista ufficiale della F.O.I. - Federazione Ornicoltori Italiani, pubblicata in 10 (dieci) numeri annuali a cadenza mensile, 2 (due) dei quali in versione bimestrale nel periodo estivo (Giugno/Luglio e Agosto/Settembre). Il numero 5/2020 è stato licenziato per la stampa il 28/05/2020



Editoriale

La discussione di G IOVANNI CANALI

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n tutti i campi, specialmente ove ci sono aspetti di ricerca o culturali in genere, la discussione è almeno importantissima. Direi tranquillamente indispensabile. Per approfondire un tema, porre a confronto idee diverse è stimolante e chiarificatore, sia per chi discute, che per chi ascolta. Non a caso sui media, specialmente in televisione, si mettono a confronto persone autorevoli ma di opinioni diverse. Questo è il modo migliore per fornire all’ascoltatore, se interessato, un quadro utile per formarsi una propria opinione.

Anche per chi discute, se non ci sono pregiudizi, è utile considerare valutazioni diverse. Talora, sempre per chi è in buona fede e disposto al dialogo, può accadere che si modifichi una posizione. Si dice che la capacità di cambiare idea è propria delle persone più intelligenti. Esiste anche un galateo nella conversazione, anche se spesso poco seguito. È tipico dei dibattiti televisivi andare fuori dalle righe e polemizzare violentemente, magari interrompendo con determinazione e con intento prevaricatorio. Ritengo che certi atteggiamenti polemici e verbosi siano tollerati per fare ascolto.

Fonte: www.serena-mente.it

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Editoriale Tuttavia, se da un lato possono essere coinvolgenti, spesso però si rischia di avere l’impressione che abbia ragione chi grida più forte e si agita di più, non chi ha gli argomenti migliori. Purtroppo, l’indice di gradimento da conseguire induce anche i moderatori a tolleranze eccessive. Talora si ha perfino il dubbio che certe liti siano programmate. Sui social poi le polemiche raggiungono livelli estremi, come se fosse un porto franco che garantisse anonimato e impunità, ma non è così e quando taluno se ne accorge è tardi, come si dice anche in altre circostanze: “voce dal sen fuggita poi richiamar non vale”. Il galateo di cui sopra vorrebbe che si parlasse uno alla volta, con toni corretti ecc.; direi però che espressioni severe debbano essere consentite, specialmente di fronte ad errori gravissimi e fuorvianti, ma sempre nei limiti, anche quando l’insulto verrebbe spontaneo. Sarebbe bene che, tuttavia, non si fosse troppo permalosi, accettando lo scambio, anche forte, senza offendersi e tantomeno senza querelare, se non in casi eccezionali; la magistratura ha cose più importanti da fare. Inoltre, personalmente sono contrario ai reati di opinione; diverso il caso di accuse calunniose, ma questa è mia opinione personale. Il nostro ambiente non fa eccezione, del resto non vedo perché dovrebbe farla. Anche da noi la discussione è importantissima, ma a volte non viene ben accettata e ci sono tentativi di imporre il proprio punto di vista, non tollerando dissensi. Talora, riguardo la nostra preziosa Italia Ornitologica, c’è chi vorrebbe una libertà totale, come chi, al contrario, vorrebbe ferrea censura. Di certo utilissima la prof. Lorenza Cattalani che emenda gli errori d’italiano, compresi i miei. Ritengo che la scelta migliore sia una censura minima, limitata a togliere insulti ed errori certi e macroscopici, ma lasciando la massima possibilità di espressione. Del resto, la nostra è una rivista più tecnica che scientifica. Da qui l’occasione utilissima di discutere, magari non all’infinito ma discutere. Nelle riviste scientifiche esiste un controllo accurato, ad opera di arbitri neutrali, che decidono sulla accettabilità dell’opera proposta e che possono essere anche molto utili, poiché talora suggeriscono miglioramenti sull’intervento stesso. Inoltre, se non vado errato, c’è la possibilità di contestare l’opera pubblicata, sempre quando la contestazione è accettabile, dopo di che l’autore può rispondere alla contestazione; poi la questione è chiusa, almeno in quella sede. Nel nostro ambiente, fra chi è contrario alla libertà di espressione, sembra esserci una sensibilità eccessiva verso chi professa opinioni diverse dalle sue e questo non mi sembra giusto. Avere opinioni diverse non è un insulto verso chi la pensa diversamente.

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C’è anche chi tende a estremizzare il lavoro delle Commissioni Tecniche, le quali, sia detto con tutto il rispetto, sono organi tecnici consultivi e propositivi della Federazione. A volte sembra quasi che sia la Federazione che debba rispondere alle Commissioni e non il contrario. Anche il Comitato di Redazione della rivista non ha alcuna subordinazione alle Commissioni Tecniche, ma risponde alla Federazione. Questo Comitato di Redazione ritiene di solito, pur non avendone l’obbligo, di sottoporre alle Commissioni Tecniche gli scritti di competenza, non per una censura, bensì per un parere. Quando la Commissione Tecnica consiglia di non pubblicare, in presenza di errori certi e dimostrati come tali, quindi non aspetti opinabili, il Comitato si adegua informando l’autore che, a sua volta, può chiedere spiegazioni alla CTN. In casi opinabili il Comitato valuta caso per caso, tendenzialmente con favore per la pubblicazione. Di certo la Commissione può sempre esprimere il proprio parere, magari contestualmente alla pubblicazione con la quale è in disaccordo, quando si esprime in tempi brevi, altrimenti potrà farlo successivamente. Le contestazioni alle decisioni delle Commissioni Tecniche non sono atti di lesa maestà, ma legittime prese di posizione diverse, talora utili ad una revisione di quanto deciso. Molto bene fanno le Commissioni Tecniche che si rapportano con tecnici non facenti parte delle medesime, come con i giudici ed allevatori esperti. Va detto che in campo scientifico e tecnico, l’autorevolezza non è un fatto democratico legato ai voti presi, ma alla bontà delle decisioni e delle idee con relative motivazioni, che presuppongono effettiva competenza. Non a caso io preferirei che le Commissioni Tecniche non venissero elette ma nominate, scegliendo non in base alla popolarità, ma alla competenza dimostrata: allevando, giudicando e soprattutto pubblicando a buon livello. Le pubblicazioni sono importantissime, poiché le Commissioni devono saper scrivere per redigere i criteri di giudizio. I criteri di giudizio sono molto difficili da formulare, poiché solo chi è preparatissimo è in grado di sintetizzare in poche parole semplici tutto quanto c’è da dire su di una caratteristica. Quando ci sono polemiche, è bene abituarsi a valutare gli argomenti senza tener conto di situazioni varie, tipo: le cariche o la popolarità di chi si esprime. In certi casi, per sciogliere dubbi, sarebbe auspicabile interpellare ornitologi professionisti e biologi. Ho ritenuto utile fare queste precisazioni perché so di atteggiamenti discutibili che sono talora emersi. Spero di aver dato uno scorcio di quello che ritengo essere un buon “modus operandi”.


ESTRILDIDI FRINGILLIDI IBRIDI

Diamante guttato x Padda testo e foto di FRANCESCO FORMISANO

Diamante guttato x Padda, speratura, 6 uova gallate

Ringraziamenti Di solito i ringraziamenti a quanti, per vari motivi, sono stati “musa ispiratrice” o protagonisti attivi nella realizzazione di un’opera, scorrono nei “titoli di coda”; a me invece piace andare contro corrente, fuori dagli schemi convenzionali, ed inizio quindi questa nota ringraziando due amici che hanno avuto un ruolo importante nell’esperienza riproduttiva che vado a raccontare, vale a dire Enrico Milani e Renzo Esuperanzi. Il primo per avermi confortato e infuso speranza quando le prime deposizioni erano immancabilmente e puntualmente composte solo e sempre di uova chiare. Il secondo per avermi spronato a “battere il ferro finché è caldo”, in modo da

Prime schiuse

riprodurre quanti più esemplari possibile, per poter realizzare quello che, a suo dire, non si era fino a quel momento mai visto a livello espositivo e cioè uno stamm. Sinceramente, senza i suoi reiterati sproni, mi sarei fermato ai primi tre, ritenendomi già soddisfatto di avere ottenuto un eventuale bel singolo. Grazie, ragazzi! Il Diamante guttato (Stagonopleura guttata – Shaw, 1796) Taglia 12 cm; sessi simili. Descritto come Loxia guttata da Shaw nel 1796, il Diamante guttato, un tempo conosciuto anche come Passero moscato, termine oggi desueto, è stato per anni l’unico ascritto al genus stagonopleura prima di essere

trasferito insieme al Diamante orecchie rosse e al Diamante coda di fuoco nel genus Emblema, il quale fino ad allora annoverava il solo Diamante variopinto, andando così a comporre quel quartetto di Diamanti australiani che nei Paesi anglofoni sono detti Firetail – coda di fuoco. Precedentemente, il Diamante orecchie rosse e il Diamante coda di fuoco rappresentavano un altro genus denominato Zonaeginthus ed erano rispettivamente conosciuti come Zonaeginthus oculatus il primo e Zonaeginthus bellus il secondo. Recentemente gli studiosi hanno rispolverato il vecchio taxon Stagonopleura, inserendovi anche questi ultimi due, oltre al D. guttato, lasciando il solo D. variopinto nell’Emblema.

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Uno dei più belli tra i Diamanti australiani, elegante e contestualmente tozzo; dotato di colori sobri ma disposti in maniera tale da renderlo attraente, con il grigio chiaro che copre la testa e le gote, sfumando sulla nuca per lasciar posto ad un grigio olivastro che copre le parti superiori, ali comprese; il nero che colora i lori, barra pettorale e fianchi (a pois bianchi); il bianco che dal mento arriva sino al sottocoda, interrotto solo dal nero dalla banda pettorale; becco rosso cupo, pennellata rosso fuoco su codione e sopraccoda; coda marginata di nero, anello perioculare color carnicino rossastro. Sessi simili; sembra che la femmina abbia taglia più piccola, banda pettorale meno ampia, il rosso del codione arancionato e anello perioculare più chiaro; in realtà è il canto, del quale solo il maschio è dotato, la discriminante certa per differenziare i sessi. Specie monotipica, vive in Australia occupandone un vasto areale negli stati orientali e sud-orientali: dal Queensland meridionale verso sud attraverso il Nuovo Galles del Sud, Victoria e Penisola di Eyre all’isola Kangaroo; presumibilmente, negli ultimi tempi nel Queensland ha ampliato il proprio areale portandosi

A 2 gg. dalla schiusa

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a nord del fiume Dawson. Perlopiù è sedentario, ma durante la stagione fredda popolazioni che hanno riprodotto ad una certa quota, come i Monti Grampiani, si spostano verso il caldo nord; in questo contesto si hanno diversi biotopi e così l’habitat varia dalla foresta di eucalipto alla boscaglia con acacie e altre essenze arboree endemiche, prateria e savana con rara presenza di alberi, campi coltivati (a cereali), parchi e giardini in zone urbane e suburbane; indispensabile per questa specie è la presenza di acqua. Essenzialmente granivoro, ricerca con tenacia piccoli invertebrati e le loro larve (proteine nobili) durante il periodo riproduttivo quando ci sono i piccoli nel nido. La riproduzione avviene al termine della stagione delle piogge, quando la natura offre abbondanza di erbe e piante cariche di semi, graditi sia allo stato immaturo o lattiginoso, sia maturi o secchi; direttamente correlata a questo evento, la disponibilità dei piccoli insetti di cui prima. Il nido, abbastanza grossolano all’esterno ma ben rifinito all’interno, viene assemblato ad una media altezza in cespugli, ovvero nel folto del fogliame degli alberi, per buona parte dal maschio, con materiale vegetale

A 7 gg. dalla schiusa

secco e rifinito internamente con materiale soffice come peluria animale o piume. La deposizione media si compone di 5 uova (2 – 7 gli estremi), covate a turno da entrambi i partners; si schiudono trascorsi 13 giorni da quando inizia l’incubazione vera e propria, cioè a partire dal 4° uovo deposto. I pulli, implumi alla schiusa, in capo ad una settimana iniziano ad impiumare; singolare è la comparsa delle piumette rosso scarlatto del codione già a questo stadio. Abbandonato il nido verso la terza settimana di vita, dipendono dai genitori per una decina di giorni ancora, dopodiché si emancipano e iniziano a vagabondare, riuniti in piccoli gruppi misti composti da coetanei conspecifici e non, alla ricerca del cibo. Come molte altre specie alate endemiche dell’Australia, questo piccolo passeriforme ha fatto registrare negli ultimi vent’anni una notevole contrazione numerica in natura, dovuta non alla pressione dei trappolatori (la cattura e la relativa esportazione della flora e della fauna nazionale è vietata da leggi severe), bensì alle mutate condizioni ambientali di vaste zone rurali e selvatiche, trasformate drasticamente dalle attività umane e dai numerosi e persistenti incendi.


Il Padda (Lonchura oryzivora - Linneo, 1758) Taglia 14 cm; sessi simili. Specie monotipica, originaria dell’Indonesia, il Padda, descritto da Linneo nel 1758 come Loxia oryzivora, è distribuito sulle grandi isole dell’Oceano indiano di Java, Bali e Bawean; inoltre, è stato volutamente o accidentalmente introdotto (soggetti evasi da allevamenti) in diverse zone del Sudest asiatico un po’ a macchia di leopardo: India, Sri Lanka, Burma, Thailandia, Singapore, Sumatra, il Borneo, le Molucche, isole della Sonda Minore, arcipelago delle Filippine, Fiji, Taiwan, Cina, Giappone, Vietnam del Sud fino alle Hawaii, Puerto Rico e nella fascia rurale intorno a Miami in Florida. Generalmente sedentario, il Padda, conosciuto un tempo anche come Fringuello di Java, appellativo oggi desueto, effettua spostamenti locali in occasione della maturazione del riso, di cui fa razzia, risultando alquanto dannoso per l’economia degli agricoltori locali. A questo proposito, si narra della caccia spietata nei suoi confronti da parte dei contadini e pare addirittura si faccia uso del lanciafiamme, utilizzato di notte nei siti adibiti a dormitorio. Questa pratica, oltre alla caccia con gli strumenti tra-

A 9 gg. dalla schiusa

dizionali di cui è oggetto semplicemente perché fonte di proteine nobili e a buon mercato per le povere popolazioni rurali locali, ne ha talmente ridotto il numero in natura che attualmente la specie è inclusa in allegato "B" della CI.T.E.S. - Fascia "B", come "specie comunemente e facilmente allevate in cattività", per la cui detenzione è d'obbligo la denuncia di nascita e il marcaggio a norma. In natura gli habitat di elezione sono la campagna, la boscaglia, i terreni ricoperti da arbusti e i margini delle coltivazioni di riso, frumento e bambù; gregario e sociale, al di fuori del periodo riproduttivo si sposta in grossi stormi composti da 200 e passa individui, a volte misto ad altre Lonchure (Munie) che condividono lo stesso areale di distribuzione e di alimentazione, mentre si muove a coppie o gruppi familiari durante la stagione degli amori. L’alimento base, come indicato anche dal nome scientifico, è il riso; si nutre comunque anche di altri semi, di frutta, di piccoli invertebrati e delle loro larve, in maggior misura durante la riproduzione quando ci sono i piccoli nel nido. Affatto schivo, nidifica anche nei pressi degli agglomerati urbani; il nido, rozzo e di forma

tondeggiante, viene assemblato da entrambi i sessi, generalmente posto su un albero, in cavità naturali oppure sfruttando il sottotetto, sia esso di paglia o di laterizi, delle costruzioni degli umani. La femmina depone da 4 a 6 uova (3 – 8 gli estremi) ed entrambi i partners le covano a turno; la schiusa avviene dopo 18 giorni di cova. I pulli, alimentati da entrambi i genitori, lasciano il nido trascorse quattro settimane per poi emanciparsi dopo altre due. Questo Estrildide, da tutti gli autori, è collocato nel genus Lonchura, al pari del cugino Padda di Timor (Padda fuscata); in verità quest’ultimo, più dell’oryzivora, è fenotipicamente vicino alle Lonchure; sarebbe auspicabile il test del DNA mitocondriale per verificare l’effettiva appartenenza. L’ibrido Si dice che “l’appetito vien mangiando” e in parte è vero; infatti, dopo Donacola petto castano x Padda e Cappuccino testa bianca x Padda, osservando il “materiale” disponibile nel mio piccolo allevamento formo un’altra coppia sui generis: Diamante guttato x Padda, tentando di realizzare un ibrido certo non inedito, ma sicuramente raro - e (spero) bello -,

A 15 gg. dalla schiusa

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completando così nel frattempo quella ch’è stata definita da alcuni amici “la trilogia” del Padda. Il Diamante guttato è da circa un anno in attesa di una compagna; frutto di uno scambio con l’amico Silvio Iadanza, al quale ho dato una Donacola p. castano. In verità, sto cercando una guttato opale poiché, a detta di Silvio, il maschio è portatore di tale mutazione, ma ahimè, esperienze pregresse mi hanno insegnato che attingere dai commercianti del settore specie di uccelli difficili da sessare, è poco conveniente; infatti

costruita dallo scrivente, abbastanza larga e profonda col foro d’ingresso in alto. Fornisco materiale vario quale sottili steli e radichette di graminacea essiccati, sfilacci di juta e cotone idrofilo che rendono soffice l’imbottitura della coppa. Oltre al solito miscuglio di semi fornisco anche fettine di mela e foglie di verdura varia, testando quanto gradito; inizio anche a fornire qualche tarma della farina fissandola nella pinzetta portafrutta. Osso di seppia e, sul fondo, un contenitore di terracotta con grit e carbone vegetale sono sempre presenti.

A 20 gg. dalla schiusa, prossimi all'involo. Notare il codione marrone rossiccio dei due nidiacei in primo piano

spesso rifilano maschio per femmina e viceversa senza farsi tanti scrupoli. Preferisco così attendere che il passaparola attivato mi possa condurre a qualche allevatore serio e di fiducia - magari corregionale -. Nell’attesa decido, come avanti detto, per l’ibridazione. La Padda è una di quelle regalatemi da Enrico Milani un po’ di anni fa. Formata durante l’estate, la coppia viene alloggiata in un gabbione di 120 cm; a settembre allo sportello di una delle pareti laterali fisso una cassetta nido di legno del tipo usato per le cocorite,

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La coppia ben presto si affiata e spesso il maschio fa sentire il suo canto da innamorato, trasportando nel nido tutto ciò che raccatta sul fondo del gabbione come bucce appassite di mela e residui delle varie verdure fornite. Quando la Padda inizia a deporre, l’attaccamento mostrato dal D. guttato nel covare le uova, particolarmente di giorno, lascia ben sperare per il futuro per quanto concerne le cure parentali, nell’eventualità si verificasse qualche nascita. Da ottobre a maggio colleziono circa una trentina di uova, puntualmente

chiare. Preso un po’ dallo sconforto, mi dico: “Quasi quasi mollo...”, dando credito a quanti pensano che stia perdendo tempo, ma Enrico mi conforta: lui ha realizzato un paio di volte tale ibrido, mai giunto purtroppo all’età adulta per vari e banali motivi. Enrico è persona seria e io gli credo; inoltre, l’ultima deposizione prima della muta, quella di maggio, conferma la bontà delle sue parole. Infatti, su un totale di 6 uova deposte, alla speratura 2 risultano gallate. Non sto più nella pelle per la gioia e conto i giorni che mancano alla fatidica data prevista per la schiusa, che però, purtroppo, non avviene, in quanto lo sviluppo dell’embrione si arresta intorno al 14° giorno di incubazione, nonostante i due partners, alternandosi, siano assidui nella cova. Comunque, è già qualcosa, anzi molto! Personalmente, quando formo una coppia ibrida, considero la gabbia o voliera che la ospita come vuota, quindi non mi aspetto alcun risultato; con questa filosofia (e tanta pazienza) aspetto: tutto ciò che poi verrà di positivo è tanto di guadagnato. Lascio la coppia nel gabbione per tutto il periodo della muta, ma verso la metà di agosto la sposto nella voliera esagonale, la più grande delle mie voliere, arredata con alberelli (leccio) e cespugli vari. Questa sistemazione (provvisoria) è necessaria in quanto ho notato che il guttato ha accumulato adipe sia nella zona collopetto sia in quella addominale (purtroppo la specie tende ad ingrassare) e questo potrebbe causare problemi durante la copula, compromettendo la fecondità. Fortuna vuole che in questo periodo nella voliera vi sia una famigliola di D. mandarino con i novelli non ancora completamente emancipatisi dai genitori, ma già ottimi volatori; il D. guttato prende di mira l’intera famigliola (probabile che in natura, laddove gli areali si sovrappongono, le due specie siano antagoniste), trascorrendo gran parte della giornata ad inseguire o scacciare dal suo range d’azione il rivale di turno: meno male che, a parte a qualche piuma strappata, grossi danni non ne fa, anzi gli inseguimenti risultano salutari


in quanto gli fanno smaltire il grasso accumulato durante la permanenza nel gabbione. Quando, verso ottobre, la Padda inizia a visitare le cassette nido poste nel folto del fogliame o fissate alla nuda rete a varie altezze, decido di spostarli in un’altra voliera alloggiandoli stavolta in un modulo di 150x150x200 cm. Nel nuovo alloggio, in capo a una ventina di giorni, il D. guttato esibisce il display nuziale della specie, comune a diversi altri Estrildidi, quale il rito del filo di paglia nel becco, saltelli ed inchini accompagnati dal canto, piumaggio arruffato e atteggiamento baldanzoso nell’accostarsi alla Padda, la quale, da parte sua, assiste curiosa e ammaliata da cotanta maestosa pantomima. Fisso allora alla rete ad una altezza di circa 180 cm da terra sul lato dove insiste lo sportello per la fornitura del cibo, uno dei porta nido di cui sopra già parzialmente imbottito con graminacea essiccata, ponendone altra sul fondo della voliera, lasciando ai pennuti il compito di completarne la costruzione con lo scopo di cementare il rapporto di coppia. Lo sportello è abbastanza ampio da permettere il passaggio della cassetta nido, nonostante le dimensioni fuori standard, consentendomi di gestire dall’esterno l’intero ciclo riproduttivo, dalla deposizione delle uova fino all’involo dei nidiacei, senza disturbare più di tanto o causare inutili spaventi. Al frenetico viavai del maschio dal fondo voliera al nido con il materiale vegetale essiccato nel becco, fa seguito un periodo di quiete in cui noto la femmina beccuzzare sempre più spesso l’osso di seppia, così come il grit nella ciotola sul fondo. In breve tempo ha inizio la deposizione e, tenendoli d’occhio senza curiosare nel nido, segno sul calendario una data approssimativa e inizio il conto alla rovescia, contando 18 giorni da quando si alternano regolarmente a covare durante la giornata, mentre la notte viene trascorsa da entrambi nella cassetta nido. Evito persino di effettuare la speratura; addirittura lascio passare un altro paio di giorni oltre la data prevista per la schiusa e finalmente, al 20° giorno di cova, incrociando le dita, decido di

guardare all’interno del nido e con enorme soddisfazione vi ritrovo 3 pulli di circa un paio di giorni di età, implumi, con pelle chiara e vitalissimi; ne approfitto per scattare qualche foto per immortalare l’evento. Inizio a questo punto a fornire, in contenitori a parte, miglio bianco, niger (graditissimo dal D. guttato) e semi di girasole nero medio, sulle prime gradito solo dalla Padda ma in seguito anche dal guttato; tarme della farina (quelle bianche senza esoscheletro) fornite da un minimo di 3 fino un massimo di 9/die, somministrate in una

do piccole escoriazioni alle zampine), imponendo loro l’anellino di tipo B. I novelli si involano verso il 20° giorno di vita e durante la prima settimana trascorrono ancora la notte nella cassetta nido. Verso i 35 giorni si emancipano, ma per sicurezza li separo dai genitori al 40° giorno collocandoli in un gabbione di 90 cm, nel locale dove allevo. Continuo a fornire il misto dato ai genitori, oltre a fettina di mela, fogliolina di lattuga, parsimoniose razioni di girasole e qualche tarma della farina a parte in una ciotola sul fondo. Osservandoli da vicino, al

Diamante guttato x Padda - famigliola. Notare la gola bianca nel 1° soggetto a sx, a muta completata - unica femmina- saràbianco candido come nel parentale australiano

ciotola sul fondo, sono graditissime da entrambi, al punto tale da indurli a scendere sul fondo a pochi centimetri dal sottoscritto, superando senza timori quella sorta di barriera invisibile che solitamente i volatili interpongono tra noi e loro, prima di volare via spaventati. Una fettina di mela (2 volte al dì) e dopo circa 6 giorni dalla schiusa una foglia di lattuga (fornirla prima può causare diarrea) completano la dieta, finalizzata a un rapido e sano sviluppo dei nidiacei. Al settimo giorno dalla schiusa li inanello, non senza difficoltà (provocan-

momento il “contributo” del D. guttato è visibile nel bianchiccio del mento, mentre la struttura è del Padda. Aspetto con ansia che effettuino la prima muta. “Meglio battere il ferro finché è caldo, Francesco, approfittane adesso che l’estro è sincronizzato, anche perché uno stamm di D. guttato x Padda non è cosa di tutti i giorni, anzi, non si è mai visto”. Il suggerimento, spassionato e sincero, in occasione del nostro incontro a Pesaro, dove si sono tenuti i Campionati Italiani di ornitologia 2015, è dell’amico Renzo Esuperanzi

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al quale ho accennato di questa mia esperienza riproduttiva. In verità è mia intenzione fermarli per il periodo invernale, in quei mesi cioè presumibilmente più freddi e certamente meno dotati di ore luce, in attesa delle tiepide e più lunghe giornate primaverili; soprattutto, sono indeciso se continuare questa ibridazione oppure concluderla qui e dedicare il modulo della voliera che li ospita ad una coppia di Lucherino eurasiatico. Comunque, do ascolto a Renzo e quando noto i novelli sgusciare i semi del misto cambio il materiale ormai sudicio nella cassetta nido e ne spargo del nuovo sul fondo della voliera. Si ripete allora il rito del filo di paglia e tutta la procedura di cui sopra; in breve, la Padda inizia a deporre e visto che durante la covata precedente, da quando ho inanellato i pulcini in poi, ho potuto curiosare nel nido e scattare anche qualche foto, senza turbare più di tanto i genitori, stavolta effettuo la sostituzione delle uova e alla deposizione del 5° rimetto nel nido tutti gli altri, decidendo di controllarne l’eventuale avvenuta fecondazione al 7° giorno di incubazione, quando, con enorme soddisfazione vi ritrovo 8 uova, delle quali 6 gallate. A 18 giorni dalla posa delle uova decido di curiosare, al ritorno del lavoro nel primo pomeriggio, trovandovi due pulcini presumibilmente nati da poco e un uovo col guscio già parzialmente forato dal nascituro, mentre le altre gallate, ancora intere, si schiuderanno nell’arco dei due giorni successivi. Ad un nuovo controllo vi ritrovo 5 nidiacei e le due uova chiare, mentre dell’altro fecondato né dell’eventuale pulcino nato vi è alcuna traccia: pazienza! Purtroppo, uno degli inconvenienti della voliera è la perdita irreparabile, per ovvi motivi, di uova o nidiacei accidentalmente caduti dal nido. Inizio allora a fornire quanto dato nella covata precedente, cui aggiungo stavolta le perle morbide “asciugate” con semolino; ritrovarli al controllo (ogni 3 – 4 gg.) con il gozzo ben pieno è un’enorme soddisfazione. Lo sviluppo è molto rapido e così come con i fratelli della prima covata incontro non poche difficoltà

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ad inanellarli al 7° giorno di vita. Man mano che impiumano, il codione in alcuni diviene di colore marrone rossiccio, similmente ai nidiacei puri di D. guttato. Anche questi cinque soggetti sono assistiti assiduamente dai genitori (encomiabile il guttato), ma dopo l’involo qualcosa non funziona così bene come nella nidiata precedente. Infatti, dopo un paio di giorni dall’evento, ritrovo un pullus sul fondo della voliera, morto; nel raccogliere il cadaverino, mi accorgo di un altro che giace inerte nel portanido e, ironia della sorte, si tratta di quello più grosso di taglia tra i cinque, il quale manifesta già le gote biancastre. Rattristato e temendo altre perdite, tengo sotto controllo per un po’ il maschio, perché è chiaro che sia stato lui (da alcuni giorni lo sento cantare supereccitato). Per fortuna, quanto temuto non accade ed i tre superstiti raggiungono l’indipendenza senza intoppi, svezzati alla grande. Durante la permanenza nel nido di questa nidiata, ho ecceduto nel fornire le larve di Tenebrione ed i semi di girasole, considerando che erano ben cinque stavolta i nidiacei da sfamare rispetto alla precedente covata; forse questa alimentazione, diciamo “super condizionante”, ha influito negativamente sugli ormoni e sulla “linea” del maschio, con le nefaste conseguenze di cui sopra. Conseguenze che si prolungheranno anche per la covata successiva; infatti, separati i novelli, fornisco materiale per la costruzione di un nuovo nido; la Padda depone sei uova, delle quali solo due però stavolta risulteranno gallate: maschio supereccitato o semplicemente ingrassato? Credo sia valida la seconda ipotesi, visto le abbuffate di cui è stato protagonista! Anche questa nidiata giunge comunque regolarmente all’indipendenza. Intanto siamo in maggio e la muta per la coppia genitrice è incipiente. Separati dai genitori, i novelli sono alloggiati in un contenitore di 120 cm, in compagnia di due coetanei ibridi Cappuccino testa bianca x Padda. In totale ottengo dieci ibridi, dei quali otto viventi, in questa annata riproduttiva; non male, davvero, resta solo un

po’ di rammarico per come potevano risultare a muta ultimata quelli deceduti, in particolare quello maggiorato di taglia e con le gote biancastre già all’involo, ma il nostro hobby contempla anche questo (purtroppo!). Quando lasciano il nido, i novelli hanno livrea grigio scuro sulle parti superiori, mento bianchiccio, petto grigio chiaro e addome e sottocoda denotano presenza di feomelanina; becco e coda sono neri. Durante la muta (abbastanza impercettibile), la prima metamorfosi riguarda il becco che, da nero, vira man mano in un bel rosso corallo; successivamente, inizia a demarcarsi il petto, divenendo nerastro fuligginoso diversamente dall’addome, bianco neve (come il guttato) in alcuni (prima covata), biancastro negli altri (seconda e terza covata); spunta poi il nero del mento, che si estende ai lati del petto, tranne in uno della prima covata che rimane bianco, anzi diviene bianco candido rispetto a prima della muta. Il fianco di quelli della prima covata è screziato di nero e bianco (tipo fianco del Diamante modesto o zebrato che dir si voglia), mentre negli altri vira a screziato con confusi pois biancastri, ricalcando abbastanza il disegno del fianco del guttato. Questi ultimi hanno piumaggio vaporoso e, similmente al parentale australiano, appaiono più tozzi e “tondi”. Il Padda si riconosce per il bianchiccio delle gote (marchio presente in tutti), il nero del mento e naturalmente la taglia. Tutti hanno il codione chi più chi meno intenso, di colore bruno rossiccio. Tutto sommato, direi che le caratteristiche dei parentali siano ben bilanciate e visibili. Sessi simili, ma dal canto - forte e simile a quello del Padda, note finali da guttato - deduco siano sette maschi e una sola femmina (il soggetto col mento bianco). L’ibrido in mostra La prima mostra alla quale partecipo con quest’ibrido è l’internazionale di Salerno (2^ edizione), tenutasi a Ottobre 2016; uno della prima nidiata, quello che considero il più bello e che, a mio modesto (e severo) parere, valu-


to 93 punti pieni. Evidentemente, anche chi è preposto al giudizio è della stessa idea, poiché, confermando la mia valutazione, lo classifica primo nella sua categoria. In occasione del campionato italiano 2016, dove praticamente “gioco in casa” (Ercolano), presento uno stamm e il singolo presentato a Salerno con questo risultato: lo stamm si piazza primo con 369 punti; il singolo invece non conferma il punteggio di Salerno, racimolando solo 91 punti ed è fuori dal podio. Nel gennaio 2018 il campionato mondiale, emisfero nord, si tiene nel nostro Paese in quel di Cesena; nell’occasione ripresento lo stamm, sostituendo però uno dei quattro perché interessato da una falsa muta; ma non va molto bene perché proprio il sostituto, “punta di diamante” del gruppo (il 93 punti di Salerno), evade durante l’ingabbio - verrà ripreso solo verso sera – e, credo per questo motivo, risulti “poco presentabile” al momento del giudizio, meritando solo 88 miseri punti. Nella stagione mostre 2018, per motivi personali, partecipo solo al campionato regionale che si svolge a Recale (Ce); il “bocciato” di Cesena “ritorna” singolo e fa di nuovo 93 punti, risultando1° nella sua categoria. Quest’anno (2019) inizio col partecipare a Ornicolor che si tiene a Recale, appuntamento settembrino proposto da alcuni anni dagli amici casertani dell’Ass. Ornitologica Alessandro Ghigi: per l’88 di Cesena sono ancora 93 punti e, oltre che primo, diventa anche campione razza; ad ottobre si va a Salerno per l’internazionale: confermati i 93 punti ed è Best della sua categoria. Il campionato regionale 2019 si tiene a Pomigliano d’Arco (Na); stavolta decido di presentare quello che considero il meno tipico dei fratelli e, fino a questo evento, “panchinaro”. L’occasione è buona per testarlo poiché è mia intenzione inserirlo nello stamm per i Campionati Italiani che quest’anno si tengono a Bari, in quanto uno dei “titolari” è fuori forma; non mi delude, piazzandosi primo con 91 punti nella sua categoria.

L’ultimo evento della stagione a cui partecipo, senz’altro quello più importante per ogni allevatore, è il Campionato Italiano (Bari 15-22 dicembre); è massima soddisfazione constatare, la domenica mattina, che lo stamm è salito sul gradino più alto del podio con 372 punti. Conclusioni Avevo osservato in foto molti anni fa quest’ibrido e confesso che non ne rimasi molto impressionato, quindi nell’assortire la coppia non nutrivo grosse ambizioni espositive; sapevo solo che avrebbe arricchito il mio bagaglio di esperienze relative a questo magnifico hobby, regalandomi,

come sempre, indescrivibili sensazioni, così come avviene ormai immutabilmente da una quarantina di anni a questa parte, emozioni provate ogniqualvolta mi ritrovo davanti a quell’evento, magico e meraviglioso, quale è la nascita di un nuovo esserino. Mai e poi mai avrei immaginato che potesse regalarmi (anche) tante emozioni e soddisfazioni.

BIBLIOGRAFIA I Ploceidi; G. de Baseggio – Edagricole 1971 Gli Estrildidi; S. Lucarini, E. de Flaviis, A. de Angelis. - Ed. F.O.I. 1995 Finches & Sparrows; P. Clement, J. Harris, A. Davis – Helm Pubblishers 1993

Due dei componenti lo stamm pluricampione italiano, in posizione di allerta perché spaventati dalla fotocamera. Il soggetto a dx, singolo in diverse mostre ha ottenuto lusinghieri risultati

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ONDULATI ED ALTRI PSITTACIFORMI

FORMA & POSIZIONE PARTIAMO DALLE BASI

Gli “Ino”

Nel 1976, il dott. T. Daniels iniziò un programma controllato di abbinamenti per produrre un Cannella-Ino incrociando deliberatamente Cannella e Ino

di GIOVANNI FOGLIATI, foto G. PERUGINI e T. SVENSON

I

primi riferimenti segnalati inerenti la mutazione Ino furono scritti in un rapporto di un allevatore belga, il signor L. van der Snickt. Tempo dopo, in un libro tedesco del 1879, l’autore scrisse di aver visto quell’anno nove femmine Albine. In verità, le denominò erroneamente Albino, dal momento che il nome Lutino allora non esisteva, ma dalla sua descrizione e dal fatto che la mutazione Blu ancora non era apparsa è chiaro che fossero Lutine. Un allevatore, il signor Kessels, anche lui del Belgio, nel 1881 allevò 25 Lutine, tutte femmine. Un’immagine a colori di un Lutino apparve su un giornale di Bruxelles nel 1882 e si pensa che fossero allevati nei Paesi Bassi intorno al 1885, mentre in Inghilterra il signor C.P.

Femmina Albino a faccia gialla (Avorio), all. Tom Svenson

Femmina Lutino, all. Giorgio Perugini

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Arthur di Melksham, del Wiltshire, nel 1887 allevò quelli che credeva fossero un paio di Ino. Dopo il decennio 188090, nessuna menzione sembra essere stata fatta sulla stampa fino agli anni ‘30 del ventesimo secolo, quando improvvisamente aumentò l’interesse per questa mutazione. Nel 1930/31, femmine di Lutino erano possedute sia da H. S. Stokes di Longdon, vicino a Rugeley nello Staffordshire, sia dalla signora Huntington di Warwick. Nell’agosto del 1932 il signor F. J. Mullis di Horsham, nel Sussex, allevò una femmina albina, ma nessuno di quegli allevatori riuscì a consolidarne la varietà. Nel settembre del 1931, il signor E. Böhm di Bawerk in Germania allevò, da un paio di Cobalto portatori di Diluito, una femmina dagli occhi rossi e bianca come la neve: il primo Albino Femmina Lutino, all. Giorgio Perugini

ufficialmente registrato. Un anno dopo, il 12 settembre 1932, una seconda femmina di Albino fu allevata dal signor Fischer di Honow in Germania da un paio di Azzurri. Entrambi quei ceppi furono stabilizzati sia dagli allevatori che li avevano ottenuti originariamente e sia da altri che acquistarono dei soggetti da loro, in particolare da Kurt Kokemüller e Schrapel, entrambi di Hannover, che insieme eseguirono le prime indagini genetiche sulla mutazione Ino e pubblicarono le prime aspettative corrette per gli accoppiamenti nel novembre e nel dicembre del 1933. Nel 1976, il dott. T. Daniels iniziò un programma controllato di abbinamenti per produrre un Cannella-Ino incrociando deliberatamente Cannella e Ino. Il primo soggetto da questi incroci fu prodotto alla fine del 1979; era una femmina ed

era identica ad un Ala Merlettata, primo segnale che il fenotipo ALA MERLETTATA non è una mutazione propria ma la combinazione, derivante da crossingover, tra le mutazioni INO e CANNELLA, entrambe legate al sesso. Descrizione Nella serie verde, l’Ino è conosciuto come Lutino, con piumaggio di contorno di un giallo puro, remiganti bianche o giallastre, timoniere bianche e marchi guanciali argentei. Nella serie blu l’Ino è conosciuto come Albino ed è completamente bianco. I marchi guanciali sono quasi dello stesso colore del corpo, ma leggermente più argentei. Gli occhi del Lutino e dell’Albino sono rossi a tutte le età, con iridi bianche quando sono adulti, il becco è arancione mentre zampe e falangi sono rosa. La cera di un maschio Ino adulto è un rosa azzurrato. La mutazione Ino induce anche cambiamenti nei soggetti da nido. Il piumino è bianco anziché grigio e appare solo scarsamente, non crescendo mai al centro della schiena. Il piumaggio lungo la colonna vertebrale e quello lungo la linea centrale ventrale presentano sovente un ritardo di sviluppo. Il fenotipo Ino maschera praticamente tutte le altre mutazioni, sia nelle femmine (sesso eterozigote) sia nei maschi (sesso omozigote), ma non copre interamente il gene Cannella. Un Ino-Cannella viene denominato Ala Merlettata; esso presenta ondulazioni e barrature marrone chiaro o fulvo, marchi guanciali argento rosato, remiganti e timoniere sfumate di marrone chiarissimo. Il colore degli occhi è simile a quello dell’Ino, ma il rosso è più scuro e l’iride bianca-grigiastra risulta poco visibile. L’ereditarietà La mutazione Ino è recessiva legata al sesso e ha il suo locus sul cromosoma Z. Il suo effetto è quello di inibire la produzione di melanina che è normalmente presente in tutte le barbe di piume nelle cellule midollari o corticali o in entrambe, quindi questa mutazione, inibendo completamente la produzione di eumelanina, rimuove tutte le colorazioni blu e verdi risultanti in un uccello Bianco

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nella serie blu e un Giallo nella serie verde. Poiché la mutazione Ino inibisce totalmente la produzione del normale pigmento di melanina, impedisce l’espressione visibile di tutte le altre mutazioni che dipendono dalla presenza di melanina per mostrare il loro effetto. Questo risultato è chiamato “epistasi” e gli Ino sono fenotipicamente epistatici su molte altre mutazioni, tra cui fattore scuro, Grigio, Opalino e la serie dei Diluiti. In combinazione con la mutazione Blu, che non interessa le melanine ma è caratterizzata solo dall’assenza delle psittacofulvine, avremo un uccellino completamente bianco. Quindi ci sono due forme di INO, uno nella serie verde denominata Lutino e uno nella

Maschio Ino Ino Normale

serie blu chiamata Albino. Entrambe queste forme possono mascherare molte altre mutazioni ipostatiche, quindi il genotipo di un albino o di un lutino rispetto a queste mutazioni non può essere determinato visivamente solo dall’osservazione del fenotipo. Negli uccelli il maschio ha due cromosomi Z e la femmina ha un cromosoma Z e uno W. Quindi nelle femmine, qualunque sia l’allele presente sul singolo cromosoma Z, è completamente espresso nel fenotipo. Nei maschi, poiché l’Ino è recessivo, l’allele mutato deve essere presente su entrambi i cromosomi Z (omozigoti) in modo da esprimersi nel fenotipo. I maschi eterozigoti per Ino sono identici al normale corrispondente e sono portatori.

COPPIA Femmina Ino Normale Ino

Normale/Ino

Ino

Normale/Ino

Normale

Normale

Normale

Maschi Ino Normale/Ino Normale/Ino Ino Normale/Ino Normale/Ino Normale Normale

Accoppiamenti ideali per ottenere il Lutino Lutino X Lutino Lutino X Verde Scuro Verde Scuro/Lutino X Lutino Lutino X Ala Grigia Ala Grigia/Lutino X Lutino Accoppiamenti ideali per ottenere l’Albino Albino X Albino Albino X Lutino/Blu Albino X Grigio Albino X Opalino Grigio Grigio/Albino X Albino Nella tabella seguente sono mostrati i risultati previsti per le varie combinazioni della mutazione INO: PROGENIE Femmine Ino Ino Normale Ino Normale Ino Normale Normale

Riepilogo dei risultati attesi in combinazione con la mutazione BLU: COPPIA

PROGENIE

Maschio

Femmina

Maschi

Femmine

Lutino

Lutino

Lutino

Lutino

Albino

Albino

Albino

Albino

Lutino

Albino

Lutino/Blu

Lutino/Blu

Albino

Lutino

Lutino/Blu

Lutino/Blu

Lutino/Blu

Lutino/Blu

Lutino Lutino/Blu Albino

Lutino Lutino/Blu Albino

Lutino

Lutino/Blu

Lutino Lutino/Blu

Lutino Lutino/Blu

Lutino/Blu

Lutino

Lutino Lutino/Blu

Lutino Lutino/Blu

Albino

Lutino/Blu

Lutino/Blu Albino

Lutino/Blu Albino

Lutino/Blu

Albino

Lutino/Blu Albino

Lutino/Blu Albino

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CANARINI DI FORMA E POSIZIONE LISCI

Il Bernois testo e foto di SERGIO PALMA

C

ome molte razze di canarini, il Bernois ha preso il nome dalla zona di origine, la città di Berna. Già verso il 1880 si diceva che fosse allevato in Svizzera nella zona di Steffisburg / Berna. Nonostante la razza sia relativamente giovane, sfortunatamente oggi non è possibile individuarne la genesi esatta. Berna è il secondo cantone più esteso della Svizzera (dopo il cantone dei Grigioni) e come popolazione è secondo solo a Zurigo. Le lingue ufficiali sono il tedesco e il francese. Il cantone si estende dal Giura attraverso l’altopiano svizzero, fino alle Alpi. Si presume che i progenitori provenissero da forti “canarini rurali” e da “canarini ciuffati” che all’epoca erano molto popolari. Altre fonti riportano che proviene dagli Harzer. Con certezza, tuttavia, oggi si sa che nel corso degli anni i vecchi Bernesi furono incrociati con i canarini

Canarino Bernois maschio giallo con femmina Bernois bianca, all. Sergio Palma

di razza Yorkshire, che erano già “fissati” nel tipo, per rinsanguare. Già nel 1908 si diceva che dovesse essere come un “manico di scopa”. I canarini furono esposti ad una mostra a Berna ed immediatamente attirarono l’attenzione grazie alle loro dimensioni e alla posizione. Nel 1910 furono abbozzati i primi disegni per uno standard e fu realizzata una descrizione per questa nuova razza. A quel tempo i Bernois venivano molto allevati anche per il loro colore, che andava dal giallo brinato al giallo intenso, il quale corrispondeva all’ideale del Bernese. Per molto tempo il Bernois ebbe solo estimatori locali ed era poco conosciuto in Europa. Solo alla metà del secolo scorso la presentazione ai campionati mondiali portò al suo riconoscimento da parte della C.O.M., cosa che avvenne nel 1961. All’inizio degli anni Settanta, il Bernois si diffuse anche in Germania. Il Bernese può ora essere ammirato in quasi tutti i principali eventi ornitologici nazionali e internazionali. Tornando al canarino, possiamo così descriverlo: di grande taglia appartenente al gruppo dei Canarini di forma e posizione liscia. Sono ammessi tutti i colori, ma non la colorazione artificiale rossa. Accettati i pezzati. Sebbene la sua eredità ed il legame con il Lancashire possano a prima vista, trarre in inganno, il Bernois ha caratteristiche di razza chiaramente riconoscibili e indipendenti, anche da parte di un occhio non proprio esperto. Particolarmente sorprendente è la sua posizione eretta, vivace, persino “ripida”, con una dimensione ideale di 16 cm. La forma è diversa sia dal Lancashire che dallo Yorkshire di oggi e qualcuno potrebbe dire che si ha un lontano richiamo al Lancashire ed al vecchio tipo di Yorkshire. La testa è tozza, larga, com-

Coppia di canarini Bernois, all. Sergio Palma

patta e appiattita nella parte superiore. La fronte è arcuata ed è chiaramente riconoscibile. La parte posteriore della testa risale larga e scorre dolcemente nel collo, in un leggero arco. Il collo è moderatamente lungo e ben separato dal corpo. Il corpo dovrebbe essere armonioso, con un petto pieno, spalle robuste e una lunga schiena un poco come con lo Yorkshire.

Per molto tempo il Bernois ebbe solo estimatori locali ed era poco conosciuto in Europa

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Il corpo si assottiglia verso la coda. Le ali sono lunghe, chiuse e non si incrociano. La coda è lunga e stretta, a formare una linea retta con la schiena. Le gambe sono piuttosto lunghe, forti e leggermente flesse, ben piumate fino alla tibia mezza visibile. La copertura fine e densa dovrebbe essere il più regolare possibile. Prima di avventurarci nel commento dello standard di eccellenza di questo canarino, mi permetto di formulare alcuni consigli per coloro che vogliono adoperarsi nell’allevamento di questa razza e per quanti già lo fanno. Una delle principali difficoltà che si possono incontrare nello scegliere i nuovi acquisti o anche nel formare le coppie è dovuta alla taglia. Essa non deve essere molto più dei 16 centimetri che lo standard prevede per non portare poi i nascituri ad essere confusi con gli attuali Lancashire, molti dei quali, specie le femmine, hanno una taglia non proprio da giganti. Voglio qui porre l’attenzione sul Bernois e sulle voci che lo differenziano dalle altre razze che con esso si possono confondere, se non tipiche. Bernois e Lancashire: taglia, posizione, testa e coda. Bernois e Llarguette: corpo, posizione, testa e zampe. Quindi, più i nostri riproduttori si avvicinano a 16 cm e meglio è, anche se il valore dato dai punti assegnati nella scheda di giudizio è molto poco e dovrebbe, a mio avviso, essere maggiorati. Altra nota distintiva ed a mio avviso molto importante è la posizione, che prevede circa 85°. Tra tutti i canarini di grossa taglia è quello che più si erge. Quindi taglia e posizione, secondo me, sono i segni di maggiore distinzione dalle altre razze dalle quali prende origine questo canarino bello e rustico. L’uccello si mostra e si fa ben vedere nella gabbia da esposizione senza essere timido. Adora la possibilità del volo; tra le razze pesanti fino ad ora da me allevate è quella che più predilige stare in voliera. Appena svezzati, a circa 28-30 giorni vanno subito in voliera. In questo ho riscontrato un problema proprio a causa della loro irrequietezza: spesso a molti soggetti devono essere asportate le penne delle ali e della coda, che si rompono, per farle ricrescere integre prima delle mostre.

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Nei Bernois, la massima tipicità razziale viene notata negli intensi, che danno più risalto al collo-testa e ad ogni conformazione della silhouette. È particolarmente consigliato un piumaggio corto anche nei brinati. Tale piumaggio lascia meglio vedere la forma della testa ma anche le spalle. Il Bernois in fase di riproduzione è un uccello che non dà problemi e per la sua semplicità di allevamento è sicuramente adatto per i novizi. Allevano senza grosse difficoltà anche 5 piccoli contemporaneamente. Veniamo ora ad osservare ed eventualmente commentare la scheda di valutazione del Bernois in ogni sua voce: Scheda di valutazione Posizione punti 20 - La posizione deve essere eretta a 85 gradi circa, il portamento fiero e vigoroso, il soggetto calmo. - Questa voce è sufficientemente considerata, atteso che essa è di primo impatto per osservatori, siano essi tecnici che semplici estimatori; Testa-Collo punti 20 - La testa deve essere larga, appiattita superiormente, con becco robusto e corto. Il collo abbastanza robusto, ma sempre visibile.

Altro scatto della stessa coppia di Bernois, all. Sergio Palma

- Anche testa e collo fanno parte di quelle voci che danno immediatamente la possibilità del riconoscimento della razza. Non dobbiamo dimenticare che la testa, sì larga, sì appiattita ma dalla attaccatura posteriore del becco deve alzarsi di circa due-tre millimetri per poi continuare, come fosse un “altopiano”, fino alla nuca. Sbagliato è scegliere quei soggetti che non fanno intravedere la rientranza della nuca che confluisce nel collo. Petto-Spalle-Dorso punti 20 - Il petto pieno. Le spalle larghe e robuste. Il corpo, uniformemente arrotondato, deve raggiungere la massima espansione all’addome per degradare, chiudendosi, sotto la coda. - Il corpo è paragonabile alla sagoma di un birillo? - Questa è una delle voci che secondo me sono sovrastimate e spiego il perché: tre voci che potrebbero racchiudersi in una sola, Corpo, assegnando ad esso un valore massimo di 15 punti; infatti, non è facile trovare petti pieni senza spalle larghe e corpi robusti. Altra cosa che non condivido della descrizione è quello di paragonare il Bernois al birillo. Se osserviamo un birillo ci accorgiamo che l’apice (testa) è tondeggiante, cosa penalizzante per il nostro canarino, e il corpo avrebbe una adiposità addominale eccessiva, tale da sbilanciarlo non dandogli la possibilità di assumere una buona posizione. Ali e Coda punti 10 Le ali lunghe oltre la base della coda? - La coda sarà lunga, stretta e compatta per tutta la lunghezza, rigida ed in linea con l’asse del corpo. - Altra voce sovrastimata. Esistono alcune discrasie nella descrizione delle ali quando le si descrive lunghe e poi fin oltre la base della coda. Ora, a mio avviso, se sono lunghe oltre la base della coda andranno oltre l’uropigio finendo poi per incrociarsi, mentre la coda non deve essere lunga e questo lo si capisce se consideriamo la lunghezza totale del canarino, 16 cm. Se la coda fosselunga, quanto sarebbe il corpo? Zampe punti 10 Le zampe lunghe, leggermente flesse;


le tibie visibili a metà e ricoperte da piccole piume. Sulla voce “Zampe” è inutile spendere parole perché lo si capisce da sé che 5 punti sarebbero più che sufficienti. Piumaggio punti 10 Il piumaggio abbondante, serico, carico di lipocromo. Perfettamente aderente al corpo per mettere bene in evidenza la nitidezza della sagoma. Il piumaggio, come in gran parte dei canarini prettamente di posizione della specializzazione CFPL, è una di quelle voci che fanno mezzo campione. Giusto considerarlo, stando però attenti alla colorazione: se anche non è consentita quella rossa, molti allevatori usano somministrare colorante giallo o altri semi e integratori, come il tagete, che aumentano la tonalità del giallo. Taglia punti 5 La lunghezza è di cm 16.

- Qui voglio spendere qualche parola che magari urterà qualcuno. Stante la situazione attuale della ricostruzione del Lancashire, la presenza della nuova razza del Llarguette, sfido molti allevatori a saper distinguere un brutto Lancashire da un Bernois di taglia maggiore a 16. Quindi, un punto di forza a difesa della razza credo sia proprio la taglia, che deve essere quanto più vicina possibile a 16, valorizzandola di più, magari assegnando 15 punti. Il Bernois, prima di un eventuale acquisto, deve essere osservato ad altezza degli occhi e valutato solamente quando sarà fermo su un posatoio esprimendo al suo meglio la posizione. Il Bernois è una di quelle razze poco allevate in Italia, ma credetemi, come rusticità, cure parentali e soddisfazioni espositive meriterebbe molto di più. Consiglio l’allenamento nella gabbia da mostra, a cupola, a partire da 15-20 giorni prima della stagione espositiva.

In primo piano, maschio di canarino Bernois giallo, all. Sergio Palma

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CANARINI DI FORMA E POSIZIONE ARRICCIATI

Arricciato Svizzero Frisé suisse Un Canarino da salvare di AURELIO RADICE e EMILIO SABATINO, foto LINO MONTAGNER

N

el 1860 nella città di BASILEA alcuni allevatori di canarini iniziarono la creazione del “FRISÉ SUISSE”. Questa ideazione è nata inizialmente con lo scopo di allevare dei Parisiens (arcaica forma dell’arricciato di Parigi), conosciuti solo in Svizzera e considerati troppo costosi. Poche le informazioni scritte su questo canarino; sappiamo che, prima del 1880, un gruppo di appassionati allevatori svizzeri importarono un cospicuo numero di canarini arricciati olandesi, da Francia, Belgio e Germania. Fino ad allora erano stati catalogati in maniera sommaria, poiché, presumibilmente, si trattava dei primi Arricciati del Sud che all’epoca non erano ancora ben definiti come razza. L’intento era di creare una nuova razza accoppiando questi arricciati con lo SCOTCH FANCY antico e con qualche BOSSU BELGA; questi meticciamenti, con il passare del tempo, avrebbero dato vita ai primi canarini arricciati di forma “arcuata”. Il canarino FRISE’ SUISSE fu il primo a debuttare, dopo essere stato creato dai vari accoppiamenti derivati da: Arricciato di Monaco, Arricciato Viennese, Arricciato Gantese ed Arricciato Roubaix, per poi trovare in seguito la propria identità evolvendosi positivamente negli anni, sino ad essere discusso nel 1924 a Basilea in una conferenza dedicata all’arricciato. Successivamente fu ufficializzato uno standard con gli allevatori che, in seguito, attraverso un costante lavoro, gli sforzi e le capacità

Arricciato svizzero lipocromico giallo

di accoppiamento, contribuirono a dare nuova vitalità ed immagine a questa razza, promulgando lo standard ufficiale del canarino “Arricciato Svizzero”. La Confederazione Ornitologica Svizzera, adottando lo stesso standard, vigilando e proseguendo lo studio della razza, ottenne poi il meritato riconoscimento ufficiale dell’Arricciato Svizzero da parte della C.O.M. nel 1968, durante il congresso di Parigi. La stretta parentela con l’Arricciato del Sud può essere la causa della poca diffusione dell’Arricciato Svizzero al di fuori del Paese di nascita. Un’altra motivazione potrebbe essere la difficoltà nel migliorare i soggetti a disposizione per far sì che esprimano fedelmente le caratteristiche richieste dallo standard stesso. Ciò riguarda in particolar modo la tipica posizione a ”C ”, a mezza luna o semicerchio. L’Arricciato Svizzero, come precedentemente citato, è un canarino somigliante all’Arricciato del Sud e se ne differenzia soprattutto per il fatto di non avere un portamento a “sette”, bensì a “C “, a mezza luna o semicerchio. Per quanto riguarda il resto, tutte le altre caratteristiche sono comuni, anche le zampe, molto lunghe, che mantengono

La stretta parentela con l’Arricciato del Sud può essere la causa della poca diffusione dell’Arricciato Svizzero al di fuori del Paese di nascita

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Arricciato svizzero lipocromico giallo

una posizione eretta con calcagno leggermente flesso all’indietro e le cosce completamente impiumate. La taglia è la stessa (17–18 cm), la testa è piccola, il piumaggio arricciato che deve essere simmetrico, con le cinque arricciature standard complete, jabot, spalline e fianchi ben visibili. Il jabot, aperto nella parte anteriore, deve avere un incavo al suo centro tale da apparire come una sorta di “cestino”. La posizione di “lavoro” si presenta con il corpo eretto e un portamento che ricorda, appunto, la lettera “C ” con la coda che deve essere portata leggermente sotto il posatoio. Il collo deve essere liscio, lungo e sottile anche se non proteso in avanti in orizzontale. Per chi ama i canarini di Forma e Posizione, l’Arricciato Svizzero è un canarino gradevole ed elegante a vedersi ma, logicamente, il suo riconoscimento è stato spesso oggetto di critiche, in quanto molto somigliante con l’Arricciato del Sud. Questo canarino è allevato quasi esclusivamente in Sviz-

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Arricciato svizzero melaninico bruno pezzato

zera, sebbene si stia cercando di allevarlo anche in Italia. Purtroppo, le notizie circa la sua attitudine alla riproduzione sono veramente rare e comunque poco dettagliate, ma conoscendo molto bene gli Arricciati del Sud e la loro indole fin troppo tranquilla, sono sicuro che le fattrici svezzino i loro pulli in modo ineccepibile come l’affine Arricciato del Sud. Essendo evidente che le origini siano le stesse, è molto probabile che lo siano anche i pregi, i difetti e le problematiche. Suggerirei caldamente di non incrociare mai le due razze, nessuna delle due ne trarrebbe beneficio, in quanto le posizioni “di lavoro” sono diverse ed entrambe molto ben selezionate. L’Arricciato Svizzero non potrebbe avere alcuna miglioria neppure dall’introduzione del canarino Gibber Italicus nella sua selezione, la qual cosa non farebbe altro che generare ancor di più la tendenza a spingere in avanti il collo, anziché a “lavorare” il posatoio con le modalità proprie delle razze con por-

tamento a “C”, tipo Scotch Fancy, Japan hoso, o altre. Identico discorso per lo sconsigliato meticciamento con il canarino Melado Tinerfeno o con il Gibboso, in quanto le due razze iberiche hanno un diverso modo di lavoro/posizione e di equilibrio sul posatoio. Tutti coloro che intendono allevare ed entrare in possesso di soggetti Arricciati Svizzeri “purosangue”, cerchino di allevarli in purezza, anche se, in prima istanza, si dovesse ricorrere al sistema della stretta consanguineità. Per i giudici non è certamente una razza facile da giudicare, non avendo un sicuro portamento. Probabilmente è proprio questa la causa della sua scarsa presenza nelle mostre Regionali, alla mostra Internazionale di Reggio Emilia e al Campionato Italiano. L’unica eccezione è rappresentata dai Campionati Mondiali, dove sono sempre esposti numerosi esemplari. Comunque resto dell’idea che il canarino abbia tutte le carte in regola per poter diventare una “star” del mondo degli Arricciati di Posizione.


DIDATTICA & CULTURA

Selvatico o domestico? Ovvero, chi se ne frega della faraona di DR. PIERLUCA COSTA, etologo, PH.D., foto da INTERNET (Autori vari)

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egli ultimi tempi è possibile leggere su alcuni social network molte trattazioni riguardanti una particolare attenzione nei confronti di specie animali ritenute «selvatiche», soprattutto relativamente alle specie esotiche. Di là dalle molte corbellerie populiste che generalmente si pubblicano per attirare a sé le masse, occorre necessariamente rilevare che è estremamente difficile rinvenire in ambiente domestico animali definibili ancora «selvatici». Urge dunque un chiarimento. Numerose specie animali esotiche subiscono ormai da decenni (in qualche caso da secoli), una pressione selettiva artificiale in ambiente domestico che ne ha, in alcuni casi, radicalmente mutato le caratteristiche morfologiche, fenotipiche e comporta-

Nel processo di allevamento in particolare, l’obiettivo primario della selezione tramite addomesticamento tende ad essere la modificazione dei geni che controllano il comportamento

mentali: tale processo si definisce processo di domesticazione. Il processo di domesticazione è definibile come quel fenomeno ove gli esseri umani

pianificano deliberatamente un’attività di controllo del movimento, dell’alimentazione, della protezione, della distribuzione e, soprattutto, dell’allevamento diretto al raggiungimento di specifici obiettivi chiaramente identificati a priori di varie specie animali (Bökönyi 1989; Clutton-Brock 1994 ; Ducos 1989; Hale 1969; Reed 1959); nel processo di allevamento in particolare, l’obiettivo primario della selezione tramite addomesticamento tende ad essere la modificazione dei geni che controllano il comportamento (Zeder 2006a, 2006b). La legge italiana, che è già particolarmente restrittiva in fatto di detenzione, allevamento e commercio di specie animali esotiche, definisce «animali prodotti in ambiente controllato» i discendenti della seconda ge-

Fonte: uribarren.es

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nerazione (F2) e i discendenti della generazione successiva (F3, F4 e via dicendo), esemplari cioè prodotti in ambiente controllato, i cui genitori sono stati a loro volta prodotti in ambiente controllato (Art. 1, Capo I, Reg. (CE) n. 865/2006). A ciò si aggiunga, per ulteriore chiarezza, che sostenere che gli animali esotici necessitino di particolari tutele in relazione alla loro «selvaticità», o che il loro benessere in ambiente controllato sia più compromesso rispetto ad altre specie, significa non considerare tutte le normative comunitarie che dal 1997 si occupano di protezione della fauna selvatica (es. Reg. (CE) n. 338/97). Di là dalle definizioni date dalla legge, che pure sorgono dall’incessante lavoro delle commissioni scientifiche coinvolte dallo Stato (es. commissione CITES), occorre poi evidenziare che molte specie animali esotiche si presentano oggi profondamente diverse dalle specie di riferimento libere nel loro ambiente naturale e questo perché hanno già subito un consistente processo di domesticazione, specialmente a carico della strutturazione comportamentale. Secondo le definizioni riguardanti il processo di domesticazione rilevate in letteratura (più sopra riportate), è possibile identificare numerose specie esotiche di fatto già «domestiche», perché queste presentano:

Fonte: www.khalizoo.com

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«Se c’è carenza di cibo, inizi a nutrirle. Se c’è una carenza di siti di nidificazione, si distribuiscono cassette nido. Non hai bisogno di infiniti dottorandi che studiano una specie per 20 anni»

• mutazioni fenotipiche ottenute tramite selezione genetica (colorazione del mantello o del piumaggio – modificazione degli annessi cutanei); • modificazioni morfologiche ottenute dalla selezione genetica volte a modificare dimensionalmente il corpo (nanismo, gigantismo); • popolazioni numericamente consistenti in ambiente domestico, tali da ritenere l’importazione dai paesi d’origine ingiustificata da un punto di vista merceologico; • una particolare attitudine alla riproduzione fuori dalla stagione riproduttiva del paese d’origine, la quale è intrapresa senza che il detentore attui particolari accorgimenti etologici, nutrizionali, ambientali e climatici;

• modificazioni comportamentali tali da modificare il naturale timore nei confronti dell’uomo e/o finalizzate a predisporre gli animali da un punto di vista etologico alla relazione con l’essere umano (processi di imprinting); tali modificazioni sono comparate con le caratteristiche delle specie descritte in ambiente naturale. Queste considerazioni, naturalmente, valgono per specie aviarie così come per le specie di grandi felini (es. leoni ibridi, tigri «rosa» etc.). Ad esempio, secondo l’imponente lavoro di Adrian Di Qual (2013), il Petaurus breviceps (petauro dello zucchero, unico marsupiale australiano detenibile in ambiente domestico), risulterebbe un animale particolarmente adatto ad essere allevato e, in ambiente domestico, anzi, la sua detenzione può essere un metodo per scongiurarne l’estinzione in natura, senza che esistano rischi per il suo benessere. Proprio a proposito della discussione che ruota attorno alla conservazione delle specie esotiche in pericolo di estinzione e la detenzione delle stesse in ambiente domestico occorre fare alcune ulteriori considerazioni. Recentemente è stata pubblicata un’intervista al biologo Carl Jones (Indianapolis Prize, 2016, per gli straordinari contributi forniti alla conservazione) sulla nota rivista The Guardian, noto per il suo impegno nella salvaguardia di numerose specie animali nelle isole Mauritius. Jones, alla luce della sua esperienza quarantennale, afferma con sicurezza e serenità che la salvaguardia delle specie in pericolo di estinzione è semplice, perché: «Se c'è carenza di cibo, inizi a nutrirle. Se c'è una carenza di siti di nidificazione, si distribuiscono cassette nido. Non hai bisogno di infiniti dottorandi che studiano una specie per 20 anni». Il metodo di lavoro utilizzato da Jones e dai suoi collaboratori è effettivamente molto pragmatico: consiste nell’entrare in intimità con le specie in pericolo di estinzione, assisterle, fornire loro le condizioni favorevoli per la riproduzione e per il sostentamento alimentare (Jones ha addestrato una specie di gheppio a predare topi bian-


chi); in fine, quando necessario, si affianca a queste tecniche l’allevamento in cattività, sottraendo le uova dai nidi in ambiente naturale (stimolando così le femmine ad una nuova riproduzione), incubandole artificialmente e allevando manualmente i nascituri, al fine di reintrodurli in natura. Questo approccio alla conservazione ha fruttato numeri davvero interessanti, infatti Jones è stato in grado di incrementare il numero di svariate specie fortemente minacciate (fonte, The Guardian – 26/11/2018): il parrocchetto echo (Psittacula eques), ad esempio, ha assistito ad un incremento del 5900%, dal 1980 in cui si contavano dieci individui ad oggi, mentre la colomba rosa (Columba mayeri), un incremento del 19% (fonte durrel.org). La Durrel Wildlife Conservation ha, inoltre, mantenuto l’unica popolazione esistente di Amazona versicolor (Amazzone di Santa Lucia). Nel 1975 un programma di allevamento di questa specie di pappagallo fu istituito come salvaguardia contro l’estinzione in natura: la popolazione selvatica recuperò da un minimo di 100 uccelli negli anni ‘70 a un numero di individui compreso tra 350 e 500. Più di 20 piccoli sono stati allevati a Jersey e dal 1996 tutti i pulcini sono stati allevati dai genitori (Jeggo et al., 2000). L’esperienza di Jones ci insegna che quando si parla di conservazione delle specie spesso si dimentica di tenere in considerazione che molte di esse sono oggi salve proprio grazie all’intenso lavoro condotto per decenni da parte di allevatori e appassionati. Questa categoria di persone (oggi per lo più demonizzate e tacciate di egoismo, scarso senso etico e altri insulti di vario genere da alcune fazioni di ambientalisti/animalisti), hanno protetto moltissime specie di animali dall’estinzione. Per quanto mi riguarda, non mi sento affatto in difetto affermando che, probabilmente, molte specie di animali minacciate nel loro ambiente naturale siano invece enormemente diffuse in ambiente domestico e questo, mi sia consentito di dirlo, grazie proprio agli allevatori appassionati, non certo come risulta-

Fonte: www.fchhh.com

to di importanti programmi di conservazione internazionali di carattere politico e/o scientifico. E, ancora, mi chiedo perché gli Stati non si servano di queste riserve per strutturare progetti di reintroduzione in natura. Certamente, mi rendo conto di essere uno dei pochi ad ammettere questo, ma conosco troppo bene il settore degli animali esotici e della zoologia e se affermassi il contrario, magari per uniformare le mie dichiarazioni a quelle maggiormente diffuse, avrei la certezza di mentire non soltanto ai miei interlocutori, ma a me stesso. Se si vuole verificare quanto appena affermato è sufficiente visitare il sito della già citata Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN - International Union for the

Conservation of Nature). Molte specie di animali sono considerate, secondo i dati scientifici fruibili, vicine ad essere minacciate, vulnerabili, in via di estinzione etc. (near threatened, vulnerable, endagered etc.); eppure, ad una attenta analisi, si scopre che molte di queste specie in ambiente domestico contano popolazioni addirittura di milioni di individui. Ad esempio, dall’istituzione sopra riportata, l’Agapornis fischeri (Reichenow, 1887), un piccolo pappagallo africano, è considerata una specie vicina ad essere minacciata di estinzione (near threatened), perché le popolazioni studiate seguono un incremento decrescente. Secondo i dati IUCN questo sarebbe causato dalle importanti esportazioni (catture), effettuate nelle ultime decadi del secolo scorso e questo è vero, ma l’imponente incremento delle popolazioni domestiche scongiura senz’altro, oggi, lo sviluppo di un ulteriore pericolo per questa specie: in ambiente controllato, infatti, se ne contano milioni di individui. Ritornando alla ragion d’essere dell’aggettivo «selvatico» attribuito alle specie esotiche allevate in ambiente domestico, è possibile considerare una specie animale selvatica solo se si ha la certezza che questa, nelle sue varie generazioni, non ha subito modificazioni di natura fenotipica, morfologica ed etologica: sfido chiunque a

Astrilde di Sant'Elena o Astrilde comune (Estrilda astrild)

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Fonte: youtube, canale di Papuzia Telewizja

condurre un’analisi di questo tipo su un qualsiasi animale esotico reperibile in ambiente domestico. In sostanza, l’aggettivo «selvatico», a mio parere, è attribuibile soltanto a quegli animali che hanno vissuto in ambiente naturale e che per svariate ragioni sono stati catturati e detenuti in cattività: essi non hanno certamente maturato modificazioni fisiologiche e/o etologiche tali da renderli adattati alla vita captiva. Possiamo dunque ritenere che gli animali esotici presenti in ambiente controllato sul nostro territorio nazionale si possano suddividere in due gruppi: un gruppo molto numeroso composto da animali che hanno subito un processo di domesticazione vero e proprio che ha portato alle modificazioni biologiche sopra riportate (e per questo privo di qualsiasi valore biologico ai fini della conservazione senza oculati processi di contro-selezione per l’ottenimento di individui simili agli ancestrali), e un secondo gruppo (molto esiguo) che è attualmente attraversato da un processo di domesticazione. Grazie alla legge comunitaria e nazionale (L. 59/1993; 157/1992; Reg. (CE) n. 338/1997, nonché L. n.189/2004), il pericolo della detenzione

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È possibile considerare una specie animale selvatica solo se si ha la certezza che questa, nelle sue varie generazioni, non ha subito modificazioni di natura fenotipica, morfologica ed etologica

Fonte: bsdfilms.com

di specie animali selvatiche propriamente dette è molto basso. In chiusura di questo breve approfondimento, consentitemi una battuta. Relativamente alla discussione che ruota attorno agli aggettivi «selvatico» e «domestico» noto una certa tendenza a concentrare l’attenzione su specie animali particolarmente attraenti, quali i grandi felini, i pappagalli, i grandi animali africani in genere (chissà perché?), mentre di altre specie (pure esoticissime!), non gliene frega nulla a nessuno. Difficilmente troverete considerazioni pubblicate dai vari pennaioli isterici che non sanno nulla di animali considerazioni riguardanti il pavone (Pavo cristatus), l’anatra mandarina (Aix galericulata), o il canarino (che il presidente di una sedicente associazione ambientalista tempo fa ha avuto il coraggio di definire pubblicamente come l’unica specie di Psittaciformes che è possibile ritenere domestica – Sic!). In sostanza, chi se ne frega se la faraona (Numida meleagris) è una specie esotica africana al pari del leone! Non è certo degna di speculazioni riguardanti la sua esoticità o domesticità, ma solo di attenzioni culinarie.


Italia Ornitologica apre le sue pagine alle foto scattate dagli allevatori! • Ogni mese verrà pubblicata sulla rivista ufficiale FOI la fotografia più bella tra quelle pervenute in redazione, con l’indicazione dell’autore e la descrizione completa del soggetto ritratto. • Agli autori delle foto mensilmente prescelte, verrà offerto in omaggio un libro edito dalla FOI in base alla preferenza e alla disponibilità • Le foto possono essere inviate senza limite di numero e devono riguardare unicamente specie di uccelli allevati a scopo amatoriale e sportivo (canarini di varie razze, pappagalli, esotici, indigeni, ibridi ecc.)

• Tutte le foto inviate, anche quelle non pubblicate, rimarranno a disposizione della FOI a titolo gratuito e potranno essere utilizzate, senza alcun limite o vincolo temporale, per pubblicazioni, iniziative e scopi promozionali della Federazione • La scelta della foto del mese verrà effettuata da un comitato interno, con l’eventuale supporto di organi tecnici (il giudizio è inappellabile) • Invitiamo tutti gli allevatori a inviare le fotografie dei migliori soggetti a: redazione@foi.it


DIDATTICA & CULTURA

Alimentazione e colori di GIOVANNI CANALI, foto E. DEL POZZO, P. ROCHER e FOI

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i sa che l’alimentazione può incidere sul colore della livrea degli uccelli sotto diversi aspetti. A livello di carenza di proteine sono noti casi di depigmentazioni, a volte come barrature, su colori melanici, specialmente in carnivori ed insettivori che abbisognano di proteine nobili. Del resto le melanine, pur non essendo proteine, contengono aminoacidi che sono i componenti delle proteine. Si badi però che le depigmentazioni possono essere talora determinate da tare ereditarie, come spesso nel canarino. Le cosiddette orlature nel canarino, Intenso rosso ali bianche, foto: E. del Pozzo

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Le melanine, pur non essendo proteine, contengono aminoacidi che sono i componenti delle proteine

quando riguardano l’apice delle penne, sono ereditarie anche se in modo variabile, poiché possono apparire in vari modi, misure e localizzazioni. L’origine si direbbe la razza Lizard, Intenso rosso, foto: E. del Pozzo

dove sono diffusissime. Nel canarino di colore sono state traslate dal meticciamento disastroso con il Gloster, che ha trasmesso anche i lumps. Sulle depigmentazioni apicali l’ambiente, alimentazione compresa, non incide. Semmai, la perdita di qualche penna ne favorisce l’espressione. Sembra invece che le cattive condizioni di salute e forse un utilizzo anomalo dell’alimentazione favoriscano le depigmentazioni sotto forma di barrature sull’ala e la coda. Queste barrature sono state confuse con l’effetto ali grigie, dal quale si differenziano poiché interessano anche la feo-


melanina, mentre l’ali grigie no, e talora possono essere più drastiche nell’espressione. Abbiamo anche altri fenomeni di depigmentazioni melaniche (falsi pezzati), che possono apparire ed aumentare con l’età. Pare siano indotti da problemi metabolici, non ci sono evidenze di ereditarietà. Abbiamo poi da considerare i lipocromi, che, si badi, non sono grassi, come talora si sente dire erroneamente, ma sono sostanze solubili nei grassi. I principali sono le psittacine – psittacofulvine, proprie degli psittaciformi, ed i carotenoidi, ben noti in molte specie specialmente di fringillidi, come il canarino. Chimicamente i pigmenti degli psittaciformi sono molto diversi da quelli degli altri uccelli; da alcuni si ritiene siano riconducibili ad aldeidi grasse polinsature. I lipocromi dei pappagalli, indicati sopra, sono endogeni, vale a dire che sono prodotti dall’individuo stesso e non derivano dall’alimentazione. Questo sia riferendoci all’alimentazione normale che artificiale. Tentativi di far diventare rossi o arancio pappagallini gialli con coloranti sintetici (cantaxantina) sono miseramente falliti, l’unico esito era di far defecare rosso. I carotenoidi invece sono esogeni, vale a dire che sono assorbiti attraverso l’alimentazione. Di conseguenza diverse famiglie, fra cui i fringillidi, e fra questi il canarino, assumono il colore lipocromico, che è carotenoide, dal cibo e sono sensibilissimi all’alimentazione colorante. Le specie appartenenti alle suddette famiglie, con la somministrazione di cantaxantina sintetica, che è un derivato del betacarotene immediatamente utilizzabile, colorano il piumaggio di arancio o rosso più o meno carico, anche nelle specie che hanno lipocromi (che sono carotenoidi) gialli. Esemplificando, un verdone alimentato durante la muta con cantaxantina diventerebbe se non proprio un “rossone”, almeno arancio come base carotenoide. Questo perché la cantaxantina è già pronta per pigmentare e non richiede elaborazione. Ci sono anche altri pigmenti assorbiti

Nel canarino fa eccezione la razza Lizard che pigmenta la penna direttamente ed ha un giallo più carico rispetto agli altri canarini

senza elaborazione; quello storicamente noto in canaricoltura è la capsantina, presente allo stato naturale nei peperoni e quindi nel pepe. La prima avvisaglia di alimentazione colorante si ebbe, stando alla tradizione, per la somministrazione del peperoncino dolce spagnolo, che contiene appunto capsantina. Questa circostanza indusse una colorazione arancio in un canarino giallo, ovviamente in muta. Si diceva che il peperoncino fosse stato somministrato per aiutare la muta stessa. Nel canarino di colore l’alimentazione

con cantaxantina si fa solo nei soggetti a fattori rossi, per rafforzare tale colore. Si usa però anche per canarini di forma e posizione che si vogliono avere arancio. Ricordo che i canarini a fattori rossi hanno ereditato tali geni attraverso l’ibridazione con il cardinalino del Venezuela. Nel cardinalino, allo stato libero, il colore rosso è dato da alfa-doradexantina e da astaxantina, con modesto apporto di cantaxantina naturale, derivata dal betacarotene. Allo stato domestico il maggiore apporto per il rosso è dato da coloranti contenenti principalmente cantaxantina sintetica. Evidentemente allo stato domestico il cardinalino, per quanto ottimamente alimentato, non trova quegli elementi che allo stato libero lo colorano bene. Non a caso sappiamo che il cardinalino allo stato domestico, se non colorato artificialmente, non va oltre un arancio più o meno modesto, e non raggiunge il rosso.

Lizard argento senza calotta o quasi

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Nei coloranti del commercio, spesso oltre alla cantaxantina ed al carophyll, che poi è sempre cantaxantina veicolata diversamente, c’è anche il betacarotene. Ebbene, il betacarotene può arrecare giovamento, anche se in forma modesta, solo ai canarini a fattori rossi. Nei gialli invece è inefficace, mentre è efficace la cantaxantina, che può farli diventare arancio, come dicevo. La ragione è che i canarini imparentati con il cardinalino possono avere i geni per attivare l’elaborazione del betacarotene in cantaxantina, mentre quelli solo a fattori gialli no, e quindi il beta carotene in loro è inefficace per il rosso, come dimostrato dal dott. Riccardo Paganelli (vedere l’articolo “Ali bianche, lipocromi e dintorni” di R. Paganelli e G. Canali, I. O. n°12 dicembre 2018). Il colore giallo deriva dall’assunzione di carotenoidi della dieta. Tali carotenoidi sono soprattutto la luteina e la zeaxantina. In alcune specie, come

Fanello (Linaria cannabina), foto: P. Rocher

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Allo stato domestico il maggiore apporto per il rosso è dato da coloranti contenenti principalmente cantaxantina sintetica

negli zigoli, i carotenoidi vanno direttamente nella penna producendo un giallo molto vivace e carico. Nei fringillidi invece subiscono elaborazione e si vengono a formare le xantofille del canarino. Si chiamano così poiché scoperte nel canarino, ma non sono esclusive di questa specie. Le xantofille sono un gruppo del quale le più importanti sono la xantofilla a e la xantofilla b. La xantofilla a deriva principalmente

dalla luteina, mentre la b principalmente dalla zeaxantina. La tonalità del giallo prodotto è meno carica di quello che si ha per pigmentazione diretta come negli zigoli. Nel canarino fa eccezione la razza Lizard che pigmenta la penna direttamente ed ha un giallo più carico rispetto agli altri canarini, quindi suo tipico. Inoltre, nel Lizard sono stati rinvenuti in alcuni soggetti carotenoidi propri dell’organetto e del fanello (Stradi, comunicazione personale). Tale circostanza fa capire che vi siano state antichissime ibridazioni; suppongo con il fanello che non induce fenomeni degenerativi, come invece l’organetto. Anche i pigmenti rossi del cardinalino derivano dalla elaborazione della luteina e della zeaxantina. L’alfa doradexantina deriva principalmente dalla luteina e l’astaxantina principalmente dalla zeaxantina. Tuttavia il processo di elaborazione, che poi è una ossidazione, è molto più complesso e lungo di quello che porta alle xantofille del canarino. Questa maggiore lunghezza è molto importante per capire fenomeni che indicherò successivamente. Si potrebbe pensare che, stando così le cose, un’alimentazione ricca di verdure possa aumentare il giallo, ma così non è o, almeno, non in modo apprezzabile. Le verdure ed i semi immaturi sono certo consigliabili, specialmente questi ultimi, ma non hanno un risultato rilevante sui colori derivati dai carotenoidi. Evidentemente quelli di una dieta normale sono sufficienti. Posso ben dirlo, visto che anni or sono, quando allevavo nella casa avita in campagna, il fondo delle gabbie era praticamente un prato selvatico! Non solo, ma seminavo pure il girasole e rubacchiavo anche spighe di frumento e mais immaturi; penso che l’amico Mengacci di fronte a tanta botanica si sarebbe complimentato! Avevo certo un ottimo livello di varietà, come ricchezza di pigmento, ma non apprezzabilmente superiore ad allevamenti normali. Quello che è sbagliato è ritenere che il cibo verde favorisca la tonalità dorata. Giallo dorato e giallo limone dipendono dalle strutture del piumaggio. Non esiste un’alimentazione


che possa far diventare dorati i canarini, appunto poiché è una questione di struttura delle penne, non di pigmento. Diverso il caso delle tonalità arancio o comunque anomale, poiché riguardano i pigmenti. Si dice che le uova nocciano al giallo, ma questo è vero solo se deposte da galline che hanno subito un’alimentazione con coloranti. Se la gallina non ha avuto alimentazione colorante artificiale ed il tuorlo è giallino non vi è danno alcuno. Sono i tuorli ben rossi, che appagano l’occhio, che debbono mettere in allarme. Tuttavia non è il caso di preoccuparsi troppo, basta leggere la confezione ove si precisa “senza coloranti”. Da non temere imbrogli, poiché il rischio sarebbe troppo alto. Certo che, quando saranno proibiti sul serio i coloranti, sarà un bene. Ci sono poi leggende metropolitane che viaggiano. Non so perché, ma si dice che il ravizzone colori: non vero. Si dice che anche la carota colori e qui si intuisce il perché essendo, appunto color carota, e ricca di betacarotene, ma non corrisponde al vero. Lo posso ben dire avendola usata molto e per le ragioni sopra esposte. Qualche minimo dubbio si potrebbe avere per la farina di mais, se usata largamente. Un anno un mio socio usò ampiamente la farina di mais: ebbene, sugli avorio l’effetto fu nullo; sui gialli, ma la cosa è molto dubbia, forse una leggerissima sfumatura, ma è molto più probabile un difetto genetico. Quello che mancava per una risposta certa era un campione di confronto, cioè un gruppo geneticamente uguale alimentato diversamente. In ogni caso, non sarebbe un fatto di doratura strutturale, ma di sfumatura di tinta. Nel Lizard puro, dove i carotenoidi vanno direttamente nella penna, non escludo che certi alimenti possano incidere, a differenza degli altri canarini. In effetti, ho sentito parlare di alimentazione con vegetali molto colorati, anche della zucca. Non avendo esperienza in tal senso non mi esprimo; segnalo la cosa come possibile, almeno in teoria. Per poterlo accertare occorrerebbe il campione di riscontro ed un giudice che non sapesse

Si dice che le uova nocciano al giallo, ma questo è vero solo se deposte da galline che hanno subito un’alimentazione con coloranti

su quale gruppo è stata effettuata una certa alimentazione, per evitare suggestioni. Una grave confusione la si fa con i toni arancio. Quando un giallo è leggermente inquinato da fattori rossi diventa giallo arancio. Se l’inquinamento fosse maggiore arriverebbe all’arancio. Ebbene, le tonalità del giallo dorato e del giallo arancio ai livelli più bassi possono essere ingannevoli e confuse, specialmente ad un occhio non esperto. Non si confonda-

no quindi i colori strutturali con i pigmenti, è tutto un altro meccanismo. Il dorato è privo di pigmenti rossi, il giallo arancio ha in misura modestissima pigmenti rossi o arancio. Purtroppo non è possibile dare spiegazioni precise senza canarini davanti. Semmai, si badi che l’ingestione accidentale per pochissime volte, magari una sola volta, di alimento colorante, dà tracce arancio ma in modo non omogeneo, sono come delle “sporcatine” più o meno localizzate. Questo perché l’alimento colorante agisce solo sulle penne in crescita e la muta non è certo simultanea. Quando il colore giallo arancio è omogeneo può essere solo genetico. Non si creda quindi ad eventuali “garanzie” di ingestioni accidentali sul tipo: la gabbia dei rossi era sopra ed è caduto qualcosa. Potrebbe darsi, ma in quel caso il colore non sarebbe omogeneo. Certo, non si deve mettere la gabbia dei rossi sopra quella dei gialli e neppure vicino.

Ondulato di colore corpo chiaro, foto: P. Rocher

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Concetto fondamentale è quello di non mescolare, con accoppiamenti errati, i fattori rossi con i fattori gialli. I gialli devono essere puri e quelli a fattori rossi con la minima quantità di giallo. Oggi, purtroppo, è arrivata anche l’alimentazione colorante da nido e mica solo nei rossi, anche nei gialli. Questa alimentazione viene data non solo da nido, ma già alla femmina almeno una settimana prima della deposizione, per avere già colorante nell’uovo. Il fine è di rendere omogeneo il piumaggio, tutto dello stesso colore, anche le penne che non vengono mutate in prima muta. Trattasi di pessimo sistema. Il colore omogeneo rende il soggetto meno bello in quanto monotono e, nei rossi, non consente di vedere penne naturali che sono indicative delle qualità genetiche del soggetto. Inoltre, pur mancando dati certi, è possibile che un tale sistema possa essere nocivo alla salute. Spero che qualche veterinario ricercatore faccia studi in tal senso, al fine di accertare eventuali danni. Nei rossi si usa il normale colorante, nei gialli la luteina sintetica. Va detto che la luteina è meno efficace della cantaxantina e l’effetto è meno spinto. Anzi, spesso i gialli colorati si differenziano poco da quelli non colorati, con situazioni imbarazzanti in mostra. Va anche detto che nei rossi non colorati spesso ci sono incidenti e qualche penna, specialmente timoniere, viene mutata talora anche spontaneamente, il che comporta penalizzazione e la tendenza a colorare da nido anche in chi ne farebbe volentieri a meno. Ricordo un mio caso personale: con un bellissimo brinato rosso con qualche timoniera mutata mi sono dovuto accontentare di un 90 e di un terzo posto ad un campionato regionale, quando senza quell’inconveniente avrebbe potuto aspirare più in alto. Ho respinto la tentazione di colorare da nido ed ho preferito smettere con i rossi ed orientarmi ad altra varietà. Sono in molti, secondo me, a scegliere la colorazione da nido per non avere l’assillo delle penne mutate. Tanto che penso sarebbe il caso di rivedere le penalizzazioni per le penne mutate.

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Le penne visibili che non mutano mai in prima muta sono solo remiganti primarie, remiganti secondarie e grandi copritrici delle primarie

A questo proposito vorrei ricordare che le penne visibili che non mutano mai in prima muta sono solo remiganti primarie, remiganti secondarie e grandi copritrici delle primarie. Quando mutano, la ragione è legata ad incidenti. Le remiganti terziarie mutano molto spesso, le timoniere con media frequenza e la prima dell’alula spesso, anche se si nota pochissimo. Secondo me andrebbe penalizzata la muta solo delle penne che non mutano mai (salvo incidente). Ritengo anche che la penna

Cardinalino del venezuela maschio (Spinus cucullatus) foto: P. Rocher

mutata andrebbe penalizzata nella voce “condizioni e benessere”, ma non direi nel piumaggio, poiché può comunque essere composto. Ho dei dubbi sulla varietà, come si fa ora, visto che il colore potrebbe essere comunque ottimo ed una penna mutata non inficia poi di molto l’effetto d’insieme. Sono comunque argomenti discutibili con qualche spazio per l’opinione. Per quanto annoiato e rischiando di annoiare, ribadisco il concetto che non esiste un fattore ali bianche, che poi in realtà sarebbero quasi bianche (a parte il fatto che riguarda anche la coda). Le ali sono in parte bianche (ed anche la coda) solo nei soggetti a fattori rossi e sono tipiche dei più rossi poiché è da ritenere che il rosso, che si forma più lentamente del giallo, non faccia in tempo a pigmentare le penne forti che sono più grandi e si formano prima. Nei soggetti meno rossi il giallo residuo, di più veloce formazione, fa in tempo a pigmentare le penne forti. Nei soggetti a fattori gialli le ali bianche semplicemente non esistono! Il bordo delle penne forti è sempre giallo. Molto meglio sarebbe parlare di ali naturali. Ribadisco anche che la storia del geneticamente agata non ha alcun fondamento; infatti, la mutazione agata agisce solo sulle melanine. Non si può neppure concedere alcun credito alla leggenda della feomelanina gialla, che nei fringillidi non esiste! La possiamo trovare in altre famiglie come nei turdidi e negli estrildidi ma non è certo il caso di confondere! Per rendersi conto basterebbe guardare gli agata melanici, che hanno sempre l’ala gialla. Si tenga presente che i carotenoidi di cui sopra sono solo alcuni; in altre specie, in base all’alimentazione ed alla genetica, ve ne sono molti altri: l’organetto ed il fanello sopra citati hanno una situazione ben diversa rispetto al cardinalino ed il loro rosso è principalmente dovuto a 3-idrossi-echinenone. Ci sarebbero tanti altri casi con svariati pigmenti, anche diversi da melanine e carotenoidi, ma non vado oltre. Spero di essermi espresso con sufficiente chiarezza.


ESTRILDIDI FRINGILLIDI IBRIDI

Il Frosone topazio La straordinaria storia di ornitofilia di Beata Gallipoli e Mario Albano di FRANCESCO FAGGIANO e BEATA GALLIPOLI in collaborazione con RENZO ESUPERANZI, foto BEATA GALLIPOLI

Introduzione Allevare gli uccelli ornamentali non è cosa semplice, in particolare quando si tratta di specie delicate rispetto alle quali le conoscenze zootecniche sono scarse e contraddittorie come nel caso del Frosone, specie affascinante e misteriosa la cui riproduzione domestica è ancora riservata davvero a pochi. Senza timore di sbagliare, possiamo però con orgoglio italiano indicare Beata Gallipoli e Mario Albano, compagni di vita e ornitofili di grandi capacità e impareggiabile sensibilità, quali pionieri vincenti del suo allevamento sistematico e addirittura della sua selezione domestica. Come sappiamo, nel loro percorso di addomesticazione della specie in questione sono addirittura riusciti a fissare una bellissima mutazione di colore che Bruno Zamagni e Renzo Esuperanzi, attraverso un’analisi tecnica del fenotipo, hanno giustamente indicato con molta probabilità essere la variante genetica comunemente indicata col nome Topazio. La storia che Beata e Mario ci propongono di seguito riconduce anche tutti noi, in primis, a riconsiderare come possibili anche selezioni difficili, a cui troppo spesso purtroppo rinunciamo perché le riteniamo troppo improbabili. Il loro esempio deve creare in noi la consapevolezza che alcune scelte particolarmente impegnative, come il dedicarsi a specie complicate e inusuali, possono portare a grandi risultati personali, andando anche ad allargare quel ventaglio di uccelli allevati che purtroppo tende inevitabilmente a restringersi di anno in anno per tanti ben noti motivi e che forse,

Il Frosone, nonostante la mole e l’aspetto “da duro”, è un “classico fringillide”

con la passione e l’interazione tra individui, riusciremmo ad ampliare. Ornicoltura generale sul Frosone Il Frosone, nonostante la mole e l’aspetto “da duro”, è un “classico fringillide” e come tale presenta esigenze

Frosone maschio topazio

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e delicatezze che vanno assecondate adeguatamente, pena la morte dei soggetti. Spazi sufficienti, pulizia degli ambienti e delle attrezzature quali mangiatoie, beverini e posatoi sono la base per accogliere questi soggetti che per buona parte dell’anno sembra essere meglio alloggiare individualmente uno per gabbia, mantenendo le possibilità di contatto visivo e vocale, ma non quelle fisiche dirette, onde evitare pericolose risse. È una specie granivora che va alimentata in modo equilibrato con miscele di qualità simili a quelle che si usano per i Verdoni con aggiunta di un po’ di girasole, cartamo, perilla e grano saraceno durante tutto l’anno. Nella stagione riproduttiva si andrà poi ad arricchire la razione di grani secchi con un misto di germinati addizionato di piselli verdi e soia azuki, pastoncino, uovo e insetti. Dalle varie interviste con altri allevatori e dalle pur poche esperienze che ho avuto personalmente con questa specie, credo che una gestione vicina a quella dei

Novelli di frosone appena involati

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Fringuelli sia una buona base di partenza per allevare il Frosone. In particolare, nella somministrazione delle proteine di origine animale, tanto necessarie in riproduzione quanto altamente pericolose sia per la carica batterica che per gli squilibri di fissazione dei sali minerali nelle ossa dei piccoli in crescita. Diario di allevamento e selezione (a cura degli allevatori) "La mia storia - racconta Beata Gallipoli di allevamento del Frosone europeo risale all’incirca al 2008 a partire da una coppia formata da un maschio giovane, riprodotto in ambiente controllato, con una femmina più esperta che aveva già deposto e covato le uova in una gabbia da 60 cm presso l’allevamento di un amico. In quegli anni era difficile trovare qualcuno che avesse avuto esperienze di allevamento con questo uccello in modo regolare e selettivo negli anni. Quindi era tutto nuovo, sconosciuto e imprevedibile.

Nel complesso, il Frosone topazio risulta molto chiaro, carico di una tonalità bruno-grigia Tra tutti i fringillidi che popolano il nostro cielo, il Frosone è stato da sempre, nel mio immaginario, quello più particolare e accattivante grazie alla sua struttura tozza e compatta, il becco possente, la livrea autunnale e quella frangia iridescente dentellata delle remiganti primarie interne. Davvero unico nel panorama degli uccelli indigeni che popolano il nostro territorio. Benché sia riportato dai vari libri e manuali di birdwatching come nidificante e stanziale, io non lo avevo mai visto e questo non faceva che alimentare le mie fantasie su questo strano e “invisibile” pennuto elevandolo, senza dubbio, al primo posto tra i miei preferiti. Da quella prima coppia si è avviata, tra alti e bassi, la mia lenta esperienza con il Frosone euroasiatico. Esperienza che procedeva di pari passo con quella del mio compagno, Mario Albano, il quale, trascinato dal mio entusiasmo, aveva cominciato a riprodurre qualche coppia nelle sue voliere ricavandone così preziosi soggetti nati in allevamento, che andavano lentamente a formare quel gruppo di Frosoni selezionati principalmente per la docilità e l’attitudine alla riproduzione anche in gabbie. Questo perché era molto difficile trovare Frosoni nati e cresciuti in allevamento; in realtà, ancora oggi non è facile trovarne con determinate caratteristiche, frutto inequivocabile di una selezione protratta negli anni. Nonostante il Frosone sia un uccello robusto e longevo, chi ha avuto la fortuna di far schiudere i piccoli sa bene quanto sia complicato portarli all’indipendenza. Infatti, dopo l’entusiasmo della nascita, spesso subentra la delusione nel veder morire i piccoli dal terzo giorno, traguardo molto critico superato il quale, generalmente, si riesce a vederli crescere regolarmente.


La svolta nella selezione del Frosone è arrivata nel 2013 quando, grazie all’interessamento di un caro amico, siamo entrati in possesso di un Frosone “bianco”. Ricordo ancora il giorno in cui ci telefonò per dire che lo aveva avuto dopo mesi di attesa e ansia. Era il giorno di Ferragosto; a quel punto siamo saltati in macchina per andarlo a prendere il prima possibile. Dopo circa 1000 km ci siamo incontrati con l’amico, il quale ci ha consegnato il prezioso soggetto e subito ci siamo rimessi in viaggio per tornare a casa (altri 1000 km senza riposare nemmeno 10 minuti), sostenuti da una carica di adrenalina mai avuta prima. Quello che per il nostro amico era un Frosone “bianco” si è rivelato un bellissimo maschio topazio (conclusione a cui sono giunti alcuni tra i più accreditati esperti in campo ornitologico italiano, Bruno Zamagni e Renzo Esuperanzi, i quali, fin dal principio, hanno seguito questa avventura). Rispetto alla colorazione classica, la topazio effettivamente risulta molto più chiara, senza però perdere il disegno che caratterizza la livrea di un Frosone; la calotta risulta più arancione rispetto all’ancestrale, che tende ad un bruno scuro, il dorso è grigiastro, il petto grigio chiaro con sfumature color salmone. Remiganti e timoniere nel topazio sono di colore testa di moro, invece del nero lucido tipico dell’ancestrale. Nel complesso, il Frosone topazio risulta molto chiaro, carico di una tonalità bruno-grigia che conferisce all’esemplare una tonalità più calda e morbida. Nei giorni successivi al suo arrivo, il giovane maschio è stato alloggiato in una gabbia da 60 cm e alimentato con miscela per verdoni e ciuffolotti integrata con pastone vitaminizzato. La muta e l’inverno sono trascorsi in modo fluido, senza problemi. Tutti i nostri Frosoni trascorrono questo periodo ognuno in una gabbia da 60 cm e vengono alimentati in questa fase di riposo con un’ottima miscela e pastone vitaminizzato. Non forniamo né frutta né verdura, neppure insetti. Una o due volte a settimana viene fornita la vaschetta per il bagno, che loro

Novello topazio

gradiscono molto anche nelle giornate più rigide. Da gennaio cominciano a comparire i primi segni di estro sul becco, che da un colore carnicino diventa gradualmente grigio-blu. Nel mese di marzo spostiamo le coppie dei riproduttori nelle voliere esterne, un sistema com-

posto da pannelli modulari in rete e lamiera con corridoio protetto da porte antifuga. In questa fase viene fornito alle coppie, oltre alla classica miscela, un pastone all’uovo integrato con insetti e piselli in modo da stimolare alla riproduzione i vari soggetti. Capita spesso che all’inizio le coppie litighino tra di loro, quindi è importante tenere d’occhio i vari soggetti che potrebbero litigare furiosamente, procurandosi danni anche seri. Se si verificano questi episodi è importante sostituire i partner perché probabilmente non si sopportano, condizione che può protrarsi per tutto il periodo riproduttivo rendendo, di fatto, difficile la convivenza e la futura riproduzione. Nella voliera appendiamo due nidi in plastica, senza infrascare ulteriormente. Come materiale forniamo il cocco e il sisal, che le femmine adoperano per intrecciare dei nidi molto grezzi e spesso inconsistenti. Infatti, la mag-

Frosone femmina

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Frosone maschio

gior parte delle femmine abbozza un nido posando sul fondo del cestino qualche sfilaccio di cocco. Sono rari i nidi più completi, cosa che spesso succede anche con i Ciuffolotti. La deposizione delle uova avviene praticamente subito dopo la costruzione del nido; è difficile che una femmina costruisca il nido senza poi deporre uova nei successivi 2-3 giorni. Generalmente le femmine di Frosone sono molto assidue nella cova, gelose del nido tanto da alzarsi raramente; vengono accudite e nutrite dal maschio, che le imbecca con cura durante tutto il periodo dell’incubazione. Dopo 11-12 giorni avviene la schiusa. I pulcini sono di colore rosa ricoperti di abbondante piumino bianco. Anche in questa fase la femmina difficilmente abbandona il nido, anzi diventa ancora più protettiva verso i piccoli, che difende con feroci beccate se si tenta di mettere mano. Il maschio, in una coppia affiatata, nutre la femmina che poi a sua volta imbecca i piccoli con ciò

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La deposizione delle uova avviene praticamente subito dopo la costruzione del nido

che il partner le porta. In questa delicata fase non devono mai mancare il pastone all’uovo con insetti (pinkies e buffalo) e piselli decongelati. Se tutto procede nel modo giusto i piccoli escono dal nido molto precocemente, già a partire dall’undicesimododicesimo giorno, ma continuano ad essere accuditi fino al completo svezzamento. Una volta svezzati, sistemiamo i novelli uno per gabbia da 60 cm: qui trascorreranno tutto il periodo della muta e il periodo invernale.

Nella stagione 2014 abbiamo accoppiato il Frosone topazio con una nostra femmina e da questo accoppiamento sono nati tre piccoli, due femmine e un maschio, ovviamente ancestrali portatori di topazio, dato che hanno confermato la natura recessiva di tale mutazione. Da questi soggetti, a partire dal 2015, sono nati i primi topazio, un motivo di orgoglio per il paziente lavoro svolto tra mille difficoltà e imprevisti. Nel 2016 abbiamo portato il primo Frosone mutato (si trattava di una femmina novella) a Fringillia, la più importante mostra specialistica in Europa, dedicata ai fringillidi europei ed esotici. L’evento ha suscitato grande interesse e stupore per tutto l’ambiente ornitologico. Nel 2017, sempre a Fringillia, abbiamo esposto un maschio topazio (novello) completando così un ciclo che ritenevamo importante ai fini conoscitivi e culturali dell’ornitologia italiana. Ad oggi possiamo affermare, con soddisfazione, di essere riusciti a fissare tale mutazione (l’unica documentata) su questo particolare fringillide che, anno dopo anno, ha saputo conquistare la curiosità degli allevatori di tutta Europa. Un doveroso ringraziamento lo dobbiamo fare a Renzo Esuperanzi e Bruno Zamagni per averci seguito costantemente in questa avventura. Chi mi segue sulla pagina FB “Passione Hawfinch” ha potuto vedere tutti gli sviluppi di questa incredibile impresa anno dopo anno fino ad oggi, visionando foto e video pubblicati dei momenti salienti di tutto il percorso”. Mario Albano, Beata Gallipoli Linee guida per la selezione Il Frosone è una specie caratterizzata in primo luogo da evidente dimorfismo sessuale e tale carattere deve essere sempre ben evidente e ricercato anche in sede di giudizio. Fiero, possente e maestoso sono gli aggettivi che dobbiamo poter attribuire ad un soggetto per poterlo indicare come buono e vincente, specie se si tratta di un maschio, pur essendo la femmina essenzialmente caratterizzata da morfologia più gentile ma non certo più


leggera di un maschio. Le differenze tra maschio e femmina sono limitate essenzialmente all’intensità della saturazione dei colori, che nella femmina sono attenuati e meno decisi nei contrasti. In particolare, la mascherina facciale è generalmente più ridotta nella femmina, così come i toni sono più bruni rispetto al maschio, dove le melanine sono tendenzialmente più sature, cosa che notiamo bene nel colore caramello del cappuccio e nel grigio del dorso. L’enorme becco conico, carnicino in inverno e blu scuro in primavera-estate, deve risultare sempre proporzionato ad un capo grosso e squadrato e a un occhio grande ed espressivo che valorizzano una struttura robusta con petto prominente e pieno, con ali e coda brevi. Nel complesso i soggetti devono presentarsi compatti e possenti, con postura tendenzialmente verticale rispetto al posatoio orizzontale. È ricercata una taglia superiore ai 16 centimetri, precisione dei disegni e atteggiamento vivace e confidente; non è accettabile un atteggiamento forastico o spaventato. Note sul fenotipo mutante Un’analisi attenta del fenotipo mutante che oggi possiamo ammirare, come detto, grazie a Beata e Mario, evidenzia nei soggetti più tipici: 1) la riduzione ossidativa dell’eumelanina, che da nera appare marrone scuro (vedi maschera e remiganti) 2) la preservata soffusione eumelanica grigia superficiale sul petto e in particolare sul dorso 3) il rachide chiaro delle penne 4) la preservata presenza di feomelanina diffusa. Questi elementi, accompagnati all’occhio rossiccio e la pelle chiara dei pulli, hanno giustamente orientato Zamagni ed Esuperanzi a presupporre e proporre come topazio questo fenotipo, caratterizzato ovviamente da trasmissione genetica autosomica recessiva. Attualmente le indicazioni che possiamo addurre in merito alla selezione di tale fenotipo sono quelle di carattere generale correlate al controllo e limite dell’eventuale eccessivo schiarimento del deposito melanico e la preservazione, laddove possibile, dei disegni e dei contrasti fenotipici della specie in

Frosone femmina topazio

Il Frosone è una specie caratterizzata in primo luogo da evidente dimorfismo sessuale

relazione all’effetto mutante. Preoccupazioni attualmente poco consistenti, considerando che i soggetti mutanti attualmente nascono tutti da coppie formate sempre da almeno un genitore ancestrale portatore, scelta fatta dagli allevatori in virtù della delicatezza dei pulli mutati. Delicatezza che, per fortuna, finita la muta pare normalizzarsi rispetto ai soggetti a fenotipo classico.

Femmina in cova

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O rniFlash Il Bracconaggio, un fenomeno ancora diffuso

News al volo dal web e non solo

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proprio di poco tempo fa la notizia dell’arresto di una coppia di bracconieri, padre e figlia, che, nella zona di Brindisi, in pieno blocco pandemia, al di fuori del periodo in cui è consentito cacciare e, per di più, in un parco naturale regionale dove è interdetta in maniera assoluta qualsiasi attività venatoria e ogni genere di prelievo di animali, avevano catturato uccelli di specie protetta. Nel corso della brillante operazione condotta da una pattuglia dei Carabinieri Forestali di Brindisi in servizio nei pressi delle Saline di Punta della Contessa, i militari notavano un fuoristrada che, sotto una pioggia battente e attraverso tratturi accidentati, si allontanava dalla zona degli stagni verso il capoluogo. Dopo essere stata seguita con circospezione, l’auto è stata bloccata nei pressi di uno svincolo sulla tangenziale ed al suo interno i militari hanno rinvenuto un Piro Piro e tre Gambecchi (uccelli limicoli che prediligono le paludi). Dopo le formali operazioni di sequestro ed accertato il loro buono stato di salute, gli animali sono stati rimessi in libertà nel loro habitat naturale. Questa operazione fa il paio con altra analoga di qualche tempo fa quando, in un furgone, fermato dai Carabinieri sulla SS379, furono rinvenuti dieci esemplari di Piovanello, diciassette di Piro Piro, quindici di Gambecchio, due di Corriere rosso ed un Piovanello pancianera; anche in questo caso si trattava di uccelli acquatici superprotetti, prelevati illegalmente alle Saline di Punta della Contessa, ai quali è stato possibile restituire la libertà. Meno male che almeno il vecchio Corpo Forestale dello Stato, da sempre baluardo a difesa di boschi, parchi, foreste ed animali selvatici, di recente assorbito dall’Arma dei Carabinieri, pur oberato di lavoro per il perseguimento e la repressione dei vari reati in materia ambientale (rifiuti, emissioni inquinanti, discariche abusive, ecc.) continua a porre un argine a questi fenomeni, grazie all’abnegazione dei carabinieri-forestali che, magari viaggiando ancora a bordo delle vecchie Fiat Panda verdi, continuano ad essere uno spauracchio per i nemici della natura. Fonte: Alessandro Caiulo / Il 7 Magazine – Brindisi

Il tassista che salva le Berte

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gni sera, Toni Painting fa un giro per le strade della città di Kaikoura in Nuova Zelanda, alla ricerca di cuccioli di Berta di Hutton, uccelli marini in via d’estinzione che durante la notte, si schiantano sulle strade perché confondono l’asfalto lucido con il mare. La Berta di Hutton, è un uccello marino di medie dimensioni della famiglia Procellariidae che vive in Australia e in Nuova Zelanda. Un uccello che si trova nella lista rossa dell’IUCN e considerato in via d’estinzione perché si stima che siano rimaste poche colonie. Per questo il tassista Toni Painting, nel tentativo di dare un contributo alla specie, ogni notte va alla ricerca dei pulcini di Berta di Hutton, che finiscono sull’asfalto perché confusi dalla nebbia. Storditi a terra, questi pulcini rischiano di essere uccisi, così il tassista li recupera, li porta in un centro di riabilitazione della fauna selvatica per le prime cure che a sua volta, una volta guariti li riporta in mare. La caratteristica di questo uccello è che pur essendo marino, nidifica e alleva i suoi piccoli in montagna, a quasi 1200 metri d’altezza. Dagli anni ’60 le loro colonie riproduttive si sono ridotte da otto a due e gli esperti sono convinti che anche il fatto che molti finiscano sull’asfalto ha un ruolo determinante. I piccoli alle prime armi, devono affrontare il tragitto dalla montagna al mare e nelle notti nebbiose e senza luna, finiscono per scambiare il bitume con l’oceano. Una volta atterrati in picchiata, i piccoli non sono in grado di camminare, né muoversi e spesso vengono investiti o diventano cibo per cani e gatti. Fonte: https://www.greenme.it/informarsi/animali/uccelli-marini-estinzione


O rniFlash Il 5G è dannoso per gli uccelli? allarme è rimbalzato da un profilo all’altro sui social network: il 5G - nuovo standard per la comunicazione mobile - potrebbe essere dannoso per gli uccelli. È questo il monito che da ormai un paio di anni arriva da svariati gruppi su Facebook e affini, pronti a condividere immagini di centinaia di volatili al suolo e ormai senza vita. L’impatto emotivo delle immagini ha ovviamente spinto molte persone alla condivisione di questi contenuti, corredati dalla richiesta insistente di vietare lo standard 5G. Eppure la morte di questi uccelli non sembra essere direttamente collegata alla nuova tecnologia di trasmissione mobile, così come negli ultimi mesi diversi esperti hanno commentato. Nella maggior parte dei casi tutt’oggi disponibili sulle piattaforme social, il collegamento con il 5G è stato smentito dall’analisi dei luoghi. In gran parte delle località immortalate non risultavano infatti installate antenne 5G, non almeno al momento dello scatto. A oggi non sembrano esistere precise evidenze scientifiche che possano associare l’esposizione degli uccelli alle frequenze 5G a danni per la loro salute. Questo soprattutto in Italia, il Paese che si è dotato della normativa più stringente in Europa sui valori limite di esposizione ai campi elettromagnetici. In una recente pubblicazione, l’Istituto Superiore di Sanità ha sottolineato come non emergano particolari correlazioni tra animali e trasmissioni 5G, tanto da non rendersi necessaria una revisione delle attuali linee guida sull’esposizione ai campi elettromagnetici. Fonte: https://www.greenstyle.it/5g-dannoso-per-uccelli-cosa-sapere-325489.html

Regno Unito, nate le prime cicogne bianche da secoli

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el corso dei secoli la diversità biologica del Regno Unito è stata quasi completamente erosa dall’impatto dell’uomo, che ha abbattuto le antiche foreste e sterminato la fauna nativa, trasformando l’isola in uno sterile e monotono deserto di erica e pecore. Per cercare di rimediare agli errori passati, e rimettere in moto i meccanismi ecologici inceppati, il Regno Unito ha avviato progetti di riforestazione e di reintroduzione di specie estinte. In quest’ambito si inserisce il progetto White Stork Project, nato con l’obiettivo di reintrodurre la cicogna bianca (Ciconia ciconia) in Inghilterra, dopo centinaia di anni di assenza. Un tempo, in base ai resti rinvenuti, le cicogne erano ampiamente diffuse nelle isole britanniche; a un certo punto, però, scomparvero. Si ritiene che le cause dell’estinzione locale della specie furono la perdita di habitat e la caccia. Pochi giorni fa, a distanza di secoli, si è verificata la prima nascita in natura di cicogne bianche nel Regno Unito. Secondo quanto riferito dai responsabili del White Stork Project, si sono infatti schiuse le uova in uno dei tre nidi presenti nella tenuta Knepp, nel West Sussex, sulla costa sud-orientale dell’Inghilterra. Il White Stork Project, grazie ad una collaborazione tra proprietari terrieri privati e organizzazioni per la conservazione della natura, mira a ristabilire una popolazione riproduttiva di cicogne in Gran Bretagna. L’obiettivo è di arrivare ad almeno 50 coppie nidificanti nell’Inghilterra meridionale entro il 2030, attraverso un graduale programma di reintroduzione per i prossimi cinque anni. Nell’ambito del progetto saranno introdotte in natura almeno 250 cicogne bianche, allevate in cattività nel Cotswold Wildlife Park. Fonte: https://www.lifegate.it/persone/news/regno-unitonate-prime-cicogne-bianche-secoli-assenza

News al volo dal web e non solo

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ESTRILDIDI FRINGILLIDI IBRIDI

Le categorie a concorso che tutti vorrebbero testo e foto di CARMELO MONTAGNO (PRESIDENTE C.T.N. E.F.I.)

Seconda parte

A

lla luce dei dati espositivi degli ultimi due Campionati Italiani di Ornitologia (Parma 2018 e Bari 2019) abbiamo fatto una sintesi a carattere statistico per mettere in evidenza l’evoluzione strutturale subita dalle categorie a concorso EFI nell’ultimo triennio 2017-2018-2019. Il numero di categorie a concorso fra il 2018 ed il 2019, durante la gestione dell’attuale CTN-EFI, è passato da 304 del 2017 a 339 nel 2019. In sostanza sono state incrementate dell’11,5% intervenendo su tutte le sezioni F-G-O-P. Ovviamente, sulla base del numero dei soggetti esposti nelle varie sezioni, abbiamo preso decisioni equilibrate e proporzionate, commisurandole ai dati espositivi che ci hanno condizionato positivamente sui contenuti delle Delibere assunte dalla CTN in merito alle modifiche delle categorie a concorso per la stagione Mostre 2020 e che, in un prossimo articolo, esporremo nei contenuti. Ritorniamo adesso ad esaminare i dati numerici espositivi degli ultimi due Campionati Italiani (Parma 2018 e Bari 2019).

Cardinale Verde (Gubernatrix cristata)

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A Parma 2018, i soggetti EFI esposti sono stati pari a 2902 (fra Singoli e Stamm). Negli Stamm sono stati esposti 1072 soggetti, pari a circa il 37% del totale (2902). Il 63% sono stati Singoli con 1830 soggetti. La sezione F con 1032 soggetti ha registrato circa il 35% del totale dei soggetti esposti EFI. La G con 1870 soggetti, circa il 65%. Gli Ibridi esposti pari a 685 soggetti, sono stati pari a circa il 24% del totale (2902). Di questi 685 soggetti ibridi esposti, circa il 15% (104) appartenevano alla sezione F (Estrildidi), mentre circa l’85% (581) alla sezione G (Fringillidi). Le sezioni O (Tortore e Colombi) e la P (Quaglie e Colini) erano assenti per disposizioni del Distretto Sanitario locale. A Bari 2019, i soggetti EFI esposti sono stati pari a 2028 (fra Singoli e Stamm). Negli Stamm sono stati esposti 660 soggetti, pari a circa il 33% del totale (2028). Il 67% sono stati Singoli con 1368 soggetti. La sezione F con 794 soggetti ha registrato circa il 39% del totale dei soggetti esposti EFI. La G con 1216 soggetti, circa il 60%. Gli Ibridi esposti pari a 437 soggetti, sono stati pari a circa il 22% del totale (2028). Di questi 437 soggetti ibridi esposti, circa il 13% (58) appartenevano alla sezione F (Estrildidi), mentre circa l’87% (379) alla sezione G (Fringillidi). Le sezioni O (Tortore e Colom-

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Cardinale Rosso di Virginia (Cardinalis cardinalis)

bi) e la P (Quaglie e Colini), rispettivamente con 10 e 8 soggetti hanno registrato cumulativamente circa l’1% del totale dei soggetti esposti EFI. Infine abbiamo calcolato, con dati

sempre reali, in che misura le varie sezioni delle categorie a concorso siano state partecipate agli ultimi due Campionati Italiani (Parma 2018 e Bari 2019). Il rapporto è stato calcolato fra tutti i soggetti EFI esposti e tutte le categorie a concorso degli EFI, anche quelle prive di concorrenti. A Parma 2018, quasi tutte le categorie EFI degli Stamm hanno registrato in media fra i 3,03 ed i 4,94 soggetti esposti (a fatica si riesce ad assegnare un solo premio, tenuto conto che uno Stamm è composto da 4 soggetti, ma giustifichiamo questo dato perché sappiamo che riprodurre numeri elevati di soggetti simili da destinare agli Stamm, negli EFI è sempre molto difficile). La sezione più partecipata a Parma 2018 è stata quella che riguarda gli Ibridi nella sezione G, ove si sono registrati in media 10,34 soggetti per categoria. Questo dato significa che in una categoria così partecipata viene assegnato un premio, che sia di 1°, 2° o 3°, ogni 3,44 soggetti esposti. La sezione meno partecipata


è stata quella degli Ibridi della sezione F, ove si sono registrati 4,61 soggetti per categoria. Questo dato significa che in una categoria così partecipata viene assegnato un premio ogni 1,54 soggetti esposti. A Bari 2019, quasi tutte le categorie EFI degli Stamm hanno registrato in media fra l’1,33 ed il 2,27 soggetti esposti (a fatica si riesce ad assegnare un solo premio). La sezione più partecipata a Bari 2019 è stata quella che riguarda gli Ibridi nella sezione G, ove si sono registrati in media 5,06 soggetti per categoria. Questo dato significa che in una categoria così partecipata viene assegnato un premio, che sia di 1°, 2° o 3°, ogni 1,69 soggetti esposti. La sezione meno partecipata è stata quella degli Ibridi della sezione F, ove si sono registrati 2,53 soggetti per categoria. Questo dato significa che in una categoria così partecipata viene assegnato un premio ogni 0,84 soggetti esposti. È pur vero che ci sono state categorie molto partecipate (sia a Parma anche con 50 soggetti esposti, che a Bari con 36 soggetti esposti), ma ve ne sono altre prive di concorrenti. Questi dati ci fanno riflettere e ci invitano a prendere decisioni ragionate. La principale considerazione che va fatta riguarda i numeri espositivi globali della specializzazione EFI nei due Campionati Italiani messi al confronto. Le statistiche sono state compilate sulla base dei numeri espositivi comunicati al momento della distribuzione delle categorie a concorso ai singoli componenti del collegio giudicante. In ultima istanza, i dati espositivi sono stati ulteriormente incrementati di alcune decine di unità. Parma 2018, con 2.953 soggetti EFI esposti (su un totale di soggetti presenti in Mostra pari a 16.050), ha fatto sì che la specializzazio-

ne EFI fosse al secondo posto dopo il Colore con 8.076 soggetti esposti e ciò nonostante l’assenza delle due sezioni O e P. Bari 2019, con 2.079 soggetti esposti (su un totale di soggetti presenti in Mostra pari a 12.872) ha fatto sì che la specializzazione EFI fosse al terzo posto dopo il Colore con 6.390 soggetti esposti e i Lisci con 2.415 e ciò nonostante la presenza delle due sezioni O e P. Infatti a Bari 2019 sono stati esposti il 29,60% di soggetti EFI in meno rispetto al precedente Campionato italiano di Parma 2018. I diversi motivi concomitanti di tale decremento numerico, riteniamo debbano essere prontamente individuati per poter operare efficaci azioni di contrasto, capaci di eliminare il ripetersi di simili dannose flessioni numeriche, registrate fra un Campionato

Italiano e l’altro. Ci piace far notare, come i dati statistici registrati mettano in evidenza un crescente interesse partecipativo per le categorie dedicate agli Ibridi. Gli unici veri “atleti sportivi”, venuti al mondo soltanto per esprimere una carriera espositiva, contrariamente alle altre razze esposte in tutte le categorie a concorso di tutte le Specializzazioni. Gli Ibridi (quasi sempre sterili) sono gli unici “atleti” a non poter vantare patrimoni genetici da trasferire ai loro discendenti. L’averne deliberato la loro esponibilità a vita, senza limiti di età, credo sia stato un doveroso riconoscimento verso queste creature di rara ed unica bellezza, nate per meravigliare e sorprendere tutti indistintamente, sebbene non potranno mai metter su famiglia. Le categorie a concorso vengono allargate numericamente per incentivare gli ingabbi ma anche per favorire la selezione di specie maggiormente allevate nelle diverse mutazioni. Vengono altresì allargate o sdoppiate quando si registra un incremento notevole dei soggetti esposti in una categoria generica. Ma, allorquando risultano prive di competitività, è necessario ridurle per MANTENERE ELEVATO lo spirito sportivo delle manifestazioni espositive. Fra le attività operate dalla CTN-EFI sia nel passato che per il futuro, sono contemplate pure le modifiche delle categorie a concorso (allargamento o riduzione numerica). Le categorie a concorso sono dedicate alle specie esposte, ed al fine di mantenere alto lo spirito sportivo e competitivo delle medesime manifestazioni, abbiamo il dovere di evitare di formulare categorie a concorso che al loro interno contemplino soltanto uno o al massimo due soggetti partecipanti iscritti a concorso, per giun-

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ta appartenenti allo stesso allevatore (è ciò che accadrebbe se dedicassimo ad ogni specie rara, e quasi per nulla allevata, una categoria a concorso). Sono altresì da evitare decisioni tendenti ad eliminare alcune di quelle categorie poco partecipate durante gli ultimi Campionati Italiani, per dare spazio ad altre aventi potenzialità espositiva di 1-2 soggetti. Queste eventuali nuove categorie create soffrirebbero della stessa “malattia” (carenza espositiva) di cui hanno sofferto quelle attuali, per il fatto che non sono state partecipate. La verità è che la CTN-EFI nel proporre modifiche alle categorie a concorso esisten-

Gazza (Pica pica)

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ti, deve avere ben chiaro l’ambito di intervento. Sarebbe impensabile intervenire apportando modifiche in mancanza di una motivazione razionale che giustifichi le scelte operate. I principi sani, che muovono le scelte della CTN per modificare le categorie a concorso sono: A. Garantire una corretta selezione delle mutazioni allevate fra le diverse specie mediante l’ammissione a concorso di nuove mutazioni o, laddove ci siano difficoltà identificative del fenotipo fra le diverse mutazioni che concorrono in categorie diverse, proporne l’accorpamento.

B. Promuovere lo spirito sportivo della competizione, garantendo il confronto fra i diversi allevatori che espongono le stesse specie a concorso, evitando di creare categorie esclusivamente mirate per favorire un allevatore. C. Proporre regole nuove che incentivino la partecipazione degli espositori al concorso, garantendo numeri espositivi importanti. Sarebbe impossibile poter creare una categoria a concorso per ogni specie esistente, motivandone la scelta col dare visibilità in mostra a delle specie rare e mai viste prima. Infatti, delle oltre 10.000 specie esistenti potenzialmente allevate in ambito EFI, a parte alcune specie che sono di comune allevamento appartenenti alla Famiglia dei Fringillidi (Cardellini, Verdoni, Lucherini, Organetti, etc.) e degli Estrildidi (Diamanti Mandarino, Passeri del Giappone, Gould etc.), il resto delle specie sono quasi tutte molto rare e poco allevate. Con quale criterio la CTN dovrebbe scegliere, fra le 10.000 specie rare, quelle cui dedicare una propria categoria a concorso? In mancanza di un criterio oggettivo ben definito, rischieremmo di creare 10.000 categorie a concorso prive di partecipanti. La CTN-EFI si è invece prefissata l’obiettivo di monitorare ogni anno (in occasione del Campionato Italiano) l’evoluzione dinamica delle specie esposte nelle diverse categorie a concorso, al fine di poter intervenire per dare respiro a quelle categorie affollate di specie diverse, proponendone lo sdoppiamento su più categorie, ma impegnandosi altresì di eliminare le eventuali categorie a concorso che per un biennio consecutivo dovessero risultare prive di partecipanti. Concludiamo, confermando la decisa volontà di questa CTN di agire nel bene della FOI e, nel mentre proponiamo le modifiche alle categorie a concorso (allargamento o riduzione numerica), aspiriamo di meritare la fiducia che il Consiglio Direttivo Federale depone in noi allorquando ratifica le nostre proposte di Delibere.


CULTURA & DIDATTICA

Gli atlanti ornitologici e la loro importanza di PIER FRANCO SPADA, foto P. F. SPADA e INTERNET (AUTORI VARI)

N

ella regione Sardegna, e più precisamente a Cagliari, si è dato vita, assieme ad altre 41 aree urbane del nostro Paese tra cui Torino, Genova, Milano, Venezia, Pisa, Roma e Napoli, alla realizzazione degli atlanti ornitologici. L’Italia è infatti il Paese che in Europa, e nel Mondo, detiene il primato di aver realizzato ad oggi il maggior numero di mappe e atlanti ornitologici; la loro presenza è però molto diffusa anche nel resto d’Europa, con 15 Stati e quasi un centinaio di grandi città coinvolte: cito ad esempio Barcellona e Parigi, ma anche Vienna, Bruxelles, oppure Londra, dove si realizzò il primo Atlante Europeo nel lontano 1977, finanche città come Praga, Varsavia, Amsterdam e Mosca annoverano importanti atlanti e mappe ornitologiche.

Falco pellegrino, fonte: commons.wikimedia.org, autore: Carlos Delgado

L’Italia è il Paese che in Europa, e nel Mondo, detiene il primato di aver realizzato ad oggi il maggior numero di mappe e atlanti ornitologici

L’importanza degli atlanti ornitologici, per la compilazione dei quali servono dei tempi di studio variabili che vanno da un minimo di uno o due anni fino a dieci anni, è stata recentemente sottolineata anche dall’ISPRA, cioè l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, che dal 2018

Gabbiano reale, fonte: commons.wikimedia.org, autore: Júlio Reis

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li ha addirittura inseriti in maniera costante e sistematica tra gli indicatori del RAU, ossia del Rapporto Qualità – Ambiente Urbano. Gli atlanti ornitologici vanno considerati come una moderna, completa e aggiornata panoramica sulla presenza dell’Avifauna presente nei centri Urbani del nostro territorio, che viene realizzata anche e soprattutto grazie all’impegno e alla professionalità di grandi ornitologi di fama europea.

Picchio rosso maggiore, fonte: commons.wikimedia.org, autore:

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Tra le specie che invece soffrono di più i cambiamenti dell’habitat troviamo, nelle zone più lontane ai confini tra città e zone rurali, l’Allodola, il Saltimpalo e il Beccamoschino

Consultando questi atlanti ed entrando nello specifico delle informazioni e dei dati in essi contenuti, emerge che tra le specie in aumento troviamo con sorpresa il Falco Pellegrino, il Gheppio, il Gabbiano Reale, il Picchio Verde e il Picchio Rosso Maggiore e infine il Codirosso Comune. Tra le specie che invece soffrono di più i cambiamenti dell’habitat troviamo, nelle zone più lontane ai confini tra città e zone rurali, l’Allodola, il Saltimpalo e il Beccamoschino e, pur-


troppo, anche specie che noi tutti appassionati ornicoltori conosciamo molto bene e amiamo: mi riferisco al Verdone e al Cardellino che, negli ultimi tempi, da questi dati e questi studi, risultano in diminuzione dal punto di vista numerico a causa, secondo gli esperti, di un eccessivo consumo del suolo. Da questa mappatura di volatili che sempre di più popolano le aree metropolitane, emerge invece che, al consolidamento di specie presenti da tempo nei centri storici come Piccioni, Rondoni, Merli e Storni, si affiancano due tendenze nuove. Una potremmo definirla positiva, e cioè una netta e costante espansione del Colombaccio; l’altra, purtroppo, negativa che riguarda i Passeri, tra i quali in Sardegna il Passero Sardo, un uccello passeriforme della famiglia Passeridae che ha come nome scientifico Passer hispaniolensis, le cui popolazioni, in media, negli ultimi dieci anni si sono addirittura dimezzate; questo fenomeno, oltre che in Sardegna e in Italia, è però comune in tutta Europa e, secondo un’ipotesi, la loro diminuzione sarebbe connessa alla scomparsa di case basse, l’ambiente ideale alla loro nidificazione fra coppi e grondaie. Fortunatamente, l’interesse per il mondo naturale e per la sua salvaguardia è da molti anni in crescita costante; con il desiderio di una migliore qualità di vita, si è anche diffuso in tutte le classi sociali il bisogno di un nuovo e più positivo rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale, che si manifesta nella necessità di conoscere e di comprendere meglio la natura attraverso modi e strumenti diversi di documentazione, tra i quali anche gli atlanti ornitologici, che sempre maggiormente assumono importanza nella conoscenza e nell’interesse per il mondo naturale e per la sua salvaguardia.

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DIDATTICA & CULTURA

I Padri dell’Ornitologia italiana

Don Pietro Franchetti (Torino 1878 - Grugliasco 1945) di ROBERTO BASSO, foto ARCHIVIO CIVICO MUSEO DI STORIA NATURALE DI JESOLO

Dettaglio delle vetrine espositive delle collezioni del Museo Naturalistico del Museo San Giuseppe (TO)

N

asce a Torino il 17 luglio 1878 da una sana e religiosa famiglia. Rimane orfano di padre in giovane età, assieme ad altri cinque fratelli, quattro femmine e un maschio, cresce con l’aiuto della sola mamma. Studiò nell’Istituto Sociale dei Padri Gesuiti a Chieri, ricevendo così una formazione seminaristica; in seguito, frequentò il corso di teologia nel Seminario Arcivescovile. Divenne sacerdote nel 1904. Il Franchetti sin da subito non si mostrò particolarmente incline all’attività tradizionale sacerdotale, mentre fu sempre irresistibilmente attratto dalle scienze naturali, tant’è che giovanissimo incominciò,

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presso la casa di famiglia di Torino, sita in Via della Consolata 1bis, ad allestire un suo museo zoologico – didattico. Inizialmente trovò l’opposizione della madre Adele mentre, al contrario, l’appoggio del canonico Giuseppe Allamano fondatore dell’Istituto Missioni della Consolata, amico di fami-

Fu sempre irresistibilmente attratto dalle scienze naturali

glia e da sempre suo sostenitore. Nel frattempo, il Franchetti si laureò brillantemente nel 1915 in scienze naturali all’Università di Torino e successivamente ottenne la qualifica di docente di chimica. Iniziò così una carriera come docente, insegnando prima al Seminario dei padri delle Missioni d’Africa a Torino e a Chieri e per 26 anni nella Scuola Superiore dell’Istituto Sociale dei Padri Gesuiti; infine al Collegio San Giuseppe di Torino. Non si può non ricordare che nel 1923 Franchetti fondò la “Società Audax”, con l’obiettivo di far sviluppare interessi verso le scienze naturali e accrescere il Museo didattico presso l’Istituto San Giuseppe, incrementandolo di nuove specie, laboratori di didattica e pubblicazioni scientifiche. Ben presto nell’ambiente universitario torinese il Prof. Pietro Franchetti, anche attraverso il suo Museo di Scienze Naturali, creò un crescendo di interessi e attenzioni sicuramente meritevoli. Questa sua passione lo indusse ad affrontare viaggi – visita in diversi Stati europei. Inizialmente il suo raggio di ricerca spaziò in diverse discipline delle scienze naturali, in particolare mineralogia, botanica e zoologia. Ma ciò che maggiormente appassionò il Franchetti fu la raccolta e lo studio dei colibrì, a cui destinò ingenti mezzi e sforzi. Nel 1924 ricevette l’incarico dell’allestimento dello stand della sezione scientifica “Missioni della Consolata” nel contesto della Mostra Internazionale del


Particolare della vetrina espositiva dedicata ai galliformi del Museo San Giuseppe (TO)

Mondo Missionario promossa da Pio XI a Roma, in ricorrenza dell’Anno Santo. A seguire, il primo giugno 1931, Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, lo nominò Cavaliere dell’Ordine della Corona Italiana, per i suoi servigi e dedizione alle scienze. Nel 1933 pubblicò una sua monografia dal titolo “Trochilidae, Colibrì (Uccelli Mosca)” di 53 pagine, ricca di illustrazioni e descrizioni che ne facevano ben comprendere l’importanza. Scrisse anche diversi articoli su riviste di settore che si interruppero solo con il sopraggiungere dei tragici eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale. Tra i suoi allievi vanno sicuramente citati il noto Prof. Enrico Tortonese, che dal 1932 al 1955 operò attivamente presso il Museo e Istituto di Zoologia dell’Università di Torino, per poi divenire esimio Direttore del Museo di Storia Naturale di Genova; collaborò anche con il Dott. Carlo Alberto Casolari, noto entomologo, che donò la propria collezione al Collegio San Giuseppe nel 1990. Ma fu negli anni Trenta che il Museo Franchetti raggiunse l’apice della celebrità, per le visite di personalità del mondo scientifico, politico e religioso. Nei registri dei visitatori ancor oggi emergono le firme di ambasciatori, consoli, ricercatori,

Dettaglio della collezione di Colibrì custodita nelle storiche vetrine di P. Franchetti

della famiglia Einaudi, dell’Arcivescovo Fossati e di tanti ecclesiastici missionari che giungevano soprattutto dal Sudamerica, dall’Africa e dalla Cina; a questi vanno aggiunti tantissimi direttori e conservatori di prestigiosi musei europei. La sua grande passione per la ricerca, collezionismo e lo studio dei colibrì lo portarono alla ribalta anche per alcuni simpatici aneddoti: si racconta che a una prima al Teatro Regio di Torino arrivò a farsi dare da una signora un colibrì che le ornava, secondo la moda del tempo, il cappello. Non dobbiamo dimenticare che all’inizio del secolo scorso esisteva un fiorente mercato di pelli di uccelli, in particolare quelli più colorati e dai riflessi metallici, come pure per quanto riguarda le egrette degli ardeidi. A Parigi, Londra e Bogotà crebbero degli importanti centri commerciali di importazione e distribuzione di pelli e parti di animali esotici per un uso anche scientifico – museale. Queste penne, seguendo la moda, ornavano cappelli, ventagli, spille dorate, fermagli e quant’altro di più stravagante riguardava la tendenza del momento. Il Franchetti, pur sfruttando anche questi canali di approvvigionamento, fu sempre molto critico verso questa forma commerciale nonché moda vittoriana.

Dettaglio della collezione di Colibrì custodita nelle storiche vetrine di P. Franchetti

Vittorio Emanuele III lo nominò Cavaliere dell’Ordine della Corona Italiana, per i suoi servigi e dedizione alle scienze

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Due storiche pelli di colibrì ex collezione Franchetti

Frontespizio della monografia del 1933 sui colibrì

La sua collezione superò i 1100 esemplari

Copertina della ricerca su P. Franchetti pubblicata dal Museo Regionale di Torino

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Egli riuscì comunque ad intensificare scambi con musei, università e collezionisti privati, e fu così che ben presto la sua collezione superò i 1100 esemplari; ancora oggi è ritenuta una delle più importanti d’Europa: custodisce 94 generi di oltre 900 specie diverse, prevalentemente provenienti da Colombia, Ecuador, Brasile, Venezuela e Perù. Vi sono anche presenti numerosi esemplari affetti da anomalie di colorazione nel piumaggio o ibridi. Per quasi tutte le specie, soprattutto per quelle caratterizzate da dimorfismo sessuale, sono presenti entrambi i sessi ed anche esemplari in livrea giovanile. Meritevole di citazione è sicuramente la pubblicazione del 1999 di Aimassi G. e Levi L. dal titolo “La Collezione di Colibrì del Collegio San Giuseppe”, edita e curata dal Museo Regionale di Scienze Naturali della Regione Piemonte. Altro aspetto non trascurabile è che, nonostante la loro antichità, tutte le preparazioni montate sono da ritenersi a tutt’oggi di alto livello; di fatto, egli si rivolse negli anni ai migliori preparatori piemontesi. In primis a Carlo Bajnotti, titolare del Regio Laboratorio di Tassidermia di Torino, unitamente ai preparatori Moro, Gobetto, Musso e Poggi. Il Civico Museo di Storia Naturale di Jesolo possiede alcune pelli di studio preparate da Carlo Baj-

notti, ex collezione Franchetti. Il Prof. Pietro Franchetti si spense il 17 novembre del 1945 nella casa di riposo protetta dei frati a Grugliasco. Dopo la sua morte fu ricordato da tutti, studenti, amici e colleghi come una persona buona, dal carattere mite e disponibile nell’aiutare chiunque ne richiedesse le sue competenze e conoscenze.

Foto di Don Franchetti all’età di 65 anni


ALIMENTAZIONE

L’aceto di mele Multiuso naturale e toccasana per la salute

Dal quaderno dei miei appunti orto-ornitofili e non solo

testo e foto di PIERLUIGI MENGACCI

Premessa Fin da piccolo ero molto curioso ed i “perché”, come per tutti i bambini, erano la richiesta continua di chiarimenti in qualsiasi occasione. I “perché” meritano delle risposte precise ed esaustive e ti portano alla ricerca ed alla conoscenza delle cose e dei fatti. È quello che è successo a me con l’aceto. Nella mia famiglia esisteva solamente l’aceto di vino fatto in casa con la “madre” travasata da damigiana in damigiana e con l’aggiunta di vino che

Preparazione per aceto di mele

mio padre acquistava dai vari contadini della zona. Per verificare se il vino acquistato fosse adatto anche per fare un buon aceto, mio padre ne metteva un bicchiere sulla mensola del camino e lo lasciava lì per alcuni giorni; io mi chiedevo il perché di tale operazione… Analogamente faceva ogniqualvolta ritornava a casa con una nuova damigiana di vino, bianco (primavera-estate) e rosso (autunnoinverno). Una sera eravamo seduti attorno il camino, io e mio fratello sull’aiuola, mio padre e mia madre sul-

le sedie. Attendevamo con impazienza che le uova “messe a cuocere” sotto la cenere fossero pronte per la cena quando il babbo, guardando il bicchiere di vino rosso sulla mensola, esclamò: “Accidenti, sta volta m’ha freghèt …en ha fat el fior…gli ha mes la polverena” (Accidenti, mi ha buggerato, non ha “fatto il fiore”, lo ha trattato). Subito è uscito il mio perché. E lì il babbo a spiegarmi che nella lavorazione del vino era stato messo molto bisolfito, per cui il vino, non avendo “fatto il fiore”, mascherava qualche

Primo step con zucchero di canna

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Secondo step di maturazione

difetto e non era adatto per rinnovare l’aceto. Anche io, finché sono riuscito a reperire il vino da qualche contadino di fiducia, ho seguitato le operazioni di mio padre. Ritornato ad abitare a Monteciccardo (PU), circa 25 anni fa (dove sono nato ed ho vissuto fino all’età di 16 anni), ho scoperto una cantina a pochi chilometri da casa mia, con produzione di vini pregiati e premiati in varie manifestazioni e concorsi, e lì mi sono rivolto per gli acquisti di vini (ottimi) ed ho continuato le mie aggiunte nella damigiana con l’aceto, dimenticandomi il “trucco” di mio padre. Ahimè, un giorno mi sono accorto che il contenuto della damigiana era tutt’atro che aceto e ho dovuto ricorrere a mia moglie che da tempo aveva iniziato a comperare ed usare l’aceto di mele; a parer suo, rispetto a quello di vino “fa meno male, è meno acido, è consigliato nelle diete, nei disturbi intestinali, come antiparassitario, per le pulizie di casa, è un multiuso naturale”. Me lo ripeteva in continuazione ogniqualvolta lo portava in tavola ed io ho dovuto, pur essendo scettico a

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Aceto di mele filtrato

dir il vero, far di necessità virtù e adattarmi a questo aceto di mele in attesa

Aceto di mele pronto all’uso

di poter recuperare un buon aceto di vino da qualche piccolo produttore di vino non trattato. Nel frattempo, mentre l’aceto di mele compariva più spesso sulla nostra tavola e i pareri di mia moglie erano sempre più stressanti, nella mia testa hanno iniziato a ronzare molti perché: perché fa meno male?, perché nelle diete?, perché meno acido?, perché antiparassitario?, perché?, perché? A quel punto mi son detto: “Gigi, fatti coraggio, diamo una risposta a questi perché, vediamo che proprietà avrà mai, questo aceto di mele multiuso naturale così decantato”. Ed ecco i risultati. Proprietà e valori nutrizionali È risaputo che l’aceto di mele venga ottenuto dalla fermentazione delle mele o succo di mele in cui i batteri presenti, gli acetobacter, trasformano gli zuccheri in acido acetico. Non sto a descriverne il procedimento, tra l’altro molto semplice (vedasi una ricetta che riporto in conclusione). Devo dare una risposta ai perché che mi assillano.


La conoscenza dei valori nutrizionali di questo aceto e le sue proprietà è condizione sine qua non affinché possa accettarlo tranquillamente. Per prima cosa ho preso dalla cucina la bottiglia di aceto di mele biologico e letto i valori nutrizionali riportati per 100 ml. di prodotto: Energia 16 kcal, grassi 0 g, proteine 0 g, carboidrati 0,1g, di cui zuccheri 0,5 g; non mi hanno completamente soddisfatto in quanto mancanti di alcuni dati essenziali, utili a risolvere i miei perché. La ricerca è continuata su alcuni libri in mio possesso e finalmente su internet ho trovato alcune tabelle indicanti i valori nutrizionali completi. Riporto la sottostante tabella in quanto l’ho reputata più completa ed attendibile. Valori nutrizionali Medi per 100 g di aceto di mele Fonte: U.S. Department of Agriculture, Agricultural Research Service. 2011. USDA National Nutrient Database for Standard Reference, Release 24 (http://ndb.nal.usda.gov/). Nutrienti Principali Acqua: 93,80 g Calorie: 21 Kcal Carboidrati: 0,93 g Ceneri: 0,17 g Zuccheri Destrosio: 0,2 mg Fruttosio: 0,3 mg

Proprietà dell’aceto di mele, fonte: www.rimedio-naturale.it

Minerali Potassio: 73 mg Fosforo: 8 mg Calcio: 7 mg Magnesio: 5 mg Sodio: 5 mg Manganese: 0,249 mg Ferro: 0,2 mg Zinco: 0,04 mg Rame: 0,008 mg Selenio: 0,001 mg Vitamine: quelle contenute nelle mele (A, B1, B2, B6, C ed E). Acido malico e Pectina. Fugati i miei perché Generalmente, quando si parla di aceto di mele, il riferimento è sempre ad un condimento da utilizzare in tavola, ed io non ho mai pensato che avesse tante e tali proprietà da essere considerato anche un alimento terapeutico non solo per il nostro organismo, ma anche in campo animale. Infatti, l’analisi dei valori riportati nella suddetta tabella mi hanno convinto e confermato che l’aceto di mele, anche se carente di alcuni nutrienti fondamentali, sia veramente un multiuso naturale. Non sto qui ad elencare le proprietà dei singoli elementi, ma l’alta presenza di minerali come il potassio, utile per l’assimilazione degli alimenti, l’insieme di tutti gli altri minerali quali fosforo, calcio, magnesio, sodio, ferro, ecc., le varie vitamine, le

Isabella pastello mosaico rosso

Isabella mosaico rosso

cui proprietà benefiche per l’organismo sono più che acclarate e, non ultimo, l’acetobacter, componente principale dell’aceto di mele, microrganismo simile ai batteri presenti nel nostro intestino, che hanno il compito di equilibrare la flora batterica intestinale, hanno da subito fugato molti miei perché. Inoltre, per quanto concerne l’acidità, è scientificamente documentato che l’acidità di un aceto di mele anche biologico non è mai inferiore ad un pH di 5,0, mentre quella di un aceto di vino varia da un pH 2,8 - max Ph 3,2. Per questa bassa acidità (più il valore del PH è basso più la sostanza è acida) ed il contenuto di pectina (ha la proprietà di rallentare l’assorbimento degli zuccheri nell’intestino),

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l’aceto di mele, soprattutto biologico e non pastorizzato, è molto utile nei casi di iperacidità, che al giorno d’oggi sono sicuramente dovuti al consumo di cibi manipolati e dolcificati, all’esposizione ad un ambiente inquinato ed allo stress. È altresì documentato che trattasi di un vero e proprio alimento con proprietà curative e terapeutiche e che, assumendo aceto di mele contenente acido malico (aiuta anche a lenire i dolori articolari e contrastare la formazione di calcoli), introduciamo nel nostro organismo microrganismi nuovi che rinnovano e potenziano la flora batterica intestinale, utile per combattere i batteri nocivi, i processi di fermentazione e putrefazione; a differenza dell’aceto di vino, dove l’acido acetico e tartarico, se assunto in dosi eccessive, può contribuire all’indurimento del fegato (cirrosi del fegato) e favorire l’insorgere di ulcere duodenali e intestinali. Per tutti questi motivi l’aceto di mele “fa meno male” dell’aceto di vino, anzi, in molti casi è utile e consigliabile. Inoltre, diversi studi scientifici, tra cui va menzionato un lavoro del 2004 eseguito presso l’Arizona University, hanno dimostrato che l’aceto di mele abbia la capacità di tenere sotto controllo gli zuccheri nel sangue, risultando adatto soprattutto a soggetti diabetici di tipo 2, e può essere vantaggioso anche per chi non soffre di questa patologia. In ultima analisi, mi sono convinto che l’aceto di mele è un vero toccasana per la salute. Oltre all’uso culinario non vanno dimenticate le sue proprietà, così riassunte: depurativo, tonificante, alcalinizzante, stimola il metabolismo dei grassi (drenaggio delle cellule adipose) e la digestione, consigliato nelle diete dimagranti, ha proprietà cosmetiche (cura e bellezza dei capelli), antiparassitario (è documentato essere un buon repellente contro zecche, pulci nei cani e gatti) ed altresì utilissimo nelle pulizie di casa, della stanza ed accessori dei nostri volatili (aiuta a combattere funghi, batteri ed altri microrganismi).

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serie di malanni, in particolare – preso con il miele – per curare tosse e influenza. I legionari romani, invece, amavano bere la “posca”, un drink rinfrescante preparato con Aceto di Mele e acqua (l’aceto serviva anche a neutralizzare i possibili agenti patogeni presenti nell’acqua). Siccome l’Aceto ha anche proprietà antisettiche, veniva usato per disinfettare le ferite dei soldati e guarirle più in fretta: l’abitudine di utilizzarlo nei campi militari, passando attraverso la Guerra di secessione americana, arrivò fino alla Prima Guerra Mondiale.” Isabella pastello mosaico rosso

Isabella mosaico rosso

Curiosità storiche (fonte: CiboCrudo – Aceto di mele Bio) “Fin dall’antichità l’Aceto di mele è stato apprezzato ed utilizzato in vari modi. Nel 5.000 a.C. i Babilonesi usavano l’Aceto per condire e conservare gli alimenti. Come hanno dimostrato vari scavi archeologici, già nel 3.000 a.C gli antichi Egizi usavano l’Aceto di Mele, mentre in Cina le prime tracce d’aceto rinvenute risalgono al 1200 a.C. Nell’antichità, oltre che come cibo, l’Aceto di Mele, come altri tipi di aceto, era usato per scopi medicinali e in particolare come bevanda energizzante. Nell’antica Grecia Ippocrate – considerato il padre della medicina moderna – raccomandò l’uso dell’Aceto di Mele come tonico e come rimedio per una

Utilizzo dell’aceto di mele in campo ornitologico Conosciute le sue svariate proprietà, l’aceto di mele mi ha convinto a farlo entrare quasi esclusivamente nel mio piatto al posto di quello di vino, ed è entrato anche nel mio piccolo allevamento di canarini di colore. Vi ho fatto un piccolo accenno nell’articolo “La cenere di Legna” (I.O. n. 4/2020, pagg 23-27), ma ora vorrei essere più esaustivo ed elencarne vari utilizzi (sicuramente molti allevatori già li conoscono) fatti da me e da miei amici allevatori di canarini. Premetto che ho iniziato, per scherzo, a produrre aceto di mele con mele che mi fornisce un contadino a coltura biologica e vi dirò che la cosa, oltre ad essere molto semplice, è anche piacevole e remunerativa sotto ogni punto di vista. A tutt’oggi ho aceto di mele per le mie necessità, di sicura provenienza! Non avrà un gran colore, ma sicuramente contiene più caratteristiche benefiche rispetto ad aceti commerciali filtrati e pastorizzati e forse di dubbia provenienza. Ma veniamo all’utilizzo nell’allevamento dei nostri volatili: - Nel beverino: aggiungendo aceto di mele, possibilmente biologico, nel beverino, si ottengono molti vantaggi per la salute dei nostri volatili: a) abbassa il ph dell’acqua e riduce altresì il terreno di coltura per molti batteri; inoltre, rende il tratto gastroenterico del tubo digerente poco ospitale a batteri e funghi patogeni.


b) migliora la flora batterica intestinale, facilita la digestione, aiuta ad eliminare i parassiti interni ed è anche utile in casi di raucedine e a detta di alcuni allevatori anche in casi di acariasi respiratoria. c) aggiunge alla dieta tutti i benefici che provengono dalle vitamine, minerali, acido malico e pectina contenuti nelle mele. d) aiuta a combattere e prevenire la megabatteriosi, secondo alcuni allevatori. Generalmente viene consigliato un trattamento mensile per due o tre giorni con una dose di 10/15 ml per litro di acqua. Alcuni autori ritengono sufficiente somministrare l’aceto di mele in dose di 3/5 ml per litro per rendere più gradita l’acqua, ma confermo che con le proporzioni da me suggerite i canarini bevono tranquillamente l’acqua così acidificata che rinnovo ogni due giorni. Durante le cove, a mio avviso, sarebbe opportuno un trattamento a giorni alterni dalla nascita fino al decimo giorno di vita dei pulli. Quando reputo un mio canarino indisposto intervengo con acqua acidificata, per due o tre giorni, nel rapporto sopra descritto, ed il soggetto, se non ha particolari patologie che hanno bisogno del consulto veterinario, ritorna in forma. - Nelle vaschette per il bagnetto: come antiparassitario e insetticida naturale, nonché detergente e per la

brillantezza del piumaggio, io generalmente ne metto 15/20 ml per lt. d’acqua nel bagnetto settimanale. - Per la pulizia di gabbie, accessori, pavimenti, pareti, vetri, ecc. Una dose media da 200 cc (aumentabile a seconda delle necessità) di aceto di mele, ben miscelata in 1/2 lt d’acqua ci dà un ottimo detergente che, utilizzato in un contenitore spray multiuso, riempirà l’ambiente anche di un dolce profumo di mela. Chiudo con una ricetta molto semplice, per chi volesse fare dell’aceto di mele in casa. L’ho trovata in una rivista anni fa e l’ho fatta mia con alcune varianti. Ingredienti: 1 litro di acqua in un vaso di vetro con imboccatura larga e di capienza come minimo superiore ad 1/3 dell’insieme che verrà introdotto; 300 gr. di mele, possibilmente da colture biologiche, ben lavate con bicarbonato diluito in acqua, tagliate a piccoli pezzetti, private solo del torsolo, che immetto nel vaso di vetro con 250 gr di zucchero (possibilmente di canna) per 10 gg, mescolando una volta al giorno con un cucchiaio di legno, coprendo il vaso con una garza, che faccia entrare aria e non mosche ed insetti (lo zucchero di canna dà una colorazione marroncina). Trascorsi i 10 gg passo il tutto con un passino molto fine e rimetto il composto nel vaso di vetro, sempre coperto, e mescolo a giorni alterni. Nei successivi 10/15 gg lascio riposare

Agata mosaico rosso. In tutti i beverini delle foto c’è l’aceto di mele diluito in acqua nelle proporzioni indicate nell’articolo

Agata mosaico rosso

il tutto in un ambiente relativamente buio e con temperatura ambientale che generalmente nella mia cantina, anche nelle giornate più fredde, non scende mai sotto i 12°. Trascorsi gli ultimi giorni, il profumo mi fa capire se è giunto il momento di filtrare il composto ed imbottigliarlo, avendo così ottenuto un ottimo aceto di mele, che mi sarà utile non solo in cucina. N.B.: le bottiglie non vanno riempite completamente e chiuse ermeticamente in quanto la fermentazione può continuare fino a farle esplodere, cosa che mi è successa con una delle prime bottiglie. Infine penso che, oltre a quanto su esposto per la nostra salute e quella dei nostri volatili, sia molto valido, per chi desidera mantenersi in forma, seguire questo consiglio che viene riportato in vari scritti di medicina popolare e non solo: - “Bere al mattino, prima di colazione, a cicli di 15 gg, un bicchiere di acqua tiepida in cui vanno versati due cucchiaini di aceto di mele (possibilmente biologico) e uno di miele”. Per esperienza personale vi posso garantire il suo effetto e ve lo dico così: L’aceto di mele alla mattina ti mette in forma più di prima. Se assunto con costanza ti fa calar la “panza”! Se hai del “grasso” in più, scegli meglio il tuo menù! Ma se aggiungi una “corsetta”, farai bene a testa, cuore, muscoli e… “pancetta”! Ad maiora semper!

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R ecensioni “Il Colibrì” di Sandro Veronesi - Edizioni La Nave di Teseo - 368 pagine di GENNARO IANNUCCILLI

Novità editoriali

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iciamoci la verità: per noi appassionati di ornitologia, qualsiasi rimando al mondo degli uccelli funge da richiamo per la nostra attenzione. Una canzone, un titolo su un giornale, una pubblicità, un’opera d’arte, uno spot televisivo: tutto può essere così attraente, con la sola presenza di un riferimento al mondo alato. E così, il titolo di questo libro ci ha subito conquistato: “Il Colibrì” è, infatti, il nuovo romanzo di Sandro Veronesi – uno degli autori contemporanei più seguiti nel panorama della letteratura italiana. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti letterari, tra cui il Premio Campiello e il Premio Strega, e la versione cinematografica del suo libro “Caos calmo” è stata un successo di pubblico e critica. Questo romanzo colpisce soprattutto per il paragone tra il protagonista (Marco Carrera) e, appunto, il “Colibrì”, magnifico e minuscolo uccellino dalle tante peculiarità che lo rendono unico, come l’abilità di battere velocemente le ali per poter stare fermo, o per volare all’indietro, restando sospeso mentre tutto intorno si muove inesorabilmente, pur senza accorgersene. Praticamente, un continuo movimento che fa impiegare tutta l’energia per restare apparentemente immobili, in una sorta di massima espressione di tenace resilienza. Il protagonista, come il Colibrì, si muove incessantemente per restare saldo sulle sue posizioni rifuggendo i cambiamenti e, quando questo non è possibile, per trovare il punto d’arresto della caduta. Il suo modo di essere fa si che la vita, non solo la sua, possa essere in qualche modo accettata e gestita sia nei momenti piacevoli, sia nel dolore. Intorno a lui, Veronesi costruisce altri personaggi indimenticabili, che abitano un’architettura romanzesca perfetta. Tutto si svolge in un tempo liquido, partendo dagli anni 70 per proiettarsi nel futuro, grazie alla piacevole e sconvolgente novità che, all’improvviso, farà splendere l’esistenza del protagonista. “Il Colibrì” è un romanzo potentissimo, che incanta e commuove, sulla forza struggente della vita. Consigliamo la lettura di questo libro a tutti gli appassionati di ornitologia non solo per l’indovinato riferimento al bellissimo e stupefacente volatile ma perché, attraverso le vicissitudini narrate nel romanzo, si possa riflettere su aspetti della vita che talvolta sfuggono, per volontà o distrazione. “Io credo che tu sia la parte migliore della mia vita, la parte che si può sognare.”

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CANARINI DI FORMA E POSIZIONE ARRICCIATI

Arricciato Gigante Italiano Chiarimenti della C.T.N. Canarini di Forma e Posizione Arricciati di C.T.N. C.F.P.A. (GIANFRANCO D’ALESSANDRO, EMILIO SABATINO E AURELIO RADICE, foto S. GIANNETTI E F.O.I.

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n quest’ultimo periodo, l’ornitologia ha posto l’attenzione verso un canarino di grande prestigio, espressione dell’orgoglio italiano in campo ornitologico: l’A.G.I. Infatti, molti articoli sono stati pubblicati in merito e, tra questi, va citato quello apparso su I.O. n° 4/2020, pag. 15 (autori G. Corsa e L. Mollo), che ha suscitato non poche perplessità, malcontenti e critiche. La CTN, venuta a conoscenza solo dopo la pubblicazione dell’articolo in questione, vuole evidenziare le divergenze espresse, facendo notare che il contenuto di tale articolo presenta una discrepanza con l’attuale Standard. Da quando il canarino è stato riconosciuto dalla COM (15 Gennaio 2001), non abbiamo contezza circa un cenno o un testo in cui sia stato rappresentato, citato, o paragonato ad un bottiglia di ”Coca Cola”. Già un anno fa, alla pubblicazione del primo articolo degli stessi autori sull’A.G.I. in cui si faceva riferimento alla forma della medesima “bottiglia”, ci furono critiche e diatribe; riteniamo che perseverare in questa direzione sia segno di conoscenza impropria della razza, vanificando e sminuendo il lavoro di pur bravi allevatori ed ottimi tecnici del settore che, con il loro costante impegno, cercano di portare in auge ciò che rappresenta un fiore all’occhiello per l’ornitologia italiana. La CTN ed il Club sono in sintonia e collaborazione costante, lo standard e i criteri di giudizio sono molto ben definiti e dettagliati. Gli allevatori italiani in decine d’anni sono riusciti ad aumentare la taglia, il volume del piumaggio e la vistosità dell’arricciatura della testa del Parigino. Durante il lavoro selettivo del Parigino, sono apparsi dei connotati che non era-

Un fiore all’occhiello dell’ornitologia italiana

no contemplati nello standard. Questi nuovi aspetti sono stati in primis una voluminosa arricciatura della testa fino ad allora sconosciuta, originatasi non solo da evoluzioni selettive, ma anche da incroci avvenuti con soggetti ciuffati (Crest, Lancaschre, ecc.) con piume rivol-

AGI lipocromico pezzato, foto: S. Giannetti

AGI lipocromico pezzato, da: Criteri di Giudizio FPA edizione 2006

te tutte in avanti. A questa nuova arricciatura della testa è stato dato il nome di “testa a cappuccio”, un mutamento che appariva sempre più spesso nei soggetti col cappuccio. Le piume del petto (jabot) convergenti verso l’alto, formarono una specie di ventaglio senza dar luogo a cavità, chiamato “pettorina”. Le piume delle spalle risentirono di questa tendenza, tanto che la parte anteriore era rivolta in avanti, facendo assumere a questo connotato la forma di “rosa”. La realtà è che c’è stata un’evoluzione che aveva dato origine a una gran quantità di canarini di grande mole ben differenti dal suo progenitore Francese, i quali non erano più esponibili come Arricciati di Parigi. Si costituì allora un club che si prefisse di standardizzare questi nuovi connotati conferendo una nuova razza cui fu dato il nome Arricciato Gigante Italiano (A.G.I.). L’A.G.I. è la quarta razza italiana riconosciuta in patria; nella primavera del 1998 la C.O.M. (Confederazione Ornitologica Mondiale) diffuse la notizia del primo riconoscimento dell’A.G.I., ottenuto a Zutphen nel contesto del Cam-

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AGI lipocromico pezzato, da: Criteri di Giudizio FPA edizione 2006

pionato Mondiale di Ornitologia in Olanda. La C.O.M., con il n° 101 Marzo 1999 del suo bollettino “Les Nouvelles de la C.O.M.”, diede notizia che l’A.G.I. aveva superato la sua seconda prova nel contesto del Campionato Mondiale di Ornitologia svoltosi a Silvi Marina in Abruzzo (Italia). Questo bellissimo canarino, selezionato nel nostro Paese, venne definitivamente approvato come nuova razza dalla C.O.M.-O.M.J. nel corso del Campionato del mondo che si svolse a Santa Maria da Feira in Portogallo nel 2001. Descrizione Standard Testa e collo: La testa a cappuccio, totale o parziale, trae origine dal bavero rialzato che è un connotato molto importante e caratterizzante nell’A.G.I. La testa deve essere rotondeggiante e molto voluminosa, il bavero rialzato nella sua parte anteriore si fonde armoniosamente con le piume del collo conformato a grondaia. La testa deve avere un becco conico a base larga, collo con piume direzionate verso l’alto che, nella parte posteriore, nella regione interessante la nuca, formano il bavero rialzato. Fianchi: ben sviluppati, ricurvi verso

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l’alto senza cedimenti, accostandosi vaporosamente alle ali e simmetrici. Jabot e addome: Nella pettorina le piume, dai lati, convergono verso l’alto in avanti formando un ventaglio e richiudendosi nella zona prossimale al collare, senza determinare vuoti. Taglia: lunghezza minima 21 cm, proporzionata con la struttura del soggetto. Soggetti più corti vanno penalizzati. Piumaggio morbido e fine, molto voluminoso, composto. Sono ammessi tutti i colori. Mantello e mazzetti: Spalline con piume larghe, lunghe, molto estese, conferenti una arricciatura armonica e molto vaporosa; le spalline a “rosa” formano una corolla con piume ricadenti in avanti e sui lati, dipartentesi da una zona centrale del dorso. Una regolare ed equilibrata disposizione delle piume della “rosa” è spesso associata ad una generale simmetria delle arricciature. Al contrario, nel caso in cui le piume avessero una disposizione irregolare, e quindi asimmetrica, con una prevalente tendenza da destra a sinistra, ciò è spesso il segnale di una generale asimmetria delle arricciature che si manifesta con: l’abbassamento del fianco sinistro, con il “colpo di vento” delle piume dell’addome che tendono verso destra e con un rafforzamento delle piume del fianco destro che si rivolgono verso l’alto. Il mazzetto della groppa e quello dei fianchi completano il mantello e debbono essere vaporosi. Coda: omogenea, robusta, con estremità quadrata, timoniere molto lunghe e dritte. Sopraccoda con numerose piume di gallo lunghe e sottocoda ben raccolta e di consistenza. Portamento fiero e

AGI lipocromico pezzato, da: Criteri di Giudizio FPA edizione 2006

maestoso, con coda allineata al tronco o leggermente cadente. Ali: regolari e potenti, non cadenti e ben embricate. È ammessa una leggera sovrapposizione delle punte. Arti inferiori: zampe grosse e robuste, garanti di una buona presa sul posatoio. Unghie attorcigliate o tendenti ad attorcigliarsi, l’unghia posteriore dovrà essere integra pena declassamento, mentre la rottura di una o due unghie anteriori vengono penalizzate. Anellino FOI Tipo T.

Riepilogo Analitico delle caratteristiche che differenziano nettamente la razza A.G.I. da ogni altra razza arricciata: - Testa: voluminosa e sferica a sezione circolare - Bavero rialzato: premessa indispensabile per formazione delle varie arricciature della testa - Pettorina: a “ventaglio” - Mantello: a “ROSA” o tendente a disporsi in tale forma - Portamento: eretto a 60° - Lunghezza: cm 21 ed oltre - Piume di Gallo: larghe, lunghe e falciformi - Unghie: integre a cavatappi o tendenti ad attorcigliarsi Il presente riepilogo deve costituire l’ABC di quanti, allevatori e giudici, siano interessati alla selezione dell’Arricciato Gigante Italiano (AGI)


Se desideri proporre un argomento scrivi a: redazione@foi.it

P agina aperta S

ono un socio FOI appassionato e allevatore di canarini di colore nero giallo/nero giallo avorio. Prendo spunto da un articolo della rivista n. 3 2020 e precisamente dalla pagina 54 dove la parola Oliva mi risalta agli occhi. A volte capita di usare il termine nero giallo oliva riferito ovviamente alla varietà nero giallo avorio, mi chiedevo se il termine in merito è improprio o è consentito utilizzarlo in quanto per sentito dire lo si accosta ai colori delle olive. In attesa di una vostra, vi ringrazio anticipatamente. GIULIANO ALFREDO

iversi anni or sono, nei neri, si usavano termini che associavano sia il tipo che la varietà. Partendo dal giallo, nei tipi classici, si diceva: bruno giallo, agata giallo, isabella giallo (poi si aggiungeva la categoria cioè: intenso, brinato o mosaico) come ora, ma nei neri non si diceva nero giallo, bensì verde; per verde si intendeva quindi il nero giallo. Poi si aggiungeva la categoria e così c’era: il verde intenso, il verde brinato ed il verde mosaico. Allo stesso modo, nel nero rosso si diceva bronzo e quindi c’erano: bronzo intenso, bronzo brinato e bronzo mosaico. Nei neri bianchi si parlava di ardesia che erano divisi in: ardesia ed ardesia soffuso. Intervenendo la mutazione avorio, i neri giallo avorio venivano chiamati semplicemente oliva e quindi si avevano: oliva intenso, oliva brinato ed oliva mosaico. Badi quindi, solo oliva, non giallo oliva. Nei neri rosso avorio si diceva semplicemente viola e quindi si avevano: viola intenso, viola brinato, viola mosaico. Insomma nel tipo nero, che fra l’altro allora era ben più correttamente detto nero-bruno, si voleva usare un solo nome per indicare il colore d’insieme che si percepiva, aggiungendo poi solo la categoria. In effetti il canarino selvatico, al quale bisogna sempre fare riferimento iniziale, si può dire essere percepito come verde poiché l’insieme dei pigmenti nero, bruno e giallo producono quell’effetto. Magari non in modo perfetto, ma l’insieme fa pensare al verde. Va detto che i colori indicati, tranne il viola, corrispondevano più o meno bene all’effetto d’insieme percepito (magari il bronzo senza coloranti). Il viola fu oggetto di fondate critiche, va però detto che in certe angolazioni di luce (specialmente al tramonto) qualcosa di violaceo sembrava potersi percepire. Per quanto riguarda l’oliva, la diluizione del giallo, unita ai colori melanici, dà un aspetto che può ricordare il colore di certe olive, non tutte e magari in modo non perfetto, ma può ricordarlo. Nulla di male quindi se ancora oggi si parlasse di: verde, bronzo, ardesia o di oliva. Vecchi allevatori lo fanno spesso. L’importante è ricordare che le denominazioni ufficiali sono altre e che i termini suddetti sono quindi diventati gergali. Quanto al suo riferimento all’oliva degli arricciati pesanti, non ha a che fare con il colore ed allude a penne diverse a secondo dei vari autori. Condivido sostanzialmente il parere del prof. de Baseggio e ritengo sia meglio non usare più questo termine che può indurre in errore. Da vecchio allevatore, la ringrazio per aver rinverdito antichi ricordi e spero di aver fornito delucidazioni adeguate. GIOVANNI CANALI

Argomenti a tema

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I NOSTRI LUTTI

La FOI in lutto per la perdita del Presidente Onorario Riccardo Coffetti di ANTONIO SPOSITO

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l nostro Presidente Onorario Riccardo Coffetti ha concluso la sua esistenza terrena. Tutta la FOI, ogni sua componente, ogni singolo tesserato devono a questa grande e bella persona un immenso ringrazia-

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mento per quello che ha saputo dare al nostro Movimento, per essere stato interprete del progresso, per la sua capacità, per la sua competenza, per il suo equilibrio, per la sua gentilezza, per il suo stile sempre impeccabile,

per essere stato sempre un Uomo perbene. Come sempre lo avevo sentito in perfetta forma per gli auguri pasquali, con il suo tono di voce suasivo, perspicace e vivido. Alla fine della telefonata mi rimasero impressi due momenti. Mi dichiarò il desiderio di poter ritornare quanto prima a lavorare nel suo studio professionale. Mi raccomandò di riguardare me e la mia famiglia dall’epidemia e quando io feci lo stesso con lui mi disse di non essere preoccupato per se stesso bensì per sua moglie. Quanti ricordi ho di lui e quanti bei momenti abbiamo trascorso insieme. Era Presidente di Giuria in una delle mie prime mostre da Giudice Regionale e ricordo nitidamente che prima di cominciare il giudizio volle tenere a colloquio tutta la giuria, composta interamente da giovani. Nessun sermone, solo rassicurazioni e, in un’atmosfera resa serena e leggera dal suo sorriso imperante, ci chiese soltanto di essere umili e di riferirci ai più esperti in caso di dubbi. Non dimenticherò mai una frase che esclamò in quella occasione che più volte ho ripetuto nelle Assemblee dei Giudici: “Quando giudicate dovete essere prima Allevatori ed avere la sensazione di essere seduti a fianco dell’Allevatore del soggetto che avete davanti a voi sul tavolo per rispettare e valorizzare il suo lavoro, il suo sacrificio, la sua passione”.


L’ho sempre percepito come un padre, come una persona dalla quale ricevere in dono esperienze di vita, ricchezze morali e tutto quant’altro ci si può aspettare da un padre. Ho tanto insistito per averlo con noi alle cene di gala dei nostri Campionati Nazionali e l’ultima volta a Parma sono stato onorato nell’averlo avuto seduto al mio fianco in una piacevolissima serata. Oggi il tempo ha fatto il suo corso e ce lo ha portato via ma, nonostante il distacco fisico, continueremo ad averlo in presenza ed il suo nome rimarrà scritto con caratteri splendenti nella storia della FOI. Grazie Presidente Coffetti, ora che anche io so cosa significa essere Presidente FOI, ancora di più conservo nel cuore il suo esempio.

In memoria di Riccardo Coffetti

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o appreso la notizia della dipartita di Riccardo Coffetti dal Presidente dell’O.d.G. Sig. Andrea Benagiano nella mattinata di sabato scorso e debbo confessare di essere rimasto profondamente addolorato e dispiaciuto. Egli ha rappresentato per me e per tanti altri Colleghi della mia generazione un autentico faro, un esempio, un Maestro nell’indicarci come ci si deve comportare nell’espletare la funzione da Giudice F.O.I. nell’ambito delle Mostre (e non solo). Scevro da polemiche di bassa lega, persona integerrima, ha sempre rappresentato noialtri Giudici nel migliore dei modi, raccogliendo unanimi consensi da tutti gli addetti ai lavori. Un signore a tutto tondo, un autentico Galantuomo. Fu Presidente di Commissione Tecnica del Colore, Presidente dell’O.d.G., Presidente della F.O.I. ed in ultimo nominato Presidente Onorario della F.O.I. Serberò nella mente l’ultimo colloquio che ebbi con Riccardo un po’ di tempo addietro, in occasione di una mostra, e lo ringrazio ancora per quanto ebbe a dirmi e per quanto mi ha dato nel tempo. Mi e ci mancherai mica poco, Maestro. Buon viaggio. ANDREA SPADAROTTO

Il ricordo di Andrea Benagiano

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ono passati 25 anni, quando da giovane Presidente di Associazione ho avuto il piacere e l’onore di conoscere l’allora Presidente Federale Riccardo Coffetti. Da quel momento ho sempre apprezzato le qualità umane e dirigenziali di un Uomo che a primo impatto poteva sembrare sostenuto, ma nella realtà era una persona di una gentilezza, di una signorilità e disponibilità fuori dal comune. Aver ricevuto, il 2 maggio di questo particolare 2020, la notizia della sua scomparsa è stato per me e tutto il mondo FOI un fulmine a ciel sereno. Un capitolo importante della nostra storia si chiude con la morte del Presidente Onorario Riccardo Coffetti, il cui percorso è iniziato con la carica di Presidente di CTN Colore, in seguito Presidente dell’Ordine dei Giudici e completato con la Presidenza del Consiglio Direttivo Federale. Avevo avuto occasione di sentirlo telefonicamente poco prima della Santa Pasqua; mi aveva rassicurato, vivendo a Bergamo, che si erano cautelati barricandosi in casa e che pertanto la situazione era sotto controllo, con la sua indiscutibile gentilezza formulò gli auguri raccomandandomi di essere forte e che era doveroso esserlo. Ci salutammo, ma mai avrei immaginato che sarebbe stata l’ultima volta, sì, perché questo virus ci ha impedito di rendergli onore come meritava. Ricordo come fosse ieri il suo abbraccio, il giorno della mia elezione a Presidente dell’Ordine dei Giudici, ed il suo augurio di buon lavoro. Conservo gelosamente la

lettera scritta di suo pugno con la quale mi rinnovava gli auguri e mi indicava alcuni importanti suggerimenti che orgogliosamente posso dire di aver seguito. Grazie Presidente Coffetti per quello che ha dato a me, ai Giudici ed a tutto il mondo della sua grande Federazione Ornicoltori Italiani. ANDREA BENAGIANO Presidente Ordine dei Giudici – F.O.I.

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Un’oasi di pace dove il tempo sembra essersi fermato di CRISS VERC

Lettere in Redazione

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l giorno d’oggi, in questo particolare momento dove il mondo ci ha imposto di fermarci e dove la lentezza ha preso per un po’ il posto della frenesia del consumismo e dei ritmi serrati dei vecchi tempi lavorativi, è una fortuna aver potuto godere di uno scenario naturalistico a dir poco mozzafiato come quello che vi presento. Qui la natura sembra essere incantata e dar vita ad uno scenario a dir poco fiabesco, dove gli alberi nel pieno dello sbocciare primaverile si perdono fra il verde del prato che sembra non avere fine. Il verde smeraldo ci ricorda la Toscana ma ci troviamo invece al nord, a Sant’Ilario Milanese, a qualche chilometro dal bosco del WWF di Vanzago in Lombardia. Appena entriamo ci accoglie posizionato al centro della corte uno splendido esemplare di albero dall’immensa chioma verde che sembra toccare il cielo azzurro terso da qualche nuvola: il bagolaro (Celtis australis). Lo splendido esemplare detto anche albero dei rosari è quasi centenario ma non sembra e ospita fra le sue foglie nidificazioni di merli, gazze, piccioni e di passaggio qualche cuculo, civetta e gufo. Il bagolaro è riconoscibile per la corteccia da grigio chiaro a cenerognolo verdastra, liscia e compatta, soprattutto sui rami. Nelle aree inquinate, il tronco scurisce alla base e raggiunge facilmente i 20 metri di altezza e, in condizioni adatte, vive qual-

che secolo. Fruttifica dopo i 10 anni. Preferisce l’esposizione al sole e alla luce. Resiste molto bene all’inquinamento, alla siccità e al gelo. Fra le curiosità più interessanti è che viene definito anche “albero dei rosari” in quanto i semi dei frutti, pur essendo duri, possono venire forati e infilati per ottenere collane o corone da rosario. Ai suoi piedi cresce vigorosa una felce mentre, proseguendo verso il giardino, una splendida curva di narcisi ci fa da apripista ad una lussureggiante serenella bianca e, un po’ più avanti, una splendida siepe di arancio trifogliato diffonde il suo soave profumo. Proseguendo sulla destra, una coppia di pini cinquantenari divide un po’ a metà l’enorme spazio verde del giardino e ci proietta in fondo, quasi alla fine, dove un novello pino argentato, detto anche abete del Colorado per via delle sue origini del Nord America, è stato da poco piantato. In futuro raggiungerà i 3 metri anche se la sua crescita sarà lenta ma in grado di offrirci una buona dose di ombra, ossigeno e una bella dimora per le innumerevoli razze d’uccelli che vi dimoreranno. Non dimentichiamo mai di proteggere, curare e salvaguardare la natura sia all’interno dei nostri giardini sia al di fuori, e di considerarla ora più che mai una fonte indispensabile e speriamo inesauribile per la nostra sopravvivenza.


Attività F.O.I. Sintesi verbale del consiglio direttivo federale del 14-15 febbario 2020 (La versione integrale è pubblicata sul sito www.foi.it/verbali) Il CDF prende atto delle candidature pervenute per le elezioni del CDF, del Presidente dell’ODG, dei Presidenti di Specializzazione in seno all’ODG, del Presidente e dei componenti della CTN Canto e ne dispone la pubblicazione sul sito istituzionale. Il CDF, nel prendere atto delle dimissioni rassegnate dal Presidente del Raggruppamento Interregionale Puglia/Basilicata Giuseppe Cariati, pervenute alla Segreteria Federale in data 08/01/2020, dispone, ai sensi dell’art. 15 del Regolamento Raggruppamenti il commissariamento del predetto Organo Periferico. Nomina Commissario il Vice Presidente Federale Diego Crovace al quale vengono conferiti i poteri istituzionali ed amministrativi volti a condurre il Raggruppamento, nel più breve tempo possibile, a nuove elezioni. Il CDF, nel prendere atto delle dimissioni rassegnate dal Presidente del Raggruppamento Regionale Friuli Venezia Giulia Nino Merlino, pervenute alla Segreteria Federale in data 04/02/2020, dispone, ai sensi dell’art.15 del Regolamento Raggruppamenti il commissariamento del predetto Organo Periferico. Nomina Commissario il Consigliere Maria Carla Bianchi al quale vengono conferiti i poteri istituzionali ed amministrativi volti a condurre il Raggruppamento, nel più breve tempo possibile, a nuove elezioni. Il CDF approva la stesura definitiva del bilancio del 2019 che presenta un avanzo di gestione pari ad euro 30.991,85, osservando che tale dato è stato condizionato da un importante flessione dei contributi individuali a delle quote anelli. Inoltre anche la gestione del Campionato Mondiale di Cesena ha inciso solo per euro 15.000,00. Il CDF prende in esame il verbale del consiglio dell’ODG del 14/9/2019 deliberando quanto segue: - con riferimento al punto 4 (delibera CCTTNN), ratifica la decisione della CTN CFPA circa la definizione della taglia del canarino arricciato Padovano (18 cm); - osserva che presso la Segreteria Federale non è pervenuto alcunché in ordine allo standard del Torzuino e che, pertanto, non è possibile attivare la verifica del rispetto delle condizioni per l’avvio del riconoscimento. - ratifica lo standard del Girardillo Sevillano; - ratifica la revoca della benemerenza al Giudice Giuliano Passignani essendo venuti a mancare i presupposti del riconoscimento per avere lo stesso optato per la partecipazione ad altro non meglio definito consesso ornitologico; - condivide pienamente il principio affermato dal Presidente dell’Ordine nell’ambito dello scambio epistolare intrattenuto con il Segretario OMJ in ordine alla obbligatorietà dei Giudici di richiedere il nulla osta prima di accettare inviti a giudicare all’estero. Il CDF prende in esame il verbale del consiglio dell’ODG del 21/12/2019 deliberando quanto segue: - per quanto il principio fondamentale per l’allevamento degli ibridi con il canarino è da ritenersi quello mediante l’utilizzo del canarino di colore, la CTN EFI non esclude la possibilità che tale accoppiamento possa

avvenire mediante canarino di diversa razza; in tale ottica richiede l’inserimento nella sezione G di nuova categoria a concorso con la seguente denominazione: “IBRIDI DI FRINGILLIDE (EUROPEO ED ESOTICO) PER CANARINO DIVERSO DAL CANARINO DI COLORE (ANCHE A FENOTIPO MUTATO)”. - invita il Presidente della CTN EFI a far tenere alla Segreteria FOI il prospetto completo delle tipologie degli anelli della propria specializzazione per modo da farne attività comunicativa già prima della circolare estiva, nel contempo congratulandosi con lo stesso per l’eccellente lavoro svolto; - Non ratifica allo stato la proposta di modica della composizione della Commissione Disciplinare, ostandovi il Regolamento Organico; su tale argomento si attiverà nel prossimo futuro adeguato approfondimento; - non ratifica l’intendimento espresso dall’ODG di sospendere dai ruoli un giudice in attesa del chiarimento della sua posizione giudiziaria. Il CDF prende in esame il verbale del consiglio dell’ODG del 15 febbraio 2020, ricevuto in pari data per le vie brevi, deliberando quanto segue: - ratifica il punto 4, conferendo la benemerenza ai giudici Guerino Peron, Arcangelo Balzano e Mario Pinelli; - ratifica il punto 5, conferendo l’onorificenza ai giudici Lino Crepaldi, Giuseppe Di Nardo, Luciano Griggio e Angelo Gussago; - ratifica il punto a) delle varie ed eventuali derogando, per evidenti motivi di opportunità, al regolamento con riferimento alla candidatura del Giudice Andrea Guandalini quale membro della Commissione Tecnica Nazionale Canarini da Canto; - ratifica il punto c) delle varie ed eventuali ammettendo il bando per la selezione di n. 4 allievi giudici nella sez. Ondulati, di n. 4 allievi giudici nella sez. Psittaciformi, di n. 2 allievi giudici nella sez. Harzer Roller, di n. 2 allievi giudici nella sez. Malinois Waterslager e di n. 3 allievi giudici nella sez. Timbrado. Si specifica che, relativamente alla sez. Ondulati e altri Psittaciformi, l’allievo potrà aspirare ad essere ammesso ad entrambi i bandi purché a fine corso sostenga un doppio esame. Il CDF, esaminato il contenuto del verbale n. 3 del 23/11/2019 della CTN CFPL, con riferimento al diametro dell’anellino per la razza Gloster Fancy, in considerazione del fatto che quello proposto, sia pure in linea subordinata, dall’Organo Tecnico (diametro interno 3,1 mm, altezza 4,6 mm) non risulta fra quelli tipizzati, delibera l’adozione per la predetta razza dell’anellino di tipo X (diametro interno 3,1 mm, altezza 4,2 mm). Quanto innanzi anche perché la previsione di una diversa tipologia di anellini per un numero non significativo di esemplari ordinati indurrebbe la necessità di sopportare costi notevoli senza apparenti motivazioni. Analizzati le risultanze dei rendiconti inviati, il CDF delibera l’erogazione dei seguenti contributi agli Organi Federali: Raggruppamenti - Abruzzo/Molise – euro 2.500,00 - Campania – euro 2.500,00 - Lazio - euro 2.000,00

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Attività F.O.I. -

Lombardia – euro 2.500,00 Toscana – euro 1.500,00 Sicilia – euro 2.500,00 Emilia Romagna – euro 2.500,00 Piemonte/Valle d’Aosta - euro 1.500,00 (compreso rimborso convogliamenti) Veneto/Trentino Alto Adige - euro 3.500,00 (compreso rimborso convogliamenti) Calabria – euro 2.000,00 Marche/Umbria – euro 1.500,00 Liguria - euro 3.000,00 (compreso rimborso convogliamenti)

Ordine dei Giudici - Euro 15.000,00, da versarsi anche in forma dilazionata a richiesta del Presidente. CC.TT.NN. - Canarini di Colore - euro 3.500,00 - C.F.P.L. - euro 2.500,00 - C.F.P.A. - euro 2.000,00 - Estrildidi Fringillidi Ibridi Ed Affini (EFI) - euro 3.000,00

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- Ondulati e Altri Psittaciformi (O&aP) - euro 3.500,00 - Canarini da Canto – euro 1.000,00 Il CDF ritiene di attivare una procedura di approfondimento da parte degli Organi Tecnici preposti circa le condizioni genetiche che consentano la colorazione delle razze arricciate. Istituisce pertanto apposita commissione la cui composizione sarà concordata tra il Presidente FOI, il Presidente della CTN CFPA ed il Presidente del Collegio di Specializzazione CFPA in seno all’OdG. Il CDF prende atto della trasmissione da parte del commissario della CTN Canto Renato Buccheri dei criteri di giudizio e teoria del canto del canarino Malinois-Waterslager, allo stato soprassedendo alla pubblicazione dello stesso in attesa di maggiori approfondimenti. Il CDF esamina i preventivi inviati dalla Bitmax di Giampaolo Parise con riferimento all’evoluzione del progetto Gem-2020 nel settore O&aP e nel settore Canto. Ferma restando ogni valutazione in ordine alle competenze economiche da corrispondere, ancora non oggetto di pattuizione, il CDF ritiene di adottare gli incrementi proposti, rilevando che, con riferimento alla proposta O&aP, appare opportuno verificare l’effettiva funzionalità della creazione del percorso guidato per il corretto inserimento della categoria a concorso e della denominazione dei soggetti.