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Bruno Andreolli, trentino di nascita ed emiliano di adozione, è docente di Storia Medievale e di altre discipline limitrofe presso l’Alma Mater Studiorum, Università degli Studi di Bologna. Studioso di paesaggi, campagne, contratti agrari, donne, contadini e animali, suona l’organo, organizza concerti e si diletta di scrivere romanzi storici. Volete fargliene una colpa?

€ 18,00

BRUNO ANDREOLLI TRILOGIA DELLA SEQUENZA

Finalmente raccolti in un unico volume i tre romanzi che il medievista Bruno Andreolli ha voluto costruire attorno al tema della sequenza: una forma di musica e di canto che accoglie in un comune destino protagonisti del passato e del presente. Da Adelburga e Notkerio ad Ansfrit e Alda fino ad Andrea Bruni e Adela Borghi, le loro storie di dottrina e di amore non finiscono di appassionarci e di commuoverci, accomunandoci in un sentimento più forte del tempo che, come è suo compito, corre inarrestabile.

TRILOGIA DELLA SEQUENZA Storie d’amore e di dottrina dal Medioevo a oggi BRUNO ANDREOLLI

DIABASIS


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Topolino Transports Internationaux Routiers

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Progetto grafico e copertina BosioAssociati, Savigliano (CN) In copertina Rielaborazione grafica da: Maestro della Bibbia di Gerona, Bibbia vulgata (Bibbia di Carlo V), 1285-1290

ISBN 978-88-8103-698-1

Š 2010 Edizioni Diabasis via Emilia S. Stefano 54 I-42100 Reggio Emilia Italia telefono 0039.0522.432727 fax 0039.0522.434047 www.diabasis.it info@diabasis.it

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Bruno Andreolli

Trilogia della sequenza Storie d’amore e di dottrina dal Medioevo a oggi

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Parte prima LA SEQUENZA STORIA D’AMORE E DI DOTTRINA DEL SECOLO NONO

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A Dhuoda, Rosvita e Ildegarda, protagoniste di un Medioevo civile.


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L’Exultet

15 aprile 887: Sabato Santo, Chiesa cattedrale di Modena

Ormai erano entrati quasi tutti; il rumore stava degradando; al canto del terzo Lumen Christi venne chiusa la pesante porta di legno, che cigolò. Dal buio della notte attorno al fuoco sul sagrato al brusio dell’interno, nel trascorrere di dieci, cento fiammelle accese al cero pasquale, la chiesa si era riempita ben presto di gente e di luce. Solo allora Adelburga si accorse del grande pilastro che incombeva sulla sua spalla destra, alto e scuro come una premonizione. Uno strano contrasto con la luminaria dei ceri e dei bracieri colmi d’olio. La sagoma tozza ed obliqua le ricordò per un attimo il marito morto in un incidente di caccia, laggiù nella bassa pianura. Non era passato neppure un anno dal giorno in cui l’avevano portato a casa in tutta fretta dalla selva di Lupoleto; una morte del tutto normale, come ne accadevano di frequente, allora; quasi tutti i giorni. Una morte provvidenziale per tanti in quelle zone. Se ne era andato − ripeteva quasi ogni giorno a se stessa − un uomo che aveva lottato a lungo per imporre l’autorità del suo signore nel territorio pullulante di nemici, gente abituata da tempo a fare per conto proprio; certo più attento ai suoi cavalli e ai suoi cani che a lei, ma, si sapeva, quello 9


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era il suo compito di soldato, di vessillifero imperiale, di conte inviato in quei luoghi per stabilirvi l’ordine del suo signore Lotario. Il dolore della vedova fu oltremodo composto, come si addiceva al suo carattere e al rango di una contessa dell’impero. La mancanza di affetti, di comprensione, di amicizie l’aveva indurita, affinando però la sua spiccata sensibilità. Si sentiva ancora giovane nelle membra come nella mente, ma cambiata molto dai tempi in cui era giunta in Italia dalla Francia: allora era poco più che una bambina, inconscia del progetto politico cui era chiamata a contribuire; di quei tempi freschi ed irresponsabili le era rimasto soltanto il gusto per le cose belle inculcatole dalla madre: la danza, il ricamo, i codici miniati, che le piaceva leggere oltre che ammirare, i bei vestiti, i preziosi ornamenti. In Italia anzi queste sue inclinazioni si erano andate accentuando e, col procedere degli anni, complice la solitudine, la cura del corpo era diventata un impegno da assolvere quotidianamente, con scrupolo quasi maniacale: come una difesa della propria dignità contro la febbrile meschinità di quanto le succedeva attorno. Il brusio era terminato; il grande cero fu installato al centro del presbiterio e immediatamente si procedette alla movimentata cerimonia del cambio dei paramenti: dal nero si passò al bianco; il vescovo cambiò mitra e piviale; i concelebranti le stole, il diacono e il suddiacono la dalmatica. Finita l’operazione, il vescovo si collocò in piedi davanti alla cattedra, mentre tutti gli altri sacerdoti ed accoliti si distribuirono in bell’ordine ai due lati dell’altare. A quel punto il diacono, un monaco mingherlino, i capelli arruffati dal cambio della dalmatica, salì sul predellino dell’ambone.

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La sua figura si perdeva nel paramento sproporzionato, non promettendo nulla di buono per il faticoso impegno che lo aspettava. Si schiarì la voce e cominciò a cantare: Exultet iam anghelica turba caelorum. «Esulti il coro celeste degli angeli, esulti l’assemblea celeste; e un inno di gioia saluti il trionfo del Signore risorto».

Le prime tre note ascendenti furono un poco incerte, ma scandite con estrema precisione di colore e di tono. Quel monaco era senz’altro nuovo: gli anni precedenti si erano sentiti cantare degli Exultet molto diversi; sempre dignitosi, si intende, ma privi di quella padronanza e di quella partecipata compostezza; questo monaco doveva essere del mestiere: un cantore o forse anche uno studioso di composizione musicale. La contessa non pensava a sproposito; pur non essendo una buona lettrice di neumi, si piccava di essere una intenditrice: apprezzava il canto liturgico, di cui conosceva i brani più importanti e sapeva riconoscere lo stile, il genere, le inflessioni di scuola. Certo il cantore veniva dalle terre di Germania: lo si capiva bene dalla pronuncia di alcune lettere e dalla meticolosa, talora monotona cura con cui venivano scandite le sillabe e portati gli accenti. Le piaceva comunque quel modo di cantare sicuro, preciso, ordinato. Laetetur et mater Ecclesia tanti luminis adornata fulgoribus et magnis populorum vocibus haec aula resultet. «Si rallegri la madre Chiesa, adorna di tanto splendore, e questa sala risuoni di bagliori e di voci festanti».

Altri suoni, altre voci, altre luci in quella fosca notte di fine settembre: il corpo insanguinato, ancora caldo 11


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del giovane marito deposto su un carro in mezzo all’aia della corte di Marzaglia. Il trambusto l’aveva svegliata di soprassalto; era scesa di sotto in camicia da notte, correndo fragile e spaventata verso tutte quelle fiaccole. Una freccia, lucida, enorme, conficcata nel petto del conte, il suo Autramno: sempre così lontano, così indaffarato; ora lontanissimo, irraggiungibile, tranquillo finalmente sulle assi sgangherate di una vecchia carretta; il suo glorioso cavallo Ricimero gli soffiava sul volto come per rianimarlo, rivederlo d’un tratto balzare da quello stordimento a chiedere l’armi, le insegne, ad impartirgli i dolci comandi delle loro feste comuni. Et veteris piaculi cautionem pio cruore detersit. «E con il sangue sparso per amore ha cancellato la condanna della colpa antica».

Tutto quel sangue, con le braccia aperte come un Crocifisso, i bei capelli biondi aperti attorno alla testa... e quella freccia così smisurata. Un incidente, le avevano detto; durante la caccia succede: in corsa, dietro il cinghiale braccato, furente, l’ultima baldanzosa corsa ad abbracciare la micidiale freccia, che gli spacca il cuore, lo scaraventa a terra, con gli occhi sbarrati verso la luce, lassù oltre la chioma delle immense farnie ondeggianti. Haec nox est, in qua destructis vinculis mortis, Christus ab inferis victor ascendit. «Questa è la notte, in cui Cristo ha distrutto la morte e dagli inferi risorge vittorioso».

Lo avevano sepolto presso il muro della piccola chiesa della corte con una cerimonia molto semplice, poco più di una benedizione; notò l’assenza del vescovo 12


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Leodoino e dell’abate Teodorico; da Modena e da Nonantola non ci si poteva attendere nulla di buono. Una semplice freccia era bastata a mettere in ginocchio la già fragile autorità dell’impero; i signori del luogo potevano respirare; il nuovo conte, quando e se fosse arrivato, non avrebbe avuto vita facile. Et nox sicut dies illuminabitur. «E la notte si illuminerà come fosse giorno».

Quanta tristezza invece: un senso di smarrimento, di desolata solitudine; anche qualcuno dei vecchi, più fedeli amici del marito era passato prontamente dall’altra parte. Si era rinchiusa nella sua Marzaglia in attesa di ordini che non arrivavano, incapace di decidere sul da farsi: restare, resistere, combattere oppure andarsene, lasciare il campo? Per questo talora si avventurava in città, nella speranza di avere notizie, di incontrare qualche faccia amica. O vere beata nox, quae expoliavit Aeghiptios, ditavit Hebraeos. «Notte veramente beata, che ha spogliato gli Egizi per arricchire Israele».

I Franchi vincitori quella sera le erano sembrati sopraffatti, assediati dai Longobardi; ed anche adesso in quella chiesa si sentiva un’estranea, minacciata dal ritorno in forze di questi indomiti sudditi guidati, chiamati a raccolta dai loro vescovi e dai loro abati. Si guardò attorno: tutti volti sconosciuti; non un accenno di saluto, uno sguardo d’intesa, un sorriso. Precamur erga te Domine ut nos famulos tuos, omnemque clerum et devotissimum populum

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una cum beatissimo papa nostro Stephano et antistite nostro Leodoino quiete temporum concessa in his paschalibus gaudiis assidua protectione reghere, gubernare et conservare digneris. «Ti preghiamo Signore di reggerci, governarci, conservarci, noi tutti che siamo tuoi servi, il clero, il popolo, il nostro papa Stefano, il nostro presule Leodoino; concedici la tua protezione in questo giorno di Pasqua».

Estranea in mezzo ad un popolo, che pregava attorno al suo clero e al suo vescovo e che attraverso la loro voce chiedeva a Dio pace, protezione, prosperità e salute. Poco importava che la voce del momento fosse quella di un pretino tedesco dal canto bello e melodioso. Quella per lei restava una notte buia, di cui non riusciva a intravvedere la fine. Al Pater Noster, mentre tutti, clero e fedeli, alzavano le braccia col volto spavaldo verso la mandorla del Pantocrator, solo lei e il pretino tedesco cantavano a mani giunte e col capo chino, secondo il costume dei Franchi. Quando la lunga cerimonia ebbe termine, la contessa si informò da una sua vicina chi fosse quel giovane chierico che aveva cantato così bene l’Exultet; le fu risposto che si trattava di un monaco giunto da pochi mesi a Nonantola con un suo confratello: venivano entrambi da una abbazia lontana, oltre le Alpi, per studiare i codici della biblioteca del monastero di San Silvestro. Aveva sentito che avrebbe officiato anche il giorno dopo, alla messa grande di Pasqua. Adelburga, incamminandosi verso casa, decise che il mattino sarebbe tornata a sentirlo.

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Salì al piano superiore scalza e in punta di piedi per non svegliare la sua bimba che dormiva profondamente nella stanza accanto alla scala di legno. Quando si mise a letto era quasi mattutino, eppure non riusciva a prendere sonno. Si sentiva sola, in mezzo a gente che forse la odiava. Ai suoi beni guardavano con ingordigia tutti i signori del luogo. Le insistenze del vescovo di Modena, dei monaci di San Silvestro l’avevano logorata; col passare del tempo le apparivano delle palesi intimidazioni. L’angoscia cresceva dentro di lei e il buio ingigantiva i rumori della casa, dell’orto e della strada, trasformandoli in paurosi presentimenti. Le accadeva spesso di appisolarsi e poi di svegliarsi di soprassalto, cuore e respiro in tumulto, con gli occhi fissi verso la porta socchiusa a scrutare il buio che cambia, partorendo fantasmi e chimere. Sentì un leggero tonfo e Clodoveo che ronfava. Lo chiamò, finché riuscì ad accarezzarne il pelo morbido e caldo. Il gatto fece due, tre giri sulla coperta, alla ricerca di un posto comodo; alla fine si decise: poggiò la testa sul calcagno della padrona e, pacifico, cominciò a dormire. Allora anche Adelburga si acquetò e, quasi d’incanto, riuscì a prender sonno.

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La risacca

Già pochi giorni dopo il loro arrivo a Nonantola, avevano manifestato il desiderio di vedere il mare. Era una curiosità comprensibile per chi non l’aveva mai visto. L’abate non avrebbe avuto difficoltà ad accontentarli: quasi ogni giorno partivano da Nonantola sandoni e burchielli che attraverso il Panaro trasportavano merci e persone verso il Po e di lì fino al mare. Per l’occasione avrebbero potuto fare una sosta anche a Ravenna, una città nota in tutta Europa per la potenza del suo arcivescovo e per la bellezza delle sue chiese. I recenti scontri di Giovanni con il pontefice Nicolò per i diritti di autocefalia e i preziosissimi mosaici di cui aveva sentito dire meraviglie acuivano la loro curiosità alla ricerca di nuove diversità che si accumulavano giorno dopo giorno nella testa di Notkerio. Dalla nebbia alla galaverna dei primi giorni, tante e tali erano state le scoperte di un mondo diverso che ormai gli era diventato naturale sperimentarne di nuove. Ma si dovette aspettare, perché quell’anno l’inverno si era protratto a lungo e poi perché in biblioteca avevano trovato più lavoro di quanto avessero sperato. L’occasione migliore si presentò verso la fine di aprile, quando il tempo si era ormai messo al bello e le acque dei fiumi si facevano di giorno in giorno più ricche con il primo sciogliersi delle nevi. Le scorte di sale cominciavano a scarseggiare, anche perché quell’anno si era

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deciso di uccidere un numero più alto di maiali. Il cellario aveva pensato bene di recarsi a Cervia, la città del sale, per vedere se fosse possibile avere approvvigionamenti più consistenti. Partirono tutti e tre, accompagnati da un servo, un lunedì mattina di buon’ora: l’aria era ancora fredda, ma la giornata prometteva bene. La barca, ampia e capiente, avrebbe potuto ospitare una cinquantina di persone, ma essendo un sandone di proprietà del monastero era stata riservata tutta per loro. Il viaggio filava via liscio, però Notkerio non si sentiva del tutto tranquillo: era la prima volta che vedeva correre così velocemente una barca e la corrente gli incuteva paura. La sentiva brontolare attorno alle pareti della chiglia, mentre vedeva gorghi per nulla rassicuranti ed ogni tanto notava che la corrente si faceva più tumultuosa, facendo traballare la barca soprattutto nei punti dove dalla boscaglia uscivano corsi d’acqua che si immettevano nel corso maggiore. Era incantato e intimorito dal nereggiare di alberi che vedeva correre sulle due sponde del fiume. Partiti subito dopo le Lodi, quando stava per albeggiare, arrivarono al porto di Bondeno prima di terza e decisero di fare una breve sosta, perché erano intirizziti dal freddo. La darsena era già tutta in piena attività: barche, animali, corde, reti, arpioni, mastelli ingombravano lo spazioso cortile tra l’attracco e la cella del monastero, ma a suscitare la curiosità di Notkerio fu un enorme pesce che alcuni pescatori stavano issando faticosamente sulla riva. Non aveva mai visto nulla di simile: ad occhio e croce gli sembrava che potesse pesare circa come quattro grossi maiali. Chiese al cellario che razza di pesce fosse quello e se fosse commestibile. Al frate brillarono gli occhi e

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deglutì: «La carne di storione? Ottima». Ma c’era fretta. Guadagnarono la cella per buttar giù qualcosa di caldo. Poi di nuovo in barca. Quando arrivarono al Po già l’aria si era fatta più mite e la corrente meno impetuosa. Notkerio si sentiva ora più rilassato e guardava con minore preoccupazione l’acqua verde su cui scivolava la barca. Il Po si snodava in mezzo a boschi e canneti e il suo corso si apriva spesso in meandri divisi da isole e golene. Dalle rive si sentiva il vociare dei pescatori e boscaioli al lavoro, mentre il cielo era solcato da uccelli che ogni tanto planavano sull’acqua in cerca di cibo. Giunsero a Ravenna poco prima di mezzogiorno, in tempo per stare a pranzo con i confratelli del monastero di Sant’Andrea. Nel pomeriggio proseguirono per Cervia a cavallo, perché Notkerio non se la sentiva di rimettere i piedi in barca: gli era bastata la navigazione del mattino. Si fermarono a Sant’Apollinare per ammirare i preziosi mosaici di cui avevano tanto sentito parlare. Notkerio ne rimase impressionato: tante piccole tessere ognuna delle quali contribuiva a comporre il mirabile effetto d’insieme. Forse un po’ freddo, statico, pensò, ma la magnificenza dell’uniformità nella diversità ebbe il sopravvento. E poi lo splendore dei colori, l’ordinata disposizione delle figure, piante, animali, personaggi, davano la sensazione di una composta armonia. Tuotilo, che era un intenditore, osservava i particolari, commentava le tecniche, si attardava a leggere forte le scritte. Poi si mise a contare una per una, sempre ad alta voce, le stelle che contornavano la grande croce che dominava il catino absidale: una, due, tre… novantasei, novantasette, novantotto, novantanove, fine; perché non cento?

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Il cellario, seccato di tutta quella pignoleria e preoccupato delle sue incombenze, fece fretta. Ripresero il viaggio e raggiunsero Cervia a pomeriggio inoltrato. Gli accordi per il sale furono sbrigati in poco tempo: al potente monastero di Nonantola non si poteva negare nulla e anche il prezzo fu un affare. Sentirono il bisogno di riposarsi un poco, per cui si fermarono sulla spiaggia. Notkerio osservava le onde, era come magnetizzato dal loro regolare interminabile rotolio. Tuotilo e il cellario, appaiati lungo il bagnasciuga, parlottavano tra di loro animatamente su pregi e meriti delle rispettive abbazie. Notkerio assorto osservava: le onde non erano tutte uguali. Notò soprattutto che non sempre quelle più grosse e più forti riuscivano a raggiungere il margine segnato da altre meno impetuose. Tutto dipendeva dal sincronismo dell’acqua di ritorno che frenava l’acqua in arrivo, facendo rotolare sassi, sabbia, conchiglie. Guardava e pensava: non sempre la soluzione migliore è quella che vince; spesso essa resta schiacciata da una forza ostile che la frena, impedendole di emergere. Pensava all’impero, alla cultura dei monaci, ai grandi signori impegnati alla creazione di una Europa cristiana unita sotto un unico governo che proteggeva la chiesa, i poveri, gli orfani, le vedove. Ma pensava anche a tutti coloro che usurpavano violentemente beni e poteri, senza scrupoli. Improvvisamente le tessere del grande mosaico di Classe cominciarono a scomporsi: colavano dalle pareti come gocce di mare, oro, sangue. Lungo l’ampia navata si accalcavano carri e barconi ricolmi di sale: con capaci carriole monaci, vescovi, nobili, semplici contadini lo trasportavano fin sotto le pareti e lo lanciavano a manciate, a badilate contro i mosaici per

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corroderli, distruggerli in un tumultuoso accorrere di scarriolanti noti ed ignoti: vedeva le insegne dell’ arcivescovo di Ravenna e quelle del vescovo di Modena, vedeva l’abate di Nonantola, il priore, il pingue cellario e molti altri, mentre lui correva tra le colonne, gridando di mettere fine allo scempio. Ma le sue gambe erano pesanti e lo inchiodavano al suolo, mentre le tessere si liquefacevano in torrentelli che venivano a lambirgli le dita dei piedi. Scosso da grida vicine, si svegliò di soprassalto, tutto sudato. Stropicciandosi gli occhi, intravvide una insolita, divertente scenetta. Tuotilo e il padre cellario, tonache in cintura, impegnati a raccogliere sassi piatti, tondi, e scagliarli in mare a gara. «Per San Gallo… uno, due, tre, quattro». «Per Nonantola… uno due, tre, pluf». «Per San Gallo… uno, due, tre, quattro». «Per San Silvestro… uno, due, tre, quattr-cinq-seisett-otto». Rise di gusto: le solite bravate di quell’allegrone di Tuotilo. Si incamminarono per Ravenna quando già il sole calava dietro le lontane colline.

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La sequenza

Venne anche il giorno che poté recarsi a Marzaglia. L’aveva atteso con una certa impazienza: per il codice, che desiderava vedere, controllare, ma anche per la contessa, dal cui primo incontro era rimasto colpito piacevolmente: una donna colta, sensibile, ma anche bisognosa di amicizia; così almeno gli era sembrato. Mise nella tasca di cuoio l’occorrente per scrivere, cui aggiunse il caro libro delle sequenze. Aveva promesso di cantargliene qualcuna. Sarebbe stato via tutto il giorno e, siccome il tempo era bello, prese il cavallo. Arrivò a Marzaglia di buon mattino e Adelburga lo accolse con grande entusiasmo. Interpretando il suo desiderio di vedere il prezioso codice, lo accompagnò subito in biblioteca, ma, dispettosa come sanno essere le donne, lo tenne sulle spine: prima gli fece vedere Isidoro, la Regola e i Dialoghi di papa Gregorio, i Sermoni di Agostino; più in là c’era un gruppetto di classici: Virgilio, Terenzio, Lucano; seguivano l’Arte Militare di Vegezio e la Geografia di Solino (gli unici che di tanto in tanto sfogliava il marito, quando proprio non aveva nient’altro da fare), l’Agricoltura di Palladio e, autentica rarità, gli Orti di Gargilio Marziale; facevano gruppo a sé la Storia e le Leggi dei Longobardi. Finalmente, già pronto, su una scansia, il codice desiderato, cui la contessa, premurosa, aveva messo vicino la Musica di Boezio.

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Lo aprì con febbrile curiosità e lesse: Liber quem scripsit Maurus, Benedicti patris alumnus Sylvesterque notavit ac minio decoravit

Era vero, dunque: si trattava di un libro che risaliva al tempo di Benedetto, scritto di pugno dal suo discepolo Mauro, musicato e miniato da Silvestro. Si immerse nella lettura dei brani che seguivano. Non gli fu facile capire subito il sistema della notazione musicale: aggrappati sopra e sotto un unico rigo minuscoli segni si snodavano, disegnando un ricamo apparentemente indecifrabile: ma piano piano Notkerio si orientò, individuando il significato dei punti e delle virgole, delle linee ascendenti e discendenti, di accenti, misure, forme. In fondo il principio era sempre lo stesso: disegnare sulla pergamena il percorso del canto, come una mano che si alza e si abbassa, modellando la traccia di una melodia ben tornita, incessante, un flusso continuo di lunghe frasi e brevi respiri, fino all’implorazione finale. La contessa, nel vederlo così preso, si allontanò in punta di piedi, mentre Clodoveo preferì sostare, attratto dal caldo della stanza, su cui pioveva il tiepido sole del mattino, e da un invitante Moralia in Job, su cui si accovacciò. Notkerio nella decifrazione dei canti si accorse subito della grande differenza fra le melodie italiche e quelle che si usavano comporre a San Gallo: melodie semplici, scandite su intervalli molto brevi, dal carattere umile e supplichevole, molto diverse dalle sue sequenze che nel procedere solenne da sillaba a sillaba amavano librarsi verso l’alto attraverso salti audaci, che

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necessitavano di altri righi, di una notazione più minuta e precisa. A fronte della scrittura umile di Mauro, una linea quasi piatta ed uniforme, come l’anima fragile che aderisce al pavimento, il suo canto gli sembrava ora un atto di orgoglio, una sfida che trasformava la preghiera in un artificio intellettuale, il dono di Dio in una offerta ostentata e superba della creatura. Certo, la sequenza non era il tropo: egli respingeva l’esibizionismo di un canto slegato dal testo, compiaciuto dei suoi acrobatici melismi; ma anche la composta nobiltà della sequenza, doveva ammetterlo, era lontana, lontanissima da quelle semplici melodie delle origini. Nonostante i fronti opposti, sia lui che Tuotilo appartenevano ad un mondo molto diverso da quello di Benedetto, Colombano, Gallo: tornare indietro avrebbe significato tornare ai campi, al lavoro, ad un vita semplice e modesta, mentre loro si erano formati nelle biblioteche, a leggere e trascrivere codici, a parlare di teologia e di liturgia: le mani dure, nodose, deformate dei padri erano scomparse; pallido ricordo di altre fatiche, di altre imprese restava il piccolo callo del suo dito di amanuense. Ma nel frattempo era entrata Adelburga a scuoterlo dalle sue meditazioni: che chiudesse quel libro, era ora di pranzo, e lo costrinse ad alzarsi e a seguirla. Aveva fatto preparare portate semplici, adatte al monaco: una zuppa di verdure, del pesce e una focaccia al miele; da bere un bicchiere di vinello brusco, fresco e leggero. Intanto la contessa chiedeva del codice e di che cosa avesse di tanto importante per loro: e che cosa fosse quella benedetta sequenza di cui gli aveva accennato la volta prima. Anzi, voleva che cominciasse dall’inizio e le parlasse del suo monastero.

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Le raccontò di Gallo, di come avesse lasciato il gruppo di Colombano in viaggio per l’Italia e si fosse ritirato come eremita nella foresta di Argon, in Turgovia. Sul posto aveva poi costruito una povera cella e una chiesetta di legno; ma ben presto il suo esempio aveva fatto proseliti: attorno a lui si era creata una piccola comunità. Circa cent’anni dopo, Otmaro, nativo del luogo, aveva costruito presso le rive della Steinach la prima abbazia, che accettò ben presto la regola di Benedetto. In breve volger di tempo il monastero era diventato ricco e potente, tanto da suscitare l’invidia dei vescovi di Costanza: Otmaro, arrestato e condannato, finì i suoi giorni prigioniero su un’ isola. Ma ormai l’abbazia era diventata celebre per pietà e cultura: piovvero i privilegi del pio Ludovico, figlio del grande Carlo, e dell’altro Ludovico, detto il tedesco, finché si poté costruire la seconda abbazia, più grande di quella grandissima di Reichenau. Egli stesso assistette ai lavori e fu in quel clima di generale euforia che si sviluppò la scuola musicale e con essa il dibattito liturgico, perché, come diceva un capitolo dell’antica regola, nulla deve essere anteposto al culto divino. Ma quale culto? La preghiera e il canto di un’anima invasata, che giubila senza dire parole, che esulta, godendo della propria stessa voce, oppure la composta melodia che esalta l’invocazione, sottolineandone con fervore il significato? Ad essere sinceri l’idea non era del tutto sua: poiché gli riusciva difficile ricordare con precisione gli interminabili virtuosismi degli Alleluja, aveva fatto preziosa memoria di un consiglio che anni prima aveva suggerito un monaco di Jumièges di passaggio da San Gallo: «Singulae motus cantilenae singulas syllabas debent ha-

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bere»; bastava pensare a un testo da sostituire alle vocali in libertà e tutto sarebbe risultato più facile. Il passaggio alla sequenza gli era venuto spontaneo, naturale: le parole non sarebbero state solo un trucco per ricordare la melodia, ma avrebbero anzi animato l’invenzione musicale, adattando la fantasia dei suoni al significato della preghiera. Adelburga obiettava che questa compressione della voce sulla parola rischiava di impoverire il canto, lo appiattiva, trasformando la poesia in prosa. Notkerio ammetteva che il pericolo c’era, ma egli l’aveva risolto, estendendo gli intervalli tra nota e nota: la musica perdeva qualcosa in agilità, ma la riacquistava in sonorità, in vigore. Certo, poteva sembrare una musica più semplice, più asciutta, ma proprio in questo stava la sua efficacia. La contessa volle che si passasse nel gineceo: a quell’ora non c’era nessuno e lo portò davanti a un piccolo organo portativo di cui andava fiera: una lucente cuspide di canne innestate su una cassa fornita di mantice a soffietto e di una bella tastiera in bosso. Che le facesse dunque sentire qualcuna delle sue sequenze e intanto aveva fatto chiamare Fatima per dare aria allo strumento. Mentre la ragazza, piccola e tarchiata, muoveva il minuscolo mantice con le mani appoggiate su un petto che la compressione rendeva ancor più voluminoso, Notkerio spinse due tasti a comporre una sorta di basso ostinato, sul quale cominciò a cantare: Congaudent anghelorum chori gloriosae virghini.

Poi ci ripensò e si interruppe per spiegare. La sequenza era dedicata all’Assunta: l’aveva scelta perché

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gli pareva la più adatta ad esprimere il suo pensiero. Era divisa in nove parti: una breve introduzione più otto frasi, a loro volta suddivise in due emistichi diversi nel testo, ma uguali nella melodia. Volendo, potevano essere cantati a cori alternati; eccetto l’ultima frase che era composta di una sola parte da eseguire a cori uniti. Volle che Adelburga notasse la disposizione della preghiera e lo sviluppo del canto, seguendoli direttamente sul foglio giallastro, che egli teneva stretto nella mano destra; poi tornò ad appoggiare la sinistra sulla tastiera e ricominciò. 1.

I cori degli angeli fanno insieme festa alla gloriosa vergine,

2a. 2b.

la quale senza unirsi ad uomo generò il figlio che col suo sangue risana il mondo.

3a. 3b.

Ella infatti si rallegra nel vedere il re del cielo, vergine, sulla terra, offrì le sue mammelle a succhiare.

4a.

Quanto è considerata grande Maria, madre di Gesù, dagli Angeli i quali riconoscono di essere stati destinati a lei come sudditi.

4b. 5a. 5b.

6a.

E la gloria con cui si venera nei cieli una tale vergine che ha offerto al signore del cielo la dimora del suo santissimo corpo è la stessa che irradia all’orizzonte la splendida stella del mare, che ha generato la luce di tutti gli astri, gli uomini e gli spiriti. O regina del cielo, questo misero popolo ti esalta con animo pio;

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6b.

con un canto melodioso esso ti innalza nell’empireo assieme agli angeli.

7a.

O vergine, i libri dei profeti ti cantano, il coro dei sacerdoti ti magnifica, gli apostoli e i martiri di Cristo ti esaltano. Moltitudini di uomini e donne ti seguono nell’amore alla vita verginale, emulando nella castità gli abitanti del cielo.

7b.

8a. 8b. 9.

Perciò tutta la chiesa, venerandoti con il cuore ed il canto, manifesta a te la sua devozione, implorandoti, Maria, con preghiere supplichevoli, affinché ti degni di essergli sempre di aiuto presso Cristo Signore. Amen.

All’inizio il canto le parve un po’ statico e ripetitivo, ma già alla terza frase cominciò a capire l’idea e il sentimento che l’animavano: il brano dava la sensazione di una vera e propria assunzione musicale, sempre più in alto, sempre più in alto, mettendo a dura prova la voce del monaco che, nello scandire le note più acute, era costretto spesso a usare il falsetto. La riprovarono assieme una, due, tre volte, finché Notkerio cominciò a lasciarla libera nelle risposte, accennandole con la testa, gli occhi, la mano il percorso della melodia, sostenendola nei passaggi più difficili. Tutti presi dalla loro parte, non si accorsero neppure che Fatima, letteralmente sfiancata, aveva smesso di dar aria al mantice, cosicché l’organo si era zittito. Risero poi di gusto a vederla tutta affannata, perline di sudore che le solcavano la fronte, luccicanti sulla pelle scura:

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perché non li aveva avvisati prima? E Adelburga accarezzò la sua bimba, asciugandole il volto con il lembo della manica. Si era fatto tardi: Notkerio rimise tutto nella borsa, ma non il foglio: quello poteva tenerlo; aveva trascritto il brano apposta per lei su un ritaglio di pergamena: avrebbe potuto ripeterlo e impararlo per bene; se le piaceva, naturalmente. La contessa accettò il ritaglio e la sfida: nell’accompagnarlo verso il cortile canticchiava festosamente l’inizio della sequenza appena imparata, scandendo con precisione le sillabe e imitando per scherzo la pronuncia del maestro: Con-gau-dent an-ghe-lo-rum cho-ri glo-ri-o-se vir-ghi-ni.

Complimenti: come inizio, non era male. Poi via al galoppo, anche se avrebbe preferito restare. Giunto in vista di Nonantola, gli venne in mente che il codice era rimasto a Marzaglia.

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Bruno Andreolli

Trilogia della sequenza Storie d’amore e di dottrina dal Medioevo a oggi

Parte prima 7 LA SEQUENZA STORIA D’AMORE E DI DOTTRINA DEL SECOLO NONO

9 16 23

L’Exultet

32

La risacca

37

La sequenza

45

Il cinghiale

52 55

La colpa notturna

61

«Ego magister porcarius»

67

L’orto, ovvero le ragioni della controparte

71

La prova

75

La nebbia

79

Postfazione. Del titolo e d’altro

La galaverna Il contratto

Il salice

Parte seconda 85 LO SCRIGNO DELLE SEQUENZE LETTERE D’AMORE DEL SECOLO DECIMO

87

La chiave

97

La radura

105

Il ritorno di Ricimero


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Ansfrit e Chilperico

118

L’abate Leopardo

123

La ghironda

129

L’alba

133

Postfazione. Dalla Sequenza allo Scrigno

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Parte terza 139 IL RITORNO DELLA SEQUENZA STORIA DI DOTTRINA E D’AMORE, VIVENTE L’AUTORE

141

La penna del notaio ovvero «sic transit gloria mundi»

153

La bacinella

159

Il controsoffitto

165

Il canonico della cattedrale

172

Il negro, la Rosa e il cigno

181

Sulla tomba del padre ovvero il verde che cambia

187

Guglielmo da Occam e quel gran pezzo dell’Ubalda

196

I want to see the sea

203

La gabbietta

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Terza e finalmente ultima postfazione La sindrome del “Sabato del villaggio”


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Triplice sequenza d’amore e di cultura che dal Medioevo profondo di Adelburga e Notkerio si spinge fino ai giorni di Adela Borghi musicologa e Andrea Bruni professore nel tempo che viviamo questo libro viene stampato nel carattere Simoncini Garamond su carta Arcoprint delle cartiere Fedrigoni dalla tipografia SAGI di Reggio Emilia per conto di Diabasis nel marzo dell’anno duemila dieci

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Trilogia della sequenza. Storie d'amore e di dottrina dal medioevo a oggi