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AL BUON CORSIERO

Manlio Cancogni, Sposi a Manhattan Manlio Cancogni, L’impero degli odori Giovanni Michelucci, Lettere a una sconosciuta Carlo Frabetti, I giardini cifrati Emilia Bersabea Cirillo, Fuori misura Silvio D’Arzo, Casa d’altri. Il libro Andrea Briganti, Ramblas e altri racconti iberici Foscolo Focardi, L’anglista sentimentale. Dizionario portatile di cultura e civiltà inglese Stefano Scansani, Orapronòbis Roberto Amato, Le cucine celesti Manlio Cancogni, Gli scervellati Stefano Scansani, L’Amor morto Eugenio Turri, Il viaggio di Abdu Gino Montesanto, Cielo chiuso Tano Citeroni, Il canto del verzellino Nicolas Bouvier, La polvere del mondo Giorgio Messori, Nella Città del Pane e dei Postini Emilia Bersabea Cirillo, L’ordine dell’addio Roberto Amato, L’agenzia di viaggi Salimbene de Adam, Cronaca Antonio Bassarelli, Di Elena e dell’ombra Manlio Cancogni, Caro Tonino Giacomo Scotti, Racconti dalla Bosnia Nicolas Bouvier, Diario delle isole Aran Vittore Fossati, Giorgio Messori, Viaggio in un paesaggio terrestre Francesco Petrarca, Lettere all’imperatore Adriana Zarri, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI Antonio Bassarelli, La trovatura Alessandra Sarchi, Segni sottili e clandestini

ALEKSANDAR GATALICA

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AL BUON CORSIERO

«L’ultima guerra ha prodotto vittime non solo sul campo di battaglia e nei campi di concentramento, nella “pulizia etnica” e nell’espulsione di centinaia di migliaia di abitanti. Gatalica al “lume fioco” della sua scrivania, nei “tempi della carestia” di cui parlava Hölderlin, è rimasto fedele alla autentica letteratura, cioè alla verità. Ha gettato un intenso sguardo al secolo rimasto alle sue spalle, uno sguardo lucido e lirico al tempo stesso, troppo cosciente per abbandonarsi alla nostalgia. È interessante richiamare il fatto che anche uno scrittore ben più vecchio (e noto) − il tedesco Günter Grass − ha dedicato un libro al secolo passato. Alla giovane generazione − ma anche a molti di noi più vecchi − è apparso ben più vicino e congeniale il Secolo di Gatalica. Il “mondo ex” non si compone solo di stati e imperi defunti, di regimi e ideologie compromesse. Alcuni di noi vi hanno investito la loro parte migliore. Non siamo tutti colpevoli di ciò che è avvenuto. Il Secolo di Gatalica, oltre a tutto il resto, per quanto imparziale è, sotto questo profilo, un libro di riabilitazione.»

SECOLO

4-04-2008

Predrag Matvejevic´

€ 19,50

ALEKSANDAR GATALICA

SECOLO CENTO E UNA STORIA DI UN SECOLO

DIABASIS

GATALICA Cop Sagi:Layout 1

Una raccolta di racconti con un’ambizione enciclopedica: tenere insieme un intero secolo, il Novecento, fra le pagine di un libro, in un centinaio di brani, ambientati ognuno in un anno del ventesimo secolo, in varie città, da Belgrado a Londra, da Roma a Parigi, Mosca, Vienna, L’Avana, Bombay, Berlino, Saigon, Buenos Aires... Sono racconti, evocazioni, frammenti, saggi: difficile definirli in una sola parola. Allineati dall’autore secondo una cronologia personalissima, ci parlano di un secolo che è già alle nostre spalle, ma che ancora resta in noi e col quale, necessariamente, continuiamo a vivere, sia che lo neghiamo, sia che ci inchiniamo ad esso. L’autore non si pone l’obiettivo di restituire tutte le tensioni del ventesimo secolo, ma le conosce, non domina tutto lo scacchiere mondiale, ma lo controlla, attraverso vicende che si intrecciano con la Storia. Aleksandar Gatalica è nato nel 1964 e vive a Belgrado, dove si è laureato in Letteratura generale (ex Dipartimento di Letteratura mondiale) nel 1989. Ha pubblicato i romanzi Linee di vita (1993), I rovesci (1995), La morte di Euripide (2002) e L’invisibile (2008), e i libri di racconti Mimetismo e Belgrado per stranieri (2004), e Diario degli architetti sconfitti (2006). Suoi sono anche i saggi musicali Parlate classico? (1994) e Nero e bianco, brevi biografie di dieci celebri pianisti del XX secolo (1999). Ha tradotto dal greco classico le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide, e una selezione delle poesie di Saffo, Alceo, Anacreonte, Archiloco e Ipponatte. Lavora nella redazione della casa editrice Evropa. Critico musicale da più di un decennio per il Programma 202 di Radio Belgrado, Gatalica collabora anche con «Vreme» («Il tempo») e «Danas» («Oggi»).


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In copertina Rielaborazione grafica di Little Italy-Mulberry Street, New York inizio del XX secolo, fonte Detroit Photographic Co

Progetto grafico e copertina BosioAssociati, Savigliano (CN)

ISBN 978-88-8103-595-3

Š 2008 Edizioni Diabasis via Emilia S. Stefano 54 I-42100 Reggio Emilia Italia telefono 0039.0522.432727 fax 0039.0522.434047 info@diabasis.it www.diabasis.it

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Aleksandar Gatalica

Secolo Cento e una storia di un secolo Prefazione di Predrag Matvejevi| Traduzione di Silvio Ferrari e Aleksandra D=anki|

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A Djordjie V., che una volta mi ha detto che un racconto va portato a termine, senza limitarsi a discorrere sui modi di narrarlo.

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Aleksandar Gatalica

Secolo Cento e una storia di un secolo

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Prefazione, Predrag Matvejevi|

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PROLOGO PER UN SECOLO Il custode del padiglione abbandonato, 13

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LA BELLE ÉPOQUE E UN PRESENTIMENTO I custodi del secolo abbandonato, 19 - Il cappello e il suo servo, 23 - Un artista del pianoforte, 27 - La signorina Hartviga, 31 - L’insonnia, 34 - Il caleidoscopio, 37 - Lettera di un sadico, 41 - Il libero muratore, 45 - La scimmia, 48 - Il paese dell’ultimo sultano, 52 - La vita a Venezia, 56 - Non c’è speranza per l’Irlanda, 59 - Le carte , 63.

67

LE NAVI DELLA STORIA CON I TOPI A BORDO La morte, 69 - Il re di Belgrado, 72 - I due eroi mitici, 75 - Il treno stregato e il sogno spiegato, 79 L’ultimo anno di guerra, 83 - Nove vite, 87 - Una famiglia malata, 91 - NEP, 95 - Esoterismo, 99 - Lo squadrista e la sua donna, 103 - La storia delle dodici famiglie, 107 - La donna dal viso allungato, 111 Dramma indocinese in due atti, 115 - Un amore malato, 119 - Io e tutto Quello, 124 - Solitudine, 129 - La fame, 132 - Il terzo delatore, 136 - Il veterano di guerra, 139.

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VENTI DI GUERRA SCATENATI Le ultime streghe d’Europa, 147 - La Mitteleuropa, 151 - Mezza donna, mezza belva, 156 - L’attentato, 161 - La generazione del 1898, 164 - Il Ring, 169 - Il sosia, 173- Giorni felici, 176 - Il pranzo, 180

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- Boram e Tarat, 183 - Il collezionista, 187 - Il comico, 191 - I messaggi, 194 - Storia di un tedesco insolito, 197 - Il sorcio nel canale, 200 - La filarmonica, 204 - Un signore quasi perfetto, 207. 211

L’INFINITO CERCHIO FREDDO E DENTRO AD ESSO LA STELLA ATOMICA

Commercianti di banane, 213 - I morti, 218 - L’aborto, 222 - Le baracche di legno con l’effigie di Stalin, 226 - I quadri di vita perduti, 232 - Il pianificatore, 235 - Il Kossuthiano in mezzo ai Rákosiani, 238 - La ferrovia a scartamento ridotto, 241 Eppur si muove, 247 - Il muro, 250 - La firma, 254 - La banderuola, 257 - L’ultima vittima della terza guerra mondiale, 262 - Tre lettere di un rivoluzionario ipocondriaco, 265 - La nuora, 269 - La macchina musicale e l’uomo senza memoria, 272 - Gli autoritratti, 276 - Gli spiriti delle costruzioni, 280 La danzatrice di pietra, 284 - Un piccolo passo, 290 - Amore platonico, 294 - Lo Strolz autentico, 296 Un letto per sognare, 300 - Il ponte, 305 - L’imbalsamato, 308 - Il trattato sul grande Modigliani, 312 - Musica per le masse, 317 - Henry e Edward, 321 La moglie del tenente di polizia, 325 - Il generale, 329 - La mania, 333 - Ricerca scolastica, 336 - Il museo delle malattie infettive, 340 - I nevrastenici, 345 - Il numero 1109, 349 - La vedova con la rosa tatuata, 353. 357

IL CIELO ROSSO AL CREPUSCOLO Il padre, 359 - Destino di una rivoluzione, 362 - Il fondatore della Quinta Internazionale, 366 - Quartetto per tre, 370 - Un pianoforte accordato male, 373 - Cronaca di una morte non annunciata, 379 Cortik, 382 - L’impresario funebre nello spazio, 386 - L’attore, 389 - Il vetro, 393 - Il museo del ventesimo secolo, 396 - 144.000, 399 - Il peggiore uomo del secolo, 403 - La meretrice di Babilonia, 407.

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EPILOGO PER UN SECOLO Il vedovo e le sardine, 413.

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Il secolo alle nostre spalle Predrag Matvejevi|

Il libro di Aleksandar Gatalica intitolato Secolo è uscito in una collana che porta il nome di Clessidra come riferimento al ben noto romanzo del mio defunto amico Danilo Ki&, con ogni probabilità uno dei migliori scrittori dell’ex-Jugoslavia − quando ancora non era “ex”. Ki&, fra l’altro, aveva pubblicato l’Enciclopedia dei morti − Gatalica, che da lui si distingue nella misura in cui gli scrittori autentici sono diversi fra loro, ha anch’egli una sua ambizione enciclopedica: tenere insieme un intero secolo fra le copertine di un libro, in un centinaio di evocazioni, frammenti, saggi o racconti − è difficile definire in una sola parola tutti questi brani, allineati secondo una cronologia di cui lo scrittore tiene per sé le misteriose chiavi creative. Tutto un secolo che è alle nostre spalle, ma che resta ancora in noi e col quale, volenti o nolenti, continuiamo a vivere sia che lo neghiamo sia che ci inchiniamo ad esso. Come diversi altri scrittori comparsi o già ben presenti durante lo svolgimento dei tragici avvenimenti nei quali la “comunità jugoslava”, come la chiamavamo, andava in pezzi trasformandosi nei nuovi, piccoli ed egocentrici stati balcanici e para-balcanici − Aleksandar Gatalica resta un autore serbo e in qualche misura ex-jugoslavo. E non certo per nostalgia nei confronti dello stato ormai crollato e del suo assetto istituzionale (“tutto ciò che è andato in rovina aveva buoni motivi per andarci” disse, già molto tempo fa, Hegel). Egli ha invece altre, più forti nostalgie, di tipo creativo e letterario ancor prima che storico o tanto meno moralistico. Ci sono eredità e appartenenze in base alle quali si distinguono nell’ambito della già dissolta statualità plurinazionale gli scrittori esclusivamente legati al riferimento nazionale da quelli che non hanno nessuna in-

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tenzione di esserlo. Gatalica indubbiamente appartiene a questi ultimi. Una posizione che, quando si vive fra resti e rovine, non è sempre né comoda né piacevole. Almeno due generazioni più vecchie dell’autore di questo libro hanno cercato, dopo la drammatica rottura della Jugoslavia con l’Unione Sovietica e lo scontro Tito-Stalin (1948), di rompere le catene con cui il cosiddetto “primo paese del socialismo” teneva avvinte le culture e le letterature dei suoi satelliti. Comparve improvvisamente allora il cosiddetto “disgelo” (traduzione del termine russo “ottepel”) con cui dopo la morte del tiranno lo scrittore Il’ja Ehrenburg aveva preannunciato, purtroppo invano, una nuova epoca letteraria e culturale. Questo “disgelo” nella Jugoslavia del tempo procedette più in fretta e ben più in profondità che in Russia dove non riuscì a seguire le orme dei grandi esempi di quella letteratura. Per contro, da noi la poesia tornò alle proprie peculiari esperienze e non solo a Belgrado, ma a Zagabria, Lubiana, Sarajevo, Skoplje. I vecchi surrealisti e i nuovi “modernisti” uscirono nuovamente al cospetto della pubblica opinione, altri giovani artisti si unirono a loro, sostenendoli e andando anche più in là. I “temi proibiti” si ridussero al minimo, le difficoltà e gli ostacoli vennero superati sempre più facilmente. Si trovarono dunque i modi per “aprire lo spazio” alla libertà di parola. Nelle arti figurative vennero sperimentati tutti i registri espressivi fino all’astrattismo. La pedagogia politica diventò comica in tutti i linguaggi artistici, e ogni forma di cosmesi letteraria apparve ridicola. Fu in quella fase storica che lo scrittore jugoslavo Ivo Andri| ottenne il premio Nobel (1961) e il mondo comprese finalmente che fra gli slavi del Sud c’erano libri ben diversi da quelli in circolazione nell’Europa dell’Est. Emerse dunque sulla scena, certo non senza qualche resistenza, una nuova generazione nella quale, fra gli scrittori serbi, primeggiarono alcuni autori tradotti in varie lingue: Miodrag Bulatovi| (che mise il falso eroe positivo di ascendenza staliniana in groppa ad un asino, dando appunto titolo ad un suo romanzo L’eroe sull’asino), i poeti Vasko Popa e Miodrag Pavlovi|, il prosatore Milorad Pavi| (il cui Dizionario dei Chazari è anch’esso una sorta di enciclopedia) e infine, certo il più signi-

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ficativo fra tutti, Danilo Ki& che ha avuto il maggior numero di opere tradotte in tante lingue nel corso degli ultimi anni. Tutti autori che cessarono di farsi tormentare dai problemi e dai dubbi che in qualche modo avevano “intrappolato” i loro predecessori. Essi avevano compreso per contro che nella “letteratura impegnata” spesso l’impegno finisce col mangiarsi la letteratura in quanto tale. Questa è la piattaforma sostanziale sulla quale possono prendere corpo varie forme di ricerca e di sperimentazione. Ed è ad essa che si è appoggiato Aleksandar Gatalica, sapendola adoperare (almeno a mio giudizio) meglio della maggior parte dei suoi coetanei tra i quali − ahimé! − molti hanno preso in mano i vessilli del nazionalismo cominciando ad agitarli. La vasta cultura acquisita e il talento individuale mostrato fin dalle sue prime prove gli hanno invece aperto un’altra strada, ben diversa. Chi leggerà questo libro potrà sincerarsene facilmente. L’ultima guerra ha prodotto altre vittime, non solo sul campo di battaglia e nei campi di concentramento, nella “pulizia etnica” e nell’espulsione di centinaia di migliaia di abitanti. Gatalica al “lume fioco” della sua scrivania, nei “tempi della carestia” di cui parlava Hölderlin, è rimasto fedele alla autentica letteratura, cioè alla verità. Ha gettato un intenso sguardo al secolo rimasto alle sue spalle, uno sguardo lucido e lirico al tempo stesso, troppo cosciente per abbandonarsi alla nostalgia. È interessante richiamare il fatto che anche uno scrittore ben più vecchio (e noto) − il tedesco Günter Grass − ha dedicato un libro al secolo passato. Alla giovane generazione − ma anche a molti di noi più vecchi − è apparso ben più vicino e congeniale il Secolo di Gatalica. Con le opere scritte in precedenza – Linee di vita, Rovesci e i racconti intitolati Mimetismi, le sue critiche di stimato e competente musicologo alla radio di Belgrado − egli si è inserito nella prima fila della letteratura serba e di ciò che resta di quella ex-jugoslava, ma io direi anche di quella slava ed europea più in generale. Nella “penuria” in cui vivono molte letterature nazionali, il

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suo libro, nella traduzione di Silvio Ferrari e Aleksandra D=anki|, troverà certamente il modo di raggiungere e convincere il lettore italiano. Il “mondo ex” non si compone solo di stati e imperi defunti, di regimi e ideologie compromesse. Alcuni di noi vi hanno investito la loro parte migliore. Non siamo tutti colpevoli di ciò che è avvenuto. Il Secolo di Gatalica, oltre a tutto il resto, per quanto imparziale è, sotto questo profilo, un libro di riabilitazione.

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PROLOGO PER UN SECOLO

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Il custode del padiglione abbandonato

Eduard Paramentie scomparve. Non si riuscì mai a stabilire se fosse annegato nelle torbide acque della Senna – perché alcuni sostenevano di averlo visto entrare nell’acqua gelida sotto il Ponte degli Invalidi – se fosse stato rapito, o si fosse semplicemente perso tra le bandiere sventolanti dei variopinti padiglioni dell’Esposizione Universale nella “Via dei popoli”. Lo sfortunato Paramentie era arrivato all’Esposizione di Parigi, all’alba della nuova epoca nell’anno 1900, assieme a Miladin Jakovljevi|, l’esperto della Scuola di formazione militare di Kragujevac. Il commissario generale dell’Esposizione, signor Gvozdi| aveva assegnato loro la custodia del padiglione serbo, perché uno era francese di padre e l’altro di madre, ed essi arrivarono il 12 aprile, con un convoglio speciale delle ferrovie serbe. Nel treno li consideravano più come inventario, che come personale, e così giunsero a Parigi pallidi e assonnati. E tuttavia, l’entusiasmo di trovarsi nella città dove era possibile toccare con mano il ventesimo secolo, li aveva ingannati ed essi, inebriati da questo 1900, passavano dai Campi Elisi al Campo di Marte all’ombra d’acciaio della gigantesca torre di Gustav Eiffel, tenendosi a braccetto come amanti. Ma presto la luce sarebbe sparita da uno dei due visi. Il giorno dell’apertura colui che in seguito sarebbe stato ricercato senza successo dalla polizia francese, aveva litigato con Miladin Jakovljevi|. Eduard sosteneva che l’Inno a Hugo di Saint-Saëns, eseguito durante la cerimonia di apertura, era banale e che offendeva il secolo di Victor Hugo, il secolo che stavano per abbandonare. Tutti in seguito pensarono che Paramentie si fosse arrabbiato. E che quella rabbia col tempo si fosse trasformata in solitudine e totale isolamento. Eduard

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Paramentie era tornato nella città natale paterna, ma non c’era entusiasmo nel suo sguardo. Trascorreva ogni pomeriggio libero visitando gli altri padiglioni, tornandosene poi cupo e inquieto. Nel frattempo Miladin si affannava a respirare l’aria del secolo e a sentire il mondo sotto le proprie dita. Al maestro Toša detto l’Australiano raccontava dei nuovi aerei realizzati con le linee sinuose dell’art nouveau, di uno sconosciuto catalano di nome Picasso e delle sue donne con gli occhi dipinti sulle guance… Paramentie usciva di nascosto, andava via e tornava senza che nessuno se ne accorgesse. Spolverava le bottiglie di birra Weifert e Baylon in silenzio e aggiungeva l’olio alla calcolatrice idraulica di Mihajlo Petrovi|. Rispondeva malvolentieri alle domande dei rari visitatori del padiglione serbo. Poi andava a fare passeggiate sempre più lunghe. Una volta era tornato a tarda sera, un’altra, il giorno dopo. Affrontava inesperto e a mani nude il rapporto con le luci e i colori, si imbatteva in sconosciuti che parlavano linguaggi ignoti e secondo lui pericolosi, scivolava di fronte alla maestosità degli archi e agli orli taglienti dell’epoca – e poi, era scomparso. Tutti gli oggetti dell’antico artigianato serbo nel lavoro sui vari metalli, di cui doveva essere responsabile nel padiglione reale, li aveva lasciati puliti e lavati, per poi allontanarsi per sempre. Miladin era rimasto solo. Per altre intere settimane aveva contemplato la gente che veniva a conoscere l’Europa, questa grande amante mondiale. A lungo, troppo a lungo si era rifiutato di credere che Eduard fosse sparito senza lasciar alcuna traccia. Pensava che all’alba del secolo persino una scomparsa potesse essere spiegata in qualche modo, per cui aspettava teso un qualunque annuncio… Tre misteriosi signori col cilindro in testa erano entrati nel padiglione serbo. Non erano interessati ai pezzi esposti. Parlavano di qualcosa tra loro in una lingua straniera e facevano dei cenni indefiniti con le mani. Si trattava solo di una casualità ed essi poi se n’erano andati. Un tale che somigliava a Eduard fece capolino dietro il padiglione turco. Affannato, Miladin gli corse dietro, ma quando stava per afferrarlo, lo sconosciuto sparì nuovamente. Gli sembrò di averlo visto una seconda volta. Ora quello che somigliava a Eduard era a bordo di uno sgargiante vaporetto per turisti, e portava in testa un girado, di tra-

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verso come un bellimbusto. Miladin era fermo sulla riva. Quando la barca fu nel punto più vicino alla sponda, lo chiamò per nome, ma proprio in quel momento lo sconosciuto faceva il baciamano a una signora e non poté o non volle sentirlo. Fin quasi alla chiusura della mostra, Miladin aveva ritenuto di scorgere Eduard Paramentie sotto queste forme. E poi, proprio l’ultimo giorno dell’Esposizione Universale era caduta una vera pioggia tropicale. I signori gli passavano accanto, aprendo dei grandi ombrelli neri. Gli ufficiali, tenendo le sciabole di ordinanza allacciate alla vita, aiutavano le signore ad evitare le piccole pozzanghere ed esse sollevavano gli strascichi dei vestiti, mentre le quinte della grande città boriosa, di quella fiera della vanità, si chinavano su di loro. Eduard Paramentie scomparve da Parigi, dal secolo – senza lasciare dietro di sé nemmeno una traccia. Con il suo congedo, anche per Miladin era cominciata una specie di dissipazione generale, e da ultimo anche l’Esposizione Universale aveva assunto il suo vero aspetto. I padiglioni apparivano solamente delle quinte di legno multicolori, molte scoperte erano solo delle illusioni davanti all’ingresso di un secolo incerto nel quale tutti entravano controvoglia. Alla fine tutto precipitò e il piccolo ristorante dietro il padiglione serbo fu chiuso. Il proprietario furente tornò in Serbia. Anche il Maestro australiano fuggì nel gran mondo, abbandonando la sua orchestrina di strumenti a plettro “Le fate”. L’ultimo giorno dell’esposizione, sotto il minaccioso nubifragio e i fulmini lampeggianti in basso sull’orizzonte, il ministro dell’istruzione Millerand lesse per ore intere i nomi dei vincitori delle decine di migliaia di riconoscimenti. Nella stessa settimana, subito dopo essere arrivato alla stazione ferroviaria di Belgrado, Miladin Jakovljevi| rilasciò una dichiarazione, ma quel verbale di polizia non fu di grande aiuto ai gendarmi. Miladin Jakovljevi| era convinto che l’infelice Eduard Paramentie stesse ancora vagando fra i padiglioni semidistrutti e spettralmente abbandonati, nascondendosi come una bestia dentro qualche cespuglio di rovi, tra sagome di legno spezzate, archi di trionfo, bandiere e passerelle – sconsolatamente incapace di fare il primo passo verso il nuovo, ventesimo secolo. Per l’anno bisestile 1900

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I morti

Il maggiore Dragi Radosavljevi| portava occhiali rotondi con una lente offuscata come quelle dei ciechi. Sospettò per la prima volta di essere morto quando in un afoso pomeriggio a Barcellona lesse il racconto di uno scrittore argentino a lui prima di allora sconosciuto. Pensò che anche nel suo caso era successo proprio com’era descritto nella storia. Dunque era perito, ancora in Serbia al tempo della guerra in qualità di maggiore dell’esercito patriottico di Dra=a Mihailovi|. Il colpo ricevuto nel marzo del 1944 vicino al paese di Draginje non solo gli aveva aperto la testa, ma addirittura gliel’aveva mandata in pezzi. E anche se la morte era temporaneamente subentrata, pensò il defunto Dragi Radosavljevi| quel pomeriggio in piazza di Catalogna a Barcellona, la vita per lui aveva almeno apparentemente continuato a scorrere, tanto che, da principio, pur essendo morto, non aveva avvertito niente di insolito. Ma col tempo tutto in lui, come nell’eroe della storia dell’argentino, si era alterato e rovesciato, diventandogli incomprensibile. Il crollo delle forze del generale Mihailovi|, la fuga, la prigionia in un campo inglese vicino a Zeltwegh, ancora una fuga, giusto prima che anche la sua unità nel campo venisse consegnata ai partigiani, in seguito la Francia, subito dopo l’Inghilterra e infine la Spagna – sì, tutto appariva incredibile, sconcertante quando il maggiore Dragi Radosavljevi| per la prima volta nel 1951 cominciò a credere per davvero di essere morto… Fin dal giorno seguente fissò un appuntamento con il signor Velmar-Jankovi|. Doveva farlo, riteneva di aver diritto a passare dai suoi vecchi conoscenti e a verificare se fossero autentici o soltanto apparenze dei suoi ultimi giorni. Si misero a conversare subito dopo l’ennesima replica dell’im-

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mortale opera di Calderon al teatro “Liceo”. Nominarono il giovane re Pietro e la sua arrendevolezza, convennero sul fatto che fosse così diverso dal padre, il grande re di Jugoslavia, e da ultimo biasimarono la tendenza della camarilla di corte a decidere di tutto a nome del sovrano. In quella conversazione non c’era nulla di insolito, almeno fino a quando il signor Velmar-Jankovi| a un certo momento non disse: “Vedi, mio caro Dragiša, il crollo delle nostre forze è altrettanto visibile anche qui nell’esilio dove ci troviamo”. L’ex sostituto del ministro Jovi| nel governo di Milan Nedi| l’aveva chiamato “Dragiša” anche se loro due si conoscevano dalla gioventù. Era il segnale che attendeva, il segno che non c’erano più né lui, né il signor Velmar-Jankovi|. Ma doveva fare attenzione ed essere cauto. Aveva bisogno di altre prove, perché tutta quella gente al mercato di Sant’Antonio, al parco de Gracia e per le altre strade di Barcellona si comportava come se fosse viva. E perciò partì per Londra. Viaggiando con l’autobus locale, poi sulle ferrovie francesi e da ultimo in barca per attraversare la Manica. A Dover cercò di trovare Mladen Šarbinovi|, ma la portinaia gli disse che il pittore si era trasferito a Parigi e perciò proseguì subito per Londra. Il giorno dopo entrò nella redazione del “Combattente di Ravna Gora”. Dove s’imbatté nel dottor Miodrag Al. Purkovi| e nel vecchio Slobodan Jovanovi|. Si aprì una discussione sulla stampa che veniva prodotta dalle forze in esilio, sulla povertà di risorse che opprimeva e soffocava i fogli degli esiliati, sull’idea e la concezione del serbismo e dello jugoslavismo e su Slobodan Draškovi| che, lottando appassionatamente contro la jugoslavità, aveva finito col cancellare e reprimere anche quella del primato serbo. Nessuno fra i presenti nella redazione del “Combattente di Ravna Gora” aveva chiamato il defunto Dragi Radosavljevi| per nome, ma la passione che avevano espresso sui vari temi della discussione sia il dottor Purkovi| che lo stesso vecchio Jovanovi| appariva a tutti gli effetti sproporzionata, teatrale, e al nuovo venuto tutto dovette sembrare un po’ come una rappresentazione patriottica allestita proprio per causa sua. “Dottor Purkovi|, si trat-

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ta di un branco di canaglie”, continuava a ripetere Slobodan Jovanovi|, “sono tutti vittime delle loro ambizioni, delle loro aspirazioni e delle loro voglie incontrollate, è tutta gente che vuole il potere e non tiene in alcun conto il fatto che…”. Non c’è più niente, pensò amaramente il maggiore: né la redazione, né le pubblicazioni, e neppure quei signori e sono solo morti che tentano tutti di continuare lotte iniziate tanto tempo prima, di tenere in vita i vecchi dubbi e le incomprensioni. E con questi pensieri uscì dalla redazione del “Combattente di Ravna Gora”, ma non era avvilito. Perché in effetti, avrebbe dovuto capirlo prima, fin da allora, nei pressi del paesino di Draginje dove lo aveva colpito la raffica dei comunisti, e non tanto distrattamente, con tanto ritardo, solo dopo aver letto in spagnolo il racconto di quello scrittore argentino che continuava a restargli sconosciuto. Adesso era sicuro: lui e tutti i suoi compagni di lotta avevano già cessato di vivere e si trovavano in una strana sorta di mondo intermedio, in un limbo dove si soffre in silenzio ai confini tra dolore e caduta definitiva. Camminano in cielo, incapaci però di comprenderne la dimensione, continuano ad avere davanti solo le immagini della loro organizzazione, Londra e Madrid, il giovane re Pietro, i governi in esilio e tutto il seguito di una corte che non esiste. Era più opportuno andare a verificare o continuare ottusamente a prendere tutto sul serio? Comunque decise di avviarsi verso via Clement, nella parte orientale di Londra. Dove abitava Miloš Crnjanski. Ma non lo trovò in casa, e così tornò all’esterno e aspettò anche più di un’ora che il grande scrittore in esilio rientrasse. Girò in modo sospetto per le vie circostanti, stupito dall’animazione che c’era e infine scorse Miloš Crnjanski che avanzava per via Clement da solo; seguito solo dalla sua ombra. Si salutarono affettuosamente e lo scrittore invitò il defunto Dragi Radosavljevi| a salire da lui. Si misero a parlare delle comunità della chiesa ortodossa nel mondo libero, del vescovo Dionisije Milivojevi| e dei monasteri nell’episcopato dell’occidente americano, e poi quello che si riteneva già deceduto domandò con grande serietà al suo interlocutore: “Non sarà, fratello Miloš, che siamo già

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morti?”. Rabbrividì tutto irrigidito aspettando una risposta chiara alla sua categorica domanda. E l’autore di “Migrazioni” gli rispose con uno sguardo rassicurante e con queste pacate parole: “Sì, anche a me ogni tanto pare che sia così. È come se fossimo defunti e abbiamo solo l’illusione di poter fare ritorno.” E questa fu davvero la fine, ben peggiore di ogni più o meno paventato timore. I due rifugiati politici continuarono a parlare ancora un po’ fra di loro a proposito dei preparativi per la fondazione dell’Associazione degli scrittori serbi in esilio, di Draškovi| e del suo provocatorio scritto “In difesa dei serbi”, poi il maggiore morto prese congedo dal grande scrittore e scese nuovamente in Clement road. Era preso dai suoi pensieri e davvero abbattuto e frastornato quando dal marciapiede dove si trovava mise il piede sulla carreggiata, comportandosi come un sonnambulo. Non sentì il rumore di un camion, né la sirena che sembrava ammonirlo minacciosamente. Il colpo dell’urto fu improvviso. Il corpo già indebolito del defunto Dragi Radosavljevi| fu scaraventato trasversalmente e gli occhiali con una lente offuscata come quelle dei ciechi vennero ritrovati in frantumi lontano da lui. E fu la morte, istantanea. Lo avvolse di un velo nero e opaco e non rimase nulla – proprio al contrario di ciò che succedeva nel racconto di quell’argentino. Per l’anno 1951

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Creazione e architettura di rara potenza narrativa che danno alla scrittura il senso forte del tempo appartenuto nella sua dimensione culturale e civile il senso della storia questo Secolo non piÚ breve se consegnato alla letteratura viene stampato nel carattere Simoncini Garamond su carta Arcoprint delle cartiere Fedrigoni dalla tipografia SAGI di Reggio Emilia per conto di Diabasis nel marzo dell’anno duemila otto

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Secolo. Cento e una storia di un secolo  

Una raccolta di racconti con un'ambizione enciclopedica: tenere insieme un intero secolo, il Novecento, fra le pagine di un libro, in un cen...

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