Diari - Friedrich Hebbel

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Studi DIARI FRIEDRICH HEBBEL

FRIEDRICH HEBBEL DIARI A cura di Lorenza Rega Prefazione di Claudio Magris

Con questa rigorosa e felicissima traduzione pressoché integrale dei Diari, Lorenza Rega completa – rinnovandola – l’opera di Slataper, in una continuità ideale e feconda della germanistica triestina, e, soprattutto, di quegli studi di letteratura tedesca ai quali la grande generazione triestina chiedeva non solo conoscenza letteraria, ma formazione esistenziale e storica, maturazione spirituale. Claudio Magris

€ 35,00

DIABASIS

Lorenza Rega è docente universitaria. Si occupa da sempre di scienze della traduzione e di letteratura tedesca. Ha pubblicato numerosi contributi sulla traduzione letteraria, la didattica della traduzione e la traduzione specializzata (in particolare nel settore del diritto, dell’economia e della divulgazione scientifica), nonché svariati saggi su autori tedeschi, austriaci e altoatesini di lingua tedesca (fra i quali J.W. Goethe, Fr. Hebbel, F. Blei, B. Brecht, K. Menapace). Ha curato la traduzione in italiano dal tedesco di numerosi testi letterari e specialistici.

Inizio questo diario non soltanto per fare un favore al mio futuro biografo, che certamente avrò, considerate le mie prospettive di diventare immortale […]. E chi può assistere indifferente allo spettacolo di migliaia di mondi che sprofondano in lui, senza desiderare di salvare almeno il divino, sia stato esso una gioia o un dolore, che li ha percorsi?

Il drammaturgo Christian Friedrich Hebbel (Wesselburen, 1813 – Vienna, 1863) alla morte del padre muratore si impiegò come scrivano parrocchiale. Dopo gli studi ad Amburgo, alle prese con continui problemi economici, visse a Heidelberg e a Monaco, dove scrisse i suoi primi drammi teatrali, fra cui Judith (1814), libera rielaborazione della vicenda biblica. Seguirono Maria Magdalena (1844), un attacco all’etica borghese e alla sua inumana concezione dell’onore; Herodes e Marianne (1850); Agnes Bernauer (1855), dramma della ragion di stato; Gyes e il suo anello (1856); la trilogia I Nibelunghi (1862).

SCRITTURE

DIABASIS

Sono cronache argute, taglienti aforismi e profondi pensieri, questi Diari di Friedrich Hebbel: «riflessioni, sotto forma di diario, sul mondo, la vita e i libri, ma soprattutto su me stesso». Un classico tedesco si racconta, vitalmente radicato nella totalità ottocentesca e proteso verso il nichilismo novecentesco. L’universo poetico presente nei Diari è un grande mosaico della realtà e insieme una tormentata indagine dei lati più oscuri dell’uomo. Il senso dell’ordine che traspare dai Diari, messo in luce e anche criticato da Bertolt Brecht, è più che altro apparente, e rappresenta un disperato tentativo di dare forma all’esistenza. Come sostiene Claudio Magris, in questi affascinanti Diari, “specchi dell’anima” oppure “del mondo”, il pathos inquieto e contraddittorio, ottocentesco, è in realtà più vicino a noi di quanto non sembri. Essi offrono anche uno sguardo su eventi storici e sociali del tempo, come la rivoluzione del 1848-49; o l’attentato a Francesco Giuseppe; o la lunga conversazione con Metternich.


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SCRITTURE S t u d i .8.

Itinerari di Filosofia estetica e spiritualitĂ moderna diretti da Anna Giannatiempo Quinzio

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Progetto grafico e copertina BosioAssociati, Savigliano (CN)

ISBN 978 88 8103 547 2

Š 2009 Edizioni Diabasis via Emilia S. Stefano 54 I-42100 Reggio Emilia Italia telefono 0039.0522.432727 fax 0039.0522.434047 info@diabasis.it www.diabasis.it

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Diari A cura di Lorenza Rega Prefazione di Claudio Magris

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Diari A cura di Lorenza Rega

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Prefazione I Diari di Friedrich Hebbel e la germanistica triestina, Claudio Magris

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I Diari di Friedrich Hebbel (1835-1836): lotta per l’esistenza e nostalgia del tutto Lorenza Rega

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Nota alla traduzione dei Diari

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Nota biografica

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Diario 1

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Diario 2

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Diario 3


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Prefazione I Diari di Friedrich Hebbel e la germanistica triestina

Questo libro – oltre a rendere accessibile al lettore italiano un’opera chiave e più orecchiata che conosciuta di un grande autore tedesco ed europeo, vitalmente radicato nella totalità ottocentesca e proteso verso il nichilismo novecentesco – riprende e rinnova, con rigore filologico e originalità critica, una tradizione fondante della germanistica triestina. Come ricorda Lorenza Rega nel suo saggio introduttivo, Scipio Slataper si appassiona fin dal 1900 ai Diari di Hebbel, una scelta dei quali uscirà nella sua versione nel 1919, dopo la sua morte; di Hebbel, Slataper traduce, insieme all’amico Marcello Löwy, anche la Judith. Queste traduzioni e interpretazioni non sono soltanto un essenziale contributo alla germanistica, un esercizio di versione e di critica letteraria su testi di lingua tedesca, allora la lingua della Kultur per eccellenza e di quella koiné mitteleuropea di cui Slataper e la pattuglia di giovani poeti e intellettuali intorno a lui sognavano che Trieste fosse un centro, un avamposto del futuro e di una nuova cultura, e operavano per tradurre questa visione in realtà, in quel cortocircuito d’aurora e di tramonto che erano gli anni prossimi alla sanguinosa apocalisse della Grande Guerra. Lo studio delle letterature – e in particolare di quella tedesca e scandinava, rappresentate soprattutto da Hebbel e Ibsen – obbediva a una funzione più alta di quella meramente letteraria; s’inquadrava nell’indagine morale dell’individuo e delle sue possibilità o impossibilità di “vita vera”, di vita autentica in un’epoca di radicali trasformazioni e in una società sempre più anonima e impersonale. È noto come gli scrittori triestini di quella generazione rifiutassero, in famose dichiarazioni programmatiche, la letteratura quale mera produzione estetica e proclamassero una loro “antiletterarietà”, un’esigenza non di bellezza ma di verità, di fondazione di un’identità: la letteratura è “menzogna” per Saba, “cosa ridicola e dannosa” per Svevo, “triste e secco mestiere“ per Slataper, il quale afferma di essere prima uomo e poi poeta e non letterato. Quando

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lavorava al libro su Ibsen, il suo capolavoro, Slataper aveva annotato un appunto scritto dal grandissimo norvegese durante la stesura degli Spettri: “pretendere di vivere” (di vivere veramente, autenticamente) “è da megalomani.” Naturalmente Ibsen – e con lui Slataper – sapevano bene che senza questa megalomania non si vive la vita vera, ma sapevano pure che soltanto se ci si rende conto di quanto ardua, temeraria sia questa necessaria pretesa, ci si può avvicinare un po’ di più all’autenticità. Letteratura dunque come vita: come analisi della vita nella sua tensione fra un assoluto esistenziale e la storicità e come progetto, individuale e corale, di vita, di formazione di quell’“uomo nuovo” cui tendono, nelle forme più diverse, la poesia e la filosofia europee in quegli anni precedenti la Grande Guerra. Marcello Löwy, l’amico che traduce con Slataper Hebbel, è un’altra di queste figure di geniali triestini alla ricerca della vita vera. Studente di medicina a Vienna, e poi medico, di origine ebraica e da giovane lontano da qualsiasi fede, Löwy la troverà – dopo un felice matrimonio e la morte della moglie – nel cattolicesimo e nella vocazione sacerdotale: l’inquieto intellettuale slataperiano diventerà Monsignor Labor, uomo di spirito libero e di illuminata carità cristiana animata dal fuoco generoso di quella formazione giovanile. Hebbel, e in particolare i suoi Diari, sono un punto di riferimento e di confronto fondamentale per questa ricerca, e lo sono anche e ancor di più oggi, in forma diversa. Sia il teatro hebbeliano sia l’opera diaristica mettono a fuoco il problema dell’Io, che dopo Hebbel diventerà sempre più centrale per tutta la letteratura europea: tra violente, fascinose e talora esuberanti contraddizioni, Hebbel esalta titanicamente l’Io e al contempo si confronta con la precarietà e la debolezza dell’egoismo soggettivo; affronta il rapporto dell’individuo col Tutto che lo potenzia e lo annienta, con la Storia che nel suo progresso talora esige il suo perire e con la Legge, sempre inadeguata all’irripetibile singolarità ma da lui infine accettata con un pathos della totalità cui ci si deve pur dolorosamente inchinare. Questo universo poetico vive nei drammi e, in forma analitica, nei Diari, grande mosaico della realtà e insieme tormentata indagine dei lati più oscuri dell’uomo che, come scrive Lorenza Rega, affascinano Hebbel. Con questa rigorosa e felicissima traduzione pressoché integrale dei Diari, Lorenza Rega completa – rinnovandola – l’opera di Slataper, in una continuità ideale e feconda della germanistica triestina, e, soprattutto, di quegli studi di letteratura tedesca ai quali la grande

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generazione triestina chiedeva non solo conoscenza letteraria, ma formazione esistenziale e storica, maturazione spirituale. Questa versione dei Diari e l’intensa, acuta introduzione che la accompagna costituiscono un evento rilevante per la germanistica italiana e la cultura in generale. Ancora una volta, Lorenza Rega rivela le sue peculiari qualità di studiosa, la sua puntigliosa intelligenza critica, la sua preparazione linguistica e la sua capacità espressiva. Spazia con uguale competenza nella critica letteraria e nella linguistica, come dimostra la sua ampia e variegata produzione scientifica. Profonda conoscitrice di letteratura austriaca nel senso più ampio del termine, ha tradotto e interpretato con particolare finezza autori quali Franz Blei e George Saiko, figure essenziali e poco conosciute del continente spirituale mitteleuropeo, e ha studiato sotto vari aspetti la letteratura sudtirolese, sia in generale sia in singoli autori (per esempio Franz Tumler); ha interpretato testi di Brecht e di Rilke, opere classiche quali Il viaggio in Italia di Goethe e autori minori ma culturalmente significativi quali Karl May. Alla critica storico-letteraria Lorenza Rega ha affiancato una assai notevole ricerca linguistica, ricca di contributi originali, che abbracciano la didattica della traduzione in generale e l’analisi di problemi specifici, quali ad esempio l’aggettivo composto nel linguaggio della sociologia o la compilazione di glossari, lo studio di linguaggi settoriali come quello giuridico o cinematografico, l’uso di dizionari specialistici nell’era di Internet e la critica della traduzione. Queste due competenze, che fanno di lei una solidissima studiosa, confluiscono idealmente nell’eccellente volume La traduzione letteraria. Con la versione e la presentazione di questi Diari di Hebbel, Lorenza Rega ha riaperto il discorso su un grande autore da tempo alquanto trascurato, forse messo in ombra dalla “forma chiusa” che si è voluta vedere nel suo teatro, considerato dunque tradizionale o restaurativo rispetto alla vincente “linea aperta” che da Büchner arriva a pressoché tutto il Novecento. In realtà, anche il pathos monumentale dei suoi grandi drammi – spesso rivolti alla possente rappresentazione dei grandi momenti di sconvolgente transizione storica e del grande individuo attraverso il cui perire si compie il trapasso epocale − è molto più inquieto, più ambiguo e contraddittorio, più vicino a noi di quanto sembri. E lo sono ancora di più questi affascinanti Diari “specchi dell’anima” – come sono stati spesso definiti scritti del genere – oppure “del mondo”. Claudio Magris

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Diario 1

Amburgo - Heidelberg - Monaco - Amburgo - Copenhagen - Amburgo Riflessioni, sotto forma di diario, sul mondo, la vita e i libri, ma soprattutto su me stesso, di Friedrich Hebbel iniziato il 23 marzo 1835 Inizio questo diario non soltanto per fare un favore al mio futuro biografo, che certamente avrò, considerate le mie prospettive di diventare immortale. Questo quaderno deve registrare tutte le note del mio cuore e conservarle fedelmente, per la mia edificazione futura. L’uomo non è uno strumento nel quale tutte le note ritornano in un ciclo eterno, anche se nelle combinazioni più diverse e singolari; il sentimento che si spegne nel suo petto svanisce per sempre; lo stesso raggio di sole non produce mai gli stessi fiori né nella vita fisica né in quella psichica. Ogni ora diventa un mondo conchiuso che ha un inizio grande o piccolo, una tediosa parte intermedia e una fine temuta o agognata. E chi può assistere indifferente allo spettacolo di migliaia di mondi che sprofondano in lui, senza desiderare di salvare almeno il divino, sia stato esso una gioia o un dolore, che li ha percorsi? Questa è la mia giustificazione se dedico ogni giorno alcuni minuti a questo diario. [1] Per una poesia, da una lettera a M.1 “È una sera così quieta e piacevole che mi pare di struggermi in tutta questa serenità, come un fiocco di neve che si sta sciogliendo. L’uomo deve cogliere questi attimi: solo in essi gli è consentito di invitare l’amico a passeggiare nel suo cuore perché allora la primavera interiore non soltanto germoglia, ma verdeggia e fiorisce. 1. Theodor Mundt, amico di gioventù di Hebbel a Wesselburen.

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Ed egli entra nel luogo più sacro della mia anima nel quale io stesso oso entrare non più spesso di quanto il gran sacerdote degli ebrei ardisca varcare la soglia del sancta sanctorum del tempio… Non so se anche a te succede lo stesso; spesso, quando ho in mano la chiave del mio cuore mi ritraggo improvvisamente con un brivido di terrore, e mi tormento chiedendomi se, come nel caso del gran sacerdote, a trattenermi sia la divinità onnipresente oppure il diavolo nascosto.” [3] 26 marzo 1835 La linea del bello: fino al punto dove arriva. Mi chiedo se in una mia poesia: “Der Wahnsinns-Traum” 2 tale punto non sia stato superato. Forse ci si dovrebbe attenere a questo principio: ciò che il poeta forma fedelmente è bello, a partire da questo punto si dovrebbe generare però una bellezza della bruttezza. La bruttezza più grande è la follia perché la dissoluzione è la cosa più brutta in ogni oggetto, e in misura superiore nell’oggetto perfetto rispetto a quello imperfetto, che anzi può migliorare nella dissoluzione proprio perché esso offendeva con la sua esistenza. [4] Oggi il nome è l’unica cosa che agli uomini non piace del diavolo [6] Si dice che la gratitudine sia una delle virtù più difficili. Ma ce n’è un’altra più difficile ancora, quella di non esagerare con le pretese di essere ringraziati. [11] Sarebbe tremendo se in futuro si dovesse scoprire prima o poi il filtro dell’immortalità. Sarebbe anche la prova che i morti non potranno mai resuscitare, che loro, miseri, sono morti, per sempre, per sempre!!! [14] Se l’uomo fosse una miscela di tutti gli elementi naturali (v. la mia poesia Naturalismus), quel filtro sarebbe forse un miscuglio di tutte le linfe animali e vegetali. [15] La linea del bello è precisa al millimetro e può essere superata soltanto di 1000 miglia. Il minimo è tutto. [19] Molto spesso soltanto il rivedersi è la vera separazione. Vediamo che l’altro ha potuto fare a meno di noi, ci osserva come un libro di 2. Sogno di follia. La poesia non è conservata.

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cui non ha letto l’ultimo capitolo, vuole studiarci e noi lo abbiamo già studiato fino in fondo. [24] Perché non riesco ad ascoltare musica per più di un quarto d’ora? Penso che nell’anima ci sia un punto profondissimo, e che, quando viene sollecitato, l’anima può essere soltanto torturata ancora oppure uccisa. Il dolore esiste nella durata, la gioia nell’attimo. [25] 24 aprile Cosa accade col profumo dei fiori? Si sviluppa di continuo dai fiori, oppure la sua durata è legata al momento? Per durata intendo ovviamente il massimo grado di contenuto spirituale. [27] 4 maggio Il giorno prima del commiato è la croce sopra la tomba; sopra ci sta scritto l’epitaffio. [30] 19 maggio E se anche fossimo costretti a rinunciare all’immortalità consapevole? Ha importanza che io sappia di avere vissuto in precedenza se vivo soltanto adesso? [32] La migrazione dell’anima: un ladro potrebbe essere stato un tempo il proprietario delle cose che adesso ruba. [33] Chissà se Lutero è stato veramente quell’ortodosso rigoroso che sembra? Non ho altri motivi per formulare questa idea se non quelli derivanti dalla natura dell’animo umano; ma mi sembra che il genio non sia mai schiavo della sua epoca. Forse Lutero prese in considerazione soltanto la propria epoca e pose davanti alla gente che provava un senso di vertigine davanti all’infinità, un robusto pilastro a cui potessero ancorarsi, ma era ben lungi dall’esigere l’adorazione del pilastro. Tuttavia, proprio perché aveva riconosciuto la necessità della religione positiva, combatteva per dogmi arbitrari come se si fosse trattato del cielo stesso. [36] 5 luglio I disordini a Copenhagen possono preparare una rivoluzione in Danimarca. Che scoppi quando vuole: la sua storia può essere scritta già prima della sua esistenza. Per il paese sarà meno sanguinosa, ma più vantaggiosa e riuscita di qualsiasi altra precedente. L’abitante della Danimarca e dello Holstein non agirà mai come una massa; il rapporto che egli intrattiene col funzionario dello stato determina

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ogni cosa. Nel suo superiore egli cerca non soltanto gli strumenti per giungere al diritto, ma la spiegazoine del diritto stesso. E questo accade perfino col funzionario che gode di una cattiva fama, si disprezza il suo carattere, ma si onora la sua intelligenza. Per questo i funzionari (anche se controvoglia) saranno i capi, e anche se non riusciranno a mantenere il trono, manterranno comunque l’ordine. Guai a coloro che non capiranno la loro posizione. [37] Passeggiata, 6 luglio 1835 Guardando la gente consumare il proprio pasto la sera, ci si rende conto che lo sforzo di spiegare la vita può apparire assai ridicolo. Pane e companatico spiegano tutto. [38] L’ideale. C’è soltanto quello della realtà del passato ormai trascorsa. [39] La maggiore differenza fra l’epoca attuale e quella passata risiede nel fatto che oggi vive solo la massa, e un tempo soltanto il singolo individuo importante. [46] Stasera Elise 3 è finalmente ritornata dal suo viaggio. È singolare come le donne, che amano nell’uomo proprio solo ciò che è esattamente opposto alla loro natura, cerchino di renderlo quello che esse stesse sono: sono dèe che divinizzano soltanto i suoi peccati, ma che non glieli perdoneranno mai. Elise vuole vedere il mio diario e io gliel’ho promesso. Si meraviglierà di quanto poco abbia scritto su di lei; non si meraviglierà che non abbia scritto neanche una parola su Alberti 4. [48] Talune condizioni umane hanno ai miei occhi qualcosa di interessante finché non le ho analizzate e non ho riconosciuto che esse sono basate sulla natura. [50] Quanto deve essere naturale per un vecchio assassinare un bambino che vede giocare; gli deve sembrare di essere colui che si immola per la salvezza del bambino. [51] 3. Elise Lensing (1804-1854). Innamorata di Hebbel gli diede due figli, Max e Ernst, che morirono entrambi in tenera età. Sacrificò il suo modesto patrimonio personale per la carriera di Hebbel che le preferì però Christine Enghaus (o Engehaus) che sposò a Vienna il 26 maggio 1846. 4. Leopold Alberti (1816-1892). Hebbel lo aveva conosciuto a Wesselburen e per un periodo aveva diviso la stanza con lui a Amburgo. Faceva parte del gruppo attorno a Amalie Schoppe (v. nota 15, p. 72).

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Nella vita non c’è superficie, soltanto profondità, neanche profondità, soltanto un infinito sprofondare. [52] Chi è rovinato da un destino grande, è piccolo; chi è distrutto da un destino piccolo, può essere grande. [53] Il disagio dell’uomo durante le rivoluzioni spirituali è simile alle indisposizioni del corpo in fase di crescita. Aumento e calo significano ambedue morte (dell’esistente). [55] Non riesco a immaginarmi un dio che parla. [66] Come il fisiologo ha compreso la costituzione dell’uomo soltanto attraverso l’anatomia dell’animale, così anche lo psicologo dovrebbe iniziare dall’animale e attraverso i fenomeni spirituali osservati sulla bestia arrivare fino all’uomo. [67] (da una mia recensione) Se si parte dal presupposto che l’animale è completamente incapace di gettare uno sguardo nel mondo che noi definiamo spirituale, dobbiamo concludere che ciò si verifica soltanto perché all’animale manca la parola: potrebbe infatti essere difficile dimostrare che proprio tutto quello che esso fa, senza differenza alcuna, è diretto al soddisfacimento dei suoi bisogni a noi noti; non c’è però bisogno di dire che a quella conclusione manca molto per essere evidente. Sono senz’altro pensabili forze spirituali superiori senza un canale fisico della comunicazione che a queste forze corrisponde; la nostra lingua indica piuttosto una mancanza che un privilegio del nostro io nel momento in cui essa ci è data soltanto come un mezzo per l’ampliamento e la chiarificazione delle nostre idee discutendo con i nostri simili (le continue modificazioni delle idee, senza motivo né costanza, ci dovrebbero infondere un senso di minore fiducia nel contenuto e in particolare nella persistenza, vulgo: immortalità del nostro essere); se avessimo concetti assoluti la lingua sarebbe alquanto superflua, non ci sarebbe neppure stata data dalla natura attenta a una gestione efficiente, e non vedo perché gli animali non dovrebbero poterla avere. Si potrebbe trattare di un canale che gli animali possiedono, di cui noi pensiamo di avvertire la mancanza in essi, ma la cui percezione è semplicemente al di fuori della nostra portata; se così fosse il nostro famoso dominio sugli animali sarebbe che noi siamo per la loro esistenza terrena ciò che le tempeste e le inondazioni sono per noi. In ogni caso

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noi possiamo sapere dell’animale soltanto questo con certezza, ovvero che non si trova al nostro stesso livello; ma se più in basso o più in alto è – penso – una questione aperta. [68] Il mio diario 1835 Quaderno 2 27 luglio La prova principale contro l’esistenza di Dio è che ci manca il senso assoluto della nostra immortalità. Potremmo averlo, perché il cristianesimo è dittatoriale e proibisce il suicidio; la teologia potrebbe al massimo dire: “l’effetto della nostalgia consumerebbe l’uomo.” [74] Colloquio Io. Mi manca la consapevolezza assoluta della mia immortalità. L.5 Forse è impossibile senza avere il concetto completo della divinità, che però l’uomo non può possedere dal momento che egli è grande quanto il suo concetto. Io. Contesto che i due concetti siano così intimamente collegati. Per esempio ho il concetto assoluto del mio io senza avere il concetto assoluto della divinità. Tuttavia, dal momento che la consapevolezza dell’immortalità gli aggiunge qualcosa soltanto dal punto di vista dell’estensione, esso rimane lo stesso etc. Perfino il cristianesimo non dice mai che non potremmo avere quel concetto, ma soltanto in modo indiretto che non lo abbiamo, e in particolare quando Cristo dice: abbiate fede, così diventerete beati. (Questa beatitudine per salvare il filosofo in Cristo potrebbe forse essere riferita soltanto alla terra.) Il cristianesimo è soltanto un surrogato (e questo deve ammetterlo perfino il teologo, dal momento che Cristo, secondo la Bibbia, non è più in cielo il mediatore fra Dio e gli uomini, ma Dio stesso, e là gli uomini non hanno più bisogno di una mediazione); la fede è basata sull’autorità di Cristo, non è una fede diretta, ma indiretta; è il frutto del sentimento dell’inadeguatezza umana e della fiducia in Cristo. Il cristianesimo è pertanto utile soggettivamente, ma non necessario oggettivamente; sarebbe oggettivamente necessario soltanto se fossero dimostrati i limiti sia della forza umana sia della conoscenza umana; e questi potrebbero essere dimostrati soltanto trovando un’idea per la cui compren5. Forse Leopold Alberti, (1816-1892) che Hebbel cercò di convincere a non convertirsi al cattolicesimo (Lettera di Hebbel a Wacker del 15 marzo 1836).

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sione l’uomo dovrebbe impiegare tutte le sue capacità intellettuali e via dicendo. [75] Dio è la quintessenza di tutte le forze, fisiche e psichiche. Egli ha dunque i desideri dei sensi. Singolare coincidenza delle due forze al massimo grado: lo spirito beato nella produzione delle idee, il corpo beato nella produzione dei corpi, perché l’idea è sinonimo di spirito. [77] Le antiche dichiarazioni di messa al bando degli imperatori tedeschi abolivano in realtà ogni diritto invece di essere un atto di amministrazione della giustizia. Nel momento in cui un uomo è dichiarato fuori legge, gli viene ridata la sua naturale libertà; non ha più gli obblighi di membro dello stato che non lo riconosce più in quanto tale. Si trova nel più assoluto stato di natura e ogni singolo individuo può considerarlo un animale selvaggio sul quale può esercitare violenza non soltanto quando gli ha arrecato danno, ma anche perché gli può arrecare danno; soltanto lo stato stesso nel suo insieme non ha il diritto di punirlo perché – avendolo espulso – lo ha dispensato dalle leggi che vigono soltanto per coloro che ne godono anche i vantaggi. [78] La religione è la massima vanità. [79] I pensieri sono i corpi del mondo dello spirito, precise delimitazioni della luce spirituale che non scompaiono, poiché trapassano nella conoscenza dell’uomo. Singolare coincidenza della natura interna ed esterna. [86] Lasciamo riposare i morti che non lasciano mai riposare noi: il mio petto è una tomba, vi metto la cara immagine e non la riaprirò mai più. Lettera a Barb.6: 8 ott. 1835 [95] Nel momento in cui ci formiamo un ideale nasce in Dio l’idea di crearlo. [96] Il comico è la continua negazione della natura. [99] Il gusto di una nazione non precede mai il genio, ma gli arranca sempre dietro. [109] Se dovessi esprimere il mio concetto dell’arte lo baserei sulla libertà incondizionata dell’artista e direi: l’arte deve comprendere e 6. Barbeck, amico di Hebbel a Wesselburen.

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rappresentare la vita in tutte le sue diverse forme. Si tratta di un’impresa che non è possibile realizzare limitandosi a copiare: la vita deve trovare nell’artista qualcosa di diverso dall’obitorio dove essere ricomposta e imbellettata. Noi vogliamo vedere il punto dove essa nasce e quello dove si perde come una singola onda nel mare dell’effetto generale. È scontato che tale effetto può essere doppio e esplicarsi sia verso l’interno sia verso l’esterno. Qui è il lato a partire dal quale si può tracciare un parallelo fra i fenomeni della vita reale e quelli della vita fissata nell’arte. [110] Il sentimento è vita che opera direttamente dall’interno verso l’esterno. Poeta lirico è chi ha la forza di delimitarla e di rappresentarla. [111] Il dramma rappresenta il pensiero che vuole diventare azione attraverso l’agire o il patire. [112] Perché l’uomo preferisce in generale il nebuloso, il crepuscolare al giorno chiaro? Crede forse di vedere nella chiarità un velo ancora più fitto che gli nasconde l’oggetto reale in modo che lui stesso sembri essere l’oggetto. [120] Come è possibile una morte che non finisce immediatamente, dal momento che la vita è indivisibile e che ogni ingrediente è necessario per la sua prosecuzione? [121] La fede non è un’attività oscura dello spirito, ma al contrario un’attività chiarissima; essa abbraccia con sicurezza quanto le è affine e si trova fuori dalla sfera dei sensi. [122] La gelosia aumenta in modo direttamente proporzionale al calo della bellezza. [123] Compito dell’arte è la rappresentazione della vita, ovvero la rappresentazione dell’infinito nel fenomeno particolare. Essa ci riesce afferrando i momenti importanti di un individuo oppure di una condizione dello stesso. [126] L’uomo è ciò che pensa.

[127]

Puoi estasiare gli dei Difficile far piangere i porci. [128] L’arte moderna deve nascere da quella antica, ovvero, secondo la dichiarazione dei filologi: il volto deve nascere dal sedere. [138]

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Il popolo tedesco, come lo conosco, si comporta con i suoi martiri come Dio padre con Cristo: lo fa tranquillamente crocifiggere e poi lo ammira; per due motivi; cosa era (pensa) prima della crocifissione? [139] Perfino nel caso di una rivoluzione i tedeschi cercherebbero di ottenere soltanto la libertà fiscale, mai la libertà di pensiero. [140]. La donna partorisce l’uomo non una, ma due volte. È opera sua anche la rinascita grazie all’umanità. [142] La vita sociale in tutte le sue sfumature non è la semplice confluenza di enormi casualità; è il prodotto dell’esperienza di millenni, e il nostro compito è quello di comprendere la giustezza di tali esperienze. [143] La vita con le sue diverse epoche è un’immensa camera del tesoro. Ci arricchiamo con i doni trovati in ogni suo ambiente; ci è dato conoscere la misura della nostra ricchezza soltanto nel momento in cui entriamo nel prossimo ambiente. [144] Non è la passione a commettere peccati, ma solo la freddezza. Cogli ogni fiore anche se non pensi di metterlo in un vaso per l’eternità, basta che ti rimandi il suo profumo. [145] L’umorismo non è mai più umoristico di quando vuole spiegarsi. [146] Se i prìncipi abrogassero la coscrizione e introducessero la pubblicità: sarebbe la fine del mondo. [148] Il vitello dormiente sollevato dal carro di un macellaio. [154] La forza di vivere inizia sempre quando cessa. E non è sempre viltà quella che non ardisce opporsi più a lungo ai grandi misteri della tomba e dell’eternità; può essere anche semplice bisogno di vita che si proietta verso Dio per integrare l’uomo con un elemento di cui ci si è appropriati nell’idea. [158] Il giovane si elegge l’errore ad amichetta, ed è male; l’adulto lo elegge a nonna, ed è peggio. [159] È stata una disgrazia per il mondo, come per il cristianesimo, che la religione dell’oriente sia giunta in occidente. [164] Molto spesso, quando ci viene in mente qualcosa, pensiamo di avere avuto un’idea. [167]

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Il diritto in quanto abstractum accertato tiene presenti le forze dell’umanità; il giudice tenga presente la forza dell’uomo. Una differenza così grande la cui esistenza i logici rigorosi certamente non vorranno ammettere. [168] Il libero arbitrio, la cosa in sé, la vita, la natura, il rapporto con la natura si celano nello stesso abisso. Questo è l’unico risultato di lunghe meditazioni sulle cose incomprensibili. Chi ritiene fra l’altro incomprensibile che la maggior parte della gente abbia trovato un modus vivendi con tutte queste cose e ritenga di esserne venuto a capo, osservi un pastore a tavola che parla del suo Dio e contemporaneamente si ubriaca. [169] La natura – ma questo non si può dirlo in società – si esprime nella sua massima ingenuità in un cane che, prima di montare la cagna che gli vuole sfuggire, le morde l’orecchio. [170] In nessun uomo la consapevolezza di sé è superiore alla consapevolezza di vivere. [172] Il cristianesimo uccide l’uomo affinché questi non possa peccare, come quel contadino pazzo che uccise il cavallo perché non gli calpestasse il seminato. [175] Un’idea poetica non può essere espressa allegoricamente; l’allegoria è la bassa marea dell’intelletto e nel contempo della produttività. [197] La paura non è un sentimento: è l’unica condizione che dissolve l’uomo. [207] Non gettare sempre via ciò che respingi. Se sei qualcosa, tutte le tue cose buone sono collegate spesso col tuo errore, come l’albero con la terra. Per quanto cattiva questa sia, essa deve essere tollerata, a causa dell’albero. [209] Pentimento Chi ha saggiamente trovato un nome per il pentimento, non ne ha certo fatto l’esperienza. [210] Un maggiolino, attirato dalla luce, volava verso l’una del mattino attorno alla mia finestra, sbattendoci buffamente contro. Mi ricordava quanto divertenti devono sembrare allo spirito superiore i tentativi umani di arrivare alla verità e alla veridicità. [215]

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Trovare il principio della vita e del pensiero è l’enigma della sfinge immortale. [219] E lui si augurava una coscienza sporca per un po’ di ore, in modo da essere meno annoiato. [220] La rivoluzione francese ci insegna piuttosto bene come in ogni tempo esistano molti uomini importanti che altrimenti nella vita comune si disperdono. Per questo non dobbiamo lasciarci spaventare da abissi che improvvisamente si spalanchino né stupire da vette che improvvisamente si elevino davanti a noi. [234] Nella condizione umana non esiste, in realtà, un juste-milieu. [236] Non puoi onorare l’umanità senza onorare l’uomo. Onori il re e prendi a calci il suo servitore? [237] Il diavolo può soltanto uccidere, non ferire. [244] Il dolore è una proprietà, come la felicità e la gioia. [250] In fondo tutto il sentimento dell’umanità si basa sul riconoscimento di quanto esiste ed è superlativo. [270] La natura ripete eternamente – estendendolo in continuazione – sempre e soltanto lo stesso pensiero; per questo motivo la goccia è un’immagine del mare. [271] Non capisco come il cielo stellato possa allargare il cuore dell’uomo; per quanto mi riguarda, dissolve il sentimento della personalità, non posso pensare che la natura si sia data la pena di mantenere il mio misero io nella sua fragile debolezza. [272] “Non sono un’aquila!”, disse lo struzzo. E tutti lo ammirarono per la sua modestia. Ma poi fece una faccia stupita perché avrebbe voluto aggiungere: per questo so non soltanto volare magnificamente, ma altrettanto magnificamente correre! [279] Spesso, quando leggo, mi si ripresentano da remote lontananze le prime impressioni risvegliate in me, durante l’infanzia, da singole parole e intere espressioni. Per esempio la parola costola nell’Antico Testamento luterano aveva qualcosa di così tremendo per me che – nonostante la mia abituale cura per i libri – avevo strappato la pagina dove compariva. Stamattina però ho riprovato nuovamente con grande chiarezza come, in quegli anni in cui si è

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particolarmente ricettivi, mi affascinassero le parole che esprimono qualcosa di bello e aggraziato, come il profumo e il colore. Tulipano. Rosa. [280] Il lamento senza lutto è – ancora più del lutto senza lamento – ciò che opprime l’animo umano, ovunque esso possa vederlo o sentirlo. È la vita stessa, messa là in tutta la sua miseria. [282] Starsene da solo con gli occhi bendati al centro di forze immani che gli ribollono intorno, ma sentire sulle labbra la parola magica e liberatoria: questa è la dura sorte dell’uomo. Un navigante nella notte di tempesta in acque sconosciute. [283] “Hai poche persone al tuo matrimonio.” Più di quante ne avessi invitate. [290] La vita offre quanto basta per non soccombere, e questo è il diavolo. [293] Un folle spiegava agli altri la storia della vita di altri matti e alla fine disse: “Qui potete vedere il matto più grande, quello che si crede il figlio di Dio, cosa che – se fosse vera – io dovrei sapere, visto che sono Dio padre.” [310] Un altro, che si credeva Dio, disse rivolto al sorvegliante: “Inginocchiati davanti al tuo Dio”. Quando questi gli indica le sue catene dicendogli che – se fosse Dio – potrebbe spezzarle, gli risponde: “Sei proprio stupido: quelle che tu consideri catene sono i lacci che mi incatenano all’universo”. [311] Molte fanciulle attratte ad Amburgo dai protettori vengono sistemate in un bordello e qui rifornite di vestiti, cibo, denaro per i divertimenti etc. Dopo qualche tempo si sentono fare proposte indecenti e, quando le rifiutano con sdegno, si sentono dire: “Hai i soldi, carina? I debiti ammontano a questa somma, paga e puoi andare!”. [324] 2 settembre Oggi da Mittermaier 7 nel seminario sulla responsabilità (morale): un bracciante assassina il figlio, prima lotta per ore, prega Dio affinché allontani dalla sua mente questo proposito orrendo, pre7. Karl Joseph Anton Mittermayer, studioso di diritto penale, all’università di Heidelberg dal 1821.

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ga accanto alla culla del bambino e alla fine gli spacca la testa con una scure. [325] Un altro arriva dal medico e gli dice di sentire sempre l’incontenibile bisogno di grufolare nel sangue; il medico tenta con i salassi e con ogni altra possibile terapia, alla fine lo porta da un macellaio e gli fa macellare un vitello. Quando l’uomo ritorna da lui dopo un anno è diventato… macellaio. [326] L’umorismo è l’unica nascita assoluta della vita . [329] Uccello e gabbia sono fatti l’uno per l’altra. Ma l’uomo non vuole una gabbia più piccola del mondo. [330] La felicità dell’uomo non è legata alla sua forza, ma al suo estro. [331] È anche piacevole sapere che non si può uscire dal mondo. [332] Non è tutto oro ciò che luccica. Ma non luccica neanche tutto ciò che è oro, si dovrebbe aggiungere per essere giusti. [339] Tutto ciò che si è mangiato durante o poco prima di una sbornia diventa disgustoso, per questo accade così anche con la filosofia dopo un certo tempo. [340] L’uomo deve tormentarsi con il mondo e con la vita, la donna con l’uomo. Lui deve essere sincero nei confronti di lei in ogni situazione, lei riguardosa nei confronti di lui. Se a lui è impossibile trasformare la ghirlanda dell’attimo che si lasciò mettere al collo nella gomena dell’eternità, faccia quanto è sconveniente; questo appare agli occhi di lei – se è una vera donna - come una cosa non nobile e la guarisce ferendola. Tuttavia è indegno, infame – anche se la cara vanità non lo ammette volentieri – essere un diavolo piuttosto che sembrarlo. Se il dio è tolto dall’altare lo si distrugga. [343] “È male quando si riesce ad agire sull’uomo in modo da fargli provare dolori dipinti come se fossero veri!”. Questa frase di Herder che fa riferimento a Goethe indica quanto di rado l’artista autentico venga compreso nei suoi sforzi e nel suo obiettivo. La massa non vede mai il tutto, ma sempre e soltanto una parte da questo avulsa, e per di più anche di questa parte soltanto quanto si riferisce alla massa stessa; l’oceano è soltanto acqua dove essa annega, la selce uno strumento pericoloso che la può distruggere.

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L’artista vede soltanto il tutto e la sua immagine in ogni suo elemento; se la pietra viene spaccata, non va a pensare in modo savio che essa non sente niente; egli vede la dissoluzione di un essere nei suoi elementi primigeni, nella pietra non meno che nell’uomo – e qui si individua il crimine. E giungere a questo modo di vedere le cose dev’essere l’obiettivo di chiunque desideri penetrare fino alla visione e alla concezione oppure a una attività sua propria nell’ambito dell’arte autentica; la natura lo considererà degno di esprimere i propri segreti più intimi attraverso la sua bocca soltanto se egli cercherà di sentire non soltanto il suo tuono, ma anche il soffio più lieve della sua instancabile attività di creazione. Se vedi Laocoonte morente non devi provare una sensazione meno forte, ma se il fiore si inaridisce devi provarla più forte. [344] Anche la persona migliore è soddisfatta quando vede che il destino, il caso, la vendica di una ingiustizia subita, anche se non vuole scagliare la pietra che le è stata messa in mano. Ma quando il destino si serve di uno spillo, non ha problemi. [345] Ed ecco la penosa imperfezione, madre della disperazione interiore e di ogni conflitto esterno. Essa è come i vecchi soldati civici nelle città dell’impero tedesco di nazione germanica che vengono pagati, ma che non vogliono scendere in campo in caso di bisogno. [346] “E l’arte è indivisibile, e pittori, scultori e poeti riescono a rendere completamente visibile quanto è magnifico nella sua armonia soltanto operando uniti; la musica ha una sfera contrapposta perché – mentre tali artisti individualizzano il generale in una forma determinata e delimitata – essa cerca di fondere nel generale quanto è determinato. Per questo la musica è distruttiva nel suo effetto finale; soltanto quando il suo carattere è il sacro, conferisce una forma in modo indiretto, rendendo visibile ai sensi la divinità nel momento in cui essa disgrega e dissolve l’umano, il terreno in generale.” A Barbeck [350] Non dovrebbe esserci calore senza luce, ma neanche luce senza calore. [367] Ci si immagini una condizione spirituale in cui l’uomo, ormai abituato all’ambito terrestre, non possa più entrare in un altro ambito: questo sarebbe ciò che si definisce maledizione. [368]

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Uccidere: è porre termine alla direzione di una vita particolare. [373] Lo spirito sta alle lingue come l’uomo alle donne. Ah, anch’esso è stato un tempo un adolescente e ha vissuto un bell’amore; la sua ragazza lo comprendeva esattamente quanto egli stesso si comprendeva; ogni suo sentimento, ogni suo pensiero risuonava dal petto di lei più ricco e più divino; l’essere di lei era l’eco armoniosa di quello di lui. Era la lingua greca; da tempo non esiste più il legame celeste che li teneva avvinti; ma se adesso lui, oramai in tarda età, riesce a provare ancora un momento di beatitudine e continua a rimpiangere di non poterlo condividere più con la sua prima amante. La lingua latina è stata la sua governante, una donna solida, risparmiatrice che accumulava i tesori di lui in casse e cassette, ma che faceva storie per ogni soldo speso. La lingua francese è la sua cameriera, con lei fa il cascamorto come sono usi fare gli anziani dopo avere mangiato, ma lei non può avvicinarglisi quando lui sta pensando, vivendo un sentimento oppure pregando. La lingua tedesca è la sua massaia; gli è cara quanto il suo dovere e va a trovarla quando vuole generare, eppure talvolta le preferisce la figliastra, l’inglese. Più di tutto ama la lingua italiana perché essa possiede alcuni tratti della prima amante e come questa sa sospirare e lamentarsi. [376] 19 ottobre Nessuno può giustificarsi affermando di essere troppo in basso nella lunga catena; egli forma un anello, non importa se il primo oppure l’ultimo, e la scintilla elettrica non potrebbe propagarsi se egli non occupasse quella posizione. Tutti per uno, uno per tutti, e gli ultimi sono come i primi. Una volta un ladro cercò di giustificare il suo furto, anzi di elevarlo a virtù, affermando che qualcuno, più cattivo di lui, era dietro oppure vicino a lui e avrebbe non solo colto i frutti, ma anche spezzato i rami. [394] La natura ha dato a molti un talento per la compassione, a pochi quello per la condivisione della gioia. [401] Ci sono momenti in cui si pensa di non riuscire a provare mai più un sentimento. [425] Butta via per non perdere!, dice la migliore regola di vita. [442]

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Sono costretto a credere che alla mia natura manchino i collegamenti, che sia messa assieme così all’incirca, una macchina confusa che va avanti facendo clip clap senza scopo né obiettivo. Non so spiegarmi in modo diverso questa sensazione agrodolce che provo quando sento me stesso come un’individualità. A Gravenhorst 8 [444] Chi come me è preda della morte con tutto il suo essere, non dovrebbe circondare con le sue braccia appestate una giovane vita fiorente. È umoristico che un cadavere si dedichi ai dolci trastulli e piacevolezze dell’anima di una ragazza e che questa lo ricambi doppiamente, ma proprio perché l’umorismo è terribile, diventa irresistibile. Si diventa egoisti nella disgrazia. A Gravenhorst [445] La battuta di spirito è l’unica cosa che tanto meno si trova quanto più la si cerca. [456] Il diavolo ha ragione più spesso di quanto lo si conceda a lui e a noi. [462] Davanti a una grande gioia l’uomo trema quasi quanto davanti a un grande dolore; può temere di cogliere improvvisamente il grappolo della vita e di ritrovarsi in mano il ramo secco. [470] La vita è soltanto un’altra morte. La nascita della vita, non la sua fine, è la morte. [476] Commettiamo più di un peccato soltanto per poterci pentire. [479] Spesso ho la sensazione che noi uomini (intendo le singole persone) siamo così infinitamente soli nell’universo che non sappiamo proprio nulla l’uno dell’altro e che tutta la nostra amicizia e il nostro amore assomigliano ai granelli di sabbia che – dispersi dal vento – volano l’uno accanto all’altro. [484] L’individualità non è tanto traguardo quanto strada, e non tanto la migliore quanto l’unica. [491] La religione è amicizia allargata. La superstizione è l’unica fede autentica. [492] È incredibile fino a che punto si possano ricondurre tutte le pulsioni umane ad un’unica. [493] 8. Friedrich Wilhelm Gravenhorst, diede gratuitamente lezioni a Hebbel.

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Finalmente consegnati alla lingua italiana in modo pressoché integrale dopo il passaggio di Slataper letterario e morale specchio di inusitata profondità dell’anima oppure specchio del mondo i Diari di Friedrich Hebbel sono stampati nel carattere Simoncini Garamond su carta Arcoprint delle cartiere Fedrigoni dalla tipografia Sograte di Città di Castello per conto di Diabasis nel febbraio dell’anno duemila nove


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