__MAIN_TEXT__

Page 1


Le immagini di copertina e quelle all’interno del volume provengono dall’archivio dell’autore

La redazione del testo è stata curata da L’Argonauta, Parma

Progetto grafico e copertina BosioAssociati, Savigliano (CN)

ISBN 88 8103 239 2

© 2005 Edizioni Diabasis - prima ristampa 2014 Diaroads srl - vicolo del Vescovado, 12 - 43121 Parma Italia telefono 0039.0521.207547 – e-mail: info@diabasis.it www.diabasis.it


Renato Lori

C’era un ragazzo... un partigiano 1943-1945 Presentazione di Gabriella Manelli Postfazione di Gianni Riccò


Sugli aspri monti, un ragazzo

La vittoria toccherà ancora una volta al più perseverante e al più intransigente. Piero Gobetti

Il racconto della nostalgia: il tempo perduto e l’odissea del ritorno Memorie. Calore di ricordi. Senz’altro «ricerca del tempo perduto», evocazione di un’età a suo modo favolosa, una giovinezza animata da incrollabile fede negli ideali di «libertà…, democrazia, uguaglianza, giustizia sociale». Dei miraggi della fanciullezza, idolo della nostalgia, la letteratura della memoria illumina la realtà contingente, da cui appunto anela evadere. Ma vedremo in che misura ciò sia vero per il presente racconto. Certo evocare il modello proustiano e una letteratura introspettiva di impronta freudiana sarebbe nel nostro caso improprio. Ma è pur vero che, come in quella letteratura, il potere evocativo della memoria arricchisce il racconto di magiche suggestioni e talvolta dà voce all’inconscio. Anzi il racconto è in qualche modo tutto una presa di coscienza. 1943-1945: c’era un ragazzo… è una testimonianza di vita partigiana e insieme il racconto di «un’esperienza esaltante e drammatica», vissuta tra il 1943 e il 1945, che alla fine – conclude l’autore – ha «segnato e cambiato nel profondo ognuno di noi». È dunque in qualche modo anche un racconto di “formazione”, la formazione, sia pure decisamente anomala, perché anomali sono i percorsi, la scuola e il contesto in cui essa si compie, di un ragazzo che confermandosi e crescendo diventa uomo. Il ragazzo della storia autobiografica non viene mai nominato: non compaiono infatti né il nome anagrafico né il nome di battaglia che assumerà nella lotta partigiana. La narrazione autobiografica dunque, in questo caso, paradossalmente permette all’autore di mimetizzarsi. In termini più tecnici si parlerebbe di narratore in prima persona, interno alla storia, come interno è perlopiù il punto di vista: si potrebbe dire che il racconto è tutto una “soggettiva”. Ma è un narratore che lascia parlare i fatti con l’umiltà di un testimone. Forse il ragazzo senza nome che è protagonista della storia autobiografica – senza esserlo mai né nel senso dell’esibizione dell’io, che anzi scompare perlopiù nel gruppo o nelle storie d’altri, né tanto meno nel senso dell’ostentazione eroica – 5


rispecchia profondamente un modo di essere dell’autore, la sua “modestia”. Il racconto, nonostante gli sconvolgimenti della guerra e il precipitare degli eventi dopo la caduta del fascismo, procede dapprima senza scosse, con andamento quieto, regolato da strutture narrative che lo organizzano in un insieme coerente, in armonia, per così dire, con una parvenza di forma del vivere, di normalità che ancora sopravvivono. In fondo la vita, nonostante gli avvenimenti si accavallino ad un ritmo sempre più frenetico, resta inquadrata all’interno di istituti e costumi familiari e consueti: il ragazzo è arruolato, insieme ad altri coetanei, nell’Ottavo Alpini e spedito a Gemona, che è in capo al mondo, ma è sempre dentro i confini della patria, ancora unita; le divise sanno di naftalina, ma sono quelle dell’esercito regio. Pur nel turbamento generale la vita sembra ancora poter contare su un qualche ordine. Nel momento del distacco dal padre alla stazione di Parma, che è anche il distacco dalla vita quieta del paese, e durante il viaggio, che non solo lo porta lontano da casa, ma gli presenta «le prime immagini della guerra», affiorano alla memoria le figure legate alla sua infanzia, centrali nella sua prima formazione. Il padre, «tipo sempre serio, di poche parole, carattere chiuso», che il giorno della partenza «si era comportato in modo insolito»: aveva strappato all’Ufficiale di servizio un permesso di un paio d’ore per portare il figlio in una modesta trattoria di Strada Nuova. «Un fatto eccezionale», date «le ristrettezze in cui viveva la famiglia». Poi all’ultimo abbraccio una lacrima gli solca il volto rugoso, come quando, colpito da broncopolmonite, lo aveva affidato bambino al nonno Achille. Presagio di morte o di separazione, quella lacrima inconsueta in un uomo poco incline ad esternare la commozione. E il nonno Chilòn, così «orgoglioso dei suoi progressi a scuola», «sarcastico contro le superstizioni», polemico nei confronti dei «luoghi comuni»; «convinto anticlericale», non risparmiava al parroco don Natale battute polemiche. Come quella volta che, parlando della siccità, «il prete sosteneva che… era… un castigo di Dio: “Anche Voi… non venite mai alla messa”. Ed il nonno di rimando: “già, se fosse per quello, i campi del signor Peppino e della signora maestra… dovrebbero essere allagati dalla pioggia”». Quando un giorno lo riportano sdraiato su una scala già cadavere, il bambino rimane a lungo impietrito: è la prima esperienza della morte di una persona amata. Ed è un mondo che crolla: la morte del nonno è un po’ anche la fine dell’infanzia. Altre separazione traumatiche, tragiche attendono il ragazzo, «sugli aspri monti». E di tutti questi morti è come se raccogliesse con gesto pietoso l’ultimo respiro, per portarlo con sé. Insieme alle persone affiora un passato fatto di mondi ristretti e strade polverose, motivi che diventeranno conduttori nella seconda parte del racconto, dedicato alla vita partigiana. Ritratto affettuoso di un mondo contadino che è il “piccolo mondo antico” dell’autore, tratteggiato in uno stile sobrio, spesso rapido, a volte ellittico, senza fronzoli o compiacimenti. Solo pochi giorni dopo, l’8 settembre porta, con la notizia che «la guerra è finita», un’euforia dilagante quanto effimera, cui subentra subito il gelo della repentina smentita: si torna in caserma, tutto continua come prima. Giungono ul6


teriori informazioni: l’armistizio, la fuga del re, il proclama di Badoglio; e circola sottovoce l’interrogativo «che cosa fanno i tedeschi?». E tuttavia si diffonde la notizia che «l’esercito si sta sciogliendo»; e la volontà di tornare a casa. Perché c’è l’illusione che si possa ancora tornare a casa. Così il gruppo dei cinque fuggiaschi, evitando avventurosamente presidi tedeschi e grazie alla solidarietà della gente, «la povera gente» di quel piccolo mondo, che già comincia a manifestarsi e resterà condizione fondamentale di sopravvivenza in seguito, si avvicina a quella che pare la meta. Intanto, con la stanchezza «prendevano il sopravvento tutti i piccoli guai: il caldo, la sete, i piedi dolenti, la mancanza di tabacco…». Niente in confronto a quello che il nostro ragazzo dovrà sopportare da partigiano, ma in queste prove già sembra prefigurarsi la vita che, ancora inconsapevole, lo attende: «i piccoli guai» di cui ora sembra vicina la fine, poi saranno vita quotidiana e leitmotiv del racconto. Ma, prima di arrivare, alla stazione di Piadena, il ragazzo sfiora da vicino l’estremo pericolo e l’orrore: è un altro momento cruciale della sua formazione. «C’erano militari ad ogni angolo» e «controllavano i passeggeri ad uno ad uno, lentamente»: l’attesa si fa lunga, mentre il possibile esito dell’avventura è incarnato lì, davanti ai loro occhi, da ragazzi «stipati all’inverosimile» in vagoni bestiame, che «chiedevano aiuto, soprattutto acqua» e a sorvegliarli «militari del tutto insensibili ai (loro) lamenti». La fortuna benevola si presenta, quando tutto sembra perduto, nei panni di una ragazza di Mezzani, che era partita col suo amico tedesco alla ricerca di un fratello, purtroppo già avviato in Germania; ed ora «cerca di dare una mano a qualche altro», quasi quei ragazzi fossero diventati tutti suoi fratelli. L’episodio offre un primo esempio di quelle figure femminili che, protagoniste di momenti tragici o portatrici di salvezza, spiccano qua e là nel racconto; ne anticipa altresì una tonalità costante, la tolleranza, il rispetto con cui lo sguardo del ragazzo/autore si posa su ogni azione o personaggio. Uno sguardo affettuoso che abbraccia tutti, senza peraltro confondere parti e ragioni. Ormai in salvo, il giovane non riesce però «a cacciare dalla mente l’immagine di ragazzi come lui ammassati peggio delle bestie su vagoni diretti ai campi di concentramento». Matura in lui spontanea la scelta di campo. Tuttavia, mentre pur cresce la consapevolezza, egli crede di avere ancora un punto d’approdo: presto potrà esclamare «finalmente a casa!». Questo sarà l’anelito costante. Ma il sollievo di essere «finalmente a casa» è destinato a rivelarsi ogni volta illusorio. La storia è anche l’odissea di un “ritorno” continuamente rinviato. Duplice è dunque il senso della nostalgia: desiderio pungente del ritorno, secondo il significato etimologico della parola, nel ragazzo, rimpianto del tempo trascorso nell’autore. La liberazione di Mussolini, l’istituzione della Repubblica di Salò e la conseguente chiamata della classe 1924 per la formazione del nuovo esercito dissolveranno presto l’illusione di essere a casa. «Per il momento prevale un netto rifiuto a presentarsi»: «si parla già… di gruppi di “ribelli” sui monti, ma forse è ancora soltanto fantasia». 7


I renitenti si nascondono, fra loro qualcuno fa circolare una copia dell’«Unità», di cui il ragazzo ignorava l’esistenza. Egli ne resta profondamente scosso: gli è di aiuto e stimolo che qualcuno faccia «circolare quelle idee scritte e stampate nonostante i pericoli». Nel momento delle decisioni critiche è per lui determinante l’amicizia con lo studente liceale appena sedicenne Marco Pontirol Battisti. Ma l’arresto dei genitori non lascia alternative ai renitenti, che vengono così «arruolati con il ricatto» nel Genio-Lavoratori. Il battaglione è portato a lavorare in varie località della zona del Trasimeno, in un’Italia ormai divisa, fra le incursioni degli aerei alleati. Questa spedizione di ragazzi mandati nel caos generale «a riempire i crateri aperti lungo la ferrovia dai bombardamenti alleati» «armati di pala e piccone» introduce una nota umoristica, non inconsueta nel racconto. Sfugge il senso dell’agire, ognuno è affidato ormai soltanto a se stesso. Così, alla notizia che le armate alleate stanno per liberare Roma, quattro giovani decidono di tentare la fuga (senza neppure l’opposizione del tenente comandante di plotone) e il viaggio di «ritorno a casa». Che ancora una volta si rivela illusorio: ormai ai disertori non resta che raggiungere i “ribelli” in montagna. Ed è Marco a stabilire il contatto con la banda di “Afro”. Appunti dalla clandestinità Da questo momento il racconto si frantuma nel quotidiano succedersi degli eventi sganciati da ogni certezza, da ogni binario, si adegua «alla vita intensa e disordinata del gruppo». Niente corrisponde più ad una qualsiasi aspettativa, fin dal primo momento «ben poco, intorno, aveva l’aspetto di una base partigiana». Sempre «si mangia e si dorme quando si può». Inoltre «le armi erano poche… le munizioni scarse, l’ordine e la disciplina, la coesione del gruppo non apparivano certo un modello». Più tardi, chiusa ormai la fase delle piccole bande autonome e dello spontaneismo, il ragazzo osserverà, con una punta di nostalgia, che all’inizio «abbondavano solo coraggio e speranza». Le armi invece saranno sempre scarse: i lanci resteranno un miraggio che ogni volta si allontana; come quando la spedizione per il recupero di un lancio d’armi alleate finisce sotto una pioggia di ordigni «Made in USA». D’altra parte il nuovo arrivato constata subito che «ogni azione contro il nemico portata a termine con successo genera nuovo entusiasmo». Così forse un eccesso di fiducia spinge la formazione ad attaccare il presidio fascista che occupa la scuola di San Michele, nonostante risulti ormai evidente che i militi li attendono e l’auspicato effetto sorpresa sia quindi vanificato. «“Vengo anch’io” disse Marco in tono che non ammetteva replica.» L’attacco partigiano viene respinto. Alla prima bruciante amarezza per l’insuccesso dell’impresa si aggiunge la notizia della morte di Marco, subito seguita dall’altra dell’incendio della base di Predarezzo. Nella notte un’angoscia profonda invade il giovane al pensiero ossessivo dei fatti di quel giorno: «la paura del primo scontro a fuoco, il volto di Marco colpito a morte, Predarezzo attaccata e distrutta, il distaccamento disperso». È il momento dell’iniziazione: una specie di 8


veglia d’armi precede la piena assunzione di responsabilità. La situazione sembra disperata: mentre alcuni abbandonano, il nostro ragazzo non si sente di «tradire il sacrificio di Marco». La religione dell’amicizia ne orienta e fonda senza esitazioni la scelta. È cominciata la sua formazione sul campo. Si delineano già con chiarezza le coordinate della sua personalità: coerenza, tenacia, fedeltà non verranno mai meno. Ormai, di fronte all’incalzare degli eventi, alla crudeltà delle rappresaglie e dei rastrellamenti tedeschi «si prendeva coscienza che una fase (quella delle piccole bande autonome, dello spontaneismo, delle azioni isolate) si era esaurita e il livello dello scontro richiedeva una organizzazione ed un coordinamento più ampi». Inoltre «lo sparuto gruppetto di renitenti e sbandati era diventato in pochi mesi… una formazione di circa sessanta uomini, discretamente armati e con provate capacità di combattimento». Nelle zone liberate poi si impongono inattese responsabilità di governo e di amministrazione della giustizia, dal momento che «nel territorio non c’era altra autorità». Fra l’altro «si poneva un nuovo, serio problema: la presenza di… razziatori che, in mancanza di un servizio di polizia, effettuavano rapine… qualificandosi… come partigiani». «Sorse il… sospetto che» fra loro «potesse esserci uno dei nostri compagni non rientrato alla formazione…». Trovato colpevole, l’ex partigiano viene condannato a morte. Con le nuove assunzioni di responsabilità il gruppo è posto di fronte ad una esperienza inedita, il dramma del giudizio, «l’angoscia di dover emettere una sentenza»: «uno dei più anziani del gruppo… con le lacrime agli occhi continuava a ripetere: “proprio noi che non abbiamo mai condannato a morte né un tedesco né un fascista”». Il prevalere sull’indulgenza del «giudizio più drastico», pur giustificato dalla necessità di una “punizione esemplare”, è comunque per tutti una dura prova. Quasi un’anticipazione di un altro “tormentato capitolo”, il processo a “Juan”. Poi «un fatto nuovo, …fortemente traumatico», l’assalto della banda del “Cato”, che circonda l’accampamento e disarma il gruppo, con l’amarezza e la bruciante «umiliazione delle armi “amiche” spianate contro di loro», imprime alle decisioni ormai mature un’improvvisa accelerazione. Un «canto… tiene a battesimo la nascita del terzo battaglione della 47a brigata Garibaldi»: spesso nel racconto cori partigiani aiutano a sciogliere situazioni critiche, stemperano la tensione, rinsaldano la coesione, sono a volte una specie di catechismo della fede partigiana, come la canzone di Cesare Bassani Sugli aspri monti. Ma il doloroso superamento di una «generosa indisciplina» resterà una conquista quotidiana e richiederà ancora tributi di sangue. Nel vorticoso avvicendarsi dei fatti che frantuma la narrazione si stagliano qua e là figure più delineate. Di donne, in particolare. Come «mamma Olga», la madre di Marco, che tutto il giorno veglia il corpo del ragazzo buttato sul sagrato a monito dei banditi. E, ora che non ha più il suo Marco, saluta gli amici come suoi figli: «Ci rivedremo presto e finalmente liberi». Di questo amore che elabora la sventura in nuova capacità di abbracciare altri sventurati, condividerne le scelte e solidarizzare abbiamo già avuto un esem9


pio, appena delineato, nella ragazza di Mezzani, che quasi istintivamente adotta i fuggiaschi come fossero suoi fratelli. La staffetta Ercolina è sorpresa da una zumata mentre si accinge a mungere la riottosa Stella. Al rombo dei motori che si avvicina sale di corsa verso il bosco ad avvertire i «ragazzi». La madre scrolla il capo, ma sa che «quella sua figlia» le assomiglia troppo. Si affretta a nascondere «foglietti scritti a stampa» che frugando trova nella sua cameretta e affronta i «rastrellatori». Anche Ercolina, a missione compiuta, li affronta con una bracciata di rami secchi sul capo, raccolti per giustificare la sua presenza nel bosco. Ormai – è chiaro – è ora di raggiungere i ragazzi: la sua attività è nota e la scelta maturata da tempo. Un’altra ragazza decisa e coraggiosa che, come il protagonista, non conosce esitazioni di fronte alla scelta. Questi medaglioni sono un po’ racconti nel racconto, nei quali, con una sostituzione del consueto punto di vista interno, i personaggi sono portati in primo piano dalla lente della curiosità o della commozione. Come nella bellissima storia di Walter. Un’altra zumata: la ragazza, portata al distaccamento perché sospetta spia dei tedeschi, respinge con fermezza l’accusa. A servizio per bisogno presso il presidio tedesco, non ha però mai fatto la spia. Si offre di dare una mano e «respinge con decisione» anche le “avances” di qualcuno. Battezzata Lupa «per quel suo temperamento», vuol restare coi ragazzi «fino a che sarà finita». Dopo i rastrellamenti, che lasciano «una scia terribile di vittime innocenti», la perdita di amici come Franci e Ivan, l’inverno che nuovamente incombe, il proclama del generale Alexander, serpeggiano i dubbi. Ma si affaccia anche una nuova consapevolezza: «Siamo qui per conquistarci la libertà che nessuno ci può regalare», dice il vecchio antifascista “Colombo”. E il ragazzo prende coscienza, impara dai maestri della scuola di brigata e dalle vicende stesse della vita partigiana che la libertà non è merce d’importazione. Si susseguono, nei primi mesi del ’45, lo scontro coi Mongoli, che prima di ripiegare non rinunciano a «sfogare la loro rabbia sulla gente inerme», suscitando «fermento e indignazione, anche contro i partigiani», poi l’eroica morte di “Fulmine” e “Stalin” durante la conquista di Ciano d’Enza. E, accanto ai grandi eventi, i disagi della vita quotidiana, la lotta contro gli elementi: «quanto è lunga una notte sotto la pioggia?» Appena la tensione si allenta si sentono la stanchezza e i piedi doloranti, le scarpe sono perennemente inzuppate, tenute insieme col filo di ferro. La vigilia della Liberazione, nell’imminenza della marcia verso la città, coglie il ragazzo alle prese con «un altro problema. Le sue scarpe, già malmesse, erano ridotte a brandelli». Nelle ultime pagine il problema delle scarpe diventa un rovello, un vero tormentone. Finalmente «per la grande sfilata nelle vie del centro» egli potrà «sostituire le scarpe ormai inservibili», grazie ad una distribuzione di capi nuovi in dotazione all’esercito americano. Ma fino alla fine, con i resti delle scarpe tenute insieme da vari legacci, bisogna «pattugliare i quartieri alla ricerca degli ultimi irriducibili cecchini». E pazienza se non è rimasto niente dei viveri nel frattempo distribuiti. 10


I franchi tiratori «beccati» vengono a volte salvati a stento dal linciaggio. Nel ragazzo invece non c’è rancore né odio nei confronti dei fascisti o dei voltagabbana di turno (il «fascista-antifascista» di San Michele). Anzi stupore dinanzi allo spettacolo degli sfoghi e delle vendette contro i fascisti: gli pare «assurdo» alimentare altro odio «quando tutto doveva essere finito». «In città… i compiti assolti nei primi momenti sono stati assunti dai comandi Alleati», poi da polizia e carabinieri. «Di noi non c’era più bisogno.» Ma di fronte a questa constatazione, sull’amarezza prevale il sollievo di poter «tranquillamente tornare alle nostre case». E la gioia di aver «potuto sostituire le scarpe ormai inservibili». Solo al momento della consegna delle armi, quando vede il suo «Bren tutto lucido e quasi nuovo buttato nel mucchio come ferrovecchio» sente «una leggera stretta al cuore». «Era finita.» Emozione e turbamento sono forti. Sulla strada del ritorno per calmare la sete resta solo «qualche spicciolo» nelle tasche. «Nemmeno per una birra!» E un dubbio lo sfiora: i due giovani carabinieri dalla divisa impeccabile (quanto diversa dagli abiti di fortuna dei ragazzi!), molto compresi della loro autorità («non ci degnarono di uno sguardo») sono «il ritorno al vecchio potere?» Siamo già molto lontani dalle accoglienze entusiastiche tributate in quei giorni dalle folle, distanti mille miglia dalla simpatia, dal «rapporto… profondo con le popolazioni» che li ha accompagnati durante la lotta. Il ragazzo è ritornato adulto senza essere stato mai veramente ragazzo: neanche al ballo in cui vorrebbe trascinarlo la sorella può partecipare, perché «lui in quegli anni di guerra non aveva potuto imparare un solo passo di danza». E subito, nella sua camerasoffitta, gli paiono «estremamente lontani i fatti di quel giorno» di festa «intenso e tumultuoso». Neanche il ritorno è veramente trionfale: «Ero solo stanco». L’adulto che scrive la storia di questo ragazzo naturalmente un nome ce l’ha: è Renato Lori, il partigiano “Crik”. Indelebile è in lui l’impronta della scuola dei monti. Renato Lori è ancora un po’ quel ragazzo. Un ragazzo che guarda il mondo con occhi chiari, attenti e rispettosi, a volte commossi. Ha continuato anche nel dopoguerra la sua lotta civile e politica per quei diritti e doveri individuali e collettivi che attraverso la lotta armata ha concorso a fondare, con la stessa fede, la stessa coerenza, la stessa pazienza, la stessa tolleranza che in essa si erano temprate. E la conoscenza dell’animo umano, la consapevolezza dello scorrere non lineare della storia che, anche nel corso della sua anomala formazione, non gli avevano mai permesso l’abbandono a facili trionfalismi o alla cieca fiducia nelle «magnifiche sorti e progressive»: tutto è faticosa conquista, soprattutto per una personalità che conosce dubbi e turbamenti e insieme pratica con rigore morale la fedeltà alle scelte e agli impegni assunti; e in fondo quel pizzico di disincanto formatosi attraverso l’abitudine a convivere con gli ossimori delle “armi amiche”, ancor prima che un dopoguerra deludente colorasse di nostalgia quegli anni, senza tuttavia indurlo alla resa. La vittoria, Renato sa che non è una conquista definitiva, perché «toccherà al più perseverante e al più intransigente», o come forse lui preferi11


rebbe dire, al più rigoroso, cioè a chi non rinuncia alla lotta e agli ideali. Ad un’altra cosa Renato Lori non ha rinunciato: la religione dell’amicizia, che ancor oggi lo tiene legato alla famiglia di Marco Pontirol Battisti, ma soprattutto è una visione del mondo. Della casa di San Michele di Tiorre, meta sempre del suo «errabondare», Renato ha fatto il suo rifugio, in cui dipinge e scrive; o meglio ricorda dipingendo e scrivendo; di cui, tornando alle sue origini contadine, coltiva l’orto, più per il gusto di lavorare la terra e vederne i frutti che al fine di utilizzarli. La passione politica di sempre lo tiene oggi particolarmente legato all’ANPI di Parma, presso cui si reca quasi quotidianamente per continuare il suo lavoro di partigiano, a sessant’anni dalla fine della guerra. Renato Lori, in pratica, ha fatto il partigiano per tutta la vita. Il suo racconto avvince perché è il libro di un narratore-uomo. E l’uomo, narrando, accompagna «sugli aspri monti» un ragazzo che li percorre a piedi e con le scarpe sfondate, sotto la pioggia o affondando nella neve, alla ricerca di un’identità personale e di movimento, per la conquista dei diritti di tutti. E il «tempo perduto» cui si volge la ricerca diventa il «tempo ritrovato» di memorie che fondano – nella vita di Renato e dei ragazzi che con lui percorrono l’Appennino e lottano così come nella nostra storia – un presente di libertà. Certo alla memoria non si può chiedere di essere neutrale, ma solo di essere “viva”. E vivissimo è questo racconto che annota “fedelmente” le vicende di una vita in un periodo cruciale che la intreccia con la storia; una vita comunque spesa a rendere testimonianza, combattendo o ricordando. Perciò fin dal primo momento ho creduto che il racconto di Renato Lori, probabilmente destinato ad un cassetto, dovesse uscire, perché è un libro “vero”, di fatiche e di lotte, combattute innanzi tutto con se stesso, per costruire, insieme all’uomo, una storia diversa per un paese martoriato dalla dittatura e dalla guerra, un libro quindi che dà un senso concreto alla parola “antifascismo”. Anche per me la concretezza della testimonianza diretta ha illuminato prima e più di ogni altra cosa il senso della Resistenza. Un testimone diretto è come uno che conosce la mappa di un labirinto: ci introduce nel laboratorio della memoria facendo rivivere, attraverso la sua propria esperienza, uomini e scenari di quella storia collettiva che ha fatto del ragazzo un partigiano per tutta la vita. Gabriella Manelli

12


Quando ho deciso di fissare sulla carta queste note (sono trascorsi almeno due lustri), non avevo idee precise su che uso farne se non di renderne partecipi mia moglie, i miei figli, alcuni amici e un giorno, forse, i nipoti. Si tratta di una testimonianza che non ha pretese storicistiche o letterarie. I fatti, i luoghi, i personaggi, le sensazioni sono filtrati dalla memoria individuale e quindi inevitabilmente soggettiva. Nonostante ripetute sollecitazioni, particolarmente da parte dei miei familiari, a renderle pubbliche, ho sempre esitato non ritenendole degne di una ampia diffusione e valutando la mia partecipazione alla Resistenza come esperienza comune anche a gran parte di coloro che operarono quella scelta. Anche la “Scelta” sulla quale di questi tempi spesso si discute come decisione sofferta, a volte traumatica (ed in molti casi è senz’altro vero), per me, per il gruppo di amici che frequentavo, è apparsa da subito come la più logica, naturale, la più giusta, che non aveva valide alternative. Perché allora pubblicarle oggi? Perché nel momento in cui è in atto una offensiva senza risparmio di mezzi, volta a sminuire o a negare l’antifascismo e il movimento resistenziale come base della nostra democrazia, è opportuno che anche la più flebile voce si levi per “ricordare la storia vissuta”. Se ai pochi che avranno la voglia e la pazienza di leggerle saranno di aiuto a rinverdire la “memoria”, sarà già un importante risultato. Renato Lori

13


La bandiera della 47a brigata d’assalto Garibaldi (foto scattata durante una manifestazione partigiana). Renato Lori (Crik) regge un angolo della bandiera; sotto di lui, il secondo da sinistra, Massimiliano Villa (William), già comandante della brigata.


Capitolo primo

Con qualche brusco scossone e uno stridìo di ruote, il treno si avviò lentamente e subito un coro tentò di dare avvio ad uno dei canti tristi e monotoni dei partenti. Ma dopo tante “baldorie” e una notte rigorosamente insonne, le voci erano roche, gli animi stanchi, il coro non aveva ritmo e si spegneva lentamente. Mi affacciai al finestrino per prendere una boccata d’aria. Era un afoso pomeriggio di fine agosto e nello scompartimento si era accumulato un tanfo insopportabile, un misto di sudore, vino e tabacco. Guardai verso il marciapiede e rividi mio padre. Era rimasto solo del folto gruppo di parenti ed amici che ci aveva accompagnato al treno. Forse anche lui mi vide. Agitò a lungo il cappello in segno di saluto. Mi prese un groppo alla gola. Ci eravamo lasciati circa un’ora prima ed all’ultimo abbraccio una lacrima gli aveva solcato il volto rugoso. Quella lacrima mi aveva turbato profondamente. Tipo sempre serio, di poche parole, carattere chiuso, in famiglia aveva un atteggiamento severo, quasi aspro anche con noi bambini. Le punizioni però erano rarissime e sempre per validi motivi. Non ci picchiava mai. Quel giorno si era comportato in modo insolito. Era rimasto davanti al distretto in attesa di conoscere la mia destinazione, a mezzogiorno aveva confabulato con l’ufficiale di servizio fino a strappare per me un permesso di un paio d’ore e quindi mi aveva portato in una modesta trattoria in Strada Nuova per pranzare assieme. Una cosa da poco, ma certo un fatto eccezionale, conoscendo le ristrettezze in cui viveva la famiglia. Rimasi attaccato al finestrino fino a quando l’immagine svanì completamente in lontananza. Ora il treno correva veloce nella pianura tra il verde rigoglioso, i vitigni enormi aggrappati ai filari d’olmo o d’acero campestre con i grappoli che cominciavano a rosseggiare, e pensavo alle mie colline, ai campi ormai brulli, bruciati dal sole. Ripresi posto tra i miei compagni di ventura. Gli ultimi sprazzi di artificiosa euforia si erano esauriti e qualcuno, con la testa appoggiata allo schienale, già dormiva. Uno dei ragazzi si dilettava a solleticare con una lunga penna nera il naso del vicino il quale, a bocca spalancata, conti17


nuava a russare sonoramente. Mi chiesi come mai di quella penna. Forse sapeva da prima o forse aveva solo sperato di finire negli alpini. Arrivammo a Bologna che ormai imbruniva ed ebbi le prime immagini della guerra. Il convoglio ora procedeva lentamente ed intorno c’erano piccoli crateri, pali semidivelti dai quali penzolavano tratti di cavi elettrici, binari contorti protesi verso l’alto. Al posto di ristoro dei militari, uno spiazzo al lato sud-est della stazione, un sergente ci fece allineare gli zainetti sul selciato, incaricò uno di restare di piantone e ci lasciò liberi fino all’annuncio del treno che ci avrebbe portato a destinazione. Tutt’intorno, soprattutto nel locale adibito a spaccio, era un brulicare di soldati di tutte le armi, in un miscuglio di divise dalle fogge e dai colori così diversi che non avevo mai immaginato. Il locale mensa, dove in certi orari veniva distribuito il caffè o brodo caldo era chiuso. Dall’altra parte in una sala gremita, semiaperta sul piazzale, si stava proiettando un film. Mi rinfrescai ad una fontanella, tentai di farmi largo nella ressa della sala ma subito desistetti, tornai dov’erano le mie cose, srotolai la coperta dallo zainetto, la distesi sul selciato e mi coricai. Si era fatto buio, tutt’intorno era silenzio, rotto soltanto dal brusio proveniente dalla sala di proiezione e in lontananza dallo sbuffare lento e regolare di una locomotiva in sosta. Nonostante il duro delle pietre, la fresca brezza della notte mi dava ristoro. Mi venne spontaneo ripercorrere con la mente i fatti che si erano susseguiti rapidi in quel giorno: l’abbraccio svelto a mia madre per non vederla piangere, la corsa con gli amici in bicicletta fino alla città, la scena tragicomica della visita medica al distretto e la destinazione al Corpo. In una stanzetta angusta un sergente ci aveva fatto spogliare e così, nudi come vermi, in fila indiana, un soldato misurava altezza e torace, un ufficiale medico scrutava ognuno da capo a piedi, guardava in bocca e faceva passare oltre. In un lungo androne, seduti alla loro scrivania, stavano due ufficiali in divisa bianca: il primo ti chiedeva cognome e nome, tirava fuori un foglio da una carpetta e lo passava all’altro, il quale, data un’occhiata di sfuggita, annunciava a voce alta: «Ottavo Alpini. Gemona», così almeno avevo sentito per tutti quelli che mi avevano preceduto. Poi ti guardava con fare interrogativo per avere il tuo consenso. Perché quella era la novità “democratica” da quando un mese prima era caduto il fascismo. Non ne ero affatto entusiasta, non mi andava bene, cercai di balbettare qualcosa nonostante il timore che incuteva quel tipo burbero in divisa bianca; riuscii a farfugliare che forse… nei bersaglieri… Era un’idea che avevo concordato con mio cugino nella speranza di essere destinati a Reggio Emilia dove era di stanza un reggimento dello stesso Corpo. Mi si affiancò un capitano degli alpini e con fare bonario si mise a sostenere la bontà della scelta del suo Corpo, che lì avrei ritrovato gli 18


amici del paese partiti nei giorni precedenti, mi fece alcuni nomi. Volevo ribattere qualcosa, mi girai verso di lui, mentre l’ufficiale della scrivania sentenziava ad alta voce: «Va bene. Ottavo Alpini. Avanti un altro». Per mio cugino Nando che seguiva fu pressappoco la stessa cosa. Poi nel cortile del distretto il primo equipaggiamento: lo zainetto con telo di tenda, una coperta, la gavetta, il gavettino e un pacchetto di gallette. Tuttavia, insistente, si riproponeva l’immagine di mio padre, quel suo ostinarsi a portarmi in trattoria, poi quell’ultimo saluto alla stazione, il volto rigato da una lacrima… E quasi meccanicamente lo rividi in un’immagine triste che mi era rimasta impressa dall’infanzia: mio padre nel letto bianco, il volto affondato nel cuscino, la fronte bagnata di sudore, gli occhi scavati, bruciati dalla febbre, e quella lacrima silenziosa mentre mi stringeva al petto prima che il nonno Achille mi caricasse sulle spalle per portarmi a casa sua giù in paese. Già, mio nonno Chilon (così lo chiamavano). Alto, magro, un po’ curvo, il volto scavato, il naso sottile, occhi grigio-azzurri penetranti, le mani enormi tutte calli e screpolature, la parlantina sciolta e una memoria da Pico della Mirandola. Non era insolito attaccare un discorso: «Il quattro febbraio dell’Ottantatre…» e via a raccontare fatti, episodi importanti od aneddoti. Mi voleva spesso a casa sua e non solo per dare una mano ai miei genitori. Veniva a prendermi nei giorni di festa o durante le vacanze estive. Era orgoglioso dei miei progressi a scuola e non tralasciava occasione per raccontare a tutti che, a giudizio della maestra, ero tra i più bravi a scrivere l’italiano e a far di conto. Non ci andavo volentieri poiché nella mia casa sulla collina avevo il gruppo degli amici di gioco. Ma alla fine anche al paese avevo trovato nuovi compagni e altri divertimenti: dal “lancio del gerlo” alla gara di corsa con il cerchio per il “giro del borgo” e, cosa molto avventurosa, la pesca di gamberi e botoli nei fondoni del Cinghio. Cosa per la quale dovevo eludere la sorveglianza della nonna Bersela (Bersabea), sopportando poi al ritorno interminabili rampogne. Alla quale però, alla fine, riuscivo quasi sempre a spillare un bagaron (un soldo) per correre alla bottega di Vergion, a comprare una caramella. In estate poi, una volta la settimana, verso sera passava il gelataio col suo carretto e un cono da dieci centesimi era quasi sempre assicurato. Me lo centellinavo seduto sul grosso sasso a lato della porta d’ingresso che dava sulla strada mentre il nonno si intratteneva coi passanti a conversare dei soliti argomenti: il raccolto scarso, la siccità, la guerra in Africa… Spesso era polemico con gli interlocutori, non accettava il conformismo dei luoghi comuni, il fatalismo e la rassegnazione, era sarcastico contro le superstizioni o le credenze ancora diffuse. Raccontava con ironia di un vecchio patriarca del pae19


se il quale si beveva il vino migliore facendo credere ai famigliari che il responsabile era un “folletto” insediatosi in cantina. Frequenti erano le soste del parroco don Natale, che dalla memoria del nonno ricavava conoscenze sulla storia del paese. E non mancavano le occasioni di battute polemiche. Una sera, parlando della siccità e del raccolto che andava a male, il prete sosteneva che in fondo era anche un castigo di Dio per tutti i peccati degli uomini. «Anche voi», aveva concluso, «non venite mai alla messa», ed il nonno di rimando: «Già, se fosse per quello, i campi del signor Peppino e della signora maestra (i più assidui baciapile del villaggio) dovrebbero essere allagati dalla pioggia!». Capitava a volte che nel pozzo dietro la canonica, dove le massaie del vicinato si recavano ad attingere acqua per cucinare, cadesse un secchio staccatosi dalla carrucola. Don Natale chiamava mio nonno ritenuto abile nel ripescaggio con al lov, un arnese circolare munito di uncini. «Dicono che i più bravi in questa operazione sono coloro che sanno dire meglio le bugie» aveva detto il parroco in una di queste occasioni, con una sottintesa punzecchiatura. Ed il nonno aveva subito ribattuto: «Allora lei potrebbe ripescare anche un ago, dato che è il suo mestiere raccontare frottole tutti i giorni». Ma in fondo si stimavano e conclusa l’operazione il prete, che ne conosceva il debole, lo invitava a bere un bicchiere di quello “buono”, quello servito a messa. Era un convinto anticlericale, nonno Chilon. Forse si portava nell’animo un ricordo amaro della sua infanzia. Rimasto orfano di padre all’età di due anni, ancora in tenerissima età la madre lo aveva mandato presso dei parenti in quel di Fornovo, i quali se ne servivano per sorvegliare le bestie al pascolo. Il parroco del posto aveva messo gli occhi sui lunghi riccioli biondi del fanciullo: quello che ci voleva per ornare la testa della statuetta nuova di Gesù Bambino. Nonostante le proteste, gli strilli, i pianti, fu accuratamente rapato divenendo così lo zimbello dei suoi coetanei. Era anticlericale ma non ateo. La vigilia di Natale era lui, seduto attorno al fuoco del camino, con la coroncina in mano, a recitare il rosario. Una cerimonia molto svelta mentre tra una Ave Maria e un Pater noster si informava dalla nonna se le galline erano chiuse nel pollaio, se aveva messo lo scaldino nel letto, se nella pentola c’era già il sale ecc. Gli piaceva il vino e la domenica sera, regolarmente, tornava ubriaco dall’osteria. A volte lo portavano gli amici sottobraccio perché incapace di reggersi. Questo accadeva solo nei giorni festivi. Per il resto della settimana non rimetteva piede nel locale. Quando, in un gelido pomeriggio di metà dicembre, lo portarono a casa disteso su una scala a pioli, già cadavere, rimasi a lungo impietrito, incapace di accettare la cruda realtà. Era partito solo qualche ora prima armato degli 20


arnesi per abbattere un vecchio albero e farne legna da ardere. Lo avevano trovato raggomitolato ai piedi della “grande quercia” dei conoscenti di passaggio. Un ictus lo aveva fulminato. Ripartimmo dopo qualche ora. Nella notte buia il treno correva veloce lasciandosi alle spalle piccole stazioncine debolmente illuminate da luci schermate. A tratti folate di aria fetida proveniente dai maceri mi ricordavano che era il tempo della raccolta della canapa. Ero stanco, assonnato, ma anche curioso di conoscere il percorso che stavo compiendo. Brevemente mi appisolavo ma alle fermate ero subito sveglio. Albeggiava quando qualcuno si mise a strillare: «Il mare! Il mare!». Mi affacciai e vidi una distesa piatta, infinita, sulla quale stagnava una bassa nebbiolina grigia. Guardai a lungo incredulo, abbastanza deluso. Eravamo a Mestre. Dovevamo cambiare di nuovo treno. Ad Udine arrivammo con una tradotta militare che era quasi mezzogiorno. Nel cortile di una caserma ci rifocillarono con una pagnotta semicruda e un mestolo di brodo dal sapore indefinito. Poi di nuovo fino a Gemona dove ci alloggiarono in una vecchia chiesa sconsacrata. Ed avemmo il primo impatto con i terribili veciò. Ci prese in consegna un gruppetto guidato da un barbuto caporale che a giudicare dalla divisa stinta e dal cappello ultrabisunto doveva avere un curriculum di naia ragguardevole. Eravamo alquanto tesi mentre stendevamo sul pavimento la manciata di paglia fresca sulla quale passare la notte. Qualcuno degli anziani avrebbe iniziato la serie di “scherzi” pesanti cui solitamente erano sottoposte le reclute in arrivo. Mi si avvicinò un vecchio alpino, mi chiese da dove venivo, se nella valigia portavo il maùlin o il cadaver (formaggio o salame). Era un tipo alto, il volto scarno, lo sguardo triste, un poco assente. Proprio il contrario di come mi avevano descritto i terribili veciò. Abbozzò un sorriso incredulo quando gli risposi che non avevo niente, e senza aggiungere una parola si girò verso gli altri con le stesse domande. Quasi mi vergognai della piccola menzogna ma la consegna dei compagni era stata netta: dire sempre di no!, altrimenti, nel sonno, ci avrebbero derubato di ogni cosa. Il giorno dopo, allineati nel cortile presso il deposito del reggimento, spogliati degli abiti borghesi ci fecero indossare la nuova divisa. Sotto un sole decisamente estivo dovemmo infilare mutandoni lunghi di tela dura, maglia di lana, camicia di flanella, divisa in panno, calzettoni di lana, scarponi e fasciatura alle gambe con le tipiche strisce di lana grigioverde. Il tutto impregnato da un insopportabile odore di naftalina. Un tanfo opprimente che da quel momento avrebbe pervaso ogni cosa: la brodaglia scura che chiamavano caffè, il rancio, la pagnotta, le sigarette, i pensieri… Tutto quanto per alcune settimane avrebbe avuto un solo odore e un unico sapore: naftalina! Così infagottati, lo zaino sulle spalle affardellato di ogni nostra cosa, due 21


lunghi fucili modello 91 a tracolla e la valigia in mano, ci recammo alla stazione a prendere il trenino che ci avrebbe portato a destinazione: Tarcento. La caserma, una vecchia filanda, era ad un paio di chilometri dalla stazione. Arrivammo fradici di sudore, stanchi e assetati, ed il pagliericcio sulla branda a castello mi parve il massimo che potessi desiderare. In pochi attimi ci furono intorno gli amici del paese partiti prima di noi. Alcuni addirittura da una settimana ed era patetico come da esperti ci sciorinavano consigli sulla vita di caserma. Soprattutto come fare fronte agli scherzi dei veciò, che per la verità, come imparammo nei giorni seguenti, erano pochi, in parte convalescenti provenienti dai vari fronti, forse occupati da tutt’altri pensieri che a rendere la vita dura a noi gamej (dal friulano bambini o lattanti?). Disteso sul pagliericcio, nel buio vagamente schiarito dalla lampada schermata per l’oscuramento, in attesa del sonno, me ne stavo a meditare sulle prime due settimane di naia, che per la verità a me non pareva così pesante come mi era stata ripetutamente descritta. La fatica non era certo maggiore del lavoro dei campi cui ero abituato. La sveglia prima dell’alba mi era abituale. Seguivano due-tre ore di addestramento nei dintorni di una chiesetta sulla collina o brevi marce sulla strada per Nimis. Al pomeriggio esercizio teoricopratico sulle armi e la sera, prima del calare del sole, “libera uscita” per le vie strette della cittadina friulana, intasate di divise grigioverdi. Anche la disciplina non era rigidissima. Il silenzio venne interrotto da un certo trambusto proveniente dalla camerata vicina. Poco dopo sulla porta apparve un anziano alpino bardato con teli da tenda sulle spalle tenuti agli angoli da due reclute in mutande e seguito da un’altra che batteva in continuazione due paletti metallici a mo’ di campanello; salmodiava parodiando un prete officiante e giunto al centro della camerata ordinò con fare perentorio di metterci in ginocchio. «Ci siamo! È la comunione» bisbigliò il compagno che mi era di fianco. «È impossibile, è troppo presto» sussurrò un altro. Per la verità la barbara usanza della “comunione”, un rito che solitamente le reclute dovevano subire, somministrato (si diceva) con ostie ricavate da fettine di patate macerate nella piscia di mulo, concludeva, di fatto, la fase di sottomissione dei bocià riconoscendone la qualifica di “alpini” a tutti gli effetti. L’officiante ordinò di fare il segno della croce e di recitare con lui, in pia devozione, la preghiera dell’alpino. Un’orazione che iniziava con un: «Ave Maria di grazia piena, fa che non suoni la sirena…», e concludeva con un drammatico interrogativo… «Se il Bue è a Roma e l’Asino a Berlino, come può nascere Gesù Bambino?». Ma la pia devozione non fu proprio completa, a qualcuno sfuggì qualche ri22


so sommesso e naturalmente non poté sfuggire alla giusta punizione per l’empietà dimostrata: trenta saltin per il veciò il quale, poveretto, era lì a sacrificare ore di meritato riposo per invocare su di noi la protezione dei santi. Quella sera, alla libera uscita, con il gruppo di amici decidemmo di non fare la solita passeggiata per le vie del paese, che per la verità non offriva molte attrazioni: al cinema erano sempre pellicole vecchie e scadenti, nelle osterie molto chiasso e vino di pessima qualità, le ragazze erano rigorosamente riserva degli anziani. Senza contare che lungo il percorso era un continuo su e giù con il braccio nel saluto a tutti i graduati, fino all’ultimo caporale. Infine, non ultima ragione, dopo soli venti giorni di naia le riserve auree erano già al lumicino. Prendemmo per una stradicciola verso la collina, anche con l’intento di rimediare un grappolo d’uva o qualche mela approfittando della prima oscurità o della disattenzione del contadino. Ottenemmo piuttosto poco: l’uva era ancora acerba e niente mele a portata di mano. Imbruniva quando stavamo rientrando ed avvicinandoci all’abitato notammo un vociare insolito. Da una casetta bassa posta a lato della ferrovia e adibita a mescita di vino, uscivano distinte le note di una fisarmonica accompagnata da canti e grida confuse. Ci avvicinavamo a passo svelto quando ci venne incontro una ragazzina la quale, urlando come un’ossessa, continuava a gridare: «La guerra è finita!!! La guerra è finita!!!». Presa dall’euforia ci abbracciò uno ad uno mentre continuava… «Lo ha detto la radio poco fa. È vero! La guerra è finita!!!». Seguimmo di corsa la biondina dalle treccine annodate alla nuca. Nella stanza bassa, rischiarata dalla luce tremolante di una lucerna a petrolio c’era una baraonda indescrivibile. Fiaschi e brocche, bicchieri dappertutto sui tavoli impiastricciati, mentre nel mezzo saltellavano diversi alpini, alcune donne e qualche civile. Non riuscimmo a fare domande. Trascinati con poderose pacche sulle spalle ci trovammo subito con un bicchiere in mano coinvolti in quel bordello, convinti che se tutti erano presi da tanto entusiasmo la cosa non poteva che essere vera. Ma tutto era troppo bello e la gioia durò poco. Arrivò una camionetta e si arrestò davanti al locale con una brusca frenata. Ne scese un ufficiale e con un «Basta!» che era un urlo più che un comando, ordinò al musicante di smettere. Poi si girò di scatto e rivolto ad un sergente con tono che non ammetteva replica gli ordinò di riportare subito i militari in caserma. E senza dare spiegazione ripartì. All’euforia era subentrata in tutti un’atmosfera di gelo. Gli occhi si incontravano interrogativi, al vociare era subentrato il silenzio. Poi un leggero brusio. Cosa stava realmente accadendo? In caserma riuscii ad avere alcune informazioni: l’armistizio, la fuga del 23


re, il proclama di Badoglio. Fra i più anziani ed esperti circolava sottovoce un interrogativo: «I tedeschi!? Che cosa fanno i tedeschi?». La notte ed il giorno successivo trascorsero senza che accadesse alcun fatto chiarificatore. Ma pur nel completo isolamento le notizie cominciavano a filtrare anche all’interno: «L’esercito si sta sciogliendo, i soldati tornano a casa». Il venerdì dieci settembre ne avemmo conferma. Un gruppo di alpini proveniente da un presidio oltre confine era stato accolto in caserma e rifocillato. «Noi torniamo a casa!» ci avevano detto. «E voi che fate?». Già, noi cosa dovevamo o potevamo fare contro la rigida consegna e il portone chiuso? Al pomeriggio suonarono l’adunata. «Forse c’è qualche novità» commentò un ragazzo friulano che mi stava vicino. «Viene un colonnello, un pluma blanca» (gli ufficiali superiori portano la penna bianca sul cappello). L’alto ufficiale tenne un breve sermone, non parlò né dell’armistizio né dei tedeschi, blaterò sull’onore della divisione Julia che non doveva essere infangato, sulla memoria dei caduti che non andava tradita, che dovevamo restare compatti… e se ne andò. «Ci vogliono dare tutti insieme ai tedeschi» era il commento dei pochi anziani presenti. «Dobbiamo andarcene anche noi», ma nessuno prendeva un’iniziativa. Il giorno dopo, sabato 11, ci radunarono di nuovo nel cortile per la seconda iniezione a scopo immunizzante. Prima dell’inizio un maggiore volle parlarci ancora. E di nuovo le stesse cose del giorno prima con un appello finale: «Ragazzi, fidatevi dei vostri ufficiali. Non vi hanno mai tradito e non vi tradiranno». Ma sul cosa intendevano fare di noi, nulla di nulla! Poi ebbe inizio l’operazione puntura. In fila indiana, a torso nudo, passavamo davanti ad un tavolino imbandito con una tovaglia bianca. Un primo addetto all’infermeria ti imbrattava il petto con tintura di iodio, un secondo riempiva di siero una grossa siringa aspirandolo da una ciotola posta sul tavolino, la passava ad un altro in camice bianco il quale con una mano ti stringeva il muscolo del petto, affondava l’ago con un colpo secco, iniettava una certa quantità di siero, la estraeva e passava all’alpino successivo fino allo svuotamento della siringa. Solitamente quelle iniezioni provocavano forti dolori ai muscoli e febbri altissime. Poiché la tensione in caserma era ormai evidente, era convinzione diffusa che lo scopo fosse quello di immobilizzarci per alcune ore. Nonostante ciò era circolata la voce di tenerci pronti per la notte. Ma non accadde nulla. Domenica 12 settembre. Una giornata di splendido sole. La tensione cresce e già dal mattino circola la direttiva: «Tenersi pronti. Stanotte ce ne andiamo!». Nella speranza che fosse la volta buona avevo preparato il fagottino con gli abiti civili che tenevo ancora con me. Per qualche ora ancora niente, poi un grido dalla camerata accanto: «For24


za! Andiamo!». In un attimo un trambusto indescrivibile. Tutti già vestiti, di corsa verso la scaletta che portava al piano terra. Mi buttai anch’io con il fagottino sotto il braccio. In fondo alla scala sulla porta d’uscita stava un tenente che imbracciando un fucile mitragliatore ordinava minaccioso di tornare indietro. Mi trovavo a metà della scala con la ressa che premeva alle spalle e quelli davanti che premevano per retrocedere. Ci fu un attimo di panico poi, lentamente, ognuno tornò al suo giaciglio. L’ufficiale salì a controllare, urlando e minacciando. Tutti erano di nuovo nelle brande, naturalmente vestiti, in attesa di qualcosa che doveva pure accadere. Trascorso un’ora o poco più, tutto sembrava calmo, poi ad un tratto un vociare intenso nel cortile. Mi affacciai per constatare che molti erano già scesi e i primi gruppi si allontanavano nella strada. Scesi di corsa e mi trovai nella inevitabile confusione, tra le grida di richiamo, gruppi che si andavano formando, eppure tutto sembrava tranquillo, quasi normale, dopo la tensione delle ore precedenti. Che cosa era accaduto nel frattempo? Ce ne andremo senza saperlo mai. Alcuni, soprattutto i friulani, vogliono portarsi via il fucile ma un sottufficiale li fa desistere. Anch’io cerco i miei compaesani. Siamo già due o tre, poi ne troviamo un paio fuori dal portone. Ne mancano altri e nel tentativo di rintracciarli rientro nel cortile con Giovanni e Angiolino. Qui assistiamo ad una strana scena: alcuni uomini in abiti civili, il viso coperto da un passamontagna, stanno caricandosi sulle spalle bracciate dei fucili appena depositati e in tutta fretta raggiungono l’uscita. Ormai la vecchia caserma si è svuotata. Non troviamo gli altri amici e nel frattempo quelli che abbiamo lasciato in attesa sulla strada non ci sono più. Ci consultiamo brevemente e qualcuno butta lì un’idea: «Andiamo a Bulfons dove c’è la Compagnia comando. Forse avremo qualche indicazione su cosa fare». Riattraversiamo il cortile, guadiamo il Torre, in quel punto stretto e sassoso, e dall’altra sponda prendiamo la strada che sale a Bulfons. A meno di un chilometro incrociamo proprio un gruppo guidato dal capitano e diretto a Tarcento. Fra questi c’è anche mio cugino Nando e altri amici; ci aggreghiamo anche noi e giunti alla periferia di Tarcento il capitano ci raduna brevemente per alcune raccomandazioni: evitare i possibili presidi tedeschi posti nelle città e nei grossi centri, negli incroci stradali e soprattutto nelle stazioni più importanti. Ci fornisce alcune indicazioni sulle direttrici da seguire e quindi ci lascia con un «Buona fortuna!». Con il mio gruppo (ora siamo in cinque) risaliamo la collina verso Sant’Eufemia nella notte piuttosto buia, ma non riusciamo bene ad orientarci e siamo stanchi. Decidiamo di riposare per qualche ora in un capanno di frasche ai margini di un vigneto. 25


Ci risvegliamo con il sole già alto e subito ci incamminiamo per un pendio verso la piana del Tagliamento. Eravamo ancora in divisa e dovevamo liberarcene. In una cascina trovammo la possibilità di cambiarci, avere abiti civili per uno che ne era sprovvisto e un pezzo di pane per ristorarci. Sulla strada poco oltre, ad un passaggio a livello, ci trovammo di fronte due tedeschi, quasi sicuramente di servizio al casello. La nostra condizione di “sbandati” era riconoscibile ad un miglio di distanza, ma non ci dissero nulla. Bisognava essere più attenti! Dopo diverse ore di cammino a passo svelto e ormai esausti attraversammo il ponte sul Tagliamento a Spilimbergo. A piedi non avremmo potuto proseguire per molto e le informazioni della gente, solitamente puntuali, ci rassicurarono che fino a Pordenone, dove avremmo trovato la coincidenza per Venezia, tutto era tranquillo. Prendemmo un treno locale e tutto filò liscio. Fu invece una bella impresa salire su una delle carrozze a Pordenone. Il convoglio era stipato all’inverosimile, al punto che alcuni se ne stavano supini sui portabagagli. Eppure non intendevamo perdere l’occasione, spingendo con tutte le forze eravamo saliti, ma ora, sotto il sole cocente il treno restava immobile in una sosta che pareva non finire mai. Qualcuno fu preso da malore e non fu facile recuperare l’uscita per una boccata d’aria. Poi finalmente il convoglio si mosse permettendoci di respirare normalmente. Su consiglio dei ferrovieri scendemmo quasi tutti alla stazione prima di Mestre (snodo ferroviario controllato da un massiccio presidio tedesco) e ci avviammo al largo nella campagna. Stremati trovammo riparo per la notte sotto un grosso olmo. All’alba eravamo bagnati della rugiada ed infreddoliti. Fatti pochi passi Giovanni fu preso da una forte congestione e quasi non si reggeva. Lo portammo in un’osteria dove l’ostessa gli preparò un caffè di cicoria bollente corretto con mezzo bicchiere di grappa. Si riprese presto e ci rimettemmo in marcia seguendo strade secondarie tra i campi. In ogni paese o dalle cascine la gente ci veniva incontro, chiedeva da dove venivamo, a volte faceva il nome di un congiunto… caso mai l’avessimo conosciuto… Soprattutto ci offriva un pezzo di pane, acqua fresca e tanta solidarietà. La gente, la povera gente, pareva impegnata in una gara per aiutarci, anche con iniziative originali. Ad un crocicchio di stradine secondarie erano stati affissi a dei paletti dei cartelli indicatori: «Per Milano», «Per Bologna» ecc., e nell’angolo all’ombra di un salice un bigoncio pieno d’acqua fresca con il ramaiolo per dissetarsi e un grosso cesto di mele. A Mira prendemmo un treno per Monselice e poi per Mantova. Ci buttammo dal treno in corsa rallentato dai ferrovieri a passo d’uomo poco prima di giungere in città. Per la notte trovammo ospitalità in una grande cascina ed all’alba eravamo di nuovo in cammino. Procedemmo per ore, ma la stanchezza era ormai allo stremo e con la stanchezza nel gruppo, al posto dello 26


spensierato ottimismo della prima fase, prendevano il sopravvento tutti i piccoli guai: il caldo, la sete, i piedi dolenti, la mancanza di tabacco… e così via. Dovevamo decidere se procedere a piedi e tentare di attraversare il Po facendoci traghettare da un barcaiolo oppure se proseguire attraverso la ferrovia. Prevalse il desiderio di concludere il più rapidamente il nostro peregrinare. Ad Ospitaletto salimmo su un treno locale per Piadena dove avremmo trovato la coincidenza per Parma. Sapevamo di rischiare poiché le informazioni erano contrastanti: chi sosteneva che da Piadena i tedeschi se ne erano andati, chi invece che la stazione era ancora presidiata, ed all’arrivo ci trovammo di fronte l’amara realtà: soldati della Wehrmacht presidiavano l’importante nodo ferroviario. Ci guardammo intorno, ma tentare una fuga era ormai tardi. C’erano militari ad ogni angolo. Sul marciapiede due di essi controllavano i passeggeri uno ad uno, lentamente. Scendemmo per ultimi guardandoci attorno, scambiandoci impressioni sottovoce. Dalla parte opposta sostavano alcuni vagoni-bestiame stipati all’inverosimile di ragazzi, chi ancora in divisa, chi in borghese, che a gran voce chiedevano aiuto, soprattutto acqua! Attorno, arma in pugno, i militari sorvegliavano impedendo a chiunque di avvicinarsi, del tutto insensibili ai lamenti di quei disgraziati. Intanto la fila procedeva inesorabile. Cercavamo di confonderci tra la piccola folla, un occhio alla sorte che ci attendeva, sperando ancora di farci passare per semplici cittadini in transito. Ma non ci avrebbero creduto! Continuavamo a scambiarci suggerimenti quando si avvicinò una ragazza e a bruciapelo ci chiese: «Siete di Parma?». Alla risposta affermativa fece un cenno significativo e proseguì: «Venite con me!». Ci consultammo con un rapido sguardo: non avevamo molte scelte. La seguimmo. Si avvicinò ad un giovane sergente tedesco, scambiò alcune parole e di nuovo ci disse di seguirla. Il tedesco, un vichingo alto e biondo, ci squadrò un attimo, ci fece un cenno con la mano, andò verso i due controllori, parlottò brevemente e ci fece passare. Pochi minuti dopo eravamo sul treno diretto a Parma. Durante il viaggio ci diede spiegazione del suo comportamento. Partita da Mezzani nel parmense, con il tedesco suo amico, si era recata a Mantova dove il fratello si trovava prigioniero nel campo di concentramento allestito appositamente dai tedeschi, sperando di poterlo liberare e portarselo a casa. Purtroppo il congiunto era già stato avviato in Germania. «Così» concluse, «cerco di dare una mano a qualche altro!». Il tedesco si era comportato molto cortesemente con noi. Si offrì di fornirci una dichiarazione lasciapassare nel caso avessimo incontrato controlli alla stazione di Parma. Ringraziammo ma rifiutammo decisamente. Non intendevamo correre altri rischi. A me poi la situazione pareva estremamente umiliante. Eravamo costretti a fuggire, a nasconderci in casa nostra o nel ca27


so nostro a chiedere l’aiuto a chi ci perseguitava. Non riuscivo a cacciare dalla mente l’immagine dei ragazzi come me ammassati peggio delle bestie sui vagoni diretti ai campi di concentramento. A Colorno la ragazza scese assieme al suo amico. Ringraziammo ancora e noi proseguimmo fino a San Polo di Torrile. Era notte fatta. Ci infilammo in un pagliaio e ci addormentammo. All’alba eravamo di nuovo in marcia per l’ultima tappa e l’aria di casa metteva le ali ai piedi. Aggirammo la città da ovest, attraversammo con cautela la via Emilia, riuscimmo a fare un bel tratto sulla linea tranviaria per Marzolara e poco dopo mezzogiorno eravamo a Felino a casa di mio cugino. Un breve ristoro, l’ultimo tratto in bicicletta e… finalmente a casa!

28

Profile for Diabasis Edizioni

C'era un ragazzo un partigiano anteprima  

C'era un ragazzo un partigiano anteprima  

Advertisement