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L’alta densità di tecnologie e di capitali impiegati nella costruzione del paesaggio agrario con l’avvento della bonifica idraulica meccanica costituisce una vera rivoluzione moderna: mai forma più nitida (nella sua geometria) fu «coscientemente e sistematicamente» impressa.

Federica Letizia Cavallo

Federica Letizia Cavallo (Milano, 1973) è geografa e attualmente insegna Geografia, Geografia regionale e Geografia Culturale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Tra i suoi più recenti ambiti di indagine si segnalano, in particolare, i paesaggi anfibi e quelli di bonifica, ma si occupa anche di insularità e turismo in area mediterranea e pacifica. È coautrice di Dalle praterie vallive alla bonifica. Cartografia storica ed evoluzione del paesaggio nel Veneto Orientale dal ’500 ad oggi (a cura di Francesco Vallerani, 2008) e autrice di Isole al bivio. Minorca tra balearizzazione e valore territoriale (2007).

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Federica Letizia Cavallo

Terre, acque, macchine GEOGRAFIE DELLA BONIFICA IN ITALIA TRA OTTOCENTO E NOVECENTO

TERRE, ACQUE, MACCHINE

PASSAGES

D IA BA S I S

€ 18,00

DIABASIS

Nel corso del XIX e del XX secolo, porzioni considerevoli delle pianure italiane, soggette a impaludamenti, sono state trasformate da moderne operazioni di bonifica idraulica. A fronte di molteplici storie territoriali, gli spazi e i paesaggi interessati da questo processo presentano caratteri comuni, tali da suscitare una riflessione geoculturale d’insieme. Il testo ragiona, dunque, sulla bonifica come dispositivo di costruzione e pianificazione del territorio, ma anche come impronta di modernità impressa sulle campagne, simboleggiata dalle macchine idrovore e dalle geometrie delle terre sottratte alle acque. Le ragioni economiche, socio-sanitarie e propagandistiche che hanno sostenuto una siffatta trasformazione vengono qui commisurate alle problematiche ambientali e territoriali a essa conseguenti. Perché solo alla luce di un giudizio storico complessivo è possibile gestire il presente e ripensare il futuro della bonifica moderna, senza disperderne il patrimonio tecnico, storico e memoriale.


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Passages 路 12 路

La volta del cielo Progetto di Massimo Quaini ed Eugenio Turri

Direzione Massimo Quaini


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Il volume è pubblicato con il patrocinio del Consorzio di Bonifica Veneto Orientale e del Consorzio di Bonifica Veronese

In copertina La pianura della bonifica renana con il nodo idraulico di Vallesanta (Ph.: Sergio Stignani, Archivio fotografico Bonifica Renana)

Progetto grafico e copertina BosioAssociati, Savigliano (CN)

ISBN 978-88-8103-774-2

Š 2011 Edizioni Diabasis via Emilia S. Stefano 54 I-42121 Reggio Emilia Italia telefono 0039.0522.432727 fax 0039.0522.434047 www.diabasis.it


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Terre, acque, macchine Geografie della bonifica in Italia tra Ottocento e Novecento

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Alla cara memoria di Sr. Emanuele Stefani


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Terre, acque, macchine Geografie della bonifica in Italia tra Ottocento e Novecento

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Prefazione Terre basse o acque alte? Geografie mitiche, paesaggi nuovi e virtù dei vuoti, Francesco Vallerani

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Una premessa e qualche ringraziamento

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I. Quale bonifica e perché

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II. Un dispositivo di pianificazione, costruzione e governo del territorio

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I.1. Di che cosa parliamo quando parliamo di bonifica (almeno qui) I.2. Lo stato dell’arte I.3. Le ragioni di una scelta

II.1. Ordine, controllo, confine. Le relazioni tra bonifica

e Stato moderno II.2. L’Ottocento. Campagne di fondazione tra bonifiche private e Consorzi di proprietari II.3. Una nuova disciplina: la “ruralistica” fascista II.3.1. Le città figlie della bonifica II.3.2. Pianificazione “integrale” o autoritaria? Il caso emblematico dell’Agro Pontino II.3.3. Dal nesso bonifica-dittatura al totalitarismo territoriale II.3.4. Per concludere III. Bonifica e modernità III.1. Bonifica idraulica meccanica: bonifica “moderna” III.1.1. Qualche dubbio sull’essenza del moderno III.1.2. Comparazioni geostoriche e gap di modernità

III.2. Suggestioni moderne: la mimesi della carta geografica III.2.1. Il nesso tra carta e modernità

III.3. Suggestioni moderne: la macchina territoriale III.3.1. Macchine premoderne e macchine moderne III.3.2. Una megamacchina ibrida


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IV. Le ragioni di un mutamento territoriale

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V. Bonificazione o “malificazione”?

IV.1. La bonifica come impresa economica e produttiva IV.2. Il versante sociale della bonifica IV.2.1. Tra ruralizzazione e propaganda

IV.3. La “strada maestra per la lotta alla malaria” IV.3.1. Bonifica morale e bonifica genetica

V.1. Le resistenze storiche alla bonifica V.1.1. Generi di vita anfibi e opposizioni popolari V.1.2. Bonifica e tramonto degli usi comunitari V.1.3. Altri renitenti alla bonifica

V.2. La demonizzazione delle paludi V.3. La “scoperta” delle zone umide e la critica ambientalista V.3.1. Lo strano caso dei pini e degli eucalipti

V.4. I demeriti della bonifica: errori territoriali o effetti collaterali? V.4.1. Responsabilità (e opportunità) della scienza applicata

al territorio

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VI. Tra giudizio storico e prospettive future

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Bibliografia

VI.1. Rischio e riduzione della geodiversità VI.2. Nuovi indirizzi per i territori di bonifica VI.2.1. Debonificazione parziale o rinaturalizzazione reticolare? VI.2.2. Tutela e valorizzazione di un patrimonio di modernità


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Prefazione Terre basse o acque alte? Geografie mitiche, paesaggi nuovi e virtù dei vuoti Francesco Vallerani

La questione della convivenza dei gruppi umani con gli elementi dell’idrografia è un tema tra i più vasti e articolati che coinvolgono i percorsi non solo delle discipline geostoriche, ma anche gli ambiti affrontati dall’antropologia e dagli studi economici e sociali. Il diversificarsi morfologico delle terre emerse include al suo interno sia complesse direttrici di deflusso idrico superficiale, la cui distribuzione e portata si sono da sempre interconnesse con il progressivo consolidarsi della presenza umana, che ampie porzioni di ambienti di origine alluvionale, dalle modeste pendenze, in gran parte a ridosso di contesti litoranei, pur non mancando vaste depressioni in posizione continentale e a elevate quote altimetriche. Le ovvie funzioni vitali dell’acqua dolce sono quindi al centro degli interessi delle comunità organizzate, che non tardano a individuare altre importanti modalità d’uso dei corpi idrici, differenziati in base alle loro tipologie fisionomiche e dinamiche. L’estendersi e il perfezionarsi delle competenze agronomiche, con la conseguente intensificazione della distribuzione e organizzazione della maglia insediativa, hanno da subito stimolato l’elaborazione di strategie efficaci per far fronte alle naturali condizioni dell’idrosfera sottoposta alle diverse condizioni climatiche. Nel nostro pianeta, gran parte degli attuali paesaggi di bonifica per prosciugamento sono localizzati lungo fasce costiere costituite da ampi depositi sedimentari, intersecate da aste fluviali che scorrono pigramente verso il livello del mare, che spesso si ramificano in varie direttrici ben prima dello sbocco finale, delimitando lagune, modificando l’andamento dei meandri, variando l’assetto dei fondali e la quantità e distribuzione del trasporto solido, interagendo con l’azione delle maree e del moto ondoso, creando insomma quella straordinaria varietà delle morfologie sublitoranee che, ove non modificate e fissate dall’intervento umano, costituiscono tutt’oggi un indiscusso patrimonio di qualità ambientale, rifugio di biodiversità, irrinunciabile opportunità per tener viva la coscienza ecologica. In siffatti ambienti umidi si è consolidato, a partire dalle prime millenarie civilizzazioni idrauliche sviluppatesi dal Nilo al Gange, un proficuo apprendistato idraulico, da cui sono derivati interventi via via più complessi e vistosi che hanno coinvolto, spesso con l’impiego dei prigionieri di guerra ridotti in schiavitù, l’orditura naturale dei deflussi per meglio governare e dirigere lo spagliarsi delle alluvioni necessarie alla fertilità dei suoli, le canalizzazio-


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ni per irrigare, i tagli di scoli e collettori per il drenaggio e le barriere o le arginature per difendere campi e città dall’esubero delle acque. A questo riguardo, in chiunque si occupi di vicende idrauliche non manca mai l’inevitabile citazione del famoso saggio di Karl Wittfogel, pubblicato nel 1957 e dedicato al dispotismo orientale, buon caposaldo storiografico che torna utile per leggere e interpretare sia eventi e ambienti così lontani nel tempo, che i fatti della locale realtà contemporanea. Anche Federica Letizia Cavallo, nel testo che fa seguito a questa breve introduzione, non esita a utilizzare tale riflessione, dimostrandone con chiarezza l’efficacia nell’analizzare i modi e i tempi della bonifica italiana tra Ottocento e Novecento, come quando paragona i “soldati semplici dell’armata idraulica” impiegati negli imperi fluviali dell’antichità all’esercito “degli scariolanti e dei badilanti della bonifica” nell’Italia postunitaria. Ma spostandosi nel Nord Est italiano (che di fatto costituisce il contesto geografico a cui viene dedicata maggiore attenzione in questo volume), la lezione di Wittfogel lascia aperte delle possibilità per ulteriori precisazioni, riannodando sparse e sfumate testimonianze letterarie alla retorica di un edificio storiografico incerto, ma carico di suggestioni che ci conducono sul versante della creazione mitica. Si allude alla condizione pre-storica in cui versava la bassa pianura delimitata dai lidi, lagune e paludi bagnate dall’alto Adriatico, dove il prevalere delle condizioni anfibie consentiva un peculiare genere di vita a comunità di pescatori, di allevatori di cavalli, di naviganti che solcavano le aste terminali del variabile ramificarsi di fiumi, lagune e paludi. Ad esempio, quanto narrato da Tito Livio circa le origini di Padova antica, mostra infatti che la superiorità nautica, militare e organizzativa di Cleonimo, lo spartano che conduce le sue navi entro un’ampia laguna (identificabile con l’attuale laguna veneta) e attracca alla foce di un fiume profondo (il Brenta), può ben poco di fronte alla scarsa praticabilità dei luoghi rimasti allo stato naturale, cioè non trasformati da un sistema sociale ancora limitato alla semplice sussistenza. Le certezze del conquistatore, molto più a suo agio tra i porti, approdi e rotte assicurate dal “dispotismo” nautico della Magna Grecia, svaniscono quando volge le prue delle sue navi nel caos primevo delle lagune e paludi costiere, un incerto confine tra terre, acque e bassi fondali che gli impediscono di muoversi agevolmente verso l’entroterra. Tali difficoltà consentono alle popolazioni locali di avviare un rapido contrattacco a bordo delle loro piccole barche a fondo piatto, adatte a superare i bassi fondali (fluviatiles naves planis alveis fabricatae). Esiti ben più prestigiosi avrà la successiva evoluzione della scelta adattiva ai condizionamenti ambientali dei contesti palustri dell’alto Adriatico e questa situazione offrirà il destro per avallare le teorie della corrente determinista post ratzeliana, con la suggestiva elaborazione della challenge theory elaborata da Ellesworth Huntington agli inizi del Novecento, per cui l’affermarsi delle grandi civiltà si deve, come appunto nel caso di Venezia, non tanto alla presenza di territori fertili e ricchi di risorse naturali quanto al prevalere di ostili condizioni am-


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Prefazione

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bientali. Ma ben prima di questo “determinismo alla rovescia” di Huntington, il sapersi muovere con sicurezza nell’articolato intersecarsi dei paesaggi anfibi, riuscire a trarre vantaggi economici da questa apparente condizione di marginalità, fondare un organismo sociale e politico autonomo, valorizzare al massimo le proprie potenzialità nella precarietà morfologica dell’ambiente lagunare costituiscono i caratteri salienti del condiviso e ben strutturato mito geografico cha ammanterà le origini di Venezia. Il suo insediarsi all’interno di una morfologia idraulica così dinamica e in buona parte ancora integra rispetto alla realizzazione di rilevanti interventi da imporre con “dispotica” coercizione su meandri, barene, lidi e delta lagunari, necessitava infatti di una specifica cosmologia anfibia, in grado di esplicare i caratteri evolutivi della geografia fisica, i cicli degli elementi primordiali (acqua e terra), il ruolo delle maree, il mescolarsi di acque dolci e salate. Una stabile presenza umana, e non solo in laguna, avvia un progressivo processo di sintesi tra uomo e natura che produce peculiari narrazioni in cui si consolida non solo una oggettiva immagine geografica, ma anche un condiviso patrimonio di significati e rappresentazioni culturali. E in effetti, quando Strabone accenna alla costa alto-adriatica, mostra una attenta consapevolezza della complessità geomorfologica su cui agisce il più incisivo e dinamico dei quattro elementi empedoclei: l’acqua. Egli evoca quindi la necessità di controllo e regolamentazione dei deflussi, dedicando particolare attenzione alle maree, evidenziando che la regione dei Veneti è stata trasformata «mediante canali ed argini come nel Basso Egitto» e che esistono città «come isole» e che quelle «nella terraferma hanno collegamenti fluviali degni di ammirazione». Anche poco più a sud delle lagune venete una stabile e importante presenza antropica è costituita dalla «grande Ravenna, interamente costruita su palafitte, percorsa da corsi d’acqua e attraversata da ponti e da barche», in cui si celebra il mito urbano della salubrità, ottenuta grazie all’efficacia di uno stabile potere politico che ha saputo “fare ordine” sulla base naturale, cioè riuscendo a separare le acque dalla terra. Se da un lato le cosmologie geografiche elogiano la comprensione e la capacità di fare ordine sugli elementi naturali e dotare così le città anfibie di porti profondi, di canali navigabili, di estese banchine e di terreni solidificati per l’edilizia, nondimeno è vantaggioso il permanere di ampi settori allo stato naturale. È questo il senso della descrizione dell’agro ravennate lasciataci da Procopio di Cesarea, in cui la morfologia anfibia attorno alla città costituisce un baluardo naturale che «non è di facile accesso per le navi, né pare lo sia neppure per le milizie di terra». È lo stesso autore che menziona la scelta strategica di utilizzare percorsi sublitoranei, tra i lidi costieri e le paludi più interne. All’alba di Venezia, più che di una efficiente e articolata civiltà idraulica, possiamo dedurre dalle fonti la presenza diffusa di modeste comunità anfibie, portatrici di saperi semplici, ma perfettamente adattati alle non facili morfologie paludose. È in questa


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fase storica che si elaborano specifiche competenze, che si accumulano adeguate conoscenze che consentono la realizzazione di interventi minimi, ma efficaci. Si tratta di un patrimonio che riguarda la pesca, la navigazione, l’agricoltura, l’edilizia, l’alimentazione e di cui, nei secoli successivi, si potrà disporre di ricche documentazioni, trovando inoltre suggestive conferme e spunti per utili confronti anche nella recente ricerca etnografica svolta in consimili ambienti umidi lungo le coste del mondo. L’avvio della modernità nell’entroterra di Venezia sarà declinato dedicando particolare attenzione alla costruzione di un paesaggio idraulico più complesso, rispondente alle strategie di una potenza marinara che cerca di compensare le frustrazioni mercantili e geopolitiche causate dall’espansione dell’impero Ottomano. Ecco che lo sguardo verso la fisicità della conterminazione lagunare e della terraferma suggerisce di andare oltre la pura e semplice convivenza con le naturali dinamiche idrauliche, rendendosi necessaria l’efficiente e definitiva separazione delle acque dalle terre, tanto da imporre, verso la metà del XVI secolo, l’istituzione di uno specifico organismo tecnico per la redenzione dei Beni Inculti. Non a caso, Nicolò Zen, tra i primi a essere nominato Provveditore ai Beni Inculti, enuncia nel 1557 i ben noti principi su cui si basa la coeva scienza idraulica. Essi sono accomunati dalla regola fondamentale della “separazione”, e non solo delle acque dalla terra, ma anche dell’acqua dolce da quella salata e dei deflussi con torbide da quelli limpidi delle acque sorgive. Ne consegue una ben articolata retorica della bonifica, in cui neoplatonismo umanistico e attitudini controriformiste concorrono a equiparare la costruzione di nuove campagne alla creazione divina. Da questa visione emerge un esplicito elogio delle “arti meccaniche”, tra cui ovviamente l’ingegneria idraulica, per cui l’attività progettuale per l’espansione di nuove colture avvicina il tecnico all’attività del Creatore. È in questo ambito che il moto circolare rilevabile nella struttura del cosmo trova immediato riscontro, e non solo simbolico, nella rotazione che costituisce l’essenza dell’agire meccanico, come si poteva facilmente constatare nella grande varietà di ruote idrauliche o nel ruotare delle pale dei mulini utilizzati in quell’epoca nelle terre di bonifica, ovvero le machine, oggetti prodotti dall’ingegno umano per rendere operativa la capacità dell’uomo di intervenire sulla natura e a cui si è ampiamente dedicata la trattatistica scientifica europea tra XVI e XVII secolo. E nel titolo di questa importante monografia, Federica Cavallo include proprio il termine “macchina”, essenziale parola chiave a cui affidare il senso più completo e profondo del suo percorso interpretativo fondato sul ruolo della bonifica come atto modernizzante. O meglio, come esito irrinunciabile di una elaborata evoluzione delle “arti meccaniche”, che dal trionfo del positivismo razionalista in avanti hanno visto perfezionarsi la loro capacità di trasformare la base naturale, amplificando gli effetti antropici su pertinenze geografiche sempre più vaste. Ecco che la bonifica meccanica, potenziata dal diffondersi della “vaporizzazione”, va ben oltre le pur lodevoli redenzioni della prima modernità


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Prefazione

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che si affidava all’energia cinetica della gravità captata grazie all’attento studio delle pendenze o a quella eolica. Nell’antitetica opposizione tra terra e acque, o meglio nel naturale interagire tra litosfera e idrosfera che può sintetizzarsi in uno tra i protagonisti dei processi morfodinamici, ovvero il susseguirsi di erosione, trasporto e sedimentazione, si può riconoscere la sfida più rilevante che consente di definire il grado di modernizzazione di una comunità. Questo aspetto costituisce l’essenza del percorso geografico scelto dall’autrice, riuscendo a delimitare il tema unificante all’interno della multiforme applicazione dei saperi ingegneristici dalla metà del XIX secolo fino all’alluvione del 1966, sorta di limite temporale oltre il quale la coeva evoluzione dell’idea di natura ha reso di fatto obsoleti e anacronistici i sempre meno euforici e entusiastici progetti di prosciugamento di aree umide. Ed è su questo punto che Federica Cavallo chiarisce con stimolante efficacia il porsi inconciliabile di forti antinomie innescate dalle repentine trasformazioni territoriali apportate dal prosciugamento meccanico, con particolare riguardo alle reazioni contro il definirsi di paesaggi nuovi, espresse non solo dai meno abbienti usufruttuari degli usi civici in ambienti palustri, ma anche da una non trascurabile componente della possidenza terriera più conservatrice. L’irrisolto conflitto tra l’idea di palude come opportunità di sussistenza e i progetti di un’ampia costruzione di territorialità ruralista evolve in due significative elaborazioni culturali: la prima viene definita dall’autrice come “demonizzazione” delle zone umide, tipica della fase modernista culminante con le logiche della bonifica integrale del primo dopoguerra, mentre la seconda, successiva, può essere identificata con la visione ecocentrica, animata dal fascino dei paesaggi allo stato naturale e nutrita di nuove istanze mosse dall’elaborata decostruzione della fiducia nell’intensità tecnologica. In questo allargato apprezzamento dei valori ambientali, ciò che ancora resta delle aree umide italiane può certamente essere incluso tra le pertinenze territoriali di elevata qualità, da tutelare non solo per l’intrinseco valore naturalistico e di specificità paesaggistica, una sorta di preziosi relitti in grado di testimoniare “tipi geografici” antecedenti all’odierna corsa al consumo di suolo, ma soprattutto come occasione per avviare una consapevole opportunità di turismo sostenibile e responsabile nei confronti di delicati biotopi umidi. Sono questi gli anni in cui ci si sta finalmente rendendo conto dell’importanza sia dell’identità anfibia di numerosi ambiti regionali, che del funzionamento della complessa maglia idrografica che li segmenta, sottoposta a un generalizzato e prolungato dissesto impietosamente evidenziato dalle recenti alluvioni. I fiumi, i canali, i fossi, le paludi erano elementi del paesaggio che quando non servivano all’irrigazione, al prelievo scriteriato di inerti o al deflusso dei reflui fognari, non si è esitato a tombinare, a rettificare, a prosciugare, relegando gran parte delle suggestive pertinenze golenali all’agricoltura intensiva abusiva e all’altrettanto abusiva edificazione di insediamenti produttivi, commerciali e residenziali.


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Considerando l’odierna “alluvione cementizia” (così Eugenio Turri definiva la proliferazione urbana nelle campagne italiane), i tanto vituperati paesaggi della bonifica, a causa soprattutto dell’intenso stravolgimento ecologico e sociale di preesistenti “geodiversità”, offrono ancora l’indubbia virtù dei vuoti, con l’interfaccia terra acqua ancora disponibile per eventuali interventi di ri-naturalizzazione, per restituire biodiversità, per recuperare le funzioni dell’idrografia superficiale. È su questi vuoti che bisognerebbe vigilare con cura, indagando per tempo le strategie delle politiche agrarie comunitarie, al fine di impedire ulteriori e perniciose espansioni della cementificazione, già evidenti in alcuni settori delle bonifiche a ridosso delle intasate urbanità lineari del turismo balneare di massa dislocate tra Isonzo e Marecchia. Oggi l’idrografia della macroregione padana scorre infatti su territori sempre più impermeabilizzati dal cemento diffuso, con la conseguente riduzione della complessità sistemica, geomorfologica, idraulica, naturalistica dei piccoli e grandi fiumi. I tempi di corrivazione, cioè lo scorrere dell’acqua dai vari punti del bacino verso le reti di raccolta, sono stati abbreviati. In tal modo si è ridotta la capacità di ritenzione e di assorbimento dei suoli. La sicurezza idraulica rischia di essere vanificata dal frenetico consumo di suolo, dalle logiche egoistiche della rendita fondiaria. Basterebbe adeguarsi alla direttiva quadro sulle acque, la n. 60 del 2000 della Comunità Europea, che punta al risanamento, protezione e ripristino degli ambienti acquatici: in tal senso il buon stato ecologico dei fiumi, con la restituzione degli ambiti golenali e mantenendo le fasce di rispetto, potrebbe essere il primo passo verso una meno drammatica coesistenza con gli eventi meteorici più intensi, garantendo inoltre una più generale qualità ambientale di cui la caotica megalopoli padana ha sempre più bisogno. Il lavoro di Federica Cavallo si conclude con una condivisa e quasi empatica consonanza con l’odierna riabilitazione etica e culturale dei patrimoni ambientali anfibi e dei contermini paesaggi-visione costruiti dalle bonifiche, così necessaria in questi nostri tempi dominati dalle grette e riduttive retoriche del “fare”, ad ogni costo, senza il pur minimo rispetto della complessa polifonia di conoscenze, affetti e percezioni che si dibatte inascoltata in ogni ambiente.


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II.1. Ordine, controllo, confine. Le relazioni tra bonifica e Stato moderno Ogni disegno complessivo di bonifica (che si contraddistingua in ragione della scala, delle tecniche e degli impatti ambientali e territoriali) reca in sé l’impronta di un potere forte, di un’autorità ispirata da volontà di controllo e gestione del territorio o, perlomeno, rivela un tratto ordinatore e sistematore in grado di agire profondamente sulle terre e sulle acque (e sulla loro separazione). Non è un caso che vari autori1 abbiano evidenziato uno stretto legame tra bonifiche e Stato moderno. Quest’ultimo va correttamente inteso come entità tipologica storicamente e geograficamente determinata, sviluppatasi in Europa tra il Cinquecento e l’Ottocento2: una particolare forma di organizzazione coattiva, che tiene unito un gruppo sociale su un determinato territorio […]. Esso generalmente viene caratterizzato da tre elementi: il potere sovrano, che dà sostanza all’autorità; il popolo, che nei diversi tempi storici ha ruoli diversi; e infine il territorio o meglio l’unità territoriale su cui esercita il proprio dominio (lo Stato ha un centro – la capitale – e ben precisi delimitati confini), donde la territorialità dell’azione politica3.

In tal senso, diviene fondamentale la piena conoscibilità al governo centrale del corpo territoriale dello Stato (che deve essere “trasparente” al potere politico, alla burocrazia, alla fiscalità, alla leva militare…) e la sua stabilizzazione all’interno di confini, sovente accreditati come “naturali” in quanto coincidenti con elementi orografici o idrografici, e concettualizzabili come lineari (il crinale di una catena montuosa, il corso di un fiume): condizioni che mal si conciliano con la presenza di zone umide o di vaste aree soggette a esondazioni, le cui topografie mutevoli e complesse costituiscono un elemento di indeterminatezza. «Come sarebbe stato possibile proteggere o anche solo definire una frontiera che giacesse sott’acqua, foss’anche solo per metà dell’anno?»4. Secondo Franco Farinelli, tra il Cinquecento e l’Ottocento (ma, a noi sembra, ancora nel Novecento, quantunque si manifesti la “crisi” dello Stato moderno), accanto a motivi economici, si riscontrano «ragioni più sottili che spingevano gli Stati europei a trasformare sistematicamente l’acqua e il fango in terraferma: “ordine, misura e disciplina” erano gli imperativi dei regimi assolutisti più o meno illuminati»5. La compattezza fisica dello Stato, che dovrebbe fare da base e da contraltare a quella socio-culturale, si fonda, infatti, sulla separazione netta tra


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le terre e le acque, entrambe conoscibili e cartografabili in maniera inequivocabile, nonché fatte oggetto di specifiche e differenti forme di gestione. Ad esempio, David Blackbourn, in un recente saggio dedicato alla costruzione della Germania moderna, associa le bonifiche prussiane dell’Oderbruch6, avviate da Federico il Grande di Prussia, a una volontà quasi maniacale di “mettere ordine” (proiezione e metafora dell’assolutismo illuminato) laddove preponderava il substrato sfuggente delle paludi. Ma non vanno sottaciuti neppure aspetti più prosaici che inducevano lo Stato moderno a farsi bonificatore: infatti «gli acquitrini non bonificati resistevano ai rilievi catastali sui quali si fondavano le tasse, impedivano la marcia dei soldati e costituivano un nascondiglio per elementi “devianti” come banditi e disertori»7. Le zone umide, specie se soggette a modificazioni stagionali o interannuali erano dunque un ostacolo alla fissazione di quei confini che, invece, gli Stati europei tendevano sempre più a stabilizzare militarmente: e spesso erano proprio le regioni di confine, le aree periferiche o costiere, piuttosto che il “cuore” territoriale, a essere occupate da paludi o lagune8; come ha notato Teresa Isenburg, la stessa celebrazione dell’evento più importante nella storia dell’elaborazione del concetto di bonifica in Italia, ovvero il Congresso dei bonificatori del 1922, si tenne a San Donà di Piave: certo perché il Veneto, per antica tradizione, si poneva come la regione leader della bonifica (e il basso Piave era cruciale per le bonifiche meccaniche), ma anche per celebrare l’avvenuto ripristino delle bonifiche danneggiate nel corso del conflitto proprio in un luogo così carico di significati simbolici e ancora fresco delle vicende della Grande Guerra9. Blackbourn ricostruisce la dinamica, che potremmo riassumere nelle polarità di palude-frontiera/bonifica-confine, in particolare in relazione alla Prussia della seconda metà del Settecento: «Per uno Stato che si espandeva conquistando militarmente le piane paludose nordeuropee, confini e bonifica erano tutt’uno»10. Non stupisce che le prime operazioni di bonifica venissero spesso affidate all’esercito. Anche quando le bonifiche non riguardavano territori di recente annessione, si trattava pur sempre di una possibilità di occupazione, produttiva e insediativa, di “nuovi” territori: una vera “conquista”, per quanto interna. Analogamente, era affidato all’esercito il rilevamento topografico e la cartografazione precisa delle aree impaludate, precondizione alla loro trasformazione. Del resto, «il progredire della scienza geografica è in larga misura dovuto a quegli spaventosi, sciagurati eventi che sono le guerre. Perché esse spingono gli uomini a conoscere in modo migliore le regioni che poi distruggono»11: guerra tra Stati e guerra alle acque presentano non pochi intrecci e analogie12. In Italia le bonifiche avevano rappresentato una proiezione sul terreno, una stabilizzazione del potere e una terra di conquista interna già per gli Stati preunitari: si pensi alla Repubblica di Venezia (bonifiche perilagunari, della Bassa padovana, del Delta Po), al Granducato di Toscana (bonifiche della Val di Chiana13, dell’alta Maremma e della Maremma grossetana), al Regno di Napoli e suc-


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cessivamente al Regno delle Due Sicilie (scavo dei Regi Lagni e bonifica dell’Agro Nolano e Terra di Lavoro, bonifica del Vallo di Diano), allo Stato Pontificio (bonifica della porzione romana della Val di Chiana, parziali prosciugamenti dell’Agro Romano e delle Paludi Pontine14)15. Con l’unificazione della penisola questa tradizione venne raccolta, rilanciata e caricata di nuovo senso nel quadro della costruzione dello Stato nazionale. Si tratta, dunque, di restringere la relazione bonifica-Stato moderno, declinando quest’ultimo nella sua variante ottocentesca: lo “Stato nazionale burocratico rappresentativo”16. A proposito del Delta del Po (ma l’assunto si potrebbe facilmente estendere ad altri territori anfibi), Marina Bertoncin nota che «il primo atto politico e forte, con cui lo Stato italiano tenterà di rendersi visibile (…), sarà la bonifica, risultato, peraltro, di un lungo e difficile tentativo di legittimazione sull’intero territorio nazionale»17: un “agire di terra” (per dirla con le parole dell’autrice), che fece seguito alla documentazione sullo stato del Paese (tramite le inchieste agrarie, i rilevamenti statistici, i rapporti prefettizi…) e che emarginò progressivamente gli assetti produttivi e territoriali basati sulle acque. Se, con l’autrice, si interpreta, in particolare, la storia del Delta come una dialettica tra logiche di acque e logiche di terra, se ne conclude che queste ultime abbiano sempre «trasmesso funzioni […] di governo del territorio e di controllo»18. A maggior ragione in seno allo Stato unitario. La “fissità”, la “stabilità” della terra, che nel Delta Po (come in molti altri contesti di bonifica) si è declinata nell’alleanza tra istituzioni nazionali e grande possidenza agraria, rappresentava uno degli obiettivi dell’intervento statale: è stata questa variabile politica e gestionale, espressa nelle classiche forme di governo piuttosto che tramite la cosiddetta governance, a trasformare il terreno (e le acque) in “territorio”. Contestualmente si rafforzava l’esigenza, di lungo corso, di mappare con esattezza le singole proprietà terriere, delimitate da confini lineari precisi, in un processo che vide l’erosione progressiva (fino alla sostanziale scomparsa, salvo particolari eccezioni) di quegli ambiti territoriali appannaggio di usi civici di ascendenza medievale o comunque consuetudinariamente usufruiti dalle comunità (foreste, pascoli e, appunto, zone umide): ciò in favore della piena proprietà esclusiva o, in alternativa, delle nuove logiche demaniali statali19. Così, nei contesti fluidi delle paludi, delle lagune, delle valli da pesca «lo Stato utilizza i proprietari per consolidare la sua stessa sovranità, oltre che la terra attraverso la bonifica»20. Tutto ciò è stato cruciale per lo Stato unitario italiano (variante ottocentesca dello Stato moderno nella citata forma burocratico-rappresentativa), che, per le peculiari premesse storico-sociali, si rivelava fragile. Una creatura quantomai urgente di conferire contenuto civile a quell’Italia che Metternich aveva liquidato come «una mera espressione geografica»21. Nell’edificazione statuale italiana, le bonifiche, operative tanto al Nord quanto al Centro-Sud e nelle isole maggiori hanno dunque, avuto, nel bene e nel male, un ruolo fondamentale.


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III. Bonifica e modernità

III.1. Bonifica idraulica meccanica: bonifica “moderna” La dicitura “bonifica idraulica meccanica otto e novencentesca” descrive, in maniera formalmente corretta e precisa, il principale oggetto di questo testo; tuttavia, si potrebbe a buon diritto utilizzare come sinonimo il termine “bonifica moderna”, non solo per ragioni di brevità. Innanzitutto perché, si è detto, non tutte le bonifiche realizzate nel corso dei secoli XIX e XX condividono il ricorso alle idrovore, ma tutte recano impresso il segno dell’era delle macchine, tanto che è possibile riscontrare una concezione meccanicistica dell’intervento territoriale, anche indipendentemente dall’impiego delle idrovore. Con ciò si compie, tuttavia, il passaggio da una definizione meramente descrittiva e denotativa a una che porta con sé una nebulosa di connotazioni e narrative di riferimento. Una locuzione, quella appunto di “bonifica moderna”, che necessita di una contestualizzazione geostorica specifica. Con il termine “moderno” non ci si vuole qui riferire all’accezione della periodizzazione storica convenzionale (che non è neppure univoca, peraltro1), né si vuole semplicemente indicare il carattere (relativamente) recente di queste prassi di bonifica rispetto alle più tradizionali opere di drenaggio realizzate nei secoli anteriori sul territorio italiano, e veneto in particolare. È stato osservato che spesso «con l’aggettivo moderno si designa un nuovo regime, un’accelerazione, una rottura, una rivoluzione del tempo», alludendo implicitamente a una lotta tra vincitori (i “moderni”) e vinti (gli “antichi”)2 e che «la storia della parola modernus […] è soprattutto la storia di questo spostamento di valore che porta a conferire al moderno, al novum, un primato assiologico sull’antico»3. In questa sede si intende considerare il complesso di elementi, ideali e stilistici, che, in un’opinione comune (specie ai teorici e agli analisti della postmodernità4) avrebbero caratterizzato la rottura della cosiddetta “modernità”, intesa come complesso di valori e sensibilità occidentali (e fondamentalmente eurocentriche) radicate soprattutto nel progetto illuministico settecentesco. Gli elementi caratterizzanti la modernità, variamente problematizzati negli scritti di molti pensatori (in Italia si pensi a Gianni Vattimo), sono stati recentemente riepilogati in un quadro sintetico da Gaetano Chiurazzi5. Alcuni di questi “pilastri della modernità” sono particolarmente significativi in relazione alla prassi territoriale della bonifica idraulica dei secoli XIX e XX. Anzitutto, la mo-


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dernità viene identificata con una concezione lineare del tempo e della storia umana; quest’ultima è concepita come uno sviluppo incrementivo tendente a un progresso sostanzialmente illimitato. Il progresso è, in qualche modo, “necessario e infinito” e il genere umano, promotore delle innovazioni, ne è l’artefice. Va da sé che la modernità si caratterizzi pure per un razionalismo estremo, fondato sul primato tecnico-scientifico. Di fronte alla scienza e alla tecnica il mondo viene ridotto a oggetto, di conoscenza prima e di sfruttamento poi. L’ambiente (ma nella temperie culturale moderna si sarebbe piuttosto parlato di “natura”) è percepito come ambito di dominio, attuato proprio attraverso la tecnologia. Analogamente centrali risultano il dominio e l’ordinamento razionale dello spazio (e del tempo)6. La bonifica idraulica meccanica (la sua ratio, le sue modalità, così come i suoi esiti territoriali) appare, allora, come una perfetta incarnazione di questi principi. Si tratta di un’innovazione, squisitamente tecnologica, che consente uno scarto di segno differente (dopo il drenaggio per gravità, la bonifica per colmata naturale e quella per colmata artificiale) nel progressivo cammino della bonificazione dei terreni. La scienza (in questo caso la fisica e, in particolare, l’idraulica) applicata consente un intervento di modificazione del mondo (finalizzato, in ultima analisi, alla massimizzazione dello sfruttamento economico), il quale, almeno apparentemente, prescinde dalle logiche coevolutive uomo-ambiente. In qualche modo, la bonifica è una sorta di riedizione moderna della topiaria opera dei latini: uno spazio allestito dall’uomo dove la natura è abilmente asservita, questa volta non più all’arte (come avveniva in epoca romana e poi nei giardini europei, tra XVI e XVIII secolo), ma alla tecnologia. Le finalità non sono più estetico-contemplative (sebbene, come si vedrà più oltre, esista pure una “estetica della bonifica”), ma economiche e socio-politiche: benché rimanga percepibile, nei testi e persino nei progetti dei bonificatori, un certo compiacimento virtuosistico per l’opera in sé e per sé. Nella “bonifica moderna” si ha una netta separazione tra terra e acqua, ottenuta tramite interventi imponenti e invasivi di modificazione territoriale, e, in ultima analisi, tramite il ricorso alla tecnologia che rende possibile il sollevamento delle acque (come anche altre realizzazioni). In questo modo si persegue (e si ottiene) l’espulsione totale delle acque “in eccesso”, la cancellazione delle varie forme naturali o seminaturali di commistione tra gli elementi e la disgiunzione ordinata e meticolosa tra terre asciutte (che prevalgono) e acque relegate a funzioni controllate, tra le quali l’irrigazione razionale è senz’altro la principale. La sinergia con l’irrigazione è, infatti, alla base dell’idea di bonifica moderna7. La comparsa delle idrovore costituisce, prima per le bonifiche retrocostiere alto-adriatiche, successivamente per molti altri contesti disseminati lungo la penisola italiana8, una cesura non solo quantitativa (grazie alle macchine idrovore, diventa possibile bonificare estensioni molto più vaste in tempi molto più brevi), ma essenzialmente qualitativa: non si tratta più di procedere per tentativi empi-


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rici (inserendosi nel solco di una lunga storia di tecniche sperimentali, più o meno efficaci e più o meno durevoli, talvolta trasformatesi in procedure “tradizionali”), ma di realizzare in tempi rapidi e a “colpo sicuro” (almeno nelle aspettative)9 un progetto che metta i suoli prosciugati a disposizione di uno sfruttamento agricolo sistematico e ottimizzato; in tale contesto anche l’insediamento della forza lavoro diventa stabile e programmato10. La lezione di Emilio Sereni vuole che ogni paesaggio agrario sia interpretato come «la forma che l’uomo, nel corso ed ai fini delle sue attività agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale»11. Tuttavia, questa constatazione generale acquista una pervasività “formale, oggettiva e intenzionale” (per usare di nuovo parole di Sereni) di segno differente. L’alta densità di tecnologie, ma anche di capitali, impiegati nella costruzione del paesaggio agrario con l’avvento della bonifica idraulica meccanica costituisce una vera rivoluzione moderna: mai forma più nitida (nella sua geometria) fu “coscientemente e sistematicamente” impressa. Carlo Cattaneo, nel 1845 definiva l’agricoltura come costruzione di un territorio, di una “patria artificiale”12. Spesso tale costruzione è il risultato del secolare e progressivo accumularsi di singoli segni territoriali che, radicati nelle vocazioni ambientali, vanno formando (con fasi di accelerazione e altre di stagnazione o regressione) un paesaggio agrario coerente. In altri casi, tuttavia, la costruzione territoriale è una trasformazione repentina e unitaria, attuata attraverso precise forme di pianificazione che tendono o aspirano a trasformare radicalmente il substrato ambientale e le modalità di antropizzazione precedenti. Si configura, così, una dicotomia. Da un lato, il “costruire lento”, portandosi appresso, più o meno consapevolmente, l’eredità di quanto realizzato dalle generazioni passate (processo che non va appiattito in un immobilismo a-storico e che non esclude affatto modificazioni, anche sostanziali, del paesaggio ereditato). Dall’altro, il costruire rapidamente e “liberamente” (cioè apparentemente senza limitazioni, senza restrizioni, bypassate grazie all’ausilio della tecnologia): uno scancellare, in nome del progresso, i tratti dei luoghi per disegnare nuove geografie. Alla cadenza dei secoli subentra il ritmo delle macchine, la trasformazione del territorio è governata da progetti sempre più ambiziosi, magari non completamente condivisibili (specie a posteriori), ma pur sempre “visioni” (coerenti, almeno nella loro logica interna) di territori futuri. L’avvicendarsi dei “tempi brevi” ai “tempi lunghi” delle bonifiche antecedenti, è, come si è visto13, un discrimine storico essenziale anche per Lucio Gambi, ma, ancor più a monte, è un dato evidente, percepibile dagli stessi testimoni di una bonifica che si fa «rottura della consuetudine con i tempi lunghi della storia. […] Lino, raccoglitore, ci disse che la bonifica avvenne dalla mattina alla sera: perché fu un salto temporale, un annullamento dei tempi, del passato e del divenire, del tutto radicale»14. Tito Menzani si è espresso15 nei termini di due “culture bonificatorie differenti”: l’una improntata all’armonia tra terra e acqua come «tema imprescindi-


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Terre acque macchine ricognizione sulla bonifica italiana tra Ottocento e Novecento ad opera di Federica Letizia Cavallo viene stampato nel carattere Simoncini Garamond su carta Arcoprint delle cartiere Fedrigoni dalla tipografia Grafitalia di Reggio Emilia per conto di Diabasis nel mese di aprile dell’anno duemila undici


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