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Diana Colombo Alle origini della moda Dal costume nazionale al sistema della moda

Alle origini della moda

Ci si dà a Parigi, senza parlarsi, una specie di appuntamento pubblico, ma molto preciso, tutte le sere al Corso o alle Tuileries, per guardarsi in viso e disapprovarsi a vicenda. Ci si aspetta al passaggio reciprocamente, in una passeggiata pubblica; qui si sfila uno davanti all’altro: carrozze, cavalli, livree, stemmi, niente sfugge agli sguardi, tutto è osservato con curiosità o malignità; e, secondo che si sia in buono o in pessimo arnese, ci si rispetta o ci si disprezza. In questi luoghi dove tutti si ritrovano, dove le donne si riuniscono per sfoggiare una bella stoffa e per raccogliere il frutto della loro toilette, non si passeggia con una compagna per desiderio di conversazione; ci si unisce insieme per farsi coraggio sulla ribalta, per familiarizzarsi con il pubblico e fortificarsi contro le critiche. J. De La Bruyère

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Diana Colombo (Milano, 1944), ricercatrice presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Siena, dopo gli studi sulla Lombardia spagnola nel Cinque-Seicento e sul rapporto tra militari e civili nei primi secoli dell’età moderna, ha rivolto le ricerche più recenti all’emergere del potere della Moda nel Seicento, quando la parola Moda viene usata e si diffonde. A questi temi ha dedicato, tra l’altro, i saggi Alle origini della Moda in «Symbolon» e Appunti sul “secolo alla Moda” in Studi in onore di Marino Berengo.

Diana Colombo

MONTEFALCONE STUDIUM STUDI e RICERCHE

Che cos’è la Moda? È cercando una risposta a questa domanda che, dal Seicento, letterati moralisti poeti e satirici si affaticano intorno a un potere nuovo e invadente che governa il mondo ormai detto moderno. Accomunata alla Modernità dalla medesima radice etimologica, la Moda l’accompagna nella formazione di una società, individuale e collettiva, in profonda trasformazione. Gli uomini del Seicento, abituati all’uso di costumi nazionali che erano complete carte d’identità, rispettose della gerarchia sociale, vedono ormai prender piede, sconcertati e confusi o attirati e complici, un modo di abbigliarsi e comportarsi che sempre più rifiuta ogni dichiarazione di appartenenza e preferisce invece una libertà di scelta difficile e scandalosa, ma orgogliosamente esibita. Nel piacere di costruirsi da sé la propria immagine. La Moda si rivela così, ai suoi inizi, portatrice di un ruolo fortemente critico nei confronti della tradizione e capace di liberare da molti obblighi, imposti dalle leggi e dalle consuetudini. Ma mostra anche, fin da subito, una forza costrittiva ambiguamente attraente e altrettanto pesante. Incrociando la nascita dell’opinione pubblica e il potere sempre più invasivo del denaro, la Moda dà vita a una nuova costellazione che fonda l’età moderna. Esplorarne le origini è l’intento e lo scopo di questa ricerca.

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Il volume è realizzato con il contributo del Dipartimento di Storia dell’Università di Siena

Coordinamento editoriale Giuliana Manfredi Redazione Sara Vighi Progetto grafico BosioAssociati, Savigliano (CN) Copertina Emanuela Nosari In copertina Illustrazione di Emanuela Nosari

ISBN 978-88-8103-654-7

© 2010 Edizioni Diabasis via Emilia S. Stefano 54 I-42100 Reggio Emilia Italia telefono 0039.0522.432727 fax 0039.0522.434047 www.diabasis.it info@diabasis.it


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A Marco, figlio.

C’è un’intesa segreta tra le generazioni passate e la nostra. Walter Benjamin Quando è moda è moda. Giorgio Gaber Chaque époque a ses maladies Chaque époque a ses médécines. Emilio Villa


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Alle origini della moda Dal costume nazionale al sistema della moda

Capitolo primo 7

Il secolo alla moda Capitolo secondo

19 19 27 36

Una qualità moderna Vezzosissima dea Mirar novità L’età del disinganno

Capitolo terzo 47 47 53 60

La persona di moda Il fiore azzurro Vestire a prammatica Vestiss a fantesii

Capitolo quarto 69 74 78 80

Rinegar l’usanza Forme e colori Abiti nuovi L’età dell’apparenza

Capitolo quinto 87

Buon gusto Capitolo sesto

103 105 116

Appuntamento pubblico Il corso Rito e moda

Capitolo settimo 128 128 132 145

Prometeo come Proteo Maschere La frenesia d’esser dei Don Dinero

Capitolo ottavo 152 152 169

Il potere della moda nell’epoca moderna

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Bibliografia

Qual Circe o Medea Infinito carnevale


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Questo libro è il risultato di una lenta ricerca impostata nel 1997 presentando una relazione, intitolata appunto Alle origini della Moda, al convegno “Simbolo, Conoscenza, Società”, tenuto a Napoli presso l’istituto Suor Orsola Benincasa (gli atti in «Symbolon», a. III, n. 5-6). Ricerche successive sono state pubblicate nel 2000 (Appunti sul «secolo alla Moda» in Per Marino Berengo. Studi degli allievi, Franco Angeli, Milano 2000) e nel 2004 (La persona di moda nell’età moderna in «La società degli Individui», n. 20). Nell’ottobre 2005 una relazione intitolata Qual Circe o Medea: il potere della moda nell’epoca moderna è stata presentata a Siena al convegno “Genere e potere. Sovranità, sfera pubblica e società in Antico Regime”. Queste scritture, rielaborate e arricchite, sono alla base del testo, che in parte ha usufruito di fondi di ricerca.


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Capitolo terzo

La persona di moda

Il fiore azzurro Alla fine del Seicento, quando comincia a pubblicare le prime redazioni del capitolo sulla Moda dei suoi Caractères, Jean de La Bruyère afferma: La persona di moda somiglia a quel fiore azzurro che cresce spontaneamente nei solchi, dove soffoca le spighe, danneggia le messi usurpando un posto destinato a qualche cosa di meglio; e che ha valore e bellezza solo in virtù di un fatuo capriccio, che nasce e tramonta quasi nello stesso istante: oggi è ricercato, le donne se ne adornano, domani verrà negletto e restituito al popolo. La persona di merito invece è un fiore che non viene ricordato per il suo colore, ma che viene chiamato col suo nome, coltivato per la sua bellezza o per il suo profumo; una di quelle cose […] che sono di tutti i tempi e di voga antica, stimato dai nostri padri e da noi dopo di loro, il cui pregio indiscutibile non potrebbe mai essere scalfito dall’avversione o dall’antipatia di qualcuno: un giglio, una rosa.

O si è persona di moda, o persona di merito. La persona di moda dura poco, la persona di merito invece somiglia a quelle virtù, perfette, ed eterne, che non passano e che bastano a se stesse senza bisogno di ammiratori o protettori. La persona di merito che vuol essere alla moda sarà, per questo, meno stimata1. La similitudine non lascia scampo, o modanti o virtuosi. E del resto la contrapposizione tra la moda e la virtù – che è invece per l’Iconologia di Cesare Ripa una «giovanetta alata e modestamente vestita» – è uno degli argomenti più correnti fra quelli che hanno accompagnato le prime riflessioni sull’essenza e la forza misteriosa della moda. Angelico Aprosio appunto contro la moda in quanto «nemica capitalissima della Virtù», scrive il suo Scudo. «Il mio intento fu di scrivere contro la Moda, o vogliam dire contro le vanità e contro i vitii» dichiara fin dal principio dell’opera, che ci viene presentata come un richiamo pressante alle armi contro le «otiose piume che hanno dal Mondo la Virtù sbandita». Ed è proprio sulla rovina della virtù e dell’innocenza che George Etherege costruirà, qualche decennio dopo, il suo man of mode, in una commedia che si propone, secondo il giudizio di un critico del primo Settecento, di mettere in pessima luce la natura umana ormai corrotta e degenerata all’estremo2.


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Gli uomini alla moda messi in scena da Ben Jonson in Epicenia sono infatti oramai stufi di prediche barbose e di morali che spronano sempre alle pie usanze e alla carità e desiderosi invece di altri argomenti. «Parlami di spille, di piume, di dame, di gingilli e roba simile» insistono gli stravaganti giovanotti londinesi, che amano solo le donne capaci di perder la testa «per una piroetta idiota, uno sgargiante nastro francese, una cravatta alla moda»3. Chiaro esempio di Virtù sconfitta e sostituita dalla Moda. La quale, se mai, pretende la compagnia di nuove e altre virtù – virtù magari minuscole – e di qualità a lei specifiche: buon gusto, stile, spirito, galanteria, saper vivere. Il requisito che si richiede a un vero gentiluomo è ormai più che altro la capacità di saper essere «sempre elegante, sempre corretto / come stesse andando a un banchetto / sempre incipriato, sempre profumato»4. È davvero «difficile scrivere di questo secolo» per un testimone dell’epoca come Galeazzo Gualdo Priorato, nobile militare e letterato, autore nel 1666 di una conosciuta Relatione della città e stato di Milano. È difficile capire come anche chi ha rischiato mille volte la vita, sparso il sangue e conquistato la dignità con onerose fatiche, finga di non esserne ambizioso, e rifiuti quell’onore, proprio dei cavalieri, che è segno e testimone non effimero di virtù. È difficile capire chi vuol ormai vivere secondo la moda e si accontenta di riporre la propria gloria nel saper riconoscere e apprezzare la vaghezza d’una pittura, il ridicolo di una commedia, il dolce suono d’una musica e su tutto la sontuosità e la novità degli abiti. Cose che non lasciano traccia, che in poche ore son digerite, che procurano un onore posticcio, quell’onore mondano che è sempre provvisorio e cade nel disprezzo se non viene sostenuto dalle ricchezze, l’onore che dipende dalle apparenze momentanee e dagli applausi del volgo5. Che quindi andrà chiamato con un altro nome. Non è più onore, ma fama. Onore e fama non sono la medesima cosa, aveva spiegato Stefano Guazzo; l’onore è più che la fama e la fama, la dea dalle cento bocche, non è che una parte dell’onore, quella parte che dipende solo dall’opinione6, che ha bisogno di testimoni che possano riferirne, che vuole che lo si venga a sapere, che ha perennemente bisogno di un palco e di un pubblico7. Anche un gesuita che sa come va il mondo come Baltazar Gracián si lamenta di un secolo disgraziato, in cui la virtù è considerata forestiera e la malizia la foggia più in uso, e però sa bene che «un bel portarsi» è il miglior ornamento della vita e che bisogna adattarsi «a lo moderno» tanto negli ornamenti dello spirito che in quelli del corpo, anche quando sembra migliore il passato8. E un aristo-


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cratico come Virgilio Malvezzi, consigliere politico alla corte di Madrid, può dichiarare che ciò che mette in movimento le intenzioni del mondo è l’opinione, e la prima che nasce ne è il primo motore, il primer movil9. L’opinione regina del mondo. E certo la moda, nella contesa tra la preminenza degli antichi e dei moderni, ci dice che la fama ha preso oramai il posto dell’onore. Se la moda è follia malattia «infettione», l’uomo di merito l’uomo saggio l’uomo virtuoso dovrebbe perciò evitare di lasciarsene contagiare, almeno secondo chi critica, con la morale o con la satira, i costumi del tempo. Perché è solo per colpa della moda che più d’una dama e di un attillato damerino, troppo occupati a mettersi «in gran parata e a quattro spilli», dimenticano o tralasciano persino le orazioni, come sottolinea verso la fine del secolo il moralismo irriverente di Carlo Maria Maggi osservando la società milanese10: e se vanno in Chiesa, lo fanno solo per farsi vedere. Riprendendo evidentemente anche a Milano quelle abitudini contro cui era intervenuto duramente Carlo Borromeo negli anni della controriforma. A Milano infatti – è sempre Gualdo Priorato a ricordarlo – Borromeo aveva ordinato che nelle chiese uomini e donne fossero separati a evitare gli scandali suscitati da chi le frequentava piuttosto per vagheggiar le donne, e chiaccherare insieme che per acquistare indulgenze e curarsi l’anima11. D’altra parte la corte di Roma e gli ecclesiastici sono tra i primi a esibire nuovi lussi e nuove usanze. «Che dirai, o lusso moderno, che molte volte t’ingegni di comparir più delizioso ne i sacerdoti, che nelle Dame?» chiede Aprosio, che se la prende anche con i Predicatori Ridicoli e i Predicatori Buffoni12. I sacri manti dovrebbero coprire corpi toccati dalla santità, non essere una «gualdrappa per la libidine»13. Che poi spesso invece i sacri manti vengono dimenticati e i religiosi preferiscono vestirsi da civili per meglio ingegnarsi col lusso e con le novità vestimentarie. Mentre nei chiostri la moda insegna nuove fogge e nuove pieghe «al docil velo monacale»14. Le Instructiones minuziose di Carlo Borromeo, intervenute per regolare l’abbigliamento e il contegno da tenersi in pubblico di sacerdoti ed ecclesiastici (cui viene ordinato per esempio di radersi la barba) sembrano ormai dimenticate. Esiste perfino un predicare alla moda15. Addirittura «il brio di modezzare co’ modanti ha infettato ad alcuni religiosi il cervello», così che se ne vanno in giro profumati nella barba, come osserva Lampugnani nella Carrozza di Ritorno.


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E certo anche lui sa che non sono abusi nuovi e che le sue parole rimandano a una lunga tradizione di critica del malcostume ecclesiastico. Ma il punto è, e Lampugnani se ne rende ben conto, che adesso «il Mondo scusa questi abusi come fatti alla Moda»16. E già nella Carrozza da Nolo aveva scritto a questo proposito: Tanto più che se la Moda stesse né soli termini del vestire, più occasione di ridere che di danno ci recherebbe. Ma il fatto sta che tali Modanti ci sono che invece d’haver guarnito il corpo alla Moda, han l’animo vestito di doppiezza, e di perfidia e quando altrui apportano alcun male, sembra loro bene, perché è fatto, dicono essi, alla Moda, come dir vogliano, che fansi licito d’ingannare e di mentire e di toglier l’altrui, perché è industria alla Moda17.

È così che spesso la moda soppianta l’etica e la virtù. In questo confondere e strapazzare la virtù sembra quindi risiedere il motivo più profondo dell’ostilità che la moda può suscitare. Doppo che tu hai scelta la rensa per le camicie, il raso per il giubbone, il panno per il saio, la rascia per la cappa, la seta per le calze, dopo che tu hai infastidito il sarto per la fattura di questo tuo attillato vestito, doppo che ti sei lavate le mani con i saponetti muschiati, doppo che si son setolati i tuoi panni, dato il lustro alle tue scarpe, tirate esquisitamente le calze, bilicati i taffetà con i quali te le leghi, e ti sei messo il collare, e specchiato e raccomodato e pavoneggiato, e fatto per un pezzo mostra di te per i luoghi consueti, che tempo ti resta da procurare il governo della casa, o per l’essamine della tua conscienza, o per pensare ad emendare la dissoluta vita tua?

ammonisce e rimprovera fin dalla fine del Cinquecento il già ricordato predicatore spagnolo Padre Tommaso Trujillo18. Perché come aveva spiegato Virgilio Malvezzi nel Coriolano. [la virtù] solo ignuda si può giudicare. Non vi è abbigliamento che non la deformi; ella è di tutte le cose ornamento e di se stessa ornamento e sostanza. […] L’odio, la rabbia, l’invidia non la toccano; sono tarli, solo nelle vesti allignano.

Virtù devozionale e virtù civile. Lampugnani sottolinea che le usanze sregolate della moda deturpano e malmenano la civile conversazione. Come dice Jean de La Bruyère, in un tempo in cui ormai tutto viene regolato dalla moda, solo la virtù è così poco di moda da andare oltre il tempo19. Carlo Maria Maggi nelle sue Rime commenta, da parte sua, che tutto quello che ci si può procu-


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rare al presente è, al più, una virtù appena discreta, insegnata con discrezione non «dal vero che morde, ma dal falso che loda». È la discrezione che detta ormai la morale del tempo, la dolce discrezione, dottoressa della moda del vivere, che sa trovare «’l drizz de dà la grazia al stort»20, che sa presentare, e far accettare come onesti e diritti, comportamenti corrotti e distorti. Non si sa più cosa sia dire la verità, osservare la parola data: chi ancora ci tiene, a mantener la parola, è visto come un uomo dei tempi andati, di modo che nessuno lo imita o lo frequenta, quantunque tutti continuino ad ammirarlo. In questo modo la prudenza di Baltasar Gracián continua a insegnare che non si deve ragionare all’antica, anche se sa che è la menzogna, usando come ruffiano il gusto, che ha spodestato quell’integrità che pure, con perfetta contraddizione barocca, considerava la più sublime delle virtù di cui avrebbe dovuto coronarsi il suo saggio Discreto21. Tutte queste critiche certamente raccontano un clima, atteggiamenti di un tempo di cui è così difficile scrivere, come osservava Gualdo Priorato, un tempo che vede magari cattolici come Carlo Borromeo o, ancora un secolo dopo e per rimanere in Italia, come l’Arcivescovo di Benevento Vincenzo Maria Orsini22, intenti ad applicare i decreti tridentini, accomunati ai ministri del culto puritano e calvinista nella condanna di un modello di comportamento sempre più diffuso, quello dell’uomo di moda. Cattolici e protestanti, divisi nella dottrina religiosa, ma accomunati nella condivisione e nella difesa di quello stile di vita che definiva l’uomo virtuoso. Fatti di un tempo, l’età barocca, per definizione ricco di contraddizioni e di un intreccio di nuovo e antico che proprio nella compresenza e nella tensione tra questi opposti ha visto attribuirsi la sua più specifica caratteristica. Tutte queste critiche però sono anche vecchi e nuovi stereotipi. Bersagli polemici fissi nella polemica di ogni tempo contro i suoi malcostumi, e particolarmente duri nella letteratura di un secolo, come s’è visto, scontento e in fondo, nonostante l’apparenza, così poco indulgente con se stesso. Gli stereotipi che l’abate Secondo Lancellotti cercherà di smantellare con i 50 Disinganni dell’HOGGIDÌ, opera scritta per dimostrare a tutti gli HOGGIDIani, (che «con profondi sospiri, con lunghi e sazievoli lamenti» «tassano ora la maniera del vivere, ora il tenore e corso delle stagioni»), quanto sia assurdo credere che il mondo sia HOGGIDÌ attorniato o afflitto da miserie e calamità peggiori che nel passato23.


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E allora torniamo alla persona di moda di La Bruyère per cercare, al di là dell’antitesi moralistica moda/virtù24 – e quindi moda/etica – altri aspetti peculiari di questa qualità moderna che è la moda. La caratteristica più appariscente è il ritmo veloce con cui cambia ogni moda, «che a pena un zorno dura»25, che si annoia di tutto, che ama solo il mutamento; il suo essere passeggera. Ancora Montesquieu scriverà al suo destinatario, nelle Lettres persanes26, a proposito del rapido vortice delle mode degli abitanti di Parigi: «che mi varrebbe quivi fare un’esatta descrizione dei loro abiti e abbigliamenti? Prima che tu avessi ricevuto la mia lettera ogni cosa sarebbe cangiata». Caratteristica, questa incostanza della moda, che fa sì che in molti luoghi la locuzione alla moda voglia dire stravagante e nuovo e mai sentito o visto e del tutto insolito. «Diciamo cervello alla moda per significare cervello stravagante e fantastico, dal mutar che si fa tutto giorno della moda nel vestire»27. Come il fiore azzurro, la persona di moda nasce e tramonta quasi nello stesso istante e ha quindi bisogno di rinnovarsi continuamente, ha bisogno di fogge e usanze sempre diverse e vistose, non è di tutti i tempi. E se ancora c’è chi può sostenere che è assai difficile smettere una consuetudine ormai radicata, grazie a quell’alleanza che il tempo e le cose28 spesso stringono, per convenienza, contro i cambiamenti – «la consuetudine è una potentissima legge» ribadisce Pio Rossi nel suo Convito29 – Gracián suggerisce invece che nei tempi della moda la consuetudine diminuisce l’ammirazione e smorza l’attenzione e l’aspettativa altrui. Se la consuetudine era stata il pilastro su cui la società premoderna aveva basato abitudini di vita e scelte politiche e religiose e legislative, adesso non si deve più ragionare all’antica né basarsi sull’autorità degli antichi e bisogna adattarsi al presente. E al presente, tutto il nuovo piace, proprio in virtù della sua novità. È nel gusto per l’attualità che trovano fondamento la stima e il successo30. Anche per questo, più che altro, il fiore azzurro cresce «spontaneamente»: e la persona di moda rifiuta regole ed esempi imposti, preferisce inventare o cercare «gli artifizi degli ingegni più inventionieri»31, per quanto destinati a durare poco, preferisce rinnovarsi da sé continuamente. Conquistata da questo inventare, che non vuol più dire scoprire qualcosa di non ancora conosciuto, o di cui si è persa la memoria, ma significa definitivamente creare qualcosa di mai dato. Come scrive in una delle sue Rime Cesare Caporali io mi fo co i panni la persona.


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La creazione richiede se mai la complicità di sarti, camiciai, parrucchieri, venditrici di merletti, ricamatrici se si vuole precedere di almeno qualche giorno «quelli che sanno»; anche se questo significa sfidare le leggi suntuarie e rischiare il carcere, multe salate, anche di essere banditi dalla propria città32. O di essere pubblicamente spogliati degli ornamenti fuori norma. Il mercoledì delle ceneri del 1622, appena terminato il carnevale, alla corte del sovrano spagnolo, Filippo IV, ci si affrettò a mettere in esecuzione la prammatica in atto condannando subito chi non era stato pronto a mettersi in regola, finita la festa. Così molti furono portati in prigione «o perché le rivertiglie havevano pizzi, o perché i collari erano maggiori di quel che si costumava e il resto del vestito era contra il bando». Ad alcune donne furono strappate direttamente le verghe d’argento dalle pianelle33. Sempre sotto il regno di Filippo IV, il governatore e capitano generale dello Stato di Milano, il marchese di Leganes, rimettendo in vigore, per rimediare agli scandali provocati dalle meretrici, bandi e ordini da tempo trascurati, proibisce loro di passeggiare in carrozza, per la città e i suoi borghi, di giorno o di notte, sotto pena della frusta in pubblico e della perdita delle gioie, dei monili d’oro e d’argento e delle vesti che indossano, delle quali possono essere svaligiate, e spogliate impunemente34.

Vestire a prammatica Si può dire allora che vestirsi alla moda vuol dire vestiss à fantesij35 invece di vestirsi a prammatica. Prammatiche e leggi suntuarie avevano per secoli regolato la vita civile e la gerarchia sociale, oltre che il mercato e le spese di lusso, disciplinando con meticolosità minuziosa perfino la lunghezza delle guarnizioni e la quantità di drappo che «al più» si poteva usare per una zimarra o una sottana. Tra concessioni e divieti, le leggi suntuarie avevano fatto di abiti ornamenti e usanze lo strumento capace di affermare nazionalità, ceto, professione, genere, condizione civile, età. In un’epoca, tra l’altro, che non conosceva molti altri strumenti d’identità, oltre ai titoli nobiliari o ai rotoli di documenti che i soldati portano sempre con sé: di entrambi i documenti infatti si faceva un gran mercato. Una stoffa una piuma un colore le perle un saluto un inchino un copricapo erano segni distintivi, un codice di identità che la legge aveva protetto punendo i disubbidienti ma poggiando sul bisogno di identificazione e sull’orgoglio dell’appartenenza.


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Si sa che il verde è il colore della nazione tedesca; quando il re va all’assemblea, sia lui che gli altri signori sono vestiti di verde36. Si sa che la seta è stoffa da titolati, che l’oro e l’argento compete solo ai principi e la piuma d’airone la possono portare solamente i feudatari di alto rango e che le perle sono il fregio proprio della nobiltà, grazie alle quali le nobildonne si conoscono e si distinguono dalle ignobili. È per questo che quando a Venezia si decidono leggi37 che proibiscono di portar perle (fuorché alle donne maritate per i primi due anni di matrimonio e, ovviamente, eccettuata la dogaressa) le gentildonne veneziane ne fanno invece l’apologia davanti al Senato38. Le perle, dicono in un supposto discorso, sono «antico e proprio nostro ornamento». Siamo nate nobili, come voi senatori, ma per consuetudine e per legge non possiamo in alcun modo partecipare ai pubblici governi, a noi «conviene trattar l’ago e il fuso ed attendere alla cura domestica della famiglia e non della Repubblica». Le pubbliche lodi, gli applausi, anche se frutto di virtù, non convengono a una onesta matrona: gli ornamenti sono i nostri onori, e i nostri pregi, non toglieteceli. Non c’è altra apparente distinzione tra le più vili di noi e le più nobili che quella che ci ingegnamo di rendere evidente con gli abiti e con gli ornamenti39. Ma se non ci permetterete di vestire conforme al nostro grado, allora «quest’habito muteremo», e «dietro questa mutazione delle donne, seguirà che anche gli habiti si mutino degli uomini» e, si minaccia, a mutazione d’abito «par che segua mutazione di costumi». Se le perle e altri lussi sono permessi solo alle donne maritate e per i primi anni di matrimonio, le meretrici sono da tempo sottoposte a un segno di riconoscimento, in genere di colore giallo, come a Bologna e in Toscana per tutto il Cinquecento. A Bologna, con bando del 27 maggio 1525, si ordina che debbano portare sulla spalla una benda gialla, «longa due braccia e larga un quarto in luogo del sonaglio che altre volte portavano, e sì che tal benda si possa ben vedere da ciascuno»40. Mentre l’obbligo, a Siena e Firenze, di portare un velo giallo continua l’uso già decretato dal diritto romano41. Allo stesso modo si sa, d’altra parte, che le donne vedove devono, in molte città, velarsi la testa42. Dall’aspetto, dall’abito e dai portamenti della persona si comprende bene spesso e si discerne un milanese da un astigiano, un ferrarese da un mantovano, un pavese da un piacentino, un vercellese da un casalasco

spiegava Stefano Guazzo43. Nelle differenze da stato a stato e da città a città, l’appartenenza ai quali era appunto dichiarata da abito ornamento o gesto,


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le leggi suntuarie dettavano norme valide dentro e fuori casa, in città e in villa, controllando quello che si portava in tavola, il tipo di carne e di dolci e il numero delle portate dei banchetti e intervenendo sulla vestizione dei defunti e sugli addobbi delle cerimonie funebri. Distinguevano soprattutto i cittadini dai forestieri, che in generale potevano «vestirsi in quegli abiti che a loro piacerà»44. La lenta evoluzione di fogge e costumi poteva dipendere da un preciso gesto fondativo. Al matrimonio del conte di Altavilla, celebrato a Napoli nei primi anni del Cinquecento, l’apparizione nel bel mezzo della festa nuziale di don Francesco Ferrante d’Avalos, marchese di Pescara e luogotenente dell’imperatore Carlo V, con un sobrio e austero abito nero, da spagnolo che marca la sua differenza e superiorità sui baroni napoletani, tutti vistosamente coperti d’oro, istituisce il nuovo colore – e la nuova etica, la gravità spagnola – che sarà a lungo quello proprio ed esclusivo del gentiluomo in armi45. Ma anche quando il mutamento di abitudini e forme era dovuto al caso, o più semplicemente alle gambe storte di un sovrano che avevano allungato di colpo tuniche e mantelli o alle belle chiome di qualche principe che avevano allungato le capigliature, la nuova maniera aveva continuato a iscriversi dentro questo stesso sistema, non aveva smesso di essere un codice civile e religioso preciso, anche se trasgredito, dove «l’estrinseco» dichiara «l’intrinseco»46 e l’abito dichiara l’identità. Adesso però che questa gerarchia sociale è in crisi, la velocità con cui le mode e le usanze cambiano riflette questa confusione e la prammatica diventa per lo più un nome senza soggetto che cede il posto alla fantasia e al capriccio. Non ci si può più fidare dell’abito, che è spesso ormai un «abito mentito». E un abito mentito è un modo d’ingannare47. È così che il fiore azzurro usurpa un posto destinato a qualcosa di meglio e soffoca le spighe. Difatti se i modanti fossero tutti nobili, come spiega il solito Lampugnani, non sarebbe poi un gran male. Non farebbero che continuare a dichiararsi, grazie alle nuove mode, isolati e distinti dagli ignobili. Ma vedere perfino la minuta gente seguire le stesse moderne affettazioni crea incertezza e disorientamento. In questo sta lo scandalo48. Vedere che perfino lo speziale vuole strapazzare la seta e l’oro. Vedere una gerarchia civile così sconvolta che non si rintraccia più la disparità delle condizioni e vedere che il plebeo veste da gentiluomo e il gentiluomo da principe «quasi che continuassero ancora le feste saturnali»49. Mentre i prin-


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cipi, soprattutto in Italia, si vogliono tutti imperatori, e cercano di trasformare l’origine imperiale del loro dominio in una celebrazione eroica del proprio potere ripetendo in statue e ritratti la postura e gli attributi dell’imperator. Decretando attraverso questo processo mimetico la propria legittimità ma anche la propria subordinazione a Carlo V e ai suoi successori50. Non dappertutto si cede però con facilità alla confusione dei ceti portata dalla moda. Ancora nel 1670 un gentiluomo come Giovan Francesco Spinola, della grande famiglia genovese, nobile filospagnolo, istruendo il proprio figlio Nicolò, a proposito del vestire raccomanda: Il vostro habito doverà esser conforme all’uso, all’età, e al grado.

E invita a schivare le fogge straniere e a evitare ogni singolarità o nuova invenzione che possa «farvi seguitare con gli occhi». Ma anche lui sa che se la parsimonia civile si può ancora forse praticare – come spera – fra i gentiluomini della sobria Repubblica di Genova, altrove non si tralasciano certo altre prospettive51. Questo altrove potrebbe anche essere per esempio la Lombardia, di cui era nota ovunque da tempo la fantasia stravagante nell’uso di guarnizioni e ornamenti. La fama dell’eccentricità milanese nell’abbigliamento era stata infatti già ironicamente omaggiata anche da Castiglione e commentata con sospetto da Stefano Guazzo52. Oppure questo altrove potrebbe essere anche il Veneto; due stati, la Lombardia e il Veneto, che Lampugnani e anche l’Aprosio conoscevano bene. Non è certo un caso se La Carrozza da Nolo e La Carrozza di Ritorno partono da Bergamo e da Padova, le cui fiere ben fornite di queste nuove invenzioni sono all’origine dei viaggi immaginati da Agostino Lampugnani. Alla fiera di Bergamo, per esempio, c’è la contrada che è chiamata dei Milanesi, per la molteplicità delle merci, e delle curiose mercanzie, che «con la comodità di condurle per acqua, somministra l’industria di quella gran città»53. Non tutti i gentiluomini infatti erano dotati della prudenza di Giovan Francesco Spinola. E del resto le prime sregolatezze le praticavano già da tempo proprio quei titolati che incuranti di quella diversità tra nobili un tempo rispettata54 «vanno sempre vestiti come principi e accompagnati come duchi», e a cui però dispiace fino all’anima vedersi confusi con i ceti inferiori e che non sopportano che non continui ad apparire evidente, come dovrebbe, alcuna differenza di abbigliamenti e di servitù tra loro e gli ignobili55. Secondo quanto considerava già un secolo prima, nel 1581, Nicolao


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Guinigi, gentiluomo lucchese autore di un memoriale intorno alla prammatica dei vestimenti indirizzato alle magistrature milanesi. Certo le leggi suntuarie, garanti e depositarie di questa differenza, le cui norme avevano dato ordine e forma alla vita civile, sono nei tempi della moda le meno rispettate e le più consapevolmente trasgredite. Sono anche le più difficili da imporre quando non aiuta più il riguardo che ogni ceto dovrebbe riconoscere, da sè, alla propria qualità e insieme «all’impossibilità» del proprio stato. Ma l’estraneità che molti ormai dovevano provare verso il rigoroso protocollo imposto, verso tutte «quelle catonerie del vestire a prammatica»56, è forse pari solo allo sbalordimento dei moralisti dell’epoca di fronte agli abusi del vestire e anche all’estraneità o distanza che noi ormai possiamo provare davanti al testo di quelle norme. E tuttavia, leggi come quella «contro il velo», approvata in Francia nel 200457, hanno ripreso l’intento di intervenire per regolare gli usi e i significati di ciò che si indossa. Le polemiche però nate intorno a questa decisione hanno ribadito tutta la complessità e delicatezza che accompagnano l’identità legata all’abito, e quindi la difficoltà di qualunque intervento normativo in questo campo e il rischio forte di autoritarismo. La molteplicità di significati ormai depositata in ogni oggetto di vestiario rimanda a una possibilità di scelta individuale che si intreccia con dichiarazioni collettive e insieme con l’annullamento di ogni significato distintivo provocato dalla moda, rendendo veramente ardua la valutazione di questi segni. Un’antica tradizione che celebra ancora oggi a Catania la festa di S. Agata vede le donne intuppatedde: completamente ricoperte cioè, in questo giorno, da un abito che le nasconde dalla testa ai piedi, impedendone la vista. Protette però da questa maschera uniforme hanno il diritto, per tutto il giorno, di andare dove vogliono e di chiedere e ottenere dagli uomini tutto ciò che desiderano58. Il velo che copre completamente la persona, uso che ancora ai primi del Settecento riguardava a Venezia le fanciulle da marito, può talvolta permettere quindi strane e inattese libertà. Il seducente Zendaletto, l’abito nazionale delle giovani veneziane, non ne mortifica l’aspetto, ma emula se mai la cintura di Venere, agli occhi di chi, come Pietro Michiel59, di famiglia patrizia, sa ben guardarle: Con artificio stava appuntato sul capo; con malizia copriva e discopriva il volto; con eleganza si attortigliava alla vita, e quest’artificio, questa malizia, questa eleganza davagli il potere veramente magico di abbellire le brutte e di far vie maggiormente spiccar le attrattive delle belle.


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Agli inizi del Novecento sarà la veletta, ornamento prediletto da donne eleganti e da femmes fatales, a ereditare il compito di coprire di mistero, di meraviglia e di “distanza” maliziosa l’erotismo femminile60. Come insegnava Virgilio Malvezzi a metà Seicento, gli esempi non andrebbero mai semplicemente imitati ma, come il cibo, andrebbero mutati, digeriti, animati. Possono solamente aiutare a costruire un «buon giudizio», ma è pericoloso seguirli in modo conforme, dal momento che gli uomini, «non nella spezie, ma negli individui», sono mutati e mutano continuamente. Questa la regola61 di un politico e storiografo vicino ai più vivaci centri culturali del suo tempo, ma anche a lungo consigliere alla corte di Madrid, mentre si discute, in Italia e in Europa, degli esempi degli antichi e dei moderni e ai più avvertiti tra i suoi contemporanei sembra proprio che il mondo voglia incominciare a vivere in tutt’altro modo rispetto al passato, tanto negli affari sacri che profani. Gregorio Leti è uno di questi: sa riconoscere che in ogni tempo il mondo si è mostrato stravagante nelle sue continue mutazioni, ma ciò nonostante è convinto di trovarsi al principio d’una nuova età dell’universo. Due le ragioni fondamentali, ecclesiastica l’una, politica l’altra. E sono «tante mutazioni di governo e di Signorie» e il fatto che «mai la Religione s’era veduta tanto confusa nella confusione di tanti pareri nè mai così sottomessa e rinversata»62. In questa situazione, l’insistenza di principi e sovrani che di continuo ripropongono bandi e gride e disposizioni sulle gioie e gli ornamenti, sopra i nastri e le piume, contro il lusso e le pompe, può solo riaffermare l’affanno con cui si cerca di tenere sotto controllo, oltre ai dazi e al mercato, anche un ordine sociale sconnesso e turbato. Un ordine sociale a cui i lunghi anni di guerra, guerreggiata o aspettata e preparata, in quello che non era solo il secolo alla moda ma pur sempre un secolo di ferro, avevano offerto un’occasione in più per improvvise ricchezze o fulminee povertà. Un ordine sociale in cui il pomposo formalismo, quel ricompattarsi irrigidito e conformista nel cerimoniale e l’etichetta di nuovi e vecchi aristocratici, che caratterizza soprattutto la vita di corte e i rituali del potere – dove il punto d’onore si è ormai convertito in puntiglio –, prova continuamente a difendersi dagli attacchi di chi preferisce «vivere a modo suo»63 esibendo i propri usi sociali nelle strade e nelle piazze. Quando perfino le donne di bassa mano vestono seta. e gli uomini si sono talmente assuefatti alla delicatezza delle vesti da ridursi ormai inabili a maneggiare le armi e a portare addosso corazza e corsaletto, un moralista come


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padre Tommaso Trujillo certamente si scandalizza. E trova ancora più scandaloso che questi eccessi, ormai comuni alle corti dei principi e dei grandi, siano trapassati non solo nei nobili e nei cittadini, ma addirittura negli artigiani e «negli uomini di più vile offitio, i quali piuttosto si levano il pan di bocca, che rimanersi da queste superfluità»64. Se l’ambizione e il denaro possono essere doti bastanti per conquistare abbigliamenti titoli onori e comportamenti, già trasgressivi, dei ceti superiori, si può anche pensare, come dice un proverbio diffuso in Spagna in quegli anni, che «ci sarà pure qualcosa che fa l’hidalgo, ma il sangue è pur sempre rosso»65. E chi governa può condividere il medesimo interesse, se le sue casse sono vuote. Quando nel 1623 Filippo IV di Spagna, seguendo le proposte del suo onnipotente ministro, il conte-duca d’Olivares, e della Junta Grande de Riformación, aveva ritenuto necessario porre riparo ai molti inconvenienti che andava sperimentando nelle cose di governo con una grande riforma, aveva indirizzato a tutti i sudditi dei suoi Stati i Capitulos de Reformación66. I provvedimenti, che miravano a ridurre alcuni privilegi di nobiltà e clero e insieme a limitare l’emorragia di ricchezze provocata dalle spese di lusso, cercando se mai di restaurare il commercio interno, erano giocati in gran parte sulle norme suntuarie. I Capitoli infatti intervengono non solamente sull’amministrazione della giustizia o sull’eccessivo numero degli Officiali, sui matrimoni e le doti o la creazione di monti di pietà, ma, e sono la maggior parte, su guarnizioni e lechuguillas, sui troppi criados occupati solo per ostentazione nelle case dei gentiluomini, su titoli e formule di cortesia. In Spagna interventi simili accendono subito la fantasia dei satirici e Francisco de Quevedo comporrà quello stesso anno il sonetto Al haber quitado los cuellos y las calzas atacadas67 mentre tutta una letteratura polemica prospera intorno a questi temi. Se possono suscitare il riso dei poeti, le leggi suntuarie possono però preoccupare ancora, e non poco, quei cittadini, o artefici e mercanti che, grazie ai mutamenti delle mode, mantengono con agio le proprie famiglie e costruiscono fortune che rendono ricche le città e magari dovrebbero contribuire all’aumento delle gabelle e delle entrate regie. Intervenire con obblighi e divieti vuol dire intervenire non solo nel codice sociale ma anche nell’equilibrio economico e svelare l’aspetto di imposizione fiscale di queste norme che nel Seicento puniscono i trasgressori ormai soprattutto con multe e sanzioni in danaro. Se i Capitoli del 1623 impediscono l’importazione in Spagna di drappi d’oro, di seta, di lana e i


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ricami di ogni genere, tutte cose che si fabbricavano ancora in abbondanza nello stato di Milano che pure, in quanto parte del dominio spagnolo, deve sottostare alle stesse norme, si capisce che i rappresentanti della città lombarda si affannino a reagire con determinazione, suggerendo che su questi Capitoli si stenda un «perpetuo silenzio»68. Ogni prammatica interviene nell’equilibrio economico: se si proibiscono i tessuti d’oro e di seta si favoriscono gli affari dei produttori di lane e fustagni e di quelle materie, come olio e saponi, che servono alla loro fabbricazione. È anche chiaro però che basta avere danaro per permettersi qualunque trasgressione, o che cercare di proporre nuove mode può essere il modo migliore per aggirare le proibizioni suntuarie. Anche se non mancavano forse, da tempo, soluzioni più banali o scaltre. Franco Sacchetti ci racconta in una sua novella il modo arguto con cui le donne per lo più usavano rispondere, con un semplice cambio di nome, al giudice Amerigo degli Amerighi che tentava di denunciarle quando le incontrava con indosso ornamenti vietati. Se il problema erano i bottoni – «questi bottoni voi non potete portare» – c’è chi risponde: «messer sì, posso, che questi non sono bottoni, sono coppelle; e se non mi credete, guardate, ei non hanno il picciuolo, e ancora non c’è niuno occhiello». Se le leggi prevedono che sia notificata chi porta gli ermellini, la donna accusata protesta: «non iscrivete, no, che questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi69. Dice il notaio: che cosa è questo lattizzo? E la donna risponde: è una bestia. E il notaio mio come bestia rimase»70.

Vestiss a fantesii Se è vero quindi che quasi ovunque la prammatica sta diventando soprattutto oggetto di scherno, perché vietare non giova e perché sempre più di frequente la trasgressione può essere riparata da una multa – che trasforma queste leggi in tasse sul lusso – è anche vero che le disposizioni suntuarie, sia che vengano accettate e richieste o rifiutate e trasgredite, giocano ancora un ruolo fondamentale nella pratica economica e sociale della vita cittadina. Una città come Milano, per esempio, si è sempre considerata poco rigida per quanto riguarda gli usi vestimentari e spesso orgogliosa anche di quel tipo di primato sulle altre città, quelle «nate si può dire con la pragmatica in capo», che la libertà del vestire le garantiva71. E si capisce, avendo fondato da tempo molta della sua prosperità su mercanti orefici sarti ricamatori e profumieri il cui parere del resto non mancava di richiedere, e spesso di ascoltare, ad ogni voce di prammatica. È quindi una città in cui le discussioni sulla libertà del vivere e del


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vestire toccano i tasti più diversi nel contrasto tra gentiluomini patrizi mercanti daziarii e artigiani, o nel conflitto di interessi tra gli artefici di corporazioni diverse. Ma proprio per questo è anche una città in cui queste discussioni rivelano informazioni preziose sul percorso che la moda sta compiendo. Il malumore e il subbuglio suscitato in città dall’annuncio di una nuova prammatica, verso la fine del Cinquecento e dopo le pressioni di Carlo Borromeo, ricreato da Gerolamo Maderno in una bosinata scritta in quegli anni, da conto del fatto che piumette e pennacchietti, frange e fiocchi e le scarpe smerlettate ingombrano acconciature e abbigliamenti, producono sperpero e sono la rovina delle case; ma se si proibiscono, i mercanti come faranno? Che faranno i ricamatori e i sarti e tutti gli altri artigiani che lavorano in città?72 Non c’è d’avere compassione per nessuno, ma da sapere che la prammatica proibisce di vestiss a fantesii, e che vestiss a fantesii, sbizzarrirsi in abiti di fantasia, nei fronzoli e nelle sciccherie, può voler dire anche difendere la libertà del vestire, e il lavoro di molti artefici, contro chi pretende invece norme e regolamenti. A pretendere leggi restrittive erano di solito i nobili, costretti a inseguire un primato ormai in mano alla ricchezza e quindi a lasciarsi trasportare nelle spese e magari a indebitarsi e cadere in povertà. Poteva capitare così che una città come Cremona, dove le magistrature cittadine erano saldamente in mano ai ceti aristocratici, richiedesse al governatore spagnolo una prammatica solo per sé, per difendere quella distinzione di persone che la libertà del vestire confondeva. Vestiss a fantesij vuol dire dunque rifiutare le imposizioni suntuarie, rifiutare tutti i vecchi codici, rifiutare le distinzioni tra persone, nobili cavalieri mercanti plebei e ignobili, vuol dire difendere la libertà del vestire e seguire, nelle usanze, solamente il proprio capriccio. Scegliere magari, per capriccio, un fiore azzurro qualsiasi, invece della solita disciplinata rosa, non seguire «ni la raison, ni l’usage», né la ragione né l’usanza, ma solamente il proprio «bizarre génie» come scrive La Bruyère73, rifiutare l’impeccabilità del giglio. «Considerate i gigli, come crescono; essi non lavorano e non filano; eppure io vi dico che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito al pari d’uno di loro»74, rammenterà più di un secolo dopo Charles Baudelaire pensando alla perfezione raggiunta dalla sublime semplicità di un dandy come Lord Georges Brummel. Beau Brummel, il dandy che sarà capace di un prodigio in parte ancora efficace, quello di aver ridato alla figura maschile la capacità di apparire vestita naturalmente, con sobria e distinta bellezza, proprio come un


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giglio. Il dandy capace di quel portento grazie al quale secoli di fogge maschili chiassosamente vistose (giustacuori e lattughe, calzoni a sbuffo, pizzi e nastri colorati) già ridimensionate dalla rivoluzione francese, appariranno irrimediabilmente caotiche e pasticciate: inaugurando la Grande Rinuncia maschile a frivolezze e ornamenti, come la chiamerà Flugel75. Apparirà Brummel, «e nessuno più osò togliere al costume maschile la semplicità che egli aveva ideato»76. Era anche erede di una buona tradizione. L’abbigliamento maschile aveva già subito infatti in Inghilterra una decisa revisione nel 1666, quando a corte venne studiato, e indossato per la prima volta da Carlo II, un nuovo modello di vestito da uomo, in tre pezzi – giacca lunga, veste sotto e calzoni stretti al ginocchio – che sarebbe rimasto a lungo immutato. Un modello semplificato, che prendeva ispirazione in ciò dalle suggestioni, spesso più che altro immaginate, dell’oriente, delle sue fogge e dei suoi tessuti che tanto incantavano gli Europei, pare proprio per quell’immutabilità di forme degli ornamenti tradizionali che si rifiutavano invece in patria. I colti viaggiatori avevano riportato con stupore, nelle loro testimonianze, soprattutto la persistenza dei modi di vestire e la decisa assimilazione tra gli abiti dei potenti e quella dei loro sudditi, oltre a un’ abitudine alla semplicità e funzionalità rispettosa del corpo: l’abito per il corpo invece del corpo per l’abito77. Tra il giglio di La Bruyère e quello di Brummel era però in Europa nata la moda, condannata all’invenzione continua, ispirata da capriccio e fantasia. I dizionari dell’epoca difatti, per esempio il Vocabolario della Crusca del 1612, e poi quello del 1717, ma anche il Convito di Pio Rossi, definiscono fantasia la potenza immaginativa dell’anima, sinonimo di capriccio o ghiribizzo. Il Dictionnaire universel di Antoine Furetière, uscito postumo nel 1690, ci ricorda che fantaisie viene dal greco phantasia, che vuol dire immaginazione; è ciò che è opposto alla ragione e significa caprice, bizarrerie. E dice che caprice è un «déreglement d’esprit»; quel tipo di disordine che si produce quando invece di seguire la ragione ci si lascia trasportare dall’umore del momento, così come in musica e in poesia e pittura i capricci sono quei pezzi che non hanno nessun nome certo (come il fiore azzurro) e che hanno successo per la forza del genio e non perché vengano osservate le regole dell’arte78. Secondo il Nouveau Dictionnaire de l’Academie française del 1718, fantasia è inventare a piacere invece di seguire le regole dell’imitazione, è non conoscere altre regole che quelle della propria immaginazione. E moda è la


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maniera in voga che dipende dal capriccio degli uomini. Voltaire scriverà nell’Encyclopedie che è la fantasia, più che il gusto, a produrre tante nuove mode e Diderot troverà un legame tra un certo tipo di bizzarria e di capriccio e l’ansia di perfezione. Osserva infatti che l’uomo bizzarro e capriccioso nel suo essere fantasque, estroso, è guidato, nella sua condotta e nei suoi giudizi, dalla chimerica idea di pretendere dalle cose una sorta di perfezione di cui le cose non sono in realtà suscettibili79. Di qui probabilmente gli altri caratteri che vengono attribuiti all’uomo bizzarro, l’impossibilità di fermarsi cioè, di riuscire a trovare quello che cerca, e quell’umore tipico che lo tiene lontano, nel modo di agire o di pensare, dal resto degli uomini. Un umore che fonda il desiderio di novità sulla curiosità, una facoltà che già Gracián aveva identificato come la linea di confine tra il mondo animale e quello umano, come il fondamento della conoscenza: «senza questa curiosità», aveva scritto, «anche un uomo eccezionale può essere scambiato con gli animali». Umori che rimandano al pensiero libertino, un pensiero libero da regole e costumi consueti, capace di seguire capriccio e fantasia, e incostanza, senza dottrina e senza giudizio, desideroso più che altro di mettere in risalto le varietà e le differenze, un pensiero che ama dubitare dei suoi stessi dubbi. Lo scettico La Mothe Le Vayer quando riflette, nei suoi piccoli trattati, su abiti mode e colori, si preoccupa soprattutto di allontanare ogni giudizio prestabilito e di relativizzare ogni asserzione fondata sull’apparenza esteriore degli uomini, mostrando un quadro il più esteso possibile di costumi opposti e opinioni contrarie. Possiamo certo sostenere, come si dice in Spagna, scrive, che «en el mejor pano ay major engano», che sono solo i più grossolani a indossare i panni più fini; ma l’esperienza ci conferma che è vero anche tutto il contrario. I colori poi: basta allargare il proprio campo di osservazione, soprattutto basta uscire dall’Europa, per sapere che confermano la loro disponibilità a significati opposti. Il bianco, colore così luminoso da essere consacrato a Dio, in Cina è colore del lutto e di cattivo augurio, mentre il giallo, livrea dei gelosi, distintivo degli Ebrei e delle femmes de joie, e, in Francia, dei traditori le cui case vengono imbrattate di giallo (come capitato a Charles di Bourbon macchiatosi di fellonia sotto Francesco I) è altrove, somigliando all’oro, dedicato al culto divino. Quanto alle mode, dice La Mothe Le Vayer, ciò che conviene è avvicinarcisi ma dolcemente, senza eccessi, più che altro avendo cura di evitare quelle straordinariamente scomode o che portano pregiudizio alla salute80. Che è un


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modo per scavalcare qualunque normativa distintiva – o significativa di maggiore o minore civiltà – riportando le scelte vestimentarie e di vita alla ricerca di agio e comodità personale. Le scelte artistiche più innovative della seconda metà del Seicento si propongono comunque di ribellarsi alle regole collaudate; «rompere le regole» (a tempo e luogo, «accomodandosi al gusto del secolo») sarà difatti la regola teorizzata da Giovan Battista Marino, nella sua ricerca di un rinnovamento della poesia che passa attraverso quello «sviarsi alquanto» dal sentiero segnato, sempre pronto a inseguire un nuovo pensiero81. Lo stesso Agostino Lampugnani, autore anche di un romanzo, come la moda del suo tempo ispirava, Il celidoro, dichiarava nella dedica al lettore82: non ho per bene che l’ingegno del compositore si lasci tanto legare alle regole, che talora traripare non possa dal battuto sentiere de gli Antichi.

L’iconologia di Cesare Ripa riassume queste sensibilità e queste insofferenze raffigurando il capriccio come un giovinetto vestito di vari colori e descrivendo gli uomini capricciosi come quelli che fanno dipendere le loro azioni da idee diverse «dall’ordinarie de gli altri uomini»: uomini quindi non solo governati da incostanza e varietà ma capaci di farsi delle leggi a parte, delle regole sregolate e disordinate, come è giusto per chi ha a che fare con quell’ossimoro che è la moda. Nel mondo dei virtuosi per eccellenza, il mondo del melodramma, teatro così di moda dalla seconda metà del Seicento, le invenzioni a capriccio, le stravaganze scenografiche e le curiose apparenze hanno ormai la meglio sulle vecchie buone regole dell’arte. Come sempre in questi casi, c’è chi semplifica un po’ e confonde la ricerca di qualcosa di nuovo con il «non intendersi punto di musica»; chi pensa che per diventare popolare possa bastare comporre «cose di poco studio e con moltissimi errori per soddisfare all’udienza», costretta così ad accontentarsi; chi è persuaso che si debba allettare il popolo piuttosto cercando «lo strepito» che l’armonia, e a tutti costoro Benedetto Marcello dedicherà una sorta di paradossale e comico manuale di precetti all’incontrario, il Teatro alla Moda83. Mettendo in scena debolezze e vergogne del meccanismo dello spettacolo, il teatro visto da dietro, Marcello descrive le cattive abitudini che accompagnano la musica moderna e i suoi personaggi, gli idoli del momento, compositori cantatrici e im-


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presari, poeti sarti di scena e madri delle virtuose, maestri di bella maniera, che confondono il capriccio con i capricci o con l’ignoranza e la faciloneria. Una critica che troveremo poi ripetuta con motivi analoghi per tutto il Settecento, fino al libretto scritto da Giambattista Casti nel 1786 per un atto unico, musicato da Salieri, che affronta soprattutto il rapporto, nel melodramma, tra la musica e la poesia. Intitolato Prima la musica e poi le parole, il testo ironizza su un tipo di musica che va bene per tutto, che ha di eccellente solo il fatto che si scrive in fretta e «che può adattarsi a tutto egregiamente» e rientra nel tipo di canzonatura che Casti riserva al nuovo modo di vivere in società, da lui comunque condiviso con un certo compiacimento84. Ben inserito nelle mondanità della sua epoca, l’abate irregolare e libertino, tanto malvisto da Parini, ma letto e tenuto presente da Leopardi, ha vissuto infatti le trasformazioni di un ambiente governato dalle mode e ha riprodotto nelle sue rime, con l’anticonformismo del suo libero pensiero, le tensioni di un mondo che si voleva nuovo e nasceva per molti aspetti già decrepito. Note 1. J. DE LA BRUYÈRE, Les caractères cit., De la mode, pp. 8 e 5. 2. Il giudizio è di Robert Steele, sullo Spectator del 15 maggio 1711. Nell’ediz. dell’Uomo alla Moda curata da V. Papetti, a p. 24. 3. G. ETHEREGE, The man of mode cit., atto II, sc. II. 4. B. JONSON, Epicoene or the silent woman (Epicenia o: la muta in Teatro a cura di N.E. Condini, TEA, Torino 1988), atto I, sc. I. La commedia è stata rappresentata per la prima volta, alla fine del 1609 o all’inizio del 1610, dai Children of the Queen’s Revels ai Whitefriars. 5. G. GUALDO PRIORATO, Relazione della città e stato di Milano cit., p. 2. 6. Dialoghi piacevoli del Sig. Stefano Guazzo, de Franceschi, Venezia, pp. 395-397, Dell’honore. 7. M. DE MONTAIGNE, al cap. XVI, l. II, degli Essais. 8. B. GRACIÁN, Oráculo cit., 14, La realidad y el modo e 120, Vivir à lo plático. Anche Nietzsche nel capitolo Moda/moderno già citato si chiedeva, subito all’inizio, a proposito della moda (e delle virtù dell’Europa): «sarebbe essa realmente il loro rovescio?». 9. V. MALVEZZI, La libra de Grivilio Vezzalmi, traducida de italiano en lengua castillana. Pesanse las ganancias, y las perdidas de la Monarquia de Espana en el felicissimo reynado de Felipe IV el Grande, Gafaro, Pamplona y Naples 1639, p. 1. 10. C.M. MAGGI, Beltraminna vestita alla moda in Il teatro milanese, a cura di D. Isella, Einaudi, Torino 1964, vol. I, p. 165. 11. G. GUALDO PRIORATO, Relatione cit., p. 129. 12. A. APROSIO, Lo Scudo cit., p. 173 e p. 332. 13. G.M. MUTI, La Penna volante descritta in certe lettere alla moda, Benedetto Miloco, Venezia 1681, p. 59. 14. Così ancora nel secolo successivo, nel Poemetto intitolato LA MODA con l’aggiunta di un discorso accademico sullo stesso argomento, Landi, Firenze 1777, p. 9. 15. A. APROSIO, Lo Scudo cit., cap. 44, Del predicare alla Moda, p. 332. 16. A. LAMPUGNANI, Della Carrozza di Ritorno cit., pp. 51-52.


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17. A. LAMPUGNANI, Della Carrozza da Nolo cit., p. 78. 18. T. TRUJILLO, Delle Pompe cit., Discorso ottavo, p. 31. 19. J. DE LA BRUYÈRE, Les caractères cit., De la mode. 20. «Trovare il destro di dare garbo allo storto». In C.M. MAGGI, Al fine d’una Comedia e Al Sig. Dottore Lodovico Antonio Muratori in occasione d’un Discorso di Filosofia Morale sopra la dritta Ragione in Le rime milanesi, a cura di D. Isella, Guanda, Parma 1994, p. 130 e p. 167. 21. B. Gracián nell’Oráculo cit., 120, Vivir a lo plático, in Acutezza e arte dell’ingegno, LV e ne Il Discreto, p. 24. 22. Poi Papa Benedetto XIII. Da Arcivescovo, nel primo Sinodo Diocesano del 1686, ispirandosi alle Instructiones di Borromeo, aveva condannato, negli ecclesiastici, un uso eccessivo di vesti laicali e l’indulgere a mode secolaresche nei colori, nelle trine, nei fiocchi. M. MANCINI, L’incontro tra l’Arcivescovo Vincenzo Maria Orsini e la Diocesi di Benevento, tesi in Filosofia, a.a. 2000/2001, Università di Siena. 23. S. LANCELLOTTI, L’HOGGIDÌ overo il mondo non peggiore ne più calamitoso del passato, Guerigli, Venetia 1627 (1° ediz. 1623), disinganno L, p. 661. Conosciuto a Parigi da De Grenaille, che in La Mode ne discute le tesi, a p. 237. 24. E però ancora a fine Settecento il Dictionnaire des gens du monde di A.F. STICOTTI, edito a Parigi chez J.P. Costard nel 1770, alla voce Mode contrappone l’homme à la mode a l’homme vertueux. 25. Il Modazzazzo cit. 26. Nella lettera XCIX dell’ediz. di Amsterdam del 1760. 27. L. LIPPI, Il Malmantile racquistato. Poema di Perlone Zimoli con le note di Puccio Lamoni, stamperia di S A.S. alla Condotta, Firenze 1688 (I ed. 1676). Nota al cantare 7, stanza 40, p. 349. 28. Il pensiero di Bacone è riportato nel t. XI dell’Encyclopédie alla voce nouveauté. 29. P. ROSSI, Convito cit., portata I, p. 94. 30. B. GRACIÁN, Oráculo cit., 3, Llevar sus cosas con suspensión. 31. A. APROSIO, Lo Scudo cit., p. 263. 32. Così la legge emanata a Venezia il 15 ottobre 1562. Anche Genova, con la legge del 9 maggio 1581 se la prendeva in modo particolare con «ogni e qualunque foggia nuova». I testi in A.S.M., Araldica, p.a., c. 139. 33. Relatione delle cose notabili stabilite nella Corte di S.M. Catholica, G.B. Malatesta, Milano 1623. 34. La grida, data in Milano il 10 marzo 1640 in Libro delle Gride Bandi ed ordini fatti e pubblicati nella città e stato di Milano nel governo dell’Eccellentiss. Sig. Don Diego Felipe de Guzman, marchese di Leganes, Malatesta, Milano 1645. 35. L’espressione è di G. MADERNO, Remò scià stà in Milan per la Prematica, col sò lament stà fa dal sora scricc Baciòcch (Subbuglio accaduto in Milano per la Prammatica, col Lamento fatto dal soprascritto Baciocch) in G.P. LOMAZZO, Rabisch, a cura di D. Isella, Einaudi, Torino 1993 (I ed. 1589), p. 269. 36. Lo ricorda Henri Estienne. Portato poi in uso da alcuni gentiluomini francesi, il verde era diventato il colore personale di Caterina de’ Medici. In Deux dialogues du nouveau langage françois (I ed. 1578) a cura di P.-M. Smith, Slatkine, Genève 1980, p. 208. 37. Parte presa nell’Eccellentissimo Consiglio di Pregadi. In materia di ori, perle e gioie, stampata per G.P. Pinelli, il 20 agosto 1644. Pubblicata il 22 dello stesso mese sopra le scale di S. Marco e Rialto, insieme al testo delle leggi precedenti, del 1599, 1609, 1633. 38. Apologia degli ornamenti delle donne davanti al Senato veneto in A.S.F., Manoscritti, c. 742. 39. G. FRANCO in Habiti d’huomini et donne venetiane (Venezia 1610), dichiara che «Ritrovasi quattro qualità di donne in Venetia, le quali vanno vestite quasi tutte a un modo; né altra


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differenza è tra loro, che la maggior overo minor quantità di gioie: percioche le gentildonne sopravanzano le altre con le perle di gran valuta». 40. La legislazione suntuaria. Secoli XIII-XVI. Emilia Romagna, a cura di M.G. Muzzarelli, Pubblicazioni degli archivi di stato, Fonti XLI, CLUEB, Bologna 2002, p. 181. 41. A Siena e Firenze l’obbligo del velo giallo è ribadito dalle disposizioni del 1546,1568,1579 e 1637. In L. CANTINI, Legislazione toscana, Stamperia Albiziana, Firenze 1800, tt. I, VII, IX e XVI. Sulla Normativa contro il lusso a Siena tra il 1548 e il 1620 la tesi di laurea di Roberta Di Lallo, Siena, a.a. 1999/2000. 42. A Siena, per esempio, e a Genova (M. CATALDI GALLO, La moda a Genova nel primo quarto del Seicento in Van Dyck. Grande pittura e collezionismo a Genova, Electa, Milano 1997). 43. S. GUAZZO, La Civil Conversazione cit., p. 102. 44. Così precisano i Raccordi sopra la pragmatica del vestire pubblicati a Milano nel 1584. In A.S.C.M., Araldica, c. 41. 45. A. QUONDAM, Tutti i colori del nero. Moda “alla spagnola” e “miglior forma italiana”, in Giovanni Battista Moroni. Il cavaliere in nero. L’immagine del gentiluomo nel Cinquecento, Skira, Milano 2005. 46. A. LAMPUGNANI, Della Carrozza da Nolo cit., pp. 3 e poi 4. 47. F. SBARRA, La Moda cit., p. 117. 48. A. LAMPUGNANI, Della Carrozza di Ritorno cit., p. 20. 49. In A. MANNO, Documenti cit., pp. 147-168. 50. Sull’imperializzazione dei canoni iconografici dei principi della penisola M. FANTONI, Carlo V e l’immagine dell’’imperator’ in Carlo V e l’Italia, Bulzoni, Roma 2000. 51. G.F. SPINOLA, Instruttione familiare di Francesco Lanospigio nobile genovese a Nicolò suo figliuolo, Tinassi, Roma 1670, p. 21. 52. B. CASTIGLIONE, Il Libro del Cortegiano, l. II, cap. XXVII e S. GUAZZO, La civil conversazione a cura di A. Quondam, Modena, Panini 1993 (I ed. 1574), nel l. II. 53. A. LAMPUGNANI, Della Carrozza da nolo cit., p. 7. 54. Cfr. per esempio la distinzione tra seminobili, nobili e nobilissimi nel l. II de La civil conversazione di Stefano Guazzo. 55. A.S.M., Araldica, p.a., c. 139, Modo da ridurre le Genti dello Stato di Milano al vestimento modesto. Sulle proposte di Guinigi, C. DONATI, L’idea di nobiltà in Italia. Secoli XIV-XVIII, Laterza, Roma-Bari 1988, p. 136. 56. Cfr. A. TASSONI, Dieci libri di pensieri diversi, Bidelli, Milano 1628, p. 520. 57. La legge, del 15 marzo 2004, firmata da Jacques Chirac, proibisce l’ostentazione, nelle scuole nei collegi o nei licei pubblici, di tutti quei simboli o segni vestimentari (signes ou tenues) che possano manifestare una appartenenza religiosa. La questione, e gli interventi che l’hanno analizzata, hanno chiarito che l’obbiettivo principale della legge era l’uso del velo islamico. 58. Bibliotheca Sanctorum, Pontificia Università Lateranense, vol. I, p. 330. Ringrazio Gaetano Greco cui devo questa informazione. Sul diritto di ‘ntuppatedda la novella di Giovanni Verga, La coda del diavolo. 59. P. MICHIEL, Origine delle feste veneziane, vol. III, Feste in onore di Federico IV di Danimarca e Norvegia, dic. 1708. 60. Sculture e bassorilievi greci mostrano poi sempre velate le donne che partecipano ai riti iniziatici, a rappresentare l’introspezione mistica, l’aumentata capacità di concentrazione e controllo su se stesse. Non si toglie il velo a una donna senza il suo permesso. 61. V. MALVEZZI, Il ritratto del privato politico cristiano estratto dall’originale d’alcune azioni del Conte Duca di San Lucar, Sarzina, Venezia 1635. Nell’edizione a cura di M.L. Doglio, Sellerio, Palermo 1993, alle pp. 114-116. Il Conte Duca è naturalmente Gaspar de Guzman, conte di Olivares e duca di San Lucar. 62. Cfr. G. LETI, Il Cerimoniale cit., parte IV, l. I, p. 4.


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63. «Se ogn’uno può vivere a modo suo quando non vi entri l’offesa a Dio, io credo che parimenti ogn’uno possa scrivere come li piace, quando non se ne offenda Apollo». Dalla premessa agli Amori di Apollo e di Dafne dramma cantato di metà Seicento di G.F. Busenello – membro, come Lampugnani, dell’Accademia degli Incogniti. La cit. da P. FABBRI, Il secolo cantante. Per una storia del libretto d’opera nel Seicento, il Mulino, Bologna 1990, p. 131. 64. T. TRUJILLO, Delle Pompe cit., discorso secondo, p. 3 e discorso settimo, p. 27. 65. «El algo hace al hidalgo, que la sangre toda es bermela». Ricordato da F. de Quevedo nel Sogno dell’inferno in Sogni e discorsi, a cura di I. Bajini, Garzanti, Milano 1990. La prima edizione dei Sogni uscì a Barcellona nel 1627. 66. A.S.M., Dispacci, cc. 59-60, Capitulos de Reformación que V. Magestad se sirve de mandar guardar por esta ley, para el govierno del Reyno. Data in Madrid il 10 febbraio 1623. 67. F. DE QUEVEDO Y VILLEGAS, Obra Poetica, II, Poemas satíricos y burlescos, ed. de J.M. Blecua, Castalia, Madrid 1970, p. 61, sonetto n. 607. Sulle discussioni nate in Spagna intorno alle disposizioni suntuarie v. anche M.G. PROFETI, Storia di O. Sistema della moda e scrittura sulla moda nella Spagna del Secolo d’Oro in Identità e metamorfosi del barocco ispanico, a cura di G. Calabrò, Guida, Napoli 1987, pp. 113-148. 68. Il Memoriale del 24 gennaio 1623 inviato in Spagna dai Conservatori del Patrimonio della città e dal suo Vicario di provvisione, Cristoforo Archinti, in A.S.C.M., Araldica, cc. 41-51. 69. Pelli di agnelli lattanti. Cfr. R. LEVI PISETZKI, Il costume cit., p. 24. 70. La novella 137 è ricordata da L.T. BELGRANO, Della vita privata dei genovesi, Tipografia del Regio istituto sordo-muti, Genova 1875, pp. 261-262. 71. A.S.M., Araldica, p.a., c. 139, fasc. 5. Da una delle scritture pervenute nel 1565 al Magistrato ordinario incaricato di preparare una relazione sulla prammatica che doveva essere emanata nel 1568. 72. G. MADERNO, Remò cit., alla nota 35. Maderno era uno dei Savi dell’Accademia della Val di Blenio di cui era Abate G.P. Lomazzo, cui era stata inizialmente attribuita questa bosinata. 73. J. DE LA BRUYÈRE, Les Caractères cit., De la société et de la conversation. 74. Il Vangelo di Matteo, 6. 75. J.C. FLUGEL, The Psychology of Clothes, Hogarth, London 1930 (Psicologia dell’abbigliamento, Franco Angeli, Milano 1974). 76. Anche se «nessuno seppe mantenersi a quel livello di squisitezza; e si ebbe il vestito senza personalità, irrigidito e volgarizzato nelle sue linee, quel vestito che tutti continuiamo a portare». Cfr. Beau Brummel di M. PRAZ in Fiori Freschi, Garzanti, Milano 1982, p. 210, anche per la cit. da Baudelaire. 77. G. BUTAZZI, Incanto e immaginazione per nuove regole vestimentarie: esotismo e moda tra Sei e Settecento in L’abito per il corpo, il corpo per l’abito, Artificio, Firenze 1998. 78. Secondo Furetière, Dictionnaire cit., caprice è parola nuova «du temps d’Henri Estienne», a cui sembrava «molto strana». 79. Il pensiero di Diderot costituisce la definizione del termine bizarre nel Dictionnaire des gens du monde cit., t. V, Supplement, p. 435. 80. F. DE LA MOTHE LE VAYER, Opuscules ou petits traictez, chez A. de Sommaville et A. Courbé, Paris 1643-1647. Nel I tomo Des habites et de leurs modes differents, pp. 208-259; nel III tomo Des couleurs, pp. 220-252. 81. G.B. MARINO, La ninfa avara in Opere, a cura di A. Asor Rosa, Rizzoli, Milano 1967, p. 569. 82. Il romanzo, in cinque libri, e pubblicato sotto lo pseudonimo di Gio. Battista Mognalpina, era uscito nel 1642, a Venezia presso l’editore Oddoni. 83. B. MARCELLO, Il teatro alla moda o sia Metodo sicuro e facile per ben comporre ed eseguire l’Opere italiane in Musica all’uso moderno, stampato a Venezia intorno al 1720, passim. Un’edizione recente a cura di R. Manica, Quiritta, Roma 2001. 84. G. MURESO, Le occasioni di un libertino (G.B. Casti), D’Anna, Messina-Firenze 1973, p. 151.


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Questo libro viene stampato nel carattere Simoncini Garamond su carta Arcoprint delle cartiere Fedrigoni dalla tipografia Sograte di Città di Castello per conto di Diabasis nel febbraio dell’anno duemila dieci


Alle origini della moda