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Coordinamento editoriale Leandro del Giudice Redazione Anna Bartoli Giovanni Cascavilla In copertina Fare orecchie da coniglio (2015), disegno di Patrizio Dall’Argine ISBN 978-88-8103-860-2

Š 2015 Edizioni Diabasis

Diaroads srl - vicolo del Vescovado, 12 - 43121 Parma Italia telefono 0039.0521.207547 - e-mail: info@diabasis.it www.diabasis.it


Tito Pioli

Alfabeto Mondo romanzo abbecedario Prefazione di Elvio Guagnini Con una nota di Camillo Bacchini

diabasis


Alfabeto Mondo - romanzo abbecedario 9 15

Prefazione di Elvio Guagnini La storia di Mammamia e Clelia

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A B C D E F G H I L M N O P Q R S T U V Z

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Nota di Camillo Bacchini

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Parole Abbecedario

A: Albero, Applauditore, Armonie, Assenze. B: Bagni pubblici, Bijoux per la Madonna, Bocca, Buio. C: Carceriere, Cattiverie, Chiavi, Coniglio (A Eluana Englaro). D: Dato Statistico, Davanti, Dietro, Dimenticati. E: Eliminati, Emozioni, Esercizi, Esperimento. F: Fatti vivo, Finzioni, Folla, Funerali. G: Giardini sul tuo corpo, Giostra, Grand Tour. H: Hanno arrestato Babbo Natale. I: Ignoti, Impotenze, In fondo io c'ero, Inviato da casa. L: Linee, Letto, Lirica, Loculo. M: Madre allo specchio, Mai visti, Mano, Moschicida. N: Nodi, Nonna, Note musicali, Notte fonda. O: Occhi di Egon Schiele, Olivia svegliati, Ombra, Orologi. P: Perduto, Per modo di dire, Porte del cinema, Puttane.


Q: Quadri. R: Ricordi, Ridi presidente Charlot, Rina la serva, Rovine industriali. S: Sassi (a Gian Maria VolontĂŠ), Sotto, Sotto le bombe, Straccioni al microscopio.

T: Tardi, Teste di manichino, Tragedia, Truccatrice di morti. U: Ultima fermata, Ultimo dell'anno, Ultimo uomo ultima donna, Urla ((Omaggio al filosofo Carlo Michelstaedter).

V: Variante al piano regolatore, Viaggio con Briscola, Vi odio, Voci metalliche.

Z: Zebre e ladri, Zero.


Prefazione Un abbecedario atipico con cornice: l’ Alfabeto mondo di Tito Pioli L’abbecedario è un libro che serve per imparare a leggere e per saperne di più, con ordine. Un libro che fornisce definizioni, indicazioni assennate e ragionate. In questo, libro, Pioli segue l’ordine alfabetico. Il referente è il “mondo”, un universo – però – tutt’altro che rassicurante, anzi: da svelare perché è inquietante. Al rassicurante “alfabeto” che dovrebbe ordinare e sistemare, corrisponde – qui – una scelta di contenuti piuttosto “liberi”, tirati in ballo dall’associazione e dai collegamenti delle (e tra le) idee. Un abbecedario illustrato dei primi del Novecento è il libro che il “titolare” quarantenne della cornice che collega le varie “voci” (un uomo inchiodato a letto in seguito a un incidente) – chiamato Mammamia per il particolare legame con la figura materna spesso invocata - sfoglia con l’aiuto della madre che spesso interviene a indirizzare possibili oggetti di attenzione e memorie da rivisitare. Una cornice nella quale interviene spesso, con segnali e bigliettini, Alessandra, una amica e vicina dell’uomo. In realtà, l’ordine alfabetico delle materie (tante, proliferanti) non fa che sottolineare gli spazi immensi che si aprono non appena si varchino i cancelli delle singole lettere, alle quali le voci corrispondenti si collegano talvolta un po’ pretestuosamente (e in modo fantasioso): voci organizzate secondo modalità diverse (dell’aneddoto, dell’aforisma, dell’invettiva, del lacerto di memoria, della considerazione saggistica, della poesia, del frammento o paragrafo di fantasia, della narrativa). Insomma – anche se il genere indicato nel sottotitolo è quello di Romanzo abbecedario - pure la scrittura appare destabilizzante rispetto a qualsiasi “genere”: anzi, il canone sembra proprio quello della rottura delle barriere tra i generi e del mescolamento dei canoni secondo il trend corrente di molta letteratura odierna. Il ricorso a una facciata e a dei tratti “classici” (come, nel nostro caso, la forma “abbecedario”) serve quasi per esercitare l’ironia – come spesso accade nel riuso postmoderno dei prelievi dalla tradizione precedente – nei confronti di quell’ordine rassicurante che viene poi smentito dai messaggi destabilizzanti


contenuti nelle “voci”. Del resto, nell’esergo pasoliniano che apre il libro si parla di un insegnamento vòlto «a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo»; e si incita a non «temere la sacralità e i sentimenti di cui il laicismo consumistico ha privato gli umani trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci». Ma quali sono i contenuti di questo abbecedario? Una scorsa all’indice delle voci comprese nelle singole lettere dalla A (Albero, Applauditore, Armonia) alla Z (Zebre e ladri, Zero) ci rivela l’originalità delle scelte, realizzata poi in giochi fantastici di pirotecnica qualità inventiva. Come, ad esempio, in Zebre e ladri, il raccontino in prima persona di una ragazza che – come antidoto agli attacchi di panico (una sorta di Pet Therapy) – viene assunta allo zoo di Madrid dove si integra nel mondo degli animali e coopera all’arresto dei ladri che vi operano e che poi vengono rinchiusi (per punizione) nelle gabbia con gli animali. Con una conclusione festosa e umoristica. Certo, è un esempio significativo di questo gusto inventivo di marca surrealistica che ricorda le qualità di un Morovich, il solariano divenuto scrittore di avanguardia, inserito da Gianfranco Contini nella nota antologia Italie magique di racconti surreali novecenteschi. La fantasia di Pioli si allarga in un ventaglio molto ampio, toccando momenti di delicate visioni fantastiche (si pensi alla voce Per modo di dire) che ricordano il De Pisis di certe pagine (quasi prefelliniane) su Ferrara, e – su un altro côté – un gusto dell’assurdo (quasi al limite del nonsense) che richiama a momenti caratteristici di una tradizione comico-realistica o burlesca (in accezioni diverse) con relative sfilate metaforiche di cose e personaggi, o anche – per certi tratti – a un gusto alla Bosch o alla Bruegel (il Vecchio) e con la penna intinta nell’inchiostro di un Pasolini fantastico. Come nella splendida voce Funerali, a proposito di cerimonie strane e tristi, dedicate a “tutto quello che finisce di esistere”: «Mi han chiamato piangendo a un funerale di un pennarello, c’erano maestre, bambini, cani, un prete ha parlato di lui neanche fosse Padre Pio, diceva che scoloriva gli ultimi tempi ma ha sempre fatto il suo dovere, generoso, buono, il pennarello era buono […] Ai funerali delle idee c’erano tutti i libri di filosofia portati su un carro trascinato dai maiali, seguito da antilopi, da falchi, da dromedari ma non c’erano uomini, non erano adatti al funerale delle idee eppure li avevano fatti loro quei libri. Il più bel funerale cui ho assistito quest’anno è

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stato quello di un pallone sgonfio, era l’ultimo del quartiere poi non ce n’erano più, alla fine i bambini hanno deciso di usarlo ancora e se lo prestarono, il prete c’è rimasto male era pronto al funerale». Altre voci richiamano al gusto della catalogazione espressionistica di tratti comuni a diversi generi di persone o di contesti propria del grottesco, come in Bocche o in Occhi di Egon Schiele: «C’è un posto a Villa Borghese dove vendono le bocche dei politici, le bocche delle attrici, e quelle dei calciatori[…]. Ieri sera ho visto la bocca di un ragazzo spastico che cantava Mamma in una chiesa con il coro delle voci bianche. Ha pianto la sua mamma. La bocca di Pasolini morto l’hanno venduta all’asta per tanti soldi, la folla ha incendiato l’edificio ma la foto non si è trovata. A un gioco a quiz chi rispondeva per primo prendeva la bocca di un bancarottiere, c’era una folla che voleva partecipare ma la bocca era una sola, per ora»; «Da anni si favoleggiava a Lucca che ci fosse uno che vendeva gli occhi di nascosto[…]. Ora in giro c’erano milioni di occhi dei morti, morti in guerra, gli occhi di Leopardi, gli occhi della Masina, gli occhi dei carrozzieri, notai, scienziati, dittatori, un comico aveva addosso gli occhi di un criminale, ma faceva il cardinale e aveva addosso gli occhi di uno strozzino. Diceva anche che tutti gli occhi dei nostri parenti morti girano intorno a noi, ci sono sempre gli occhi dovunque andiamo». Questa sensibilità visionaria di Pioli produce anche tratti dell’orrore , come quella voce Moschicida – di grande impatto grottesco – che sembra l’epilogo comico-horror di quel tragico che era stato espresso da Robert Musil nello splendido racconto La carta moschicida. Il procedimento di questo splendido abbecedario sembra ben illustrato nella voce Dimenticati, dove si fa riferimento a un vecchio cannocchiale che serve ora non a ingrandire le cose ma piuttosto gli “stati d’animo”, a evidenziarli attraverso lampi di colori vari corrispondenti a situazioni come la timidezza, la pazienza, i vari tipi di cattiveria, le invidie, le gelosie. Il campo problematico del libro di Pioli comprende – polemicamente – sia atteggiamenti, comportamenti, modi di essere caratteristici degli “integrati”, dei protagonisti di una società dei consumi che livella e crea stereotipi (come in Esercizi), sia pure quelli degli emarginati, degli esclusi (come in Eliminati, che racconta – tra l’altro – la progressiva distruzione di Luciano Bianciardi a opera del «soviet della cultura, quello dei premi letterari, delle case editrici, delle marchette sui giornali»). Un mondo dove la competizione e

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la conflittualità sono sempre in agguato, dove si dovrebbe – forse – insegnare già ai bambini comportamenti diversi, come si legge nella voce Giostra: «poi dico a mio figlio che la giostra ci insegna a vivere. Lui non capisce perché. Io gli dico che la giostra ci insegna a non superare, lì non puoi superare come in strada, come in gara, come in ufficio, sulla giostra devi stare lì a guardare gli altri, sì è un po’ una tortura dice lui». Forse il senso di questo abbecedario è reso particolarmente bene in una voce come Grand Tour, dove alla nobiltà del titolo (il viaggio degli aristocratici dell’ancien régime per vedere le cose importanti d’Europa serviva a diventare classe dirigente) corrisponde un aggiornamento, ai nostri giorni, per indicare viaggi istruttivi di nuovo tipo, non nei luoghi turistici ma in quelli dell’orrore, dove i bambini vengono sfruttati come degli schiavi («Dopo il Grand Tour l’obiettivo era chiudere per sempre quelle fabbriche dell’orrore»). E la categoria che interpreta ed è attenta a questa realtà appare quella dei poeti, ignorati peraltro dalla gente («Gli ignoti più belli in Italia sono i poeti»). La gente vuol altro: «gli italiani non han preso quei libri, han comprato le pentole, le giacche, le auto, le puttane. Compran mica le poesia» (Ignoti). L’Utopia: insegnare la passione della poesia magari attraverso le figurine (ogni mezzo è buono); arrivare a portare al potere gli Ignoti, i Poeti Ignoti. Del resto, Mammamia scrive versi provocatori (a volte tra Berni e Tristan Tzara, tra il burlesco e il Dada) che riguardano per esempio chi non ha voce in capitolo, rimane emarginato ma… meglio così (In fondo), versi per ricordare le madri (vere o mancate) nei loro lati teneri, difficili, tragici (Madri allo specchio) o per smascherare gli “artisti” del degrado del mondo e della civiltà: quelli che sono senza coscienza, apparentemente i vincenti : «Sono ancora vivi questi artisti, perché chi delinque si reincarna di più di chi lotta per gli altri». (Mai visti). Un messaggio forte, distruttivo-costruttivo, di denuncia ma anche di fede, per dissacrare ma anche per consacrare. Il positivo del negativo di questo singolare, atipico, abbecedario. Elvio Guagnini

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Tito Pioli

Alfabeto Mondo romanzo abbecedario


A mia madre Mariolina


Negli insegnamenti che ti impartirò io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istitutivo, tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti di cui il laicismo consumistico ha privato gli umani trasformandoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci .

Pier Paolo Pasolini

La storia di Mammamia e Clelia

Mi chiamano Mammamia, le sento le voci nella corte del palazzo antico di via del Biondo a Lucca, «Povero Mammamia», «che disgrazia Mammamia», «che croce per sua madre!», «che vita orrenda», queste sono le voci che sento tutti i giorni. Io sono coricato su un letto da cinque anni dopo un incidente non mi muovo più e la mia voce rimbalza in quella corte antica, «Mamma, Mamma, Mamma» quello so dire a distanza di pochi secondi di un mamma dall’altro. Ho un viso angelico, gli occhi azzurri, sembro l’immagine del pittore Parmigianino allo specchio convesso, ma sono una bellezza malata, la cosa più feroce del destino, una bellezza inutile. Poi un giorno mia madre Clelia mi ha portato a casa un Abbecedario illustrato dell’inizio del Novecento e con le lei abbiamo cominciato a sfogliarlo, e tutti nel palazzo si chiedevano come mai per ore non si sentiva quel «Mamma, Mamma» cadenzato, io che cercavo la mia mamma, io e lei siamo entrati in quell’abbecedario come d’improvviso, in un altro mondo siam finiti e ve lo racconto, io disgraziato quarantenne in un letto e mia mamma con le rughe sul volto. A volte da quella mia stanza sentivano le voci di un bambino che urla, che ride, che piange e nessuno capiva cosa succedeva, nessuno aveva il coraggio di entrare nella nostra stanza, avevano paura di noi, non capivano che in quel momento in cui entravamo nell’abbecedario io tornavo bambino e la mamma tornava ragazza e cambiava la sua voce.


Io Mammamia e mia madre Clelia un giorno ci siamo trovati tra gli alberi e la mamma mi raccontava e io mi guardavo intorno vestito con il grembiule blu come a scuola e non più con il viso pieno di rughe e la barba e la bava alla bocca come sul letto e le unghie sporche, tra gli alberi ero pulito e con il viso che profumava di borotalco… e con la mamma camminavamo tra gli alberi di periferia…

A Albero Tutti gli uomini dovrebbero riconoscersi in un albero, lui ha le radici come noi, il fusto come noi abbiamo il corpo, ha la chioma nutrita dal sole come noi abbiamo il cervello nutrito dalle esperienze, dagli errori, dagli orrori, dal dialogo. Se leggiamo ai piedi di un albero ci sentiamo protetti come mai tra gli uomini. Ci sono uomini che sono stati uccisi ai piedi di un albero e l’albero è l’unico che ha pianto inascoltato. Un albero è un abbraccio continuo che noi non capiamo e non contraccambiamo. Chi recide un albero dovrebbe essere abbattuto anche lui per capire la muta sofferenza. L’albero ha la fortuna di essere sempre in contatto con la nuda terra e la sua linfa, noi nella terra piantiamo cemento e ossa. È bello abbracciare il tronco di un albero perché lui ci sarà sempre e non ci tradirà come potrebbe fare un corpo umano. L’albero non ha bisogno di cure, non ha parenti se non gli uccelli, l’albero si spoglia d’inverno e fa l’amore con il vento e urlano io li ho sentiti ma non hanno freddo anche se sono nudi. L’albero ogni stagione nasce e muore, muore e nasce mentre

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noi sopravviviamo ai delitti e alle carezze. Se ci sediamo sul tronco di un albero sentiamo che lui è vivo, lui parla, lui urla e gode. Bisogna ascoltare il dolore che non urla, l’albero se lo guardiamo fisso nel tronco tace intimidito, come tutti i grandi amori a volte non hanno bisogno di parole. Hanno trovato un uomo impiccato ad un albero, i becchini hanno portato via in una cassa l’albero e il feretro è stato seguito da centinaia di persone, l’impiccato è rimasto lì per terra sul suo cranio hanno attecchito violette. Una ragazza polacca di nome Magdina ha scelto di partorire sotto un albero di un cimitero e così tra le donne del mondo è cominciata la tradizione di partorire sotto gli alberi dei cimiteri. Ora si sentono i vagiti dei poppanti mischiati alle urla di dolore di chi ha perso la sorella. Gli alberi lungo viale Forlanini non li guardava nessuno così il Comune ha deciso che chi vuole può sposarsi sopra ad uno di questi alberi e banchettare in mezzo alla strada, così i motori si dovranno fermare per almeno tre ore. Un ragazzo si è schiantato con la macchina contro un albero, la madre del ragazzo ha portato via l’albero e lo ha piantato nel suo giardino e lo cura come se fosse suo figlio. Alessandra l’attrice una domenica sera decise di andare a pregare ai piedi di un albero sotto alla curva dello stadio. Alessandra ricevette insulti, risa di scherno, sputi e calci ma lei pregava in silenzio con i vestiti strappati e urlava che non stava recitando ma che pregava davanti ad un albero e lo avrebbe fatto per tutta la vita. Io per giorni dicevo “Mamma, Mamma, Mamma” in via del Biondo a Lucca, io chiedevo a mia mamma perché nessuno ti applaude da sotto che mi stai curando, e lei diceva che odiava il gesto dell’applaudire, sul giornale ho letto che uno ci ha fatto un mestiere, andiamo a conoscerlo vestiti e lavati i denti prima e non dimenticare la canottiera sotto… siamo andati da Luca…

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Applauditore Era un mestiere come un altro Luca Ferro lo aveva capito tra i primi. Luca andava ad applaudire ai matrimoni, fuori dalle Questure dove uscivano gli arrestati, agli spettacoli dei comici, ai comizi dei partiti, allo stadio, aveva cominciato giovanissimo con quel mestiere e si curava molto le mani che erano il suo strumento di lavoro, andava regolarmente dalla manicure, si metteva creme. Le trasmissioni televisive furono una manna per Luca, ma il ritmo degli applausi era frenetico, Luca era chiamato da molti autori televisivi perché aveva una resistenza formidabile nell’applaudire, anche per ore. Si cercavano applauditori mica fischiatori nel mondo. Provava ore allo specchio Luca Ferro in tempi di crisi quello era un mestiere pagato. Anche di notte Luca Ferro esercitava con sua moglie dopo aver fatto l’amore e poi applaudiva la panettiera, il commercialista, i gabbiani, la postina, le vetrine dei negozi, le rose a maggio. Ferro mostrava la tecnica per applaudire più a lungo e mostrava il palmo della mano, molti lo invidiavano per la sua resistenza, tutti lo cercavano, ai congressi dei partiti, alle convention delle aziende. Poi con il tempo Ferro si accorse che ogni tanto si interrompeva e sbagliava l’incrocio delle mani. Era triste vederlo nascondersi nei vicoli di Roma e provare l’applauso senza successo e urlare disperato. Ferro prese a sudare di giorno e di notte, anche i responsabili delle trasmissioni se n’erano accorti, Ferro vedeva che il suo ritmo era rallentato. Una mattina si alzò dal letto Luca Ferro e non riusciva a battere le due mani, faceva sforzi orrendi con le braccia e con l’espressione della faccia ma non ce la faceva. Ferro si sentiva perduto pensava fosse una cosa psicologica mica una malattia, anche i medici non capivano, che lui era sano. Era una paralisi che gli prendeva le mani e la faccia, lo portarono in una trasmissione di successo e come al circo lo

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applaudivano se riusciva ad avvicinare le mani una all’altra. No non era una sconfitta, da comparsa ora Luca Ferro era diventato protagonista, era trattato come un pioniere dell’applauso, uno da imitare. Luca era paonazzo in faccia, il pubblico si alzava in piedi in segno di grande rispetto e applaudiva come agli Oscar. Ferro il suo dovere lo aveva fatto fino in fondo, il figlio in trasmissione davanti a tutti diceva che voleva diventare come suo padre. Uno che applaude è una manna per tutti, politici, capitani d’industria, padroni di squadre, Papi, stilisti, lunga vita a Luca Ferro. Un giorno ho detto a mia mamma come sarebbe in armonia questo palazzo se non ci fossi io che chiamo la mamma e lei mi ha detto che ero io l’armonia, che se non c’ero io quel palazzo sarebbe stato una disarmonia… io non ci credevo… Mia mamma una mattina mi ha preso per mano e mi ha detto ecco cosa sono le Armonie nel mondo… mi ha scritto una lettera e me l’ha messa in mano da leggere…

Armonie Le disarmonie sono le uniche armonie, mica i fiori sui balconi, mica il sole al tramonto, solo le disarmonie sono belle. Non mi avevi detto che il parlamento si occupava di arredare con colori i manicomi. Io avevo capito che si organizzano cocktail nei campi rom, che le puttane confessavano tutti noi in chiesa. Vorrei svegliarmi e vedere i motori di tutte le macchine esplodere nello stesso istante e non funzionare mai più e gli uomini piangere perché fermi e con le mutande piene. Uno cammina e vede il sangue parlare di uomini, le pistole impugnare le mani e fare a pezzi gli uomini, uno cammina e vede che si fanno leggi per fare le lapidi alle margherite morte. Ho visto lapidi per le mani mozzate in fabbrica, per i giocattoli senza braccio, dove siete voi che non vedete queste lapidi che vedo io?

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Ho visto cortei di migliaia di persone per restaurare statue, ho visto ferie nelle discariche, lezioni di scuola nei cessi pubblici e ogni tanto un allievo alza la mano e si va in classe, ho visto mettere in cassette di sicurezza la frutta finta, il cassiere deve stare serio altrimenti è meglio che lo picchi. Queste sono armonie che rilassano, che eccitano. Ho visto giornali rosa con foto di bestie, di gazzelle, di dromedari, di antilopi che scopavano. Ho portato un Pinocchio di legno all’ospedale e mi hanno riso in faccia ma lui aveva una gamba spezzata, le persone dentro alle foto sono rientrate nel mondo e quelle al mondo sono state buttate dentro alle foto. Le cicche gettano giù gli uomini dai finestrini delle macchine, i cani addestrano gli uomini al guinzaglio, lo sciacquone tira giù nel buco gli uomini, gli alberi scalano il nostro corpo. Voi ragazzi dormite ma succede questo e da tanto tempo. Se una mattina piovessero i ricordi e tu li potessi bere come a colazione, torneresti altro. Se nevicassero le parole non dette e tu le prendessi nel ventre per sempre adesso le pronunceresti quelle parole non dette. La gente finalmente indossa le cortecce degli alberi, mangia le nuvole nere che riesce a catturare con un colpo di braccio. Gli uccelli ci portano da mangiare le briciole sul balcone e noi siamo tutto il giorno attaccati ai balconi che aspettiamo un canto, un volo. Ho visto gli uomini tramontare ogni sera e il sole che guardava stupito, ho visto gli uomini calare nel cielo e la luna osservare le nostre evoluzioni, ora gli uomini ogni primavera sbocciano sulla terra, con le teste da bambino, la gente corre per vedere le prime teste che sorridono. I vestiti escono dai negozi all’improvviso e ci scelgono, mica siamo noi che andiamo da loro, arrivano così all’improvviso e ti si appiccicano al corpo. Tu non vai più a Roma se la chiami è lei che viene da te, se la chiami viene da te anche la foresta tropicale. Adesso gli uomini strisciano nelle fogne e i topi governano le città, e mettono trappole per la de-umanizzazione. Che Armonia.

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Mamma, Mamma, Mamma risuonava nella corte di Via del Biondo. Nel quartiere qualcuno parlava della bellezza di quel l’uomo immobile su un letto e alcune volte Alessandra la buddhista con la faccia da indiana e altre ragazze si sporgevano dalle finestre per vedere il volto di Mammamia e lo chiamavano con voce flebile e poi più forte. Poi arrivava il silenzio e mia madre Clelia mi ha detto, andiamo dentro una fabbrica che non c’è più e mi ha preso per mano… puoi essere uno che aveva una fabbrica, sentire quello che si prova… mi ha detto la mamma e io mi sono messo la giacca e la cravatta come i padroni… come loro ero vestito…

Assenze Io sono giorni che vado a camminare dentro la fabbrica di cui ero proprietario. Ma la mia fabbrica è vuota, non c’è quasi più niente mi hanno pignorato tutto, ho perso tutto in pochi mesi. Mia moglie mi dice di stare lontano da qui ma io ci ho passato venti anni da padrone assoluto, qui alla fabbrica dei profumi io non ce la faccio. Sono qui come un cane da caccia con lo stesso movimento della testa che cerco i profumi di gelsomino, di vetiver, di lavanda, di muschio, sandalo, li cerco come la droga ma per ora non li sento, io mi sono nutrito di questo e ora mi tolgono il pane. Non li vedo i profumi perché i profumi si vedono hanno una forma i profumi, tutti diversi, sono mille curve diverse tra una tuberosa e un bergamotto ma se lo dici in giro sorridono come a uno scemo. Faccio finta di sedermi alla mia scrivania, faccio finta di parlare con Milano per ascoltare gli ordini della nuova collezione di essenze, impartisco ordini ai miei collaboratori, rido e urlo come ho sempre fatto. Sembra tutto come un tempo, vedo il disegno liberty alla parete, vedo le teche con i profumi da collezione ma dentro non ci sono, son arrivati dei soldati e hanno rubato i profumi me lo immagino così, i soldati che saccheggiano per profumarsi e andare alla battaglia con un alone che li protegge, per essere più forti. Io avrei dovuto fare i profumi per i soldati mica per le ragazze o le anziane signore.

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Questo è stato l’errore, la guerra funziona sempre, profumi da guerra dovevo fare. I telefoni suonano li sento, corro, le mie impiegate arrivano trafelate con gli ordini, poi vado nella fabbrica vera e propria ci sono ancora le macchine per imbottigliare, qui nell’assenza dell’essenza vedo ancora le facce delle mie operaie, ora sono fotografie, solo fotografie ora sono le facce, vedo le loro mani, il loro sguardo intimidito e fiero. Avrei dovuto guardare meglio in faccia le mie operaie, mi son perso l’essenza. Al reparto grafico faccio una riunione intorno a un tavolo vuoto e parlo delle nuove etichette, di un nuovo marchio, poi prendo una pillola e un bicchiere d’acqua, mi getto sulla tazza del water e vomito due, tre volte sono debole, ma la fabbrica deve andare avanti, devo trovare quei profumi, mi basterebbe solo sentire ancora quei profumi uno per uno. Vedo il cartello davanti alla fabbrica in vendita, e piango come un bambino. Uno che ha tanto sbagliato e ora è in castigo. Sono davanti al vecchio e arrugginito badge per i timbri delle impiegate, lo pulisco con il fazzoletto che tengo nel taschino della giacca, come se potesse servire ancora, faccio il gesto di mettere il badge, io ci sono, io timbro, ci sono ancora alla fabbrica voi dove siete? Soldati dove siete che avete portato via tutto, vincerete voi, io perdo. L’Intermezzo della Cavalleria Rusticana è la colonna sonora del mio calvario ma le mie operaie forse loro non avevano nemmeno la musica nel loro calvario. Ma si chissenefrega, io cerco i profumi, io sono un artista, io sono un esteta. Sentivo un profumo, inseguivo un profumo ormai verso sera, correvo per le scale nella fabbrica abbandonata, come in una caccia al tesoro, poi di schianto nei cessi, decine di boccette mezze piene gettate come in una fuga selvaggia. Nei cessi rotti, sentivo e mi chinavo a terra come una belva, c’era il mughetto, la malva, il muschio, il bergamotto, la violetta, nei cessi erano finiti tra l’odore di piscio, ma io ne aspiravo uno ad uno come droga, e li guardavo uno per uno perché tutti avevano forme diverse quelle essenze, si toccavano con le dita,

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io le bevvi come vino perché restassero per sempre con me. Ero a terra ubriaco di essenze e di assenze nel cesso della mia ex fabbrica. Mia moglie è venuta a prendermi io sudo non mi reggo in piedi mi sorregge fino alla macchina, io le dico che non tornerò più che ho nuove idee, via da quell’inferno. Profumi per soldati farò, questa è la nuova sfida. Profumi per la Cavalleria Rusticana farò.

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Nota

Se dovessimo chiedere a Tito Pioli, girata l’ultima pagina di Alfabeto Mondo e chiusa la copertina quasi di scatto, con la stessa rapidità da page turner cui ci ha abituato il suo romanzo, e pur conservando ancora per un poco il sorriso sotteso da quella leggera tensione che la lettura ci ha stampato sul volto, se dovessimo, si diceva, chiedergli in che misura si definisce romanziere, lui, scrittore soprattutto di romanzi a episodi, di certo risponderebbe: “sono un narratore, non un romanziere”. Bene, tornano molte cose, allora, alla resa dei conti: un romanzo con una cornice narrativa che lo contiene e lo giustifica, certo, ma con un’esplosione feconda di nuclei all’interno, quasi indipendenti, che funzionano perfettamente come monadi, racconti – dotati di trame a sé stanti e traboccanti di fantasie, iperboli, surrealtà talvolta persino magrittiane. Una prosa veloce, che suggerisce poco la tranquilla lettura meditativa, ma che incalza come in un sogno, nutrendosi di tutta la materia del possibile e dell’impossibile. Somiglia, Alfabeto mondo, a quelle crostate alla crema - e sono quelle che preferisco - la cui pastafrolla contiene a fatica la crema che il pasticcere ha profuso all’interno, sia per voluta, intima fragilità dell’intelaiatura, sia per la forza espansiva del caro, gratificante ripieno. Che idea di romanzo, dunque? Tito Pioli è per un’idea di romanzo sostanzialmente sterneriana: gli interessa polemizzare con le strutture narrative classiche, quelle che provengono dal romanzo borghese dell’Ottocento e che hanno percorso, seguendo itinerari carsici e fortune altalenanti, anche la narrativa del secolo scorso; dopo aver conosciuto picchi, bassopiani, pianure, alture, pendii, ancora adesso vivono, o vivacchiano, sotto varie forme. Un antiromanzo, dunque, Alfabeto mondo. Perché? Perché per Pioli, l’antiromanzo, che pure ha una sua blasonata storia, è un modo di combattere la mercificazione del prodotto culturale odierno.


Eppure Pioli si è nutrito anche d’altro, penso ai suoi amati classici dell’Ottocento, ma non solo. Se l’esperienza della letteratura francese, ad esempio, Zola in primis, lo ha abituato all’osservazione minuziosa della società, nelle sue pieghe anche più riposte, Svevo lo ha educato a dissotterrare (da un sottosuolo di provenienza dostoevskiana) i più reconditi sotterfugi psicologici e le piccole fandonie interpersonali; Dickens, d’altro canto, gli ha insinuato un sottile umorismo, la capacità di creare caratteri e macchiette che scivolano sull’ondulato versante del comico. Da Pirandello, invece, gli proviene la consapevolezza del paradosso che sta dietro ogni convenzione sociale. Tutti ingredienti che funzionano attivamente nella scrittura di Pioli, pur rimanendo invisibili in quanto completamente assimilati. Sotto la regia dello scrittore parmigiano, che li confonde in un pastiche vulcanico e sempre imprevedibile, si rivelano di volta in volta strumenti affilati che gli servono per investire la sua scrittura d’una missione: la denuncia dell’ipocrisia dell’uomo attuale (scrittore e lettore), vittima più o meno consapevole, anzi, a dire il vero supinamente complice, dell’industria culturale, come si diceva. Per Pioli l’industria culturale è un inquinamento parallelo a quello del corpo e della natura, un atto di ubris, empio come una contaminazione; corrisponde al conformismo sociale, quello delle mode o delle regole del bon ton, tutte cose per lui artificiali, innaturali e altamente disumanizzanti, perché intaccano le libertà. Tale denuncia, tuttavia, non può che passare attraverso la frattura dell’organicità della struttura delle formule letterarie più vendibili. Vendono i libri dei personaggi già famosi? Ebbene, io non lo sono, tanto per cominciare, sembra dirci l’autore. Si scrive al computer? Sul tablet? Seduti al tavolo? O magari su blocchetti improvvisati, che fa ancora tendenza… No, io ho sempre scritto a letto, con la penna, sdraiato. Pigro. Accidioso. Come un ipocondriaco. Antiborghese. Senza orari. Lui, ad esempio, cena alle diciotto e trenta. Come i malati in corsia, che a volte imbocca, o ha imboccato, in veste di volontario. Vendono le saghe, le serie, i libri costruiti sopra una formula vincente come una fiction a stagioni? Ebbene il mio romanzo, sembra continuare a dirci, non prevede seguito organico

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alcuno, anche perché, volendo, potrebbe proseguire all’infinito: basterebbe allargare la cornice, inserire altri nuclei all’interno, così come, del resto, potrebbe contrarsi sino allo spasmo, divenire un solo racconto. Vendono le storie vere? Quelle che odorano più o meno vagamente di cronaca? Ecco, i miei personaggi sono sì tratti dal vero (alcuni provengono da identità precise, sono persone che ho incontrato, sono conoscenti, amici…), eppure li rendo solo parzialmente riconoscibili, perché li trasfiguro. Così, direbbe. Possiede, Pioli, un estro moltiplicatore di immagini, suoni, colori, cui, con autentico, folle, ingenuo, entusiasmo infantile dà libero sfogo nella scrittura. Sterneriano sì, dunque, ma non troppo: perché in realtà la polemica è solo sottesa. Non alza la voce. Non è esplicita o dirompente, alla fin fine, dalla missione, ci si distrae, e il lettore, trascinato dallo scrittore, si perde in un labirinto seducente, naviga nei mille rivoli di quella sostanza che Pioli diffonde a piene mani dai suoi alambicchi; le parti metanarrative si riducono a stilettate, a frecciatine, dette in sordina. No, a lui, in fin dei conti, la polemica esplicita non interessa, a lui interessa unicamente essere se stesso. Scrittore nato, non diventato o prestato. In fondo, è l’esistenza stessa di un romanzo come questo, di un antiromanzo nel 2015, così libero, fanciullesco e fantasioso a sottoscrivere la denuncia, a determinare la volontà di scalfire la granitica solidità dell’industria culturale, del libro-merce; dello scrittore-personaggio. Pioli, del resto, accosta le frasi come se fossero mattoncini colorati, con un caratteristico scatto della virgola che lo rende inconfondibile e che si ritrova anche nella sua passata esperienza di cronista. Non c’è un centro catalizzatore; non c’è una spinta centripeta che tenga fermo il romanzo; Alfabeto mondo gira sul proprio asse, come un pianeta. Sia chiaro, la cornice del romanzo non è boccaccesca, cioè saldamente organica, tale da incasellare o incastonare le storie. Piuttosto, un pretesto per dar vita alla materia magmatica dei suoi nuclei interni. La cornice, è, paradossalmente, uno di quei ventricoli pulsanti che vivono all’interno e battono all’unisono. È come se ne avesse preso uno, a caso, e ne avesse fatto la cornice!; ma avrebbe potuto prenderne benissimo un altro.

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Ricorda quindi, questa struttura, più il secentesco e barocco Cunto de li cunti del Basile, in cui una fiaba fa da cornice alle altre, più che il rigoroso sistema del Boccaccio. Vi sono, in queste pagine, innumerevoli spinte centrifughe che stanno in uno stesso campo, senza uscirne, soltanto in virtù d’uno strano magnetismo. Questo magnetismo, non soltanto per chi conosce l’autore, per chi lo ha seguito sin dalle sue Prove d’Attacco , fin dai suoi racconti pubblicati sporadicamente sulla pagina culturale della «Gazzetta di Parma» - prevalentemente alla domenica - o letti agli amici nelle librerie, nei ritrovi, alle mostre o a teatro, è un magnetismo di stampo morale. Una forza morale pervade le sue trame interne, le sue vicende, una forza morale di stampo sociale che si aggiunge alla missione morale di stampo letterario di cui sopra. Questo romanzo ha dunque un’antistruttura cui corrispondono un’antiscrittura e un antimorale del profitto. I suoi personaggi cavalcano, al limite della verosimiglianza narrativa, un mondo che galleggia un metro più in alto di quello in cui brulicano o si avvoltolano gli uomini odierni, i cui piedi di piombo fanno rimanere saldi su necessità standardizzate da una volontà di vivere di stampo neanche troppo schopenhaueriano; lavoro, famiglia, profitto, onestà, salute, in opposizione al loro contrario speculare: inattività, dispersione degli affetti, indigenza, criminalità, malattia. La dialettica tra questi opposti dualismi determina la cancellazione dell’individuo odierno. Chi vive la vita secondo uno di questi due opposti parametri o in funzione della opposta dialettica tra essi non vede niente, perché si sporca dello stesso fango. Solo chi rinuncia alla vita - anche per un attimo, beninteso - come i poeti, come i clochard, i sognatori, gli artisti, come i suoi personaggi, che sono funamboli dello spirito, conserva un punto di vista capace di criticarla. La cultura, meglio, la lettura, risulta un mondo metafisico in cui solo può rifugiarsi il senso critico di ognuno, per poi uscirne rinforzato e riprendere il confronto traumatico con il reale. Non a caso, come in uno strano Jumanji, i personaggi si rifugiano in un abbecedario. L’Abbecedario, tuttavia, è un microcosmo parallelo, contiene il bene ed il male. Rifugio sì, ma non idillio. I personaggi di Pioli, insomma, negano un’esistenza

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normale o normalizzata, alla ricerca faticosa, perenne e testarda di una morale dell’altruismo che diremmo persino candidamente francescana, priva di orpelli didascalici, di inquietudini; in cui si può parlare con gli animali, con gli alberi, con gli oggetti. Lieta. Camillo Bacchini

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Ringraziamenti: al professor Guagnini, a Leandro e all'Editore che hanno creduto in questo romanzo. Grazie ad Alessandra Caturegli, che mi ha ispirato il protagonista, Antonello Nobili Saiz e Alice Pisu della libreria Diari di bordo e infine Alessandra Azimonti


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Alfabeto Mondo di Tito Pioli  

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