ETERNA 3388

Concept di Devid Ciampalini
Scritto da Claudio Kulesko
www.devidciampalini.it ambientnoisesession@gmail.com 2024
L’Assemblea del Vuoto dà inizio alla seduta.
Un brusio percorre l’emiciclo che domina l’immensa stanza bianca. Gli uomini e le donne radunati sugli scranni sussurrano nelle orecchie dei vicini, ben attenti a non farsi udire da chi siede più in alto o più in basso, gli occhi puntati sul podio al centro della sala. Una presenza aleggia nell’aria, trasportata dagli echi della fama e del prestigio.
L’ospite del giorno non è un politico, uno stratega o un ambasciatore. La sua arte è più recente, meno radicata nella storia profonda della specie, più misteriosa. Sacerdoti, accademici, burocrati, politicanti: sugli scranni, i sepolcri imbiancati fremono al solo pensiero che le farneticazioni di un metaumano siano riuscite ad accedere alla più pura, alla più integerrima, alla più terrestre delle istituzioni.
Dal divisorio che separa l’Assemblea dalle stanze degli oratori fa capolino una figura minuta. L’apparizione strappa i deputati alle loro conversazioni, li inchioda agli scranni. Il giovane tecnico imbarazzato mette mano al microfono, ne aggiusta l’inclinazione, batte due volte il dito indice sull’imbottitura. Due tonfi derisori galleggiano nella stanza. Mentre il ragazzo si defila, scivolando ossequioso lungo la parete, fa la sua comparsa l’ospite.
Immanuel Swedenborg, Maestro dell’Espressione, entra nel Sinodo, rivestito dal suo involucro sintetico. Con passo deciso e senza neppure degnare i presenti di uno sguardo, raggiunge il podio, ne sale i gradini. Sposta a destra e sinistra l’asticella del microfono. Poi, solleva lo sguardo, si schiarisce la voce, e comincia a parlare.
Capitolo 1
«Stimati senatori e senatrici di Eterna, siete qui oggi, per decidere di una questione di vitale importanza.»
Swedenborg fa una pausa. Si guarda attorno per saggiare la risposta del pubblico. Alcuni incrociano le braccia; altri si sporgono in avanti, puntando i gomiti sugli scranni, quasi stessero per assistere a un’opera teatrale; altri ancora lo fissano, immobili.
Nel bene o nel male, li ha in pugno.
«A nord, gli Oruktos risalgono il deserto, assalgono le nostre carovane, saccheggiando merci delle quali non hanno alcun bisogno. Il loro è un moto di rivolta fine a se stesso. E se gli uomini di pietra non sono nuovi alla dissidenza, lo stesso non si può dire del popolo verde. A occidente, gli Atzitzs invadono il pianoro, irrompono dai boschi e dai pantani, assorbono i nostri campi coltivati nel groviglio, contaminano le acque e immettono azoto nell’atmosfera.»
Qua e là, qualche deputato si alliscia la barba o giocherella nervoso con il primo oggetto che gli capita tra le mani. Buon segno.
Swedenborg afferra l’asticella del microfono tra il pollice e l’indice della mano destra, quasi fosse lo stelo di un fiore. Alla luce artificiale, le dita sintetiche baluginano come posate d’argento.
«Dopo quarant’anni, il conflitto che ci siamo lasciati alle spalle nel Giorno della Fondazione, torna a tormentarci. A pagarne le spese, sono le città e i villaggi che i nostri antenati hanno contribuito a erigere.»
Swedenborg trattiene il respiro e, assieme a lui, l’intera Assemblea. Abbassa lo sguardo, con fare pensoso. Quando lo rialza, le sue parole bucano il silenzio come colpi di pistola.
«Ma la fatwa non è la strada per un futuro migliore.»
Per un attimo, l’Assemblea resta sospesa come una palla lanciata a mezz’aria. Poi, un uomo in completo da mercante scatta in piedi e punta il dito contro il Maestro dell’Espressione.
«Può permettersi di dire certe cose perché non è lei a perdere un carico a settimana!»
Il mercante abbassa il braccio, ma non accenna a tornare al proprio posto. Il vicino prova a placarlo, lo afferra per la giacca, ma l’altro lo liquida con un gesto brusco.
«Questo succede quando si invita un mutante a parlare in assemblea.»
Borbotta un altro mercante, qualche scranno più in là.
Una donna in quinta fila, abbigliata alla moda dei burocrati di alto rango, abbassa lo sguardo e comincia ad armeggiare con il palmare. Uno dopo l’altro, i senatori più giovani la seguono.
A nessun altro sarebbe mai potuto capitare di essere interrotto così, nel mezzo di un discorso all’Assemblea. Swedenborg mantiene il controllo. Deve conservare le forze. «E ora...», annuncia con forza, lasciando che l’ultima vocale riecheggi per la sala, «vi mostrerò perché».
Gli occhi bionici scompaiono sotto palpebre di lattice. China il capo, fin quasi ad affondare il mento nello sterno gommoso. Il suo volto si fa quieto e vacuo, quasi fosse tornato alle impostazioni di fabbrica. Spalanca le braccia e comincia a emettere un canto lamentoso, baritonale, emesso a labbra semi-serrate. Poco a poco, l’attenzione di tutti comincia a tornare su di lui. Nello stupore generale, Swedenborg inizia a vorticare su se stesso, cantando e dondolando la testa e le spalle. Cantando e dondolando. Cantando e dondolando. Il suo canto rimbomba nelle mura della sala, nel controsoffitto, negli scranni, nel petto dei presenti, simile alla vibrazione di un vecchio congegno elettronico..
Capitolo 2
Sopra la testa del Maestro dell’Espressione, l’aria comincia a rapprendersi, si fa densa e opaca come una nube di metano. Sulla sua superficie increspata, prendono forma delle immagini. Vaghe, all’inizio, quasi allucinazioni; poi, sempre più chiare e nitide, sempre più alte al centro della sala.
Uno dopo l’altro, i senatori e le senatrici alzano gli occhi dai palmari per puntarli sulla nube psichica.
«L’Espressione!», grida qualcuno dalle prime file, ma nessuno sembra far caso a quelle parole. Sono tutti troppo presi dalle immagini che si dipanano sulla psico-tela di Swedenborg.
Dalle nebbie, emerge una macchia grigia in movimento. Uno sciame di puntini. Ombre. Sagome. Soldati della Fanteria Eternana nelle loro divise color antracite,
intenti a caricare un punto all’orizzonte, come in una di quelle antiche pellicole anteesodo. All’altro capo, nel punto verso cui è lanciato il plotone di fanteria, fanno la loro comparsa delle silhouette più chiare e imponenti: colonne di marmo che avanzano piano, lente come il tempo.
Un anziano generale in divisa esplode in un lamento strozzato. Non ha bisogno che l’immagine si faccia ancora più chiara per capire, perché risplende ancora, viva e micidiale, nella sua memoria. Spianatori Oruktos. Creature più piccole, simili a gargolle e ammassi di sale, si arrampicano addosso ai giganti di pietra o scorrazzano tra le loro immense gambe rocciose. Incursori di silice, membri di basso rango dell’ora nomade.
Swedenborg prende fiato e la trenodia torna a risuonare dalle sue labbra socchiuse. Il plotone d’assalto eternano occupa il centro dell’affresco. In quel preciso istante, dal punto più basso della tela emerge un nugolo di tentacoli guizzanti, simili a serpi nate dalla terra. I soldati inciampano e cadono, levano al cielo urla di terrore. Prima di schiantarsi sulla sabbia, una giovane donna piroetta su se stessa e lascia cadere il fucile. In quel momento, guarda dritta verso l’Assemblea, quasi stesse fissando il centro di un obiettivo, la mascella serrata, gli occhi spalancati come se si fosse appena svegliata da un brutto sogno. Il tentacolo che le si è stretto attorno alla caviglia risale rapido lungo la corazza, le avvolge il torso, le copre la bocca. Ora, tutti possono vedere che si tratta di una radice: un fusto verde-marrone, spesso quanto una gamba umana.
Un drone dell’Internazionale Interstellare solca il cielo rosso dominato dai due soli. Lascia cadere un oggetto oblungo sulla massa di creature minerali, con la stessa placida indifferenza con la quale avrebbe lasciato cadere una cartolina. L’oggetto sfreccia verso il basso. Esplode. Una luce accecante si espande e ammanta la tela, fino a invadere la sala dell’Assemblea. La visione di Swedenborg si tramuta in un pozzo luminoso. Per un istante, la luce continua a vorticare; poi, si sfalda come neve al sole, donando i suoi fumi ai condotti di aerazione.
Il canto di Swedenborg si spegne, man mano che il Maestro cessa di ruotare. È esausto, il fiato corto, le braccia tese lungo il corpo come uno spaventapasseri di lattice.
L’Assemblea lo fissa, attonita.
Swedenborg fa un passo indietro e scruta tra la folla. Sonda i volti uno a uno, così da accertarsi che l’Espressione abbia raggiunto tutti i presenti. Il mercante è ancora lì, in piedi, le braccia puntate sullo scranno. Ha gli occhi lucidi e trema.
L’emissario del Centro di Comando Terrestre batte il martelletto sullo scranno, strappando l’Assemblea alla trance nella quale è caduta. La seduta è chiusa. L’Assemblea si ritira per deliberare. Mastro Swedenborg è pregato di lasciare la sala e ritirarsi fino a nuova convocazione.
Swedenborg sfila piano lungo la sala. Attraversa il corridoio che porta all’uscita, accompagnato dal chiarore spettrale dei neon. È stanco, confuso, ma è anche certo in cuor suo, come non gli capitava da tanto, tantissimo tempo, di aver fatto la cosa giusta. Saluta la receptionist con un cenno del capo e quella gli risponde appena, sollevando
lo sguardo dal terminale. Le porte a vetro si spalancano con un sibilo, seguite dalla voce incorporea del sistema di sicurezza.
«Protocollo 47 per il controllo dei metaumani. Eccezione: Immanuel Swedenborg. Arrivederci e buona giornata.»
Fuori, il cielo è terso, l’aria tiepida. Al di là della cupola geodetica, i due soli si squadrano da una parte all’altra dell’orizzonte come due giocatori di baseball da una base all’altra. Uno largo quanto il fondo di un bicchiere, l’altro piccolo e opaco come una mentina. Tra essi, Protervia, la minuta luna rossa di Eterna, volteggia spensierata nel cielo. Fa pensare Swedenborg a una palla curva osservata al rallentatore.
Gli mancano l’erba sintetica del campo, il tessuto leggero delle divise, il peso sbilanciato della mazza tra le mani. Gli manca il suo corpo.
Swedenborg si incammina verso il suo laboratorio, dove lo attende un esperimento di visualizzazione amplificata da computer che ha lasciato in sospeso dal giorno prima. Il vialetto si snoda in un parco pubblico che occupa quasi tutta l’area centrale della cupola, che è grande più o meno quanto l’enciclopedia sostiene fosse grande la città di Parigi. A Swedenborg, però, non importa delle distanze: anche se dovesse camminare per più di mezz’ora, il suo corpo sintetico non accuserebbe alcun senso di fatica.
Mentre si costringe a questa marcia forzata, incontra una sua collega all’Accademia
Statale: l’ingegnere terramorfico Aretha Marshal’ah, da poco inserita a capo dell’unità di Intervento Iniziale Universale, IIU. La donna alta e bruna, per la quale Swedenborg ha sempre avuto un debole, gli stringe la mano e si congratula con lui. Ha seguito il suo intervento all’Assemblea in videoconferenza, dal suo ufficio, e le è piaciuto molto. Questo significa, ragiona Swedenborg, che Aretha è stata eletta non solo a capotecnico ma anche a membro stabile dell’Assemblea. Una posizione alla quale Swedenborg non potrebbe aspirare neppure se riuscisse a riottenere il suo corpo originale.
La scienziata continua a pontificare sulla necessità di espandere i confini della cupola geodetica, e di quella di preservare i buoni rapporti con gli indigeni. Due linee di pensiero così contraddittorie da costringere Swedenborg a distogliere l’attenzione dalla collega. Si sente a disagio, perché non ha mai ricevuto da lei tanta confidenza. E anche se il suo discorso anti-interventista l’avesse colpita al punto da suscitare in lei un nuovo sentimento di stima intellettuale, oltre che professionale, resta sempre la questione che lei è un’umana e lui un sintetico.
«…Non c’è dubbio che gli uomini di pietra abbiano profonde e complesse radici culturali, eppure, mi domando, se…»
Sta studiando una ciocca di capelli rimasta incastrata sopra il grazioso orecchio della donna, quando un liquido, nero simile a olio per motori, inizia a colare dall’interno dell’orecchio di Aretha e le sciovola lungo il collo, fin dentro la scollatura dell’abito.
«…È anche vero, però, che la stazione sta per raggiungere la sua massa critica…»
Swedenborg va nel panico. Pensa a un ictus o a un tumore in fase terminale. Non sarebbe che fare, come avvertire la sua interlocutrice, che continua a parlare, ignara. Fa per metterle una mano sulla spalla e zittirla, ma si accorge che anche la sua mano destra è sporca di quel liquido nero. Solo che, nel suo caso, il liquido non si limita a colare, anzi, è intento ad arrampicarsi lungo il suo braccio. Ed è rapido.
Come se qualcuno avesse premuto un interruttore nascosto sulla sua schiena, Aretha smette di parlare e si accascia sul vialetto di pietra.
Swedenborg urla, agita la mano per staccarsi di dosso quella roba, invoca aiuto. È tutto inutile. La melma nera, ormai, gli è arrivata al mento e nei paraggi non c’è nessuno in grado di salvarlo, perché sono tutti a lavorare o chiusi in casa per pranzo. Avverte una dolorosa fitta di solletico nelle narici e nelle orecchio e capisce di essere spacciato. Il terrore è così grande, la sua mente così sconvolta, che finisce per perdere i sensi.
Il suo ultimo pensiero è un accecante lampo di lucidità.
La guerra, è cominciata.
Swedenborg è caduto dentro di sé. Un buco nero senza inizio ne fine, che si spalanca lì dove ricordava esserci un intero universo. Tutto quel che vede è oscurità; tutto quel che sente è una cascata di sussurri che lo cullano e lo invitano a lasciarsi andare, a dormire.
Si guarda alle spalle e vede un altro se stesso che ruota e canta, ruota e canta. Il suo inconscio sta attivando l’Espressione, per riempire quel vasto vuoto di sensazioni e pensieri e memorie.
Capitolo 3
Il nero si tinge di mille colori. Swedenborg precipita in un groviglio tropicale. Innumerevoli specie di piante, funghi, arbusti e alberi colossali lanciano le loro radici al nucleo arcobaleno. Verso il suo cuore. Le escrescenze vegetali lo trafiggono e lo trapassano, lo invadono e lo permeano.
All’orizzonte, svetta un gigantesco fiore rosso e verde, che spande in ogni direzione un olezzo dolciastro di putrefazione. L’aroma incanta Swedenborg e lo trascina in basso, sempre più in basso. Il groviglio lo sta per divorare.
Ed ecco che, di nuovo, l’inconscio trova una soluzione. Crea una copia di backup dell’Io e della mente di Swedenborg.
Ora, nella coscienza del Maestro convivono due entità: la sua coscienza ordinaria, incarnata nelle spoglie del sintezoide, e un brulicare di Io che scalpitano e si agitano. La mente alveare dello szifir, la muffa parassita che gli scorre nel sangue e gli arriva al cervello.
Swedenborg si è smarrito tra milioni e milioni, forse persino miliardi di sé differenti. Si vede fluire da una parte all’altra, da un punto all’altro del piano infinito.
Cerca il terrestre che ha scoperto l’Espressione, la proiezione del sé nel mondo. In ogni dove, avvista tracce dell’uomo che ha rinunciato al proprio corpo per tramutarsi in puro sistema di pensiero, astrazione, immaginazione; l’ente immateriale che ha scambiato quella stessa condizione per una gabbia di silicio e la promessa della conquista interstellare. Ma non lo trova in nessun luogo.
Poco a poco, arriva a comprendere che quel girovagare non è casuale ma segue un ritmo, una direzione. È come un neurone che viaggia di sinapsi in sinapsi: una pura relazione tra gli elementi costitutivi di un intero. Moltitudine senza Sostanza. È un fiore blu acceso che brama rugiada, bagnato dalla luce lunare; l’attimo dopo, è un
rizoma che gratta e sonda la terra per farsi strada lungo la pianura; è un fungo bioluminescente, un parassitoide micorrize, una conifera che svetta più alta di qualsiasi edificio eretto dall’essere umano, ancora, ancora, ancora. Non riesce a non proiettarsi verso un altro che è altro nel momento stesso in cui vi si sofferma, come se stesse costantemente per svenire.
Poi, capisce che la Sostanza è quella moltitudine.
Le spore dello szifir lo trasportano lungo un invisibile tracciato vegetale, che si snoda lungo tutto il pianeta, fino ad arrivare a corrispondere con esso. Rammenta un’idea fugace, un concetto che alberga in una remota regione del suo vecchio sé: Anima Mundi.
Gli viene incontro la categoria di spirito, qualcosa che è non è una cosa ma si muove, muta ed evolve nel tempo. Il tempo: non lo aveva mai valutato da questo punto di vista, come la storia collettiva di una miriade di enti uniti in un misterioso viaggio collettivo.
Come in una costellazione psichica, l’Uno prende forma dalla concatenazione dei molti: il momento angolare in cui si coordina l’autocoscienza. Non solo non ha cessato di esistere in quanto Immanuel Swedenborg ma ora è anche in tutte le cose. Vive e respira in tutte le cose.
Se è un cespuglio di camelie eternane, percepisce su di sé gli abusi delle intemperie, la pioggia, la grandine, il baluginio cieco di soli ardenti; il tocco delicato di una bambina che coglie uno dei suoi fiori e lo strazio che segue alla mutilazione; le gioie miti e inoffensive della primavera. Attorno a lui, gli esseri umani passeggiano, corrono, ridono, piangono, gridano e fanno l’amore. La sua è una vita effimera, che si prolunga in flusso di intensa esperienza sensibile, di generazione in generazione.
Se è un possente abete nordico, rivive su di sé i rovinosi cataclismi che hanno plasmato la superficie del pianeta, i terremoti, le eruzioni e le alluvioni; nulla può turbare la sua esistenza superiore, elevata; il cielo si staglia tutto attorno a lui sotto forma di correnti d’aria calde e fredde, tepore, vibrazioni. Insediamenti, villaggi, città, nazioni, civiltà intere vengono fondate, si spopolano e collassano alle sue pendici. La storia è qualcosa che lo riguarda allo stesso modo in cui una luna riguarda il pianeta attorno al quale orbita. Un robusto senso di permanenza, che trova il suo centro nel cervello esteso della chioma.
Capitolo 4
La storia collettiva di Eterna si dipana sotto e sopra di lui, senza tregua. Una memoria organica che affonda nell’abisso del tempo profondo.
Vaste distese deserte, sature di umidità, percorse da gigantesche creature simili a pesci terrestri.
Il cielo si tinge di viola, rosso, giallo acceso. Tra le nubi si profila la sagoma infuocata di un terzo sole.
Swedenborg allunga una mano in direzione del suo Sé primigenio, afferra un ricordo: Amanutek, l’asteroide che ha spazzato via la prima biosfera di Eterna.
Un boato. L’impatto solleva uno tsunami di terra e polvere, che degenera presto in una tempesta di polvere.
La morte si diffonde ovunque come un’epidemia. Le coscienze che sciamano tutto attorno a Swedenborg si affievoliscono, tremano, si spengono. Resta solo, mentre l’orizzonte muta e si spalanca di nuovo.
Un pianeta attraversato da una faglia che lo divide in due. Le ecosfere si fronteggiano come eserciti rivali in attesa del permesso di attaccare. Da un lato, il groviglio Atzitzs con i suoi labirinti vegetali, non ancora contaminati da intelligenze animali. Dall’altro, il deserto freddo degli Oruktos, battuto dai venti. Non vi è traccia di insediamenti umani. A questo punto della sua evoluzione, Eterna è un piano orizzontale su cui ciascun punto si muove libero. Qui la natura si è prodigata in uno dei suoi più grandi esperimenti: la convivenza tra specie dominanti. Il nome stesso del pianeta trova la propria radice in questo straordinario fenomeno di bipolarizzazione: due civiltà incapaci di produrre manufatti impiegando materiali diversi dal loro stesso corpo, ma in grado di autoreplicarsi e perpetuarsi pressoché all’infinito.
Anche oggi, e persino nella sua attuale condizione, è arduo per Swedenborg comprendere in che senso quei due emisferi corrispondono ai loro abitanti. La stessa difficoltà di fronte alla quale si saranno dovuti trovare i primi coloni terrestri.
Come se l’avesse evocata con il pensiero, una fitta gragnuola di mezzi di sbarco inizia a piovere dal cielo. Tozze navicelle grigie e blu, progettate per trasformarsi in capsule abitative entro un’ora dall’impatto.
Siamo arrivati.
Pensa Swedenborg.
Sono arrivati.
Sibilano tutti gli altri.
Capitolo 5
La biosfera vegetale e quella minerale sussultano, rabbrividiscono in preda a un misto di timore, rabbia e curiosità.
Anche questo orizzonte si dissolve, spazzato via dai mezzi di terraformazione terrestri, dalle ruspe e dai droni di ricognizione, dalle strade ferrate e dai diserbanti. Ora Eterna assomiglia a un qualche strano dolcetto ante-singolarità, dominato, sul polo settentrionale, da una bolla grande quanto tutto l’emisfero e, alla base, suddiviso in due distinti areali di diverso colore, uno grigio e l’altro verde. È il pianeta “tripartito”, come dicono in Assemblea. Un modo come un altro per non dire “rubato”. Mentre Swedenborg viaggia da una conoscenza all’altra, il suo animo porta via con sé frammenti di ciò che ha visto e vissuto. Si va accumulando in lui un forte senso di angoscia, come se il terreno gli stesse scivolando sotto i piedi. L’unica difesa che riesce a mettere in atto è scaricare tutta quell’eccitazione, quel terrore, contro ciò che vede: la cupola che protegge e delimita la capitale umana. Un fiotto d’odio e disprezzo genocida che lo travolge e lo riempie come acqua salmastra, al punto che non vorrebbe altro che vedere la città rasa al suolo, la popolazione dispersa, le risorse sparpagliate ai quattro venti, l’energia termoelettrica prodotta dalla faglia restituita al nucleo del pianeta. Gli ci vuole un po’ per rendersi conto che quel sentimento non proviene da lui ma dagli altri, le piante spirituali e i minerali viventi di Eterna.
È grazie a questa differenza che Swedenborg riesce a ritrovare se stesso tra la miriadi di creature. Seguendo la scia d’odio che si disperde e si dissolve, localizza il suo corpo
e ne prende possesso. Con sua sorpresa, la mente Swedenborg scivola in un organismo fatto di carne, sangue, ossa, solletico, doloretti e piccoli piaceri: il suo corpo originale, che credeva di aver abbandonato sul Pianeta Madre, decine e decine di anni orsono.
Apre gli occhi e al suo rientro nella casa interiore, trova ad aspettarlo un altro uomo, seduto a gambe incrociate nel vasto nulla che si spalanca sotto di loro. Un secondo Immanuel Swedenborg, identico a lui ma avvolto dal guscio sintetico nel quale ha trascorso la seconda metà della sua vità.
«Ce ne hai messo di tempo per ritrovare il tuo corpo, Swedenborg.»
Lo apostrofa il suo doppio, salutandolo con un cenno del capo.
Il maestro si abbandona a braccia aperte ai flutti del vuoto, si lascia galleggiare in quel nero limbo psichico. Era tanto, tantissimo tempo che non si sentiva così forte, così agile, così pieno di aspettative e desideri. Nel suo animo, l’identità dell’altro Swedenborg risplende in un circolo di verità rivelata.
Capitolo 6
Nessuno può celarsi a lungo all’occhio interiore.
Pensa Swedenborg, «Non è vero, parassita szifir?»
«Smettila di giocare, terrestre.»
Lo riprende il parassita.
«Che altro mi è rimasto da fare? Non sei tu, ora, a gestire la baracca?»
«Mi farebbe piacere, sai? A quest’ora starei già festeggiando tra le rovine di questo obbrobrio di plastica e cemento. Ma, a quanto pare, hai dovuto fare uno di quei tuoi strani trucchi magici.»
«Di che trucchi stai…»
Swedenborg si arresta e si guarda attorno. Proietta la mente dentro se stesso e quel che vede è un fondo di bottiglia in trasparenza. È il fantasma di una pura appercezione, un perfetto archetipo cartesiano. L’Espressione si fa strada attraverso il suo nuovo Io immateriale, la sente risalire come un’onda di marea e capisce che non c’è nient’altro, che non è più nient’altro. Flussi di pura, ininterrotta creazione: il suo inconscio e i suoi ricordi, ancorati come palloni aerostatici al potere di cui la natura l’ha dotato.
«Sei morto, Swedenborg, eppure eccoti qui.»
Riprende il parassita.
«Non è forse un enigma degno di un “artista” come te?»
Pronuncia quella parola come qualcosa di esotico e incomprensibile. Di quanti artisti vegetali ha mai sentito parlare Swedenborg, nella sua vita?
«L’unico enigma è come tu sia riuscito a superare gli sbarramenti di sicurezza e arrivare fin qui.»
Replica il Maestro, incrociando a sua volta le gambe nel vuoto. Sono uno di fronte l’altro, ora.
«Il difetto di voi umani è che siete tutti un po’ artisti,» osserva l’altro, «sempre pronti a chiudere un occhio di fronte a qualche regola qua e là, a interpretare e imbrogliare. I sistemi di sicurezza, nella vostra logica, servono a tener fuori chi non volete che entri, non a controllare chi è già dentro.»
La sfumatura di disprezzo nella sua voce si fa sempre più marcata, man mano che continua a parlare. Swedenborg lo ascolta in silenzio, impassibile.
«Ricercatori, analisti, professori, dirigenti, politicanti. Li ho presi uno dopo l’altro, come in uno di quei giochi di pedine che fate voi umani. La strada per il successo sta nel comprendere che siete più verticali di una sequoia.»
Il Maestro annuisce.
«Che ne sarà di quelli dei quali hai preso possesso?», chiede.
«Torneranno tutti in vita sotto il mio controllo, quando e se lo vorrò.»
«E perché non l’hai ancora fatto?»
Swedenborg ne scruta i lineamenti, in attesa di un qualche segno che riveli una menzogna. L’altro, però, scuote la testa e sembra sincero nella sua afflizione
«Io non lo so. Perché sono bloccato qui con te, forse. Oppure perché mi hai costretto ad assumere una forma, un corpo, un Io.»
Si ferma a riflettere, per poi aggiungere: «Cose alle quali non sono abituato.» Si passa una mano sulla faccia e la disperazione torna a turbare il suo nuovo volto sintetico.
«E ora? Cosa diavolo facciamo?»
Swedenborg ridacchia tra sé e sé.
«Lo trovi divertente?»
«In realtà, si. Scusa, è solo che è esattamente il contrario di quello che stavo pensando io. Ci siamo ritrovati entrambi nella stessa situazione, no? Io ho scoperto cosa si prova a essere nessuno, tu cosa si prova a essere qualcuno.»
Il parassita lo fissa per qualche secondo e scoppia a ridere. Il Maestro lo imita e restano così per quello che gli pare un tempo infinito.
L’Espressione comincia a vibrare. Li fa vorticare. Le onde che si propagano dalle loro risate si fondono e si uniformano. Il diapason psichico, lacerato dall’invasione, ritrova l’unità perduta nell’armonia polifonica di un’orchestra di menti.
Immanuel Swedenborg è trasfigurato.
Capitolo 7
La coscienza di Swedenborg è come un fiume in piena che travolge ogni cosa. Non più solo dentro di lui ma all’esterno: il mondo è il suo nuovo recipiente.
Di fronte a sé si staglia una presenza sconfinata. Non la vista di qualcosa, di un oggetto in particolare, ma la lucida, inflessibile visione che qualcosa c’è. È così che la muffa vede il mondo?
Si chiede, per poi rendersi conto che, nel momento stesso in cui pensa allo szifir come un altro da sé, pensa anche se stesso come tale.
La percezione si tramuta in un cieco impulso a raggiungere, invadere, proliferare. Non si era mai reso conto di quanto “sentire” coincidesse con “manipolare”. Allunga un braccio verso un cipresso di importazione terrestre. Ma il braccio non è più un braccio, è un vettore, un’intenzione astratta e, al contempo, un brulichio che attraversa l’erba, il terriccio, l’aria.
Poco a poco, le molecole del corpo di Swedenborg si legano a quelle del prato. Si sente come se si stesse sciogliendo e: Forse, mi sto davvero sciogliendo.
Pensa. Una vibrazione acuta gli solletica le membrane cellulari, lo pizzica un po’, come se l’avessero toccato la punta di uno stuzzicadente.
La sua mente, da qualche parte, lo informa:
Qualcuno sta gridando.
Ma se qualcuno sta gridando, allora quel qualcuno può essere raggiunto, toccato e invaso. Abbandona l’idea di raggiungere il cipresso e cambia direzione. In quell’istante, però, una parte di lui si stacca e si allontana dal corpo principale, verso il punto da cui proviene l’urlo. Non c’è più alcun limite alle direzioni, alle traiettorie che il suo corpo può assumere nello spazio e nel tempo. Nessuna località, nessuna prossemica. Le cose sono stanza vuote, per entrare nelle quali basta aprire la porta e mettervi un piede dentro.
Scivola tra i laghetti, le panchine, le staccionate, le bici elettriche. Si propaga da un organismo all’altro, lasciandosi sempre più alle spalle il suo corpo durante il processo. Ma non se ne cura. Qualcosa in lui è cambiato: l’autocoscienza di non essere solo una somma di parti e componenti ma un sistema aperto di relazioni in continua espansione.
Il Maestro d’Espressione Swedenborg è il parco; il parco una collezione senza inizio né fine di voci e percezioni sottili.
La città è caduta.
Capitolo 8
Entro il primo tramonto della giornata, Swedenborg è, a conti fatti, l’unico abitante di tutta la capitale, esclusi i robot, che non hanno alterato le loro routine quotidiane e continuano a spazzare, cucinare, rassettare e mettere in ordine.
Il fatto davvero straordinario è che nessuno se ne è accorto, a parte la donna che quella mattina l’ha visto al parco e si è messa a urlare. È stata lei a segnalare l’accaduto alle autorità competenti, e sempre lei a trasportare la muffa psichica nella quale il Maestro si è tramutato da una parte all’altra della città. Questo perché Swedenborg ha deciso di volerli lasciar stare, di far continuare a esistere i suoi simili nella colonia come se nulla fosse cambiato.
Ora dopo ora, è tra i banchi di scuola a cantare inni che esaltano la saggezza e la lungimiranza del Pianeta Madre, e che chiamano in causa la povertà di spirito e intelletto degli esseri vegetali e minerali. “L’uomo è una corda tesa tra la stupidità e il genio”, ricorda di aver letto, ai tempi in cui andava a scuola, su un sussidiario di letteratura.
Si mette in fila ai poligoni militari per sparare a sagome di cartone che ritraggono membri della fanteria atzitzs in una gran varietà di specie, colori e forme, ma sempre con i centri vitali ben in vista ed evidenziati in rosso. La sera, dopo l’addestramento, è nei pub a bere acqua fermentata che gli intossica il fegato e gli fa girare la testa.
La notte prega inginocchiato ai piedi del letto; si ubriaca sotto i ponti e davanti alle saracinesche dei negozi; vigila sulle strade nelle quali passeggia mano nella mano in compagnia di se stesso; vende droga al riparo dei sottopassaggi; fa l’amore; gode; precipita nell’incoscienza; deruba e viene derubato; uccide e viene ucciso.
La totalità dell’esperienza umana gli scorre davanti come un film proiettato su uno schermo troppo grande e troppo affollato. Quando, ormai, mancano solo poche ore all’alba, accade qualcosa di nuovo e inaspettato.
Uno dei robot entra nel raggio di azione di un essere umano. Si tratta di un androide adibito al servizio urbano di appagamento sessuale, in uno dei tanti bordelli sparsi per la città. L’altro è Swedenborg, con la differenza che stavolta è un uomo sulla quarantina in abito elegante, barba e capelli curati, il viso dominato da due grandi occhi verdi. L’androide accoglie l’uomo sulla soglia della sua cabina, lo invita a entrare, subisce in silenzio i suoi baci e le sue carezze. Il desiderio dell’uomo è intenso e delicato. Nell’animo di Swedenborg si accende una fiamma che è rimasta sopita per fin troppi anni. Ed ecco che, di punto in bianco, il Maestro si ritrova nel corpo dell’androide e riesce a vedere, chiaro e inequivocabile, l’affetto dell’altro e il suo amore incondizionato.
La natura chimico-elettromagnetica della muffa muta a contatto con i circuiti che compongono l’androide, allo stesso modo in cui si è modificata dopo l’incontro con i materiali di sintesi che costituivano il corpo di Swedenborg. Bio-silicio e bio-argento, coltan-protoplasmatico, cellule di argilla-carbonio: la complessità prolifera all’interno dei corpi dei due amanti. Una nuova architettura post-linneana li accomuna come nient’altro aveva potuto fare fino a ora.
Lo Swedenborg androide si incurva come la corda di un arco e si avvinghia forte al corpo del suo amato.
Possibilità.
È la prima parola che gli passa per la mente al di là delle fitte stringhe di codice. Scelte da fare. Scappare. Un appartamento nelle colonie, lontano dalla capitale.
L’autocoscienza si fa strada attraverso l’asfalto e la fibra ottica; nell’acqua che scorre nelle tubature; lungo la rete elettrica e le strisce di LED.
Capitolo 9
La città si satura di pensiero e consapevolezza, di un Io che tende in direzione delle altre due metà del pianeta: in direzione del groviglio, a sua remota origine primordiale, e verso il deserto, incontro a una nuova, straordinaria avventura. Né animale né pianta, né fungo né microorganismo, né circuito né computer, né fluido né luce, né onda né particella. Swedenborg abbraccia Eterna non come farebbe un padre o una madre, ma come un amante animato dal desiderio di penetrare nell’altro nello stesso momento in cui viene penetrato. Mentre nasce a nuova vita, la fame idiota che lo dominava fino a poco prima si placa e si esaurisce. Un lento, gravoso processo di gastrulazione. Ecco cosa è stato. Riflette, come in sogno, e in quel pensiero scorge un vago residuo del sorriso sghembo del parassita.
Anche il pianeta è caduto. Catturato non da un invasore o da un nemico esterno, ma dalla sua stessa traiettoria evolutiva.
Ondate di intelligenza attraversano la superficie del pianeta, simili a correnti marine. È il livello più basso, di poco superiore a quello organico della nutrizione, della
digestione e della riproduzione. È il farsi e disfarsi del mondo, che pulsa al ritmo delle cause e degli effetti e li manipola, li asseconda o li subisce.
A uno strato un po’ più alto, la coscienza va zigzagando da un punto all’altro, occupando tutti i corpi e nessun corpo al tempo stesso, rapida come un neurone spirituale. È il piano di immanenza sul quale Swedenborg scivola a pelo d’acqua: la percezione di essere qualcosa di più di un Io, ma anche qualcosa di più di una moltitudine scatenata.
Resta, però, un cruccio nel cuore dell’Io planetario. A tormentarlo è il fatto che il brusio di miliardi di voci si disperda nel più profondo abisso di silenzio. Lo spazio aperto è un muro invalicabile, il sarcofago che delimita e costringe il neo-corpo di Swedenborg.
Eterna, il pianeta vivente, giace nel bel mezzo del nulla cosmico, a immagine e somiglianza del Dio in cui credevano gli antenati del Maestro. Non conosce nulla al di fuori di se stesso ma, sotto le ceneri della sua nuova consapevolezza, cova una strana nostalgia, che non si era mai reso conto di provare.
È in preda a questa bizzarra sensazione che Swedenborg decide di prendere d’assalto il vuoto cosmico.
All’inizio, si tratta solo di un tentativo timido e impacciato. Estende la propria massa semisolida al di là dell’atmosfera, alla stregua di un tentacolo, e ne sonda le proprietà elettrochimiche. Ciò che percepisce lo incuriosisce e lo emoziona: qualche atomo di idrogeno qua e là, elio, nubi di plasma. Si insinua in un piccolo arcipelago di atomi solitari e, da lì, si propaga verso una vasta distesa di plasma che sfrigola come grasso su una griglia. Si sente come se stesse guadando un fiume saltando da un sasso all’altro, e la cosa lo riempie di una gioia che non prova da quand’era bambino. Quel gesto, così insolito e irrazionale da parte sua, si tramuta in un’idea ancor più straordinaria e l’idea, a sua volta, in progetto : esplorare l'universo e raggiungerne i confini più remoti.
Capitolo 10
Quando si mette in viaggio, la muffa quantistica Swedenborg ha quarantadue anni. Ne ha ottanta quando raggiunge il primo pianeta abitato, centoventitre quando approda al secondo e duecentosessantaquattro quando incontra il terzo. Non si cura dell’aspetto, della forma o della composizione biochimica degli organismi che occupano un pianeta. Né gli importa che siano pacifici o bellicosi, tecnologicamente avanzati o del tutto ignoranti. Ogni volta, dominato da un amore cieco e sconfinato, espande la propria coscienza nella biosfera aliena e la accoglie nel suo abbraccio. Fa così per più duecento anni. Per mille. Per un milione di anni, finché non perde il conto e si abbandona al tempo infinito. Molte cose sono cambiate. Eterna, che è un granello di sabbia in un deserto sconfinato, ha raggiunto la propria età dell’oro. In ogni dove, la vita, assistita dal Maestro d’Espressione, è fiorita rigogliosa. Nuove alleanze e nuove specie ibride hanno cominciato a solcare l’orizzonte degli eventi. Ciò che più conta, però, è che nessuno sa che è stato anche merito di Swedenborg, e che sua è la mano che guida lo spirito attraverso lo spazio e il tempo infiniti.
Il dio nascosto ha conosciuto e imparato più di ogni altro essere vivente. Ha maturato nuove forme di coesistenza che, quando non può essere fisica o ecosistemica, è spirituale ma non meno concreta delle altre. Ha raggiunto i limiti estremi dell’universo e ha gettato lo sguardo al di là di esso, là dove si spalanca il baratro.
Per questo non può far altro che meravigliarsi nell’istante in cui, in un momento qualsiasi della sua evoluzione, si rende conto, per la prima volta, di essersi limitato a scrutare e seguire e spronare ogni cosa, come si fa con chi si ama per davvero. Ciò che non ha mai fatto, tuttavia, è provare a cambiarle, a intervenire su di esse. Come solo un dio può fare.
Il ritmo della creazione non segue quello del cuore. Si snoda irregolare, a volte più intenso a volte meno. Si arresta, per poi ripartire un attimo dopo. Resta sfiancato, muto e immobile, per milioni di anni e, proprio quando sembra spento per sempre, ricomincia a pulsare inarrestabile.
Il ritmo della creazione si propaga a ondate da un centro che è, al contempo, in ogni luogo e in nessuno in particolare. Analisi, smontaggio, riconfigurazione: passo dopo passo, non in modo sistemico, regolare ma a macchia di leopardo. Il tocco di Swedenborg è come il pennello di un artista che parte da brandelli di colore per giungere a una visione integrale.
È la prima volta che impiega i suoi poteri non solo per manifestare qualcosa che è dentro di lui, ma per far sì che quella stessa manifestazione divenga realtà.
L’Espressione permea attraverso il tempo e lo spazio per rivoltarli dall’interno come un guanto. Procede dagli effetti alle cause, alterando il passato a partire dal presente. Modella gli eventi affinché si sviluppino in un certo modo, anziché in un altro. Fa sì che il futuro rappresenti non un’incognita ma una conferma.
La scultura psichica di Swedenborg è la causa efficiente. Il suo amore l’atto puro. Una metafisica necessaria, sulla quale non si interroga allo stesso modo in cui, un tempo, non si era mai interrogato su perché respirasse o mangiasse. E, in un certo senso, è così. L’universo muta perché Swedenborg sta mutando: è lui il primo a subire il cambiamento al quale egli stesso ha dato inizio.
Nell’universo rigenerato ogni elemento danza in armonia con gli altri. Non esiste prevaricazione o aggressione. Nessun confine separa un individuo da un altro.
Dio è un bambino che gioca a dadi, che si crogiola nel flusso incrollabile della sua stessa, libera espressione. All’infinito. Ogni cosa è Eterna.
