La Voce del NordEst N°65 ottobre 2016 speciale alluvione

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Numero speciale

50°

Anniversario

ALLUVIONE

1966 - 2016

I Giorni del Grande Diluvio


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La Voce del NordEst - Numero 65 Ottobre 2016

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La Voce del NordEst - Speciale 50° Alluvione 1966-2016

Quando il fango inghiottì la storia DI CHRISTIAN ZURLO È un editoriale scritto sull’acqua il nostro, per non dimenticare quelle tragiche notti del novembre 1966. A 50 anni di distanza, quando l’acqua ‘cheta’ dei torrenti, si trasformò all’improvviso in una furia devastante, che divorò strade, case e palazzi, mietendo molte vite, stravolgendo la vita di chi passò oltre. Quella di chi c’era, ma anche quella di chi è venuto dopo quella tragica alluvione del 4 novembre 1966, che ha segnato un profondo solco in Trentino, nel Bellunese, in Emilia, Liguria, Piemonte e Toscana, a soli tre anni dalla tragedia del Vajont (9 ottobre 1963). Nei giorni del grande diluvio, le donne in casa bruciavano i rami d’ulivo nella stufa, suonavano le campane e si recitava ad alta voce il rosario che scandiva quelle lunghe giornate di paura, mentre fuori pioveva a dirotto e gli uomini si mobilitavano di paese in paese, per la prima emergenza. Nelle stalle si pregava il Santo, mentre a Pontét (poco dopo Imèr) c’è chi racconta di essere sopravvissuto per pochi attimi alla terribile onda che ha spazzato via il ponte di San Silvestro. E’ la storia di alcune donne di Primiero, evitate per un soffio da una piena devastante di acqua e tronchi, mentre tornavano a piedi da Feltre, via Lamon, perchè la ferrovia era interrotta. In quelle ore, tra il 4 e il 5 novembre 1966, il fango inghiottiva la storia di molte comunità. Nel tratto in bianco e nero di Moreno Paissan (nella pagina accanto) rivive l’apprensione delle nostre famiglie, nell’abbraccio di un padre, nella memoria e nel dolore, di quei giorni difficili. Nel Vanoi crollavano i ponti, Imèr era nel fango, a Mezzano si spalava tra le croci del cimitero e

l’intero Primiero era in ginocchio, così come molti paesi del Triveneto isolati o distrutti, alcuni di questi, abbandonati ancora oggi. Ma anche in quell’occasione le popolazioni colpite riuscirono a risollevarsi con una grande solidarietà arrivata anche dall’estero: dagli aiuti della Norvegia alla Casa di Riposo del Vanoi, fino agli elicotteri americani arrivati in valle. Così come oggi il Trentino ha saputo fare con le popolazioni terremotate di Amatrice. Nelle pagine che seguono - grazie ai preziosi contribuiti che pubblichiamo - abbiamo cercato di ricostruire quei giorni, quelle notti, quelle dolorose emozioni. Dalle cause, ai danni provocati dall’alluvione, dai ricordi fino agli spunti per approfondire quegli interminabili istanti. Molte saranno le iniziative organizzate dal territorio, per non dimenticare il 4 novembre 1966. Il nostro giornale ha deciso di realizzare una pagina speciale consultabile online all’indirizzo: www.lavocedelnordest.eu/alluvione1966 dove trovate interviste, approfondimenti e video dell’epoca con tutti gli appuntamenti aggiornati. Ma non solo, l’invito per tutti è ad utilizzare anche sui social (facebook e twitter) l’hashgtag #alluvione1966 per condividere foto, racconti e iniziative... in un grande album collettivo consultabile in rete... “Perché uno scrittore, un poeta, uno scienziato, un lettore, un agricoltore, un uomo, uno che non ha memoria è un pover’uomo. Non si tratta di ricordare la scadenza di una data, ma qualche cosa di più, che dà molto valore alla vita”. (Mario Rigoni Stern) Un ringraziamento particolare per aver concesso l’utilizzo delle immagini dell’alluvione 1966 al fotografo Ovidio Gilli (Foto Ottica Gilli Primiero) e all’archivio Aprie (Agenzia provinciale per le risorse idriche e l’energia).


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“La storia è una meteora e gli uomini hanno la memoria corta” di Alberto FOlgheraiter Cinquant’anni fa il Trentino-Alto Adige e la Toscana, Venezia e la Liguria, il Piemonte e l’Emilia furono sconvolte da una devastante alluvione. Non era la prima, non fu l’ultima. Era il mese di novembre del 1966 e, soltanto in Trentino-Alto Adige, l’alluvione spezzò 22 vite (di queste, cinque nel Primiero-Vanoi), spazzò via case e strade come fuscelli, modificò l’orografia di un territorio che non sarebbe stato più quello di prima. La Provincia di Trento aveva una popolazione di poco meno di 420 mila abitanti. Per il Trentino-Alto Adige l’alluvione del 1966 fu il più disastroso evento atmosferico dopo la “brentàna” del 1882 che aveva provocato l’emigrazione americana di più di ventimila fra contadini e artigiani. La memoria di quelle cronache è legata al ricordo degli anziani, di coloro cioè che nel 1966 avevano almeno quindici-vent’anni ed è affidata alle pagine ingiallite dei giornali. Nell’uno e nell’altro caso, si è assodata l’affermazione del giornalista-scrittore Aldo Gorfer il quale rammentava che “la storia è una meteora e gli uomini hanno la memoria corta”. Nella geografia dell’alluvione del 4-5 novembre, in provincia di Trento, le stimmate più vistose se le caricò il Trentino orientale, segnatamente la bassa Valsugana e il Primiero-Vanoi. Qui, in poche ore, si scaricò la pioggia di sei mesi che inzuppò un territorio reso già fragile da precedenti alluvioni. A rompere un equilibrio precario arrivò improvvido un vento caldo di föhn. La neve, che nei giorni precedenti aveva imbiancato le vette, fu sciolta da improvvise folate che scaricarono a valle altra acqua, altre frane. E fu l’alluvione generale. I giornali di mezzo secolo fa hanno descritto nei

particolari lo sbigottimento e la paura, l’isolamento della valle di Primiero e della vallata del Vanoi, il terrore di queste popolazioni davanti a montagne d’acqua, a colate di fango, all’imponente smottamento che sommerse una parte dell’abitato di Mezzano. Ma quella fu anche l’occasione per misurare il metro della solidarietà; di accantonare le beghe di cortile e le rivalità di campanile; di recuperare, se mai era stata perduta, la devozione all’immagine dell’Ausiliatrice cui il popolo primierotto si era sempre rivolto nelle avversità. Questo numero speciale di “La Voce del NordEst” dà voce ai protagonisti di quella lontana stagione. Recupera la cronaca che in mezzo secolo è ormai diventata storia. Offre ai lettori che non videro, perché non c’erano, le immagini delle lacerazioni prodotte dal diluvio in questa terra fra il Cauriol e le Pale. Sull’alluvione in Primiero, sulla ricostruzione e sul riscatto di questo popolo, furono scritte pagine memorabili da Aldo Gorfer. Lo stanno a testimoniare i suoi reportage, le sue inchieste pubblicate dal giornale “L’Adige” tra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre del 1966. Altri autori, primierotti e non, hanno contribuito a rendere memoria di quei giorni tremendi quando anche il Padreterno fu invocato a gran voce per capire da che parte stesse: con gli uomini o contro di essi. Fa ancora accapponare la pelle, la corrisponden-


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za al giornale “Alto Adige” di Giovanni Meneguz, scritta “con la mani sporche di fango” e affidata al pilota del primo elicottero che la sera del 6 novembre ruppe l’isolamento del Primiero: “Non so quando questa mia nota vi arriverà. La situazione nella valle del Cismòn è grave. Il Cismòn ed il Canàli, nella serata del 4 novembre hanno rotto gli argini a Siròr, portando via una casa ed allagandone molte altre. A Fiera, presso il ponte che congiunge l’abitato con Tressane, la corrente ha fatto sparire la Villa Dramis ed un grosso stabile dove aveva sede la cassa di malattia. A Pieve una enorme massa d’acqua e di materiali, sassi e melma, si è abbattuta sulle case e sulla strada. Una donna, Brigida Depaoli, madre di tre figli di cui due minori, è morta sepolta dalla melma. È stata trovata dal figlio Pierino il giorno dopo. A Mezzano il disastro è enorme. L’acqua ha invaso la parte nord del paese seguita da una grossa frana. Case pericolanti sono state fatte evacuare, ma finora non si registra alcuna vittima. A Imèr danni notevolissimi. La casa di Fortunato Collesèl è stata travolta dalle acque e vi ha trovato la morte Francesco Boninsegna di 60 anni, consigliere comunale e persona molto nota nella valle. Tutti i collegamenti stradali sono interrotti. Il Cismòn ha portato via il ponte di San Silvestro e tratti di strada. Da Fiera a Mezzàno si va a piedi in mezzo all’acqua e alla melma. I viveri sono razionati. Manca l’energia elettrica, manca l’acqua potabile. Le fognature sono rotte e si teme il pericolo di epidemie. Ieri, 6 novembre, è arrivato da Trento il primo elicottero e mentre scrivo ne stanno arrivando altri a cui spero di affidare questa corrispondenza buttata giù, così, con le mani sporche di melma. Dormo fuori casa a causa del pericolo di frane”. Se il Primiero e il Vanoi piangevano, l’alta valle

5 di Cembra non se la passava meglio. Ischiazza e Maso, due villaggi sul fondovalle dell’Avisio, furono evacuati e abbandonati per sempre. La Valsugana si trovò a fare i conti con macigni trascinati a valle come palline da ping pong, che scardinarono opifici, travolsero persino la linea ferroviaria BorgoBassano del Grappa. Trento, allagata dall’Adige tornato sul vecchio corso, dal quale era stato deviato nel 1859, ebbe la zona industriale a nord della città completamente paralizzata dall’esondazione e dal gasolio. Quel liquido appiccicante, uscito dalle cisterne, galleggiava limaccioso fra Roncafort, la stazione ferroviaria, la stazione delle Autocorriere, piazza Dante e i palazzi della Regione e della Provincia. In Val Rendena, frane e vittime, così come a Rover di Capriana. Quei giorni di novembre del 1966 furono una tragedia alla quale il Trentino, con le proprie istituzioni (Regione, Provincia, protezione civile, volontariato) seppe rispondere con efficienza e senso civico. Certo, arrivarono aiuti da tutto il Paese e pure dall’estero (la Valle d’Aosta mandò nel Primiero alluvionato trenta vigili del fuoco) e decine di giovani si rimboccarono le maniche e con un badile o una zappa o una carriola aiutarono nello sgombero delle case, nel governo degli animali, nel consolare i vecchi disperati. Li chiamarono “gli angeli del fango”. S’è detto di un bilancio di 22 morti, in provincia di Trento. Ma altre decine di vittime si ebbero nei mesi successivi: persone vecchie o malate, anziani soli, morti di crepacuore o a causa di malattie contratte con il freddo e l’umidità. A cinquant’anni da quell’evento che, ci si passi il termine, fa da spartiacque della vita in queste contrade (di fronte alle tragedie c’è sempre un prima e un dopo), la Comunità di Valle ha deciso di coordinare una serie di appuntamenti, mostre fotografiche nei vari paesi, concerti e rievocazioni.


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Gli appuntamenti Si parte il 30 ottobre con un “Giornale radio della storia” (cronaca di cinquant’anni fa), intervallato dai brani dei “Musici Cantori” di Trento. Appuntamento alle 20.30 nel teatro di Canal San Bovo. Si prosegue con varie rassegne di fotografie d’epoca, ma il clou delle manifestazioni si avrà a Fiera di Primiero il 4 e 5 novembre, con una dimostrazione dei Vigili del fuoco della Valle; un pranzo solidale il cui ricavato sarà devoluto alle popolazioni terremotate di Amatrice; la rievocazione di ciò che fu ma soprattutto di quanto è stato fatto per ridare serenità alla popolazione e mettere in sicurezza i boschi, i corsi d’acqua, le

6 Valli. Sempre sabato 5 novembre, alle ore 20.30 presso la Chiesa Parrocchiale di Canal San Bovo, si terrà il primo concerto del Primiero Dolomiti Festival, dedicato al 50esimo dell’alluvione del 1966. In programma l’esecuzione del “Requiem” di Faurè eseguito dal Coro e Orchestra della Scuola Musicale di Primiero; un momento musicale di toccante spessore per ricordare quelle tragiche giornate e la perdita di vite umane. Infine, il 20 novembre, è annunciata la presenza dell’arcivescovo, Lauro Tisi, per la chiusura dell’anno della Misericordia con la partecipazione delle associazioni di volontariato. I riti e l’esercizio della memoria servono per riflettere. Offrono spunti di dibattito, sono occasione


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Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il Presidente del Consiglio Aldo Moro, in visita alle popolazione alluvionate delle “Tre Venezie”

di bilanci: per le amministrazioni comunali, per i gruppi dei volontari. Per i nonni, che ricordano quei momenti terribili; per i nipoti, che nel tempo del digitale rischiano di trovare eventi, situazioni, cronache a portata di un “tablet” ma di avere smarrito, nel troppo e subito, le ragioni e le radici della propria identità. E se, dopo il buio di quella lunga notte del 1966, sul Primiero tornò la luce del giorno, restano di schiacciate attualità i versi Mario Bebber, il prete-poeta di Levico Terme scrisse nel 1963:

“Tra poco la notte chiuderà il ventaglio. D’improvviso rivedremo le solite cose. Preparati il coraggio di rivedere in più anche gli uomini”.


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Alluvione 1966, le cause di Ervino Filippi Gilli L’alluvione che nel novembre 1966 ha interessato anche il Trentino, viene ricordata come l’Alluvione di Firenze in quanto l’esondazione dell’Arno provocò danni gravissimi al patrimonio storico - artistico di quella città: solo a Firenze, oltre alle 17 persone che persero la vita, vennero danneggiate 1500 opere d’arte e furono sommersi 1.300.000 volumi conservati nella sola Biblioteca Nazionale.

il clima anomalo L’alluvione deve la sua genesi ad un andamento climatico anomalo che si era manifestato sia a grande come a piccola scala già il mese precedente. Infatti in ottobre la circolazione atmosferica generale si era discostata dall’andamento più frequente: si erano formate una serie di alte pressioni collegate tra loro che, passando per l’Oceano Atlantico, univano la Russia al Canada. Questa alte pressioni riducevano gli scambi termici a grande scala fra le calotte polari e le zone tropicali facendo in modo che sulle calotte si determinasse un eccesso di raffreddamento (-6°C rispetto alla media del periodo) mentre i tropici e le zone temperate (compreso il Mediterraneo) risultassero sovra riscaldati (+ 4°C). Trattandosi di medie mensili su aree vastissime gli scarti indicati vanno considerati elevatissimi: vi erano pertanto tutte le condizioni favorevoli a scambi energetici intensi e violenti tra le due aree, con discese d’aria fredda lungo l’Atlantico e risalita d’aria calda verso il nord Europa.

Sulla penisola italiana, nei bassi strati atmosferici lungo la linea di contrasto tra le correnti opposte, tra il 3 ed il 4 novembre si formarono una serie di vortici ciclonici intensi e dotati di elevata velocità di spostamento; il movimento di queste masse d’aria diede origine a due tipi di fenomeni: un convogliamento d’aria calda da sud verso nord ed un contemporaneo sollevamento orografico. Guardando una cartografia d’Italia, l’effetto di convogliamento si era manifestato in un canale virtuale formato a destra dall’Appennino ed a sinistra dal flusso d’aria fredda proveniente da nord: man mano che le masse fredde scendevano dalla zona polare ed andavano spostandosi dalla Spagna verso l’Italia, il canale d’aria calda che risaliva dal Mediterraneo andava via via restringendosi a causa della barriera rappresentata dagli Appennini. Per il semplice principio fisico di conservazione della massa, per attraversare questo imbuto l’aria calda era costretta a procedere sempre più velocemente ed a subire allo stesso tempo l’influenza dell’orografia. Si può descrivere quello che avvenne con l’immagine di un tubo schiacciato tra le dita: più la pressione sul tubo è forte, più l’acqua che esce è costretta ad incrementare la propria velocità e lo schizzo risulta più lungo. L’incontrare le montagne per una massa d’aria carica di umidità comporta un sollevamento orografico per il superamento della barriera montuosa e di conseguenza un raffreddamento per l’ascesa forzata: il risultato è la formazione di fenomeni di condensazione con conseguenti precipitazioni intense sul lato sottovento delle montagne (nel nostro caso sul versante sud delle Alpi) e tempo buono in quelle sopravvento. Mentre sull’Appennino l’effetto di condensazione è durato relativamente poco, sulle Alpi orientali il fenomeno ha avuto una permanenza maggiore in quanto l’aria fredda – più pesante – si muoveva più lentamente.


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Ad aggravare la situazione, nei tratti terminali dei corsi d’acqua principali (Brenta, Bacchiglione, Adige, Po, ecc.) contribuì anche l’altezza della marea. Per esemplificare cosa accadde in pianura, possiamo prendere a modello la zona di Venezia: il 4 novembre la pressione atmosferica si abbassò bruscamente mentre la temperatura si alzava fino a 17°C per i forti venti di scirocco; questi venti, che raggiunsero anche i 92 km/ora, interessarono tutto l’Adriatico spingendo grandi masse d’acqua verso nord. Una volta raggiunta la laguna (o comunque gli estuari dei fiumi) l’acqua marina non trovando altro sfogo si innalzò di livello in quanto subiva la continua spinta dall’acqua retrostante: in questo modo la quota della marea raggiunse i 194 cm, 43 cm in più rispetto alla quota raggiunta l’11 novembre 1951 durante l’alluvione del Polesine, impedendo di fatto ai fiumi di scaricarsi in mare e provocando l’esondazione degli stessi in tutta la bassa pianura veneta, friulana e nel modenese.

Particolare del muraglione in destra del torrente Avisio a Lavis, crollato sotto l’impeto della disastrosa piena del 4 novembre 1966. A sinistra è visibile uno dei fabbricati fortemente dissestati dal crollo del muraglione e, sulla destra, il ponte in ferro di San Lazzaro.

Il famosissimo crocifisso di Ligabue danneggiato molto gravemente dalle acque (Immagine tratta da Wikipedia).

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Le aree colpite di Ervino Filippi Gilli Procedendo con una direzione Sud-Ovest NordEst le correnti perturbate andarono ad interessare la Toscana (il Grossetano, l’Aretino e Firenze in particolare) ma anche lo Spezzino, il Tigulio, il Modenese, Pavia e Crema, il Polesine, la Trevigiana ed il Bellunese, il bacino del Tagliamento in Friuli ed il Trentino centro-orientale. Nella nostra provincia fu la sinistra Adige ad essere maggiormente colpita anche se in destra Adige si registrarono danni in Val di Sole ed in Val Rendena. In Val di Fassa il solo rio Doleda causò danni a Penia mentre la Val di Fiemme fu interessata da esondazioni dell’Avisio e dei principali affluenti: il Travignolo in primis che, dopo aver distrutto le arginature, si propagò per l’abitato di Predazzo e le aree prative circostanti; grandi danni si riscontrarono anche in Val Cadino, a Panchià (dal rio Bianco), Cavalese (dal rio Gambis), Tesero (dal rio Stava), Ziano (dal rio Vallaverta) e Moena (dal rio San Pellegrino). In Val di Cembra il comune di Valfloriana formato da dieci frazioni fu devastato dalla Val delle Seghe, dal rio Predisella e dal rio Barcatta. L’Avisio contribuì anche all’allagamento di Trento fornendo un contributo che, al culmine della piena, si stimò in 1000 mc al secondo. In Valsugana, da Borgo a Primolano, ogni torrente

ed ogni ruscello fece la sua parte: il Brenta esondò a monte di Borgo Valsugana già alla confluenza con il Torrente Larganza, nella Val di Sella il Moggio erose lunghi tratti di strada; il Torrente Maso ha distrutto il bacino di carico della centrale di Carzano, erodendo le sponde in Val Campelle ed inghiaiando poi la zona di Carzano; il fenomeno più intenso fu però quello del torrente Chieppena che arrecò danni a Strigno, Ivano-Fracena e Villa –Agnedo. Ospedaletto e Grigno furono anch’essi pesantemente interessati r i s p ett i va m e n te dalle piene del rivi Grava e Boanella e dal Torrente Grigno; quest’ultimo in particolare creò grandi frane anche in Tesino. Vasti allagamenti si registrarono in valle dell’Adige con la parziale sommersione della città di Trento nella zona della ferrovia ed in tutta quell’area che un tempo era un’ansa del fiume, ovvero Torre verde, Torre Vanga, Piazza dante, ecc.; l’allagamento durò fino alla mattina del 6 novembre e fu dovuto a tracimazioni dell’Adige che in 14 ore passò da 2 ad oltre 6 metri all’idrometro di Ponte San Lorenzo. Anche se in misura meno importante anche la destra Adige fu alluvionata: a Ches in Val Rendena una frana distrusse quattro case e provocò tre vittime; danni si registrarono anche a Giustino invaso dal rio Flangineck. In Val di sole danni e morti si registrano a San Giacomo di Cossana.


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Una immagine di Ponte Vecchio a Firenze durante l’alluvione: come si vede il ponte non è in grado di smaltire tutta l’acqua dell’Arno e le conseguenze sono quelle riportate nella seconda fotografia (immagini Comune di Firenze).

Le acque dell’Arno corrono lungo le vie di Firenze: oltre a trasportare fango le acque portavano in sospensione olii, gasolio, liquami e furono proprio queste sostanze a danneggiare maggiormente le opere d’arte (immagini Comune di Firenze)


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50 anni fa l’alluvione che travolse il Trentino di Paolo Cavagnoli 50 anni fa la terra del Primiero, come del resto di altre zone del Trentino, è stata colpita da una invasione di acqua e terra che ha sconvolto la vita degli abitanti. L’editoriale che mi è stato chiesto di presentazione del lavoro, pubblicato dalla Voce del NordEst, trova giustificazione nel fatto che la Giunta Provinciale, in modo particolare il suo Presidente di allora Bruno Kessler, mi ordinò, vista anche la mia esperienza nella tragedia del Vajont di catapultarmi il giorno dopo in Primiero, con l’elicottero assieme all’ing. Capo dei Lavori pubblici, per vedere se corrispondevano alla verità le scarse notizie che arrivavano a Trento, dove sembrava che i morti fossero molti. I giornali di allora scrissero undici. L’ing. Armani ritornò con lo stesso elicottero, inviando invece come suo sostituto l’ing. Ezio Mattivi. Io rimasi a disposizione immediatamente e con l’ausilio dei pompieri, coordinati dal geom. Bancher, mi accompagnarono dal campo sportivo di Tonadi-

Per approfondire

co al primo centro di assistenza, ove il Sindaco Gilli e il notaio Pedrotti mi accolsero con soddisfazione delegandomi tutto il potere di gestire il centro di assistenza. Rimasi in Primiero oltre un mese e i momenti che la gente ha vissuto in quelle giornate del 4 e 5 novembre del ’66, alcuni giorni dopo il mio arrivo, li vissi anch’io, ove il clima ormai invernale, la carenza di luce e il diabolico rumore del “ghebo” dava l’impressione che tutto non era finito e quindi la paura colpiva tutti. Successivamente arrivarono i tecnici della Provincia, forestali e addetti ai Lavori pubblici e quindi la squadra dell’assistenza rimase di mia competenza su tutta quella che oggi si chiama Comunità e che comprende anche la Valle del Vanoi. Non è questa la sede per elencare chi si è particolarmente distinto nell’opera di soccorso, dagli elicotteri americani ai muli dell’esercito e ai meravigliosi uomini della Valle d’Aosta, guidati da Eraldo Manganone, che con l’attrezzatura e l’autosufficienza ripulirono la zona di Pieve che oggi giustamente si chiama Piazza Valle d’Aosta. Sono molti i sentimenti che colpiscono i ricordi dei vari momenti difficili, come quando il Rio San Pietro inondava di melma la piazza di Mezzano e la sera a lume di candela i tecnici decisero interventi significativi con le attrezzature che il Presiden-

Per approfondire S. FONTANA C. TAVERNARO O. GILLI

Primiero nell’alluvione del 4 novembre 1966. Arti Grafiche Manfrini 1966

Si tratta di un libro quasi esclusivamente fotografico costruito con le immagini del Primiero – Vanoi di Ovidio Gilli.

A. GORFER

L’alluvione generale del 4 novembre 1966. Estratto da Natura Alpina anno XVIII - 1967 - n.1

Un reportage di Aldo Gorfer su tutto il Trentino


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te Kessler mi autorizzò ad ordinare senza molte formalità. Ma in un Editoriale, quello che mi preme evidenziare è la volontà della gente Primierotta di non abbattersi anche se i ruderi di alcune case, dalla centrale di Siror fino al ponte che congiungeva Canal San Bovo e Caoria davano la sensazione visiva di una distruzione quasi bellica. Non sono ancora molte le persone che hanno vissuto direttamente questa esperienza, ma la solidarietà che si era creata e che, per fortuna, si crea ancora nelle zone colpite da disastri naturali, aveva reso i rapporti tra le persone di tutta la Valle più disponibili e disposti a considerare il proprio paesano come un fratello da aiutare. Per fortuna i morti in zona furono soltanto due, quel Giuseppe Rattin che cadde dal ponte con le sue pecore nel Vanoi, all’amico Boninsegna che venne travolto dalla sua casa a Imèr.

13 La mia esperienza di vita da questi momenti tragici, dove il disagio personale e la paura trovavano nel rapporto con gli altri la forza di continuare, dobbiamo trarre un esempio e una testimonianza di come anche oggi il bisogno di questo tipo di vita comunitaria necessita ed è sempre opportuna. La tragedia dell’alluvione che ricordiamo dopo 50 anni ha segnato una svolta oltre che per le persone anche per la Valle e per il suo sviluppo futuro. E’ stato un risorgere che oggi sempre più stimiamo e alla cui memoria spesso ritorniamo. 50 anni trascorsi quindi per una comunità come il Primiero – Vanoi che ha segnato anche per la comunità trentina un aggancio ed una dimostrazione di come l’autonomia, anche in questo caso, abbia risposto ai suoi principi.

La piena del fiume Cismon, affluente del Brenta, il giorno 4 novembre 1966 all'altezza del ponte di Transacqua E' chiaramente visibile l'impetuosa velocità della corrente fluviale. Fiera di Primiero: la piena del fiume Cismon, affluente del Brenta, il giorno 4 novembre 1966 all'altezza del ponte di Transacqua. E' chiaramente visibile l'impetuosa velocità della corrente fluviale.


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Le rare immagini a colori dell'alluvione 1966 girate dai militari americani giunti in soccorso alle popolazioni alluvionate con gli elicotteri


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Guarda il video originale sul nostro giornale online: www.lavocedelnordest.eu/alluvione1966


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“Mi ricordo... quel Novembre 1966” L'alluvione nei racconti, nelle emozioni degli ospiti della Casa di Riposo di Canal San Bovo. Un ringraziamento particolare all’APSP del Vanoi in particolare a Marisa, Ursula e Rita che hanno collaborato nella raccolta di queste testimonianze che tracciano un lungo viaggio nelle speranze svanite.

ROMAGNA MONICA Lausen Avevo 34 anni ed ero sposata con due bambini. Abitavamo a Lausen. In generale è stato uno dei posti più tranquilli. Mio marito lavorava nei boschi presso il Passo Broccon. Quel giorno pioveva a dirotto e non ho accompagnato i figli all’asilo di Canale…è stata un fortuna perché il ponte è crollato. Mio marito dal Broccon è venuto a piedi passando da Lamon, Ponte Serra e la Cortella, che fortunatamente era rimasta aperta. Poi è andato a piedi al Passo Gobbera per vedere se trovava qualcosa da mangiare, perché avendo i negozi vicini facevo la spesa giornalmente. A Canale c’era la signora Zita che aveva un negozio e aveva messo da parte del cibo per i malcapitati, nei giorni seguenti ci portavano da mangiare tramite una corda che passava la Valle. Poi sono arrivati gli elicotteri che atterravano a Lausen con gli aiuti umanitari. Bravi, proprio bravi!!!

Per approfondire F. FAGANELLO G. ROSSI

I giorni del dramma Publilux, Trento 1966

Una raccolta di immagini di tutto il Trentino scattate da Faganello e Rossi

BOSO MARGHERITA Caoria Nella Valle sopra Caoria, a Pont de Stel se a imbugà tut de rami e sassi. L’acqua finiva nella strada. Noi stavamo ai Losi, e una sorella di mio marito stava più a nord. Ho preso tanta paura e mio marito Battista si è preso la mia macchina da cucire sulle spalle e mi ha accompagnato da mia sorella ‘Sunta (Assunta). Abbiamo dormito là. Ha portato su anche i bottiglioni di Olio Carli che annualmente ordinava per un bel po’ di gente. Insomma, tutto quello che ha potuto l’ ha portato su da mia sorella. Verso valle l'’acqua ha portato via una casa costruita da poco. Tanta, tanta paura.

CORONA MARIA Masi Imèr Nell ’66 abitavo ai Masi con mio marito e i suoceri. Avevo due figli piccoli Giuliano e Rina. In un attimo c’è stato un disastro: arrivava tanta acqua nera e sassi e avevamo tanta paura. I primi ad aiutarci sono stati i volontari di Lamon che ci hanno portato pane, da mangiare e anche il caffè caldo dentro la termos. I Masi sono stati isolati dal resto della Valle, la strada era bloccata e la casa si è riempita di ghiaia. Poi a poco a poco le cose si sono sistemate, sempre con l’aiuto dei volontari.

BONECHER GIUSEPPINA Fiera di Primiero Avevo 33 anni e abitavo con mio marito a Fiera. Ricordo che era tutto il giorno che pioveva e a un certo punto ho sentito il rumore di sassi e acqua


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La Voce del NordEst - Speciale 50° Alluvione 1966-2016 Fiera di Primiero: la zona delle Tressane dove il giorno 4 novembre1966, sotto l’impeto delle acque in piena del Cismon, crollarono quattro edifici multipiano e, tra questi, l’edificio della Cassa Mutua di malattia che, solida, aveva sfidato la famosa piena storica del 1882.

provenienti dalla strada. Avevamo preparato le valigie per scappare, ma non si sapeva dove. Paola, la mia prima figlia, aveva 2 mesi. Mancava la luce e abbiamo acceso le candele. Ricordo la piccola Paola che rideva guardando le candele. Il giorno dopo è mancata l’acqua e allora siamo andati a prenderla tra il fango sulla Rivetta di Pieve dove c’era l’unica fonte d’acqua potabile. Arrivati a casa abbiamo visto che l’acqua era proprio gialla e allora facevamo da mangiare con l’acqua minerale. Poi abbiamo avuto un problema con il cherosene che avevano iniziato a distribuirlo un po’ alla volta, finché dopo tre giorni sono arrivati gli aiuti. Per fortuna mio marito aveva preso in farmacia il latte artificiale e la bimba era a posto. Appena hanno potuto mia sorella e suo marito sono venuti a trovarci da Borgo Valsugana. Ricordo che mio papà aveva dato loro una bambola da portare a Paola, la sua prima bambola! Per un bel po’, ogni volta che pioveva avevo una gran paura, avevo il panico e per un bel po’ sono andata a dormire vestita, mi ci è voluto molto a calmarmi. Questa esperienza mi ha fatto venire l’esaurimento, ricorderò sempre quell’anno.

SECCO BRUNA San Martino di Castrozza Noi eravamo a casa e non abbiamo sentito niente, per fortuna ci sono venuti a chiamare. La strada tra San Martino e Primiero è crollata in vari punti. Abitavamo al primo piano e i vicini hanno chiamato aiuto per Edo e per me. Poi mio marito ha aiutato a riaprire la strada dalle bore.

Per approfondire E. FILIPPI GILLI

Malographia primierotta

Fiera di Primiero 2006 Un’importante raccolta di documenti storici sugli eventi calamitosi avvenuti a Primiero a partire dal 596 d.C. fino ai giorni nostri.


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Veduta dell’abitato di Mezzano nel Primiero ripresa durante la piena del Cismon del 4 novembre 1966. E’ visibile la colata di pietre e fango proveniente dalla Val di Stona: uno degli episodi più vistosi, dell’alluvione nel Pimiero.

CORONA MARIO Caoria Avevo 18 anni ed ero in Valzanca per un lotto di legname. Pioveva tanto e il capo ci disse di andare nella baita a fare il fuoco, ma quando ho aperto la porta usciva acqua dappertutto. A quel punto provammo a rientrare in paese ma il vento era così’ forte che a momenti ci sollevava. Poi ci accorgemmo che il Ponte de Comedon stava per essere sommerso dall’acqua. Poi pensammo alle nostre mucche che per fortuna si salvarono nella stalla perché l’acqua passò dai lati. Poi

Per approfondire L’alluvione del 1966 in Zoldo

proseguimmo sul ponte delle Belfe di corsa perché ormai stava per crollare. Stavo cercando mio padre e i miei fratelli, ma ormai diventava buio. Ci siamo fermati in una baita verso le dieci di sera ci siamo accorti che si stava spegnendo la Centrale Elettrica di Caoria e così abbiamo capito che l’acqua stava entrando anche là e infatti poco dopo il paese diventò buio. Dopo aver provato a riposare un po’ la mattina osservammo il paese e lo vedemmo pieno di sabbia e sassi bianchi. Per scherzo mia cugina disse a mia mamma di aver visto passare nell’acqua le mucche con noi sulle corna…. Brutto scherzo perché mia mamma si è spaventata molto. Dopo tre lunghi giorni siamo tornati a casa camminando con molta fatica, non avevamo cibo da diversi giorni, per fortuna un po’ di grappa finché c’era ci ha sostenuti. Non è stata paura ma impegno per salvare le nostre vite.

Immagini storiche e profili di intervento

MARIA BROCH Mezzano

Reportage fotografico dedicato alla Val di Zoldo

Da quando mi sono sposata ho sempre abitato a Mezzano. La prima figlia aveva 7 anni, le altre due sono nate nel ’60, ero incinta dell’ultima figlia. Tanta tanta pioggia e per fortuna eravamo lontani


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dalla valle, le strade erano distrutte e anche i ponti, ma per fortuna la mia casa non è stata toccata e nemmeno il nostro maso a Molaren. Siamo stati veramente molto fortunati e per molto tempo abbiamo recitato tanti rosari. La mia casa e anche il maso erano pieni di gente e recitavamo il rosario dalla paura che avevamo, c’erano anche gli uomini. Tutti i calzini di lana che avevo fatto li ho regalati. Mio marito era in Francia e con l’alluvione è tornato ed è rimasto qui perché c’era tanto lavoro. Mio fratello era in Val di Sole ed è arrivato con uno zaino pieno di pane. Nella nostra chiesa il segno dell’alluvione è rimasto per molti anni, nel cimitero si vedevano solo le croci delle tombe da quanto materiale si era depositato. Quell’inverno siamo stati al maso di Molaren perché avevamo gli animali e le strade erano rotte.

SPERANDIO GIACOBBE Germania-Ronco Ero in Germania, avevo 34 anni e lavoravo in cava. La mattina del 7 novembre arriva il mio capo con il quotidiano e mi chiede dove abito perché voleva dirmi dell’accaduto e gentilmente mi propose di tornare a casa per vedere come stavano i miei famigliari. Però il giornale non nominava Canal San Bovo, così sono rimasto lì tranquillo fino alla settimana dopo quando ricevetti una lettera che mi mise al corrente dei danni: crollo dei ponti, teleferiche per i viveri, ma per fortuna casa mia non aveva avuto danni, mia moglie e il figlio erano a casa dei miei suoceri. Dopodichè rientrai subito. All’arrivo rimasi sconvolto nel vedere frane ovunque e l’acqua era rossa piena di terra viva. Brutto da vedere. Il mese dopo sono ripartito perché la moglie, il figlio e la casa erano a posto.

ROMAGNA MARIA ROSA Zortea Avevo 19 anni e ricordo che quel giorno c’era un gran vento e tanta pioggia, le strade erano interrotte dalle frane, ma casa mia non ha subito danni. Avevamo gli animali e anche 7-8 mucche in Val del Lozen, ma è andato tutto bene. Il giorno dopo ricordo che non abbiamo più visto la strada che collegava Cicona a Zortea.

MANUELA MIORANZA Caoria Avevo 4 anni. Mio fratello Gustavo mi prese in braccio e mi portò via. Ricordo che mi mise un bel vestito di velluto, non ne avevo mai avuto uno così bello, mi portò su una casa e accese il fuoco e mi mise sopra le coperte. Stavo proprio bene, al caldo e non mi sembrava neanche vero di essere tanto coccolata e in una casa riparata perché casa mia era invasa da acqua e detriti. Era contenta perché ero vicino al fuoco mentre i miei fratelli erano in una stanza dove pioveva dentro. Il giorno dopo c’era una giornata piena di sole e avevo latte caldo e da mangiare.

MARISA DELL’ANTONIA Fiera di Primiero Avevo 6 anni e ricordo che pioveva a dirotto e la strada sembrava un torrente. La casa era ed è in località Sangrillà. Ad un certo punto abbiamo sentito delle urla, la casa sopra la nostra era stata investita da un frana e tutti scappavano. Eravamo a casa mia mamma, mia sorella ed io, il papà è arrivato di corsa dopo un po’. Ricordo che un uomo mi ha caricato sulle spalle ed è corso fuori mentre l’acqua stava entrando in casa. Ci stavano portando a casa dei miei nonni paterni che abitavano in piazza sopra il bar Diana. Anche attraversare la piazza non è stato facile, l’acqua era impetuosa e ad un certo punto ho sentito mia sorella Manuela disperata perché aveva lasciato il suo orsetto di peluche a casa da solo. Dopo il papà è andato a prenderlo. Intanto casa di mia nonna era piena di gente e recitavano il rosario. La luce non andava ed era pieno di candele la qual cosa mi piaceva tantissimo. Si, a sei anni era una bella avventura e l’ho vissuta come una storia eccezionale. Guardando dalla finestra piazza e strade erano inondante di acqua, sassi e mobili… ricordo vetrine e letti che correvano. Ad un certo punto abbiamo ricevuto la brutta notizia che era morta una donna sopra casa nostra al Melas e mi è dispiaciuto molto perché si andava spesso a giocare da quelle parti. Andavamo a prendere l’acqua potabile a Pieve ed era una grande avventura, tra acqua e fango.


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L’Alluvione nelle Valli di Primiero Vanoi e Mis Riuscire a raccontare gli effetti in Primiero di una situazione meteorologica complessa come quella descritta nell’altro contributo pubblicato su questo giornale è cosa difficile se prima non si comprende come le nostre valli possano essere considerate dal punto di vista morfologico come un buco contornato dalle vette Feltrine, dalle Pale di San Martino, dal Lagorai e dalla Cima d’Asta, depressione solcata da valli di direzione non solo nord – sud ma anche est - ovest. Questo assetto orografico, unito ad un gradiente altimetrico notevole (dai 400 fino agli oltre 3000 metri di quota) fa si che le condizioni climatiche, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto prettamente pluviometrico, siano dissimili da zona a zona e che le stazioni meteorologiche presenti registrino condizioni difficilmente confrontabili fra loro. E’ importante anche ricordare che a preludio della grande piena che si verificherà il 4 novembre, già nel mese di agosto una precipitazione estremamente intensa provoca l’innalzamento del livello dei rivi e torrenti e, causa il contemporaneo imperversare di forti raffiche di vento, anche danni al patrimonio boschivo soprattutto a carico della proprietà del comune di Transacqua. Trascorsi poco più di due mesi dalla “brentana” d’agosto, ecco accadere all’inizio di novembre ciò che nessuno si aspettava: una seconda piena durante lo stesso anno solare ed una delle più distruttive che si ricordino nelle valli di Primiero. Lo spirare di correnti meridionali fortemente umide, unito all’effetto di sollevamento orografico legato alla presenza delle catene delle Vette Feltrine, delle Pale di San Martino e del massiccio di Cima d’Asta, portò alla formazione di intense e prolungate precipitazioni che assunsero carattere eccezionale tra il 3 ed il 5 novembre anche in quanto collegate a fortissime raffiche di vento: a Passo Cereda caddero 491 mm, a Caoria 310 mm, a Canale 307 mm, a San Silvestro 230 mm. L’evento piovoso non rivestì fortunatamente carattere di eccezionalità anche nell’area San Martino - Passo Rolle in quanto, almeno inizialmente, le precipitazioni assunsero carattere nevoso immobi-

lizzando in tal modo il deflusso ; la presenza però dei forti venti sciroccali, che portarono all’abbattimento di vaste porzioni di bosco (quasi 93.000 mc di legname schiantato), provocarono in un secondo tempo lo scioglimento delle masse nevose prolungando in tal modo la durata della piena. A Primiero, come del resto in tutto il Trentino orientale, fenomeni franosi di grandi dimensioni e trasporti solidi ingentissimi da tutti i principali corsi d’acqua hanno sostanzialmente modificato l’assetto morfologico degli immissari del Fiume Brenta e dell’Adige (Avisio in primis). Farsi un’idea delle masse in gioco è difficilissimo: basti pensare a ciò che fece il Torrente Chieppena a Strigno e Villa Agnedo (paesi che furono letteralmente ricoperti di blocchi di granito) o la Val di Stona che seppellì di fango una buona parte di Mezzano. La devastazione ha raggiunto livelli tali per cui nel tentare di descriverla è facile tralasciare moltissime informazioni e sono altresì convinto che sarebbe necessario un libro ad hoc per rappresentare ciò che avvenne in quanto ogni versante ed ogni valletta fu percorsa da frane e colate di detrito ed ogni abitante subì in modo diverso e personale l’evento. Da un’ora all’altra numerose famiglie hanno visto scomparire tutto ciò che avevano di più caro: case e con esse i ricordi di una vita e, in alcuni casi, anche gli affetti. La narrazione dei danni provocati dai torrenti e dalle frane, che viene fatta percorrendo i torrenti da monte verso valle, sarà per forza di cose sommaria: possono venire in aiuto a chi volesse ulteriormente approfondire l’argomento le pubblicazioni di Gorfer, quella di Trotter, i tanti contributi apparsi sulla stampa dell’epoca; per la parte iconografica ci si può far riferimento alle fotografie di Ovidio Gilli (alcune delle quali sono incluse nel testo), quelle di Fabio Simion, dei fratelli Valline, solo per citare le raccolte più note. E.F.G.


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Le case della frazione di Nolesca: il materiale trasportato dal rio Valserena si è depositato a ridosso del fabbricato della birreria ed ha raggiunto un’altezza prossima ai due metri.

La Valle del Cismon: Valmesta L’area di Valmesta, primo nucleo di case che si incontra scendendo da San Martino di Castrozza, fu doppiamente colpita: da una parte le frane che già all’altezza della strada per i Camoi (ma soprattutto dalla Val Fredda in giù) avevano spazzato via la strada di Passo Rolle, dall’altra il bosco abbattuto e le migliaia di piante accavallate le une sulle altre che rendevano impraticabile la viabilità anche dove questa non era stata interrotta dalle frane. Il rio Valmesta e la Val del Diaol, dopo aver fatto scomparire la strada statale, apportarono grandi inghia-

iamenti sui rispettivi conoidi, mentre il Cismon dal canto suo, destabilizzava i versanti mettendo fuori uso la condotta Valmesta – Lago della Noana.

Siror L’abitato, composto dal nucleo storico centrale e dalla frazione di Nolesca, fu pesantemente interessato dai due collettori che attraversano gli agglomerati urbani e, allo stesso tempo, dal Cismon. Siror fu allagato ed inghiaiato dalle acque del Civerton che devastarono anche la viabilità interna al paese, mentre il Cismon portò via alcune case (tra

La parte alta dell’abitato di Siror. Il Cismon, dopo aver distrutto alcune case, ha allargato il proprio alveo andando ad aggirare il ponte della strada statale interrompendo, di fatto, le comunicazioni con Nolesca.


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cui la casa Partel) che si trovavano dove ora sorge il campo da calcio; le spallette del ponte della statale vennero erose dalle acque ed i due nuclei abitati rimasero tra loro isolati. Gravi danni subì anche la frazione di Nolesca, sia a causa del Cismon, ma soprattutto per il materiale movimentato dal rivo Val Serena che, intasando il canale che attraversava la frazione, inondò di materiali ed acqua alcune case ed erose le massicciate delle vie. La “Campagna”, zona agricola di pregio catastalmente suddivisa tra Siror e Tonadico, veniva in buona parte ricoperta dal detrito del rio Lazer che sommava la propria alla devastazione posta in essere dal Cortesele. Le acque, che scendevano prive di controllo verso il Cismon utilizzando la viabilità comunale, danneggiarono numerosi “Barchi” (tipici piccoli fienili in legno), erodendo le massicciate stradali, demolendo in parte la casa Scalet alle Tressane ed interrompendo in tal modo anche qui la viabilità. La casa Scalet alle Tressane parzialmente demolita dalle acque del Lazer e del Cortesele che, congiuntesi, scesero lungo la via comunale ed erosero le fondamenta dell’edificio

Il rio Lazer allo sbocco della valletta sul conoide. Sulla sinistra quello che resta dell’imbuto iniziale del cunettone che attraversava le campagne. Nella zona inghiaiata al centro della foto ora sorgono due stalle.

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Tonadico La parte più antica dell’abitato fu relativamente risparmiata anche se la Val del lago qualche danno lo produsse soprattutto alla viabilità interna, ma furono la “campagna” ma soprattutto la zona di nuova edificazione posta sulla piana alluvionale del Torrente Canali che venne devastata. Case evacuate perché pericolanti come quella Debertolis, altre rese inabitabili, la strada statale per Passo Cereda asportata in più punti, sono il lascito della furia del Canali. La centrale municipalizzata di Castelpietra alle 14.30 venne invasa prima dalle acque che avevano sfondato le porte di ventilazione e successivamente, alle 14.45, fu investita dalla massa di materiale trasportata del torrente. Il tecnico di servizio Giancarlo Lucian, prima di porre in salvo la famiglia del suo collega che abitava nello stabile circondato dalle acqua e sé stesso, arrestava i macchinari facendo in modo che il materiale entrato non producesse danni alle apparecchiature ma semplicemente li sommergesse alla stessa stregua di tutto

La distruzione causata dal Torrente Canali nella zona della Centrale di Boaletti. Sulla sinistra il ponte della strada di Passo Cereda, strada scomparsa per lunghi tratti, mentre sullo sfondo la vecchia centrale

ciò che contenevano i locali. Da quel momento la valle rimaneva priva di energia elettrica che sarà parzialmente ripristinata dopo un mese e mezzo circa.

L’area artigianale di Tonadico inghiaiata dal torrente Canali. Sulla destra la centrale parzialmente sommersa dalla ghiaia e sullo sfondo alcune delle case danneggiate


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Fiera di Primiero

La zona del Ponte del Mirabello poco prima che le acque del Cismon erodessero gli argini e demolissero i fabbricati

Scendendo verso Fiera sono da segnalare decorticamenti e smottamenti che interessarono le pendici tra le Sante Caterine e le Gustaie con la conseguente invasione di fango del rione residenziale di Via San Francesco; anche il Canton Grison, agglomerato posto a monte della Cesa Nova, fu investito dalla melma. Il Cismon, che sfasciò gli argini in vari punti tra Siror e Fiera, provocò frane nella zona del Parco Vallombrosa, l’intasamento del ponte della Strada Statale in prossimità dell’albergo Mirabello (il detrito e le piante ostruirono a tal punto la sezione del ponte che le acque ruppero l’argine di sinistra asportando la casa Cesari, la villa Dramis e lo stabile della Cassa Malati); a valle del ponte per Transacqua si verificarono altre quattro rotture lungo il Viale Italia. Straziante deve essere stata l’angoscia di Ivo Crepaz, ispettore dei locali vigili del fuoco, che guar-

La stessa zona a distruzione avvenuta: in quest’area sparirono tre fabbricati


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La frana nella parte alta dell’abitato, causa principale dell’intasamento della canalizzazione e dell’alluvionamento della piazza principale

dava dalla sponda opposta lo stabile della Cassa Malati dove abitava assieme alla famiglia. Quando l’edificio crollò Ivo e non potè far nulla: in quei momenti non sapeva se la sua famiglia si era salvata od era perita nel disastro. Per la sua posizione centrale e per la relativa limitatezza dei danni subiti, Fiera divenne dopo il culmine degli eventi il centro di coordinamento dei soccorsi per tutta la valle.

La parte di Transacqua attraversata dal rio Carpenze fotografata durante la piena

Pieve A Pieve (frazione di Transacqua sulla destra del Cismon), il rio Guastaia erose la valletta tra il colle del Colaor e i masi Guastaia. Una grande quantità di materiale fu trascinata nell’abitato che fu in parte sepolto sotto una coltre di fango e ciottoli alta oltre due meri. Acqua e materiali scendevano anche per le Pezze investendo la Rivetta. Al Melas la “brenta-


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La località Fossi: l’erosione del Cismon fu così intensa da danneggiare la segheria Debertolis e da raggiungere la zona prativa ora occupata dalla scuola superiore.

na” uccise una donna, Brigida Turra in De Paoli, che per tutta la notte i tre figli cercarono invano. A Pieve intervennero i soccorritori della Val d’Aosta e, in segno di gratitudine, a questa regione venne dedicata la piazza principale della frazione.

Transacqua Il territorio di Transacqua fu colpito principalmente tra le 16 e le 17 del quattro novembre. La frana del Tamer scese fino a Ormanico assalendone la parte Nord. Il Ric Maor si abbatté su un paio di case; alle

17,30 il rio che viene dalla Caneva irruppe a Transacqua scavandovi voragini e depositando il materiale nella piazza dell’Isola Bella. Una persona, Giacomo Pradel, fu travolta e uccisa dal torrente che scorreva lungo le strade con violenza inaudita. Nei pressi del ponte per Fiera il torrente Canali, il cui trasporto solido era incrementato dalla grande frana del Cereda che aveva spazzato via la strada statale per il passo omonimo, distrusse quasi completamente l’albergo Al Ponte. A valle dell’abitato le acque del Cismon causarono gravi danni alla segheria Scalet e sommersero quella Debertolis, asportando buona parte della strada statale.

L’abitato di Mezzano nei pressi del Brolo: il fango ha raggiunto i primi piani delle case delle famiglie Bettega e Orsingher


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La parte alta dell’abitato di Mezzano investita dalla colata di fango proveniente in gran parte dalla Val di Stona

Mezzano Il dramma di Mezzano è iniziato alle 10.30 del 4 novembre 1966 quando la sirena diede il segnale d’allarme. All’inizio l’attenzione era concentrata ai Salgetti in quanto si temeva una rotta del Cismon nel punto tristemente noto per il superamento dell’argine avvenuto anche nel 1882; a quello che stava succedendo sulla strada delle Segnane, a monte del paese, non veniva data al momento grande attenzione in quanto tutte le forze erano concentrate lungo gli argini del Cismon dove il pericolo era più tangibile. All’inizio l’argine venne rafforzato con tronchi d’albero tagliati nel bosco d’Oltra, cercando in questo modo di creare una barriera alle acque. In seguito si dovettero abbattere i tigli della piazza e il grande abete di casa Bettega; il Cismon però alle 16.20 superava l’argine in muratura aprendosi una via ed in pochi minuti circa 200 metri di difese cedettero. Le acque invasero allora le campagne delle Ghiaie e della Copera ed isolarono una casa

che verso le 18 venne completamente portata via; identica sorte toccava al maso Lander, verso Fiera. Il Cismon aveva ormai distrutto tutto quello che c’era ai piedi del conoide della Val dei Schivi: in parecchi punti la strada statale n.50 era letteralmente scomparsa mentre frane precipitavano di continuo dalle ripide coste delle Pralonghe. La strada verso Imer era interrotta dal rio S.Pietro e dalla frana dell’Ingueletta. Gli abitanti della parte bassa del paese cercavano rifugio in quella alta non aspettandosi quello che di lì a poco sarebbe successo. Nella notte ci si accorse, senza ben comprendere appieno ciò che stava succedendo dato che mancando la corrente elettrica la notte era nera come la pece, dell’acqua sempre più gonfia e sporca di terra che scendeva dalle Pralonghe e dalle Pomaie. Le zone dei Fragaldi e dei Pranovi venivano interessate per prime dalla colata fangosa della Val di Stona. La gente scappava lungo le vie trasformate in insidiose distese di fango. Ormai il fronte di emer-


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L’abitato di Mezzano e la colata della Val di Stona visto da quello che resta della campagna

genza, che era rimasto compatto sugli argini del Cismon, si era giocoforza rotto in molteplici singoli drammi che rimangono impressi nei ricordi dei più. Verso l’una del mattino del 5 novembre una trentina di mamme coi loro bambini, in precedenza fatte evacuare nell’asilo, dovettero sgomberare in tutta fretta la scuola materna dove avevano trovato ospitalità. Verso le 4 il corso del rio Pralonghe venne percorso da una nuova colata di fango che investì alcune case sopra il municipio, mentre la frana della Val de Stona continuava a scaricare melma seppellendo sotto due meri di materiale la via Vecchia e tutte le autovetture lì parcheggiate. La chiesa, il cimitero, la piazza erano sommerse da una coltre di melma. La colata era scesa fino alle “Basse” sormontando e seppellendo anche la ghiaia depositata dal Cismon. Le campagne erano scomparse e molte case inabitabili. La colata della Val di Stona rimase attiva per diversi giorni ed ogni notte, anche a causa dell’assenza della luce elettrica per il seppellimento della centrale di Tonadico, veniva vissuta come un incubo per gli abitanti di Mezzano.

Imèr Oltre ai danni inferti dal Cismon nella parte pianeggiante del paese, Imer è stato coinvolto dalla piena sia del rio S. Pietro che del rio Rizzol. Tutto si è svolto tra le 12 e le 20 del quattro novembre. Gli argini del San Pietro, eretti per difendere l’abitato dalle periodiche colate detritiche che percorrevano quest’alveo, vennero riempiti di materiale: ad un certo punto il trasporto solido era tale per cui il cunetteone fu colmato (anche per l’intasamento dei ponti e l’effetto di rigurgito connesso) e le acque fuoriuscite percorsero le strade; molto materiale si riversò sia verso il vecchio municipio sia verso quello nuovo. Gravissimi danni furono provocati dal Rizzol che demolì alcune case ed uccise una persona, Franz Boninsegna che era impegnato nell’opera di soccorso: una seconda persona decedeva nel tardo pomeriggio in conseguenza dei disagi a cui fu sottoposta in quella tremenda giornata. Nel frattempo il Cismon, dopo aver rotti gli argini ai Salgetti su quel di Mezzano, scendeva lungo le campagne distruggendo tutto quanto incontrava:


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Le operazioni di sgombero del detrito depositato sulla strada statale dal rio Rizzol. In quest’area morì durante le operazioni di soccorso Franz Boninsegna

i fienili, la pescicoltura, la statale. La strada per passo Gobbera venne interrotta in più punti dalle frane e dalle erosioni dei rivi che la attraversano, il rio Stort (o rio Madonna) in particolare scavò un

profondo solco lungo il suo corso approfondendosi di oltre due metri nella zona del capitello della Madonna del Bus.

L’entrata sud per la frazione di Masi completamente invasa dai sassi trasportati dal rio in una immagine di Valline


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Masi di Imèr Neppure la piccola frazione di Masi fu indenne dall’alluvione: aggredita nella parte bassa delle acque del Cismon, fu attraversata da una colata detritica che aveva percorso il rio dei Masi. I danni furono ingenti ma, per fortuna, non si ebbero a registrare vittime.

Sagron Mis La fortuna dei due abitati fu quella di localizzarsi su terrazzi morenici in posizione defilata rispetto al torrente Mis ed ai suoi tributari: i danni maggiori pertanto li subirono la viabilità e le infrastrutture tecnologiche: la provinciale che collegava i due paesi venne interrotta in corrispondenza dell’attra-

versamento della Val delle Bastie ed in numerosi altri luoghi. La strada della California venne asportata in più punti e così il collegamento con il fondovalle bellunese fu interrotto; stessa sorte toccò alla strada per Gosaldo mentre quella per Primiero fu demolita dal rio Cereda in più punti. In tutto il Comune solo tre case andarono perdute; i danni maggiori li subirono i fienili e gli altri rustici molti dei quali furono scoperchiati dal vento. Il comune rimase isolato per un lungo periodo.

La Valle del Vanoi Nel numero 11-12 del dicembre 1966 di Voci di Primiero, fascicolo speciale dedicato all’alluvione, il 4 novembre viene definito per la Valle del Vanoi come “Il giorno più lungo” ed in effetti una tale de-

Il rudere del ponte della strada del Broccon, manufatto costruito dall’impresa Brunet e visto come un gioiello dell’ingegneria per i suoi archi in pietra, zona in cui morì Luigi Rattin


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vastazione erano quasi ottant’anni che non veniva subita dalla valle. Il bacino del Vanoi occupa un’area estesa e pertanto in caso di precipitazioni elevate e persistenti, in quei giorni i pluviometri di Canale e Caoria registrarono oltre 300 mm in 48 ore, è logico aspettarsi una piena molto importante: e così puntualmente avvenne. Già a monte della Chiesetta del Pront il Vanoi occupava tutto il suo alveo erodendo le sponde: il rifugio Refavaie rimaneva isolato a causa della scomparsa della strada e con esso tre persone. La devastazione continuava scendendo fino alla Centrale dei Volpi ed alla Case degli operai della Smirrel che vennero rese inabitabili. Se il Vanoi faceva paura, anche la Val Sorda creava apprensioni: “all’una arriva la massima piena; sotto l’arcata del ponte Valsorda, a metà paese, non passerebbe neanche un dito”, così scriveva su Voci di Primiero l’ignoto cronista rendendo chiaro a tutti quanta era la furia del rio!

Il solo Lozen a Canale, ma anche in associazione con la Val Zortei nella zona di Prade e Zortea, creava devastazione: tra le 17 e le 18 del quattro novembre le case ed i ponti iniziarono a crollare. A Zortea venne distrutta la casa e segheria di Silvio Romagna, il ponte di Mezzavalle venne aggirato verso le 16.30 impedendo di fatto le comunicazioni tra Cicona e Zortea, la frazione dei Berni era irraggiungibile per le numerose frane che ingombravano la strada. Ai Molineri la situazione era precipitata già verso le 13.30 quando il ponte era stato asportato e la colonia S. Pio X invasa dalle acque e dai sassi; il ponte sulla Valvignol venne pure asportato. Sul tardi giunse la tragica notizia della morte di Luigi Rattin che, ignaro di cosa stava succedendo, volle attraversare il ponte sul Vanoi sulla strada del Passo Broccon e fu travolto quando il ponte crollò; per collegare le tante frazioni di Ronco a Canale venne realizzata, alcuni giorni dopo, una teleferica che permetteva ad una persona alla volta di attraversa re il torrente. E.F.G.

Immagine del corso del Lozen subito a monte del viadotto di Canale: è evidente la devastazione apportata e come un alveo in origine largo un paio di decine di metri si sia allargato fino a raggiungere il centinaio.


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La Voce del NordEst - Numero 65 Ottobre 2016

Gli effetti socio - economici Gli effetti catastrofici dell’alluvione sono ben impressi nella memoria di chi, come me, appartiene a quelle generazioni nate prima del 1960: fango e ghiaia ovunque, strade scomparse, case distrutte, boschi abbattuti, ma soprattutto un numero elevato di morti. Infatti in Italia ben 134 persone persero la vita: 6 in provincia di Bolzano, 26 in quella di Trento (5 nel Primiero), 26 in quella di Belluno, 2 nella Trevigiana, 3 in provincia di Venezia, 5 in quella di Vicenza, 14 in quella di Udine, 4 nel Pordenonese, 1 nel Bresciano e 47 in Toscana (17 nella sola Firenze) oltre agli 88.800 sfollati. Dal punto di vista economico l’alluvione ha quasi messo in ginocchio il paese anche a causa della vastità degli allagamenti (173.000 ettari nelle Tre Venezie e 37.000 ettari nel Modenese), che hanno colpito aree ad elevata concentrazione di insediamenti agricoli e/o industriali. In totale, secondo IRPI (Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica), vennero distrutti o danneggiati 9752 negozi, 8548 botteghe artigiane, 248 alberghi, 600 insediamenti produttivi, 13943 case, migliaia di automobili: nella sola provincia di Belluno furono lesionati più o meno pesantemente 4300 edifici, 528 ponti e 1.346 km strade. Monetizzare il danno in questi casi non è cosa facile se si pensa che solo i boschi del Trentino subirono oltre 300.000 metri cubi di schianti: l’entità del disastro può essere solo stimata in quanto molti lavori di ripristino vennero effettuati in proprio dai singoli cittadini ed il loro costo non

Per approfondire

è conosciuto. Secondo studi del CNR (Centro Nazionale delle Ricerche) inizialmente il danno venne valutato in 1000 miliardi di lire (10 miliardi di Euro attuali) dei quali poco meno della metà imputabili solamente alla città di Firenze: nei 10 anni successivi vennero spesi altri 10.000 miliardi di lire (almeno altri 50 miliardi di Euro).

I danni nelle valli e la loro quantificazione Nel complesso le rovine nelle nostre valli furono enormi: 95.000 mc di piante abbattute dal vento e dalle frane, alcuni chilometri di viabilità principale distrutta, almeno 15 ponti principali resi intransitabili, la perdita pressoché completa dei foraggi stipati nei “barchi” sia sulla piana tra Siror e Tonadico che in quella tra Mezzano ed Imer, il sistema idroelettrico messo in ginocchio, acquedotti, fognature, linee telefoniche interrotte, un numero non quantificato di tratti di viabilità interna ai paesi sconquassata, oltre 40 case distrutte, 16 attività produttive sparite tra i flutti, 247 famiglie sfollate nel solo abitato di Mezzano, decine e decine di macchine accartocciate. Il danno economico, stante l’elenco sommario fatto, non può che essere una semplice stima: se in Italia i danni furono valutati in 530 milioni al 1966, si può pensare che le sole valli di Primiero e del Vanoi abbiano subito ognuna un danno di almeno 80-100 milioni di Euro all’epoca ovvero tra i 1.5 e 2 miliardi di Euro attuali. E.F.G.

Per approfondire Voci di Primiero n°11-12

Alluvione 1966 Una pagina triste nella storia della nostra valle Il numero speciale di Voci di Primiero dedicato all’alluvione

CORRADO TROTTER

Primiero nella rovina del 1966 Alcione, Trento 1986

Corrado Trotter ha raccolto testimonianza dei giorni dell’alluvione


Primiero 2016 La Voce 22 delmaggio NordEst - Speciale 50° Alluvione 1966-2016 Cerimonia solenne con l'Arcivescovo di Trento mons. Lauro Tisi, a 50 anni dall'alluvione

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L’Alluvione tra cronaca e storia ADIGE. Quei lunghi terribili giorni del novembre 1966. Inserto del 5.11.86

P. Cavagnoli Sistemati tutti gli sfollati mentre si imbriglia la frana, L’Adige 17.11.66 p.1

Anche oggi messa al campo per gli abitanti di Mezzano. L’Adige 20.11.66 p.5

P. CAVAGNOLI Grazie amici di Aosta. L’Adige, 04.12.66, p.9

A.N. Altre famiglie trentine abbandonano i loro paesi. Corriere della Sera, 13.11.66 p.7 a.n. Un’enorme massa di fango minaccia un paese del trentino. Corriere della Sera 15.11.66. p.7 M. BANCHER Tastiamo il polso alle valli del Cismon, Mis e Vanoi, Voci di Primiero, p.10 C.A. BAUER. La tragedia di un popolo : il Trentino alla conquista di un domani migliore. Trento 1966, Eurographik

R. CORONA Le alluvioni nel tempo, pp.44-49 in Primiero Storia e attualità 1984 Ecco le prime immagini della valle di Primiero sconvolta dalla piena L’Adige, 09.11.66 p.5 F. FAGANELLO - G. ROSSI. I giorni del dramma. Publilux, Trento, 1966 G. FEA. L’evento alluvionale del novembre 1966 Ministero L.L.P.P. Istituto Poligrafico dello Stato 1969 E. FILIPPI GILLI, Malographia primierotta, Fiera di Primiero 2006


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La Voce del NordEst - Numero 65 Ottobre 2016 E. FILIPPI GILLI. Sui principali eventi alluvionali che hanno interessato il bacino del torrente Vanoi nel periodo compreso tra l’anno 1000 ed il 1992. Dendronatura, n°2, 1992 p. 61

A.GORFER Forza papà, sono qui. L’Adige, 06.12.66, p.9

S. FONTANA - TAVERNARO C. GILLI O Primiero nell’alluvione del 4 novembre 1966. Arti Grafiche Manfrini 1966

A.GORFER La storia dei canalini, una valle si dissangua. L’Adige, 07.12.66, p.9

F.P. La regione ritorna alla vita tra lutti e grandi distruzioni. L’Adige, 08.11.66 p.1 F.P. Un impegno di ripresa, L’Adige, 31.12.66, p.1 A. GAIOTTI Saragat ha portato ai Trentini la solidarietà di tutta l’Italia. L’Adige, 18.11.66 p.1 P. GILLI - L. SOTTORIVA Alluvione 4 -11+ 1966 Testimonianza posta sul retro del Quadro della Madonna dell’Aiuto in Fiera di Primiero A. GIOVANNINI Anche i bambini con pale e badili in una battaglia per ricostruire. L’Adige 09.11.66, p.1 A. GIOVANNINI. Cercano in montagna un rifugio più sicuro L’Adige 10.11.66. p.1 A. GIOVANNINI Mezzano : Il mare di fango avanza. L’Adige 11.11.66 p.1 A. GIOVANNINI Con i giganteschi “caterpillar” aprono la via verso Primiero. L’Adige 11.11.66 p.1 A. GIOVANNINI Nessuno ha dormito. L’Adige 12.11.66 p.1 A. GIOVANNINI Con la forza della disperazione riaperta la via della speranza. L’Adige, 13.11.66. p.1 A. Gorfer Nelle lunghe ore della paura Imer viveva come in trincea L’Adige, 02.12.66 p.9 A. GORFER Abbiamo bisogno di aiuto L’Adige, 02.12.66 p.9 A. GORFER Dateci un domani per Mezzano, L’Adige 03.12.66 p.9 A. GORFER Il Cismon segna duramente la terra, L’Adige 03.12.66 p.9 A. GORFER Inizieremo da zero. L’Adige, 04.12.66, p.9 A.GORFER Lo spaventoso urlo della brentana. L’Adige, 04.12.66, p.9 A.GORFER Uomini e donne tutti a ricostruire. L’Adige, 06.12.66, p.9

Per approfondire

A.GORFER Ancora acqua dopo la miseria, L’Adige, 07.12.66, p.9

GORFER. Il gelo aiuta gli uomini. L’Adige 15.11.66. p1 A. GORFER Si sta costruendo un canale per prosciugare la colata L’Adige 15.11.66 p.6 A. GORFER L’alluvione generale del 4 novembre 1966. Estratto da Natura Alpina anno XVIII - 1967 - n.1 A. GORFER Così sei mesi dopo il Trentino alluvionato L’Adige del 25,27,30 maggio 3, 6, 8 giugno 1967 GORFER. Le Valli del Trentino, Trentino orientale Manfrini Calliano 1975-1977 pp.961, 972, 974, 997, 1005,1011, 1012, 1015, 1022, 1024, 1027,1029. A. GORFER L’alluvione generale del 1966 dieci anni dopo. L’Adige 2, 4, 5, 9, 10, 12 novembre 1976 G. GRIGOLLI. Brava gente, cara gente L’Adige 13.11.66 p.1 I ponti distrutti sulle provinciali L’Adige 15.11.66 p.6 Il ritmo è tornato nel Trentino L'Adige, 02.12.66, p.7 L’Eco della Valle. Supplemento al mensile Autonomia Novembre 1966 n.2 La frana si è arrestata. L’Adige 14.11.66 p.1 La rabbiosa fatica degli uomini ha avuto il suo primo successo L ‘Adige, 02.12.66, p.7 Le montagne gonfie d’acqua minacciano nuovi disastri. L’Adige 12.11.66 p.1 S. MECCOLI. Chiedono soccorso nel Trentino i paesi di montagna isolati. Corriere della Sera, 07.11.66, p.1 S. MECCOLI Sgomberati due paesi nel Trentino minacciati da una colossale frana Corriere della Sera. 08.11.66. p.2 G. Meneguz. Dalla zona di Primiero la prima drammatica corrispondenza L’Adige S. Morandi Hanno detto al Presidente la loro coraggiosa speranza L‘Adige, 18.11.66, p1

Per approfondire B. ZANFRON

novembre 1966 L’ALLUVIONE Reportage del fotografo Zanfron che spazia su tutto il Bellunese

La Brentana, l’alluvione del 1966 nella Valsugana Orientale Raccolta di immagini e testi dedicati all’alluvione in Valsugana


La Voce del NordEst - Speciale 50° Alluvione 1966-2016

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Per approfondire

Eventi naturali estremi

Cambiamenti climatici nelle Valli di Primiero di Ervino Filippi Gilli Il libro è il riassunto di una vita di ricerche e catalogazioni in campo ambientale e può essere inteso come il secondo volume di una analisi più ampia sui cambiamenti climatici. Se nel primo volume, che uscirà probabilmente l’anno prossimo, verrà focalizzato l’interesse sul clima individuando come indicatori del cambiamento i ghiacciai, con questo testo l’attenzione è posta sugli effetti più macroscopici, ovvero gli eventi calamitosi in grado di modificare la morfologia dei luoghi. La ricerca, iniziata per motivi professionali alla fine degli anni Ottanta, è focalizzata sugli eventi estremi avvenuti nelle Valli di Primiero tra il 596 ed il 2016 e raccoglie le descrizioni di ben 246 eventi calamitosi. I fenomeni avvenuti nei 14 secoli analizzati sono raccolti in otto capitoli a cui si aggiungono l’indice dei luoghi e la bibliografia cronologica. Il libro, di 223 pagine, contiene 183 immagini tra riproduzioni di cartoline d’epoca e foto, 25 grafici, 35 tabelle che raccolgono dati di precipitazione ma anche di temperatura. Il volume potrà essere richiesto direttamente all’autore (all’indirizzo info@studioefg.it) o alle principali librerie della valle. Per ulteriori informazioni: Tel. 348/366 56 81.


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La Voce del NordEst - Numero 65 Ottobre 2016

R. ORSINGHER Un incontro affettuoso con le genti trentine, L’Adige, 31.12.66, p.1

C. TROTTER Primiero nella rovina del 1966. Alcione Trento1986

P.A.T. Il Trentino n° 9 - 10 pp. 22-27, 40, 41- 43 Novembre - Dicembre 1966

Ventidue morti trentamila sinistrati il bilancio dell’immenso disastro. L’Adige 10.11.66. p.1

P.A.T. Il Trentino n°65 - 66 pp.22- 25 Marzo - Aprile 1982

Voci di Primiero n°11-12. Alluvione 1966 Una pagina triste nella storia della nostra valle

Primiero non risponde sono tre le vittime? Alto Adige, 06.11.66, p. 5 Quanti morti a Primiero ? Alto Adige, 07.11.66, p.3 Queste le immagini del disastro L’Adige 10.11.66 p.8

CORRADO TROTTER Tra fiumane ed alluvioni. Alcione 1982 CORRADO TROTTER Primiero nella rovina del 1966 Alcione Trento 1986

G. SANTINI Si spera nel gelo L’Adige 13.11.66 p.1

Materiale cinematografico e fotografico

Sette morti nelle valli di Primiero? L’Adige, 07.11.66, p3

A. GIACOMELLI : Filmati amatoriali del novembre 1966

Sette persone decedute in Valsugana Sono sette le vittime nella zona di Primiero. L’Adige, 08.11.66 p.1

O. GILLI Archivio fotografico

F. ROMAGNA. La valle del Vanoi Canal San Bovo. 1795 p.17-23

S.R. Primiero : pugnalata al cuore. L’Adige 09.11.66. p.1 T.M. Nel Trentino quasi isolato si contano diciassette morti, Corriere della Sera, 06.11.66 p.5 Trento si riprende Primiero chiama aiuto. L’Adige, 07.11.66, p1

A. FOLGHERAITER Alluvione a Primiero. RAI 1986 A. FOLGHERAITER I giorni dell’Alluvione. RAI 1996 R. SCHWEIZER Alluvione a Mezzano 1986 L. TAUFER Alluvione a Caoria 1966 F. TAVERNARO Filmato amatoriale del novembre 1966


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