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WORDS & WORKS


INDICE INDEX

© DelineoDesign Via Tegorzo, 3 31044 Montebelluna [Tv] Italy contatti 000 0000000 000 0000000 000 0000000 www.delineodesign.it | info@delineodesign.it twitter | facebook | LinkedIn: Delineodesign

WORDS Giampaolo Allocco e Delineo: il design “reale” Giampaolo Allocco and Delineo: the “real” design Alberto Bassi 06 CONVERSAZIONE ATTORNO A DELINEODESIGN INTERVIEW WITH GIAMPAOLO ALLOCCO Rosa Chiesa, Ali Filippini 10 LA MIA IDEA DI DESIGN MY IDEA ON DESIGN Giampaolo Allocco 18 WHO IS WHO WHO IS WHO 24 WORKS TESTA A SFERA 26; ELLE3 32; PRODIGE 36; SIMPATY 44; POWER CARBON 50; KÒREBO 58; TEAM MINARDI 64; DSM 70; Ortus, Cutty 74; bull 78; MAPS MAPS 84,

graphic design Marco Fornasier [ü] traduzioni translation Nome Cognome finito di stampare il mese di gennaio 2012 da grafiche xxxxxxxxxxx end of print: january 2012 from xxxxxxxxxxx su carta prodotta da foreste controllate FSC xxxxxxxxxxxx delle cartiere xxxxxxxxxxx on natural paper from controlled forests FSC xxxxxxxxxxxx from paper producer xxxxxxxxxxx


INDICE INDEX

© DelineoDesign Via Tegorzo, 3 31044 Montebelluna [Tv] Italy contatti 000 0000000 000 0000000 000 0000000 www.delineodesign.it | info@delineodesign.it twitter | facebook | LinkedIn: Delineodesign

WORDS Giampaolo Allocco e Delineo: il design “reale” Giampaolo Allocco and Delineo: the “real” design Alberto Bassi 06 CONVERSAZIONE ATTORNO A DELINEODESIGN INTERVIEW WITH GIAMPAOLO ALLOCCO Rosa Chiesa, Ali Filippini 10 LA MIA IDEA DI DESIGN MY IDEA ON DESIGN Giampaolo Allocco 18 WHO IS WHO WHO IS WHO 24 WORKS TESTA A SFERA 26; ELLE3 32; PRODIGE 36; SIMPATY 44; POWER CARBON 50; KÒREBO 58; TEAM MINARDI 64; DSM 70; Ortus, Cutty 74; bull 78; MAPS MAPS 84,

graphic design Marco Fornasier [ü] traduzioni translation Nome Cognome finito di stampare il mese di gennaio 2012 da grafiche xxxxxxxxxxx end of print: january 2012 from xxxxxxxxxxx su carta prodotta da foreste controllate FSC xxxxxxxxxxxx delle cartiere xxxxxxxxxxx on natural paper from controlled forests FSC xxxxxxxxxxxx from paper producer xxxxxxxxxxx


WOR DS


WOR DS


06, 07 - WORDS

Giampaolo Allocco e Delineodesign: il design “reale” Giampaolo Allocco and Delineodesign: “real” design Alberto Bassi

Il panorama internazionale e italiano attorno all’industrial design appare ormai da tempo tracciato con chiarezza. Una molteplicità di modi di intendere e praticare il progetto, in un mercato e una società sempre più segmentati e pluralistici. Da una parte infatti, si è costruito un ristretto numero di “eccentriche” presenze – imprese e designer – di frequente intente a sfamare una propria bulimia autoreferenziale e a soddisfare una dimensione mediatica che tende a spostare il ruolo del progetto dal mondo reale dell’economia e del mercato, ma soprattutto dei bisogni degli utilizzatori, verso quello artificialmente costruito dell’arte e dintorni, dell’“eventismo” e del “nuovismo”. Dall’altra parte, il design si colloca appropriatamente al centro di un sistema complesso di relazioni e connessioni – con società, impresa, marketing, comunicazione, distribuzione, etc. – riservando per sé il ruolo di motore dell’innovazione (tecnologica, tipologica, funzionale, estetica che sia), senza la quale la prassi progettuale si depaupera e assimila/asserve ad altre discipline e pratiche coinvolte nel processo economico e di valorizzazione che è alla base dell’esistenza stessa di artefatti/sistemi/servizi. In forzosa sintesi, si possono individuare due approcci: che il design finisca per occuparsi di sé stesso oppure del “mondo”. Senza sperare in salvifiche utopie, ma più semplicemente coltivando speranze di significato, di valore e di etica, le sfide contemporanee paiono concrete e ardite – dalla sostenibilità all’usabilità, al ruolo delle tecnologie –, ben lontane dall’irrilevanza di episodi bizzarri e inconcludenti. In tale quadro, le pratiche contemporanee del disegno industriale si sono sviluppate, in sostanza, lungo due direzioni: agendo all’interno delle imprese con il potenziamento di uffici tecnici, di ricerca e sviluppo o similari; operando in autonomia e dall’esterno ma a diretto contatto con le aziende.

The International and Italian panorama of industrial design has long been outlined with precision. Multiple ways of seeing and designing a project in a market and society that is becoming more fragmented and pluralist. On one side, an “outlandish” closed group of companies and designers concentrating on feeding their self referenced bulimia and satisfying media that, in turn tend to change the role of projects and the needs of users from the economic world and real market, to an artificial one of art and surroundings, of “eventism” and “noveltism”. On the other side, design fits perfectly in the complex system of relationships and connections between society, companies, marketing, communication, distribution etc., holding close to the role of the innovative engine (technological, typological, functional, aesthetic), without which, the designing process would decay and resemble other disciplines involved in the economic and valorisation process artefacts/methods/services are based on. A forced synthesis identifies two different directions: design will either end up looking after itself or looking after the “world”. Without wishing for saviour dreams, but simply nurturing significant, valuable and ethical hopes, modern challenges– from sustainability and usability issues to the role of technologies – appear real and daring, and are far from insignificant bizarre and inconclusive events. In this picture, modern industrial design has mainly developed in two directions: within companies with strong engineering and research and development departments; or independently, working hand in hand with the company.


06, 07 - WORDS

Giampaolo Allocco e Delineodesign: il design “reale” Giampaolo Allocco and Delineodesign: “real” design Alberto Bassi

Il panorama internazionale e italiano attorno all’industrial design appare ormai da tempo tracciato con chiarezza. Una molteplicità di modi di intendere e praticare il progetto, in un mercato e una società sempre più segmentati e pluralistici. Da una parte infatti, si è costruito un ristretto numero di “eccentriche” presenze – imprese e designer – di frequente intente a sfamare una propria bulimia autoreferenziale e a soddisfare una dimensione mediatica che tende a spostare il ruolo del progetto dal mondo reale dell’economia e del mercato, ma soprattutto dei bisogni degli utilizzatori, verso quello artificialmente costruito dell’arte e dintorni, dell’“eventismo” e del “nuovismo”. Dall’altra parte, il design si colloca appropriatamente al centro di un sistema complesso di relazioni e connessioni – con società, impresa, marketing, comunicazione, distribuzione, etc. – riservando per sé il ruolo di motore dell’innovazione (tecnologica, tipologica, funzionale, estetica che sia), senza la quale la prassi progettuale si depaupera e assimila/asserve ad altre discipline e pratiche coinvolte nel processo economico e di valorizzazione che è alla base dell’esistenza stessa di artefatti/sistemi/servizi. In forzosa sintesi, si possono individuare due approcci: che il design finisca per occuparsi di sé stesso oppure del “mondo”. Senza sperare in salvifiche utopie, ma più semplicemente coltivando speranze di significato, di valore e di etica, le sfide contemporanee paiono concrete e ardite – dalla sostenibilità all’usabilità, al ruolo delle tecnologie –, ben lontane dall’irrilevanza di episodi bizzarri e inconcludenti. In tale quadro, le pratiche contemporanee del disegno industriale si sono sviluppate, in sostanza, lungo due direzioni: agendo all’interno delle imprese con il potenziamento di uffici tecnici, di ricerca e sviluppo o similari; operando in autonomia e dall’esterno ma a diretto contatto con le aziende.

The International and Italian panorama of industrial design has long been outlined with precision. Multiple ways of seeing and designing a project in a market and society that is becoming more fragmented and pluralist. On one side, an “outlandish” closed group of companies and designers concentrating on feeding their self referenced bulimia and satisfying media that, in turn tend to change the role of projects and the needs of users from the economic world and real market, to an artificial one of art and surroundings, of “eventism” and “noveltism”. On the other side, design fits perfectly in the complex system of relationships and connections between society, companies, marketing, communication, distribution etc., holding close to the role of the innovative engine (technological, typological, functional, aesthetic), without which, the designing process would decay and resemble other disciplines involved in the economic and valorisation process artefacts/methods/services are based on. A forced synthesis identifies two different directions: design will either end up looking after itself or looking after the “world”. Without wishing for saviour dreams, but simply nurturing significant, valuable and ethical hopes, modern challenges– from sustainability and usability issues to the role of technologies – appear real and daring, and are far from insignificant bizarre and inconclusive events. In this picture, modern industrial design has mainly developed in two directions: within companies with strong engineering and research and development departments; or independently, working hand in hand with the company.


Il sistema del design italiano è stato – e continua ad essere nei casi virtuosi che stanno attraversando vincenti la crisi strutturale in corso – soprattutto caratterizzato dalla capacità di affiancare dentro le aziende tutte le competenze: imprenditoriali, progettuali, legate al “saper fare” produttivo, e poi ancora di costruzione di identità, di brand, di capacità commerciale e distributiva. Il designer “reale” opera in questo contesto. Giampaolo Allocco e lo studio Delineodesign ne configurano un esempio, in parte anomalo all’interno del contesto italiano di partenza, ma comunque orientato a una dimensione internazionale. Attivo in particolare nel settore dello sport system, ha saputo nel tempo allargare la propria area di intervento, operando anche nelle aree più attrattive economicamente e ad elevata visibilità, come l’arredamento o il lighting design. Senza per questo smarrire il proprio DNA legato alla ricerca su materiali, processi e soluzioni produttive. La dimensione operativa e organizzativa di Delineodesign resta utilmente “italiana”, quella di una piccola, agile struttura in grado di muoversi sul mercato internazionale a largo spettro di competenze e aggiornate metodologie. Una “bottega” – da intendersi nel senso alto di quelle analoghe di antica tradizione – del design, curata nei rapporti con i committenti, aggiornata e accorta nella gestione “globale” del ruolo del design in rapporto all’impresa. Una declinazione contemporanea quindi del concetto di qualità, del progetto e del servizio.

Italian design has been – and is still, for those virtuous cases that are making it through the current structural crisis – characterised by the ability to bring together all the expertise within the company: business and design concerning production know how, identity branding and commercial and distribution skills. This is the world of the “real” designer. Giampaolo Allocco and his Delineodesign studio are an example, although slightly atypical in the Italian landscape, but oriented towards an international dimension. Primarily working in the sport system, he has been able, in time, to amplify his working environment towards more attractive businesses, such as furnishing and lighting design, which have increased his visibility and profitability. Without ever forgetting his DNA which is based on the research of materials, methods and production solutions. The working and organizational dimension of Delineodesign remains essentially “Italian”; a small and nimble structure able to move in the wide international market of expertise and state of the art methodologies. A design “workshop” – modelled on the antique traditional high quality artisanal workshops –that nourishes the relationship with clients, and is constantly updated and aware of the “global” role of design and business. A modern interpretation of the concept of quality, design and service.

La fase di studio di un progetto inizia dai disegni a mano e si completa con la visualizzazione tridimensionale. Product design process start from schetches to 3d visualisation.


Il sistema del design italiano è stato – e continua ad essere nei casi virtuosi che stanno attraversando vincenti la crisi strutturale in corso – soprattutto caratterizzato dalla capacità di affiancare dentro le aziende tutte le competenze: imprenditoriali, progettuali, legate al “saper fare” produttivo, e poi ancora di costruzione di identità, di brand, di capacità commerciale e distributiva. Il designer “reale” opera in questo contesto. Giampaolo Allocco e lo studio Delineodesign ne configurano un esempio, in parte anomalo all’interno del contesto italiano di partenza, ma comunque orientato a una dimensione internazionale. Attivo in particolare nel settore dello sport system, ha saputo nel tempo allargare la propria area di intervento, operando anche nelle aree più attrattive economicamente e ad elevata visibilità, come l’arredamento o il lighting design. Senza per questo smarrire il proprio DNA legato alla ricerca su materiali, processi e soluzioni produttive. La dimensione operativa e organizzativa di Delineodesign resta utilmente “italiana”, quella di una piccola, agile struttura in grado di muoversi sul mercato internazionale a largo spettro di competenze e aggiornate metodologie. Una “bottega” – da intendersi nel senso alto di quelle analoghe di antica tradizione – del design, curata nei rapporti con i committenti, aggiornata e accorta nella gestione “globale” del ruolo del design in rapporto all’impresa. Una declinazione contemporanea quindi del concetto di qualità, del progetto e del servizio.

Italian design has been – and is still, for those virtuous cases that are making it through the current structural crisis – characterised by the ability to bring together all the expertise within the company: business and design concerning production know how, identity branding and commercial and distribution skills. This is the world of the “real” designer. Giampaolo Allocco and his Delineodesign studio are an example, although slightly atypical in the Italian landscape, but oriented towards an international dimension. Primarily working in the sport system, he has been able, in time, to amplify his working environment towards more attractive businesses, such as furnishing and lighting design, which have increased his visibility and profitability. Without ever forgetting his DNA which is based on the research of materials, methods and production solutions. The working and organizational dimension of Delineodesign remains essentially “Italian”; a small and nimble structure able to move in the wide international market of expertise and state of the art methodologies. A design “workshop” – modelled on the antique traditional high quality artisanal workshops –that nourishes the relationship with clients, and is constantly updated and aware of the “global” role of design and business. A modern interpretation of the concept of quality, design and service.

La fase di studio di un progetto inizia dai disegni a mano e si completa con la visualizzazione tridimensionale. Product design process start from schetches to 3d visualisation.


10, 11 - WORDS

CONVERSAZIONE ATTORNO A DELINEODESIGN Interview with Giampaolo Allocco Rosa Chiesa, Ali Filippini

Parlaci dei tuoi inizi da designer. Come è stata la tua formazione, dove è avvenuta? Erano gli anni ’90, il momento di maggior successo per gli sport invernali. Con un diploma di perito industriale ho cominciato immediatamente a lavorare come progettista in alcune aziende locali (n.d.r. Montebelluna) inserite nella filiera delle attrezzature sportive. Dapprima impiegato come garzone nelle stamperie – dove si realizzano gli stampi – sono poi passato a fare il prototipista, per circa due anni. Questo passaggio mi ha permesso di acquisire conoscenze fondamentali nella mia formazione che deriva dall’esperienza pratica del mestiere. Successivamente mi è stato proposto di lavorare sul progetto: per circa sette-otto mesi ho progettato gli stampi tecnici in acciaio per gli accessori degli scarponi da sci, per poi passare ad occuparmi del progetto di oggetti veri e propri come scarponi, occhiali ecc. Per l’azienda Delbello, per esempio – la mia prima esperienza professionale – ho cominciato gestendo all’interno dell’ufficio tecnico i rapporti con gli stampisti, acquisendo via via, in quasi cinque anni, incarichi sempre più significativi. La formazione di una conoscenza di carattere pratico ancora oggi mi rappresenta e mi distingue nella capacità di controllo delle variabili del progetto, anche le più tecniche quelle legate ai processi tecnologici e ai costi. E la tua formazione scolastica? A 25 anni ho iniziato a sentire la necessità di rimettermi a studiare, di prendere distanza da quel mondo tecnico di cui “sapevo molto”, di trovare nuovi stimoli. Così mi sono rivolto alla Scuola Italiana di Design di Padova, dove poi avrei conseguito il Master senza avere però le idee chiare né sulla professione del designer, figura che mi capitava di incrociare nelle aziende per cui lavoravo, né tantomeno sul percorso formativo da intraprendere. A Padova c’era una scuola già avviata con alcuni docenti della Scuola Politecnica di Milano tra i quali Bruno Scagliola (che per 14 anni ha collaborato internamente allo studio Sottsass), Ottorino Piccinato e Bruno

Talk to us about how you started as a designer. Where and how was your education? The nineties was a period in which winter sports were having great success and I had an industrial high school diploma, so I started working straight away as a “designer” in different local companies dealing with sport equipment. I started off as helper boy in the moulds making companies and then moved on to making prototypes for two years. This period of time was extremely fundamental in my education, which mainly comes from the practical side of the job. I was then asked to work on the project, so for nearly seven-eight months I was designing steel moulds for ski boots accessories, and then moved on to other objects such as boots, glasses etc. The Delbello company gave me my first real professional job. In the engineering department, I started managing mould makers and in five years time I gained more significant positions. This very practical education distinguishes and represents me to this day as the ability to control the technical sides of the project, even regarding technological processes and costs. What about your school education? When I was 25 I felt the need to get back to studying, to widen my knowledge and see further than that technical world I knew so much about. I needed new challenges. So I went to the Scuola Italian Design in Padova to gain a design master, without even knowing what that career was about or what I would have done in the future. The Padova school was already active with some professors from the Scuola Politecnica in Milan like Bruno Scagliola (14 years working in the Sottsass studio), Ottorino Piccinato and Bruno Farina that were considered “people to look up to”.


10, 11 - WORDS

CONVERSAZIONE ATTORNO A DELINEODESIGN Interview with Giampaolo Allocco Rosa Chiesa, Ali Filippini

Parlaci dei tuoi inizi da designer. Come è stata la tua formazione, dove è avvenuta? Erano gli anni ’90, il momento di maggior successo per gli sport invernali. Con un diploma di perito industriale ho cominciato immediatamente a lavorare come progettista in alcune aziende locali (n.d.r. Montebelluna) inserite nella filiera delle attrezzature sportive. Dapprima impiegato come garzone nelle stamperie – dove si realizzano gli stampi – sono poi passato a fare il prototipista, per circa due anni. Questo passaggio mi ha permesso di acquisire conoscenze fondamentali nella mia formazione che deriva dall’esperienza pratica del mestiere. Successivamente mi è stato proposto di lavorare sul progetto: per circa sette-otto mesi ho progettato gli stampi tecnici in acciaio per gli accessori degli scarponi da sci, per poi passare ad occuparmi del progetto di oggetti veri e propri come scarponi, occhiali ecc. Per l’azienda Delbello, per esempio – la mia prima esperienza professionale – ho cominciato gestendo all’interno dell’ufficio tecnico i rapporti con gli stampisti, acquisendo via via, in quasi cinque anni, incarichi sempre più significativi. La formazione di una conoscenza di carattere pratico ancora oggi mi rappresenta e mi distingue nella capacità di controllo delle variabili del progetto, anche le più tecniche quelle legate ai processi tecnologici e ai costi. E la tua formazione scolastica? A 25 anni ho iniziato a sentire la necessità di rimettermi a studiare, di prendere distanza da quel mondo tecnico di cui “sapevo molto”, di trovare nuovi stimoli. Così mi sono rivolto alla Scuola Italiana di Design di Padova, dove poi avrei conseguito il Master senza avere però le idee chiare né sulla professione del designer, figura che mi capitava di incrociare nelle aziende per cui lavoravo, né tantomeno sul percorso formativo da intraprendere. A Padova c’era una scuola già avviata con alcuni docenti della Scuola Politecnica di Milano tra i quali Bruno Scagliola (che per 14 anni ha collaborato internamente allo studio Sottsass), Ottorino Piccinato e Bruno

Talk to us about how you started as a designer. Where and how was your education? The nineties was a period in which winter sports were having great success and I had an industrial high school diploma, so I started working straight away as a “designer” in different local companies dealing with sport equipment. I started off as helper boy in the moulds making companies and then moved on to making prototypes for two years. This period of time was extremely fundamental in my education, which mainly comes from the practical side of the job. I was then asked to work on the project, so for nearly seven-eight months I was designing steel moulds for ski boots accessories, and then moved on to other objects such as boots, glasses etc. The Delbello company gave me my first real professional job. In the engineering department, I started managing mould makers and in five years time I gained more significant positions. This very practical education distinguishes and represents me to this day as the ability to control the technical sides of the project, even regarding technological processes and costs. What about your school education? When I was 25 I felt the need to get back to studying, to widen my knowledge and see further than that technical world I knew so much about. I needed new challenges. So I went to the Scuola Italian Design in Padova to gain a design master, without even knowing what that career was about or what I would have done in the future. The Padova school was already active with some professors from the Scuola Politecnica in Milan like Bruno Scagliola (14 years working in the Sottsass studio), Ottorino Piccinato and Bruno Farina that were considered “people to look up to”.


Farina, considerati dei “personaggi cui guardare”. Questa struttura, voluta e finanziata dagli industriali di Padova, rappresentava un sistema “raffinato” in grado di formare a una professione promettendo, anche grazie allo stretto rapporto con le realtà imprenditoriali locali, successo sul mercato. In quello stesso periodo, affamato di creatività, lavoravo anche come grafico free lance per alcune agenzie pubblicitarie a Montebelluna. Cosa è cambiato nella tua carriera professionale dopo questa parentesi? Ho concluso il Master coronandolo con la lode e sono stato immediatamente contattato da uno dei maggiori studi di comunicazione e design di Treviso, lo studio Giacometti Associati – studio che portò alla notorietà brand come Benetton prima dell’era Toscani - il cui lavoro era già noto e pubblicato su riviste del settore. Il fondatore, Franco Giacometti, fu uno dei primi sette studenti laureati in design in Italia; frequentò la prima Scuola di Design italiana fondata da Carlo Scarpa a Venezia, una scuola piuttosto anticonformista benché finanziata dagli industriali, “ la famosa scuola fondata a Venezia che poi venne chiusa”. Nel periodo trascorso presso lo studio Giacometti, cioè dal 1995 al 1999, in autonomia ho seguito personalmente clienti come Aprilia, Beretta, Nordica e altri ancora. Lo studio Giacometti era organizzato in due aree, quella dedicata alla corporate e quella della product identity. Io mi occupavo maggiormente di questo secondo aspetto legato al prodotto, come è avvenuto per esempio con Aprilia. Ed è proprio in questo studio che mi sono ritrovato in quegli anni a fare dell’industrial design, cominciando anche a progettare i miei primi oggetti: un orologio da polso, uno shaker e una valigetta promozionale in plastica. Il rapporto, umano ma anche intellettuale, con Franco Giacometti è stato determinante per la mia relazione con il mondo del design perché la sua figura, una sorta di mentore, rappresentava per me l’intelligenza e la cultura del progetto cui ho avuto accesso frequentando questo studio.

This structure was supported and financed by the industries of Padova, it represented a refined system able to train to the profession guaranteeing, thanks to the close relationship with local industries, success in the market. An education aiming at starting straight away the designing career. In that same period I was in need of creativity, so I worked as graphic designer freelance for some firms in Montebelluna. What changed in your professional career after this break? I finished my Master degree with honours and was immediately contacted by one of the major communication and design offices in Treviso called Giacometti Associati, that brought to fame brands such as Benetton, before the Toscani era, and whose work was already famous and published in different area magazines. Franco Giacometti, founder, was one of the first seven students graduated in design in Italy. He attended the first Italian Design School founded by Carlo Scarpa in Venice. An unconventional school financed by industries, “the famous school founded in Venice that was then closed”. During the time I was working at Giacometti, from 1995 to 1999, I also worked on my own for other clients such as Aprilia, Beretta, Nordica and others. The office was divided in two different areas, one was dedicated to corporate and the other to product identity. I was managing this last one related to product, for example working with Aprilia. During those years, in this office, I found myself doing industrial design, starting designing my own first products like the hand watch, shaker and promotional plastic case. The human and cultural relationship with Franco Giacometti was very important for my relationship with design as his figure, some sort of mentor, represented to me the intelligence and culture of projects. Something I came across only by working in this studio.


Farina, considerati dei “personaggi cui guardare”. Questa struttura, voluta e finanziata dagli industriali di Padova, rappresentava un sistema “raffinato” in grado di formare a una professione promettendo, anche grazie allo stretto rapporto con le realtà imprenditoriali locali, successo sul mercato. In quello stesso periodo, affamato di creatività, lavoravo anche come grafico free lance per alcune agenzie pubblicitarie a Montebelluna. Cosa è cambiato nella tua carriera professionale dopo questa parentesi? Ho concluso il Master coronandolo con la lode e sono stato immediatamente contattato da uno dei maggiori studi di comunicazione e design di Treviso, lo studio Giacometti Associati – studio che portò alla notorietà brand come Benetton prima dell’era Toscani - il cui lavoro era già noto e pubblicato su riviste del settore. Il fondatore, Franco Giacometti, fu uno dei primi sette studenti laureati in design in Italia; frequentò la prima Scuola di Design italiana fondata da Carlo Scarpa a Venezia, una scuola piuttosto anticonformista benché finanziata dagli industriali, “ la famosa scuola fondata a Venezia che poi venne chiusa”. Nel periodo trascorso presso lo studio Giacometti, cioè dal 1995 al 1999, in autonomia ho seguito personalmente clienti come Aprilia, Beretta, Nordica e altri ancora. Lo studio Giacometti era organizzato in due aree, quella dedicata alla corporate e quella della product identity. Io mi occupavo maggiormente di questo secondo aspetto legato al prodotto, come è avvenuto per esempio con Aprilia. Ed è proprio in questo studio che mi sono ritrovato in quegli anni a fare dell’industrial design, cominciando anche a progettare i miei primi oggetti: un orologio da polso, uno shaker e una valigetta promozionale in plastica. Il rapporto, umano ma anche intellettuale, con Franco Giacometti è stato determinante per la mia relazione con il mondo del design perché la sua figura, una sorta di mentore, rappresentava per me l’intelligenza e la cultura del progetto cui ho avuto accesso frequentando questo studio.

This structure was supported and financed by the industries of Padova, it represented a refined system able to train to the profession guaranteeing, thanks to the close relationship with local industries, success in the market. An education aiming at starting straight away the designing career. In that same period I was in need of creativity, so I worked as graphic designer freelance for some firms in Montebelluna. What changed in your professional career after this break? I finished my Master degree with honours and was immediately contacted by one of the major communication and design offices in Treviso called Giacometti Associati, that brought to fame brands such as Benetton, before the Toscani era, and whose work was already famous and published in different area magazines. Franco Giacometti, founder, was one of the first seven students graduated in design in Italy. He attended the first Italian Design School founded by Carlo Scarpa in Venice. An unconventional school financed by industries, “the famous school founded in Venice that was then closed”. During the time I was working at Giacometti, from 1995 to 1999, I also worked on my own for other clients such as Aprilia, Beretta, Nordica and others. The office was divided in two different areas, one was dedicated to corporate and the other to product identity. I was managing this last one related to product, for example working with Aprilia. During those years, in this office, I found myself doing industrial design, starting designing my own first products like the hand watch, shaker and promotional plastic case. The human and cultural relationship with Franco Giacometti was very important for my relationship with design as his figure, some sort of mentor, represented to me the intelligence and culture of projects. Something I came across only by working in this studio.


L’apertura del tuo studio, Delineodesign, segna una sorta di continuità con le esperienze precedenti o una rottura con il tuo percorso? Alla fine del ’99 ho preso la decisione di aprire uno studio mio, inizialmente con un collaboratore e con in mano un paio di contratti, uno per un piccolo cliente di scarpe, l’altro, più importante, annuale con Lange Rossignol (che poi si è prolungato per quattro anni) un bel marchio allora, era l’epoca d’oro degli sport invernali. Così mentre cercavo di dare un’identità al mio studio, sono stato contattato dalla Minardi – probabilmente perché il mio nome già girava nel settore sportivo – dove era in atto un passaggio di proprietà e dove si presentava una grossa opportunità: ripensare al marchio, all’immagine completa del team e alla veste grafica per l’auto. Partecipai quindi al concorso di idee insieme ad altri cinque studi italiani e vinsi la gara d’appalto (ricordo con 200 ore di lavoro alle spalle per produrre in quattro settimane ben trentacinque tavole che rappresentavano tre differenti concetti di stile sportivo), e questo incarico produsse un’ulteriore strutturazione del mio studio che all’epoca contava già un collaboratore. Nel 2002 eri al Salone Satellite a Milano. Cosa ha significato per te e come questo episodio ha modificato la tua carriera? L’incontro con il Salone Satellite e quindi con Milano, intesa come cuore del sistema legato alla professione del designer, se non altro per quanto riguarda la comunicazione, le riviste, ecc. è stato reso possibile grazie alla “complicità” di un amico architetto. La prima partecipazione fu molto avventurosa, era il 2002; realizzai dei prototipi, delle pseudo-sedie costruite utilizzando i materiali tecnici che si usano nella produzione degli scarponi, le fotografai e inviai queste fotografie. Disegnando per lo sport, anche al Satellite mi riproposi di esporre oggetti di derivazione tecnica, realizzati con materiali tecnici e supportati da un progetto di comunicazione completo. La cosa funzionò, visto che ritrovai i miei progetti fotografati all’interno dell’inserto del Corriere Design proprio il giorno di apertura del Salone.

Does the opening of Delineodesign mark a continuity or a breakthrough from your previous experiences? At the end of 1999 I decided to start my own studio, initially together with another person, with two working contracts in my hand. A small one with a shoe company and a more important one for one year (which then turned into four years) with Lange Rossignol, a brand that marked a significant and glorious moment for Italian skiing. So as I was trying to give an identity to my office, Minardi called me, probably because my name was known in the sport industry. At the time the company was going through transfer of property and a great opportunity was rising: redesigning the entire team’s image, logo and graphics for the car. I was one of the five studios that participated to the contest and I won. I remember working 200 hours in four weeks to develop thirty-five working boards outlining three different sport style concepts. The result of this job was a stronger structuring of my office. In 2002 you participated to Salone Satellite in Milan. What did this mean to you and how did it affect your career? Thanks to an architect friend I came to meet the Salone Satellite and with it, Milan, the heart of design in terms of communication, magazines etc. My first participation in 2002 was a real adventure; I made some prototypes of pseudo seats using technical materials directly from the sport industry, I took some pictures and I sent them. My approach was based on the fact that I designed for the sport industry therefore even for the Satellite I would have presented objects with technical aspects and materials, supported by a complete communication project. This obviously worked because on the opening day of the Salone I found my projects published in the Corriere Design supplement.

Il secondo anno invece è stato diverso. Mi sono presentato al Satellite più consapevole, con una gestione molto più matura e controllata e con alcuni oggetti tra i quali uno è andato in produzione. È stato allora che ho conosciuto degli amici e i colleghi che ancora oggi rappresentano riferimenti puntuali per il mio lavoro, interlocutori preziosi per lo scambio di opinioni e le verifiche continue, di cui il momento progettuale ha sempre bisogno. Poi è stata la volta della mostra Tipi Italiani curata da Design Italia nel 2003, il primo tentativo di “fare una fotografia” ai giovani designer italiani che prendeva le mosse da iniziative come quelle promosse da Opos, “laboratorio” diventato nell’arco di un decennio un riferimento importante per questa realtà. In quell’occasione ho presentato la poltrona Elle³. Quali differenze di metodo, di approccio, esistono tra i diversi tipi di progetto a cui lavori? Quando si affronta un tema sportivo, il progetto non riguarda esclusivamente uno studio del prodotto ma prevede una parte di ricerca, che ha una sua autonomia progettuale. Nell’ambito del design per lo sport oltre agli aspetti di innovazione legati alle tecniche e all’impiego dei materiali bisogna studiare e in parte analizzare le tendenze del mercato, estrapolando alcuni percorsi concettuali per associarli a una tabella cromatica, formale, estetica e di linguaggio. Nel progetto sviluppato per Minardi, per esempio, le tre proposte progettuali si declinavano nell’immagine che veniva proposta per l’auto, per l’abbigliamento, per qualunque oggetto dal pullman al tir, fino all’ambito dell’ospitality. Rispetto al settore furniture, quello sportivo non ti permette di sbagliare un prodotto, perché è il risultato di un processo articolato dove si lavora a stretto contatto con i dealer, il marketing; accade alla fine quello che succede nell’automotive: il prodotto finale comunque si venderà, “perché si deve vendere”. Al limite si registrerà un maggior successo di un modello su un altro. Il progetto di uno scarpone da sci segue esattamente le stesse logiche.

The second year was different. I was much more conscious, mature and organised and one of my products was then produced. During that period I met friends and colleagues that to this day represent reference points for my job, they are precious to share opinions with and for constant checks that are always needed during the designing process. In 2003 there was the exhibition Tipi Italiani by Design Italia, the first attempt to “take a picture” of young Italian designers. Moving in the same direction as Opos, a “laboratory” that became an important reference point within ten years. During this exhibition I presented Elle³. Do you apply different methods and approaches to the different projects you work on? When working with sport the project is not only about studying the product, but it requires a part of research that goes on its own in the project. When designing for the sport industry you have to consider all aspects related to the innovation of technologies and materials, you must study and analyze trends in the market in order to extract concepts to create colour, style and language theme boards. In the Minardi project for example, the three design options were developed in the image suggested for the car, uniforms and every other object from bus, truck to the hospitality. Unlike the furniture industry, the sport industry doesn’t allow you to make a wrong product because it is always a result of an articulated process in which you work directly together with resellers, marketing and even athletes. It works like the automotive industry where the final product is always going to be sold “because it has to”. The only possibility is that it might have greater or less success than another product. The project for a ski boot is exactly like this.


L’apertura del tuo studio, Delineodesign, segna una sorta di continuità con le esperienze precedenti o una rottura con il tuo percorso? Alla fine del ’99 ho preso la decisione di aprire uno studio mio, inizialmente con un collaboratore e con in mano un paio di contratti, uno per un piccolo cliente di scarpe, l’altro, più importante, annuale con Lange Rossignol (che poi si è prolungato per quattro anni) un bel marchio allora, era l’epoca d’oro degli sport invernali. Così mentre cercavo di dare un’identità al mio studio, sono stato contattato dalla Minardi – probabilmente perché il mio nome già girava nel settore sportivo – dove era in atto un passaggio di proprietà e dove si presentava una grossa opportunità: ripensare al marchio, all’immagine completa del team e alla veste grafica per l’auto. Partecipai quindi al concorso di idee insieme ad altri cinque studi italiani e vinsi la gara d’appalto (ricordo con 200 ore di lavoro alle spalle per produrre in quattro settimane ben trentacinque tavole che rappresentavano tre differenti concetti di stile sportivo), e questo incarico produsse un’ulteriore strutturazione del mio studio che all’epoca contava già un collaboratore. Nel 2002 eri al Salone Satellite a Milano. Cosa ha significato per te e come questo episodio ha modificato la tua carriera? L’incontro con il Salone Satellite e quindi con Milano, intesa come cuore del sistema legato alla professione del designer, se non altro per quanto riguarda la comunicazione, le riviste, ecc. è stato reso possibile grazie alla “complicità” di un amico architetto. La prima partecipazione fu molto avventurosa, era il 2002; realizzai dei prototipi, delle pseudo-sedie costruite utilizzando i materiali tecnici che si usano nella produzione degli scarponi, le fotografai e inviai queste fotografie. Disegnando per lo sport, anche al Satellite mi riproposi di esporre oggetti di derivazione tecnica, realizzati con materiali tecnici e supportati da un progetto di comunicazione completo. La cosa funzionò, visto che ritrovai i miei progetti fotografati all’interno dell’inserto del Corriere Design proprio il giorno di apertura del Salone.

Does the opening of Delineodesign mark a continuity or a breakthrough from your previous experiences? At the end of 1999 I decided to start my own studio, initially together with another person, with two working contracts in my hand. A small one with a shoe company and a more important one for one year (which then turned into four years) with Lange Rossignol, a brand that marked a significant and glorious moment for Italian skiing. So as I was trying to give an identity to my office, Minardi called me, probably because my name was known in the sport industry. At the time the company was going through transfer of property and a great opportunity was rising: redesigning the entire team’s image, logo and graphics for the car. I was one of the five studios that participated to the contest and I won. I remember working 200 hours in four weeks to develop thirty-five working boards outlining three different sport style concepts. The result of this job was a stronger structuring of my office. In 2002 you participated to Salone Satellite in Milan. What did this mean to you and how did it affect your career? Thanks to an architect friend I came to meet the Salone Satellite and with it, Milan, the heart of design in terms of communication, magazines etc. My first participation in 2002 was a real adventure; I made some prototypes of pseudo seats using technical materials directly from the sport industry, I took some pictures and I sent them. My approach was based on the fact that I designed for the sport industry therefore even for the Satellite I would have presented objects with technical aspects and materials, supported by a complete communication project. This obviously worked because on the opening day of the Salone I found my projects published in the Corriere Design supplement.

Il secondo anno invece è stato diverso. Mi sono presentato al Satellite più consapevole, con una gestione molto più matura e controllata e con alcuni oggetti tra i quali uno è andato in produzione. È stato allora che ho conosciuto degli amici e i colleghi che ancora oggi rappresentano riferimenti puntuali per il mio lavoro, interlocutori preziosi per lo scambio di opinioni e le verifiche continue, di cui il momento progettuale ha sempre bisogno. Poi è stata la volta della mostra Tipi Italiani curata da Design Italia nel 2003, il primo tentativo di “fare una fotografia” ai giovani designer italiani che prendeva le mosse da iniziative come quelle promosse da Opos, “laboratorio” diventato nell’arco di un decennio un riferimento importante per questa realtà. In quell’occasione ho presentato la poltrona Elle³. Quali differenze di metodo, di approccio, esistono tra i diversi tipi di progetto a cui lavori? Quando si affronta un tema sportivo, il progetto non riguarda esclusivamente uno studio del prodotto ma prevede una parte di ricerca, che ha una sua autonomia progettuale. Nell’ambito del design per lo sport oltre agli aspetti di innovazione legati alle tecniche e all’impiego dei materiali bisogna studiare e in parte analizzare le tendenze del mercato, estrapolando alcuni percorsi concettuali per associarli a una tabella cromatica, formale, estetica e di linguaggio. Nel progetto sviluppato per Minardi, per esempio, le tre proposte progettuali si declinavano nell’immagine che veniva proposta per l’auto, per l’abbigliamento, per qualunque oggetto dal pullman al tir, fino all’ambito dell’ospitality. Rispetto al settore furniture, quello sportivo non ti permette di sbagliare un prodotto, perché è il risultato di un processo articolato dove si lavora a stretto contatto con i dealer, il marketing; accade alla fine quello che succede nell’automotive: il prodotto finale comunque si venderà, “perché si deve vendere”. Al limite si registrerà un maggior successo di un modello su un altro. Il progetto di uno scarpone da sci segue esattamente le stesse logiche.

The second year was different. I was much more conscious, mature and organised and one of my products was then produced. During that period I met friends and colleagues that to this day represent reference points for my job, they are precious to share opinions with and for constant checks that are always needed during the designing process. In 2003 there was the exhibition Tipi Italiani by Design Italia, the first attempt to “take a picture” of young Italian designers. Moving in the same direction as Opos, a “laboratory” that became an important reference point within ten years. During this exhibition I presented Elle³. Do you apply different methods and approaches to the different projects you work on? When working with sport the project is not only about studying the product, but it requires a part of research that goes on its own in the project. When designing for the sport industry you have to consider all aspects related to the innovation of technologies and materials, you must study and analyze trends in the market in order to extract concepts to create colour, style and language theme boards. In the Minardi project for example, the three design options were developed in the image suggested for the car, uniforms and every other object from bus, truck to the hospitality. Unlike the furniture industry, the sport industry doesn’t allow you to make a wrong product because it is always a result of an articulated process in which you work directly together with resellers, marketing and even athletes. It works like the automotive industry where the final product is always going to be sold “because it has to”. The only possibility is that it might have greater or less success than another product. The project for a ski boot is exactly like this.


Il tuo stare dalla parte del “processo” (seguire i fornitori, eseguire prototipi, accompagnare lo sviluppo del prodotto in tutti i suoi aspetti) sembra fare di te un designer “anomalo” nello scenario attuale, più dalla parte dell’impresa, con gli strumenti e il pensiero adatti per dialogare attivamente con questa… Mi ritrovo molto in questa condizione che sottolinei. Ho sviluppato negli anni questo atteggiamento progettuale che corrisponde anche all’affinamento di un metodo di lavoro, come dicevo, in modo che, chi si rivolge al mio studio sa che può trovare una spalla progettuale forte con la quale sviluppare un percorso creativo a 360 gradi, orientato verso esigenze del mercato, dell’utente, con attenzione ai requisiti dell’innovazione. A volte, troppo spesso ultimamente, il designer sembra un corpo estraneo che segue logiche solo sue, molto autoreferenziali. È un fenomeno che va di pari passo con la visione un po’ distorta fornita dai media per i quali la creatività si risolve con l’autorialità in senso molto stretto e l’esibizione del suo culto. Nelle aziende si trovano, tra l’altro, manager e consulenti che sono anche autentici professionisti, tecnici preparati e numerosi artigiani: sono un know-how vivente con cui confrontarsi. È un dialogo fatto di saperi condivisi e anche di visioni costruite insieme senza perdere di vista l’obiettivo primario, che è creare qualcosa di nuovo interpretando, le richieste ma esprimendo anche la tua progettualità, il tuo punto di vista. Il caso di Delineodesign sin dagli inizi (le mie esperienze personali di progettista integrato in una azienda, prima che designer con un suo studio-agenzia oggi) è indicativo dello stretto rapporto che si genera tra il progettista e le diverse strutture aziendali, dagli uffici tecnici agli stampisti, ai responsabili del marketing. In questo contesto il designer assume il ruolo di un direttore d’orchestra, assumendosi la responsabilità di coordinare l’intero processo, perché conosce i ruoli con i quali dialoga, il sistema in cui il prodotto si sviluppa e trova forma.

Per concludere, prendiamo il sistema produttivo di oggi: come cambiano le logiche e il rapporto tra committente e designer; questi equilibri in tempi “di crisi” (leggasi critici, complessi) rimangono gli stessi ? Come ti stai comportando da questo punto di vista? Le dinamiche aziendali si stanno trasformando. Da un lato l’attrazione verso agenzie e studi esteri si sta ridimensionando nuovamente verso una visione più locale e territoriale, atta a valorizzare le risorse locali. Dall’altro le specifiche professionali richieste sono sempre più elevate e trasversali. Un designer non può più essere un semplice plasmatore di forme. Deve poter acquisire attraverso l’esperienza e quindi trasferire nei suoi progetti un rilevante know-how tecnico. Lavorare per un’azienda su commesse specifiche implica una forte capacità di traduzione del brief del cliente in risposte funzionali che spesso sembrano lontane dalla creatività tradizionalmente concepita. Interfacciarsi con la divisione tecnica rappresenta il fulcro dello sviluppo del progetto. Ma non ne farei solo una questione prettamente tecnica. Oggi e sempre più un designer deve poter proporre al committente scenari che vanno ben oltre il design del prodotto. Deve immaginare un mercato che ancora non c’è. E per questo va supportato dai dipartimenti aziendali direttamente interessati: centri stile, marketing, uffici tecnici…

Your being on the side of the “process of making” (managing suppliers, making prototypes, follow every aspect of the development of a product) makes you an “abnormal” designer in the current scenario. You are more on the side of the company, with the right tools and thoughts to better interact with it… I totally picture myself in this situation you described. During the years I have developed this designing method that also corresponds to the refinement of a working method, as I was saying, so that people coming to my office know that they will find a strong designing hand that will develop a 360 degrees project, satisfying client’s and market’s needs with attention to innovation. Sometimes, too often lately, the designer is like a foreign body that goes on its own, self-referenced. This phenomenon walks hand in hand with the distorted vision given by medias where creativity is often solved with authorship and the showing of its cult. In the companies you will find managers and consultants that are authentic professionals, experts and craftsmen: the living know how to confront oneself with. It’s a dialogue of exchanged knowledge and visions built together without missing the aim of creating something new interpreting the request yet expressing your point of view and your design character. Since the beginning, the Delineodesign case (my personal experiences as a designer inside the company, and then as designer with his office) represents the close relationship between the designer and the different areas of a company, from the engineering department to the moulding and marketing. In this picture, the designer is like the director of an orchestra, taking responsibility to direct the entire process because he knows and understands all the roles and the system developing the product.

As a conclusion, let’s look at today’s production system: has the relationship between customer and designer changed according to you, or have they remained the same even in those times of “crisis” (meaning critical and difficult)? How are you dealing with it? Companies are transforming. A perspective shows the wish to work with local firms and offices to give value to local resources, on the other hand, another perspective shows the need of elevated and transversal expertise. The designer is no longer a simple person that gives a shape to an object. He must learn from all experiences and deliver the knowledge to each project. When working for a company with a specific brief you must be able to respond to that brief with functional solutions that often seem to be far from the traditional idea of creativity. The best way to develop the project is to team up with the engineering department. Yet I wouldn’t make it just a technical matter. Nowadays a designer must be able to offer a company much more than just the designing of a product. The designer must search and imagine a market that yet does not exist, therefore must be supported by the different working areas in the company such as styling, marketing, engineering departments…


Il tuo stare dalla parte del “processo” (seguire i fornitori, eseguire prototipi, accompagnare lo sviluppo del prodotto in tutti i suoi aspetti) sembra fare di te un designer “anomalo” nello scenario attuale, più dalla parte dell’impresa, con gli strumenti e il pensiero adatti per dialogare attivamente con questa… Mi ritrovo molto in questa condizione che sottolinei. Ho sviluppato negli anni questo atteggiamento progettuale che corrisponde anche all’affinamento di un metodo di lavoro, come dicevo, in modo che, chi si rivolge al mio studio sa che può trovare una spalla progettuale forte con la quale sviluppare un percorso creativo a 360 gradi, orientato verso esigenze del mercato, dell’utente, con attenzione ai requisiti dell’innovazione. A volte, troppo spesso ultimamente, il designer sembra un corpo estraneo che segue logiche solo sue, molto autoreferenziali. È un fenomeno che va di pari passo con la visione un po’ distorta fornita dai media per i quali la creatività si risolve con l’autorialità in senso molto stretto e l’esibizione del suo culto. Nelle aziende si trovano, tra l’altro, manager e consulenti che sono anche autentici professionisti, tecnici preparati e numerosi artigiani: sono un know-how vivente con cui confrontarsi. È un dialogo fatto di saperi condivisi e anche di visioni costruite insieme senza perdere di vista l’obiettivo primario, che è creare qualcosa di nuovo interpretando, le richieste ma esprimendo anche la tua progettualità, il tuo punto di vista. Il caso di Delineodesign sin dagli inizi (le mie esperienze personali di progettista integrato in una azienda, prima che designer con un suo studio-agenzia oggi) è indicativo dello stretto rapporto che si genera tra il progettista e le diverse strutture aziendali, dagli uffici tecnici agli stampisti, ai responsabili del marketing. In questo contesto il designer assume il ruolo di un direttore d’orchestra, assumendosi la responsabilità di coordinare l’intero processo, perché conosce i ruoli con i quali dialoga, il sistema in cui il prodotto si sviluppa e trova forma.

Per concludere, prendiamo il sistema produttivo di oggi: come cambiano le logiche e il rapporto tra committente e designer; questi equilibri in tempi “di crisi” (leggasi critici, complessi) rimangono gli stessi ? Come ti stai comportando da questo punto di vista? Le dinamiche aziendali si stanno trasformando. Da un lato l’attrazione verso agenzie e studi esteri si sta ridimensionando nuovamente verso una visione più locale e territoriale, atta a valorizzare le risorse locali. Dall’altro le specifiche professionali richieste sono sempre più elevate e trasversali. Un designer non può più essere un semplice plasmatore di forme. Deve poter acquisire attraverso l’esperienza e quindi trasferire nei suoi progetti un rilevante know-how tecnico. Lavorare per un’azienda su commesse specifiche implica una forte capacità di traduzione del brief del cliente in risposte funzionali che spesso sembrano lontane dalla creatività tradizionalmente concepita. Interfacciarsi con la divisione tecnica rappresenta il fulcro dello sviluppo del progetto. Ma non ne farei solo una questione prettamente tecnica. Oggi e sempre più un designer deve poter proporre al committente scenari che vanno ben oltre il design del prodotto. Deve immaginare un mercato che ancora non c’è. E per questo va supportato dai dipartimenti aziendali direttamente interessati: centri stile, marketing, uffici tecnici…

Your being on the side of the “process of making” (managing suppliers, making prototypes, follow every aspect of the development of a product) makes you an “abnormal” designer in the current scenario. You are more on the side of the company, with the right tools and thoughts to better interact with it… I totally picture myself in this situation you described. During the years I have developed this designing method that also corresponds to the refinement of a working method, as I was saying, so that people coming to my office know that they will find a strong designing hand that will develop a 360 degrees project, satisfying client’s and market’s needs with attention to innovation. Sometimes, too often lately, the designer is like a foreign body that goes on its own, self-referenced. This phenomenon walks hand in hand with the distorted vision given by medias where creativity is often solved with authorship and the showing of its cult. In the companies you will find managers and consultants that are authentic professionals, experts and craftsmen: the living know how to confront oneself with. It’s a dialogue of exchanged knowledge and visions built together without missing the aim of creating something new interpreting the request yet expressing your point of view and your design character. Since the beginning, the Delineodesign case (my personal experiences as a designer inside the company, and then as designer with his office) represents the close relationship between the designer and the different areas of a company, from the engineering department to the moulding and marketing. In this picture, the designer is like the director of an orchestra, taking responsibility to direct the entire process because he knows and understands all the roles and the system developing the product.

As a conclusion, let’s look at today’s production system: has the relationship between customer and designer changed according to you, or have they remained the same even in those times of “crisis” (meaning critical and difficult)? How are you dealing with it? Companies are transforming. A perspective shows the wish to work with local firms and offices to give value to local resources, on the other hand, another perspective shows the need of elevated and transversal expertise. The designer is no longer a simple person that gives a shape to an object. He must learn from all experiences and deliver the knowledge to each project. When working for a company with a specific brief you must be able to respond to that brief with functional solutions that often seem to be far from the traditional idea of creativity. The best way to develop the project is to team up with the engineering department. Yet I wouldn’t make it just a technical matter. Nowadays a designer must be able to offer a company much more than just the designing of a product. The designer must search and imagine a market that yet does not exist, therefore must be supported by the different working areas in the company such as styling, marketing, engineering departments…


18, 19 - WORDS

LA MIA IDEA DI DESIGN MY IDEA ON DESIGN Giampaolo Allocco

Design mapping in studio: attraverso dei mood panels si delinea lo scenario e si inizia a lavorare al prodotto. Design mapping in the office: through the use of mood panels the scenario is outlined and we can start working on the product.

Il termine «delineo», che ha ispirato il nome dello studio Delineodesign, è stato scelto perché sintetizza tre elementi inscindibili e costitutivi di ogni mio percorso progettuale: la funzionalità, l’estetica e l’economia. Plasmando artefatti, ogni volta che il pensiero progettuale è chiamato ad affrontare il rapporto uomo-oggetto, “colui che disegna” (qui delineat), deve saper controllare questi tre fattori, in una continua interazione che coinvolge, con entusiasmo, dal cliente alla maestranza. Personalmente il mio approccio al progetto prevede la cura dell’intero processo: dalla scelta dei materiali alla condivisione dei processi produttivi, all’articolazione e all’analisi degli aspetti legati alla comunicazione che mi porta per esempio a intrattenere uno stretto rapporto di collaborazione con l’ufficio marketing anche nella comprensione delle strategie di vendita. Il prodotto è per me solo il manifestarsi finale di un percorso articolato, basato su fasi progettuali autonome, che sono in grado di controllare integralmente dall’inizio alla fine. Il dettaglio tecnico viene, a partire dal primo confronto con il cliente, via via specificato attraverso un rapporto di co-engeneering con l’ufficio tecnico aziendale: un continuo scambio di know-how rivolto alla ricerca della soluzione più adatta.

The word “delineo”, that inspired the name of the office Delineodesign, was chosen because it is the synthesis of three inseparable elements that characterised my designing career: function, aesthetic and economy. In the process of making artefacts, every time designing thoughts meet the man-object relationship, “he who designs” (qui delineat) must be able to control the three elements in a constant enthusiastic interaction between client and mastery. My personal approach to a project intends to take care of the entire process: from the choice of materials used to that of production methods, and to the analysis of communication aspects, often leading me to work closely with the marketing department to understand and plan sales strategies. To me, the product, is just the final show after an articulated process based on self-sufficient designing phases, that I can entirely control from start to finish. Technical details are developed, starting from the very first meeting with the client, in a close co-engineering relationship with the company’s engineering department: a constant know how exchange to reach the best solution.


18, 19 - WORDS

LA MIA IDEA DI DESIGN MY IDEA ON DESIGN Giampaolo Allocco

Design mapping in studio: attraverso dei mood panels si delinea lo scenario e si inizia a lavorare al prodotto. Design mapping in the office: through the use of mood panels the scenario is outlined and we can start working on the product.

Il termine «delineo», che ha ispirato il nome dello studio Delineodesign, è stato scelto perché sintetizza tre elementi inscindibili e costitutivi di ogni mio percorso progettuale: la funzionalità, l’estetica e l’economia. Plasmando artefatti, ogni volta che il pensiero progettuale è chiamato ad affrontare il rapporto uomo-oggetto, “colui che disegna” (qui delineat), deve saper controllare questi tre fattori, in una continua interazione che coinvolge, con entusiasmo, dal cliente alla maestranza. Personalmente il mio approccio al progetto prevede la cura dell’intero processo: dalla scelta dei materiali alla condivisione dei processi produttivi, all’articolazione e all’analisi degli aspetti legati alla comunicazione che mi porta per esempio a intrattenere uno stretto rapporto di collaborazione con l’ufficio marketing anche nella comprensione delle strategie di vendita. Il prodotto è per me solo il manifestarsi finale di un percorso articolato, basato su fasi progettuali autonome, che sono in grado di controllare integralmente dall’inizio alla fine. Il dettaglio tecnico viene, a partire dal primo confronto con il cliente, via via specificato attraverso un rapporto di co-engeneering con l’ufficio tecnico aziendale: un continuo scambio di know-how rivolto alla ricerca della soluzione più adatta.

The word “delineo”, that inspired the name of the office Delineodesign, was chosen because it is the synthesis of three inseparable elements that characterised my designing career: function, aesthetic and economy. In the process of making artefacts, every time designing thoughts meet the man-object relationship, “he who designs” (qui delineat) must be able to control the three elements in a constant enthusiastic interaction between client and mastery. My personal approach to a project intends to take care of the entire process: from the choice of materials used to that of production methods, and to the analysis of communication aspects, often leading me to work closely with the marketing department to understand and plan sales strategies. To me, the product, is just the final show after an articulated process based on self-sufficient designing phases, that I can entirely control from start to finish. Technical details are developed, starting from the very first meeting with the client, in a close co-engineering relationship with the company’s engineering department: a constant know how exchange to reach the best solution.


Cercando di descrivere il mio metodo, provo di seguito a delineare i diversi momenti che scandiscono il processo progettuale per Delineo. Il progetto di design nasce dalla richiesta del cliente che rileva per il proprio mercato di riferimento un’esigenza specifica di prodotto. Il brief, come noto, rappresenta lo strumento di condivisione di queste specifiche e la traduzione razionalizzata di un insieme di importanti informazioni la cui chiara e semplice esposizione diventa l’incipit del processo creativo. Il progetto è il risultato della contaminazione di diversi linguaggi e la ricerca del concept domina questo processo. Attraverso l’individuazione dei trend di settore, l’analisi del potenziale consumatore, la ricerca delle tecnologie più appropriate, si intrecciano studi di mercato con esperienze più sensoriali legate al mondo dei materiali, dei colori e delle immagini. Con il brainstorming, inteso come raccolta destrutturata (analogica) di idee, immagini e parole, entra in gioco l’intuizione creativa, sintesi tra la memoria storica e le esigenze espresse dal cliente (lo sketch funzionale, in questa fase, è il mezzo ideale per esprimere l’idea in modo immediato e dinamico, una traduzione formale di concetti e dati). I concetti e l’idea confluiscono poi in mood panels, tavole “concettuali” attraverso le quali comunicare al cliente, in modo efficace, lo scenario e la prima traduzione dell’idea attorno al prodotto oggetto della ricerca. La progettazione 3D rappresenta infine la sintesi del processo finora descritto. Questa deve considerare i limiti tecnologici legati allo sviluppo del pezzo, vincolati dalla scelta del materiale e dal processo di trasformazione che si ipotizza verrà utilizzato per realizzarlo. Solo successivamente assume un’importanza strategica il ruolo della grafica e della “cosmesi” quale strumento di enfatizzazione dell’identità al prodotto, che ne consente l’eventuale customizzazione. Il compito del designer, il mio compito, è quello di dare vita a questo gioco di equilibri e di saperlo raccontare con poesia e intelligenza, in modo tale che anche altri possano goderne.

I will try to describe my working method by delineating the different moments in the Delineodesign designing process. A design project comes from a client’s request to give an answer to market’s needs with a specific type of product. The well known brief, represents the sharing instrument containing those specifications together with other information needed to get started on the creative process. The project is the result of the contamination of different languages where the concept research rules over the entire process. Market’s trends, consumer’s needs and appropriate technologies are analysed establishing a deep market examination of materials, colours and images. This is followed by a brainstorming, a broken down analogical research of ideas, images and words leading to the creative intuition that is usually the synthesis of historical memory and client’s requirements. In this phase, the functional sketch is the perfect mean to express an idea immediately and dynamically as it gives shape to concepts and data. Idea and concepts join together in mood panels, conceptual theme panels on the scenario and idea for the product, used to communicate with the client effectively. The 3D design represents the synthesis of the entire process. This designing step must take into consideration technological limits regarding how the object is made in terms of material and what process will be used to develop it. Graphics and “dressing” is the final strategic step needed to emphasize the identity of the product and is often customizable. The designer’s job, my job, is to give life to this balance of work and be able to tell it with poetry and intelligence so that other people will be able to enjoy it.

Una parte dello studio di Delineodesign a Montebelluna, con l’area di lavoro per i designer. Designers’ working area inside the Delineodesign office in Montebelluna.


Cercando di descrivere il mio metodo, provo di seguito a delineare i diversi momenti che scandiscono il processo progettuale per Delineo. Il progetto di design nasce dalla richiesta del cliente che rileva per il proprio mercato di riferimento un’esigenza specifica di prodotto. Il brief, come noto, rappresenta lo strumento di condivisione di queste specifiche e la traduzione razionalizzata di un insieme di importanti informazioni la cui chiara e semplice esposizione diventa l’incipit del processo creativo. Il progetto è il risultato della contaminazione di diversi linguaggi e la ricerca del concept domina questo processo. Attraverso l’individuazione dei trend di settore, l’analisi del potenziale consumatore, la ricerca delle tecnologie più appropriate, si intrecciano studi di mercato con esperienze più sensoriali legate al mondo dei materiali, dei colori e delle immagini. Con il brainstorming, inteso come raccolta destrutturata (analogica) di idee, immagini e parole, entra in gioco l’intuizione creativa, sintesi tra la memoria storica e le esigenze espresse dal cliente (lo sketch funzionale, in questa fase, è il mezzo ideale per esprimere l’idea in modo immediato e dinamico, una traduzione formale di concetti e dati). I concetti e l’idea confluiscono poi in mood panels, tavole “concettuali” attraverso le quali comunicare al cliente, in modo efficace, lo scenario e la prima traduzione dell’idea attorno al prodotto oggetto della ricerca. La progettazione 3D rappresenta infine la sintesi del processo finora descritto. Questa deve considerare i limiti tecnologici legati allo sviluppo del pezzo, vincolati dalla scelta del materiale e dal processo di trasformazione che si ipotizza verrà utilizzato per realizzarlo. Solo successivamente assume un’importanza strategica il ruolo della grafica e della “cosmesi” quale strumento di enfatizzazione dell’identità al prodotto, che ne consente l’eventuale customizzazione. Il compito del designer, il mio compito, è quello di dare vita a questo gioco di equilibri e di saperlo raccontare con poesia e intelligenza, in modo tale che anche altri possano goderne.

I will try to describe my working method by delineating the different moments in the Delineodesign designing process. A design project comes from a client’s request to give an answer to market’s needs with a specific type of product. The well known brief, represents the sharing instrument containing those specifications together with other information needed to get started on the creative process. The project is the result of the contamination of different languages where the concept research rules over the entire process. Market’s trends, consumer’s needs and appropriate technologies are analysed establishing a deep market examination of materials, colours and images. This is followed by a brainstorming, a broken down analogical research of ideas, images and words leading to the creative intuition that is usually the synthesis of historical memory and client’s requirements. In this phase, the functional sketch is the perfect mean to express an idea immediately and dynamically as it gives shape to concepts and data. Idea and concepts join together in mood panels, conceptual theme panels on the scenario and idea for the product, used to communicate with the client effectively. The 3D design represents the synthesis of the entire process. This designing step must take into consideration technological limits regarding how the object is made in terms of material and what process will be used to develop it. Graphics and “dressing” is the final strategic step needed to emphasize the identity of the product and is often customizable. The designer’s job, my job, is to give life to this balance of work and be able to tell it with poetry and intelligence so that other people will be able to enjoy it.

Una parte dello studio di Delineodesign a Montebelluna, con l’area di lavoro per i designer. Designers’ working area inside the Delineodesign office in Montebelluna.


Prototipi di oggetti diversi, in senso orario: scarpone Carbon Power ed elemento strutturale dello scarpone, lo stampo per il portaspezie in ceramica Ortus; modelli per prove di seduta di sedie Gaber (modelli Rabbit, Ninja) Prototypes of different products, clockwise from top: Carbon Power ski boot and its structural element, mould for the ceramic spices pot Ortus, different chair models for Gaber (Rabbit, Ninja models).

Momenti di lavorazione dei pezzi in azienda. Il designer segue lo stampaggio della seduta Prodige. Products analysis in the company. The designer controls the Prodige chair moulding.


Prototipi di oggetti diversi, in senso orario: scarpone Carbon Power ed elemento strutturale dello scarpone, lo stampo per il portaspezie in ceramica Ortus; modelli per prove di seduta di sedie Gaber (modelli Rabbit, Ninja) Prototypes of different products, clockwise from top: Carbon Power ski boot and its structural element, mould for the ceramic spices pot Ortus, different chair models for Gaber (Rabbit, Ninja models).

Momenti di lavorazione dei pezzi in azienda. Il designer segue lo stampaggio della seduta Prodige. Products analysis in the company. The designer controls the Prodige chair moulding.


24 - WORDS

CHI È CHI WHO’S WHO

ALBERTO BASSI

Nato a Milano nel 1958, si occupa di storia e critica del disegno industriale. Dirige la Facoltà di Design dello IUAV presso l’Università di San Marino e insegna storia del design alla Facoltà di Design e Arti dell’Università Iuav di Venezia. Fa parte della redazione di “Casabella”, collabora con riviste di settore, come “Auto & Design”, e con l’inserto domenicale del quotidiano “Il Sole 24 ore”. È stato uno dei fondatori e direttore responsabile del portale web design-italia. Svolge attività di ricerca presso istituzioni pubbliche e private, finalizzate a produrre pubblicazioni, eventi espositivi permanenti e temporanei. In particolare, ha seguito l’organizzazione di diversi archivi di progetto e d’impresa. Fra gli scritti pubblicati, i volumi Giuseppe Pagano designer (con L. Castagno, 1994), Le macchine volanti di Corradino D’Ascanio (con M. Mulazzani, 1999), La luce italiana. Il design delle lampade 1945-2000 (2003), Antonio Citterio industrial design (2004), Design anonimo in Italia (2007). Is specialized in history and criticism of industrial design. Director of the IUAV Faculty of Design and Arts of San Marino, he also teaches Design history at IUAV Faculty of Design and Arts of Venice. He is part of the editorial staff at “Casabella” and works with area magazines such as “Auto & Design”, as well as the Sunday supplement of “Il Sole 24 ore”. He is one of the founders and chief editor of the web portal design-italia.
Constantly working as researcher for public and private institutions for publishing as well as for temporary and permanent exhibitions. In particular, he followed the organization of various project and business records.
Some of the books he has published are: Giuseppe Pagano designer (with L. Castagno, 1994), Le macchine volanti di Corradino D’Ascanio (with M. Mulazzani, 1999), La luce italiana. Il design delle lampade 1945-2000 (2003), Antonio Citterio industrial design (2004), Design anonimo in Italia (2007).

ROSA CHIESA

ALI FILIPPINI

Architect, she has been working, for a number of years, with design, interior design and fashion magazines, as well as drafts for publishing houses such as Mondadori, Rcs, Hachette and Condé Nast. Free lance journalist, since 2005 she has been the editor of architectural, design and graphic iconographic research for Electa Mondadori. From 2008 she collaborate with different universities and started the Design Science PhD at IUAV Venice in the Design Museology Research Unity.

Since 2001, he has been working with area magazines both on paper and on the web, particularly concerned with contemporary design and also taking care of exposition projects. He is professor at Scuola Politecnica of Milan teaching Design History and Contemporary Design, and from 2007 until 2010 worked with the Permanent Design Observatory for design ADI. PhD Candidate at IUAV Venice Faculty of Design and Arts, he has been involved with different educational activities in different schools and Universities participating in research and publications.

Architetto, collabora da anni con riviste di design, architettura di interni e moda per Mondadori, Rcs, Hachette e Condé Nast. Giornalista pubblicista, dal 2005 cura la ricerca iconografica per architettura, design e grafica per Mondadori Electa. Dal 2008 collabora con alcune università ed è dottoranda in Scienze del design presso l’Unità di Museologia del design, Università IUAV di Venezia.

Collabora dal 2001 come giornalista con riviste di settore occupandosi di design contemporaneo anche curando progetti espositivi. Docente di storia del design alla Scuola Politecnica di Milano, ha preso parte dal 2007 al 2010 all’attività dell’Osservatorio permanente del Design ADI. PhD Candidate presso l’Università IUAV di Venezia Facoltà di Design e Arti, ha svolto attività didattica in diverse scuole e Università partecipando a pubblicazioni e ricerche.

Words & Works  

Introducing DELINEODESIGN.

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