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La Campana di Nocco

Dario Molinari

Marco Torretta


Tutto passa


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La Campana di Nocco a cura di Dario Molinari Marco Torretta progetto grafico Riccardo Paracchini Dario Molinari copertina Cecilia Viganò www.cevicrea.it

ringraziamenti: Gianni Decio per il ricco archivio del padre Luigi, Maria Rosa Riccardi e Angelo Molinari per la ricchezza dei ricordi che hanno saputo tramandarci, Alberto Ungari, Maria Cristina Alfieri, Don Giorgio, Luigi Gilardi, Gianni Abbruzzese, Mauro Marani, Ernesto Pirotta

finito di stampare agosto 2010


Sommario

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Des lungugn

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Nocco, così lontano, così vicino

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La “Campana di Nocco” e la “Famiglia Nocchese”

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Perché un oratorio a Nocco

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Lo stendardo di S. Anna

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“C’era una volta…”

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Il ponte di Nocco e l’Erno

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Dopo il ponte salviamo l’Erno!

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Una lapide per ricordare don Tagini

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Un grande sindaco ritorna dal passato

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Il più piccolo “Monumento ai Caduti” d’Italia

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In Selva per una gara contro il tempo

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Vin di pòmm a Nóoch

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Il vecchio lavatoio

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Un po’ di cronaca

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I calendari nocchesi

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Novità librarie future

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Des lungugn


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Le

macchine fotografiche digitali ci toglieranno tra qualche anno il piacere di riaprire i cassetti di casa e di andare a rovistare tra le vecchie foto per ricordare chi eravamo, come vestivamo, dove vivevamo, cosa facevamo… È stato così anche per me quando alcuni giorni fa ho estratto dal piccolo archivio personale le foto di questi 10 anni nocchesi, sulle quali ho ritrovato stampati i volti di persone care (tante!), che con me hanno condiviso attimi e momenti importanti della vita della comunità di Nocco. Ma aprendo questa pubblicazione, fatta e voluta per mantenere vivo il ricordo attraverso immagini e scritti, ecco che vorrei proporvi due immagini di 10 anni fa. Si intravvedono Carluccio, Gianni, Mario, Gianluigi, Mino, Giulia, Maria Rosa…


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Alcuni continuano a camminare con me in questa comunità, altri ci guardano lassù, perche “sono andati avanti a prepararci un posto”! Ma in entrambe le foto si vede anche un cartello augurale posto all’esterno della chiesa: I lusciat da nooch auguran al zürla tënci lungugn tra da nüi. Inutile la traduzione; ma sorge una domanda: 10 anni sono pochi o tanti? Ho solo una risposta: cari nocchesi, non so se sono tanti o pochi, ma sono certo il tempo giusto per conoscersi bene, per apprezzarsi nelle qualità, per sopportarsi nei difetti, per accettarci reciprocamente per quello che siamo… e quindi sono un tempo utile per volersi bene!

Don Don Giorgio e Maurizio, sposato “Murnèe” ; a fianco i festeggiamenti per i dieci anni a Nocco

Quindi grazie di cuore a tutti coloro che mi hanno accompagnato e sostenuto e che quotidianamente, pur molte volte sopportandomi, mi hanno voluto bene! Approfitto di queste poche righe anche per chiedere scusa alle persone che ho offeso involontariamente e per non essere sempre stato il parroco che forse avreste desiderato! Un caro sacerdote, all’inizio del mio ministero presbiterale, mi ripeteva: La comunità ha il sacerdote che si merita e il sacerdote ha la comunità che si merita! Dopo 10 anni ne sono ancora convinto! Buon cammino a tutti Don Giorgio


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Dall’alto due immagini di Don Giorgio al suo ingresso a Nocco; in basso dieci anni dopo con Manriki, Lorrane, Ilaria, Giuseppina e una grande torta preparata in suo onore


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E

cco come veniva descritto Nocco in un vecchio dizionario geografico del regno sardo: in queste poche righe, stampate nel 1845, avvertiamo immediatamente la vertigine di un tempo lontanissimo, cancellato per sempre. E tuttavia l’affetto che ci lega ancora a Nocco è in grado di restituircelo vicino e intimo più che mai. È questa oscillazione fra tempi lontani e il nostro presente qui a Nocco, che dà un senso a ogni cosa.

Nocco, così lontano, c


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NOCCO (Noccum), com. nel mand. di Lesa, prov. di Pallanza, dioc. e div. di Novara. Dipenda dal senato di Casale, intend. Prefett. Pot. di Pallanza, insin. di Arona, posta di Lesa. Sta nel Vergante: appartenne alla signoria di Lesa: è situato tra Gignese, Carpugnino e Graglia: guarda mezzodì. Tre sono le vie comunali: la prima, a levante, muove verso il capo di provincia per Carpugnino e Stresa; la seconda, verso mezzodì, conduce per Graglia al capo di mandamento; la terza, verso tramontana, scorge al limitrofo comune di Gignese. Nocco è distante un miglio e tre quarti Graglia; tre quarti di miglio da Carpugnino; un terzo di miglio da Gignese, e miglia cinque dal capo di provincia. Scorre pel territorio un piccolo rivo denominato Erno, che va a scaricarsi nel Lago Maggiore nel territorio di Lesa non lunge da Selcio. I solerti abitanti raccolgono in discreta quantità gran-turco, segale, miglio, panico, patate, castagne, noci e poche uve: di qualche rilievo è il guadagno che fanno esercitando la pastorizia. La chiesa parrocchiale, di antica costruzione, è sotto il patrocinio di S. Stefano. La nomina del parroco spetta al comune. Pesi e misure di Milano. Popolazione: 194.

, così vicino…


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Francesco Ricardi, detto Barbacech, insieme a Rosa Minola detta landa Rusin

Pecore e cascina con tetto in paglia in via Regina Margherita


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La scalinata della chiesa nel 1909

Tutto passa e tutto lascia traccia, tutto è lontano eppure così vicino. Quello della “lontananza dal suolo natio” è un tema scritto nella storia degli abitanti delle nostre colline e delle nostre montagne. La lontananza di chi, per tutto l’Ottocento, ha visto partire la sua gente alla ricerca di una vita migliore che la pianura e le grandi città del nord sembravano poter offrire. Furono in molti a iniziare con fatica un difficile percorso di mestieri itineranti, diventando cestai, ombrellai e venditori ambulanti. Storie di miseria e nostalgia, che non potevano che accrescere il desiderio di tornare ai propri affetti, a un’infanzia durata lo spazio di poche stagioni. La lontananza, in fondo, è una tensione che avvicina attraverso il desiderio. Oggi per tanti nocchesi, nipoti di quelle generazioni, non è cambiato nulla. In tanti viviamo lontano da Nocco, per scelte di vita e di lavoro dei nostri padri prima che nostre, e anche i ceppi familiari più radicati sul territorio hanno rapidamente incominciato a diradarsi. I nomi dei Decio, dei Riccardi, dei Molinari, dei Francinetti solo per citarne alcuni, sembrano condannati all’estinzione in terra nocchese. Sono scomparsi anche i nomi dei luoghi, benchè qui ogni anfratto, ogni valle, ogni declivio, ogni masso, ogni torrente avesse un nome e un episodio da raccontare. Nel cortile dei sciàvatin c’erano le streghe (i Freer), nei pozzi c’era l’orco (il Caramut), figure generate dalla fantasia di un’umanità che viveva non di televisione, ma di racconti e di immaginazione, che passava le serate a veglia narrando storie che venivano


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chissà da dove, dai nonni, dai bisnonni. Stanno scomparendo anche tante case storiche (si pensi a quella dei Righini a Gignese, ma non mancano neppure a Nocco tanti cattivi esempi). Eppure la nostra gente viveva in quelle case di pietra, con finestre piccolissime perché non entrasse il freddo, viveva in cucina con il secchio dell’acqua appeso al muro. Con le mele nelle stanze da letto, con le castagne e le Una festa all’osteria del Tozz noci a seccare sulla lobbia in castagno. Quello che resta di quelle case è memoria viva, oltre che nei ricordi di chi vi ha abitato, nel calco indelebile della materia. Tra le pietre e il legname, modellato da anonimi artigiani nei secoli passati: è in queste insenature che sopravvive l’epopea delle piccole cose e il phatos di una memoria non ancora spenta. E allora ci piace ogni tanto immaginare che fra quelle case sopravviva qualcosa di chi ci ha preceduto, che quella gente sia ancora lì, che il loro spirito torni qualche Qui sotto, da sinistra, un giovane ombrellaio di Nocco nei primi anni del ‘900; Stevan e Mìliu dal Grìis ombrellai della fortezza dei Minga; Ida Silvola mamma di Maria Pirozzini, Maria Rosa Molinari-Nisin, al lavoro con il ‘filarel’


volta a visitare quei luoghi che hanno amato profondamente. Tutto è cambiato, forse troppo in fretta. Industria13 lizzazione e urbanizzazione hanno aggredito i nostri paesaggi, deturpando aree di meravigliosa bellezza. Soprattutto negli ultimi decenni, asfalto e cemento hanno stretto nel loro abbraccio mortale anche I nonni di Pipin (De Leonardi) i luoghi più incontamina- Rina dal Grìis con il fien ti e la nostra sensibilità. Un’aggressione all’ambiente giustificata da una concezione predatoria e utilitaristica del mondo in cui viviamo: una semplice risorsa da sfruttare, vuoi a fini industriali, estrattivi, commerciali o turistici. Ecco allora che sarà sempre più difficile riconoscere Nocco, non solo rispetto a quella descrizione del 1845, ma anche a quello che era fino agli anni ’50. A meno che non si sappia conservare e tramandare qualche frammento che possa accorciare le distanze, per ritrovare quel paesaggio interiore che ci appartiene. Solo così potremo avvertire l’incanto del passato come inestinguibile vicinanza. Dario Molinari


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La “Campana di Nocco” e

L

a Campana di Nocco era il Bollettino Parrocchiale mensile del nostro paese. Non tutti lo ricorderanno perché iniziò le sue pubblicazioni nell’anno 1959, per opera del giovane parroco Don Walter Del Conte, successore di Don Pietro Tagini. Don Walter ebbe appena il tempo di avviare questa iniziativa dato che, il 27 novembre del 1960, veniva trasferito a Sonzogno e sostituito, nel ministero nocchese, da Don Giovanni Battista Jonio. Non fu però il primo ad ideare un giornalino a Noc-


la “Famiglia Nocchese”

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co: nel novembre del 1952 nacque la testata della Famiglia Nocchese, omonima dell’Associazione (laica e senza fini di lucro) che animò il paesello dal 1949 al 1980. La Campana di Nocco era l’organo della Parrocchia e, come tale, riportava nelle sue otto paginette, tanto le riflessioni del parroco, quanto le notizie catechistiche, culturali e giornalistiche che legavano i nocchesi alla cultura cattolica italiana e mondiale. C’era però anche spazio per le notizie squisitamente nocchesi, ovvero gli eventi della vita (nascite, morti, matrimoni, cresime, lauree e diplomi, onorificenze, ecc.) che riguardavano gli abitanti ed i villeggianti del nostro paese; tale sezione si chiamava: “un po’ di cronaca”. Una pagina della vecchia edizione de “La Campana di Nocco” Questo fu l’esordio: dicembre 1959 Carissimi nocchesi, ho accolto con entusiasmo l’ iniziativa del nostro centro Diocesano Buona Stampa, e Vi presento il nuovo Bollettino Parrocchiale che si intitolerà “LA CAMPANA”. Già prevedo la Vostra approvazione e la Vostra generosa adesione e sono certo che lo accoglierete anche Voi con altrettanto entusiasmo. Sul bollettino vennero riportati, a puntate, i: “Cenni Storici della Parrocchia di Nocco”, che furono poi pubblicati integralmente nel 1960 ad opera di Emiliano Bertone. Don Walter Del Conte e gli amici nocchesi


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Il logo de “La famiglia nocchese”

Un po’ diverso era il taglio de La Famiglia Nocchese (il giornalino). Innanzitutto era ciclostilato, composto da quattro fogli recanti disegni fatti a mano, e diretto, redatto ed edito dall’onnipresente Carlo Proserpio. Il sottotitolo era sempre: “esce quando vuole e quando può”. Era un foglio più ricreativo, più umoristico, ricco di poesie e filastrocche, spesso inventate proprio per Nocco, ma recava anche notizie pratiche, come il rifacimento delle strade nocchesi o le piantumazioni di alberi da frutto, il rilascio di lepri nei boschi, o la sistemazione delle panchine in pietra lungo le passeggiate boschive (tutte opere di volontariato realizzate con fondi privati). Tutti si davano da fare per abbellire il paese. Ma veniamo al primo numero. Inizia così: novembre 1952, Anno 1, n° 1 nocchesi, state tutti bene? Vi porge il suo saluto augurale il nuovo amico: questo foglio che vuole essere lo stimolo, il pungolo, la spinta di elevazione verso quanto di bello, di buono di utile è possibile realizzare nell’ambito del nostro paesino. È un nuovo amico che darà notizie a tutti, locali e villeggianti. Quindi, Il gioco delle bocce al Tarocco


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Sopra Aldo e Giolo Molinari con Peppino Lucchini detto “Pep Carlin”; a destra e sotto, i pranzi alla Cappella della Mano

coraggio nocchesi! La collaborazione sincera a questo Vostro giornale è e sarà sempre gradita sotto tutte le forme… Nel 1952 venne pubblicato a puntate anche un libretto che ricordava tutte le famiglie ombrellaie dell’Alto Vergante, illustrava le genealogie di quelle nocchesi: Ricardi, Molinari, Francinetti, Decio, Ruboni, Martinetti. Nocco, negli anni ’50, era un paese molto diverso dall’attuale: gli abitanti erano 120 (più di oggi!), molti dei quali dediti all’agricoltura e all’allevamento del bestiame; c’erano poi i cacciatori e naturalmente gli ombrellai. Molti erano i villeggianti, non solo i nocchesi-oriundi, ma anche dei ‘forestieri’, le cui famiglie trascorrono ancora oggi le vacanze in paese. La villeggiatura era però assai più scomoda di oggi: non tutte le case avevano il bagno e spesso le cucine non avevano il fornello; si racconta che i villeggianti, se volevano il cibo già cucinato, dovevano andare due volte al giorno a Gignese. Inoltre non era comodo arrivarci: pochissimi avevano l’automobile, si arrivava in treno e, a Stresa, si doveva salire sul trenino a cremagliera, per scendere alla stazioncina di Gignese, presso l’Hotel Panorama e poi fare la strada a piedi con valigie che non possedevano ancora le ruote… magari con un parente che le trasportava nel “sciaurón”. C’era l’osteria del Tozzi, il negozio di alimentari, la centralina telefonica, il bocciodromo e un luogo di lettura, dove taluni volontari acquistavano, per coloro che li desideravano in prestito, degli abbonamenti a riviste quali: Tempo, Orizzonti, Epoca, Oggi, Lo Sport. All’inizio degli anni ’60 cessò le sue pubblicazioni la Famiglia Nocchese, poi an-


che la Campana di Nocco, più o meno sostituita da Genesium, anche se per pochi anni. Leggiamo su Genesium il passaggio di consegne tra Don Giovanni Battista Jonio (in pensionamento a Miasino dal 17 giugno 1965), e il sostituto Don Pippo Bardelli, che entra a Nocco nell’ottobre del 1965. Poi l’oblio. Dalla fine degli anni ’60 in poi, e sino ai giorni nostri, non venne scritto più nulla su Nocco; mai più una pubblicazione o un giornalino o qualcosa di simile. Se uno storico volesse indagare su Nocco di quei decenni, troverebbe il vuoto assoluto. Certo, qualcosa accadde: i giochi di Sant’Anna rallegrarono i bambini per tutti gli anni ’70, ma poi cessarono. Il famoso falò, occasione di divertimento e reminiscenza pagana trasposta in onore della compatrona, venne abolito per questioni di sicurezza, sostituiti dai più comuni fuochi d’artificio. Ma poi scomparvero anche loro. La Famiglia Nocchese organizzò qualche evento culturale: si ricordano i concerti dei fisarmonicisti nella chiesa di S.Stefano, una festa mascherata in Selva, per Carnevale, ma poi passò anche questo, e la Famiglia Nocchese si spense. Le feste e i giochi per qualche anno furono organizzate per iniziativa di qualche nocchese, in particolare fu Giulia Molinari ad attivarsi, ricoprendo cariche organizzative all’interno della Pro Loco di Gignese. A nulla valse il tentativo, dell’agosto 1981, di fare rinascere la Famiglia Nocchese. Ma soprattutto scomparve qualsiasi luogo di aggregazione. La casa parrocchiale già nel 1968 venne chiusa ai parrocchiani e destinata ad abitazione privata, poi chiuse l’albergo Il Tarocco, sorto nel 1964, con il suo ristorante da Guida Michelin, il suo bar ed il

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suo bocciodromo; scomparve anche l’ultimo negozio di alimentari, in Piazza Castello. E Nocco cadde in un sonno pluridecennale. Unici atti degni di nota furono, da parte del parroco Don Gianfranco Zucchinetti, la riqualificazione del campanile nel 1981 e la ristrutturazione interna della Par20 rocchiale, insieme al restauro degli affreschi, effettuato sul finire degli anni ’80. Nessuno aveva più l’occasione di incontrare altre persone e di discutere sul destino di Nocco, di fare qualcosa per mantenere il paese in uno stato decoroso. Anzi! Il territorio diventava sempre meno attraente e curato, ricco di discariche, con gli antichi sentieri inghiottiti dalla vegetazione infestante e le cappellette agresti che si scrostavano sempre più, rendendo difficile individuare gli affreschi devozionali. Ma ho una curiosa teoria: forse è per questo motivo che la riapertura di un centro di aggregazione (cioè la casa parrocchiale) ha creato più scambio di idee tra i nocchesi? Forse è per questo che si è risvegliata la sete di ricordi e di tradizioni scomparse? L’attenzione alla Storia Locale? Alla Cultura Locale? Io credo di sì! Nel 2000, con l’ingresso di Don Giorgio Borroni, la casa venne riaperta e comparve, anche solo per un anno, un giornalino: L’Eco Nocchese, che diede il primo Una festa organizzata dalla Giulia nel cortile degli Ingignèer, settembre 1978


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Quando c’era il Tarocco… in primo piano Davide Ricardi detto Busc

impulso alla rinascita di Nocco. Ecco il suo esordio: Editoriale – Anno 1 – n. 1 PERCHé UN GIORNALE A NOCCO? Qualcuno se lo chiederà, visto che è difficile trovare “ la notizia” in un paese con pochi abitanti e che, a detta di alcuni, sembra “non avere futuro”. Ma l’Eco Nocchese vuole ridare speranza…Vuole riportare Nocco su, mettendo in rilievo i problemi e, soprattutto, le aspirazioni che possono portare Nocco ad essere amato per le sue caratteristiche, per la sua semplicità e, soprattutto, per la sua bellezza. Ecco perché questo foglio di collegamento può diventare un’occasione per tutti di far sentire una voce (diciamo di più: un’eco!) perché Nocco torni a vivere: diventi certo un luogo di tranquillità e di pace, ma soprattutto un luogo rispettato, dove la gente si riposa, si aggrega, si incontra e crea un vero paese. Vorremmo arrivare a tutti perché tutti arrivino a Nocco…E riscoprano un paese dove è bello vivere!” Se è vero che le iniziative sorte negli ultimi anni sono scaturite dalla voglia di


tradizione nocchese, allora si intuisce il successo delle giornate ecologiche, dei calendari nocchesi, della dedicazione a Don Tagini, della volontà di restaurare la chiesetta della Madonna di Loreto, di produrre il sidro, di incontrare il Sindaco e di sensibilizzare l’Amministrazione Comunale sulla vocazione turistica ed 22 ambientale di Nocco e del territorio del suo antico Comune, giù sino al ponte sull’Erno e oltre. Tutti i primi editoriali sin qui citati hanno in comune una cosa: la volontà di salvare Nocco, di farlo rivivere, di creare aggregazione e scambio di idee e di fatti. Tutto ciò, unitamente ai molti progetti futuri che abbiamo in cantiere, merita, secondo noi, l’edizione di questo numero unico e speciale, sul modello di quello del 1933, dove Nocco veniva ricordato nell’occasione del tricentenario della fondazione della parrocchia e del 25° di sacerdozio di Don Pietro Tagini, avvenuto due anni prima. Vediamo l’introduzione del prezioso documento: NOCCO numero unico NELLA FAUSTISSIMA RIMEMBRANZA TRE VOLTE CENTENARIA DI SUA EREZIONE A PARROCCHIA 26 novembre 1633 § 30 luglio 1933 - XI Perché questo numero unico? Perché in quest’anno 1933 ricorre il terzo centenario della fondazione della Parrocchia di Nocco. Il centenario è un avvenimento che nella vita di un uomo non si ripete. Si festeggiano le nozze d’oro al cinquantesimo anno, le nozze d’argento al venticinquesimo, persino i decenni si festeggiano, gli anniversari, i compleanni. Non è forse data più importante il centenario di una Parrocchia che ha viste più generazioni in tempi sempre mutevoli, con vicende tristi e gloriose, fra costumanze svariatissime? Perché questo numero unico? Perché forse nessun altro del genere è mai stato stampato prima d’ora su Nocco, e questo ha lo scopo di raccontare per sommi capi gli avvenimenti più notevoli accaduti in tre secoli di storia di questo ridente paesello del Vergante; come sia sorto e si sia svolto; quando sia stata edificata la sua Chiesetta, istituita la Parrocchia; a quanti sacrifici si siano sobbarcati i suoi antenati pel bene dei figli… Vuole questo numero unico fissare sulla carta, a perpetua memoria, glorie antiche e recenti che da pochi o da nessuno sono conosciute; nomi di tanti illustri uomini che si son fatto onore in patria e altrove. Nocco è piccola terra del vergante; sono un nulla i suoi fasti di fronte


ai fasti di mille e mille altre. Tuttavia, per chi vi è nato, la sua storia, anche se breve e incompleta, interessa più di ogni altra; perché gli ricorda fatti al cui svolgimento hanno avuto parte i suoi padri che gli hanno tramandato il nome e preparata l’avvenire. A voi, o bravi abitanti di Nocco, averlo caro questo numero unico e conservarlo. Se capiterà nelle mani dei vostri figli, non sarà loro discaro leggere le belle vicende qui registrate da documenti veritieri, che col tempo potranno andar perduti. E se la eventuale lontananza dal suolo nativo ve lo facesse dimenticare, questo numero unico colle sue memorie, colle sue illustrazioni ve lo ricorderà a perpetuo vanto. Conservatelo! IL COMITATO Il contenuto del giornalino del 1933, costituirà una parte molto piccola del futuro libro su Nocco, che si preannuncia fin d’ora molto interessante. Marco Torretta

Il rinvenimento del gagliardetto della “Famiglia Nocchese” Nel 2007 avevamo ricordato che il paesino di Nocco aveva posseduto, in passato una sua bandiera. Era il famoso gagliardetto della “Famiglia Nocchese”, più volte benedetto in chiesa, e che da chierichetti portammo, in occasione di S.Anna o di Ognissanti, insieme al Tricolore (con ancora la cucitura sabauda in campo bianco) sull’altare. Dobbiamo dire, sinceramente, che non ce lo ricordavamo così bello, con i suoi colori giallo-blu e la famigliola ombrellaia.

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Perché un oratorio a Nocco

Giovanni Cappa-Legora, “La porta della canonica a Nocco-Stresa”, olio su cartone, 1935, cm 35x45


La

morte di Don Gianfranco Zucchinetti, parroco di Nocco, avvenuta nel dicembre 1999 e la nomina di Don Giorgio Borroni, hanno determinato una nuova presa di coscienza da parte dei parrocchiani circa l’utilizzo delle strutture parrocchiali: la casa e l’annessa cascina ormai ridotta a un cumulo di macerie. La casa parrocchiale era affittata alla famiglia Ronchi, ma il contratto era in scadenza, così fu presa la decisione di non rinnovare il contratto ma d’utilizzala come luogo d’aggregazione. Iniziò così la ristrutturazione dei locali, che portò alla realizzazione al piano superiore di due sale conviviali con annesso locale cucina, e al piano terra

di un piccolo bar e due sale gioco/ritrovo. Fu fondata un’associazione “La Crugia dai Zanival” (La casa dei nocchesi, in gergo Tarusc) con l’intento di creare a Nocco un piccolo ristorante, ma problemi organizzativi e gestionali determinarono il fallimento dell’iniziativa. Nel mese di settembre 2003, il presidente Gianni Decio convocò un’assemblea aperta a tutti, soci e non, residenti e villeggianti, per prendere una decisione circa lo scioglimento dell’associazione e l’utilizzo della casa parrocchiale. Tra i partecipanti all’assemblea, Gian Luigi Gilardi s’incaricò di stendere un

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Don Gianfranco. Alle sue spalle si riconoscono Angelo De Leonardi (Muzòt), e Pietro Ruboni detto Pedar

progetto operativo per la creazione di un Oratorio come punto di ritrovo per gli abitanti di Nocco e i villeggianti. Nella disanima del progetto, furono evidenziati alcuni punti essenziali: - volontariato e gratuità del servizio; - adesione all’organizzazione ANSPI (associazione nazionale S.Paolo Italia); - disponibilità di persone ad assumere, su base volontaria, le responsabilità organizzative ed operative; - disponibilità di un residente a farsi carico della gestione del bar e della conduzione della casa, senza compensi d’alcun genere. La risposta fu pronta da parte di Lucia Molinari e Annibale Gatta e, stimolati dal loro esempio altri si proposero quali soci fondatori e volontari: Ricardi Stefano, Molinari Carla, Molinari Umberto, Federico Ginevra, Gilardi

Gian Luigi, Martinetti Ezio, Pintossi Nicoletta, Lomazzi Oreste, Ronzio Antonia e il parroco Don Giorgio Borroni. Nasce così, il 27 giugno 2004, l’Associazione Oratorio S.Stefano, sotto l’egida dell’ANSPI (registrata presso l’Agenzia delle Entrate di Verbania il 7 luglio 2004 n.rep.02484) con l’impegno di creare a Nocco un punto d’aggregazione per bambini, giovani, anziani, residenti e villeggianti, al fine di offrire momenti di svago, d’accrescimento culturale e di partecipazione alla vita parrocchiale. La sede è la casa parrocchiale data in comodato gratuito dalla Parrocchia, l’Associazione si farà carico degli oneri relativi alla conduzione e spese d’ordinaria manutenzione. La Casa dispone di ampi spazi esterni con giardino e di locali interni recentemente recuperati grazie ad un buon


lavoro di restauro; al piano terra un accogliente bar, gestito da soci volontari, con annesse due sale di ritrovo e punto tv, al piano superiore, un’attrezzatissima cucina e due sale conviviali il cui utilizzo è riservato ai soci. L’Associazione è regolata da uno Statuto, non ha scopi di lucro, è apolitica, il patrimonio è costituito dagli avanzi netti di gestione ed eventuali altri proventi straordinari. Organi dell’Associazione sono l’Assemblea dei Soci e il Consiglio Direttivo. Sono Soci tutti quelli che a norma di Statuto sono in regola con il pagamento della quota associativa annuale che comprende anche l’associazione all’ANSPI, federazione degli oratori presente in tutta Italia, che permette di usufruire delle agevolazioni fiscali previste dalla Legge sui Circoli ed Oratori e la copertura assicurativa di tutti i Soci. Il tesseramento è quindi obbligatorio

per tutti quelli che intendono avvalersi del servizio bar/ristoro e partecipazione alle attività sociali. Tutte le attività associative sono realizzate a condizione che ci sia la disponi- 27 bilità di soci volontari. In questi sette anni la struttura è diventata sempre più accogliente grazie ad interventi manutentivi prestati gratuitamente da soci volontari. Ricordiamo Carlo Giacomarosa, Annibale Gatta, Stefano Ricardi ed altri, occasionali, che non hanno mai negato il loro aiuto laddove richiesto. Ogni anno sono organizzate riunioni conviviali aperte sia ai soci sia a partecipanti esterni dei paesi limitrofi, serate d’intrattenimento danzante, giochi organizzati per bambini, gare di scala 40 e tornei di burraco. La struttura è inoltre a disposizione dei soci che vogliono utilizzare privatamente gli spazi per festeggiare ricorrenze e anniversari. È richiesto solo un

Immagini della casa parrocchiale negli anni ‘50 e prima degli ultimi restauri


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Momenti di festa e ristoro presso la casa parrocchiale con Gianluigi, Tullio, Berto e Annibale e la polenta

piccolo contributo spese. Ma siccome non esistono soltanto gioco e divertimento, l’oratorio ha anche avuto dei momenti di raccoglimento e preghiera come l’Agape Fraterna del martedì santo, che ha riunito partecipanti provenienti da tutta la comunità del Vergante. Inoltre l’Assemblea dei Soci diventa anche una sorte di Consiglio Pastorale

Parrocchiale, che si occupa dell’andamento economico ma anche di prospettare e suggerire interventi per il ripristino e la manutenzione di altre opere parrocchiali. Nasce nel 2008 una sorta di laboratorio di idee creato da figli di nocchesi e/o amanti di Nocco per ricostruire la memoria storica del paese e salvaguardarne le bellezze. E siccome le parole non servono se non

Concerto estivo, luglio 2008


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Un laboratorio artistico per i bambi

seguono i fatti, nell’ottobre del 2008 una ventina di volontari procede ad un primo riordino dell’Oratorio della Madonna di Loreto, opera parrocchiale in stato d’abbandono e degrado. L’anno seguente è la volta della pulizia e ripristino del vecchio ponte sull’Erno. Sempre nel 2009 l’Assemblea decide di aiutare la Parrocchia nelle spese per la ristrutturazione della cascina dirocca-

L’Oratorio apre con i seguenti orari: Mattino: 10,15 – 11,30 (solo festivi) Pomeriggio: 15,00- 19,00 Sera: 21,00 – 24,00 Tutte le domeniche mattina e i giorni di festa per il dopo Messa; da Pasqua al 31 Ottobre, solo il pomeriggio del sabato e delle vigilie di festa; dal 1° Luglio fino al 30 Settembre, pomeriggio e sera tutti i giorni.

ta con un contributo di 25.000 euro prelevato dall’avanzo di gestione; ad opera finita, la nuova struttura sarà utilizzata nella sala superiore ad archivio parrocchiale e sala riunioni e/o sala giochi ragazzi, mentre il seminterrato sarà adibito a deposito/magazzino per il ricovero delle attrezzature necessarie per le attività esterne. Gianluigi Gilardi


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Lo stendardo di S. Anna

L’

incanto delle offerte presentate durante la S.Messa celebrata per la Festa Patronale di S.Anna del 2007, aveva dato buoni frutti. Erano stati raccolti circa 3.500 euro tra incanto ed offerte varie. La festa si stava avviando alla sua conclusione con la processione per il paese, il trattore di Claudio Molinari bardato a festa trasportava la statua di S.Anna e Maria Bambina circondata da tutti i bambini dei residenti e villeggianti, e con i parrocchiani al seguito. In testa alla processione, la Banda del Mottarone seguita dallo stendardo di S.Anna.


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Lo stendardo di Sant’Anna portato in processione; si riconoscono da sinistra Gina dei Ruboni, Annamaria Strola, Mariuccia Molinari, Maria Molinari


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Prima dell’inizio della cerimonia Rina Tondina fa notare le condizioni pietose dello stendardo e lancia la proposta che il ricavato dell’incanto e offerte della giornata siano utilizzati per il suo restauro. Don Giorgio, al termine dell’omelia conclusiva della processione, fa propria la richiesta di restauro e comunica all’assemblea che si procederà al restauro richiesto. Richiede pertanto un preventivo all’Abbazia Benedettina “Mater Ecclesie” dell’Isola S.Giulio del lago d’Orta, che ha un laboratorio specializzato per i restauri tessili. Nel novembre 2007 lo Stendardo è preso in carico dal Laboratorio, i lavori di restauro iniziano il 2 settembre2008 e si concludono il 27 febbraio 2009. Riportiamo di seguito una sintesi della documentazione rilasciata alla fine dei lavori: “Direttore dei lavori è la dr.ssa Marina Dell’Olmo, Soprintendente per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte, autorizzazione del 3 dicembre 2007. Oggetto dei lavori: Stendardo processionale a due facciate, dipinto e ricamato, raffigurante:

Sant’Anna 1982


Lato A – la Madonna Immacolata con Gesù Bambino; Lato B - S.Anna educa la Vergine Maria Datazione: fine Ottocento/inizi Novecento. Note Storico/Critiche: l’oggetto esemplifica una produzione abbastanza diffusa nell’epoca. I soggetti centrali sono ormai solamente dipinti, mentre sono ancora ricamate le decorazioni circostanti. I fiori e la loro composizione sono semplici, limitati nei soggetti eppure risultano ancora ben curati, eleganti nelle forme e sobri i nei colori. Il ricamo in filo metallico dorato, anche se racchiuso in poche cartouches, è segno di un certo eclettismo, di un tentativo di fondere insieme elementi antichi e nuovi. Fonti d’archivio più precise avrebbero permesso di risalire alla data di produzione e magari anche al laboratorio di produzione. Il manufatto è elegantemente decorato: i particolari sono molto curati e anche le raffigurazioni sono dipinte e ricamate con abilità. Il lato A presenta un ricamo più ricco ed elegante. Stato di conservazione: pessimo. Lo stendardo è portato da Irma Molinari, Maria Pirozzini e Marianna Molinari

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Tessuto... entrambe le facciate, realizzate con raso di seta avorio e raso di seta azzurro erano in cattive condizioni. Il raso fortemente degradato dagli agenti fotochimici e dallo stress cui era stato sottoposto nel corso degli anni… presentava consunzioni, tagli, lacune diffuse ovunque più vistose nel raso azzurro… Le parti dipinte, rese secche e rigide dal colore erano deturpate da ampi squarci… Trama e Ordito… degradi causati prevalentemente dalla perdita o da lacerazioni del sottilissimo ordito di seta… le trame erano spezzate e sfilacciate… Ricamo… quello policromo in discrete condizioni sulle due facciate, il ricamo in oro ossidato e con fili sollevati… Frange… in cattive condizioni, ossidate… con intreccio scomposto…

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A volte ritornano

S

arebbe troppo lungo ripercorrere la storia delle feste dedicate alla patrona di Nocco e quasi impossibile tracciare il profilo dei loro protagonisti, personaggi che animavano giochi, processioni e momenti di preghiera. Tuttavia due anni fa abbiamo assistito a un gradito ritorno, quello del Giolo, classe 1930, nel ruolo di battitore d’asta all’incanto delle offerte per S.Anna. Erano quasi trent’anni che mancava. Da giovane lo aveva fatto molte volte, anche anche per S.Stefano, alternandosi con l’Aldo e con Proserpio. Poi era

Carlo Proserpio fine anni ‘60

Aldo dei Pùcia e Giolo dagli Ingigèèr, negli anni ‘70


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Sporco… rilevato solo una leggera presenza di sporco generico, notevole invece la presenza d fibrille del raso degradato… Intervento di Restauro: Smontaggio… Si è proceduto alla separazione delle due facciate, con conseguente rimozione dell’indeformabile, delle frange, delle nappe e della tasca di sospensione… esecuzione del rilievo della parte festonata ormai a brandelli… e renderne possibile l’assemblaggio secondo il modello originale. Pulitura… eseguita mediante aspiratore, previa protezione del tessuto con reticella termostampata. Vaporizzazione… si è ritenuto opportuno passare delicatamente sulle superfici un pennello con setole morbide ed un panno

toccato a Franco Tozzi e infine al giovane Nando. Ma da due anni il Giolo ha ripreso la scena, lo ha fatto con naturalezza e simpatia, forte dell’esperienza passata e della potente voce da navigato ombrellaio ambulante. Sarebbe bello poter ricordare tutti i nocchesi che, nel corso degli anni, si sono succeduti in questa veste, purtroppo però possiamo solo risalire ai vecchi che a memoria d’uomo si ricordano come indimenticabili protagonisti delle offerte: Stefano Ricardi (1875) detto Stevan dal Grìis o Grisott e Giovanni Ricardi (1888) detto Giuanìn Bùsc.

Giolo e Nando Alesina, nel 2008

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umido in modo da poter rimuovere la polverina provocata dal tessuto stesso… le nappe sono state lavate con detergente neutro… le frange, dato lo stato di degrado in cui versano, saranno sostituite. Consolidamento… ad ago per entrambe le facciate… si è predisposto per le zone lacunose e molto degradate ampie strisce in rasatello di cotone… tinto appositamente in laboratorio. Ogni facciata alleggerita dalle parti perimetrali molto degradate e dalle trame scomposte… poteva essere considerata e trattata come un frammento… è stato ancorato al tessuto…fissando ad ago le parti di ricamo dorato… le porzioni di raso maggiormente degradate con filo di poliestere colorato… ricomponendo i tagli nella decorazione centrale dipinta ad olio. In seguito si sono risarcite ad acquerello le parti dei dipinti intaccate da tagli e degradi. Infine è stata sovrapposto del tulle di poliestere color panna per il lato A e grigio per il lato B… così facendo si è garantita una velatura di fermatura, poiché si è fissato sul supporto tutto quello che si è conservato del manufatto senza sforacchiarlo eccessivamente, protezione in questo modo si è garantito una maggiore conservazione nel tempo di un oggetto già in precarie condizioni e che potrebbe degradarsi ulteriormente. Confezione… le facciate sono state nuovamente assemblate sePreparativi per la festa dei 2010

Luglio 1972


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Lo stendardo dopo i restauri

condo il modello originale… il supporto d’entrambe le facciate è stato predisposto in modo da ricomporre le misure originali… Osservazioni finali… il manufatto era giunto in uno stato di degrado avanzato che lo rendeva inutilizzabile. Con il tipo d’intervento adottato (la velatura)… ha ritrovato sicuramente maggiore solidità e nuovo decoro. Raccomandazioni… Considerando la fragilità del manufatto, sarà opportuno provvedere ad una sua stabile sistemazione…. Questa ultima raccomandazione è stata raccolta da un parrocchiano d’ultima data, tale Introini Mauro da Samarate, abile artigiano falegname, che ha realizzato e donato alla Parrocchia una teca ove è stato riposto lo Stendardo che ora si mostra in bella vista sul lato destro della parete prospiciente l’altare. Gianluigi Gilardi


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“C’era una volta…”

Ora et Labora, Rusc e Tanajìn


“C’

era una volta”, e non è solo un modo di dire, perché la volta c’era davvero! Stiamo parlando della volta architettonica di una chiesa, per l’esattezza della settecentesca Madonna di Loreto di Nocco che crollò, appunto, nell’autunno di due anni orsono. E non è cosa da poco, perché le chiese nascevano dai bisogni condivisi di una comunità, uno spirito corale che permeava le società tradizionali, un agire e un sentire comune, semplice e naturale. Non che la chiesetta (un oratorio campestre di 10 per 7 metri di superficie) fosse molto stabile, al contrario! La volta a crociera, costruita con calce e pietre e che per quasi tre secoli ha custodito le preghiere dei nostri vecchi, è crollata a seguito dell’abbandono e dell’incuria perpetuate nei decenni, fino alla rovina. Tutto questo ha provocato sconcerto, rabbia e costernazione nei nocchesi, che per generazioni avevano donato i loro pochi risparmi per abbellirla. Ma il crollo della volta no! Questa “volta”, bisognava reagire! E così i nocchesi ed i villeggianti, orgogliosi del loro bel paesino e del suo piccolo patrimonio storico si sono rifiutati di vederlo svilito per l’ennesima volta, e hanno deciso, non senza scetticismi e titubanze, di… invertire il flusso della marea. Dopo aver promosso l’intitolazione di una piazza del paese alla memoria del parroco di un tempo, ricordato in “odore di santità”, don Pietro Tagini, e dopo aver

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restaurato la lapide della “Congregazione di Carità di Nocco”, dedicata al sindaco Giovanni Bono, si è passati a un’azione collettiva e molto pragmatica: rimuovere le macerie ed i rifiuti dalla chiesa, in attesa che parta il progetto di recupero dell’edificio, che risale al 1759. 40 L’intenzione di questo manipolo di volontari è soprattutto di sensibilizzare l’intera comunità e gli amministratori pubblici sul problema della tutela e della conservazione dei beni architettonici e del paesaggio: lasciare crollare una chiesa nell’indifferenza è un danno gravissimo contro la memoria collettiva e contro il patrimonio artistico e ambientale. È, infatti, necessario comprendere che solo la conoscenza e la valorizzazione del nostro passato possono guidarci nel costruire un futuro coerente. Quando manca questa sensibilità la storia si riduce al solo presente (eterno) e tutto ruota intorno all’asse del mero interesse personale. I rischi sono sotto gli occhi di

E ora un tetto nuovo... Il piano per ristrutturare e abbellire l’Oratorio settecentesco della Madonna di Loreto, detta anche dai nocchesi la “Gisóla” o “San Róogh”, è ancora in corso e necessita di supporto da parte di tutti. Servono idee, braccia, ma anche offerte per metterla in sicurezza realizzando un tetto in piode o in vecchi coppi (sono le due tipologie che hanno preceduto la tegola marsigliese). Per questo abbiamo pensato di distribuire delle buste da riconsegnare poi a Don Giorgio o a

Gianluigi. Con l’occasione vogliamo anche ringraziare i fratelli Giovanna, Angelo e Irma Molinari che hanno donato alla Parrocchia il loro terreno confinante con la chiesetta. Questo renderà possibile riqualificare tutta l’area, realizzando un’ampia zona verde, curata ed abbellita con staccionate in legno e panchine, la quale comprenderà anche il monumento ai Caduti. Il piccolo parco sarà dedicato come già si volle fare alle ‘rimembranze’, alla memoria dei defunti nocchesi e dei nostri caduti.


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La chiesetta dopo i lavori di rimozione delle macerie


tutti: realtà antiche che vanno scomparendo nel loro aspetto tradizionale e corale per far posto a centri ridotti a villaggi turistici, dei “non luoghi”, da sfruttare economicamente per la forte attrattiva turistica che ancora esercitano. Dunque, sabato 18 ottobre 2008, da Nocco e dalle città della pianura sono arrivati 42 i volontari, più di quanti ci immaginavamo: venticinque (un numero altissimo per Nocco), incluso il parroco don Giorgio, armati di badili, scuri, secchielli, elmetti, scope, trattori, benne e tutto quanto necessario alla bisogna. Lo scetticismo, la frustrazione e i malumori iniziali, per le quantità di macerie e la pericolosità della chiesetta, sono stati presto rimossi dall’entusiasmo della comune impresa. Chi scalava gli alberi infestanti e li faceva a pezzi a colpi di scure e seghetto, chi organizzava la catena umana con i secchielli pesanti pieni di detriti, chi sbadilava forsennatamente le macerie e chi organizzava viaggi su viaggi con i trattori diretti alla discarica. Infine il miraggio: si riusciva finalmente a vedere il pavimento in cotto! Dopo un’ora tutto il pavimento era sgombro, restava il bancone abbandonato del bar dell’albergo, chiuso da vent’anni: lo abbiamo fatto velocemente a pezzi e caricato rispettosamente sull’autogru, rimembrando il gelataio ed i gelati consumati nelle nostre estati di giovanile villeggiatura… Alla fine una presenza femminile (eravamo tutti uomini): una residente, di origine britannica, entra prepotentemente in chiesa con scopa e paletta e fa piazza pulita della polvere residua. È mezzogiorno, si va alla casa parrocchiale per la pausa pranzo e la controparte femminile della cordata prepara la spaghettata e gli antipasti alpigiani innaffiati da vino rosso. Si ride, si scherza. Si riprende il lavoro ormai quasi terminato. Resta il taglio di alcuni rami, il lavaggio del pavimento della chiesa e la chiusura provvisoria. Chi era scettico ora ha provato l’eccitazione nel vedere un lavoro ben fatto e inimmaginabile solo qualche ora prima. Partono subito dei progetti futuri: il vecchio ponte sul torrente Erno, la strada che conduce alla cascata sulla Grisana. Bisogna calmarsi. Siamo tutti soddisfatti della fatica, ci chiediamo ancora come abbiamo fatto. Un personaggio famoso diceva che, davanti alla parola “impossibile”, bisognava sferrare un calcio alle prime due lettere. Accanto alla chiesa c’è il piccolo cimitero di Nocco: ci piace pensare che non eravamo soli a compiere questa iniziativa, ma che, in un qualche modo, i nostri avi ci abbiano aiutato. Loro, assieme alla Madonna di Loreto, a S.Lucia e a S.Rocco, ancora presenti sull’affresco, posto sopra l’altare semidistrutto. Sopra campeggia ancora una frase: “Spes Nostra Salve”. Marco Torretta & Dario Molinari


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Il ponte di Nocco e l’Erno

Carlo Proserpio e Felicita Ruboni in una foto del 1949

Tratto da “Il Sempione” del 31 ottobre 2009 “Dopo il successo dello scorso anno alla chiesetta del cimitero, a Nocco si replica. La seconda Giornata Ecologica Nocchese è stata dedicata ad un’opera di ingegneria civile, che può essere considerata, per quanto possa sembrare strano, un simbolo di pace. Già, perché il “Ponte di Nocco” ha una lunga storia; potrebbe esser chiamato il ponte della discordia/concordia; più volte infatti crollò, sotto la spinta delle acque di piena: la prima volta nel lontanissimo 1619. Era il punto di passaggio, per quanti volessero giungere, da Nocco, ai prati ed ai pascoli della Cincina e dell’Agogna, e dato che i nostri Avi, non avendo più modo di passare all’altra sponda col bestiame, pensarono che cambiare strada fosse più agevole e più economico che riparare il ponte, e quindi marciarono, con 150 capi di bestiame, sui terreni dei gignesini, per guadare l’Erno più a monte, causando liti giuridiche e persino scontri fisici… perché i nocchesi scrissero: “che vi vogliamo passare con il vaccarezzo alla pastura delle selve et pascoli, perché siamo al possesso”. Ma il 17 giugno del 1697 un trattato di pace consentì di riedificarlo; crollò ancora e


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Il Grande ponte di Gignese sull’Erno agli inizi del ‘900

finalmente nel 1740 Nocco e Gignese di rimisero a costruirlo nuovamente (dato che ciò causò ancora liti legali e pestaggi fisici tra le due Comunità). Poi ancora crollò nel 1924 e quindi eccoci al ponte attuale! Dimenticato, avvolto nella vegetazione infestante, con alberi che avevano fatto le radici sulle sponde del ponte e, oltretutto, con una strada di accesso rovinata, aveva bisogno di attenzioni. Così, sabato 24 ottobre ci siamo ritrovati, in circa 15 persone, all’ inizio della strada vicinale presso il vecchio pascolo invernale, i Pasquèe appunto, e con una squadra composta di mezzi motorizzati (ruspa-escavatore) e di badilanti abbiamo rimesso in sesto ogni metro dell’antica mulattiera. Taglio di rami e cespugli, scavo di canaline per il deflusso delle acque, insomma alte opere di ingegneria idraulica e civile. Poi un guasto al trattore, ma proseguiamo. Arriviamo nella piccola valle del ruscello detto Rusa e sistemiamo il ponticello. Guardiamo il paesaggio: è ancora bellissimo vedere l’acqua scorrere tra la foresta di faggi e le siepi di bosso, anche se tutto è meno


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Il ponte sull’Erno al nostro arrivo

curato di un tempo. Un nota stonata: l’acqua è purtroppo un po’ maleodorante, scende dal depuratore… e un ottantenne commenta: “ è la fogna di Gignese!” Già, ma quarant’anni fa la Rusa era popolata dai gamberi di fiume! Li si raccoglieva (non c’era ancora la normativa che lo proibiva) e si cucinavano. Intanto arrivano altri volontari dal ponte che sta più in basso, ed alcuni ritardatari dal paese (venivano su direttamente dalla nebbia della città, mentre Nocco era baciata dal sole). Proseguiamo sulla strada, arriviamo verso mezzogiorno al famoso ponte e iniziamo a segare alberi ed aprire il varco che immette al sentiero per la Cincina, fino ad un enorme masso granitico dove, secondo la fiaba locale, ha sede la “Cà dal Fasulìn”. Don Giorgio suggerisce, per la prossima volta, di coinvolgere anche i gignesini che potranno giungere dall’altra direzione, così da suggellare una riconciliazione plurisecolare tra le sue parrocchie (scherziamo!). Torniamo alla casa parrocchiale che si trova 150 metri più in alto (intendo rispetto al livello del mare, è una scarpinata). Il pranzo prevede il menù dell’anno scorso (ottimo) e una gran quantità di bottiglie dal rosso nettare (ce ne accorgeremo!). Parliamo del più e del meno, un vecchio lusciàt recita poesie in tarùsc, il gergo degli ombrellai; parliamo del progetto di produrre il sidro, il vìn di pòmm dei nostri vecchi; il parroco vorrebbe addirittura usarlo per la Santa Messa.


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In alto Claudio Molinari e la sua motosega; a sinistra, il trattore del Nando s’incaglia in un fosso


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In alto da sinistra: Carluccio dei Minaràl, Renato Gùndula, Nando Pucia, un gruppo di volontari, Marco Cràch


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Il ponte sull’Erno a fine lavori

Ritorniamo al ponte armati di funi e motoseghe, qui facciamo le cose in grande: lancio della fune attorno agli alberi, imbragatura attorno al boscaiolo-volontario appeso nel vuoto del burrone che sosteniamo in dieci, e taglio con motosega. Il ponte è tutto pulito, nessun albero potrà incombere sul manufatto, che viene sistemato a dovere. Sopra l’arcata che sovrasta l’Erno si domina l’alveo del torrente, i meandri tra le rive boscose, i massi trasportati dalla piene passate, i dirupi che scendono delle due sponde della vallata. Viene da chiedersi se qualche ente non debba farsi carico di un messa in sicurezza definitiva, che noi volontari non possiamo fare. Il Comune? La Comunità Montana? La Provincia? Ribaltiamo la domanda ai più sensibili ed acuti tra gli amministratori, che certamente capiranno quanto la cosa sia importante per il turismo ecologico, ma anche per uno sfruttamento intelligente e consapevole del patrimonio boschivo. Per quanto ci riguarda si pensa di organizzare una seconda giornata in primavera con tutti i muratori, nocchesi e gignesini, che volessero dare il proprio contributo. Si sta studiando come portare fin giù al ponte un piccolo trattore, su cui si potranno caricare attrezzi, sabbia, cemento per completare le sponde laterali. Ritorniamo stanchi a Nocco, ma contenti di avere ripristinato un altro pezzo della nostra Storia e dei nostri Ricordi. Marco Torretta


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DOPO IL PONTE SALVIAMO L’ERNO! (E FORSE ANCHE LA GRISANA…)

I

l 25 agosto 2007 l’allora Vicesindaco di Gignese, nel corso di un’Assemblea aperta alla cittadinanza nocchese, affermava che, stante la costruzione di una centralina per il prelievo idrico a monte dell’abitato di Gignese, e con destinazio-

ne Lesa, la ditta costruttrice, la Gator S.r.l., avrebbe destinato dei fondi per i comuni interessati dal detto percorso. Anche per la Frazione di Nocco si sarebbe prevista quindi una quota da destinare agli scopi che la cittadinanza ritenesse utili. L’entità dei fondi doveva ammontare a 100.000-200.000 euro, anche se il Vicesindaco precisava che non si era ancora raggiunto un accordo con la Gator S.r.l., e che l’opera di incanalamento del torrente Erno era fortemente contrastata da Legambiente e Verdi. Inoltre il vicesindaco dichiarava che nessun accordo era stato raggiunto fra la Ditta Gator S.r.l. e il Comune di Lesa e che quindi la realizzazione della


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Un disegno di Marco Torretta, da un’idea di Giancarlo Nisin

centralina e l’incanalamento delle acque non era, allora, di sicura realizzazione. Tale progetto, “Impianto idroelettrico denominato Erno-Lesa”, era in fase di valutazione della procedura V.I.A. (Valutazione di impatto ambientale) presso

la provincia VCO. Oltre a ciò, nell’estate 2008, un studio tecnico si proponeva di prelevare in Brovello Carpugnino tutte le acque disponibili, anche dal torrente Grisana (quello dove sorge la cascata del “Piscia-


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ròn”), mediante griglie, e di trasferirle mediante canale di gronda ad un bacino di carico (laghetto) della capacità di 150 mc, per poi convogliarle mediante condotta forzata al locale macchine in Lesa, da cui sarebbero state riconsegnate al torrente Erno… L’anno successivo, durante l’Assemblea nocchese del 30 agosto 2008, il nuovo sindaco, Giuseppe D’Onofrio e l’assessore ai LL.PP., Vincenzo Titone, negavano l’esistenza dei sopraindicati fondi, adducendo come equivoco l’affermazione dell’Amministrazione precedente. Ma qualcuno aveva, fortunatamente, idee migliori per l’Erno: “… La Provincia del VCO, come sopra accennato, sta per varare il Parco Provinciale del Mottarone. Il bacino dell’Erno potrebbe inserirsi nei confini del parco, come suo proseguimento naturale. Effettivamente la bellezza paesaggistica delle nostre due valli (Erno e Grisana) verrebbe sfregiata dalla mancanza dell’acqua dei due torrenti…Infatti, su di un altro fronte riportiamo, di seguito, le motivazione delle perplessità espresse da Legambiente e inviate tramite lettera all’Ufficio V.I.A. (Valutazione impatto ambientale) della Provincia VCO. Ecco un passo di Legambiente: “Il giorno 21 di agosto 2008 si terrà in Provincia a Verbania l’ultima seduta della Conferenza dei servizi, che deciderà la sorte del torrente Erno, nel tratto integro e naturalisticamente pregiatissimo, che da Gignese raggiunge il lago Maggiore, a Solcio di Lesa. Un tesoro che ogni amministratore assennato terrebbe stretto come il diamante della

sua corona. L’Erno, che nasce ai piedi del Mottarone, scorre per buona parte in un affascinante ambiente dirupato, scavato dal torrente con un lavoro millenario. Le sue acque sono difficili da raggiungere e soltanto i pescatori ne sanno risalire il corso. Una centralina idroelettrica privata ne ha già mortificato il primo tratto, restituendo le acque intubate sotto al ponte di Gignese. Una seconda centralina privata, quella in giudicato, intuberà a sua volta le acque rilasciate dalla prima e altre acque ancora, restituendole a Solcio di Lesa Nel gennaio 2009 si viene a scoprire, casualmente e via internet, che esisteva un “avviso di procedimento” per l’asservimento di una serie di terreni, anche a Nocco, da parte della Provincia di Verbania (richiedente ditta Gator S.r.l.), datato 5 dicembre 2008, così riportato: PROVINCIA DEL VERBANO CUSIO OSSOLA VII SETTORE - AMBIENTE E GEORISORSE Avviso di avvio del procedimento per l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio e la dichiarazione di pubblica utilità dell’opera, ai sensi degli artt. 11 e 16 D.P.R. n. 327/2001 e s.m.i., dell’art. 7 della L. n. 241/90 e s.m.i., dell’art. 12 del D.Lgs. 387/2003 e s.m.i. e dell’art. 8 comma 2 lettera a) del “Regolamento sul procedimento unico ai sensi del D.Lgs. 387/2003 per gli impianti idroelettrici”. Oggetto: D.Lgs. 387/2003 e s.m.i. Domanda in data 30/04/2007 di autorizzazione unica per la costruzione e


l’esercizio di impianto idroelettrico con derivazione d’acqua dal torrente Erno, nei Comuni di Brovello Carpugnino (VB), Gignese (VB) e Lesa (NO). - Richiedente: Ditta Gator S.r.l.. La Provincia del Verbano Cusio Ossola, in qualità di autorità espropriante delle aree interessate dalla realizzazione dei lavori di cui all’oggetto: In sostanza, se l’acqua dell’Erno verrà captata da questa azienda, il peggioramento dell’ambiente e della fauna fluviale è assicurato: meno acqua pulita nel torrente, ingresso delle poche acque di fogna provenienti dal depuratore posto sotto il “Tennis”(quindi la fogna di Gignese, e non solo di Nocco!!), franamento dei versanti. E scomparsa della poca fauna ittica. Ma negli anni ’60 non si prendevano a mano i gamberi di fiume nella Rusa? Chi li ha più visti negli ultimi decenni? E poi se si facesse l’opera di captazione e ci fossero davvero dei contributi per il Comune di Gignese (da 100.000 a 200.000 euro, ma la Giunta comunale successiva ha smentito), a cosa servirebbero? Si potrebbe rinnovare la rete acquedottistica di Nocco, oppure lastricare il centro storico all’”antica maniera”, al posto dello squallido e instabile asfalto (il capoluogo Gignese lo ha fatto, anche senza contributi, e per le Frazioni???). Ma sorge un’altra domanda: L’opera di derivazione dell’acqua dell’Erno quali territori danneggerebbe nel nostro comune? Credo che per 1 kilometro sarebbe nel

vecchio comune di Gignese (lo strapiombo sotto il ponte “Due Riviere”), per 2-3 kilometri nel territorio di Nocco (le aree boschive più soleggiate e un tempo coltivate) e, infine, per nessun kilometro nel territorio di Vezzo (dal quale nemmeno si può vedere la Valle dell’Erno…). Quindi: se i contributi ci potranno essere, ci si aspetta che, logicamente e moralmente, i 2/3 dei contributi siano per Nocco, ed il restante per Gignese (e nulla per Vezzo)! O sbaglio?!? Sbaglio solo se verrà inclusa anche la Grisana (che a Gignese chiamano Fiumetta), anche se si dovrà capire dove verrà collocato il percorso della captazione: riva destra (Gignese, Nocco, Graglia) o riva sinistra (Gignese, Vezzo, Carpugnino, Graglia)? Vedremo! Nel “Registro dei progetti depositati” presso la Provincia del VCO, del quale alleghiamo parzialmente le note, si evince che, il giorno 8 gennaio 2009, era stato dato un “giudizio positivo di compatibilita’ ambientale”! Francamente siano stupiti da ciò. Comunque il D.D. n. 2 del 07/01/2010 - DLgs 387/2003 e s.m.i. – (Autorizzazione unica per la costruzione e l’esercizio di impianto idroelettrico con derivazione d’acqua dal torrente Erno, nei Comuni di Brovello Carpugnino (VB), Gignese (VB) e Lesa (NO) - Ditta Gator S.r.l., - Autorizzata con D.D. n. 1 del 08/01/2009) ha subito una proroga dei termini per l’inizio dei lavori. Marco Torretta

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Una lapide per ricordare d

L’

In queste pagine due momenti della cerimonia, luglio 2009

anno 2009 ha segnato il riconoscimento, sicuramente tardivo, dell’opera di un parroco che diede tutto a Nocco, specialmente ai poveri e ai bisognosi. Molti nocchesi lo chiamavano “il Santo” per lo spirito caritatevole che animò sempre il suo apostolato. A tale proposito partì una campagna di riconoscimento, che iniziò nell’estate 2008, con la raccolta di firme, per l’intitolazione di una piazzetta a don Tagini. Si raccolsero oltre 90 firme, che a Nocco sono una parte consistente della popola-


e don Tagini

zione adulta di residenti e villeggianti. Si inoltrò la petizione al Sindaco Giuseppe D’Onofrio, che la accolse di buon grado; la Giunta ed il Consiglio Comunale approvarono la richiesta dei nocchesi. Durante la S. Messa di Natale del 2008 si volle leggere il brano, che presentiamo al seguito, nel quale un giornale locale scrisse di una singolare e toccante Messa natalizia del 1940, nel “paesino di Nocco”, dove un don Tagini gravemente ammalato, ed una Comunità determinata ed affezionata, presero parte ad una funzione nella casa parrocchiale. Il 2009 fu l’anno della realizzazione della piazzetta: sia dell’insegna ufficiale “Piazzetta Don Pietro Tagini”, sia della prestigiosa insegna marmorea con fotografia, affissa sulla casa parrocchiale, quest’ultima in occasione della festa patronale di S. Anna. La figura di questo sacerdote la possiamo capire leggendo vari brani, risalendo ai differenti periodi storici dei suoi “quarantaquattro anni nocchesi”.

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Don Pietro Tagini Sig. Bolla Amelia Molteni Bolla Luigi Decio Petrini “Darnéra” Moglie di “Darnéra” Primo Francinetti Giovane prete Ambrogio Ricardi “Palönda” Riccardo Ricardi “Cràch” Margherita Ricardi “Tìn dal Cràch”


Ingresso di Don Tagini a Nocco ed accoglienza del sindaco Magg. Stefano Decio Carpugnino, 4 Ott. 1906 Egregio Signor Sindaco, Torno da Novara dove ho potuto parlare col M. Reverendo Signor Vicario Capitolare in riguardo alla mia venuta costì. In seguito anche ad intese cogli egregi Signori colleghi del Vicariato, ho stabilito di fare l’entrata in Nocco domenica, festa del SS. Rosario. Avrei anch’ io desiderato di venire prima, ma fu necessario stabilire così: perché forse prima di Domenica la mia casa non potrà essere ancora in ordine, non giungendo il carro della mia roba che quest’oggi; perché i collegi del Vicariato trovano maggior comodità venire alla Domenica: anticiperebbero le funzioni della Domenica al mattino, e per le 10 e ½ o le 11 si troverebbero a Nocco; perché anche la popolazione della scelta di tal giorno di festa sarà più contenta. Carissimo ed Egregio Signor Sindaco, già s’ intende che io la invito a prendere parte Domenica ad una modesta refezione che si terrà nella casa Parrocchiale; non solo, ma io la invito altresì a voler essere uno dei miei padrini nella mia presa di possesso, che farò subito Domenica, prima della Messa. Farò lo stesso invito anche all’Egregio Signor Vicesindaco; e credo che le Signorie Loro potendo, accetteranno. Nel caso non potesse accogliere l’ invito, la prego, Signor Sindaco, a volermi significare per mezzo di chi le presenta questa lettera, affinché mi possa anch’ io regolare. La prego altresì, Egregio Signor Sindaco, a volermi fare il favore ad invitare alla refezione anche l’On. Giunta. Felice di potere finalmente trovarmi presto in mezzo al buon popolo di Nocco, che la Provvidenza divina mi ha affidato, Le faccio i miei ringraziamenti per l’ invito che spero, potendo, accetterà; Le mando i miei saluti, e mi prego dichiararmi Della S.V. Illustrissima Devozione Sac. Pietro Tagini

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Trascriviamo un brano del 1931, scritto da don Luigi Della Rossa (1893-1965), allora parroco a Brovello:

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Il giubileo parrocchiale “Nella vita di una parrocchia, vita lunga che si misura non col metro degli anni, ma con quello dei secoli, vi sono giornate così grandi e così emergenti su tutte le altre che formano la comune tessitura del tempo che potrebbero con tutta verità paragonarsi alla vetta del nostro Mottarone: a 1500 metri di altezza domina la catena dei monti che incorniciano il lago e di tutte le cime pioventi lo sguardo sullo specchio fatato delle acque è regina che tiene uno scettro non contrastato. Tale per la parrocchia di Nocco la giornata del 28 luglio 1931. Due avvenimenti in quella giornata si sono intrecciati e come fusi insieme a scuotere le anime, ad eccitare i cuori, a rivoluzionare santamente la vita quieta e tranquilla del minuscolo paese, a fare di Nocco quasi una palestra sportiva dove ognuno di quegli abitanti volle correre la propria corsa di affetto e di devozione: Il venticinquesimo parrocchiale di Don Pietro Tagini e l’inaugurazione del nuovo concerto di campane. Don Pietro Tagini fotografato fisicamente può presentare lineamenti e dettagli non capaci di troppa suggestione per l’occhio che si ferma alla corteccia o parete esteriore delle cose. Voce bassa, portamento dimesso, parola limitata e quasi misurata, timore di ogni singolarità che lo possa distinguere, si direbbe come ambientato ed intonato con il paese che, raggomitolato sulla cima del monte in poche case, pare alieno e schivo di superbe espansioni quali si vedono invece in Gignese che siede di fronte. Ma la fotografia morale quanto bella e somigliante a quelle pitture delle nostre chiese, dove se manca una scrupolosa precisione anatomica, vi ha però tutta una poesia religiosa che piace e rapisce. Si, sotto l’obiettivo che colpisce quanto è sostanza e grandezza si profila la figura cara e simpatica del Sacerdote che vive esclusivamente per le anime commesse alle sue cure; per esse prega, e molto, per esse soffre, e tanto, spende danari e si fa povero; e quando pone mano ai restauri della casa parrocchiale ed una rozza catapecchia trasforma in ambiente sano e comodo, e quando dota il campanile di un armonioso concerto di sei campane e quando sulle pareti vecchie della chiesa stende una veste di pittura fresca e bella, è sempre la passione delle anime che gli muove e conduce la mano ad agire, il ritmo forte del cuore che dona e soggioga i postumi dolorosi di una gravissima operazione chirurgica subita e comanda un’attività che talora sa di eroismo. Il popolo di Nocco che conosce ed apprezza non solo la poesia di quei bianchi alpi che stanno dinanzi a lui, quasi pecore pascenti sui fianchi verdi del Mottarone, ma osserva pure e valuta l’arte suggestiva di un sacerdote che ripete da venticinque anni il grido programma del Beato Don Bosco ”Da mihi animas coetera tolle”, nella giornata del luglio 1931 si strinse compatto attorno a Don Pietro Tagini e


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Le spoglie di Don Tagini nella casa parrocchiale

con ogni mezzo che può escogitare un cuore nel quale l’amore trabocchi, gli gridò un plauso solenne e cordiale di grata commossa felicitazione, talchè se quella giornata potè paragonarsi, come già si disse, ad un campo di competizione sportiva, i nocchesi furono primi al traguardo di riconoscenza devota al proprio parroco e le assegnazioni ai posti di seconda importanza non si conobbero. A voce melodiosa di popolo si aggiunse in quella giornata voce squillante di campane nuove e l’unisono fu meraviglioso. Parroco e campane rappresentano un binomio inscindibile; è il parroco che fa suonare le campane, sono le campane che annunziano la presenza di un sacerdote officiante i riti divini; e nella Russia disgraziata dove imperversa una bufera di odio e di persecuzione contro il sacerdote, per logica concomitamza, sono pure demolite dai campanili le belle e sonore campane e nei forni cocenti trasformate in volgari strumenti di lavoro. Nel venticinquesimo suo parrocchiale Don Pietro Tagini consumò quasi un mistico sposalizio con campane nuove, giunte allora dalla Fonderia Mazzola di Valduggia e la poesia di questo connubio balza all’occhio fresca ed ispirata come quella dei nostri massimi poeti. Sono sei, in tono di la bemolle, di perfetta reciproca intonazione. Causa prossima di esse fu la rottura della vecchia campana maggiore; remotamente e come nascostamente ripetono la loro ragione di essere dallo zelo di Don Pietro


Tagini, il quale volle intonare il suo modesto campanile ai tempi moderni, fotografati, con arte mirabile dal poeta, nell’alpinista che scala la vetta del Cervino con uno straccio di bandiera serrato fra i denti e recante un motto fatidico “ Excelsior”, in alto. Ed il campanile di Nocco, attraverso alla voce delle sue campane numerose 60 e melodiose, ripete pur lui giornalmente “l’excelsior” di questa società che crea le eroiche trasvolate atlantiche; bisogna progredire, bisogna avanzare. Si notano nella fusione di queste campane due particolari o dettagli che sanno di molta gentilezza: Le campane vecchie sono entrate, fondendosi, nelle nuove ed i due metalli, vecchio e nuovo, sotto la azione del fuoco, hanno compiuto un’unione intima profonda che il tempo non vorrà più infrangere. È confortevole quindi il pensare come il bronzo che per tantissimi anni ha scandito il ritmo della vita religiosa e civile del piccolo paese, lungi dal disperdersi, con indulto grave a tutta una storia passata, è rinato sotto forme nuove, più belle ed eleganti, e le campane di oggi segnano come un vincolo, un abbraccio amoroso fra un tempo che fu e un tempo che sorge all’orizzonte e nel loro intreccio di nuovo e di vecchio vogliono come legare, in un nodo indissolubile, i morti riposanti nel cimitero e i vivi che nelle case avite formano l’oggi e il domani del piccolo paese. Altro dettaglio gentile: ogni campana ha una sua dedica particolare, una sua funzione speciale, una sua ragione d’essere, esclusiva e propria. Ogni campana può paragonarsi ad una sentinella che sull’alto del campanile compie scrupolosamente una consegna. Eccole: 1^ CAMPANA: A Cristo Re, perché lo squillo del bronzo sia inno alla sua sovranità, ai fedeli monito di obbedienza devota. 2^ CAMPANA: Nell’anno del centenario del Concilio Efesino, Nocco affida al bronzo voce di lode a Maria Madre di Dio. 3^ CAMPANA: Al patrono Santo Stefano porgo il devoto omaggio dei figli, per essi imploro il pietoso patrocinio. 4^ CAMPANA: Gli ombrellai lontani qui nel bronzo segnati, ricordando il nativo lembo di terra offrono a Sant’Anna perché implori pioggia di acqua e tesori divini. 5^ CAMPANA: Il mio squillo di ogni giorno è prece riconoscente invocante il premio dal cielo ai benefattori della chiesa. 6^ CAMPANA: In mia piccola favella prego pace ai defunti riposanti nel cimitero:


Don Pietro Tagini nel suo giubileo parrocchiale e le campane squillanti per la prima volta nel giorno di loro inaugurazione. Due avvenimenti nella storia modesta del piccolo paese di Nocco sui quali sarà continuo il bacio di un lieto e caro ricordo, in quella guisa che le cime più superbe delle Alpi nostre sorridono del raggio dorato del sole mentre, sotto a quote più basse, la bufera scroscia paurosa. Auguriamo all’ottimo sacerdote una vita lunga che sia quasi vittoria santa su tanti mali che hanno crudelmente attentato a lui sempre paziente, e le campane con il linguaggio dei loro bronzi cantino perenne lode a Dio e devozione del popolo di Nocco al suo santo pastore. Sac. Luigi Della Rossa

Gazzetta del Popolo – 28 dicembre 1940 – Anno XIX “Parroco infermo che celebra la Messa di Natale Stresa, 27 dicembre, notte Il paesello di Nocco, sopra Stresa, ora mezzo affondato nella neve, non ha che 120 abitanti ed un parroco esemplare ma, purtroppo, molto ammalato. Questo vecchio sacerdote che i parrocchiani chiamano “ il Santo”, non potendo recarsi in chiesa per celebrare la S. Messa, otteneva dai superiori ecclesiastici il permesso di celebrarla nella sua povera casetta. La notizia si sparse subito nel paese di Nocco e i 120 abitanti decisero senz’altro di trasformare la casetta del loro amato parroco in “tempio”. Un ampio tavolo è stato trasformato in altare sul quale è stato messo il tabernacolo, tolto dalla chiesetta del paese. Ai lati di esso due bei vasi di fiori, dinanzi un Crocifisso. E perfino un quadro è stato portato, una Sacra Famiglia, forse del Luini o del Crespi, capitato a Nocco non si sa come e non si sa da quanti anni, e che da solo vale quanto tutta la casa del parroco… paese compreso. Così è sorto il “Tempio”. E quando, il giorno di Natale, le prime ombre della sera hanno avvolto il gelido paesino di Nocco, tutti i suoi abitanti, sfidando la neve e il freddo, si sono avviati alla casa del loro parroco, e l’ hanno affettuosamente e timidamente invasa. I molti che non sono potuti entrare si sono accontentati di occupare la cucinetta, il piccolo ingresso, la camera del parroco; qualcuno è rimasto fuori, col cuore proteso verso il sacro rito. E non è mancata la musica: un violino accompagnato da una fisarmonica, durante la celebrazione del Divino sacrificio. Nessuna Messa celebrata nei templi e nelle Cattedrali e nelle sontuose chiese della nostre grandi città, è stata così dolce e commovente come questa celebrata in una povera casa da un poverissimo sacerdote. Il vecchio e amato parroco, a rito compiuto, ha voluto ancora dire “ due parole” ai suoi

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fedeli parrocchiani, per ringraziarli dal più profondo del cuore, per esortarli a essere sempre così puri di mente e di spirito, e servire il Signore, sempre così in umiltà. Non ha dimenticato, il vecchio sacerdote, di ricordare e benedire, dalla sua povera casa, i nostri soldati di terra, di mare e dell’aria.“ 62 Due momenti del corteo funebre, 1950


Ecco una poesia che ricorda la figura di Don Tagini pubblicata su La Famiglia Nocchese, anno 5, n° 13 (marzo 1956): “Davanti al cancelletto del camposanto” di A.C. 63

Dormi vecchietto nella tua ultima dimora. Sento ancora la tua flebile voce al Vangel della Domenica. e nella scenica armonia della Selva ti vedo camminare sui sconnessi sassi coi passi incerti carichi d’età. Con l’unica sottana logora, le babbucce di tela nera la sincera tua figura è ancora davanti a me. Ti vedevo passeggiare sotto i pini della chiesuola e recitare il “Mattutino” io venivo fino a te e ti ascoltavo; sognavo di poterti star vicino in tutte le stagioni ascoltar i tuoi sermoni che scendevano fino al cuor. Or non ci sei più Don Pietro Tagini; neanche i pini davanti alla pieve ci sono più.

È rimasto il vecchio castagno della selva con la sua chioma antica che come amica fresco ristoro ti donava nella calura. È rimasto il canto degli uccelli che allor ti accompagnava nelle brevi passeggiate. Addio povero vecchio prete di montagna; vedrò la tua figura finché dura il mio pensiero a te. O Nocchese che passi davanti al cimitero, volgi lo sguardo oltre il cancelletto ove quel vecchietto riposa il sonno eterno. E quando all’ inverno la soffice coltre bianca ti rinchiude nella buia stanza a chi ti donò la spiritual coscienza rivolgi pur la mente. E da me, ancora mestamente addio, povero vecchio prete di montagna.”


Nel 1960, sul libretto “Cenni storici della Parrocchia di Nocco” (Emiliano Bertone - Tipogr. Caccini Omegna, 1960) don Walter Del Conte si soffermò sulla figura del suo predecessore: 64

Ricordo di Don Pietro Tagini

Carissimi nocchesi, eccovi la cara e paterna figura di Don Pietro. Ve la presento nel decimo anniversario della morte per rievocarne la memoria e compiere così il nostro dovere di riconoscenza al grande e santo parroco che a Nocco consacrò la sua vita e il suo sacerdozio… Pensiamo a quante volte egli dovette paternamente piegarsi sul letto dei vostri moribondi; quante volte entrare nelle vostre case per una benedizione, per una parola di conforto, per unirsi alle vostre pene o felicitarsi nelle vostre gioie… Nei suoi appunti, tra l’altro, scrisse: “mi accorgo che devo lottare fino a non darmi requie per non lasciare che il lupo rapace si mangi gli agnelli, e anzi finché non sono riuscito a mutare lo stesso lupo rapace in agnello” Quanto si vede ben riprodotta la evangelica figura del buon Pastore! Uomo dalla fronte serena, voce piana e dimessa, figura alta e leggermente curva, col portamento umile e schivo. Da ogni singolarità che lo potesse distinguere, con quella sua parola limitata e quasi sempre misurata seppe infondere a tutti fiducia e stima. Colto ma umile e volontariamente povero fu il vero buon Pastore per i nocchesi, il tesoro per gli amici, il prezioso consigliere per quanti accorrevano al suo studio ad esporre i loro dubbi e le loro difficoltà… Nel ricordino funebre leggo questa frase: “ diede tutto a tutti tanto da meritare il premio della Bontà “Motta” per la notte di Natale 1946”. Mi pare sia il panegirico più bello più veritiero e giusto che si possa fare di Don Pietro. Visse esclusivamente per le anime a lui affidate. “Amerai Dio con tutto il tuo cuore il prossimo tuo come te stesso”; se mi è lecito potrei quasi correggere e dire che Don Pietro amò il prossimo suo più di se stesso. Caro amato Don Pietro, così semplicemente, con brevi cenni, ho voluto ricordarti ai nocchesi e a me stesso tuo successore; sono convinto che il tuo ricordo ci farà del bene, ci sarà di sprone a vivere la Fede di cui fosti apostolo in Nocco per 44 anni; dal Paradiso ancora prega e veglia su di noi e aspettaci!” don Walter Del Conte

A destra la copertina dell’”Illustrazione d’Italia” dedicata a Don Tagini, 12 gennaio 1947


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Un grande sindaco ritorna d partire da questo mese di luglio un’altra lapide sarà visibile sui muri di Nocco, traccia di un tempo che si è voluto scolpire nel marmo. Si tratta di una vecchia conoscenza: la lapide dedicata a Giovanni Bono Diana, posata in via Umberto I sul finire dell’’800, e lì rimasta anche dopo il 1928, quando venne abolito il nostro Comune, e quindi anche la Casa Comunale. Venne rimossa negli anni ’80 durante il rifacimento della casa, e quasi dimenticata. Finalmente, nel corso del 2008 abbiamo avuto il permesso, da parte della proprietaria dello stabile, di rimetterla al suo posto originario dopo opportuni interventi di pulitura e restauri, a memoria dei valori filantropici dell’avvocato Bono. Quindi un grazie alla siognora Stefanina Martinetti. Bambini di Nocco ieri e oggi davanti al vecchio municipio: la lapide è tornata al suo posto


a dal passato Cogliamo l’occasione per ricordare che la memoria di Giovanni Bono è legata alla “Congregazione di Carità”, denominazione ottocentesca di un’istituzione creata in epoca napoleonica, e destinata a venir incontro ai bisogni della popolazione più povera. Con la legge del 1862, venne istituita presso ogni comune del Regno una congregazione di carità con lo scopo di curare l’amministrazione dei beni destinati all’erogazione di sussidi e altri benefici per i poveri. I membri della congregazione di Nocco, come si evince da una foto del 1912, avevano delle cappe di colore blu scuro, che indossavano in circostanze ufficiali, per esempio nella processione di Sant’Anna. Giovanni Bono, senza discendenza, lasciò i suoi averi alla comunità di Nocco. Si legge, nella pubblicazione del 1933: “Avv. Giovanni Battista Bono, morì nel 1876, lasciando pei poveri, per le spose e per la Chiesa, un vistoso legato alla Congregazione di Carità locale, la quale, a ricordo perenne del suo gesto munifico, ha murato una lapide sulla facciata della vecchia Casa Comunale.” Una curiosità storica, nell’anno in cui si celebrano i 150 anni dell’’unità d’Italia: Giovanni Bono era imparentato con il compaesano di Belgirate conte Benedetto Bono, governatore napoleonico e nonno materno dei Fratelli Cairoli, eroi del Risorgimento italiano. M.T e D.M.

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Il più piccolo Monumento

Da sinistra il secondo soldato è Stefano Francinetti durante la prima guerra mondiale; il piccolo monumento, Giacomo Francinetti detto “Barbafracassa”; Mario Ricardi e altri partigiani nocchesi nel 1944-45; In basso da sinistra Piermarco Decio e Stefano Decio.

Il Monumento ai Caduti, barbaramente vilipeso e rubato nel corso del 2005, era forse uno dei più piccoli d’Italia. Venne trasportato a Nocco in treno, comodamente dentro la valigia di Luigi Decio. Il fante ivi rappresentato doveva ricordare i tre Caduti nocchesi della “Grande Guerra Europea” (1915-1918): il caporale Alfredo Ricardi (+1916) ed i soldati Luigi Passarotti (+1915) e Pietro Francinetti (+1919). Poi si aggiunse un caduto della “Seconda Guerra Mondiale”: Carlo Giacomarosa (+1941), al quale la “Famiglia Nocchese” dedicò,

anni dopo, alcuni tornei di bocce. In relazione a questo monumento, la striscia di terreno davanti al cimitero di Nocco venne chiamata “Parco della Rimembranza”. Tra gli oriundi nocchesi ci fu anche un milanese: il bersagliere ventiduenne Piermarco Decio, caduto in combattimento il 24/02/1945 a Serra Ricco’ (Serravalle). Ricordiamo anche i caduti civili: nel luglio del 1943, durante un bombardamento alleato su Torino, perirono sei nocchesi in una sola notte: le famiglie di Mario Ricardi “Tumlìn” e di Domenico Molinari “Pùcia”.


ai Caduti d’Italia

Nel 2009 sono state fatte alcune scoperte storiche relative all’esecuzione, effettuata in regione “Rughitìn”, della cosiddetta ‘anonima contessa’ e della sua domestica, per mano di bande partigiane. Erano due donne poco più che trentenni delle quali non conosciamo le colpe: la svedese Geltrude Jors (amante di un conte) e la bolognese Caterina Del Col. I due fascisti fucilati in “Barè” (nientemeno che il 25 aprile 1945…) erano invece dei militari impegnati contro le forze partigiane: Tito Canella e Luigi Zonca detto “Gamba da Lègn”, entrambi sessantenni.

Nelle “Guerre di Indipendenza” diedero il loro contributo, rispettivamente nella Prima (1848-49) e nella Seconda (1859), il fante Giovanni Molinari (1825-1900) ed il maggiore Stefano Decio (1839-1924), i quali ebbero la fortuna di poter raccontare le proprie gesta. Anche in questo caso abbiamo voluto rimediare a questo episodio negativo. È stata acquistata la statuina bronzea di un alpino che verrà ricollocata (speriamo rapidamente e contemporaneamente alla lapide di Bono) al posto del fante. Marco Torretta

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In Selva per una gara contro il tempo‌ La Selva com’era e come vorremmo che restasse


“C’è

un uomo solo al comando”! Di certo questa frase l’avrà amata e ripetuta anche lui, che del ciclismo conosceva tutto. Stiamo parlando di Carlo Proserpio, indimenticabile speaker di tanti giri d’Italia.

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Fausto Coppi e Carlo Proserpio

Nato a Darfo, nel bresciano, arrivò come maestro elementare a Gignese negli anni ’30. Successivamente fissò la sua dimora a Nocco, sposando la nocchese Felicita Ruboni, di antica stirpe ombrellaia. Negli anni ’50 era direttore e redattore della “Famiglia Nocchese”: i suoi svariati interessi lo portarono a occuparsi di cultura e agricoltura locale, divenne anche assessore e poi sindaco di Gignese. Contemporaneamente maturava la sua passione per lo sport che nel 1964 “lo portò ben presto dalle aule delle scuole alle palestre e ai campi di gara e fece di lui, come abbiamo detto, uno dei più noti e stimati cronisti e dirigenti sportivi.” Dopo tanti anni c’è di nuovo un uomo solo al comando, il suo casco è fucsia con un ippopotamo rosa, il suo nome è Alberto... Pochi eroi, una sfida impossibile, decisa quasi per scherzo per ricordare il vecchio Proserpio, l’epica del ciclismo trasformata in realtà. Un manipolo di eroi ha pianificato e corso in una giornata, entrata di diritto tra i momenti della storia del ciclismo, la prima cronoscalata di Nocco in mini-graziella. Una telaio pieghevole, ruote da 20 pollici, un manubrio, un freno, due pedali, una sella, un eroe per guidarla. Il minimo per ottenere il massimo. I partecipanti partono a turno dalla Selva e, varcato il Capo di Piazzetta del Motto, si catapultano nel Discesone verso l’infinito, il cui confine è marcato dalla colonna dei Lusciat (voluta da Proserpio). Curvone, salita, falso-piano, poi sempre più erta e dura, il manubrio si inclina, il telaio si flette, l’acido lattico invade i polpacci, i ricordi invadono la nostra memoria e il nostro cuore impazzisce dalla fatica.


Salendo verso la Selva, risentiamo le stesse voci e gli schiamazzi di tanti anni fa, quando Bruno Rosso vinceva tutto. Erano gli anni ’70, gli anni dei giochi organizzati dalla famiglia nocchese in occasione delle feste di sant’Anna, c’erano improbabili gare d’atletica, le pignatte, le corse nei sacchi, il tiro alla fune, il grande falò. Bruno correva scalzo, era longilineo, di carnagione scura, i cappelli neri e lunghi. Era il più bello del paese. Ricordiamo ancora i suoi arrivi a braccia levate dopo il giro di Nocco. Continuò a vincere estate dopo estate, fino a quando non rinunciò alle vacanze estive nel paese del nonno. I ricordi non si fermano… Bruno era il nipote del “povero” Vittorio, un Ricardi. La vita non era stata generosa con lui: la sua prima moglie morì con la figlioletta per un fuoco che le investì accidentalmente, provocato da una lampada a petrolio… accadde d’estate, nel cortile dei Tumlitt. Lentamente si rifece una vita e una famiglia, aveva un negozio di ombrelli a Torino e una passione sportiva incontenibile. Ebbe anche la soddisfazione di ricoprire la carica di presidente dell’Ausonia, guarda caso proprio un’associazione ciclistica per giovani pieni di speranze. È naturale che il suo negozio in via Lagrange fosse

Carlo Proserpio al seguito del giro d’Italia

Maria De Giovannini con una bici tradizionale

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Da sinistra la concentrazione di Dario dagli Ingignèer e Gianni dal Cràch alla partenza; uno slancio di Gregorio dal Cràch che gli garantirà il settimo posto in classifica generale

anche altro: erano in tanti a ritrovarsi proprio lì, fra ombrelli di ogni genere, a parlare solo e sempre di sport. I clienti potevano aspettare. Lo sport veniva prima di tutto… Ci si deve alzare in piedi per arrivare al traguardo, si deve andare oltre il limite della fatica per vincere. Qualcuno prende i tempi, Cristina annota con precisione le performance. Vince l’atleta migliore, il più preparato, l’ultimo a mollare. L’Alberto. Alberto è il marito di Marina, Marina è la figlia di Francesco Molinari, che tutti chiamavano Cèch o Cicon. Nel ’50 ancora il nostro Carlo Proserpio organizzò una gara ciclistica per dilettanti e amatori scegliendo un percorso che saliva da Gignese fin su al Grand Hotel. Sulle strade non c’era ancora l’asfalto. Alla partenza, Francesco era lì, con i suoi 18 anni, un lavoro da muratore e una bicicletta pesantissima. Con lui tanti altri Da sinistra Paolo dei Tartifulitt, Gianni e Franco dal Cràch


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nocchesi. La gara si rivelò durissima e a tratti rocambolesca. L’Aldo, il più spericolato di tutti, dopo una curva presa a velocità incredibile, finì la sua corsa dentro il negozio di vino del Iaccazzi, dopo averne sfondato la vetrina. Arrivarono in fondo alla gara solo in due. Francesco si dovette accontentare del secondo posto, tuttavia Proserpio e la moglie Felix rimasero impressionati per la somiglianza fisica e atletica con il campionissimo, il grande Fausto Coppi. Per lui fu motivo di grande soddisfazione quel paragone. Onore a tutti i partecipanti, anche a Mauro Marani dei Minaral, maglia nera ma corsa generosissima. Anno prossimo nuova sfida, un uomo da battere, un record da superare: Graziella ci aspetta! Dario Molinari e Gianni Abbruzzese


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Da sinistra lo straniero Lorenzo Zandegiacomo Gilè impegnato nel tornante della Selva; Mauro Marani dei Mìnaral si lancia a capofitto verso il lavatoio; la premiazione con l’inno nocchese

La Selva: un po’ di storia... La Selva è quella regione di Nocco posta a settentrione dell’antico abitato; era, ed è ancora in parte, coltivata ad alberi di noce. Vi passava anticamente la strada comunale per Carpugnino e quindi per Stresa; c’era persino, fino agli anni ’50, una cappelletta votiva, che indirizzava i viaggiatori. Negli anni ’60 si teneva, nella Sottoselva (cioè a valle della strada), il falò di Sant’Anna; da questo terrazzo naturale si rimirava lo splendido paesaggio del Golfo Borromeo. Nella Sopraselva (cioè tra le due strade) vennero installate, nel 1964 le prime altalene, per la gioia dei bambini. Poi però, all’inizio degli anni ’70, la Sottoselva venne recintata ed urbanizzata. Altri brandelli della Sopraselva vennero Una gara per vespe e lambrette organizzata in Selva recintati, ed ora, complice


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anche il parcheggio selvaggio, la cara vecchia Selva, dove si tenevano i giochi di Sant’Anna e dove stazionava il pullman degli alimentari del “Rico”, si è ridotta a poco più di un giardino… Nel 2000 gli arrabbiatissimi nocchesi riuscirono ad invalidare un progetto sbagliato di costruzione di autorimesse (già ventilato nel 1985), inviando lettere di protesta al Comune (siano ringraziati i S.S. Stefano ed Anna!!!), ma c’è sempre in agguato la tesi dell’illusoria utilità di molti parcheggi (per 15 giorni all’anno?) lungo il “giardino di Nocco”. Per fortuna il Sindaco, nell’Assemblea del 2008, constatò la contrarietà della grande maggioranza di nocchesi e villeggianti a questo progetto. Ma della gradita e bella idea di farne un giardino pubblico? Chissà, magari Giochi in selva per Sant’Anna un domani…


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Vin di pòmm a Nóoch

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n paesaggio lo si può raccontare per immagini, ma anche attraverso i suoi suoni o i suoi odori. Chi scrive è troppo giovane per poter ricostruire un preciso paesaggio di odori e di profumi di quella gente che viveva di castagne, di funghi, di noci, di pastorizia, di sudore. Ma almeno uno, quello della spremitura delle mele, ho potuto conservarlo. Ricordo mio padre e l’Aldo armeggiare intorno al torchio acquistato dalla famiglia nocchese, erano gli anni settanta: quando arrivavano le feste di Ognissanti, arrivava anche il momento di portare le mele in cascina dove iniziava la torchiatura. Il succo, in un attimo, incominciava a scorrere, le damigiane a riem-


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pirsi e l’aria lì intorno a profumarsi. Il succo, dopo qualche settimana, diventava sidro, il sidro diventava nel nostro dialetto “vin da pòmm”. In quegli anni 80 lo facevano anche i Pirozzini e Pipin, quando tornava dalla Svizzera. La produzione di sidro era fondamentale anche per ricavarne dell’ottimo aceto. Per tanti anni si andava a fare il sidro da Federico De Giovannini detto il Gingia che possedeva un bel torchio, ma capitava di farlo anche nelle pile in granito, quelle che si usavano per abbeverare gli animali. Non potevo immaginarlo allora, ma quelle sarebbero state le ultime esperienze di un mondo contadino e rurale che era già scomparso. Di frutta a Nocco c’è ne stata sempre in abbondanza, almeno fino a quando i prati erano curati e concimati. A quei tempi, tutte le famiglie avevano una discreta produzione che veniva in parte consumata, in parte venduta al mercato di Arona o al “Muncìn” da Carpugnin per guadagnare qualche soldo. Portare la frutta direttamente al mercato consentiva un guadagno maggiore a fronte di un impegno gravoso: le donne dovevano partire alle quattro del mattino con una lanterna ad olio, scendere lungo la Mascarana (un sentiero ripido e scosceso che passava nei pressi di Comnago) per essere alle otto ad Arona. Il viaggio durava quattro ore, sulle spalle

un gerlo di 33 kg circa, per non dimenticarsi la fatica di vivere. Invece vendere la frutta al Mucìn era meno conveniente, ma più agevole. Faceva tutto lui, era un commerciante che sapeva il fatto suo, comperava direttamente la frutta “in pianta”, poi con le sue squadre di uomini, fornite di scale e cavalli, veniva a Nocco al momento del raccolto. In quegli anni Celeste Ruboni possedeva, presso Bargavëz, un pero di S.Anna alto più di venti metri e una raccolto da fare invidia a tutti. Ho sentito dire che “Cilest a nava su a catai cumé un gatt”. L’abbondanza della frutta è testimoniata dai tanti nomi che abbiamo sentito pronunciare dai nostri vecchi: Péer Francées, Péer Sant’ana, Péer dal Bèch , Péer Beladòna, Péer Rusùugn, Péer Bambìtt, e ancora: Pómm Limón, Pómm Pàsera, Pómm dal Magiùur, Pómm Laurìin, Pómm Crapandùu. L’autunno scorso volevamo rivivere un pezzetto di quella storia e per farlo siamo entrati in una ‘macchina del tempo’. Quando siamo tornati al presente avevamo con con noi ottanta litri di sidro e molte fotografie che vi proponiamo. La notizia si è diffusa rapidamente, tanto che un giornalista della Prealpina di Varese ha scritto di un prete che a Nocco avrebbe celebrato la S. Messa con il vin da pòmm. Dario Molinari


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Il vecchio lavatoio

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l lavatoio era una struttura presente in tutti i paesi del Vergante. A Nocco ve n’era uno, murato negli anni ’70, costruito con arcate in pietra e volta in mattoni, un po’ buio, ma molto più rustico e agreste di quello che lo ha sostituito e che è ancora presente oggi. Si trovava in località “Mottaiòlo”, per via del fatto che era in cima ad una salita; le acque un tempo scendevano lungo la via e confluivano nel canale a valle, il Fosso Massaro, che scendeva nei boschi sottostanti. Un lavatoio è uno spazio pubblico e insieme privato: lì, in un rito comunitario, quale lo sciacquo dei panni, le vicende del singolo si mescolano a quelle del gruppo, l’identità di ciascuno si disegna nello specchio d’acqua che è di tutti. Il lavatoio era


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Ad oggi il lavatoio è ancora murato e nascosto, tuttavia una recente esplorazione ha potuto accertare che la struttura è intatta e desiderosa di rivedere la luce del giorno

un luogo di conversazione e, soprattutto, di pettegolezzi: amori delle nostre madri e delle nostre nonne, litigi, segreti, si ricordano antichi episodi di chi, sbirciando nella biancheria (molto intima) delle vicine, intuiva segreti che non doveva sapere... Ad ogni modo solo coloro che hanno piÚ di 50 anni ricordano bene la vecchia struttura, che molti di noi sognerebbero di riportare alla luce, anche se gli sforzi ed i costi sono notevoli. Ma non sarebbe forse meglio, di fronte ad un  lavatoio cementificato e squadrato, poter riesumare e restaurare quello che vedete nelle foto? Liberando finalmente voci, ricordi voci e i fantasmi rimasti imprigionati li dentro? Chissà, forse molto presto. Dario & Marco


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Un po’ di cronaca

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a vecchia edizione della Campana di Nocco, aveva al suo interno una rubrica chiamata “Un po’ di cronaca”, serviva anche a ricordare gli eventi degli abitanti: nascite, matrimoni, morti, lauree, diplomi, onoreficienze, ecc. Ci siamo chiesti come ripetere quell’esperienza in un numero occasionale come il nostro? Come ricordare tanti amici legati a Nocco che non sono più con noi, e da quando incominciare? L’impresa sarebbe stata molto difficile, e avremmo finito col dimenticare qualcuno. L’ultima a lasciarci in ordine di tempo è stata Dolores Molinari, ricordiamo tutti i suoi ultimi anni accudita con cura dalla figlia Lucia, era spesso lì all’oratorio, silenziosa e attenta, con il suo bagaglio grandissimo di vissuto. Se ne andata prima di compiere il secolo di vita, nel giorno del suo novantottesimo compleanno. Altre due figure vogliamo ricordarle semplicemente perché qualcuno spontaneamente aveva voluto scrivere di loro, noi pubblichiamo i testi così come li abbiamo ricevuti. Per tentare di replicare la Cronaca degli Anni ’60, proviamo ad elencare coloro che, stando alle conoscenze “sul campo”, sono giunti alla “Casa del Padre” negli ultimi 10 anni, e ci scusiamo per eventuali dimenticanze, che sono dovute sicuramente al fatto che tali defunti sono sepolti lontano dal piccolo camposanto di Nocco: Anno 2000: Margherita Ricardi v. Portinaro; Mario Francinetti; Arturo Andreola. Anno 2001: Maria Martinetti v. Quatto. Anno 2002: Mario Allesina; Bianca Calatroni v. Prini; Iolanda Giacomarosa; Luigi Decio. Anno 2003: Fiorenza Lucchini v. Varese; Vania Marani; Marghe-

rita Lucchini v. Dal Prato; Enrica Rodari v. Timo; Gianni Pigoli; Giovanni Battista Ruboni. Anno 2004: Aldo Martinetti. Anno 2005: Carlo Torretta; Caterina Ricardi v. Decio. Anno 2006: Gino Riccardi; Maria Passarotti v. Andreola; Eva Rossi

Anno 2008: Maria De Giovannini; Jackie Francinetti; Stefano Francinetti; Giacomo Prini. Anno 2009: Giovanni Allesina, Giovanna Molinari Ricardi; Giannina Ricardi Del Zoppo; Maria Cristina Montrezzo in Piola. Anno 2010: Mariarosa Riccardi; Dolores Allea v. Molinari; Carlo Ruga.


1959, Mike Bongiorno a Nocco

“AAA Cercasi” era la rubrica di Mike Bongiorno, sponsorizzata da l’”Oreal” per coniugare eventuali domande e/o offerte nel mondo della pubblicità. In quel caso Mike si incontrò, in una giornata piovosa del 1959, con un giovane ombrellaio nocchese: Giovanni detto Giuanèla, entrambi accomunati, mezzo secolo più tardi, da una scomparsa a pochissimi giorni di distanza l’uno dall’altro. Scopo dell’incontro era, per Giuanèla, di cercare una sega a motore, per velocizzare il suo secondo lavoro di taglialegna. “Siamo andati nel paesino di Nocco, sulle sponde del Lago Maggiore dove, tra prati e boschi, vivono poco più di cento anime, e la pace e la concordia regnano sovrane!” esordiva Mike Bongiorno, mentre la telecamera riprendeva una scena d’altri tempi: una

folla festante di uomini, donne, vecchi e bambini che, dinanzi all’osteria sulla Piazzetta del Motto, con in testa il giovane don Walter, accerchiava di affetto l’automobile di Mike. Sembrava quasi la scena finale del film “Un uomo tranquillo” di John Ford, quando gli abitanti di Inisfree salutano il vescovo in visita al villaggio... Seguirono alcune scenette bucoliche: la bellissima scalinata della chiesetta di S. Stefano, dove due donne, la Landa Augusta ed una pastora menavano pei prati la capretta. La folla di fedeli sul sagrato, dopo la Santa Messa. Un vespone che usciva rombando da un antico cortile. La panoramica della Selva e del Crött come nessuno, sotto i sessant’anni, la ricorda: con stradine sterrate, prati con recinti lignei, e la meravigliosa visione del Golfo Borromeo. Qui, tutta la

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popolazione di Nocco si stringeva attorno a Mike per vedere la magica attrezzatura che il giovane Giuanèla stava per provare, aiutato nell’impresa da alcune figure del 86 passato: l’Aldo ed il vecchio Duàrdo. Una veloce carrellata di alcune giovani donne nocchesi con il vento nei capelli; spiccava la Maria Pasqua. E poi i bambini, la Dolores, il Pipìn e tanti altri ancora… Mike avviò personalmente la manovella della motosega che iniziò a rombare, ed

esultò dicendo, come se stesse assistendo all’esibizione di un cantante famoso: “che armonia di suoni! ora Giovanni e tutti gli ombrellai nocchesi faranno prima a tagliare la legna con questa nuovissima macchina!”. Il giovane Mike Bongiorno visitò il Museo dell’Ombrello (che allora era situato nelle scuole comunali) che, affermò, era il: “vanto di tutti quelli di Nocco e di Gignese”; poi pranzava e brindava in un noto ristorante dove

Giannina Il segreto o la magia di vivere fino a 87 anni sta in quelle impronte lasciate sulla neve appena caduta. Una traccia, il segno di un gesto ripetuto nel tempo a scandire istanti che nella loro ripetuta semplicità, uno dopo l’altro, hanno costruito 87 anni di vita. Come il solco lasciato da un animale che ripercorre i sentieri per raggiungere tana e prede, fiume e bosco, prato e collina. Gesti cadenzati che disegnano 87 anni di vita perché hanno un valore. Il valore di chi non si risparmia, di chi conosce il valore delle cose e non il prezzo.


disse: “confesso che mi girava un po’ la testa!”Mike poi, dagli studi televisivi, avrebbe inviato agli amici di Nocco le fotografie della giornata che, per i cento nocchesi, fu indimenticabile. Così vogliamo ricordare una grande figura, che ha fatto grande non solo l’Italia, ma anche, per un solo giorno, la nostra piccola Nocco. Marco Torretta

Chissà quante impronte ha lasciato sopra la neve di Nocco in 87 anni. Nessun fiocco cade mai nel posto sbagliato: alcuni sono capaci di far sì che anche le loro impronte siano sempre al posto giusto. Per 87 anni e molti altri ancora. Gianni Abbruzzese

Giuanèla 87

Il bambino Giuanèla in Provo

Dolores

Dolores con Nicoletta, agosto 1976.


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I calendari nocchesi Il “calendario nocchese 2004” lo avevo pensato per scherzo, per diffonderlo nella ristretta cerchia degli amici nocchesi, per consolarci e pensare che almeno noi ricordavamo le tradizioni di Nocco. Poi Don Giorgio mi disse che si poteva stamparli per l’anno successivo, chissà. Una veste nuova, più bella, a colori, spremendo le meningi e trovando argomenti nocchesi per ognuno dei dodici mesi dell’anno. Inviai il tutto al buon Gianluigi che provvide a farlo stampare: venne alla luce nel dicembre del 2004 ed esposto nella casa parrocchiale. Alla S. Messa don Giorgio mi vide e rise: “stanno andando a ruba!” I calendari li volevano tutti, prima i locali ed i villeggianti lombardi poi, col passa-


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re dell’inverno, anche i Torinesi, molti dei quali non svernavano a Nocco. L’idea scherzosa era stata presa molto seriamente! E si andò avanti per qualche anno. Ci soffermiamo su di una foto, in particolare, quella dei bambini nocchesi (ora quasi tutti scomparsi): la foto venne scattata nell’estate del 1944, nel terreno detto “al Ciòos”. Rappresenta i bambini di Nocco che fecero una recita, nel cortile della casa parrocchiale. Si ricorda che la trama era ambientata all’epoca delle persecuzioni anticristiane dell’antica Roma: storie di matrone e di schiave cattive che pugnalavano schiave cristiane... Sembra che i maschi recitassero una storia differente (infatti non sono in costume romano) M.T.


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Novità librarie future Sono in corso di preparazione due lavori, che forse verranno pubblicati insieme: due “Nocchesi-villeggianti”, Marco Torretta (“Cràch”) e Dario Molinari (“Ingignèer”) stanno scrivendo, rispettivamente, il libro su Nocco e la raccolta di foto d’epoca. Nel primo caso si tratta della storia di Nocco, dalle prime incisioni rupestri dell’età del ferro ai giorni nostri; ma anche tradizioni e folclore nocchese, fiabe, aneddoti, gastronomia, filastrocche, opere d’arte, personaggi di Nocco, origine del nome Nocco e dei terreni del paesino, genealogie delle varie famiglie, ecc. ecc. Nel secondo caso è la raccolta e la scansione delle foto d’epoca di tutti i nocchesi del passato o degli scorci perduti del nostro paesino. Il tutto confluirà in un archivio e forse in una mostra che ripercorrerà la storia degli ultimi cento anni attraverso le immagini. Se qualcun altro ne avesse è pregato di prestarle a Dario; saranno restituite. Cogliamo l’occasione per ringraziare tutti gli amici che ci hanno aiutato in questa ricerca, in particolare Gianni Decio (“Magiùur”) per averci prestato un prezioso archivio di famiglia che ci ha spalancato molte conoscenze storiche, dato i trascorsi del padre (Presidente della “Famiglia Nocchese”) e del nonno (Sindaco di Nocco). Ricordiamo che, per qualsiasi esigenza di coordinamento e di scambio di idee, esistono, nel web, i seguenti riferimenti: indirizzo e-mail: lafamiglianocchese@libero.it Gruppo su facebook: “Amici di Nocco – Friends of Nocco”


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Tutto lascia traccia


Nocco, mi sei dolce nella memoria e nel cuore Quando nelle grigie giornate cittadine, stanca, e non solo stanca, ma assetata di pace, anelo a una visione di riposo e di conforto, mi appari subito Tu, piccola e modesta gemma del Mottarone, sul poggio che riceve l’ultimo sole, mentre tutti gli altri paesi che ti fan corona sono già immersi nell’ombra, tutta verde nei prati che ti annunziano, semplice, primitiva, rustica nei tuoi casolari, soavemente idilliaca ne’ tuoi ospitali boschi di castani, nella solitudine dei quali la vita abbandona le sue asprezze e pare ancora buona e degna di essere vissuta. Nocco, mi sei presente nei diversi aspetti della tua bellezza pastorale: negli splendori della tua primavera tardiva, quando nei tuoi prati c’è tutto un sorriso di narcisi e nell’aria un fremito d’ali: nei placidi crepuscoli estivi, fragrante di fieno e tutta circonfusa dalla nebbia violetta che discende sui rami, mentre, nello scolorimento della sera, le tue donne austere s’indugiano ancora al pascolo con la docile e fedele mandria; nella vivezza delle tinte autunnali, quando il sole incendia le fronde della tua “Selva” e il lavoro ferve nel raccogliere i frutti che la terra buona dispensa a’ suoi figli lavoratori; quando nudo, sul poggio, sorgi dalla neve immacolata ed accogli fraternamente i tuoi “uomini” che ritornano a te, dopo lunghi mesi di lontananza, in cui ti hanno sognato con nostalgico desiderio. Nocco, dolce oasi della mia vita, non sempre azzurra e non sempre tranquilla, ti amo e ti benedico per i sorrisi che hai dato alla mia giovinezza, per la pace e l'oblio che mi doni nel presente per le memorie Sante di persone care, conosciute, amate qui, che mi allietarono per anni e anni con la loro amicizia buona e indimenticabile. (Amelia Molteni Bolla, luglio 1933)

La Campana di Nocco  

Un catalogo di Dario Molinari

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