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01 rivista istantanea del campus territoriale D a l l ’ A n t i n n a m m a r e , i pellisquadre vedevano sotto di loro lo scill’e cariddi massacrato. Lo vedevano con la sua anima di sale allo scoperto: sui suoi ricci e sulle sue frange ondose, dove non appariva macchiato delle grandi bolle nerastre e rosseggianti di nafta e sangue che scolavano alle rive incatramandole in lunghi orli neri, vedevano galleggiare di lassòpra come un velo di latte, un quaglio, una patina bianchicchia che né rema calante né rema montante riuscivano a staccare e trascinarsi dietro, per basso o per alto, come avesse dei filamenti profondissimi che l’ancoravano di sotto. Era una materia mai vista prima, e i pellisquadre s’andavano immaginado che forse erano i fiati, le anime schiumate dei guerreggianti che avevano respirato per l’ultima volta, con la bocca presa di sale, sopra allo scill’e cariddi.


A cura di Alessandro Danese Manuel Orazi Vincenza Santangelo

Curator Marco Navarra | Università di Catania | ICSplat Curator Assistent Maria Marino Coordination Manager Antonio Rizzo

Art director Alessandra Rigano

Tutors Eduard Bru | ETS Arquitectura - Barcelona Luca Emanueli |Università di Ferrara - Sealine Stefano Munarin - Maria C. Tosi | Università IUAV di Venezia Marco Navarra | Università di Catania Juan M. Palerm | UPLGC Canarias Manuel Orazi | Edizioni Quodlibet Macerata

INDICE

Visitings Andrea Bartoli | Farm Cultural Park Mario Lupano | Università IUAV di Venezia Mario Piazza | Direttore rivista ABITARE Ilka Ruby | Ruby Press Berlino Paola Viganò | Università IUAV di Venezia

Intro Collapse City Mappa Opinioni Farm Roba#1 Roba#2 Gruppo#1 Gruppo#2 Gruppo#3 Gruppo#4 Gruppo#5

Assistents Paolo Tringali, Enric Llorach (Bru) Andrea Tarda, Carlo Ruyblas Lesi (Emanueli) Paola Silvestrini, Marco Ranzato (Munarin/Tosi) Antonio Rizzo (Navarra) Dario Felice, Marco Ferrari (Palerm) Alessandro Danese, Vincenza Santangelo (Orazi) Prime Mover DARC - Dipartimento di Architettura | Università di Catania Convenzione tra la presidenza della regione siciliana e il dipartimento di architettura (DARC) dell’università di Catania ai fini delle attività di pianificazione e progetto per il recupero, la riqualificazione, la messa in sicurezza e la verifica di scenari architettonici e urbani per lo sviluppo economico delle aree interessate dai fenomeni alluvionali e franosi verificatisi il 01 ottobre 2009, nonché il 11-17 febbraio 2010. Partners Dipartimento di Protezione Civile | Presidenza della Regione Siciliana Organization ICSplat | camping of permanent research - agenzia di investigazione paesaggi in movimento Coordinamento Dott.ssa Angela Fundarò Consulente commissario delegato ex OPCM 3815

Si ringrazia per l’assistenza alla realizzazione delle installazioni l’Impresa Effe Costruzioni, per la fornitura degli alberi l’architetto Giuseppe Aveni. In copertina: fotografia di Filippo Romano citazione di Stefano D’Arrigo, Horcynus Horca, 1975

Main Sponsors

Sponsors COSPIN s.r.l. COSTRUBO s.r.l

Ente Scuola Edile Messina e Provincia

Ordine Architetti P.P.C. Messina

Ordine Architetti P.P.C. Catania

CARONTE & TOURIST s.p.a.

ANCE | Sicilia

Confindustria Messina

DICA

Ordine dei Geologi - Sicilia

Effe Costruzioni s.r.l.

D.L.M. Costruzioni s.r.l.

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TERRE FRAGILI a cura di Marco Navarra e ICSplat

Territori complessi. Una stretta città continua si distende senza sosta a sud di Messina per cinquanta chilometri, compressa tra la linea di costa e le montagne che si impennano rapidamente. La densa occupazione edilizia ha saturato ogni spazio cancellando nel tempo il letto di torrenti e fiumare ormai dimenticate sotto il lastricato di vecchie tombinature. Questa città lineare è alimentata dalle stringhe delle infrastrutture che corrono a livelli diversi intrecciandosi. L’azione dirompente delle frane apre gli alvei torrentizi dentro imprevisto ridisegna i margini degli spazi urbani attraverso i movimenti della gente che si raccoglie nei punti più sicuri. TERRE FRAGILI è un campo di lavoro allegato in cui le soluzioni dei progetti puntuali per i centri investiti dall’alluvione del 1° Ottobre si confrontano con lo studio di nuovi scenari di trasformazione territoriale. la ricerca intreccia la descrizione minuziosa degli elementi del paesaggio (struttura fisica, vegetazione, connessioni, economia) con la ricostruzione delle trasformazioni urbane e territoriali nel corso dei secoli. Gli eventi franosi di ottobre 2009 e febbraio 2010 hanno disgelato elementi del paesaggio prima dimenticati, che come indizi nuovi spostano le soluzione di trasformazione all’interno di una visione generale. I lavori di risistemazione idraulica e di messa in sicurezza possono offrire al progetto la possibilità di coniugare metodi, strumenti e tecniche diverse per generare una nuova qualità ai luoghi in cui sono applicati e una riconoscibilità alla scala del paesaggio. La ricerca, oltre a misurarsi con i temi dell’emergenza, segnala punti critici e nodi complessi, stabilendo misure di trasformazione, legate alla sicurezza, accessibilità, e comunicazione per la prevenzione di eventi eccezionali. Il campus territoriale di progetto è un momento di accelerazione e intensità capace di favorire l’incontro tra risorse del territorio e le idee provenienti da esperienze maturate in altri territori.


La diffusione e l’accentuazione della percezione del disastro negli ultimi decenni ha alimentato l’insicurezza e la paura collettiva favorendo lo sviluppo di retoriche tecniciste che utilizzano l’ingegneria come soluzione lineare ai problemi. Al di sopra di una certa soglia di velocità e di occupazione dell’informazione un disastro assume una tale rilevanza sociale e culturale che costringe i saperi tecnici e le economie a riorganizzarsi esclusivamente all’interno della sua logica. Alla paura collettiva scatenata dai mass media si risponde con la promessa di una sicurezza totale che viene garantita dalla retorica della Tecnica. L’ingegneria, utilizzando una logica selettiva e lineare, si definisce come strumento normalizzatore che separa e distrugge la possibilità di ricostruire una comunità. In questo modo viene cancellata l’idea che la città possa reagire al trauma riorganizzando le forme e il senso della comunità e viene annientata l’idea che la crisi possa favorire la scoperta di altri modi di abitare le forme assunte dai paesaggi e dalla città dopo l’evento traumatico. La messa in scena della sicurezza comporta la mobilitazione di ingenti capitali e un dispendio incontrollato di risorse che vengono sottratte all’uso comune. Il collasso è sospensione del tempo che impone un ripensamento sulla durata delle trasformazioni e sul ruolo delle architetture: occorre pensare rapide azioni dentro visioni a lungo termine. Il progetto è capace di misurare le questioni e individuare le soluzioni possibili? Il collasso può porsi come nuova materia per il progetto? In che modo la materia, che si muove coi tempi lunghi della natura, si incrocia con l’esigenze degli uomini? Il collasso è accelerazione che, determinata dagli eventi catastrofici (frane, alluvioni terremoti), innesca nuove necessità immediate; come si possono organizzare i tempi con velocità e forme diverse? Il collasso è misura della cancellazione. L’architettura, a margine del disastro, può sospendere la cancellazione stessa o innescare meccanismi di metabolismo e convivenza con la quotidianità? Il collasso genera fenomeni di grande forza: possono questi essere considerati come vettori importanti per ogni progetto di trasformazione in una visione complessa capace di tenere insieme scale dimensionali diverse e contesti ambientali molto variegati? Il collasso alimenta il dialogo tra l’esigenza seriale e ripetitiva della tecnica e la specificità dei luoghi e i loro caratteri. È possibile utilizzare la forza di astrazione dell’opera di ingegneria per liberare gli spazi vissuti dai luoghi comuni che ne nascondono le potenzialità.? Il collasso è in grado di porre l’obiettivo della messa in sicurezza, in modo da declinarla con la scoperta di altri modi per rigenerare parti di città o di paesaggio, cogliendo l’occasione per farle appartenere con più forza alla contemporaneità?

COLLAPSE CITY L’ARCHITETTURA DELLA CITTA’ NELL’EPOCA DEI DISASTRI a cura di ICSplat

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Come affrontare l’abbandono pluridecennale dei terrazzamenti agricoli che sovrastano Giampilieri?

Come immaginare forme di abitare i territori abbandonati dall’agricoltura?

itala itala marina

guidomandri

Nelle cronache sui quotidiani la prima parola che salta fuori è quella della sicurezza, come necessità da articolare in un vero e proprio piano.

scaletta marina

Il quartiere di Giampilieri colpito dalla frana è stato costruito 100 anni fa. L’abusivismo diventa un alibi per nascondere l’incapacità di affrontare la gravità e l’urgenza dei problemi, di cui le frane rappresentano solo sintomi.

scaletta superiore

La densa occupazione edilizia ha saturato ogni spazio cancellando nel tempo il letto di torrenti e fiumare ormai dimenticate sotto il lastricato di vecchie tombinature.

Questa città lineare è alimentata dalle stringhe delle infrastrutture che corrono a livelli diversi intrecciandosi.


Come affrontare le trasformazioni economiche che determinano repentini abbandoni di territori?

Questa urgente necessità di sicurezza come può trasformarsi in occasione per migliorare la qualità degli spazi dell’abitare sia pubblici che privati?

Che forme dare alla prevenzione per poter avere l’efficacia di appartenere alla quotidianità attraverso ripetizioni di azioni semplici ed efficaci?

giampilieri marina altolia

molino

Le enormi quantità di acqua e fango precipitate nella notte del 1° ottobre 2009 lasciano presagire un futuro prossimo in cui erosioni e smottamenti continui generano materie impreviste per nuovi paesaggi.

giampilieri

L’azione dirompente delle frane apre gli alvei torrenti dentro la densità consolidata dei paesi più antichi.

pezzolo

L’evento imprevisto ridisegna i margini degli spazi urbani attraverso i movimenti della gente che si raccoglie nei punti più sicuri.

L’emergenza è una sospensione del tempo che impone un ripensamento sulla durata delle trasformazioni e sul ruolo delle architetture.

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L’incertezza innescata dall’evento imprevisto si moltiplica nella frammentazione dei soggetti politici, istituzionali, tecnici e privati che si muovono successivamente nel tentativo di rimediare i danni e di ricostruire.

L’obiettivo della messa in sicurezza dovrebbe declinarsi con la scoperta di altri modi per rigenerare parti di città o di pesaggio, cogliendo l’occasione per farle appartenere con più forza alla contemporaneità.


INTENZIONI PROGRAMMATICHE

CITTà CONTINUA CITTÀ CONTINUA Stefano Munarin, Maria C. Tosi Università IUAV di Venezia con Marco Ranzato, Paola SIlvestrin Andrea Aragone, Paola Borghilli, Maria Imbrogio, Simone Patania, Alvise Trincato

Discontinuità nella città continua In un sistema di elementi quali strade, autostrada, ferrovia, passeggiata a mare, acque e spazi naturali cui è necessario garantire continuità rimuovendo interruzioni, ostruzioni, compressioni, gli insediamenti delimitati dalle fiumare introducono discontinuità nel sistema e stabiliscono un ritmo nella sequenza di servizi, attrezzature e spazi collettivi. Lavorare sulle infrastrutture pensando al paesaggio urbano Lo spostamento dell’autostrada e della ferrovia è strumentale alla riqualificazione del sistema urbano e alla maggiore abitabilità degli insediamenti. Un reticolo di percorsi, sentieri e passeggiate aumenta la permeabilità degli insediamenti. Lo spazio lineare tra quest’ultimi e il sistema delle infrastrutture stradali è concepita come infrastruttura ambientale continua che rinsalda gli abitati ai versanti e supporta una molteplicità di pratiche (lasciare l’automobile, sostare, coltivare ortaggi…). Opere “provvisoriamente stabili” Alcune azioni possono essere “provvisoriamente stabili”: se l’autostrada e la ferrovia i terrazzamenti e le opere di salvaguardia idraulica sono caratterizzate da continuità e stabilità, invece le attrezzature urbane costruite sui bordi della fiumara potrebbero accettare il loro carattere “fragile e provvisorio”. Più precisamente si tratta di: • Rimboschire i versanti più alti • Ripristinare i terrazzamenti intorno ai paesi da destinare ai frutteti, e lungo le fiumare da destinare all’orticoltura • Piantumare (con specie dagli apparati radicali estesi e robusti) la base dei versanti in prossimità dei centri e destinarla ad attività legate al tempo libero • Riattivare gli spazi pubblici che insistono sugli ambiti di emissione a mare delle fiumare • Ridisegnare gli accessi agli insediamenti a monte e valle come nuove vie di fuga • Riqualificare il sistema urbano attraverso un nuovo sistema pedonale continuo • Recuperare gli edifici dismessi o incompiuti da destinare a spazi pubblici inediti • Declassare il ramo autostradale CT-ME a strada urbana • Riqualificare le gallerie paramassi attraverso l’inserimento di percorsi sterrati


LA LINEA SEMPLICE LINEA DI COSTA SCALETTA Luca Emanueli Università di Ferrara - Sealine con Carlo Ruyblas Lesi, Andrea Tarda Gianna Di Bona, Lina Guolo, Giorgia Francesca Petriglieri, Marianna Pretto si ringrazia Giovanni Randazzo

INFRASTRUTTURA FRAGILE PIAZZA ITALA Edward Bru Università IUAV di Venezia con Enric Llorach, Paolo Tringali Carlos Castro, Francesca Rotundo, Gisella Schirò, Camila Vanoncini

La Linea Semplice è il progetto di una linea, fronte mare, una passeggiata in quota aggrappata al bastione che sostiene e protegge i binari della linea ferroviaria Messina-Catania nel tratto compreso tra Capo Scaletta e Capo Alì, da Scaletta a Itala. È una terrazza sul mare. Questo è il modo per allargare lo spazio urbano, dando una nuova prospettiva a chi attraversa i due paesi lungo la costa, per camminare e per andare in bicicletta lungo un percorso libero da intralci e ostacoli. Andare oltre la condizione dell’emergenza e della riparazione perché, facendo qualcosa di non necessario per la messa in sicurezza del territorio ma necessario per la qualità del vivere quotidiano, si entra in una prospettiva nuova e si può pensare che mentre la fase della riparazione è in corso si può lavorare a qualche cosa d’altro, subito. Un progetto che è nella parte del centro abitato esclusa, la ferrovia con la sua protezione limita la città e allontana il mare. La passeggiata, impostata alla quota del piano ferrovia, è collegata alla spiaggia da un lato, ad est, ed al centro urbano ad ovest, attraverso un sistema di discese e collegamenti in rampa. La forma modifica il profilo del bastione e non interferisce con l’onda di mareggiata che non trovando ostacoli dissipa la sua energia. Sotto il percorso possono trovare spazio le attrezzature di spiaggia, una dotazione elementare, ma con un valore aggiunto significativo: docce, ricovero barche, ombra, ecc. Dovrebbe essere questa l’origine di un percorso, ciclopedonale, che a nord porta a Messina ed a sud a Taormina, passando sempre lungo il mare. A Giampilieri la linea si appoggia sulla sabbia nella parte più interna protetta da una duna artificiale, per superare i capi si aggrappa alla roccia ad una quota di sicurezza rispetto al mare, in altri luoghi usa parte dei lungomare realizzati recentemente. Una linea continua che si appoggia o si aggrappa, parassita l’esistente, si adatta alla specificità dei luoghi. I turisti si fermano nelle spiagge di Alì Terme (a sud) e di Ponte Schiavo (a nord), questa infrastruttura, leggera e semplice, può contribuire ad eliminare la discontinuità di Scaletta e Itala lungo il litorale ionico.

L’incontro della fiumara di Itala con l’infrastruttura longitudinale della città lineare dà luogo alla Piazza Itala, che costituisce la ragione principale del progetto infrastruttura fragile. La piazza è sospesa sopra la fiumara, coprendola con una successione di grandi travi di calcestruzzo precompresso. La sua superficie, tuttavia, si ritrova occupata da un parcheggio che impedisce l’uso pubblico dello spazio. Attualmente, l’arrivo al mare avviene attraverso una rampa contigua ad uno dei lati della piazza. L’infrastruttura ferroviaria e il by-pass della strada statale in questo tratto impediscono la visione del mare, che si trova a pochi metri di distanza. Il progetto infrastruttura fragile ridefinisce l’uso pubblico della piazza e dispone il parcheggio sotto l’autostrada, sopra una superficie leggera in acciaio e contemporanemente prova a restituire una connessione visuale con il mare. Allo stesso tempo, questo nuovo spazio pubblico della piazza – disponibile ora per qualsiasi tipo di attività – integra un percorso pedonale che interseca una zona di attrezzature sportive esistenti e si collega con il nuovo complesso residenziale. La seconda fase del progetto, successiva nel tempo alla restituzione dello spazio pubblico di Piazza Itala, propone abitazioni che stabiliscono una stretta relazione con il contesto più prossimo. Il nuovo complesso residenziale adotta una strategia che consente l’auto-costruzione nei vuoti previsti per tale uso, associando inoltre ad ognuna delle abitazioni una porzione di terreno da destinare ad orti. Le abitazioni consentiranno allo stesso tempo di consolidare il tessuto urbano esistente alle spalle dell’autostrada, contribuendo a riconnettere gli impianti sportivi con Piazza Itala. Dal punto di vista della prospettiva temporale, infrastruttura fragile prevede soprattutto una strategia nel breve e medio periodo, garantendo tuttavia la compatibilità con le proposte dello scenario futuro (2050). Il paesaggio del litorale orientale della Sicilia – e più precisamente la ralazione tra la città lineare gli innesti ortognali delle fiumare – è, a tutte le scale del progetto, altamente infrastrutturato. In questo contesto, l’architettura si configura sempre come infrastruttura. Infine, infrastruttura fragile prova a rivalorizzare lo spazio pubblico della piazza ed a prevedere una nuova espansione residenziale, attraverso l’adozione di azioni minime ma necessarie. Il progetto si configura economico, possibile e pragmatico.

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INFRASTRUTTURA GEOLOGICA TORRENTE RACINAZZI Marco Navarra Università di Catania con Antonio Carmelo Rizzo Valeria Rita Cassarino, Claudia Cosentino, Pierangelo Scravaglieri, Erika Trovato, Thelja Amaimia

LA LOGICA DEL LUOGO FIUMARA GIAMPILIERI Juan M. Palerm Salazar UPLG Canarias con Marco Ferrari, Dario Felice Giusy Paternò, Giuseppina Midiri, Serena Scalìa, Yudith Barreto, Erena Moreno, Mery Txell

Un metodo geologico: gli strati geologici sono prodotti da un processo di dissezionamento tomografico che genera faglie e cesure dove si incrociano densità, direzioni e inclinazioni diverse. La dissezione rilegge nuovi livelli di movimento nello spazio in cui i segni di tempi ed eventi distanti tra loro riaffiorano sulla stessa superficie. Le sovrapposizioni producono scarti e dilatazioni. La rilettura dei caratteri e delle specificità di questi territori attraverso la sezione apre nuove possibilità di investigazione dell’interno delle parti più interstiziali e nascoste. Posizione: insediamento interno: Il centro antico di Scaletta Zanclea è posizionato sul crinale che separa i bacini dei torrenti Racinazzi e Divieto. L’insediamento a monte si differenzia dagli altri centri sull’interno disposti lungo i margini delle fiumare: la città storica si affaccia sul mar Ionio in una posizione di rilievo unica. Caratteri insediativi: Costruzione per basamenti e sostruzioni: Gli edifici a monte sono costruiti su tre grandi piani orizzontali modellati in basamenti e scavi. Lungo l’asse del crinale, sul piano più basso, la batteria della famiglia Ruffo segna l’avamposto della città storica e costituisce il primo livello di costruzione della città. Il basamento della batteria rappresenta i caratteri insediativi di tutto il centro abitato che è collocato sul livello mediano più ampio con inclinazioni maggiori: i contorni degli edifici ricalcano le linee delle fondazione fuori terra. Criticità: Accessibilità. Le linee di connessione tra Scaletta Superiore e la città lineare sono la strada provinciale e un antico percorso pedonale. Questi collegamenti, a ridosso del torrente Racinazzi, connettono le due città dalla foce del torrente al piano del primo basamento. Isolamento. I percorsi impervi sono spesso sottoposti a frane e colate fangose che ne disattivano l’utilizzo • potenzialità: il centro urbano di scaletta superiore ha subito un processo di abbandono determinato da un lato dalle condizioni economiche dall’altro dal basso livello di accessibilità e mobilità interna. • strategia: il progetto individua e definisci i salti della stratificazione geologica per collocare nelle sue pieghe nuovi sistemi di mobilità pubblica (ascensori urbani e funicolare) che disegnano una linea alternativa di risalita verso Scaletta Superiore e il castello. • tempi e operazioni. Il progetto si costruisce per parti aperte che si compongono e completano nel tempo: dalla riattivazione del percorso pedonale esistente all’inserimento delle risalite meccaniche, al recupero e riabilitazione dei ruderi presenti nel centro antico.

Oggi la fiumara è naturale, ed è artificiale; è luogo abitato, ed è già città. Ne segue che ciascuno dei suoi tratti o settori deve essere oggetto di un’ interpretazione specifica e localizzata, capace di trascendere i suoi dettagli ed suo carattere figurale. Dobbiamo proporre un’architettura che sia attenta a stabilire una logica del luogo come equilibrio fra esperienza e razionalizzazione, fra ragione e storia, fra territorio e luogo - logica del luogo come paesaggio, sia esso urbano, naturale o artificiale, ma mai artificioso. Con tali premesse, l’intervento sulla fiumara di Giampilieri si può affrontare da due diversi versanti: dal punto di vista della natura fisica di questo territorio (vegetazione, idrologia, geologia, fauna, ecc.) o da quello della natura urbana (le sue necessità d’uso, la rete viaria, le zone verdi e di svago). È evidente che la fiumara non si identifica in un tracciato regolare, ma il territorio stesso, facendo da ostacolo, insieme agli agenti erosivi e ad altri fattori condizionanti, ne hanno definito il percorso e la traiettoria nel corso dei secoli. Come possiamo utilizzare questa natura geologica per renderla vivibile, funzionale e non solo contemplativa? Trattandosi, come abbiamo già spiegato, di molte nature diverse e non di una sola natura omogenea, il progetto cerca di non confondere le linee armoniche in cui si riconoscono gli elementi naturali e quelli artificiali e urbani. Dalla prospettiva che ci offre la seconda natura, quella urbana, l’obbiettivo diventa allora quello d’individuare le linee d’interferenza che la costruzione genera nel suo incontro con la condizione naturale, per gerarchizzarle in base alla loro operatività (sulla vita dei paesi, delle comunità, dei singoli abitanti) o, invece, per annullarne le funzioni naturali (come, di fatto, è già accaduto con le trasformazione degli interventi di canalizzazione per le frane, con i muri di contenimento, con l’asfalto, il cemento e perfino con gli orti d’impianto recente non più legati alle necessità di una cultura agraria sempre più debole e quasi in dismissione).


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MOSTRA DEI LAVORI TERRE FRAGILI #2 1 2 3 4

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FIERA DI MESSINA PADIGLIONE 1A Primo Piano

1 modello territoriale 2 cittĂ continua 3 la linea semplice 4 la logica del luogo 5 infrastrutture geologiche 6 infrastruttura fragile 7 rivista istantanea 8 full contact

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21/03

2012 TEMPO REALE

Installazione gruppo Munarin - Tosi

11:00 17_03_2012

12:30 17_03_2012

14:00 17_03_2012

Marco Navarra Start introduzione al campo territoriale di progetto TF2.

Aula Magna Istituto Comprensivo Giacobbe

Start introduzione al campo territoriale di progetto TF2


Installazione gruppo Emanueli

Installazione gruppo Palerm

15:30 17_03_2012

16:00 17_03_2012

16:30 17_03_2012

Sopralluogo del gruppo Munarin-Tosi.

Smottamento della strada che collega Scaletta Superiore a Scaletta Zanclea.

«In vita mia non ho fatto che prevedere ogni pericolo: le donne possono essere imprudenti, ma l’uomo no». Don Vito Corleone, Il padrino, 1972, regia di Francis Ford Coppola.


Installazione gruppo Bru

16:45 17_03_2012

17:10 17_03_2012

17:30 17_03_2012

Copertura della fiumara sotto la piazza di Scaletta Zanclea.

Uno studente veneziano e uno genovese (gruppo Munarin-Tosi).

Sopralluogo del gruppo di Luca Emanueli.


2012 2013 TEMPO BREVE

1 Modello digitale: studio piazza Itala

6 Studio della topografia del nuovo parcheggio

2 Modello digitale: vista verso il mare dalla piazza

7 Modello di studio della topografia del nuovo parcheggio

3 Modello digitale piazza Itala: dettaglio 4 Sezione della piazza 5 Studio delle viste per il nuovo percorso di connessione tra gli impianti sportivi e la cittĂ

8 Modello di studio della topografia del nuovo parcheggio 9 Studi preparatori per l’installazione

17:45 17_03_2012

9:30 18_03_2012

17:30 18_03_2012

Gruppo Munarin-Tosi.

Stefano Munarin, Itala Superiore (fotografia di Manuel Orazi).

Capogruppo a colloquio: Navarra, Emanueli, Palerm.


01 planimetria 02 foto 03 stazione 04 racinazzi 05 capo scaletta 06 giampilieri 07linea volo

2,5m

A18 N|S

34m

55m

A18 S|N

SS 114

linea semplice

COSTA JONICA

FS ME|SR

18:45 18_03_2012

11:35 19_03_2012

14:50 19_03_2012

Prima presentazione di Luca Emanueli.

Il doppio ruolo di Marco Navarra: coordinatore e capogruppo.

Guardaroba improvvisato.


01, 02, 03Gruppo Navarra

17:45 19_03_2012

20:15 19_03_2012

20:45 19_03_2012

Riunione fra tutor e assistenti. Da sin: Ferrari, Tringali, Llorach, Santangelo.

La catastrofe è il salto da uno stato ad un altro o da

Conferenza di Stefano Munarin sugli spazi del welfare.

un cammino ad un altro. Catastrofe non significa in assoluto fine, ma mutazione di forma, magari riadattamentoÂť. Gianluca Bonaiuti, Alessandro Simoncini, La catastrofe e il parassita. Scenari della transizione globale


Gruoppo Palerm 01 Planimetria generale di progetto 02, 03 Schizzi per la trasformazione delle opere di controllo idraulico in nuova struttura urbana. 04 Due strategie: rinaturalizzazione e sviluppo urbano

Gruppo Emanueli: Gianna, Francesca, Andrea, Marianna e Lina.

11:45 20_03_2012

12:10 20_03_2012

Concept di Dario Felice (gruppo Palerm) alla lavagna.

Tabula rasa.


2025 TEMPO MEDIO 01 Gruppo Palerm, Due strategie: rinaturalizzazione e sviluppo urbano 02 Gruppo Navarra,

13:45 20_03_2012

15:15 20_03_2012

16:40 20_03_2012

Trattoria “Al Padrino”, Messina: Emanueli, Navarra, l’oste Pietro Denaro, Orazi.

Ragazzine scattano ritratti a vicenda tra la foce della fiumara e il sottopasso ferroviario di Scaletta.

Giusy, Ferrari, Palerm, Yudit.


2050 TEMPO LUNGO

01 concept 02 riorganizzazione spazi pubblici sulle fiumare

03 collegamento versanti insediamenti lungo i torrenti 04 masterplan Itala Scaletta Marina

17:10 20_03_2012

11:40 21_03_2012

12:20 21_03_2012

Emanueli e Navarra sotto canestro.

Gruppo Bru trasferito al sole.

Quaderno di schizzi di Juan Manuel Palerm.


15:45 21_03_2012

16:40 21_03_2012

20:10 21_03_2012

Andrea, gruppo Munarin-Tosi.

Natura morta sul tavolo del gruppo di critica e documentazione.

Thelja mangia un limone colto accanto all’istituto.


118 m

funicolare

percorso pedonale

autostrada ct-me ascensore diagonale

strada provinciale

strada statale ss 114

118,00 m

96 m

96 m

64 m 26 m 39 m

64 m

15,82 m

28 m

464 m 5 minuti

580 m 15 minuti

1900 km 10 minuti

464 m 5 minuti

2011 strada provinciale

2013 riattivazione percorso pedonale

2025 funicolare

2050 trasformazione dell’autostrada ct-me in strada statale collegamento diretto con la funicolare e con la metropolitana

20:40 21_03_2012

20:45 21_03_2012

10:30 22_03_2012

Videoriprese: Carlo, Antonio Rizzo, Andrea, Irene, Alessandro.

Discussione fra tutor e assistente.

«Il parlare di speranza, illusione è sbagliato; la Si-

cilia offre la realtà... la raccontiamo non mettendo niente di nostro. Immagino in questo momento di avere a disposizione un bel fucile e sparare agli aggettivi e alle retoriche! » Pietrangelo Buttafuoco.


01 Schizzo d’insieme. 02 Due strategie: rinaturalizzazione e sviluppo urbano 03 Planimetria generale di progetto 04 Schizzi per le testate a mare. La piattaforma, la torre e il collegamento con la nuova strada statale

11:35 22_03_2012

16:30 22_03_2012

17:45 22_03_2012

Maria Chiara Tosi, e Andrea.

Scaletta fiorita sul retro della palestra dell’istituto.

Manuel Orazi al telefono.


L’AVVENIRE NON È UN DONO DEL CIELO « La Sicilia, forse l’Italia intera [...] è fatta di tanti personaggi simpatici cui bisognerebbe tagliare la testa ».

Leonardo Sciascia

« Case deserte nell’argine del Po, abbandonate da anni, dopo le grandi alluvioni; in queste case potete trovare ancora la tazzina infranta, il letto di ferro, il vetro spezzato... » .

Aldo Rossi, Autobiografia scientifica, 1991

Dall’alto: Casa sventrata dalla frana, Giampilieri 2009 (fotografia di Vincenza Santangelo) Mario Mafai, Demolizioni di Via Giulia, 1936

In alto Cucina distrutta ma integra, (fotografia di Alessandra RIgano, 2012) Aldo Rossi, Casa abbandonata, installazione 2001

« Tra i contemporanei, salvo Ciprì e Maresco: degradazione della materia, immagini che non sono immagini, il sonoro che non è sonoro »

Carmelo Bene

« Numquam est tam male Siculis, qui aliquis facete et commode dicant (Qualunque cosa possa accadere ai Siciliani, essi lo commenteranno con una battuta di spirito) » Circerone


« I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria, ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla ».

GiuseppeTomasi di Lampedusa, Il Gattopardo

« L’avvenire non è un dono del cielo, ma è reale, legato al presente come una sbarra di ferro, immersa nel buio, alla sua punta illuminata ».

Vitaliano Brancati

Da sinistra a destra Antonello da Messina, Crocifissione, 1475 Fotomontaggio con panorama attuale sullo stretto, veduta dalla zona terremotata della fiumara Carano; in basso si notano il gufo, il serpente e il teschio, oscuri presagi di morte.

Dall’alto in basso Cartello d’ingresso a Scaletta Zanclea Jeff Wall, Ossuary Headstone, Sicilia 2007 Baracche del terremoto del 1908, Messina 2012 Guido Guidi, Gibellina 1989

Piani obliqui si intersecano ai bordi della fiumara di Giampilieri in modo analogo a quanto teorizzato da Claude Parent e Paul Virilio in La fonction oblique nel 1966

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LA PIETà NON È VEGETAZIUGUALE PER ONE TUTTI da La Repubblica del 4 Ottobre 2009 di Francesco Merlo

È finita la pietà italiana? E dov’ è la solidarietà di quel popolo che nelle disgrazie si scopre appunto popolo e dà il meglio di sé? Perché gli italiani non stanno dicendo in coro «siamo tutti messinesi» come dissero «siamo tutti aquilani»? Forse perché è uno di quei luoghi, questa nostra disgraziata Sicilia, dove la disgrazia è considerata endemica, il prolungamento della normalità. È una di quelle aree umane dove è meglio farsi gli affari propri, non dare quel che si diede ai terremotati dell’ Aquila, evitare di farsi coinvolgere come accadde in Abruzzo e prima ancora in Umbria, ad Assisi, in Friuli, a Firenze: a Messina elemosina ed elemosiniere rischiano di fare la stessa fine dell’ elemosinato. Certo, le proporzioni delle tragedie sono diverse. Ma senza elencare ciascuno i propri morti e senza mettersi a pesare le lacrime, è sicuro che la disgrazia al Centro e al Nord fa esplodere gli animi e stimola la fraternità e le sottoscrizioni, mentre la disgrazia al Sud, specie a quel Sud del Sud che sono Sicilia e Calabria, provoca rassegnazione e diffidenza, addolorate alzate di spalle, una stanca pietà che mai diventa solidarietà, aiuto e partecipazione. Non c’ è persona per bene, non c’ è italiano generoso che non pensi che la Sicilia, otre che disgraziata, sia violenta, imprevedibile, inaffidabile, sprecona, confusionaria, corrotta, mafiosa. ensa dunque, l’ italiano generoso, che rischia di diventare di fango chi si immerge in questo fango. È la paura del contagio che uccide la pietà. Messina alluvionata somiglia a certe aree delle grandi città del mondo: chi aiuterebbeaun malato cura di in un vagone della metropolitana, notte, nella banlieue di Nome di Cognome Parigi? Lo so: è di questo pregiudizio che si nutre il razzismo bestione della Lega. Ma siamo sicuri che sia un pre-giudizio? E se fosse un giudizio? E se fosse fondato? E comincio col dire che l’ indifferenza per lo strazio di Messina è figlia della Cassa per il Mezzogiorno, delle varie Gioia Tauro, delle baraccopoli del Belice e di Lentini e di quelle della frana di Agrigento. E ancora: dell’ imbroglio sistematico ai danni dello Stato dei produttori di arance, delle cattedrali nel deserto, delle raffinerie di Gela, del finanziamento a pioggia dei vini siciliani che, con la loro sovrapproduzione, rischiano già di rivelarsi un altro bluff. E poi ci sono gli insensati sprechi e gli sguaiati privilegi della casta siciliana denunziati sistematicamente dai mosconi escrementizi, mosconi leghisti. E però gli escrementi ci sono e sono veri. Purtroppo. Infine c’ è il neosicilianismo dell’ attuale presidente della Regione che, coniugando il papismo borbonico con il vittimismo antieuropeista, rilancia la solita voracità dell’ euroaccattonaggio. Il neosicilianismo è il leghismo del mendicante. Dall’ agricoltura ai trasporti, dalla sanità all’ istruzione, la politica siciliana è stata ed è la caccia al tesoro delle finanze derivate. Qui i politici vorrebbero voli gratis per i siciliani, benzina a metà prezzo, “quote” siciliane ovunque si possa bagnare il becco, «bagnarisi ‘ u pizzu». Ma anche nella pietà si può bagnare il becco. C’ è l’ eterna parabola

Apeles evendel endunt offic ex eossimus. di Gibellina a insegnare chetemquo soccorrere il Sud può ni essere pericoloso. Un Odi officitinutile hit aute enimagnam, temgrande, fugia rimpianto giornalista e scrittore palermitano, volore pa nima saped moluptas inture cus ipsum, MariositFarinella, andò nel Belice e scrisseped che i quae aped mod qui volorem doluptint terremotati uscio delle quamus et, utpiantavano accatent radinanzi aliti quiall’ tem. Itasimo loro baracche non fiori sinum e piante, saoditaerro maionsequam quidma quialberi: aut latur? pevano di avere tempo. E ancora l’ indifferenza Dus magnis sunt inctium iniet que nias sedita is per la tragedia di Messina va messa in conto inctur, que nationsequis ma quiberem in pellaua tutti i meridionalisti di ierie di oggi.A quelli dit, ut volorita pa doleniam, torro exerum eost che esaltano il pensiero meridiano, colti e raffifuga. Nequidicil invendae sequibus que volore, to nati professori e scrittori, giornalisti, sociologi beatquae nes vel ipsant ate nonetus aepudis cilied economisti che hanno celebrato nel sicilianquis dolupta pernati squiam est, sinveni squidunt. ismo un mal di vivere letterario. C’ è ancora chi Acidunt alit officat usanditdel ecepres cilicieSud nimoscopre nell’ arretratezza lentissimo il luptam, odit aceperias reptatur? bello e l’ antico che resistono alle regole dello Puda poritI mos eosti temquis sviluppo. libri aut dei optatem meridionalisti sono divelinuotate sit harum utemcontro dolorrolaomni vovo pieni di rabbia frettarate untius la tecnica luptatur as ealaque volut estiatur arciis del Nord.alignis Di nuovo letteratura esalta chi dova lupta sin rehene amusapero pianovolut comefugit, i fatiscenti treniplibusd siciliani. Sino all’ et, ipsunt aliaall’consendia nos aut amore perutleautat sieste, illusionequam che esiste un ideless ellacit saecuptapopoloectur, contento di abo. avereItas in eaquatu tasca soltanto le tiam eturdell’ aut emergenza quam faceatche restidefiscalizaut quam, mani,aut ai od circhi quid aut quisquia veritiore nam que squadre et re nos zano quis e finanziano le non-ricostruzioni: simus dita as volenda simille ctaepudiatia id quia speciali e finanziamenti speciali, professionisti doluptat accum alis elpozzi in conse a velis eatio Eet dell’ anticatastrofe, neri sisenza fondo. lautemq pro blaut mentre iluibus, Nord optate del mondo corre,eatur? costruisce e cambia, contrario sepolto dal fango Id modit al hicilit aepelisfinisce con estemporro explam il popolo batte contro le strade, quae modiche remsivendae porit, susanti aut contro audae i ponti, contro lo sviluppo, contro gli isalberghie peruptum volorrovit, invende ndante assit in le funivie, questo popoloeum, che non capisce reria dolendis moloreprat ut mo eserumche ium la bellezza è la dolupta povertà nus. dell’ accattone ma ratectio blabnon ipidem è la ricchezza del produttore e dell’ imprendiRepti cusam quibus mo vendam aut ex et fugia tore moderni. Le concessioni edilizie sui terreni dolenih ictotatum andaerchicid mo moluptat franosi sono tipiche della Alicid povertà aut modit explab is estem. ut anche autempores mentale, dell’ estemporaneità senza compedoluptatur? Quibus maior si dolor autecab ipienis tenze e dell’ assessore cieco di Baarìa, che era maximpore opta in porae iscilias dolorporem occhiutissimo soloelleni per ledolor bustarelle. Abbiamo fugita nonsed min sum nam, sequia costruito sui greti e sui pendii, sull’ argilla e dipiduci nate lat modi untiam quide nus dolecersulla bocca del vulcano. Abbiamo costruito atam facimin ctustibus demolorrovit que volorio dovunque berest, sunt.ma non dove dovevamo costruire. Perché non abbiamo imprenditori, perché non Ovidelit lanturerro odipsuntis ent a nulpa volent sono imprenditori i nemici giurati dei geologi unt utet, qui con porem ra voluptaepe volesti nis e degli architetti. Da tempo ho smesso di pendit landest, unda Odi tet vitiae arciis evelit labo. sare che il buon giornalismo possa cambiare il Nequi as moditatiae quibus, comnmondo.omniatur Sono però sicuro che nim il cattivo giornalimusanis delia inveles temporeres ducillaturia ismo lo danneggia. Ecco: buon giornalismo èpe chiederci, noi siciliani recidivi, perché l’ Aquila ha commosso gli italiani, mentre Messina, con quelle immagini di fango che seppellisce fango, fa più paura che pena.

www.francescomerlo.it


GEOGRAFIA IN MOVIMENTO Catania-Siracusa, 19 marzo 2012 Intervista a Tino Vittorio Professore di Storia Contemporanea nella Facoltà di Scienze Politiche dell’l’Università di Catania di Manuel Orazi

«Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia... A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno... La linea della palma... Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato... E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma...». Leonardo Sciascia

Peter Eisenman, Nunotani Building Corporation Headquarters, Tokyo 1992

Un gruppo di studio e progettazione internazionale che si dà come tema il recupero di aree suburbane costiere soggette a smottamenti franosi (definite “terre fragili”) come la zona limitrofa a Giampilieri, non può non confrontarsi con il contesto storico e antropologico della Sicilia orientale. Tino Vittorio, intellettuale e scrittore radicale in senso letterale, abituato cioè ad andare alla ricrca delle radici di ogni problema; pur coltivando ricerche storiche ad amplissimo raggio (il suo ultimo libro si occupa ad esempio di Manzoni storiografo, sta lavorando a un saggio su Ernst Jünger), il professor Vittorio non ha mai cessato di studiare la storia siciliana constatandone dappertutto e sempre il fallimento piuttosto che il compimento delle speranze delle forze migliori che l’hanno animata. M.O. Professor Vittorio, da tempo lei insiste sul mancato rapporto tra la Sicilia con il mare. Una mancanza paradossale per un’isola cui ha dedicato il suo Storia del mare che è anche una proposta di rilettura dei principali problemi storici di tutto il Meridione. Ho l’impressione che le zone costiere messinesi su cui stiamo lavorando riflettano la sua tesi storica letteralmente e in modo evidente a su un altro piano, quello spaziale: intendo dire che località come Scaletta Zanclea o Giampilieri Marina, strette fra l’autostrada A18 e la linea ferroviaria, non hanno un accesso al mare neanche visivo, quel poco di vita suburbana che le riguarda si svolge all’interno o attorno a pochi spazi vuoti. Cosa ne pensa? T. V. Tengo a dire che a me sta a cuore il mare non come mera possibilità d’uso ludo-turistico, ma come traguardo, come prospettiva antropologica. Il mare, substantia, è anche una risorsa ambientale che in Sicilia è stata sempre sottoutilizzata quando non mortificata, come a Catania nelle vicende del rinnovamento del suo porto nel XVIII secolo, nella costruzione della ferrovia del XIX secolo o, più recentemente, nella discussione relativa al waterfront. Il problema di fondo che riguarda anche gli strati sociali più colti e del ramo come gli architetti, è che alla tradizionale ritrosia siciliana nei confronti del mare, rintracciabile paradossalmente, ad esempio, ne I Malavoglia di Giovanni Verga si è aggiunta l’importazione di una sensibilità ecologica “piemontese” o “lombarda” del verde consistente nell’idea di introdurre spazi erbacei e arborei anche nello zone più limitrofe al mare come a dire che il mare non fa ecologia. Il nostro ambiente più che territorio è maritorio ed è noto quanto l’antropologia sia determinata dai luoghi di insediamento e dalle vie di attraversamento del suolo e, nel caso del mare, di suolo liquido. M.O. Leggende popolari come quella di Colapesce [pescatore abile nelle immersioni che arrivando fin sotto la Sicilia per ordine di Federico II, scoprì che si reggeva su tre colonne di cui una pericolante e allora si fermò per sorreggerla senza fare più ritorno in superficie] non smentiscono almeno in parte la sua tesi?

T.V. Con il mare non si celia. Colapesce non è più riemerso da quella leggenda sconclusionata. M. O. Francesco Merlo, in un articolo pubblicato su “La Repubblica” ha scritto di getto con accesi toni polemici, subito dopo la frana di Giampilieri, che «le concessioni edilizie sui terreni franosi sono tipiche della povertà anche mentale, dell’estemporaneità senza competenze e dell’assessore cieco di Baarìa, che era occhiutissimo solo per le bustarelle. Abbiamo costruito sui greti e sui pendii, sull’argilla e sulla bocca del vulcano. Abbiamo costruito dovunque ma non dove dovevamo costruire. Perché non abbiamo imprenditori, perché non sono imprenditori i nemici giurati dei geologi e degli architetti». In tal modo Merlo sembra lasciarci intendere che in mancanza di una guida, è la Natura che fa da supplente e quindi corregge l’urbanistica attraverso i suoi disastri ambientali. So che lei è in forte disaccordo con questa presa di posizione del giornalista catanese, può spiegarmi perché? T. V. Non sono in forte disaccordo con Merlo. Dico che è originale ricondurre i fatti alla loro origine. E gli eventi disastrosi per l’ambiente sono gli agenti storici della Natura in concorrenza con la Storia degli uomini. Frane, terremoti, esondazioni, allagamenti, tsunami sono il respiro e il ringhio del pianeta sin dalla sua costituzione. Le leggi degli uomini non hanno validità per la Natura e a Tokyo e a Zafferana. Pompei non ebbe una “concessione edilizia” per costruirsi sotto il vulcano che la seppellì. Vi sono luoghi dove la Natura sovrasta totalmente la capacità di fare Storia dell’uomo, come in Africa, dove la potenza dell’ambiente è del tutto irriguardosa e indifferente all’uomo. Lo studioso di geopolitica Carlo Jean ha scritto che la Storia (degli uomini) è “geografia in movimento”. A Catania o a Giampilieri o in California è geografia “in sommovimento” (l’architettura di Peter Eisenman, il suo Nunotani Corporation Headquarters Building di Tokyo ne ha profonda contezza!). Se è così, nonostante le intollerabili speculazioni edilizie e le gravi inadempienze della politica siciliana, un disastro naturale è un disastro naturale a Fukushima come a L’Aquila. Intendo dire che l’uomo, seppur colpevole, presuntuoso, miope o distratto non può mettersi al riparo dagli spasmi della Terra. Gli antichi, più saggi e più seri, si rivolgevano agli Dei, oggi più prosaicamente la buttiamo in politica. Insomma, con buona pace di Sciascia (alla citazione) è palmare che la palma non c’entra!

Libri di Tino Vittorio Sciascia, la storia ed altro, Sicania, Messina 1991 La mafia di carta. Mafie, mafiosi e mafiologie, Guaraldi, Rimini 1998 Storia del mare. Questione meridionale come questione mediterranea, Selene, Milano 2005 I manichini di Renzo. Manzoni storiografo, Selene, Milano 2009


Olea europaea

VEGETAZIONE

Rhamnus alaternus

Nerium oleander

di Rosella Picone Dipartimento di Scienze della Vita “M. Malpighi” Università degli Studi di Messina Le fiumare sono uno degli elementi più tipici ed esclusivi del paesaggio della Sicilia nordorientale e della Calabria Meridionale dato che solo in quest’area si verificano particolari condizioni climatiche e geomorfologiche tale da determinarne l’esistenza. >> La modificazione degli ambienti naturali è dovuta fondamentalmente alla deforestazione, all’utilizzo del territorio per coltivazioni e loro successivo abbandono e all’apertura di nuove vie di comunicazione nella fascia collinare. Modificazioni che spesso diventano le cause di eventi catastrofici.

Spartium junceum

>> Quali scelte per i nuovi impianti vegetali sulle aree colpite dalle frane? aree ex- coltivi:

• recupero dei terrazzamenti e ripresa dei coltivi (forse utopistico?) • rinaturalizzazzione progressiva partendo da piante pioniere e stabilizzanti dei pendii (ginestre e altre leguminose) • programma pluriennale di graduale inserimento di una vegetazione più complessa (che può avvenire naturalmente) aree naturali deforestate (per esempio in seguito ad incendi): • graduale ripristino della vegetazione autoctona

Artemisia arborescens

>> Per i nuovi impianti vegetali sulle aree colpite dalle frane è da escludere l’inserimento di specie esotiche: robinia, acacie, eucalipti, etc…che modificano il paesaggio e alterano la naturale evoluzione della vegetazione.

Euphorbia arborescens


PROGETTO LOCALE di Irene Falconieri Antropologa Università di Messina

MESSINA 1 OTTOBRE 2009. Mentre il sole tramonta all’orizzonte e una lenta giornata autunnale dal sapore estivo volge al suo termine, sulla provincia sud di Messina si abbatte una terribile alluvione, seguita da colate di fango, detriti e rocce che provocano la morte di trentasette persone e ingenti danni alle abitazioni, alle attività commerciali e alle infrastrutture che servono i paesi interessati dall’evento. Questi luoghi, la cui vita poche ore prima scorreva scandita da ritmi e abitudini quotidiane, improvvisamente si trasformano in caotici “spazi di emergenza” per poi diventare, svanito l’interesse della stampa e svuotate le abitazioni da fango e detriti, quartiericantiere in cui gli odori, i suoni, i colori, ed i gesti che li avevano contraddistinti sono sostituiti dai rumori assordanti di escavatori e camion, dal grigio omologante della polvere e dalle voci, oscillanti tra rabbia e rassegnazione, di chi vorrebbe tornare a viverli ma non può farlo o di chi, pur non avendoli mai abbandonati, teme per la propria incolumità e per il proprio futuro. Fenomeni calamitosi di tali proporzioni generano paure e incertezze che minacciano le relazioni sociali, i valori e le prospettive future dei gruppi e degli individui coinvolti e rischiano di spezzare quell’invisibile filo conduttore che, legando il presente al passato, conferisce senso al futuro. Al contempo tali eventi costringono l’uomo a porsi nuovi interrogativi, offrono l’opportunità di ripensare i territori colpiti, di intervenire sulle criticità per attenuarle e di individuarne le potenzialità latenti e rafforzarle. Perché un disastro si trasformi in occasione di crescita e sviluppo è necessario che i progetti di ricostruzione siano accompagnati da un’approfondita conoscenza della struttura della società locale e della sua articolazione con il contesto nazionale e internazionale. MESSINA MARZO 2012. Nei due anni intercorsi dalla data che nella memoria collettiva si è trasformata nel Primo ottobre, nei territori alluvionati sono stati avviati numerosi interventi di mitigazione del rischio volti a risanare le enormi ferite provocate dall’evento calamitoso. Non sempre però, ad interventi tecnici, per quanto puntuali e scrupolosi, si stanno accompagnano processi di ricostruzione economica e sociale, che dipendono piuttosto da scelte e decisioni politico-amministrative. Se ciò non avviene, se non si dà alle persone la possibilità di ri-costruire la propria identità, le proprie abitudini, gli spazi e le economie, si corre il rischio di trasformare luoghi ricchi di storia in spazi estranei, privi di senso, che difficilmente torneranno ad essere abitati. Scaletta Zanclea, Giampilieri, Itala, e gli altri villaggi duramente colpiti dall’alluvione potrebbero diventare un modello su cui basare gli interventi di ricostruzione in caso di post disastro. Perché ciò avvenga gli esperti che, a vario titolo, stanno operando sui territori devono essere in grado di dialogare tra loro per scambiare conoscenze e professionalità e devono saper coinvolgere nei processi decisionali i destinatari dei loro progetti: gli abitanti dei territori alluvionati. Questi ultimi, infatti, sono portatori di un sapere locale da cui non si può prescindere se si vogliono proporre interventi di ricostruzione efficaci nel lungo periodo.


Andrea Botto | 23 luglio 2011, ore 12:25 | Giampilieri

CAMPUS TERRITORIALE DI FOTOGRAFIA TF#1 Laura Cantarella | Santo Stefano di Briga


Peppe Maisto| Giampilieri Superiore

Francesco Romano| Ventre di Fiumara 016 | AlĂŹ Terme


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