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DMAG 14 IL ANNALISA COMPLOTTO ARIONE di tirana

non dire no a un caffè su marte

pubblicazione gratuita anno IV numero 14 marzo/aprile 2015

GERARDO MELE tra le tante parole


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EXHIBITION

2 La mostra è incentrata sul rapporto intenso, tra disegno e scrittura, esistente nella produzione artistica di Nella Marchesini. L’artista sente l’arte come un’urgenza vitale da manifestare in ogni modo e su ogni supporto possibile.

M AR C H ES IN I

Toscana di nascita, si trasferisce giovanissima a Torino dove inizia a dipingere. Frequenta la cerchia d’intellettuali che Piero Gobetti raccoglie intorno alla rivista “Energie nove” e diventa l’allieva prediletta di Felice Casorati. Da subito la sua arte si configura come strumento per una meditata riflessione autobiografica. In questo periodo la Marchesini espone alla Promotrice torinese, alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale di Roma, nella scuola casoratiana a Torino e nelle gallerie di Milano, Genova, Firenze. Corre in parallelo l’intensa attività di scrittura, con gli appunti diaristici e la poesia. La seconda guerra mondiale l’allontana dalle mostre e dalla città. Segue un momento di profonda autoriflessione, alimentata dal confronto con Matisse, e torna a esporre in Italia e all’estero - a Londra partecipa alla Jubilee Exhibition 1900-1950 del Women’s International Art Club.

Parole di pittore Nella Marchesini tra disegno e scrittura Galleria Opere Scelte via Matteo Pescatore 11/D Torino fino al 21 marzo

qu a t to r d i ci n.14

…e, d’improvviso: l’amore A love explosion è il titolo di un brano di Giulio Fonseca. D’improvviso, un’esplosione d’amore: un momento speciale, intimo e personale, che ci coinvolge in maniera totalizzante. Quel magico e prezioso attimo ”prima”: prima che tutto abbia inizio. Abbandonarsi alla felicità e alla spensieratezza. Improvvisazione per me è questo: lasciarsi guidare dall’urgenza delle proprie emozioni, senza vincoli, preconcetti e condizionamenti. E sono quindi l’autenticità della persona, la sua verità, le sue verità che emergono nella fugacità dell’istante. Lasciare fluire i propri pensieri, il proprio moto creativo, dando spazio alla narrazione del proprio io interiore, d’impulso. Il gesto artistico si fa allora espressione di intelligenza libera, autentica e sincera. FC

marzo-aprile 2015

hanno collaborato a questo numero

direzione editoriale

Davide Barbato, Caterina Berti, Ylenia Cafaro, Giovanni Ceni, Stefano Ciullo, Margherita Costa, Nicoletta Diulgheroff, Ilaria Gai, Massimo Gallina, Luciano Gallo, Andrea Gandiglio, Chiara Lombardo, Claudia Losini, Caterina Marini, Federico Minetti, Antonino Raciti, Domenico Sabia, Francesco Sparacino, Federica Tammarrazio, Chiara Torta

Francesca Chiappero Stefano Saladino art director e grafica

elyron

redazione

corso Vittorio Emanuele II, 30 10123 Torino redazione@d-mag.it

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stampa

Andrea Guerzoni, La bellezza del canto, inchiostro su carta (dalla serie Un papavero al giorno. Elogio di Alda Merini) © Andrea Guerzoni

Industrie Tipografiche Sarnub spa

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editore

Associazione Culturale DFT

Gerardo Mele Registrazione presso il Tribunale di Torino n. 49 del 5/10/2012

DMAG è anche online www.d-mag.it DMAG è una free press distribuita tramite il circuito Freecards. La rivista è bimestrale. La redazione non si assume alcuna responsabilità per eventuali variazioni di programmazioni, date, eventi.


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tra le

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ta p n ar te ol e Un’intervista a Gerardo Mele di Chiara Lombardo

“Dopo il nostro primo incontro, in uno stage che ho diretto a Torino, e dopo la nostra prima bottiglia di vino, ci siamo incontrati regolarmente. Si è sviluppata una collaborazione preziosa. Gerardo Mele è diventato assistente nei miei stages e poi membro della mia compagnia. La nostra amicizia ha favorito una complicità nel teatro e nella vita. Il suo senso per la pedagogia, così come la sua presenza di attore, ha fatto di lui un compagno insostituibile nella ricerca che ci lega: “la ricerca del proprio Clown”. La sua curiosità e la sua motivazione in questa ricerca, pedagogica e teatrale, ci ha fatto scoprire nuovi aspetti di “Homo Stupidens”, di cui egli è, spontaneamente e in modo naturale, un rappresentante per eccellenza”  Pierre Byland Tra le tante parole scritte, tra le parole che compongono le risposte di Gerardo Mele nell’intervista, queste restano particolarmente impresse. In corsivo, virgolettate, lasciate lì, tra una domanda e l’altra; sono parole di Pierre Byland (attore e pedagogo annoverato tra i padri dell’immagine del clown teatrale), parole che parlano proprio di Gerardo. Lui le riporta, ce le regala, e a noi non resta che trattarle “piano”, con la cura che si riserva alle cose speciali. Le abbiamo messe all’inizio, a seguire trovate l’intervista. Immaginate di ascoltare qualcuno che parla con il cuore. Partendo dal presupposto che Byland e Lecoq sostengono che ogni persona abbia un proprio clown da “cercare, accettare e rivendicare”, ci parli della tua ricerca artistica e ci spieghi meglio in cosa consiste “la ricerca del proprio clown”? Chi sono i “modelli” e che cosa, o chi, ti ha ispirato?

— Sicuramente Pierre Byland, ha segnato più di tutti la mia vita artistica e personale, e rimane il mio riferimento. La “ricerca del proprio clown”, secondo la pedagogia Lecoq-Byland è il percorso più completo che ho fatto, dall’insegnamento agli spettacoli. È un cercare che si fonda sull’individuare lo stato d’animo che permette di ritrovare la nostra ingenuità, la nostra infanzia, spesso rompendo schemi educativi e culturali, accettando di essere deriso o perdente, ma felice. Un vero antieroe sempre positivo. In altre parole è una ricerca emotiva, mai psicologica, che libera le capacità espressive dell’uomo: non dell’attore. Sebbene sia una ricerca intima e personale, il clown non lo fa per sé, anzi, non dimentica mai il pubblico e non dimentica mai che è nella finzione. La tua formazione. Il tuo percorso per arrivare a oggi. Hai voglia di condividerlo con noi?

— Ho cominciato come danzatore dal 1976, ma la curiosità verso il corpo e le sue possibilità, anche di relazione con altri livelli del nostro essere, mi ha spinto a studiare la medicina cinese nel 1989, e dall’incontro con C. Coldy nel 1990 nasce la “danza sensibile”, che apre un vero e proprio percorso di assoluta ricerca, anche senza risultati artistici, ma di assoluta crescita e consapevolezza. Attività che non ho mai interrotto. Nel 2000 dall’incontro con Pierre Byland arriva una crescita artistica inaspettata: assistente nei suoi workshop e nel 2002 la prima produzione insieme, Solo Sei (al Piccolo Regio di Torino). Nel 2007 Cadavre Exquis, un gioco dadaista molto apprezzato in Italia e all’estero; nel 2011 Masterklass, trentaquattro repliche a Parigi per fare il punto sul “nuovo clown” con artisti di varie nazionalità e nell’ambito del festival Le clown fait le Byland a lui intitolato. Otto anni circa con la compagnia Stalker Teatro di Torino hanno influito non poco nella mia formazione per gli aspetti umani e la relazione con la diversità e il disagio. Progetti importanti come in Palestina o nel carcere di Torino e molti altri, senza tralasciare il valore artistico.

Ci dai la tua definizione di “clown” spiegandoci anche che cosa si attiva nelle fasi di workshop? Chi può prendervi parte?

— Il clown è uno stato d’animo (in francese: “état d’esprit”, che rende ancora meglio l’idea). Nei miei workshop come in quelli di P.Byland l’improvvisazione, sempre con regole chiare, è un momento magico dove prima o poi hai degli attimi di verità straordinari e vedi la persona, non l’attore che recita. In questa autenticità c’è il “proprio clown” e la ricerca che ne consegue attorno all’uomo, alla sua ingenuità e l’incertezza che lo rendono ridicolo. Spesso è tragico ma la missione del Clown Sensibile non è far ridere. Fa ridere suo malgrado. Nei miei workshop si comincia sempre con una piccola meditazione per poter creare un ritmo comune ed una sorta di effetto branco, molto utile per accordare il corpo come uno strumento musicale e prepararlo alla disponibilità alla relazione e all’ascolto, in modo semplice, generando molto spesso una solidarietà fra gli attori che diventa vitale per l’improvvisazione. Tutto ciò per sviluppare la presenza e viverla direttamente, e niente può aiutare di più l’attore come l’improvvisazione, dove il vuoto diventa un vero e proprio motore per generare. I workshop sono aperti a tutti, le sole limitazioni sono l’età troppo giovane oppure una motivazione flebile. Per un attore non è facile accettare di essere stupido, e per questo ha l’alibi del personaggio che è stupido e non lui, e invece no è lui che è stupido e compie azioni stupide. Nell’improvvisazione si attraversa la stupidità apparentemente banale per incontrare l’intelligenza emotiva utile alla nostra crescita generale e il naso rosso, la più piccola maschera esistente, resta uno strumento pedagogico importante, ma non uno strumento di scena.


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a l ove exp l o si GO on DUGONG IL MOMENTO PRIMA DELL’AMORE

Il ricordo più vivo che conservo di Giulio Fonseca è quello di noi due seduti su un divano della 42 Records a Bologna, intenti a mangiare caramelle gommose e a chiacchierare di graffiti, in un momento di pausa durante le registrazioni di Action Please! il primo disco del suo progetto Kobenhavn Store. Da quel giorno sono passati ormai tanti anni, entrambi abbiamo cambiato città e vita, ma tutti e due continuiamo a rimanere in qualche modo legati dalla comune passione per la musica, che ci ha fatto incontrare e che torna a farci condividere qualche momento delle nostre vite. Il progetto K-Store, cominciato con Giulio come unico componente e poi cresciuto fino a diventare una band di cinque elementi, si è trasformato in Go Dugong, una sorta di ritorno al punto da cui Giulio era partito nel 1997 con un AMIGA 600. In mezzo ci sono 15 anni di musica, dal basso elettrico ai Kobenhavn Store, dal glitch al post rock per approdare all’indietronica, tutti elementi che si sono accumulati per riemergere, in forme diverse, nelle produzioni di Go Dugong. White sun e in seguito Carry a flag sono i primi passi dentro quella scena elettronica italiana che da subito l’ha consacrato tra i migliori. Il primo, mi racconta Giulio, è un disco molto immaturo che si porta dietro molti elementi dell’indietronica caratteristica degli ultimi Kobenhavn, o almeno di quello che avrebbero voluto essere. È il ritratto del luogo da cui sia io che lui proveniamo (Piacenza), dove il cielo azzurro è visibile solo raramente (di solito è biancastro, da qui il titolo), dove d’inverno c’è la nebbia vera, non quel velo grigino che fa tanto paura ai torinesi, quella che ti ingabbia in un nulla bianco e cancella i palazzi intorno a te, lasciandoti perso senza punti di riferimento. Io l’avevo trovato di un fascino unico, proprio perché in pochi brani era riuscito a descrivere in modo così intimo e personale la vita in una terra desolata, i cui colori ti rimarranno per sempre attaccati, ovunque tu andrai nel mondo. Un ep autobiografico, così come molte delle produzioni di Giulio. A fine gennaio mi trovavo allo Stadlin di Roma per un suo live: un set sublime, ricco di spunti soul e world music, completamente diverso dalle atmosfere chillwave dei suoi primi ep, che ha entusiasmato tutta la folla presente. A fine concerto mi annuncia: “Ho fatto un disco, parla d’amore”. Quel disco, qualche giorno dopo, l’ho ascoltato, a casa, mentre fumavo una sigaretta. “Ho fatto una canzone, l’ho composta questa notte proprio quando la luna stava tramontando, vuoi che te la canti?” Mi domanda la voce che esce dalle casse. Certamente, rispondo silenziosa io all’unisono con la donna del pezzo. E così parte la canzone, con un ritmo completamente

diverso da tutto quello che ho sentito suonare da Go Dugong a Roma, niente a che vedere con l’Africa, il dancefloor e qualsiasi rimando a Clap! Clap!. Sono suoni diversi, freschi, nuovi e pieni di vita. Andando contro ogni aspettativa e, soprattutto, ogni tendenza del momento, Go Dugong ha scritto un album e l’ha fatto uscire d’improvviso, in due settimane, per una delle etichette più in vista del panorama italiano, la Fresh Yo! Di Firenze. Per parlare di A love explosion è necessario che torniate con la mente a uno di quei momenti in cui vi siete innamorati. O almeno, in cui pensavate di esserlo. Non quando avete dichiarato i vostri sentimenti, ma il momento prima. L’istante in cui vi rendete conto che c’è una persona in grado di risvegliare sensazioni nuove, che pensavate sopite da tempo. Quegli attimi in cui incrociandola siete consapevoli che è proprio lei, la persona che stavate cercando da tempo, anche se non le avete mai parlato e se non sapete nemmeno il suo nome. Sono i momenti in cui il tuo corpo stesso pare avere più consistenza, in cui le pupille si allargano e l’attaccatura dei capelli diventa all’improvviso pesante. Vi è mai capitato di incontrare qualcuno nei luoghi più disparati, all’improvviso, e di sentire una voce dentro che vi dice “Eccolo”? A me sì, un paio di volte. E si tratta di amori mai sbocciati, rimasti in un bozzolo del cuore a ricordarmi che a volte la possibilità dell’amore è più affascinante e duratura dell’amore stesso. Go Dugong parla proprio di questo. Di quel preciso momento prima: prima del primo bacio, prima del primo tocco sui rispettivi corpi, prima dell’abitudine, dei litigi, delle delusioni, dei sospetti e della gioia, prima dell’intimità e del sostegno reciproco. La bellezza di A love explosion sta nel fatto che Giulio ci invita a condividere con lui un momento speciale, intimo e personale, ci coinvolge nella sua stessa gioia, felicità e spensieratezza. Di nuovo, come in White sun, ci racconta una parte di sé, e lo fa con una “musica drogata”, calda e sensuale, caratterizzata da arrangiamenti psichedelici che si ispirano ai compositori italiani degli anni ’60, da melodie oniriche, vibranti ed erotiche, accompagnata da voci tratte da film romantici che sembrano provenire da televisori guardati distrattamente, perché si è troppo impegnati a fantasticare storie non ancora vissute. Il disco diventa così una dichiarazione d’amore scritta d’impulso, una deviazione improvvisa verso un territorio sconosciuto, guidata dall’urgenza di dare una forma alle proprie emozioni. E quando si tratta di sentimenti cercare di razionalizzare è superfluo, ciò che conta è lasciarsi trascinare dentro il flusso e abbandonarsi a esso senza pensare al risultato finale, quello sarà sicuramente ottimo, perché le cose scritte con il cuore sono sempre le migliori.

save the date

Kölsch + Clap! Clap! VENERDÌ 6 MARZO 2015 CIRCOLO ARCI MAGNOLIA

— via Circonvallazione Idroscalo 41, Milano ticket 10 euro+ tessera Arci Una serata dedicata al meglio dell’elettronica sperimentale. Kölsch, danese, comincia come Artifical Funk, e in seguito crea i moniker Enur e Kölsch, appunto. Techno romantica che si affaccia a Detroit e Chicago, un suono completamente diverso da quello che propone Clap! Clap!, altro nome dietro cui si cela l’eclettico Cristiano Crisci (già Digi G’Alessio). I suoi ritmi tribali africani ed esotici lo hanno lanciato al numero 1 dei dischi del 2014, un titolo decisamente meritato. Quindi consigliabile non farsi mancare questo appuntamento che è quasi un giro del mondo in un’unica nottata.

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Thegiornalisti VENERDÌ 20 MARZO OFFICINE CORSARE

— via Pallavicino 35, Torino ingresso con tessera Arci I Thegiornalisti sono attivi dal 2011 ma il 2014 è stato l’anno della loro consacrazione. Con l’album Fuori campo si sono meritati un’ondata di recensioni positive e un’orda di fan accaniti grazie ai quali quasi tutti i loro live sono stati sold out. Musica che proviene direttamente da Dalla, melodie accattivanti e testi degni di qualsiasi nostalgico nato negli anni 80, i Thegiornalisti sono uno dei migliori gruppi italiani del momento. Li abbiamo sentiti a dicembre all’Astoria, un live caloroso come una cena in compagnia di vecchi amici, nonostante qualche piccolo problema tecnico dovuto all’impianto non ottimale, siamo pronti nuovamente a cantare tutti quanti in coro “Per lei il sole splende anche a Torino”.

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jukebox

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foto di Enrico Boccioletti

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I would tell you so many things

A me non sono mai piaciute le playlist d’amore, ma visto che abbiamo parlato dell’esplosione d’amore di Go Dugong, non potevo esimermi da farvi un bell’elenco di classiconi strappalacrime per voi innamorati

BON IVER SKINNY LOVE Ho visto il video di

questa canzone anni e anni fa, era un bel filmato della Blogotheque che mostrava Bon Iver in una stanza, circondato da un gruppetto di persone che cantavano insieme a lui, illuminati dalla luce soffusa delle candele. Quello che mi ha sciolto il cuore è stato un ragazzo che cantava a occhi chiusi e mentre cantava rideva. Lo notate perché è l’unico che la sa tutta a memoria. Se fossi stata lì io avrei pianto come una disperata, invece lui rideva abbandonandosi al suo immenso amore. M83 WE OWN THE SKY Credo che ogni amante abbia il diritto di possedere il cielo. Tanto è immenso e c’è spazio per tutti. BEIRUT A SUNDAY SMILE Mi è capitato di fare la dj al matrimonio di una mia amica. Quando le ho chiesto quale fosse la canzone che non doveva mancare mi ha risposto questa. La cerimonia è stata molto semplice, una festa tra amici, in un paesino che sovrastava le vallate. Lei era radiosa, nel suo nuovo sorriso di donna la cui vita è appena cominciata. THE KNIFE HEARTBEATS Uno dei brani più toccanti mai scritti da questo gruppo. Potete condividerla con chi volete, io sono così gelosa invece che non la assocerò mai a nessuno se non a una notte d’agosto, mentre tornavo in bicicletta nella mia casa milanese, dopo il Milano Film Festival. Non c’è un motivo particolare, forse ricordo quello come uno dei momenti più dolci e lontani, più vicino alla gioia che regala l’amore. ARCADE FIRE REBELLION (LIES) Al Covo di Bologna era la hit da cantare in coro. Io volevo tanto confessare a quel ragazzo che mi piaceva, ma non lo trovavo. È entrato nel momento in cui è partita questa canzone, ma al grido di “Lies, lies” ho capito che sarebbe stato meglio rimangiarmi tutte le parole che avrei voluto dirgli.

BRIGHT EYES FIRST DAY OF MY LIFE

Quanti chilometri in macchina avete percorso, per incontrarvi? Quante volte siete partiti alla volta di un’altra città, per fare una sorpresa? Una volta di ritorno da Londra sono corsa a Ferrara solo per salutare una persona. È stato bello viaggiare con la gioia nel cuore, senza pensare ad alcuna conseguenza.

EXPLOSIONS IN THE SKY YOUR HAND IN

MINE Questa è quella che si può definire una vera e

propria esplosione d’amore.

foodpeople RITRATTI DA BUFFET di Davide Barbato

www.cuochivolanti.it www.facebook.com/cuochivolanti

Breve storia Universale del Cibo, capitolo I. All'inizio gli uomini si procuravano il cibo cacciando gli animali feroci con le loro clave di legno, o raccogliendo i frutti che la Natura elargiva generosamente. Poi gli uomini persero la capacità di procurarsi il cibo da soli, dimenticarono quali frutti erano buoni e quali no, così ebbero bisogno di qualcuno che ci pensasse al posto loro. Nacque così il Cuoco, un tipo che di lavoro pensava a far mangiare gli altri uomini. Gli altri uomini mangiavano e mangiavano, occupandosi delle loro cose, ma non si curavano tanto del cuoco e del cibo che preparava per lui. Mangiavano e basta. Poi, dopo un po' di tempo, venne l'Era Contemporanea, vennero i commerci, la politica, le pubbliche relazioni e i vernissage, e gli uomini capirono che mangiare non serviva solo a nutrirsi, ma anche a fare bella figura. Così oltre al Cuoco nacque il Cameriere, un tizio che prendeva il cibo cucinato dal Cuoco e lo metteva sopra un lungo tavolo che gli uomini, ma soprattutto le Signore, cominciarono a chiamare Il Buffet. (continua)

di Claudia Losini

only for your eyes via Berthollet, 27e / Torino 011.6693303 / www.carettoottica.it info@carettoottica.it / ottica caretto


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Nel 2001 il direttore di Flash Art Giancarlo Politi organizza la Biennale d’arte di Tirana, chiamando artisti e curatori internazionali a collaborare al progetto espositivo. Tra essi figura anche l’eclettico Oliviero Toscani, fotografo e direttore artistico internazionalmente noto per progetti quali la rivista «Colors» e il centro Fabrica nonché per le celebri campagne pubblicitarie per la Benetton. Ma vi figura veramente? A quanto pare, no. Attraverso un gioco sottile di ironia, coup de théatre e mascheramenti, l’artista ligure Marco Lavagetto riesce a farsi passare per Toscani, intessendo con Politi una fitta corrispondenza via mail e costruendo intorno all’ignaro direttore un edificio di mezze verità, tanti impegni e presunte patologie per cui l’incontro frontale viene rimandato per mesi, fino alla pubblicazione del catalogo. Politi si trova tra le mani una potenziale bomba in grado di minare il sistema dell’arte contemporanea; se non fosse che, alla vigilia della mostra, accade un fatto storico, che cancella l’eco di questi avvenimenti. L’11 settembre 2001, a pochi giorni dall’inaugurazione avviene l’attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York. Francesca Bulian, storica dell’arte contemporanea, ha ricostruito questa vicenda nel testo Il complotto di Tirana. Storia della più grande beffa artistica d’inizio millennio, svelando un intreccio narrativo degno della penna di sir Arthur Conan Doyle. Come sei entrata a contatto con questa vicenda?

— Durante le ricerche per la mia tesi di dottorato che riguarda molto da vicino le pratiche di networking in arte mi è capitata sottomano questa storia straordinaria che, forse proprio a causa dell’11 settembre, è poco conosciuta rispetto alla sua portata. Mi serviva da esempio significativo delle potenzialità dello strumento Internet in arte, da tempo non più solo territorio di specialisti. Ho avuto la fortuna che, a solo un anno da quando ne avevo letto la prima volta – e l’identità degli autori risultava ancora misteriosa – sia infine stato confermato il nome di Marco Lavagetto, finalmente disponibile a parlarne liberamente dopo la conclusione della causa con Toscani. Come è stato possibile che per mesi Politi e il presunto Toscani si scrivessero senza che il primo avesse dubbio sulla vera identità del suo interlocutore?

— Innanzitutto ci sono stati molti colpi di fortuna, come per esempio il fatto che lungo tutta la preparazione della Biennale – con tanto di articoli e pubblicità su Flash Art – nessuno vicino al vero Oliviero Toscani abbia

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notato l’anomalia di vederlo firmare articoli e sponsorizzare artisti “a propria insaputa”. Inoltre, Politi stesso in una mail al falso Toscani dichiarava la sua scarsa dimestichezza con lo strumento informatico, sentendo di appartenere a una generazione precedente. Se nel mondo editoriale era uno squalo, Lavagetto l’ha colpito in un terreno di gioco dove è risultato disarmato. Le insidie di Internet, i giochi di identità, agli inizi degli anni 2000 erano realtà che si stavano pian piano scoprendo e non c’era il controllo e l’atteggiamento sospettoso che a quindici anni di distanza è ormai all’ordine del giorno. Quindi direi che è stato quel preciso momento storico, l’ingenuità di Politi data da un non essere a proprio agio con il mezzo, e tanta fortuna. Nell’incipit del testo dichiari: “A venire messo in discussione è il principio di autorità. Chi è chiamato a giudicare per lavoro, dovrebbe essere impermeabile agli inganni”. Tuttavia siamo consapevoli che il giudizio non è mai facile. Come accadde ad Argan e Brandi per le teste di Modigliani, come accade a Torino intorno al Papiro di Artemidoro. Ma allora come fare?

— Il problema quando si parla di queste storie è che diventino degli aneddoti per dimostrare che “tutta l’arte contemporanea è un imbroglio”. Io non lo penso. Quando si lavora – o si dovrebbe lavorare – nel settore, ci sono due strade: o l’obiettivo è ottenere fama e consenso, oppure fare bene il lavoro che si è chiamati a svolgere (oppure, quantomeno, mantenere un equilibrio tra i due). Nel secondo caso, la chiave è l’erudizione, non smettere mai di studiare, di porsi domande, di avere più dubbi che non certezze. Più si conosce qualcosa, meno essa può coglierci impreparati. Nel testo riporti le ipotesi sull’identificazione dell’autore della beffa (tra gli altri il collettivo Luther Blisset, Maurizio Cattelan). Lavagetto invece non viene identificato fino ai primi mesi del 2002. E quando viene scoperto, Politi dice di lui: “un artista di provincia, inquieto, intelligente, frustrato e incattivito dal mondo che lo disconosce”. A questo punto cosa gli accade?

— Dal momento in cui la polizia individua Lavagetto fino alla conclusione della causa legale con Oliviero Toscani, l’artista si è trovato nella situazione paradossale di dover negare l’azione che aveva effettivamente commesso, tanto che ancora nel 2008 Francesco Forlani ebbe cura di scrivere nel suo articolo per Le Vrai che non riteneva Lavagetto responsabile – anche se il giornalista sapeva benissimo che era lui dietro la faccenda. Dal punto di vista economico, il risarcimento che infine è stato costretto a pagare a Toscani per lui era una bella bastonata e questo aspetto, oltre al coinvolgimento nella beffa di materiale pedopornografico che aveva peggiorato notevolmente la sua posizione nella causa per diffamazione, bastava a scoraggiarlo dall’assumersi pubblicamente la paternità dell’azione – infatti il suo alleato, Olivier Kamping, per le stesse ragioni non ha mai voluto rivelarsi. Così l’eco dell’azione

col passare degli anni è scemata, solo i lettori di Flash Art ne chiedevano ogni tanto conto a Politi. Certo, il sospetto più diffuso è che se il responsabile della beffa fosse stato davvero Maurizio Cattelan, ora il Complotto di Tirana sarebbe forse considerato la pietra miliare che è, nel panorama italiano e non solo. Pensi che una versione attuale di una beffa del genere sarebbe ancora realizzabile?

— Ho sempre pensato che la natura di Internet per come si è evoluta velocemente negli ultimi anni renderebbe molto difficile “passare inosservati” per ben nove mesi. Prima o poi qualcuno che tagga qualcuno, geolocalizza qualcuno, condivide dove non dovrebbe condividere farebbe scoppiare il palloncino presto e in tempi molto più brevi. Ritengo che una beffa 2.0 sarebbe altrettanto possibile nel momento in cui si avesse di nuovo a che fare con qualcuno che non domina al meglio il mezzo, ma che probabilmente avrebbe vita significativamente più corta. Citando Paola Valenti per cui “il sistema dell’arte contemporanea è malato di faciloneria, piaggeria, inadeguatezza culturale degli operatori, ricerca del sensazionalismo a tutti i costi e assenza di qualità”, mi viene da chiederti: un’operazione come il complotto di Tirana può essere la cura o ne è divenuta un tassello, suo malgrado?

— Azioni come il Complotto sono importanti non tanto come cura, quanto perché hanno il merito di rompere, almeno ogni tanto, il “Velo di Maya” che ci illude che un meccanismo sia perfetto e neutro e non potrebbe essere diverso da come ci si presenta. Questo vale per tutta l’arte e per tutti i “sistemi” costituiti nella società: se un’opera è in grado di farci osservare la realtà in maniera laterale e non scontata, se è in grado di interrompere un automatismo di cui spesso siamo i primi portatori, contribuisce a rafforzare la nostra capacità di giudizio. Per questo penso che prendere questi esempi e ridurli a una bandiera sia poco utile. Il Complotto di Tirana è un’opera d’arte e come tale è parte integrante di quel sistema, ma è arte perché quel sistema l’ha, con onestà e anche solo per un attimo, ‘messo a nudo’. E se finiamo con simili note per citare quasi Marcel Duchamp, qualcosa di buono c’è veramente.

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il c omp l o tto di Tir a na

Storia della più grande beffa artistica d’inizio millennio

di Federica Tammarrazio


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A SCUOLA DI ForMovie: CINEMA di Federico Minetti

il progetto di formazione audiovisiva di Film Commission

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IN VIAGGIO PER ITACA

onstage

di Antoni(n)o Raciti

Torino e il Cinema hanno sempre avuto un rapporto privilegiato. A partire dai primi studios italiani, sorti a inizio secolo proprio lungo il Po, arrivando poi negli ultimi decenni all’inaugurazione del Museo Nazionale del Cinema e alla crescita lenta ma costante dell’importante Torino Film Festival. E non poteva che nascere a Torino ForMovie, il nuovo progetto coordinato dalla Film Commission Torino Piemonte, una bellissima iniziativa tutta dedicata alla formazione cinematografica per ragazzi. Il progetto si articola su un doppio livello, sia didattico che formativo. Le classi di studenti coinvolte avranno modo di acquisire competenze di film literacy, imparando a comprendere cos’è e come funziona un testo filmico. In un’epoca in cui la pervasività del medium audiovisivo non accenna a diminuire, è sempre più importante una maggior alfabetizzazione filmica, una capacità di guardare criticamente, consapevoli del contenuto, del linguaggio, della tecnica del cinema, soprattutto per quanto riguarda i più giovani. Il progetto didattico si compone di cinque segmenti, ognuno curato da uno degli enti partecipanti, secondo un ordine preciso che segue il processo produttivo tipico di un prodotto audiovisivo, sotto la supervisione della Film Commission Torino Piemonte. L’AIACE Torino si occuperà di stimolare una visione consapevole del racconto audiovisivo, cercando di analizzare gli elementi chiave che lo compongono e proponendo un atteggiamento creativo e proattivo di fronte a ciò che si vede. La Scuola Holden e l’Accademia Albertina di Belle Arti metteranno le loro competenze al servizio dello studio dello storytelling cinematografico e delle scenografie, costumi, riprese, entrambi affrontati sia da un punto di vista didattico che da uno più creativo-produttivo. Il Museo Nazionale del Cinema, invece, si occuperà di fornire ai ragazzi le competenze relative agli aspetti produttivi, e il DAMS quelle relative al montaggio e alla post-produzione. Infine, la collaborazione con Piemonte Movie permetterà di portare il progetto in giro per il Piemonte, grazie ai suoi presidi attivi sul territorio. La Film Commission, con i suoi responsabili Enrico De Santis e Alessandro Salvatore, si occuperà della supervisione dell’intero progetto, organizzando il coordinamento degli enti coinvolti, integrando i diversi contributi nell’ottica di una linea comune e gestendo i rapporti con le realtà scolastiche. I corsi realizzati da ForMovie si concluderanno con la realizzazione di un breve prodotto audiovisivo da parte degli alunni. Un’occasione per imparare il cinema facendolo in prima persona, con le proprie mani, e chiudere così in bellezza l’esperienza didattica. ForMovie è già partito, con due classi-pilota di scuola primaria e secondaria di primo grado, Coppino-Rignon e Revel-Meucci, e ci auguriamo che possa in futuro estendersi a un pubblico sempre più numeroso! Pagina Facebook: ForMovie-formazione-per-il-cinema

le storie di Resilienza raccolte da Municipale Teatro

Il termine Resilienza etimologicamente deriva dal latino resalio e indicherebbe il gesto di risalita su un’imbarcazione travolta dalle onde del mare in burrasca. Resilienza dunque è l’arte di adattarsi ai cambiamenti trasformando le incertezze in opportunità e le insidie in innovazioni. Una parola che oggi potrebbe suonare come manifesto di una resistenza contemporanea, attuale, e che racchiude in se l’unica alternativa possibile alle consuete e deprimenti lamentele sulla bocca di tutti per esprimere dissenso, e il più delle volte disgusto, per la condizione sociale e politica contemporanea. Nella mitologia, resilienza è soprattutto la parola di Odisseo, il verbo presente del suo continuo ripartire. Un canto che inizia con le macerie di Troia alle spalle e continua nel lungo viaggio verso Itaca. Municipale Teatro, una compagnia teatrale con “confini variabili”, ha preso in prestito questo concetto, attualizzandolo e dandogli un’accezione contemporanea, per farne punto cardine nella costruzione drammaturgica dello spettacolo O disse A, un progetto possibile anche grazie al contributo di Compagnia di San Paolo e che debutterà a settembre 2015 al CineTeatro Baretti. Alla base di questo percorso ci sono la creazione e il nutrimento di un sistema di collaborazioni con realtà del territorio che Municipale Teatro “abita” da tempo. Attraverso un’indagine che si è allargata a diverse associazioni della città creando un arcipelago fertile, si stanno raccogliendo le interviste di chi vuole condividere la propria “Odissea contemporanea”, anche come gesto d’amore verso gli altri, verso i più deboli. Provando a immortalare la storia del tempo presente, Municipale Teatro ha iniziato il suo viaggio partendo proprio dalla ricerca di storie. Storie personali di resilienza moderna, piccoli e grandi traumi accaduti a chiunque abbia la forza di affrontarli e di condividerli. Racconti di semplice vita quotidiana vissuti favorendo il cambiamento, il ribaltamento

della realtà stessa e resistendo alla facile tentazione di lasciar perdere tutto, di lasciarsi perdere e di perdersi nella crisi sociale che sta investendo il nostro continente tutto. Nella ricerca di un figlio, ad ogni costo. Nel compromesso di un lavoro dequalificato ma sicuro e nell’impegno per una passione. Nella crisi e negli acquisti rateizzati, di tutto. Nel desiderio di una fissa dimora e nella certezza di un affitto costante e crescente. Ecco dove si può trovare la resilienza. La forza di questi racconti, che si trasformeranno in zone di sicurezza narrativa (da qui l’uso della resilienza in psicologia e sociologia), può sicuramente essere paragonata a quella di un teatro primordiale, il teatro che nasceva su di un pulpito parcheggiato nelle piazze dei paesi vari e dal quale venivano narrati i fatti accaduti o si diffondeva la fede. Ma allo stesso tempo O disse A vuole convergere al suo interno le nuove tecnologie e ne fa un uso, a partire dal progetto, che lo onora. Infatti attraverso internet, e nello specifico i social network, molti resilienti hanno potuto partecipare alla drammaturgia inviando la loro vicenda. Anche la messa in scena avrà questo stesso spaccato, questa bivalenza antica e contemporanea. Infatti, se da una parte l’attore potrà in qualche modo vestire i panni di un oratore arcaico, le scenofonie e le tecniche di elaborazione video real time creeranno in scena un ambiente multimediale. Il testo è pensato come un viaggio condiviso con performer, organizzatori culturali e soprattutto cittadini. Con chiunque non si sia scordato di lottare per tornare alla sua Itaca. Per questa ragione, per sentirci tutti uniti e allo stesso modo naviganti in preda alle onde del mare, Municipale Teatro sta cercando storie di resilienza, racconti di viaggio condivisi, rotte segrete per Itaca che potrebbero essere decifrate con i meravigliosi versi della poesia di Konstantinos Kavafis: “...Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti? E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”.

Puoi partecipare al progetto O disse A inviando la tua “Odissea Contemporanea” entro il 31/03/15 a: municipale.teatro@gmail.com oppure attraverso il sito o-disse-a.tumblr.com o la pagina Facebook OdisseAspettacolo


DMAG

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Quando ho saputo che il fil rouge di DMAG 14 era l’improvvisazione, ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto parlarne con Annalisa Arione, che l’improvvisazione (a teatro) la fa e la insegna. Il problema è che Annalisa è difficile da intervistare perché fa l’attrice, l’autrice, la docente e la formatrice. Ha lavori, sogni e progetti sparsi per tutta Italia e per questo passa le sue giornate da un treno all’altro, in corsa perenne tra Torino, Milano, Roma, Napoli, Alba… Insomma, fa una vita da pazzi. Animate delle migliori intenzioni, calendario e smartphone alla mano, con un po’ di tetris di mail e sms riusciamo finalmente a fissare un appuntamento. Arriva il giorno, salgo in metro, sono solo a due fermate e sto pensando “Hai visto? Alla fine ce l’abbia…” quando il treno frena di colpo, le luci si spengono, si riaccendono, si spengono di nuovo. E poi arriva la voce dall’interfono: «siamo spiacenti, il servizio è stato sospeso causa atto vandalistico». Certo: come non improvvisare un’intervista sull’improvvisazione? Sfuggita alla prigionia del vagone e scampato il pericolo di dover ripiegare su un botta e risposta attraverso la chat di Facebook, finalmente incontro Annalisa. Ciao Annalisa. Senti, tu che la conosci bene, mi presenti l’improvvisazione?

— Volentieri! L’improvvisazione è gioco, è libertà assoluta all’interno di poche, semplici ma fondamentali regole. Nell’immaginario collettivo l’improvvisazione teatrale è quasi sempre collegata a quello che in gergo si chiama “catch impro” una vera e propria sfida tra squadre, un fight club in cui ce le si dà a suon di battute, inventando e performando ogni sketch sul momento. In realtà però, l’improvvisazione è anche molto altro: può essere un long form, o nascondersi nel rapporto tra pubblico e performer, quando si fa cabaret o stand-up. Long-form?

— Come nel catch, anche per il long-form è centrale il rapporto con un pubblico attivo. In questo caso, però, l’obiettivo non è creare dal nulla un gran numero di gag comiche, quanto costruire e far funzionare - anche per 60 minuti - una storia senza un copione, solo sulla base di suggerimenti carpiti al pubblico. Con Quinta Tinta ne proponiamo uno bellissimo, si chiama Passaggi, ispirato all’Orlando di Virginia Woolf: un protagonista affronta un percorso per raggiungere un obiettivo, attraversando almeno tre distinti perodi storici, in compagnia di 5 amici. Tutto inventato sul momento leggendo i suggerimenti che arrivano dagli spettatori in forma di bigliettino. Che paura!

— Eh no! Niente paura: il bello del gioco è proprio questo! Impro è libertà totale, ma è anche rispetto e ascolto. Bisogna accettare di amalgamarsi agli altri, di non comandare. Una volta accettata quest’unica regola, non ha più senso aver paura: ci si può lanciare liberamente all’indietro, c’è sempre qualcuno pronto a tenerti su. Quindi la regola è buttarsi? Vale tutto?

— Buttarsi è un must! Vale quasi tutto, tranne dire “no”. Puoi dire tutto quello che vuoi, fare tutto quello che vuoi, basta non dire mai di no. Nel teatro tradizionale questo sarebbe un problema, tutto si basa sulla reazione alle battute degli altri. Se non mi dici «ti ho portato il caffè» io non posso rispondere «Oh, grazie. Me lo puoi

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zuccherare?». Nell’impro magari ti aspetti un caffè con lo zucchero e finisci a bere un caffè amaro, però su Marte. Ma per arrivarci, su Marte, bisogna saper ascoltare. Devi sentire dove ti portano gli altri e agganciarti dove riesci. Non ha senso star lì a bordo ring a pensare “ah, adesso vorrei proprio dire questo, e dirlo così e cosà”, perché mentre te ne stavi lì a pensare ti sei perso gli altri che andavano avanti. L’unica cosa vietatissima, quindi, è dire no: tutto scorre, e per scorrere tutti devono essere sempre in grado di contribuire all’avventura - con poco o con tanto non ha importanza. Non può non funzionare. Non può non funzionare? Nell’improvvisazione non esiste il fallimento?

— No, il fallimento è una costante! Il punto è che l’improvvisazione ti da l’unico strumento necessario a non aver paura di affrontarla, questa costante. In improvvisazione nulla è definitivo. Non hai fatto ridere? Pazienza! Non affondare nel dubbio, non fermarti! Si fallisce per un sacco di motivi, in improvvisazione come nel cabaret. Può capitare di essere a corto di argomenti, di non essere convincenti nella delivery. A qualcuno potrà venire la tentazione di incolpare il pubblico, dire “non mi hanno capito”. Non che questo non esista, i pubblici sono tutti diversi l’uno dall’altro. Ma anche se così fosse, non è niente che non si possa rimediare: sei sul palco, nella posizione migliore per provare a far cambiare loro idea. Il pubblico non ha niente contro di te. Sei tu che ti devi mettere in discussione. Da come ne parli, sembra che il rapporto col pubblico sia più centrale, più personale che in altri generi teatrali. È così?

— Non è più centrale ma è sicuramente molto personale, specialmente se l’obiettivo è generare una risata. Il teatro è finzione, ma è una finzione controllata, nella quale comunque rimane importante, ad un certo livello, essere veri. Nella comicità l’autenticità è essenziale. È anche per questo che, anche se ho iniziato presto a fare televisione, non ho voluto legarmici mani e piedi. Continuo a fare qualcosa, ma da outsider. Nel cabaret televisivo c’è molto dell’improvvisazione, ti dicono “hai un minuto e mezzo per far ridere, vai. Se non fai ridere non importa, tanto c’è l’applauso finto”. Poi però ti dicono anche di evitare argomenti controversi, di non dire le parolacce… Davvero? Sembra incredibile, specialmente pensando alla tradizione dello stand-up anglosassone. Pensa a una come Sarah Silverman: i suoi skit sono costruiti proprio su questo, sul fatto che è una donna e dice cose orribili.

— Eppure in Italia è proprio ancora così. Si è sempre pensato che il pubblico non fosse in grado di elaborare temi e linguaggi problematici. Ma è una condiscendenza brutta, falsa. Fai ridere se sai essere sincera. Il rapporto col pubblico è anche questo: se ti viene, dillo. Fallo! Se ti costringi in qualcosa che non sei, puoi metterci tutta la tecnica che vuoi: si vede. Si vede che prendi in giro il pubblico, e questo non funziona. Va detto, però, che finalmente si vede una luce alla fine del tunnel. La televisione sta finalmente dando spazio a una comicità meno edulcorata, più libera - come quella di Satiriasi, di Filippo Giardina, in onda su Sky. Una comicità più diretta, più impro.

no n d i re no

A UN CAFFÈ SU MARTE

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Annalisa Arione insegna improvvisazione teatrale presso la scuola Quinta Tinta di Torino. Ha partecipato come comica a diverse edizioni di Colorado Cafè, è stata autrice di programmi televisivi come Camera Cafè e Piloti, da poco ha contribuito con un monologo a Xlove, uno speciale dalle Iene dedicato al tema dell’amore. Nata col cabaret, ha allargato il suo repertorio professionale alla stand up comedy, al teatro ragazzi e allo storytelling. Per fare tutte queste cose prende un sacco di treni. Sui treni capita anche che disegni. Potete trovare le sue vignette sulla pagina Facebook “i disegni di Annalisa”

di Caterina Berti

Annalisa Arione e il teatro d’improvvisazione

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ZYON www.zyon.it


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La domanda è: “Alison Moyet non aveva accantonato gli Yazoo dopo la reunion con Vince Clark nel 2008?”. Con l’ultimo disco The Minutes è tornata alle origini, accompagnata dal musicista Guy Sigsworth, già conosciuto per le collaborazioni con Bjork, Imogen Heap e Madonna. Classe 1961, Alison inzia come leader di band punk, prima dell’incontro con il fondatore dei Depeche Mode, Vince Clarke, così nascono gli Yazoo. L’invenzione del synthpop e la pubblicazione di singoli come Only You, Don’t Go e la B-Side Situation fanno ballare tutto il mondo. Nel 1984 Alison comincia la carriera solista, pubblicando Alf e Raindancing, dai quali vengono estrapolati una serie di singoli, fra cui Love Resurrection e Weak in the presence of beauty. Il terzo disco Hoodoo è la svolta. L’artista si allontana dal pop più commerciale per dar spazio a un sound più dark e introspettivo, come in This House, guadagnandosi la nomination a un Grammy Award. La Sony fa di tutto per garantirsi il controllo sulla direzione artistica della Moyet, ma lei si oppone. Essex, nel 1994, non riscuote molto successo e la obbligano a remixare alcune tracce del disco per renderle vendibili. Finalmente libera dal contratto con la major, Alison firma anni dopo con la Sanctuary Records, per Hometime, che le garantisce l’entrata nella Top 5 delle artiste più vendute del 2002 e un Mercury Prize. Dopo Voice e The Turn, torna all’elettronica con The Minutes nel 2013.

14 La sosta del tour in Italia è inaspettata. Il Fabrique è diventato un must in ambiente electro per due motivi: un’acustica perfetta e un design davvero accattivante. Sono in tre sul palco, la Voce, l’ingegnere del suono John Garden e il missatore Sean McGhee. Horizon Flame, con una intro soffusa, prepara a uno spettacolo “infuocato”. Segue Nobody’s Diary allegra e vintage, già riarrangiata nel 2008 per il tour Reconnected. Si passa a When I was your Girl energica e malinconica, primo singolo di The Minutes. Ordinary Girl è svestita dal pop anni ‘80 e resa quasi acustica. Changeling e Remind Yourself ottenebrano l’atmosfera e introducono la splendida Winter Kills. Falling e Filigree sono solari, positive e cantate sorridendo. Si ritorna al passato con Only you in un rework più dark. Una danzereccia Apple Kisses prepara il campo a This House, sempre emozionante. La speedy All signs of Life e una techno Right as Rain, riscaldano ancora di più il pubblico per un regalo: Waiting, frutto di una collaborazione con My Robot Friend. A seguire, Love Resurrection e Situation vengono cantate a squarciagola dal pubblico. Whispering your name e All Cried Out strappano qualche lacrima agli affezionati. Il concerto si chiude con Don’t Go. Alison Moyet, bellissima e disinvolta, regala uno show imperdibile, confermandosi un’artista poliedrica, di classe e una delle voci di punta del panorama britannico.

THE WOMAN IN B L A C K Alison Moyet in concerto Fabrique, Milano 24 febbraio 2015 di Domenico Sabia

foto: Andrea Della Giustina

DMAG

Choices è un progetto di storytelling digitale e teatrale che parla di scelte. Le vostre, le nostre. Ogni giorno scegliamo qualcosa ma ci sono momenti particolari della vita di ognuno di noi in cui queste scelte ci aprono nuove strade e nuove porte, percorsi inaspettati e bivi sconosciuti. Choices raccoglie storie di scelte dalle persone e le fotografie delle loro mani per trasformare questi racconti in uno spettacolo teatrale e in un grande affresco digitale sul web. Chiunque può partecipare condividendo la sua storia su www.progettochoices.it entro il 31 maggio 2015. Choices è un progetto dell’associazione Pesci Volanti con il sostegno della Compagnia di San Paolo. Sono Elena, e questa è la mia storia. Bianco. Apro gli occhi e tutto quello che vedo è una parete bianca e il silenzio opprimente di una stanza che sa di asepsi forzata. Sono giorni, settimane ormai, che mi sveglio in questo letto d’ospedale, condotta lì da un male infido, covato per anni e poi scoppiato improvvisamente in un’adolescenza ancora troppo acerba per chiamarla giovinezza. Accanto a me dorme Maria; è la terza volta che torna in questo reparto e ormai il suo unico desiderio è quello di non uscire più. La guardo, Maria, che potrebbe avere l’età di mia nonna ma che, a differenza sua, vive in un perenne stato di timore, quasi come non attendesse altro che il giorno in cui finalmente smetterà di soffrire. E poi, dall’altra parte, c’è Chiara. Di anni lei ne ha solo due più di me ma fin da piccola è stata perseguitata dal Male, da quando ha 7 anni Chiara conduce un’esistenza incompleta, non ha amici perché non è mai riuscita a frequentare una scuola con regolarità, non ha un fidanzato né l’ha mai avuto. D’altronde chi vorrebbe una ragazza malata, mi ripete sempre con un sorriso di circostanza tagliato sul suo viso affilato e pallido. Le mie giornate scorrono vuote, avverto come gocce sulla pelle ogni secondo di quell’interminabile agonia, passata nell’ansia e nell’inquietudine di chi non sa quale sia il destino che lo attende. I rumori sono pochi, ovattati, nessuno parla, nessuno ride lì dentro, solo volti spettrali carichi di disperazione, di dolore, di smarrimento. I medici non sanno dirmi niente in quelle settimane di oblio, mi aggiro per i corridoi accompagnata dal ronzio del televisore, immancabilmente acceso come per allontanare

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CHOICES

ciò che tutti sanno, ma che alcuno vuol vedere. Mi aggrappo ai libri come ad una zattera di salvezza, divoro le pagine una dopo l’altra, sogno di mondi lontani e di vite diverse ma una parte di me sa perfettamente che quello che mi aspetta, nel migliore dei casi, saranno anni di privazioni, di lotte, anni di stenti e di diversità. I miei amici e la mia famiglia vengono tutti i giorni, scherzano, sono allegri, ma io vedo nei loro occhi, scruto l’enorme agonia che procura loro la mia condizione; e così, ora dopo ora, notte dopo notte, dentro di me si fa strada, serpeggiante, la voglia di arrendermi, di smettere di combattere e semplicemente di scomparire, e di alleviare la mia anima e quella di chi mi vuol bene. Rifiuto le cure, smetto di mangiare, codarda per agire, ma sicuramente abbastanza determinata per seguire la voce che mi martella nel cervello: voglio morire. Volevo morire, perché avevo paura di continuare a vivere. Poi una notte, Chiara se ne va. Il suo cuore, che per vent’anni ha continuato a funzionare, nonostante tutto, semplicemente smette di battere. Nessun futuro, per Chiara: sono finite le flebo, le visite, i dolori, ma sono anche finite le giornate di sole, gli abbracci e i baci, le strade che il domani ci apre, le persone che ci aspettano dietro l’angolo, i caffè che ci svegliano, le parole che ci commuovono. Quella notte ho pianto tutte le mie lacrime ma non per Chiara, che con me ha solo condiviso un nome di una patologia e un letto di ospedale . Ho pianto per me. E ho fatto una scelta. Quella notte ho scelto la vita.

Welcome Home è una piattaforma che coniuga soluzioni abitative per soggiorni brevi a eventi e servizi nelle città di Torino e Milano. L’idea nasce dalla volontà di offrire qualcosa di più di semplici sistemazioni nelle città di riferimento ma anche di segnalare eventi ai quali accedere con tariffe agevolate e poter usufruire di servizi che possano rendere la permanenza presso le case diffuse unica.  Tre le aree in cui è suddiviso il portale:  dove stare che presenta una selezione di soluzioni abitative in zone strategicamente vicine ai punti di interesse turistico della città; una rosa di spettacoli teatrali ed eventi nella sezione cosa fare accompagnati dalle abitazioni più vicine e i servizi disponibili in come abitare che si possono abbinare alla residenza scelta per soddisfare gli interessi dell’ospite. La ricerca delle soluzioni abitative è in continua crescita così come i servizi da proporre ai potenziali ospiti e alleati commerciali con cui creare una rete di servizi che renda ogni soggiorno un’esperienza migliore.  www.welcomehome.travel


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dmagallery in collaborazione con Mutabilis

BAZINGA!

UN VIAGGIO ALLA SCOPERTA DI NICCHIE EDITORIALI

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a cura di

Francesco Sparacino

BESTIARIO DEL L A V O R O QUANDO IL LAVORO È DA CANI:

Luisa Pomar

è originaria di Palma di Maiorca, ma da 25 anni vive e lavora a Milano. Prima di laurearsi in Storia e Documentazione Storica, si è diplomata in Industrial Design presso la Escuela de Bellas Artes e all’Istituto Europeo di Design a Milano. Dopo circa sedici anni d’inattività, nel 2006 riprende il lavoro pittorico per arrivare nel 2012 a esporre per la prima volta le sue opere in Italia. I suoi lavori sperimentano la tecnica del pastello a olio su carta alternando estensioni colorate a superfici graffiate e sovrapposizioni di impalpabili sfumature. Le linee tracciate e orientate oltre i margini della carta bianca limitano campiture di colore: questi limiti possono essere rispettati o superati. Frutto di una manipolazione continua, attraverso una reiterata sovrapposizione ed eliminazione del colore, sia che sia appena applicato, sia quando la stesura del colore risale a un mese, quattro o venti anni prima, le impronte originali si scoprono o si coprono e nuovi elementi si incorporano. La ricerca più recente la ha portata a raccogliere frammenti di misure e tecniche diverse, vecchi e nuovi, ordinandoli per arrivare a formare una nuova composizione aperta e al contempo compiuta.

Se andaste sul sito di Bradiponauta (e il modo migliore per farlo è digitare bradiponauta.tumblr.com) una delle prime cose che potrebbero lasciarvi secchi è la loro presentazione priva di qualsiasi orpello: “Bradiponauta è un tentativo di produrre zine, serigrafie e facezie varie in quel di Genova. A volte siamo in tanti. A volte siamo uno solo”. Tra le facezie varie c’è un delizioso libretto stampato in sole cento copie, che porta il titolo di Bestiario del lavoro. C’è stata una prima versione, e ce n’è stata una seconda, uscita lo scorso giugno. Il progetto è dell’illustratore Alessandro Ripane, e partendo dai personaggi da lui disegnati sono stati poi coinvolti tanti bravi autori per raccontarne le varie storie. Il gioco è quello di immaginare un animale e accoppiarvi un mestiere. Iniziamo, per esempio, dal più semplice: cosa pensate che possa fare un gufo se non l’impiegato? Il Gufo Impiegato, racconta Andrea Fabiani, non si è mai visto entrare al mattino o andare via alla sera. Si sospetta che “nidifichi all’interno dell’ufficio stesso, probabilmente nei vani degli ascensori, e si nutra esclusivamente di notte, predando piccoli roditori o, in mancanza di questi, distributori automatici”. I Gufi Impiegati non muoiono, ma mutano evolvendo fino allo stato di Gufo Pensionato. Vagando per ristoranti potreste imbattervi nella Formica Cuoca, mentre un piccolo malore potrebbe permettervi di conoscere il Topo Infermiera. Ma attenzione, c’è il rischio di trovarlo di cattivo umore: come appurato da Jessica Mazzotti, si tratta infatti di “una categoria poco tutelata e pagata in carezzine sul capino e buchi di Emmental”. Se siete alla ricerca di un aiuto per mettere in ordine

e da gufi, scimmie, gabbiani, topi, squali, trichechi…

la casa, non dovete far altro che chiamare lo Squalo martello delle Pulizie. Ogni tanto, ci si domanda se sia pericoloso per l’uomo. La risposta la dà Stefano Castagnone: “Solo se provocato. Si ricordano casi di piccole imbarcazioni attaccate da uno o più esemplari perché qualcuno aveva gettato in acqua cartacce di gelato o tappi di birra”. Per potare le piante dovete rivolgervi al Cervo Giardiniere, per sfoltire i capelli al Tricheco Barbiere. C’è poi chi il lavoro l’ha perso e si è dovuto reinventare. È il caso del pesce spada, che adesso fa il lavandaio. E c’è anche chi di lavorare non ne ha mai voluto sapere, come il Gallo Skinhead: per lui solo dischi, pub e stadio. Chissà quante volte, insieme alla Scimmia Carcerata, avrà dato filo da torcere al Segugio Carabiniere. Il libretto di Ripane, sesta fatica dei tipi di Bradiponauta, procede tra un’invenzione e l’altra, con umorismo e taglio surreale. Un modo originale per spingervi a fare tre belle cose in un colpo solo: scoprire l’immaginario di uno tra i più interessanti giovani illustratori in circolazione; prendere confidenza con tante penne di tutto rispetto (se vi innamoraste del Salmone Postino di Ester Armanino, per esempio, potreste approfondire la conoscenza della scrittrice genovese chiedendo in libreria il suo Storia naturale di una famiglia, Einaudi, 2011); decidere che non potete più fare a meno di nessuno dei libretti di Bradiponauta. In questo caso, oltre ad andare in esplorazione per le librerie indipendenti della vostra città, la cosa migliore da fare è mandare una mail a bradiponauta@gmail.com. Perché ci sono solo due regole quando si ha a che fare con il bradipo, entrambe contenute nel motto: Ama il Bradipo e scrivigli.

L’ESORDIO

NOVITÀ

Giorgio Specioso

Fabio Guarnaccia

DINOSAURI

UNA SPECIE DI PARADISO

Cosa accadrebbe se dopo ore di fitta nebbia questa si diradasse e all’improvviso fossimo circondati da… dinosauri? Il quarantacinquenne Beniamino Bosco lavora in un’azienda in cui per raggiungere la promozione tutto è concesso, è un padre distratto e un marito in crisi di coppia. I dinosauri hanno distrutto Firenze, e né i pompieri né i volontari del Mesozoico hanno potuto impedirlo. Ma nella città senza nome in cui vive Beniamino, la minaccia non è ancora imminente e tutti si sforzano di comportarsi come se niente fosse. Almeno fino a quando i bollettini radiofonici non annunciano che i dinosauri sono alle porte. Mentre la notizia provoca il caos, il protagonista prende finalmente coscienza della situazione, e si getta in un disperato tentativo di salvare la propria famiglia.

Kurt Vonnegut

Baldini&Castoldi, pp. 213, euro 16

Giorgio Specioso è nato a Roma nel 1972, ha pubblicato racconti su varie riviste e cura il progetto Archivio analogie letterarie.

Laurana, pp. 240, euro 15

QUANDO SIETE FELICI, FATECI CASO

minimum fax, pp. 107, euro 13 Paolo Zardi

XXI SECOLO

Neo, pp. 168, euro 14 Katie Kitamura

KNOCK-OUT

Isbn, pp. 158, euro 19


DMAG

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HOLOSUITE

NARRAZIONI IMMERSIVE ED EMERGENTI

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a cura di

Ylenia Cafaro

indie web publisher & immersive experiences addicted www.holosuite.tv www.ipsilon.name

C’ERA UNA VOLTA

Una fiaba d’altri tempi (e qualche licenza letteraria) per scoprire nuove modalità narrative oltre il Regno dello Storytelling

IL T R A N S M E D I A STORYTELLING Autori e produttori conoscono già da qualche anno il “transmedia storytelling”, ma non si può dire lo stesso dei fruitori dell’enterteinment, che perlopiù non ne hanno mai sentito parlare. Quando mi è capitato di spiegare in parole spicce come funziona questa nuova modalità di narrazione, l’espressione interrogativa sul volto dell’ascoltatore di turno si è sempre trasformata – senza mai un’eccezione – in attonita meraviglia. Ci riprovo in questa sede: che cosa significa transmedia storytelling? Significa raccontare una storia attraverso più media, utilizzando ogni singolo medium per offrire un contributo unico e specifico alla totalità della narrazione. Proviamo a capirlo meglio con un esempio, utilizzando una fiaba nota a tutti: Cappuccetto Rosso. Come potremmo trasformarla in un progetto transmedia? Immaginiamo di avere appena finito di leggere la fiaba, così come la conosciamo fin da quando eravamo bambini. Chiuso il libro, questa volta però la storia non è affatto finita. Su Instagram, i selfie di Cappuccetto Rosso ci raccontano i suoi primi approcci con l’adolescenza e un’irrefrenabile voglia di trasgressione. Dalle immagini scattate nel bosco esce fuori vivido il suo desiderio di sperimentare e ci basta poco per capire quanto le stiano strette le raccomandazioni della mamma. Il taglialegna, paladino della storia, ha invece un blog su cui scrive da anni. Nei post quotidiani ci racconta della sua passione per i boschi, di come da bambino fosse stato indirizzato verso la professione del cacciatore, ma di aver scelto - non senza sofferenze - di cambiare vita, diventare vegetariano e studiare da taglialegna.

FIL VERT

Esiste anche un sito web che permette di esplorare i luoghi più tenebrosi del bosco grazie a una mappa interattiva. Sul sito, la community di fan può inoltre partecipare a un contest per progettare il cesto ideale da portare alla nonna. Occhio a non inserire prodotti con il glutine, pena esclusione immediata dal contest. Non dimentichiamo di guardare la web-serie “Cappuccetto Rosso si trasforma in Lupo”, atteso sequel della fiaba, e di correre in edicola per acquistare il fumetto che illustra l’avvincente backstory: l’epopea di una famiglia matriarcale costituita da Cappuccetto Rosso, la Mamma e la Nonna. Quali oscure vicende hanno portato la Mamma a temere tanto per l’incolumità di sua figlia nel bosco? E il Lupo? Un videogame ci permette di vivere le sue avventure in prima persona: vestiamo i panni del Lupo Cattivo e, uno contro tutti, diamo battaglia ai protagonisti delle fiabe di ogni tempo. Che cosa ci insegna questa fiaba? Che “transmedia storytelling” non significa narrare la medesima storia su media diversi (come quando si traspone un romanzo in un film), ma offrire un’esperienza narrativa di cui è possibile vedere la totalità solo unendo i frammenti distribuiti sui molteplici media. Volete approfondire? Potete iniziare cercando, rigorosamente su altri canali online e offline: Henry Jenkins, Jeff Gomez, transmedia case studies (ad esempio: The Matrix, The Walking Dead, Game of  Thrones). “Perché hai orecchie e occhi così grossi?” chiese Cappuccetto Rosso. “Per godermi meglio il transmedia storytelling” rispose il Lupo

NOx ART, Are you little Red Riding Hood? No, grandma… I’m the Wolf

GREEN ECONOMY

NUOVE PAGINE DIGITALI

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a cura di

Caterina Berti

TWO READS E TU, CHE L I B R O VUOI? I vecchi luoghi del commercio stanno morendo: tra digital wallet e consegne coi droni, il futuro del consumo sembra scritto in high-tech. Sarà così anche per i libri? Uno sguardo ai fatturati dei giganti online come Amazon e Barnes&Noble sembrerebbe confermare questa ipotesi. Non è però ancora detta l’ultima parola. Perlomeno non in Italia: nel nostro paese l’ebook è ancora di nicchia e il mercato dei libri tradizionali – fatti di carta, rilegature e inchiostro – continua a essere governato da grandi editori e librerie fisiche. Siamo vecchi e tecnologicamente arretrati? Senza dubbio. Ma l’anomalia allegra del mercato italiano del libro potrebbe essere più che il semplice segno di un imminente declino anagrafico, economico e culturale. In essa potrebbe nascondersi il seme di un futuro alternativo alla dittatura monodirezionale dei marketplace online, che - a dispetto della loro efficienza monumentale, di cataloghi inesauribili e prezzi competitivi - continuano a rimanere dei nonluoghi senz’anima. È questa la scommessa di Andrea Guarneri e Lorenzo Losa, due giovani italiani - un grafico e un matematico - alla guida di TwoReads, una startup che mira a portare alle librerie tradizionali i vantaggi dell’user experience “potenziata” tipica di internet. Chi ama leggere lo sa: un libro tira l’altro. Ed è altamente improbabile - ci racconta Andrea via Skype - che una libreria x non abbia a magazzino almeno 10 titoli che potrebbero interessare a un suo qualsiasi cliente y. Il problema, spesso, sta proprio nel facilitare l’incontro tra domanda e offerta.

Ciao Adriano. Ci racconti che cos’è TwoReads?

a cura di

Andrea Gandiglio direttore editoriale greenews.info

BREVE VADEMECUM

C O N T R O IL GREENWASHING Quando, qualche anno fa, iniziai a usare l’espressione “greenwashing free”, notai un certo spaesamento in molti degli interlocutori. Qualcuno pensava a una nuova forma di lavaggio ecologico offerto gratuitamente, altri, più preparati sul primo termine ma ignari del valore privativo del secondo, si interrogavano sulle oscure ragioni che mi avrebbero spinto a offrire gratis un così brutto e deprecabile servizio. Oggi il significato di greenwashing (la “pennellata di verde” del marketing ingannevole, che fa fine e non impegna) è sicuramente più noto, ma temo sia ancora debole la capacità di giudizio, ovvero quella che Kant definiva come la facoltà di “sussumere il particolare sotto l’universale”, ricondurre il caso specifico in cui ci imbattiamo alla casistica generale. Come dire: sappiamo cosa significhi il termine, ma facciamo ancora fatica a riconoscerne gli esempi concreti nella vita di tutti i giorni. E i furbi ci sguazzano, aumentando i fatturati a danno dei produttori più seri e realmente impegnati nella riduzione dell’impatto ambientale. Nel 2009 l’agenzia di marketing americana TerraChoice ha provato a sintetizzare i 7 peccati capitali del greenwashing, per facilitare il riconoscimento del fenomeno. Primo: evidenziare una sola caratteristica del

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prodotto, assumendo che sia sufficiente a caratterizzarlo come “sostenibile” tout court. L’esempio più attuale e diffuso è quello dei prodotti che puntano tutto sul basso tenore (o la compensazione) delle “emissioni CO2” senza tener conto delle “esternalità” complessive del processo di produzione, dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, delle emissioni di composti volatili dannosi per la salute. In questa casistica rientrano anche quelle aziende che, per il solo fatto di avere installato un impianto fotovoltaico (magari per scopi speculativi, nei tempi d’oro dei primi Conto Energia) si presentano come campioni della green economy. Secondo peccato: la mancanza d’informazione e dati documentabili o certificati a supporto di un claim. Come nel caso di prodotti che vantano percentuali di prodotto riciclato senza fornire elementi oggettivi di verifica. Terzo: la vaghezza di significato. Un claim come “amico dell’ambiente” non vuol dire nulla, così come “naturale”, che – a differenza di “biologico” – non è normato da nessuna legge né disciplinare. Senza contare che anche l’arsenico, l’uranio e il mercurio sono “naturali” – ma velenosi! Quarto: il peccato di irrilevanza, per cui un messaggio pubblicitario può essere vero, ma non significativo per

poter consentire realmente al consumatore di operare una scelta consapevole sul prodotto e sull’azienda. Quinto: il cosiddetto minore dei due mali, che tende a enfatizzare un dato vero, ma significativo unicamente all’interno di una categoria di prodotti, di per sé fortemente impattanti sull’ambiente. Che un bolide di enorme cilindrata abbia i consumi più ridotti della sua categoria automobilistica non è un grande vantaggio per l’ambiente quando quella tipologia di vetture consumi mediamente una quantità di carburante doppia o tripla rispetto ad un’utilitaria. Sesto: l’autocertificazione della propria sostenibilità, sempre più diffuso, con l’applicazione sul packaging di eco-etichette fasulle, che non ricorrono a terze parti o enti di certificazione riconosciuti per la verifica dei dati. Settimo: il caso peggiore dei claim vergognosamente falsi, raro ma presente. Più la green economy cresce grazie ai suoi settori di punta, più cresce il greenwashing ed è necessario, per il consumatore, affinare gli strumenti per capire. Purtroppo il passo successivo dell’industria furbesca è già in atto: il prodotto formalmente inattaccabile dal punto di vista delle informazioni di marketing, ma realizzato sul crinale di quanto concesso dai disciplinari, a scapito della qualità. Ne parleremo in un’altra puntata.

TwoReads è una startup che lavora al miglioramento dell’esperienza di scoperta e di acquisto di libri all’interno di librerie tradizionali, fisiche. Il dibattito sul futuro dell’editoria al momento sembra dominato da un’unica diatriba: “libro di carta o libro digitale?”. Noi di TwoReads però non crediamo che il destino del mercato del libro verrà plasmato dagli esiti di una lotta tra media diversi, tra carta e byte. Pensiamo invece che la vera innovazione passerà da una riorganizzazione radicale delle informazioni riguardanti il prodotto venduto, le informazioni, cioè, che il cliente vorrebbe ottenere prima di acquistare un libro. Partendo da questa idea abbiamo progettato due app: una destinata ad un uso “statico” all’interno delle librerie, ed una più mobile - che siamo ancora testando - pensata per aiutare i singoli lettori a trovare il libro che cercano e le librerie più vicine che lo hanno a magazzino.

Un’app per librerie? Un’app per librerie, sì: un applicativo progettato per essere messo a disposizione della clientela attraverso tablet posizionati strategicamente tra uno scaffale e l’altro. L’app - che comunica col software gestionale del punto vendita - permette ai clienti/utenti di fare ricerche per titolo, autore, genere e tema, leggere recensioni dei libri a cui sono interessati e scoprire se sono in giacenza, disponibili per l’acquisto. Le librerie vendono libri, oggetti meravigliosi e complicati: sono piccoli, diversi e simili l’uno all’altro, catalogabili in mille modi, tutti egualmente validi. Faccio un esempio: l’ultimo romanzo di Camilleri può essere catalogato sotto “gialli”, “narrativa italiana” e “novità”. Con la nostra app vogliamo dare uno strumento in più al cliente/ lettore, favorendo la ricerca autonoma all’interno delle librerie.

Nelle librerie, oggi come oggi, manca la cultura dell’esperienza d’uso - in inglese “user experience” o UX: tutti quei dettagli che fanno sì che l’utilizzo di un oggetto o di un servizio sia immediata, piacevole e positiva.

Un’app al posto del libraio? No: un’app per sostenere il libraio! Per aiutarlo a portare il libro al lettore che lo stava cercando. Il mercato del libro in Italia è nelle librerie, è un dato di fatto. Abbiamo quindi deciso di entrare nei punti vendita e di osservare da vicino il comportamento di chi ci lavora e chi ci va per fare acquisti. La prima cosa che abbiamo notato è che esistono, essenzialmente, due tipi di librerie: quelle mediograndi e quelle piccole. La seconda è che le librerie piccole, forti di un personale preparato, un numero minore di titoli a scaffale, e di un rapporto numerico più equilibrato tra clientela e librai, vendono di più, in proporzione. Perché? L’abbiamo chiesto direttamente ai clienti, intervistandoli. La risposta è semplice: chi entra in una libreria e se ne va senza aver comprato nulla, in genere lo fa perché non è riuscito a reperire abbastanza informazioni - o informazioni abbastanza stimolanti. Da qui è nata l’idea della nostra app: mettere a disposizione uno strumento che vada oltre e scardini il classico concetto di scaffale. Due settimane di test, presso la libreria IBS di Padova, ci hanno confermato un interesse da parte del pubblico: il 42% dei clienti ha interrogato la nostra app e il 20% degli ordini giornalieri consisteva in libri scoperti tramite il nostro sistema.

La vostra app funziona quindi anche come sistema di book recommendation? Sì. L’avventura di TwoReads in effetti è iniziata proprio dal concetto di discoverability. Fantasticavamo di creare un grafo, un sistema ricaricabile di tutti i libri e di tutte le connessioni esistenti tra tutti i libri. Volevamo ricreare la “galassia Gutenberg” teorizzata da Marshall McLuhan nell’omonimo libro. Abbiamo proposto quest’idea agli editori specializzati in saggistica, il genere che vede il maggior numero di rimandi espliciti tra un libro e l’altro a causa di citazioni, note a piè di pagina, bibliografie… Ci siamo scontrati, però, con un certo disinteresse da parte dei player di mercato. Poco male, perché tornando sui nostri passi abbiamo trovato una nuova sfida, cui ci stiamo dedicando con soddisfazione. Siamo stati premiati come migliore startup alla Buchmesse di Francoforte nel 2014 e continuiamo a lavorare per mettere le nuove tecnologie e un design user-friendly al servizio dell’amore per la lettura. Ci siamo chiamati TwoReads proprio per questo: ci occupiamo di due letture diverse, quella dell’umano e quella della macchina. E anche perché, come sa bene chi ama leggere, c’è sempre un altro libro, un’altra lettura che vuoi fare.

TwoReads è stata premiata come miglior idea creativa nell’ambito del digital publishing alla Frankfurter Buchmesse 2014. TwoReads è un progetto di Adriano Guarnieri, grafico, classe 1985, e Lorenzo Losa, matematico, classe 1986.


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20 21 MARZO 2015

BIANCO

– Cap 10100 corso Moncalieri 18, Torino Un cantastorie che non cade mai nella facile banalità della canzonetta di male d’amore. Bianco, classe 1984 è uno dei volti della nuova musica indipendente di Torino. Il suo terzo album Guardare per aria, uscito a febbraio 2015, è fitto di collaborazioni: il sound della scuola cantautorale romana di Niccolò Fabi e Roberto Angelini a confronto con quello del rinato panorama torinese di Levante e Matteo De Simone dei Nadàr Solo.


t o r in o

a cura di Chiara Torta

17 APRILE 2015

MOON DUO

– Spazio 211 via Francesco Cigna 211, Torino I Moon Duo nascono a San Francisco nel 2009 dall’unione di Ripley Johnson dei Wooden Shjips e Sanae Yamada, coppia non solo sul palco ma anche nella vita. Inizialmente ispirati dal leggendario duo di John Coltrane e Rashied Ali, i Moon Duo si sono poi avvicinati a band come Silver Apples, Royal Trux, Moolah, Suicide e Cluster. Chitarre acide, riff kraut, drum muchine, distorsioni, riverberi e voce sussurrante sono gli elementi che hanno caratterizzato il suono straniante e lisergico del duo sino ad oggi. Dopo il successo di Circles sono in tour per presentare il nuovo album Shadow Of The Sun, in uscita a marzo per Sacred Bones.

21

2 APRILE 2015

IL TRIANGOLO

– Blah Blah via Po 21, Torino Una band moderna ma non alla moda, modernista ma non retro, pulita ma non noiosa. Il Triangolo, Marco Ulcigrai (chitarra e voce), Thomas Paganini (basso e cori) e Mauro Campoleoni (batteria), è una band che concilia la tradizione italiana (il Beat anni ‘60, la canzone d’autore degli anni ‘70) a testi immersi nel presente. L’album d’esordio è Tutte Le Canzoni (Ghost Records), registrato e missato presso la Sauna Recording Studio e prodotto da Sergio Maggioni (produttore dell’ultimo album di Syria ed ex bassista degli Hot Gossip).

23 APRILE 2015

JACK SAVORETTI

– Hiroshima Mon Amour via Carlo Bossoli 83, Torino Voce graffiante e melodia pop, considerato dal pubblico e dalla critica una delle più importanti rivelazioni folk rock del panorama musicale internazionale, Jack Savoretti è un cantautore londinese di origini liguri, cresciuto ascoltando Lucio Battisti, Fabrizio De Andrè, Lucio Dalla, Francesco De Gregori. Dopo il grande successo di Before the Storm, del 2012, il 24 febbraio esce il nuovo disco Written in Scars, anticipato dal singolo Home.

15 MARZO 2015

EVAN DANDO

– Arci Biko via Ettore Ponti 40, Milano È ufficiale. Evan Dando sarà finalmente in tour in Italia a marzo. Dopo la buca del 2012, quando è stato annullata l’unica data italiana del concerto con Juliana Hatfield, finalmente lo storico fondatore dei Lemonheads farà contenti i suoi fan italiani con la presentazione di Varshons, l’ultimo album del 2006 del gruppo statunitense. Cover, versioni, come ricorda il titolo, in cui Dando esprime al meglio il suo personale stile melodico, qui più vicino alle venature pop che a quelle hardcore di alcuni lavori precedenti. Da Gram Parsons a Leonard Cohen passando per Townes Van Zandt, i Wire e Linda Perry, Varshons ha visto inoltre la collaborazione di Gibb Haynes dei Butthole Surfers, produttore del disco e la partecipazione di Liv Tyler e Kate Moss.

wha t’s o n

28 MARZO 2015

GIUDA

14 APRILE 2015

– Circolo Magnolia via Circonvallazione Idroscalo 41, Segrate (MI) Hanno da poco firmato per Burning Heart, etichetta svedese di Turbonegro e Refused, i romani Giuda sono quanto di più esportabile nella città di Expo possa capitare quest’anno, e non si mangiano. Evoluzione del gruppo punk romano Taxi, i Giuda sono una band glam-punk’n’roll che si ispira essenziamente a formazioni britanniche come Sweet e Damned passando per Sham 69. Esplosi nel 2010 grazie alla canzone Number 10 dedicata a Francesco Totti, nel loro ultimo album, Let’s Do It Again, si annusa profondamente l’odore degli anni ’70, quando la musica ti faceva battere i piedi e il rock popolare era congiunto al mondo del calcio.

BENJAMIN CLEMENTINE

– ELITA DESIGN WEEK FESTIVAL Pianista londinese di origini ghanesi, paragonato da Paul McCartney a Nina Simone, Benjamin Clementine è un artista a cui la musica ha davvero cambiato la vita. Arrivato a Parigi a 18 anni, notti in rifugi e per la strada, viene scoperto da un discografico e ottiene la sua chance. Oggi, venticinquenne, apre i concerti di Stromae, ha due apprezzati EP all’attivo e ha debuttato con l’album At least for now, uscito il 27 gennaio per Universal Music.

23 APRILE 2015

CALEXICO

– Fabrique via Gaudenzio Fantoli 9, Milano Sul finire degli anni Novanta, decennio in cui il rock ha guardato costantemente in avanti, i Calexico, ovvero Joey Burns e John Convertino, hanno rivolto il loro sguardo indietro riesumando, col piglio austero degli etnomusicologi, musiche di tempi e luoghi remoti, arrivando così a creare una forma di roots-rockpostmoderno, tra complesse partiture strumentali e suggestioni messicane. L’esito è un affascinante road-movie nel deserto dell’Arizona. In attesa del nuovo album, fissato entro il 2015, i Calexico sono in tour dal prossimo aprile per tutto l’anno. Occhio, quella a Milano è l’unica data italiana!

mi lan o

in 6 / 29 MARZO 2015

14 MARZO 2015

FINO AL 10 MAGGIO 2015

UNTITLED SHAKESPEARE (Prima nazionale)

29 / 30 APRILE 2015

THANKS FOR VASELINA

FINO AL 21 GIUGNO 2015

JACQUES HENRI LARTIGUE

– MEF Museo Ettore Fico via Francesco Cigna 114, Torino Una mostra antologica dedicata a Jacques Henri Lartigue (1894-1986) che ripercorre con 136 fotografie l’intera carriera del fotografo, riproponendone i temi più importanti: dai primi scatti realizzati quand’era ancora bambino, dove i soggetti familiari sono i più ricorrenti, ai ritratti degli amici di famiglia, fino a quelli più celebri di piloti di automobili e aerei. Scoperto solo nel 1962 da John Szarkowski, conservatore del Dipartimento di Fotografia del MoMA di New York, e dal grande maestro Richard Avedon, Jacques Henri Lartigue diventa, dopo la sua prima importante personale al MoMA, uno dei capisaldi della fotografia mondiale.

– CineTeatro Baretti via Giuseppe Baretti, 4 ore 21 regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi con Gabriele Di Luca, Ciro Masella, Massimiliano Setti, Beatrice Schiros, Francesca Turrini Gli Stati Uniti d’America e i Paesi alleati hanno deciso di bombardare il Messico, distruggendo tutte le piantagioni di droga. Fil, cinico-disilluso, e Charlie, animalista e difensore dei diritti civili, entrambi trentenni e con un futuro incerto, coltivano nel loro appartamento grossi quantitativi di Marijuana per tentare il colpo della propria vita: creare un grande mercato di erba dall’Italia al Messico. Ai due spacciatori si aggiungeranno Wanda, una trentenne obesa, membra di un fallimentare corso di autostima, e Lucia, madre di Fil, una cinquantenne frustrata. Thanks for Vaselina è la storia di esseri umani sconfitti e abbattuti. Un ringraziamento a tutto ciò che fa leva sul nostro dolore, sulle nostre speranze, sulla solitudine e il nostro bisogno d’amore per ricavarne qualcosa.

– Stalker Teatro, Officine Caos piazza Eugenio Montale 18/A, Torino ore 21 scritto, diretto e interpretato da Man with a Porpoise Tre idioti si incontrano in un café a Parigi. Decidono di mettere in scena uno spettacolo, ma si perdono nei preparativi e… si ritrovano in Inghilterra. Scelgono così di rappresentare un’opera di Shakespeare, non ricordano né titolo né storia, solo quali saranno i costumi. Portano i costumi in teatro, sperando che lì ci siano il titolo e la storia ad aspettarli ma… si ritrovano in Italia. Trovano un teatro a Torino e decidono di andare in scena lo stesso con l’unico testo che conoscono, spacciandolo per shakespeariano. Dopo il successo di Liverpool e al Fringe Festival di Praga, Man with a Porpose torna in Italia con un divertente spettacolo di sbadata clownerie ispirata alle opere di Shakespeare, che fonde commedia, cabaret e musica live.

FINO AL 18 APRILE 2015 FINO AL 26 APRILE 2015

ROBERT CAPA IN ITALIA. 1943-1944

– Spazio Oberdan viale Vittorio Veneto 2, Milano L’esposizione, curata da Beatrix Lengyel, ci racconta lo sbarco degli Alleati in Italia attraverso gli occhi di colui che è considerato il padre del fotogiornalismo, che ha saputo guardare da vicino gli eventi, affiancandosi al dolore. Le 78 fotografie esposte mostrano una guerra fatta di gente comune, di piccoli paesi ridotti in macerie, di soldati e di civili vittime di una stessa strage, tutto trattato da Capa con la stessa solidarietà che gli permette di fermare la paura, l’attesa, l’attimo prima dello sparo, il riposo, la speranza. Come spiega John Steinbeck “Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perchè è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”.

YES WE’RE OPEN

– Galleria Giò Marconi via Alessandro Tadino 15, Milano La galleria Giò Marconi festeggia il trasferimento nel nuovo spazio di via Tadino 20, in occasione dei suoi venticinque anni di attività, con una selezione di opere di ventisette artisti che negli anni hanno esposto le loro installazioni presso i suoi spazi. Un percorso importante quello di Giò Marconi iniziato nel 1990 accanto al padre Giorgio nello Studio Marconi 17, un primo laboratorio sperimentale per giovani artisti, critici e operatori culturali. Nell’ultimo quarto di secolo la galleria ha affiancato scelte coraggiose e in anticipo sui tempi, come la prima personale italiana dei fratelli Chapman nel 1996, a un costante lavoro di talent scouting nel panorama internazionale.

BAU BAU. CÉLINE CONDORELLI

– HangarBicocca via Chiese 2, Milano Un’artista che vive e lavora tra Londra e Milano, Céline Condorelli si distingue per la capacità di costruire relazioni tra l’arte, il design, l’architettura, lo spazio e il contesto sociale attraverso un approccio performativo e coinvolgente. Ne è un esempio, bau bau, che da il titolo alla mostra, il bar-installazione permanente che ha realizzato per il museo di arte contemporanea di Lipsia e la cui insegna campeggia sulla facciata esterna dell’Hangar Bicocca. La prima mostra personale in Italia della Condorelli, a cura di Andrea Lissoni, presenta alcuni dei suoi progetti più significativi insieme a un’opera realizzata appositamente per HangarBicocca, nata da un’inedita collaborazione con l’innovativo Polo Tecnologico Pirelli di Settimo Torinese.

LA PALESTRA DELLA FELICITÀ (Prima nazionale)

– Teatro Elfo Puccini – Sala Bausch corso Buenos Aires 33, Milano regia di Elena Russo Arman, testi di Valentina Diana La palestra della felicità è il luogo ideale per allenare ogni tipo di pulsione vitale e poco importa se la pulsione è rabbia, violenza e desiderio di sopraffazione. A e B sono i protagonisti di questo luogo. A e B non hanno un nome. A e B sono condannati a ripetere in eterno un rituale di violenza e autodistruzione che li porterà ad annientarsi, uccidersi e rinascere come in un videogame, attraverso continue metamorfosi, trasformandosi ora in vittime. Belve sempre più insensibili e indifferenti ai bisogni dell’altro, che perdono di vista il vero motore del loro conflitto: un disperato bisogno di felicità. Un nuovo progetto per Elena Russo Arman che si avvale qui della collaborazione di Valentina Diana, scrittrice e drammaturga emergente (in libreria con Smamma, Einaudi), e che la vede protagonista accanto a Cristian Giammarini, compagno di palcoscenico in tante produzioni dell’Elfo da Angels in America, Improvvisamente l’estate scorsa e La Discesa di Orfeo.


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INTRATTENIMENTO, VARIE ED EVENTUALI

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dizionario del lusso low cost

mufimakeup a cura di Margherita Costa

di Giovanni Ceni

S Ho scritto Dizionario del Lusso Low cost dopo una domenica pomeriggio in un centro commerciale pieno di merce orribile, di persone stanche e senza sorriso che lavoravano tutta la settimana per potersi rilassare comprando qualcosa. All’uscita i cassonetti vomitavano spazzatura. Nello sterminato parcheggio i fumi dei gas di scarico delle auto ti prendevano la gola. I capannoni industriali intasavano il paesaggio circostante bloccando l’orizzonte. Ho pensato che tutto questo non fosse indice di benessere né tanto meno di lusso così ho deciso di dire la mia. Scusate lo snobismo, del resto mi sembra il male minore.

Senso del possesso — Lussuoso, opulento solo se adombrato dall’imminente perdita. È di lusso possedere un imponente maniero avito solo l’ultima settimana prima della vendita, l’amante la notte prima della vostra inevitabile partenza. L’attrazione per il rischio sta in questo: il lusso di una manciata di fiches pochi istanti prima di perderle. Sé stessi — Il vero lusso, quello definitivo, è la produzione di noi stessi nel mondo. Sarete mal tollerati: è il prezzo che pagherete senza scomporvi come fa chi perde al gioco Sete — Ristoratevi con un bicchier d’acqua, che sia fresca, pura, non di frigo. Il bicchiere d’estate sarà grande, leggero, di vetro soffiato trasparente. Signore e signori — “ Signora prego, dopo di lei “, “ Ti presento la signora xxx”. Ridicolo il “ Mi saluti la sua signora” che fa molto Totò o Alberto Sordi. Non si usa più. Il “signora e signore” è stato abbandonato. Un peccato. A volte una certa cerimoniosità spagnolesca rende meno agre molte frasi, ci fa sembrare meno aggressivi. In coda: “Signora aspetti il suo turno” è più lussuoso del semplice: “Aspetti il suo turno”. Snob — Siatelo nei momenti di disperazione, quando sentite la volgarità che vi prende la gola. Forse non risulterete simpatici, vi sentirete sciocchi ma si tratta di un piccolo lusso. Un po’amarognolo, un po’acidulo, legherà la bocca ma col tempo capirete di averne avuto bisogno. Stabilità — Il senso del lusso è lontano dalla stabilità. È il pensiero sistematico che tende alla stabilità. Spazio — Il senso del lusso richiede enormi spazi liberi e vuoti. Un’abitazione grande è costosa. Se potete andate ad abitare lontano dalle grandi città dove le case costano meno. L’amante del lusso proverà piacere nel constatare che il suo disordine materiale e spirituale si disperde nella vastità della dimora dove alloggia il suo corpo. Spettatori — Il lusso non ha bisogno di spettatori, non si esibisce. Spreco — Il lusso oggi ha in orrore lo spreco. Il tempo sprecato non è sprecato. Suicidio — Il senso del lusso impone di organizzare il vostro con gentilezza e distacco, senza seminare odiosi sensi di colpa fra amici, parenti, amanti. Quello degli altri: a poco servono per spiegarlo le frasi dei conoscenti pettegoli: “lei lo tradiva, poveretto”, oppure “ l’azienda andava male da tempo, sai che avevano venduto tutti i gioielli di lei...”. Osservazioni ristrette. Gli amanti del lusso taceranno. Guarderanno altrove.

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la pillola di Lucio RIFLESSIONI SEMISERIE SU VITA, MORTE E MIRACOLI di Luciano Gallo Improvvisazione. Nel linguaggio comune il termine improvvisato di solito indica una cosa fatta male. Non è così per il Teatro di Improvvisazione. A differenza di quanto si pensi, il Teatro di Improvvisazione è fatto di regole che gli attori usano per poter creare scene e immagini da regalare al pubblico. Disponibilità all’ascolto, condivisione delle proprie idee e accettazione di quelle degli altri, lavoro di gruppo, valorizzazione del compagno in scena, utilizzo del contributo esterno dato dal pubblico o dagli attori, valorizzazione dell’errore e accettazione delle sfide, sono solo alcune delle regole che fanno del Teatro di Improvvisazione una manifestazione incredibile di convivenza democratica. Cosa accadrebbe se noi vivessimo ogni giorno seguendo le regole dell’improvvisazione? Cosa succederebbe se salutassimo ogni persona come se fosse un partner di una potenziale scena? Se abbracciassimo il suo ingresso nella nostra vita come un valore aggiunto? Se lo vedessimo e lo ascoltassimo con l’abilità di mettere a fuoco il suo potenziale e riuscissimo a onorarlo utilizzandolo al meglio per rendere la sua e la nostra vita migliori? Cosa accadrebbe se noi abbracciassimo tutte le sfide che ci arrivano come dei veri e propri doni? I dubbi come momenti per avanzare? L’esitazione come abbandonando? Se tutti gli improvvisatori al mondo facessero una rivoluzione e iniziassero ad usare quell’energia, quella gioia, il dramma e l’accettazione che si usa nell’improvvisazione teatrale, nella vita di tutti i giorni, se riuscissero a trasmettere a tutti quelle semplici regole di convivenza, credo davvero che il mondo interno ne avrebbe un grande beneficio. Lavoro assieme ad altri compagni attori di improvvisazione e di teatro sociale ad un progetto che si chiama Teatro di Giornata (www.teatrodigiornata.it) che lavora proprio con il Teatro di Improvvisazione. Il nostro obiettivo è realizzare spettacoli, basati sull’incontro tra un gruppo di artisti, un territorio, o un luogo, e la comunità che lo abita. Il nostro prossimo evento sarà il 28 marzo 2015 al Teatro Fassino via IV novembre 19 ad Avigliana Se volete farvi un’idea su cosa sia uno spettacolo di Improvvisazione Teatrale, non dovete fare altro che venire a trovarci. Scrivetemi le vostro opinioni sulla pagina Facebook “Pillola di Lucio”.

Pink Power! Rosa è la risposta alla vostra domanda sul colore di tendenza questa primavera. La notizia mi rende felice? No. Il rosa è un tono mortifero per la maggior parte delle carnagioni. Molto difficile da indossare, l’effetto Barbie Girl è dietro l’angolo. Primo altolà di Mufi: non comprate mai mai mai e poi mai una palette di ombretti dai colori pastello. Azzurrino, verdino, albicocchino e – peggio dei peggio – lilla sono toni che nessuno vorrà vedervi sugli occhi. Basta un attimo di distrazione nell’applicazione e sembrerete reduci da una festa delle medie a base di pop corn e bibite analcoliche. Fate piuttosto attenzione che insieme ai colori chiari, che posso ammettere sulla palpebra mobile oppure all’interno dell’occhio per fare da punto luce, nella palette ci sia sempre un colore più scuro per creare delle ombre che valorizzeranno il vostro sguardo. Se poi vorrete acquistare un rossetto rosa, il mio consiglio è di cambiare idea immantinente. Qualora foste invece spinte da un impeto irrefrenabile, allora cerchiamo di arginare i danni. Prima di tutto occhio al finish: le perlescenze lasciatele alla nonnina. Se il rossetto è matte, allora occhio al tono di rosa. Troppo chiaro e sembrerete Nicki Minaj alle prese con la sua Anaconda. Troppo freddo e sembrerete un cadavere. Troppo caldo e avrete i denti gialli. Io consiglio di andare piuttosto su un fucsia tenue dalla texture leggera oppure su un gloss a lunga tenuta. Molto bene invece per il blush! Un tocco di polvere rosata sulle guance e sembrerete subito sane e rubiconde, fresche come un fiore di primavera! Per questo e altri segreti sul makeup venitemi a trovare sul blog mufimakeup.blogpsot.it Baci!

trendtopics by Caterina Marini

CAROLINA GIMENO,

cilena di Valparaiso, è la terza generazione di una famiglia di gioiellieri. Il suo desiderio era dedicarsi all’arte piuttosto che alla gioielleria tradizionale e dopo vari studi tra Cile e Spagna nel 2014 termina un Master di Gioielli artistici nella University College of Arts, Crafts and Design di Stoccolma, dove risiede attualmente. Dice che “attraverso il suo lavora investiga l’atto di decorare il corpo come un’importante necessità umana” e pensa quindi che la decorazione sia un mezzo di comunicazione che aiuta a sviluppare la propria identità. Si specializza nell’uso di “smalto vetrificato su metallo” utilizzando metalli preziosi per creare gioielli contemporanei abbinando il rame, l’argento, il legno e la porcellana smaltata. Le sue creazione sono esposte in varie gallerie d’arte a Stoccolma, Barcellona e New York. Da tenere d’occhio! www.carolinagimeno.com

horoscocult di Nicoletta Diulgheroff

ARIETE.

Primavera che vi vede partire belli carichi di nuove energie anche erotiche, protetti nel portafoglio, e con attività lavorative in ripresa: sia marzo sia aprile proficui e gratificanti su diversi fronti. Anche i pur sempre tartassati nati fra il 3 e il 6 aprile possono iniziare a rialzare la testa, e tirare un po’ il fiato.

TORO.

Marzo finalmente più godereccio e soddisfacente, su tutti i fronti, a partire da metà mese. Buone le chance amorose e ripresa più soddisfacente del lavoro. Aprile energico, a tratti fin troppo, per cui attenzione a non sbottare a vanvera, perdendoci in termini di salute e buon umore. Probabili aumenti di spese.

GEMELLI.

Buona la carica erotica a marzo, meno buone comunicazione e prontezza di riflessi mentali, per cui anche i contatti lavorativi potrebbero risentirne. Dal 12 aprile circa miglioramenti di forma, di rapporti affettivi e anche di risultati gratificanti sul lavoro. Aiuti consistenti che arrivano e rischiarano l’umore.

CANCRO.

Marzo più invernale che primaverile per voi, decisamente in trincea sul lavoro, pur se protetti economicamente. Forma e rapporti non brillanti. Un bel cambio di passo con risveglio e rivincite ad aprile, quando le soddisfazioni erotiche ripagano ampiamente i malumori del mese precedente.

A febbraio inizierò un corso introduttivo all'astrologia, articolato in 10 appuntamenti settimanali di due ore. Per info: diulghi@gmail.com

LEONE.

Soffiano venti amorosi esaltanti e tutto sembra possibile a marzo, sia per i single che per gli accasati! Anche i ritmi di lavoro aumentano, il che non genera solo stress, ma occasioni e gratificazioni, basta cavalcare l’onda e non farsi prendere dalla rabbia ad aprile se tutto non continua a girare a mille: calma!

VERGINE.

Se marzo non sarà una meraviglia portandosi dietro umore faticoso e tanti fastidi e rogne sia nei rapporti di coppia sia in quelli sul lavoro, aprile permetterà di riscattarsi e girare a proprio favore proprio quei nodi affettivi e relazionali che il mese prima vi avevano frustrato. Anche le finanze in ripresa a d aprile.

BILANCIA.

Marzo bellicoso richiede di arrivare al dunque nei rapporti ormai usurati, di non sparare bordate a vanvera in campo lavorativo, e di prendersi più cura di sé. Miglioramenti in vista negli stessi settori ad aprile, ma ne godrete solo da metà mese. Per fortuna finanze protette e che tengono ad aprile.

SCORPIONE.

È il lavoro quotidiano e di routine che va molto ben organizzato a marzo e ad aprile, perché sarà faticoso e impegnativo e anche il portafoglio piangerà forse per eccesso di disorganizzazione. Bellicosi sarete anche con eventuali partner per cui attenzione a non “mangiare” rabbia, e a non scaricarla sul corpo.

SAGITTARIO.

Marzo in ripresa netta, con novità per qualcuno esaltanti in campo affettivo. Lavoro che gratifica con occasioni da cogliere al volo, senza rendersi antipatici se a tratti inciamperete in obblighi non graditi. Aprile che richiede assorbimento quasi totale sul lavoro, e può rendervi troppo assenti da partner e amici.

CAPRICORNO.

Potrà sembrare che a marzo si sia ripiombati tra le secche frustranti di alcuni mesi fa, sia nei rapporti affettivi sia per quanto riguarda finanze e lavoro, ma l’ansia e la rabbia van controllate, perché aprile promette armonia e soddisfazioni proprio in quei settori che avevano creato problemi a marzo: ripresa!

ACQUARIO.

Marzo in crescendo per godersi relazioni magari non eterne ma gratificanti per l’io, e per stringere nuovi contatti e contratti, forse non definitivi ma almeno promettenti. Finanze in ripresa e da conservare, anche perché aprile si presenta nervosetto e molto meno esaltante un po’ su tutti i fronti, ma passa.

PESCI.

Marzo gratificante soprattutto nei settori lavoro e finanze, cosa che ringalluzzisce non poco, con la certezza di raccolti economici abbondanti ad aprile. Anche l’amore sarà stuzzicante e per due mesi sarete iperattivi e seduttivi, ad aprile le performance amorose saranno al top, e lo stesso la forma psicofisica.


DMAG 13

disegno di Andrea Guerzoni

marzo/aprile 2015

pubblicazione gratuita anno IV numero 14

14 DMAG 24

DMAG14 Improvvisazione  

Lasciare fluire i propri pensieri, il proprio moto creativo, dando spazio alla narrazione del proprio io interiore, d’impulso. Il gesto arti...

DMAG14 Improvvisazione  

Lasciare fluire i propri pensieri, il proprio moto creativo, dando spazio alla narrazione del proprio io interiore, d’impulso. Il gesto arti...

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