Versione a5 lulu nishi ediz needle 2013

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Mr Nishikawa volume 1: L’addestramento

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“Dedico questo primo volume a Elena Liberati e Chiara Chiarini. Senza di loro non l’avrei mai cominciato. Lo dedico a Sonia Matteodo, a sua figlia e a suo marito che le sono sempre stati accanto durante la correzione dell’edizione 2012. Dedico questo libro a Needle che con la sua pazienza ha letto il volume e ha corretto i miei blablabla.” CF

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Agosto.

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1 Mr Nishikawa

Il sole di quella torrida giornata estiva era quasi allo Zenit, quando il Jumbo della JAL eseguì l’ultimo rullaggio per poi fermarsi definitivamente sulla pista d'atterraggio. Il portellone si aprì e i passeggeri cominciarono ad uscire formando due file ordinate. Irene si fermò sul gradino più alto della scaletta, guardando stupefatta davanti a sé. L'asfalto ribolliva e faceva salire un'aria densa e vischiosa, quasi irrespirabile. La accolse una folata di vento caldo che la lasciò senza fiato. “Meno male che a Tokyo doveva piovere sempre!” si disse, marciando a passo deciso verso la navetta che l'avrebbe condotta al ritiro bagagli del terminal 1. Lì almeno avrebbe trovato un po' di aria condizionata e una tregua a quel caldo insopportabile. Passato il controllo documenti, uscì e si guardò intorno disorientata. D’altra parte l'avevano avvisata. Se c'era una cosa che Takaya Nishikawa si sarebbe rifiutato di fare era venire ad accoglierla all'uscita con un sorriso. Secondo le istruzioni che le erano state impartite, il suo futuro istruttore l’avrebbe aspettata seduto alla panchina numero 72 dell’uscita Ovest. Il segno di riconoscimento? Un elegante completo blu con un fazzolettino nel taschino. Irene sospirò. L’aeroporto di Narita palpitava di uomini e donne per lei tutti uguali e avere una foto del suo futuro istruttore non avrebbe di sicuro reso la ricerca più facile. Mentre cercava il cartello con la scritta “Uscita Ovest” le venne in mente quello che le aveva detto il Direttore Generale del Reparto Agenti della Secret Service Agency:

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«Takaya Nishikawa è sicuramente il miglior istruttore che abbiamo, ma è un dannato testardo che non conosce il significato della parola "limite" né in missione né in addestramento e né alla sua vita privata». «Sì, Kaichō, la sua fama è giunta anche alle mie orecchie» rispose Irene. «Ritiene di poter operare al di sopra delle regole e lei, signorina, dovrà fargli capire quale opportunità rappresenta offrirle un'adeguata preparazione.» Il capo fece una pausa. «Il successo del suo addestramento potrà, infatti, cancellare la mancanza di ortodossia del suo allenatore, riabilitandone la reputazione. Nonostante il suo temperamento,» continuò «penso che Nishikawa sia un elemento indispensabile alla S.S.A. Tengo molto a questa missione e ho scelto lei perché, oltre a essere una delle allieve più promettenti, è anche l'unica che possieda le qualità necessarie a scuotere quella testa di legno. Le do carta bianca. Usi ogni mezzo a sua disposizione.» Ancora adesso Irene s'interrogava sul significato di quelle parole. Il suo futuro istruttore aveva fama di essere un tipo sopra le righe, donnaiolo e scapestrato. All'Accademia di Reclutamento era una specie di leggenda. La mancanza di disciplina si alternava a una lunga lista di successi e, per quanto i due aspetti fossero tra loro contrastanti, rappresentavano le due facce di una stessa medaglia. Allo stesso tempo impareggiabile e spregiudicato, Mr Nishikawa era infatti in grado di colpire con la precisione di uno spillo per poi cacciarsi nei guai a causa della sua continua insubordinazione. Le reclute erano affascinate da quella figura ma, quando ne parlavano, lo facevano con circospezione. Come se l'ammirazione per quell'individuo potesse gettare su di loro il discredito dei superiori. Dal canto suo, Irene aveva sempre preferito non badare alle chiacchiere. Era troppo coscienziosa per interessarsi ad un tipo del genere. Anzi, provava una sorta di disprezzo nei confronti di un agente che sembrava non conoscere alcun limite alla propria presunzione. 8


Per questo non fu particolarmente felice che gliel’avessero assegnato proprio lui per la conclusione del suo training. Tuttavia, le era chiaro che avrebbe avuto davvero successo solo se, oltre ad acquisire le necessarie competenze per diventare un agente operativo, avesse indotto il Signor Nishikawa a rientrare nei ranghi. Il Direttore non aveva fatto alcun cenno ai modi per convincerlo a rigare dritto, ma a suo favore sembrava esserci solo il fatto di essere donna. La seduzione le pareva l'unica 9


arma in suo possesso e probabilmente la sola a cui il suo istruttore avrebbe ceduto. Quell’idea di merda non le piaceva affatto! Arrivata alla panchina numero 72 i suoi occhi cercarono la figura in blu, ma nessuno aveva quel completo. Tutti giapponesi, tutti identici: colletto bianco, giacca e pantaloni neri. Che non fosse venuto? Se lo doveva aspettare ed un certo risentimento cominciò a ribollire dentro di lei. È vero, la missione non la rendeva molto felice, ma nessuno doveva osare piantarla in asso. E soprattutto non in quel modo. Decise allora di uscire dall’aeroporto da sola, quando qualcosa non la fece rallentare di colpo. Sulla panchina numero 88 un uomo e una donna si baciavano con passione. Lui, un bel ragazzo in maglioncino blu e jeans; lei, una rossa in fuseaux verdi. Un po’ di colore in un mare di sagome corvine. Seduti l’una a cavalcioni dell’altro, i due non sembravano badare agli sguardi maliziosi della gente che passava davanti a quel continuo intrecciarsi di lingue e di braccia. “Oddio!” pensò Irene. “Se voglio uscire, dovrò passarci proprio davanti. A quanto pare, ogni mia idea su questo posto si sta rivelando fasulla. Credevo che i giapponesi fossero più pudici nelle loro esternazioni in pubblico!” Lentamente si avvicinò alla panchina, cercando di guardare da un’altra parte e fingendo di non vedere quei corpi allacciati che si abbandonavano al piacere toccandosi e dimenandosi. Si sentì davvero a disagio. “Queste cose si fanno anche nel mio paese, certo. Però si scelgono gli angoli più riparati dei giardini pubblici e almeno si aspetta il tramonto”. Fissando ostinata un punto imprecisato davanti a sé, alla fine riuscì a passare sotto quelle forche caudine. Ma la giacca dell’uomo ripiegata con cura in un angolo della panchina attrasse per un istante la sua attenzione. Fuori dal taschino faceva capolino un fazzoletto di seta.

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“Quindi quell'uomo è il famoso Takaya Nishikawa!” realizzò Irene. “È venuto, ma si è seduto su una panchina poco distante. Magari per controllare con chi avrebbe avuto a che fare. Probabilmente ad un certo punto si stava annoiando e ha pensato bene di occupare il tempo in modo piacevole”. E Irene avrebbe dovuto sedurre un tipo del genere? Sarebbe stata fortunata se non avesse approfittato di lei. In che guaio si era

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cacciata! L'idea che il successo del suo percorso formativo dipendesse da quel tizio la faceva ribollire di rabbia. Si rivide alla scuola di Taekwondo, impegnata a tempestare di colpi un manichino di legno con la faccia di Nishikawa. «Non ci posso credere!» si disse al culmine dell’indignazione. «La sua fama di debosciato è più che meritata! Non è riuscito a comportarsi in modo appropriato neppure per il tempo necessario a prelevarmi dall'aeroporto, figuriamoci se non sa che in questo paese sono da evitare le effusioni in pubblico! Si vede, che le regole non fanno proprio per lui. Me ne vado nel primo albergo che capita e per oggi mi dimentico della sua esistenza. Non lo voglio proprio vedere quell’uomo!» Continuando nel suo monologo, sdegnata e sentendosi tradita: «Al Direttore, dirò che non c’è stato verso di incontrarlo. Se ne vada pure all’inferno, razza di pervertito erotomane!» Irene varcò il cancello, ma proprio in quel momento arrivò a sirene spiegate un’auto della polizia che inchiodò i freni a pochi metri da lei. Fu un’azione lampo. Gli agenti entrarono, fecero un po’ di trambusto e uscirono veloci trascinando a braccetto Mr Nishikawa. Debitamente ammanettato... E recalcitrante. A Irene venne da ridere. "Questa sì che è la filosofia orientale! Calma, non scaldarti, fai finta di non vedere niente... e chiama chi di dovere. Che bravi, gli impiegati dell’aeroporto!" Ridendo ormai a più non posso, Irene osservò gli agenti che avevano una certa difficoltà a infilare Takaya nella vettura. Il signor Nishikawa infatti non si dava certo per vinto: puntava i piedi, urlava parole giapponesi che per le orecchie di Irene risultavano incomprensibili e non ne voleva assolutamente sapere di obbedire. Pochi minuti dopo, sopraggiunse un’altra volante. Questa volta della polizia femminile. Due donne poliziotto scesero dall’auto e caricarono a bordo la sfiammante partner di Takaya. “Questo sì che è giusto! Separazione tra i sessi!” pensò Irene sogghignando. 12


Quando ormai non c’era più niente da vedere, decise di incamminarsi per prendere il Narita-express e andare a Tokyo. Ci avrebbe messo circa un’ora per raggiungere il centro, il tempo sufficiente per riposare e pensare al da farsi. Aveva ancora le lacrime agli occhi a forza di ridere quando le venne in mente una cosa: non sarebbe stato forse suo dovere recarsi alla centrale di polizia? Quanto denaro aveva nella borsetta? Abbastanza da pagarsi un buon albergo, ma forse anche abbastanza per pagare la cauzione e far rimettere in libertà provvisoria quell'incosciente. Certo però che qualche giorno al fresco se lo meritava proprio. Bisognava, però, pensare anche alle possibili ripercussioni che quell’episodio avrebbe potuto avere su di lei. In quel modo non rischiava forse di non completare l'addestramento? E lo stesso valeva per Mr Nishikawa. Certo, il suo comportamento era a dir poco deplorevole, ma Takaya era anche la chiave di volta per la soluzione di molti casi spinosi. Irene sapeva di essere, in un certo senso, l’ultima occasione che l'Agenzia gli concedeva. Il disgusto per quell'individuo lottava con il suo senso del dovere. Allora, non era meglio per entrambi darsi una mano? Sicuro, ma avrebbe proprio dovuto condurlo sulla retta via a forza di moine? Insomma, basta così! Qualcosa bisognava pur fare. Arrivata a Tokyo, Irene scese dal treno, aprì la borsetta e si accertò che la grossa mazzetta di yen fosse al suo posto. Seppure a malincuore, la decisione era stata presa. “Mi cerco una pensione di quarta categoria e poi vado in centrale a pagare la cauzione”, pensò, mentre una smorfia le corrucciava il viso. “Però mi guardo bene dall’avvicinarmi a quel maniaco. A casa sua non ci vado manco morta!” Si promise a se’ stessa. Camminando per le affollatissime vie del centro, Irene si fermò proprio in mezzo al marciapiede. Una grande insegna rossa con la scritta “Granada Hotel” a caratteri cubitali attirò la sua attenzione. 13


Salì alcuni gradini e subito un giovanissimo e solerte facchino le venne incontro. Le fece un gran sorriso, qualche frase di rito, che Irene credette di comprendere e il ragazzino le mostrò gentilmente l’entrata. Una grande vetrata occupava tutta la facciata della hall dell’albergo. Un hotel a tre stelle, che nella sua Italia avrebbe tranquillamente meritato qualche stella in più. Irene non riuscì a trattenere l’entusiasmo. La hall era grande e accogliente, con un sontuoso divano dall’aria comoda. «Fantastico!» I volti delle ragazze della reception e le loro voci gentili la invitavano ad andare avanti. Non se lo fece ripetere due volte. E già l’immagine di Nishikawa si faceva più lontana. Il piccolo facchino la riportò alla realtà porgendole il palmo della mano. Quel suo ironico sorrisetto le fece capire che esigeva una ricompensa. Irene con un veloce cenno della mano lo pregò di aspettare. Dalla borsetta tirò fuori tutti gli spiccioli che aveva e glieli porse gentilmente. Il ragazzo dovette usare entrambe le mani per contenerli tutti. Guardandola di sbieco, borbottò qualcosa di incomprensibile, in un tono ben lontano da quella soavità con cui l’aveva invitata. Voltò i tacchi e se la filò dietro il bancone della reception. Irene pensò che forse era meglio andare al sodo. Le avevano rivolto tanti sorrisetti cortesi ma, se non avesse prenotato subito una stanza, l’avrebbero sicuramente cacciata senza troppi convenevoli. Le diedero la 212. Era l’unica disponibile, con vista sul parcheggio. Questo le avrebbe permesso di osservare bene chi entrava e chi usciva e soprattutto controllare le visite impreviste di Nishikawa, una volta tornato a piede libero. Aveva però due inconvenienti: primo, era al secondo piano e, se avesse dovuto scappare, non avrebbe potuto usare la finestra. Secondo, non c’erano muretti a cui aggrapparsi né scale antincendio su cui fuggire e lei non era brava ad arrampicarsi. 14


Alla fine decise che se ne sarebbe occupata più tardi. «Ora mi riposo» si disse Irene. Non riusciva a pensare ad altro. Sul letto della camera accanto c’era uno yukata, un leggerissimo kimono gentile offerta dell’hotel, che la invitava a tuffarsi dentro le coperte. Benché fossero solo le quattro del pomeriggio, sedici ore di volo e il fuso orario cominciavano a farsi sentire. Aveva bisogno di rilassarsi. Tornò nella hall per chiedere dove fosse la sauna. Le ragazze le parlarono in un inglese incomprensibile che la fece riflettere. "Devo assolutamente imparare il giapponese", realizzò Irene. La Yakuza non si spreca certo a fare la traduzione simultanea durante i suoi delitti. La sauna fece il suo dovere e le distese i nervi. Ora desiderava solo dormire. Avrebbe prestato aiuto a Takaya Nishikawa la mattina dopo. ***

Nel torpore delle coperte Irene si sorprese a pensare al profilo di Nishikawa, ai suoi capelli così neri, morbidi e lisci. Ad ogni movimento del capo la lunga frangia scivolava sui lineamenti regolari della fronte, lasciando intravedere uno sguardo seducente e penetrante. Si voltò sull'altro fianco, cercando di scacciare quel pensiero ossessivo. Ma nulla riusciva a distrarla. L’orologio segnava le sette di sera. Aveva una voglia matta di sapere che fine avesse fatto il suo futuro sensei. Il cellulare da polso sul comodino sembrava aspettare solo lei. Le bastava prenderlo e fare una semplice telefonata alla stazione di polizia competente. Alla fine si decise, cercò il numero e chiamò. In

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un Inglese un po’ strascicato a causa della stanchezza, chiese notizie al poliziotto di turno. «Andato? Come sarebbe a dire? Mr Nishikawa è già stato liberato? E da chi?» Anche il poliziotto parlava in inglese, ma non molto meglio di lei. Le riferì che era sicuro di quel che diceva. Qualcuno aveva pagato la cauzione. Forse era stata una donna. Difficile capirlo dagli equivoci di un diverso idioma! “Meglio per lui!” pensò Irene. Ringraziò dell’informazione e riattaccò. Era distrutta. Tornò sotto le coperte, questa volta decisa a dormire. Aveva avuto tutte le informazioni che voleva. Ora non doveva più pensare alla sorte di Nishikawa. L’avrebbe contattato in qualche modo l’indomani. Passò una nottata turbolenta a girarsi e rigirarsi nel letto, finché a notte fonda si risvegliò con un enorme buco allo stomaco. In camera non c’era niente di solido da masticare, solo bibite d’ogni genere. “Accidenti! Avrei dovuto pensarci prima!” Il pranzo della compagnia aerea non poteva calmarle l’appetito per un giorno intero. Un panino le sarebbe bastato. Ma era tardi e forse la cucina era già chiusa. Avrebbero fatto uno strappo per lei? Almeno dei cracker, delle noccioline al bar della hall? Si rimise la maglietta e uscì nel corridoio. Di fronte alla sua c’era la stanza 211. All’interno una donna dalla voce languida emetteva dei gemiti. Li sentiva così chiaramente che le venne il sospetto che si trattasse di un film porno. Chi diavolo poteva darsi da fare così rumorosamente se non una professionista? A Irene non interessava affatto ascoltare e decise di passare oltre. Desiderava solo mettere qualcosa sotto i denti. Ma, dopo aver fatto due passi, si bloccò. L’uomo in stanza sembrava innervosito e la sua voce le suonava familiare. «Takaya?» Con un gemito il nome le uscì dalle labbra. «ma come mi viene in mente? È impossibile! Non sa nemmeno che faccia io abbia! E come può immaginare che io sia proprio qui, in quest’albergo, tra tutti quelli che ci sono a Tokyo? Sono 16


stanca e inconsciamente mi sento in colpa per averlo lasciato dietro le sbarre. Così credo di sentire la sua voce da ogni parte. Sì, deve essere questa la ragione». Poi la porta si aprì di schianto. Istintivamente Irene fece un salto all’indietro andando a sbattere contro il muro. Sull’uscio della porta una donna tentava di trattenere un uomo di spalle che si divincolava. Irene si sentì colta in flagrante e come un fulmine tornò nella sua camera. «Oddio! Mi avranno notato? Ma proprio ora dovevano litigare quei due?» Le urla, anziché diminuire, aumentavano. E più Irene sentiva la voce dell’uomo, più si convinceva della somiglianza con quella di Nishikawa. Intanto, il suo stomaco si era rimesso a borbottare. La fame stava prendendo il sopravvento e doveva lasciare perdere la discrezione per cercare immediatamente qualcosa da mangiare. Appoggiò l’orecchio alla porta. Silenzio. “Benissimo,- pensò- posso uscire!” e, prendendo coraggio, si affacciò sul corridoio. I due di prima non c’erano più. Probabilmente erano rientrati in stanza. Magari se n’erano andati. Intanto, il facchino del giorno prima stava uscendo da un’altra camera con un pacchetto fra le mani. Appena la vide, cercò di svignarsela. Di sicuro temeva un’altra commissione pagata con una tonnellata di spiccioli! Irene gli corse dietro. «Ehi, aspetta! Mi potresti comprare…? Fermati per favore!» Finalmente riuscì ad agguantarlo per il colletto. Tenendolo ben fermo, gli chiese: «Potresti aiutarmi? Mi compreresti un panino? Ma mi stai a sentire? Capisci?» Niente da fare. Il ragazzino si divincolava, gridando parole incomprensibili. Dalla camera 211 si affacciò la donna di prima, un’affascinante ragazza con un completino molto attillato che lasciava poco spazio all’immaginazione. Stette a sentire per qualche istante 17


le parolacce giapponesi del fattorino, poi si avvicinò ai due litiganti e tirò fuori una bella banconota nuova di zecca. Il ragazzino si calmò come se avesse avuto una visione. Un breve scambio di battute in giapponese con lei ed eccolo sfoderare un sorriso smagliante accompagnato da un energico cenno affermativo del capo. E di colpo se ne andò. La donna si rivolse a Irene. «Non si preoccupi, signorina. È andato a prenderle un panino. Tornerà fra poco». Irene le fece un inchino. Il sollievo per la prospettiva di un pasto imminente faceva a pugni con lo stupore. Come diavolo aveva fatto la ragazza a domare quella peste con due parole? E perché non ne voleva sapere di parlare con lei? «Scusi, ma si può sapere cosa vi siete detti?» chiese Irene incuriosita. «Oh, beh… Mi ha detto che lei è una perfida che l'ha pagato con un'enorme manciata di spiccioli e che adesso, per divertirsi, li reclamava indietro». Ecco perché si era calmato subito con l’offerta di una bella banconota! Che razza d’equivoco! «Tutta colpa della lingua», disse la donna conciliante. Parlando solo un po’ d’inglese e zero di giapponese, uno a Tokyo non se la cavava facilmente. Il fattorino, infatti, non conoscendo altre lingue al di fuori della propria, aveva creduto che Irene gli corresse dietro per derubarlo! Risolto l’equivoco, la ragazza si presentò come Miyako Fujie e la invitò a entrare nella sua stanza per scambiare due parole. Lei la guardò titubante. «Grazie ma non vorrei disturbare…» «Non mi disturba affatto! Il mio ospite mi ha lasciato prima del solito e ora non riesco più a prendere sonno». Ecco, quindi lui non c’era. Bene. Irene si fece forza e accettò l'invito, seguendo la ragazza. La stanza di Miyako era più grande della sua. Alle pareti, migliaia di fotografie rivelavano la sua professione e soprattutto la sua ossessione per un particolare soggetto. Guardando bene, lo riconobbe. Era 18


Takaya Nishikawa! Quindi, prima, era davvero lui. Ma come diavolo aveva fatto ad arrivare lì, dove lei si trovava? Takaya era ovunque. Con il suo sguardo un po’ allegro e un po’ triste ma, il più delle volte, insolente. Secondo Miyako era la sua espressione migliore. Per Irene, invece, avrebbe fatto meglio ad abbassare la cresta. Soprattutto dopo gli ultimi avvenimenti. Da ogni parte della camera, Nishikawa la 19


trafiggeva con lo sguardo. Non potendo far nulla per evitarlo, si guardava in giro, sperando che Miyako non notasse il suo rossore. A un tratto la ragazza si fece provocante e con un fare da gattina vogliosa si accostò a una foto formato poster con Takaya che dava bella mostra di sé. «Non credi anche tu che sia meraviglioso?» Accompagnò la domanda con una carezza e uno sguardo seducente e ammiccante. Irene capì subito che ne era molto attratta. Le balenò quindi un sospetto. Magari sapeva di lei ed era gelosa? Con tutta probabilità era stata Miyako a pagare la cauzione a Takaya. Che rapporto li legava? Certo non erano solo amici. Irene aveva sentito abbastanza per capirlo. La stava stuzzicando perché aveva un’antipatia personale per lei? Alzò le spalle con noncuranza, ma suo malgrado si sentì turbata. Chi l’assicurava che Takaya non sarebbe tornato dalla sua Miyako? Poteva accadere da un momento all'altro. Doveva svignarsela. Guardò l'orologio da polso. «Cavolo, sono le due! Devo proprio tornare nella mia stanza! Grazie ancora per l'aiuto», esclamò con disinvoltura, avvicinandosi alla porta. «Allora, io vado. Buona notte. Piacere di averti conosciuta». «Il piacere è stato tutto mio», rispose Miyako, ma anziché stringerle la mano per salutarla, le afferrò rudemente il polso osservando l'orologio. Sul suo volto comparve un sorrisetto malizioso. Quello non era certo un orologio qualsiasi. Sapeva bene a chi era destinato un giocattolino del genere. «Ma certo, sei tu! Come ho fatto a non capirlo prima!» La donna scoppiò a ridere e andò a sedersi sul divanetto in vimini, lasciando Irene impietrita. «Buonanotte signorina! Penso che ci rivedremo presto». Dalle sue parole traspariva un velo d’ironia. Irene chiuse velocemente la porta dietro di sé. Entrata rimase immobile qualche istante, guardando la parete di fronte.

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“Avrei dovuto risponderle a tono”, pensò. “Invece cosa ho fatto? Non le ho detto nulla e sono scappata subito. Mi son lasciata sorprendere come una ragazzina”. Non poté fare a meno di origliare. Con l’orecchio appoggiato alla porta, sentì che dall’altra parte Miyako era scoppiata in un’altra fragorosa risata. «Adesso è troppo tardi per rimediare e io sono così stanca e confusa che non ho la forza di pensare a nulla. È inutile tornare da lei e chiarire le cose. Me ne vado a letto e domani mattina penserò al da farsi. » Così dicendo, tornò in camera. Sul tavolino c’era il panino che aveva chiesto. Lo divorò e subito dopo s’infilò di nuovo sotto le coperte. Chiuse gli occhi e dormì fino alla mattina dopo. Intanto, nella sua stanza, Miyako rifletteva sull’accaduto. Le sue labbra rosso fuoco continuavano a sorridere, ma i suoi occhi erano colmi d’ira. Prima che Irene lasciasse la stanza, l'aveva squadrata dalla testa ai piedi. I capelli castani e lisci della ragazza erano più belli dei suoi, ma per il resto la trovava insignificante e priva di fascino. "Non può interessargli un tipo simile. Di sensuale non ha nulla!" pensò, mordendosi il labbro inferiore e cercando di capire perché mai Takaya avesse mostrato interesse per quella ragazza. Ripensò al suo tentativo di sedurlo, poco prima, quando lei avrebbe fatto di tutto per averlo suo. Invece Takaya sembrava distratto, quasi infastidito. C'era stato un tempo in cui non doveva elemosinare nulla da quell'uomo. Un tempo in cui i loro corpi si capivano semplicemente sfiorandosi. Avrebbe rinunciato a lui senza problemi, se non fosse stato per quella sua capacità di portarla a un piacere così intenso da lasciarla senza fiato. Mai con nessun altro aveva provato un'intesa simile. Ora, però, sembrava essersi stufato di lei, come se nella sua vita ci fosse un’altra. Magari una nuova allieva a cui badare, che alloggiava proprio nella camera di fronte alla sua. Un gran colpo di fortuna, vero? Ma lui sapeva che lei alloggiava proprio lì?

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"Barattare un'informazione preziosa per un'ultima notte. Ecco cosa devo fare”, si disse, componendo il numero di Nishikawa sulla tastiera del cellulare. Era ancora immersa in questi pensieri quando una voce rispose dall’altra parte. Era quella di Takeshi, il migliore amico di Takaya. «Ciao Takeshi, cucciolone, mi passi Takaya?» «Ehm... Ciao Miyako. Te lo chiamo subito». Un attimo di silenzio. Miyako sperava che Takaya non trovasse scuse per non presentarsi al telefono. Sapeva che c'era la possibilità che si negasse per giorni e giorni. Cosa che la faceva uscire di testa, soprattutto quando il desiderio si faceva atroce. Takaya era seduto sul divano invaso da fogli che illustravano schemi di un gioco a squadre. Takeshi insistette per passargli il telefono. «Cosa c’è ancora?» Rispose seccato Takaya. «Non ti è bastato stanotte?» «La colombella è tornata al nido», rispose Miyako con fare sornione. «Cosa ti sei fumata?» Takaya era al limite della sopportazione. «Ho da fare ora. Parla chiaro». «Io so qualcosa che tu non sai, mio caro». Miyako si divertiva a fare la misteriosa. Cercava di ritrovare tutta la sua scaltrezza stuzzicando il suo interlocutore. Takaya rimase un istante pensieroso con il telefono in mano, poi fece un sospiro. Non poteva far altro che arrendersi. «Cosa vuoi in cambio?» «Suvvia Takaya, il tuo istinto perverso non ti suggerisce niente di entusiasmante?» Miyako sentiva di riguadagnare terreno. Un lieve cambiamento di tono le aveva fatto intuire che si era aggiudicata la partita. Abbandonata sul suo letto, pregustava già la delizia di quel corpo da favola. Lasciò da parte il retrogusto amaro di quella piccola vittoria e si concentrò sulle parole da dire.

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Takaya, intanto, tamburellava sul bracciolo del divano dove era seduto e sentiva già l’appiccicosa vicinanza della sua expartner. Intanto, al telefono, Miyako continuava con fare sornione. «Cavaliere senza cavallo, paladino senza donzella! Lo vuoi sapere o no?» Takaya cominciava a spazientirsi. Allontanò l’orecchio dal telefono e, appoggiando il palmo della mano sulla cornetta, si voltò bruscamente verso Takeshi. «Allora, cosa te ne stai lì impalato a fissarmi! Dammi una mano!» «Ma cosa vuoi che faccia?» rispose Takeshi, allargando le braccia. Intanto Miyako continuava a provocare. «Io ho trovato quello che hai perso…» «Insomma, quand’è che mi tocca venire da te per farti parlare più chiaro?» Si arrese Takaya, seccato. E dall’altra parte del telefono una voce cinguettò. «Che ne dici di vederci dopo il tuo allenamento? Cena in camera e poi… lascio alla tua immaginazione!» «Va bene, ma vedi di non fregarmi!» e riagganciò senza salutare. «Bell’amico che sei!» gridò a Takeshi. «Ma cosa pretendi? Non la conosco neanche, questa tua gallinella!» «Hai ragione, sono io l’idiota!» «Hai almeno qualche idea su cosa potrebbe essere questa cosa che hai perso e che lei ha ritrovato?» «Altroché!» Non poteva essere altro che quello. Miyako era riuscita ad avere un’informazione importante prima di lui e sapeva dove si trovava la sua futura allieva. Siccome Irene non aveva acceso il dispositivo per l’intercettazione nascosto nell’orologio da polso che le avevano dato da usare in missione, non aveva potuto rintracciarla lui stesso.

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Il Direttore Generale non era affatto contento che le fosse sfuggita, in aeroporto. Intanto, in stanza, Miyako faceva fatica a trattenere le lacrime di rabbia che avrebbero voluto sgorgare a tutti i costi. “Ma ne vale la pena?” Ora che aveva ottenuto quello che voleva, non riusciva a pensare ad altro. Takaya l’aveva trattata come uno straccio. Sapeva bene che non c’era niente di peggio di riaccendere una sigaretta già fumata. E quel sapore amaro lei l’aveva appena sperimentato. Rimase a lungo seduta, col cellulare sulle ginocchia e lo sguardo perso nel vuoto, chiedendosi se quella chiamata le avrebbe causato più dolore del previsto. Alla fine si riprese, aprì la porta e rimase immobile alcuni istanti a osservare quella di Irene. La ragazzina era un piccolo tesoro che andava concesso poco a poco, col contagocce. Non poteva rischiare che Takaya, arrivando da lei, s’imbattesse per caso nella sua allieva. Erano ormai le cinque del mattino. Un altro paio d'ore e le avrebbe cercato una sistemazione diversa. Irene fu svegliata molto presto la mattina da un forte e continuo bussare alla porta. Per un po’ non volle abbandonare il letto così caldo e comodo. “Saranno le signore delle pulizie. Ripasseranno più tardi”, pensò, ma quando il suo sguardo si posò sull’orologio del comodino, si rese conto che qualcosa non tornava. “Ma no, non possono essere loro! Sono solo le sette! Ma chi diavolo è a quest’ora?” Continuavano a bussare e questa volta ancora più forte. “Sarà meglio aprire, prima che sfondino la porta”. L’idea di alzarsi non le piaceva per niente. Con gli occhi semichiusi, era già con la mano sulla maniglia quando un pensiero la gelò: “E se fosse Nishikawa?” Sì, poteva essere proprio lui. Rimase immobile per un istante lunghissimo. Le vennero in mente le idee più disparate. Barricarsi dentro? Tentare la fuga? 24


«Sono Miyako, apri!» Non era lui, meno male. Tirò un sospiro di sollievo. «Da sola?» «Sì, ovvio!» Irene si decise ad aprire la porta. Le apparve una Miyako diversa da quella della sera prima, spazientita e irritata. «Ce ne hai messo di tempo!» esordì la ragazza. Irene non sapeva se sentirsi infastidita o sollevata. Optò per il “sollevata” e si sforzò di sfoderare un sorriso gentile per questa donna che le piaceva sempre meno ogni volta che la incontrava. «Non eri tu quella che voleva cambiare albergo perché questo è troppo caro?» Irene la fissò con due occhioni pieni di sorpresa. No, veramente non ricordava di aver accennato a Miyako i suoi progetti. «Perché mi guardi come fossi un marziano?» chiese la donna. «Come? No, affatto. È vero, hai indovinato. Sto cercando un posto in un altro albergo.» «Vuoi che ti dia una mano? L’Edo, per esempio, è un buon albergo. Non caro, anche se un po’ lontano da qui. Però è pulito». «Grazie per l’informazione...» Irene s’inchinò appena, per rispetto. Ma era il caso di fidarsi di Miyako? Il suo istinto le diceva di no, mentre il suo portafoglio le suggeriva di accettare di buon grado il consiglio e provare a cambiare hotel. «Ora devo andare. Felice di esserti stata di aiuto!» Miyako le rivolse un sorriso sarcastico e se ne andò, lasciando Irene intenta a preparare di nuovo le valigie che aveva appena finito di disfare. ***

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Quella sera stessa, mezz’ora prima delle otto, Takaya e Takeshi erano nella hall dell’albergo, occupati a fare il terzo grado alle ragazze della reception. «Sì, una ragazza straniera, europea», incalzò Takaya. «Italiana, per l’esattezza», aggiunse Takeshi. «Avrebbe dovuto indossare un abito chiaro, bianco crema». «Una ragazza che non sa il giapponese.» Le ragazze sembravano assistere a una partita di tennis. «Sì», disse una di loro «ce n’è una così. Ma non fate prima a dirci il nome e il cognome?» Takaya e Takeshi risposero in coro. «Irene Fortefiore. C’è?» «Allora, vediamo... Sì, c'è. O, più precisamente, c'era. È partita verso mezzogiorno». «E dov’è andata?» chiese, speranzoso, Takaya. «Mi dispiace ragazzi, ma non siamo tenuti a dare questo tipo di informazioni. Comunque, non sappiamo proprio dove fosse diretta», rispose la receptionist. Takaya si ricompose, traendo un profondo respiro di rassegnazione. Miyako era scesa poco prima dal secondo piano. Vedendo arrivare Takaya, si era nascosta dietro una colonna, assistendo all’intera scena. “Eh no, cocco! Sarebbe stato troppo facile!” si disse alla fine, concedendosi una risata sarcastica. Dall’altra parte della hall, i due ragazzi si diressero verso l’uscita. «La tua supposizione era giusta, ma Miyako deve aver preso le sue contromisure. Peccato. Certo, avresti preferito trovare subito la tua amica fotografa straniera!» disse Takeshi. Miyako, molto soddisfatta dall’esito della manovra, sgusciò dentro l’ascensore per tornare in camera ad accogliere la sua vittima. Takaya fermò l’amico di fronte alla grande porta a vetri. «Takeshi, va' pure. A quanto pare mi tocca cavarle qualche indizio in un altro modo...» 26


Takeshi parve divertito. Il suo amico amava le donne, ma solo se era lui ad avere il controllo della situazione. «Beh, allora… Buona fortuna. E su con la vita, non stai mica andando al patibolo!» Takeshi gli rivolse un sorriso ironico. «Hrrmpf…» brontolò Takaya, di umore nero per essersi fatto fregare come uno sciocco. Tornò indietro e si diresse verso la gradinata.

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2 Colpo di fulmine.

Di malavoglia Takaya si avviò sulle scale cercando di rimandare di qualche minuto il momento dell'incontro con Miyako. Aveva sottovalutato la determinazione di quella donna, non era da lui. E questo lo irritava, ancor di più del dover assolvere a quell’impegno. Lo avrebbe semplicemente considerato una parte del lavoro. Un lavoro che non stava svolgendo al meglio. L'arresto all'aeroporto l'aveva messo in una condizione di svantaggio. Non che si fosse fatto sorprendere come uno sprovveduto, era tutto era calcolato. Voleva mettere subito in chiaro che lui gestiva le cose a suo piacimento, e una ragazzina affibbiatagli dall'Agenzia non avrebbe certo cambiato le sue abitudini. Faceva i gradini lentamente, con l’aria di chi sta andando a un funerale. Di tanto in tanto si fermò a pensare. Ma ne valeva davvero la pena darla vinta a Miyako per una missione di addestramento che non aveva alcuna voglia di accettare? In realtà sapeva che sotto c’era ben altro, qualcosa di molto più importante. Glielo fece intuire il tono del Direttore Generale quando gli affidò quel compito. Ma cosa esattamente? Ancora non gli era chiaro. Sovrappensiero, scalino dopo scalino, raggiunse finalmente il secondo piano. Bussò alla camera 211. La porta si spalancò di botto e apparve una sexy Miyako dallo sguardo languido. «Allora, non sei più arrabbiato?» gli disse, appoggiandosi allo stipite. Indosso aveva solo un babydoll. «Ma che bravo! Ho visto che hai capito subito di chi ti stavo parlando!» Certo che Takaya aveva capito. Del resto era stata proprio lei a volere che lui capisse. La posta in gioco doveva essere chiara, altrimenti lui non avrebbe mai accettato la sfida. Però si era

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fatto fregare, la ragazzina non era più lì. E ora Miyako lo teneva in pugno. «Non sopravvalutare la mia pazienza, rispondi! Dove si trova Irene?» sbottò immediatamente Takaya. La ragazza diede dei colpetti sulla seduta del divano. «Su, vieni, non stare lì impalato, siediti qui!» gli disse con voce suadente e fare da gattina in calore. Miyako Fujie era pronta a tutto pur di sedurlo e distrarlo dal suo principale obiettivo. Takaya andò a sedersi sul morbido divano e lei gli si adagiò accanto, sfiorandogli il braccio col suo seno prorompente. La luce soffusa scaldò l’atmosfera, ammorbidendo le curve della donna e rendendole ancora più sinuose. All’apice del desiderio, si stese su di lui sussurrandogli parole sdolcinate e mordicchiandogli piano piano l’orecchio. Chiunque quella sera sarebbe caduto ai suoi piedi, senza opporre tanta resistenza. Invece, Takaya no, non era proprio dell’umore giusto. Ormai aveva goduto già abbastanza di lei e la minestra riscaldata non gli piaceva proprio. Per lui era solo più un corpo da soddisfare per ottenere quello che voleva. «Ti desidero così tanto. Ho fatto di tutto pur di averti vicino a me e ora sei qui». Miyako gli passò dolcemente una mano tra i capelli e iniziò a spogliarlo. Solleticandogli il collo, gli sbottonò piano piano la camicia. In altri momenti glieli avrebbe strappati con violenza i vestiti, pur di possederlo subito. Ma quella sera era diverso. Desiderava mostrare il meglio di sé, quasi a volerlo riconquistare. E ogni bacio era calcolato. Un marchio su un corpo che era solo suo e di nessun’altra. Takaya, senza scomporsi, tentava di schivare i baci sempre più appassionati della sua ex-partner. Ma lei sembrava non farci caso, mentre, sazia ormai delle sue morbide labbra, faceva scivolare la punta della lingua lungo il suo corpo perfetto. «Beviamoci qualcosa prima di andare al sodo», la interruppe bruscamente. 29


Un po' infastidita Miyako si scostò e, ancheggiando languida, si diresse verso il tavolino di vetro accanto alla finestra. Appoggiato sopra c’era un vassoio d’argento con una bottiglia di champagne e due bicchieri. Fece per riempirne uno quando la fermò la voce di Takaya. «Vorrei qualcosa di forte», disse seccamente. «Facciamoci due scotch. Lisci». La donna preparò da bere e tornò a sedersi accanto alla sua preda. Le unghie perfettamente laccate di rosso ticchettavano impazienti sul bicchiere. Con un gesto sensuale lo portò alle labbra morbide e lo vuotò tutto d’un fiato. Poi tornò a posare gli occhi su Takaya. «Bene», disse, sorridendo e passandosi un dito sulle labbra umide. «E ora che abbiamo anche bevuto…?» Il suo sguardo alludeva a qualcosa di molto piacevole. Lui la guardò per qualche istante. La conosceva troppo bene per stupirsi del suo modo di fare. Sapeva che era inutile continuare a insistere con le domande. Non avrebbe ottenuto nulla. L’aveva allenata bene, ma conosceva il suo punto debole. Una volta, durante l'addestramento, aveva capito che nel momento di massimo godimento, Miyako cadeva in una specie di delirio incontrollato che faceva emergere i suoi pensieri più intimi. Takaya era, in realtà, l'unico in grado di donarle un piacere così intenso da farle perdere la testa. Nel corso delle sue missioni, la donna aveva sempre dimostrato un assoluto dominio di sé e aveva imparato a usare lo stesso stratagemma con i capi dei vari clan Yakuza per estorcere i loro segreti. Anche se l'Agenzia la pagava profumatamente, usava lo stesso espediente con i suoi clienti abituali per ricattarli e spillare loro più soldi. Al One Eye Joke di Roppongi, ad esempio, dove Miyako lavorava sotto copertura. Takaya posò il bicchiere sul tavolino e la guardò a sua volta sorridendo. Era inutile tergiversare, tanto non avrebbe ottenuto niente senza pagare la posta in palio. Iniziò, così, a sfiorarle le spalle con il dorso della mano e la baciò sul collo. La sollevò e 30


stringendola a sé la portò verso il letto. Gli era sempre piaciuta la sua pelle, così candida e profumata. E sulle lenzuola scure sembrava ancora più chiara. Si levò completamente la camicia, la gettò sulla sedia accanto al letto e si distese su di lei. Takaya si era arreso. Le avrebbe finalmente dato quello che voleva. Stringendolo fra le braccia, si fece togliere il babydoll e, completamente nuda, lo invitò a un nuovo gioco erotico.

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Lui sapeva bene cosa eccitava la sua ex-trainer e fece tutto come da copione. Iniziò ad accarezzare con le dita quel bellissimo corpo sinuoso. Lentamente. Un brivido sotto pelle attraversò Miyako. Poi lui le afferrò i capelli, tirandole la testa all’indietro. Le diede piccoli morsi sul collo, poi passò a sfiorare con le labbra il seno, succhiandole i capezzoli induriti dall’eccitazione. E poi sempre più giù, fino ad arrivare alla fonte del massimo piacere. Proprio lì, le diede una serie di colpetti con la lingua che la mandarono in estasi. Miyako lo lasciò fare per un po’, ansimando. Poi si scostò e si mise sopra di lui, muovendosi ritmicamente, mentre Takaya le accarezzava la schiena. Sì, era finalmente arrivato il momento che aspettava. Il piercing fece il suo dovere, solleticando ulteriormente il clitoride e dandole un piacere ancora più intenso. Ma Takaya, con un colpo di reni, la scostò da sopra, mentre lei lo supplicava che la prendesse di nuovo e finisse quello che aveva cominciato. Spietato, la girò sulla schiena, prendendola da dietro, senza riguardo. Con forza continuò a possederla fino a quando, in delirio, la bella giapponese cominciò a farneticare su Irene. «No... No... Non è il tipo giusto...» «Ah sì? E allora cos’è?» le sussurrò Takaya, mordendole l’orecchio. Era perfettamente lucido e concentrato sul suo obiettivo. E ancora una volta al comando. «È solo una ragazzina...» «Dov’è?» incalzò lui per strapparle ciò che più gli interessava. La voltò di nuovo supina, per guardarla negli occhi mentre la faceva urlare di piacere, per poi fermarsi di colpo. Voleva l'informazione o non sarebbe andato oltre. «No... Non così...» Le braccia e le labbra di Miyako lo cercavano affannosamente. «…Si trova all’Edo Hotel. Ora però... continua!» Takaya la prese di nuovo, ma questa volta velocemente, e alla fine, esausta e appagata, la donna scivolò nel sonno.

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Il giovane si fece una doccia bollente e si rivestì. Alla luce dell'insegna al neon che entrava da fuori, i capelli di Miyako si erano accesi di un rosso ancora più intenso. Lui si fermò un istante a guardarla, per poi chiudersi la porta alle spalle e abbandonarla ai suoi sogni. All’uscita dell’albergo, scendendo lungo la gradinata, diede un ultimo sguardo di sbieco all’insegna dell’Hotel Granada. Scorse poco lontano la sua Diablo giallo-nera. Si diresse verso il parcheggio con aria baldanzosa e vi montò sopra. Intorno a sé, la città brulicava di vita notturna e offriva le sue luci intermittenti ai numerosi passanti che sfogavano le tensioni del giorno, lasciandosi trascinare in dissoluti piaceri, con la complicità del buio e della calura estiva. In pochi minuti, Nishikawa raggiunse la zona di Yoyogi dove si trovava la sua villetta. Schiacciò un pulsante sul cruscotto della Lamborghini e la porta del garage si sollevò automaticamente. Parcheggiò l’auto nel seminterrato. Dalla porta interna entrò nell’appartamento, gettò la giacca di cotone sul divano e si lasciò sprofondare sui soffici cuscini. Fissò per qualche istante il telefono sul basso tavolino di fronte a sé. Nel database dell'orologio che aveva in dotazione cercò il numero dell'hotel in cui si trovava Irene e compose il numero. Dall’altra parte il telefono suonava. Gli rispose quasi subito una voce femminile. «Edo Hotel, buonasera. In che cosa posso esserle utile?» «Vorrei parlare con la signorina Irene Fortefiore, per favore», chiese Takaya senza esitazioni. «Subito, signore. Chi devo annunciare?» «È urgente!» disse perentorio Takaya, con un tono talmente fermo che la receptionist non indagò ulteriormente e passò subito la comunicazione. «Hello?» rispose Irene titubante. Era sorpresa di ricevere una chiamata. Soprattutto così tardi. «Non ho tempo da perdere a correrti dietro. Dove ti sei nascosta? Ti ho aspettato inutilmente in aeroporto». Takaya era secco, ma calmo. 33


Irene ebbe un tuffo al cuore. Non poteva essere altro che Mr Nishikawa! L’aveva trovata. E lei ora si sentiva perduta. Si era lasciata convincere da Miyako ad andarsene dal Granada e ora eccola caduta nelle fauci di Takaya! Ancora prima di riuscire ad ambientarsi all’Edo. Si era fatta fregare come un’ingenua. Nishikawa continuò. «Credi di poter fuggire ogni volta che una scena non è di tuo piacimento? Smetti di fare la schizzinosa perché se veramente hai intenzione di diventare un bravo agente, ne vedrai di cotte e di crude. E questo, sappilo, non è un viaggetto turistico spesato per mammolette annoiate. Non ho tempo da perdere a rincorrerti. Ci siamo capiti?» E poiché Irene non diceva una sola parola, Takaya proseguì. «Ti ordino di ritornare immediatamente al Granada. L’avevi scelto bene. Perché mai l’hai cambiato? L’Edo è troppo lontano dalla mia zona e dal luogo dei nostri prossimi appuntamenti. Anzi, ti dico subito quand’è il primo. Domani alle 11 in punto, di fronte alla gradinata sud del campo di calcio di Yoyogi Park.» «Ma... Mr Nishikawa… Mi dia il tempo di rifare la valigia e di...» la interruppe bruscamente Takaya. «Silenzio! Ho detto subito e non ho chiesto il tuo parere. Ogni indugio lo considererò un atto di insubordinazione. E lascia che ti dica una cosa. Non te ne puoi permettere molti altri, dopo tutto quello che è successo. Mi hai già creato abbastanza grane. Domani sii puntuale o ne pagherai davvero le conseguenze!» E riattaccò, lasciando Irene sull’orlo di un pianto isterico. Non lo sopportava. Proprio lui veniva a parlare di insubordinazione? Lo scapestrato da correggere? Lei invece era sempre stata un'allieva modello. Chi la obbligava ad andare all’appuntamento? Nessuno! Certo, semplice. «E io non ci vado! Crepa Nishikawa del cazzo!» si disse. Nervosa e stanca di questi continui cambiamenti, si rimise a letto decisa a dormire fino alla mattina successiva. Ma invece, 34


poche ore dopo, si ritrovò davanti allo specchio a fare le prove generali del discorso che avrebbe tenuto a Takaya. Per prima cosa gli avrebbe dato del tu. Figuriamoci se quel debosciato poteva meritarsi del rispetto! «Stammi bene a sentire, razza di presuntuoso da quattro soldi! Non so per chi mi hai presa, ma io non sono un cagnolino che puoi chiamare con un fischio, chiaro? Sono libera di fare quello che mi pare! Se voglio, prendo l’aereo per Roma anche domani! Nessuno mi può venire a dare degli ordini, capito? Nessuno! Fila dalla tua Miyako! È stata lei a dirti dov'ero, quella traditrice tutta tette e moine!» Fece una pausa per controllare la sua immagine riflessa allo specchio. Sì, sembrava abbastanza sicura di sé. «Bel maestro che si fa arrestare per atti osceni in luogo pubblico! Vergogna! E tu dovresti insegnare a me a diventare un bravo agente segreto?» Irene si sentiva soddisfatta. Bel discorso! Ma ci voleva il tocco finale. «Lo vuoi sapere perché non me ne torno a casa? Te lo dico subito. Resto a Tokyo perché voglio vedere come ti ammazzeranno!» Fece una pausa per riprendere fiato. Cavolo, era davvero incazzata! «…E come porteranno al cimitero dei cani quello che resterà del tuo corpo in quattro piccole bare, in modo che non rimanga più traccia di te!» Dopo questo discorso, Irene si sentiva fiduciosa. Si rivestì e scese nella hall. Alla reception saldò il conto e chiese che tutte le sue cose fossero spedite alla camera 212 del Granada. Al portiere domandò dove fosse lo stadio Yoyogi. Ma il tono era quello di chi andava in battaglia. Ringraziò e uscì dall’hotel. *** Takeshi, ripulitosi e messosi in ordine per primo, stava passeggiando su e giù lungo il corridoio che dagli spogliatoi 35


dello stadio Yoyogi portava all’ingresso del campo da gioco. Era stanco e soddisfatto nello stesso tempo. Questa amichevole mattutina con gli All Stars era stata una buona partita, e la squadra sua e di Takaya aveva avuto modo di mostrare quanto valeva. A spingere Takeshi fuori dallo spogliatoio era stata una Miyako Fujie sul piede di guerra. Era un quarto d’ora ormai che si era intrufolata con prepotenza e aveva preso Takaya in un angolo. I due stavano ancora litigando. Takeshi era poco incline a mettere il becco nei guai sentimentali dell’amico, a meno di non esserci trascinato suo malgrado. E questa volta se l’era subito svignata. Mentre era lì fuori a passeggiare avanti e indietro cercando di evitare la bufera che si scatenava negli spogliatoi, la notò. Sicuramente era una ragazza straniera. Lo dicevano il colore della pelle, il taglio degli occhi e quell’aria sperduta e insieme ansiosa tipica di un pesce fuor d'acqua. Takeshi rifletté velocemente. C’era appena stata una partita con una rappresentanza degli All Stars. Quindi la sconosciuta che allungava il collo di qua e di là poteva essere un’ammiratrice o addirittura la ragazza di uno degli avversari. Takaya gli aveva detto che il suo problema era risolto, così al ragazzo non passò neppure per l’anticamera del cervello che potesse essere quella fantomatica Irene, la fotografa che doveva arrivare dall'Europa. Tanto più che non aveva il vestito con cui doveva farsi riconoscere all’aeroporto. Insomma, nessun indizio lo poteva portare a quella deduzione. 36


La guardò ancora. Gli piaceva posare gli occhi su di lei. C’era nella sua figura qualcosa di ingenuo e attraente, che suscitava la simpatia di Takeshi. «Deve essere una ragazza piacevole» pensò il biondino, sistemandosi il colletto della tuta e camminando lentamente

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verso di lei. Se qualcuno, a questo punto, gli avesse sussurrato nell’orecchio, chiedendogli che diavolo si era messo in testa, partendo alla conquista della preda altrui, si sarebbe voltato stupito. Non c'era alcuna malizia nelle sue azioni. Non sapeva altro se non che la sconosciuta gli era simpatica e che la sua vista gli aveva messo addosso il desiderio di parlarle. O magari di darle una mano. «Mi scusi, signorina…» attaccò bottone Takeshi in un inglese fluido. Irene si voltò di scatto. Si era messa subito sulla difensiva, temendo fosse il suo istruttore, ma il biondino sorridente non aveva proprio niente di Takaya. Due occhi di un azzurro profondo, uno sguardo simpatico e quell’espressione sincera e gioviale che rivelava un'attrazione garbata nei suoi confronti. «Posso aiutarla? Cerca qualcuno in particolare?» Irene si lasciò sfuggire un no secco. Se ne pentì subito e, cercando di rimediare in qualche modo, lo guardò in viso sorridendo e aggiunse: «Grazie, è davvero gentile da parte sua ma non ho bisogno di aiuto». Takeshi arrossì leggermente. Quando sorrideva era ancora più carina. L’espressione del volto si addolciva donandole un aspetto luminoso. «Oh… Allora… Mi scusi se l'ho disturbata...» «Come? Ma no! Non l'ha mica fatto!» «È una fan degli All Stars, vero?» «Veramente… No!» sorrise Irene. Una fan? Macché, era lì per prendere a pesci in faccia il suo debosciato sensei. Takeshi stupito, si portò entrambe le mani al petto per indicare se stesso. «Vuole dire che è una nostra fan?» Irene era sempre più impacciata. Quel ragazzo era talmente gentile che non voleva essere scortese con lui. Così le venne solo da annuire con un cenno del capo. Takeshi non poté fare a

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meno di aggrottare le sopracciglia. Fan della squadra dell'università… Ossia fan di Takaya Nishikawa. "E ti pareva!" pensò il ragazzo. "Trovo una ragazza che m’interessa e Takaya ci mette immancabilmente lo zampino!" Non che lo facesse apposta. Anzi, era sempre piuttosto corretto nei suoi confronti e di sicuro non era il tipo da sedurre una ragazza che poteva interessare al suo migliore amico. Erano sempre le ragazze il problema! Tutte irrimediabilmente attratte da Nishikawa e da quella sua aria da bel tenebroso. Takeshi non provava certo rancore verso il suo amico, ma una certa stizza, sì, quel giorno l’avvertì. Era pesante vivere all’ombra di una star. Capitava a volte che qualche ragazza fosse attratta dai suoi bei capelli biondi, dagli occhi azzurri, ma poi tutto finiva lì. L’effetto da bellimbusto svaniva non appena Takaya appariva all'orizzonte. Era a un passo dall'indagare più a fondo nei sentimenti della ragazza, quando le parole gli morirono sulle labbra. Senza alcun preavviso, questa assunse un’espressione furibonda ed esclamò in italiano: «Tu!» Takeshi fece un passo indietro, non riuscendo a capire cosa potesse aver fatto di male, poi si accorse che gli occhi della ragazza stavano fissavando qualcuno oltre le sue spalle. Si voltò e scoprì che dietro di lui c'erano Takaya e Miyako. Vide che anche Takaya aveva un’espressione arrabbiata. Irene ulteriormente inferocita dalla vista di Miyako, ripensando a come l'avesse raggirata, continuò: «Voi due!» Irene e Takaya si squadrarono come se fossero sul punto di prendersi a schiaffi, mentre Miyako e Takeshi li osservavano stupiti e frastornati. Takaya, squadrandola dal basso verso l’alto, sorrise sprezzante, pensando a quale graziosa ragazzina il Servizio Segreto gli avesse accollato. “Ma sì, - pensò - tutto sommato poteva diventare una piacevole esperienza”. Irene si accorse di quello sguardo e la sua rabbia aumentò a dismisura. Era talmente frustrata da non riuscire nemmeno a spiccicare una sola parola. E questo, naturalmente, aumentò la sua esasperazione. L’aria riarsa dal sole era resa ancora più 39


infuocata dalla loro tensione. Takeshi a quel punto intuì facilmente l’identità della ragazza, ma non si sarebbe mai aspettato un simile atteggiamento nei confronti di Takaya. Di solito le donne gli cadevano ai piedi. “Finalmente una che se ne infischia del suo fascino”, pensò con una certa soddisfazione. Anche Miyako si stava godendo la scena. "Se avessi saputo che la bimbetta aveva quest'animosità nei suoi confronti..." Il lungo silenzio fu rotto da Takaya che, in un italiano perfetto, disse: «Vedo che non hai niente da dire ragazzina». Takeshi e Miyako lo ascoltavano senza capire le sue parole. «Non potrebbe essere altrimenti visto le tue gravi mancanze. Sorvolerò sul fatto che non ti sei scusata per il tuo atteggiamento. Domani ti aspetto al Granada alle otto di sera per la prima lezione». Irene si sentì una stupida. Tutti quei bei discorsi preparati poco prima davanti allo specchio le erano morti sulla punta della lingua. E quell’arrogante continuava a comandarla a bacchetta dandole della ragazzina. E mentre le parlava, lei se ne stava lì, a fissarlo, irrigidita. Miyako prima di trotterellare dietro l’amante che se ne stava andando, offrì uno sguardo ammiccante a Takeshi, sorridendogli soddisfatta. Era sicura che quello che Nishikawa aveva detto a Irene in una lingua che lei non conosceva volesse dire “Fra me e te è tutto finito!” Anche a Takeshi parve di intuire la stessa cosa. Entrambi ritenevano quindi di avere il campo libero. Takeshi alzò le spalle e si infilò le mani in tasca. Avrebbe voluto tagliare la corda. Non ci teneva proprio a essere la cavia per le crisi isteriche della ragazza. Ma poi ritornò sui suoi passi, pensando: “Perché perdere l'occasione di conoscere l’unica donna al mondo che di Takaya non gliene frega niente?” «Il mio amico non le è simpatico, vero?» azzardò.

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«Perché, a qualcuno può essere simpatico quel dongiovanni?» «Come?» chiese perplesso Takeshi. «Se quel pervertito crede di trattarmi come le altre, si sbaglia di grosso! Che idiota! E oggi mi ha fatto venire qui solo per dirmi di aspettarlo domani in albergo, quello stupido?» Irene riprese il controllo di se stessa e, guardando il sottopassaggio nel quale era appena scomparso Nishikawa, «Va bene», disse, come parlando tra sé e sé, «l’hai voluto tu. Devo sopportare questo per dimostrarti quanto valgo? Beh… Puoi star certo che non mi piegherò!» I suoi occhi verdi erano iniettati di sangue e il suo tremare dalla rabbia preoccupò Takeshi. «Si calmi signorina! Non vale la pena prendersela così tanto...» Irene si accorse che il ragazzo era ancora lì. Alzò il viso per guardarlo dritto negli occhi. Molto più alto di lei, circa un metro e ottanta, dava l’impressione di essere più maturo dei due che si erano appena allontanati. E com’era caldo quel suo sorriso. «Che ne dici di un buon gelato? Magari così riuscirai a calmarti», le chiese, cogliendola di sorpresa. «C’è un locale, lo Chez George, molto alla moda, in stile francese, sulla strada principale». «Volentieri, ma non oggi. Ho davvero molte cose da sbrigare. Grazie lo stesso». Takeshi la guardò intensamente e le rivolse ancora qualche parola, ma piano, come per paura di destarla troppo bruscamente dai suoi pensieri di ostilità misti a disappunto.

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«Ti chiami Irene, Ai-rin, giusto? O preferisci Ai-chan come dicono i Giapponesi?» «Irene pronunciato all’italiana. Tu non sei giapponese, vero?» «No, sono americano, ma nato in Giappone. E tu sei la famosa fotografa freelance italiana. Avevo visto giusto, allora!» «Scusa ma ora devo proprio scappare. Ci vediamo da Chez George uno di questi giorni!» E salutando con una mano, si voltò di scatto e scappò via. Takeshi rimase imbambolato a fissare per qualche istante la ragazza che andava via, per poi dirigersi anche lui verso l’uscita, ripensando a quello strano incontro. *** La sera dopo, Nishikawa la aspettava sulla scalinata fuori dal Granada. «Sei arrivata, finalmente! Mi stavo chiedendo se ti fossi persa di nuovo». «Signor Nishikawa...» Irene chinò la testa in un rispettoso cenno di saluto, come si conveniva ad una seria e ossequiosa allieva, celando dentro di sé una gran rabbia. Avrebbe voluto urlare, insultarlo e cancellargli dal volto quell’aria di cortese superiorità. Ma si trattenne e non diede retta alle sue provocazioni. «Ti sei calmata, vedo. Bene. Ora possiamo andare d’accordo, noi due». "D’accordo con chi? Con lui? Impossibile!" si disse, ma, senza sapere perché, non riusciva a parlare, a dirgli quello che veramente pensava di lui. Indossava un paio di occhiali da sole che la facevano sentire a disagio. Anche se non lo vedeva, percepiva il suo sguardo su di sé. E questo le dava fastidio. «Ti comporterai come una brava allieva?» «Sì, sensei». Idiota! Pensava di parlare con una bambina? «E obbedirai ad ogni mio ordine». 42


«Sì, sensei». Obbedire agli ordini! Ma da che pulpito! «Benissimo. Sali nella tua camera e comincia a spogliarti, io ti raggiungo subito». Irene rimase un istante in silenzio, ma solo per assaporare meglio la gioia dell’esplosione. «A spogliarmi? Ma va' all’inferno, Nishikawa!» sbottò. La voce era stridula e gli occhi fiammeggiavano. «Andate tutti al diavolo! Tu, il capo, le tue donnine e il lavoro! Se credi di 43


potermi paragonare a una delle tue amichette che puoi convincere a tirar su la gonna con un solo sorriso...» Venne interrotta bruscamente. «Basta così». Il suo tono era talmente tranquillo e suadente che Irene non poté far altro che guardarlo in silenzio. Si sentiva come una bambola telecomandata su cui avevano premuto il tasto di pausa per farla zittire. «Non riesci a mantenere il controllo di te stessa per più di tre minuti, Irene?» Lei non riusciva a fare altro che guardarlo sbalordita. «E potresti quantomeno fingere un’espressione intelligente». Irene ebbe l’accortezza di chiudere la bocca. Takaya si alzò e le andò vicino. Pur senza vederlo, sapeva che dietro quegli occhiali scuri lui la stava esaminando dalla testa ai piedi. «Lo aveva detto il capo che eri bella», disse infine con una smorfia, fregandosi il mento pensieroso. «Oh, non devi farci caso». Irene usò il suo tono più dolce. «Certi uomini sono propensi a dire bugie, evidentemente. Pensa che mi aveva detto la stessa cosa di te!» Takaya parve divertito. «Hai dello spirito, vedo. E del temperamento. Forse, tutto sommato, riusciremo a trarre qualcosa da te». «Posso gettarmi ai tuoi piedi e ringraziarti per la tua gentilezza?» La voce di Irene grondava sarcasmo. «Allora, ho superato l’esame?» Era ridicolo! Fin dall’inizio era stata Irene a giudicarlo per le sue azioni. Ora, invece, il suo abile istruttore era riuscito a invertire i ruoli, mettendo lei sul banco degli imputati. Ancora una volta la ragazza si rese conto della strabiliante capacità di quell’uomo di manovrare le persone a suo piacimento. Era pericoloso. Davvero molto pericoloso. «Diciamo di sì», le rispose tranquillamente Takaya.

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Con molta delicatezza le prese il volto con una mano e lo girò, prima da una parte e poi dall’altra. «Certo, dovrò darti un’aggiustatina qui e una là. Fare qualcosa per questi capelli. Ma i tuoi occhi, così grandi e innocenti... E le labbra, tanto morbide, che sembra non siano mai state baciate....» Annuì soddisfatto. «Sì, si può fare». «Felice di sentirtelo dire!» replicò Irene, liberando il viso con uno scatto improvviso. «Quando cominciamo?» «Subito. Ho cambiato idea! Non salire in camera, ho la macchina parcheggiata lì dietro. Ce ne andiamo a fare un giro». «Ora? Ma è tardi ed è quasi buio!» Takaya si tolse gli occhiali con un gesto calcolato e la guardò. I suoi incredibili occhi. Verdi. Grandi e penetranti. Sgomenta, Irene si rese conto che piano piano stavano prendendo possesso della sua mente, del suo cuore e della sua anima. Scrutavano nel profondo di ogni suo più intimo pensiero. Ma quel che era peggio, senza che lei potesse fare nulla per impedirlo. «È di notte che comincia la mia vita, Irene. Quel che faccio... Quel che devo fare... Si accorda molto con l’oscurità, il silenzio e il mistero». «Certo... Le camere da letto!» «Ehi, bambina! Non è che il pensiero fisso del sesso ce l’hai tu, per caso? Insomma, secondo te passerei ogni istante della mia giornata a pensare a come portarti a letto?» «Beh, non ogni singolo momento, forse, ma...» «Irene!» Takaya pareva veramente offeso e indignato. «Questo per me è solo lavoro! Qualsiasi cosa tu pensi, io sono un professionista serio. Addestrarti per me è un dovere. E quando lavoro, è solo di lavoro che mi occupo». Irene lo guardò a lungo, incerta. Sembrava così sincero. Dai suoi splendidi occhi traspariva solo innocenza. Insieme al dispiacere che provava per gli ingiustificati sospetti di lei. Davvero lo aveva giudicato male? Beh... è vero, a volte era un 45


po’ impulsiva. Quando partiva in quarta, non la fermava più nessuno. «Bene» sospirò infine la ragazza, «non dovevamo andare?» «Sì, ma prima, Irene...» Guardandola negli occhi, Takaya le prese una mano fra le sue. «Ti fidi di me? È molto importante». «Io...» Trattenendo il respiro, Irene pensò che quegli occhi dovevano smetterla di guardarla così. Non riusciva più a ragionare. «Penso che sia logico fidarmi del mio sensei. E ora, per favore, andiamo». Irene si voltò e s’incamminò verso la macchina, perdendosi così il sorriso di divertito trionfo che stirava le labbra di Takaya mentre la guardava allontanarsi. In realtà non avrebbe dovuto essere tanto soddisfatto, perché il fatto che fosse fiduciosa e facile da convincere significava solo che avrebbe dovuto faticare molto di più con lei. D’altra parte, la sua ingenuità lo eccitava. E non solo quella. Anche il fuoco che le aveva visto divampare negli occhi quando era in collera con lui lo aveva colpito molto. E perfino la piega capricciosa delle sue labbra, quando lo guardava diffidente. Ancora una volta, come sempre in quegli ultimi giorni, si chiese cosa ci fosse in lei che lo attraeva tanto. Probabilmente era stato uno sbaglio accettare di allenarla. Lui in fondo era un tipo ragionevole. E proprio la ragionevolezza gli diceva che qualsiasi coinvolgimento emotivo in un lavoro come quello poteva essere rischioso, se non addirittura fatale. Poi, però, pensò al premio che gli era stato promesso, e si sentì così eccitato che si chiese se davvero non valesse la pena morire, pur di possederla. Takaya sorrise alla vista di Irene che, dall’altra parte della strada, lo fissava irritata, battendo con impazienza il piede a terra. Rimise gli occhiali scuri e, scostando i capelli dagli occhi, si apprestò a raggiungerla, senza fretta.

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3 Lady Akiko

Il viaggio si era svolto nel silenzio più assoluto. Aveva guardato fuori dal finestrino tutto il tempo, senza dire una parola, e lui non aveva fatto niente per avviare una conversazione. Si fermarono in un quartiere illuminato da innumerevoli insegne pubblicitarie proprio di fronte una carinissima sagoma di una donnina in kimono «Dove siamo?» chiese Irene incuriosita, guardandosi attorno. «Kabukichō» rispose Takaya distrattamente. Sembrava pensare ad altro. «Cosa ci facciamo qui?» Takaya era concentrato sulla guida e non rispose. Parcheggiò la Diablo e fece scendere Irene. La guidò fino a un elegante appartamento sopra un club di karaoke. Il portiere doveva conoscerlo bene, visto che li lasciò passare senza fare domande. Presero l’ascensore e si fermarono all’ottavo piano. Takaya suonò un campanello e rimasero ad aspettare davanti alla porta per qualche istante. «Dobbiamo incontrare un contatto?» insistette lei. «Un contatto? Sei pazza! Credi di poter partecipare subito ad una missione? Come se si potesse correre prima di aver imparato a gattonare». «Guarda che io non sono mica sprovveduta come credi!» rispose Irene stizzita. «Ne ho già fatti di lavoretti per il capo». «Sì, certo, immagino!» ghignò Takaya. «Gli hai battuto qualcosa a macchina?» Prima che la ragazza potesse rispondergli a tono, la porta si spalancò di colpo.

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Un’affascinante uragano biondo travolse il suo istruttore in una nuvola di costoso profumo, gettandogli le braccia al collo e appiccicandogli ogni curva contro. «Takaya!» trillò la sconosciuta, baciandolo con un calore che lui parve gradire non poco. A giudicare dallo slancio con cui ricambiò il suo abbraccio e dall’ardore delle sue mani lungo quel corpo sottile e sinuoso. Lo scambio di effusioni durò qualche istante. Lunghissimo, per Irene. Dopodiché, la bionda si staccò per riprendere fiato, languida e ansante. «Oh, Takaya. Ora ricordo perché mi manchi sempre tanto». E ancora una volta riprese a baciarlo con furia. Irene dovette aspettare un bel pezzo che i due finissero, per così dire, di salutarsi. Si erano dimenticati che lì c’era anche lei, questo poco ma sicuro. Facendola sentire, oltre che in imbarazzo, anche piuttosto sciocca. Fu Takaya a staccarsi con un sorriso. «Non ora, Yukio, ho da fare. Questa è Irene», disse, voltandosi verso di lei. «Irene, ti presento Yukio». La bionda le sorrise e Irene ricambiò con sincera simpatia. Era contenta che Yukio si mostrasse così amichevole. Non certo come quella vipera pettegola di Miyako, che pareva volesse gelarla a ogni sguardo. «Yukio, dove sono finite le tue buone maniere? Hai intenzione di lasciarci ancora per molto qui nel corridoio?» «È vero, hai ragione... Che maleducata che sono!» Yukio finse il broncio. «Ma solo perché sono gelosa. Lo sai che non mi va di dividerti con le altre; comunque entra, -sospirò- Akiko ti sta aspettando». Irene alzò le sopracciglia. Le altre? Cosa voleva dire? S’immaginò una schiera di seducenti ragazze vogliose che si contendevano Takaya. Ma no, cosa le saltava in mente! Scosse la testa come per scacciare l’imbarazzante visione. Poi entrarono e Irene rimase senza fiato. C’era davvero una schiera di ragazze! E tutte sbalorditivamente belle!

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Occhi perfettamente truccati, labbra invitanti, capelli avvolti in accurati chignon. Pur essendo donna, Irene non poteva negare l’evidenza. Si immaginava quei poveri giapponesi cadere come pere cotte solo all’idea di sfiorare le loro grazie. “Anch’io voglio quelle labbra! E quel corpo sinuoso. Oddio, in confronto sono un palo”. Non poteva non pensarlo alla vista di quell’harem e incrociando le braccia cercò istintivamente di coprire gli stracci che aveva addosso e anche il suo piccolo seno. Davanti a tutte, circa una dozzina, vi era una donna in un sontuoso kimono. Doveva avere circa cinquant’anni ed era bellissima. Si chiese come poteva essere stata da giovane e trattenne il fiato immaginandola. «Benvenuto, Takaya. Ti aspettavo», lo salutò la donna, imperturbabile. Takaya chinò la testa, ricambiando con rispetto il saluto. «Avrei voluto arrivare prima, Lady Akiko, ma sono stato trattenuto. Come vi ho accennato per telefono, c’è un favore che molto umilmente mi permetto di chiedervi». «Sei un onorato ospite della mia umile dimora Takaya, e le tue visite rendono felici le mie ragazze. Qualunque favore sia in mio potere farti, sai che lo farò con piacere per te».

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«Si tratta di questa ragazza, Irene». Si voltò verso la sua allieva, invitandola ad avanzare verso di loro. «Molto onorata di averti nella mia casa, Irene. Ogni amico di Takaya è benvenuto qui». Irene mormorò le dovute frasi di rito e tacque, attendendo che Takaya continuasse. Era curiosa di conoscere il motivo per cui il suo istruttore l’avesse portata in quel posto. Un bordello d’alto bordo, questo l’aveva capito appena entrata. «Vorrei...» Riprese Takaya. «Vorrei che usaste la vostra impareggiabile maestria per introdurre questa ragazza ai fondamenti dell’arte estetica, Lady Akiko». «Vuoi che sia preparata anche per il tuo piacere?» Takaya scosse lentamente la testa. «Voi limitatevi a insegnarle a essere una gioia per gli occhi, Lady Akiko. Io penserò a istruirla sui segreti del sesso, facendo di lei una delizia anche per i sensi». Per educazione, Irene rimase impassibile. Ascoltò i loro discorsi senza dire nulla, anche se avrebbe voluto intervenire e rispondere a tono. Dopotutto sapeva controllarsi meglio di quanto pensasse il suo maestro. Lady Akiko osservò attentamente Irene per qualche istante e annuì. «Capisco. È una donna molto giovane e pura quella che ti sta accanto, Takaya. Il candore è la sua principale attrattiva. È giusto che tu voglia riservarti il gusto della primizia». Lady Akiko si interruppe per fare un semplice gesto con la mano. «Laura, Ryoko, prendetevi cura di lei». Due giovani donne si avvicinarono a Irene e le parlarono dolcemente. «In quanto a te, Takaya, puoi scegliere la ragazza che preferisci per ingannare piacevolmente l’attesa». «Sono tentato, non immaginate quanto, Lady Akiko. Temo, però, che le vostre ragazze siano troppo care per me».

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«Tu mi offendi parlando di denaro. Finché sei mio ospite, la mia dimora è a tua disposizione. La distrazione che ti offro è un umile omaggio che sarebbe scortese da parte tua rifiutare». «Nel qual caso... Ma solo per non offendervi!» Takaya represse un sorriso malizioso e Lady Akiko annuì soddisfatta, lasciando la stanza. Mentre veniva accompagnata in un’altra camera, Irene fece in tempo a vedere le ragazze che, uscita Lady Akiko, si precipitarono vicino al suo maestro. Abbandonando ogni contegno, facevano un casino del diavolo. Protestavano, bisticciavano e lo pregavano di sceglierle. Irene scosse la testa con un sorriso divertito. Ah, le donne! Innanzitutto, a Irene venne fatto fare un bagno. Fu uno di quelli che si vedono solo nelle pubblicità, con mezzo metro di soffice schiuma che sembrava dovesse traboccare da un momento all'altro. La schiuma frusciava contro di lei accarezzandola, e questo le piaceva. Dopodiché, fu fatta sedere davanti a uno specchio enorme, completamente nuda. Ma non si sentiva affatto in imbarazzo. Le due ragazze, Laura e Ryoko, erano molto gentili e sapevano metterla a suo agio. A quel punto, silenziosa e discreta, comparve Lady Akiko alle sue spalle. Irene la vide riflessa nello specchio davanti a sé e la donna le fece un sorriso rassicurante. Da quel momento cominciò a imparare. Per prima cosa imparò la lentezza. La lentezza nelle parole. La lentezza nei gesti. Un vaporizzatore la circondò di fitta nebbia e fu profumata per ben tre volte. Ogni volta aspettavano che le goccioline le si condensassero addosso e si asciugassero. Era un profumo leggero, che si avvertiva a malapena. Più che altro, le spiegava la donna, serviva a esaltare il profumo naturale della sua pelle. Poi Lady Akiko in persona le sistemò i capelli, tagliandoli in certi punti, e intanto le parlava, le spiegava quale era la piega che avrebbe dato il massimo risalto all’ovale del suo viso. Poi Ryoko la truccò. Solo occhi esperti avrebbero saputo individuare un intervento esterno nella perfetta naturalezza del suo volto. 52


«Signorina Irene, lei è molto bella…» Disse con molta calma Lady Akiko. «Sarebbe un delitto coprire tali qualità naturali con un trucco pesante. Quello che deve fare è solo magnificare ciò che già possiede». «Sì, ma...» Irene fissò con occhi spalancati la sua immagine allo specchio. «...questa non sono io!» «Al contrario, questa è la vera Irene». Le fecero indossare un kimono molto semplice mentre continuavano a truccarla e pettinarla. Poi Lady Akiko la fece alzare e, posandole con gentilezza le mani sulle spalle, le parlò dolcemente, rivolgendole questa volta del tu. «La grazia è ciò che rende femminile una donna. Sii sempre morbida, Irene-san. Morbida e fluida nei tuoi movimenti. Quando vorrai attirare l’attenzione di un uomo, non cercarlo, fuggilo. Se i tuoi occhi eviteranno timidamente i suoi, sarà lui a cercare il tuo sguardo. E non dovrai parlare, ma sussurrare e le sue attenzioni saranno tutte per le tue labbra. Sorridi con parsimonia e che la tua voce sia sempre calda e profonda come un giorno d’estate. Ricorda che basterà un tuo movimento brusco a incrinare la perfezione cristallina dell’incanto che avrai saputo costruire con la gioia altrui. E non serrare mai la bocca, ma tieni sempre le labbra arrendevoli e dischiuse, come se fossi sempre in procinto di essere baciata, o di baciare». «Lady Akiko», intervenne Irene con gentilezza. «Apprezzo davvero ciò che state facendo per me. Io non avrei mai potuto immaginare di poter essere così...» Quasi involontariamente tornò a fissarsi allo specchio, poi si girò con una certa difficoltà. «Ma...» aggiunse, alzando il mento con fierezza. «Mi rifiuto di diventare una fragile bambolina di giada!» Con suo stupore, Lady Akiko sorrise. «Hai molto orgoglio, Irene, ma anche poca conoscenza delle tue potenzialità di donna. Le armi femminili sono quelle a cui un uomo è più vulnerabile. Io non ti chiedo di essere docile e fragile, ma solo di sembrarlo. Puoi invitare un uomo a prenderti con un sorriso 53


un attimo prima, e piantargli un pugnale nel cuore un secondo dopo senza che lui si accorga di altro che non i tuoi occhi dolci e la tua bocca vellutata. Mi capisci, Irene?» . «Sì, credo di sì.» Un sorriso pensieroso le fece socchiudere gli occhi. «Penso proprio di cominciare a capire...» Lady Akiko sorrise allo stesso modo. «Ne ero sicura. Sei una ragazza sveglia, Irene. Spero che il nostro onorevole Takaya si renda conto che nemmeno lui sarà più al sicuro, una volta che avrà finito con te.» Intanto un Takaya contento e rilassato usciva dall’altra stanza stiracchiandosi. Sulla soglia gettò un bacio con le dita guardando verso l’interno, poi si chiuse la porta alle spalle, senza nemmeno curarsi di infilare nei pantaloni i lembi della camicia spiegazzata e mezza sbottonata. «Finalmente ce l’hai fatta a staccarti da lei!» Una Yukio particolarmente indignata lo stava aspettando fuori. «Yukio, tesoro... Perché quel broncio sul tuo bel visino?» Takaya pareva sinceramente mortificato. «E me lo chiedi?» Gli voltò le spalle. «Hai preferito quella troietta di Maki, invece di scegliere me!» «No, Yukio...» Il ragazzo le si avvicinò da dietro, posandole le mani sulle spalle e cominciando a baciarle il collo, facendola trasalire.» Sai, ho scelto Maki solo perché non volevo che tutte si accorgessero che in realtà sei solo tu quella che preferisco. Sono così gelose, ed avevo paura che la loro invidia ti causasse dei problemi...» «Oh, Takaya...» Mugolò Yukio arrendevole. «…Lo sai che mi fai impazzire. » Lui la girò verso di sé, incontrando i suoi occhi innamorati. «Puoi procurarmi, cara, dei vestiti di una certa eleganza per me e Irene?» Le chiese Takaya. «Sì.» sospirò lei passandogli le mani fra i capelli. «Ne ho molti... nella mia camera da letto.» Senza farsi accorgere Takaya diede un’occhiata al suo orologio da polso e fece un rapido calcolo mentale. «Bene,» annuì. 54


«Vada per la camera da letto. Ma sbrighiamoci, Irene dovrebbe essere quasi pronta ormai.» Mezz’ora dopo Takaya lasciò la stanza di Yukio con lo stesso rituale, gettando un bacio all’interno prima di chiudersi la porta alle spalle. Era molto elegante, in completo bianco, con una camicia nera e la cravatta, ben pettinato. Affascinante e impeccabile più che mai. Diede un’occhiata allo swatch e aggrottò le sopracciglia. Ormai Irene avrebbe dovuto essere pronta. Come in risposta ai suoi pensieri, avvertì un fruscio dietro di sé. Si voltò lentamente. Lei gli stava di fronte, sorridente e remissiva. I suoi capelli più chiari le donavano quel non so che di diverso che i Giapponesi ammiravano tanto. La coiffeur di Lady Akiko aveva usato un colorante che dopo un solo shampoo spariva. Perfetto per chi voleva cambiare velocemente il look. Irene s’inchinò e la sua bella coda di cavallo oscillò dolcemente sopra il bouquet di rose pastello che incorniciavano i suoi capelli. «Allora, Takaya-san? Che ne pensi del lavoro di Lady Akiko?» Chiese Irene alzando leggermente il capo. Gli occhi le brillavano. «Sono passabile ora?» In realtà era incantevole, ma per Takaya non era il caso di farla sentire troppo sicura di sé. Si limitò a guardarla pensieroso per qualche istante e infine disse: «Si, non c’è male, sei passabile. D’altronde sapevo di poter contare sull’abilità di Lady Akiko.» A Irene la risposta non piacque per niente, ma non si arrese. «Hai la cravatta storta» disse e gli si avvicinò frusciando dolcemente nel kimono e investendolo di un profumo inebriante. Sfiorando per caso il collo abbronzato gli aggiustò il nodo, mentre il suo respiro le accarezzava delicatamente le labbra. Si allontanò poi di alcuni passi, tenendo il dito indice sulle labbra socchiuse e annuendo soddisfatta.

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«Sì, così va meglio. Ah, voi uomini, siete proprio un disastro con la cravatta.» Inclinò leggermente la testa sulla spalla sorridendogli. Takaya ridacchiò, lasciandola di stucco. «Vedo che Lady Akiko ti ha insegnato alcune cosette, Irene. Ma continui a voler correre prima di imparare a camminare. Non puoi iniziare a imparare qualcosa sull’arte della seduzione 56


e volerla sperimentare addirittura su di me!» Ridacchiò ancora, come se trovasse quell’idea molto divertente. «E allora?» Rispose lei aggressiva. «Tu sei speciale, forse?» «Però, che cambiamento!» Esclamò lui alzando scherzosamente le mani come per difendersi. «Io so tutto sui trucchetti femminili, Irene. Non puoi cercare di fregare proprio me.» «Come sei presuntuoso.» s’indignò lei: «Ti detesto quando fai così!» gli voltò le spalle. «Lo vedi? Non riusciamo nemmeno a stare vicini, noi due, senza fare scintille!» «Perfetto…» sospirò Takaya, «Adoro le scintille e le atmosfere incandescenti! specie in certi frangenti...» «Oh, io… » «Tieni, metti questo.» Prima che potesse replicare, le gettò il vestito che teneva sottobraccio e lei lo prese al volo. «L’ho scelto apposta per te. Dì a una delle ragazze che ti risistemi i capelli. Mi piacciono sciolti. Sbrigati, dobbiamo andare.» Irene si allontanò senza dire una parola, furiosa. Ricomparve dopo pochi minuti, in un abito di stile cinese, molto aderente, lungo fino alle caviglie. Sembrava un vestito come tanti ma quando si voltò mostrò la schiena slanciata completamente nuda, quasi fino ai fianchi. Takaya non fece alcun commento. Salutarono Lady Akiko e uscirono. Il viaggio in macchina fu lungo. Come all’andata, nessuno dei due parlò molto. Alla fine la curiosità prese il sopravvento sul risentimento di Irene. «Ma, Takaya, sai che è quasi l’una di notte? Dove stiamo andando ora?» «In giro.» «Ma è tardi! E io ho sonno...» «Un vero peccato, visto che domattina alle sei hai un appuntamento. Ormai che ci siamo, perché coricarsi?» «Chi, io? Povero pazzo!» «Domani la mia squadra gioca una partita di allenamento.» «Benissimo, buona fortuna.» 57


«Tu dovrai esserci. È alle sei, ti ho detto.» «Sì, certo… Tu sei decisamente pazzo. Io...» «Irene, dimentichi continuamente che sei una mia allieva. Sei sotto la mia responsabilità e mi devi obbedienza.» «Per quanto riguarda il lavoro sì, ma se si tratta di partite di calcio non vedo…» Takaya si girò di scatto verso di lei. Aveva gli occhi in fiamme. Era la prima volta che Irene lo vedeva così alterato. E non le piaceva per niente. Si fece piccola sul sedile. «Non abusare troppo della mia pazienza, piccola mocciosa petulante! Sei stata affidata a me in tutto e per tutto, sia che ti chieda di fermare un trafficante di droga, sia che si tratti di ballare nuda sul cornicione! Se continui a mettere in discussione la mia autorità sarò costretto a punirti. E ti assicuro che non mi limiterò ad una semplice sgridata!» Irene strinse le labbra. Non parlarono più per tutto il tragitto, fin quando Takaya non parcheggiò la macchina e le offrì il braccio per entrare nel locale davanti al quale si erano fermati. «Questo è il locale più costoso di tutta la città. E anche il più equivoco.» Irene si voltò sorpresa. Ora il sorriso di lui era amabile quanto la sua voce, come se non l’avesse trattata tanto duramente solo qualche minuto prima. Irene si adeguò: «Che devo fare?» chiese fredda. «Solo sorridere ed essere affascinante. E non guasterà se ti mostri un tantino sguaiata e volgare. Sai,» spiegò lui vedendola aggrottare le sopracciglia «questo non è proprio il genere di locali in cui un uomo porterebbe sua moglie...» «Ho capito perfettamente. Dovrò essere la tua amichetta.» «Esatto. E ora vieni, entriamo.» L’interno era un continuo alternarsi di luci, musica e risate. Donnine poco vestite servivano ai tavoli uomini eleganti e chiassosi, accompagnati da donne pesantemente truccate, mentre sul palco una ragazza si esibiva in uno spogliarello. Al passaggio di Irene gli uomini trattenevano il respiro e si leccavano lentamente le labbra seguendola con lo sguardo. Ma 58


lei era così intenta a cogliere ogni particolare di quell’ambiente che neanche ci fece caso. La cosa invece non era sfuggita a Takaya che quasi involontariamente le strinse il braccio con aria di possesso. D’altra parte neanche lui passava inosservato. Le donne si sporgevano in avanti con occhi intriganti vedendolo passare, lanciandogli inequivocabili sguardi d’invito. Una ragazza li guidò al tavolo ancheggiando. «Ma tu vieni spesso in posti così?» chiese Irene con una smorfia e si sedette dove le aveva indicato lui. «Ci sono costretto. Sai per lavoro...» «Ciao Takaya!» Una brunetta dalla voce roca si chinò su di lui per salutarlo. «Era parecchio che non ti facevi vedere...» «Sì, decisamente troppo.» sospirò lui guardandola. «Se dovessi aver bisogno, sai dove trovarmi...» La donna si allontanò e Takaya rimase a fissarla a lungo con sguardo nostalgico finché non sparì tra i tavoli. «Lavoro… Certo!» esclamò Irene con sarcasmo. «Poverino, dev’essere davvero stressante!» «Più di quanto tu possa immaginare. Ma lo scoprirai...» e cambiò bruscamente argomento. «Ridi, ora... No, non guardarmi stupita, sii naturale. Così, brava. Getta indietro la testa. Non stare composta. Siediti più avanti sulla sedia ed appoggiati allo schienale. Socchiudi gli occhi e sussurrami qualcosa.» «Non capisco cosa stai cercando di fare.» «Più sensuale.» «Insomma! Lady Akiko mi parla di quale arma possa essere il mio candore, tu mi dici che una delle mie doti maggiori sono i miei occhioni ingenui, poi fai di tutto per farmi apparire una donnina facile e volgare!» «Ridi. Non così, più forte. Apri di più la bocca, ma non come un forno. Vedi, tu continui a non capire. Non puoi dire “sarò così” ed essere così sempre. Ciò che dovrai imparare non sarà ad essere ma a non essere. Proprio così, Irene. Accavalla le 59


gambe, e liscia la stoffa sulla coscia... Lentamente... Facendo in modo che gli uomini dei tavoli vicini possano vederti. In verità, piccola, sappi che pochi in questa sala non ti divorano con gli occhi.» «Lascia stare. Cosa vuol dire che devo imparare a non essere?» «Che dovrai divenire eccezionalmente eclettica, mia cara. Dovrai cambiare personalità come cambi un paio di scarpe. Fare della menzogna un’arte, il modello della tua vita. Ed essere così convincente che nemmeno tu saprai più cosa di te è vero o è falso...» «Mille personalità pronte per l’uso, tutte reali e nessuna vera... Un po’ come se fossi... Un automa... Senz’anima...» Irene impallidì. «Non fare quella faccia, maledizione! Continua a sorridere e aggiusta quel ricciolo sopra l’orecchio in modo civettuolo... No, non in quel modo, giocaci, tiralo e lascia che ricada da solo vicino alla guancia... Devi imparare la lentezza, Irene. Un tipino irrequieto e focoso come te è sempre troppo impulsivo nei movimenti. Devi andare al rallentatore... E mai, mai devi permettere che i tuoi sentimenti personali traspariscano dal tuo aspetto e dai tuoi gesti. Mai, ci siamo capiti? Hai detto bene prima. Un automa senz’anima. Eccoci, ci risiamo. Ti ho detto di sorridere, Irene. Ridi!» Il suo tono si fece impercettibilmente secco, malgrado il volto si sforzasse di fingere un desiderio naturale e piuttosto viscido mentre rideva con lei. Irene aveva reagito alla sua durezza come le succedeva sempre, ribellandosi. Ma ora glie l'avrebbe fatta vedere. Sì, ne sarebbe stata capace. Non era una ragazzina capricciosa e tanto meno immatura. Quando aveva scelto quel lavoro sapeva che non sarebbe stata una passeggiata. Era pronta a tutto. Le sue guance ripresero colore e il sorriso si allargò nonostante i battiti accelerati del suo cuore. Da quel momento seguì ad una ad una tutte le mosse che lui le suggeriva. Fu calda e sensuale, mentre dentro ribolliva dalla rabbia. 60


«Bene.» Annuì Takaya ad un certo punto. «Fa’ da sola, ora. vedere Voglio vedere cos’hai imparato.» Irene non se lo fece ripetere due volte. Continuò a sussurrargli sciocchezze, dondolandosi sulla sedia, fissandolo languida, il volto proteso in avanti. «Allora, sensei, sono abbastanza convincente?» «Se lo fossi solo un briciolino di più ti salterei addosso. Già così non so cosa mi trattenga... Ascoltami bene adesso. Cambia faccia. Irrigidisciti. Comincia a parlare sottovoce, ma alterata. Devi infuriarti ma piano piano. Alla fine fai una scena madre, urla, sbraita, insomma improvvisa. Poi allontanati e vai da quel signore dietro di te... No, non girarti, lo riconoscerai subito. È Misha, un russo con un pessimo gusto nel vestire, ma uno ottimo per le belle donne. Al suo tavolo ce ne sono due niente male. Ma ti sarà facile surclassarle. Dovrai farti portare nella sua stanza d’albergo, Irene. Volevi entrare subito in una missione? Bene, questa è l’occasione che aspettavi. Nel secondo cassetto del comodino c’è un’agenda con un foglietto su cui c’è scritto un indirizzo. Insignificante di per sé, ma per me è assolutamente necessario per risalire ad un mandante a cui sto dietro da mesi. È molto importante.» «Come puoi essere così sicuro che proprio lì ci sia un foglietto con l’indirizzo?» «Ne sono certo, questo è tutto. Ho le mie fonti, e ti ho detto da quanto tempo sto tenendo d’occhio Misha, no? Allora… Lo farai? Non so se tu sia in grado, ma...» «E no! Questo non avresti mai dovuto chiedermelo, come osi?!» Irene balzò in piedi furiosa. «Sapevi che avrei fatto qualunque cosa per te, ma questo... Oh!!! Maccheffigliodiputt…» E cominciò a sciorinargli contro una serie di epiteti poco signorili mentre tutti si voltarono a guardarla. Poi prese il proprio bicchiere ancora colmo di sake e glielo gettò sul viso. Dopodiché si voltò sprezzante allontanandosi indignata.

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Era così alterata che non si accorse nemmeno del tavolino contro cui stava per sbattere, inciampò nella gamba di una sedia e precipitò addosso al suo sorpreso occupante. «Oh...Mi scusi...Mi scusi...Io...» «Colpa mia, signorina. Tutti sanno quanto sia pericoloso

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trovarsi sulla rotta di un uragano.» Irene trasse un profondo respiro mentre l’uomo la aiutava a rialzarsi, e in questo modo gli si strusciò contro. «Lei è molto gentile signore. Ma... Cioè....Volevo dire...Oh, dannazione! Deve credermi una perfetta stupida! Di solito non sono così ma...» Gettò un’occhiata veloce a Takaya che stava cercando di ripulirsi alla meno peggio per poi voltarsi subito con stizza. «Quel bastardo, quell’imbecille che ha... che ha...» sospirò profondamente. «Non importa, mi scusi. L’ho importunata anche troppo.» «Lei è piuttosto agitata, vedo. Non sarei un gentiluomo se le permettessi di andarsene in giro in queste condizioni. Mi permetta di aiutarla.» «Non posso approfittare così di lei…» Il suo tono era incerto, poi si distese in un sorriso malizioso. «O forse Sì? Forse ci sarebbe un modo di ripagarla del disturbo... E che sicuramente piacerà a entrambi...» Gli occhi chiarissimi dell'uomo brillarono all'idea, saggiando una ad una le curve del suo corpo. «Sarà un onore. La prego di sedersi al mio tavolo per un drink. Purtroppo il suo lo ha dovuto rovesciare sul suo…Hem, hem!... Ex accompagnatore. Mi permetta, mi permetta.» Irene sorrise ignorando gli sguardi inviperiti delle due donne in compagnia dell’uomo. «Non dubiti che saprò mostrarle la mia riconoscenza Signor.....» «Misha, Misha Mikoyan, mia piccola Matryoshka.» «Che cosa ci faccio qui?» Si ripeté per l’ennesima volta Irene, terrorizzata mentre beveva il liquore. Ma doveva andare avanti e passare al livello successivo. «Ops! Il drink si è rovesciato anche sul mio bel vestitino di seta...» Al che le due donne gettarono sbuffando uno sguardo di resa a Irene. Senza dire una parola, si alzarono dalle sedie e si diressero verso Takaya.

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«Credo proprio che avrò bisogno di un po’ di soda... Forse farà il miracolo di ripulirmi il vestito. Lo adoro, mi dispiacerebbe si rovinasse...» Irene andava alla grande e allo stesso tempo si sentiva una stupida. «Basterebbe ordinarne una bottiglietta al bar, ma mi permetta ancora di aiutarla. Io alloggio proprio qui sopra. Se non le dispiace, potrebbe comodamente usare il mio bagno, togliere la macchia dal suo vestitino con tutta calma... Che ne dice?» “Cosa ne dico? Che hai una voglia matta di saltarmi addosso che lo vedo scritto in caratteri cubitali sulla tua faccia da porco del cazzo!” Pensò Irene. Ma dalle sue labbra uscirono parole ben diverse: «Accetto volentieri». In un istante erano già in ascensore. Capita sempre così. Quando vuoi che il tempo passi lentamente, questo vola. Ora era sola con un uomo a cui aveva intenzionalmente lasciato intendere di voler andare a letto. Che cosa avrebbe fatto? Cosa gli avrebbe potuto dire? “No, guarda, ho cambiato idea, ci vediamo.” Certo! Così l’avrebbe sbattuta sul letto da arrabbiato, sapendo che lei l’aveva preso per il culo. Che poteva fare? Magari avrebbe potuto usare il Taekwondo che aveva imparato a scuola. «Che c’è? Non ti piace? Sei rimasta impietrita...» Misha chiuse con doppia mandata la porta prima di voltarsi, sorridente e con aria soddisfatta. Per lei invece il clac della serratura aveva un non so che di funebre. «Amore mio...» «Oh, Misha…» sospirò lei. « …è bellissimo, qui!» «Come te. Vieni qui vicino a me...» «È un materasso ad acqua!» rise scioccamente gettandosi sul letto prima che lui potesse abbracciarla. «Mi piace tanto rimbalzare!» «Oh, tesoro, anche a me! Rimbalzeremo insieme tutta la notte...» Misha fece per buttarsi addosso a lei. Attimo di

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panico. Lei saltò su come una molla e Misha si ritrovò ad abbracciare le coperte. «Tesoro, ho una splendida idea!» «Anch’io, sai? Se ti togli quel vestitino tutto impiastrato di liquore...» «No, no, senti. Ora ti spogli di là in bagno, bambolo, poi quando ti chiamo vieni e vedrai che sorpresa ho preparato per te!» «Sì, sì! Adoro le sorprese!» Esclamò lasciandosi spingere dentro il bagno. Irene poté così tirare un sospiro di sollievo appoggiandosi contro la porta chiusa. Per il momento era salva. Misha intanto si toglieva la camicia alla velocità della luce. La ragazza ne approfittò e si avvicinò al comodino. Era pronta per un’operazione di scasso, ma con sua grande sorpresa trovò il cassetto aperto. In silenzio lo aprì e la rubrica stava proprio lì, in cima ad una pila di fogli. La sfogliò, finché non ne uscì un foglietto accuratamente piegato in quattro. Lo aprì trattenendo il respiro e lesse l’indirizzo. L’indirizzo, no…! Era proprio quell’indirizzo! Stava per esplodere. Alla fine uscì un grido strozzato: «Nishikawa!» La porta del bagno si aprì e la faccia bonacciona di Misha apparve attraverso lo spiraglio. «Dicevi qualcosa, amore? È pronta la mia sorpresa?» «Sorpresa!» La voce di Irene era stridula, «Sono io quella che ha avuto una sorpresa. Nishikawa! Takaya Nishikawa! Questo è il suo indirizzo!» Come una furia sventolava il foglietto in aria. «Sì, e allora? Non dirmi che non conosci l’indirizzo di Takaya, eri con lui stasera al tavolo, no? A parte il fatto…» la rimproverò osservando il cassetto aperto, «…che non è molto educato frugare nei comodini altrui..» «Tu conosci Takaya?»

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«Scherzi? È un vero tesoro, mi ha fatto conoscere alcune fra le donne più belle che...» «Lui... Lui mi... Mi ha... » tremava così tanto che le battevano i denti. «Va bene, però» replicò Misha imbronciato e s’avvicinò «Ora basta con Takaya! Perché non pensiamo un po’ a noi due?» «Lo vuoi sapere perché ce l’ho con lui? Perché ho la sifilide!» Urlò lei furiosa. «Che cosa?» trasalì Misha facendo un passo indietro. «E me l’ha attaccata proprio quel tuo gran tesorone di Takaya!» «CHE COSA?» esclamò lui angosciato. «Beh, perché quella faccia? Non mi hai nemmeno toccata!» ghignò lei sarcastica sputando fuoco dagli occhi. «Ma Takaya mi ha passato Suzu... E se lui l’ha attaccata anche a lei... Madre Russia! Ma ne sei sicura?» «Quant’è vero che ci sono andata a letto, carino! Quel verme... Diglielo! Hai capito? Dillo a tutte le sue puttanelle, che è sifilitico e stronzo! Spargi la voce, che lo sappiano tutte! E che si suicidi pure metà della cittadinanza femminile, quel figlio di.... Io lo uccido!» Lottò due minuti con la serratura della porta facendo un gran fracasso. Infine riuscì ad aprirla e con forza la sbatté contro il muro uscendo furiosa. Misha rimase lì, a metà fra lo sbalordito ed il piagnucoloso quando d’un tratto gli parve di sentire una sonora risata che gli gelò il sangue. Fantasmi? Possibile? Deglutì e con precauzione si avvicinò in punta di piedi dove gli sembrava provenisse il rumore. Piano piano aprì la portafinestra e... «Takaya?» esclamò sbalordito «Ma cosa...» Takaya era sul balcone che si stava sbellicando dalle risate. La pancia tra le mani, gli occhi in lacrime, sbatteva le spalle contro il muro di pietra nel tentativo di calmarsi. «Oh, Misha... L’hai vista? Adorabile... Non è adorabile?» Non riusciva a smettere di ridere.

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«Sta’ zitto!» Piagnucolò lui. «Come puoi avere ancora il coraggio di parlarmi dopo che mi hai presentato Suzu e... E...» Le risate di Takaya aumentavano di intensità.» Hai visto come l’ha presa? È stato esilarante! Incredibile! Quando cercavi di saltarle addosso e lei scappava da tutte le parti, nervosa come una puledrina! Credevo proprio che non avrei resistito... E quando sventolava quel foglio così stizzita!» Scoppiò di nuovo a ridere. «Quella ragazza è un peperoncino, Misha!» «Ma non sei ammalato?» Takaya sghignazzò ancora senza rispondere, piegato a terra, e Misha capì tirando un sospiro di sollievo. «Ma, scusa, che ci fai sul mio balcone? Da dove salti fuori?» Misha era letteralmente esterrefatto, annoiato e infastidito. «Da sotto, no?» Scavalcando la balaustra di ferro e soffocando gli ultimi singhiozzi, Nishikawa saltò su un ramo robusto dell’albero di fronte. Takaya era il primo della classe al centro di addestramento di Parkour. «Ora scusa ma ho un po’ fretta…» disse mentre se la godeva come un matto, saltendo come una scimmietta dal ramo al muretto di cinta «…Vorrei riuscire a dormire almeno due ore.» E scomparì nel buio. «Ma... Takaya non... Non osare andartene, mi senti? Takaya! Devi spiegarmi! Takaya Nishikawaaa!! No, questo è troppo, due matti invasati nel giro di due ore!» E nel cuore della notte Misha tornò sconsolato in stanza.

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4 La bandiera compromettente

La luce soffusa e il profumo inebriante delle lenzuola pulite. La comodità di un letto morbido. Erano ore che lo sognava. Finalmente Irene era arrivata in stanza e si era subito infilata sotto le coperte. «Oh sì, ora mi faccio una bella dormita…» Si disse con gli occhi semichiusi. Per qualche ora non avrebbe più pensato a niente e a nessuno. Tanto meno a Takaya. Quel porco. Quel maniaco. Si sarebbe solo rilassata. Sì, proprio così, rilassata... Poi sentì qualcosa solleticarle tutto il corpo, facendola rabbrividire. Come se delle mani la sfiorassero accarezzandole delicatamente il viso, poi il collo e il seno. Tirò un lungo e profondo respiro. Che piacevole sensazione, pensava. Sentì il calore di morbide labbra baciarla. Prima sulla fronte, poi sulle guance, fino ad arrivare alla bocca e poi sempre più giù. E di colpo quel rumore sgradevole. Intanto le labbra continuavano a baciarla. Lei non voleva che smettessero. E poi di nuovo quel suono fastidioso. Ma proprio ora doveva disturbarla? Ora che si sentiva così bene… così… Bi-bip, bi-bip… Questo era reale, non se lo stava sognando. Sporgendo un braccio esplorò a tentoni il comodino, cercando la sveglia fin quando le venne in mente che… lei non aveva una sveglia! Incontrò invece qualcosa di duro e metallico. L’E-Tech, pensò confusamente. Il bracciale, voltandosi sulla schiena. Non aveva la forza nemmeno di alzare lo sguardo. Quell’oggettino agli occhi di chiunque sembrava un semplice bracciale alla moda ma era in realtà un accessorio ultramoderno in freddo titanio che faceva da orologio, telefono, video per le conferenze, fotocamera e microcomputer wi-fi. A questo si aggiungeva il piccolo

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ingegnoso localizzatore elettronico, regalo della S.S.A. Era con quel gadget che il capo comunicava con lei. «Pronto?» Sospirò. La sua voce era rauca, assonnata e languida Dall’altra parte silenzio. «Pronto? Allora? Se è uno scherzo...» «Voglio fare l’amore con te.» Disse una voce. «Voglio dormire con te. Ogni mattina ti sveglierò baciandoti, e tu mi augurerai il buongiorno con quella voce calda che mi fa impazzire...» Indifferente Irene fece per richiudere il display. Un pervertito. Ma lei non conosceva perv... Bloccò il pollice a metà strada. In verità, gliene venne in mente uno. A quel punto, sveglissima, si alzò appoggiandosi ad un gomito. «Takaya Nishikawa!» Urlò nell’apparecchio piena di rabbia. «Brutto bastardo deficiente...» «Buongiorno anche a te, amore.» «Come hai osato farmi uno scherzo del genere? Pensavi che sarebbe stato divertente? Bene, non lo è proprio stato! Mandarmi a fare la cretina in camera di un tuo amico per cercare un indirizzo... Il tuo indirizzo! Certo, per questo eri così preciso nel dirmi dove guardare. Probabilmente c’eri anche tu quando lo ha messo lì... e... e... Vaffanculo! Chissà quante risate ti sarai fatto alle mie spalle!» «Che cosa dici!» protestò Takaya «Io non riderei mai di te! Credi che mi abbia fatto piacere? Ho dovuto farlo, perché è utile al tuo addestramento, Irene mia, sapessi quanto sono stato male questa notte. Tu devi capirmi, è per lavoro, per metterti alla prova…» «Signor Nishikawa…» Ora la sua voce era pericolosamente zuccherosa. «…Non penserà mica di avere a che fare con una bimbetta ingenua e ottusa, vero?» Poi cambiò tono di voce, mostrandosi arrabbiata. «Io non sono del tutto scema. Così volevi mettermi alla prova? Mandarmi a sedurre un uomo talmente affamato che avrebbe ceduto anche alle lusinghe di mia nonna? È 69


talmente stupido e inoffensivo che anche un bambino di tre anni avrebbe potuto soggiogarlo! Oppure dovevo mostrare la mia abilità scassinando un cassetto aperto, o scovando un’agenda in bella vista, O...» «Vedi? È sempre il solito problema di voi ragazze. Prendete tutto troppo sul serio! Non pensavo che ti saresti offesa così, ecco....» «Sapevi esattamente come l’avrei presa, e immagino fosse proprio questo il bello del gioco, no?» «Ti prego, abbi pietà! Senti, è sempre stato il massimo delle mie aspirazioni stare due ore al telefono con una ragazza indiavolata che mi urla nell’orecchio alle sei del mattino, ma...» «Le sei....?» con voce soffocata Irene crollò sul letto, in coma. «Le sei del mattino... Takaya, ti rendi conto che hai svegliato una ragazza che è rientrata in albergo alle quattro e mezza?» «Appunto, dovresti ringraziarmi!» Esclamò lui con voce allegra.» Scommetto che ti eri scordata della partita di allenamento!» «La par... Oh, no Takaya, ti prego. Non puoi chiedermi questo, ho la testa spaccata in due e non riuscirò a stare in piedi neanche due minuti di fila... Dai, per piacere. Farò qualsiasi cosa tu vorrai, ma...» «Qualsiasi? Proprio qualsiasi?» chiese il ragazzo malizioso. «Tipo restare a letto e scostarmi le coperte quando arriverò da te?» «Mascalzone, figlio di puttana...!» II ragazzo sospirò. «Mi è difficile dirti di no, se mi lusinghi con tanta gentilezza, ma sono costretto a farlo. Alle sette allo Stadio Comunale. Mi sono permesso di chiamarti un taxi. Sarà da te alle sette meno venti. Ci vediamo là, e, Irene, mi raccomando, eh? Pimpante!» La ragazza rimase qualche istante a fissare l'orologio da polso muto, divisa fra la voglia di piangere e quella di strozzarlo. Lo 70


odiava. Ogni minuto che passava lo detestava sempre di più. Forse alla fine lo avrebbe ucciso veramente. Beh, se non riusciva a farla fuori prima lui, s’intende. Si alzò, e andando a sbattere qua e là, riuscì ad arrivare fino allo specchio della toilette. Almeno non aveva gli occhi gonfi. Strano, pensò, visto che se li sentiva grossi come due palline da ping pong. «Ma dopo tutto mia cara, hai solo sedici anni…» mormorò Irene all’immagine riflessa nello specchio. «È un po’ presto per le zampe di gallina, non credi?» “L’età non conta…” replicò la vocina insidiosa della sua coscienza. “Passa ancora qualche mese con Nishikawa e ti ritroverai le rughe e le borse sotto gli occhi, per non parlare di una serie infinita di ulcere ed esaurimenti nervosi!” Si rese conto che non poteva stare lì a guardarsi allo specchio ancora per molto se voleva arrivare in tempo per la partita. Si preparò velocemente e scese a prendere il taxi. L’aria frizzante del mattino le fece bene. Beh, per modo di dire. Era come se il mondo scorresse al rallentatore nella sua mente ovattata. Cercò di pensare a qualcosa di piacevole nel tentativo di svegliarsi ma non servì a un granché. “Lo so io di cosa avrei bisogno. Di un bel caffè, come quelli italiani. Quanto mi mancano!” Sul suo viso comparve un velo di malinconia. Scesa dal taxi, si diresse verso l’entrata dello stadio e con un sospiro fece per entrare quando venne letteralmente investita da una fiumana di ragazzine vocianti. Presa alla sprovvista, ci mancò poco che cadesse, se non fosse stato per una di loro che la vide e l’afferrò per un braccio. «Ehi, sta’ attenta!» le disse tutta allegra. «Che fai, dormi?» «No… è che...» Irene trattenne a stento uno sbadiglio mentre veniva trascinata via da quel gruppetto scalmanato. «Comunque io mi chiamo Kasumi...» E allungò la mano verso di lei. Irene ricambiò il gesto. «Io sono Irene… Senti, dovrei vedere un momento un certo Takaya Nishikawa e...» 71


«Mi pare ovvio, carina, tutte siamo qui per questo! Sei americana?» «No, italiana» rispose. «Senti, ho proprio bisogno di parlargli. Sai per caso come…» Kasumi la interruppe subito. «Addirittura? Ma dai, non ci posso credere! Ehi ragazze, sentite questa! È venuta anche un’Italiana oggi!» Alcune di loro si fermarono a guardare Irene con la bocca aperta. «Naaaaaaaa…» «Davvero?» «Ma quanta strada ha fatto?» «Quindi lo conoscono anche in Italia!» «Beh, la bellezza è internazionale, no?» e si misero a ridere. Irene non capiva molto, ma nelle condizioni in cui era, non se ne stupì affatto. «Kasumi, comincia fra molto la partita?» si sentiva premuta dappertutto, fin quasi a soffocare. «Oh, una decina di minuti, credo. Ma, accidenti, da qui non si vede niente! Vieni, andiamo più avanti. Ehi, fate largo, maleducate. C’è qui addirittura una ragazza italiana! Le fan d’oltreoceano meritano un po’ di rispetto, no?» «Cosa, che dice?» «Una ragazza è venuta fin dall’Italia? Solo per vederlo giocare?» «Nooooo! Ma davvero?» «Sicuramente avrà speso tutti i soldi solo per il biglietto aereo!» «Magari è scappata di casa per poter assistere ad un suo allenamento...» «Dicono che abbia piantato il fidanzato per venire da lui, e neanche lo conosce!» Sballottata di qua e di là senza capirci niente in quel caos, alla fine Irene si ritrovò in prima fila mentre tutte le battevano

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manate sulle spalle e stupite esclamavano qualcosa sulla sua intraprendenza e la sua tenacia o cose del genere. «Ma come fai? Non hai nemmeno uno striscione o un cartello!» le disse Kasumi gridando. In effetti quello era l’unico modo per farsi sentire anche a solo mezzo metro di distanza. «Tieni. Prendi la mia bandiera, va! Per una che attraversa mezzo mondo pur di venir qui a tifare questo e altro!» Spiaccicata contro la rete, Irene non capiva una mezza parola e avrebbe voluto solo scavarsi una fossa e sprofondare. La partita non era ancora iniziata ma i giocatori erano già in campo. Qualcuno si riscaldava, tre o quattro chiacchieravano, altri tiravano in porta. Tra di loro individuò Takeshi che pareva dare delle istruzioni a due giocatori e pensò che erano proprio belli i suoi capelli chiari e splendenti di riflessi dorati sotto il sole. Con un sorriso luminoso cominciò a sbracciarsi chiamandolo, ma fu inutile. La sua voce era inghiottita da quella frastornante confusione. Per fortuna ad un certo punto Takeshi alzò la testa per gettare indietro il ciuffo e così facendo, la vide. Fece per sorriderle, ma poi si bloccò impallidendo e voltandosi bruscamente dall’altra parte. Irene, sbalordita, non capiva perché. Era arrabbiato con lei? Alzando le spalle imbronciata, continuò a guardarsi intorno. Infine, proprio ai bordi del campo, lo vide. Takaya, a cavalcioni di una panchina, teneva fra le braccia una donna seduta di spalle e la baciava mentre le sue mani si insinuavano esperte e veloci sotto la camicetta di lei. Urlò con quanto fiato aveva in gola il suo nome, agitando le braccia, ma fu inutile. Rinunciò prima di perdere completamente la voce e rimase lì schiumante di rabbia, con una decina di gomiti infilati nella schiena.

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«Non è meraviglioso?» sospirò Kasumi in un terribile Inglese «Muoio d’invidia. Non so che cosa darei per essere al posto di quella lì.» «Ma come puoi dire una cosa simile? Probabilmente domani lei non si ricorderebbe neanche il tuo nome!» «E allora?» Kasumi parve infastidita. «Mica ho detto che me lo voglio sposare. Io ce l’ho già uno che mi piace!»

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«Ma, allora…» «Ehi, Irene, bambolina, ma da dove vieni? Takaya è bello da urlo ma con un tipo così mica puoi pensare di fare le cose sul serio! Quello è uno con cui ti puoi divertire… toh, guarda…al massimo un paio di giorni. E già così è dire tanto!» Irene non sapeva più cosa rispondere, e tornò a posare lo sguardo su Takaya. Prima o poi l’avrebbe dovuta notare, maledizione! Macché, tutto preso dalla sua bella, nemmeno una cannonata l’avrebbe distratto! E fra poco sarebbe iniziata la partita. Irene non sapeva nemmeno cosa doveva fare lì. Solo guardare la partita? A che pro? «Kasumi!» urlò Irene. «Mi faresti un favore? Non riesco ad attirare l’attenzione di Takaya. Così se al mio tre proviamo a urlare insieme, magari...» «Cavolo, ci mancherebbe! Ma aspetta, provo a fare una cosa. Sei venuta dall’Italia, è giusto che almeno ci parli. Ehi ragazze! Tutte zitte! Silenzio ho detto, è importante!» A forza di urla, cenni, gomitate e passaparola, tutte fecero silenzio. «Allora» proseguì Kasumi «abbiamo qui Irene che è arrivata apposta dall’Italia per vedere il suo idolo. Non permetteremo mica che rimanga delusa, vero?» Un coro di “NO” fece tremare l’aria, finché Kasumi con un cenno riportò la quiete. «Benissimo, allora! Al mio tre, via tutte insieme! Ehi, voi due, aiutatemi!» Prima di rendersene conto, Irene si ritrovò sollevata a mezz’aria senza poter far altro che emettere un gemito soffocato, mentre Kasumi intonava: «Uno… due… tre...» e un boato si levò dal gruppo: «Takaya! Takaya! Takaya!...» Staccandosi dalla donna, Takaya sorrise appena. Evidentemente era abituato a quel genere di manifestazioni. Si voltò a guardare e, per una volta tanto, rimase anche lui senza parole spalacò la bocca alla vista di Irene che veniva portata in trionfo dalle sue fan sventolando una bandiera...

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Ecco, finalmente aveva attirato la sua attenzione. Irene si mise ad agitare le braccia a più non posso, indignata. Si stupì nel vedere che lui strabuzzava gli occhi e lanciava un’esclamazione soffocata con lo sguardo fisso su di lei. Anzi no, su un punto impreciso sopra di lei... Ma cosa stava guardando? La sua espressione le ricordò Takeshi. Che fossero tutti impazziti quella mattina? Seguendo gli occhi di lui alzò lo sguardo, e cosa vide? Noooo… La bandiera di Kasumi! L’aveva completamente scordata. Un brutto sospetto le attraversò la mente. Si affrettò a voltare la stoffa in modo da poter leggere. E desiderò non averlo fatto... “TAKAYA NISHIKAWA SEI IL PIU’ SEXY DI TUTTI! APRIMI IL TUO CUORE ED IO SARO’ FELICE DI APRIRTI QUALCOS’ALTRO...” C’era scritto proprio questo. Irene ripensò alla faccia di Takeshi e a quella di Takaya e si vide com’era, sulle spalle di una banda di ragazzine scalmanate, a sventolare una bandiera piena di sconcerie urlando a squarciagola. Tutta la scena le parve così buffa e ridicola che le venne una voglia tremenda di ridere. Non riuscì a trattenersi. Cominciò a sghignazzare così tanto da far perdere l’equilibrio alle ragazze che la sorreggevano. Barcollarono, ondeggiando per un po’. Infine precipitarono tutte a terra, coinvolgendo quelle che le stavano vicino. «Irene!» Takaya corse verso la rete, ma c’era una tale confusione in mezzo a quel groviglio di scalmanate che non riuscì a individuarla da nessuna parte. Come se non bastasse, l’arbitro aveva scelto proprio quel momento per chiamare in campo i giocatori, così non gli rimase altro che dare un pugno alla rete metallica e allontanarsi a labbra serrate. Intanto Irene si era portata fuori dal caos, strisciando a quattro zampe. Nonostante fosse tutta ammaccata e dolorante, non riusciva a smettere di ridere. Si alzò levandosi la polvere di dosso. “Oddio!” pensò scuotendo la testa con un sorriso. “Devo avere proprio un aspetto orribile!” Sentì il fischio di 76


inizio partita, ma non ebbe nemmeno un attimo di esitazione. Tornare un’altra volta in quell’inferno? Ma neanche per sogno! “Per suicidarmi posso usare mezzi migliori!” pensò mentre si allontanava fischiettando. Dopotutto, presenza l’aveva fatta e figuriamoci se Takaya si sarebbe accorto della sua fuga in mezzo a quel trambusto di ragazzine urlanti! Si sarebbe presa una giornata di libertà per fare la turista. In fondo, di occasioni per divertirsi ne aveva avuto ben poche da quando era arrivata. Passò tutta la giornata fuori. Mangiò degli spiedini di carne ad un chiosco ed esplorò vicoli e stradine. Comprò alcune cosette qua e là e si mangiò due crêpes alla panna. «Al diavolo la linea!» si disse per giustificarsi «Tanto lo so che con quel pazzoide non riuscirò ad avere il tempo nemmeno per un pasto decente!» Non molto lontano dallo stadio c’era il parco Yoyogi. Così vasto da mozzarle il fiato. In mezzo si ergeva una bella fontana, con una moltitudine colorata di carpe Koi. Ovunque si vedevano panchine su cui riposarsi ed erba ben tagliata, di un bel verde brillante che le faceva venir voglia di stendersi. Oltre la fontana, si innalzavano in circolo alcune colonne di pietra. Irene ne ammirò la bellezza e la maestosità. Non molto lontano dal parco vide una stazione della metropolitana. Fermatasi davanti, la osservò bene. Mattoncini rossi qua e là, graffiti colorati sui muri, uno stile che le ricordava un po’ la sua vecchia Europa. Lì vicino notò un gruppo di ragazzi con occhiali da sole che ascoltavano una radio e ballavano al ritmo di una musica anni 60. Nonostante fosse agosto e facesse un caldo terrificante, erano vestiti con abiti molto pesanti, con giubbotti richiusi fino al collo e i capelli folti e pieni di gel. Vicino a loro, un gruppetto di sole ragazze chiacchieravano animatamente. Sembravano uscite da uno di quei film di vampiri. Giacchetta di pelle, minigonna nera e pettinatura dark, sfoggiavano labbra rosse fiammanti e occhi truccati pesantemente di nero.

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“E questi invece da dove vengono? Oddio, ma dove sono finita?” Pensò Irene, guardando poco più in là. E vide di tutto. Cowboy, capitani nazisti vestiti di tutto punto, corsari. Tutto molto pittoresco. Già che c’era si avventurò nella caotica Takeshita Street. La sfilata in maschera continuò anche lì. C’erano ragazzine vestite da Lolita, streghette e sagome variopinte che sembravano appena uscite da qualche cartone animato. I negozi erano affollatissimi, pieni di insegne. Qua e là un Kigurumi Arubaito, un omino ricoperto di pannelli pubblicitari deambulando attirava l’attenzione dei passanti con le sue pubblicità buffe e colorate. All’improvviso le venne in mente che le servivano dei vestiti leggeri. Non volendo abitare con Takaya, non aveva molte cose da indossare. Le avrebbero dovuto dare una vasta scelta di abiti per tutte le occasioni. Il Consiglio del Servizio Segreto glielo aveva garantito. Peccato però che tutto fosse riposto accuratamente negli armadi alla villa del suo onorevole maestro! Decise di fare compere e cercare qualche vestitino leggero. A Tokyo faceva molto caldo e c’era un’umidità pazzesca. Quando ebbe finito, tornò indietro, verso il parco di Yoyogi. I ragazzi in pelle nera erano ancora là, sotto il sole cocente intenti a ballare. Solo al vederli iniziò a sudare. Si tolse subito la giacchetta della tuta, la gettò a terra accanto ai piedi e si stese all’ombra di un grande albero. Rimase così per un po’, a pancia in giù con il mento appoggiato alle mani. Guardando in giro, iniziò a fantasticare su Tokyo, su quegli strani ragazzi, sulle vite che conducevano. Gli occhi cominciarono a farsi pesanti, si addormentò in cinque minuti. Fu svegliata da una sensazione di fresco alle braccia. “Avrò dormito sì e no una mezz’oretta.” Pensò stiracchiandosi. Guardò l’orologio e trattenne il fiato: “CAZZO una mezz’oretta durata ben sette ore!” Cominciò a raccogliere in fretta le sue cose e si diresse come un fulmine verso la stazione della metropolitana di Harajuku. 78


Non le ci volle molto ad arrivare al Granada Hotel. Alle sei stava già salendo i gradini dell’albergo, saltandoli velocemente a due a due, tutta arruffata e con le guance rosse. Ci mancò poco che si scontrasse con una ragazza che scendeva. Stava per chiederle scusa e riprendere la sua corsa, quando le parole le morirono sulla punta della lingua per la sorpresa. «Miyako!» «Di nuovo tu!» la ragazza inclinò la testa guardandola da capo a piedi divertita. «Hai sgominato da sola una banda di criminali, forse? Oppure hai partecipato a una maratona? No, fammi indovinare! Ecco, ci sono. Hai il diavolo... no, scusa, volevo dire Takaya, alle calcagna, vero?» Irene storse le labbra. «Spiritosa. Sono semplicemente stata un po’ a giro.» «Come vanno le cose?» «Ti interessa davvero?» «Certo! In realtà spero che ti vadano male, così ti rimanderanno a casa e te ne starai ben lontana da Takaya.» «Oh, grazie tante...» Le rispose Irene stupita. Miyako scosse le spalle indifferente «In guerra e in amore, tesoro, tutto è lecito. Almeno io sono sincera.» «Ah certo, questo senz’altro! E, sincerità per sincerità, sappi che neanch’io ti trovo particolarmente simpatica.» «Sei diplomatica, vedo!» Miyako sorrise ironica. «Senti… Non capisco proprio questa idea fissa che hai di me e Takaya! È così evidente che abbiamo due caratteri incompatibili! Io lo trovo antipatico e lui, dal canto suo, mi considera al pari di tutte le altre solo per quello che ho in mezzo alle gambe! Quindi, di cosa ti preoccupi?» «Non essere volgare ora!» rise apertamente Miyako. Poi si concentrò su quello che stava per dire, come se fosse molto importante. «Allora… Hai presente la faccenda del protone e dell’elettrone? Sì, quella cosa degli opposti, più e meno. Da soli cosa ci stanno a fare? Si devono unire per formare 79


qualcosa di decente che è l’atomo dda cui si crea ogni cosa. Mi sono spiegata adesso?» «Cos’è, sei anche una scienziata per caso?» «No, filosofa.» «Ah, ecco! Non ti capisco lo stesso.» «Non preoccuparti. Fortunatamente nessuno ci riesce.» Miyako sembrava infastidita. Sbuffando, Irene riprese a salire, ma si fermò dopo pochi gradini. «Miyako, sei stata allo stadio oggi?» «Sì, perché?» «Sai com’è finita la partita del club di calcio di Takaya?» Miyako la guardò fissa per qualche istante. «Cos’è, hai marinato gli allenamenti?» «Lo sai o no?» «La squadra di Nishikawa ha perso tre a due.» Soddisfatta, Irene continuò a correre verso la hall, mentre Miyako ancheggiando chiamava un taxi. Con tre borse in mano, carica di pacchi e pacchettini, Irene ci mise un paio di minuti prima di trovare la chiave. Quando infine riuscì ad aprire, si catapultò al sicuro nella sua stanza e trasse un lungo sospiro di sollievo nel togliersi le scarpe da quei piedi doloranti. Aveva appena varcato la soglia che la porta si richiuse di schianto facendole fare un salto. Si voltò temendo un ladro e invece… Takaya! Niente poteva esserci di peggio che vedere il suo maestro così rigido e teso davanti a lei, la mano completamente aperta, appoggiata alla porta chiusa e quell’espressione negli occhi. Sembrava davvero furibondo. Siccome dicono che la miglior difesa è l’attacco, Irene decise di anticiparlo. «Non mi piace che la gente entri così in camera mia!» «Mi hai disubbidito.» Il ragazzo avanzò di un passo e lei di scatto indietreggiò di due. «Sei venuta e te ne sei andata via subito. Giusto il tempo di farti vedere prima del fischio dell’arbitro, e poi sei sparita. 80


Per tutta la partita ho guardato se c’eri. E anche dopo... Ma di te neanche l’ombra.» «Come potevi pretendere di vedermi in mezzo a tutta quella gente? Certo che c’ero, sono stata lì tutto il tempo, e me ne sono andata via solo alla fine. Pensavo che a quel punto non avessi più bisogno che io rimanessi lì, e...» «Chi ha vinto?» Chiese perentorio. «Gli altri.» «E per quanto abbiamo perso?» «Per tre a due!» esclamò trionfante. Non se l’aspettava eh? credeva di coglierla in fallo, lui! «Chi ha segnato?» Irene si grattò il naso pensierosa. «Beh, veramente dalla mia postazione non sono riuscita a vedere bene, con tutte quelle ragazzine che mi spintonavano di qua e di là e mi urlavano nelle orecch...» «Abbiamo vinto quattro a uno!» Irene rimase spiazzata. “Che stronza quella Miyako” pensò “questa me la paga… Oh, sì che me la pa...” «Perché non vuoi proprio ascoltarmi?» Takaya era davvero furioso. Irene indietreggiò verso la poltrona, e lo guardò a testa alta. «Cosa vuoi fare ora, picchiarmi?» Chiese con il cuore a mille. Takaya la fissava in silenzio, gli occhi serrati e lo sguardo pieno di rabbia. Faceva davvero paura. I suoi bei capelli neri erano spettinati e, come se vi avesse passato più 81


volte le dita in mezzo, ricadevano in ciuffi disordinati sul volto. Davanti a quello sguardo feroce e bellissimo nello stesso tempo, Irene cominciò seriamente a temere per la sua incolumità e impallidì. «Sì» disse Takaya come in risposta ai suoi peggiori timori. «Sì cosa?» trasalì lei «Non vorrai mica picchiarmi!» «Sì invece.» La sua voce era ferma. «Ma non puoi farlo!» protestò Irene rifugiandosi dietro la poltrona, quando vide che lui stava avanzando lentamente. «Sono una ragazza indifesa, io!» «Vorrà dire che dopo ti chiederò scusa.» «Ma dai, come sei tragico! Non potresti limitarti a una bella punizione? Che so, tenermi chiusa in albergo per una settimana, proibirmi di fare acquisti per un mese... Cose del genere, insomma.» «Sta’ zitta!» Ringhiò Takaya e la ragazza sussultò. Gettando una veloce occhiata alle spalle e calcolando la distanza, provò a lanciarsi verso la porta della camera da letto, ma lui fu più veloce. Si buttò in avanti placcandola alle gambe e facendola finire sul divano. Irene si dibatté con furia ma non servì a molto. Dopo una breve lotta, Takaya le piantò un ginocchio nello stomaco mozzandole il respiro. «Ascoltami, e questa volta bene perché odio ripetermi e non sono abituato a doverlo fare in quanto solitamente ho a che fare con persone di una certa intelligenza. Non puoipretendere di essere un’agente se non conosci la disciplina. Non puoi essere un’agente e non ubbidire perfettamente agli ordini che ti vengono dati. Non puoi voler imparare da me e rifiutarti di fare ciò che ti dico! Vuoi capirlo questo? LO VUOI CAPIRE?» Il tono della sua voce aumentava, mentre le premeva sempre di più la rotula nello stomaco fino a farle mordere le labbra a sangue. Gli occhi le si riempirono di lacrime.

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«Chi ti credi di essere, ragazzina? Pensi forse che io sia disposto a stringerti la manina finché non decidi di smetterla con i capricci? Credi che io non abbia niente di meglio da fare? Se vuoi diventare un agente, benissimo, io sono il migliore, e posso insegnarti. Se non ti va, puoi anche girare il tuo graziosissimo fondo schiena e tornare dal capo! Lui forse sarà disposto ad ascoltare i tuoi piagnucolii e a soffiarti il moccio dal naso, ma io no. Hai capito? Mi hai capito bene?» «S... Sì..» Rispose lei mugugnando. «Te l’ho già detto una volta e non mi hai preso sul serio. Ora te lo ripeto, e che sia l’ultima volta: NON disubbidirmi!» La lasciò andare e Irene balzò a sedere tossendo e ansimando con le mani sulla pancia. Takaya si alzò agilmente dal divano e si mise seduto su una poltrona con le gambe accavallate, come se niente fosse. «Ti ho fatto male?» Chiese. «Direi… Proprio di sì…» Sussurrò la ragazza con un filo di voce. Lui annuì indifferente. «E la prossima volta te ne farò ancora di più, finché non metterai un po’ di sale in quella zucca. Piccola testarda che non sei altro!» «Ma dopo tutto era solo una partita!» Borbottò guardandolo storto. «Non è per la partita, e lo sai. Da quando sei arrivata non hai fatto altro che evitarmi.» «Anche tu ci avresti provato se fossi stato una ragazza e ti fossi reso conto di essere nelle mani di un maniaco!» «Beh, in tutti i casi, non sarei fuggito!» «Io non sono fuggita! Semplicemente ho preso tempo per analizzare bene la situazione e scoprire qualcosa di più sul mio nemico, prima dello scontro.» «Ti sei messa ad indagare su di me, forse?» La ragazza alzò le spalle. «Mi è bastato fare una chiacchieratina con Takeshi e con Miyako...» «E a quel punto?» 83


Irene rifletté un momento. «A quel punto ho proprio desiderato fuggir via.» Takaya rise. «Davvero mi trovi così terribile?» «Sei pericoloso per la mia incolumità fisica e mentale.» Gli occhi del ragazzo ebbero un guizzo. «Incolumità fisica in che senso?» «In tutti i sensi…» sorrise sorniona «…compreso quello a cui stai pensando ora!» 84


«Non cederai facilmente, vero?» «Non cederò e basta.» «Non è questa l’impressione che mi hai dato questa mattina! Il tuo cartello... Aspetta, com’è che diceva? “Takaya sei il più sensuale...no, sexy, mi pare...e per te sarò felice di aprire...” Aprire cosa, Irene?» Chiese malizioso. «Ohh, quella stupida bandiera! Una ragazza me l’ha messa in mano senza che me ne accorgessi mentre cercavo di attirare la tua attenzione.» Strinse le labbra risentita «Pura utopia, mi sono resa conto. Non me ne sarei andata se ti fossi preso la briga di spiegarmi perché ero lì e cosa volevi da me, invece di startene tranquillamente avvinghiato a quella rossa!» «È la mia psicanalista.» «Cosa? Mi prendi in giro?» «La rossa. È la mia psicanalista.» «Ah! Che tu abbia bisogno di cure psicanalitiche non mi sorprende affatto, perché in effetti, la testa bacata ce l’hai. Ma proprio una donna dovevi scegliere per dottore?» Rivisse mentalmente la scena di quella mattina e sospirò pensierosa. «In effetti, considerando come stavate avvinghiati oggi su quella panchina, mi chiedo se sia lei a curare te, o tu a pervertire lei.» Takaya sghignazzò divertito. «Carina, questa. In effetti dovremo metterci d’accordo su chi dei due dovrà pagare l’onorario all’altro.» «Takaya...» Irene era ancora seduta sul pavimento, la schiena poggiata al bordo del divano. «Sì?» «Se un giorno per disgrazia io dovessi fare qualcosa di terribile che ti farà arrabbiare davvero, saresti capace di farmi male, ma male sul serio?» «Sì.» Irene fece una smorfia. «Grazie, grazie mille! Non lo sai che esistono le bugie a fin di bene?» «E a che pro?» 85


«Per farmi stare tranquilla, no? Non so se riuscirò a fare sempre ciò che mi dirai. Sai, a volte ho una certa tendenza a fare di testa mia.» «Questo l’avevo notato.» si chiese se era il caso di dirle che gli piaceva, la sua caparbietà, il suo spirito indomito, il suo continuo ribellarsi a lui. No, non era proprio il caso. «Comunque, domani ci sarà un’altra partita. Spero che a questa non vorrai mancare.» Irene storse il naso. «Ancora una volta in quella baraonda?» «Irene...» «Va bene,.» Si affrettò ad assicurare, «ma Takaya... premuta fra quelle ragazzine isteriche, lottando per rimanere in piedi, riuscirò a vedere qualcosa?» «Hai ragione. Ti procurerò un Pass che ti permetterà di accedere al campo e agli spogliatoi. In realtà avrei dovuto già dartelo. Vedrò di fartelo avere al più presto, ma per ora temo che dovrai sopportare.» «Vabbè, non importa. » disse sospirando, «sopravviverò lo stesso. Certo, però, che ne hai di ammiratrici!» «Forse è perché ne valgo la pena. Perché non mi dai modo di dimostrartelo?» Sorrise lui avvicinandosi. Irene rispose indifferente. «Semplicemente perché non m’interessa. Grazie.» «Forse troverò un modo per stimolare il tuo interesse…» Sussurrò il ragazzo provocandola. Irene si fece seria. A che gioco stavano giocando? Detestava veramente Mr Nishikawa, saccente, presuntuoso e superficiale com’era. In un’altra occasione sarebbe stata l’ultima persona con la quale avrebbe stretto un rapporto d’amicizia. Figuriamoci una relazione! Ma quella non era una situazione normale. Volente o no, era costretta a frequentarlo e doveva ammettere che quel mascalzone aveva del fascino, conturbante e pericoloso come quello di un serpente. Non avrebbe dovuto abbassare le difese nemmeno per un istante, con lui.

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«Takaya, ora puoi andartene!» sospirò alzandosi in piedi. «Devo cambiarmi, mangiare e...» «Irene, non dirmi che vuoi saltare l’allenamento di oggi!» La ragazza spalancò gli occhi spaventata. «Non avrai mica intenzione di portarmi di nuovo fuori tutta la notte e pretendere che domani mi alzi presto per la partita, spero...» «Rilassati per stasera pensavo a qualcosa di più tranquillo.» Irene lo guardò di sottecchi. «Tipo…giocare un po’.» Takaya ammiccò con gli occhi mentre Irene diventava sempre più diffidente. «A cosa?» «Lo vedrai. Ora esco a comprare qualcosina da mettere sotto i denti, tu nel frattempo datti una sistemata.» Fece una pausa squadrandola dall’alto in basso. «Ma guarda come ti sei conciata! Io ti porto da Lady Akiko perché tu apprenda come trarre il massimo da te stessa e tu mi torni a casa così. Non so chi mi darà la pazienza per farti da guida, ragazzina! Comunque, a proposito di Lady Akiko, oggi mi ha fatto arrivare una borsa di cosmetici. Mi ha assicurato che ti sarebbero tornati utili.» Disse lanciandogliela. Lei la prese al volo. «Oh bene! Mi stavo giusto chiedendo dove avrei potuto trovare quelli che mi ha mostrato ieri.» «Ti do dieci minuti per prepararti, sbrigati!» La sua voce era tornata perentoria. «Come desidera, mio signore!» E si inchinò fin quasi a toccare terra. «Sarà un piacere per me eseguire ogni vostro ordine.» Takaya si voltò ed uscì, nascondendo un sorriso.

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5 Strip poker

«Allora?» Fregandosi le mani, Irene allontanò il vassoio di carta sporco di salsa dei tramezzini. «Che facciamo?» La ragazza stava seduta sul tappeto, mentre Takaya aveva mangiato comodamente allungato in poltrona. «Sai giocare a scacchi?» «Hmmm... Sì e no.» «In che senso? Sai giocare o non sai giocare!» «Diciamo che conosco le regole ma ho fatto solo qualche partitina senza impegno con gente che non era un granché.» «Aspetta. Dovrebbe esserci una scacchiera da qualche parte.» «Sì, è proprio lì, non vedi? Sul mobile dietro di te» «Perfetto. Dai, prendila, facciamo una partita!» «A scacchi? Carino ma… il mio autorevole sensei voglia perdonare la sua umile allieva se osa fargli una domanda. Cosa c’entra questo col mio addestramento?» «Quello degli scacchi è un gioco che richiede un grosso sforzo analitico, Irene. Devi studiare ogni mossa del tuo avversario, per precederlo e fargli fare le mosse che vuoi tu, in modo da poterlo incastrare... e abbatterlo in un solo colpo.» «Wow… Un esercizio mentale! Le pensi proprio tutte, eh?» «Vuoi sapere come stanno le cose? È che sei talmente impreparata in tutti i campi che mi viene male solo a pensare a tutto quello che dovrò insegnarti!» «Cos’è, un insulto forse?» «Però devo ammettere che le potenzialità le hai tutte.» «Salvato in extremis. Cominciamo va’, prima che mi passi il buonumore.» Takaya le diede scacco matto in dieci mosse alla prima partita, in tredici alla seconda e in sette alla terza. 88


«Wow,» sospirò Irene incantata «che bravo che sei!» «Da quando in qua perdere con tanta facilità è motivo di allegria?» «Dai, è che mi piace la bravura. E poi non sono io che gioco male, ma sei tu che giochi bene.» «Stai cercando di lusingarmi per caso?» «Ma come,» Irene sbatté le palpebre fingendo innocenza, «vuoi dirmi che con quegli occhioni penetranti che ti ritrovi non riesci a capirlo da solo?» «Ah,ah! Come mai tanto conciliante e simpatica, stasera?» La ragazza si accorse che era lui, ora, a guardarla con sospetto e diffidenza e il suo cuore batté più forte per il trionfo. Anche lei riusciva a disorientarlo. Certo, non era ancora così esperta, ma era un inizio. Purtroppo non riuscì a nascondere la sua soddisfazione e gli occhi del ragazzo tornarono a brillare di sicurezza. «Tentavi di confondermi, Irene?» «E ci sono anche riuscita… Almeno per tre secondi! Considerando che sono recluta da soli due giorni, chissà cosa saprò fare alla fine del training!» «Però, come mai questo cambiamento?» «Ma come, sensei, ho semplicemente deciso di seguire i vostri insegnamenti sul controllo e tutto il resto. Mi limiterò ad odiarti in silenzio succhiando tutto il tuo sapere.» “Preferirei tu succhiassi qualche cos’altro…” Il pensiero fu istintivo e le sorrise vagamente. «Sono curioso di vedere quanto riuscirai a resistere. «Fino a quando non farai qualcosa per farmi perdere il controllo, immagino.Vuoi muovere, signor onorevole Nishikawa? Tocca a te.» Giocarono a scacchi per un altro paio d’ore, finché Takaya non disse «Basta!» stiracchiandosi i muscoli indolenziti. «Sei una frana.» «Guarda che te l’avevo detto. Ma sono intelligente e imparo in fretta.» 89


«Lo vedremo. Hai un mazzo di carte?» «Credo di si... anche questo mi servirà? Giocare a carte, voglio dire...» «Le carte ti saranno utili per comprendere il tuo avversario, Irene. Quando sarai di fronte al nemico, sarà un po’ come giocare d’azzardo. Da ogni gesto, dalla più lieve contrazione muscolare, dovrai indovinare le sue intenzioni e agire di conseguenza. Dovrai capire se sta bluffando o meno, se ha degli assi nella manica, se tu ne hai più di lui. Senza contare che se t’infiltrerai in certi ambienti come donna di malaffare, non risulterai molto credibile se non conosci bene il gioco, e perché no, come si imbroglia...» «Io non ho bisogno di imbrogliare, gioco bene e sono molto fortunata. Credo proprio che in questo campo sarò io a darti dei punti, caro...» «Ma che arroganza! Vedremo. Su, prendi le carte!» Irene balzò in piedi e si allontanò correndo. Dopo pochi minuti ritornò con le carte. «Bene, sai giocare a Poker?» «Se so...?» Irene esultò. «Fra tutti, proprio il mio gioco preferito dovevi scegliere! Ora sì che non hai più scampo!» «Visto che sei tanto sicura, propongo di giocarci qualcosa.» «Perfetto! Cosa sei disposto a perdere?» «Attenta, troppa sicurezza può esserti fatale, Irene.» «Lo so benissimo e proprio per questo quando parlo so quel che dico.» «Se la metti così, ti sfido a Strip Poker!» «Strip... che?» Il suo sorriso svanì di colpo. «Strip, Strip Poker. Non dirmi che non lo conosci! Ogni volta che uno perde una mano, deve levarsi un indumento. Se vince, se lo rimette. Ci stai?» Irene storse la bocca. «Assolutamente no!» «Ma dai! Sarebbe questa la tua sicurezza? Tutte uguali voi donne, forti a parole ma quando si tratta di dimostrarlo coi fatti...» 90


«Per tua informazione, io sono più che sicura delle mie parole, e te lo farò vedere!» Si ribellò lei. «La mia paura non è certo quella di dover essere io a spogliarmi ma...» Tacque di botto, temendo di avergli rivelato un po’ troppo. E lo aveva fatto. «...Io? » terminò lui con un sorriso tronfio. «È questo che stai dicendo? Hai paura che sia io a dovermi spogliare? Sei così timida?» «Non dire sciocchezze, per favore! Ho detto che non mi va. Chiudiamo il discorso. Dai le carte.» A Takaya venne un dubbio. «Hai mai visto un uomo nudo?» «Una mia compagna di classe portava Playgirl a scuola. Ma immagino non sia la stessa cosa.» «Non lo è, dal vivo è molto meglio.» Esasperata, la ragazza strinse le labbra. «Ti stai divertendo molto, vero? Pensi di turbarmi con certi argomenti. Povero idiota, ci vuole ben altro per impressionarmi! Non sono mica una bimbetta ingenua!» «Ah, ma davvero? E perché sei diventata rossa, allora? Su, sentiamo…No, Irene, non me la dai a bere. Sono sicuro che se solo mi vedessi un po’ svestito ti sconvolgeresti così tanto da cadere svenuta ai miei piedi!» «Oh, è così? Ne sei proprio sicuro, eh?» I suoi occhi brillavano mentre sfogava la rabbia schiacciando i pugni contro i cuscini del divano. «Un indumento tolto per ogni mano persa e uno rimesso per ogni vincita, è così che hai detto, no? Sei sicuro che siano queste le regole?» Takaya alzò lo sguardo dalle carte, inarcando le sopracciglia. «Ma che glielo domando a fare?» Si disse Irene guardando da un'altra parte. I due si sedettero uno di fronte all'altra, seduti per terra a gambe incrociate. Lei era già concentratissima e lo guardava. Doveva sopportare il suo sorrisetto beffardo mentre mescolava il mazzo.

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Alla prima mano Irene mostrò secca il suo bottino. «Tris di donne.» buttando giù le cinque carte con decisione. Era ancora arrabbiata per prima, per godere delle sue vittorie. «Di già? Hai una fortuna sfacciata!» La ragazza sporse il braccio, indifferente. «La camicia, prego.» Alla settima mano Takaya era rimasto in boxer. «Beh,» sospirò Takaya porgendole l’indumento «devo ammettere che in questo campo non ho molto da insegnarti. In verità avevo sperato che qualcosina te la saresti levata anche tu.» sospirò di nuovo con rimpianto. «Se vuoi mi tolgo le calze per farti compagnia.» «Oh sì, fantastico! In effetti la sensualità dei tuoi piedi mi uccide!» «Io ti avevo avvertito.» La ragazza diede le carte e poi guardò le proprie. «Ma chi ti ha insegnato a giocare?» «Questione di predisposizione, suppongo. Dovevi vedermi a sei anni come andavo forte a rubamazzo. Dai tredici anni in poi tutti si rifiutavano di giocare con me a carte, ed ero ricercatissima quando si trattava di fare le coppie.» «Bene, così saprò a chi rivolgermi quando dovrò risolvere casi che abbiano a che fare con le bische!» «Hmm... come preferisci, intanto dammi il tuo orologio, amico. Full...» «Accidenti! Sei incredibile! E dire che io sono un bravo giocatore! È la prima volta che...» «Guarda che possiamo smettere anche subito.» disse Irene con tono volutamente annoiato «Se vuoi io...» «Ti piacerebbe, vero?» Il sorriso di lui era vago e allusivo. «Stai fissando lo stesso punto per terra da così tanto tempo che fra un po’ ci fai un buco! Sei talmente abituata a simili spettacoli da rimanere completamente indifferente, oppure non sono abbastanza carino da attirare la tua attenzione?» Irene bolliva in silenzio.

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Cercò di pensare il più velocemente possibile al modo migliore di salvare la faccia, ma non ne trovò molti. Ebbene si, pensava deprimendosi. “Sono una ragazzina forse troppo riservata ed inesperta. E allora?” Sarebbe stata una virtù per chiunque altro ma non per un agente segreto sicuro di sé e pronto a tutto. E visto che lei voleva fare proprio quel genere di lavoro... Avrebbe dovuto almeno evitare di scappare e rinchiudersi in camera, anche se ne aveva voglia. No, non poteva farlo. Takaya l’avrebbe presa in giro per il resto dei suoi giorni. Ma lei questa soddisfazione non gliel'avrebbe mai data. Con coraggio alzò gli occhi e riuscì persino a sorridere. «Sei in cerca di complimenti? Sai già di essere carino» e lo scrutò dalla testa ai piedi. Ecco, ce l’aveva fatta a guardarlo. «A parte che il poster di Playgirl è meglio...» mentì. «Forse perché non hai ancora visto tutto.» Suggerì lui in tono ironico. “Che faccia tosta!” s’indignò Irene. Però era proprio bello così agile e scattante, con quella grazia felina nei muscoli che si tendevano ad ogni movimento. Le girava la testa. Lo odiava. E lui lo sapeva! Di sicuro era consapevole del suo aspetto e dell’effetto che faceva alle donne. Doveva correre ai ripari! Era davvero un illuso se pensava che avrebbe ceduto davanti a un corpo maschile. Anche se bellissimo. Stupendamente modellato, con una pelle meravigliosa e... Irene scosse la testa sospirando piano, provando per la prima volta della comprensione per Miyako. “Se un giorno mi metterò con Takaya, cosa mi potrà succedere? Magari divento come Miyako e le altre? Un cagnolino scodinzolante che corre dietro al suo padrone, accettando umiliazioni e rimproveri, felice per una carezza data distrattamente di tanto in tanto?” Il solo pensiero fu una doccia gelida che la terrorizzò e le fece

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definitivamente riprendere il controllo di se stessa. Lei sarebbe stata pazza a cascarci e lui solo a sperarci. «Hey, Irene, allora? Ti sei incantata?» Il ragazzo le agitò una mano davanti agli occhi. «Stavo pensando.» «A cosa? A noi due?» le suggerì lui. I suoi occhi scintillavano. «Riflettevo su quanto sei stronzo a continuare a mettermi in situazioni che sai benissimo mi mandano in crisi e fantasticavo sul modo di fartela pagare!» «Oh, sono davvero mortificato…» disse, fingendo la solita espressione ingenua «…Comunque, se vuoi, puoi sempre fare marcia indietro.» Irene trasse un profondo respiro «Lo sai che non lo farò! Io non mi ritiro mai!» «Bene. Allora continuiamo. Devo dare io le carte, vero? Questa potrebbe essere l’ultima mano.» Disgraziatamente lei lo sapeva. Takaya aveva appena preso il mazzo quando qualcuno bussò alla porta. Irene balzò dal divano con un’aria incuriosita e sollevata allo stesso tempo. Chi arrivava a salvarla? Spalancò la porta di scatto e... il suo sorriso si trasformò velocemente in una smorfia acida. «Miyako...» «Anch’io sono felice di rivederti, cara.» Dalla lunga vestaglia di piume sporgeva una gamba liscia e affusolata, mentre i capelli neri erano sparsi sulla schiena in un disordine molto attraente. «Sono venuta a chiederti un favore.» «Che faccia tosta, dopo quello che mi hai combinato oggi.» ringhiò Irene. «Oggi? Cosa ti ho fatto oggi?» pareva davvero turbata. «Tre a due per gli altri, eh?» «Oh, quello...» rispose annoiata «Te l’ho già detto, mi pare, che in guerra e in amore... E poi, dai, non dirmi che ti sei fidata di me dopo... Il nostro primo incontro?» 94


Irene vide gli occhi della ragazza dilatarsi e riempirsi di invitanti allusioni mentre le labbra colorate di rosso si socchiudevano inumidite dalla lingua. Evidentemente Miyako aveva individuato oltre la sua spalla il ragazzo seminudo che, sdraiato in una posizione disinvolta, guardava di sbieco verso la porta, evidentemente seccato per l’intrusione. «Takaya...» ripeté piano Miyako e, spingendo via Irene come se non esistesse, si fece avanti nella stanza senza smettere un istante di divorarlo con gli occhi. «È una gioia trovarti qui.» «Io non posso dire altrettanto…» guardandola gelido: «…Non ti è venuto in mente che forse stai disturbando?» Antipatica o no, Miyako era pur sempre un’ancora di salvezza inviata dal cielo. E sui doni della provvidenza non si sputa mai sopra. «Stiamo giocando a Strip Poker.» si affrettò a intervenire Irene, proponendo speranzosa. «Se vuoi unirti a noi...» «Oh, cert...» «Ma Irene, amore mio!» Takaya le lanciò uno sguardo malizioso. «Sono giovane e forte, è vero, però…!» Irene lo guardava stranita. Takaya fece una pausa e poi aggiunse: «Non devi essere timida con Miyako. Lei lo sa bene che quando mi trovo svestito sul divano nella camera d’albergo di una bella ragazza, non è esattamente per giocare a carte... Non è vero, Miyako?» «Già.» La ragazza rispose secca stringendo le labbra. «Non voglio disturbarvi oltre.» Si volse bruscamente verso Irene: «Ne hai uno?» «Uno che?» Irene tentò di nascondere il sorriso alla ragazza che la fissava glaciale. Dopo tutto aveva già trovato il modo di vendicarsi, seppure involontariamente. Miyako era gelosa. «Uno di quelli... Ma sì, come si chiamano nella tua lingua? Un “coso”! L’assicurazione sulla vita!» «Un coso che, un’assicurazione di che?» È gelosa, è gelosa, è gelosa! Ah ah, carina, soffri in silenzio!

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«Uffa.. un... eppure mi sembrava... ah sì!» Schioccò le dita. «Un preservativo!» «Ah...» Irene trattenne appena in tempo un “...e perché mai dovrei averne bisogno?” che le era salito spontaneamente alle labbra, sapendo che sarebbe suonato alquanto infantile e li avrebbe fatti scoppiare a ridere tutti e due. «No, non... ne ho...» poi, con aria importante «Prendo la pillola...» «Ah…Sono certa che in qualche modo la stai prendendo. Bene, scusate il disturbo, vado». Si fermò proprio sulla soglia cercando Irene con lo sguardo allusivo e un sorriso divertito che la stupì «Vieni da me, uno di questi giorni, potremo discutere le comuni esperienze con lo stesso ragazzo. Sono sicura che sarà molto... istruttivo.» Si allontanò ridendo, e Irene chiuse la porta, sconcertata da quell’improvviso cambio d’umore. «Ma cosa voleva dire?» «Non la sopporto! Guarda che se davvero avesse accettato di fermarsi qui a giocare, ti avrei strozzata.» «Ma scusa, credevo che... beh, tu e lei...» «Siamo stati amanti, sì, ma è storia vecchia. Ora non la toccherei nemmeno se...» Non finì la frase ricordandosi che non era del tutto vero quello che asseriva con tanto disgusto. «Com’è possibile?» Irene lo guardò incuriosita negli occhi.» Miyako è molto bella e non sembra fare la ritrosa.» «Non lo è affatto, questo è il problema! Come puoi pensare che abbia ancora voglia di lei dopo che si è fatta la cittadinanza maschile di tutta Tokyo?» La ragazza non pareva convinta e aggiunse: «E allora? Tu ti sei fatto quella femminile... E poi non mi sembri solito scegliere le tue donne fra gli agnellini virtuosi...» «Irene, mi hai scocciato! Prendi le tue carte e sta’ zitta.» Quel tono le sembrò stranamente aggressivo ma non indagò oltre e continuò a giocare. Che ci fosse un altro motivo per la violenta antipatia di Takaya nei confronti di Miyako? Beh, ci

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avrebbe pensato un’altra volta. Ora aveva problemi più urgenti da risolvere. «Carte, Irene?» «Due.» Takaya gliele passò e lei aggrottò le sopracciglia. Era combattuta. «Full!» Disse il ragazzo trionfante. «Bene, allora...» dopo una lieve esitazione, Irene scosse la testa nascondendo le sue carte «Sembra proprio che stavolta abbia vinto tu. Io non ho che una doppia coppia.» Si accinse a togliersi il maglioncino. «Ecco fatto, siamo pari. E ora senti, io sono stanca. Non sarebbe forse il caso di...» «Fammi vedere le carte.» «Come?» La ragazza spalancò gli occhi. «Dubiti forse di me?» «Oh, no, sono solo curioso. Le carte.» le porse pazientemente la mano. «Questa mancanza di fiducia mi offende! Non ho intenzione di mostrarti un bel niente! » Nascose le mani dietro la schiena. «Qua le carte, Irene!» Lei alzò il mento con spavalderia. «No! Insomma, ti dispiace aver vinto? Credevo...» «Allora dovrò prendermele io!» si sporse velocemente sul divano per balzarle addosso, ma lei, che se l’aspettava, fu più svelta e riuscì a scansarsi saltando in piedi. Si rincorsero per tutta la stanza, barricandosi dietro i mobili. Lei minacciando, lui ridendo. Alla fine Takaya riuscì ad afferrarla per un braccio e a toglierle le carte di mano. «Ah-aaah!» esclamò. «Scala! Lo immaginavo! Certo che sei l’unica persona che io conosca che bara per perdere.» Irene borbottò qualcosa voltandogli le spalle. «Posso andarmene a letto ora?» Odiava chiedere il permesso come una bambina, ma per quella sera ne aveva avuto abbastanza. Non l’avrebbe più sfidato.

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«Certo!» la sua voce suonava allegra, e la ragazza si avviò verso la camera senza voltarsi indietro. «Ah, Irene...» «Sì?» «Io pago sempre i miei debiti!» Irene sentì qualcosa atterrarle in testa, sugli occhi. Sollevò il capo e vide i boxer penzolarle dalle dita. Trattenne il

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fiato giusto il tempo di realizzare che Takaya era di fronte a lei nudo come un verme. Una bruma rossa ricoprì completamente il viso e Irene preferì girare i tacchi e rifugiarsi in camera. «Vigliacca!» le rise dietro lui. Per una volta la ragazza non si degnò nemmeno di rispondergli, limitandosi a chiudere la porta a doppia mandata. *** La mattina dopo Irene si alzò presto per fare jogging e si recò al campo del complesso sportivo Yoyogi. E questa volta per tempo, forse anche troppo. Non sapendo cosa fare, cominciò a prendere a calci i sassolini bighellonando qua e là. Si fermò svogliatamente vicino alla rete guardando fisso davanti a sé. Non c’era ancora anima viva. Un senso di depressione la colse all’improvviso e le venne voglia di piangere. Se ne stava lì, guardando il campo, vuoto come la sua vita. Scesa dall’aereo, era piena di speranze e sicura di sé, in attesa di iniziare il lavoro che aveva sempre sognato. Quand’era stato? Solo pochi giorni prima. Non le sembrava vero. Allora si sentiva in grado di cambiare il mondo intero, certa che anche le altre persone avessero i suoi stessi ideali. E invece cosa aveva trovato? Un bellimbusto che non aspettava altro di potersi approfittare di lei e una vipera perfida e gelosa disposta a tutto, pur di farle del male. Non aveva nessuno con cui scambiare due parole e sfogarsi. Camminava in mezzo alla gente sentendosi invisibile. Mangiava, beveva, si alzava la mattina chiedendosi se ci fosse un valido motivo per farlo. Era impaziente di cominciare a lavorare, credendo che in questo modo tutto avrebbe avuto un senso. Ma era davvero così? Sarebbe potuta morire ogni volta, e nessuno avrebbe pianto per lei. E se invece non fosse morta? Quanti anni le sarebbero bastati per diventare una ninfomane insensibile e fredda come Miyako, indifferente, sempre alla ricerca di nuovi compagni di letto, come Takaya? Nel pensarlo, Irene si rese conto di quanto simili fossero in realtà le 99


esistenze di quei due ragazzi, e questo non fece altro che stringerle maggiormente il cuore. Tutti gli agenti finivano per diventare così? Doveva essere una vita terribile, quella, tutta vissuta nell’inganno e nella solitudine.» È davvero questo che voglio?» Si chiese mentre un senso di angoscia la soffocava. No, per niente. Lei non voleva finire così. E soprattutto, lei non era così! Desiderava qualcuno a cui importasse qualcosa di lei, qualcuno che fosse in grado di capirla e ascoltarla, qualcuno… «Irene!» La ragazza alzò di scatto la testa, i grandi occhi enormi smarriti. «Irene, cavolo!» continuò la voce. «Ma cosa ci fai qui tutta sola a quest’ora?» «Ta...Keshi?» mormorò lei, vedendolo arrivare di corsa dall’altra parte del campo. Sì, Takeshi. Takeshi dagli occhi dolci e il sorriso allegro e gentile, rivolto a lei, solo a lei. Fu come se un grosso peso le si fosse sciolto dentro. Ad un tratto si sentì più leggera e sulle labbra le tornò il sorriso, illuminandole il volto. «Oh, Takeshi!» quasi si buttò contro la rete, d’impulso. «Sono così contenta di vederti!» Felicemente sorpreso per quell’accoglienza, il ragazzo era al settimo cielo. «Sai, anch’io ho pensato molto a te.» «Davvero?» «Certo. Sei carina e simpatica e mi fa piacere parlare la mia lingua madre con qualcuno.» «Ecco quello che si dice un vero e proprio interesse disinteressato.» «Dai, ci mancherebbe!» ridacchiò Takeshi. «Ti assicuro che se m’interessasse l’inglese potrei fare a meno di salutarti per strada. Non offenderti ma la tua pronuncia è davvero straziante e sulla grammatica è meglio non pronunciarsi.» «Ma guarda un po’!» sbuffò Irene. «Se ci tieni tanto puoi chiederlo a un dizionario di uscire con te! Magari ti direbbe di sì.» 100


«Vuoi dire che tu mi diresti di no?» «No.» «No cosa?» Chiese Takeshi «No, no.» «Sì no no?» «Oh insomma,Takeshi, mi stai confondendo!» Scoppiarono a ridere insieme lanciandosi sguardi pieni di complicità. Si avvicinarono di più alla rete e Takeshi vi posò sopra una mano, sfiorando inavvertitamente quella di lei, che arrossì ritirandola in fretta. «Allora?» il ragazzo si schiarì la voce. «Allora, che?» «Usciresti con me o no?» «Forse.» Rispose con aria furbetta Irene, ma subito si accorse che stava giocando a fare la preziosa proprio come una delle tante civette che sopportava poco. Il suo sorriso si allargò e si corresse con dolce sincerità. «No, anzi… Sì, sarò felice di uscire con te.» «Quando?» Chiese con ansia. «Quando vuoi tu.» «Allora… subito! Dammi solo cinque minuti e...» «Ma... la partita? » Si stupì lei, divertita. Takeshi fece una smorfia: «Accidenti, è vero! Senti, e se ci vedessimo dopo la partita? Ho solo bisogno di una mezz’oretta per fare la doccia e...» «Sì, per me va bene.» rise lei «Ma sta’ calmo, guarda che non ho mica intenzione di scappare!» Anche lui rise scuotendo la testa con l’aria di prendersi in giro. «Mi dispiace, devo davvero sembrarti un tipo molto ansioso! Solo che tu... mi piaci, sai? E di te non conosco altro che il nome e che sei la fotografa personale di Takaya. Dopo quello che è successo l’altro giorno ero convinto che non ti avrei mai più rivista e ora non ti permetterò di sparire tanto facilmente. Puoi giurarci!»

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Irene chinò la testa, perché lui non le leggesse in viso il piacere che le facevano quelle parole. Peccato che doveva cominciare tutto con una bugia. Fotografa freelance per un giornale sportivo italiano. Certo, era questa la sua copertura. «Allora ti aspetterò qui dopo la partita.» «Rimarrai a vederci giocare?» 102


«Sì... Mi...» tossicchiò imbarazzata «…Mi piace molto il calcio.» «Già... Ti ho vista qui anche ieri...» s’irrigidì al ricordo. «...Con una bandiera in mano, in mezzo a una folla scatenata di...» Irene non lo lasciò finire scoppiando in una gustosa risata lasciandolo di stucco. «Irene...?» «Oh, Takeshi, non puoi capire…È così buffo!» Lui ci era rimasto male e non aveva capito: perché la cosa divertiva tanto Irene? Lei decise di raccontargli tutto. O almeno tutta la verità che poteva raccontare, di come fosse stata trascinata in quel gruppo di ragazzine impazzite e a torto scambiata per una fan di Nishikawa. Di come Kasumi le avesse messo in mano quella stupida bandiera senza che lei se ne fosse resa conto e della scena ridicola che ne era seguita. Alla fine anche lui rise, sollevato da quelle parole. «Sai, avevo quasi creduto che in realtà fossi cotta di Takaya, come tutte le altre...» «Ma scherzi? Lui non è proprio il mio tipo!» «Non pensavo lo conoscessi tanto bene da poter dire questo.» «Semplice, un tipo così si riconosce a prima vista.» Tagliò corto Irene. «Allora, ci vediamo dopo, d’accordo? Ora vai pure a riscaldarti, se vuoi... Guarda! Sono già tutti in campo, non voglio disturbarti.» «Figurati, non mi disturbi affatto!» «Takaya non c’è...» fece lei osservando i giocatori. «Lui non perde certo tempo con noi poveracci. È puntualissimo, ma arriva solo qualche minuto prima dell’inizio.» «Ma una squadra è una squadra e tu sei il capitano, no? Allora, fai valere il tuo ruolo!» «Hai ragione, ma lui è un testardo, non ci voglio litigare. Cambiando discorso, farai il tifo per me?»

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«Farò il tifo per la squadra» rispose lei senza compromettersi. «Vai ora. Quei ragazzi ti stanno chiamando. A dopo.» Irene abbozzò un inchino. Takeshi si allontanò e Irene rimase a giocherellare con le maglie della rete sorridendo. Si sentiva molto più sollevata, ora. Aveva un amico. Non era più sola.

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6 Due anime in pena

«Sei tu…Irene?» La ragazza si voltò sorpresa e si trovò di fronte una bella rossa che la fissava sorridendo disinvolta. Sfoggiava un bel completo blu che in generale sarebbe apparso molto discreto, se non fosse per alcuni particolari che non sfuggirono all’occhio attento di Irene. Lo spacco della minigonna le arrivava a metà coscia, la camicetta sbottonata lasciava intravedere l’inizio di un seno morbido e prosperoso, gli altissimi tacchi a spillo slanciavano ancora di più quel corpo longilineo. A Irene quel viso pareva familiare. Ma dove l’aveva già vista? Non riusciva a ricordare. Magari una delle fans di Takaya? No, non poteva essere, quella non era una ragazzina, ma una donna che non aveva meno d’una trentina d’anni! E conosceva il suo nome... Ma dove... «Tu sei Irene, vero?» «Sì, sono io, ma scusi, con chi ho il piacere di parlare? Non mi pare di...» «No, no, in effetti tu non mi conosci e neanch’io, in verità. Spero che a questo potremo rimediare immediatamente. Mi chiamo Kaori.» Disse porgendole la mano con fare amichevole. Irene ricambiò il gesto e si sforzò di accennare un sorriso. Ora le sembrava di riconoscerla. Ma no, non poteva... «Credo che abbiamo un amico in comune, noi due...» «Ah sì?» domandò Irene. Ma la risposta la conosceva già. «Takaya Nishikawa.» «Takaya?...» Rispose pensierosa. Temeva di essere davanti a un’altra Miyako. Ora l’aveva riconosciuta, era la donna che

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stava con il suo sensei sulla panchina, anche se l’aveva vista per poco e quasi solo di spalle. «Ah, sì... Takaya Nishikawa, certo.» Sorrise gettando un’occhiata ai polsi della ragazza per vedere se portava un orologio di riconoscimento. No, non ce l’aveva. Meno male. Almeno non era una di loro. «Un tipo difficile da dimenticare.» Tirò un lungo respiro. «Capisci cosa voglio dire, vero Kaori? Possiamo darci del tu, visto tutto quello che abbiamo in comune.» «Lo conosci bene?» «Sì, certo. Lo conosco. Come posso dire? Intimamente.» E scosse le spalle. «Ma lo avrò visto sì e no due o tre volte al massimo e lui si sarà già scordato di me da un pezzo, quindi non ti preoccupare, non sarò un ost...» «Invece sembrava si ricordasse abbastanza bene di te ieri, quando mi ha piantata in asso per correrti dietro.» Il suo tono cominciava a essere irritato. Una scenata di gelosia. Ancora. Proprio quello che ci mancava per iniziare bene la giornata! «Scusa, ma tu chi sei? La sua fidanzata, sua moglie, sua madre? Mi pare che Nishikawa sia abbastanza grande per badare a se stesso e fare quello che gli pare, no? Ho avuto una piccola avventura con lui, ma ora è finita. Comunque, anche se non lo fosse, non devo certo renderne conto a te! E ora, se permetti...» «Aspetta! Non te la prendere, fammi parlare. Non ho intenzione di litigare con te. Voglio solo fare due chiacchiere. Sono la sua psicanalista.» «Beh, ora saresti anche la mia se avessi continuato solo un altro po’ con Takaya!» «Veramente…» Kaori la guardò dritto negli occhi. «...Non credo che tu abbia avuto una storia con lui!» Irene rimase di ghiaccio. «Prego?» «Dicevo,» spiegò paziente Kaori «...Che non credo che tu sia, o sia stata, l’amante di Takaya.» 106


Grandioso! Si faceva in quattro per spiegare a tipi come Miyako e Takeshi che fra lei e Takaya non c’era niente e l’unica volta che diceva che sì, fra loro c’era stato qualcosa, non veniva creduta! E ad una sconosciuta, per giunta. Se questa non era ironia... «Allora, fammi capire. Innanzi tutto, come sai il mio nome?» «Ho sentito Takaya che ti chiamava dalla rete.» «E perché volevi parlarmi?» «Così, per pura curiosità. Sai, essendo la sua psicanalista non solo lo conosco bene, ma fa parte del mio lavoro valutare le persone attorno a lui. Ti ho visto di sfuggita ieri, ma… ecco, ricordo di aver subito pensato “Questo non è il tipo di Takaya, o, meglio, non è il tipo di ragazza che frequenta di solito”. «Sei troppo giovane. Quanti anni hai?...» Irene la interruppe offesa: «Cavolo, e in trenta secondi hai dedotto tutto questo? Ma cos’ho? Perché tutti mi guardano e pensano subito che io sia la classica brava ragazza inoffensiva e magari un po’ tonta?» «Forse perché lo sei davvero...» Irene aveva la bocca aperta. Kaori la guardò ridendo: «…Brava ragazza, intendo.» «Chi lo sa.» Gli occhi di Irene brillavano di sfida. «A volte l’apparenza inganna, e io so di essere un po’ meno brava e ingenua di quanto possa sembrare a prima vista.» «Forse.» concesse Kaori «Comunque continuo a pensare che non ci sia mai stato niente fra te e Takaya.» «E perché? A parte il fatto che ti sembro una brava ragazza, cosa ti fa giungere a questa conclusione?» «Immagino che se Takaya ti avesse avuto, avrebbe smesso di cercare tanto.» «Cercare?» Irene era sconcertata. «Cercare cosa?» «Perché credi che passi di letto in letto? È alla ricerca di qualcosa, senza sapere bene cosa. Magari se avesse te, non avrebbe più bisogno di...»

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«Sta cominciando la partita!» Distratta dal fischio dell’arbitro, Irene si arrampicò alla rete. Non si era nemmeno accorta del tempo che passava. «Felice di averti conosciuta, Kaori.» disse distrattamente senza togliere gli occhi dal campo «Mi dispiace, ma ora ho da fare. Ci vediamo, ok?» «Certo. Chissà.» Irene non le badò più e si allontanò. Aveva scelto una postazione ideale, un po’ appartata e fuori mano, dove avrebbe evitato la calca. Da lì riusciva a vedere i gruppi di ragazzine che si erano radunate nelle posizioni centrali. Solo una decina era sparsa qua e là vicino a lei. Nello stesso tempo, Irene voleva essere sicura di vedere bene e questa volta aveva pensato a tutto. Tirò fuori dalla borsetta un piccolo cannocchiale e tutta soddisfatta si mise all’opera per seguire con la massima attenzione la partita, visto che per Takaya era tanto importante. E lui era il suo sensei. Oltre a essere quello che le ficcava un ginocchio nello stomaco se non era soddisfatto di lei. Fin dall’inizio, la squadra dell’università in cui Takeshi e Nishikawa giocavano come titolari aveva mostrato una netta supremazia sul campo. In realtà c’erano anche altri validi elementi, ma questi non erano niente in confronto ai due fuoriclasse. Erano loro l’anima della squadra e, Irene ne era sicura, di tutta la partita, data la sicurezza con la quale conducevano il gioco. Mise a fuoco il cannocchiale tenendosi contro la rete. Takaya o non Takaya, niente avrebbe potuto allontanarla dal campo ora. Per nessuna ragione al mondo si sarebbe persa quell’incredibile spettacolo di abilità. E a lei la bravura piaceva. Nessuno sarebbe stato più adatto di Takeshi per il ruolo di capitano. Guidava i compagni con autorità. Non c’era mai un giocatore impreparato o fuori posto. Le sue direttive veloci e precise 108


rivelavano un’acutezza e una naturale predisposizione al comando che la stupirono positivamente. Non avrebbe mai pensato che lui potesse essere così. Quante altre cose si nascondevano sotto l’apparenza tranquilla e gentile del biondo capitano? Irene si morse le labbra. Ora Takeshi aveva il pallone e correva avanzando verso la porta avversaria con una grazia e un’agilità tale che era un vero piacere guardarlo. Ma non tenne per molto la palla e si preparò a passarla quasi subito. A chi? Si chiedeva Irene sconcertata. Non aveva compagni vicini, tranne due marcati stretti dai difensori. E allora, cosa... No, non poteva essere… Non a Takaya! Era troppo lontano, nell’area avversaria, accerchiato dai difensori dell’altra squadra e l’angolazione era pessima per un tiro del genere. Impossibile, era un azzardo troppo grosso. Invece… ecco che lo fece! Il pallone volò con la potenza di un proiettile per atterrare proprio ai piedi di Takaya che lo fermò con il tacco e scattò in avanti prima che chiunque avesse il tempo di batter ciglio. Irene non si accorse di aver trattenuto il fiato fino a quando non tornò a respirare normalmente. Davvero incredibile. La precisione di Takeshi era straordinaria, per non parlare dell’intesa di Takaya con il suo capitano. Il loro affiatamento, il sincronismo delle loro azioni era unico. Sembrava che comunicassero col pensiero. Voleva vederci meglio ma il venticello le muoveva i capelli fini facendoli finire negli occhi. Se li legò nervosamente. Ora i riflettori erano tutti su Takaya. Se il gioco di Takeshi era stato impressionante, il suo non fu da meno. Veloce come un fulmine, dribblava gli avversari creando triangoli con i compagni, come se avesse saputo in anticipo le mosse degli altri. C’era così tanta forza nel suo incedere, come se niente potesse fermarlo. E forse era così. Avrebbe voluto impedirselo, ma non riuscì a farne a meno e puntò il cannocchiale sul suo viso.

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Quant’era bello! Coi capelli al vento e le guance arrossate, gli occhi che gli brillavano di passione. Aggrottando le sopracciglia, Irene allontanò per un istante il cannocchiale dal volto. Non lo aveva mai visto così, né quando parlavano di lavoro né quando stava insieme a una donna. Si rese conto di quanto fosse importante il calcio per lui. Forse più di qualunque altra cosa nella sua vita. Tornò a concentrarsi sulla partita. Takaya continuava a scartare gli altri giocatori. Il suo gioco di piedi li disorientava. Quando si preparò a tirare, le dita della ragazza si contrassero sul metallo freddo e quando inevitabilmente la palla entrò in rete, Irene sì irrigidì per reprimere il grido d’entusiasmo che le era salito spontaneo sulle labbra. In compenso non si controllarono le fan, e anche dalla sua postazione decentrata venne assordata dalle loro urla di gioia. Pensierosa, Irene si fregò le orecchie. Davvero ammirevole quell’azione. Era come se Takaya avesse lanciato dalla parte giusta sapendo esattamente dove si sarebbe gettato il portiere. In effetti, il vice capitano si muoveva in anticipo rispetto agli altri, prevedendo sempre le loro intenzioni. Quindi non era solo lei ad essere trasparente. Mr Nishikawa era in grado di capire a colpo d’occhio la personalità di chiunque gli stesse di fronte. Questo la sollevò un poco. Chissà, magari avrebbe insegnato anche a lei a fare lo stesso e l’idea la affascinava. La partita continuò senza altri colpi di scena. Naturalmente vinse la squadra di Takaya per tre a zero e tutti i gol furono opera del suo sensei su passaggio di Takeshi. Irene rimise il cannocchiale in borsa mentre i giocatori rientravano negli spogliatoi sudati ed esausti, ma contenti. O almeno la metà di essi. Irene s’incamminò senza fretta verso il punto dal quale sarebbero dovuti uscire i ragazzi. Non si sorprese nel vedere Takaya completamente attorniato da ragazzine festose che urlavano in coro il suo nome. Ma lui non sembrava curarsene più di tanto. Si appoggiò al muretto e

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tornò a essere pensierosa. Non le era pesato il fatto di essere costretta a seguire quella partita. C’era una cosa che il suo sensei voleva che capisse e Irene se ne era resa conto. Quanto fosse importante l’affiatamento in qualunque azione di coppia. Takaya e Takeshi si comprendevano e si compensavano a vicenda. Chissà se lei sarebbe riuscita un giorno a raggiungere la stessa intesa con Takaya. Batté a terra la punta del piede sollevando un po’ di polvere, scoraggiata. Takeshi era un compagno perfetto, disposto a rimanere in ombra e lasciare a Nishikawa il ruolo della star. Sarebbe stata disposta a fare lo stesso? Le venne qualche dubbio. D’altra parte lui aveva esperienza e anni di lavoro alle spalle, mentre Irene non era altro che una novellina. Cosa poteva pretendere? Il primo passo avrebbe dovuto farlo lei. Per l’ennesima volta si ripromise di essere un’allieva esemplare, ma una parte di sé rimaneva scettica sulla buona riuscita dei suoi propositi. Perché doveva essere così difficile? Se solo Takaya... non fosse stato Takaya! E cosa dire poi della sua capacità di schivare gli avversari e anticipare le loro mosse? Sicuramente questa tattica la usava anche contro i criminali e lei avrebbe dovuto imparare anche questo. Per diventare come Takaya. Anzi, migliore di lui. “Che ambiziosa!” pensò sorridendo. Ma era meglio così. Si doveva sempre puntare in alto e lottare per avere il massimo. Si ripromise di non perdersi più una partita, voleva studiare a fondo il gioco di Nishikawa e... «Irene!» La ragazza alzò gli occhi sorridendo. «Takeshi! Di già?» Chiese stupita. In effetti non era tanto che si erano ritirati negli spogliatoi. «Ci hai messo pochissimo...» «Diciassette minuti.» Takeshi riprese fiato. «Ci avrei messo di meno se non avessi dovuto fare a pugni con un ragazzo perché lasciasse libera la doccia.» «Hai i capelli ancora bagnati.» 111


«Si asciugheranno, non preoccuparti. Allora, andiamo?» «Io sono pronta.» I due fecero per avviarsi quando una voce allegra li fermò facendoli voltare. «Takeshi!» un ragazzo stava sbracciando dalla finestrella dello spogliatoio gridandogli: «Per questo avevi tanta fretta, eh? Ma come, hai una ragazza e non ci dici niente?» Takeshi controbatté ridendo, ma Irene non ci fece caso. Era stata distratta da qualcos’altro. Dietro al ragazzo, nello spogliatoio sbucava la testa di Takaya che la guardava fisso, quasi impietrito, come se... come se lei lo avesse tradito. «Tipico dei ragazzi troppo pieni di sé.» pensò Irene indifferente. «Credono di poter avere tutte le donne ai loro piedi.» E così il suo ego aveva subito un duro colpo... Bene! Ma la ferita si sarebbe subito rimarginata. Ne era certa. Takeshi e Irene stavano per allontanarsi quando ci fu un trambusto alla finestra. Il ragazzo sparì con un urlo come se fosse stato tirato via e al suo posto si affacciò un Takaya ancora con la testa bagnata e inschiumata. «Capitano!» gridò «Non fare troppo tardi! Non mi avevi detto che stasera avresti avuto un meeting con il gruppo dei fan della squadra?» «Io?» Takeshi, stupito, si fece serio: «Guarda che ti sbagli di grosso, non ho mai detto una cosa del genere!» Irene sorrise dolcemente e Takeshi si voltò nell’atto di andarsene dando le spalle all’amico. Ora Takaya, gocciolante e mezzo nudo, fuoriusciva con tutto il torso dalla finestrella. Poteva vedere in viso solo la ragazza e allora ne approfittò per apostrofarla a gesti e le ordinò di cambiare i piani con Takeshi. «Non potremo fare tardi, visto che stasera il mio capo mi chiamerà dall’ufficio da Roma per discutere di un servizio fotografico.»

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Irene con le pupille degli occhi si alternava tra il biondino di fronte a lei e Takaya che, dalla sua postazione scivolando sempre più in avanti, insisteva con la sua serie di indizi manuali. «Ma non è il caso di pensarci ora, io non dimentico i miei impegni. Suppongo mi basterà essere a casa per le sei e mez...» Con una veloce occhiata Irene vide la mano di Takaya abbassarsi come per suggerirle: “Di meno, di meno!” «O forse è meglio fare per le sei.» “Di meno, di meno!” La giovane strinse le labbra. «Ma che sbadata! Ricordo chiaramente che il mio capo mi ha detto per le cinque e mezz...» “Di meno, di meno!” Irene iniziò ad arrabbiarsi alzando la voce. «Sì! Ha detto proprio per le cinque e mezza. In effetti lui avrebbe preferito che stessi tutto il giorno in casa a sua disposizione ma…» Takaya fece grandi cenni d’assenso col capo «...Ma naturalmente io non ne ho la minima intenzione!» La ragazza si voltò lasciando perdere quel cafone di un Nishikawa e si avviò al cancello dàuscita con Takeshi che l’aveva ascoltata per tutto quel tempo fissandola stupito. «Irene? Ma stai bene?» «Certo, perché?» «No, niente. Certo che sei una ragazza strana, sai? Compari un bel giorno dal nulla nel nostro campo insultando Takaya, che dici di non conoscere molto bene. Non ti perdi una partita della nostra squadra. Te ne stai sempre sola, zitta e seria, senza tifare o applaudire. Poi sparisci di nuovo, non vuoi darmi il tuo indirizzo, né il numero di telefono, né un modo qualsiasi per rintracciarti, e ora ti metti anche a parlare e ad arrabbiarti da sola! Secondo te cosa dovrei pensare?» «Io non parlavo da sola, stavo parlando con te!» «Ah ecco, allora la prossima volta avvertimi, così cerco di seguirti nel discorso.» 113


Irene rimase per un istante interdetta, poi scoppiò a ridere. «Takeshi, sei davvero adorabile!» «Ah sì? E... Perché?»

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«Perché sei come sei! Simpatico e sincero. Con te non devo passare tutto il tempo a chiedermi cosa hai in mente, e se mi stai mentendo. Posso essere me stessa senza paura di rivelare troppo di me, o di venire fraintesa.» «Sembra che tu mi stia paragonando a qualcuno.» «Forse è così, ma tu ne esci vincitore in pieno!» «Grazie…» Ma non pareva convinto e lei lo notò. «Non sembra che quel che ho detto ti faccia molto piacere.» «Oh, indubbiamente non hai detto che cose carine e piacevoli su di me. Immagino di doverne essere felice. Almeno hai avuto il buon senso di risparmiarti frasi del tipo “Sei l’amico migliore che abbia mai avuto” o anche “Se avessi avuto un fratello mi sarebbe piaciuto che ti somigliasse”...» «Ma non intendevo questo. Cioè, io volevo dire solo che sei davvero...» «Un bravo ragazzo.» terminò lui. Ricordando quel che aveva detto Kaori su di lei quella mattina, Irene si sentì quasi in colpa. «Peccato che le ragazze s’innamorino sempre dei mascalzoni.» «Però finiscono per sposare i bravi ragazzi.» Rimbeccò Irene battendogli una mano sul braccio per incoraggiarlo. «Che consolazione!» sospirò Takeshi. Rimasero qualche minuto in silenzio, poi cominciarono a ridacchiare tutti e due. «Sai, succede sempre anche a me. Che tutti pensino che sia una brava ragazza, intendo. È piuttosto fastidioso, mi fa sentire una scolaretta.» «Io sono sempre stato considerato un ragazzo serio ed affidabile. Fin troppo. Non so se mi capisci. Il tipo che una ragazza guarda pensando: “Che barba deve essere quello”, e che piace tantissimo ai suoi genitori. Se poi consideri che le ragazze vanno pazze per i tipi come Takaya, che è proprio l’opposto di uno come me...» «Ah sì? E voi ragazzi, allora? A vedere tipetti pepati come Miyako vi escono gli occhi fuori dalle orbite.» 115


«Almeno lei non è una tua amica! Sai cosa vuol dire avere un migliore amico come Takaya? Che le ragazze si avvicinano a te solo per avere informazioni su di lui, e che quando uscite insieme non riesci a rimorchiarne nemmeno una. Stanno tutte dietro a Takaya!» «Immagino che non sia facile. Forse dovremmo darci una scrollata e mostrare al mondo che non siamo poi tanto angeli.» Irene fece una pausa e fingendo serietà, disse «Ecco ho trovato! Potremmo fare qualcosa di veramente cattivo che la gente non si aspetta!» Neppure lei credeva veramente a quello che diceva. «Sì, certo...» Takeshi accennò un sorriso. «Ma non so se persone come noi riuscirebbero mai a farlo.» Così dicendo, arrivarono davanti a Chez George e Takeshi si voltò a guardarla indicando il locale. «Ti porto qui, ti va? Che stupido… avrei dovuto chiedertelo prima!» «Figurati, me ne hai parlato così bene! Sono curiosa di vedere com’è. Allora, entriamo? Ci mettiamo seduti e continuiamo a compatirci davanti ad una bibita fresca.» «D’accordo, così sarà più piacevole.» Il locale era quasi del tutto vuoto a quell’ora di mattina. I due ragazzi si sedettero intorno ad un tavolino e George in persona prese le ordinazioni. Irene si guardò intorno soddisfatta. Quel posto le piaceva davvero. Era semplice e confortevole, con sedie e tavoli in legno, comodi divanetti in raso nero e dipinti alle pareti. Parlarono del più e del meno, come se si conoscessero da sempre. «A proposito!» Entrambi nel bel mezzo della conversazione, e Takeshi su un tovagliolino di carta scrisse qualcosa e glielo porse. «Tieni, prima che me ne dimentichi. Ti ho scritto il mio indirizzo e il mio numero di telefono. Chiamami.» «Certamente!» Disse Irene solennemente.

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Poi aggiunse un po’ mortificata: «Io però ti chiamerò senz’altro dal telefono di camera mia al Granada. Io non ho un cellulare.» «Irene…» Takeshi sorrise. «Guarda che se cominci ora a raccontarmi le bugie, poi corri il rischio di non ricordartele più e di contraddirti. Bella figura, faresti!» Irene lo guardò da sotto in su con un musetto da cerbiatta «Mi dispiace.» «A me non più di tanto. Io non ho fretta, sono un tipo paziente. Saprò aspettare. Vedrai che piano piano riuscirò a spogliarti... Cioè, volevo dire… mettere a nudo… la tua anima, intendo…» «Ah ecco… la mia anima. Davvero?» Takeshi non rispose portandosi il bicchiere alle labbra con un sorriso, e Irene alzò le sopracciglia, pensando che forse il capitano non era così timido come pensava. La giornata passò in un lampo e fu piacevolissima. Usciti da Chez George Takeshi la portò in giro per la città, facendole da cicerone. A ogni cartello, segnale o manifesto pubblicitario Irene si fermava chiedendogli la traduzione. Alla fine esausto la provocò per prenderla in giro. «Se vuoi ti traduco anche i nomi sui campanelli, hai solo da dire!» «Effettivamente non sarebbe una cattiva idea.» Lui l’afferrò per la coda dei capelli trascinandola via esasperato, mentre lei protestava strillando. «Abbi pazienza Takeshi! Ho bisogno di imparare la lingua!» Cominciò a fermare i passanti intavolando discussioni con le persone alquanto perplesse e costringendolo a fare da interprete. Takeshi sopportò per un po’ poi cominciò a tradurre per conto suo senza badare più al significato vero di tutto quello che veniva detto. Ora toccava a lui divertirsi, in mezzo al caos delle parole senza senso che volavano da tutte le parti. «E ora cosa gli hai detto?» Gli chiese severamente Irene, con le mani sui fianchi, dopo che una bella ragazza bruna se ne era

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appena andata arrabbiata urlando qualcosa che lo aveva fatto scoppiare a ridere. «Che sei una giornalista e che devi fare un articolo sulla prostituzione. Così avevi pensato di provare a chiedere informazioni a lei, visto che aveva la faccia da...» «Ma sei terribile! Io volevo solo chiederle se conosceva qualche ristorante italiano in zona.» provò a trattenere un sorriso, ma non ci riuscì molto bene. «Però…hai visto la faccia che ha fatto? » «E non hai sentito cos’ha detto!» Dopo quella lunga passeggiata, si accorsero che erano quasi le quattro e mezza. Decisero quindi di tornare allo stadio con la metropolitana. Takeshi recuperò la sua auto. «Vuoi uno strappo?» Propose facendo un cenno col capo. «Non ce n’è bisogno, grazie. Qui dietro ho visto che c’è un internet cafè. Devo assolutamente usare Skype e parlare col mio capo.» «Ci risentiamo presto, allora.» le disse Takeshi salutandola. «Mi raccomando, telefona.» «Contaci. E tu non combinare guai senza di me.» «Ti aspetterò, d’accordo. Ma non farmi attendere troppo.» «Promesso. Ciao Takeshi!» «Ciao!» Irene si avviò di fretta per le vie della città. Non perché fosse in ritardo, di tempo ne aveva ancora a sufficienza per godersi una passeggiata tra i negozi prima di arrivare all’hotel. C’era in lei un’euforica inebriante sensazione di libertà. Non l’aveva mai provata prima e la faceva sentire felice e appagata. Non desiderava altro che correre a perdifiato. In breve tempo raggiunse l’albergo. Dando un’occhiata distratta all’orologio aprì la porta della camera. Non erano ancora le cinque. Perfetto, avrebbe avuto il tempo di fare una doccia, cambiarsi e... «Takaya?» Il ragazzo se ne stava seduto comodamente sul divano in tuta da ginnastica in mezzo a un mare di scartoffie e 118


fotografie. D’istinto Irene avrebbe voluto richiudere la porta e andarsene ma qualcosa la trattenne. Strinse le labbra e lo apostrofò duramente. «Che ci fai qui?» «Mi sembra logico, sto studiando!» Il suo tono era risentito, come se avesse avuto tutte le ragioni di mostrarsi indignato. «Bravo il mio maestro, ma non puoi farlo in camera mia! Non hai alcun diritto di entrare senza il mio permesso…» «Sei in ritardo.» La interruppe lui con fare accusatorio. «Che cosa? Sono addirittura in anticipo e comunque non vedo perché dovrei darti spiegazioni. E poi, come sei entrato?» «Dalla porta, ovvio.» «Sono stufa di trovarti qui quando meno me l’aspetto. Questa è la mia stanza, non una fermata dell’autobus. E ieri la stessa storia. Vorrei proprio sapere chi te ne dà il diritto. Aspetta, ora capisco!» Irene ricordò la ragazza al banco della reception. «Ma certo! che stupida, la receptionist! Non cambi mai, vero?» «Se ora hai finito di gracchiare, mi spieghi cosa diavolo ti sei messa in testa?» «Di che parli?» «Lo sai benissimo. Di Takeshi! Che hai in mente? Lui deve restare fuori da tutto questo.» «Infatti. Il mio rapporto con lui non riguarda il lavoro. Io...» «Tu devi tenerlo fuori dal tuo lavoro e dalla tua vita! Credimi, lui non fa per te!» «Guarda che io so riconoscere perfettamente chi fa per me e chi no!» «No Irene, non capisci, non puoi renderti conto! Conosci troppo poco la vita per poter sapere...» «Ah certo! Magari tu ne sai più di me della vita ma il problema è un altro! Cosa sai di sentimenti, di cuori, di... anime? Io e Takeshi c’intendiamo! Noi siamo uguali, noi...» «SMETTILA DI DIRE STRONZATE!» Di colpo Takaya scattò in piedi e la afferrò per le spalle.» Non è così! Tu sei fatta per me, non per lui. Non capisci che io e te siamo uguali? 119


Due anime nere in pena, due cuori sanguinanti senza nessuno al mondo. Io l’ho capito subito, Irene, dal primo momento che ti ho vista!» Con queste parole la strinse a sé con violenza, mozzandole quasi il respiro. «Un giorno lo ammetterai anche tu e cederai perché…» «PAZZO!!» Irene si divincolò allontanandosi da lui. Era furiosa. «Sei un pazzo e un bugiardo! Credi davvero che io sia tanto sprovveduta e ingenua da credere alle tue menzogne? Questo non è altro che uno dei tuoi trucchetti per scopare! Ma io non sono così stupida, chiaro? CHIARO?» «No… Non è così! Non capisci…» «E tu non ascolti!» Si ritrovarono a gridare tutt’e due. «Credi che mi accontenterei di essere trattata come una bambola di gomma? Io desidero un uomo che stia sempre al mio fianco, mi faccia sentire importante e mi renda felice. Un uomo…» «Non devi cercare lontano.» Alluse puntandosi il dit al naso. «Oh, certo, un paio d’ore per notte, magari tre notti alla settimana. E il resto del tempo? Dovrei accettare di dividerti con le altre? Non se ne parla nemmeno!» «Credimi, non sarebbe così. Mettimi alla prova, io...» «Metterti alla prova? Dovrei affidarti la mia vita per lasciarti provare a giocare con me? » «Ecco, ho capito perché fai così… hai paura! E di cosa? Di lasciarti andare, forse? Di perdere il controllo? Così preferisci nasconderti dietro la tranquillità di un tipo come Takeshi» «Tu stai... travisando tutto! Mi piace davvero Takeshi. Mi piace perché lui è uguale a me e…» «Dannazione, dillo un’altra volta e ti prendo a sberle! Ti piace Takeshi come piace a me. E per lo stesso motivo. Con lui non sei te stessa. Fingi di essere quella che vorresti essere in realtà, ma che non sei. Credi per caso che non lo sappia? Che per me non sia lo stesso? Lui è puro, onesto, ma noi, Irene, non lo siamo. Io e te siamo uguali. Disposti a uccidere, mentire,

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imbrogliare. Per nobili cause, certo... Che fanno di noi dei nobili peccatori.» «Questa non sono io. Sei tu così!» Takaya sogghignò.» Povera bambina. Ancora non sai niente di ciò che ti aspetta!» «Taci, stai mentendo! Sei crudele e intendi solo farmi del male.» «Credi pure ciò che vuoi! Buttati tra le braccia di Takeshi se lo desideri. Non m’importa nulla! Anzi, sai cosa ti dico? Va’ all’inferno! Quello che ti ho detto prima era solo un mucchio di bugie. Io non sono altro che un demonio, no?» «Sì, è così!» La sua voce era stridula. «Sei un demonio e hai fatto di tutto per dimostrarmelo! Mi hai mai detto una cosa gentile da quando sono qui? Ti detesto!» E senza nemmeno accorgersene, scoppiò in lacrime. Finalmente gli argini erano rotti. Takaya rimase in silenzio per alcuni istanti. «Ai-rin…Ai-chan.» La sua voce era esitante. «Calmati.» Dolcemente l’attirò a sé, lasciando che soffocasse i singhiozzi sulla sua spalla. «È colpa mia. Ti stavo solo prendendo in giro.» Lei non vide il suo sorriso amaro. «Lo faccio sempre, ricordi? Mentire, intendo.» Irene tirò su col naso, cercando di vincere le ultime lacrime. Stava bene lì, circondata dalle sue braccia e dal suo calore, mentre qualcosa le sfiorava i capelli. Una carezza? O un bacio così lieve che... Si affrettò a scostarsi dandogli le spalle, ancora infastidita. «Se osi dire qualcosa sulle ragazzine piagnucolose, ti do uno schiaffo.» «Non riderò di te, anche se lo meriteresti. Piangere come una bambina...» «Io non piango mai, di solito.» Takaya la invitò a voltarsi e Irene posò con delicatezza la fronte sul suo petto. Si sorprese di se stessa. Il contatto con quel corpo caldo e forte le piaceva e la faceva sentire protetta. Ma fu solo un attimo di abbandono. 121


Con la mano lo allontanò e scuotendo le spalle andò a rannicchiarsi sulla poltrona. «Ma non importa se ci credi o no. Sono stanca di discutere con te.» «Idem. I litigi mi divertono per un po’, ma mi annoiano subito.» Irene si voltò con gli occhi spalancati. «Tu... non t’importa niente di nessuno. Sei freddo e superficiale. Mi hai preso per il culo?» Takaya rise. «Ci pensi ancora? Ti fai troppi problemi. Non c’è

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niente di meglio che vivere istante per istante. Dovresti provare qualche volta. Prendere le cose belle senza pensare al futuro. Vuoi provare con me, Irene?» Le ultime parole le sussurrò soltanto e la ragazza fece una smorfia. «Non riesci a pensare ad altro che non sia il sesso?» «No.» Takaya rideva. «Che maiale!» «Lasciamo perdere. Ti voglio far vedere questi.» Indicando dei fogli sparpagliati sul tavolino. «Takaya, cosa sono? Cosa stavi facendo quando sono entrata?» «Studiavo, te l’ho detto.» «Sì, ma cosa?» Nonostante fingesse indifferenza, la ragazza era ancora molto nervosa e aveva bisogno di qualcosa per distrarsi. La presenza di Takaya la infastidiva. Avrebbe tanto voluto rimanere da sola, senza pensare a nulla. “E se fosse vero?” Le sue parole l’avevano turbata. «Gli appunti che servono per le mie tattiche di gioco. O credi che in campo ogni giocatore si limiti a improvvisare e a rincorrere un pallone e...» Si interruppe aggrottando le sopracciglia. «Irene...Stai bene?» «Certo!» Di nuovo quell’incredibile capacità di leggere in lei! «Ti ascolto. Va’ avanti.» Disse, abbozzando un sorriso. Il ragazzo pareva dubbioso, ma non fece commenti. «Dicevo di quanto sia importante non farsi mai cogliere impreparati. Odio improvvisare in campo. Guarda qui. Questi sono i giocatori della squadra che incontreremo prossimamente.» Irene prese in mano alcuni fogli. C’erano le foto scattate durante una partita. «E con questo riesci a migliorare il tuo gioco?» Takaya ne prese alcune e le mise in ordine fino a ricomporre un’azione. «Queste servono solo a ricordarmi certi particolari, a casa ho un filmato. Ecco, vedi questo? È bravo, ma troppo nervoso. Si 123


muove sempre in anticipo rispetto a quanto dovrebbe, una finta e lo freghi come niente. E guarda quest’altro…» Takaya iniziava a entusiasmarsi. «No, non lui. Quello accanto a destra. È eccezionalmente forte ma, secondo me, il loro allenatore ha sbagliato a farlo titolare così presto. Non è ancora pronto. Venti minuti di corsa e la lingua gli arriva fino alle ginocchia. A che serve avere tanta forza se non sai come usarla? Stancarlo tanto da renderlo inoffensivo non sarà difficile. Mi metterò d’accordo con Takeshi su chi mettergli alle costole.» «Hai preso anche degli appunti scritti?» «Sì, piccole note sulla loro formazione e i loro schemi. È talmente prevedibile, quell’allenatore! Non ha un briciolo di fantasia, usa sempre le solite tattiche.» Irene lo ascoltava e come lui era china sui fogli. Incantata dalla passione che gli faceva splendere gli occhi mentre parlava di calcio. Si vedeva che questo lo rendeva felice. «Irene?» Takaya si bloccò. «Perché mi guardi così? Ti sto forse annoiando?» «No. È che...Che sei così diverso!» «Diverso? In che senso?» «Sì, non sei più la stessa persona. Sembri…Normale.» Takaya sorrise. «Non mi dire!» «Voglio dire… Sembri un normalissimo ragazzo che ha delle passioni.» «E invece come sono in realtà?» «Sicuro di volerlo sapere?» «Certo! Non puoi dirmi cose che già non so.» «Questo è vero. Ami molto il calcio?» «Si vede?» «Eh beh! È da molto che giochi?» «Sì. Fin da piccolo. Ognuno di noi ha una copertura e ai cervelloni del servizio non dispiace che la mia sia questa, purché rimanga nelle leghe inferiori. Sai, la troppa popolarità creerebbe dei problemi a me ma soprattutto al Servizio.»

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«Sai che a vederti in campo si direbbe che ti piace più giocare a calcio che fare l’agente?» «Lo spero bene!» Il suo volto s’irrigidì in una smorfia. «Io odio fare l’agente!» Irene spalancò gli occhi, scioccata. «Scherzi? Tu sei il migliore! Se è vera almeno la metà delle cose che mi hanno raccontato su di te prima di partire...» «Io odio tutto questo, questa vita, e sentirmi così...» Tirò un profondo respiro. «Io li odio, Irene. Potrei ucciderli per quello che mi hanno fatto.» «Non capisco. Se davvero pensi questo, perché hai deciso di fare l’agente?» «Deciso?» Di colpo si alzò in piedi, cominciando a camminare nervosamente su e giù per la stanza. «Avevo solo otto anni quando dei signori molto gentili si avvicinarono a me a scuola facendomi tante strane domande. Era molto che mi tenevano d’occhio, dicevano. Dicevano parecchie cose, sai? Che ero straordinariamente intelligente e dotato, un piccolo prodigio. Mi fecero fare migliaia di test e passai giorni interi collegato a strane macchine rumorose. Mi giudicarono adatto e il giorno dopo mi assunsero nel servizio. Gli unici agenti segreti che conoscevo erano quelli dei fumetti e della TV. Nemmeno credevo esistessero nella realtà!» «Otto anni... Ma come... Non ti hanno chiesto se lo volevi o no?» Domandò Irene sgomenta. «Come sei ingenua. Loro mi volevano e mi presero, tutto qui!» «Come puoi dire “tutto qui”? Eri troppo giovane. Ci sarà stato qualcuno che si prendeva cura di te!...» «Ascolta. Ero un orfanello di otto anni.» Gli comparve sul viso un sorriso cinico. «A chi mai poteva importare?»continuò «Venni affidato alla direttrice del convitto. Non so di preciso quanto le diedero, ma senza dubbio abbastanza da farle chiudere un’occhio. Così, da allora, fui sotto il completo controllo del Servizio. La mattina andavo a scuola normalmente, accompagnato da una lunga 125


macchina nera che ogni giorno mi aspettava puntuale all’uscita per riportarmi al loro centro. Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare un solo pomeriggio passato a giocare o di essere mai riuscito a divertirmi.» «Dev’essere stato terribile.» Takaya si voltò bruscamente per guardarla. «No, perché mai? Non ero consapevole di niente a quell’età. Gli allenamenti erano duri, ma mi piacevano. Anche studiare mi piaceva. Questo era l’unico modo che conoscessi per scaricare il dolore e la frustrazione, visto che non mi è mai stato permesso di apprenderne altri.» «Il dolore? C’era qualcosa che ti faceva soffrire?» Takaya si rimise seduto e aspettò qualche istante prima di proseguire. «Dopo che i miei genitori morirono in un incidente in Spagna, diventai un piccolo cane rabbioso. Stavo sempre solo, a masticare il mio odio e la mia paura, allontanando da me ogni persona e rifiutando i miei stessi coetanei. Non avevo amici, tranne Takeshi.» Sorrise un po’ al ricordo. Le raccontò che il Consiglio della SSA voleva che fosse trasferito immediatamente in Giappone, la nazionalità del padre e affidato alle cure di Lady Akiko. Le rivelò che a quel tempo Miyako era la sua istruttrice, dieci anni più grande di lui e fu poi iscritto alla last Chance dove li aveva incontrato Mura. «Lui è molto più forte di quanto sembri, sai? È sensibile e la sua vita è tranquilla e felice e tutti gli sono amici. Penso che sia rimasto colpito dal bambino solitario e duro che ero e antipatico a tutti. Forse per questo cominciò ad avvicinarsi a me. Io invece lo rifiutavo. Più m’infuriavo, più lui mi stava dietro. È così cocciuto e testardo. Persino più di me! Mi chiedeva se volevo giocare a pallone con lui e io lo prendevo a pugni! Takeshi non faceva una piega. Si tirava su con molta calma, spolverava i vestiti, si puliva il sangue dal naso e mi

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diceva: “Va bene, se non ti piace stare in porta facciamo un po’ per uno e comincio io…”» Irene ascoltava attentissima senza distogliere lo sguardo su di lui, sul suo volto acceso. «…Non ha mai mollato! E così, da un giorno all’altro, diventammo amici. No, più che amici. Lui è sempre stato l’unico legame affettivo con il mondo. Crescendo è riuscito a smussare molto il mio carattere. Non sono più cupo come prima. Takeshi mi ha inserito nelle sue amicizie, lui... Mi ha presentato la vita sotto una luce diversa anche se quel mondo non potrà mai essere per me.» «Hai detto che Takeshi è stato l’unico legame affettivo che tu abbia avuto.» «Sì, tranne i miei genitori, naturalmente. Ma ero piccolino quando morirono.» «Però hai avuto molte donne. Non posso credere che non ce ne sia mai stata una in particolare...» «Vuoi sapere se mi sono mai innamorato? Forse sì, una volta, anche se non credo di esserne realmente capace.» Parlava con calma, lo sguardo fisso nel vuoto. «Vedi, sembrerà un paradosso, ma io non ho mai perso tempo a pensare alle ragazze. Sono sempre state loro a corrermi dietro, avevo circa dodici anni. Erano sempre le ragazzine più grandi e sveglie a cercarmi!» «EEEh?» Irene soffocò un grido. «Che ragazzino precoce!» «Te l’ho detto, io non c’entravo niente. Cosa vuoi che ne sapessi allora del sesso o dell’amore, quello vero e proprio? Quelle tipette mi attiravano in angoli isolati per mettermi la lingua in bocca e insegnarmi giochi strani. E all’inizio mi scocciavano anche un po’. Poi crescendo ci ho preso gusto e da preda sono diventato cacciatore. Solo che la caccia è noiosa se le prede invece di scappare ti corrono incontro! È per questo che ritengo le donne delle deliziose, affascinanti creature. Mi piacciono da morire, ma tutte allo stesso modo. A volte dubito di essere in grado di amare davvero.» 127


«Parli così perché non hai ancora incontrato la ragazza giusta.» «E se ti dicessi che credo di averla già incontrata, la ragazza giusta? E che per ironia della sorte, pare che lei sia l’unica a cui non importi nulla di me?» Irene rise. «Non ci credo! Ho visto cosa fanno le ragazze per farsi notare da te e tu stesso sai di non essere del tutto da buttare, anzi. Scommetto che lei fa la smorfiosa per attirare la tua attenzione.» Takaya fece una smorfia che somigliava a un mezzo sorriso. «Così secondo te le piaccio.» «Potrei giurarci.» «Allora mi consigli di insistere?» La ragazza scrollò le spalle con indifferenza. «Se t’interessa davvero, sì. Sai, le civette non mi vanno molto a genio. Io per ripicca la lascerei perdere.» Takaya appoggiò la testa sulla spalliera sospirando. «Cosa dovrò mai farne di te?» «Prego?» Irene sbatté le palpebre. «Sai qual’è la cosa brutta?» Takaya tirò su il capo «Sembra proprio che tu stia parlando seriamente.» «Non capisco!» «Lo credo anch’io. Vedi, penso che a quella ragazza davvero non importi niente di me.» La fissò con occhi ancora più profondi del solito, come se volessero trapassarle l’anima e comunicarle qualcosa. Irene iniziò a tormentarsi i capelli tenendo gli occhi bassi. «Takaya. Tu ti sei aperto con me.» Il ragazzo non diceva niente e lei continuò. «Quasi non ci conosciamo, noi due e nemmeno andiamo molto d’accordo. Perché hai voluto mettermi a conoscenza di cose così personali?» «Forse perché pensavo ne valesse la pena. So di potermi fidare di te. E poi così avresti smesso di considerarmi un maniaco!» «E magari avresti vinto le mie resistenze fino a portarmi a letto?»

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«Beh, se questo è uno degli effetti collaterali, lo posso accettare.» Alzò innocentemente le spalle. «Non cambierai mai!» Irene afferrò un cuscino e glielo lanciò. Takaya si scansò per schivare il colpo. «Come sei aggressiva! Vieni, adesso usciamo.» Con calma si alzò e radunò le sue carte. «Dove andiamo?» «In giro.» «Un posto molto interessante. Non devo cambiarmi?» «No, visto che non hai niente di decente da mettere.» «Niente di decente?» «Certo, non hai niente di corto né di scollato. Insomma, niente di niente.» «Ah, non ho abiti indecenti, vuoi dire!» Borbottò a bassa voce. «In ogni caso, chi ti ha dato il diritto di frugare nel mio armadio? Conoscendoti non mi stupirei se avessi deciso di dare un’occhiata anche ai miei indumenti intimi!» Disse guardandolo dritto negli occhi. Takaya rispose in tono di sfida: «Le tue mutandine sono carine, ma forse faresti meglio a optare per qualche pizzo e trasparenza in più.» «Hai ficcato il naso nella mia biancheria!!! Come ti sei permesso!..» Strillò indignata. «Beh, se non vuoi concedermi altro, lasciami almeno immaginare.» «Puoi immaginare cosa vuoi, basta che lasci fuori le mie mutandine!» «Tranquilla. Nei miei sogni quelle se ne vanno via subito.» Il suo sguardo si fece malizioso e le sorrise beffardo. Adorava provocarla. Le aprì la porta e le fece cenno di uscire. Irene serrò le labbra. «Risparmiami i particolari, almeno!» Chiudendo la porta dietro di loro, Takaya sospirò trattenendo una risata. «Ne sei davvero sicura? E dire che sono la cosa più interessante!»

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Irene era già in fondo alla rampa di scale. Senza piÚ dire una parola, si diressero verso la reception e uscirono dall’albergo.

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Dicembre‌

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7 Honne e Tatemae

I giorni passavano in fretta, Irene aveva ben poco tempo libero da dedicare al divertimento; le mattine le occupava a studiare le buone maniere presso la soapland di Akiko, con particolare attenzione alle formule di linguaggio femminili che si contrapponevano a quelle maschili. Situata nel centro di Kabukichō la soapland di Akiko era molto particolare; protetta dalla Yakuka, il tradizionale locale offriva come copertura servizi di lavaggio del corpo ma in concreto offriva prestazioni “di cortesia” ai clienti abituali. Queste erano essenzialmente dei massaggi sessuali che si concludevano, di solito, con l’orgasmo di uno, di due o tutti i partecipanti. Lady Akiko era una delle poche geishe di Tokyo ad istruire le sue hostess al piacere sessuale anche per sole donne e gaijin, gli stranieri. Da Lady Akiko, a volte avvenivano incontri tra uomini d’affari, da semplici visite di piacere a più importanti pranzi di lavoro. Molto più interessanti erano però le riunioni tra i boss dei loschi clan della Yakuza. Irene, quando invitata, vi doveva intervenire nella sola funzione di ascoltatrice, assimilando i vocaboli più sofisticati, quelli con il potere di soggiogare e sedurre. Se le mattine erano assorbite dal training di infiltrazione, le notti le trascorreva con Takaya utilizzando i concetti appresi la mattina. Alle sette precise e, come ogni inizio giornata da più di tre mesi ormai, Irene passò la porta automatica di una casa di piacere a Kabukichō. Irene si fermo sulla soglia d’entrata per godersi l'aria calda del condizionatore, poi guardò il portinaio fecendogli un cenno. 132


Lui la guardò per un secondo e, riconoscendola, abbassò la testa tornando a quello che stava facendo. Irene prese l'ascensore fino all'ottavo piano, un altro ascensore da lì, ed arrivò finalmente davanti a una porta. Suonò il campanello tre volte velocemente: il rituale era ormai stato ripetuto così tante volte che adesso poteva anche contare mentalmente i passi che la separavano dalla guardiola alla porta d’ingresso della Casa di Lady Akiko. Una ragazza le venne ad aprire quasi immediatamente e, come ogni mattina, Irene si dirigeva dietro una serie di spesse tende rosse vellutate. Questa volta c’era uno yukata di seta che l’aspettava sulla poltroncina di pelle. Si era cambiata i vestiti lentamente, in maniera seducente, anche se nessuno la stava guardando, ripeteva ogni mattina il rituale appreso dalla sua maestra: sentiva la seta fresca contro la sua pelle calda e, nonostante la semplicità dell'indumento, il colore blando e il motivo praticamente inesistente, il tessuto le faceva provare ugualmente una sensazione di leggera dissolutezza. Aprì le tende di fronte rivelando un'altra stanza dove c’era un lungo kotatsu, un basso tavolo ricoperto da una trapunta. Sotto il cenro-tavolo una stufetta elettrica riscaldava gli arti inferiori degli uomini d’affari che vi sarebbero accomodati. Sopra il tavolo un lauto pranzo già gli aspettava. Il sashimi e il sushi abbondavano servito su piatti di legno a forma di barche, diverse bottigliette in terracotta di sake caldo e vari piattini di bocconcini di yakitori e tempura. Fiori freschi circondavano la sala riempiendo l’aria con la loro fragranza. Come Irene passo attraverso le tende si inchinò, anche se ancora non c’era che lei, seguendo la regola delle buone maniere: inchinarsi per rispetto alla stanza e al suo padrone. Si era poi spostata su un lato e si era inginocchiata in un angolo con i palmi sul tatami di fronte a lei, immobile, pronta ad accogliere gli ospiti.

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Questi arrivarono quasi subito, uno ad uno, entrando attraverso la stessa tenda da cui era passata Irene. Tutti si erano inchinati rispettosamente ad un invisibile Anfitrione, prima di prendere posto a tavola. «Irashiaimaseeeee» Irene ripeteva man mano che entravano; lei dal basso sulle sue ginocchia e loro dal loro trono di importanza, incuranti, occhi puntati verso le leccornie, come se i loro unici pensieri fossero “sushi-sushi-sushi-sake-sushi”. Sorriso euforico sulle labbra intenti a prendere posto mentre Irene dal canto suo come una macchinetta si chinava fino a toccare con la sua fronte il dorso delle sue mani appoggiate sul pavimento. Così per diciotto volte. Seguì uno scambio maniacale di biglietti da visita, ognuno accompagnato dalla riverenza, dopo di che la padrona di casa finalmente comparve da dietro le tende. 134


Lady Akiko, soave, sempre bellissima, il suo viso perfettamente chiaro senza alcun accenno al tempo che passava come se tutto fosse in sospeso per lei. Gli uomini avevano chiesto che Lady Akiko si unisse con loro a capotavola a conversare. Per gli ospiti sarebbe stato un vero onore. Akiko fece un cenno con la testa. Si mosse; il suo passo era una piccola danza e il rumore del tessuto, mentre si muoveva sinuosa verso il suo posto, aveva ammutolito gli ospiti. La guardavano in silenzio, estasiati, rapiti dall’aria di esperta seduttrice e il profumo che emanava la sua carne nuda sotto gli strati della seta, penetrava violentemente la mente perversa di ognuno di loro. Prima di inginocchiarsi, si inchinò e i suoi capelli corvini lasciati liberi scesero sulle sue spalle come un soffio delicato, «Mi dispiace per il ritardo, ma spero stiate godendovi il banchetto.» Irene all’angolo, vicino alle tende di velluto rosso, osservava e aspettava che qualcuno le rivolgesse la parola. Guardava, intrigata dalla classe sociale di ognuno lì presente. Mentre discutevano animatamente tra loro e con le accompagnatrici, poteva cogliere i nomi delle compagnie per cui lavoravano e anche qualche losco intrigo. Alcuni di loro sbadigliavano, ma si rifacevano con il sake. Non era raro che i salaryman, cioè gli impiegati o i dirigenti facessero le ore piccole in vista di una scadenza di lavoro. A volte non solo, ma dormivano anche in ufficio, per cui Irene non si sorprese alla vista delle scure occhiaie scavate di molti invitati. Quello di cui era certa era che si stavano divertendo tutti alla grande. Erano le ragazze di Lady Akiko la loro più grande delizia; ognuna di loro appariva molto giovane e non era un caso che queste ragazze davvero lo fossero, molto…giovani. Irene stessa, era una minorenne.

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A dispetto della giovane età delle fanciulle, gli ospiti erano tutti o quasi che varcavano la soglia dei cinquanta ma ciò non impediva loro di ridicolizzarsi mentre le bevande fluivano. Alcuni si divertivano comportandosi poco egregiamente imitando i capricci dei bambini serviti e riveriti dalle ragazze, pretendendo fossero le loro madri. Alcuni, esageratamente ubriachi, ormai proiettati in un'altra dimensione, si arrischiavano temerari a scivolare le dita sotto lo yukata della ragazza di turno mentre gli versava il vino. Alla mano trasgressiva dell'ospite, la curiosa e debole risposta della ragazza che continuava a servire e a genuflettersi sorridendo, mentre lui era arrivato senza opposizioni ad esplorare l interno delle cosce. Irene sapeva che Lady Akiko era consapevole di quello che accadeva alla sua tavola ma, nonostante tutto, continuava a conversare con gli ospiti più attenti, lasciando gli altri più lascivi ai loro divertimenti. Lady Akiko non mancava mai di lusingare. Conosceva tutti i loro nomi, e sapeva tutti i loro affari; sapeva tutte le loro debolezze anche troppo bene. E sapeva come sfruttarle. Irene finalmente aveva colto abbastanza della conversazione realizzando che niente di intelligente, né relativo alle loro vita privata né lavorativa, era stato detto durante le ore passate ad osservare, assolutamente relegata all'immobilità’ e al silenzio. Capì di cosa si stava realmente discutendo quel giorno. Lady Akiko aveva promesso a qualche clan della malavita uno scambio “materiale” tra lei e il dirigente dell'azienda presente a quel banchetto con i suoi associati: un’orgia. Irene sentì la nausea salire dallo stomaco. Alla vista della ragazza che veniva mentre l’ uomo le toglieva la mano da sotto lo yukata, sentì prepotente il sapore del suo vomito. Decise quindi che era ora di svuotare la mente e fare ricorso alle sue lezioni di yoga. Il suo sguardo perse la lucentezza e come in trans fissava il tavolo. La portata a forma di nave al 136


centro tavolo, privata di quasi tutto il suo sushi, adesso stava navigando in un’oceano, vasto e tranquillo. Le voci degli ospiti si fecero ovattate. 137


Fino a sparire. Sbiadita la sua curiosità’ anche il suo sorriso si era spento. Akiko aveva seguito con la coda dell'occhio, la sua giovane apprendista e con arguzia era riuscita a sottrarsi dalla conversazione e avvicinarsi ad Irene. L’ ombra scura che si era opposta tra lei e la nave di legno le disse di seguirla. Irene sbigottita si fece piccola piccola; aveva capito di aver fatto qualcosa che non doveva e sapeva bene che cosa… «Irene –chan,» aveva gentilmente asserito «riconosco la tua pazienza, ma non bisogna mai apparire annoiati delle conversazioni, seppur sterili, durante un invito.» «Sono mortificata Lady Akiko. Davvero.» Irene si inchinò più volte cercando le parole più adatte Sentiva in cuor suo di aver tradito la sua fiducia. «Scuse accettate. Ma è il momento di cogliere l'Honne e Tatemae della nostra cultura. Sono ormai tre mesi che studi e apprendi i nostri insegnamenti.» Irene sapeva cosa voleva dire Akiko. Questa era l’ usanza giapponese più complicata da assimilare: quello che veramente si pensava e ciò che invece si doveva far credere. Rispettivamente Honne e Tatemae. Per Irene, sintonizzarsi con il popolo giapponese era una prova ardua, doveva abituarsi a nascondere i suoi veri sentimenti nel più profondo, un fardello impegnativo, data la sua personalità priva di schemi, ancora molto istintiva. «Non volevo mancare di rispetto ai vostri ospiti, Lady Akiko, e soprattutto non volevo mancare di rispetto a voi. Sono profondamente dispiaciuta di aver fatto capire quello che veramente provavo.» Irene si prostrò di nuovo. «È tempo per te di andare e incontrarti con il tuo istruttore Takaya Nishikawa. Ha chiamato mentre eravamo a pranzo, vuole vederti…» disse abbozzando un inchino in risposta «Io ti aspetterò domani.» Irene annuì e si inchinò con maggiore rispetto abbassandosi più che poteva, per un tempo più lungo. 138


Dopo qualche minuto di silenzio, intuendo che l’ossequiosa riverenza era stata ampiamente ricevuta Irene alzò la testa, e la donna non c’era già più. Si stava rabbuiando quando Irene si incontrò con Takaya al bar karaoke Chez George, non molto lontano dalla soapland. Al banco, le grandi palle trasparenti, come acquari per pesciolini rossi, pieni di caffè nero sifonato, borbottavano e fumavano; una bella tazza di caffè sarebbe stata l’ideale a quell'ora, con il prospetto di passare tutta la notte sveglia con il suo maestro. I colletti bianchi seduti al bar, gruppi di studenti abbarbicati ai piccoli tavolini, alcuni clienti di un età incerta abbracciati a una o più ragazze, ed eccolo; Takaya era seduto ad un tavolo d'angolo. Irene gli andò incontro e si sedette senza salutarlo, sensuale, assicurandosi che la sua biancheria non toccasse il freddo legno del panchetto. Takaya non si era fatto distrarre, e imperturbato, osservava le persone del locale. Le guardava e meccanicamente già conosceva le loro abitudini e quello che avrebbero fatto da lì a poco. Takaya non aveva ancora ordinato niente, Dopo soli dieci minuti si era alzato. «Vieni con me» aveva detto. Irene ubbidientemente lo seguì gettando però un occhio al caffè, sospirando. Uscirono per entrare subito nel bar accanto. C’era una scala che portava al piano di sopra. Si sedettero e la cameriera portò una caraffa di terracotta con dell’acqua e due bicchierini di maiolica decorata. Poi con un inchino si era dileguata. «Osserva.» Le aveva intimato. «Nel mentre, possiamo ordinare qualcosa?» Takaya si voltò per guardarla intensamente. Qualcosa in quegli occhi verde mare le diceva che avrebbe digiunato. Dieci minuti dopo lasciarono il bar e due bicchierini vuoti sul tavolo.

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Nishikawa l’aveva fatta girare una decina di bar della zona. Uno diverso dall’altro. Alcuni gestiti da gaijin, come il Chez George, alcuni si erano presentati più oscuri, di dubbia legalità. Anche senza ordinare, se ne stavano una decina di minuti al tavolo, ad osservare. Takaya poi, aveva posato la sua scelta su un bar decisamente più illuminato, un tipico teppanyaki, sedendosi al banco ordinò per prima cosa un caffè per due “finalmente!” Irene cinse con i palmi delle mani la sua bramata tazza bollente. Dopo di che il sensei aveva puntato il dito su due diverse specialità di carne in mostra in vetrina, sul poster attaccato al vetro. Perfetto finale dopo tutto quel girovagare. Il cuoco cucinò i pezzi di carne sulla piastra nera davanti a loro. Senza formalità eccessive, Irene divise le bacchette hashi di legno e con solerzia attaccò la pietanza: «Itadakimasu!» esclamò senza aspettare. «Buon appetito!» Takaya sorrise. Gli piaceva vedere Irene che apprezzava, anche se era solo una cena. Ma lui non aveva finito. Dopo aver immagazzinato immagini disparate di persone più o meno interessanti, adesso voleva che Irene gli interpretasse quello che aveva visto. «Le persone sono strane, curiose, a volte stimolanti ma spesso insulse e monotone. Non ho apprezzato vedere studentesse così giovani, ancora in uniforme accettare gli inviti degli uomini per bere qualcosa ad un tavolo. Mi chiedo cosa penserebbero i loro genitori!» Takaya scoppiò a ridere. Irene per poco non ingoiava un yakitori intero. «Le ragazze giapponesi hanno una cura della loro pelle eccezionale, hai visto probabilmente una trentenne con il miglior make up addosso. Pensa ad Akiko, quanti anni credi che abbia?» «Accidenti, quella signora aveva indosso l’ uniforme studentesca delle medie, le ho visto bene lo stemma sul 140


taschino davanti. Possibile che abbia fregato cosi palesemente quell’uomo?» «Sicuramente lo sapeva. Stavano probabilmente giocando ad un gioco di ruolo erotico. Tutti gli uomini, intimamente, bramano di essere il centro delle attenzioni di una ragazza più giovane e, quando dico giovane…» Takaya non finì la frase, cacciandosi in bocca una pallina di carne, masticando col sorriso e ammiccando. «Porco.» Concluse Irene immaginando il suo pensiero. «Dai! Scommetto che anche nel tuo paese ci sono uomini così. Non fare la schizzinosa! comunque, abituati.» «Gli uomini giapponesi sono dei pervertiti.» «Non generalizzare. Forse intendevi dire che io, sono un pervertito?» «Lasciamo stare, tu sai benissimo quello che penso di te, per cui non ci voglio ritornare su.» Un minuto di trangugiamento del resto della pietanza e Irene riprese a commentare: «Ho notato che i giapponesi non reggono l’alcol. Due bicchieri e sono già kaputt, oppure fanno finta?» «No, in un certo senso hai ragione, il nostro organismo non è capace di aver mente lucida a lungo quando beviamo. Questo è in tuo favore. Se sei con un uomo, invitalo a bere, te lo togli di mezzo, prima che cominci con le cosine serie.» «Ottimo, ne farò tesoro.» «Riguardo la coppietta che hai visto stasera al bar, vorrei spiegarti una regola giapponese…» e cambiando improvvisamente idioma «…Ma te ne parlo in italiano se non ti spiace. Non vorrei destare troppo interesse da parte del cuoco qui davanti a noi.» Sentirlo parlare così lo faceva stranamente più interessante. Non era passato molto tempo da quando lquando si rivolse a lei in italiano, sorprendendola. «Il sesso anale e orale non sono considerati sesso a tutti gli effetti qui, è possibile avere questi servizi da una prostituta 141


quando ti invita nella sua stanza con la scusa di un massaggio o un bagno nell’acqua termale. E tutto legalmente.» Sentirlo parlare in italiano di sesso però aveva scemato la sua ammirazione. Takaya sembrava provare un piacere particolare, mentre le descriveva la materia nella sua lingua, sciorinando parole che lei aveva sempre trascurato. «Non è legale il sesso a pagamento, ma quella donna in uniforme probabilmente lo esercitava, ma è anche possibile trovare studenti che lo fanno per comprarsi l’ultimo compact disk del loro idol. E di solito, per mancanza di privacy in casa loro, vanno nei famosi Love Hotel, come saprai...» «Ne ho sentito parlare, i muri di casa possono essere talmente sottili che i vicini potrebbero anche sentirli, giusto?» «Esattamente.» «Ma in quel caso basterebbe farlo in silenzio, no?» Takaya sorrise malizioso, una scintilla apparve nei suoi occhi e chiese: «E tu? Sei silenziosa oppure gridi e ti contorci?» Passo falso. Takaya ovviamente aveva preso la palla al balzo ma Irene scelse di non rispondere. «Sai che in casa mia non ci sarebbe il pericolo di essere uditi….» «Smettila! Sei ancora più’ disgustoso in italiano!» Takaya ammiccò e continuò: «Generalizzando, ci piacciono molto gli stranieri, alcune ragazze giapponesi preferiscono i ragazzi con la pelle più scura. Personalmente mi piacciono le ragazze con gli occhi verdi e i capelli rossicci.” «Guarda caso!» sospirò Irene. «Rispettiamo molto lo sforzo di un gaijin che si cimenta a parlare in giapponese. Pensiamo che la nostra lingua sia una delle più difficili da imparare per cui ammiriamo l’impegno. Soprattutto quando lo straniero capisce la differenza tra il linguaggio formale e familiare dell'uomo e della donna, come Akiko ti ha dato già modo di provare. Ma attenta, se apprendi troppo poi cominceranno a temerti e a non fidarsi troppo di te.» 142


«Probabilmente è comune anche per le altre lingue, per esempio, tu, stai articolando il tuo italiano in modo corretto e sicuro! Quante altre lingue conosci?» «Lo spagnolo, ovviamente, e il russo, fluentemente.” «Ecco, come volevi appunto dimostrare, ti temo e non mi fido di te!» Seguì un risolino, poi Takaya aggiunse: «Come gaijin ti suggerirei di usare la situazione a tuo vantaggio. Ci piace molto quando vi tormentate per trovare la parola giusta…» «È un’idea. Grazie per il suggerimento.» Finirono il caffè ed uscirono, fecero qualche metro poi si fermarono entrando in una sala da giochi Pachinko. Scambiarono delle banconote con un cesto pieno di palline in ferro cromato e si sedettero su due panchetti di fronte ad una slot machine. Takaya inserì una ad una le palline nell'apposito canaletto del Pachinko. Lei era seduta accanto a lui sullo sgabello che osservava l’ andamento del gioco, ma in realtà scrutava gli altri clienti. Era diventata come un abitudine. Takaya continuando a rivolgerle la parola in italiano: «Irene li vedi quegli uomini con i tatuaggi?» Irene accostò le labbra al suo orecchio. «Sono Yakuza.» Takaya la guardò, sorridendo, ma non era quello che aveva detto, ma quello che aveva fatto che l’aveva deliziato. Gli piaceva il respiro nell'orecchio. Ovviamente lei non lo aveva capito, per lei era solo prudente non parlare ad alta voce al Pachinko, in qualunque lingua lo dicevi: Yakuza era sempre Yakuza. Takaya si chinò verso di lei e le sussurrò velocemente la regola della corruzione giapponese: «Qui non puoi scommettere e puntare usando soldi. Non puoi rubare o uccidere. In alcuni paesi non sempre questo è ovvio. Se infrangi queste leggi qui sei in arresto e in prigione ci vai davvero.» Le palline cadevano rapide nei Pachinko. Il suono metallico delle macchinette, surriscaldate in tutta la sala, si confondeva con il rumore elettronico delle biglie mancate e, con i bisbigli 143


di Takaya nell'orecchio di Irene. Le palline scendevano senza fermarsi veloci, così come le informazioni del suo istruttore. «Se la polizia ritiene che sei colpevole, ti terrà in custodia per almeno 72 ore, senza avvocato e senza registrare l’interrogatorio. Se non firmi la tua confessione ti trattengono per altri 10 giorni e, se durante quel periodo sarai ancora restia a firmare l'ammissione scritta e se non ti avranno già cavato le budella dalla bocca con i loro metodi di persuasione scatterà la terza parte dell’arresto, ovvero dieci giorni aggiuntivi. Sicuramente ti daranno la possibilità di firmare di tua mano tutto quello che diranno loro.» Takaya si girò per accertarsi del livello delle sue palline. Vinte: una decina. Perse: un migliaio. «Vuoi provare con le ultime dieci?» Chiese Takaya. Gli occhi di Irene si accesero di nuovo interesse e Takaya le lasciò il posto di comando. Irene tirò con convinzione il pistone del Pachinko sparando le ultime palline. Queste, impazzite, si diramarono in tutte le direzioni cascando dentro le tenagline ma alla fine del giro una sola pallina era uscita dalla mangiatoia. «Cosa facciamo con questo?» Irene chiese, tenendo la pallina di ferro tra due dita. «Poco o nulla.» Rispose Takaya. «Forse rimedio una caramella, basterà parlare al commesso in un dolcissimo ma insicuro giapponese, fare un po’ di moine accertandomi che noti bene il colore dei miei occhi, no?» «Fammi vedere! Io rimango qui a guardare come lo convinci.» Uscirono dal Pachinko, Irene, masticando qualcosa, ma l’ espressione non era convinta. «Come potevi pensare che davvero ti avesse voluto dare retta, il poveraccio?» «Mi ha dato solo una caramella! Dopo tutto il lavoretto di seduzione!» «Hai perfino strusciato le chiappe sul banco! Dovevi capirlo da sola che oramai era inutile.» 144


Camminavano insieme a pari passo, pur mantenendo uno spazio di sicurezza l’una dall'altro, quando Takaya si fermò battendo un colpetto sulla spalla di Irene e con un gesto della testa indicò il locale a fianco. «Lì.» «Il karaoke?» «Andiamo a distenderci un po’e scarichiamo la nostra frustrazione.» «Ma non so cantare!» «Lascia che sia io a giudicare!» *** Natale era alle porte. Il freddo cominciava a farsi sentire. I negozi a Tokyo brulicavano di acquirenti e le pasticcerie offrivano diverse versioni della famosa torta di Natale. Quella era un dolce che dovevi mangiare solo il venticinquesimo giorno del mese perché il giorno dopo non sarebbe stata più buona. Da questo detto, molto importante per il Giappone, ne era nato un altro che diceva: se una donna a ventisei anni ancora non era stata “mangiata” voleva dire che aveva qualcosa che non andava, non era più…“buona”. «Allora io ho ancora nove anni davanti! Tantissimo tempo!» «Spero non mi farai aspettare così tanto!» Takaya si era autoinvitato a passare la serata al Granada. L’aveva aspettata chiacchierando con le ragazze alla reception e stavano parlando della famosa torta di natale, quando lei era tornata dall’ennesima lezione da Akiko. «Allora, che ci facciamo qui, Takaya, che cosa ti inventerai stasera? Forse un nuovo giochetto volgare?» «Hmm... Non è quello che avevo in mente, ma se vuoi posso proporti qualcosa di caldo, visto il clima.» «Porco!» Disse immediatamente Irene. Ormai lo conosceva. «Che noia! Non hai un insulto più originale? Stasera niente monkey business va bene?» 145


«Va bene, non mi dispiace l’idea.» Si erano portati in camera di Irene due bento con riso e pesce dal ristorante del Granada. Irene aprì la porta con la scheda elettronica, lasciando entrare Takaya per primo. Nel richiudere dietro di se’ si guardò intorno con sospetto assicurandosi che la donna del 211 non stesse spiando. “Bene, nessun segno di Miyako!” Pensò tra sé, e poi ripensò "Perché mi preoccupo così?” Lei sapeva, che quasi sempre, quando Takaya era in albergo, Miyako trovava un modo per comparirle davanti e farla sentire una verginella ignorante. Che non si sopportavano a vicenda era ormai chiaro a tutti, non lo si poteva più nascondere, nemmeno alle receptionist. «Stasera voglio parlarti, in tutta calma, Irene, che ne dici?" Takaya distribuì i bento in due piatti e li posò sul tavolino. Takaya invitò Irene a sedersi sul tappeto. «Mi devi comunicare buone o cattive notizie? Così mi preparo psicologicamente.» «E a che ti serve, se sono cattive notizie, anche lasciarti due minuti di respiro non le addolcirà.» Disse Takaya scartando le bacchette usa e getta. «Cattivo.» Irene si sedette con un tonfo sul tappeto e impugnando le bacchette pugnalò il pesce e se lo trangugiò senza appetito. «Ma dov'è finita la tua delicatezza, quella tanto a fatica indottrinata da Akiko?» «Lasciami stare, sto per ricevere una batosta!» «Finisci di mangiare quel pasticcio di riso che voglio solo parlarti del tuo livello, senza rischiare che mi sputi i chicchi in faccia.» «Appunto! Poi mister Nishikawa perderebbe tutto il suo fascino con il cibo masticato sul muso…» Mangiarono in silenzio e finito il bento, Irene riordinò e pulì il tavolino ritrovando le buone maniere ignorate per tutta la cena. Poi si inginocchiò di fronte a Takaya aspettando.

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«E 'molto importante sapere a che punto sei ora, e rendersi conto del livello che potresti raggiungere a fine allenamento.» «Va bene.» Irene annuì. «Ti sei offerta volontaria per il training della SSA, equivalente al livello A1 di un agente sniper.» Irene annuì di nuovo, concentrata. «In poche parole, perché di più non potrei trovarne, tu cosa fai? Punti. Miri. Spari…» Irene annuì due volte consecutivamente con orgoglio. «... E questo è quanto.» Irene guardava Takaya in sospensione e lui la fissava come in attesa, aspettando che lei gli facesse la domanda giusta. «…E… Io invece mi sto allenando per…?» «Ai-chan, sei indubitatamente in grado di essere molto più brava di una scimmietta che spara ad un bersaglio, non ti pare? Qualsiasi imbecille con la mano ferma potrebbe fare quel lavoro.» Irene schivò la “scimmia con la mano ferma” ingoiando la provocazione e chiese: “E tu pensi che possa esser capace di ben altro, non è così?» «Si» «Si?» Si meravigliò Irene. «Questo è un complimento che non mi aspettavo da te!» «Non sono il solo a pensarlo. Permettimi di spiegarti: la formazione che fin’ora hai intrapreso con me è quella dell'agente A2.» Irene ci pensò per qualche secondo e lentamente si puntò un dito al naso, poi reagì: «Mi stai allenando per essere una A2?» «Sono convinto che ...» Irene balzò in piedi interrompendo Takaya. «SONO DI FORMAZIONE A2?» Era stata ingannata! Non era per quello che era lì in Giappone. Non aveva firmato per un volgarissimo A2 come Miyako! «Smorza il tuo brio, ho appena detto che volevo parlarne con te con calma!!» Takaya raggelò il suo sguardo inchiodandolo 147


sul punto dove prima Irene era seduta senza muovere un muscolo. Seguì un breve silenzio dopo di ché Irene ritornò al suo posto e incontrò di nuovo lo sguardo di Takaya. Riacquistando un tono di voce più calmo gli chiese: «Pensavo che tutto quello per cui mi stavate allenando tu e Lady Akiko fosse per la mia formazione da cecchino. Stai giocando, con me? Io non voglio fare la puttana!" «Capisco; e non è per farti fare la sgualdrina che ti sto allenando.» «Benissimo, meglio per tutti perché non ho intenzione di muovere un altro dito fino a quando non mi darai una spiegazione plausibile! » Takaya sospirò: «Te l’avrei data molto tempo fa, se non avessi tutti questi merdosissimi sbalzi di umore.» «Ok, mi spiace,» Irene abbasso la testa, i suoi capelli finirono davanti il suo viso. «sono calma, mi sono calmata e farò la brava. Ora però spiegami.” «Quando hai firmato la documentazione, quando hai accettato le clausole per l allenamento, ti hanno mentito. E devo ammetterlo…Anche io ti ho mentito.» Riconobbe Takaya. Irene nascondeva la rabbia dietro la frangia cercando di non perdere la calma. «O meglio, ti ho nascosto la verità.» L’ accento della sua voce aveva preso ad infiammarsi «Ho letto tutto di te, ho letto il tuo file, ho fatto ricerche e ho visto i filmati dei progressi al poligono di tiro quando eri ancora a Roma, al pre-allenamento. Ma non solo, mi sono fatto recapitare i file top secret dal centro di addestramento SSA della città dove hai cominciato il tuo allenamento, Firenze, dove sei nata. Il centro ti aveva già assegnato un livello che, tradotto, corrisponde a quello di Agente A1 in Giappone.» Irene alzò il capo, l’espressione era completamente cambiata. Solo quel barlume omicida nelle sue pupille, non lasciava capire se lei fosse felice della rivelazione oppure il contrario. Intanto Takaya ancor più eccitato proseguì: «Da quel preciso 148


istante la SSA ti ha messo gli occhi addosso. Ero ancora un agente A2 al tempo ma mi dissero che sarei stato istruttore molto presto e che tu saresti stata la mia ultima allieva. Il direttore mi ha impartito il compito di plasmarti, Irene» «A tua immagine e somiglianza, immagino!» «Tu ancora non lo concepisci. Pensaci Irene, non senti che solo mirare e sparare ad un bersaglio che non sospetta un accidenti sia fin troppo facile, per il caratterino che hai? Perché venire qui in Giappone per fare esattamente quello che sai fare benissimo anche in Italia? Impedire che un evento accada, fermare una persona e fargli cambiare idea o percorso, trovare le giuste informazioni, senza essere mai sospettata, senza dover per forza eliminarla. Queste sono le vere sfide realmente dure da affrontare.» Irene trattenne il respiro per un secondo. Non aveva mai pensato a quello, credeva che il migliore agente fosse quello capace di uccidere a sangue freddo senza recriminazioni. Takaya le stava invece offrendo la versione più avventurosa del lavoro, ma anche la più ardua. Una variante, che malgrado tutto, le faceva ribollire il sangue. «Perché mi stai dicendo questo? Perché non dirmelo all'inizio?» " «Se lo avessi fatto avresti girato i tacchi e ripreso l’aereo, conoscendoti» «Ma non potevi saperlo, questo!» Lo sfidòp indignata «Bastava guardarmi con i tuoi begli occhi, con la frangia al vento e dirmi la verità con quella voce tanto calda che ti ritrovi.» Takaya era stordito. Irene aveva le mani ai suoi fianchi, accigliata, ma un sorriso la tradì. «Ah, mi stai prendendo per il culo! Ok, incasso. Non l’hai presa male allora. Me ne rallegro.» «Ci sto!»

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«Sicura?» «Si, ormai ci sono dentro già da cinque mesi, e non vado malaccio vero?» «No, no, anzi. Anche Lady Akiko è molto fiera di te! » «Ma niente lavoretti alla Miyako Fujie! » «No, no, assolutamente! Io per primo non me la sentirei di mandarti allo sbaraglio in simili missioni…» Takaya la vide alzarsi e andare a frugare in cucina mentre lui finiva il discorso nella sua testa: “Non adesso, per lo meno…Non adesso.” Honne e Tatemae.

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8 Preparazioni Qualche ora dopo Takaya si era svegliato. Aveva dormito allungato sul tappeto di Irene ed aveva deciso di andare ad allenarsi un po’ senza passare dalla villa. Il suo umore era buono, nonostante la nottata scomoda. Sarebbe andato a dare qualche calcio al pallone prima di andare a lezione, sul tardi. L’aveva lasciata che dormiva pesantemente, con la testa appoggiata sul tavolino sopra ai fogli su cui si erano messi a lavorare dopo la chiacchierata. Ancora non riusciva a credere che Irene si fosse lasciata dissuadere così facilmente riguardo il training di livello A2. Il problema, adesso, era convincerla ad esporsi un po’ di più, a liberarsi dei suoi virtuosismi e accettare le missioni che il boss le avrebbe assegnato. Si era già infilato l’uniforme da allenamento quando, uscito sul campo, vide che anche Takeshi era già intento a palleggiare. Non capitava spesso che i due si incontrassero cosi in mattinata. Takeshi credeva di essere solo, immerso nei suoi pensieri e non si era nemmeno accorto che Takaya era arrivato. «Ehi! Sei in ritardo!» Gridò con ironia Takaya da lontano. Takeshi si girò sorpreso e rispose alla mano alzata del compagno. Takaya gli corse incontro, dribblando con il pallone e pensando: “Takeshi sarà un osso duro. Devo trovare il modo per eliminarlo dai sentimenti di Irene.” «Sono quasi commosso…» disse sorridendo Takeshi quando Takaya gli arrivò davanti «di solito ti fai vedere all'ultimo secondo agli allenamenti, ma oggi sei addirittura in anticipo!» «Perché ti voglio bene e ci tenevo a dirtelo senza che gli altri mi sentissero.» Rispose ridendo l’amico.

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«Ma stai zitto, pelandrone, deve esserti successo qualcosa che ti ha fatto svegliare presto stamattina.» Concluse Takeshi dandogli uno scappellotto. Si godettero una quindicina di minuti di accanito allenamento, per rimediare alla bassa temperatura di quella mattina, scambiandosi battutine fino a quando Takeshi gli chiese a bruciapelo: «Come va con la tua amica reporter dall'Italia?» «Che vuoi dire?» Chiese sorpreso Takaya. «Voglio dire: ti stai comportando bene? Quand’è che ti pubblica, sulla rivista?» «Ah! Irene-chan vuole pose spontanee per cui mi segue ovunque, quando può’. Non so quando le pubblicherà, non sono molto interessato ad avere fan di altri continenti con le quali non posso concretamente spassarmela.» Rispose in tono disinteressato Takaya. Takeshi rubò il pallone dal piede di Takaya e con uno scatto lo calciò verso la rete. «Ma esci con lei?» Rincalzò Takeshi, un po’ insospettito. «E tu?» Di rimando Takaya. Si fermarono sul campo, uno di fronte all’altro. Era la prima volta che Takeshi lo guardava fiero con quell’espressione intimidatoria. Takaya si sentì spiazzato. Sapeva che uscivano. Ma non sapeva fino a che punto si erano spinti l’uno verso l’altra. Takaya sospirò: «No, non ci esco. Mi fa solo foto.» «Bene!» Takeshi rispose energicamente e andò a riprendersi il pallone. Takaya da lì aveva intuito che forse sarebbe stato più arduo far cambiare idea all'amico riguardo il flirt con Irene piuttosto che il contrario. E probabilmente si vedevano ogni giorno, all'uscita delle lezioni o alla fine di un allenamento. Non era nelle mansioni richieste alla sua allieva di innamorarsi, soprattutto se l’oggetto delle attenzioni di Irene era il suo migliore amico, il suo capitano e suo fratello di sangue. Entrambi stavano contravvenendo ad una clausola 152


obbligatoria del servizio Takeshi lo stava facendo senza saperlo, ovviamente, ma Irene? Lei stava deliberatamente infrangendo le regole. Era ora di prendere il toro per le corna. Quella stessa mattina, Irene era stata convocata privatamente da Akiko. Le avrebbe dato una bella notizia; il suo allenamento base in buone maniere avevano avuto il risultato desiderato e da quello stesso momento in poi poteva considerarsi completamente nelle mani di Takaya Nishikawa. Avrebbe continuato l’allenamento in maniera più’ approfondita come si conveniva ad una vera allieva A2. Si era ritrovata davanti alla guardiola dell'edificio, immersa nei suoi pensieri, con l’apatico portiere che era sbucato fuori con la testa per riconoscerla e subito si era eclissato dietro il banco, all’interno della guardiola di vetro, come faceva di solito. Chissà cosa succedeva lì dentro per tutto il giorno… Ripensava alla frase di Akiko, al modo impassibile in cui le aveva parlato; nessuna inflessione, nessuna emozione che potesse rivelare il significato nascosto di quelle parole. Libera da impegni si decise che poteva provare a vedere Takeshi. Si era unita al gruppo delle fan. Kasumi era felice, o sembrava felice, di rivederla. «Hanno detto che le lezioni di questa mattina sono state cancellate!» Disse Kasumi per informarla degli ultimi avvenimenti. «Ah,» rispose Irene «quindi i ragazzi giocano fino a stasera?» «Il loro allenatore sembrava che abbia detto di rimanere fino a mezzogiorno e che poi erano liberi di andare.» sghignazzava Kasumi. Probabilmente si stava facendo i suoi bei calcolini. Meglio per lei, se includevano accaparrarsi Nishikawa per un paio d’ore o forse più. Lei invece avrebbe potuto “spupazzarsi” il suo Takeshi. A mezzogiorno la partitella era terminata e i giocatori si erano

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ritirati negli spogliatoi. Le ragazze aspettavano in tribuna che i ragazzi uscissero per unirsi a loro, magari al Chez George. Irene aveva lasciato il gruppo anticipatamente per piazzarsi sotto la finestra delle docce. Sperava che Takeshi si affacciasse. Un palmo di mano era affiorato dalla finestrella. Era un segno. Il loro segno. Takeshi ci avrebbe messo ancora cinque minuti e l’avrebbe raggiunta all’uscita del complesso universitario. Quando finiva una partita, lei si piazzava sotto la finestra dello spogliatoio, e aspettava. A volte uscivano due mani. Voleva dire dieci minuti. Se uscivano due dita voleva dire due minuti e lei si doveva affrettare ad andare all’uscita del complesso, sul marciapiede, vicino l’uscita del parcheggio. Un rumore di auto, di ruote inchiodate. Davanti a lei si era fermata l’auto sportiva di Takaya. La portiera si era aperta e la voce del maestro l’aveva chiamata, intimandole di salire veloce. «Accidenti!” sbuffò la ragazza delusa. Era sicura che quella volta avrebbe avuto qualche minuto, se non un ora, in più da passare con Takeshi! Ma Takaya si era vestito più velocemente di Takeshi. Come faceva a sapere che lei lo aspettava proprio lì? Coincidenza? Anche lui posteggiava la Lamborghini nella stessa area di parcheggio di Takeshi. O probabilmente sapeva dei segnali. «Il nostro allenatore, Kuni, non è contento di come abbiamo giocato il torneo delle ultime quattro settimane, e ci ha raddoppiato l’allenamento, da domani.» Disse Takaya. Irene allacciò le cinture. Takaya inserì la marcia e partì a razzo. «Mi spiace. Per un po’ non potrò allenarti come si deve e stasera ho anche un appuntamento con Kaori. Farai da sola.» «Va bene, dimmi cosa devo fare.» «Volevo darti la notizia, io, per primo.» 154


«Che notizia?» «Oggi il capo mi ha contattato.» Nishikawa guardava dritto la strada davanti a se’ senza distogliere lo sguardo. Irene non captava dietro quegli occhiali scuri l’esatta emozione di Takaya: la sua voce era preoccupata o eccitata a quell’importante avvenimento?

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«Pensano che sei pronta! Inizi fra una settimana esatta.» «Comincio...Vuoi dire...Una vera e propria missione... Per me?» Irene voleva gridare dalla gioia, ma si trattenne: «Ma tu non sei convinto?» «Perché tu non ti rendi conto di quanto potrebbe essere complicata quella missione!» «Secondo te, come la dovrei prendere? Sono mesi che aspetto di ricevere un ordine dall’alto, non faccio altro che servire a tavola o intrattenere uomini d’affari dai commenti ripugnanti!» «Non sei pronta! Cazzo!» «Non sei particolarmente empatico con me ma immagina di essere alla vigilia di una partita importante. Ti hanno scelto come titolare e ne sei orgoglioso, non vuoi certo deludere il tuo allenatore e io mi sento alla stessa maniera, non voglio deluderti! Darò tutta me stessa!» «Che tu dia tutta te stessa lo metto proprio in dubbio ma non è questo!» Irene si accigliò: «Fai anche lo spiritoso? Hai detto che pensano che io sia pronta ma tu non lo credi, vero? È questo quello che tu pensi?» «Segui pure gli ordini della SSA, pensano che tu sia pronta. Non è quello che conta di più per te?» «Sì, ma voglio sapere cosa ne pensi tu.» «Ok, penso che tu sia brava, ma non sei ancora pronta. Purtroppo è a loro che spetta l’ultima parola. A questo punto dell’allenamento credono che tu sia all'altezza della missione che ti hanno affidato. Quindi il mio parere non conta un cazzo.» Schiacciò sull'acceleratore e continuava a polemizzare: «Che cosa credete, tu e quei cervelloni del consiglio? Pochi mesi di allenamento e già pensate ci sia la preparazione necessaria ad un simile incarico? Loro non pensano che ti potresti trovare in mezzo a una situazione in cui non ti ho ancora preparata?»

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Takaya premette ancora di più’ sull'acceleratore. Stava sui 160 km all'ora. «Non credo mi abbiano affibbiato una missione suicida, lo so che ci vogliono anni per arrivare al tuo livello e io sono arrivata cinque mesi fa… OH!» Irene spalancò gli occhi guardando impietrita davanti a se’: «Attento a quella bici..!» Poi girò la testa di lato, a bocca aperta nel vedere l'uomo miracolosamente illeso. «…Cletta…» «Non manderei mai il mio agnellino al macello prima di insegnargli quello che si aspetta!» Con uno strattone sul volante Takaya si proiettò sulla corsia laterale, cambiando bruscamente direzione. Irene finì con la guancia appiattita sul finestrino. «Stai tranquillo! Male che vada mi darai una mano!» Disse massaggiandosi la mascella. «Io? Quale mano!?» Sbottò di rimando. «Che cosa vuoi dire? Non mi aiuterai?» «Certo che no! Se il capo crede che sei perfettamente in grado di affrontare un lavoro e tu ti senti preparata…» «Il direttore non ti ha chiesto di essere la mia ombra in questa missione?» «No, non mi ha dato l’ordine e io non ho intenzione di chiederglielo.» «Non sei gentile per niente ma mi sento pronta, e porterò l’incarico a termine, ci puoi scommettere.» «Allora fammi sapere come è andata a finire…Se ci sarà un poi, naturalmente.» «Non portare sfiga! Se fallisco ti voglio proprio vedere a chiedere perdono al consiglio!» Disse Irene per ripicca. «Scusa? Chi, io? Hai proprio sbagliato persona mia cara! Non sono il tipo a scusarsi per lo sbaglio commesso da loro. Forse mi chiederanno di affrettare il training, invece, perché tu sia veramente preparata, questa volta. Fatto di fretta, l’allenamento, sarà molto più spiacevole per te. Sappilo.»

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«Sei arrabbiato perché mi stanno mettendo in una situazione pericolosa o perché non hai terminato il training con me?” «È una questione di principio. Ti alleno io e voglio essere sicuro che tu ne esca vittoriosa.» «Capisco. La missione ormai me l hanno affidata, almeno dammi dei suggerimenti.» Disse tesa Irene. «Ti ho lasciato il dossier in hotel: tempi, luoghi, nomi e altre informazioni necessarie». Takaya frenò con un forte stridio delle gomme proiettando Irene in avanti. La cintura fece il suo dovere tirandola al torace appiattendole quel poco che aveva di seno. «Questo è quanto dovevo dirti, adesso scappo. Da qui al Granada ci sono cinque minuti. Scendi.» Tirò via lui. «Takaya?...» Irene era titubante mentre lui tamburellava le dita sul cuoio del volante. Era visibilmente contrariato. «Che vuoi? Parla, ma sbrigati. Sono in ritardo e non posso fermare il traffico per molto.» Irene si irrigidì. «Niente...Non e’ importante.» Alzò la leva per aprire la portiera e la spinse verso l’alto. Nemmeno il tempo di abbassarla che Takaya aveva già ingranato la marcia lasciandola sul marciapiede a domandarsi dov’era finita tutta la gentilezza e la premura del sensei della sera prima. «Sarà bipolare» si rispose a voce alta. «Ci dovrò fare l’abitudine.» Vide sparire la Diablo ad un incrocio e proseguì a piedi dalla parte opposta. Faceva più freddo del solito quel pomeriggio. Si avvicinava il Natale. Passando di fronte alla reception, una delle ragazze la chiamò con urgenza. Era uscita dal banco e si era messa a correre frettolosamente a piccoli passetti verso di lei. Con due inchini le porse una valigetta ed una busta chiusa. All'interno della busta c'era una carta magnetica ed un biglietto che diceva: “Usa la mia biblioteca personale. Ti lascio la chiave di casa.”

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«Ah! Allora ci tiene!» Si compiaceva «Ma…Quando aveva lasciato quelle cose in reception? La sera prima? E perché non gliel’aveva date di persona?» La ragazza sembrava fosse impaziente di consegnarle la ventiquattrore. Quella mattina, quando Irene era uscita, la ragazza non aveva ancora cominciato il suo turno. “Senza dubbio Takaya l’aveva lasciata in reception qualche ora prima, lasciando detto di consegnarmela oggi.” Pensava salendo le scale. “Il bastardo! Voleva solo essere sicuro che avrei accettato la rivalutazione del mio livello di agente. Sapeva già che avrei ricevuto una missione A2 perché mi stava già allenando come A2! Che merda! E tutti quei discorsetti in macchina, allora? Che senso avrebbero? Non capisco.” Desistette, lasciando ad un altro momento l’analisi psicologica del sensei. A quello era meglio ci pensasse Kaori. Aprì la valigetta in camera. Dentro, ci trovò una pila di informazioni, che potevano esserle utili, appunti tratti da notiziari web, altre note scritte a mano e varie foto di persone in giacca e cravatta. “Il mio primo vero incarico !” Riusciva ad annusare la serietà in tutto quel cumulo di carte. Richiuse la valigetta, si rimise la giacca e scese veloce giù nella hall. Fuori prese un taxi e in dieci minuti era di fronte alla villa di Nishikawa. Era la prima volta che si trovava di fronte a quella casa. Si ricordava della promessa che si era fatta, che avrebbe preferito crepare piuttosto che varcare la sua soglia. Ma questo era lavoro. Che cosa ci avrebbe trovato al suo interno? Forse i poster formato gigante di tutte le donnine che si era fatto, come un mausoleo delle conquiste? I trofei guadagnati con i tornei di calcio e che forse erano proporzionalmente inferiori alle facce delle ragazze appese sul muro. Un déjà-vu affiorò alla sua memoria: Miyako e il suo poster di Takaya nudo appeso alla

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parete, e le miriadi di foto penzolanti, sempre di lui, in camera della donna. Chissà. Ma non poteva non ammetterlo che era curiosa; si sentiva un’impudente ficcanaso, come una spia e in quel caso era tutto legale. Strisciò la carta nell’apposito meccanismo e il cancello si aprì. Stessa cosa all’ingresso di casa. Un rumore di serratura e lentamente la porta si dischiuse come in un film dell'orrore, ma senza il cigolìo dei cardini non lubrificati. La stanza principale era buia. Richiuse la porta dietro di se e la stanza si illuminò automaticamente. Il soffitto era rivestito di assi di legno e qua e là una lampada alogena. I suoi occhi perlustrarono intorno. Era un salotto. Niente posters o fotografie di donnine senza veli. Strano, si disse, l’interno appariva sobrio, nulla di perverso o di eccentrico, era in realtà molto semplice per nulla decadente. Le pareti erano di un blando marrone chiaro, la stanza era perfettamente in ordine ed i pochi mobili disposti in stile moderno. Dalla soglia, gli occhi indiscreti di Irene, non si fecero convincere facilmente e avanzò fino al centro della stanza. Dove era il letto rotondo con le lenzuola di raso rosso, le manette di pelo il lubrificante ed il frustino? C'era una sola finestra, sulla sinistra, chiusa con le tapparelle. Un divano spazioso, un tavolino da caffè con una TV a schermo piatto e, intorno alla stanza, c’erano altre quattro porte chiuse. “Esploriamo? Chissà’ cosa nasconde Mr Nishikawa nelle sue prigioni segrete…” Si chiese, ma decise che era meglio non sapere, per ora. C’era una rampa di scale che conduceva al piano di sopra e ancora, alla destra dell’entrata, una porta scorrevole. Si intravedevano le piastrelle smaltate di un verde marino, un lavello e parte di una sedia. Doveva essere la cucina. à’

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Seguiva quindi tutta la documentazione dell'agente stesso che aveva condotto l’ investigazione, la sua copertura e il metodo usato per arrivare al risultato dell'indagine. Una decina di pagine in tutto. Alla fine di queste, una firma in lettere capitali e una a mano: Miyako Fujie. Irene si lasciò scappare un sorrisetto ironico: “Lo so io il metodo che ha usato quella per arrivare a scoprire tutta questa carrellata di roba…Troia!” Mise da parte il dossier di Miyako per leggere subito dopo quello che portava la firma di Nishikawa. Molti fogli erano scritti a mano con link o fotografie riprese dal web che davano l’idea di quello che il crimine organizzato stava architettando. Il primo fascicoletto aveva il titolo di Noburo Kojima. In dettaglio affrontava il cuore del problema da risolvere: ’

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Takaya le aveva lasciato il post-it sul fascicolo di Miyako, ma chiedeva di cominciare dal suo. Forse quello di Miyako non era troppo importante, ma era anche possibile che Takaya alludesse al darci un’occhiata, più’ tardi. Chi era questo Noburo Kojima, quindi? Un emergente signore del crimine di Tokyo, ambizioso e intento a prendere il controllo di una fetta del territorio che apparteneva ad un altro clan mafioso. Per fare ciò chiedeva aiuto ad un altro clan. In caso di successo Noburo avrebbe promesso un particolare farmaco. Seguiva il fascicolo della descrizione del prodotto, i relativi effetti negativi e il probabile esportatore; il farmaco naturale 161


era in realtà una droga di nuova concezione che non era stata ancora immessa nel mercato di massa. Noburo aveva promesso qualcosa che ancora non si era ancora procurato, ma aveva ordinato ai suoi scagnozzi, che un campione della droga dovesse essere consegnato a lui in persona da un corriere: Mr Miura. Seguiva un altro fascicolo con le foto di Miura seguito fino all’aeroporto di Charles de Gaulle. Il corriere era stato chiamato dall’estero, Parigi da quanto poteva capire. La Francia non era un paese sotto la sorveglianza delle autorità contro lo spaccio, per cui era stato più facile per lui venire in Giappone, nascondere la droga in modo che gli agenti aeroportuali non se ne accorgessero e organizzarsi per farla recapitare in qualche modo a Noburo. Il signor Miura era stato rintracciato, pedinato e avvicinato dall'agente A2 una volta arrivato a Narita, alla stessa maniera in cui aveva “sedotto” lo stesso Noburo Kojima. Aveva anche scoperto che Miura non era il suo vero nome e che il suo visto di permanenza scadeva il giorno dopo, il 27 dicembre. Lesse con attenzione tutto quello che Nishikawa gli aveva consegnato, fino a che arrivò ad un foglio scritto a mano. Irene riconobbe la scrittura veloce di Nishikawa, che diceva: “ho avvicinato la vittima in un nightclub club. Abbiamo bevuto insieme, ci siamo divertiti un sacco. Questo corriere è uno sciocco, non proprio intelligente. Il suo nome non è Miura ma la contrazione Giapponese della parola francofona “mule” ovvero mulo. Se il mio istinto è giusto, la droga probabilmente e’ ancora nascosta dentro il suo stomaco.” Irene sorrise di nuovo. Takaya aveva condotto una sua indagine personale. Chissà se la SSA ne sapeva qualcosa! La 162


nota sembrava non facesse parte di tutta la documentazione come se fosse stata aggiunta all'ultimo minuto. Accese il computer e cominciò a navigare tra i vari link che Takaya e Miyako avevano annotato nei loro incartamenti. Verso le sette di sera gli occhi le si incrociavano dalla stanchezza. In quattro ore non aveva ne’ mangiato ne’ lasciato per un secondo la postazione al Mac, nemmeno per andare al bagno. Aveva bisogno di una pausa. Stava pensando a cosa le avesse lasciato Takaya in cucina quando una voce maschile dietro di lei la fece trasalire. «È necessario tu presti attenzione anche alla planimetria di Nakano.» Takaya era apparso alla porta della libreria. Era già tornato dal suo appuntamento con Kaori? «A proposito,» aggiunse «ho notato che non hai toccato i sandwich che ti ho lasciato in cucina. Non hai fame?» «Ho già controllato la mappa che mi hai lasciato nella ventiquattrore. La studierò attentamente, tranquillo! Grazie per i sandwich, li mangerò senz’altro.» Irene si girò verso lo schermo, sentì battere due colpi di dita sullo stipite. Takaya si era congedato. Irene si alzò dalla sedia girevole. Era stata troppo brusca? Andò a cercarsi un libro che l’aiutasse a comprendere la criminalità organizzata Giapponese. Passò con l’indice sulle costole dei libri dedicati al crimine, passando dalla mafia italiana a quella cinese e per finire finalmente sulla Yakuza. Poteva capire alcuni titoli, ma molti libri sulla Yakuza erano in lingua giapponese. Si fermò su di un titolo inglese, che forse faceva al caso suo, “Yakuza, the true heirs of the Samurai”, che letteralmente tradusse con: “Yakuza, i veri eredi dei Samurai”. 163


Riuscire a capire la struttura capillare della criminalità’ organizzata del paese per Irene era impensabile e dopo ore di intenso studio le pupille le erano quasi diventate di un altro colore. Verso le nove mise il mattone da una parte e scese al piano inferiore. Takaya aveva acceso il bollitore. Stava organizzandosi una cena veloce e le aveva messo di fronte un piatto con alcuni dei tramezzini che aveva lasciato per lei. «Se riesco a convincere il corriere a cambiare il suo piano…A deviarlo da Nakano, obbligarlo in qualche modo a prendere un altra strada forse...» Irene parlava e mangiava allo stesso tempo. «Hai letto tutte le mie note e sei arrivata a questa conclusione?» Takaya fece una smorfia puntando il mento unto di Irene. «Consultando gli appunti, osservando la zona di Nakano, sì, come mi hai suggerito su internet ho notato che c’è una scorciatoia che passa dalla stazione di Nakano Sakaue, al punto di incontro, Myogadani, verso Ikebukuro.» «La conosco. È piena di edifici con le finestre a specchio. Ci vanno le ragazzine a provare i passi di ballo.» Rispose Takaya versandosi un the. «Ne vuoi una?» Aggiunse porgendole una tazza. «Si, grazie.» Irene si pulì la bocca con un fazzolettino di carta e si mise a sedere di fronte a Takaya su una delle due sedie accanto al tavolo appoggiato alle piastrelle. «Devo andare a studiare personalmente la planimetria sul luogo stesso.» Disse. Takaya le porse la tazza fumante e aggiunse pacato: «Tu stai studiando duro, io almeno ti preparo la cena.» 164


«Ho memorizzato le facce, i rapporti fra di loro e trovando le mappe nelle cartelle, ho navigato online. Ho esaminato anche la linea Marunouchi.» «Stai facendo ricerche sulla metropolitana di Tokyo?» la interruppe Takaya «Per quale motivo?» «Solo un idea,» rispose frettolosa «grazie per la cena. Ti spiace se mangio il resto di sopra in libreria? Vado a leggermi il resto delle note. C’è ancora tanto da fare.» «Va bene.» Takaya l’assecondò continuando a sorseggiare il the. Seduto a gambe incrociate sulla sedia guardava Irene trafficare con i suoi panini imbottiti e la tazza per poi sparire fuori dalla cucina. Sentiva i balzelli dell’allieva mentre saliva le scale, veloce. Provava un certo piacere ad averla per casa. Era da molto che non sentiva un’altra voce, tra quelle mura, a parte la sua, quella che cercava di parlargli nella testa quando si sentiva depresso. *** Irene riprese in mano le note di Miyako che aveva scansato all’inizio. Le lesse attentamente anche se, molti dei paragrafi descrivevano accuratamente gli esperimenti sadico-erotici collaudati sulla vittima e anche se i tentativi delineati le facevano venire il voltastomaco arrivò quasi alla fine della quindicesima pagina dove aveva capito che a Miyako piaceva scopare mentre alla vittima non molto! Non gli piaceva farlo con lei per lo meno. Non poteva dargli tutti i torti. «Fujie ha steso quindici pagine formato A4 per delineare i suoi approcci di convincimento e poi finire in bianco! Ah, ah!» 165


Ancora una volta Irene sorrideva di gusto. Poi lesse le ultime righe: “Appurato che Mr Miura è immune alle donne, mi sono consultata con un mio ex allievo che è stato felice di adempiere al suo dovere.” E poi continuava: “Mr Nishikawa, agente A2 ha portato a termine la missione di informatore: ha avvicinato e sedotto la vittima, intercettando una chiamata nei bagni di un nightclub. La merce sarà consegnata nello stesso identico modo in cui mr. Miura ha…” «Cazzo! Irene esclamò cosi forte che di sicuro anche Takaya aveva sentito. Si tappò la bocca. Irene rilesse di nuovo. Come doveva interpretare quel “avvicinato e sedotto”? Si coprì gli occhi con la mano. Niente, così facendo era peggio: non riusciva a togliersi dalla testa quell’immagine disgustosa ma alla fine comica di Takaya che toccava intimamente Mr Miura. Irene si schiaffeggiò il viso. «Via, via! Immagini perverse!» Doveva cercare di continuare con lo studio della planimetria, e far finta di non aver letto il rapporto di Miyako. Takaya aveva lasciato altre note scritte di suo pugno in una calligrafia quasi illeggibile. Se lei aveva decifrato bene, Noburo usava il solito espediente con tutti i suoi traffichi illeciti usando un corriere che non solo si prestasse all' ingerimento del campione ma il giorno dell'incontro avrebbe ingerito una devastante purga per aiutarlo a liberarsi della roba. Se questa rimaneva nello stomaco un minuto dopo l orario prefissato, il corriere ne avrebbe conseguito le imbarazzanti conseguenze.

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Quindi basterebbe farlo arrivare tardi! Riuscire a cavargli quel farmaco dal culo proprio di fronte la polizia, se fosse stato possibile! Ancora il giorno dopo Irene aveva pensato di usare l’aiuto prezioso dei libri di Takaya. Sullo schermo del mac, un post-it in giapponese. Calligrafia più leggibile e precisa. “Tanti allenamenti! Importante partita della domenica. Spiacente, non posso prepararti la cena, aiutati da sola.” «Va bene, non c'è problema!» Irene sentì un po’ di amarezza. Takaya si era comportato bene. Non aveva nemmeno provato a metterle le mani addosso. Era così diverso in casa sua. Come trasformato. Non poteva certo dire la stessa cosa quando era fuori. Ritornò a guardare quello che aveva scritto, sospirando: “Partita: domenica…Domenica 26?” Si lanciò sulla sedia girevole e, come guidata da una scossa elettrica, digitò data e luogo sul browser. “Ultima partita Last Chance, domenica 26 dicembre 2004” Una lista di link in giapponese apparvero sullo schermo; l’occhio di Irene scorse il titolo che cercava e vi cliccò sopra. Un articoletto di una pagina della fanzine del club del calcio, redatto da Kasumi, ricordava agli iscritti e agli studenti di andare alla partita quel pomeriggio e di tifare per i loro beniamini per la sudata vittoria e aggiungeva in grassetto, “Non dimenticate che gioca Takaya Nishikawa!” Il nome era collegato. Posò il mouse su “Nishikawa” e una immagine a tutto schermo schiaffeggiò di indecenza una sbalordita Irene. «Ah, ecco, ora mi ricordo perché lo odio!”

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Nonostante tutto, Irene penso’ che il sensei avrebbe fatto il suo gioco. Lo avrebbe usato esattamente per quello che sapeva far meglio. Irene tornò a Nakano. Come tutte le aree d’affari di Tokyo anche quella non mancava all’addobbamento natalizio. Come giornata di incontri, non potevano scegliere quella più incasinata. Se non lo fosse stata, ci avrebbe pensato lei. Il Natale non era una festa che le andava a genio perciò fu contenta essere cosi assorbita dalla sua missione. Il giorno dopo aveva incontrato Nishikawa mentre faceva jogging nel parco di Yoyogi. Le aveva dato appuntamento al tempio. Avevano fatto una corsetta e Takaya si assicurò che Irene si fosse preparata bene. La ragazza aveva tutto sotto controllo, la sua idea era folle, è vero, ma doveva funzionare in base anche a tutte le informazioni contenute nella valigetta. «Non ho idea di quello che hai preparato, ma il caso è tuo! Sorprendimi!” Aveva detto Takaya prima di congedarsi. «Buona fortuna anche a te, per la partita. Aveva aggiunto Irene prima di deviare per la villa. Era l ultimo giorno di preparazione.

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9 Il bacio

Ormai Irene si sentiva di casa, entrò e sulla porta di cucina il solito post-it: “Colazione: maki.” Irene prese il vassoio pieno di cibo e se lo portò in libreria. Si sedette sotto la finestra a gambe incrociate sul tappetino blu, piluccando nel vassoio uno a uno tutti i maki di Takaya. Squisiti! Aveva ripassato tutti i suoi movimenti e si prese una pausa quando il sole aveva già toccato i cavi più alti della tensione elettrica degli edifici di Yoyogi. Il tappetino sarebbe stato un luogo di riposo perfetto, ma solo per un po’ si disse Irene. Non voleva addormentarsi lì. Si sdraiò allungando le braccia e divaricando le gambe. Poi un'idea si intrufolò nei corridoi più reconditi della sua testa; l'immagine di un Takaya che dormiva, lì, in quello stesso punto dove era lei. «Mi chiedo se Nishikawa tonifichi il corpo proprio qui…» E poi un'altra immagine di lei e lui insieme sul tappetino. Si sentiva imbarazzata, da dove le era uscita quella visione? Era probabilmente colpa dei continui bombardamenti di foto nude che vedeva di lui, i suoi discorsi e quello che dicevano di lui le ragazze del club. Si alzò a guardare la stanza per tornare alla realtà. Scandagliò la biblioteca. Scaffali, libri, computer… Dove stavano gli attrezzi ginnici? Se davvero si allenava su quel tappeto, da qualche parte, nelle vicinanze, ci sarebbero dovuti essere gli strumenti! «Forse qui si riposa soltanto? Come sto facendo io adesso ... » 169


Ritornò a rilassarsi sul materassino. Chiuse un attimo gli occhi. Di nuovo l immagine del sensei. Stava dormendo, con gli occhi chiusi, respirando tranquillamente. Si chiese se davvero fosse cosÏ calmo e beato quando dormiva. L'immagine di lui 170


era così vivida che si sentiva in colpa, come se lui fosse davvero lì e lo stesse spiando. «Non devo pensare al mio maestro in questa maniera, non è normale!» Balzò in piedi e scese dal tappetino, arrabbiata con se stessa. Non era professionale, si diceva persuadendosi. «Sei una stupida, cosa ti sta succedendo?» Da fuori un lontano vocío di ragazzi e ragazze che cantavano ubriachi. La festa era appena cominciata. Natale per il Giappone era la festa delle coppie. Ma a lei non interessava minimamente. Decise che avrebbe occupato la mente a trovare in quella casa qualcosa che facesse di Mr Nishikawa il più detestabile degli agenti istruttori, non era possibile che fino ad ora lei non avesse trovato un solo piccolo minuscolo indizio di lussuria e sregolatezza nella sua stessa casa! Uscendo dalla libreria, non ci fece caso ma la porta del bagno era stata chiusa e non si apriva. «Beh sicuramente adesso devo per forza esplorare la casa, devo trovare il secondo bagno!» Continuando a scrutare ovunque lungo il corridoio, si avvicinò alla seconda porta e l’aprì. Rimase sull’uscio. Era una stanza da letto spaziosa ma quasi vuota. Non c’era praticamente nulla da esplorare. Era così minima che forse anche gli armadi dentro, erano vuoti. "È camera sua, ci scommetto. Il letto singolo lo dimostra. Meglio non toccare nulla, potrebbe capire.» Nell'atto di chiudere Irene notò un’altra porta alla sua destra. Poteva essere un bagno o uno sgabuzzino, o… una porta comunicante? 171


Passò alla stanza accanto. Si muoveva lentamente e in silenzio, come una ladra. Immaginò di esplorare la tana di un signore della droga: «Questione di vita o di morte! Mi raccomando Irene,» si divertiva «nessun rumore!» “Chissà se ci sono delle telecamere o delle cimici sparse a giro” rifletteva rimuginando sulle volte che Takaya rientrava senza fare rumore. Magari si chiudeva in una delle stanze di sotto a rivedere e risentire quello che aveva fatto e detto. «Ma è ovvio che ci sono!» Si guardò intorno, con orrore, senza scorgere niente di anomalo. Non si notavano ma era sicura che c’erano; sarebbe stato troppo facile vederle ad occhio nudo, si diceva e poi un sospiro rassegnato. «Ecco dove mi caschi, signor donnaiolo! Sei un guardone! Mi avevi quasi convinta con i tuoi modi gentili!» Irene alzò lo sguardo verso un angolo del soffitto. Levò deciso il dito medio in segno di sfida sperando di aver mirato dritto a una telecamera nascosta. Continuando a perlustrare aprì ed entrò dentro una terza porta. Notò subito il letto matrimoniale, un armadio e una seconda porta nell’angolo sinistro. Poi ritornando con lo sguardo al letto doppia piazza. “Ah-ha! Che te ne fai, Nishikawa, di un letto così, quando vivi solo?” La stanza era spaziosa, ordinata, quasi vuota. I muri di un blu calmo. Non toccò nulla. Intuiva che lì si trovava quasi certamente la più alta concentrazione di cimici e videocamere. Non voleva passare per ficcanaso. Aveva appena iniziato a scendere le scale con le luci automatiche che rimanevano spente quando, inaspettatamente, ci fu il suono del campanello. 172


Si immobilizzò sul gradino chiedendosi chi, a quell’ora poteva suonare alla porta della villa di Mr Nishikawa? Sicuramente non Takaya, perché avrebbe dovuto suonare il suo stesso campanello? Una figura apparve dal nulla sbucando dall'angolo più’ buio del salotto. Irene la vide con la coda dell’occhio. Si giro’ di scatto con il fiato bloccato in gola. Riconobbe la silhouette. Era Takaya! Da dove era uscito fuori? Quando era rientrato? La stava spiando? Takaya raggiunse la porta e le luci si accesero automaticamente al suo passaggio. Irene stava ancora a metà della rampa di scale, immobile. Takaya aprì la porta, dicendo: «Entra, Takeshi. Sei puntuale.» “Dannazione!” rimuginò tra i denti Irene mordendosi le labbra in sgomento. “Non Takeshi!” L’ avrebbe sicuramente vista. Meglio battere in ritirata. “Che scusa posso usare, in caso…”- rifletteva mentre piano piano arretrava di scalino in scalino. «Irene?...» Takaya l’aveva chiamata. “…!” «Irene è qui?» Seguiva la voce di Takeshi. Che doveva fare? Non certo fare l’idiota, ma reggere il gioco. «Ciao...» risponde comparendo da dietro il muretto della scala. E poi rivolta a Takaya: «hem, il bagno di sopra è chiuso. Ne hai un altro dove posso andare?» «Ai-chan! Scusa mi sono dimenticato di dirti che il bagno di sopra ha un difetto di apertura. Puoi usare quello sotto la rampa.» Takeshi: "«Sembri stanca, Irene. Takaya ti fa lavorare duro?» «Ci puoi scommettere, non fa mai quello che gli dico! Le sue pose sono tutte uguali!»

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Takaya intervenne: «Ecco perché stasera ci concediamo una serata libera allo Chez George. Sono stanco di fare la statuina per il tuo catalogo.» Takeshi poi le chiese: «Spero di sentirti cantare.» «Cantare?...» Aveva contenuto la sorpresa. Eh già! Chez George era anche un karaoke! Guardò Takaya nervosa poi di nuovo Takeshi, sorridendo, mentendo la sua contentezza all’idea. «Ma certo! Canterò solo per te!» E fece capolino sotto la rampa chiudendosi dentro. Si sedette sul water, sospirando. Salvata in extremis. Ma di cantare non se ne parlava proprio! «Prendi!» Irene uscì dalla toilette e il suo cappotto le atterrò sul viso. «Seguici...» Takaya le ordinò, «Fammi vedere come resisti all’alcool, e…non sudare freddo!» Irene non sembrava convinta: «Alcool? Sicuro! E io domani, brancolerò da qui fino a Nakano!» rispose. «Sara divertente!» Takaya si infilò la giacca e raggiunse Takeshi nel vialetto che aggiunse: «Tranquilla, da ubriachi si parla meglio il giapponese!» «Al diavolo tutti e due!» sbottò lei tirando su il colletto del cappotto. Il Natale giapponese era davvero gelido! Sarebbero andati con la Tigra di Takeshi. L’auto di importazione europea, ma con guida a destra. Irene si era infilata dietro, il sedile era stretto e scomodo, e, anche se piccola e magra, si sentiva lo stesso a disagio. Cercando tra gli archivi della sua memoria, tirò fuori alcuni titoli di canzoni italiane, un paio francesi, ma zero giapponesi. “Domani è il grande giorno, ho bisogno di rilassarmi” bofonchiava, “non di cantare! Mi limiterò a bere un po’ così Takaya smette di fare il rompicazzo per una sera, ma non voglio esagerare.” «Allora, Irene, l’hai con te il passaporto, vero?» Disse Takeshi dopo aver messo in moto. «Perché?»

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«Nessun problema, ce l'ho io.» Takaya aveva risposto per lei, agitando un libretto bordeaux sopra la sua testa, lasciando che Irene lo vedesse bene, da dietro. Takaya girò poi la testa verso di lei aggiungendo: «Te lo sei dimenticato a casa mia…Di nuovo!» «Di cosa stai parlando?» Obiettò indispettita «Non ho proprio idea di come ci sia finito, a casa tua!» Lanciandogli uno sguardo di fuoco, indovinando cosa Takaya stesse cercando di insinuare. Takeshi intanto guidava e ascoltava in silenzio. «Ahhh…Allora è finito nella mia tasca per caso, quando sono venuto a trovarti, ieri sera?» insistette Takaya. Irene fece l’espressione acerba. I loro sguardi perforanti si scontrarono. Quanto valeva sulla scala da uno a dieci la stronzaggine di Takaya? Takeshi interruppe: «Ma voi due, sempre così?» Facendo l’occhiolino a Irene dallo specchietto retrovisore, aggiunse burlone: «Takaya, alla tua amica fotografa non vai a genio, fattene una ragione e non posso negare la mia felicità…» Aveva capito lo schema di Takaya. Ben detto Takeshi! Che batosta! La ragazza si piegò in avanti per rubare il documento dalla mano di Takaya che ancora lo teneva a mezz’aria. Ne sfogliò le pagine; quella era proprio la sua foto, ma… Come sarebbe 24 anni? Poteva passare già per una matusa di quell’età? Sapeva che il suo passaporto con i suoi bei prestesi 20 anni era custodito in Hotel. Era quello che aveva usato per passare il controllo di sicurezza all’aeroporto di Narita, ma quello che teneva fra le dita da dove veniva fuori? C’era proprio bisogno di falsificarne un altro? Cinque minuti dopo erano già a Shinjuku, l'epicentro del divertimento, del commercio e area amministrativa di Tokyo. Era lì che si nascondeva il quartier generale della SSA. Parcheggiarono in un seminterrato e poi scivolarono dentro l’ambiguità di Kabuki-chō. La conosceva bene ormai, quella zona: Lady Akiko aveva la soapland proprio lì. Passarono un 175


club un po’ fuori dalla strada principale, proprio quella dove Irene aveva incontrato Misha per la prima volta. Passarono davanti alla casa di Lady Akiko e quindi al bar Chez George. Il bar, di sera, era come se lo ricordava, spazioso, ma i tavolini erano stati arrangiati tutti attorno ad un palchetto rialzato . Sul palco era stato aggiunto un palo d’ acciaio liscio e cromato imbarazzantissimo, come solo un palo da Lap dance in un Bar karaoke può fare. Il colletto bianco che impegnava la scena in quel momento non sembrava conoscere né l'invenzione del palo da bar né soprattutto il senso del pudore. Con la scioltezza di un pendolare stanco appoggiato ad una pensilina di una fermata dell’autobus, continuava a torturare le note di una canzone pop giapponese e non avendo ben chiaro cosa farsene del palo aveva deciso di tenerselo accanto come un vecchio compagno di bevute. Per qualche incomprensibile riferimento sessuale nipponico, che Irene non aveva assolutamente intenzione di approfondire, il tutto doveva sembrare incredibilmente attraente per il pubblico che batteva le mani e cominciava ad accalcarsi attorno al palco. Takaya indicò agli altri due una zona più tranquilla del locale ed ancora prima di sedersi aveva intercettato la cameriera che si faceva largo tra i tavolini. Era dal mattino che Irene non mangiava niente ed aveva bisogno di ingerire qualcosa di sostanzioso. Immediatamente. Intanto le ostilità canore erano state sospese ma, neanche il tempo di compiacersene che un altro torturatore era salito sul patibolo pronto a giustiziare un'altra canzone. Irene ormai anestetizzata dalla fame aveva divorato in apnea il primo panino e chiesto una seconda porzione di maki. Non ancora soddisfatta aggiunse un budino dopodiché si svaccò pesantemente sulla sedia.

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La cameriera che aveva già’ sparecchiato tre volte i piatti dal loro tavolo, si rivolse a Takaya che sembrava conoscerlo molto bene. «Sono contenta di vederla qui di nuovo signor Nishikawa. La sua prestazione sul palco l’ultima volta ci ha lasciato tutti piacevolmente sorpresi.» «Grazie. Sei gentile,» rispose Takaya facendole l’occhiolino «se si libera il palco prometto un bis all'altezza delle tue aspettative.» Alla risposta di Takaya la cameriera emise una specie di cinguettío tintinnante. Takeshi si prese la testa fra le mani mugolando: »No, ti prego, no! Non di nuovo. Non oggi!» «Quale prestazione?» Si chiedeva Irene. Doveva forse preoccuparsi come Takeshi? Intanto Takaya si alzò dal tavolo e stretti i pugni e si diresse verso il palco fendendo la folla incurante dei borbottii che si lasciava alle spalle. Arrivato sul palco fissò il sudato di turno e si fece consegnare il microfono senza dover insistere troppo. Irene a quel punto era punzecchiata dalla curiosità. Il ragazzo agilmente balzò sul palco e si inchinò verso la folla che, nel frattempo, si era copiosamente radunata. Non c’era più una ragazza seduta ai tavolini in quel momento. «Speriamo non faccia quello che temo stia proprio per fare!» La musica non era ancora iniziata. Takaya stava in posizione rilassata fermo come un manichino, tenendo il microfono in alto con la mano. «Ma che sta facendo, la statuina?» Schignazzò Irene non potendosi trattenere. «Vedrai! Non ti biasimo se vorrai fuggire per la vergogna!» La musica attaccò e anche Nishikawa.

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La bocca di Irene si spalancò, incredula, sconvolta alle prime mosse del sensei che stava cantando una canzone in giapponese. Takeshi aveva ancora la mano sugli occhi, sapeva che qualcosa sarebbe successo da lÏ a poco.

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Irene era letteralmente senza parole. Non sapeva se ridere o piangere. O fare come Takeshi aveva suggerito poco prima. Takaya sculettava come una puttanella. Cantava e sculettava. Muoveva quel bacino in una maniera oscena! E le donne in visibilio apprezzavano non poco. «A proposito,» intervenne Takeshi dal nulla, cercando di distrarla porgendole una carta magnetica. «questo è il tuo lasciapassare per entrare in campo e nello spogliatoio.» Irene lo sentì, ma non poteva girare la testa, non riusciva a staccare gli occhi da Takaya. Ancora stupita allungò il braccio per prendere la scheda. «Takaya dice che stai facendo un servizio fotografico anche sugli studenti dell'università.» Takeshi sperava si scollasse da lui prima o poi. «Che cosa? Ah ... s ... Sì ...» balbettò. Tutte le ragazze, in visibilio, si stringevano intorno, esortando Takaya a dare di più: «la maglia! togliti la maaaglia!» mentre si conficcavano i gomiti nelle reni. Il palco era piccolo e le ragazze ormai si strattonavano l’una con l’altra mentre lui imperterrito proseguiva in quella scena. «Ma non capisco una cosa.» Takeshi si insinuò di nuovo «Perché ti è necessario il pass per lo spogliatoio? Devi fotografarci nudi sotto la doccia?» «Come?» Irene fece fatica a girarsi. «Posso leggere un'anteprima di ciò che hai scritto e, se hai bisogno di una mia foto per esempio, posso farmi trovare da solo quando arrivi con la macchina fotografica...» «Eh?...» Irene finalmente aveva collimato testa-mente e tolse lo sguardo su Takeshi. Stava realmente proponendole di scattare foto indecenti a lui? Irene scarabocchiò dei ghirigori con il dito sul tavolo. Non sapeva cosa rispondere, aveva saltato dei passaggi. Fece un attimo mente locale: «Beh…» rispose timidamente «il mio capo non mi ha chiesto di fare foto di nudi in realtà...»

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Irene si sorprese di sé stessa, le piaceva l’idea; magari un giorno avrebbe potuto anche organizzarsi, per quello. «Senti, che ne dici se andiamo via da questo casino?» suggerì la ragazza ormai perso l’interesse dalla scenetta di Nishikawa. Takeshi aveva sorriso dolce, si alzò e allungò una mano ad Irene. Lui non poteva sperare di meglio: «Si! Buona idea. Lasciamo che Takaya chiami un taxi.» I sedili anteriori della Opel di Takeshi erano di gran lunga più confortevoli, si sentiva a suo agio e rilassata adesso; oppure era lui a farla sentire così? Anche per Takeshi era lo stesso. Non era difficile capirlo. «Ti va di venire da me per un drink?» Esordì Takeshi dopo un attimo di silenzio. «Va bene, ma facciamo qualcosa di analcolico, ok?» Nel momento stesso in cui lo diceva Irene non era sicura di aver fatto bene. A Takaya non sarebbe piaciuta affatto la sua idea. Ne era certissima. Il ragazzo sorrise e accelerò. Le luci della strada, dei negozi ancora aperti e delle insegne pubblicitarie scivolavano veloci lungo il parabrezza della Tigra e sui loro volti. A quell’ora della sera si poteva permettere, per qualche breve tratto, di toccare il limite di velocità. Parcheggiò dopo soli dieci minuti. Takeshi abitava in un condominio a tre piani non molto lontano dal bar. Sotto il primo, c’era un Convenience Store, una delle tante tipiche botteghe di generi alimentari e non, chiamato Lawson. Takeshi scese chiedendole di aspettarlo al caldo in auto. Intanto lui si precipitò dentro. Irene lo seguì con gli occhi mentre si accingeva a scegliere tra gli scaffali del negozio. Lo poteva vedere attraverso la lunga vetrata e lo vedeva svicolare veloce tra le mensole dello spaccio. «Che entusiasmo…» Si diceva Irene sorridendo divertita. «Tutto perché ho accettato il suo invito...Tanto mi conosco, non succederà niente!» 180


Takeshi tornò con una borsa piena di cose. «Non ho fatto la spesa, oggi, in casa non ho praticamente niente.» Si scusò. Salirono al terzo piano, Takeshi balzellando quattro a quattro i gradini per arrivare prima. «Ti aprirò la porta, sali pure con calma!» «Va bene! Salirò pianissimo!» Che voglia far le pulizie di casa prima che io vi metta piede? Possibile. Rallentò ancora di più il passo. Finalmente un ragazzo normale, con l’appartamento sporco e disordinato, si diceva, sorridendo al pensiero. Quando finalmente arrivò al terzo piano c’era Takeshi che l’aspettava con la porta aperta. Fece l’inchino di rito ed entrò. Si ritrovò in un’open space molto illuminato per nulla disordinato o sporco. Era facile riordinare una stanza cosi spaziosa. «Questo è il mio salotto, accomodati pure sul divano.» Takeshi indicò alla sua destra. Appoggiato alla parete c’era un comodo sofà bianco a due piazze. Il soggiorno aveva un parquet luminoso, ancor più chiaro perché la grande finestra ad arco senza tapparelle lasciava penetrare le luci dei neon delle pubblicità’ sopra degli edifici intorno alla casa. Proprio di fronte poteva ammirare la vista del parco di Yoyogi. Prima di sedersi Irene volle ammirare il panorama attraverso il finestrone che occupava buona parte della parete opposta all’entrata. Takeshi era sparito dietro il tavolo di marmo, dove Irene sentì che apriva il frigo. Irene sprofondò nei cuscini morbidi del divano e si sentì improvvisamente a suo agio. Era straordinaria la sensazione che provava, completamente opposta a quella che provava in casa di Takaya dove le porte chiuse del suo salotto la tenevano sempre in sospeso, sul chi va là, chissà cosa nascondeva al di là di quelle soglie, era un mistero un po’ come l’ambiguità che a volte percepiva nel 181


comportamento di Takaya stesso. E lei amava invece che le cose fossero esplicite, evidenti come la casa di Takeshi. Quella diceva molto sulla sua personalità. Ma non poté fare a meno di notare anche che nella stanza mancavano i più comuni elettrodomestici come il computer o la TV, nemmeno un orologio. Vicino il banco di marmo della cucina aveva notato un solo sgabello. Voleva forse dire che viveva da solo? Sull'altro lato del salotto, c'era una entrata senza porta. Pensò che doveva essere la sua camera da letto. Takeshi buttò la borsa della spesa così com’era dentro il frigo. Alzò la testa guardando Irene e sorridendo e strizzando gli occhi: “Metterò via le cose per bene più tardi.” Tirò fuori il succo di mela che aveva comprato per lei. Takeshi le porse un bel bicchiere pieno e le si sedette accanto, con cautela, facendo attenzione a non farle versare il succo. Irene teneva con due mani il bicchiere, sorseggiando piano. Lui aveva messo una mano sul poggia schiena, dietro le sue spalle. «Mi dispiace, deve essere troppo freddo.» Disse. «No, no, il succo è perfetto. Grazie.» Le sue labbra toccavano delicate il vetro, sentiva lo sguardo di Takeshi su di lei e il cuore le andò a mille. Il ragazzo trangugiò il succo di frutta tutto in una volta. Poi si inarcò in avanti e appoggiò il suo bicchiere sul tavolino di fronte. Irene ci stava mettendo troppo a finirlo, Takeshi si fece impaziente e glielo rubò dalle mani delicatamente, ma guardandola come per chiederle il permesso. Il bicchiere pieno di Irene andò a far compagnia a quello di Takeshi. Quando il viso di lui ritornò a guardarla, l’azzurro intenso e acceso dei suoi occhi sembrava la chiamassero. Com’era dolce e bello e luminoso lo sguardo di Takeshi. Non riusciva a scostarsi, quegli occhi la immobilizzavano e quando Takeshi le

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sfiorò le labbra, lei sentì un brivido dietro la schiena, un brivido di piacere. Fu breve ma intenso, il suo primo bacio col ragazzo che veramente le piaceva. Takeshi si staccò e le chiese bisbigliando: «Stai bene?» «Sì.» disse lei, con aria sognante. Che dolce il suo sorriso. Non le aveva chiesto nient’altro e l aveva apprezzato. Rimasero ancora un po abbracciati, poi lui le chiese se voleva tornare all'Hotel. Si erano a malapena guardati in viso, preferivano entrambi rimanere in quella posizione, lei cercando di calmare il battito incessante del cuore, lui perché adorava sentirlo battere contro il suo petto. «Forse è meglio che vada, adesso.» Disse Irene improvvisamente, staccandosi e cercando di contenere l’imbarazzo. «Ti accompagno.» Le rispose. Quando la lasciò di fronte all’entrata principale del Granada, la mente di Irene era confusa ma una sola cosa stava pensando: Takaya. Lui non avrebbe dovuto sapere nulla. Quella notte, Irene non riusciva a dormire, giaceva lì da ore rigirarandosi tra le lenzuola, pensando a quel bacio. Erano le due quando, esausta, finalmente riuscì a chiudere gli occhi e ad addormentarsi. Poi, alle sei in punto, un messaggio in arrivo sul suo E-Tech la fece trasalire. Si stiracchiò, ricordandosi che quello era il giorno del suo primo incarico. Si diede una rinfrescata guardando poi perplessa il riflesso nello specchio. Quelle terribili occhiaie ... come poteva nasconderle? Un bel paio di occhiali scuri avrebbe fatto al caso suo, non c'era tempo per una sessione di massaggi al viso da Lady Akiko. Se solo non si fosse messo di mezzo anche quel mal di testa martellante! Ma per quello non c'era niente da fare, doveva solo andare avanti e far scattare il piano. 183


Era arrivata di corsa al campo di Yoyogi. Sapeva che Kasumi sarebbe già stata lì a guardare la Last Chance, con le altre del club. «Kasumi, indovina cosa ho scoperto!» Esclamò Irene arrivandole da dietro il gradino. «Spara» chiese Kasumi senza girare la testa, gli occhi incollati su Takaya e i compagni di squadra sul campo. «So dove i ragazzi si incontreranno oggi pomeriggio.» «Di cosa parli?» «Di una cena, c'è un bar a Nakano Sakaue prenotato per loro!» Irene mentì spudoratamente bene. La testa di Kasumi a quel punto fece una sterzata. «Vuoi forse dire il Wishingwell ? Quello con le finestre blu che si affacciano sulla via principale?» «Sì! esattamente quello!» «Ma va!! Davvero? Che dritta!» «Devo dire che aiuta davvero essere una giornalista, infatti. Ho fonti sicure, io!” disse orgogliosa Irene. Il ruolo di mentitrice le donava. «Aspetta! Dobbiamo avvertire le altre!» Kasumi frugò nella borsetta e intanto acciuffò il suo cellulare alzandolo per aria come monito per le altre a calmarsi. «Ma naturalmente! Condividiamo la notiziona!» Irene non aspettava altro. La mano di Kasumi cominciò a sventolare e il cellulare a suonare. Il capo del club aveva qualcosa di importante da dire. Il vocìo generale sbiadì e un grande silenzio piombò sugli spalti. Era inquietante. Lo notarono anche i giocatori che per un breve istante si fermarono a guardare. Quando Kasumi divulgò la notizia e finì di parlare un tuono di strilli, cori di “wow” e sospiri di entusiasmo ruppero la segretezza di quel silenzio improvviso. Due nanosecondi dopo, tutte avevano il proprio cellulare in mano impegolate a spartire quella vitale informazione.

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Nel pomeriggio quindi Irene poteva contare sul fatto che tutte le ammiratrici e non di Nishikawa avrebbero invaso un bar , esattamente quello di Nakano Sakaue, quello con le finestre blu. Irene poi per un'altra bella bugia si scusò con le amiche e si congedò dandosi appuntamento verso le tre di quel pomeriggio dove sapevano loro. Era il momento di concentrarsi sul resto della missione. Tre e quarantacinque Il corriere era seduto nel sedile dietro di un taxi. La “roba” era ben nascosta dentro di lui. Le ampie corsie di Nakano-dori erano libere. Il traffico procedeva regolarmente, quando all'improvviso il suono di un'ambulanza costrinse il suo arresto. Miura vide la vettura lampeggiare e spuntare dalla Shinjukudori, l'orologio sul cruscotto facevano le 03:51. Sperava di arrivare dieci minuti in anticipo per essere sicuro di non perdere l'affare. Sapeva che l'acquirente non avrebbe tollerato alcun ritardo da gentaglia come lui. Inoltre, lo sciroppo che aveva preso stava per fare effetto e si sarebbe sbarazzato del pacchetto giusto in tempo. Il taxi si fermò alla fine di una lunga fila di auto in coda dietro l'ambulanza. L'uomo si muoveva nervoso dietro e l’autista batteva i polpastrelli inguantati sul volante. Sirene spiegate anche dall’altro lato della strada. Miura aveva cominciato a sudare freddo e a fare domande al suo autista. Una volante di polizia si accostò al taxi. Una goccia di sudore scese dai capelli unti di Miura, poi la vide passare senza fermarsi. Miura fece un sospiro di sollievo, temporaneo. Ma, perché il traffico non si muoveva? Cazzocazzocazzo… Il corriere ora doveva davvero prendere le sue contromisure e preoccuparsi per il carico. La sua testa fece capolino fuori dal finestrino cercando la causa dell’ ingorgo improvviso. Niente, non riusciva a scorgere assolutamente nulla. 185


Sentiva solamente, non molto lontano dall’inizio della coda, un coro di voci femminili che intonavano un nome. Non poteva afferrare bene tutte le sillabe di quel nome in quanto ad un certo punto anche i clackson delle auto ferme si erano unite al coro. Dopo pochi minuti, quando era ormai chiaro che la polizia non era in grado di disperdere rapidamente la folla, un suono acuto da dietro il taxi lo fece trasalire. Molte ragazze, arrivate dal nulla, stavano avanzando tra le auto, come l'acqua che scorre in un alveo roccioso. Il sig. Miura ebbe un'idea su come potesse risolvere la situazione: sarebbe stato probabilmente più veloce se fosse andato di corsa fino all’altro capo della strada e chiamare un altro taxi. Mentre decideva sul da farsi, l'orda di ragazzine ululanti aveva obbligato il proprietario di un piccolo bar, sul lato della strada, di uscire e di calmarle: «Non c'è nessuno chiamato Nishikawa qui! Ora allontanatevi!» gridava disperato. Deciso e sceso dal taxi, Miura aveva assistito alla scena per qualche secondo e vide anche che il povero barista agitando inutilmente la folla, era riuscito solo ad aumentarla di massa. Sempre piu’ preoccupato e innervosito Miura correva verso il coro giurando che se avesse ritardato anche solo di minuto avrebbe inseguito questo Nishikawa e gli avrebbe cavato gli occhi. Il proprietario del Wishinwell stava cercando di spingere la folla fuori dal giardinetto d’entrata, mentre i poliziotti stavano spingendo le persone sul marciapiede per dare spazio alle auto in carreggiata che, ancora piu spazientiti e spogli della loro contraddistinta flemma nipponica, si erano buttati sul clackson reclamando il diritto di passaggio. Tutto nel mentre le sirene delle ambulanze facevano il loro verso caricando le ragazze che svenivano una dopo l’altra, ostacolando il traffico e aggiungendo ancora più caos al caos.

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Miura guardò l'orologio incollerito. Con tutta quelle forze dell’ordine presenti sarebbe stato un grave errore cercare di superare la folla e trovare un altro taxi. In preda alla disperazione optò per la metropolitana: la linea Marunouchi lo avrebbe avvicinato alla sua destinazione. Si catapultò giù per le scale, frugando nelle tasche per trovare la scheda del treno Pasmo. Raggiunse la piattaforma pronto a saltare sul primo treno in arrivo quando si scontro con un altro pendolare, che bruscamente gli afferrò il braccio. «Stia attento, cazzo!» Una donna che indossava un lungo abito colorato e una bandana attorno ai capelli gli aveva inveito contro con una voce leggiadra ma in contrasto con il tono maleducato. «Donna, Come ti permetti? Lasciami andare all’istante!» Esclamò Miura inferocito, tirando il braccio dalla sua stretta. Ma la ragazza lo afferrò di nuovo ancora più saldamente. Il primo vagone della Marunoichi apparve dal tunnel. Il corriere si voltò verso la donna con lo sguardo che non prometteva nulla di buono, stava per spintonarla sulla piattaforma quando lei gli urlò: «Mi ha fatto male! Si scusi immediatamente!» Miura si congelò su sul posto, pronto ad esplodere contro quella manesca. Il treno si fermò sulla piattaforma ed apì le porte. L’ufficiale della stazione li guardò con crescente preoccupazione. «Io non la lascerò andare, se non si scusa correttamente!» tirando il polso di Miura con tutta la forza. Il fischio dell’ufficiale avvertiva la chiusura delle porte. «DANNAZIONE! Toglimi quelle luride mani di dosso!» Esclamò il corriere, cercando di contorcersi invano dalla presa della donna. «Signore, si calmi, per favore.»

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La voce dell’ufficiale da dietro lo fece trasalire. Altri pendolari stavano guardando la scena. E Il treno riprese la corsa senza Miura a bordo. Come un cane rabbioso puntava gli occhi fissi sulla donna, quando vide la mappa sul muro dietro di lei. Aveva notato qualcosa di incredibile qualcosa che non sapeva nemmeno potesse essere possibile. La planimetria di Nakano, enorme, piazzata sul muro, faceva vedere un blocco di edifici che poteva essere aggirato facilmente e quindi passare dall’altra parte, un collegamento evidente ma che poteva essere fatto solamente a piedi. Si catapultò verso le scale, ignorando i pendolari e l’ufficiale che lo chiamava, la donna che aveva lasciato opportunamente la presa e si lamentava con l’ispettore della piattaforma di non aver ricevuto le scuse che meritava. A quella, l’ufficiale era partito alla carica dietro Miura nella missione di recuperare le scuse della povera signora accusante. Mentre i due uomini si rincorrevano uno appresso all’altro , la donna diede un veloce sguardo al suo orologio da polso. “Missione compiuta.! Takaya aveva ragione: essere un agente A2 è fottutamente molto più gratificante di quanto avessi pensato!” Di ritorno sull’asfalto la situazione si era ulteriormente aggravata. La confusione regnava, orde di donne e uomini brulicavano proprio come in un tumulto, gridando a vicenda. Sentì da un lato del marciapiede una massa di voci femminili che gridavano TA-KA-YA!! E l’altro lato uno sciame di uomini concitati anche loro che gridavano il nome di quel povero cristo ma con un altro pensiero in mente, osava credere. Tutti loro concentrati su quel piccolo bar insignificante e il suo proprietario tormentato ormai con le mani che gli arruffavano i capelli. Non sapeva piu come spiegare che lì non c’era mai stato e non ci sarebbe mai venuto se avesse prenotato da adesso in poi, il 188


signor Takaya Nishikawa. Che lo avrebbe buttato fuori a calci se ci avesse provato a metter piede nel suo locale! Miura si trovò di nuovo nel bel mezzo di tutto quel trambusto cercando di trovare il collegamento che aveva visto sulla mappa. Doveva inoltre riuscire ad evitare l’ufficiciale che, arzillo e pieno di onore, lo stava cercando. In quel momento venne spintonato dalla folla. Irene usci all’aperto con calma dalla stazione della metropolitana e fece in tempo a vedere Miura inerme, trasportato dall’orda di donne e di uomini ognuno intento ad avere una fetta di Nishikawa e del gestore del bar che senza vergogna lo cercava di nascondere. Almeno, così era stata sparsa la voce. «Ma non e’ qui, vi prego di credermi! non è qui!!» «Forse non ancora, ma lui ci sarà! Sono gia le quattro e dieci!» Gli ricordò una delle ragazzine. «E noi lo aspetteremo!» Replicò uno dei fidanzati, facendo il gesto del pugno in aria. Irene perse di vista Miura, l’aveva seguito per un attimo ma poi il testone era sparito, probabilmente risucchiato nella calca di teste corvine. Controllò di nuovo l’E-Tech calcolando che da quel preciso istante se Miura fosse riuscito a raggiungere la sua destinazione, sarebbe arrivato così tardi che la Yakuza ci avrebbe pensato lei a cavargli la droga dal culo. Decise quindi che la folla stava facendo la sua bella parte del piano, andò ad un telefono pubblico e chiamò Kasumi. «Mi spiace molto, la strada è un inferno, il bus con i giocatori ha invertito la rotta e sono tornati al campo.» «Non so come sia potuto succedere» rispose l’amica «io ho solo chiamato un paio di amici del campus e un altro paio delle università vicine…» sospirò Kasumi nel suo cellulare, si capiva era nel cuore urlante della manifestazione. Irene per professionalità decise di rimanere discretamente in disparte fino a quando la folla si dileguò, una mezz’oretta più tardi. Dall’altro lato della strada apparve Kasumi. Decise di 189


attraversare proprio quando un'ambulanza aveva deciso di immettersi bruscamente sulla corsia. Kasumi fece un grido e per un pelo non si fece stirare. Ansimando si attaccò alle spalle di Irene: «Questo è per causa mia! Chi avrebbe mai immaginato ci sarebbe stato un tale pasticcio?! Voglio sdebitarmi.» 190


«Mi scuso io per averti fatto perdere del tempo e quasi ci restavi secca.» Irene si inchinò. «Scherzi? Smetti di inchinarti. Adesso basta!» «Chiederò scusa alla squadra e a Takaya per il casino» Irene si inchinò ancora più profondamente. Kasumi ancora piu in colpa ricambiò gli inchini di Irene dicendo: «Lascia perdere Takaya, lui è abituato a molto peggio. Lo sa benissimo di essere un figo, ci ha gia fatto l’abitudine!» «Ehi, ragazze!» Una del fanclub tirò Kasumi per la manica, costringendo lei ed Irene a guardare dall’altra parte del marciapiede. Un uomo giaceva immobile sul cemento, il suo vestito color crema ridotto uno straccio e macchiato. Sulle gambe e tutto intorno a lui di un liquido che pareva diarrea. Possibile? Le infermiere scese dall’ambulanza stavano coprendo il corpo inerme con delle coperte e lo avevano caricato sopra una branda. «Deve aver perso i sensi in mezzo al casino di prima.» Irene dilatando le palpebre riusciva a vedere che uno dei poliziotti aveva indossato un guanto e stava rovistando nella melma dove prima c’era Miura. Aveva tirato fuori un sacchettino marrone. Irene a quel punto aveva capito e sorrise divertita. Le ragazze girarono i tacchi disgustate e si rifugiarono in un Izakaya, un tipico localino giapponese con lanterne rosse che serviva sake. Irene non tornò troppo tardi al Granada Hotel. Doveva scrivere la relazione per la SSA. Le sarebbe servito piu tempo del necessario per stendere il rapporto. Doveva prima scriverlo in italiano e poi tradurlo in inglese. Il suo giapponese faceva ancora schifo per un rapporto ufficiale professionale. Verso le due del mattino un messaggio dal suo braccialetto la sorprese.Si era addormentata con l’asciugamano addosso sulla coperta del letto.

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Il messaggio diceva brevemente: «...L'ho letto, ne riparleremo.» Si riferiva al rapporto, ovviamente. Ripensando al giorno glorioso appena trascorso, si voleva concedere un momento di relax, lo sapeva, erano appena le due del mattino ma forse sarebbe stato uguale. «Voglio parlare con Takeshi!» pensò. Prese il telefono dal comodino del letto e chiamò la reception,

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chiese alla ragazza di chiamarle Takeshi Mura, di Sendagaya. Il telefono squillò. «Moshi, moshi?» Era la sua voce e sembrava sveglio. Le si seccò improvvisamente la gola, ma riuscì lo stesso a pronunciare un “Ciao, sono io, Irene.” «Irene?» Sembrava sorpreso. «Come è andata la partita, oggi?» «Tu non c'eri?» Sembrava infastidito. «Ho lavorato. Mi sarebbe piaciuto esserci.» «Stronzate.» La parola le fece male come un colpo al cuore. Perché le aveva risposto così? «Cosa... Cosa vuoi dire?» «Dovresti andare a dormire, Ai-chan.» E riattaccò. Irene stette lì, sentiva il suo cuore che si frantumava come un bicchiere di puro cristallo. Non riusciva a pensare lucidamente. Non riusciva a trovare una possibile ragione del suo comportamento. Era stato freddissimo. A meno che... *** La mattina dopo la sveglia interruppe il suo sonno. Sentiva le borse sotto gli occhi. Non ricordava a che ora si era addormentata, ma ricordava bene quanto aveva pianto. Sapeva che alle 6 del mattino cominciava il suo nuovo allenamento. Si alzò a fatica. Si lavò la faccia. Lo specchio rifletteva il suo stato pietoso. Adesso sì che sarebbe servito l’aiuto prezioso di Lady Akiko. Controllò il suo E-Tech. C'era un messaggio. Takaya le «sospiro di sollievo, Irene barcollò fino al letto per ricadere tra le braccia di Morfeo dimenticando di rimettere la sveglia. “Al diavolo!” pensò scivolando nel sonno. 193


Un altro suono acuto risuonò qualche ora dopo nelle orecchie della ragazza. Questa volta lo specchio le aveva rimandato un immagine più gentile del suo stato. La sua pelle aveva ripreso un po' di morbidezza. applicò un leggero tocco di make-up e uscì senza pensarci troppo. Aveva ancora la chiave magnetica del suo maestro. Di fronte alla porta, Takaya spuntò da dietro le mura di casa e le fece cenno di avvicinarsi. Era poi sparito per due secondi ritornando seduto alla guida della Diablo. Si fermò di lato. Takaya diede due sgasate e Irene capì che doveva salire in fretta. «Dove si va?» Chiese. «Yokohama. Precisamente a Chinatown. C’è un posto dove non chiedono il passaporto se si vuole bere» rispose. Sembrava particolarmente felice, molto diverso dall'ultima volta che aveva parlato con lei. Takaya lentamente indietreggiò fuori dal cancellino. Sostò sul lato della strada per un momento, solo per dirle: «Se ti stai chiedendo cosa penso del tuo rapporto, non voglio parlarne ancora, ho bisogno di controllare un paio di cose prima.» Irene annuì. Era troppo confusa ancora per farsi congetture su quello che pensava lui ora, non riusciva a capacitarsi del comportamento di Takeshi al telefono con lei, la scorsa notte. Aveva ancora la scheda magnetica in mano e si ricordò che non l'aveva ancora restituita. «La chiave, devo restituir ...» «Tienila, ne avrai bisogno.» «Ok. Grazie.» Irene non parlò più fino a che non arrivarono a Yokohama. La Diablo prese velocità sulla Nakano-dori e, passando per la zona della missione, nei pressi della stazione di NakanoSakaue Irene non poté fare a meno di spostare lo sguardo verso il piccolo locale dalle vetrate blu. La porta d’entrata era sprangata e di fronte c’era un pannello con scritto IN 194


VENDITA a caratteri cubitali abbastanza grandi che poté leggerli chiaramente anche a quella velocità. Il cervello di Irene cominciò ad ingranare aria e miriadi di pensieri si infittirono nella sua mente cominciando a collegare i discorsi di Takaya e spiaggiando sui possibili risultati della sua prestazione nel rapporto da lui redatto per la SSA. Chinatown. La strada principale era piena di negozi traboccanti di turisti. I bellissimi abiti in mostra attirarono subito la sua attenzione. Alcuni erano abiti tipici cinesi con relativi cappelli tradizionali e trecce abbinate, le giacche lucide erano ricamate spesso con il logo del sole che sorge. Irene aveva già visto indumenti come quelli ma solo nei film di Kung-Fu. Parcheggiarono nei pressi della baia ed entrarono in un localino vicino al porto dove era ormeggiata una grossa nave da guerra. Il sole aveva già fatto capolino dietro le casette e i localini cinesi. Dell’oceano Irene ne vedeva solo le luci accese dei pannelli pubblicitari sulla strada e quelle nella baia tutte dove si perdevano dietro ad una curva. Il piccolo locale mancava dell’insegna ed era costruito su basi di legno che davano un tocco di vecchio stile. Takaya ordinò da bere e porse ad Irene uno dei bicchieri. «Assaggia il succo di pesca.» Irene accettò la bevanda e la ingoiò senza battere ciglio. «Ora prova questo succo di prugna, si chiama umeshu.» Aggiunse Takaya con aria di sfida. «Stai cercando di farmi ubriacare, vero?» ammiccando e trangugiando anche quello. Le sue guance cambiarono improvvisamente colore. «Certo, non avevi capito?» rispose facendo lo sbruffone. Irene non si prese nemmeno la briga di rispondergli. «Hai bevuto tre 195


bicchierini di liquore liscio ed erano almeno venticinque gradi.» Irene riprese i bicchieri fra le dita guardandone perplessa il fondo completamente asciutto. «Sei già rossa come un peperone.» continuò Takaya sorridendole. Irene girò lo sguardo e lo fissò. Stava cominciando a sentire il calore dell'alcool passare attraverso il suo corpo. Senza rendersene conto le era cominciata un’ inspiegabile ridarella Lo sguardo buffo negli occhi di Irene rallegravano Takaya. Senza preavviso e continuando a ridere senza motivo Irene si alzò dal tavolo e andò al bancone a ordinarsi un’intera bottiglia di umeshu. Irene scordandosi delle buone maniere si versò da sola il liquore nei tre bicchieri di prima e li tracannò uno dopo l’altro deliziata. Dopo nove bevute Takaya le chiese sogghignando: «Ti stai divertendo?» «Ma chi se ne frega, ubriachiamoci! Anneghiamoci nell’alcool. Sono sicura che hai un valido e nobile motivo. Io ne ho uno!» Se ne uscì sarcastica. «Sì infatti c'è, una buona ragione.» rispose Takaya, godendosi lo spettacolo. Il cameriere aveva già preparato il vassoio con un’altra bottiglia di umeshu quando Takaya si scusò con lui rifiutandola con un gesto e nel frattempo aiutò Irene ad alzarsi. La sollevò sulle sue spalle e mentre lei barcollava leggera, i capelli le ondulavano a destra e sinistra accompagnati dalle sue braccia e dalla risata irrefrenabile.

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Sembravano l ultima scena comica prima della chiusura del sipario, prima di arrivare alla Diablo.

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10 Yakuza e sake

«Bevi!» Takaya ordino ad Irene passandole un bicchiere. «Sono appena le otto del mattino, Takaya, stai scherzando?» Obiettò Irene. Un'ora prima si era ritrovata sdraiata sul suo letto, ancora vestita e con un Takaya nella stanza che la teneva d’occhio. Non riusciva a ricordare come era arrivata fin lì, forse era svenuta e Takaya l’aveva trascinata in Hotel? Si era ritrovata con lui che stava mangiando un bento mentre lei raggranellava i ricordi della sera precedente. «Perché devo bere di nuovo umeshu?» Esclamò Irene riluttante. «Il motivo è perché questa è l'allenamento di oggi. Bevi. Questo è un ordine. » Takaya ed Irene ora si trovavano seduti uno di fronte all’altra, sul tappeto; sul tavolino di vetro c’era un bento anche per lei, ma invece di un normale succo d’arancia, si trovava a scegliere tra sake porto e vino. «È necessario aumentare la tua resistenza all'alcool. Se devi bere in missione per mantenere la copertura, ora come ora saresti perduta. Quindi smetti di fare storie e bevi!» Irene afferrò dubbiosa il bicchiere. «Bevi lentamente finché non riesci a sentire la differenza tra sobrietà ed ebbrezza. Attenzione, è importante.» Dopo un paio di sorsate Takaya aveva notato che l'espressione di Irene era cambiata: se prima era annoiata e scettica adesso era più socievole e quel sorriso disegnato sul viso era sempre più largo. 198


«È necessario concentrarsi e giudicare se stessi, puoi barcollare o ridere come un’idiota, non ha importanza, ma devi sempre essere in grado di mantenere la concentrazione e il controllo, questo è un aspetto molto importante del tuo lavoro.» «Eh, lo so cosa stai pensando ora, bellino.» additò Irene, la sua voce distorta e ironica. «Stai ascoltando?» chiese l’istruttore. «Sì, sì, conosco il tuo gioco. Mi vuoi confusa così puoi... ih, ih, ih…» Irene faticava a trovare la parola giusta, con il suo dizionario giapponese completamente cancellato dal cervello stava facendo appello alle altre lingue apprese come risorsa estrema di conversazione «...Me baiser!» «Oh, non mi dispiacerebbe affatto.» Intervenne Takaya, traducendo istantaneamente e accentuando le fossette all'idea. «Bastardo! Vaffanculo agente segreto di merda, maniaco sessuale!» Le uscirono le parole giuste in giapponese, sputandogliele addosso, sconvolta e agitando un bicchiere di fronte a lui come se fosse una katana. «Questo è esattamente quello che volevo evitare: quando sei ubriaca finisci per rivelare informazioni che sarebbe meglio tenere dentro.» Takaya rispose flemmatico. «Ti odio! Non mi piaci per niente, oh sì, sei caruccio di viso, ma è tutto li! Mi piace Takeshi, j’aime lui, pas toi!» «Come se non lo sapessi già...» Rispose, mantenendo la calma. Irene guardò con aria sognante il soffitto balbettando in diverse lingue farfugliando incoerentemente sul meraviglioso ragazzo biondo americano che la ricambiava. «Che schifo!» aveva reclamato Takaya ad un certo punto. Lo sguardo sognante di Irene si abbassò su Takaya, le pupille

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dilatate accese trasparivano la battaglia incombente. «TU fai schifo!!!» «No, voglio dire ... dalla tua bocca ... stai per vomitare, non ti rendi nemmeno conto della colazione che ti sta tornando su. Sei innegabilmente ubriaca a questo punto.» Pezzetti non identificabili di cibo pendevano dalla sua bocca. Il viso si contrasse e lei tentò di inghiottire il suo stesso vomito. «Tieni.» Takaya le passò un fazzoletto di carta. «...Grazie...» Irene si coprì la bocca con il palmo della mano. «Hai bisogno di andare in bagno?» «Naah. Tutto è sotto controllo, Hic.» Irene deglutì di nuovo. «Penso di aver bisogno solo di calmarmi...» «Prenditi pure tutto il tempo.» Ma Irene cambiò idea, goffamente si alzò e andò in bagno. Non aveva voglia di vomitare, odiava farlo. Davanti allo specchio cercò di concentrarsi, respirando a fondo, sciacquandosi ripetutamente la faccia e cercando di ricordare quello di cui avevano parlato. “Gli ho per caso urlato di essere antipatico? E che cosa dicevo su Takeshi? Non ricordo!” Si sentiva uno straccio. «Takaya, non mi sento bene.» Disse uscendo dal bagno. «Sopporta.» Disse secco. «Stronzo.» Disse spontanea. Takaya scribacchiò un’equazione su un foglio di carta poi lo fece scivolare sul tavolino da fumo, fino sotto il naso di Irene. «Trova la soluzione.» Le chiese. «Queste cose le ho fatto al liceo.» Irene si stropicciò gli occhi; giurava che i numeri e i simboli ballassero la tarantella sulla carta. «Mi dispiace, è tutto sfocato.» 200


«Concentrati, fai un respiro profondo e focalizza.» Le suggerì. «Che ne dici se prendo un po’ d'aria fresca?» Lui non sembrava mostrarle attenzione: «Questo sake è speciale. Ha gli stessi effetti della cocaina; ti butta subito al tappeto ma l'effetto non è duraturo, infatti, avresti già dovuto sentirti meglio. Quando l'effetto diminuisce ti accorgerai che la tua concentrazione riaffiora piano piano e sarai in grado di risolvere l'equazione.» «Direi che sta succedendo ora.» Irene lo interruppe e tornò a guardare il foglio con gli occhi ben aperti. Anche la stomachevole sensazione di acidità nello stomaco era scomparsa. «Ricorda quello che provi, impara a riconoscere il momento preciso in cui è prudente interrompere l’ingestione di alcool. Non appena riesci a decifrare l'equazione, quello sarà il momento in cui sarai di nuovo sobria e allora potrai ingerire di nuovo liquore.» Tre minuti più tardi Irene era arrivata alla soluzione. «Dovrai allenarti su questo fino a quando sarai capace di tollerare e gestire il tuo stato di ebbrezza. Non ti preoccupare ti darò abbastanza tempo per recuperare, dopo.» «Promettimi che cercherai di non fare niente di strano quando non sarò controllata.» «Sarà scioccante per te scoprire che non sono un... un lurido schifoso bastardo sciovinista che usa la scusa dell’istruttore per infilarmi nelle tue mutandine, come hai insinuato prima.» «...L’ho detto io?» chiese stupita Irene, anche se poteva crederci. «Non importa, non mi ricordo precisamente le parole.

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Probabilmente non ti ricordi di un altro paio di cosette di cui eri così ansiosa di rivelarmi.» «Sono così imbarazzata, non ricordo affatto!...» Irene adesso ricordava benissimo come lo aveva marchiato invece, ma temeva per quello che non ricordava. Giorno dopo. Stessa formazione. «Ciò che conta ora è che ti controlli, mentre sei sotto l'effetto di questo sake. Sembra che il vino non ti faccia troppo effetto, bene. Ma il sake sembra riesca a corrompere la tua mente in modo più pericoloso.» «Se non vado in coma etilico dovrei riuscire a carpire il momento esatto tra sobrietà ed ebbrezza, sensei.» Takaya le scivolò sotto il naso un'altro calcolo. «Troppo facile?» «Troppo facile.» Annuì Irene. «Ok, prova questa allora.» Takaya le passò un’altra equazione e nel frattempo le versò dell’altro vino giapponese. In silenzio e concentratissima impugnò la penna con la destra e il bicchiere con la sinistra trangugiando senza ritegno. La marca di sake che Irene finì in poco meno di una ventina di minuti era una delle più raffinate e delle più costose. Takaya voleva che si abituasse non solo al sapore ma anche a riconoscerne l’odore. Un vino qualunque avrebbe avuto un profumo qualunque e facilmente confondibile con le sottomarche. Era importante che Irene imbrogliasse le vittime scegliendo il miglior sake passando da intenditrice. «Mi sono comportata meglio stavolta?» Domandò Irene, sotto l’effetto dell’alcool per l'ennesima volta.

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Takaya la guardò come se sapesse tutti i segreti della natura umana. «Pensi di essere così furbo eh...? Passa, ti faccio vedere io!» La ragazza bevve direttamente dalla bottiglia. Irene riusciva a rendersi conto che forse avrebbe avuto bisogno di una clinica di disintossicazione se non avesse gestito subito il suo stato e smesso di parlare come un teppista di strada. «Hai cambiato anche l’accento e il linguaggio usato è lo stesso dei punk di strada, e peggio ancora, grugnisci e rutti come i maschi.» Irene se ne rendeva perfettamente conto di essere scurrile ma non poteva resistere, di fronte a Takaya lo faceva quasi apposta, ci godeva. Era più forte di lei. Aveva trovato un modo per esternare i suoi sentimenti e Takaya le stava perdonando tutto. Non poteva non approfittarsene. «Ho paura, non mi fido più a portarti al Chez George se non ti controlli.» Dichiarò Takaya, con un accenno d’ironia. «Hai paura che possa rivelare quanto tu sia osceno? Che possa sbrodolare tutti i tuoi segreti alle donnine che ti piace portarti a letto? Dire loro i trucchi che utilizzi per averle ai tuoi piedi?» Aprì una nuova bottiglia di liquore. Questa volta aveva scelto il vino rosso portoghese. Takaya aveva lasciato che finisse. «E tu che ne sai dei trucchi che uso per scoparmi le donne?» Chiese alquanto incuriosito. E lei aggiunse un “Ah, ah!” Non lo sapeva infatti ma aveva qualche idea. L'alcool le dava la forza di continuare nella sua enfatica conversazione.

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«…Ma quanto inutile sarà il tuo modo di vestire per attirare la mia attenzione e di quanto figo ma altrettanto inefficace sia il tuo bel culo e il taglio orientale degli occhi?» «Oh…Ti piaccio così tanto?» Irene smise di bere disorientata. Cosa cavolo aveva spifferato? Aveva forse sbagliato un verbo, magari detto una stronzata? «Sai cosa penso? Che quella ossessionata dal sesso sia tu, invece.» «CHI, IO?» ghignò con un timbro più marcato e l’espressione più disorientata «AH, AH, AH!!!» «Te l'ho detto, pensa, concentrati, cercare di tenerti i tuoi segreti personali dentro, mantieni uno stato di apparente sobrietà.» «No, adesso voglio sapere che cosa stai pensando! Credi davvero che sia io quella ossessionata? Sono forse io quella che va dallo psicologo, qui?» Takaya evitò di risponderle; invece aveva ripreso la penna e stava scrivendo qualcosa di più lungo per essere una semplice equazione, mentre Irene, risentita, aveva la gola disidratata e 204


stava bevendo i liquori offerti tutti a caso come se fossero acqua attinta dallo stesso pozzo. «Ecco, leggi questo.» Con l'altra mano Irene tolse il pezzo di carta dalle dita di Takaya, irritata. «Posso risolvere questo!» «Allora fallo.» Le disse. Due minuti dopo Irene restituì la carta piena di formule matematiche scarabocchiate senza ordine intorno al foglio. «Impressionante. Ottima concentrazione. Non riesco a capire però…» pensava ad alta voce il ragazzo «come il tuo atteggiamento non migliori. Avresti già dovuto essere in grado di trattenere le tue emozioni.» «Non lo so. Mi viene naturale con te!» Obiettò sarcastica Irene. Takaya aveva una sua teoria ma preferì tenerla per sé. «Ok, è necessario continuare con questo allenamento fino a che riuscirai a controllarti, Ai-chan, ma per i prossimi giorni tu andrai qui» passandole un indirizzo «ti sentirai come rinata, fidati.» Irene prese il pezzo di carta, in un gesto lento e calcolato ma con sospetto. Lei lo lesse e sollevò le sopracciglia fino quasi all'attaccatura dei capelli. «...Onsen?» «Sì. Tutto è prenotato e pagato. Goditi la vacanza.» Takaya si alzò dal tappeto, mise la giacca e si avviò alla porta lasciando Irene incredula che ancora guardava l’indirizzo. Poco prima di chiudere, Takaya aggiunse: «Non ci sono missioni nascoste da assolvere alle terme, rilassati e torna in piena salute.» 205


Irene era perplessa ma riuscì a ringraziarlo nel modo in cui poteva, considerando la percentuale di alcool nel suo sangue. «Mi mandi in vacanza! Yu-huuu! Ma allora non sei proprio tutto stronzo…» Irene sollevò lo sguardo,ma Takaya era già andato via. Una settimana dopo Irene era di ritorno ridestata dalle Onsen di Takayama. Adorava la montagna, sguazzare nell’acqua caldissima circondata dal manto bianco della neve. E non mancava di goderne anche alle ore notturne, quando si poteva denudare completamente e rinvigorirsi completamente. I bizzarri metodi di allenamento del suo istruttore sembravano ormai così lontani mentre si tonificava e riacquistava salute fisica e mentale nel piccolo hotel dove alloggiava. Quindi quando tornò e fu invitata alla villa si sentiva prontissima a ricominciare l’allenamento ma Takaya invece le diede conferma di una nuova missione. «Di cosa si tratta?» Non stava nella pelle, Irene aspettava la decodificazione del messaggio della SSA in piedi dietro Takaya che pestava deciso sulla tastiera del mac in libreria. «È troppo!...» aveva concluso Takaya alla fine della decodifica, sbuffando indignato e lasciandosi andare sulla spalliera della poltroncina girevole «Ancora si ostinano a farti correre prima di aver imparato a camminare.» e girandosi con tutta la sedia per guardare Irene bene in viso «Ai-chan, ascolta attentamente. Infiltrarsi è pericoloso se non è possibile mantenere la copertura intatta. La missione che ti è stata affidata tratta di inserirti come cameriera del topless bar Kiss di Kabukichō. Devi servire i clienti abituali del bar e passare un semplice messaggio al capo del Clan Sumiyoshi. Sarà necessario il solito passaporto falso dove tu dichiari di essere 206


ventenne e allo stesso tempo pretendere di avere solo sedici anni. Mi hai capito?» «Capisco che devo lavorare in un bar e far finta di avere la mia attuale età. Facilissimo.» «Capisci anche che agli uomini piacciono le donne che sembrano più giovani di quello che veramente sono, per evitare guai dopo…» Detto questo, Takaya con calma rigirò la sedia verso il mac e prese il suo tè aspettando che Irene esplodesse in domande e trovare una scusa per non seguire esattamente quello che la missione richiedeva di fare. Anzi, lei avrebbe trovato il modo per non seguire AFFATTO quello che la missione richiedeva. «Cosa hai detto?» arrivò la prima domanda come previsto e Takaya ritornò a guardarla, sorseggiando il the con tutta la flemma di cui disponeva. «…Quale punto della missione non ti è chiara, Irene?» «Mi par di aver sentito dire topless…» «Si, ho proprio detto topless.» Irene sospirò impaziente: «Devo far vedere le bocce? Puoi essere specifico, per favore?» «È quello ciò che ti preoccupa? Essere in topless? Quindi niente a ridire sul fatto che avrai uno dei boss del clan Sumiyoshi che ti potrebbe chiedere di andare a letto con lui?» Presa alla sprovvista non sapeva cosa rispondere. «Non dirmi che hai trascurato questo particolare, Ai-chan. Questi yakuza non sono gentili.» «Mi farò venire una bella idea al momento.» «Non ne dubito, tesoro. Lo scopo della tua missione è localizzare il capo della Sumiyoshi; se non ne identifichi i lineamenti in tempo potresti perdere l’occasione di consegnargli il messaggio. Ti consiglio di studiare la Yakuza di Osaka e anche quella di Tokyo, se non l’hai già fatto, sui 207


volumi che ho qui a disposizione e magari fatti anche una bella ricerca online. Impara bene i loro nomi a memoria. » Le parole di Nishikawa erano secche e il suo tono non ammetteva repliche. «Mi ero già presa la briga di rovistare tra quei tomi, sono in vantaggio» replicò energica e orgogliosa «Passerò il resto del tempo che mi rimane prima della missione a ripassare.» Takaya aggiunse: «Voglio che stasera passi al Kiss. Consegna un falso CV e assicurati che ti assumano.» Takaya risucchiò il the caldo dal bordo della tazzina con le labbra abbassandolo sui suoi seni. Anche Irene abbassò lo sguardo seguendo la direzione di quello del suo istruttore. «Ahhhh, voi uomini! Ma era ovvio! Devo andare lì con le mie tette al vento per mostrare la merce?» Esplose Irene infastidita. «Se pensi che possa aiutare, fallo, ma io non ci conterei troppo…» e alzandosi dalla poltroncina girevole, aggiunse: «…Sono troppo piccole.» «AH!!!» Irene rimase in piedi a guardarsele sdegnata ma al contempo angosciata chiedendosi quanto grosse dovevano essere per pizzicare l’interesse del capo del personale al Kiss. Decise che forse era più coerente essere in collera con Takaya per aver criticato il suo seppur piccolo, sempre delicato e vellutato paio di tette. Andò a sedersi alla scrivania scostando Takaya che le si parava davanti e premette invio direttamente sullo schermo accettando la missione, poi digitando sulla tastiera con la stessa intensità e passione di un serial killer inserendo i suoi dati e il codice di conferma. «Piccolo o enorme, quando ce l hai fra le mani, la morbidezza è ugualmente gradita, anzi, almeno quando è piccolo non ti sfugge tra le dita e puoi gioirne di tutta la sua rotondità!» precisò Irene alterata. «Cresceranno, tranquilla, non devi fartene un cruccio.» la tranquillizzò Takaya alle sue spalle.

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Irene ancora con più foga uccideva quei tasti rimuginando fra sé e sé. Le era venuto in mente qualcosa che avrebbe fatto cambiare idea al suo arrogante maniaco degli stivali. Memorizzato il nome e la fisionomia di ogni leader del Sumiyoshi, Irene passò a visitare le interviste online fatte durante le incursioni della polizia di cui Takaya disponeva e per ognuno ricordando un particolare significativo del loro viso o il loro modo di camminare, un tic, una caratteristica tipica del soggetto che le avrebbe dato modo di riconoscerli anche di spalle. Infine, dando un’occhiata veloce al web site del bar e scorrendo sulle immagini relative nessuna cameriera si vedeva attualmente denudata della sua uniforme. «Takaya mi ha preso in giro, non è affatto un topless bar ma un hostess bar!» Le cameriere indossavano una semplice fascia bianca attillata. Il seno intrappolato sembrava soffocasse con le forme che si ingrossavano per mancanza di spazio però il suo seno "minimisurato" ci andava di lusso. Stringere la fascia avrebbe piallato il petto ancora di più e sgonfiato anche l’appetito sessuale di un carcerato chiuso dentro da una vita. Ma era arci sicura che la sua idea avrebbe funzionato ugualmente, seno piccolo o grosso che fosse. Intorno a mezzanotte Irene camminava a passo svelto sulla Yasukuni Dori, la via principale di Kabukichō, come se ci fosse passata mille volte prima. Trovò subito il Kiss, nascosto bene alla fine di un’ impasse. All’ingresso due energumeni di colore la fermarono. Uno di loro aveva i dread mentre l'altro aveva i capelli quasi a zero. «Wooah, wooah, coool! dove stai andando con tutto quel fuoco nelle gambe? Questo non è il posto per te, ragazzina!» «Ragazzina a chi? Dite a me? Mi lusingate sembro ancora così giovane?» I due gorilloni si guardarono incerti.

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Irene fingendo di aver apprezzato il complimento continuò senza lasciare che le due guardie parlassero per lei: «Sono qui per cercare un lavoro, ho già parecchi anni di esperienza nel campo e vorrei parlare con il manager del locale, per favore.» «Davvero vuoi lavorare qui?» disse la guardia con i rasta e alternandosi in curiosità l’altro aggiunse: «Tu non sembri il tipo giusto che vuole lavorare qui!» Irene indossava un elegante vestito in bianco e nero, un delizioso abitino che non dava affatto l’impressione di voler lavorare in un posto del genere. «Questo non è il solito maid café, signora.» Irene guardò di sbieco le due guardie. «Hey! Ma quanti anni credi che abbia? Non sono ancora sposata, per chiamarmi “signora”!» Gli omoni alzarono le spalle, a quel punto non sapevano come chiamarla, non avendo la più pallida idea di quanti anni avesse una che sembrava ne avesse sedici ma diceva di averne abbastanza di più. «Aaah, non confondere il mio abbigliamento professionale con quello che potrei fare là dentro, tesori, questa mise è solo per il colloquio. La parte bella viene dopo, quando mi assumeranno.» Le guardie tacquero e cominciarono a guardarla, squadrandola da capo a piedi con più interesse. «Well, fuck me you do look like just a kid, though!» esclamò il rastone in accento Americano. «Passaporto.» Si convinse quello coi capelli rasati. «Nessun problema, ecco qui.» «Fuck!! Ventiquattro?» esclamò il calvo guardando sul documento e poi di nuovo Irene, incredulo. «Che ci crediate o no, questa è la mia età e sono sicura che il mio aspetto piacerà molto al vostro datore di lavoro.» «Hell, ne hai di carattere! Passa.» Il rasta si fece da una parte. Irene salì i gradini fiera. Varcò la soglia di quello che doveva essere l’entrata della lussuria, l’abbandono totale del decoro 210


mondano, sicura di portare a termine l’incarico che avrebbe dimostrato alla SSA che aveva davvero le capacità che ritenevano. Era passata solo un’ora e all’una di mattina Irene era già in servizio. Giostrava con un vassoio pieno di ochoko, i piccoli bicchierini da sake tipici giapponesi e stava intrattenendo un gruppo di entusiasti colletti bianchi, felici di aver lasciato l’ufficio qualche minuto prima. «Quanti anni hai, bellina?» Disse uno, quando gli venne offerto del vino di riso. «Non dovrei dirlo, signore,» disse Irene mettendogli la pulce nell’orecchio. «Perché, è un segreto?» Disse buffoneggiando il cliente inghiottendo in un colpo solo tutto il vino dal bicchierino. Si era già eccitato. «Haaai...» Sussurrò in giapponese lentamente mentre con tutta delicatezza si era seduta accanto a lui. Gli versò di nuovo il sake nell’ochoco, regalandogli il sorriso più educato possibile. «Allora voglio che tu stia qui con me, lascia che sia un’altra hostess a cercarci il sake e rivelami tutto…Hic!» «Ma se le dico la mia vera eta poi la devo uccidere, Signore.» ammiccò Irene maliziosamente. Ogni ochoko erano mille yen. Ogni parolina valeva tanto. Come hostess Irene doveva trovare ogni modo possibile per stuzzicare l’appetito del cliente di turno e accarezzare al contempo il loro egocentrismo. Gran parte dei guadagni del club di hostess provenivano dalle bevande, non solo quelle acquistate e bevute dai clienti. La maggior parte delle volte il cliente pagava anche per la cameriera. Questo era il caso dell’uomo accalappiato da Irene che ad occhio e croce poteva pesare duecento chil, era sicura che i giapponesi reggessero poco l’alcool ma dopo l’ora passata al suo tavolo, coscia contro coscia, questo in particolare sapeva reggerlo parecchio. Le altre hostess, le cameriere, si sentivano un po a disagio, non riuscivano a farsi pagare un solo bicchierino di vino. Non 211


reggevano il confronto con l’esuberanza di Irene, che dopo quell’ora aveva procurato al bar già la modica somma di un centinaio di migliaia di yen soltanto facendo moine con quell’ultimo cliente. Le cameriere si scambiarono frasi nell'orecchio di nascosto, non erano contente. Quanti anni di esperienza poteva avere una donna con l’aspetto di una teenager senza tette? E soprattutto come era possibile il suo successo? Doveva esserci un trucco. «L’hai vista bene? Dove la nasconde la cellulite? Tra le gambe?» pettegolavano e schernivano le altre ragazze straniere. «Secondo me non ha ancora il boschetto fitto, là sotto.» Battutine e allusioni uscivano sparate senza preoccuparsi di sapere se Irene era nei paraggi. Dal suo punto di vista invece se la spassava . «Mi divertirò per una notte soltanto, - si diceva, niente potrà crucciarmi. Sono un po’ alticcia tanto quanto basta per osare...» Il gestore del bar, lo stesso che l’ aveva assunta poche ore prima, era già impaziente di metter mano sulle entrate di Irene. Sfacciata, esuberante, si lanciava sui clienti come se non ci fosse stato un domani. I suoi seni non erano il suo punto di forza, ma piuttosto il suo corpo, piccolo, leggero, sinuoso, come i fianchi. Camminava con grazia, ma al contempo impacciata affusolando le gambe come facevano le bambine birichine. Irene con insolenza si sedeva accanto a tutti, rubando i clienti alle altre cameriere, ed era ovvio che non era piaciuta a nessuna fin dal primo minuto, ma per lei era il dovere che chiamava, identificare il boss del Sumiyoshi. E li sceglieva tutti più o meno panzoni. C’era solo un problema, per lei tutti i grassoni del locale potevano essere lui. Occhietti sottili aguzzi, naso a patata, un fazzolettino che usavano per detergersi dal sudore, anche d’inverno. Per lei tutti vestiti uguali, faccia tonda e calva, potevano essere l’identica persona. 212


Per coincidenza nel locale erano tutti più o meno grassi con la pelle che luccicava e ubriachi, fazzolettino che all’occasione spuntava fuori come il quello di un mago e le goccioline di sudore che imperlavano sulle narici confondevano il giudizio della ragazza. “Calvo, grasso, fazzolettino, occhi aguzzi, sembrano tutti uguali, ma verificherò!” E via fiondata con il suo bel vassoio coscia contro pantalone, mini-seno stropicciato contro l'avambraccio e l’hostess che puntualmente si alzava stizzita. Intorno alle cinque del mattino l’ennesimo grassone arrivò. Si sedette goffamente su un divano circondato immediatamente da quattro cameriere come per proteggerlo dall’arroganza di Irene. «Qualcosa di delizioso da bere, signore?» domandò Irene spuntando dal niente. «Cazzo no!» bofonchiarono le altre. Neanche il tempo di protestare che Irene si era piegata in avanti per versare del liquore nell’ochoco del trippone. L’occhietto tagliente di questo cadde nell’incavo del suo top e automaticamente tirò fuori un fazzolettino per asciugare il suo naso unto. Ormai Irene conosceva la tiritera. «Senz’altro, tesoro ma lo voglio bere dal tuo seno. Dove lo nascondi?» Impudente, maleducato, ubriaco e praticamente… pane per i suoi denti! Irene dalla sua postazione piegata alzò lo sguardo; si scambiarono un’occhiata complice e Irene finì sulle sue gambe. Le altre hostess inviperite stavolta si alzarono senza il saluto di rito, andando a reclamare dal direttore al bancone. L'uomo biascicava parole equivoche e nonostante l’ubriachezza si muoveva deciso; sapeva bene quello che voleva ma anche Irene lo sapeva. Con le manacce paffute tormentava la fascia che avvolgeva il suo piccolo seno cercando di toccarle le due sporgenze. Sebbene le regole del bar recitassero chiaramente “guardare, chiacchierare ma non toccare” quello non desisteva. Erano 213


inutili gli strillini educati e i continui damé, damé della giovane, il maiale non rinunciava. “Devo fare il suo gioco” pensava “quest’uomo assomiglia moltissimo al kaichō che sto cercando.” Si era già preparata mentalmente, se solo non avesse quell’inaspettato attacco di nausea provocato dal continuo

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arretrare i tentativi di seduzione del viscidone, tra il bere e il ripugnante odore di tabacco impregnato nella sua camicia sudata e bagnata di tequila… “Un'altra ventina di ochoko e lo finisco, devo assolutamente capire se è lui al quale devo consegnare il messaggio.” Un’altro giro un altro regalo, cercando di non perdere il sorriso tra la voglia di vomitare e i polpastrelli che la tastavano ovunque, scivolò via con grazia inchinandosi e rassicurando il suo cliente: «Si tenga in caldo mio signore, ritornerò senza indugio.» Si avvicinò al bancone e chiese un panno umido per ripulirsi velocemente la pelle appiccicaticcia, si sentiva sporca. Ma senza dire nulla riprese il vassoio con due nuove bottiglie di vino di riso e tequila. Il capo le fece un cenno di approvazione come se le intimasse “coraggio Ai-chan, finiscilo!” mentre le quattro hostess continuavano a protestare. Irene mantenne la promessa ritornando lesta dal cliente e senza preavviso, osando qualcosa che Takaya avrebbe sicuramente apprezzato , si strusciò sulle ginocchia del lardone, aprendo le cosce e lasciando che l’omone saggiasse un po di merce proibita sedendosi proprio sopra il cavallo dei pantaloni. Indossava un comodissimo paio di pantaloncini bianchi che aderivano perfettamente alle sue forme e avviluppandole a tal modo che la parte più intima sporgeva in delicati contorni. L’uomo cominciò a traspirare copiosamente e da routine tirò fuori di nuovo il suo prezioso fazzolettino. A quel punto anche gli altri clienti si sentirono a disagio e il padrone del locale aveva cominciato a guardarsi intorno. Persino lui si appropriò di uno dei tovaglioli per asciugarsi la fronte. Sembrava la principessa Leia con Jabba the Hutt al contrario. Era lei la più viscida. Si servì da sola un bicchierino di sake e se lo trangugiò. Lo bevve con la testa verso l’alto lasciando che il vino versatosi debordasse dalle labbra e spillasse fuori fino a macchiarle la

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fascia. Qualche goccia era finita sulle guance del cliente che sorpreso cominciò a ridere facendo uno strano rumore. “oink oink!” rideva, “oink oink!”. Le hostess e gli altri clienti rimasti decisero che non tirava buona aria e dalla vergogna decisero di ritirarsi. I treni avevano ormai ripreso servizio e il padrone decise che era ora di chiudere. Nel locale semivuoto la musica si era placata e le risatine suine dell’uomo con le paroline sconvenienti di Irene stavano andando oltre il professionale. «Non mi hai ancora detto come ti chiami, ragazzina!» Il suo tono strafottente, la bocca pastosa, l’odore disgustoso ma Irene teneva duro e lo eccitava sempre di più. «Il mio nome si pronuncia Ai-rin, signore.» Rispose mentre versava il vino continuamente nell’ochoco del cliente. Non potendo rifiutare la gentilezza questi beveva ma chiedeva espressamente che ne bevesse uno anche lei. Irene non se lo faceva ripetere due volte e ubbidiva. Prendeva il bicchierino pieno di tequila e lo beveva di nuovo rovesciandoselo sulla fascia. «Mi piace quello che stai facendo! Lo senti quanto mi piace?» Gli occhi dell’uomo seguivano le goccioline del liquore scorrere giù lungo le rotondità della divisa intrisa che piano piano rivelavano macchioline rosa pelle. Il cavallo dei pantaloni si mosse al primo capezzolo rivelato. L’effetto lasciò il cliente affascinato e senza parole. Tutto sotto controllo, pensava tra sé e sé, ricorda cosa Takaya ti ha detto di aspettare riguardo al sake e segui il galateo come Akiko ti ha insegnato - adesso è il momento di torturare e interrogare. «Che resistenza, signore, avevate bevuto già prima di venire qui? Il vino sembra non le faccia nulla.» «Il mio corpo è abituato a peggio, anni di esperienza dopo... il lavoro.» Alluse , con occhietti tondi da porcello sempre fissi sul capezzolo sbavando. 216


«Il suo lavoro, deve essere molto difficile…» inquisì la ragazza. «Il mio lavoro, cara, è complicato. Passami il sake.» «Sì,» Irene era ormai sicura: poteva giurare che le caratteristiche di quell’uomo calvo roseo e paffuto erano quelle precise di uno dei pezzi grossi del Sumiyoshi, colui al quale doveva consegnare il messaggio. Complimenti, risatine, strusciatine delle natiche sul tessuto dei pantaloni increspati del cliente, allusioni e strizzatine d'occhio, Irene e il suo cliente erano i più rumorosi del locale. «Io le ho svelato la mia vera età, mi dica lei qualcosa di segreto, signore» si protese verso di lui col seno destro che si rivelava ancora di più ormai, completamente incollato alla fascia odorante di tequila e di sake. «Fammi una domanda qualsiasi e io ti risponderò.» Disse senza staccarle gli occhi di dosso. «Qualunque domanda?» «Risponderò.» Il liquore parlava per lui. Irene si avvicinò al suo orecchio, flettendo il suo corpo esile sopra la massa di lardo e il sudore dell’uomo e gli sussurrò viziosa : «Mi dica che sto sul cazzo di uno yakuza, signore. Mi dica che sto sul cazzo del Sumiyoshi Kai.» Irene rilasciò un finto gemito e il cavallo dei pantaloni del maiale si rizzò completamente, o almeno era il massimo che poteva raggiungere e quando lei si spostò l’uomo dovette alzarsi per correre in bagno d’urgenza. «Una pisciata? Finirsi dalle seghe? Forse sono andata troppo oltre. Va bene, lo aspetterò qui. Mi deve una risposta.» Sbuffò, incrociando braccia e gambe sulla poltroncina. Una decina di minuti dopo Irene e il padrone ponderarono l idea di andare a controllare. L’omone era riverso nel cubicolo, sul cesso, braghe calate. Stava russando. Il padrone tornò dal bagno con il cellulare all’orecchio: «Vieni a prenderlo! E’ svenuto.» 217


Immediatamente dalla porta entrò un omone di razza orientale. Con sguardo severo a passo svelto irruppe nel bagno uscì due secondi dopo, anche lui con il cellulare all’orecchio chiamava rinforzi. Senza farsi vedere dal tirapiede Irene sgattaiolò nel cesso degli uomini e si avvicinò al cubicolo da dove si vedevano parte delle gambe stese del cliente. “YAK!” fu la prima impressione. Ma non poteva lasciare che la missione finisse così. Si avvicinò senza far caso al suo apparato genitale completamente all'aria penzolante nella tazza del cesso e lo prese per il bavaglio della camicia. Lo sbatté avanti e indietro facendo appello a tutta l’adrenalina rimasta. «Svegliati maiale! Devo consegnarti quel fottuto messaggio! Accidenti a me e al mio strafare! Svegliati figlio di putt…!!!» «Lei cosa ci fa qui, che cosa sta facendo!» Aveva riconosciuto la voce del gestore del locale. «Lo sto solo rinvenendo, mi sento in colpa!» Si apprestò a rispondere Irene mentre imperterrita gli cozzava la testa contro le piastrelle del cubicolo. «Ma non lo vede che si è appisolato? Adesso devo chiedere il conto alle sue guardie e spero mi paghino!» «Allora lo sveglierò!» Irene prese a percuoterlo con più vigore con il capo che sbatacchiava più forte, sapendo che aveva l’appoggio anche del gestore. Più o meno. «Ma cosa le salta in mente!!!» il gestore accorse verso il cubicolo «lei è fuori! Non sa chi è? Ci massacrano se ci vedono in questo stato con il boss!» Irene sbiancò. Indietreggiò dal cubicolo, con l’ultima immagine della balena con ancora il pene duro e proteso all’interno della tazza. «Boss?» «Si da il caso che sia anche il mio boss! Lo sanno tutti chi è!» «Ovvia…Mente! Lo sapevano…tutti!» Irene fece un'altro passo indietro e sentì urgenza di vomitare. A lei non piaceva vomitare! 218


Irene fu chiamata nell’ufficio del proprietario. Probabilmente una ramanzina per aver pubblicamente svergognato il capo del Sumiyoshi kai. Dietro il grande tavolo sedeva un uomo, i suoi lineamenti erano in ombra e lui era poco più che una sagoma a causa degli sfolgorii pubblicitari che filtravano attraverso le finestre dietro di lui. La sagoma era di un alto, snello e aitante signore vestito con tutta classe. «Signorina, il messaggio che deve consegnare deve essere dato a me.» La voce giovane e chiara sorprese Irene. Quest'uomo sapeva! Era una trappola? Un solo secondo per escogitare un piano di fuga e l’uomo ribadì: «Il manager che ti ha assunto è ai miei ordini. Sono io il padrone di tutto, qui. D'ora in poi sarai al mio servizio.» L'uomo si alzò e abbassò lo sguardo su di lei. La sua voce risuonava tranquilla e sicura di sé: «Ti ho osservata in Circuito Chiuso da qui. Hai tenuto mio padre sotto le tue natiche per un'ora intera. Impressionante!» La testolina di Irene era piena di teorie e congetture che si interponevano ansiosi uno sopra l’altro e cercavano di dare un significato al perché il piano non era andato esattamente come la SSA aveva previsto. Ora doveva fare il suo gioco e inventarsi una via d’uscita. «Sono lusingata, non avevo idea di avere a che fare con il grande boss del Sumiyoshi, sono stata assunta solo qualche ora fa…» Sperava solo di non dire qualcosa che l avrebbe fottuta. «Lei astutamente si è versata il liquore addosso apposta evitando l’intossicazione e nello stesso tempo…» seguì una pausa per dare più importanza alla frase successiva «…ha mantenuto acceso l’interesse erotico del mio vecchio verso di lei soltanto.» «Oh ... quel piccolo trucco.» Irene accettò il complimento ma rimase sul chi va là.

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Spesse tende di cotone nero arredavano tutte le pareti della stanza incupendola ancora di più; Irene temeva che da dietro potessero nascondersi gli sgherri di questo e al momento opportuno uscire armati fino ai denti. «No, la tua creatività merita un inchino, signorina.» L'uomo si alzò e davvero le si inchinò di fronte. Lei si mosse, credendo un’attacco che non avvenne. L’uomo avvicinandosi le si rivelò nei suoi lineamenti. Era davvero giovane! Non l’aveva notato

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prima, il giovane boss indossava un paio di occhiali da vista. «Il mio nome è Kubota. Nuovo leader di uno dei maggiori clan del Sumiyoshi. Mio padre è vecchio, adesso sono io che do gli ordini» fece una breve pausa, avvicinandosi di più a Irene «vorrei farti una proposta, e vorrei che riflettessi seriamente al riguardo.» “Una rapida morte o una lenta tortura?” pensò mentre cercava di carpire l’espressione esotica attraverso le lenti del giovane. «Ti piacerebbe diventare un membro della nostra fratellanza?" Irene inarcò le sopracciglia e dilatò le pupille incredula; aveva sentito bene? Il kaichō della Yakuza di Osaka le stava chiedendo se le sarebbe piaciuto unirsi al loro clan. Era un trucco? «La sua proposta mi lusinga, signore.» Non sapeva se far finta di esserne onorata o invece allarmarsi ulteriormente. Decise di essere il più prudente possibile consegnando il messaggio, scegliendo con cura le parole: «Il mio compito è solo quello di darle questo messaggio. Sono stata mandata dai suoi confratelli. Qualcuno vuole mettervi in guardia, signore, è necessario che lei torni subito ad Osaka per evitare una guerra con le bande qui a Tokyo.» «Capisco. Seguimi.» «Perdonatemi... Vorrei seguirla, e sono sicura che la Confederazione del Kansai mi avrebbe dato la possibilità di salire di grado, ma…» E così dicendo, si inchinò ossequiosa, sperando che quello potesse bastare «...il mio lavoro di umile messaggera mi impone di seguire il mio capo, sono davvero mortificata. Per favore non vorrei rifiutare ma…» «Ahhh…» Kubota fece un sospiro di rammarico «sei leale, giovane e carina ed è proprio un peccato non avere quella tua dote al mio servizio. Proprio un peccato!» Kubota tirò fuori dalla tasca una memory stick. La agitò di fronte a lei dicendo: «Conserverò il filmato perché un giorno io ti vorrò ritrovare.» Filmata! Ma perché non stecchirla subito?

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Si rimise la memory stick in tasca e si avviò verso una delle tende. Era stato troppo facile. Yu Kubota aveva poi lasciato la stanza scomparendo dietro una porta nascosta dietro. Rimase sola nella stanza in penombra. Involontariamente aveva iniziato a tremare. Si lasciò cadere in ginocchio. Era stanca. Ancora stava trattenendo il respiro, con gli occhi che si muovevano veloci come per cercare una via d’uscita subito. La porta dalla quale era entrata era proprio dietro di lei, bastava aprirla, ma aveva paura di uscire da lì. I capezzoli improvvisamente irrigiditi, segnale di avvertimento che il caldo rossore l'aveva abbandonata e qualcosa aveva ghiacciato le sue guance. Cercò di calmarsi e ricominciò a respirare regolarmente. Si alzò e desiderò che aprendo quella porta non ci fosse una pistola puntata contro. Afferrò il pomello, un ultimo sguardo a quelle tende losche. Un brivido. Si guardò in giù. Il suo seno era ancora bagnato, visibile e appiccicato totalmente alla fascia che era come un velo plastificato. Aggrottò le sopracciglia. «Vuoi vedere che era davvero come sembrava? Che mi voleva per queste? Che mi sono salvata grazie a queste? Gli uomini!» Non sapeva se sentirsi sollevata o annoiata. Rise per nervosismo. Irene si sentì di nuovo carica. Lo avrebbe rifatto se necessario. Con il boss più giovane se avesse potuto scegliere. *** Takaya stava giocando un incontro quella mattina stessa. L'allenatore si era alzato di primo mattino e aveva avuto l’impulsiva idea di radunare la squadra al Yoyogi campus e farli confrontare con un altro club universitario. Takaya sembrava l’unico a goderne pero’. «Kuni ci vuole punire.» Dichiarò uno dei compagni. «E perché?» chiese un altro.

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«Perché alcuni di noi non hanno superato il test finale, di nuovo!» rispose quell’altro. Gli occhi guizzarono puntando tutti su Takaya. «Non mi piacciono gli esami,» disse «mi spiace, ragazzi.» Takaya era per il secondo anno consecutivo un ronin, lo studente fuoricorso del Last Chance. “Hai intenzione di prendere moglie un giorno o ti lascerai invecchiare negli spogliatoi tra i giovani panchinari?” chiese Takeshi. “Moglie? Chi lui?” aggiunse ridacchiando un altro dei compagni, Akira. “Silenzio! Venite al centro!” L’urlo di Kuni li rimise in riga. Tutti in fila, per l’inchino di rito delle due squadre sul campo prima di iniziare il gioco, Takeshi prima di disporsi sul campo sussurrò qualcosa all'orecchio di Takaya. “Te l’ho rubata” Il suono acuto del fischio subito dopo e Takeshi diede un colpettino alla palla passandola a Takaya che non si mosse e la palla fu intercettata senza sforzo dal rivale. I difensori del Last Chance, sbalorditi dalla noncuranza di Takaya che di solito si sarebbe scagliato immediatamente per recuperarla, corsero in foga tutti verso il rivale ladro: Takaya li vedeva correre e uno di loro gli diede una pacca amichevole sulla spalla ma ancora l’attaccante numero nove era li immobile a meditare. L'allenatore era saltato dalla sua panchina e arrabbiato più’ che mai sbraitava e agitava le braccia invano. Perché’ Takeshi aveva aspettato proprio l’inizio di una partita per dargli quel pugno nello stomaco? Non poteva aspettare dopo, per la sua confessione? Era per saggiare la sua reazione? Era chiaro che Takeshi si riferiva ad Irene. Gliela aveva rubata? E quando? In che senso? Lì come un idiota non sarebbe servito a nessuno.

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«Muoviti! Corri!» esortava il capitano. «Che cosa ti è preso?» Spronato, Takaya fece un passo e poi un altro e un altro ancora più veloce. Le fan esplosero in un applauso, come se l’eroe si fosse rialzato dopo una brutta caduta e rullando i tamburi taiko con entusiasmo. Lasciò dietro tutti i pensieri e le risoluzioni a quello ci avrebbe pensato dopo e giocò con tutta la sua passione. Se c’era una cosa che lo rendeva davvero felice era giocare. Al termine della partita con né vinti né vincitori. Takaya saltò la doccia e lasciò il complesso per tornare immediatamente alla villa. Lì c’era già Irene, da poco rientrata dal Kiss. Non aveva per niente sonno, pensava che sarebbe stato opportuno riempire il rapporto prima che tutti i più piccoli particolari svanissero dalla sua mente e discuterne con il suo trainer. Accese il bollitore e nello stesso istante udì un rumore dietro di lei. «Hai qualcosa di interessante da dirmi?» domandò Takaya dietro di lei. Era appoggiato allo stipite della porta di legno della cucina, braccia conserte. «In effetti si…» Irene ammiccò un sorriso che lui non vedeva, era pronta a enunciargli tutte le interessanti esperienze avute, di quanto si era aggiudicata la fiducia e il rispetto delle hostess, del direttore e di come aveva egregiamente consegnato il messaggio tutto secondo i piani, esattamente come era stato previs… «Tu sei un’idiota!» «Che cosa?» La ragazza stava versando l'acqua dal bollitore in una tazza, ma si fermò a metà e si girò per guardarlo in faccia non riusciva a capire dove poteva aver sbagliato, se alla fine era andata esattamente come la SSA voleva che andasse. «Davvero credi di aver fatto un lavoro coi fiocchi? Ho finalmente avuto tempo di leggere accuratamente il tuo ultimo

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rapporto e fatto anche un po di ricerche personali riguardo il caso Miura.» «Eh?" rispose Irene sospirando. «Irene, santo cielo!? Non ti è passato per quel tuo cervellino che l'ufficiale di polizia della metropolitana poteva arrestare te, invece?» «Oh, parli di!...» Ma Takaya non la lasciò tempo per spiegare. «Che ti avrebbe potuto costringere a rispondere ad una miriade di domande, nemmeno un pensierino? Nonostante il fatto che, oltre ad aver incasinato la missione, ti avrebbero sicuramente chiesto i documenti. Quale punto ancora non ti e’ chiaro che la SSA deve rimanere segreta?!» «Aspetta un attimo non mi hanno chiesto alcun documento, ho giocato bene le mie carte! E come sarebbe... Incasinato la missione? COME?! E perché vieni da me con questo adesso? Quello era settimane fa.» «La polizia ha trovato Miura e le droghe su di lui. Lui non doveva essere arrestato, dovevi solo fargli saltare l’incontro con Noburo!» «Credo di aver fatto un favore anche al dipartimento di polizia.» «No, non l'hai fatto!» Takaya alzò ancora di più la voce «Hai dato loro più lavoro da fare, ed invece era un lavoro della SSA. La SSA e la polizia non lavorano insieme! Dovresti saperlo!» Una fossetta di biasimo apparve alla fine del suo sorriso amaro. «Si sono chiesti da dove quel Miura fosse spuntato fuori! Si sono chiesti che tipo di droga era! Si sono fatti un casino di domande che nessuno alle quali nessuno ha saputo rispondere e si sono messi ad indagare!» «Io…non…» Irene adesso si, che si rendeva conto dell’impiccio. «La SSA non è per nulla compiaciuta del nostro risultato. Davvero hai pensato che organizzare un assalto ad un povero barista era la migliore strategia?»

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«Ho letto con attenzione il rapporto riguardo la personalità del corriere e si è rivelata molto utile e ti ringrazio. Ho potuto vedere con i miei occhi che il povero aveva davvero grossi problemi di insicurezza. Mi sono chiesta perché avevano chiamato lui per la consegna. Poi ho pensato a come i giapponesi sono sempre riservati e timidi. Alla luce del giorno sono così vulnerabili. Così ho usato questa strategia.» disse Irene tornando ad occuparsi del suo the. Era bollente e sorseggiandolo distrattamente si era scottata la lingua. «Dovresti ascoltare e seguire gli ordini alla lettera senza strafare. Ci sarebbe stato un agente pronto a recuperare la droga ma ha trovato un moscaio di poliziotti, invece.» Fece una pausa per dare il tempo ad Irene di riflettere sul suo sbaglio. Poi continuò: «E riguardo a noi poveri e timidi giapponesi, siamo precisi e rispettiamo i termini. Analizziamo i dettagli e diamo molta importanza alla collaborazione, al gruppo. Questo ci porta alla vittoria. Sono le nostre migliori qualità. Tu hai agito individualmente, dando retta solo al tuo egoismo senza pensare alle conseguenze, non hai valutato dettagliatamente quello che sarebbe successo dopo, non hai fatto domande, non mi hai chiesto niente, per te era tutto ok, ci avresti pensato tu, la tua idea non avrebbe fallito, vero?» Irene abbassò gli occhi e guardò il vapore del the che teneva in mano. «Per non parlare del caos che hai creato usando me!!» Takaya insisteva girando il coltello nella piaga. Irene si sentiva in difetto ma voleva difendersi, il suo orgoglio non voleva abbandonarla, non voleva cedere. «Certo, ho usato te come tu usi me!» Rimase lì qualche istante in silenzio, poi sospirò: «Inutile, sembra di parlare al vento.» «Ma perché non me l'hai detto prima di tutti questi dettagli?» «Perché volevo ci arrivassi tu per prima e ho bisogno di allenarti per la prossima missione, ho bisogno della tua massima concentrazione.» 226


«Perché, invece di lamentarti sempre non mi dici qualcosa di buono, per esempio, com’è andata la missione di ieri sera? Trova qualcosa di buono da dirmi su quella!» Irene era sempre girata, non voleva che notasse i suoi occhi lucidi. Takaya in silenzio avanzò verso di lei. Poi le bisbigliò in un tono che era più terribile di un urlo: «Guarda!» Irene volto appena il viso di lato, la mano di Takaya di fronte ai suoi occhi che teneva una memory stick. Irene la riconobbe all’istante. «Ma dove…come?» «Non ti dico niente, non voglio peggiorare la situazione. Tu sai esattamente cosa e’ successo al bar, anche se hai consegnato il messaggio, non significa nulla. Riflettici su, scrivi il tuo rapporto e la tue lettera di scuse.» «Hai visto… il film?» «Non posso credere che tu mi stia chiedendo questo. Ti preoccupi se io ti ho vista come arrapi quel vecchio rospo? Nemmeno un pochino allarmata del fatto che tutti ti abbiano notata e ricorderanno il tuo bel faccino per un bel pezzo?» Irene aggrottò le sopracciglia; in effetti sarebbe dovuta rimanere solo qualche ora, una toccata e fuga e nessuno avrebbe ricordato la giovane italiana che serviva il sake. Sarebbe passata inosservata se avesse rispetato la semplice istruzione di trovare la vittima e consegnare un semplicissimo messaggio! «Perché non ti sei appropriata della memory stick? Potevi benissimo lavorarti il giovane boss come hai fatto con il vecchio, no? Scommetto che avresti avuto successo e scommetto che ti sarebbe anche piaciuto stavolta.» Irene era senza parole, lo odiava e gli avrebbe volentieri tirato la tazza del the in faccia, ma preferì rimanere girata. «Hai fallito. Di nuovo.» Sentenziò crudo Takaya da dietro la schiena. Alzò una spalla annoiata, disgustata di averlo proprio lì dietro che le elencava i suoi sbagli. «Curiosità. Hai rivelato la tua vera età al maiale?» 227


“Gli ho detto che ne avevo solo tredici”. Rispose pronta Irene, considerandolo a suo favore. «Ah… bene, la lolita. Sapevi che era un pedofilo. Hai studiato, dopo tutto.» Si sentiva umiliata, diffidata. Stringeva il manico della tazza ma la mano le prudeva. Takaya fece un sospiro: «Lo so che non apprezzi i miei commenti, sarai anche stanca in questo momento ma dovevo dirtelo. Ci tengo…» «E io… invece ci tengo… a dirti che… ti odio.» Irene lo disse a voce molto bassa cosi bassa che Takaya fece uno sforzo a capire le parole. «Non ti sopporto.» Aveva aggiunto Irene. «Mi spiace che la pensi così. E mi odierai ancora di più adesso: stai per caso incontrando Takeshi di nascosto? Non importa, lo so che stai contravvenendo ad una regola importante dell’agenzia. Ma cosi facendo stai mettendo Takeshi in pericolo. Inoltre lo farai soffrire perché sai dentro di te che il vostro piccolo flirt non potrà avere seguito.» Takaya aveva cambiato il soggetto e il fallimento delle missioni sembrava non essere quello che più bruciava per Takaya Si riferiva alla sera con Takeshi, dopo che erano svicolati via dal Chez George? Takeshi gli aveva detto tutto? «Sai cosa ti farò, vero?» aggiunse Takaya minaccioso. Irene aveva voglia di ribellarsi e dirgli tutto quello che pensava di lui, ma urlando. Ma sarebbe stato inutile, lo avrebbe solo aizzato a punirla più duramente. Spostò il the che fumava. Non voleva averlo sott’occhio, in un momento come quello era meglio allontanarsi da oggetti contundenti e liquidi bollenti. Pensava a quanto soddisfacente e appagante sarebbe stata al vedere la faccia del sensei che si scioglieva dal dolore gridando e gemendo; immaginava la propria espressione radiosa mentre gli lanciava il bollitore in testa. Poi sentì il calore del suo maglioncino sulla sua spalla nuda.

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Takaya allungò il braccio e le afferrò saldamente le guance costringendola a voltarsi. Improvvisamente l'immagine di un uomo di fronte a lei divenne come deforme e mostruoso come un fumetto di Go Nagai. Vide una lingua viscida avvicinarsi come se non stesse realmente accadendo a lei. Solo allora si rese conto che cosa 229


stava realmente accadendo e iniziò a divincolarsi. Ma lui era più forte. Sentì la lingua spingere e irrompere attraverso le labbra e poi mescolarsi contro i denti, mentre lui rafforzava la sua presa. Non poteva fare a meno di pensare che anche questo era un bacio ma totalmente diverso da quello dolce e romantico che aveva scambiato con Takeshi. Takaya giocherellava con la sua bocca e spingeva Irene contro il muro della cucina fino a quando, con un gesto di stizza si staccò da lei. Irene gli aveva sputato. Era l'unica cosa che potrebbe fare, nel tentativo di liberarsi dalle sua presa. Senza fiato e con le lacrime che quasi le uscivano dagli occhi, si asciugò la bocca con il dorso della mano, schifata. Nishikawa, nonostante avesse inghiottito uno sputo era più rilassato e non nascondeva la sua espressione appagata. «Da ora in poi, vivrai qui. Senza discussioni. Chiamerò qualcuno per ritirare i tuoi stracci dal Granada.» Comandò. Irene voleva controbattere ma la sua voce le venne fuori come un debole rantolo. Aveva un nodo alla gola e si sarebbero rotti gli argini se avesse provato ad aprire la bocca. «Ne ho abbastanza della tua ignoranza.» Disse Takaya, spostandosi da lei e prendendo il the che aveva lasciato da parte a raffreddare. «Hai scelto di essere preparata professionalmente e io ti alleno per quello, nel miglior modo che conosco. Non ci sono ripensamenti. Io sono il tuo insegnante, il tuo mentore. E senza di me, sei morta.» Avrebbe voluto rinfacciargli esattamente la stessa cosa, che sarebbe morto senza di lei, per mano della sua stessa agenzia se non fosse stato attento, ma sentì le parole morire schiacciate dalla sua rabbia. «Se davvero mi costringi a farti del male ... ti faro male, lo sai che posso. Questo è solo un assaggio di quello che posso farti se farai ancora come cazzo ti pare. Ma se ti comporti come spero farai d’ora in poi ti prometto che il prossimo sarà più tenero.» 230


Irene non poteva fare altro che ascoltare in silenzio furente con la dignità di rimanere in piedi e accettare gli errori elencati da Nishikawa. La punizione come monito. Sulla bacheca dei ricercati della questura centrale, c’era una foto segnaletica di una ragazzina vestita in modo molto particolare, catturata dalla camera a circuito chiuso della stazione metropolitana; accanto a questo, delle note e dei ritagli di giornale: Miura in ospedale aveva firmato una confessione. Nella confessione si faceva menzione di uno strano incontro forse non del tutto incidentale. La polizia cercava e stava indagando nei pressi di Nakano al riguardo. Irene sarebbe dovuta stare lontana dalla strada almeno per un periodo di tempo. Quella sera compilò il suo rapporto, labbra serrate e occhi fissi sui suoi fogli cercando di descrivere accuratamente ogni singolo dettaglio accettando i consigli e gli ordini di Takaya di quella mattina. Irene spedi la relazione alla SSA. Come se l’agenzia già fosse al corrente dell’esito mandò una nota immediata alla ragazza: “received information and memory stick. Well done, soon ready for the next level.” Rimase sconcertata dal messaggio. Proprio nel momento in cui avrebbe ballato sulle punte dei suoi piedi per avere una parolina di conforto, un feedback positivo da chiunque, non potendo veramente andare a cercarlo da Takeshi; non se lo aspettava un conforto proprio dalla sua agenzia. Il giudizio di Takaya contraddiceva il messaggio della SSA. Fu un sollievo. Quella sera il suo piccolo bagaglio fu consegnato da una ragazza in kimono. Strani capelli tinti di un grigio cenere, occhi chiari e un tatuaggio nel centro della fronte. Era snella e nonostante apparisse davvero di costituzione debole riusciva a sollevare la sua valigia con una mano come se pesasse solamente un chilo. Lei era al piano di sotto, quando la ragazza aveva suonato e Takaya l’aveva ricevuta caldamente come se la conoscesse molto bene. Lui probabilmente conosceva tutte 231


le ragazze della città e tutte puntualmente ai suoi piedi. La prima notte nella tana del lupo. Aveva giurato di non metterci mai piedi in una delle sue stanze da letto, ne’ come ospite né come… nient’altro! «Non ti preoccupare,» la calmò Takaya. «la mia camera da letto è di là attraverso quella porta di comunicazione.» Con un cenno del capo indicò la porta che collegava le due camere. "Dormo lì. Se non mi credi te la mostro.» Sapeva esattamente cosa c'era in quella stanza. Passarono la porta e Takaya indicò un'altra porta di fronte a loro. «E quello è il nostro bagno, ma lo sai vero?» Tuffo al cuore. «Per andare in bagno si dovrà passare per la mia stanza, spiacente." Takaya aggiunse con tono ironico e divertito dall’improvviso attacco di terrore quasi surreale di Irene. "Ma perché? Non posso invece usare la porta del corridoio ..?» «Certo! Ma adesso è fuori servizio. non si apre.» Si doveva rompere proprio ora! Sento odore di arroganza e prepotenza." Pensò Irene mordendosi le labbra e traendo un profondo sospiro. «Bene. Ti lascio sola, metti le tue cose dove vuoi. Vieni giù quando sei pronta. Vorrei discutere della tua prossima missione.» Detto questo, Takaya uscì dalla sua camera lasciandola con lo sguardo fisso nel vuoto. Mezz'ora dopo scese al piano terra. Takaya era seduto a gambe incrociate sul divano. «Vieni a sederti qui accanto a me.» Dando due colpetti al cuscino marrone. Irene obbedì come un cagnolino. Era nervosa ma lo nascose bene. «Il rapporto dice che sei stata brillante al Kiss e la SSA non ha esitato ad affidarti un'altra missione simile.» Irene lesse la delusione nella voce di Takaya. «Non si rendono ancora conto che sei solo una principiante. Ieri sei stata fortunata, quel pivello del nuovo boss ti ha preso in simpatia.» Irene deglutì senza commentare e Takaya 232


continuò: «Si, perché sei ancora una cazzo di principiante. In pochi mesi già vogliono affidarti compiti rischiosi. È impensabile! Quello che hai fatto al club era appena sufficiente, Irene.» A queste parole il corpo di Irene rabbrividì, ma questa volta con entusiasmo. «Il consiglio dice che sono pronta per un lavoro pericoloso?» chiese contenendosi. «Non ti rendi conto che per ora questo è oltre il tuo training?» «Tu sei il mio maestro, il mio mentore. Sicuramente non mi lascerai andare senza la necessaria formazione, inoltre, sarai la mia ombra?» «Chiedo scusa?» «La mia ombra, il mio angelo custode! Mi controllerai?» chiese, scuotendo il polso dove teneva il suo oggettino computerizzato. «Stai dicendo sciocchezze! Devo mantenere la mia copertura.» «Dimmi, quando dovrei iniziare questa nuova missione?" «Tra pochi mesi...» «Allora di cosa ti preoccupi? Abbiamo tutto il tempo per la mia formazione!» «No! Tu non ce l’hai!» «Fidati di me, io seguirò i tuoi insegnamenti. Qualche lezione in più al poligono di tiro, due balletti con Lady Akiko e vedrai!» «Mi fidavo di te e tu hai già incasinato due missioni.» Seguì un lungo momento di silenzio. «È stata una cosa stupida da fare, sono d’accordo.» riconobbe Irene. «Qual è stata la cosa più stupida?» «La strategia che ho usato, ho rivisto le relazioni e le note della SSA.» «Hai intenzione di imparare dai tuoi errori?» «Lo farò» «Sei sicura?» 233


«Sì, sono sicura.» «Guardami.» Le disse. Irene ubbidì, volto fermo, deciso ma le sue mani che si stropicciavano l’una con l’altra la tradivano. Lui era davvero vicino e le ricambiava lo sguardo ancora più intensamente. Come poteva un uomo essere così bello ma anche così tremendamente terribile? «La SSA crede che ti abbia allenato io per la missione al Kiss. Invece era tutto frutto della tua testolina scellerata. Sono convinti che tu sia pronta e voglio dire, davvero pronta.» «Oh ..." Irene aggrottò la fronte. «Ti avevano ordinato di allenarmi come Akiko sta addestrando le altre ragazze?» «Esattamente.» «Ma non l'hai fatto.» «No, non l'ho fatto.» «perché?» «Ma lo farò.» Si corresse Takaya. «Eh? Q…Quando?» Il tremolio nella voce di Irene faceva intuire già tutto. «Quando ti riterrò pronta.» Rispose. «Ma... la SSA... mi vuole in un altro tipo di missione, adesso?» «Hai dato prova inconfutabile che ci sai fare.» «Che idiota che sono, accidenti a quando voglio strafare!» «Esatto... ora, hai capito? Cammina prima di correre. Ascolta, impara. Non posso aiutarti se fai sempre di testa tua.» «Sono nei guai.» Si rese finalmente conto. Takaya si allungò verso il tavolino di fronte e prese il suo notebook. Lo appoggiò sulle gambe di Irene. «Ora ascolta e fai esattamente quello che ti dico di fare.» «Sì, sensei.» Rispose la ragazza, finalmente decisa. Era la prima volta che Takaya sentì quel tono di voce. “Che forse abbia capito?” Pensò. E, anche se lui non se ne accorse, le sorrise.

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Fine prima Parte

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Credits Voglio ringraziare tutti i ragazzi che mi sono stati accanto e hanno creduto in questo libro. In particolare a Sonia Matteodo, Valentina Ghelli, Lorenzo Iero, Andrea Canzonetta e Cristiano Bechelli i quali hanno creato delle scene carinissime. Grazie anche alla regista del book trailer Katy Vensi e ai suoi attori Andrea Ferri e Giada Pinciaroli. La canzone di Sonia “Anime nere” è cantata da Giada e potrete trovare i video qui: http://www.youtube.com/watch?v=YmyjZG6lBYw http://www.youtube.com/watch?v=4k8QuaN9OQw http://www.youtube.com/watch?feature=endscreen&NR=1&v =LRDT40yugzg Non dimenticatevi di visitare il nostro canale! Grazie a tutti coloro che mi hanno aiutato a disegnare le illustrazioni e il manga; Cristian Polizzi per la creazione dell’E-tech e a Viviana Spinelli per aver soggiornato un mese a casa mia a Londra per realizzare la colorazione delle illustrazioni e Bakushade per una delle cover di Irene. Qui potete trovare il primo episodio manga www.mrnishikawa.com Qui potete trovare il sito dove viene pubblicato il manga regolarmente: https://www.facebook.com/manga.stars.nibi https://www.facebook.com/Mr.Nishikawa Grazie alla Migliorati A & C per la fiducia e l'apporto pratico per la realizzazione dei poster e del sito per la lettura online del libro.

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Un ringraziamento particolare va a Needle per l’editing finale del libro seconda edizione. Grazie anche alla fumetteria Guruguru di Torino e al Joker di Pistoia che regolarmente vendono il volume per mio conto. Grazie a ilaria Cicimurri le cui foto su facebook sono per me fonte di ispirazione per disegnare la protagonista irene Fortefiore di 16 anni. Grazie infine a tutti coloro che, con i loro suggerimenti e fotografie, hanno aiutato le autrici a completare e presentare il primo libro. Perdonatemi se ho dimenticato qualcuno ma dal profondo del cuore pensavo anche a voi! Ci vediamo presto, spero, per il secondo volume! Ci stiamo lavorando. Conoscerete dei nuovi personaggi e la nuova copertura di Irene. I disegni rappresentati all’interno del primo volume sono stati realizzati da Cris Fabian e Viviana Spinelli (colore). I disegni del capitolo 7 sono stati realizzati in collaborazione con Erika Tacconelli, Cris Fabian e Cristian Polizzi. Il disegno del capitolo 6 di Takeshi e Irene e’ stato realizzato da Cris Fabian e Jojo Nur. In quarta di copertina il disegno di Irene è stato colorato da Bakushade.

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