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CORRIERE ORTOFRUTTICOLO

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o r t o f r u t t i c o l o THE FIRST ITALIAN MONTHLY ON FRUIT AND VEGETABLE MARKET |

ANNO XXIX Nuova serie Ottobre 2015 Euro 6,00

daily news: www.corriereortofrutticolo.it FIERE • PAG.21 MACFRUT A Rimini buona la prima e in Italia si parla di unica fiera di settore

PROTAGONISTI: Christian Pohl: l’uomo che fa ascoltare musica alle sue mele bio PAG.27

AZIENDE • PAG.35 ORIGINE GROUP Acquisita l’esclusiva del kiwi rosso HFR18. Sbocchi in Estremo Oriente ESTERO • PAG.39 FRUIT ATTRACTION Edizione senza precedenti, ormai è la terza fiera del mondo

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ANNO XXIX

NUOVA SERIE

OTTOBRE 2015

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Sistema Italia cercasi Sgravi fiscali sul fronte interno (legge di Stabilità per la prima volta con segnali di attenzione verso il settore primario), fondi per la promozione, trattati internazionali che si chiudono, sistema fieristico nazionale che (forse) si ricompatta. Intanto si aprono nuove frontiere nell’Africa sub-sahariana ma la sponda sud del Mediterraneo è in fiamme e gli scenari di instabilità si moltiplicano proprio in quello che credevamo il mare nostrum e il nostro mercato domestico. E’ un autunno caldo, con segnali anche positivi ma che vanno colti con lucidità e senza farsi troppe illusioni. L’Expo ha funzionato? Forse. Ma soprattutto per il turismo, per Milano, per Farinetti (il suo Eataly pare che chiuderà con 25 milioni di euro di incassi…), per dare più fiducia al sistema-paese. Però, attenzione: "Noi abbiamo un'agricoltura tra le più forti d'Europa con aziende, ahimè tra le più deboli", parole del ministro Martina, che sottoscriviamo. Quindi? Tiriamo le conseguenze. Togliamo pure Imu e Irap agricole, liberiamo 800 milioni per dare più competitività alle imprese, mettiamo in campo un piano per la promozione straordinaria del made in Italy nel mondo e il ‘segno distintivo’. Tutte cose buone e utili e che segnano un’inversione di tendenza. Bisogna poi vedere come si calano nella dimensione quotidiana delle imprese, se servono veramente a far investire di più, a innovare di più, a esportare di più. A far sentire il ministero più vicino ai bisogni delle imprese. A sgravare chi esporta da una burocrazia opprimente e spesso inutile. Ad affrontare il problema di una logistica arretrata, di un sistema portuale da razionalizzare, di un sistema doganale non tarato sulle necessità. A pensare ad una nuova legislazione di sistema per i centri agroalimentari. Per l’ortofrutta vale a maggior ragione la ricetta del vino: obbligati ad esportarlo in quantità sempre maggiori e a prezzi crescenti. Perché i consumi interni calano inesorabilmente e le fiacche campagne promozionali, spesso generiche e poco innovative nei messaggi (“l’ortofrutta fa bene alla salute”, siamo sempre lì…) , lasciano il tempo che trovano. Per vendere bisogna guardare sempre più in là, anche perché mercati che sembravano promettenti come la Russia sono chiusi o per crisi o per ragioni politiche. E tali resteranno. La sconsiderata politica europea verso il continente ex-Urss porta guai economici e anche le beffe: danni per centinaia di milioni di euro all’Europa e spinge all’isolazionismo la Russia. Dall’embargo all’autarchia alimentare il passo è breve e in 7-10 anni la federazione russa vuole diventare autosufficiente. Ci sarà business per i produttori di tecnologiemacchine, ma per i prodotti freschi (al momento) lo

✍ Lorenzo Frassoldati

Ottobre 2015

scenario è nero. L’internazionalizzazione funziona o come sistema-Paese, o come sistema-Europa o attraverso accordi e trattati internazionali di libero scambio. Il nostro sistema-Paese fa acqua da tutte le parti, l’Europa meglio non parlarne, restano gli accordi inter-continentali. Dopo 6 anni di trattative l’America ha chiuso il Tpp con 11 paesi dell’area del Pacifico. Ha ragione Paolo de Castro a sostenere che adesso l’Europa deve accelerare l’accordo con gli Usa, il Ttip “perché il rischio è di dover sottostare agli standard definiti nel patto Stati Uniti-Pacifico, standard inferiori rispetto a quelli europei che da sempre difendiamo con determinazione”. Strano Paese il nostro. Tutti si gonfiano il petto per i nostri primati di eccellenza e di export, poi però il sostantivo ‘globalizzazione’ è diventato sinonimo di diavoleria, di inquinamento, di complotti di multinazionali…Ovvio che c’è una globalizzazione buona e una cattiva, che non si può disperdere il nostro patrimonio di tutele e garanzie, ma chi come noi ha bisogno di esportare come dell’aria che respira deve chiedere mercati aperti o chiusi? Deve battersi per dazi e barriere o deve chiedere di toglierli? Torniamo sempre lì: l’agricoltura, l’agroalimentare sono materia economica o argomenti folcloristici su cui possono intervenire tutti, cuochi, nani, ballerine, sociologi, preti, utopisti, terzomondisti, antagonisti…? Il valore dell’ortofrutta come pilastro del made in Italy e della Dieta mediterranea, come filiera che può garantire prodotti 100% italiani, è una miniera tutta da scavare, un filone aureo tutto da valorizzare. Qui il problema non è l’agropirateria, l’italian sounding ma la frammentazione degli attori in campo, la dispersione delle risorse tra Regioni, Stato, Camere di commercio, associazioni e rappresentanze varie, la mancanza di una cabina di regia nazionale, la disattenzione per l’immagine di un comparto di cui la pubblica opinione ignora il valore. Il 2015 sarà ricordato come l’anno in cui rischiavamo di avere tre fiere dell’ortofrutta nazionali: un bel autogol, un favore fatto a Madrid e Berlino. L’anno si chiude con l’ipotesi di un ricompattamento del sistema: un unico evento nazionale (e si auspica, di valore internazionale) a Milano nel 2017 in abbinata con Tuttofood e poi ad anni alterni tra Rimini e Milano. Un traguardo importante, in parte ancora da conquistare.

EDITORIALE

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PUNTASPILLI

SMARRIMENTO Ormai quando sento ripetere parole come sostenibilità, innovazione, filiera corta, km zero vengo preso da un senso di smarrimento. Come diceva Ennio Flaiano: “La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia.” *

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CONTROEDITORIALE

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Perché non seguire per l’ortofrutta la strada della riforma OCM del 2007 del settore vitivinicolo? di Tiberio Rabboni * Perché nell'ortofrutta non si può fare quello che si è già fatto nel vino? La domanda non è oziosa. Dopo la riforma OCM del 2007 il comparto vitivinicolo ha conosciuto un rilancio tra i più significativi dell'intero settore agroalimentare. La strategia proposta ha funzionato: progressiva eliminazione degli aiuti alla distillazione per il vino senza mercato, eradicazione indennizzata dei vigneti perennemente in crisi, sostegno al rinnovo e alla conversione degli impianti nelle aree più vocate, cofinanziamento della promozione sui mercati extraUE e, più di recente, contributi per l'ammodernamento delle cantine e dei canali di commercializzazione. Inizialmente non tutti erano d'accordo con la riforma. In Italia c'era molta preoccupazione per l'eliminazione della rete protettiva delle distillazioni e per la finalizzazione degli aiuti pubblici alla "sola" qualità, innovazione ed internazionalizzazione. Ora la preoccupazione ha lasciato il posto all'apprezzamento e alla convinta partecipazione. Si può fare qualcosa di simile per l'ortofrutta italiana o quantomeno per le produzioni ortofrutticole in palese, perenne, difficoltà di mercato; quelle, per intenderci, che ogni anno cedono quote di

mercato interno ed internazionale, alla concorrenza spagnola o di altri paesi particolarmente aggressivi ed organizzati? Certo, l'ortofrutta non è il vino. Le differenze sono abissali sia per caratteristiche dei prodotti e dei produttori, che per i mercati di riferimento e per regolamenti UE. Tuttavia l'esigenza di una strategia a maglie strette di rinnovo delle produzioni nazionali in crisi, a cui finalizzare prioritariamente le risorse OCM, PSR e quelle statali, si propone esattamente nello stesso modo per tutti, al di là delle diversità dei singoli contesti. Ciò che conta è che ci sia una "governance" convinta di questa necessità o più banalmente una chiara volontà politica del Governo e dei principali protagonisti del comparto. Per ten-

“Necessaria una strategia condivisa sulle produzioni effettivamente in crisi” tare di fare nell'ortofrutta quel che si sta facendo nel vino sono necessarie a mio parere tre scelte politiche nazionali: la definizione di una strategia italiana condivisa di intervento sulle produzioni effettivamente in crisi sulla quale allineare in modo cogente l'utilizzo di una parte dei fondi pub-

blici dell'OCM, dei PSR e del Mipaaf; restringere il campo delle priorità OCM e stabilire per ciascuna di esse una percentuale minima di risorse utilizzabili così come già avviene per l'OCM vino e per le misure ambientali; accrescere, contemporaneamente, l'efficacia delle risorse ordinarie destinabili ai ritiri in caso di crisi di mercato. In sostanza occorre trovare meccanismi nuovi di governance delle crisi che consentano ritiri simultanei di prodotto alla scala minima nazionale o transnazionale, concentrati in un periodo ristretto di tempo e per quantità realmente utili al rialzo dei prezzi minimi sul mercato. Una governance efficiente dei ritiri ha bisogno di essere supportata dalla possibilità per le OP di cumulare nello stesso anno le percentuali ritirabili in più anni e per i produttori esterni alle OP di beneficiare di un indennizzo paragonabile a quello dei soci OP. È un'ipotesi semplicistica che non fa i conti con la complessità della materia e con la giusta autonomia delle OP? Può essere. D'altra parte però l'eccessivo realismo dello status quo ha portato alcune produzioni, già vanto dell'ortofrutticoltura italiana, sull'orlo del baratro. Forse allora è ora di percorrere vie nuove. *già assessore all'Agricoltura della Regione Emilia Romagna

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Ottobre 2015

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MENSILE DI ECONOMIA E ATTUALITÀ DI SETTOR E THE FIRST ITALIAN MONTHLY ON FRUIT AND VEGETABLE MARKET |

ANNO XXIX Nuova serie Settembre 2015

corriere ORTOFRUTTICOLO10 GEMMA EDITCO SRL - VIA FIORDILIGI, 6 - 37125 VERONA - I - TEL. 0458352317 /e-mail:redazione@corriereortofrutticolo.it / Poste Italiane Spa Sped. abb. post. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/2/04 n.46) Art. 1, comma 1, DCB VR

Direttore responsabile: Lorenzo Frassoldati Redazione: Emanuele Zanini Hanno collaborato: Pietro Barbieri, Chiara Brandi, Francesca Ciancio, Tiberio Rabboni Sede operativa via Fiordiligi, 6 37135 Verona Tel. 045.8352317-Fax 045.8307646 e-mail: redazione@corriereortofrutticolo.it Editore Gemma Editco Srl Coordinatore editoriale Antonio Felice Comitato di indirizzo Lucio Bussi, Antonio Felice, Lorenzo Frassoldati, Corrado Giacomini, Claudio Scalise (coordinatore), Luciano Trentini Sede legale e amministrativa: via Fiordiligi, 6 37135 Verona E-mail: redazione@corriereortofrutticolo.it P.IVA 01963490238 Fotocomposizione e stampa: Eurostampa Srl - via Einstein, 9/C 37100 Verona Autorizzazione Tribunale di Verona n. 176 del 12-1-1965 Spedizione in abb. postale comma 26, art. 2, legge 549/95 La rivista viene distribuita in abbonamento postale c/c n. 11905379 Abbonamento annuo: 68 euro per due anni: 100 euro abbonamenti@corriereortofrutticolo.it Chiusura in redazione il 21.10.2015

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Dietro Fruit Attraction la forza della Spagna

RUBRICHE EDITORIALE Sistema Italia cercasi

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CONTROEDITORIALE Perché non seguire la strada del vino? 4

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Origine acquista il kiwi rosso

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Idea: il club della clementina

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MONDO

GENTE & FATTI Eataly cresce del 28% in un anno Alberto Guerra nuovo top manager 6

La compattezza della Spagna è la forza di Fruit Attraction

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Germania, cuore dell’Europa per la distribuzione del Food

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Assosementi: Lipparini nuovo segretario generale

Il Perù chiede spazio in Italia ma serve una logistica migliore

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Marchio trasversale per il Made in Chile

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Mondo flash

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Largo ai giovani in Fedagromercati 7 BORSINO

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NOTIZIARIO

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L’INTERVISTA Bastoni su Origine Group

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VARIETÀ & MERCATO Enrosadira rilancia il lampone

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SCHEDA PRODOTTO

ATTUALITÀ Associato all’Unione Stampa Periodica Italiana

Profilo: Corriere Ortofrutticolo si è affermato come rivista “di filiera” del settore ortofrutticolo italiano. La rivista collega chi produce, chi commercializza e chi vende al pubblico, oltre ai settori connessi (dai macchinari ai trasporti). La diffusione è capillare in Italia, dove si è allargata alla grande distribuzione alimentare e al dettaglio. Diffusione: 6.000 copie. Ripartizione del

mailing: Dettaglianti 23%, Produttori 22%, Grossisti 19%, Distributori 12%, Import-export 6,5%, Servizi 5%, Tecnologie e Trasformati 2,5%, Altri 10%

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Primo Piano - Fiere A Rimini buona la prima Primo Piano - Fiere Fruit Innovation con Tuttofood

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PERA

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AGLIO

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Copertina - Protagonisti ChristianPohl. Il bio come missione 27 Dall’uva da tavola il rancio della cooperazione nel Sud

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Rivoira, per le mele torri automatizzate

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GENTE &

FATTI

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Eataly cresce del 28% in un anno Alberto Guerra nuovo top manager Dal primo ottobre Eataly, definito dai più "il supermercato mondiale delle eccellenze agroalimentari made in Italy”, è guidato da Andrea Guerra, l'ex amministratore delegato di Luxottica che ha anche lasciato il ruolo di consigliere economico del premier Matteo Renzi. Oscar Farinetti, patron e creatore del gruppo alimentare, avrà dunque un ruolo da "panchinaro" ("mi rottamo da solo”, ha detto), non entrerà più come dichiarato in un'intervista nelle scelte organizzative. L'obiettivo di Guerra è raddoppiare i ricavi nei prossimi due anni e preparare la società all'initial public offering a Milano. ''Oscar Farinetti è stato uno dei pochi a capire che il mondo di oggi si muove sulle emozioni'’ ha affermato Guerra al Financial Times riferendosi al successo di Eataly. Fondato dieci anni fa in Piemonte, Eataly è un gigante da 350 milioni di euro di ricavi nel 2014, di cui 10 milioni che arrivano dal suo punto vendita americano di New York. Le previsioni di fine 2015 parlano di ricavi pari a 400 milioni (+28%). Eataly ha aperto da poco a Seul e aprirà un punto vendita a Monaco prima di Natale. Un secondo negozio è atteso a New York vicino Ground Zero nella prossima primavera, seguito da Los Angeles e Boston. Il debutto in Gran Bretagna è previsto per l'autunno del prossimo anno, seguirà Parigi. A questo punto, secondo Farinetti, il gruppo sarà pronto per approdare in Borsa. ''E' un traguardo importante'' afferma Guerra che, con l'incarico, assume il 5% della società. ''Eataly rappresenta la nuova onda dell'Italia, quella del possiamo fare, possiamo creare nuove attività, possiamo farlo'' precisa Guerra. ''Non ho avuto un capo per lungo tempo e

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Oscar Farinetti e Alberto Guerra: il passaggio di consegne lo scorso 1 ottobre

mi piaceva quel capo'' mette in evidenza Guerra in merito alla sua esperienza con Renzi. Guerra si esprime positivamente anche sulla sua esperienza lavorativa a Roma con i colleghi del settore

pubblico. Il Financial Times descrive Eataly come una storia di successo italiana ''a giudicare dalla folla nel negozio'' di New York ''aperto cinque anni fa''.

Perbellini confermata in M.A.

Presidenza onoraria a Petrocchi

Erminia Perbellini rimarrà presidente di Mercati Associati, almeno fino a gennaio. Il 20 ottobre a Roma si sono tenuti il consiglio e l’assemblea dell’associazione per discutere delle dimissioni richieste dalla presidente un mese prima. L’assemblea ha chiesto alla Perbellini di mantenere il mandato almeno fino al 31 gennaio 2016 per lavorare a cercare di "ricompattare il sistema dei mercati", che sta vivendo un periodo particolarmente travagliato. Al Consiglio erano presenti il vicepresidente Oliviero Gregorelli, il presidente di Bergamo Mercati Renzo Casati, ai quali sono state affidate alcune deleghe. Nell’assemblea a questi si è aggiunta Alda Picone per il Mercato di Bolzano. Le molte assenze confermano la crisi dell’Associazione.

Nell’assemblea dei soci dello scorso 9 ottobre, l'Unione nazionale Italia Ortofrutta ha conferito la presidenza onoraria a Gianni Petrocchi, già direttore generale e consigliere delegato dell'organizzazione. “Tale riconoscimento vuole premiare il trentennale impegno lavorativo svolto nell’organizzazione da Gianni Petrocchi, prima in veste di direttore e poi di consigliere delegato contribuendo con la sua attività in maniera importante, alla crescita dell'Unione e del suo tessuto associativo territoriale”, ha spiegato il presidente Gennaro Velardo. "Riteniamo sia importante poter contare su quel patrimonio di esperienza e professionalità. Anche per il futuro e per altri personaggi ritengo doveroso riconoscere il loro impegno per l’Unione”.

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Assosementi: Lipparini nuovo segretario generale Alberto Lipparini (nella foto) è il nuovo segretario generale di Assosementi, l'associazione che riunisce le aziende sementiere. Lipparini, 53 anni, già parte dello staff di Assosementi, ha ricoperto l'incarico di responsabile del settore orticolo. Laureato in agraria a Bologna, ha maturato oltre 25 anni di esperienza nel settore sementiero all'interno del mondo associativo. Lipparini subentra a Marco Nardi, che ha guidato l'Associazione per oltre 30 anni. "Sono felice di assumere questo incarico e portare avanti le tematiche che da sempre vedono coinvolta l'Associazione: la valorizzazione delle pro-

duzioni sementiere di qualità e la difesa della legalità, il sostegno alla ricerca e all'innovazione varietale, quale motore della filiera agroalimentare, nonché la salvaguardia della biodiversità per un'agricoltura sostenibile" ha dichiarato dopo la nomina.

Largo ai giovani in Fedagromercati

Largo ai giovani in Fedagromercati. La Federazione dei grossisti ha deciso di creare una sezione riservata agli iscritti under 35. La decisione è stata presa al Macfrut di Rimini. Il Gruppo Giovani di Fedagro è stato costituito da Jacopo Montresor, con compiti di coordinamento e collegamento con la Fedagro senior (visto che Montresor, di Verona, è anche vicepresidente nazionale dell’organizzazione), Riccardo Di Pisa di Bologna, Marco Gregorelli di Brescia e Tomaso Pavan di Udine. “Sono i primi - ha commentato il presidente Valentino Di Pisa (padre di Riccardo) - siamo certi che ne verranno altri”. “Abbiamo bisogno dei giovani e delle loro idee - ha aggiunto -, dobbiamo innovare. Il nostro mondo, il nostro modo di operare deve cambiare e lo può fare con il contributo dei giovani. Mi auguro che questa iniziativa possa crescere”. Ottobre 2015

La Primavera: Migliorini presidente

GENTE

FATTI &

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Cambio ai vertici della cooperativa agricola “La Primavera” di Campagnola di Zevio (Verona). Il nuovo presidente della società scaligera è Albino Migliorini (nella foto), imprenditore con un’azienda ortofrutticola biologica a Bonavigo. L’imprenditore veneto prende il posto di Gaetano Zenti. La nomina è stata effettuata dall’assemblea dei soci che ha nominato anche il nuovo consiglio di amministrazione: Silvio Sterzi, produttore bio di Sommacampagna, è stato confermato vice presidente. Nel cda sono stati nominati anche Andreas Bauer, Simone Bazzoni, Agnese Fiorio, Paolo Fontanabona e Sebastiano Navarra. Tra le novità quindi una presenza femminile e una del sud (Navarra). Tra gli obiettivi del neo presidente l’espansione della base sociale della cooperativa veronese con l’acquisizione di altri soci e il relativo aumento di volumi di prodotti biologici. Per La Primavera si tratta solo dell’ultima azione concreta di sviluppo dopo l’adesione, con la controllata Brio, alla cooperativa Agrintesa di Faenza (Ravenna). La Primavera si conferma una realtà di punta per l'ortofrutta biologica italiana con 87 soci, concentrati in prevalenza nel Veronese (72). I restanti 15 sono in Calabria, nella zona di Rosarno (Reggio Calabria).

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BORSINO

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CHI SCENDE E CHI SALE

Marco Eleuteri Ci sembra un'idea molto forte il "Club della Clementina Italiana", buona e positiva, anche se non facile da realizzare. La nostra agrumicoltura si è fatta surclassare da anni dagli spagnoli - e questo è noto ma se in Sicilia esistono alcune aziende di eccellenza che sono riuscite a concentrare l'offerta e a proporsi sui mercati esteri in termini concorrenziali, in Calabria - terra di clementine - la situazione produttiva è diversa, ancora più spezzettata per cui per la Calabria servirebbe proprio un colpo d'ala, un salto di mentalità, non di qualità, perché il prodotto è buono e spendibile nel mondo. L'idea del Club, illustrata in questo numero della nostra rivista e lanciata in un convegno presente anche un 'guru' dell'agrumicoltura spagnola, è di Marco Eleuteri, il direttore commerciale della AOP Armonia, un manager creativo e che non manca di iniziativa.

Decisamente su

Marco Rivoira Il manager della Rivoira SpA, colosso dell'ortofrutta piemontese, tra i leader italiani nelle mele e nel kiwi, si è buttato a capofitto nell'impresa di un impianto tra i più avanzati al mondo per lo stoccaggio delle mele: uno stabilimento su tre livelli con una superficie coperta complessiva di 20 mila metriquadri, per un investimento di 20 milioni di euro. Una realizzazione che renderà ancora più competitivo il gruppo di Verzuolo. Anche perché le tecnologie e gli automatismi interni al mega-magazzino permetteranno di proporre al mercato una differenziazione di prodotto (mele di diversa varietà, calibro, colore) con una efficienza e una rapidità di consegne davvero eccezionali. Marco Rivoira dichiara: "Abbiamo studiato questa struttura automatizzata per proporre 'vendite a progetto' personalizzate per ogni cliente e per ogni periodo dell'anno". Si prevede una forte riduzione dei costi di lavorazione delle mele e una ottimizzazione dello stoccaggio. Su

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Federico Milanese È stato l'uomo delle missioni estere del CSO dopo aver accumulato una grande esperienza sui mercati del Mediterraneo. Dentro il CSO si è specializzato sui mercati asiatici, dal Medio Oriente al Far East. Ha organizzato eventi e padiglioni fieristici in mezzo mondo. Adesso il salto di qualità con la nomina a general manager di Origine Group, un progetto molto ambizioso ma dalle solide possibilità di successo per le grandi aziende e per il bagalio di esperienze di alto livello che ci stanno dietro.E' stata proprio l'esperienza nel Far East il suo biglietto da visita vincente per Origine Group, che proprio nei mercati asiatici vuole essere presente in maniera importante. La sue prime importanti ribalte sono state l'Expo di Miulano e il Macfrut di Rimini: in entrambe si è trovato ad illustrare i primi progetti della newco, senza tentennamenti. Di giovani manager l'ortofrutta italiana ha estremo bisogno, tanto più se specializzati sui mercati esteri emergenti. Su

Vincenzo Falconi Sembrava una scommessa a rischio e invece Italia Ortofrutta Unione nazionale ce l'ha fatta a portare a casa i primi concreti risultati del progetto Viviana, che coinvolge oltre 350 imprese produttrici di uva da tavola del Sud per un totale di 120 mila tonnellate. Il direttore dell'Unione, Vincenzo Falconi, è stato il perno operativo di questo progetto vincente. Supermercati e Mercati all'ingrosso hanno potuto scoprire per la prima volta a partire da fine estate 2015 la serietà con la quale le uve a marchio Viviana erano state selezionate, l'accuratezza del packaging, l'efficacia della campagna di comunicazione che ha supportato le vendite. Le prospettive della seconda campagna commerciale, sotto un controllore vigile e sensibile come Falconi, non potranno che essere positive. Una bella scossa per il mondo della cooperazione, in particolare del Mezzogiorno, che in questo caso non è stato minimamente colonizzato; anzi, è stato protagonista, il vero protagonista. Su

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L’insalata in busta supera nei consumi quella sfusa

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E’ la prima volta da gennaio di quest’anno che i consumi di insalata confezionata hanno superato quelli di insalata sfusa. E la forbice continua ad allargarsi su un prodotto parte integrante della dieta di oltre 18 milioni di famiglie italiane. A dirlo sono gli ultimi dati della Nielsen che evidenziano il successo della cosiddetta insalata di quarta gamma, quella in busta già pulita, tagliata, lavata e pronta all’uso che fa risparmiare tempo in cucina. Un trend che non accenna a diminuire, nonostante i prezzi che possono lievitare fino al 300% in più rispetto al prodotto sfuso, visto che oltre tre italiani su quattro lo hanno messo nel carrello della spesa nell’ultimo anno. Secondo gli ultimi dati sono 300 mila in più le famiglie che acquistano le insalate di quarta gamma, in aumento del 2,7% nei primi 5 mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo del 2014, pari a oltre 89 mila tonnellate di verdura, per un valore totale di oltre 633 milioni di euro, in aumento dell’1,5%. In Italia, secondo consumatore in Europa dei prodotti in busta dopo la Gran Bretagna, si contano oltre 200 aziende produttrici, di cui il 70% che lavora per i marchi della grande distribuzione.

Amazon scopre il made in Italy e cerca alleati nella GDO "C'è spazio per tutti. Il nostro obiettivo è aggiungere valore per i consumatori e per il brand. Lo abbiamo fatto a Firenze per quanto riguarda il made in Italy: 5000 prodotti, 5000 artigiani. Vogliamo fare del made in Italy qualcosa che sia aperto a 285 milioni di clienti in tutto il mondo”. Ottobre 2015

Parole di Francois Nuyts, il country manager Amazon Spagna e Italia, ai microfoni di Stream24, la web tv del Sole 24 Ore, a margine della nona edizione del Consumer&Retail Summit organizzato dal giornale economico a Milano a inizio ottobre. "Siamo arrivati a 1.300 dipendenti e negli ultimi 6/7 mesi ne abbiamo assunti 300 e ci sono ancora altre 60 posizioni aperte", ha detto Nuyts, aggiungedo che l'intenzione di Amazon è quella di allargarsi anche alla gastronomia e al fresco, come settori cardine del made in Italy. Nuyts ha anche aperto ad una possibile collaborazione con le catene distributive intenzionate ad utilizzare le vendite on line attraverso la piattaforma di Amazon.

Oranfrizer: investiti 3 milioni per riqualificare gli agrumeti Innovazione, riqualificazione, diversificazione. Queste le tre parole chiave del più recente investimento di Oranfrizer, azienda leader produttrice d’agrumi, ortofrutta e spremute che sorge nella piana di Catania, distribuisce un’ampia gamma di prodotti freschi e trasformati che si distinguono soprattutto per l’origine (condizione fondamentale della loro qualità), e che punta ad ampliare la sua distribuzione sia nella GDO italiana che nei retailers internazionali. Oranfrizer investe sull’agrumicoltura, affronta proattivamente le problematiche del virus Tristèza, conoscendo le esigenze del mercato attuale agisce per soddisfarle e continua a promuovere in stile glocal il suo core business. Si attendono in questa nuova campagna agrumaria i primi buoni risultati di una rivoluzione avvenuta negli agrumeti della famiglia Alba (nella foto, Sebastiano Alba) che, in particolare negli ultimi due anni, hanno subìto un’azione di forte riqualificazione per continuare ad essere

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la principale fonte di approvvigionamento di Oranfrizer. Ecco i numeri: su 100 mila alberi posti in 160 ettari, ne sono stati sostituiti 80 mila, con 18 diverse cultivar di agrumi piantate su 6 diversi portainnesti, più due varietà di melograni. Un investimento di partenza enorme come pochi ne avvengono in agricoltura: i costi di reimpianto hanno superato i 3 milioni di euro, a cui si aggiungono le successive attività di costante manutenzione e gestione dei nuovi impianti in attesa di raggiungere la produzione piena (almeno 4/5 anni). Per accrescere le potenzialità e i risultati di questo investimento sull’arancia rossa siciliana, si è deciso di ampliare il calendario dell’arancia iper-pigmentata affiancando alle varietà già note le nuove cultivar precoci e tardive. Così, l’agrume stagionale che finora poteva essere raccolto e distribuito da gennaio a marzo, sarà presente da dicembre a maggio sia nella GDO italiana che nei negozi dei retailer europei. I migliori risultati si sono ottenuti con il Tarocco Fondaco Nuovo, il Tarocco Ippolito, il Tarocco TDV, il Moro e il Sanguinelli.

Fragola Candonga: crescono ettari e mercati Fino al 15 novembre è in corso la campagna adesioni al Club Candonga®, società consortile nata nel 2013 per unire i fragolicoltori della varietà Sabrosa Candonga® del Metapontino. Una realtà di successo che ha sancito la creazione del marchio Candonga Fragola Top Quality®. www.corriereortofrutticolo.it

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“Il Club Candonga® è la prima realtà consortile al mondo nata per una fragola: una bella case history tutta lucana che vede già il proliferarsi d’imitazioni per la valorizzazione di altri prodotti ortofrutticoli”, sottolinea con orgoglio Carmela Suriano, Ceo del Club Candonga. “Il bilancio della campagna 2015 – racconta l’amministratrice delegata - è positivo sotto diversi aspetti. Nei consumatori è aumentata la consapevolezza di un prodotto di grande qualità ed eticità, ottenuto con tecniche colturali a basso impatto ambientale e coltivato in un’area, il Metapontino, che ne esalta le caratteristiche organolettiche. I soci del Club Candonga® d’altra parte, hanno registrato notevoli incrementi in termini di domanda e acquisizione di nuovi e più redditizi mercati. Per queste ragioni, gli stessi hanno aumentato per la campagna 2016, la quantità di ettari di terreni dedicati alla coltivazione della Candonga Fragola Top Quality®. Il Club ha infine generato ulteriore valore anche per il territorio riuscendo ad attrarre giovani oppure a persuaderli a non abbandonare la Basilicata.” “Per quanto riguarda i programmi futuri - aggiunge Carmela Suriano -potenzieremo e ottimizzeremo le politiche di comunicazione e marketing avviate negli anni precedenti; tra queste l’Operazione Lovers, la promozione della Can-

donga Fragola Top Quality® nei centri agroalimentari italiani che vede coinvolti i grossisti e i dettaglianti. I mercati ortofrutticoli sono per noi molto importanti perché rappresentano lo snodo cruciale fra la domanda e l’offerta. Oltre il 50% dei prodotti che giunge ai consumatori finali infatti, passa fisicamente da qui. Nel 2015 abbiamo Ottobre 2015

concentrato la promozione in Lombardia ed Emilia-Romagna. Da gennaio 2016 la estenderemo anche in altre regioni. Sarà una grande opportunità per i nuovi e gli storici soci del Club Candonga.”

Bertoldi (Brio): le mense hanno ‘sposato’ il biologico Offrire un’alimentazione più sana a milioni di persone, in gran parte bambini e ragazzi, che ogni giorno mangiano fuori casa, migliorando il livello di salute della popolazione e riducendo la spesa sanitaria: sono alcuni dei vantaggi che si possono ottenere proponendo un menu biologico a chi frequenta la ristorazione collettiva. È quanto ha affermato, Andrea Bertoldi, direttore generale di Brio (realtà di primo piano, in Italia e all’estero, nella produzione e commercializzazione di prodotti alimentari bio con un fatturato vicino ai 56 milioni di euro) intervenendo al convegno “Il bio nel piatto” organizzato all’Expo di Milano da Fedagri-Confcooperative ad inizio ottobre. “Attraverso queste produzioni - ha detto Bertoldi - si può riqualificare un’offerta troppo appiattita sul prezzo, tenendo conto che un pasto biologico ha un costo solo leggermente superiore a quello convenzionale in quanto la materia prima incide marginalmente sul prezzo finale, a patto che si evitino primizie e prodotti fuori stagione”. Anche in tempi di crisi gli italiani mostrano di apprezzare i prodotti bio, sempre più diffusi sia sulle tavole domestiche che nella ristorazione collettiva, come testimonia il sensibile aumento (+43%) delle mense scolastiche con menù biologici, passate negli ultimi 10 anni da 839 a 1.249 (dati Biobank) con un fatturato complessivo stimato in 315 milioni di euro per il 2014 (dato Assobio). Le regioni che contano il maggior numero di mense bio

nel nostro Paese sono la Lombardia (224), il Veneto (192) e l’Emilia Romagna (172). “L’accesso alla ristorazione collettiva - ha dichiarato il direttore generale della società di Campagnola di Zevio (Verona), che in questo canale ottiene il 26% del suo fatturato complessivo - riveste una grande importanza per le aziende di produzione in quanto la fornitura di alimenti biologici, spesso affiancata anche da iniziative di educazione alimentare ed ambientale, consente di raggiungere un target molto ampio, composto dai bambini e dai ragazzi che frequentano le scuole e le relative mense, ma anche dalle loro famiglie, formate da genitori e nonni. Ogni giorno Brio rifornisce poco meno di 650 plessi, distribuiti in 12 regioni”.

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Sicurezza alimentare: protocollo di Italmercati Il consiglio di gestione di Italmercati - Rete d’Imprese ha approvato il 'protocollo sui controlli', con linee guida tese a garantire un innalzamento degli standard di sicurezza e di qualità dei prodotti agroalimentari commercializzati, a maggior garanzia e tutela dei consumatori e degli stessi Mercati. Il protocollo - che coinvolge i Centri Agroalimentari aderenti alla Rete: Roma, Milano, Torino, Firenze e Napoli - propone un livello più alto dei controlli rispetto alle norme vigenti allo scopo, tra l’altro, di accrescere il ruolo dei Mercati all’ingrosso quali presidi della sicurezza alimentare e della qualità dei prodotti all’interno del sistema agroalimentare italiano, anche nella prospettiva di una valorizzazione del made in Italy ortofrutticolo sui mercati esteri. Il documento mette in campo un sistema di qualificazione unitario tra i cinque mercati, armonizzando la gestione dei processi di controllo. Ogni Mercato effettuerà i medewww.corriereortofrutticolo.it

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Sistema Dop­Igp, gigante dai piedi d’argilla di Lorenzo Frassoldati L’Italia, come sanno quasi solo gli addetti ai lavori, è leader nel mondo sia per numero di prodotti tutelati, ben 274 dop e igp e 523 vini docg doc e igt, “sia per capacità di contrasto alla contraffazione”. Il ministro Maurizio Martina parla del sistema italiano delle indicazioni geografiche come di un modello sostenibile che dà “risposte concrete alla sfida alimentare”. Quanto alla contraffazione il ministro ricorda “le quasi 600 operazioni internazionali di protezione del Made in Italy agroalimentare in Europa e nel mondo, grazie al nostro modello, unico al mondo, di intervento anche sul web”. La lotta alla contraffazione va di pari passo con la promozione e qui Martina ricorda la partnership con Google “con lo spazio dedicato ai prodotti Dop e Igp italiani” e il piano di promozione “per l’agroalimentare di qualità Made in Italy che non ha precedenti, con una forte strategia di attacco all’Italian sounding”. Tutto bene. Non sappiamo se sia il clima di euforia che ha circondato l’Expo a creare cortine di fumo dentro cui evaporano i veri problemi. Il sistema italiano delle Dop e Igp - che nessuno vuole metter in discussione come strumento prezioso per valorizzare le produzioni agricole e agroalimentari di qualità di un territorio - è però afflitto da problemi che si chiamano: elefantiasi burocratica, scarsa efficienza commerciale, sottoutilizzo dei marchi, malfunzionamento dei Consorzi di tutela. Mali che nel caso dell’ortofrutta sono alla luce del sole: il prodotto certificato Igp rispetto a quello standard è inferiore all’1% nel caso delle pesche e nettarine di Romagna, così per la pera Igp dell’Emilia-Romagna, mentre sale al 6,5% - una delle percentuali più elevate – per la patata di Bologna Dop. E così per tanti altri prodotti. In

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sostanza siamo di fronte a potenzialità largamente inespresse con marchi che rappresentano minime percentuali di prodotto e che lasciano il tempo che trovano sul mercato. E che non sono in grado di influenzare il corso dei prezzi perché privi di una vera organizzazione commerciale e di marketing dietro. Ovviamente ci sono eccezioni, come nel caso dei Consorzi dei radicchi veneti,grazie alla capacità e allo spirito di squadra di un gruppo dirigente all’altezza, ma il quadro medio è alquanto desolante. E, si badi, se usciamo dal settore ortofrutta e osserviamo i ‘campioni’ del paniere Dop-Igp, ci accorgiamo che la gestione dei marchi affidata ai Consorzi quasi sempre non ha incrementato il valore dei marchi stessi ma li ha banalizzati e impoveriti, con le conseguenze del caso: scarsa remunerazione del prodotto all’origine, dipendenza totale dai diktat e dalle politiche giugulatorie della Gdo, scarsa penetrazione commerciale sui mercati esteri. Il ministro dovrebbe sapere che non è tutto oro quello che luccica e che da tempo sono sul tavolo proposte per rivedere le regole del nostro sistema dei marchi di origine e qualità proprio per renderlo più rispondente alle esigenze del mondo produttivo. L’attuale sistema, in particolare per l’ortofrutta, è una scatola semivuota, un gigante dai piedi d’argilla. Nicchie produttive di alta qualità che in molti casi faticano a stare sul mercato, costi burocratici della filiera inaccessibili ai più, nessuna massa critica, scarse se non inesistenti politiche di marketing, gestione dei Consorzi senza riscontri in termini di obiettivi/risultati. Invece di baloccarsi con la retorica delle eccellenze e dell’autocelebrazione, bisogna rimettere mano alle regole proprio per valorizzare questo paniere di eccellenze che sono come i nostri beni culturali: unici al mondo ma ampiamente malgestiti. Da noi.

simi controlli al suo interno con propri tecnici o avvalendosi di figure professionali esterne. “Si tratta di un passo importante afferma il presidente di Italmercati Fabio Massimo Pallottini - sulla strada della condivisione di linee guida comuni a tutti i Centri della nostra Rete. Nel caso specifico, si tratta di condividere in modo uniforme la gestione delle operazioni di controllo alzando l’asticella della qualità e della sicurezza alimentare, e mettendo in sinergia le competenze. Si tratta anche - e forse per questo è ancora più importante - di un primo passo essenziale per qualunque politica di valorizzazione, a partire dalla creazione di un marchio di garanzia e tutela riconoscibile da parte del consumatore finale”.

I grossisti piemontesi studiano il modello Barça Barcellona movimenta in un anno più ortofrutta di mercati più grandi come Parigi Rungis, Londra New Covent Garden e Madrid, grazie alla sua organizzazione polivalente e all’efficienza dei suoi servizi. Sono un milione 800 mila le tonnellate di ortofrutta commercializzate nel Mercabarna negli ultimi dodici mesi, di cui almeno il 35% - 650 mila tonnellate circa destinate ai mercati esteri. Lo ha detto il direttore generale del Mercabarna Josep Tejedo ricevendo la delegazione diAPGO Torino (l’Associazione Piemontese dei Grossisti di Ortofrutta) che ha visitato il mercato catalano e di cui facevano parte, con il presidente Ottavio Guala, gli imprenditori Luca Battaglio, Franco ed Eraldo Fogliati, Carlo Quirico, Vittorio Rovetta, Lorenzo Cuniberto, il commercialista Mario Bruzzo, facenti parte della presidenza APGO, e l’assessore al Commercio e al Lavoro del Comune di Torino Domenico Mangone. Ottobre 2015


Tra i fattori di successo del Mercabarna è senza dubbio l’orario diurno, che ha permesso alle 170 aziende grossiste operanti al suo interno di intercettare nuovi clienti, di dialogare in tempo reale con i buyers della media e grande distribuzione senza perdere i clienti tradizionali. Questo aspetto è stato l’elemento di maggiore interesse per la delegazione torinese, l’origine stessa della missione, perché al CAAT, Centro agroalimentare di Torino, si sta ragionando sul trasferimento delle attività di mercato dalla notte al giorno, in tempi e modi che sono ancora tutti da stabilire, dopo l’intesa sul lavoro raggiunta con gli addetti alla movimentazione. A Barcellona il Mercato apre alle 9 del mattino, con l’accesso dei camion per le operazioni di scarico della merce in entrata (fino alle 12), e chiude alle 18, con le operazioni di carico che sono aperte tassativamente solo dalle 12. Le contrattazioni aprono comunque alle 9 e proseguono fino a chiusura. La distribuzione tradizionale della metropoli catalana, che 20 anni fa si riforniva di notte per vendere prodotto fresco fin dal primo mattino, adesso si è organizzata per rifornirsi alla sera per il giorno dopo senza che il prodotto perda in freschezza. All’inizio il cambio di orario è stato per questi clienti traumatico, come ha riconosciuto il direttore dell’Associazione Grossisti del Mercabarna (AGEM) Antoni Marrugat, anche perché il cambio è avvenuto senza gradualità, ma nel tempo è stato assorbito Ottobre 2015

molto bene e oggi un po’ tutti risentono degli effetti positivi del lavoro diurno che ha permesso alle aziende grossiste di attirare nuove risorse professionali, anche nell’ambito delle famiglie dei proprietari, un tempo allontanate dai disagi di un’attività prevalentemente notturna. Mercabarca è per il 51% di proprietà del Comune di Barcellona, per il 35% di Mercasa e per il 14% della Regione ma ha una gestione privatistica. Alcune funzioni burocratiche e di controllo sono demandate ad organi esterni: comunali, regionali e statali mentre l’amministrazione del Mercato è concentrata nell’agevolare al massimo la funzione commerciale e l’attività degli operatori. Mercabarna una vera e propria città, basti pensare che al suo interno operano 24 tra ristoranti e bar. Dista due chilometri dal porto e altrettanti dall’aeroporto di Barcellona. Ogni giorno entrano al Mercato 14 mila mezzi tra auto, furgoni e camion e sono presenti mediamente 23 mila persone tra grossisti, fornitori, clienti, personale di servizio. E’ una città aperta in cui ognuno è tenuto a rispettare le regole e ad assumersi le proprie responsabilità ma in cui ognuno può entrare pagando il biglietto a uno dei cancelli d’ingresso (un po’ come in autostrada). La facilità di accesso è, insieme alla forte propensione all’export e all’orario diurno, un altro elemento di successo del Mercato. Ristoratori e baristi della capitale catalana accedono ogni giorno a

rifornirsi dalle oltre 80 aziende operanti nell’horeca. All’interno, anche tre piattaforme di supermercati. I grossisti hanno a disposizione 800 mila metri cubi di celle frigo, clienti e fornitori poco meno di 500 posteggi. Ma il Mercabarna offre anche servizi avanzati, come corsi professionali di aggiornamento per tutte le categorie operanti nel Mercato: una formazione mirata ha permesso ai grossisti di aumentare le quote export. Offre inoltre consulenza e collaborazione ad altri Mercati, sia all’interno dei 23 Mercati spagnoli del sistema Mercasa, sia - come ha sottolineato il direttore generale Tejero - a Mercati stranieri di vari continenti, Cina compresa. La delegazione torinese ha ricevuto importanti spunti di riflessione. Il presidente di APGO Ottavio Guala ha così commentato: “Faremo tesoro di quanto abbiamo visto e sentito a Barcellona"

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Uva da tavola: in Basilicata arrivano i canadesi Incontro a tre per un obiettivo ambizioso: avviare la stretta collaborazione fra Italia e Canada sul fronte della commercializzazione dell'uva da tavola. Il 13 ottobre nella sala meeting dell'azienda Nicofruit di Scanzano Jonico (Matera), associata storica dell'organizzazione di produttori Asso Fruit Italia, istituzioni, tecnici, Op e una delegazione canadese hanno avviato l'importante percorso che porterà al consolidamento dei rapporti. Francesco Nicodemo e il direttore generale Assofruit Andrea Badursi, in una dichiarazione congiunta, si sono così espressi: "Si tratta di un primo passo importante di un percorso avviato un paio di anni fa con Giacomo Suglia, presidente Apeo (Associazione Pugliese Esportatori Ortofrutticoli); accogliamo con entusiasmo la possibilità di avviare www.corriereortofrutticolo.it

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scambi importanti con il mercato canadese. Noi faremo la nostra parte e confidiamo nella solerte risposta delle istituzioni che hanno un ruolo importante e siamo sicuri sapranno interpretarlo nella maniera più efficace e concreta. Aprire le frontiere commerciali è senza dubbio un'opportunità per le aziende ma lo è per tutto il tessuto produttivo regionale". Presidente e Dg hanno poi aggiunto: "Con i funzionari ministeriali canadesi, Martin Damus (fitopatologo) e Dominique Pellettier (agronomo) abbiamo avuto un confronto sereno e avviato fattivamente il rapporto conoscitivo, hanno visitato i magazzini in cui in questo periodo avviene l'impacchettamento e la lavorazione complessiva dell'uva". L'assessore regionale all'agricoltura, Luca Braia, ha detto: "Siamo pronti a prestare la massima attenzione e a dare la massima assistenza tecnica alle aziende che vorranno, dopo la firma dei protocolli tra i governi, intraprendere rapporti commerciali con Canada".

La prima volta a Roma per l’insegna ‘Vivo’ E' stato aperto a Roma, in via Giovanni Pontano 1, quartiere Talenti, il primo supermercato "Vivo" del Lazio. L'insegna di proprietà del Consorzio C3, sul territorio regionale è gestito dal Gruppo Maiorana e punta a realizzare negozi di prossimità contraddistinti da convenienza, qualità e servizio. I supermercati hanno un assortimento funzionale alla spesa quotidiana con costanti e

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diffuse convenienze di prezzo che esaltano il valore aggiunto di "Vivo". L'insegna soprattutto nei freschi e nei freschissimi vuol mostrare il meglio della tradizione alimentare made in Italy e di quella specificatamente territoriale. Il primo Supermercato “Vivo” a Roma è di circa 200 metri quadrati, due casse, con un layout accattivante e un percorso che valorizza la personalizzazione della spesa. Nei prossimi mesi Maiorana aprirà nel Lazio nuovi punti vendita per consolidare l'insegna "Vivo”. L'insegna ha in tutta Italia oltre 100 punti vendita aperti dagli associati al Consorzio C3, la centrale acquisti milanese di cui Maggiorino Maiorana è presidente.

Coop Alleanza 3.0 scommette sulla crescita nel Mezzogiorno L’insegna Coop Alleanza 3.0, dal primo gennaio 2016 sostituirà quelle di Adriatica, Estense e Nordest in 419 negozi, 12 regioni e sulle divise di 22 mila dipendenti. Un gigante a tre teste: Adriano Turrini (Adriatica), Paolo Cattabiani (Nordest) e Mario Zucchelli (Estense, che lascerà il posto a Massimo Ferrari). I tre, intervistati su QN, Quotidiano nazionale, parlano con una sola voce e rivelano le strategie del nuovo colosso. Sui motivi della riuscita dell'operazione spiegano: "Il bello di una unificazione è che possiamo guardare ai risultati altrui non per contrastarli ma per farli nostri. Prendere il buono di ognuna delle tre cooperative per diventare più competitivi". Riguardo alla competitività con al-

tre catene come Auchan, Carrefour, Esselunga, Conad affermano chiaramente che "nel nostro perimetro geografico, il più presente è certamente Conad. È a loro che guardiamo, in un’ottica di sana competizione". Il settore di riferimento sono gli ipermercati, che per molti sono superati... "Se avessimo ritenuto superato il modello di vendita che ad oggi genera la metà dei nostri profitti non ci saremmo uniti ma, piuttosto, avremmo guardato altrove. Invece i dati ci dicono che i nostri iper perdono meno di quelli altrui e i nostri centri commerciali hanno visto crescere le presenze nel 2015. Partendo da qui, faremo insieme quello che finora facevamo separatamente: lavorare a un nuovo modello di ipermercato dove l’acquisto di beni faccia il paio con quello dei servizi". Un riferimento va anche a Esselunga, poco più grande della nuova realtà ma che genera il doppio dei fatturati. "Loro sono molto bravi in ottica di redditività, e noi ci uniamo anche per ottimizzare i nostri costi. L’aumento di marginalità non è mai stato il nostro primo obiettivo. Siamo imprenditori, certo, ma abbiamo una responsabilità sociale che forse gli altri non sentono allo stesso modo. Sappiamo ad esempio anche noi che un punto vendita sull’Appennino è molto meno redditizio. Ma è anche un punto di riferimento per molti consumatori, soprattutto anziani. Ecco, questo aspetto noi non potremo mai sacrificarlo".

Indagine Conad: clienti sempre più attenti all’ambiente A chi ancora vede regole e buone pratiche di sostenibilità ambientale come un fattore limitante per il business rispondono i recenti dati Conad. Il retailer ha infatti presentato i risultati di un’indagine svolta tra i propri clienti, che conferma il Ottobre 2015


A dicembre missioni in Marocco e a New York con il Corriere primato assoluto di una sensibilità eco-friendly, fattore di coinvolgimento e fidelizzazione. In merito soprattutto all’eliminazione dei tradizionali sacchetti di plastica, passaggio all’epoca discusso, 8 consumatori su 10 dichiarano di non essere più disposti a tornare indietro e uno su tre riutilizza ancora le vecchie borse per fare la spesa, a testimonianza di una generale predisposizione antispreco. Oltre il 50% dei consumatori si serve sempre di una delle borse riutilizzabili Conad o di shopper biodegradabili Mater-Bi, che la catena ad oggi ha distribuito in 250 milioni di esemplari. “Visto che in media un cliente fa la spesa nei punti di vendita Conad 68 volte all’anno, se si servisse sempre di una borsa riutilizzabile, potrebbe risparmiare all’ambiente 1,2 kg di plastica, per quanto biodegradabile, visto che ogni shopper pesa 17 grammi. Ovvero 4.250 tonnellate di plastica, con un risparmio di circa 10 mila tonnellate di CO2”, sottolinea il direttore marketing canali distributivi Conad Alberto Moretti.

Don Camillo scommette sui meloni del Senegal L'Agricola Don Camillo punta all'Africa. Il gruppo di Brescello (Reggio Emilia) ha stretto infatti una partnership strategica con l'azienda francese Soldive. L'accordo in esclusiva prevede la produzione in Senegal di 10 mila quintali di meloni a partire dal 15 febbraio 2016. Il prodotto verrà lavorato in loco dall'impresa transalpina con la supervisione di alcuni rappreOttobre 2015

Un fitto calendario di missioni all’estero rivolte al settore ortofrutticolo e alla sua filiera sono state predisposte da Omnibus Comunicazione, la società di servizi che fa parte del gruppo editoriale Gemma Editco che pubblica il Corriere Ortofrutticolo. In particolare, entro la fine di quest’anno sono programmate due missioni economiche aperte ai nostri lettori a particolari condizioni di favore. La prima missione ha per méta Agadir e dintorni, dunque il cuore del Marocco ortofrutticolo, e si svolgerà dal 2 al 6 dicembre in collaborazione con Sifel Maroc, la tradizionale fiera ortofrutticola marocchina in calendario dal 3 al 6 dello stesso mese. La missione prevede incontri B2B e visite aziendali, con opzioni a parte per coloro che fossero interessati ad una presenza in fiera nell’ambito della collettiva italiana. Il focus è dunque sulle aziende interessate ad importazioni dirette dal Marocco, su esportatori di mele e kiwi e sui fornitori di servizi e tecnologie. Il costo di adesione, viaggio e albergo compresi, è di euro 1.600 (per il secondo partecipante di una stessa azienda euro 800). La seconda missione ha per méta New York e si svolgerà dal 13 al 16 dicembre. E’ prevista per la giornata di lunedì 14 dicembre una visita guidata al Mercato all’Ingrosso di New York, il più grande del mondo, con un incontro con i dirigenti e con incontri B2B con i grossisti inte-

ressati alle importazioni dall’Italia nel pomeriggio. Martedì 15 dicembre sono previsti incontri con distributori di New York e visite guidate all’interno di punti vendita di diverso format. La missione si rivolge dunque agli esportatori di ortofrutta desiderosi di lanciarsi o di incrementare la propria presenza sul mercato della metropoli americana, testa di ponte per gli US, ma può anche coinvolgere dirigenti dei Mercati all’Ingrosso italiani che vogliano entrare in contatto con i colleghi newyorkesi (possono essere organizzati incontri appositi per questo target). La missione a New York si svolgerà nel contesto magico di una città già investita dall’atmosfera natalizia che a New York è davvero speciale. Il costo di adesione, viaggio e albergo compresi, è di euro 1.800 (per il secondo partecipante di una stessa azienda euro 900). Il calendario delle missioni del primo semestre 2016 sarà diffuso entro fine di novembre. Per contatti e maggiori informazioni: info@omnibuscomunicazione.net

sentanti di Don Camillo. Saranno 50 i container di merce che arriveranno nel quartier generale della Don Camillo a Brescello: 12 via aereo e i restanti 38 via terra e mare. Da qui il prodotto verrà distribuito sul mercato interno e nei

Paesi esteri limitrofi all'Italia (tra cui Svizzera, Austria, Germania). La produzione senegalese proseguirà fino ad aprile. Ettore Cagna, presidente di Don Camillo: “Siamo soddisfatti per l'accordo raggiunto”. www.corriereortofrutticolo.it

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Macfrut 2015 si è svolto in un clima di entusiasmo senza precedenti

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A Rimini buona la prima "Bisogna pensare in alto, mai in basso. Il settore dell'ortofrutta deve vedere il futuro con ottimismo. E' necessario crederci". Queste parole di Paolo De Castro, parlamentare europeo, già presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale dell'Unione Europea, intervenuto all'inaugurazione del Macfrut 2015 di Rimini, sintetizzano il clima di fiducia che si è respirato già il 23 settembre, nella prima giornata della fiera, giunta alle 32esima edizione, la prima nel capoluogo della Riviera romagnola. All'inaugurazione hanno partecipato il patron Renzo Piraccini, il presidente della Fiera di Rimini Lorenzo Cagnoni, il viceministro per le Politiche agricole Andrea Olivero, i sindaci di Cesena Paolo Lucchi e di Rimini Andrea Gnassi.

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Il trasferimento di sede e la spinta organizzativa impressa dal presidente Renzo Piraccini hanno portato i loro frutti. Illustrato l’accordo con Fruit Attraction Lorenzo Cagnoni ha sottolineato come “il Macfrut sia il frutto di un'operazione sinergica, un esempio ben riuscito di dialogo tra due territori”. “La storia delle fiere nel nostro Paese - ha proseguito - qualche volta purtroppo è fatta di competizione e di tensioni. Quest'edizione di Macfrut propone una novità che speriamo faccia da esempio in Italia”. Più nei dettagli è entrato Renzo Piraccini, presidente della Fiera di Cesena. “Ci sono indicatori che ci fanno ben sperare. Quest'anno gli espositori sono passati da 800 a oltre 1000, e uno su cinque proviene dall'estero in rappre-

sentanza di 30 Paesi stranieri. Sono oltre 350 i buyers e l'area fieristica è passata dai 20mila metri quadrati dell'edizione precedente ai 33mila nella Fiera di Rimini”. Piraccini ha anche commentato la decisione di Fiera Milano di rimandare Fruit Innovation al 2017 in abbinamento con TuttoFood, notizia annunciata proprio il 23 settembre, poco prima dell’inaugurazione di Macfrut: "Una buona notizia non solo per noi ma per l'intero settore ortofrutticolo”. Nel pomeriggio del 23 settembre è stato illustrato l’accordo strate-

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Verona rilancia, a Ferrara scalda i motori Interpera Si parla di ricompattare il sistema fieristico nazionale ma la Fiera di Verona non molla la presa sul settore ortofrutta e si prepara ad organizzare un nuovo salone: Fruit&Veg System che è stato inserito in calendario dal 16 al 18 marzo 2016 nella cittĂ scaligera. La manifestazione prende il posto di una precedente iniziativa (Fruit Gourmet Expo) che era stata programmata per il 2015 ma poi sospesa anche a causa dell’affollamento nello stesso anno di tre iniziative fieristiche tra Milano, Rimini e Verona appunto. Durante il Macfrut di Rimini un incaricato della nuova iniziativa veronese girava tra gli stand a promuovere l’evento che avrebbe cadenza annuale e che si propone - spiega un depliant informativo - come “una innovativa piattaforma globale B2B in cui il Sistema Mediterraneo si apre al mercato mondialeâ€?. Il tema del Mediterraneo e della Dieta mediterranea è al centro del concept del nuovo salone che punta anche a realizzare un Osservatorio economico stabile “in partnership con universitĂ  e societĂ  di ricerca per analizzare le

tendenze dei consumi sui nuovi mercati e orientare gli operatori�. Partner della Fiera di Verona in Fruit&Veg System è la società AgriFood Consulting di Verona che nel mese di ottobre ha compiuto un gran lavoro per mettere a punto il progetto e realizzare un network che possa sostenerlo. Intanto scalda i motori la nuovissima iniziativa di Ferrara: FuturPera, che a Macfrut è stata ospitata negli spazi del CSO. Futur-

Pera, in calendario dal 19 al 21 novembre prossimi, è promossa da Ferrara Fiere e da Oi Pera e può contare su tre main sponsor: Cassa di Risparmio di Cento, Camera di Commercio di Ferrara e A&A. Insieme a Futurpera si terrà il congresso mondiale Interpera, che attira ricercatori e speiclaisti di diversi Paesi, e che darà alla neonata manifestazione una sicura valenza internazionale.

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Renzo Piraccini, presidente Macfrut

operatori a livello globale”. La prima edizione di Mac Fruit Attraction si terrà a maggio 2016 al Cairo, nel più vasto ambito di Food Africa. "Si tratta - ha affermato Kamal Ayub di Food Africa - della location perfetta per il lancio della nuova iniziativa”. Insomma, a Rimini si è respirato, dall’inizio alla fine, un clima di entusiasmo. A conclusione dei tre giorni di fiera questo il dato su Macfrut 2015 diffuso dagli organizzatori: 39 mila i visitatori, numero mai raggiunto nei 32 anni di storia della manifestazione organizzata da Cesena Fiera. "Al di là dei numeri in crescita - si è letto su un comunicato - è la qualità dei visitatori che rende l’idea della svolta di Macfrut: un visita-

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E se fosse finita la “guerra delle fiere”? di Lorenzo Frassoldati E’ finita la guerra delle fiere? Ci chiedevamo il 24 settembre scorso al secondo giorno di Macfrut a Rimini. Oggi a più di un mese di distanza confermiamo: sull’asse Cesena-Milano si tratta per giungere nel 2017 ad un unico evento fieristico nazionale. Le altre grandi novità, parliamo del 2017, potrebbero essere la data (anticipata a maggio) e la sede (la fiera di Milano) con l’ipotesi sempre più probabile della alternanza: un anno Milano e l’altro Rimini. Intanto Cesena Fiera e il suo presidente Renzo Piraccini hanno confermato Rimini come location per l’edizione 2016 di Macfrut con la novità dell’anticipo della data che sarà 1416 settembre (una settimana prima rispetto all’edizione 2015) anche per non arrivare troppo a ridosso del salone madrileno Fruit Attraction che a sua volta anticipa. Si tratta, dicevamo, con Fiera Milano divenuta proprietaria del marchio Fruit Innovation, il salone milanese che nel 2016 non si farà e che è stato calendarizzato per maggio 2017 in abbinata con Tuttofood. Del destino di Fruit Innovation – che intanto viene promosso in diverse sedi internazionali - si parlerà nella Cabina di regia prevista ai primi di novembre che si riunirà sotto la presidenza di Francesco Pugliese, che ha assunto il ruolo di grande mediatore tra Cesena e Milano. Non è escluso che il marchio Fruit Innovation in un qualche modo venga recuperato e possa sopravvivere anche se pare sarà Macfrut, ossia Cesena Fiera, a tenere le redini del nuovo evento nazionale possibile nel 2017. L’obiettivo di queste grandi manovre è “ricompattare il sistema” per lanciare un guanto di sfida a Madrid e Berlino e per non regalare su un piatto d’argento tutto il sistema ‘ortofrutta Italia’ a Fruit Attraction o a Fruit Logistica. Una sfida impegnativa che si gioca attorno al tema del-

FIERE

gico tra la Cesena Fiera e la Fiera di Madrid: una partnership volta a dare vita a Mac Fruit Attraction, nuovo brand creato con l’obiettivo di sostenere eventi e manifestazioni del settore in mercati considerati chiave. “Macfrut rappresenta il miglior partner possibile per Fruit Attraction per diversi motivi”, ha spiegato Raul Calleja, direttore di Fruit Attraction. “Tra questi: il respiro internazionale della fiera riminese, la lunga storia del Macfrut oltre al ruolo che ricopre all’interno del panorama mondiale, e la volontà dell’organizzazione di crescere e migliorarsi. Mac Fruit Attraction nasce per rispondere alle necessità di internazionalizzare e per promuovere l’incontro tra gli

l’internazionalizzazione. Di questo Renzo Piraccini, presidente di Cesena Fiera, è consapevole: “Siamo molto soddisfatti dei risultati di Macfrut 2015, ma lo consideriamo solo l’inizio di un progetto di rilancio al servizio della filiera ortofrutticola italiana”, dice. In vista dell’edizione 2016 si lavora pertanto sul respiro internazionale del salone: rafforzamento dell’ufficio estero di Cesena Fiera con l’assunzione di due nuove persone, promozione di Macfrut nelle più importanti fiere mondiali del settore agroalimentare e missioni commerciali nei più importanti paesi produttori di ortofrutta. Il focus principale rimane l’Est Europa e il bacino del Mediterraneo ma una particolare attenzione verrà dedicata all’Iran, ai nuovi Paesi produttori emergenti e ai nuovi mercati di consumo. Insomma, una volta accertato che la scommessa su Rimini si è rivelata vincente, Piraccini è il primo ad essere consapevole che non ci si può fermare lì, che certamente Milano è una sede con un appeal europeo e internazionale superiore a Rimini, che la strada per competere con Berlino o con Madrid è ancora lunga e che serviranno altre scelte coraggiose. Una di queste è certamente l’alleanza con Madrid per un network fieristico globale (una operazione di ‘centralità mediterranea’, l’ha definita De Castro) che intanto farà nascere un salone al Cairo (Mac Fruit Attraction) nel maggio 2016 in abbinata con Food Africa, poi si vedrà (Sud America, Asia le altre aree di interesse). Due fiere in competizione fra loro ma che scelgono di esplorare assieme nuovi mercati. Un bell’esempio di sinergia costruttiva per crescere con reciproco vantaggio e senza farsi male a vicenda. Infine Verona. La fiera scaligera non demorde e ha messo in campo Fruit&Veg System (16-18 marzo 2016). Al momento è solo una ipotesi, poi si vedrà.

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Fruit Innovation nel 2017 in abbinamento a Tuttofood Fruit Innovation slitta al 2017 in abbinamento a Tuttofood. La notizia è stata diffusa con un comunicato di Fiera Milano emesso proprio nel giorno di inaugurazione di Macfrut in modo che non passasse inosservato. E così è stato. Questo il testo diffuso da Fiera Milano: "Fruit Innovation, la mostra professionale lanciata lo scorso maggio a Fiera Milano nell’ambito del “sistema” IpackIma, evento leader nelle tecnologie di processo e packaging, cambia cadenza e contesto. La prossima edizione avrà infatti luogo dall’8 al 10 maggio 2017 (e non come inizialmente previsto nel maggio del 2016) e avverrà nell’ambito di Tuttofood, la grande manifestazione B2B di Fiera Milano dedicata all’alimentare". “E’ una decisione condivisa dalla cabina di regia della mostra e presa dopo approfondita riflessione” dichiara l’amministratore delegato di Fiera Milano Corrado Peraboni. “Lo spostamento al 2017 garantirà a Fruit Innovation, il cui debutto è stato positivo, prospettive di crescita ancor più solide. Con l’inserimento in Tuttofood - un contesto che per caratteristiche merceologiche e pubblico professionale si adatta perfettamente alla manifestazione - Fruit Innovation godrà di un traino importante, data la posizione leader ormai conquistata dalla nostra mostra del food. Inoltre in questo modo daremo a Fruit Innovation la miglior visibilità internazionale possibile. Il

punto di forza e la vera novità di Fruit Innovation, novità subito compresa e molto apprezzata dagli operatori del settore che ne sentivano da tempo la mancanza, è stata la sua vocazione internazionale. Continueremo a far leva sull’internazionalità del progetto, perché l’ortofrutta italiana ne ha un assoluto bisogno. Infatti Tuttofood anche su questo fronte ha realizzato formidabili progressi. Nell’edizione dello scorso maggio i visitatori esteri sono aumentati di quasi l’80%, a fronte di un incremento del 25% di quelli italiani, mentre i top buyer internazionali selezionati sono stati circa 2.100”. “Contestualizzare Fruit Innovation in una manifestazione professionale che quest’anno ha richiamato quasi 80 mila visitatori, per il 30% esteri, significa proiettare il nostro brand a livello internazionale” afferma

Francesco Puglies, presidente di Fruit Innovation e di Associazione Distribuzione Moderna. “Significa anche beneficiare, oltre che dell’interesse degli operatori del comparto, della presenza di buyer internazionali appartenenti ad altre categorie del food, ma comunque interessati all’ortofrutta. Fruit Innovation è nato per funzionare come un pezzo importante della politica economica del Paese nel settore agroindustriale. Credo che l’iniziativa di Fiera Milano sia perfettamente coerente con questo disegno”. Nel mese di ottobre Fruit Innovation 2017 è stata lanciata a livello internazionale all’ANUGA di Colonia ed è presente con uno stand alla Fruit Attraction di Madrid. "Intendiamo dare continuità agli obiettivi già delineati dalla prima edizione di Fruit Innovation - afferma da parte sua Domenico Lunghi, direttore delle manifestazioni food di Fiera Milano con un panorama espositivo che mostri al mercato mondiale le eccellenze della produzione di settore. Sarà un panorama espositivo che punta all'innovazione di prodotto, affiancato da un programma di incontri b2b altamente professionali". Lo staff di Fruit Innovation è al lavoro sulle tappe di avvicinamento all'edizione 2017 mentre proseguono, in assoluta riservatezza, i contatti tra Fiera Milano e Macfrut per arrivare a una edizione unica tra due anni.

tore su cinque arrivava da oltre confine”. “Questo eccezionale risultato è lo specchio di quello che possiamo fare se la filiera rimane unita - ha aggiunto Renzo Piraccini -. Siamo all’inizio di un percorso che porta Macfrut a fiera di caratura internazionale”. A metà ottobre è stata fissata la

data della prossima edizione, che si terrà a Rimini dal 14 al 16 settembre. Renzo Piraccini ha annunciato che ci sarà un rafforzamento dell’ufficio estero di Cesena Fiera con l’assunzione di due nuove persone e che sarà sviluppata una promozione di Macfrut nelle più importanti fiere mon-

diali del settore agroalimentare con missioni commerciali nei più importanti Paesi produttori di ortofrutta. Il focus principale rimane l’Est Europa e il bacino del Mediterraneo ma una particolare attenzione verrà dedicata all’Iran, ai Paesi produttori emergenti e ai nuovi mercati di consumo.

Corrado Peraboni, amministratore delegato di Fiera Milano

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CHRISTIAN POHL. Il biologico autentico in Val Venosta c’è

Quando il bio è una missione Antonio Felice Tornare in Val Venosta è sempre un piacere. Mele, prati, boschi, natura. Lo scopo del ritorno, poi, è verificare una cosa che in questo periodo interessa molti e anche chi scrive: l’autenticità del biologico. Il fenomeno delle produzioni e dei consumi bio sta diventando una tendenza significativa e, soprattutto, le previsioni sono di una   crescita continua. I ‘resistenti’ a poco a poco cedono ma i dubbi nell’opinione pubblica e negli addetti ai lavori rimangono. Gli scandali alimentari, gli allarmi ambientali - che anche in questo paradiso alpino non sono mancati - li alimentano. Ma quassù, 130 impavidi coltivatori sembrano aver preso il bio proprio sul serio, producendo più o meno 25 mila tonnellate di mele biologiche all’anno con il marchio

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Coltivatore di mele organiche dal 1997, Herr Pohl ha fatto dei suoi campi un’opera d’arte. Le sue mele ascoltano musica e vengono raccolte nelle notti di luna piena

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CHI è CHRISTIAN POHL

È nato in un angolo magico della Val Venosta il 17 ottobre del 1951, è sposato dal 1976, ha tre figli maschi e una figlia. ll suo maso si chiama Pohlhof e si trova a Tarsch (Tarres in italiano), su un cono detritico del Monte Tramontana, in territorio di Laces. In passato il Pohlhof conteneva un allevamento e aveva una produzione di albicocche, le famose albicocche venostane, oggi vi si coltivano esclusivamente mele biologiche. Christian lavora con la moglie Annelies e con uno dei quattro figli, il terzogenito Tobias. Sui campi del maso dei Pohl maturano le mele Golden Delicious, Pinova, Red Delicious e Gala, alle quali in un prossimo futuro si aggiungeranno altre varietà rosse. Christian è stato il primo agricoltore di Tarres a convertire la produzione al biologico, a partire dal 1997. Ha frequentato la scuola professionale per la frut-

ticoltura di Laimburg. Le sostanze sintetiche non gli sono mai piaciute mentre non ha mai disdegnato la presenza di erbacce nei suoi campi. “Dobbiamo trattare bene i nostri terreni - dice - per rispetto delle generazioni future”. I suoi frutteti sono però molto particolari, disseminati di sculture da lui realizzate in materiali naturali e di recupero, molte delle quali assolutamente suggestive. Una sorta di antenna provvede “a una migliore ricezione del be-

La mano sapiente di Christian Pohl controlla la fioritura in uno dei suoi meleti nel territorio di Laces. Nelle altre foto, il melicoltore altoatesino in campagna

Bio Val Venosta. Li sorregge la forza di un’organizzazione come Vi.P. che confeziona il prodotto e lo spedisce in tutto il mondo. Produrre bio non è facile ma, tutto sommato, conviene. Leggendo le storie di questi 130 coltivatori di mele nelle schede di BioGraphy ci

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si convince abbastanza. Nomi, volti, storie, località, varietà di mele coltivate: qualcuno ha fatto un lavoro quasi mostruoso di raccolta dati - che l’iniziativa BioGraphy porta in tutte le case di coloro che acquistano una mela Bio Val Venosta - per travolgere

ne dall’alto” e sul suo "albero ancestrale" ha collocato una corona. Definisce le sue mele “raggi di luna piena” perché traggono energia extra dal fatto di essere raccolte nelle notti di luna piena oppure “figlie della musica” perché cresciute ascoltando Bach, Mozart e valzer viennesi. E’ un personaggio assolutamente singolare, autentico, ospitale: un testimonial della nuova agricoltura che recupera un rapporto armonico con la natura per il bene di tutti. qualsiasi resistenza, vincere qualsiasi dubbio sull’autenticità di un biologico vero che fa bene alla salute e all’ambiente. Comunque siamo qui a mettere il dito nella piaga, come San Tommaso, e ad incontrare qualcuno che tutti dicono da queste parti non solo avere fatto del biologico la ‘missione' della sua vita ma si potrebbe addirittura dire una ‘religione’. Siamo in territorio di Laces. La strada dal fondovalle si inerpica fino a Tarsch e, un poco più su, c’è il maso dei Pohl e c’è il suo padrone, Christian Pohl, che ci aspetta. Da casa arriva  un profumino di torta - possiamo immaginare di mele - perché tra un giorno è il suo compleanno, il sessantaquattresimo. - Come e quando è incominciata la sua storia con il biologico? “La mia famiglia viene dall’agricoltura anche se mio padre era il rappresentante di Tarsch nel Comune di Laces e quindi era chiaOttobre 2015


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CHI è

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BIO VAL VENOSTA

"Bio Val Venosta è tra i primi posti in Italia e in Europa come produttore di mele biologiche, sia in termini quantitativi che qualitativi. In grado di garantire ai propri clienti uno standard unico in termini di rintracciabilità, certezza della provenienza e sicurezza, Bio Val Venosta è in grado di coprire la richiesta garantendo il prodotto disponibile 12 mesi all’anno”, spiega Gerhard Eberhöfer, responsabile area Bio del Consorzio Vi.P. La raccolta, iniziata quest’anno

stione del suolo a basso impatto ambientale. La produzione dei soci che si dedicano al biologico viene comunque sottoposta periodicamente a severi controlli, atti a definirne il profilo qualitativo. Il risultato? Mele biologiche autentiche. Il 35% delle mele Bio Val Venosta, pari a circa 7 mila tonnellate, viene venduto in Italia, che è il primo mercato di sbocco. Il secondo mercato è quello scandinavo, dove le attese dei consumatori sono molto elevate. “La Scandinavia - dichiara al Cor-

a fine agosto nelle zone più basse della Val Venosta, è in linea con quella dell’anno scorso e rileva una maggiore pezzatura, con calibri medio-grandi che la poca grandine, che ha interessato la Valle, non ha assolutamente danneggiato. La qualità e la tenuta dei frutti sono, pertanto, molto buone, così come il colore perfetto delle mele rosse, Gala, Pinova, Fuji e Red Delicious, portate a maturazione nella maniera ideale grazie agli sbalzi termici tra il giorno e la notte. I 130 produttori biologici della Val Venosta non solo rispettano le direttive europee ma si attengono anche alle direttive molto più severe delle associazioni Bioland e Demeter. Ciò garantisce la rinuncia assoluta a sostanze chimiche, l’uso di fertilizzanti organici e metodi di ge-

riere Ortofrutticolo Gerhard Eberhöfer - è per noi un mercato in crescita costante, anche del 25-30% all’anno, ma per questa stagione le vendite stanno andando bene anche nel Regno Unito mentre ci potremo avvantaggiare della costante crescita dei consumi bio in Spagna”. Stazionario è il mercato tedesco. La verità è che le garanzie di biologico autentico offerte dalle mele biologiche della grande vallata altoatesina stanno suscitando interesse in tutto il mondo, da Dubai al Brasile, a Israele. Bio Val Venosta produce anche mele a club come la Ambrosia Bio e i suoi uomini sono impegnati nella ricerca dil nuove varietà resistenti alla ticchiolatura, almeno due delle quali già testate e prossima all’immissione sul mercato.

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mato anche a vari incarichi. Nel maso si allevava bestiame e si producevano albicocche come in tanti altri masi della vallata. Tarsh ha circa 500 abitanti. Quand’ero bambino c’era povertà. C’era gente che andava in Germania a piedi a lavorare. Poi è partita l’economia delle mele. Io frequentavo l’istituto di Laimburg ma lavoravo in campagna già a 15-16 anni. Mi piaceva fare l’agricoltore perché mi piace la natura, mi piacciono le piante, gli alberi, anzi dicono che io abbia un rapporto speciale con la natura e hanno ragione. Al biologico mi sono avvicinato un po’ tardi, grazie a mio figlio Martin che avevo mandato a imparare a lavorare in un altro maso. Lì facevano già biologico. Altri dunque sono partiti prima di me in Val Venosta, pochi comunque. Ho capito subito che quella era la mia strada perché è un’agricoltura che rispetta la natura, che vive dei ritmi della natura che è la dimensione più vicina alla mia visione della vita. Non è stato facile comunque. Fare biologico negli Anni Novanta era andare contro corrente. Eravamo 25-30 al massimo in Val Venosta, ora siamo più di 130 e abbiamo una grande organizzazione che ci sorregge”. - Parliamo all’aperto, tra strane sculture che ricordano i totem degli indiani d’America, è mattina e fa abbastanza freddo. Siamo a circa 800 metri, a 1400 c’è la neve. La proprietà è divisa in una decina di appezzamenti, tutti sono pieni di mele e di sculture. Chiedo. Dicono cose piuttosto straordinarie di lei e delle sue mele, ce le può raccontare? “E’ vero che per un’ora al mattino e un’ora alla sera le mie mele bio ascoltano musica. Sono sicuro che fa bene agli alberi e a loro. E’ vero anche che, almeno quando si può, facciamo la raccolta nelle notti di luna piena. Il perché è che credo che così  facendo sia tutto più naturale e che la luna piena dia energia in un momento in cui il frutto viene staccato dalla sua pianta-madre. La scultura è una

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CHI è BIOGRAPHY

Si chiama Progetto “BioGraphy” ed è un vero e proprio contenitore multimediale che racchiude la storia, le testimonianze e tutte le curiosità relative al mondo di Bio Val Venosta. È un progetto ideato da VI.P - Mela Val Venosta per la sua linea di mele biologiche. Obiettivo principale: fornire al consumatore un’informazione trasparente e di forte impatto emozionale sul processo di acquisto di una mela Bio Val Venosta. Natura e uomo sono i protagonisti di questo progetto insieme al produttore e al consumatore, attori di un processo che dalla produzione alla vendita, conta numerose altre fasi, altrettanto importanti, rese note con chiarezza, trasparenza e tracciabilità. BioGraphy, infatti, svela al consumatore chi è il produttore delle sue mele biologiche, assicurando così un acquisto genuino e di qualità.

mia passione, recupero vecchi legni, vecchi pezzi di ferro e dò loro un significato, un significato di armonia con la natura in cui questi pezzi sono collocati, ma anche un significato di collegamento tra il naturale in cui sono immersi e il soprannaturale a cui spesso si rivolgono. In ognuno dei miei dieci appezzamenti o particelle, per esempio, c’è un’antenna che capta il cielo. Lavoro anche sulle pie-

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Come fare per scoprire i segreti del biologico Val Venosta? L’etichetta personalizzata è la chiave: su ogni confezione di prodotto biologico è indicato il riferimento di un produttore venostano. Quindi, collegandosi al sito biography.vip.coop ed inserendo nella homepage il nome e cognome del contadino, si accede direttamente alla sua scheda per risalire facilmente al meleto di provenienza e scoprire da quanta dedizione nasce il prezioso frutto. Inoltre, ogni settimana, la storia di un melicoltore viene evidenziata nella sezione “Piacere Bio!” , in modo da dare voce, a rotazione, a tutti i protagonisti del mondo Bio Val Venosta. Una grande opera di storytelling che viene portata avanti grazie alle testimonianze dei 130 produttori venostani che, in prima linea, raccontano la loro attività, la loro vita, il loro mondo e i prodotti che derivano da tanto impegno e dedizione. Passione, orgoglio, entusiasmo

e soprattutto la qualità del mondo Bio Val Venosta trapelano da ogni testimonianza, da ogni fotografia e dagli aspetti più curiosi e personali che campeggiano nelle bacheche di ciascun coltivatore. Inoltre, ogni utente del sito ha la possibilità di conoscere tutti i melicoltori venostani curiosando nel “Wall” e arrivando sino al backstage, al dietro le quinte, per avvicinarsi ulteriormente al mondo Bio Val Venosta. Infine, la sezione “Il Bio per noi” invita a scoprire i segreti del biologico Val Venosta e a dare un’occhiata al video che, frame dopo frame, mostra come utilizzando solo tecniche di coltivazione naturali, nel pieno rispetto dell’ambiente, si possano offrire mele buone, gustose e ricche di nutrienti. Una filosofia di vita, il biologico, un vero e proprio modo di essere, di coltivare e di concepire il rapporto tra uomo e natura che Mela Bio Val Venosta trasmette in maniera chiara ed emozionale.

tre, gli scrivo sopra messaggi. Sarà considerato bizzarro ma le mie mele ed io ci troviamo bene così”. - Stiamo andando fuori dal nostro capo di osservatori dell’economia ortofrutticola, ma tant’è. Ci facciamo tradurre cosa c’è scritto su una grande pietra davanti a noi, circondata da rose e chiediamo cosa pensa la signora Annelise di un marito così.

“Senza il supporto di mia moglie non farei quello che faccio e la nostra azienda non potrebbe andare avanti. Lei mi sostiene e devo dire che Tobias, il mio terzo figlio, mi dà una mano. Una volta si vergognava quando gli amici gli chiedevano cosa fosse quella musica che arrivava dai campi, ora non più. La frase che abbiamo davanti dice: devi trovare qualcosa che ti piace e non sarà più un lavoro”. Gusto una mela in un bins, è l’ultimo raccolto: è una Pinova, ottima. Prendo informazioni al grande magazzino di Bio Val Venosta: Christian non solo è un ottimo produttore ma si è prestato, su richiesta, a fare da testimonial di Bio Val Venosta nelle promozioni presso i punti vendita, in diverse parti d’Italia. E’ sempre stato un successone. Tutti gli fanno domande. Il bio ha trovato un paladino davvero speciale. Ottobre 2015


ATTUALITÀ

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Dall’uva da tavola il rilancio della cooperazione nel Sud C’è soddisfazione nei vertici di Italia Ortofrutta per la prima campagna uva a marchio “Viviana”. Attraverso il nuovo brand, lanciato in occasione di Fruit Innovation di Milano il maggio scorso, l’Unione nazionale punta alla valorizzazione del prodotto, attraverso numeri importanti: 5 mila ettari coltivati per una produzione di 120 mila tonnellate sviluppata da 351 produttori aderenti a 12 organizzazioni di produttori facenti parte di Italia Ortofrutta per un valore stimato di 119 milioni di euro. La distribuzione è avvenuta sia nella gdo che all’ingrosso. “L’uva che stiamo distribuendo ha mantenuto un livello qualitativo adeguato e corrispondente al capitolato sottoscritto da tutte le Op, che continuano a collaborare sinergicamente per garantire non solo l’alto livello di un prodotto made in Italy, ma anche un continuo approvvigionamento a scaffale, dato fondamentale per la gdo e reso possibile dalla struttura vincente a capo del progetto Viviana”, spiegano all'Unione nazionale. L’ottimo riscontro che il marchio sta ottenendo all’interno delle catene distributive secondo Italia Ortofrutta “è legato

Il progetto di Italia Ortofrutta si è concretamente in pochi mesi trasformato in successo commerciale. Coinvolti 351 produttori con 5 mila ettari e una produzione di 120 mila tonnellate

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Viviana, simbolo di una svolta delle Unioni di Lorenzo Frassoldati Un marchio per rendere riconoscibile e valorizzare al meglio il prodotto dei soci. Non è una novità per il mondo delle imprese private e cooperative, è una grossa novità per le unioni di prodotto. La svolta la sta facendo Italia Ortofrutta e l’ha presentata in occasione della sua recente assemblea nazionale a Roma nel corso di un seminario su "La valorizzazione dell'ortofrutta attraverso la politica di marca". Il progetto riguarda l’uva da tavola e si chiama ‘Viviana’ il brand sotto cui 12 Op tra Puglia, Sicilia, Campania, Basilicata commercializzano con un unico nome e un unico marchio uve da tavola bianche, rosse e nere, con e senza semi, per dare alla Gdo e ai mercati prodotti di territorio, con elevati standard qualitativi, con filiera controllata e tracciabile e con quantità tali (120.000 tons) da garantire puntualità e continuità nelle forniture. L’obiettivo dell’innovativo progetto lo ha detto con franchezza Vincenzo Falconi, direttore di Italia Ortofrutta: “Non puntiamo a promuovere genericamente i consumi o valorizzare il prodotto in maniera indifferenziata, ma a valorizzare in specifico il prodotto dei soci, a farne vendere di più, a migliorare prezzi e redditività. In sintesi rendere i nostri soci proprietari non solo di un prodotto ma di un marchio, che oggi è il vero valore aggiunto che il mercato riconosce”. Tutto molto semplice ma anche molto nuovo, perché Viviana è non è uno dei tanti marchi oggi in circolazione (spesso con poco prodotto dietro) ma un marchio forte con dietro una grande organizzazione che garanti-

sce qualità e quantità. Sicuramente si apre una nuova frontiera per le Unioni di prodotto che così diversificano la loro mission orientandola verso il mercato. Una funzione ‘benedetta’ anche dal ministero nella persona del capo della segreteria tecnica del Dipartimento delle politiche competitive Giovanni di Genova. Una nuova frontiera che va esplorata e ‘testata’ e che porta le Unioni a fare qualcosa di più e di diverso rispetto alle loro tradizionali funzioni di rappresentanza sindacale delle Op associate e della assistenza nella redazione dei programmi operativi. Un percorso nuovo che punta a far vendere più prodotto, a prezzi più remunerativi, che valorizza il modello di aggregazioni “a rete”, che assieme alla Gdo – chiamata ad una partnership vera – vuole educare il consumatore e fargli capire cosa compra e a che prezzo. Perché – come ha spiegato il prof. Daniele Tirelli nella sua brillantissima relazione – “ormai i prezzi non rappresentano più la qualità del prodotto, risultano totalmente slegati”. Il consumatore è sempre più disorientato e non sapendo che fare si rifugia nella sola arma che ha a disposizione: il non acquisto. Fare cultura, educare, spiegare (e qui arriva la Bayer col suo progetto ‘Coltura&Cultura’,che è anche un sito): serve più che mai una strategia globale di comunicazione dell’ortofrutta. Anche qui niente di nuovo: lo diciamo (e lo scriviamo) da anni. Da commodity (che è) l’ortofrutta deve diventare una speciality, un prodotto ricco di valori di ogni tipo, che genera emozioni. La strada che ha percorso il vino. Una strada lunga e tortuosa, ma che va intrapresa. Viviana è un buon punto di partenza.

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Comunicare, chiave importante del successo Francesca Ciancio Soluzioni per rendere accattivante l'ortofrutta. Perché e come. L'Unione nazionale Italia Ortofrutta è tornata sul tema della comunicazione legata alla promozione del comparto e lo ha fatto con un convegno svoltosi il 9 ottobre a Roma dal titolo "La valorizzazione dell'ortofrutta attraverso la politica di marca", moderato dal direttore del Corriere Ortofrutticolo Lorenzo Frassoldati. E' stato Gennaro Velardo, presidente dell'Unione, organizzatrice dell'iniziativa, a prendere la parola per primo, sottolineando come il 2015 sia stato l'anno delle fiere ortofrutticole, tese a cercare strumenti utili alla riconoscibilità delle imprese. "Il vino spiega Velardo - rimane un comparto di riferimento, fortemente riconoscibile e che ha in sé un'aura di prestigio che ricade innanzitutto sui produttori, cosa che non accade per l'ortofrutta. La frutta rimane una commodity che non genera le emozioni che suscita il vino. Bisogna cambiare questa percezione". L'intervento di Daniele Tirelli, professore all'Università Statale di Milano, ha sviluppato il tema della cultura del consumo: "Oggi i prezzi praticati al pubblico non rappresentano la qualità. La strada invece è quella di offrire un alto standard qualitativo diffuso e non giocare sulle cifre. I consumi calano perché io abituo i miei ragazzi a bere succo di arancia, invece di consumare il frutto. Manca familiarità con i prodotti. Altro esempio: pensiamo al successo delle bacche - come quelle di goji - provenienti dai posti più remoti. Vengono vendute care. Perché non si riesce a fare lo stesso con l'uva ? In

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America i retailers spiegano caso per caso le differenze di prodotto che vendono". Paola Sidoti ha rappresentato la voce della multinazionale Bayer Crop Science che, con una complessa e importante attività editoriale, sta cercando di dar voce ai protagonisti dell' agricoltura. La collana di 15 volumi di Coltura&Cultura sta cambiando veste: continuerà infatti a svilupparsi sul web secondo i principi della crossmedialità e, prendendo in prestito dal noto mondo delle ricette il format, si è lanciata in una serialità video, dedicata non all'elaborazione di piatti, ma alla spiegazione degli ingredienti, quindi sul come nasce quello che mangiamo. I risultati sembrano dar ragione a questa scelta: più di 300 mila visitatori dal varo del sito, oltre 9000 like alla pagina fan e visualizzazioni video in crescita. Protagonista dei video è l'agronomo-divulgatore Duccio Caccioni, che ha detto: "Lo scarso appeal dell'ortofrutta è da addebitare in gran parte alla grande distribuzione che propone il solito modello massificato, con scarso impegno sull'informazione. Eppure frutta e verdura potrebbero - e dovrebbero - puntare sul tema del salutismo, un concetto evergreen da decenni. Penso anche al successo all'estero - US in particolare - delle campagne Real Food, il cibo vero dove il piccolo produttore di cipolle o di aglio ci mette la faccia e spiega le sue ragioni tramite tabelloni e punti informativi". Passando a un esempio di best practise, Vincenzo Falconi, direttore di Italia Ortofrutta, è tornato sul progetto Viviana: "È un'iniziativa che crea una nuova sinergia tra produzione e distribuzione".

all’opportunità di informazione rivolta al consumatore. L'uva Viviana infatti si presenta negli scaffali dei supermercati con un vestito che la rende perfettamente riconoscibile agli occhi dei clienti che la incontrano: cassette personalizzate, folder con dati su coltivazione, qualità e reperibilità della varietà di uva scelta e, infine, ogni grappolo ha agganciato un ciondolino targato 'Viviana' con logo del produttore (ulteriore garanzia sulla provenienza) e una piccola curiosità sull'uva e i suoi benefici. Ma la comunicazione su 'Viviana' viene diffusa anche nei punti vendita attraverso numerosi materiali: totem personalizzati, rotair e calpestabili che accompagnano passo passo il consumatore guidandone criticamente le scelte, grazie a strumenti efficaci e di forte impatto visivo”. “Nonostante il “gap temporale” di Viviana - la distribuzione è iniziata quando buona parte delle catene avevano già impostato la programmazione per l’anno in corso - l’interesse nei confronti del marchio si è dimostrato alto. Viviana è stata presente nella gdo di Veneto, Marche, Abruzzo, Umbria, Puglia - spiegano al quartier generale dell’Unione nazionale - e in una seconda fase è stata distribuita anche in Lazio, Lombardia e Piemonte. Un segnale di chiaro interesse, conferOttobre 2015


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mato anche dai volantini dedicati al marchio che alcuni supermercati hanno realizzato”. I mercati ortofrutticoli che hanno offerto Viviana tra i loro prodotti sono quelli di Torino, Milano, Bologna, Verona, Padova, Treviso e Udine, “selezionati tra quelli più significativi e in grado di mantenere uno standard qualitativo elevato. Un ottimo risultato in un’area vendita, quella dei Mercati, che in Italia incide ancora fortemente nei bilanci annuali di settore”. Sul fronte export Viviana ha avuto i primi positivi riscontri da Svizzera e Svezia, le prime nazioni che hanno deciso di venderla. “Ma sono in via di definizione accordi con gruppi provenienti da Francia e Inghilterra. L’obiettivo è raggiungere almeno il 20-25% di export”. Sui prezzi Italia Ortofrutta afferma che l’uva marchiata Viviana si è attestata attorno a 1,60 euro al chilo per l’uva Italia, 1,40 euro/kg per le rosse con seme, e 2 euro/kg per le senza semi. L’uva che non rispetta gli alti standard di Viviana è stata proposta attraverso il marchio “Chicchi vispi” che incide sul totale del fatturato per il 10-15%. “Un’alternativa perfetta per le catene distributive che vogliono offrire un prodotto di livello ma senza rinunciare alla possibilità di un prezzo competitivo”. Soddisfatto degli esiti dell’avvio di campagna Vincenzo Falconi, direttore di Italia Ortofrutta: “Dopo tutti gli sforzi fatti durante l’avvio del progetto, sta finalmente crescendo la consapevolezza che è concretamente possibile - nonché proficuo in termini commerciali - creare valore insieme, unendosi sotto un unico marchio capace di valorizzare i plus di tutti i protagonisti del progetto. Solo in questo modo è possibile raggiungere degli obiettivi di mercato che le Op prese singolarmente faticano a conseguire. Insieme si può, e soprattutto si deve”.

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Rivoira, per le mele torri automatizzate Una stazione di confezionamento delle mele all’avanguardia. “La migliore ed efficiente che oggi esista al mondo”, la definisce Marco Rivoira, manager della Rivoira spa, una delle principali aziende italiane specializzate nella produzione e vendita di prodotti ortofrutticoli, tra cui mele. Nell’area attorno alla sede di Verzuolo (Cuneo) il gruppo sta costruendo uno stabilimento innovativo sotto ogni punto di vista. Si tratta di una struttura completamente automatizzata (con a disposizione carrelli a radiofrequenza che distribuiranno in autonomia i cassoni di mele), formata da due torri automatiche di stoccaggio alte rispettivamente 30 e 24 metri. Lo stabilimento sarà disposto su tre livelli con una superficie coperta di oltre 20 mila metri quadrati in grado di immagazzinare in modo automatico nella torre più alta 6.500 tonnellate di mele precalibrate, l’equivalente di 18 mila bins. Nel piano interrato, a sei metri sotto terra, saranno presenti due calibratori in grado di lavorare 35 tonnellate di mele ogni ora. Al piano terra verranno collocate cinque linee di confezionamento in grado di servire 120 camion alla settimana. Al primo piano sarà sistemato il magazzino con gli imballaggi. Il prodotto confezionato sarà quindi stoccato nella seconda torre che contiene 2 mila tonnellate di merce (pari a 100 autotreni), da dove verranno composti i carichi dei camion in modo automatizzato. Per questo progetto Rivoira ha investito oltre 20 milioni di euro. I lavori sono già in fase avanzata (in totale previsti 18 mesi di cantiere) e dovrebbero concludersi entro luglio dell’anno prossimo, in tempo per la campagna 2016-2017 già con la varietà Gala. L’opera è stata fortemente voluta dai vertici del gruppo cuneese per anticipare quello che sarà, secondo la loro visione, il futuro del comparto delle mele. Lo stesso Marco Rivoira spiega lo scenario attuale del comparto melicolo, comprese le sue criticità, e i possibili sviluppi futuri. “Negli ultimi anni il mercato delle mele è stato molto dinamico sull’innovazione varietale”, premette il manager piemontese. “Ma non si è pensato a colmare la grave inefficienza di processo che esiste nel comparto. Nel senso che esistono strutture enormi poco sfruttate, che vengono utilizzate come magazzini frigoriferi per poco tempo e poi lasciati semi vuoti. Il mercato esige sempre maggior differenziazione – calibro, colore, tipologie, etc – e le aziende di conseguenza costruiscono nuove strutture ma poco funzionali, con nuove spese aggiuntive e spazi sfruttati solo per il 30-40% della propria capacità massima”. (e.z.)

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Insieme lavoriamo ogni giorno per consolidare la vostra presenza sui mercati esteri, attraverso un’ampia rete di contatti selezionati in tutto il mondo. I nostri punti di forza sono: la conoscenza delle dinamiche commerciali internazionali; la passione per la comunicazione specializzata; la competenza nel controllo della catena del freddo. Al servizio di chi ama la terra.

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Origine fa il ‘botto’ acquisendo l’esclusiva del kiwi rosso HFR18 La squadra di Origine Group si è presentata al Macfrut con un incontro al quale ha partecipato il viceministro Andrea Olivero e l'ex ministro Paolo De Castro. Il consorzio, costituito ai primi di agosto, che aggrega 9 protagonisti di primo piano del comparto sia privati che cooperativi (Afe, Apofruit, FruttaC2, Granfrutta Zani, Kiwi Uno, Op Kiwi Sole, Pempa-Corer, Salvi-Unacoa, Spreafico) ha ribadito le sue priorità: internazionalizzazione e innovazione. E sul fronte innovazione è arrivata la prima novità: l'accordo in esclusiva per Italia e Europa per lanciare una nuova varietà di kiwi rosso (HFR 18) costituita in Cina all'Università di Shichuan. Varietà molto produttiva, caratterizzata da frutti di pezzatura grande, ottima al gusto e ben adattabile al clima italiano. Nella primavera 2016 si pianteranno i primi 20 ettari con l'obiettivo di arrivare a 400. Con il presidente Ilenio Bastoni sono intervenuti il general manager Federico Milanese e il coordinatore Alberto Garbuglia. Tutti hanno ribadito gli obiettivi strategici del consorzio che rappresenta una massa critica di 100 mila tonnellate di pere e oltre 120 mila tonnellate di kiwi con una quota del 30% del totale dell'export nazionale di settore. Ilenio Bastoni: “La priorità di questa nuova aggregazione è tutelare il reddito degli agricoltori, messi a dura prova in questi anni da campagne deludenti. Puntiamo a un coordinamento forte che punti allo sviluppo di mercati nuovi ed alternativi”. E ha aggiunto: “Siamo aperti alla collaborazione con tutte le imprese che hanno struttura, tecnologie e specializzazione. La sfida dei nuovi mercati (Far East, Medio

Gestirà per l’Europa, Francia esclusa, la commercializzazione della nuova varietà cinese dalla quale ci si aspettano notevoli risultati. Partner Vivai Zanzi

Federico Milanese e Alberto Garbuglia, i due manager di Origine

Oriente, Nord e Sud America, Africa del nord) è decisiva. Una scommessa importante che vogliamo fare con chi vuole condividere con noi rischi e costi, che oggi non sarebbero alla portata della singola impresa”. Origine è impegnata sullo sviluppo di una forte politica di marca: marchi di scopo per mercato e per prodotto. In questo quadro è allo studio un nuovo marchio per le pere e un brand specifico per il kiwi da lanciare sui mercati asiatici fin dalla prossima campagna. Tornando al kiwi rosso HFR 18, così si esprime Antonio Ruffo, amministratore delegato di Fruitgrowing Equipment and Service srl, detentore in esclusiva della licenza a livello mondiale (ad eccezione per Cina, Nuova Zelanda e Australia): “Quando nel 2008 andai in Cina e approcciai per la prima volta una varietà di kiwi rosso, il Hong Yang, rimasi profondamente colpito. Si trattava del primo kiwi rosso, buono e innovativo ma con un enorme difetto: la conservabilità. In seguito venni a conoscenza di una

seconda varietà, la cui denominazione brevettuale è HFR18, migliore in fatto di conservazione e dal colore più intenso. Decisi che dovevo ottenerne i diritti e, con non poche difficoltà, ci riuscii”. La concessione di tale esclusiva è poi stata data a sua volta per l’Europa, Francia esclusa, a Vivai F.lli Zanzi per la coltivazione e per la produzione e la commercializzazione appunto a Origine Group. Per celebrare la novità non poteva mancare una presentazione all’Expo di Milano. Il kiwi HFR18 - della famiglia dell’Actinidia Chinensis - si presenta in forma regolare allungata, con un calibro medio compreso tra gli 85 e i 90 grammi, la buccia verde-bruno e la polpa di colore verde paglierino all’estero mentre la parte centrale è rosso brillante. La raccolta è calendarizzata tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre (30 settembre 5 ottobre) e la conservabilità oscilla tra i 90 e i 120 giorni. Dal punto di vista agronomico la nuova varietà si presenta molto

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L’INTERVISTA “Siamo un gruppo di aziende che mantengono l’identità ma affrontano insieme il mercato globale” Chiara Brandi

abituato a prodotti dalle proprietà organolettiche molto differenti come la pera Nashi. Siamo dunque certi che, se si riuscirà a raggiungere un accordo commerciale con la Cina, i risultati saranno grandiosi. E siamo fiduciosi che ciò possa avvenire presto, forti anche della recente apertura cinese alle Conference di origine belga”.

A meno di due mesi dalla presentazione ufficiale di Origine Group, il Corriere Ortofrutticolo ha incontrato Ilenio Bastoni (nella foto), presidente del neonato gruppo oltre che direttore generale di Apofruit. Il nuovo progetto Origine sta muovendo i suoi primi passi. Come presidente quali sono le sue aspettative?

“Il progetto Origine è nato nel pensiero di aziende leader del settore a giugno di quest’anno. In pochi mesi siamo riusciti a trasformare l’idea in realtà. La nostra missione, come singole parti di un unico gruppo, è riuscire a coniugare la necessità di mantenere la nostra identità aziendale e al contempo unirci per far fronte al mercato globale. È il periodo storico in cui viviamo che ce lo impone: il mercato europeo oggi propone infatti situazioni in continuo mutamento; questo ci costringe a guardare sempre più a destinazioni extra-Ue, che, come noto, sono talvolta molto difficili da raggiungere per le singole realtà aziendali. A breve presenteremo un nuovo marchio-ombrello che identificherà i nostri prodotti. Anche se le diverse aziende saranno facilmente identificabili grazie all'apposizione del proprio logo sul packaging, sarà un modo per individuarci come unica entità italiana. Inoltre tra gli obiettivi del breve periodo c’è quello di mettere a punto un vero piano di marketing. Nel medio periodo poi la nostra intenzione è ampliare la gamma di prodotti offerti. Ad oggi siamo partiti proponendo kiwi e pere.

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La volontà però è di ‘tarare’ un modello che possa essere successivamente esteso ad altre categorie di prodotto. Oltre a specie frutticole invernali, più facili da gestire per la maggiore conservabilità, l’idea infatti è quella di trattare al più presto anche frutta tipicamente estiva”. A proposito dell’offerta di Origine Group, quali sono i vostri progetti commerciali?

“Ad oggi per la varietà di kiwi rossa abbiamo l’esclusiva commerciale a livello europeo; un punto di forza importante che ci auguriamo possa servire da traino alla vendita di altre varietà. Per le pere stiamo puntando sulla Abate; una cultivar non molto conosciuta sui mercati esteri, dove al contrario predomina la presenza di pere dalle caratteristiche completamente differenti. Se però si riesce a mettere il consumatore straniero in condizione di comprare e assaggiare l’Abate, sono certo che il successo sarà garantito. Una conferma in tal senso ci è stata data lo scorso anno quando abbiamo ‘testato’ il comportamento dei consumatori cinesi portando una pedana di Abate a una manifestazione locale: è stato un vero trionfo nonostante il mercato asiatico sia

Prima accennava alla possibilità di trattare anche frutta estiva. A cosa si riferiva?

“La mia opinione è che il comparto ortofrutticolo si stia sempre più segmentando, premiando le produzioni in grado di offrire un certo plusvalore al consumatore (es. biologico) o quelle che vengono proposte al prezzo più basso. In questo senso, per esempio, potrebbero esserci ampi margini di rilancio per la nostra peschicoltura. Ma un’altra strada, complementare, potrebbe essere quella dell’apertura a mercati più lontani, con spedizioni anche via aerea come si è già timidamente incominciato a fare”. In termini organizzativo-operativi quali sono le prospettive?

“Attualmente i soci che rientrano nella compagine sociale di Origine Group movimentano da soli il 30% dell’intero export ortofrutticolo italiano. Poter pilotare una quota così importante di merci da un’unica cabina di regia può portare sicuramente benefici per tutti. Detto ciò, va da se che più si è meglio è. In quest’ottica il nostro è uno strumento aperto, concepito proprio per consentire ad altre aziende del comparto di entrarvi a far parte”.

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vigorosa (15% in più rispetto alla Hayward), con una produzione di circa 300/320 quintali per ettaro che si traduce nella necessità di diradamento dei boccioli floreali; inoltre - contrariamente al-

Il kiwi rosso HFR18

le altre varietà Chinensis - non è soggetta a cascola pre-raccolta. Dal confronto con la tradizionale varietà verde Hayward si osserva che in termini di solidi solubili al momento della raccolta il kiwi rosso contiene 8 gradi brix mentre il verde 6-6,5; circa la sostanza secca invece per il rosso la percentuale è mediamente pari al 19,6% mentre per il verde è solo del 16%. Anche in termini di contenuto di Vitamina C il “nuovo kiwi” batte nettamente quello tradizionale con 185,1 milligrammi ogni 100 grammi rispetto agli 85mg/100 gr (per le arance tale rapporto si ferma a 50mg/100gr). Essendo ricco di antociani e polifenoli (nella parte rossa), si presta molto bene come prodotto da assumere contro i radicali liberi e l’invecchiamento della pelle.

Le proprietà del kiwi rosso battono nettamente quelle delle varietà tradizionali grazie a un contenuto più alto di vitamina C e di antociani e polifenoli che combattono i radicali liberi

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Idea: fare il club della clementina Le caratteristiche del prodotto italiano sono valide e vanno valorizzate attraverso un progetto unitario. Le basi gettate in un incontro in Calabria Un club per la clementina italiana per valorizzarne le potenzialità. A questo progetto, che potrebbe chiamarsi della 'Clementina Italiana Tradizionale', credono Marco Eleuteri, direttore della Aop Armonia di Battipaglia e Francesco Perri, agronomo e maggior esperto italiano sulla clementina, intervenuti il 10 ottobre ad un convegno sull'agrumicoltura organizzato a Corigliano Calabro. All'evento hanno partecipato oltre 200 persone tra cui Jose Vercher, Ceo della Bollo International di Valencia, grande conoscitore del settore a livello mondiale. Perri ha introdotto gli interventi presentando i risultati di un lavoro di ricerca e sperimentazione iniziato da oltre 20 anni. Ha descritto le varietà più recenti di clementine e arance già in diffusione nel bacino del Mediterraneo soffermandosi in particolare sulle due ultime novità (scoperte dallo stesso Perri) che potrebbero dare nuovo impulso alla coltivazione di clementine di sangue italiano: una mutazione di Spinoso che matura durante la prima decade di ottobre (ancora senza nome) ed una mutazione di Comune, per ora denominata con la sigla SZ, che matura durante la seconda e terza decade di gennaio. “Queste due varietà potrebbero permetterci di essere sul mercato dai primi di ottobre ai primi di febbraio con un prodotto dalle caratteristiche omogenee e simili alla clementina italiana per eccellenza, appunto la Comune (di cui tutte le altre

varietà, compreso lo Spinoso, sono figlie), dal gusto straordinario (lo stesso Pepe Vercher, Ceo della Bollo International, l’ha definita gustativamente la migliore in assoluto tra quelle in circolazione) e con una marcata identità italiana”, ha affermato Perri. “Ma questo”, ha aggiunto, “non è sufficiente per recuperare attratività alla nostra offerta. Dobbiamo utilizzare anche i giusti portainnesti, rispettare la vocazione dei diversi territori italiani di produzione e dobbiamo anche coltivare con metodi moderni che siano efficaci, ma che ci consentano allo stesso tempo di ridurre i costi di produzione, più alti di quelli dei nostri competitors nel bacino del Mediterraneo”. È stata poi la volta di Marco Eleuteri, direttore commerciale della Aop Armonia, la maggiore associazione di organizzazioni di produttori del Sud e uno dei principali operatori clementicoli italiani. Eleuteri ha dapprima evidenziato come l’Italia sia stato l’unico Paese del Mediterraneo ad aver ridotto la propria produzione (quasi il 40% in me-

Marco Eleuteri

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no in 10 anni). “Al contrario dell’Italia, i nostri competitors sono tutti cresciuti negli ultimi 10 anni”, ha affermato Eleuteri, “purtroppo questo è il risultato della mancanza di una strategia di sistema poiché in questi ultimi anni per molti degli operatori clementicoli italiani è prevalsa la logica del “fai da te”. Ci siamo spesso limitati a copiare cosa si fa in Spagna, riproponendolo nei

mente con la israeliana Orri. Noi dovremmo seguire invece l’esempio dell’Atletico Bilbao dove giocano solo calciatori baschi (a parte qualche eccezione), ed è l’unica squadra che insieme a Barça e Real in Spagna non è mai retrocessa alla categoria inferiore.. ed è anche la squadra che temono di più. Voglio dire che dovremmo pensare di affrontare il mercato internazionale delle clementine

nostri territori. Il declino del settore agrumicolo di questi anni dimostra che questa non è la strada giusta”. “Non sono un grande appassionato di calcio”, ha affermato Eleuteri, “ma in onore del nostro amico Pepe vorrei fare un esempio calcistico “iberico”… I grandi players agrumicoli spagnoli sono come il Real Madrid o il Barcellona… sono le squadre più forti del mondo però hanno pochi calciatori spagnoli tra le proprie fila. Lo stesso vale per le clementine: appena esce qualcosa di interessate nel mondo gli spagnoli lo comprano, costi quel che costi, così hanno fatto 10 anni fa con la marocchina Nadorcott e recente-

con varietà che parlano la nostra lingua. Oggi con le due novità presentate dal dottor Perri questo non è più un sogno, l’importante è regolamentarne e controllarne la diffusione, per questo mi auguro che proprio intorno a queste novità nasca un Club, la Clementina Italiana Tradizionale, che possa valorizzarne appieno le grandi potenzialità commerciali”. Da ultimo l’intervento di Jose Vercher, ceo della Bollo International di Valencia. Vercher è tra i maggiori protagonisti dei club varietali che negli ultimi anni si sono affermati in Spagna e che hanno permesso ai maggiori operatori agrumicoli spagnoli di ot-

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tenere ottime performance commerciali nella parte finale della campagna. In particolare il dirigente di Bollo ha parlato della Nadorcott che dopo anni di quotazioni elevate e costanti, durante l’ultima campagna ha registrato quotazioni inferiori di almeno 15 centesimi rispetto all’anno precedente, fenomeno che secondo l’imprenditore spagnolo si ripetererà anche quest’anno. “La vera regina delle clementine”, ha affermato Bollo, “oggi è senza dubbio la Orri, per la quale alcune aziende spagnole, tra cui la mia, ha accettato di pagare qualcosa come 110 milioni di euro a Israele (si tratta di una varietà dell’istituto israeliano Volcani Center) per regolarizzarne la produzione. È chiaro che dopo aver pagato tanto vigileremo severamente affinché la legalità venga rispettata e crediamo che le maggiori catene europee non accettino di distribuire prodotti coltivati illegalmente. La Orri è una varietà che può produrre da 300 a 400 quintali per ettaro e non ha il problema dei semi (come la Nadorcott accanto ad altre clementine), non è facilissima da coltivare, ha un periodo di raccolta simile a quello dell’Afourer/Nadorcott, e rispetto a quest’ultimo ha fatto registrare quotazioni sensibilmente più alte, ed in linea, o appena più alte, rispetto a quelle dell’anno anteriore”. “Voi avete la clementina Comune”, ha concluso Vercher, “che gustativamente è la varietà senza dubbio migliore tra quelle in circolazione, non credo sia sbagliato lavorare su quella tipologia per estenderne la gamma. In Italia c’è dell’ottima terra, la qualità dell’acqua è molto buona, il clima non è da meno. Credo che il vostro limite maggiore sia la mentalità. Se riuscirete a cambiarla, rendendola più moderna e predisposta all’innovazione e al cambiamento, sicuramente potrete riacquistare un ruolo di primo piano tra i produttori agrumicoli del Mediterraneo”. Ottobre 2015


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La compattezza della Spagna è la forza di Fruit Attraction

Eccola Fruit Attraction 2015 (Madrid 28-30 ottobre). E' ormai la seconda fiera dell’ortofrutta in Europa dopo la Fruit Logistica di Berlino e la terza al mondo. Un successo costruito in pochi anni, grazie alla compattezza del settore ortofrutticolo spagnolo e della volontà del governo di Madrid a sostegno dell’iniziativa. L’ortofrutta è infatti la prima voce dell’agricoltura spagnola tanto che la Spagna è il primo esportatore europeo per un valore annuo che supera gli 11 miliardi di euro. Quella di quest'anno è la più grande e la più completa tra tutte le edizioni finora svolte. A confermarlo i numeri: 1.000 le aziende espositrici provenienti da 25 Paesi (in aumento del 20% rispetto all'anno precedente) e 32.000 i metri quadrati di superficie espositiva (il 18% in più rispetto al 2014). Tra gli espositori il segmento maggiormente rappresentato, con una quota di circa il

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In pochi anni la fiera di Madrid è diventata la seconda in Europa e la terza al mondo. L’edizione 2015 batte tutte le precedenti e apre al settore biologico 70%, è quello della produzione ortofrutticola; il restante 30% è presidiato da aziende di tecnologie e servizi. La massiccia presenza delle più importanti aziende iberiche contribuisce a fare di Fruit Attraction la più importante piattaforma commerciale e di business della Spagna, in grado di offrire ai visitatori l'opportunità di entrare in contatto con una vastissima gamma di prodotti. Inoltre, la manifestazione è diventata in pochi anni un punto di riferimento internazionale, in particolare in Europa, con la partecipazione di aziende provenienti da Italia, Francia, Belgio, Grecia, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno

Unito, Svezia e Austria. E forte è la presenza dell’America Latina con aziende provenienti da Argentina, Brasile, Cile, Stati Uniti, Messico, Perù e, per la prima volta quest’anno, dal Nicaragua. Tra le novità del 2015 uno spazio completamente dedicato al biologico: The Organic Hub. Un’iniziativa attraverso la quale - grazie alla partecipazione di 50 tra i protagonisti europei del comparto - è possibile conoscere e toccare da vicino le ultime proposte del settore. Non essendoci fiere di rilievo specializzate sul biologico fresco in Spagna, questa è una scelta più che appropriata e destinata a dare un risalto ancora maggiore alla manifestazione madrilena.

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Germania, cuore dell’Europa per la distribuzione del food Sono oltre 38 mila i punti vendita di prodotti alimentari in Germania e più della metà (oltre 16 mila) sono discount; seguono i supermercati con 11 mila 700 punti vendita e i piccoli negozi con 9.800; le grandi superfici (ipermercati) sono 888 (il 2,3% del totale). La tendenza generale è puntare sulla qualità, la varietà e la freschezza dei prodotti con i discount obbligati a standardizzare al massimo l’organizzazione e la presentazione dei prodotti, a puntare sui loro marchi privati (private label) e sulla rapidità delle vendite per ridurre il più possibile il magazzino e alla fine ridurre i costi e tenere prezzi più bassi della concorrenza. Questo sistema distributivo nel suo complesso impiega un milione 250 mila persone e ha un giro d’affari di quasi 221 miliardi di euro (dato 2014, in crescita dell’1,9% sul 2013). Il panorama del ‘food trade’ in Germania è stato tracciato dalla BVLH, la Federazione nazionale dei distributori di prodotti alimentari, in occasione di ANUGA, la più grande fiera al mondo del food che ha aperto i battenti a Colonia dal 10 al 14 ottobre, segnando dati record di presenze e consacrando tra l'altro il successo crescente dei prodotti biologici, naturali e persino vegani (novità assoluta dell’edizione 2015) non solo in Germania ma in tutta Europa e nel mondo. Tornando all’analisi del settore distributivo alimentare tedesco fornita da BVLH, i 5 gruppi che dominano la distribuzione sono in Germania nell’ordine Edeka (vendite di alimentari vicine ai 47 miliardi di euro nel 2014), Gruppo Schwarz (27 miliardi 650 milioni), Rewe (27 miliardi 550 milioni), Aldi ( 22 miliardi 550 mi-

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Il giro d’affari dei retailers tedeschi sfiora i 221 miliardi di euro e dà lavoro a un milione 250 mila persone. Dei 38 mila punti vendita più della metà sono discount

lioni) e Metro (10 miliardi 800 milioni). Tra i distributori cresce la formula della cooperazione sull’esempio di Edeka mentre diminuiscono i distributori completamente indipendenti, non affiliati ai gruppi che unificano e razionalizzano funzioni operative strategiche generando importanti economie di scala. Paragonata a quella di altri grandi popoli europei, la spesa alimentare dei tedeschi non è tuttavia tra le più alte essendo pari all’11,7% del totale degli acquisti

delle famiglie, mentre in Polonia questa percentuale sale al 18,5, in Italia è al 14,4, in Spagna al 14,2, in Francia al 13,7, in Olanda al 12% mentre gli inglesi spendono per il cibo una quota più bassa dei tedeschi pari al 9,3 dei loro consumi totali. Ma i tedeschi sono 81 milioni e per questo le vendite di alimenti sono in Germania, di gran lunga, le più importanti in Europa. L’ampiezza del mercato ha attirato nei giorni dell’Anuga a Colonia venditori da tutto il mondo. La città è la quarta in Germania, dopo Berlino, Monaco e Amburgo ma il centro storico non è grande ed è stato letteralmente invaso dagli espositori e dai visitatori di ANUGA, che, essendo biennale, tornerà nel 2017. Ben rappresentata l’Italia, con presenze dei leader della frutta secca e di importanti realtà del biologico. (a.f.) Ottobre 2015


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Il Perù chiede spazio in Italia ma serve una logistica migliore Primo esportatore mondiale di asparagi e banane biologiche, secondo esportatore di avocado, quarto di uva da tavola, quinto di mango, settimo di mandarini, nono di mirtilli, decimo di cipolle, dodicesimo di melograni. Questo il posizionamento internazionale del Perù ortofrutticolo, secondo quanto illustrato il 23 settembre al Macfrut di Rimini da Enrique Camet, presidente di AGAP, l’Associazione Peruviana dei Produttori Agricoli, durante la conferenza stampa a cui hanno preso parte, oltre alla direttrice esecutiva di AGAP, Ana Maria Deustua, l’ambasciatore del Perù in Italia, signora Eda Rivas e la responsabile dell’Ufficio commerciale del Perù in Italia, con sede a Milano, Amora Carbajal Schumacher. Il Perù sta quindi emergendo come uno dei Paesi più dinamici nella produzione ed esportazione di ortofrutta a livello globale. E negli ultimi dieci anni ha fatto passi da gigante. Nel 2003, infatti, nel rank mondiale, il Perù era settimo e non secondo nell’export di avocado, quindicesimo e non quarto nell’export di uva da tavola, solo diciottesimo nei mandarini, inesistente nei mirtilli, ventiduesimo nell’export delle cipolle e solo 57.mo anziché dodicesimo tra gli esportatori mondiali di melograni, uno degli ultimi prodotti ortofrutticoli su cui il Paese ha puntato. E se nel 2000 la frutta rappresentava il 37% dell’ortofrutta fresca esportata dal Paese contro il 63% degli ortaggi, oggi il rapporto si è ribaltato con la frutta che copre il 75% dell’export e gli ortaggi il restante 25%. Questo adattamento del settore produttivo peruviano alle richieste del mercato internazionale è una caratteristica del Paese. Ciò che conta è, inoltre,

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Le importazioni dei prodotti di qualità del Paese andino sono frenate dalla mancanza di hub efficienti. I prodotti vengono sdoganati a Rotterdam, Madrid e Francoforte

Amora Carbajal Schumacher direttrice dell’ufficio commerciale del Perù a Milano ed Enrique Camet, presidente dei produttori agricoli di AGAP

che il ruolo dell’ortofrutta peruviana - come ha spiegato Camet a Rimini - è destinato a crescere ancora: l’obiettivo per il 2020 è raggiungere un valore di 3 miliardi 841 milioni di dollari con l’export ortofrutticolo contro un valore attuale dell’export pari a un miliardo 900 milioni di dollari. Alla base di questa crescita, c’è il grande potenziale di terra disponibile per le colture ortofrutticole e in particolare frutticole. L’ortofrutta potrà godere nei prossimi cinque anni - secondo quanto annunciato dal presidente di AGAP - di oltre 200 mila ettari di terre nuove. Tra le destinazioni delle esportazioni del Perù, l’Europa pesa oggi per il 40% ma il flusso verso il Vecchio Continente è abbastanza statico mentre resta importante il Nordamerica e cresce in maniera impressionante l’Asia e, in prospettiva, prende spazio anche l’Africa. Porta d’ingresso dell’Europa è per il Perù il porto di Rotterdam mentre altri Paesi, come la Spagna, il Regno Unito, la Germania sono destinazioni dirette per l’ortofrutta che arriva per via

aerea. L’Italia occupa un ruolo ancora modesto, anche o forse sooprattutto per motivi logistici, nell’export peruviano. “Non sappiamo - ha dichiarato Enrique Camet - quanto prodotto arriva in Italia da Rotterdam e da altre località europee ma sappiamo che in Italia dobbiamo e possiamo crescere perché abbiamo la qualità e la varietà di prodotto richieste dal mercato”. Il nodo è dunque la logistica per far crescere l’importazione diretta. D’altra parte, sono in atto sforzi per far conoscere di più il Perù e le sue produzioni nel nostro Paese. L’auspicio di una più forte presenza in Italia è stato sottolineato anche dalla signora Ana Maria Deustua, che conosce il nostro Paese profondamente, essendo stata in passato ambasciatore del Perù a Roma. Deustua ha parlato dell’importanza dell’ortofrutta nell’economia peruviana, del suo ruolo anche sociale, in termini soprattutto di occupazione e di emancipazione del ruolo della donna nel mondo del lavoro, anche nelle zone meno avanzate del Paese. (a.f.)

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Marchio trasversale per il Made in Chile Presentate in Expo Milano le nuove strategie di promozione dei prodotti cileni. Il Paese vuole imporsi come fornitore di alimenti di alta qualità Se si trattasse di una squadra di calcio sarebbe sicuramente ai vertici del campionato perché forte di giocatori eccellenti e con caratteristiche di gioco improntate all’attacco. La squadra però in questo caso è un paese, il Cile, i giocatori sono i prodotti agroalimentari locali e la tattica di gioco è il sistema attraverso cui le autorità politiche e del settore si impegnano per raggiungere altri mercati. Con l’istituzione di un Consiglio pubblico-privato di esportatori del comparto alimentare - creato alla fine dello scorso anno dal Ministero dell’Agricoltura allo scopo di sostenere chi si trova quotidianamente ad affrontare le sfide del settore - è stata promossa una nuova iniziativa dal titolo “Foods from Chile, Source of Life”. Si tratta della realizzazione di un marchio trasversale volto a migliorare la promozione a livello internazionale di cibi e bevande 'made in Chile'. La campagna avrà una durata di circa tre mesi e sarà realizzata all’interno di tutte le attività di promozione agroalimentare a livello mondiale. Im-

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portante al fine della buona riuscita dell’iniziativa è il supporto di ProChile, istituzione del Ministero degli Affari Esteri incaricato di promuovere le esportazioni cilene, oltre che di attori specializzati nel comparto. “Foods from Chile, Source of Life" è un claim che punta l’attenzione sulle caratteristiche che rendono il Paese un fornitore di alimenti di qualità - il cui valore è riconosciuto a livello mondiale mettendo in evidenza cinque attributi chiave: qualità, sicurezza, tracciabilità, garanzia internazionale, sapore naturale. "La notorietà dei nostri alimenti sta crescendo rapidamente in tutto il mondo”, ha dichiarato il ministro dell'Agricoltura cileno Carlos Furche, “in questo contesto si era resa necessaria la realizzazione di una campagna di valorizzazione dell'immagine ‘Paese’, che spiegasse la storia di ogni anello della catena di produzione, dai piccoli agricoltori ai grandi esportatori”. L’iniziativa è stata presentata nel padiglione del Cile all’Expo di Milano. (c.b.)

N. 1 nell’export delle noci Il Cile è il primo esportatore di noci dell’emisfero australe e il terzo di tutto il mondo. Nelle fertili piantagioni delle valli centrali, fra Valparaiso e la regione di Maule, 37.579 ettari di terreno sono coltivati a noceti, con una produzione che quest’anno ha superato le 65.000 tonnellate: un raccolto che segna una crescita annuale del 20%. I principali paesi di destinazione sono Turchia, Brasile, Italia, Germania e Sud Corea. L’Europa è senz’altro il mercato migliore, dal momento che rappresenta il 64% delle spedizioni totali. Ecco perché “Walnuts

from Chile” ha voluto essere al Expo Milano 2015. La riconosciuta qualità delle sue noci ha portato il Paese ad essere uno dei player principali del settore, quasi raddoppiando il valore della produzione negli ultimi 5 anni. "Il clima mediterraneo, la produzione con stagionalità opposta all'Emisfero nord e l'isolamento geografico sono fattori chiave che potenziano la nostra offerta con prodotti unici e di qualità – ha dichiarato Andrés Rodríguez, presidente della Chilean Walnuts Commission Tutto questo, sommato al rispetto delle esigenti norme e certificazioni internazionali e all'estesa rete di trattati di libero commercio con 60 paesi, ci ha portato ad essere leader in America Latina e in tutto l’Emisfero sud”. Walnuts from Chile è il brand di settore che promuove l’export nei principali mercati del mondo.

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SPAGNA

La produzione di agrumi in calo del 20% Per la stagione 2015/16 degli agrumi spagnoli sono previsti volumi in calo del 19,2% rispetto allo scorso anno, con un totale di circa 5 milioni 700 mila di tonnellate di prodotto raccolto. Le stime regionali, tuttavia, evidenziano differenze: per la Comunità Valenciana si stima una contrazione del 22,3% dei volumi; per l’Andalusia tale contrazione si ferma all'11,2%; a Murcia invece si prevede un crollo del 23,4%; mentre in Catalogna il calo è del 5,83%. Nella sola regione di Valencia, secondo le stime del Dipartimento dell’Agricoltura della Comunità Valenciana, la produzione sarà di

mi si segnala una contrazione rispettivamente del 28,5 e del 14%, per un totale di 234.661 e 14.255 tonnellate raccolte. La Comunità Valenciana è la prima regione di produzione di agrumi della Spagna che è il primo Paese esportatore di agrumi freschi al mondo.

IRAN

Primato mondiale nella produzione di melograne L'Iran per quest'anno prevede ottimi raccolti di melograne che lo porterebbero in testa alla classifica mondiale nella produzione. Il ministero dell'Agricoltura del Paese iraniano ha diramato la previsione di una raccolta di melagrane di 1 milione di tonnellate.

furono esportate 68.544 tonnellate. Da quando il Cile ha iniziato a esportare ciliegie, i volumi aumentano di anno in anno. Di pari passo crescono anche produzione e qualità per rispondere alle esigenze dei mercati su cui si punta. Attualmente l'Asia è il mercato principale, con più dell'80% dei volumi, con la Cina prima destinazione.

POLONIA

Nel primo semestre è crollato l'export di ortofrutta

circa 873.791 tonnellate inferiore rispetto a quella dello scorso anno, corrispondente al 22,3% in meno, per un totale di 3.052.252 di tonnellate. La contrazione dei volumi è da ricondursi principalmente alle elevate temperature nei mesi di maggio, giugno e luglio, che hanno compromesso la buona fioritura primaverile delle piante. In particolare il danno è evidente per le varietà più precoci, che hanno risentito maggiormente del calo produttivo. La produzione di arance raggiungerà 1.493.540 tonnellate, segnando una flessione del 20,3% rispetto allo scorso anno (380.529 tons). Circa i mandarini la flessione prevista è di 397.230 tonnellate, equivalente al 23,3% in meno rispetto alla scorsa stagione, per un totale di 1.309.796 tonnellate. Per limoni e pompel-

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In Iran si coltivano a melagrana oltre 62.000 ettari. L'anno scorso la produzione di melagrane è stata di 940.000 tonnellate.

CILE

Export previsto in forte aumento per le ciliegie Nella stagione 2015-16 le esportazioni di ciliegie del Cile dovrebbero aumentare dal 15 al 20% secondo le previsioni di ASOEX, l'Associazione degli esportatori ortofrutticoli del Paese sudamericano. Il volume finale dovrebbe essere di 120 mila tonnellate, all'incirca il 15-20% in più rispetto al 2014-15. L'anno scorso sono state esportate 103.079 tonnellate, il 50,01% in più rispetto al 2013-14 quando

Tra gennaio e giugno di quest’anno l’export di frutta della Polonia ha subìto una contrazione del 28% anno su anno, passando da 930.100 tonnellate a 676.900 tons. Nello stesso periodo anche le spedizioni di ortaggi sono diminuite di 83.300 tons - registrando un calo di circa il 20% portandosi da 422.500 a 339.200 tonnellate. Sono questi i dati riferiti dall’agenzia di monitoraggio dei mercati agricoli FAMMU / FAPA, sulla base delle informazioni rilasciate dal Ministero delle Finanze polacco. In riferimento al comparto dell’ortofrutta trasformata, invece, si osserva un aumento del 14% nelle esportazioni della frutta lavorata, per un totale pari a 465.500 tonnellate, mentre per le orticole trasformate i volumi esportati sono stati pari a 422.700 tons, in calo del 3%. In termini di importazioni, nel primo semestre dell’anno i quan-

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titativi di frutta acquistati dalla Polonia sono stati di 632.400 tonnellate, in calo rispetto alle 678.900 tonnellate dello stesso periodo dell'anno precedente. In contrazione anche le importazioni di ortaggi, scese a 315.000 tonnellate dalle 371.000 registrate nel periodo gennaio-giugno 2014. Circa le importazioni di prodotti trasformati, infine, le quantità osservate sono su livelli simili a quelle dello scorso anno, restando attorno alle 180.900 tonnellate per la frutta e oscillando tra le 177.000 tonnellate circa dello scorso anno e i 150.100 tons del 2015 nel caso degli ortaggi. (c.b.)

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sare su Walmart nei prossimi anni potrebbe essere il dollaro forte che sta facendo diminuire le esportazioni.

FRANCIA

Carrefour inverte la rotta: cresce in tutto il mondo Confermato un trend positivo per Carrefour, che chiude il terzo quarto del 2015 con vendite globali in aumento del 4,2%, pari a 21,5 miliardi di euro. Un risultato che porta i primi nove mesi dell’anno a quota +3,4%, ovvero a

FLORIDA

STATI UNITI

Il minor raccolto di arance dal 1964

Venti miliardi di dollari in 20 minuti e le azioni che sono crollate di più del 9% in una delle quattro giornate peggiori degli ultimi 40 anni per WalMart. Quella del 14 ottobre è stata una giornata da cancellare per il colosso della vendita al dettaglio americano, leader mondiale della grande distribuzione organizzata, che ha fatto traballare l'intero mercato azionario. A far scendere il titolo è stato l'annuncio delle stime di crescita per i prossimi due anni: il colosso ha fatto sapere che gli utili nel 2016 resteranno fermi ai livelli di quest'anno, mentre nel 2017 potrebbero scendere tra il 6 e il 12%. E ancora a preoccupare gli investitori è l'aumento delle spese. Dovrebbero crescere di 1,2 miliardi di dollari a causa dell'aumento delle paghe dei dipendenti. A pe-

Florida si è ridotto ai minimi dal 1964 secondo il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA). Il dato così negativo è dovuto principalmente al Citrusgreening, malattia che attacca le piante causando forti danni ai raccolti e aumentando i costi di produzione per i coltivatori. L’outlook fornito dall’USDA ha spinto al rialzo i futures di novembre 2015 sull’orange juice. Nella stagione dei raccolti che è terminata il 30 settembre, in Florida si sono raccolti 80 milioni di boxes di arance (un boxe corrisponde a circa 41 chilogrammi) il dato più basso dal 1964 e di molto inferiore alle previsioni, che secondo un sondaggio tra analisti del settore condotto da Bloomberg si sarebbe dovuto attestare attorno ai 93.46 milioni di boxes (-17%). La scorsa stagione, la produzione era stata di 96.8 milioni di scatole. Il record della produzione si era verificato nel 1997-98 con 244 milioni di casse.

Crescono i costi, calano le entrate di Walmart

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doppia cifra se si considera l’intero periodo da inizio anno. E Carrefour sta diffondendo in Cina i negozi di prossimità Easy. Un format creato per rispondere alle nuove esigenze dei consumatori asiatici. Carrefour ha aperto il terzo negozio Easy a Shanghai, un punto vendita che offre oltre 4.500 referenze in una superficie di 450 metri quadrati. L'insegna prevede di aprire dieci negozi Easy a Shanghai entro fine anno. Gli abitanti della metropoli cinese possono fare ordini online e farsi recapitare o ritirare i prodotti negli ipermercati o nei negozi Easy. In città ci sono già 30 negozi Carrefour. L'insegna continua a implementare il numero di ipermercati: attualmente sono 231 i negozi Carrefour in 70 città cinesi. La coltivazione di arance della

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63,9 miliardi di euro. La crescita coinvolge senza interruzioni sia il mercato francese (+1,6% nell’ultimo trimestre), che quello internazionale, dove si registra un’accelerazione a +6,2%. Bene in Europa soprattutto grazie a Italia e Spagna, mentre un’ulteriore performance d’eccellenza arriva dall’America Latina (+16%). Ritorno all’incremento anche per Taiwan e prosieguo con il roll-out del piano d’azione per la Cina, dove i numeri sono invece negativi (-10,6%). Dati in aumento attraverso tutti i format. In Francia, Carrefour segna un +0,9% negli ipermercati, +1,6% nei supermercati e un interessante +4,1% in convenience store e restanti formule. Per questi ultimi, la crescita diventa a

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Emanuele Zanini Non ci sono ancora dati ufficiali ma alla fine il raccolto di pere in Italia nel 2015 sarà con ogni probabilità leggermente superiore alle aspettative iniziali e in linea con i volumi del 2014 (che avevano superato le 736 mila tonnellate). A sostenerlo è Gianni Amidei, presidente del comitato Pere dell'Oi, Organizzazione interprofessionale, nell'analizzare l'andamento del mercato. Alcune varietà avranno una riduzione dei quantitativi, ma nell'ordine di pochi punti percentuali rispetto all'anno scorso. “L'Abate si aggirerà attorno al -3-4% rispetto al -9% previsto inizialmente”, aggiunge Amidei. Ciò non vale per quanto riguarda il prodotto di prima qualità in quanto aumentano notevolmente rispetto agli anni scorsi gli scarti e il prodotto di seconda categoria, dovuto principalmente a fattori quali la grandine che a fine estate hanno investito alcune aree produttive come quella di inizio settembre che solo tra Ferrara e Modena ha compromesso quasi 40 mila tonnellate di prodotto, la siccità e le alte temperature dell'estate appena conclusa. Sulla qualità dal punto di vista organolettico la frutta ha buone caratteristiche, quello che manca, semmai, è la pezzatura. Per la

PERA

Clima e grandine limitano la produzione di prima qualità Buone tuttavia le caratteristiche organolettiche. Manca la pezzatura. Ciò comporterà problemi su alcuni mercati, abituati al prodotto con calibro da 70 in su

Gianni Amidei, presidente OI Pera

Abate, per esempio, solitamente oltre il 65% della produzione ha calibri dal 70 in su. Quest'anno, invece, sono in sensibile aumento i frutti di taglia medio-piccola (65-, 65-70). “Questa situazione – commenta Amidei – potrebbe creare qualche difficoltà al mercato di questa tipologia di prodotto in quanto le richieste dai Paesi del Nord Africa (a partire dalla Libia), che solitamente prediligono prodotto con pezzature non grandi, stanno deludendo le attese”. Il rischio è ritrovarsi insom-

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Il punto su Opera. Granata: “Il nostro scopo è di diventare la Zespri della pera” L'offerta sarà leggermente inferiore rispetto alle aspettative a causa delle grandinate di settembre, ma la disponibilità di prodotto rimarrà buona. A delineare le prime indicazioni della stagione delle pere di Opera è Luca Granata, il direttore della nuova compagine nata poco più di quattro mesi fa da un accordo tra 18 gruppi di primo livello del panorama ortofrutticolo italiano in grado di commercializzare 208 mila tonnellate di pere sulle circa 720 mila tons prodotte in Italia. La pezzatura del prodotto di quest'anno sarà di taglia mediopiccola ma con un elevato grado brix, ha riferito Granata al Corriere Ortofrutticolo a margine di un incontro organizzato a Zevio (Verona) da Coldiretti (presenti tra gli altri il vice presidente Mauro Tonello e il presidente e direttore della sezione veronese, rispettivamente Claudio Valente e Giuseppe Ruffini). Dal punto di vista commerciale l'annata si profila migliore rispetto al 2014, anno comunque negativo. “Con le varietà estive ci stiamo battendo, vedremo ora quali saranno i riscontri durante l'autunno”, aggiunge il manager rodigino. L'ex direttore di Melinda parla poi della nuova “creatura”, un brand ideato per dare una svolta al comparto della pera, paragonandola ad un neonato, ma dalle grandi potenzialità: “Opera ha 130 giorni di vita. Ha emesso i primi vagiti, sta ancora gattonando ma diciamo che è piuttosto precoce...”. Nel corso dell'incontro Granata ha messo in chiaro gli ambiziosi obiettivi di Opera: “Nonostante con oltre 200 mila tons di pere siamo la prima organizzazione al mondo nel comparto, non siamo ancora in grado di influenzare il merca-

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to. Nel mondo si producono 20 milioni di tons di pere. Bisogna crescere ancora e di molto”. La parola d'ordine insomma è più che mai aggregazione. Termine che in Italia si concretizza ancora troppo poco. Invece unendo le forze si può vincere. “Il nostro scopo – ha sottolineato Granata - è diventare la Zespri della pera. Diventare cioè, come lo è per il gruppo neozelandese per il kiwi, il principale punto di riferimento della pera nel mondo”. Il direttore di Opera ha quindi parlato dei progetti messi in campo dalla nuova organizzazione, a partire da “Artisti dell'Opera”, club di operatori che hanno iniziato a distribuire in esclusiva nei mercati all'ingrosso di 28 città. “La politica di marca deve entrare anche nei centri agroalimentari. I primi riscontri che stiamo avendo sono positivi”. Il manager di Opera ha quindi preso in esame i punti di forza, di debolezza, le opportunità e le minacce presenti nel mondo della pera italiana. L'Italia è leader nel mondo come volumi (seconda solo alla Cina), concentrando

la maggior parte della produzione in un'area ristretta (compresa in tre province dell'Emilia Romagna). Il principale punto debole è la frammentazione dell'offerta. “Di contro le opportunità sono infinite: a partire dalla possibilità di aggregazione, dalla riduzione dei costi, dalla politica di marca e dallo sviluppo delle esportazioni”. Le minacce arrivano proprio dalle ancora forti resistenze all'aggregazione da parte di una buona fetta di agricoltori. “Nel mondo delle pere come l'Italia non c'è praticamente nessuno . In Europa, area molto rilevante come produzione, siamo come una portaerei. L'Italia produce come Spagna e Belgio messe insieme. Solo nel Ferrarese ci sono più pere che in tutta l'Olanda. Eppure non siamo uniti. Se non siamo i numeri uno è solo colpa nostra”, afferma senza giri di parole Granata. L'Abate è la “regina” tra le pere italiane, “ma la vendono in troppi e all'estero la conoscono poco o niente”, chiosa il direttore di Opera. “Per vincere dobbiamo lavorare insieme”. (e.z.)

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Expo lancia la pera come elisir di lunga vita I soggetti che consumano da 3 a 5 o più di 5 porzioni al giorno di frutta e verdura presentano una riduzione del rischio di patologie cardiovascolari del 7% e 17% rispettivamente nei confronti di chi consuma meno di 3 porzioni al giorno. E’ uno dei dati emersi nel corso dell’incontro “La pera dell’Emilia Romagna Igp, aspetti produttivi e nutrizionali - Incontro con i produttori di Modena” promosso da Coldiretti Modena in collaborazione con Fruit Modena Group che si è tenuto il 29 settembre ad Expo nel Padiglione Coldiretti nel corso del quale sono stati presentate le caratteristiche nutrizionali e nutraceutiche della pera. La pera modenese? Per i nutrizionisti è un elisir di lunga vita. "Il basso potere calorico, l’elevato quantitativo di fibra alimentare e il buon contenuto in vitamine, minerali ed antiossidanti – ha detto Cristina Angeloni, docente di biochimica della nutrizione del corso di laurea in Farmacia dell’Università di Bologna - fanno della pera un frutto adatto alla nutrizione di bambini, adulti, anziani e sportivi Le pere sono lo spuntino ideale e rappresentano un ingrediente eclettico in cucina per preparazioni dolci e salate. Grazie alla presenza di varietà invernali ed estive è un frutto che si può, paradossal-

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ma con frutta da ricollocare su altre destinazioni a prezzi insoddisfacenti. Bene invece l’andamento del mercato del prodotto di buona pezzatura. Abbastanza regolare l'andamento commerciale delle pere estive con quotazioni superiori della media, anche se un po' al di sotto delle aspettative. Per la prosecuzione della campagna “non mi aspetto a breve un sensibile aumento dei prezzi, mentre aumenterò la richiesta dovuta al periodo stagionale e a diverse iniziative promozionali già programmate da qui a fine anno”, afferma Amidei. Per quanto riguarda l'Organismo Interprofessionale, il presidente dell'Oi continua a puntare sull'aumento delle adesioni, che oggi conta circa il 60% dei produttori italiani di pere. “L'obiettivo – sottolinea Amidei – è arrivare all'erga omnes. Nel frattempo lavoriamo per superare i due terzi del totale”. Un aiuto potrebbe arrivare tra l'altro dall'imminente fiera di settore, Futurpera, in programma a Ferrara dal 19 al 21 novembre, organizzata dalla stessa organizzazione interprofessionale per dare maggior impulso al settore. Intanto proseguono anche le azioni di sostegno da parte dell'Oi alle aziende alla ricerca di nuovi mercati e nelle creazione di piani di promozione, come quello che si sta effettuando in Germania coinvolgendo diverse catene della grande distribuzione. Sul grande fermento che si sta creando attorno al settore, in riferimento in particolare alla nascita negli ultimi mesi di due nuove compagini come Opera e Origine Group, Amidei (che con Agrintesa si è schierato con Opera) è fiducioso. “Tutto ciò che porta all'aggregazione è positivo. Ci voleva per il settore, che in questo modo acquista fiducia. Lo spazio per agire a livello commerciale per entrambe le compagini, tra cui comunque rimane il dialogo, c'è. Ora si devono vedere i frutti”.

mente, definire “di stagione” tutto l’anno. La nutraceutica - ha continuato Angeloni - riconosce, attraverso una rinnovata relazione tra biologia, chimica e medicina, lo stretto rapporto che esiste tra le nostre abitudini alimentari e la nostra salute. Nutraceutico è un termine utilizzato per indicare componenti di alimenti, che forniscono importanti benefici per la salute dell’uomo, non solo in termini conservativi, ma soprattutto preventivi. Le pere sono una fonte significativa di fitocomponenti conosciuti con il nome di flavonoidi con effetti antiossidanti, anti-infiammatori, cardio-preventivi e neuro-protettivi. Per questo la pera potrebbe essere definita un vero e proprio farma-alimento." "Con quasi 180 mila tonnellate di pere prodotte e oltre 6.000 ettari coltivati – ha detto Adriano Aldrovandi, presidente di Fruit Modena Group, cooperativa leader nella commercializzazione della frutta in Italia - la provincia di Modena si piazza ai vertici della classifica regionale della produzione del frutto che in Emilia Romagna trova il suo ambiente privilegiato tanto che proprio in regione si produce il 70% delle pere italiane." La pera ha visto una grande espansione in anni recenti. Abate Fetel, Conference, Decana, Max Red Bartlett e William le varietà più diffuse.

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Emanuele Zanini Per l’aglio italiano la campagna 2014-15 è stata un’annata all’insegna della stabilità. Nel corso della stagione i prezzi si sono mantenuti su buoni livelli, in ripresa rispetto all’anno precedente grazie anche alle richieste in aumento e per la mancanza di prodotto con i quantitativi di merce vecchia terminata. L’assenza di giacenze ha aiutato il mercato e le quotazioni, che si sono dimostrate soddisfacenti, in particolare a partire da maggiogiugno di quest’anno. “A metà ottobre sono iniziate le semine per la prossima annata – anticipa Donato Palmieri, a capo della commissione Aglio di FruitImprese. “Le richieste di seme sono in linea con quelle del 2014”. La produzione 2014-2015 si è attestata attorno alle 30 mila tonnellate, segnando una crescita di un paio di punti percentuali rispetto al 2013-2014”. Palmieri conferma che il settore sta vivendo un periodo di stabilità mentre la qualità del prodotto è discreta e abbastanza costante. “Tuttavia rimane il problema di una malattia che colpisce il seme bianco tradizionale”. E proprio l’aglio bianco classico sta perdendo quota all’interno del paniere delle varietà presenti nel comparto. “La tendenza generale è spostarsi su semi di origine cinese ma comunque prodotti in Italia. Si tratta di una cultivar che si sta diffondendo in tutto il mondo e che effettivamente e che offre le maggiori garanzie in termini di qualità e quantità”. Secondo Palmieri con l’arrivo dell’autunno i prezzi si sono mantenuti su buoni livelli e in ulteriore ripresa, anche in Cina e in Spagna. “Le stesse previsioni si possono effettuare per l’Argentina, che avrà il suo Ottobre 2015

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L’assenza di giacenze aiuta la buona tenuta delle quotazioni La produzione italiana si attesta attorno alle 30 mila tonnellate. I commenti sul mercato da parte di Cervati e di Pio Del Prete

picco di mercato tra dicembre e gennaio. Nel Paese sudamericano inoltre si prevedono volumi in aumento”. È soddisfacente il bilancio per l’annata 2014-15 per Cervati Import Export, azienda rodigina, specializzata nella commercializzazione di aglio nazionale ed estero, oltre che di scalogno. L’impresa veneta commercializza in totale circa 4 mila tonnellate di prodotti, compreso scalogno, con una parte biologica. “Abbiamo riscontrato un consistente aumento dei prezzi rispetto a quelli, molto bassi, dell’annata precedente”, spiegano dalla ditta. Un incremento di quotazioni dovuto anche agli scarsi volumi ottenuti sia in Italia che in Spagna e in Francia. A seconda della tipologia e della qualità della merce, il prodotto spagnolo è così passato in media da 1,20-1,60 euro al chilo del 2014-inizio 2015 a 1,80-2,20 euro al chilo con la nuova campagna partita la scorsa primavera. Il prodotto nazionale ha avuto in-

crementi anche di 80 centesimi al chilo rispetto all’anno precedente. “Il problema – sottolineano alla Cervati – è che questi prezzi alla produzione in rialzo non registrano poi un riscontro effettivo nelle vendite. Così i commercianti si sono ritrovati un po’ spaesati. Condizioni complesse difficili inoltre da far percepire fino in fondo ai buyer delle catene di distribuzione”. Secondo i vertici dell’azienda di Rovigo tale situazione si è creata anche da una parte per la relativa calma riscontrata in Europa e per le richieste effervescenti in altri Paesi del mondo, a partire da Stati Uniti e Canada in Nord America, Sud Africa e Nord Africa, Brasile, Australia. “La Spagna ha approfittato di queste richieste puntando quindi soprattutto al di fuori dei confini europei”. Nella norma l’andamento delle semine, con un orientamento generale verso soprattutto il precoce, per qualità e resa. Prodotto quest’ultimo già seminato interawww.corriereortofrutticolo.it

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mente. Attorno al 20 di ottobre sono invece partite le semine dell’aglio tardivo. Ora si attende l’Argentina, “su cui si presume ci saranno prezzi elevati”. Sulla stessa lunghezza d’onda il commento di Pio Del Prete, titolare dell’omonima azienda casertana (che recentemente ha modificato leggermente il nome nella ragione sociale passando da Del Prete srl a Pio Del Prete srl) che commercializza circa tremila quintali di aglio e 20 mila quintali tra cipolla dorata (il 60%), cipolla bianca, rossa, scalogno e carote (prodotti che rappresentano l’altro 40% dei 20 mila quintali): “Il 2014-15 è stato un buon anno, con prezzi e vendite soddisfacenti. Lo scorso giugno con l’arrivo del nuovo aglio spagnolo, caratterizzato da un calibro buono, le quotazioni si sono rialzate ulteriormente, segnando, fino a settembre, aumenti anche del 30%.

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“In giugno, con l’arrivo dell’aglio spagnolo, caratterizzato da un buon calibro, i prezzi si sono rialzati segnando fino a settembre aumenti anche dle 30%. Poca merce dalla Cina” La Cina ha poca merce e di pezzatura medio-piccola”. Secondo Del Prete l’annata ha riscontrato una qualità del prodotto non eccezionale a causa anche della presenza soprattutto di calibri piccoli. “Ciò nonostante le quotazioni si sono mantenute su valori piuttosto elevati”. L’imprenditore casertano con cauto ottimismo confida in un’altra buona stagione, partita da pochi

Pio Del Prete

giorni con le nuove semine. “Speriamo di trovare maggiori soddisfazioni commerciali instaurando rinnovati rapporti con la grande distribuzione – conclude Del Prete. Infatti noi, che siamo anche confezionatori, ci troviamo nella fase centrale della filiera, tra i produttori, che spesso riesce a vendere a prezzi sostenuti, e la gdo che a sua volta riesce ad ottenere buoni margini”.

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Enrosadira rilancia il lampone Importiamo il 70% dei frutti Pietro Barbieri Si è da poco aggiudicata la medaglia d’oro al Macfrut Innovation Award, rassegna svoltasi nell’ambito della 32^ edizione del Salone internazionale dell’ortofrutta, tenutosi quest’anno per la prima volta a Rimini, che ha inteso valorizzare sementi, cultivar e mezzi tecnici con un contenuto innovativo distintivo. Si tratta di Enrosadira, nuova varietà di lampone rifiorente caratterizzata da elevata precocità e da un’ottima qualità dei frutti. Enrosadira è frutto di un progetto di breeding condotto da Aldo Telch, breeder trentino noto per avere dato origine ad altre importanti varietà di lampone. Da tre anni il materiale che scaturisce da questo progetto è esclusivo dominio a livello mondiale dei Vivai Molari e Gatti di Martorano di Cesena che ne sviluppano la diffusione. La pianta, leggermente spinescente, con rami laterali poco sviluppati che però si allungano dopo la cimatura, presenta un fogliame rigoglioso e protettivo. Molto vigorosa e generosa, Enrosadira offre un’elevata produttività rispetto alle varietà tradizionali e permette di anticipare la produzione estiva. I frutti maturano circa il 25 maggio su vecchia vegetazione e attorno al 25 luglio su nuova vegetazione. Enrosadira è il risultato di un lavoro di breeding cominciato otto anni fa. Gli obiettivi del progetto erano quelli di ottenere un lampone caratterizzato da qualità e sapore, produttività e rusticità, assieme a una shelf life superiore alle altre varietà in commercio (riesce a conservarsi fino a 10-11 giorni dopo la raccolta pur mantenendo un sapore dolce e gustoso). Ma soprattutto è una varietà

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Un progetto tutto italiano premiato con il Macfrut Innovation Award. Tra i piccoli frutti è quello più coltivato e ciò nonostante dipendiamo dall’estero

Gilberto Molari e Aldo Telch, protagonisti del progetto Enrosadira

che consente di fare tre cicli produttivi in due stagioni con la stessa pianta. Un risultato eccezionale, che offre al produttore un'opportunità commerciale e di reddito importante. “Per ottenere questo genere di ri-

sultati – dice Gilberto Molari, titolare dell’omonima azienda vivaistica - è necessaria la coltivazione in vaso o fuori suolo che permette una forzatura al normale ciclo della pianta. Dalle prove finora effettuate è risultata una prima produzione, iniziata ad agosto e terminata oltre la metà di novembre 2014, di 1,35 kg per vaso. Dopo aver eliminato i rami che avevano appena prodotto, ma lasciando almeno 2-3 polloni per vaso per la produzione successiva, le piante sono state collocate in serra temperata per il periodo di riposo. La raccolta primaverile 2015 si è così conclusa con una produzione di 1,02 kg per vaso. A quel punto abbiamo nuovamente tagliato i rami che avevano appena prodotto, lasciando 2-3 nuovi polloni e diradando le piante sulla fila, passando da 4 a 3 piante per metro lineare. La terza raccol-

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ta è in corso e sono fiducioso che i risultati precedenti possano essere replicati”. La varietà si trova oggi in una fase sperimentale avanzata, cioè è già coltivata presso molte aziende produttrici e non solo nei centri sperimentali. “Al momento – prosegue Molari stimiamo una superficie coltivata di circa 12 ettari in tutta Europa, ma consideriamo che nella prossima primavera saranno disponibili i primi quantitativi importanti di piante. L’obiettivo, assieme ai licenziatari europei, è di raggiungere i 100 ettari nel 2017”. Attualmente Enrosadira è coltivata nella maggior parte dei Paesi europei, dal sud della Spagna alla Norvegia, e i risultati sono assai soddisfacenti ovunque. La grande qualità del frutto agevola notevolmente il suo riconoscimento e lo sviluppo commerciale. I test di mercato hanno infatti fornito all’azienda Molari ottime risposte. Si tratta di un frutto che può garantire un incremento del prezzo al consumo anche del 20% rispetto alle varietà concorrenti. I produttori che l’hanno coltivata hanno ricavato almeno 1,5 euro/kg in più rispetto ad altre varietà. Dal punto di vista agronomico è una cultivar abbastanza semplice da coltivare, infatti la robustezza della pianta ne agevola l’impianto. Inoltre la grande semplicità di distacco dei frutti la rende economicamente molto vantaggiosa, in quanto la resa di raccolta è superiore di circa il 30-35% alle altre varietà. “I costi di impianto di Enrosadira – continua Molari - sono simili a quelli delle varietà competitor, cioè un impianto da 5.000 metri quadrati costa complessivamente attorno ai 9.000 euro, ma la semplicità di gestione ne agevola la diffusione e ne riduce il costo. Con questo intendo che l’agricoltore paga le royalties solo all’acquisto delle piante; successivamente non subentrano ulteriori balzelli, come per esempio una

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Una coltura estremamente redditizia dalla quale si possono ricavare fino a 55 mila euro per ettaro royalty per kg di frutta prodotta che altri costitutori stranieri applicano”. Vale la pena ricordare che il lampone è attualmente il frutto di bosco più coltivato in Italia, ma anche quello con maggiori esigenze di substrato: nonostante infatti sia una pianta che, grazie alla sua rusticità, si adatta a terreni di natura differente, esso predilige in generale terreni ricchi di sostanza organica, sciolti, freschi, privi di calcare, con reazione sub-acida (pH 6-6,5) e ben drenati, per non incorrere nel rischio di clorosi o asfissia radicale. Con una produzione lorda vendibile di circa 50-55.000 euro/ha il lampone è oggi ai primi posti fra le colture più redditizie. Le piante producono in media 100-120 quintali per ettaro. Il prezzo di vendita dei frutti varia da 5 a 10 euro/kg all’ingrosso, con punte di 12-14 euro/kg nella vendita diretta a pasticcerie, gelaterie e ristoranti. Ma torniamo a Enrosadira. Come accennato in precedenza, uno dei

suoi fattori di successo è la shelf life particolarmente lunga. Esperimenti in tal senso sui lamponi sono già stati condotti in passato, con cultivar particolarmente resistenti provenienti, ad esempio, dalla Spagna o dagli Usa, ma fino ad ora nessuna varietà aveva raggiunto adeguate performance in fatto di sapore. Enrosadira invece presenta una shelf life doppia rispetto alla media dei frutti in commercio e allo stesso tempo mantiene quel sapore particolarmente dolce e gustoso che il mercato richiede. Questo lampone è già venduto al dettaglio, ma al momento non è ancora riconoscibile dal consumatore che, in generale, negli ultimi anni ha mostrato un crescente apprezzamento verso i piccoli frutti, grazie alle loro caratteristiche organolettiche e di salubrità. La produzione italiana attuale non riesce a soddisfare la richiesta del mercato interno e così ben il 70% delle vendite è di importazione. C’è dunque un’opportunità di crescita significativa per chi intende investire in questo settore ed Enrosadira mostra di avere le caratteristiche adeguate dal punto di vista produttivo, agronomico e qualitativo per garantire ai frutticoltori un ritorno economico all’altezza delle loro aspettative. Ottobre 2015


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