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Speciale Madonna della Montagna - Supplemento al n° 23 del Corriere della Piana - Periodico d’informazione della Piana del Tauro - Reg. Trib. di Palmi n° 85 del 16.04.1999

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solo € 1,0 0

All'interno il poster della Madonna della Montagna

Speciale 120° del Miracolo della Madonna della Montagna


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a nostra comunità parrocchiale si ritrova a vivere, e con essa l’intera città, ancora una volta la festa in onore della Madonna della Montagna, Patrona e Regina di Taurianova. Questo è un momento speciale per la nostra città e la nostra comunità parrocchiale, per l’intera città perché, per il fatto di riunirsi attorno a Maria, ci porta a riconsiderare e a rivalutare il nostro ruolo anche all’interno della stessa comunità cristiana e all’interno della Chiesa, essendo Maria cooperatrice nel disegno di salvezza. Noi dobbiamo riscoprire attraverso Maria la presenza di Gesù nella nostra vita perché se noi esuliamo Maria, la togliamo fuori dal contesto vitale di Gesù, la rendiamo povera: non l’arricchiamo. Maria ci porta Cristo perché lei ha portato Cristo, e, come ho tante volte scritto, la priviamo

Corriere della Piana Speciale Madonna della Montagna

Supplemento al n° 23 del Corriere della Piana Periodico di politica, attualità e costume della Piana del Tauro

Riscoprire Maria e il senso di appartenenza alla comunità cristiana

di Don Antonio Spizzica Parroco di Santa Maria delle Grazie

semmai fosse possibile privare la Madonna di un qualcosa - del dono più prezioso che lei stessa ci ha fatto per volere di Dio e che è suo figlio Gesù. Allora anche quest’anno siamo partiti con un intenso programma che prevede una serie di appuntamenti e che il 29 Agosto, dopo la solenne celebrazione del rito eucaristico, è iniziato con l’invito (U 'mbitu), che serve a comunicare alla comunità, alla città e anche ai paesi vicini l’inizio dei festeggiamenti. Un tempo almeno era così!... Oggi i nuovi mezzi di comunicazione sono così cambiati al punto da rendere apparentemente superfluo questo messaggio visivo, anche se è bello mantener viva la tradizione del falò luminoso. Il programma spirituale è denso di momenti significativi come le sante Messe, la solenne concelebrazione eucaristica in piazza Macrì perchè, com’ è noto, quest’anno ricorrono tre appuntamenti importanti per la vita della nostra città: il 120° anniversario del miracolo, il ventesimo dell’incoronazione e l’ottantacinquesimo della dedicazione della chiesa parrocchiale, che in realtà è avvenuta il 5 di ottobre, ma che abbiamo pensato di mettere insieme a questi avvenimenti per non appesantire il tutto. Ed allora, un augurio. Un augurio che questi giorni di festa possano farci riscoprire il senso di appartenenza alla comunità. Maria senza Gesù è una donna come le altre. E’ povera. Noi invece vogliamo anche qui, semmai fosse possibile, arricchire la Madonna; arricchirla anche con la nostra presenza vera dando un senso nuovo alla nostra vita, dando un senso vero di appartenenza alla nostra comunità cristiana, perché è - come diceva Santa Teresa - se noi abbiamo Dio abbiamo tutto, e riscoprire la presenza di Maria dentro la Chiesa significa riscoprire anche la nostra presenza all’interno della comunità cristiana. La Madonna ha voluto e vuole continuamente dircelo anche nelle varie apparizioni: “Lourdes, Fatima, La Salette”, ricordare il nostro impegno all’interno della Chiesa. Se noi andiamo a recuperare i testi biblici, che in realtà pochi parlano della Madonna, la vediamo sempre discreta e silenziosa, mai fuori da quello che è il contesto di Gesù. Umile, sottomessa alla volontà di Dio ed è questo che noi dobbiamo riscoprire: il senso di sottomissione. E’ brutto parlare di sottomissione, perchè nessuno vorrebbe mai essere sottomesso all’altro. La Madonna con i suoi segni, che sono tanti, con la sua umiltà invece ci invita alla sottomissione, al perdono e alla costruzione della Pace.

corrieredellapiana@libero.it

Direttore Responsabile: Luigi Mamone Vice Direttore: Filomena Scarpati Lettering: Francesco Di Masi

Sommario

Hanno collaborato: Cecè Alampi, Diego Demaio Contributi di: Francesco Sofia Moretti, Francesco Sofia Alessio

Speciale Madonna della Montagna - 5 Settembre 2014

Foto: Francesco Del Grande, Federica Mamone, Diego Demaio, Free's Tanaka Press, Sergio Nasso Grafica e Impaginazione:

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Riscoprire Maria

Stampa: Litotipografia Franco Colarco

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Lavorare per costruire la Pace

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Responsabile Marketing: Luigi Cordova Cell. 339.7871785 - 389.8072802 cordovaluigi@alice.it - locordova@libero.it

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Vocata a Maria

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Fra storia e leggenda

Editore Circolo MCL “Don Pietro Franco” Via Benedetto Croce 1 89029 Taurianova (RC) La collaborazione al giornale è libera e gratuita. Gli articoli anche se non pubblicati non saranno restituiti. Chiuso per l’impaginazione il 3 Settembre 2014

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La devozione alla Madonna

della Montagna a Taurianova

Un modo per ricordare

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Poster Intervista al grande artigiano Giuseppe Sgarano Racconto dell’arrivo dell’attuale statua della Madonna L'incoronazione Ode alla Vergine della Montagna


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Una lunga teoria di portatori alimenta con i fasci di lupini secchi il grande falò del 29 Agosto (Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)

A 120 anni dal Miracolo della Madonna della Montagna

Lavorare per costruire la Pace di Luigi Mamone

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uanto importante sia per i fedeli e per il popolo tutto di Taurianova il momento devozionale legato alle feste in onore della Madonna della Montagna lo si evince dalle innumerevoli manifestazioni che - ovunque - si registrano. Dal 29 Agosto, data nella quale - a notte fonda - il cielo viene rischiarato dalle altissime fiamme del falò dei “luppinazzi”, che rappresenta ancora oggi l’invito alla festa, alla partecipazione alle celebrazioni eucaristiche, alle manifestazioni di devozione praticate attraverso la realizzazione delle “Stelle di Maria”: una sorta di lanterna cinese costituita da un telaietto leggero di giunchi o di legno, rivestito di carta colorata e illuminato dall’interno, oggi con normali lampadine, un tempo con fiammelle, alla corale partecipazione alle celebrazioni - prima fra tutte la processione - quest’anno purtroppo depennata dal programma a seguito delle note vicende oppidesi, che hanno indotto il Vescovo di Oppido Palmi a un decreto di generalizzante rigore che ha vietato le processioni nell’intera Diocesi. La devozione a Santa Maria delle Grazie, o Madonna della Montagna di Radicena è culto assai antico. Però quello che ha dato nuova spinta e - a 120 anni dalle vicende - immutato vigore restano gli eventi prodigiosi del 9 settembre 1894 quando la Madonna mosse gli occhi e successivamente nel corso della processione davanti la Chiesa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, allora Cattedrale di Jatrinoli, nel cielo apparvero scie di luce che andarono a sovrapporsi al disco lunare formando una croce. L’evento è storicamente certo, e certe e autorevoli sono le fonti del tempo che lo riferiscono. Il latinista Francesco Sofia Alessio così lo descrisse: " era la sera del 9 settembre del 1894, la venerabile immagine di Maria SS.ma della Montagna, patrona della città di Radicena, stava esposta nella Chiesa alla venerazione dei fedeli. Si era celebrata la festa il giorno precedente. Erano le ore 7 pomeridiane, ed un certo Ambrogio Incarnato, negoziante napoletano, mentre contemplava il volto

Il Commissario Straordinario Dott. Gaglio accende il falò (Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)

Le alte fiamme del falò davanti alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie (Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)


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Il falò dei luppinazzi (Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)

della Madonna, si accorse che gli occhi della Statua si muovevano con vivacità singolare, e richiamò l'attenzione degli astanti, i quali gridarono al miracolo. La Madonna fu portata in solenne processione, moveva gli occhi guardando a destra e a sinistra in alto e in basso. Io avevo 20 anni e la vista chiara ed acuta e potei osservare in tutti i modi i movimenti di quelle divine pupille. Io vidi quegli occhi, che ora si levavano verso il Cielo, ora si abbassavano verso la terra, e si rivolgevano verso tutte le povere anime, che spaventate pregavano". A questi fatti si accompagnò un fenomeno celeste del tutto nuovo, avente qualche somiglianza con quello dell’apparizione della croce a Costantino, prima della battaglia di Ponte Milvio. Secondo la relazione fatta dal direttore dell'Osservatorio MeteoricoGeodinamico di Radicena a Padre F. Danza, illustre astronomo della Specola Vaticana: "La sera del 9 corrente, alle ore 23,30, dopo una giornata di fuoco, come tutte le altre che questa precedettero, mentre è superfluo si sappia che qui fin da maggio non cade una goccia d'acqua e da un mese una sola stilla di rugiada, dopo una giornata di fuoco, ripeto, 31,4°, con abolizione perfetta di un venticello N-NW, che aveva spirato nelle ore più calde, sopra un cielo limpido disegnavasi un breve alone lunare trasparentissimo, che a poco a poco dileguavasi lasciando al di sotto del disco un fascio luminoso come cosa di gran razzo di cui nucleo la luna. Ed ecco altro fascio luminoso di sopra del disco stesso-una verticale in tutto, che dopo pochi istanti veniva intersecato da altro fascio orizzontale, una croce chiara, spiccata, perfetta, a cui la luna facea da centro". Dopo quell'evento a Taurianova si festeggia il 9 settembre come giorno del miracolo. Un evento prodigioso e inspiegabile. Sia i movimenti degli occhi della statua della Vergine, che il successivo fenomeno celeste della croce sovrappostasi alla Luna, rappresentarono e rappresentano per tutti - credenti, atei e miscredenti che siano o pensino di essere un messaggio cifrato destinato al cuore di tutti coloro che abbiano la capacità e la predisposizione d’animo per accettarlo, decodificarlo, comprenderlo, amplificarlo e tramandarlo. Radicena e Jatrinoli allora, Taurianova oggi, quantomeno li hanno perpetuati con la stessa intensità emozionale di coloro i quali vissero il prodigio storicizzandolo e facendolo proprio, come patrimonio tangibile della salvifica attenzione con la quale il genere umano, in se fallace e destinato a consumarsi nelle successione delle generazioni, viene beneficato dall’entità divina o soprannaturale che per i credenti è la mamma di Gesù e Madre nostra e per i non credenti quantomeno uno stimolo a domandarsi: "Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andremo?" La Madonna, 120 anni or sono, aveva inteso lanciare un messaggio. Forse quegli uomini di fine 800 non furono in grado di capirlo. Certo mai avrebbero immaginato che da li a pochi lustri - con il nuovo secolo - giunto sulle trascinanti note dei Valzer Viennesi e del Gran Ballo Excelsior - sarebbe iniziata una stagione di tragedie e di guerre fratricide: Nel 1908 il terremoto; poi, a vent’anni dal Miracolo, la Prima Guerra Mondiale: 16 milioni di morti e 35 anni dopo la seconda Grande Guerra: altri 55 milioni di morti. E oggi ancora nuove guerre, nuovi morti, indifferenza, potere detenuto da un ghota di superricchi che dettano le regole al mondo intero, mentre intorno maturano nuove povertà, nuove miserie, nuovi guasti per una umanità che sembra aver scordato Dio e i messaggi di fraternità che Papa Francesco, instancabilmente lancia ad un mondo di sordi che non vogliono comprendere che il miracolo della Pace potrà essere costruito con la fede, la speranza e la buona volontà. Dal 1894, gli occhi della Vergine Maria non si sono più mossi. Sia il cuore dell’Uomo a far si che il miracolo si rinnovi: ogni giorno. Ogni momento. Sulla via della costruzione della Pace.

Per queste ragioni, ricordare non solo l’anniversario del miracolo, ma anche il ventennale della incoronazione della Madonna, evento che avvenne in una stagione in cui Taurianova, guardava al proprio futuro con maggiore ottimismo e lungimiranza di quanto non faccia oggi, ridotta ad un dormitorio, raggomitolata su se stessa e incapace di proporre una classe politica in grado di fugare definitivamente la presenza di commissioni straordinarie, tanto umilianti per il paese che le subisce quanto inutili ad un progetto globale di rilancio, o meglio, del lancio, di un progetto condiviso di ricostruzione politica, morale, civile ed economica di una comunità un tempo florida e oggi povera, senza idee, senza speranza e senza futuro: per se e per i giovani che sempre più numerosi lasciano un paese sul quale dal 1991 grava la maledizione dei ripetuti commissariamenti per il pericolo del condizionamento delle 'ndrine sull’azione degli amministratori. Burocrati al posto dei politici per gestire l’ordinarietà senza avvedersi che tutt’intorno altri paesi facevano le loro fortune spartendosi le spoglie di quel terziario fonte di economia e di ricchezza che un tempo era una delle peculiarità di Taurianova. Ognuno merita quel che ha, potrebbe dirsi. Oppure, forse: ognuno ha quel che merita. In ogni caso ci vorrebbe un nuovo miracolo.

La Madonna della Montagna sul suo trono (Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)


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LA DEVOZIONE ALLA MADONNA A TAURIANOVA

Vocata a Maria

In ogni chiesa, in ogni casa, nella scelta dei nomi, il segno di una grande fede mariana Una stella votiva (Foto Federica Mamone)

di Cecè Alampi

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Taurianova o meglio a Radicena e a Jatrinoli, i due antichi Comuni dal 1928 unificati e che insieme alle frazioni San Martino ed Amato hanno dato vita all’attuale Taurianova, la devozione a Maria potrebbe ritenersi nata insieme ai due primigeni nuclei abitati; ciò soprattutto se fosse vero, che siano stati fondati dai monaci basiliani, che, verso la Madonna, nutrivano un culto straordinario. Una testimonianza concreta dell’amore dei fedeli dei due antichi nuclei abitati verso la Vergine è data, altresì, dallo stretto rapporto tenuto con i Santuari Mariani del circondario: primo fra tutti con quello di Polsi, poi con quello della Madonna della Grotta e con quello della Madonna dei Poveri di Seminara, dove gli abitanti di Radicena e Jatrinoli si recavano puntualmente ogni anno anche quando vi furono mille difficoltà. Le tante Chiese e i luoghi dedicati alla Ma-

Lei dedicata. La Chiesa Matrice di Radicena anticamente era intitolata a Santa Maria del Casale, poi a Santa Maria Ambasiade (dal greco: Regina degli Angeli) e infine - attualmente - Santa Maria delle Grazie, che, fin dal 1760, custodisce la statua della Madonna della Montagna. Le altre Chiese della città dove la Madonna è venerata sono: a Jatrinoli la Parrocchiale dove si venera la Patrona “Madonna del Carmine”; a San Martino La “Madonna della Colomba”; ad Amato la “Madonna Immacolata”; a Radicena la “Madonna Immacolata” e, nella stessa Chiesa, anche la “Madonna del Soccorso”; a Jatrinoli la Madonna Immacolata. Una ulteriore splendida immagine della Madonna Immacolata è venerata anche nella Chiesa Parrocchiale di San Giuseppe, sposo di Maria; alla “Madonna del Rosario” è dedicata anche l’antica e monumentale Chiesa dei Domenicani in Piazza Italia; alla “Madonna Addolorata” è dedicata infine la Chiesa del Convento dei Padri Cappuccini. Inoltre tra le Chiese

donna, inoltre, sono un’altra testimonianza tangibile dell’amore che da sempre i taurianovesi Le hanno tributato. Le Chiese di Taurianova infatti sono quasi tutte dedicate alla Madonna o hanno qualche cappella a

distrutte dai vari cataclismi o dall’incuria, nelle campagne di Taurianova ricordiamo a Baracade la Chiesa di “Santa Maria de Jesu”, a San Martino la Chiesa di “Santa Maria delle Grazie”, a Gagliano la Chiesa

dedicata alla “Madonna Consolatrice” e un grande quadro dedicato alla “Madonna della Montagna di Radicena” nella Chiesa della Villa De Leonardis, che, tra l’altro, fino a pochi anni fa conservava una scultura in argento raffigurante un vitellino che veniva esposto durante i festeggiamenti insieme a molti altri oggetti in argento offerti dalla stessa famiglia De Leonardis come ex-voto. Diffusissimi sono tra l’altro, tra le donne di Taurianova il nome Maria, o Maria Montagna, o Montagna, o Maria unito ad altri nomi. Su mille donne ben trecento portano il nome Maria da solo o unito ad altri nomi e ben quaranta portano il nome Montagna da sola e venti il nome Maria Montagna. Importanti sono inoltre i numerosi scritti, le poesie, e i dipinti che i nostri poeti, scrittori e pittori hanno dedicato alla Madonna della Montagna: primo fra tutti Francesco Sofia Alessio e poi il Canonico Don Francesco Albanese, Francesco Sofia Moretti, Domenico Sofia Moretti, Pasquale Lococo fu Giuseppe, Leonardo Spinelli, Michele Ascioti, Don Giuseppe Rodofili, Don Giovanni Rodofili, Adolfo Moretti, Giuseppe Romeo Toscano, Vincenzo Toscano, Saverio Petrilli, Mons. Francesco Muscari, Domenico Caruso, Tommaso Luvarà, Antonio Mileto, Enzo Zito, Domenico Zito, Isabella Loschiavo, Angela Maccarone Amuso, Salvatore Lazzaro, Pasquale Larosa, Mario Cannizzaro, Domenico Spirlì, Luigi Mamone, Diego Demaio, Adriana Caruso, Pasquale Musolino, Saro Versace, il sottoscritto e tanti altri che è impossibile elencare perchè anonimi cantori delle bellezze della nostra Madonna, dei suoi prodigi e della sua intercessione per la nostra città. Della storia e dei prodigi della nostra Immagine, inoltre, sono state scritte diverse tesi di laurea e di Lei, ancora, hanno scritto, illustri studiosi calabresi come Salvatore Gemelli, Rosario Condò, Antonio Orso. Non c’è casa di Taurianova che non possieda un quadro, un’immagine o una statuetta raffigurante la Madonna e in particolare la nostra Madonna della Montagna. Ci sono edicole come quella di Piazza Macrì, con statuette che la raffigurano a Pegara e a Cannavà.


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Legate al fascinoso Aspromonte

di Cecè Alampi

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a devozione alla Madonna della Montagna ha origine antichissime e inizia probabilmente nell’anno 1144, quando nella valle di Polsi, nel cuore dell’impervio Aspromonte, un pastorello ritrovò un vitello, che aveva perduto, inginocchiato in adorazione davanti a una croce di ferro di forma greca. Secondo la tradizione al pastorello estatico nel vedere il vitello inginocchiato apparve la Madonna, che gli chiese di far costruire in quel luogo una Chiesa in suo onore ed in onore del suo Divin Figlio - promettendo numerosi pellegrinaggi lungo il corso dei secoli e molte grazie ai fedeli. Un’altro racconto popolare parla di un’apparizione della Madonna avuta dal Conte Ruggero mentre era a caccia sull’Aspromonte, nella piccola valle di Polsi, dopo aver visto un vitello inginocchiato di fronte ad una croce di ferro di forma greca. A ricordo del fatto il Conte fece costruire una Chiesa dedicata alla Madonna. Polsi è una piccola valle sita a 850 metri di altitudine in Aspromonte, sotto Montalto la cui cima raggiunge 1958 metri. Il luogo aspro ed impervio, raggiungibile fino a qualche anno fa solo attraverso due piccole mulattiere che scendevano dai fianchi della Montagna - una dal Sanatorio e una da San Luca - è adesso raggiungibile percorrendo una strada scoscesa in terra battuta ed è da sempre intriso di leggende e misteri, come quelle relative alla Maga Sibilla, a Marco incatenato all’interno di Pietra Kappa, ai segni sulla roccia lasciati dal diavolo, all’acqua della Pregna, sgorgata miracolosamente per dissetare una pellegrina incinta, alla sedia della Madonna, a Papa Silvestro, alle fiumare che circondano come in un’abbraccio la valle, ed altre ancora. Il luogo risultò ideale per la rapida diffusione del culto verso la Madonna

Fra storia e leggende Le origini della devozione alla Madonna della Montagna

che divenne così la protettrice della gente della montagna contro ogni avversità legata alla dura vita silvestre. A Polsi sono nate e si sono sviluppate le più belle leggende relative alla nascita della Madonna e alla sua prima infanzia “quandu iva a maistra ‘nta Maga Sibilla”. La nostra gente aveva situato i luoghi dell’infanzia della Madonna nel cuore dell’Aspromonte e non in Palestina. Narra infatti una leggenda che la potente Maga Sibilla, che aveva il suo Regno nel cuore dell’Aspromonte e possedeva immense ricchezze e tutti i libri del sapere, voleva diventare la Madre del Messìa. La Madonna giovinetta, insieme ad altre ragazze della sua età andava ad imparare l’arte del cucito presso Maga Sibilla (“iva a maistra ‘nta Maga Sibilla). Quando la Maga comprese che Maria fosse stata predestinata a diventare la Madre di Gesù, andò su tutte le furie, distrusse tutti i suoi libri e abbandonò il mondo ritirandosi nei sotterranei del suo castello, sotto le grotte di Montalto e di Pietra Kappa, insieme al fratello Marco il quale, in seguito, fu condannato a gridare in eterno per il dolore della mano destra diventata pesantissima per aver dato uno schiaffo a Gesù. Storicamente documentata vi è invece la presenza dei monaci basiliani con un convento costruito nel XIV secolo e nella cui Chiesa si venerava la Madonna sotto il titolo di “MADRE DEL DIVIN PASTORE”, raffigurata prima in un quadro portato da viaggiatori siciliani e poi dal 1560 da una statua in pietra di tufo di scuola siracusana. E’ una statua monumentale e pesantis-

sima e rappresenta la Madonna seduta con il bambino sulle ginocchia: una maestosa figura con una espressione dolce e materna. Si raccontano straordinari miracoli operati dalla Madonna della Montagna come quello della resurrezione del figlio del Marchese di Roccella, dell’acqua della pregna, dell’acqua tramutata in olio e tanti altri. La devozione alla Madonna della Montagna è diffusa ovunque, ma in modo particolare nella provincia di Reggio Calabria. La festa viene celebrata il 2 settembre, ma i pellegrinaggi iniziano a Maggio. I pellegrini chiamano la Madonna della Montagna di Polsi “A Madonna da Muntagna Arrassu”. La parola dialettale “arrassu”, significa lontano. Quindi Madonna da Muntagna arrassu, significa Madonna della Montagna “lontana” per distinguerla da tutte le altre Immagini dedicate alla Madonna della Montagna. Polsi ha dato vita o ispirato, infatti, molte Chiese, cappelle o altari in onore della Madonna della Montagna, a Taurianova, Galatro, S. Giorgio Morgeto, S.Elia, Capistrano (CZ), Messina, Ganzirri (ME), Curcuraci (ME), ma il SANTUARIO DI POLSI resta certamente la CHIESA MADRE di tutti i luoghi, Santuari, Chiese e Cappelle, dove viene venerata la Madonna della Montagna. Del Santuario di Polsi hanno scritto grandi poeti e scrittori Come Edward Lear, Corrado Alvaro, Francesco Perri, Francesco Sofia Alessio, Fortunato Seminara, H. Capialbi, G. Raso, D. Fera, A.Pignataro, Salvatore Gemelli, F. De Cristo, G. De Cristo, Antonio Delfino, Stefano De Fiores.

Il Santuario e la Madonna di Polsi


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La devozione alla Madonna della Montagna a Taurianova di Cecè Alampi

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ell’anno 1760, che per la crisi economica era stato definito anno calamitoso, mentre sul trono delle Due Sicilie regnava Ferdinando IV di Borbone, a Radicena - Sindaco Francesco Antonio Loschiavo -la Chiesa Parrocchiale intitolata a Santa Maria delle Grazie, che era posta sotto la protezione di Sant’Orsola, Patrona della Città, veniva affidata a Don Domenico Antonio Zerbi-Zangari, nato a Radicena, ma fino ad allora Arciprete a Capistrano, paese agricolo delle Serre in provincia di Catanzaro. Don Domenico Antonio, mentre era a Capistrano, dove era giunto la Domenica di Pasqua dell’anno 1750 su invito del Vescovo di Mileto Mons. Marcello Filomarini - come attestano i registri della Chiesa Parrocchiale di San Nicola di quella città recando con sè un quadro su tela della Madonna della Montagna di Polsi della quale era tanto devoto, si ammalò gravemente tanto che fu sul punto di morire. Infatti i medici visto il decorso della malattia avevano abbandonato ogni speranza di salvarlo. Non fecero altrettanto i parenti dell’Ar-

ciprete che moltiplicarono le preghiere alla Madonna, l’unica speranza che rimaneva. Un nipote dell’Arciprete in un’impeto di fede più forte, gli poggiò sulla fronte una immaginetta della Madonna della Montagna di Polsi, della quale erano tutti particolarmente devoti e che avevano invocato per la guarigione del loro congiunto. Non appena Don Domenico Antonio Zerbi fu sfiorato dall’immagine della Madonna della Montagna, guarì istantaneamente e così per ringraziare la Madonna della particolare grazia della guarigione che aveva ricevuto, pensò di promuovere il culto a Capistrano. Acquistò allora una statua vestita con una serica veste e con un bambino in braccia sul tipo di quella di Polsi, e quando essa giunse a Capistrano la seconda domenica di Agosto nè celebrò la festa. Destinato a Radicena, come dicevo, nell’anno 1760, l’Arciprete Zerbi per prima cosa volle perpetuare la devozione alla Madonna della Montagna istituendo anche nella sua nuova Parrocchia una festa in suo onore. Per la Chiesa Matrice di Radicena, che l’anno prima con decreto di Ferdinando IV era diventata di natura ricettizia collegiale ad honorem, secondo il Concordato del 1741, comprò una grande immagine molto simile a quella di Capistrano, scolpita in

legno e rivestita di un bellissimo manto di seta azzurra e celeste con ricami d’oro (adesso si trova custodita presso il Convento dei PP. Cappuccini), e stabilì la festa il giorno otto settembre, giorno in cui il calendario festeggia la Natività di Maria. La grande devozione verso la Madonna della Montagna di Polsi, dove molti radicenesi ogni anno si recavano in pellegrinaggio, specialmente a piedi attraverso gli scoscesi sentieri dell’Aspromonte, impiegando intere nottate di cammino, contribuì ad incrementare il culto dell’immagine voluto dall’Arciprete Zerbi. Quando nel 1771, si verificò il miracolo del figlio del Principe di Roccella, morto durante il pellegrinaggio a Polsi e che - deposto sull’altare riacquistava la vita - anche alla Madonna di Radicena furono tributati grandi onori, la sua devozione ebbe grande incremento. Purtroppo dodici anni dopo, nel 1783, il 5 febbraio, quando il culto era ormai ben saldo, un terribile terremoto si abbattè sulla nostra Piana distruggendo centonove città e villaggi e facendo perire trentaduemila persone di cui millenovantatrè a Radicena, Jatrinoli e San Martino e tra esse anche il promotore della devozione alla Madonna della Montagna a Radicena, l’Arciprete Don Domenico Antonio Zerbi.


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La Chiesa che era stata costruita nel 1737, 46 anni prima, sulle rovine di quella distrutta dal terremoto del 1736, non subì danni di rilievo al contrario del resto della città, la quale, tuttavia, subito il disastro con 756 morti e con un danno di 880.000 ducati, cominciò pian piano, come tutte le altre città distrutte, ad essere ricostruita. Anche a Jatrinoli e San Martino morirono rispettivamente 312 e 25 persone. Al posto del defunto Arciprete Zerbi, fu nominato Arciprete Don Antonio Cristofaro anche lui nativo di Radicena e fino ad allora Arciprete a Jatrinoli. In seguito al terremoto le rendite dei beni ecclesiastici soppressi furono suddivise nel Piano ecclesiastico del Marchese di Fuscaldo in pochissimi titoli fra cui “annui Ducati 20 per la festività e Chiesa di Santa Maria della Montagna di Radicena”. Cinque anni dopo il terremoto, nell’anno 1787, “quando - racconta Francesco Sofia Moretti - per quel terremoto rimaneva cangiata la faccia del suolo - quando paurosa e smarrita restava ancora ogni gente, quasi sempre dubbiosa sullo scampato periglio - quando, fra le miserie della vita, tratto l’uomo in campagna, or qua or là fra diruti casolari, a dormire presso le bestie più immonde, in mezzo all’incalzare dei morbi, dovuti alle pestilenziali esalazioni, emanate da insepolti cadaveri, giacenti sotto le rovine delle case - quando ancor vivo rimaneva nell’orecchio di ognuno il pauroso e sinistro rombo di un terremoto a pochi o a nessuno simile : di un flagello che dei superstiti aveva co-

stretto chi alla miseria e chi alla pazzia - in quell’anno, dico 1787, appariva come rinnovazione di un patto di speranza pel popolo radicenese, la bella statua della Vergine della Montagna” quella che il popolo onora ancora oggi. La statua era stata ordinata, per sciogliere un voto, da un certo Don Vincenzo Sofia, benestante, nato a Noto in Sicilia nel 1735 dove, rimasto vedovo e senza figli, dopo alcune disavventure, era venuto a Radicena dove aveva sposato in seconde nozze, una certa Caterina De Maria di Iatrinoli. Don Vincenzo Sofia era nonno di quel Vincenzo Sofia, Medico e Sindaco della città, denominato “Padre dei poveri”, il cui busto scolpito sul marmo, dal concittadino scultore Vincenzo Romeo, si trova nel Cimitero di Radicena ed era bisnonno di un’altro grande personaggio radicenese: l’Avvocato Domenico Sofia Moretti, anche lui più volte Sindaco della Città e narratore delle cronache di Radicena in un prezioso volume dal titolo “Radicena quel che vidi e appresi”. Don Vincenzo Sofia ebbe dalla moglie, Caterina De Maria cinque figli di cui due femmine: Margherita e Giovannina. Quest’ultima morì giovane in seguito ad una grave malattia. Il Sofia, addolorato per quella grave malattia, forse pensando alla guarigione miracolosa dell’Arciprete Zerbi a Capistrano, si rivolse con fiducia alla Madonna, alla quale promise di offrire in caso di guarigione di Giovannina, una statua d’argento del peso della figlia, raffigurante la Vergine della Montagna e

tutte le sue rendite in derrate e in animali di quell’anno. La grazia non fu concessa e la ragazza purtroppo morì, ma il Sofia generosamente volle ugualmente sciogliere il voto, almeno in parte, e invece che in argento fece scolpire nel legno la statua raffigurante la Madonna venerata a Radicena e a Polsi. Incaricato di scolpire l’immagine fu un certo Michele Salerno, intagliatore valentissimo, calabrese, nativo di Serra San Bruno, ma residente a Napoli dove aveva un avviato laboratorio. Alla fine del mese di Agosto dello stesso anno 1787, la statua, che costò al Sofia 60 ducati, fu pronta, imballata e caricata su una nave in partenza per il porto di Gioia Tauro. Quando la nave giunse nel golfo di Salerno, incappò in una violenta tempesta correndo il serio pericolo di naufragare e la cui felice conclusione - al porto di “Joia“ ( Gioia Tauro) con la scoperta della luminescente bellezza del simulacro della Vergine custodita dentro una cassa della quale essi non conoscevano il contenuto e che non erano riusciti a gettare in acqua quando fu loro ordinato di alleggerire la nave del carico - è da considerarsi il primo prodigio della Madonna della Montagna di Radicena. Viaggio periglioso che lo scrittore Francesco Sofia Moretti rievocò sul numero unico “Pro Fide”, pubblicato in occasione della festa del 9 Ottobre 1894: un mese dopo che la Madonna fu vista muovere gli occhi: il prodigio più noto della Madonna della Montagna di Radicena.


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La medaglia del miracolo

Un modo per ricordare

Ogni giorno e ogni ora i prodigi del 9 settembre 1894 La medaglia originale commemorativa del Miracolo del 1894 (collezione Dott. Diego Demaio Demetrio)

di Luigi Mamone

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’eco del Miracolo, anzi dei miracoli del 9 settembre 1894, lasciò una eco profonda nel cuore e nella coscienza storica di quella generazione che visse quegli eventi prodigiosi. Fedeli che divennero così testimoni dei prodigi al punto che per tenere sempre desto dentro il cuore quel ricordo e viva l’energia spirituale e l’afflato che ne derivò, in epoche in cui la stampa era limitata ai santini e le foto erano ancora dagherrotipi, utilizzarono il mezzo più

incisivo, forte e destinato a resistere alle ingiurie del tempo: il conio di medaglie. Le foto che proponiamo - su gentile concessione del Dott. Diego Demaio - sono le immagini dei due versi della medaglia commemorativa che fu coniata a ricordo di quei prodigi. La medaglia originale, custodita gelosamente nella sua collezione, fu coniata 120 anni or sono, a ricordo dei miracoli. In quegli anni lontani le donne la inserirono, senza mai più privarsene, alla catenina che portavano al collo. La medaglia qui riprodotta fu anche il dono che i Radicenesi facevano ai congiunti emigrati nelle lontane Americhe o in Europa. Era il messaggio di pace e di amore che la Vergine Maria aveva inteso lanciare e che attraverso quel modo di ricordare, giungeva in tutto il mondo. Oggi la medaglia - quantomeno quella originale - comprensibilmente è divenuta rarissima. L’invito, per chi la possiede, è quello di conservarla con cura. In essa vi è una traccia luminosa della nostra storia, civica e spirituale.

Amarcord in versi Due liriche di Diego Demaio

9 settembre 1894

“U ‘mbitu “

Le alte fiamme del falò dei lupinacci dell'invito (Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)

O Maria, quando dal Montalto al tremulo piano gli occhi veri posavi calde lacrime rigavano le scarne gote dei miei avi. In Selene, tua pallida ancella, l’eterea Croce disegnavi alla buia terra come luce di una stella la perduta speme col Miracolo ridavi.

Sballottano sopra i riboccanti carri i massari Cola, Peppi e Pascali per l’occasione sobri e con abiti cerimoniali. Sento anche, vero non mi pare, l’odore e il profumo naturale dei pazienti buoi dalla struttura monumentale. “Arrivano i luppinazzi” gridiamo festosi, abbandonando i lieti giochi sulla piazza noi ragazzi! Finalmente ecco la sera, alla voce immortale delle “Vere” campane s’accende “u ‘mbitu” grande falò ospitale. Quasi le risento a distesa suonare… I devoti portano i fasci di lupini secchi per alimentare il falò dell'invito

(Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)

Ma che succede? Sembrano “Vere” pure stasera! Apro gli occhi, le vedo infatti nel campanile dondolare. Tutto, d’un tratto si dipinge di rosso come allora, la spalancata Chiesa, Maria col Bambino, le case attorno e le tante guance che anche se pallide diventano rubiconde. Sacro fuoco, che dalle tue cento lingue elevate mandi alle stelle mille scintille, recanti calde preghiere a Maria sull’Alto Monte, accogli benevolo i forestieri remoti che per fratellanza e pace da pellegrini offrono Voti.


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(Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)

La Madonna della Montagna che si venera in Taurianova

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Speciale Madonna della Montagna - Supplemento al n° 23 del Corriere della Piana


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Intervista al grande artigiano Giuseppe Sgarano Giuseppe Sgarano (Foto Diego Demaio)

di Diego Demaio

I

n un paese come Taurianova, dove la categoria dei grandi artigiani si è purtroppo quasi estinta, primeggia ancora la laboriosa e geniale figura di Peppinuzzo Sgarano (mi si permetta questo affettuoso vezzeggiativo derivato da antichi rapporti di ottimo vicinato) tra l’altro galantuomo di vecchio stampo. Per tale motivo, aderendo alla proposta del Direttore Luigi Mamone che mi proponeva di realizzare questa intervista, ho subito incontrato il titolare dello storico PALCO SGARANO magistralmente “risuscitato” per l’imminente festività settembrina della Madonna della Montagna. Come era da prevedere il buon Peppinuzzo (che nel 2012 ha tenuto una pertinente e seguita lezione all’Università della Terza Età coordinata dallo scrivente e diretta da Graziella Martino) si sottoponeva ben volentieri alla conversazione, rispondendo, con il consueto garbo e con dovizia di interessanti particolari, alle domande formulate. - Chi ha ideato e quando è nato il Palco? - Il Palco, disegnato e costruito da Paolo Esposito, è stato montato per la prima volta a Radicena nel 1911, poi, nel 1922 è stato acquistato da mio padre Giovanni, che lo ha notevolmente modificato portandolo alla sua attuale bellezza. - Di quanti membri era composta la Premiata DITTA LUMINARIA SGARANO ? - La Ditta era a conduzione familiare in quanto lavoravano anche i miei cinque fratelli Fattino, Letterio (poi emigrato in Australia), Anselmo, Giovannino e Vincenzo. - Oltre a Taurianova in quali altre località veniva allestita l’illuminazione? - Abbiamo montato l’illuminazione a Catanzaro, a Reggio Calabria e nei paesi più grandi della provincia e della Piana. - Da quante lampadine era illuminato il Palco? - Da oltre 800, comprese anche quelle inserite negli artistici lampadari costruiti manualmente da mio padre.

- Prima dell’energia elettrica come veniva alimentata l’illuminazione? - Il principale mestiere di mio padre era quello di lattoniere che costruiva anche degli impianti a gas acetilene (carburo). Per tale motivo le prime “TAZZE” dell’illuminazione, di vetro multicolore, erano alimentate dallo stesso gas poi nel tempo sostituito dalla corrente elettrica. - Quanti viali venivano illuminati a Taurianova e con quante lampadine complessive? - Tutti i viali più importanti del paese per complessive 7000 variopinte lampadine montate su archi in legno costruiti dalla nostra famiglia. - Quanti erano gli Archi di Trionfo e dove venivano innalzati? - Gli Archi di Trionfo, progettati dal famoso scultore taurianovese Vincenzo Romeo (dove mio padre da ragazzo mi mandava “o mastru”), erano ben quattro, ma solamente uno


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La Chiesa Matrice illuminata dalla Ditta Sgarano

(Collezione Dott. Diego Demaio)

veniva attivato e collocato nella piazza del Duomo, all’inizio della via Senatore Loschiavo. - Quante lampadine illuminavano la facciata della Chiesa Matrice? - Erano ben 1000 lampadine, avvitate su idonei supporti di legno, che ornavano in particolare anche il rosone centrale della chiesa. - Quali sono state le Bande musicali più importanti che hanno suonato sull’artistico Palco? - Soprattutto e per tanti anni la Banda della Polizia di Stato, conosciuta in tutto il mondo come la “Metropolitana”, diretta numerose volte dal mitico maestro Giulio Andrea Marchesini che aveva come pezzo forte l’AIDA di Verdi, poi la Banda della Guardia di Finanza che emozionava con il celebre BOLERO di Ravel, poi anche quelle dei Carabinieri, della Marina Militare e dell’Aeronautica. A proposito di quest’ultima Banda Mi-

litare vi è da ricordare che il già menzionato scultore Romeo costruì per coreografia un artistico fregio, raffigurante un’aquila dall’apertura alare di due metri e mezzo, collocato sul Palco e che la compiaciuta Capitaneria, proveniente da Roma, portò a fine festa nella Capitale. - E quali sono stati i cantanti più noti che si sono esibiti? - In riferimento ai cantanti vi è da dire che a Taurianova si sono esibiti sullo storico Palco le più famose voci della musica leggera italiana. Basta nominare il duo Carla Boni e Gino Latilla, Michele, Little Tony, Orietta Berti, i Ricchi e Poveri ed il nostro Mino Reitano. Anche “la regina ” Nilla Pizzi (vincitrice di Festival di Sanremo) ha cantato sull’artistico Palco in una festa a Rosarno. - Per merito di chi è oggi rinato il meraviglioso Palco? - Il merito è del Comitato Feste, presieduto dal Parroco don Antonio Spizzica, che ha incaricato l’architetto Giacomo

Carioti e le locali Ditte Legnarte, Edil Gronda e Guerrisi Costruzioni per la realizzazione del progetto. Vi è doverosamente da evidenziare che tutti, compresi i muratori, i carpentieri, gli elettricisti e i decoratori hanno lavorato gratuitamente (sotto i miei suggerimenti e consigli) con il solo fine di fare ritornare all’antico splendore la secolare opera d’arte, ennesimo patrimonio culturale del nostro territorio. Grazie di cuore, carissimo maestro Sgarano, per la gentile ospitalità concessami e per aver dato lustro con creatività, modestia ed esemplare serietà alla nostra Taurianova.

‹‹Sull'artistico Palco,

si sono esibite le Bande musicali più importanti ››

Giuseppe Sgarano sovrintende al montaggio del palco (Free's Tanaka Press)


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CG

CHIRICO GIUSEPPE

Agenzia Pratiche Auto Centro Revisioni

Via Garibaldi, 18 - SAN MARTINO di TAURIANOVA (RC) Tel. e fax 0966.639002 - Cell. 331.8251321 Email: giuseppechirico66@libero.it


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Racconto dell’arrivo dell’attuale statua della Madonna della Montagna a Radicena di Francesco Sofia Moretti Da “Pro Fide” numero unico stampato per la Festa (ripetuta) del 7, 8 e 9 ottobre 1894

Don Nunzio lo spedizioniere dovette insistere perchè padron Bonaventura si decidesse a caricare sulla barca diretta a Gioia Tauro le casse che intendeva spedire colà. Il carico era completo, ma Don Nunzio ottenne l’intento raddoppiando il nolo che pagò anticipato. Caricata la cassa s’iniziò il viaggio con un mare tranquillo. Fin verso la punta della Campanella si era navigato benissimo. Il mare da spesso si faceva sempre più grosso. Il vento di ponente che aveva taciuto e covato - quel nebbione osservato già da patro Bonaventura fin dalla banchina del porto di Napoli - scendendo adagio si era reso fin troppo vivo - da scherzoso indiscreto, da indiscreto impetuoso. Se quella lì non era una tempesta bella e buona, ci mancava poco; tanto più che a libeccio pareva lampeggiare. - Ubbì lloco!- aveva detto nel suo dialetto torrese padron Bonaventura. E corso giù in cabina tornava sopra coperta vestito del suo incatramato ferrajuolo a larga corolla. I marinai che avean fatto largo al capitano eransi scambiati uno sguardo al lume della gran lanterna ingabbiata che uno di loro portava. La contradanza che si ballava a bordo non tardò a farsi sempre più calorosa. Or nel rullio ed or nel beccheggio, lo sciabecco lagnavasi sempre con un arganare aspro e stridente, somigliante talvolta ad un gemito umano. La barca s’inoltrava sempre più nelle acque della perdizione avvolta dalla notte e dal vento. Il mare le rompeva attorno sinistramente con una traversia dura e

‹‹

La processione della Madonna era un corale momento di preghiera

poderosa; e lo sciabecco sotto il suo pesante carico cominciò già a pescare la prua, quando si udi la voce di capitan Bonaventura: - Alleggeriamo il carico! Fu un comando che ciascuno aspettavasi; a cui seguì un fremito, un’attività indescrivibile, un manovrare non da uomini ma da macchine; e per cui furon gettate a mare parecchie migliaia di ducati in merci di ogni genere: ferro, rame, zolfo, farina. Finalmente si venne alla cassa della Madonna, in cui Bonaventura realmente non sapeva che si contenesse. Egli sentì allora in cuor suo una mezza gioia per quell’antipatico Don Nunzio. Pareva che con quel cassone gli avesse portato a bordo due cantaja di jettatura. Ecco che ora legalmente quella cassa, posta dritta fra le altre merci, andava in mare a dispetto dello spedizioniere. La cassaccia in mare! - aveva gridato il capitano fin dal principio dello scarico. E i marinai le si erano buttati attorno ad agguantarla. Ci voleva tanto poco che nulla, di fronte alla forza di una intera ciurma; ma fu impossibile. Si fecero sforzi enormi e inauditi senz’approdare a nulla. Il canapo che pendeva dalla carrucola, da cui doveva essere sollevata la cassa, dondolava sul mucchio dei marinai e là con un moto di scherno. Gli sforzi raddoppiarono e finirono per l’esaurirsi. Il capitano in persona abbandonato il timone ad una specie di atleta, un marinaio livornese, era corso ad incoraggiare la ciurma. Bestemmiò, urlò, imprecò, schernì, vilipese tutti, ma inutilmente. La cassa si era come cangiata in roccia.

Il ritorno in Chiesa dopo la processione

(Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)

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Un momento della processione e il rientro in Chiesa (Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)

Il suo peso si era quintuplicato. Pareva che migliaia di esseri invisibili, buttatisi giù dalla sentina, le si fossero posti su a cavalcioni. Chi credè in un presagio di morte, chi ad un miracolo, chi ad una magagna operata da Don Nunzio che passava anche per cabalista. Capitan Bonaventura vide nella sua fantasia la sua figura che rideva sinistramente di gioia e di disprezzo. Ma purtroppo lo spedizioniere aveva vinto. All’alba del terzo giorno della sua partenza da Napoli lo sciabecco entrava nel golfo di Gioia. Aveva poggiato in qualche punto? Era corso a discrezione? Quali acque avevano visto la sua scongiurata agonia? Era quanto non potevasi sapere. Ma fu una tempesta unica relativamente alla stagione. E durava ancora, tanto che il capitano obbligato dal vento ad entrare in quelle acque sempre insidiose, aveva detto alla ciurma: Ecco la nostra tomba! Ma fu come un miracolo. In men di due ore il vento cadde, il mare si abbonacciò; l’aria diventò chiara e limpida. L’estate tornò a spiegare il suo dominio. Capitan Bonaventura, una volta gettata l’ancora, pensò alla mercanzia da sbarcare sulla spiaggia. Ma quale mercanzia se la notte quasi tutto era andato a mare? Stava per dare ordini di tirare su l’ancora e ripartire allorchè un marinaio che la faceva da maestro di stiva azzardò a dirgli: - E la cassa?

L'antica Chiesa Parrocchiale di Radicena al cui interno il 9 Settembre 1894 avvenne il miracolo (Foto archivio Sergio Nasso - riproduzione vietata)

- Quale? - chiese capitan Bonaventura. - Quella che non abbiamo potuto sollevare stanotte. - E vorresti tu adesso ritentar daccapo?... - soggiunge nel più aspro tono il primo. Dopo ciò sentì, che più per curiosità che per altro, le sue gambe lo portavano verso il boccaporto e di lì giù nella stiva. Ma non si era peranco cacciato dentro che un gran chiarore lo sorprese. Patron Bonaventura impallidì. Era un chiarore che facea supporre per lo meno un incendio. E nulla d’improbabile che uno sbadato marinaio fra le traversie del viaggio avesse lasciato laggiù una lucerna per cui a poco a poco sviluppavasi l’incendio. Egli tremò: sentì le ginocchia che si curvavano; vacillò, si aggrappò per tenersi ad una fune di sostegno, ma finalmente raggiunse il fondo della stiva. Colaggiù la cassa si era aperta come fra gli impeti del mare; ed una donna, in mezzo ad una luce di sole, sostenendo fra le braccia un bel bambino, lo guardava. Capitan Bonaventura si lasciò andar giù a bocconi innanzi alla celeste visione, nel momento in cui sul ponte si udiva il via vai della gente corsa dalla spiaggia fin sul naviglio e riceversi la cassa con la statua. Essa aveva operato il primo prodigio. Allora conosciuta la storia, tutti si prostrarono e ringraziarono la Madonna per averli salvati e portarono la cassa leggerissima a riva dove aspettava il Sofia. Gli abitanti della Marina di Gioia Tauro saputo l’accaduto miracoloso cercarono di trattenere per loro la Statua che intanto era stata caricata su un carro per essere trasportata a Radicena. Il Sofia cercò di spiegare il valore affettivo che la Statua fatta scolpire per sciogliere un voto, ma i gioiesi non volevano sentire ragione. Mentre la discussione si faceva sempre più animata, i buoi attaccati al carro con la Statua, senza che alcuno si fosse accorto, si avviavano verso Radicena. Allora i gioiesi compresero che la Madonna voleva essere portata a Radicena e non reagirono. (Da allora molti sono i gioiesi della Marina che vengono a trovare la Madonna a Taurianova specialmente il giorno della sua festa). La nuova prodigiosa Immagine della Madonna della Montagna entrò subito nel cuore dei radicenesi. Domenico Sofia-Moretti nel suo “Radicena quel che vidi e appresi” cronache e memorie curate e pubblicate dal nipote Domenico Romeo -Sofia, cosi scrive dell’Immagine: “...paesani e forestieri ammirano la fattura, la materna posa, le sue forme leggiadre, il fulgido splendore degli occhi”. Inoltre un antico storico locale scrivea : “Formosissima e a niuna altra seconda, è oltremodo incantevole a guardarsi e direi quasi affascinanti sono i suoi occhi che rivolti verso un punto lontano sembrano diretti a chi Le sta dinanzi. Il bove genuflesso che Le sta a’ piedi fu reputato da artisti di gran merito un vero capo d’opera...”


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Il Vescovo di Oppido Palmi Mons. Crusco, incorona la Vergine Marianel centenario del Miracolo, durante la festa del 1994.

di Cecè Alampi

L’INCORONAZIONE

G

iorno nove, fin dalle ore 15, la piazza cominciava a riempirsi e pian piano prima delle ore 18, era gremita all’inverosimile. La gente occupava anche tutte le strade di accesso alla piazza, i balconi e le terrazze. La Santa Messa iniziava puntuale alle ore 18. Sul palco era stata sistemata la prodigiosa Statua della Madonna della Montagna e sullo sfondo del palco un grande crocifisso. Presiedeva la solenne concelebrazione il Vescovo della Diocesi di Oppido Palmi, Mons. Domenico Crusco. Concelebravano con lui alcuni sacerdoti, appositamente invitati, tra cui i parroci della città, Don Alfonso Franco, Padre Alessandro Nardi, Don Benedetto Rustico, oltre a Padre Benigno Morabito, Padre Silvestro Morabito, cappuccino concittadino, Superiore del Convento di Chiaravalle. Don Giuseppe Falleti, concittadino, parroco a Polistena, Don Giovinazzo Parroco di Cittanova, Don Adolfo Aricò Parroco di Molochio e altri. All’inizio della celebrazione il Sindaco della Città Senatore Emilio Argiroffi, portava il saluto della città: “Signore e Signori, Cittadini di Taurianova e della Piana, siamo riuniti sul sagrato del tempio di Dio per onorarNe la Madre, in occasione della cerimonia di incoronazione della Sua immagine e di quella del Bambino Gesù. Io sono il vostro Sindaco, e per tale motivo sono stato ancora una voltà investito dell’importante e immeritato compito di rivolgere il saluto della città al mio caro e grande amico Mons. Domenico Crusco, vescovo della nostra Diocesi, all’Arciprete Mons. Muscari Tomaioli, alla locale gerarchia ecclesiale e al popolo tutto di Taurianova, a nome del quale - inoltre - ringrazio e saluto autorità civili e militari, operatori di cultura, professionisti e lavoratori di tutte le categorie. Ma noi ci ritroviamo qui, questa sera, per un grande appuntamento dello spirito. Io non sono un teologo e dunque sono ben lungi dal potere spiegare le motivazioni filosofiche che fanno sì che in tanti, e con tanta emozione, noi ci si ritrovi dinanzi a questo solenne luogo di culto. Certo, vien fatto di chiedersi: qual’è la forza che spinge l’uomo, di ogni condizione, di ogni categoria, di ogni intelligenza, a varcare la soglia spirituale che dal quotidiano conduce a un clima arcano di mistero e di speranza? Che cosa accade d’improvviso dentro ciascuno di noi, che in questo posto, dinanzi a questo tempio, fa sì che ognuno si senta unito e uguale a quanti altri qui sono presenti? E’ come se davanti a questa soglia noi lasciassimo alle spalle l’errore e il peccato cui troppo spesso non sappiamo rinunciare e venissimo a chiedere aiuto per risolvere le pene che ogni giorno ci tormentano, le malinconie che ci accompagnano. Questo accade in maniera inspiegabile, come se ci spingesse il vento segreto e potente di ciò che noi chiamiamo “miracolo”, e dinanzi al quale ancora stasera rimaniamo stupiti.

Accade al cospetto del legno scolpito con devozione, nel quale la mano ispirata dell’uomo ha tentato di immaginare quale potesse essere il volto e le fattezze di una fanciulla della tribù di Davide, che, per un progetto imperscrutabile divenne madre dello stesso Dio del quale era figlia. Sin dal suo primo apparire sulla terra, l’uomo mirò a onorare una presenza che non fu mai visibile, che percepì al di sopra della sua terrena possibilità di conoscenza, e che tuttavia egli intuiva come sublime architettura dell’universo. Era la presenza di Dio che egli avvertiva, la sua immanenza, senza possedere alcuno strumento sufficiante per definirNe l’identità e la grandezza. Popoli e civiltà sono stati cancellati dalla vicenda dei millenni, ma non sono scomparsi i santuari, gli obelischi, le alte torri, le grandi cupole. Noi abbiamo dedicato alla Madre di Dio la nostra Città e Le chiediamo di proteggerci, di aiutarci nel duro difficile compito che abbiamo intrapreso, un’impresa tanto più grande delle nostre possibilità, della nostra capacità. La montagna di Polsi dove si erge l’immagine antica alla quale è dedicata la devozione appassionata del nostro popolo, è divenuta un monte sacro, meta di pellegrinaggi, di riti solenni, di canti, di preghiere, di infiniti momenti di invocazione e di felice devozione. Nell’anno che ci ricorda il miracolo del secolo scorso chiediamo alla fanciulla divina dispensatrice di grazia perdono


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La Madonna, il Santuario e la Croce di Polsi, sono alle origini del culto verso la Madonna della Montagna diffuso in moltissimi Paesi del Reggino

per i rancori che amareggiano la nostra giornata. Chiediamo a Maria che porti il tenero fardello del Suo Bambino tra i nostri bambini, che lo porti tra i bambini neri del Ruanda e del Borundi, quelli bianchi di Bosnia, siano cristiani o musulmani, israeliti o ortodossi. Amici di Taurianova a conclusione di questa sera proponiamoci di non raccattare ancora il fardello degli errori, dell’intolleranza e della violenza. Rammentiamo le parole che il grande Rainer Maria Rilke fa pronunciare all’angelo dell’annunciazione e che dedichiamo alla nostra Madonnina: “Tu non sei più vicina a Dio / di noi: siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende benedette / le mani. Nascono chiare a te dal manto, / luminoso contorno: io sono la rugiada, il giorno, / ma tu, tu sei la pianta. Ho steso ora le ali, sono / nella casa modesta immenso; quasi manca lo spazio / alla mia grande veste. Pur non mai fosti tanto sola, / vedi: appena mi senti; nel bosco io sono un mite vento, / ma tu, tu sei la pianta. Gli angeli tutti sono presi / da un nuovo turbamento: certo non fu mai così intenso / e vago il desiderio. Forse qualcosa ora s’annunzia / che in sogno tu comprendi. Salute a te, l’anima vede: / ora sei pronta e attendi. Tu sei la grande, eccelsa porta, / verranno a aprirti presto. Tu che il mio canto intendi sola: / in te si perde la mia parola come nella foresta. Sono venuto a compiere / la visione santa. Dio mi guarda, mi abbacina... / Ma tu, tu sei la pianta.” Fa che la pianta fiorisca anche per noi, Maria, nella città e nella cattedrale a Te dedicata e nel giorno del Tuo trionfo, figlia e madre di Dio. Dopo il Sindaco interveniva con i suoi saluti e una sua breve riflessione l’Arciprete Mons. Francesco Muscari Tomaioli: “Un saluto affettuoso al nostro Vescovo. Volevamo un Cardinale a presiedere questa solennità, ma penso meglio così. Teologicamente parlando la realtà dell’incoronazione della nostra Madonna si risolve nella concretezza essenziale. L’incoronazione della Madonna è sempre un evento ecclesiale. Il nostro Vescovo diventa la vera realtà ecclesiale unito al suo presbiterio. Quindi, meglio così”. L’arciprete dopo aver raccontato un episodio della sua fanciullezza che lo aveva visto protagonista il giorno del falò dell’invito, continuava il suo intervento: “In questo magnifico pomeriggio che prelude il vespro della sera, questa piazza, in questa memorabile sera, la vedo ingrandirsi, la vedo trasformata in un lembo di cielo. Assieme a noi, ancora vivi e presenti, vedo i viventi, le anime di tutti i trapassati, tutti gli avi, gli avi dei nostri avi: tutte le

generazioni passate sono insieme a noi per rendere omaggio alla nostra Regina. Dal cielo sono venuti con noi sulla terra per trasmetterci l’ardore di quella gloria che loro stanno vivendo nella visione beatifica di Dio e nella contemplazione di gloria che la Madonna ha sul cielo come Regina del cielo e della terra. Taurianova costruisce così sempre più la sua storia e la storia di Taurianova è la storia di Maria. Taurianova è la città di Maria. Con lo stesso amore delle generazioni del passato noi figli della generazione presente offriremo tra poco alla nostra Madonna una corona preziosa che se agli occhi della Madonna attesta il nostro amore filiale e la nostra gratitudine, ancor prima, ricorda a noi l’amore singolarissimo manifestato con quei benefici innumerevoli con i quali la Madonna della Montagna ha cosparso la nostra città”. Infine l’Arciprete, dopo aver ricordato il miracolo del 1894, conclude il suo intervento dicendo: “come i nostri padri ci hanno trasmesso questa fede semplice per la nostra Madonna della Montagna, così noi trasmettiamo ai nostri figli e ai figli dei nostri figli questa pagina fulgida della nostra storia”. Dopo le letture proclamate da alcuni giovani, l’Arciprete Muscari leggeva il Vangelo e quindi il Vescovo, Mons Domenico Crusco, interveniva con la sua omelia: “E davvero emozionante nel porgervi il mio affettuoso e caloroso saluto vedervi in questa piazza. Voi siete venuti così numerosi perchè vi ha chiamato la Regina, la Madonna della Montagna che stasera vuole dire ad ognuno di voi la Sua parola di Madre, Madre nostra e Madre della Divina Grazia e dispensatrice di tutte le Grazie”. Il Vescovo dopo aver spiegato al popolo il significato della regalità di Maria, continuava: “Cari fratelli, io mi rendo interprete dei vostri sentimenti, delle vostre necessità, dei vostri bisogni e le voglio presentare nella preghiera alla nostra Mamma del cielo, la Regina del cielo, la Regina della terra, la Regina di Taurianova come l’ha definita il vostro Parroco Don Muscari”. Mons. Crusco, concludeva la sua omelia con l’augurio a tutti che “l’avvenimento straordinario dell’incoronazione della Madonna non resti un momento di festa soltanto, ma diventi l’inizio di una ripresa del senso cristiano e del vivere civile e in pace tra tutti i cittadini”. Di seguito venivano portate le due bellissime corone che il Vescovo Mons. Crusco poneva sul capo prima del Bambino Gesù e poi su quello della Madonna, mentre il suono delle campane e un applauso spontaneo, calorosissimo ed interminabile mostrava tutta la gioia del popolo che in piedi, stanco, ma felice, gremiva la piazza. Prima del termine della solenne concelebrazione, Mons. Crusco, recitava insieme a tutti i fedeli la preghiera di consacrazione della città a Cristo Re e a Maria Regina e mentre alcuni portatori scelti si affrettavano a riportare la Madonna in Chiesa, iniziavano i fuochi artificiali che chiudevano, con un interminabile, bellissimo spettacolo di esplosioni di giochi di luci e colori mai visti, un avvenimento che per la città possiamo a giusta ragione definire storico.


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Ode alla Vergine della Montagna

Per i miracoli operati in Radicena la sera del 9 settembre 1894 di Francesco Sofia Alessio Radicena 10 settembre 1894 Mons, domus Domini, in vertice montium, et elevabitur super colles, ef fluent ad eum omnes gentes. (Is. Cap. 2) O Monte immensurabile Che d’ogni grazia abbondi, E il tuo superbo vertice In fra le stelle ascondi. A te trarranno i popoli. A te che tanto estolli Sovra degli alti colli L’eccelsa sommità. Ecco per te risorgere A una novella vita Un popolo che supplica Implora or la tua aita; Ch’abbandonò di Satana La debellata insegna, Che tanta turbe indegna Seguire ancor vorrà. Monte, sul cui già il salubre Seme di Dio discese, E dello Spiro il fornite Così fecondo rese; Oggi per noi dischiudonsi Della tua grazia i fonti, E di letizia impronti I nostri volti ognor. Dalle tue sedi eteree Vedesti in qual procella Noi correvamo il pelago

Privi della Tua stella Involti nelle tenebre Di un’altra notte infida; Le disperata strida T’inteneriro il cor. Vedesti l’empio secolo In quai volgeva errori, Come inaspristi gli animi, Come agghiacciati i cuori; Già l’alba disperavasi Di questo chiaro giorno, Di nuovo sole adorno, Di più sereno ciel. Di rai celesti accendesi Il guardo di Maria, Ecco com’ella dissipa La densa tenebria; L’alme agghiacciate penetra, Ogni più chiusa mente La diva luce sente, Che squarcia il denso vel. Già a noi la sacra Immagine Mostra i bei lumi accesi Ora rivolti al popolo, Or verso il ciel distesi. E pare a noi sorridere Quel volto suo celeste,

Un foco l’alma investe Ch’esalta il nostro cor. Ecco nel ciel conformasi Misteriosa croce, Coi rai di luna argentea, Quasi di Dio la voce, Che grida ai volti pavidi: “Perdon prometto e pace, “E L’ira mia si tace, “Levate ogni timor” Sei Tu benigna Vergine, Che scampi dal periglio, E ai tuoi fidenti popoli Volgi pietoso il ciglio; Sei tu che ci rigeneri E con materno affetto Oggi ti stringi al petto Colui che a te verrà. Chi guadagnar potrebbesi, Nell’imo mondo rio, La vetta inaccessibile Della città di Dio, Se scala al nostro ascendere Non è quest’alto Monte, Che dell’Eterno a fronte Menarci un dì dovrà…?

Nella luminosa notte del 9 Settembre 1894, scie di luce nel cielo, si sovrapposero alla luna a mo' di Croce (Foto Francesco Del Grande / riproduzione vietata)


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Chantilly Pasticceria di Salvatore Lofaro & C sas

Viale V. Ricci, 78 / 80 Tel. 348. 7051233 89029 TAURIANOVA (RC) P. Iva: 02627810803


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Corriere della Piana - Speciale n.23 Madonna della Montagna  

Periodico di politica, attualità e costume della Piana del Tauro

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