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L’ASCESA DEL NUOVO MOVIMENTO OPERAIO Henk Canne Meijer


CONNESSIONI EDIZIONI connessioniedizioni.blogspot.it/ connessionic@yahoo.it estate 2012


L’ascesa del nuovo movimento operaio Henk Canne Meijer

In appendice Una lettera di Anton Pannekoek

CONNESSIONI EDIZIONI


Presentazione Questa è una traduzione parziale di “das Werben einer neuen Arbeiterbewegung” di Henk Canne Meijer (1890-1962). Questo articolo è stato prima pubblicato in tedesco su Ratekorrespondez n.8-9 (aprile 1935), il giornale dei gruppi comunisti internazionali olandesi (GIKH) di cui Canne Meijer fu uno dei fondatori. La traduzione in inglese, che abbiamo utilizzato per la traduzione inedita in italiano, è apparsa negli USA nell’ International Council Correspondence n.10 (agosto 1935), una tra le principali rivista del filone comunista dei consigli. In italiano esiste un altro testo di Meijer riprodotto svariate volte da diversi gruppi e riviste: Il movimento dei consigli operai in Germania (1919-1936), ora in: http://connessioni-connessioni.blogspot.it/2011/11/il-moivmento-deiconsigli-in-germania.html In allegato riportiamo una breve lettera di Anton Pannekoek, che pur non aderendo direttamente ai GIKH, fu comunque uno dei principali ispiratori della storica corrente comunista dei consigli. La lettera che riproduciamo è un piccolo contributo di questa corrente storica radicale, che cercò di affermare la necessità e la possibilità della rivoluzione, provando a rivoluzionare lo stesso concetto di rivoluzione ritenuto, già all’epoca, troppo limitato e intriso di vecchie concezioni. *** La GIKH fu un raggruppamento nato alla metà degli anni 20 in Olanda (interruppe la sua attività nel 1938), dal disfacimento ed evoluzione di quello che era stata la corrente comunista radicale in Germania e Olanda, sviluppatasi e attiva dopo la prima guerra mondiale. Questa corrente fu definita sinistra comunista perché a sinistra della stessa Terza Internazionale. Fu la prima componente a subire la cosiddetta bolscevizzazione, fin da subito espulsa e combattuta dalla Terza Internazionale guidata da Lenin, ben prima dello stalinismo. Questa corrente denominata comunista dei consigli riaffermava il concetto che l’emancipazione dei proletari sarà opera dei proletari stessi, i consigli, i soviet, i comitati di lotta, nascevano spontaneamente indipendentemente, ed in alcuni casi contro, le vecchie organizzazioni del movimento operaio. Occorre a scanso di equivoci chiarire che consideriamo storicizzato il portato di questa corrente. Oggi definirsi comunisti dei consigli (ma la stessa cosa vale per leninisti, autonomi, ecc…) è inutile e pure dannoso, perché sarebbe un approccio ideologico e quindi statico, occorre quindi capire il grado di anticipazione che ci ha lascito questa corrente più che pensare di riattualizzare ciò che è stato superato dalla stessa dinamica del capitale. Chi sogna nuovi partiti, nuovi sindacati, nuovi consigli, chi pensa di poter utilizzare la democrazia (anche nella sua forma radicale) è destinato oggi a


rappresentare il vecchio, ed è addirittura già stato superato dalle riflessioni scritte da Canne Meijer. La stessa dicitura proletaria presente più volte nel testo, per molti versi è oggi incomprensibile ai più, tuttavia il proletariato esiste, mai come oggi è sviluppato, è come una massa di zombi, apparentemente amorfa, stupida e goffa, ma che proprio nella morte può trovare nuova vita e creare non poche preoccupazioni a chi crede eterno il capitale. Non stiamo parlando di ordinati proletari con la bandiera rossa, né di sapienti e creativi, non sappiamo quali forme assumerà lo scontro, ma è indubbio che nel disfacimento del vecchio emerge il nuovo, e proprio per la posizione che riveste nell’attuale modello di produzione, il proletariato rivoluzionario assume questo ruolo, disvelare il movimento comunista che avanza. La GIKH non era un partito, ma un rete di gruppi comunisti che si ponevano su un piano di analisi/inchiesta sul piano internazionale, non disdegnando tuttavia l’intervento attivo dentro le lotte quando questo era possibile. Portò alle estreme conseguenze la critica del “mito dell’avanguardia” e dello “spirito di partito” che contraddistinse la sinistra comunista tedesco-olandese, concependosi come nuclei di compagni che si battevano per lo sviluppo di nuovi rapporti sociali diretti e vissuti direttamente dai proletari in lotta. Non si concepivano, quindi, come organizzazione di classe, ma come gruppi di studio e intervento che cercavano dentro la stessa lotta di classe di fare emergere quei nuovi rapporti sociali che la lotta di classe produceva. Anche se in forma embrionale era già presente il concetto che rivoluzione vuol dire rivoluzionare se stessi, dove il fare la rivoluzione era un processo istintivo di classe, non di educazione. Ma al tempo stesso per i pro-rivoluzionari in assenza di rivoluzione, era necessario capire e individuare le tendenze dell’accumulazione capitalista e cioè detto in termini diversi fare inchiesta, conoscere l’esperienza proletaria diretta. Per fare questo occorreva sbarazzarsi del vecchio, che non era solo legato al formalismo organizzativo, ma alla stessa logica della Politica. La rivoluzione iniziava ad apparire non come mero cambio della guardia, ma come rottura radicale che produceva il proletariato in lotta, che trasformava se stesso, producendo nuovi rapporti sociali nella lotta stessa. Si rompeva in modo radicale ogni feticismo organizzativo, e la stessa forma dei consigli operai, erano letta non tanto nella dimensione locale di gestione, ma come dinamica stessa dell’apparizione dell’autonomia proletaria. Ossia nella capacità del proletariato di rivoluzionare la società negando il suo ruolo dentro il movimento del capitale. In questo senso la loro rottura con il parlamentarismo, con la democrazia, con il mito dello Stato era già dentro la loro riflessione teorica. Quindi così come non concepivano la costruzione di partiti politici, così non pensavano che potessero nascere organizzazioni di massa di classe


“rivoluzionarie” sul terreno economico, come ad esempio l’anarcosindacalismo storico o il movimento organizzato dell’autonomia operaia italiana. La dimensione organizzativa era letta immediatamente dentro il rapporto tra processo di accumulazione del capitale e lotta di classe, rompendo quindi con una visione volontaristica, militantista dell’azione politica. Per la GIKH la “classe organizzata” non equivaleva alla crescita del loro gruppo o alla nascita di nuove organizzazioni radicali economiche (come ad esempio sindacati di classe). La GIKH invitata gli operai ad organizzarsi da sé per creare comitati d’azione e legami tra questi comitati. La lotta di classe “organizzata” non dipendeva più da una organizzazione costruita prima di qualsiasi lotta. Secondo questa nuova concezione la “classe organizzata” diventava la classe operaia in lotta sotto la propria direzione. Se volessimo traslare questo ragionamento sulla concezione di partito formale possiamo dire che il partito diventava la stessa classe in lotta, che utilizzava mezzi propri e strumenti nati dalla stessa dinamica della lotta dove il suo contenuto comunistico era prodotto dall’apparire di nuovi rapporti sociali che si creavano dentro la lotta stessa. Spariva quindi anche tutta la problematica legata ai tempi e ai passaggi del potere, la classe in lotta assumeva fin da subito tutto, la sua stessa lotta era al tempo stesso la dimostrazione di questa trasformazione, dell’immanenza del comunismo. Erano inoltre restii a parlare di tradimento del movimento operaio così come era stato conosciuto fino ad allora, rompendo quindi con tutti quei gruppi di sinistra che parlavano di tradimento (tradimento del movimento operaio nella prima guerra mondiale, tradimento del movimento operaio con lo stalinismo, ecc..). Analizzarono l’evoluzione del movimento operaio per quello che era stato, un elemento dello stesso capitalismo, che ne aveva determinato lo sviluppo. Non è un caso che non parleranno di un altro movimento operaio, ma di nuovo movimento operaio. Non era interessante ai loro occhi leggere la lotta di classe fino ad allora sviluppatasi come un incessante tentativo rivoluzionario che di volta in volta veniva schiacciato dalle forze avversarie, ma piuttosto lo lessero come prodotto dello stesso movimento del capitale. La classe proletaria, così come tutte le classi nel sistema capitalista, è divisa e lotta al suo interno. Sono sempre esistite porzioni di classe, che per la loro posizione specifica all’interno della società e più nello specifico nell’organizzazione del lavoro sono naturalmente portate ad assumere comportamenti più radicali. Ma questo presunto altro movimento operaio era anch’esso all’interno del medesimo meccanismo capitalista, e via via quelle stesse porzioni si modificavano quando il meccanismo di integrazione colpiva anche loro. Queste porzioni non erano l’essenza della classe rivoluzionaria, ma quella che maggiormente subiva un processo di de-integrazione dal capitale. Per la GIKH lo stesso proletariato non era di per sé, per essenza, la classe rivoluzionaria insignita del compito storico di abbattere il capitalismo,


solo in un lungo processo di formazione, contradditorio e per niente lineare, la classe proletaria prodotta dal capitalismo e produttrice di questo sistema economico-sociale, in determinati periodi storici, aveva la possibilità di assumere un ruolo rivoluzionario. Era scontato che il meccanismo di concorrenza e l’organizzazione del lavoro dividesse i vari settori di classe, ma questa stessa divisione veniva ricomposta quando lo stesso meccanismo del capitale livellava le differenze con il sopraggiungere della crisi. L’unità artificiale delle organizzazioni veniva smascherata, poiché si rivelava che a fronte di diverse spinte di classe, i settori de-integrati avevano sempre la peggio rispetto a quelli integrati. Per la GIKH stava nei limiti dell’accumulazione il meccanismo che rendeva possibile il dispiegarsi di un proletariato rivoluzionario, che necessariamente si sarebbe trovato a lottare contro tutto e tutti. Rimaneva intatta l’alternativa di Rosa Luxemburg tra socialismo o barbarie, dove è la necessità il motore della dinamica, non la coscienza. E’ in questo senso che formuleranno la teoria del nuovo movimento operaio, che, nato nel disfacimento del vecchio, faceva emergere comportamenti e fini diversi. Ma questo disvelamento del nuovo si doveva accompagnare ad un collasso del vecchio. Il proletariato assumeva una dimensione rivoluzionaria solo quando esercitava una critica all’economia politica non quando faceva economia politica, ossia quando si negava esso stesso come classe, sottraendosi allo stesso meccanismo capitalista. Non è nostra intenzione ricostruire storicamente quello che è stata la GIKH e i sui diversi contributi (definizione di comunismo, critica del bolscevismo, teorie della crisi, ecc…) e i suoi limiti, esistono numerosi e più attenti materiali, che riporteremo in bibliografia, quello che ci preme affermare è che la sua scomparsa “organizzata” non è stata la fine delle tematiche che ha posto, anzi ad ogni ulteriore sviluppo di nuovi movimenti, queste tematiche ritornano in forme nuove e più articolate poste dai movimenti stessi, e vengono assunte in modo diretto o indiretto da nuovi “gruppi di lavoro”. *** Il testo è sicuramente datato (1935), ma ha il pregio di essere stato un tentativo di rottura sul piano teorico che ancora oggi in molti punti non è stato superato, poiché sono invariate le contraddizioni di cui si riferisce. I riferimenti storici a cui è legato sono propri del periodo in cui è scritto, sta al lettore valutarne l’efficacia o l’ingenuità. Il testo distingue tra vecchio e nuovo movimento operaio, e indaga come gli elementi del vecchio ancora oggi agiscono in modo come barriera per il capitale contro l’affermazione di un nuovo movimento. La conferma di questa tesi vive nel presente, basti pensare a come le organizzazioni politiche, le strutture sindacali, i leaders burocratici di movimento (più o meno informali)


agiscano come tappo. Il loro ruolo negativo è doppio: da una parte contrastando il nuovo che nasce, e al tempo stesso riaffermando il vecchio, così da diventare essi stessi agenti del capitale, riproducendone le divisioni e i meccanismi. Il testo può apparire molto “limitato” per tutti gli impazienti, i praticoni, gli immediatisti, ma l’input che dà è quello di evitare scorciatoie inutili perché riportano sempre al punto di partenza. Il problema non è mai cambiare strategia nel gioco del nemico, ma rifiutare il gioco stesso del nemico. Non è quindi un problema di più violenza rispetto a più pacifismo, ne di più centralismo rispetto a più federalismo, o viceversa, il problema non sta qui. Il problema sta nel contenuto stesso della lotta di classe dentro il meccanismo dell’accumulazione capitalista, nella rottura di tutti i paradigmi fin qui conosciuti. Il testo anticipa quello che è una struttura a rete, con diversi centri direzionali che di volta in volta si mischiano, si sviluppano o spariscono in nuove connessioni. Il problema quindi non è più di conservare o difendere posizioni o programmi. Prendiamo ad esempio il solito quesito: senza un programma senza una delimitazione le posizioni avversarie possono sovrastarci, bene in questo schema vi è un completo rovesciamento, se un’entità esterna arriva a controllare un gruppo, sono gli stessi elementi del gruppo, se si trovano in disaccordo con l’entità esterna, ad abbandonarlo, lasciando un guscio vuoto “all’invasore”, ricreando nuove connessioni. Apparentemente questo meccanismo potrebbe essere letto come anarchico, ma in realtà non assolutizza nessuna forma, la centralizzazione o la de-centralizzazione sono modalità che vengono scelte in funzione degli obiettivi contingenti e che possono alternarsi. Questo non risolve le problematiche della lotta di classe, ma è sicuramente un approccio che rompe con il formalismo della Politica e con tutte le nefaste patologie che ha creato: il militantismo, l’eroismo, la paranoia, il nullismo, il riformismo consolatorio, ecc… Inoltre la definizione del ruolo dei rivoluzionari data nel testo, apparentemente molto limitante, è ciò che in realtà si è, senza barare con la realtà. Il ruolo dei pro-rivoluzionari e la loro capacità d’agire è legata in modo indissolubile con la situazione. In mancanza di spinte de-integrative da parte del capitale, la possibilità e il senso dei pro-rivoluzionari è unicamente legato al passato o al futuro, o nella commistione di questi due momenti. L’imminenza del presente è utilizzata unicamente come forza potenziale per il futuro. Ci sono situazioni in cui si può esplicare un’attività rivoluzionaria e altre in cui questo è impossibile. Le une e le altre dipendono dai rapporti di forza che si stabiliscono in un dato momento e questi sono a loro volta condizionati dalla situazione socio-economica. Quindi è necessario individuare i limiti intrinsechi nel modello di produzione capitalista. E’ solo nel collasso del vecchio che può


emergere il nuovo, non in uno scontro alla pari, dove il vecchio ha sempre più strumenti e armi in mano (non solo metaforicamente). Anche il rapporto tra teoria e prassi non è diretto. Quando esiste una situazione oggettivamente rivoluzionaria, un’azione rivoluzionaria è possibile. Una situazione nasce dalle contraddizioni dello sviluppo capitalista, dall’inevitabilità della crisi, dunque è un fenomeno che attraversa la storia del capitalismo e in essa si sviluppa, in questo senso la teoria rivoluzionaria ha senso solo in rapporto alla crisi. La teoria esiste anche quando è impossibile metterla in pratica. E’ in anticipo sulla prassi rivoluzionaria futura e nel frattempo trova la sua verifica nello sviluppo effettivo del capitale e nell’intensificarsi dei meccanismi di de-integrazione della classe, che a quello è legata. La teoria rivoluzionaria ha per oggetto l’abolizione del capitale e non può trovare che in quest’ultima la sua piena conferma. Non risponde ai problemi particolari che incontra in un dato momento la prassi rivoluzionaria, poiché le circostanze cambiano continuamente e portano a situazioni imprevedibili. La teoria può quindi occuparsi solo della probabilità delle situazioni rivoluzionarie future e non delle misure particolari che richiede una determinata situazione rivoluzionaria. Tali misure sono dettate dalla situazione rivoluzionaria che sorge spontaneamente, si può dire che solo l’azione può dare alla teoria la forma che le permette di corrispondere alla prassi. La ricerca dei mezzi e dei modi per superare il capitalismo, per arrivare all’autodeterminazione di quelli che sono esclusi dal potere, per mettere fine alla concorrenza, allo sfruttamento, per sviluppare una comunità che non contrapponga gli individui alla società, saranno il risultato di lotte descritte come eventi spontanei verificatesi. La spontaneità è un termine che testimonia la nostra incapacità di trattare i fenomeni sociali del capitalismo in modo scientifico ed empirico, ma è al tempo stesso la necessaria separazione dalle attività che favoriscono la società predominante. Il che contribuisce ad una acutizzazione delle facoltà critiche e ad una dissociazione dall’attivismo futile e dalla organizzazioni senza avvenire. La spontaneità è legata alla teoria del crollo, che non è un processo automatico, così come la stessa spontaneità non proviene da qualche ragione mistica o ideologica, ma è dentro la stessa dinamica dell’accumulazione che produce un ribaltamento della quantità in qualità. E’ la necessità che produce la passione comunista. La de-integrazione prodotta dai limiti dell’accumulazione capitalista, produce necessità, che possono essere soddisfatte solo al di fuori del capitale, e quindi al di fuori di tutte le strutture e le dinamiche da esso prodotte. Alcuni compagni di Connessioni Estate 2012


“Dal 1921 abbiamo esposto il carattere contro-rivoluzionario della Terza Internazionale, della diplomazia russa, e dei sindacati. Tutti ci hanno abbandonato. Eravamo “dottrinari”, gente che si isolava dalle masse! Questo era vero solo nella misura in cui le masse hanno risposto in quel tempo al riformismo, abbandonando il socialismo, mentre noi abbiamo tenuta alta la bandiera della rivoluzione” H.Canne Meijer, lettera a Guy Aldred, citata in The Commune (n.6 1927)

L’ascesa del nuovo movimento operaio l'impotenza Il movimento operaio presenta un quadro di grande confusione. Numerose organizzazioni e tendenze sono in lotta tra loro, mentre come sempre, di nuovo, la frusta della fame in mano alle classi abbienti flagella le grandi masse. E dopo ogni colpo di frusta, la confusione nelle file dei lavoratori aumenta. Gli apostoli dell’unità supplicano i lavoratori di porre fine al conflitto intestino e, congiuntamente, di orientare la lotta contro le classi dirigenti. Essi non hanno il minimo sentore di tutta la situazione. Pensano che la classe operaia sia impotente a causa della sua disunione, mentre in realtà la frammentazione, ancora in aumento, deriva dall’impotenza sempre più manifesta. Ogni nuova sferzata della frusta della classe dominante dimostra alle masse operaie che il movimento operaio, costruito negli ultimi 50 anni nel corso di lotte dolorose e di abnegazione, non ha quasi alcun valore come arma contro il Capitale. Il vecchio movimento operaio si rivela - secondo le parole di H. Gorter - come una spada di cartone contro una corazza d'acciaio. Come può accadere che il vecchio movimento operaio non possa competere con la classe capitalista? Da dove nasce l'impotenza del vecchio movimento? A questo proposito ci focalizziamo su due cause. In primo luogo, il vecchio movimento è interamente rivolto a un miglioramento passo dopo passo della situazione dei lavoratori nell'ambito del capitalismo. Il problema qui è che non ci può essere miglioramento quando i vari capitali non riescono a produrre un profitto sufficiente, una condizione che, come sappiamo, diventa generale nella crisi. In tal caso, l'impotenza non deriva dalla debolezza del movimento operaio, ma dall'impossibilità 'naturale' di cercare di ottenere qualcosa dove non c'è nulla da ottenere. La seconda causa risiede in una sfera diversa: è la grande potenza del Capitale. Questo non è stato sempre così. Nel periodo precedente i capitalisti erano molto meno organizzati, quindi i lavoratori erano in grado di realizzare qualcosa contro i datori di lavoro, mettendo in campo alcuni strumenti. Questi erano quasi sempre piccoli gruppi impegnati nella lotta, e quindi i sindacati e


le associazioni professionali erano i capi di questi movimenti. Anche se in queste occasioni si era ben lungi da che tutti i lavoratori fossero organizzati nei sindacati, ancora la leadership sindacale era riconosciuta come necessaria. Il "movimento del lavoro", vale a dire lo sciopero degli organizzati e degli inorganizzati, si pose sotto la guida del "movimento operaio organizzato". Il "movimento del lavoro" e il "movimento operaio" qui coincidono1. Ma nel corso del tempo la scena è cambiata. I padroni si organizzano in associazioni padronali, le piccole imprese diventano grandi, e queste grandi imprese si combinano ancora una volta in organizzazioni economiche più grandi, quali associazioni, trust, cartelli e monopoli. In questo modo, il Capitale crea un blocco potente tale che gli scioperi dei lavoratori, che sono limitati a singole occupazioni, diventano inefficaci. I sindacati in accordo cercano di evitare gli scioperi, vedono il loro compito sempre più nei negoziati e nella cooperazione con le associazioni padronali, e questa cooperazione, infine, diventa un “lavoro in partnership" [Arbeitsgemeinschaft]. Non hanno avuto nessun dubbio nel prendere questo corso, perché non c'era più nulla da realizzare con il vecchio modo di lottare basato sulle occupazioni. Inoltre il “lavoro in partnership” tra capitale e lavoro non può evitare, nel lungo periodo, di avere come conseguenza il sacrificio della vita dei lavoratori agli interessi del Capitale. E poiché i dirigenti sindacali, come effettivi proprietari delle organizzazioni sindacali, non erano semplicemente in grado di opporre qualcosa di valore uguale al potere del capitale, hanno dovuto conformarsi in tutto. Ma anche quando i lavoratori non hanno prestato attenzione ai contratti e agli accordi del "lavoro in partnership" e hanno preso in mano la lotta con scioperi selvaggi, la sconfitta è seguita con altrettanta certezza. La causa delle sconfitte è da ricercare nel fatto che un gruppo di lavoratori in una singola categoria è troppo debole per far fronte a Capitale. La possibilità di un dispiegamento di forza contro il Capitale sarebbe possibile solo nel caso in cui gli scioperanti facessero il tentativo di spezzare il loro limitato fronte occupazionale, estendendo il movimento, senza riguardo ai limiti professionali o organizzativi – comprendendo nella lotta l'intera classe. Quando si svilupperanno dal "fronte occupazionale" al "fronte di classe", allora per la prima volta si manifesterà il loro potere.

1

I due termini, in tedesco Bewegung der Arbeiter e Arbeiterbewegung sono tradotti in italiano rispettivamente con movimento del lavoro e movimento operaio. Nel testo vengono utilizzati con due diverse accezioni il primo si riferisce al movimento del lavoro nella sua dimensione storica il secondo alle forme organizzative che si è dato, ndt


La classe in sé e la classe per sé Nel futuro sviluppo, questa crescita del fronte di classe avverrà. O altrimenti espressa: in futuro i lavoratori, guidati dalle condizioni stesse, troveranno veramente per la prima volta la loro coesione, la loro presa di coscienza come classe. Se abbiamo in mente di vedere le cose come realmente sono, dobbiamo essere chiari sul fatto che, in ogni caso, i lavoratori formano una classe contro il Capitale, non c'è dubbio che i padroni trattino i lavoratori come una classe totale. I lavoratori sono una classe in quanto tale, formano una classe "in sé". Ma non sono consapevoli di questo, di essere una classe con compiti e interessi comuni. Al momento non formano una classe per sé. A dire il vero, c'è già un vago senso di solidarietà di classe, ma è ancora offuscato dal sentimento di gruppo, ci si sente più strettamente legati alla propria categoria che alla classe in generale. I lavoratori rivoluzionari sono facilmente inclini ad assumere come intera classe la parte rivoluzionaria. Nelle riunioni, quando esprimono le proprie idee, la questione viene fuori del tipo: la classe operaia vuole questo o quello, prende questo o quel punto di vista, dice questo o quello. Ma in realtà la classe operaia non dice nulla, non fa nulla e non si assume alcun punto di vista. Non è né "per" né "contro". Come classe attiva, non esiste. Esiste come ogni cosa inanimata, quindi passiva. Essa non esiste come un essere vivente, attivo fino a quando non entra in movimento e prende coscienza di sé. Naturalmente, non c'è opposizione completa e incolmabile tra la classe "in sé" e la classe "per sé". E’ giusto sottolineare che nel corso del secolo scorso la classe operaia si fece avanti più volte come una classe "per sé", la classe operaia ha pensato e detto qualcosa, e senza dubbio ha adottato un punto di vista. Così, nel periodo parlamentare, la coscienza di classe si è espressa nella lotta per i diritti democratici e il miglioramento sociale; si è manifestata nelle assemblee di massa, cortei e scioperi politici. Vista in questo modo, potrebbe sembrare come se la nostra classe si fosse sviluppata in precedenza e che non esista più una coscienza di classe. Eppure questo non è il caso. Una classe, può impostare i propri obiettivi solo in conformità con i compiti che possono essere realizzati, i compiti per i quali le sue forze sono adeguate. Quando grandi porzioni di lavoratori entrano in azione, non iniziano questa azione con l'obiettivo di abbattere il capitalismo e inaugurare la forma comunista della vita economica, perché sanno fin troppo bene che una cosa del genere si trova ben oltre le attuali forze di classe. La classe operaia non agisce allo scopo di attuare una teoria o altra, ma per farla finita con queste o quelle condizioni penose che sono diventate insopportabili. Può quindi impostare da sé solo obiettivi limitati che rientrano


nel campo dello scopo delle forze di classe. Forze maggiori rendono possibile un obiettivo più ambizioso. L’"obiettivo" non è qualcosa di fisso, non è una linea fissa dove il flusso di eventi deve dirigersi, ma cresce con le forze disponibili. L'obiettivo nella lotta è una funzione del dispiegamento delle forze. E per quanto riguarda i mezzi che le masse utilizzano nella lotta, troviamo lo stesso rapporto. Le masse non sono libere nella scelta dei loro mezzi di lotta, questi variano con la forza della classe. La crescita delle forze dei lavoratori ha come conseguenza l'estensione dei mezzi da impiegare. Forza, mezzi e obiettivi stanno fra loro in dipendenza reciproca e sono in questo senso inseparabilmente legati tra loro. Questa dipendenza reciproca tra la forza, i mezzi e il fine deve essere assolutamente tenuta presente nel trattare con tutte queste questioni. Attraverso questo punto di vista, sullo stato attuale delle cose, si spiega l'apparente regresso della classe operaia, l'apparente ricadere in uno stato senza coscienza di classe, e il regresso da una classe "per sé" a una classe "in sé". Il ripiegamento nella passività, l’apparente pazienza infinita in cui tutta la repressione e lo sfruttamento sono nati, possono essere spiegate solo attraverso l'inadeguatezza dei mezzi precedentemente impiegati nella lotta di classe, unitamente al fatto che le forze di classe non sono ancora abbastanza grandi per altri mezzi. La soluzione della questione alla quale si trova di fronte la classe operaia non è ancora nell'ambito delle sue forze, e per questo motivo i lavoratori oggi non hanno "obiettivi". Ma questo non è un ricadere in uno stato senza coscienza di classe, è la preparazione per una nuova costruzione di forze su nuove basi, al fine di portare la soluzione della questione nell'ambito delle proprie forze. La confusione senza speranza e la disunione della classe operaia, il crollo del vecchio movimento operaio, è in realtà solo la preparazione per un nuovo salto dello sviluppo delle forze di classe. E in questo modo la classe operaia tornerà a essere una classe "per sé". Nel prossimo periodo di sviluppo, il passaggio dei lavoratori da una classe "in sé" ad una classe "per sé" sarà in crescita. Non attraverso la propaganda dei rivoluzionari, ma attraverso la dura pratica della vita. In futuro, la classe padronale renderà sempre più pronunciato e più diretto, e per le masse più visibile, il potere dello Stato come strumento di sfruttamento. In considerazione di questo fatto, la resistenza più innocente da parte dei lavoratori assume direttamente la forma di una lotta contro lo Stato, e quella resistenza sarà la stessa come se fossero veri rivoluzionari, come se fossero lavoratori con coscienza di classe. Il punto essenziale per il periodo a venire è che ogni vera resistenza da parte dei lavoratori deve essere soppressa nel sangue dalle classi dominanti. La legge marziale, l'abolizione della libertà di riunione, il divieto di giornali e scritti, carri armati, mitragliatrici, bombe a gas e


bombe a mano diventano i mezzi ordinari per mantenere l’"ordine" o ristabilirlo. La causa, tuttavia, della violenta offensiva delle classi dominanti, che rompe l'inganno praticato in precedenza per mezzo dei diritti pseudo-democratici, si trova anch’essa in una situazione critica. La borghesia percepisce chiaramente che i lavoratori hanno ragioni sufficienti per insorgere. Teme la rivoluzione più che il pensiero dei lavoratori. Così la minima resistenza è in grado di generare una paura che può assumere una portata maggiore. Per la borghesia vi è quindi solo una possibilità: sopprimere qualsiasi forma embrionale anche la più piccola. La coscienza della propria posizione interiormente bacata la rende diffidente nei confronti di qualsiasi resistenza, per quanto insignificante. E questo aiuta all'inizio. Il potere affilato della borghesia crea nei lavoratori un senso di impotenza. Contro la potente macchina militare della borghesia non hanno nulla di proprio da opporre, ma semplicemente sentono l'inadeguatezza dei mezzi finora impiegati. Per questo motivo si sentono deboli e impotenti. E sono solo individui che realizzano quali sono le nuove condizioni e, che quindi arrivano alla convinzione che nuovi mezzi e concezioni sono necessari. In una forma vaga una coscienza cresce tra le masse. Ma è solo con il verificarsi di focolai spontanei rivoluzionari, che si realizza mediante una forte pressione sociale e una miseria insopportabile, che le masse prendono coscienza della propria forza e fiducia in questa forza che comincia nuovamente a crescere. La borghesia fa di ogni resistenza una lotta politica per il potere. Ma in questo modo la borghesia stessa porta la lotta su un fronte molto ampio. Infatti, mentre in un primo momento la materia in questione tocca solamente gli interessi di questo o quel gruppo di lavoratori, attraverso questo meccanismo altri gruppi sono attratti nel conflitto attraverso le misure politiche e militari della borghesia stessa. La borghesia estende la lotta dal fronte di categoria al fronte di classe. Dall'essere una classe "in sé", i lavoratori si saldano in una classe "per sé". Questa offensiva da parte della classe padronale non si svolgerà, in alcun modo, fuori dal libero arbitrio. La cosa che muove la borghesia è lo stato del capitalismo stesso. La produzione capitalistica, e quindi anche la vita sociale, può funzionare solo nel caso in cui ceda abbastanza profitto. Se i profitti necessari mancano, una parte maggiore o minore di produzione cade. La fornitura di una nuova fonte di profitto è quindi la prima richiesta della classe padronale. Questo è soprattutto l’interesse dei grandi capitali che sono colpiti per primi, perché rappresentano la parte più importante della vita sociale. Per questo motivo anche la leadership della vita sociale viene consegnata al


grande capitale. O detto altrimenti: la concentrazione della vita economica trova la sua riflessione politica nella concentrazione del potere politico nelle mani di individui. E con la concentrazione del potere politico nelle mani di individui, di gruppi capitalistici di potere che controllano lo Stato, arriva la necessità di peggiorare la situazione dei lavoratori al fine di ristabilire la profittabilità del capitale. Questo sviluppo è uno sviluppo del fascismo e del nazionalsocialismo; è inevitabile sulla scia del capitale monopolistico. E' sinonimo della fine dello sviluppo democratico della società. I "diritti democratici" - diritto di voto, diritto di organizzazione, libertà di riunione, ecc non possono più essere tollerati. Si tratta di diritti riconosciuti solo a organizzazioni, gruppi o persone che si assoggettano incondizionatamente alla politica del capitale monopolistico. Il nazional-socialismo A prima vista sembrerebbe che i lavoratori prendano una posizione antagonista alla spinta verso la dittatura svelata dal grande capitale. Tuttavia ciò non è il caso. Al contrario, è molto probabile che grandi porzioni di lavoratori in Europa occidentale e in America stiano fortemente sostenendo questo sviluppo. Il pensiero delle masse è ancora, nel complesso, molto borghese, semplicemente perché le relazioni sociali degli esseri umani tra loro sono presenti in una forma borghese-capitalista. Sarà così fino a quando questo ordine sociale si frantumerà in inevitabili futuri conflitti, quando l’ordine borghese-capitalista si rivelerà come assolutamente incapace di regolare i rapporti sociali degli esseri umani, così anche il pensiero delle masse cambierà. Comunque fin quando la classe padronale, sotto la guida del grande capitale, porterà avanti la lotta competitiva, questa classe rimarrà nel suo elemento e trascinerà le masse con sé. Il più profondo, significato economico del nazionalsocialismo dopo tutto è solo questo, cioè acuire l'ordine, l'organizzazione con i quali il capitale monopolistico continua la lotta competitiva su un livello superiore. L'unità della nazione, la "collaborazione del popolo", diventa così il "nobile obiettivo" a cui tutti i gruppi speciali e gli interessi di classe devono essere subordinati. Esso diventa lo strumento con il quale il capitale monopolistico conduce la sue campagne economiche e, infine, anche militari. A ogni individuo è richiesto che lavori alla costruzione della vita economica al fine di "dare pane e lavoro a tutti". I padroni devono altresì subordinare i loro interessi al "popolo nel suo insieme", e non devono mettere avanti i loro interessi particolaristici (dietro a questa frase si cela la lotta del grande capitale contro i capitali più piccoli). Che anche i lavoratori debbano lasciare i loro interessi speciali e di gruppo a beneficio “del popolo nel suo insieme” è una cosa ovvia: “Quando va bene per l'intera economia, non può andare male per il lavoratore”. E poi, finalmente, al fine di assicurare la costruzione di una tale "collaborazione di popolo", qualsiasi propaganda


diretta contro tale scopo deve essere soppressa (abolizione della democrazia). Questa fraseologia è ovviamente in linea con il pensiero delle grandi masse. I lavoratori, sotto l'influenza dei sindacati hanno assunto la "collaborazione popolare" come loro base ideologica. La socialdemocrazia, dall'altro, ha utilizzato un linguaggio preso in prestito dal marxismo - la scienza della lotta di classe - ma la loro teoria e la loro pratica hanno la "collaborazione popolare" come punto centrale. Tutti i piani di socializzazione che fino a questo momento sono conosciuti - tra cui il "de Man plan" del partito del lavoro belga - hanno la "collaborazione popolare" come loro punto di base. Non è certo esagerato affermare che tali concezioni in materia di collaborazione popolare dominano il pensiero di grandi masse in Europa occidentale e in America. Solo quando la borghesia introduce un nuovo ordinamento sociale, abolendo la democrazia, si incontra una resistenza, ma la pratica dimostra che questa resistenza non sarà molto grande. La generazione più giovane non vede di buon occhio la democrazia, e senza dubbio non alzerà un dito in sua difesa. Chiede soluzioni ai problemi quotidiani: se questo è possibile con la democrazia, o se le cose vanno meglio senza di essa, in entrambi i casi è contenta. La lotta per i diritti democratici Quale deve essere adesso, l'atteggiamento dei lavoratori rivoluzionari nei confronti dell'abolizione dei diritti democratico-borghesi? E' un “dovere rivoluzionario" difendere i diritti politici fino all'estremo? Noi diciamo: No. Siamo del parere che chi si batte per "diritti democratici" sta difendendo una causa persa. La democrazia non esiste in una società in cui il capitale è concentrato in poche mani. La democrazia appartiene a una società in cui prevale la piccola proprietà, che rappresenta in questo modo i suoi interessi contraddittori. Ma quando la concentrazione si afferma nella vita economica, questo processo deve necessariamente seguire sul campo politico. Si tratta di una ben nota regola marxista per cui lo sviluppo della base materiale della società si rispecchia anche nella sua politica. Visto da questo punto di vista, il dominio politico del capitale monopolistico è uno sviluppo necessario. In vista del dominio del capitale monopolistico, il ritorno alla democrazia è impossibile, proprio come il ritorno alle piccole imprese è attualmente impossibile. Chiunque oggi si batte per i diritti democratici sta cercando di portare l'orologio della storia indietro, proprio come facevano i tessitori a mano di un secolo fa, quando hanno preso d'assalto le fabbriche al fine di distruggere le macchine. Si potrebbe altrettanto bene fondare una associazione per la prevenzione delle eclissi solari.


Una classe guida può impostare per sé solo obiettivi che stanno nel treno dello sviluppo. Il nuovo movimento operaio deve orientare il suo sguardo in avanti. Non ha motivo di piangere per la perdita dei "bei vecchi tempi", le nuove condizioni servono per il suo orientamento. Non è giustificato nutrire alcun dubbio sul fatto che il periodo democratico-borghese è definitivamente finito, perché un tale periodo non è conforme con la concentrazione dell'economia. L'inizio di un nuovo movimento operaio è possibile solo se si riconosce che la democrazia borghese è diventata economicamente e quindi anche politicamente impossibile e che la classe operaia deve vincere un'altra democrazia - la democrazia della classe operaia. Lo sviluppo del predominio assoluto da parte del capitale monopolistico è un fatto, e lo è anche l'abolizione della democrazia, anche se ci sono diverse possibilità nei modi e nei mezzi con cui viene portare avanti tutto ciò. La grande borghesia ha messo da parte la democrazia come arma, poiché inutilizzabile per i suoi fini, per poi, probabilmente tirarla fuori dal ripostiglio ancora una volta. La democrazia viene tirata fuori quando i lavoratori marciano nei movimenti di massa e minacciano seriamente il capitalismo. La democrazia può quindi ancora una volta svolgere i propri servizi, in quanto confonde e divide i lavoratori, al fine così di esorcizzare la rivoluzione minacciosa. In questi momenti la democrazia borghese tornerà ad essere rilevante per i lavoratori, ma non perché la vorranno restaurare, ma perché la combatteranno. La rivoluzione proletaria deve superare la democrazia borghese così come il predominio assoluto del capitale monopolistico; può vincere solo sotto il controllo dei consigli operai, sotto la democrazia della classe operaia. La lotta per i diritti democratici nelle condizioni attuali ha un carattere utopico. Ma non solo: è anche, ovviamente, impossibile. Qual è il senso di cercare di fare il pugno quando manca anche una mano? Attraverso altisonanti discorsi alle riunioni, dimostrazioni di massa come operette o uno sciopero qua e là, con il quale si desidera difendere i diritti della democrazia, la borghesia non recede di un singolo passo. Per abbattere la grande borghesia, altre forze sono necessarie. Dobbiamo guardare l'amara verità in faccia, e cioè che le masse devono ancora trovare la nuova forma di lotta che le è propria. I vecchi metodi di lotta - le elezioni, le manifestazioni, gli incontri di protesta, le petizioni, lo sciopero limitato a occupazioni (con o senza la guida dei sindacati), l'insurrezione locale di isolati gruppi armati, anche se eroica può essa battuta, - tutto è stato come combattere con una spada spezzata. Queste forme non hanno avuto un effetto maggiore di un proiettile di un revolver contro un armatura a piastre di 40 mm. La grande massa dei lavoratori è molto ben consapevole di questo


fatto, e infatti non vi è quasi segno di una qualsiasi resistenza, mentre allo stesso tempo, la cintura della fame deve essere allacciata sempre più stretta. Altrettanto vero è che devono entrare in azione nella lotta di classe presente e futura centinaia di migliaia, sì, milioni di persone, se l'apparato di potere della classe dirigente deve essere scosso. Anche questo è ben noto alla grande massa, che sa altrettanto bene che ancora non è presente alcun legame spirituale, nessun principio vitale per cui milioni di persone si lancino come una unità nella lotta. Qui sta la differenza essenziale tra la lotta nel prossimo periodo fino al termine e la lotta che inizia ora. Fino ad oggi i vari gruppi di lavoratori hanno combattuto ciascuno per sé, e la cosa dalla quale sono stati mossi è stata la tutela dei loro interessi professionali di lavoratori in quanto metallurgici, scaricatori, lavoratori dei trasporti, ecc. C’è stata una mancanza di interessi di classe generali, e non avevano bisogno di un grande principio unificante. Un apparato organizzativo era sufficiente per condurre la lotta e dare direzione. Ma per condurre la lotta dei milioni di persone che ora deve emergere, nessun apparato organizzativo è all'altezza del compito. Eppure milioni di persone devono muoversi in una direzione, devono essere guidati in un corso comune, per così dire, per arrivare a un'azione comune. E poiché un apparato organizzativo non è qualificato per questo compito, questo deve essere eseguito in altro modo. Questo succede quando un nuovo principio vitale nasce nelle masse. Non si realizza attraverso la predicazione, non può essere imposto alle masse dall'esterno, o come un liquido versato in un recipiente vuoto. La grande unità delle forza diretta di classe cresce nella lotta e attraverso la lotta, e può essere consolidata e rimanere una cosa duratura solo quando l'auto-azione irrompe dal basso in nuove forme di organizzazione, quando le organizzazioni che nascono nella lotta per l'emancipazione combinano l'auto-azione in una impresa complessiva; organizzazioni che sono un vincolo di unione nella lotta per la libertà e, quindi, fanno arrivare ad una coscienza in cui questa libertà ha come suo contenuto il dominio sul proprio lavoro, sui mezzi di lavoro, sulla produzione sociale in generale. È la trasformazione in comunismo del mondo del pensiero della classe soppressa. Tutte le esperienze di lotta di classe dirette alla padronanza delle forze di classe lascia nelle masse la sua traccia sotto forma di unità di classe, lotta per la libertà, comunismo. Sorge così un nuovo principio vitale, attraverso il quale le masse sono più strettamente congiunte, sono ispirate ad un maggior sacrificio e maggior coraggio, imparano ad esercitare una maggiore disciplina e solidarietà, rispetto ad una organizzazione formale e fissa che non è mai stata in grado di fare altrettanto.


Il comunismo, visto in questo modo, non è altro che l'auto-emancipazione delle masse; devono essere auto-coscienti, vale a dire, in un senso comunistico. Qui i comunisti russi e la Terza Internazionale sotto la loro influenza si separano dalla lotta della classe operaia per il comunismo. Essi ritengono che è sufficiente che le masse trasformino il partito comunista in partito di governo, e che quest'ultimo, una volta in possesso del potere politico, costruisca il comunismo. Per loro le masse sono lo strumento che viene impiegato dal partito. Chiunque pensi il comunismo in questo modo lo può combinare con il lavoro salariato, e non trova alcun neo quando la Terza Internazionale è così priva di scrupoli e falsa da opporsi ai suoi stessi compagni. Il nuovo movimento operaio rivoluzionario, tuttavia, deve ancora una volta legare con devozione il comunismo alla classe. Ha bisogno di lealtà e di fraternità, deve promuovere il superamento del lavoro salariato, in modo da affermare il controllo della vita sociale attraverso le grandi masse stesse. E' solo allora, finalmente, che la dittatura così come la "democrazia" come elemento dominante perde il suo significato. Lotta di classe e comunismo Un nuovo movimento operaio difficilmente avrà ulteriore bisogno, nella sua propaganda, della parola comunismo, poiché il concetto generale di "comunismo" assume forme più concrete. La formulazione generale, cioè che si tratta di un nuovo sistema economico in cui viene abolita la proprietà privata dei mezzi di produzione, non è più sufficiente. Il "nuovo sistema economico" della teoria era ancora un contenitore vuoto, non all'altezza. Si comincia ora, nella lotta di classe, quando la questione è quella di padroneggiare le forze sociali attraverso l'umanità stessa, a riempirlo con cose concrete, con la vita. Se fino a quel momento abbiamo avuto una nozione di comunismo come sistema economico, ora vediamo che abbiamo avuto in mente solo una parte, una visione parziale dei problemi in questione. Così come la scienza naturale attraverso le tecniche ha sottomesso le forze naturali alla società, così è necessario che l'umanità diriga e governi le forze sociali. L'umanità deve imparare a conoscere e ad assoggettare queste forze sociali che crea essa stessa e da cui è tormentata come da ciechi processi naturali. La massa degli esseri umani deve dirigere e controllare tutte le forze sociali. A tal fine, tuttavia, è necessario che tutte le funzioni della vita sociale siano esercitate dalle masse direttamente, gli organi modellati dalle masse a tale scopo come organi specifici di dominio non devono più essere separati da esse. Possono solo essere lo strumento con cui le masse realizzano ciò che hanno deciso prendendo decisioni insieme. Qui abbiamo per la prima volta ciò che è la dinamica dei consigli operai. Per questo motivo anche la realizzazione del comunismo è al tempo stesso la realizzazione della democrazia operaia. Il controllo delle forze economiche e sociali appare in questo contesto, come base materiale della società, ma ancora solo come


una parte di una società comunista, che nella sua interezza è molto più generalizzata. Visto in questo modo, lo sviluppo del comunismo non vede l’inizio fino a quando i lavoratori non conquistano il potere nella società e costituiscono il nuovo ordine nella vita economica. Comincia da questo momento, il giorno stesso in cui i lavoratori nella lotta di classe prenderanno il loro destino nelle proprie mani e condurranno essi stessi le loro lotte. Così nasce la democrazia dei lavoratori, che disciplina le forze sociali. Così il comunismo nasce nell’autogoverno delle masse, ciò che abbiamo qui è il processo di sviluppo in cui le masse imparano a condurre le loro proprie forze di classe e le applicano consapevolmente in vista del traguardo. Ed è solo allora, quando la classe operaia avrà le sue proprie forze di classe in mano, solo allora sarà in grado anche di condurre e gestire le forze sociali. In questo senso, anche il detto di Karl Marx, che la nuova società nasce nel grembo della vecchia, si trasforma in verità. In questo si trova il comunismo più semplice, ma anche al tempo stesso la sua formula più essenziale. Può essere compreso immediatamente da qualsiasi lavoratore, per quanto egli possa dubitare della sua realizzazione pratica. Allo stesso tempo, diventa chiaro che la cosiddetta dittatura del proletariato, di fronte alla quale i lacchè borghesi fanno rabbrividire i lavoratori, non è altro, in verità, dalla democrazia dei lavoratori. Ma ogni lavoratore capisce anche che la democrazia dei lavoratori non ha nulla a che fare con il diritto di eleggere i membri dei parlamenti borghesi. Fare propaganda per la difesa del suffragio universale a difesa dei diritti democratici della classe operaia non è altro che lavorare contro il riconoscimento dei nostri diritti democratici reali. Il dominio delle nostre forze di classe proprio attraverso la massa non si realizza attraverso la propaganda, la dura esperienza della vita costringe le masse in questa direzione. Il periodo democratico è praticamente, e su scala internazionale, chiuso. Organizzazioni legali possono d'ora in poi cercare semplicemente di controllare le azioni di classe il più rapidamente possibile. In una successione di sconfitte, la classe operaia si libera da questa leadership. In queste condizioni, il nuovo movimento operaio si presenta con principi del tutto nuovi. Si compone di piccoli gruppi illegali, che vedono l'essenza della lotta per l'emancipazione in un movimento indipendente delle masse. E così non mirano al potere per il loro partito o gruppo, non è la loro organizzazione che deve diventare forte, ma la classe.


Intanto, il processo di indipendenza da parte delle masse è un processo tedioso che avviene in un vero e proprio inferno. Mai ancora nella storia dell'umanità una classe oppressa si è confrontata con un nemico così potente, mai con un siffatto potere assassino, mai con un potere cosi esteso, con un compito onnicomprensivo da svolgere come quello di acquisire il controllo delle forze sociali del mondo. Eppure la classe operaia è destinata a combattere in questo poderoso conflitto, perché non può essere eluso e non c'è altra forza che può farlo. Le forze scatenate della società capitalistica minacciano di distruzione tutta l'umanità. Tutta l'umanità vede con timore e tremore il massacro della guerra che si avvicina con i suoi gas velenosi e con i bacilli della peste, - il risultato delle forze sociali incontrollate rilasciate dalla produzione capitalistica. Nessuno vuole questa distruzione di massa, ma tutti sono convinti che sia già terribilmente vicina e che si scatenerà come un inesorabile temporale. Si tratta di una follia che nessuno vuole e che tuttavia, con la certezza di una catastrofe naturale, si sviluppa in tutto il mondo. E poiché è così, la battaglia per il dominio delle forze sociali deve essere combattuta. Anche se, in una seconda guerra mondiale, interi popoli moriranno, il controllo delle forze sociali, rimane ancora un problema irrisolto. Nuove e più spaventose catastrofi appaiono all'orizzonte. Pertanto, il controllo delle forze sociali da parte delle masse stesse è il problema di oggi e anche del tempo a venire. Solo la classe operaia da sola con il suo esercito di milioni di persone è in grado di assolvere questo compito. E' la classe produttiva sotto il capitalismo, e come tale da sola è in grado di padroneggiare le forze sociali della produzione. Questo, tuttavia, è la parte più importante del compito, poiché le forze produttive sono il pozzo da cui tutte le altre forze sociali si nutrono. La classe operaia si basa sulle proprie risorse. La socialdemocrazia e la terza internazionale chiamano gli intellettuali e le classi medie in aiuto per domare le forze produttive. Sono alla ricerca di un aiuto dove non può essere trovato. Il tentativo di dominio sulle forze della produzione attraverso intellettuali e ceti medi assume la forma di dominio nazionale sulla classe operaia, ma finisce nel nazionalsocialismo. Il risultato non è l'addomesticamento delle forze produttive, poiché l'unica forza capace di domarle è completamente assoggettata e le contraddizioni su scala internazionale sono sempre più stridenti. L'arrivo di nuove catastrofi mondiali viene così accelerato. La classe operaia, che crea il plusvalore, è anche l'unica classe in grado di fermare la fonte del plusvalore, in quanto rende impossibile il lavoro salariato e introduce nuove leggi di moto per la produzione sociale. Naturalmente, i ceti medi e gli intellettuali sono anche minacciati di estinzione da parte delle forze sociali non dominate. Ma, come una classe che vive di plusvalore non possono formare nessuna forza ausiliaria dove, con l'introduzione di nuove


leggi di moto per la produzione sociale, la fonte del plusvalore stessa se ne va con esse. L'esistenza degli intellettuali e dei ceti medi, come classe speciale, si fonda sul lavoro salariato della classe operaia, non possono essere alleati quando la questione è abolire il lavoro salariato. Ma la prima pre-condizione per la loro conversione in alleati è che la classe operaia diventi essa stessa un potere da non sottovalutare. Quando grandi masse lavoratrici entrano in lotta e rivelano il nuovo, tutto il potere di controllo della classe operaia, diventa allora il magnete che attira a sé le forze rivoluzionarie disperse in tutti gli altri strati della popolazione. Non prima. Il tentativo di unione con i ceti medi o gli intellettuali porta, proprio per questo motivo, al contrario di ciò che si intendeva. La classe operaia può essere orgogliosa di scrivere sulla sua bandiera: Solo la classe operaia e solo la classe operaia da sola! In questo modo i presupposti sono quindi fissati per l’“emergere” di importanti gruppi di intellettuali e di ceti medi. E' il potere della classe di cui abbiamo bisogno! Potere di classe! L'auto-movimento delle masse a) Il significato del movimento di massa Attraverso l'azione diretta in forma di movimento di massa la classe dirigente è direttamente minacciata. Allo stato attuale, non ancora a causa della forza e della portata di quel movimento; poiché le masse sono ancora alle prese con la tradizione, esse si liberano, ma lentamente, dal partito e dalla politica sindacale. Per questo motivo la classe dirigente si troverà abbastanza facilitata per un certo periodo nel reprimere questi movimenti. Il pericolo per questa classe, del resto, non sta nel fatto che il potere dei padroni sia direttamente minacciato, ma nel fatto che nessun movimento indipendente dei lavoratori è possibile senza oltrepassare i limiti legali. Il movimento indipendente dei lavoratori sviluppa le proprie leggi con cui viene guidato e con cui agisce, e la tendenza espressa da queste leggi è che i lavoratori sono tenuti ad occuparsi delle forze sociali di produzione. Poiché il movimento di massa dimostra che la massa, quando applica coscientemente il suo potere di classe, lo fa per prendere il controllo delle forze sociali di produzione, perché il controllo delle forze di classe include l'amministrazione delle forze produttive, per questo motivo non rimane scelta alla classe dirigente. Bisogna reprimere questi movimenti istantaneamente con i migliori mezzi a disposizione. Non appena uno sciopero indipendente sorge qua e là, la borghesia risponde all’unisono con la legge marziale, giornali, organizzazioni, incontri sono vietati, se non sono di fatto soppressi in anticipo. Ma quando un movimento si sviluppa, agisce contro questa repressione. Le riunioni sono semplicemente tenute a prescindere, e i giornali vengono diffusi ugualmente. Ciò, tuttavia, significa una la lotta contro il potere statale. Se i lavoratori si tirano indietro


davanti a questa lotta, la classe dirigente può quindi reprimere il movimento. Ma una volta che la resistenza viene sviluppata, il movimento diventa soggetto alla sua legge interna. Sul terreno della lotta, quando i lavoratori hanno qualcosa da dire, una legge diversa prevale rispetto a quelle del resto della società. Questa altra legge si rivela, tra le altre cose, nel fatto che nel contesto della lotta le leggi per la protezione della proprietà privata devono essere abolite. E non perché i lavoratori che lottano sono comunisti coscienti che si lasciano guidare dal pensiero di mettere le forze sociali di produzione al servizio della classe operaia, ma perché niente è in ordine, perché la lotta stessa lo rende necessario [.. .] I movimenti di massa mostrano in nuce quello che più tardi diventerà realtà in tutta la società. Si scopre che le masse non possono fare nulla con la loro forza di classe senza allo stesso tempo asservire le forze produttive. Entrambe vanno di pari passo. Fino a quando i movimenti di massa sono ancora piccoli e rimangono ancora un affare superficiale, la tendenza verso la padronanza di tutte le forze sociali non viene così chiaramente alla luce. Ma se questi movimenti diventano grandi, sempre più funzioni vengono portate sotto l’influenza delle masse in lotta, - la loro sfera d'azione si estende. E in questa lotta di massa si sviluppano relazioni completamente nuove tra gli esseri umani e il processo produttivo. Un nuovo "ordine" si sviluppa. Quelli sono i segni distintivi essenziali dei movimenti di classe indipendenti, che sono di conseguenza un orrore per la borghesia. Lo sviluppo del movimento di massa è pertanto uno sviluppo che ha come suo contenuto il dominio progressivo delle forze di classe e quindi anche della vita sociale. Ma questo processo graduale, questo sviluppo passo dopo passo, ha luogo nel senso che una volta che è stato raggiunto rimane come patrimonio di classe, da cui svilupparsi ulteriormente. Questi successi diretti così come sono raggiunti svaniscono continuamente nell’aria. Ciò che rimane è l'esperienza. Ogni movimento di massa sviluppa nuovamente dall'esperienza dei movimenti precedenti. Così vengono prese misure diverse in riferimento all'estensione dei movimenti, alla fornitura di materiale necessario con cui organizzare la difesa, alla distribuzione dei prodotti alimentari, ecc… Queste misure vengono poi ad essere viste come una cosa ovvia, sono cose che non vengono più discusse, perché sono diventate, attraverso l'esperienza, attraverso l'impiego ripetuto, una parte del pensiero delle masse. Cosi come oggi non vengono utilizzati più grandi argomenti quando la questione è fare picchetti per impedire l’accesso ai crumiri, perché “va da sé”, così le masse portano a sé tutte le funzioni della vita sociale, senza dover discutere a lungo sulle questioni. La repressione di un movimento di massa è quindi solo una parziale sconfitta della classe operaia. Tale sconfitta rivela il lato della momentanea impotenza


del suo crescente potere, è solo la sconfitta del giovane gigante, della forza che non ha ancora pienamente maturato. b) estensione del movimento Una delle prime funzioni che mette radici nel pensiero delle masse in lotta è l'estensione del loro movimento. Oggi questa questione è ancora contestata con veemenza, ma la chiarezza su questo punto sarà introdotta principalmente dal potere che il movimento svilupperà. Un movimento, o cresce rapidamente in un vero e proprio movimento di massa, o altrimenti viene soppresso nell'atto stesso di svilupparsi. Il vecchio movimento operaio conosce due metodi con cui estendere un movimento. O il leader sindacale decide se e in che misura questo si svolgerà, e a tal fine definisce l'apparato organizzativo in movimento, oppure varie parti per mezzo di volantini ecc… invita alla solidarietà da parte di lavoratori di altre imprese e categorie. In entrambi i casi l'estensione non è qui una funzione dei lavoratori in sciopero, ma del "movimento operaio". Una massa che lotta che viene fuori da sola è per prima cosa impegnata a svolgere questa funzione. E poi non nel senso che la “sedicente” dirigenza dello sciopero chiama gli altri gruppi di lavoratori, ma nel senso che la massa in lotta stessa va nelle altre imprese per sollecitare i suoi compagni di classe alla solidarietà. Inoltre, non è escluso che i lavoratori rimasti al lavoro non riescano a seguire le esortazioni di altre organizzazioni. Le organizzazioni sono continuamente impegnate in una lotta tra loro, perché ogni organizzazione vuole aumentare i suoi membri a scapito degli altri. Così che la lotta reciproca delle organizzazioni è radicata non solo nella differenza di concezione per quanto riguarda la tattica da utilizzare, ma è anche una questione di interessi organizzativi. Ogni lavoratore è infine consapevole di questo, e così non presta orecchio alle parole d'ordine di altre organizzazioni. Ma quando gli stessi lavoratori in sciopero vengono fuori e fanno un appello alla solidarietà degli altri lavoratori, la questione assume un aspetto diverso. Il conflitto tra la disciplina organizzativa e la fedeltà di classe assume quindi per ogni singolo lavoratore una forma più acuta, e il "pericolo" di una fraternizzazione diventa più probabile. La classe dirigente, pertanto, farà tutto quanto in suo potere per evitare questa fraternizzazione; ad ogni tentativo delle masse di effettuare la loro estensione, risponderà con severe misure militari. Per il momento, un movimento di scioperi non può fare nulla di fronte a questo potere militare, tanto da sembrare insensato cerca di estenderlo in questo modo.


E tuttavia non è privo di senso. I lavoratori che ancora si rifiutano di partecipare al movimento sono costretti a lavorare sotto la protezione militare. Il potere statale militare che odiano deve proteggerli contro i loro compagni di classe. In questo modo il conflitto psicologico tra disciplina sindacale e solidarietà di classe è acutizzato e crescono nuove possibilità per la sua estensione. Ancora oggi, vale a dire, in "tempi normali", quando l'orizzonte non rivela una nube di aggressività da parte dei lavoratori, la funzione di estendere il movimento attraverso l'azione dei lavoratori stessi deve essere posta all'ordine del giorno . Ovunque i lavoratori si uniscono, questo principio deve avere il posto centrale. Guardato superficialmente, questo non ha un diretto significato pratico; e come dato di fatto non siamo in grado di determinare in che misura questo principio troverà una risposta - che può essere verificata solo nella pratica. Ma l'applicazione pratica del nuovo principio può essere facilitata da un intenso lavoro preliminare e di preparazione. Una propaganda veramente rivoluzionaria non consiste, quindi, negli inviti sempre rinnovati alla "rivoluzione" o allo "scatenamento" di tutti i possibili conflitti. Essa consiste nella costante e incessante preparazione delle possibilità di estensione, in modo che i conflitti di classe che inevitabilmente verranno possano abbracciare il maggior numero possibile di lavoratori. c) Il controllo delle forze di classe attraverso i consigli operai La seconda funzione che dovranno svolgere le masse stesse è il controllo organico delle loro forze di classe, - la “loro leadership". Fino a quel momento il "movimento del lavoro" ha coinciso con il "movimento operaio", le vecchie organizzazioni erano immediatamente i leaders dei movimenti. Questo rapporto tra "massa e leader" è stato, sicuramente, in diverse occasioni, rotto dai lavoratori in lotta in relazione con movimenti rivoluzionari di massa; fino ad allora non si era ancora visto un principio nuovo nato dalla pratica della lotta di classe, ma solo una "deviazione" dal corso naturale degli eventi, e semplicemente come risultato di questa o quella particolare situazione. La "deviazione", tuttavia, consisteva nel fatto che i lavoratori, senza il consenso e spesso contro la volontà delle vecchie organizzazioni, cominciavano la lotta, liberatisi dalla vecchia dirigenza e, sotto la loro propria leadership, realizzavano un obiettivo di massa che prendeva forma nelle masse indipendentemente e nonostante la vecchia dirigenza. E questa "deviazione" diventa ora la consueta forma della lotta, quando la massa è in moto per i suoi obiettivi di classe.


Le condizioni a cui è vincolata la lotta di classe fino al momento attuale non lasciano altra scelta. Per la semplice ragione che ogni movimento del lavoro entra in conflitto con il potere statale e si allontana dal percorso prescritto legale, perché ogni lotta deve essere condotta come se la domanda fosse direttamente l'emancipazione della classe operaia, - per questo motivo qualsiasi leadership sui lavoratori è destinata a crollare, e ciò che rimane è solo la leadership che deriva dagli stessi lavoratori in lotta. E questo non è inficiato dal fatto che i partiti e le organizzazioni possono ancora per il momento imporre la loro leadership sui movimenti che sono nati indipendentemente da loro e contro la loro volontà. Infatti, quando riescono a farlo, è solo una prova del fatto che un tale movimento è troppo debole per un ulteriore sviluppo indipendente, - è quindi in declino. Questa "leadership" ha quindi il compito di portare il movimento in "percorsi disciplinati", cioè il movimento è così portato a non entrare in conflitto con le leggi e il potere dello Stato che stanno dietro di loro. Per questo motivo è necessario che il principio dell’ "auto-direzione delle masse" diventi il punto centrale del movimento di classe. Questo principio esiste, ma è ancora debolmente rappresentato. La tradizione per cui i movimenti di classe debbano essere dominati e guidati per mezzo di organizzazioni è ancora così radicata che sempre nuovi gruppi impostano come loro compito questa leadership. Quando le vecchie organizzazioni non potranno e non condurranno la lotta di classe, allora vorranno creare nuove organizzazioni che potranno fare questo lavoro. Naturalmente, c'è un nocciolo di verità nella vecchia concezione tradizionale, vale a dire, che le forze di classe devono essere padroneggiate e condotte. Infatti, quando un movimento di massa proletario è semplicemente nella forma di uno scoppio spontaneo, le forze di classe sono, per essere chiari, scatenate, ma quando queste forze non sono controllate, non ancora coscientemente, la loro azione assomiglia a quella di un temporale che si scarica senza ulteriori conseguenze. Il controllo delle forze, tuttavia, consiste nella loro applicazione in vista di un obiettivo. E quindi queste forze devono essere dirette e organizzate. Questo è altrettanto vero oggi come lo era 50 anni fa, e non è antiquato. La nuova concezione consiste nella convinzione che queste forze non possono essere controllate e guidate per mezzo di un'organizzazione. Le funzioni che devono essere eseguite dai lavoratori in relazione ai movimenti di massa più importanti sono così numerose ed estese, - si estendono, infine, a tutta la sfera della vita sociale, - che nessun partito è in grado di assumere su di sé il compito di leadership. In ultima istanza, questo può essere fatto solo da chi deve finalmente esercitare queste funzioni, e questi sono i lavoratori stessi.


E’ proprio qui che abbiamo l’enorme difficoltà nell’attuale processo di sviluppo, poiché le forze, fino a quando si scaricano caoticamente, senza collegamento interno, vengono anche facilmente colpite. Ma dall'esperienza acquisita in queste lotte cresce l'unità e il coordinamento delle forze. Chi si assume alcuni compiti chi altri, questo processo dà luogo ad una divisione consapevole della forza e del lavoro, che vuol dire padroneggiare le forze e organizzarle. Con l’estendersi della nostra esperienza, abbiamo visto che tale coordinamento si svolge sotto forma di comitati di azione, che nel movimento rivoluzionario di Russia e Germania dal 1917 sono diventati noti come consigli operai. Per la realizzazione di misure di tipo generale, vi è un consiglio generale dei lavoratori. Così la storia ci dice, per esempio, dei "grandi consigli dei lavoratori" di Amburgo, del "Consiglio generale dei lavoratori" di Berlino, di San Pietroburgo. Il "Consiglio Centrale dei Lavoratori per il Distretto della Ruhr", per esempio, sequestrò (1920) le banche al fine di assicurare il pagamento dei salari durante lo sciopero generale. Il consiglio dei lavoratori di Amburgo ancora una volta, fece ricorso a misure per regolare la distribuzione dei mezzi di sussistenza nell’intera città, e cercò anche di organizzare la resistenza al potere dello stato centrale. Così il controllo delle nostre forze di classe, alle condizioni attuali, trova la sua forma pratica nel sistema consiliare. Come classe, siamo in grado di applicare consapevolmente le nostre forze solo nella misura in cui siamo stati in grado di cristallizzarle in consigli operai. In ogni movimento di massa, il disegno organizzativo e il coordinamento delle forze insieme, la loro applicazione cosciente, assume forme più fisse. In questa direzione si trova anche il compito dei rivoluzionari, lo scopo del loro impegno deve essere quello di rendere ogni movimento di massa sempre più un movimento dei consigli. La crescita del movimento di massa in movimento dei consigli ci mostra in che misura stiamo imparando consapevolmente ad applicare le nostre forze di classe. Ma dopo tutto, ci si può chiedere, è così certo che i movimenti di massa si svilupperanno in movimenti dei consigli? Non ha il nazionalsocialismo in Germania e il fascismo in Italia portato le masse in un movimento che non ha alcuna traccia dei consigli operai, ma piuttosto ha posto sulle masse un principio opposto, vale a dire, il predominio del "leader"? E una seconda domanda sorge spontanea: Sarà il disagio economico crescente, lo sfruttamento sempre più intensificato dalla classe dirigente, a portare ad una lotta per i mezzi di produzione, ad una lotta per il controllo sulle forze produttive da parte dei lavoratori? Non ha l'esperienza in Germania e in Italia


dimostrato che il persistente peggioramento della situazione dei lavoratori ha spinto le masse non a sinistra, ma a destra? Non è venuta dalle masse un'ondata di nazionalismo e di militarismo, di distruzione di tutto ciò che ricordava il vecchio movimento operaio? In breve, non è il pensiero delle masse lavoratrici sempre più orientato capitalisticamente? E non siamo tenuti a renderci conto che nei paesi fascisti le masse lavoratrici fanno tutto ciò che è in loro potere per salvare l'economia capitalista? Infatti! Non indulgiamo in illusioni che la classe operaia si stia muovendo in avanti verso la padronanza delle proprie forze. Ma sappiamo anche che questo non può essere uno stato permanente delle cose, che non impedisce l’ascesa finale della nostra classe al potere. Noi facciamo derivare questa conoscenza dalla scienza delle leggi di movimento della società capitalistica, che ci dicono che il capitalismo può solo mantenere la sua esistenza attraverso un sempre maggiore impoverimento delle grandi masse. Qualunque idea sia presente nelle masse rispetto a un "ordine" dell'economia capitalistica, resta il fatto che questo ordine è dettato dagli interessi del capitale monopolistico. I grandi capitali, che nel capitalismo moderno, costituiscono la forza determinante per l'economia, devono produrre profitto perché l'intera vita economica non sia portata a un punto morto. Essi non possono vivere oltre la morte delle masse. Il problema centrale nella nostra società attuale è semplicemente che le forze produttive non sono solo mezzi di produzione e forza lavoro, ma allo stesso tempo capitale, e possono produrre soltanto quando, come capitale, creano profitto sufficiente per la classe proprietaria. Questo è ottenuto attraverso uno sfruttamento sempre più massiccio, che porta a un impoverimento assoluto delle grandi masse e, infine, dopo tutto, si scontra con i suoi limiti naturali. Il problema non è quindi un "ordine" del capitalismo, ma la sua abolizione. Il fatto che le forze produttive siano al tempo stesso capitale e come tale debbano fare profitti diventa in misura sempre maggiore un ostacolo alla loro applicazione. Pertanto, nell'interesse delle grandi masse, la vita economica deve funzionare anche senza produzione di profitto per la proprietà del capitale. Questo, tuttavia, equivale a dire che i mezzi di produzione non possono più apparire come capitale e che i capitalisti non possono più appropriarsi del lavoro dei lavoratori attraverso l'acquisto della loro forza lavoro. Quando i mezzi di produzione sono decaduti dal carattere capitalistico, sono poi solo strumenti con cui i lavoratori liberi producono beni per soddisfare i bisogni delle masse affamate.


Il completo ribaltamento di tutte le relazioni economiche è quindi il problema del nostro tempo. Il rapporto tra esseri umani e mezzi di produzione, che oggi si caratterizza col lavoro salariato, il rapporto tra esseri umani e massa dei beni presenti nella società, a cui i lavoratori possono attingere solo in proporzione al prezzo al quale vendono la loro forza-lavoro, il rapporto tra un essere umano e un altro, in quanto appartengono a classi diverse, e che appare nella forma di padrone e schiavo salariato, di espropriatore ed espropriato, di compratore e comprato: - tutte queste relazioni saranno soggette ad una trasformazione completa e fondamentale. Infatti, con l'eliminazione della ricerca del profitto e quindi anche del carattere di capitale delle forze produttive, tutta la circolazione dei beni sociali viene portata in altri canali, mentre tutti i rapporti tra esseri umani assumono nuove forme. Il fascismo non è né in grado né vuole risolvere questo problema, e di conseguenza, dopo aver mostrato il suo vero volto in una questione così determinante sarà superato dalle masse stesse. La soluzione di questo problema diventa sempre più pressante, e quindi anche i movimenti di massa diretti alla creazione di produzione per e attraverso i lavoratori sono inevitabili. Il punto decisivo a questo riguardo è che deve avvenire, - la volontà a tal fine nasce dalla necessità, - sebbene la classe operaia è in grado di farlo solo quando si costituisce per questo fine nei consigli operai. La conquista del potere in un certo distretto, allora, non sarà la difficoltà più grande. Ancora molto più importante sarà la questione se i lavoratori riusciranno a controllare la produzione, cioè ad abolire il rapporto tra padrone e schiavo, e legando insieme le diverse imprese, a introdurre la regolazione sociale della produzione. Questo è possibile solo attraverso i consigli operai. E dovranno anche assicurare i mezzi di sussistenza alle grandi masse, e attraverso la regolamentazione della distribuzione, rendere impossibile l'appropriazione privata dei prodotti del lavoro. Anche questa regolamentazione, è possibile solo quando le masse lavoratrici sono organizzate in consigli. Così che la crescita del movimento di massa come movimento dei Consigli è il metro con cui può essere misurata l'applicazione cosciente delle forze di classe. L'idea che i consigli operai nascono solo nella rivoluzione stessa deve essere respinta come falsa. In relazione a ogni movimento che proviene dalla classe operaia, la preoccupazione principale deve essere la formazione di consigli operai. Il significato di un movimento di massa non consiste tanto nei successi materiali che raggiunge, ma se e in che misura riesce ad applicare le forze di classe attraverso i suoi consigli.


Il nuovo movimento operaio Fino a questo punto i nostri sforzi sono stati diretti a dimostrare che il "movimento del lavoro" assume nei consigli operai la forma attraverso la quale è in grado di padroneggiare le forze sociali. Rivolgiamo ora la nostra attenzione al nuovo "movimento operaio", per il legame organizzativo fra gli ancora relativamente esigui lavoratori rivoluzionari che hanno consapevolmente adottato il punto di vista dei consigli operai. A questo proposito è necessario tracciare una linea netta di confine tra le organizzazioni che si definiscono rivoluzionarie, ma in realtà appartengono ancora al vecchio "movimento operaio" e quelle che si stanno sviluppando nella nuova direzione. Tutte le organizzazioni che rivendicano la leadership delle lotte, che vogliono diventare "stato maggiore" della classe operaia, stanno dall'altra parte della barricata, indipendentemente da quanto recente può essere la loro data di nascita. D'altra parte, tutte le organizzazioni che non vogliono prendere il potere nelle proprie mani, ma vogliono solo promuovere il potere di classe, che portano un principio di auto-movimento delle masse attraverso i consigli dei lavoratori, - tutti queste appartenentgono al nuovo movimento operaio. Questo nuovo movimento operaio è già presente, ma ancora solo agli inizi, quindi è ancora quasi impossibile parlare di una struttura organizzativa sviluppata. Per il momento, appare ancora in forma di piccoli gruppi di propaganda illegali che si presentano qua e là, sono di diverse opinioni su un gran numero di questioni pratiche e teoriche e per il momento senza dubbio rimarrà così. Ma anche in questa forma, sono già gli organi attraverso i quali la classe si sforza di giungere ad una comprensione della sua vera natura. In questi gruppi, che rimangono radicati nelle masse, si rivela il riorientamento del pensiero della classe. In un primo momento ancora spontaneamente, qua e là prendono forma gruppi, spesso senza coesione e quindi anche con concezioni divergenti. Ma più il formarsi di gruppi si afferma, diventando la regola generale, e viene riconosciuto come una scuola necessaria della classe operaia, tanto più le concezioni divergenti si fonderanno in una unità. Partito o "Gruppo di lavoro" Ora dobbiamo rispondere alla domanda se questi gruppi di propaganda o di lavoro devono essere considerati anche come nuovi partiti. Questi gruppi hanno, proprio come i partiti, un programma politico; ma sono gruppi con opinioni più o meno fisse, e con direttive particolari per la loro propria attività, nonché per la lotta di classe in generale. Così potrebbe sembrare allora che, come i partiti fino ad adesso conosciuti, stiano lontani dalla massa, che si elevino su di essa e, infine, dopo tutto, ancora una volta che lottino per il dominio sulla massa. Ma chi giudica in questo modo non riesce a vedere che


le concezioni sostenute dai nuovi gruppi di lavoro per quanto riguarda il percorso che la classe operaia deve prendere per la sua emancipazione sono diretti al superamento di tutte le forme di dominio. Il contenuto della loro propaganda non converte i gruppi in organi di dominio, ma in organi attraverso i quali la classe stessa trae le necessarie conoscenze e quindi è in grado di scrollarsi di dosso tutta la dominazione. Dall’altro lato i partiti politici finora noti. Questi vogliono prima conquistare il potere statale, e poi, per mezzo di decreti, ordinanze, leggi e provvedimenti statali, realizzare il loro programma politico. Questo è il modo consueto nella società di classe borghese. Ma una tale politica ha semplicemente come suo presupposto le opposizioni di classe nella società, ed è al tempo stesso legata a loro. Può avere come contenuto solo il fine di ammorbidire le opposizioni attraverso un “superamento” o una "compensazione". Ma l'opposizione tra dominatore e schiavo può essere "compensata" quanto si vuole, dominatore e schiavo, tuttavia rimangono ancora. Questa opposizione, su cui l'intera struttura della società attuale è costruita, e quindi anche il suo governo, non può essere compensata, neppure attraverso la politica di un governo che si definisce comunista. Può solo essere abolita, in quanto i lavoratori, attraverso i loro consigli, prendono direttamente il potere, realizzano tutte le misure politiche (sociali), e in unione collettiva possono disporre delle precondizioni per la produzione del proprio vivere. Questo, tuttavia, non può essere compiuto attraverso la politica di un governo, ma avviene solo nel corso di un processo rivoluzionario in cui le masse lavoratrici stesse maturano e crescono fino ad essere il potere sociale. Visto il carattere specifico di dominio che è legato al concetto di "partito", considerato che i nuovi gruppi di lavoro dirigono la loro propaganda proprio contro questa caratteristica, e sebbene abbiano un programma politico, sono in completa opposizione alle concezioni di partito note; questi gruppi non hanno praticamente nulla in comune con ciò che si intende per "partito". Essi differiscono sostanzialmente dai partiti, e pertanto non possono essere considerati come tali. Per il momento li chiamiamo "gruppi di lavoro", per il nome che potranno finalmente ricevere, dobbiamo lasciarlo all'ulteriore sviluppo. I Gruppi di lavoro Il compito dei gruppi di lavoro, visto esteriormente, è molto modesto. La retorica rivoluzionaria, i brillanti discorsi di grandi leaders di partito, i tam-tam della propaganda e della pubblicità di partito hanno qui perso ogni significato. Eppure la loro importanza è molto maggiore di quella della propaganda del partito più potente che ci sia mai stato. Finché continueranno a sorgere sporadicamente solo gruppi isolati qua e là, che si dedicano a un serio studio,


facendosi conoscere al movimento delle forze sociali, l'importanza di questo lavoro non sarà visibile ai più. Ma non appena si generalizzeranno, quando formeranno un movimento diffuso consapevole, quando i gruppi di lavoro sorgeranno ovunque allo scopo di impartire ai lavoratori la verità (scientifica) del processo sociale di vita, così l'immagine cambierà. Il loro compito non è più piccolo e modesto, ma gigantesco e universale. Nei gruppi di lavoro la classe operaia ha modellato per sé lo strumento con cui padroneggia la scienza delle forze sociali. Il tempo è dato, e passato, a meno che tutti i segni siano fallaci, lo sviluppo preme in queste direzioni. Ciò che rimane in Germania, per esempio, del vecchio movimento operaio sono piccoli gruppi di discussione illegali in cui i lavoratori cercano di trovare la loro strada in nuove condizioni. E' solo in questi gruppi di discussione, infatti, che è possibile un movimento operaio indipendente, nelle condizioni attuali. E anche ciò che oggi è diventato realtà in Germania nel prossimo futuro si svilupperà anche negli altri paesi capitalisti. Poi, anche lì, il tempo arriverà quando, con il crollo visibile del vecchio movimento operaio, le nuove forme di discussione e di gruppi illegali di propaganda o, come preferiamo nominarli, di gruppi di lavoro, diventeranno necessari. Finora questi gruppi nascono attraverso il fatto che diversi operai si riuniscono per confrontarsi sulla loro situazione di classe. Sono ancora deboli e incerti e non ancora in grado di uscire autonomamente. C’è ancora troppa poca conoscenza e abilità per funzionare come una unità, da cui i nuovi principi possano passare all'esterno. Tutto questo deve essere fatto attraverso uno scrupoloso, serio lavoro su di sé e sul gruppo. A tal fine, tuttavia, è necessario in primo luogo che i gruppi realizzino la grande importanza del loro lavoro per la lotta di emancipazione del proletariato. Quando diventa chiaro una volta per tutte per i lavoratori che possono lavorare praticamente e attivamente per la maturazione di tutta la classe, ognuno nel suo luogo e in ogni gruppo, come la piccola ruota la cui assenza non è ammissibile nella grande struttura della classe operaia se la classe vuole diventare funzionale per l'azione, - si dedicheranno con tutto il cuore a questo compito. Poi, però, quello che ancora oggi appare a molti come impossibile, diventerà una cosa naturale. I gruppi di lavoro che sono in anticipo su questa strada e, che si basano sul marxismo, e che hanno riconosciuto tutta l'ampiezza e la profondità del problema, - l'emancipazione del proletariato - devono chiamare i loro compagni di classe a seguire ovunque il loro esempio. Essi devono indicare la necessità che ogni gruppo formi una unità indipendente, in grado di pensare per sé e di produrre il proprio materiale di propaganda. Ogni nuovo gruppo di lavoro deve diventare un centro di irradiazione per l'idea di indipendenza e l'impulso alla formazione di sempre più gruppi. Ecco un campo di lavoro incolto, di una tale enorme


misura che non ci saranno forze sufficienti per coltivarlo. Ma questo lavoro, una volta avviato su larga scala, rende libere così tante forze che finirà per suscitare l'entusiasmo e la fedeltà di tutta la classe. Nei gruppi di lavoro del nuovo movimento operaio il terreno su cui sorge la nostra conoscenza e comprensione del movimento delle forze sociali è in fase di preparazione. Ciò che l'individuo, lasciato a se stesso, non può fare è del tutto possibile in uno scambio collettivo di idee, prima nel gruppo di lavoro e poi nella connessione dei gruppi tra di loro, che alla fine creano il legame spirituale in tutta la classe. L'analisi dei fenomeni sociali in continua evoluzione - nel vecchio movimento il monopolio degli intellettuali e dirigenti è qui compiuto dai lavoratori stessi. L'opinione molto diffusa che una cosa del genere è al di là delle capacità dei lavoratori è del tutto sbagliata. Al contrario: Gli intellettuali e dirigenti del vecchio movimento operaio sono incapaci di fare un'analisi degli sviluppi sociali per il proletariato rivoluzionario. Vedono i fenomeni altrimenti di quanto non facciano gli operai rivoluzionari, perché il loro obiettivo è diverso: oggi si giocano il ruolo dei leaders e vogliono mantenere questo ruolo anche in futuro. Il loro modo di pensare non può essere diverso da quello richiesto dalla funzione che svolgono in questa società. Essi formano uno speciale strato privilegiato la cui funzione si basa sul lavoro salariato, l'espropriazione economica e la privazione dei diritti per la classe operaia, lottano per il mantenimento di questa funzione, e di conseguenza anche la soppressione del lavoro salariato e la dominanza della classe stessa deve apparire loro un'utopia. Per i lavoratori stessi, tuttavia, nulla li ostacola dall’impossessarsi di questa conoscenza che, attraverso l'indagine scientifica in campo sociale, è presente in abbondanza. Questa conoscenza, che nelle grandi opere del socialismo scientifico è formulata attraverso leggi sociali del movimento e la cui esattezza è provata mille volte attraverso il processo di sviluppo della nostra società attuale, e che in questo tempo si sta sempre più confermando, questa conoscenza può essere compresa solo dai lavoratori. Questa conoscenza ci dice che l'ordine capitalistico della nostra società, con le sue forze di produzione sempre più potenti, entra in conflitto sempre più ferocemente da cui è alla fine incapace di uscire. Essa ci dice che solo la classe operaia è in grado di porre fine a questo, e che sorge dalla schiavitù salariale. E' solo la ricerca scientifica che ci insegna a conoscere l'intera società. Il metodo di indagine sociale, quello storico-materialista, che si è sviluppato nel corso dei secoli 19 e 20 e che è stato formalizzato nelle opere di Marx, Engels, Dietzgen e altri, deve ora essere applicato e messo in pratica da i lavoratori. Questo compito, tuttavia, può essere realizzato solo dall'intera classe. Comincia laddove sorgono gruppi che si assumono come loro compito


l'analisi degli eventi sociali, gruppi che si sviluppano infine in un cervello comune con cui la classe pensa, e quando i gruppi sono sorti ovunque con un vincolo di unione che è lo stesso modo di pensare. Il compito è enormemente grande, ma sarà dominato dall’inesauribile energia delle masse lavoratrici, perché solo questa è la via che conduce all'emancipazione della classe operaia. Le "malattie dell'infanzia" Il nuovo movimento operaio quindi emerge con le sue "malattie dell'infanzia". Queste hanno spesso un carattere pericoloso tanto che la maggior parte dei nuovi gruppi emersi soccombono a causa loro. Solo negli ultimi cinque anni, questi gruppi sono emersi più e più volte, per poi scomparire così come sono nati. Le cause di questo sono principalmente due: la più essenziale è che mancava loro un fondamento teorico sufficiente, erano ancora troppo un miscuglio di idee tradizionali e di nuove insufficientemente digerite. La seconda causa risiede nel fatto che nelle nuove condizioni la collaborazione nei gruppi deve avere un carattere molto diverso rispetto al vecchio movimento. Le qualità intellettuali necessarie a tale scopo non sono immediatamente presenti, devono prima essere apprese e acquisite nella lotta. Per questi due motivi il problema della formazione dei gruppi è molto più difficile di quanto appaia a prima vista. Le insufficienti basi teoriche diventano così pericolose per i nuovi gruppi per la stessa ragione che li porta ad azioni sconsiderate e senza scopo. Quando l'impazienza e non la comprensione diventa consigliera dell’azione, si cerca di guidare i lavoratori in tutte le azioni possibili e ci si aspetta quindi, attraverso la costruzione artificiale di azioni, che venga scacciata la fede nei leaders. Questo diventa finalmente un metodo consapevolmente applicato per "rivoluzionare" la classe operaia ed "educarla" alla lotta di classe. E così il loro linguaggio è spaventosamente "rivoluzionario", la loro descrizione della classe dirigente è orribile e finiscono in modo stereotipato, con l'alternativa: rivoluzione o declino nella barbarie. Questo dà loro la sensazione di essere davvero rivoluzionari e la convinzione che sono la prima linea dei combattenti della rivoluzione proletaria. Ma tutto ciò che si ottiene è che l'impazienza rivoluzionaria finisce solamente in parole forti ed esplode come cipria in polvere, senza danno per la classe dirigente. E quando, dopo tutto, qui o là, piccoli gruppi isolati vengono guidati in questo modo in un '"azione", non fanno che dimostrare come ridicola sia una tale tattica. Il linguaggio rivoluzionario non può sostituire ciò che alla classe manca in materia di efficacia. Il tentativo da parte di tali metodi di rendere il proletariato "maturo" per la rivoluzione dimostra semplicemente che a questi "combattenti di prima linea" manca ancora la visione più elementare della lotta per l'emancipazione proletaria.


L’altra "malattia infantile" consiste nel fatto che il lavoro nel gruppo deve essere prima appreso, che la collaborazione nei gruppi non ha ancora trovato la forma che si addice ai nuovi compiti, e che anche i lavoratori che collaborano nei gruppi devono acquisire nuove qualità intellettuali adatte alle nuove condizioni. Il tratto più caratteristico delle vecchie organizzazioni è che i loro membri, che hanno aderito sulla base di alcuni principi, vengono controllati attraverso l'organizzazione stessa. L'individuo vuole sottomettersi ai principi che egli ritiene essere corretti, in realtà egli si sottomette all'apparato organizzativo, che a sua volta, stabilisce i principi, li altera, determina fino a che punto sono validi in questo o quel caso ecc.. e perfino stabilisce come i membri devono agire in conformità con questi principi. Il singolo membro che con la sua voce diventa parte dell'organizzazione così si sottopone alla "leadership" dell'organizzazione. Questa "leadership" è regolata, delimitata e definita da regolamenti e statuti in cui sono previsti i diritti e i doveri della persona rispetto alla organizzazione e viceversa. Chiunque pecchi in qualsiasi modo è richiamato ad agire in conformità con le regole dell’organizzazione. La costituzione democratica dell'organizzazione è stata progettata per far si che questa leadership sia influenzata in modo decisivo da parte dei membri, ma la maggior parte delle vecchie organizzazioni ha germogliato in un puro apparato burocratico, questa influenza è stata ridotta al minimo, e infine, è stato tutto gettato a mare. Le organizzazioni del lavoro sono quindi una immagine fedele di ordine politico della società borghese in generale. Il partito nazional-socialista ha contribuito al tocco finale di questo sviluppo, nel senso che eleva l'autocrazia della leadership in un principio, una leadership che è ormai responsabile solo per il suo "Dio" e la sua "coscienza". Ma sia attraverso percorsi democratici o attraverso decreti burocratici o, infine, solo attraverso il leader "illuminato da dio", le regole organizzative e gli statuti sono ancora la base con cui l'attività degli individui nelle organizzazioni viene ricondotta all’unità. In questo modo possono lavorare insieme a dispetto della diffidenza reciproca sui rispettivi giudizi cosi come sulla giusta rotta e sono pronti in qualsiasi momento a screditare il prossimo, se li ostacola nell'organizzazione. Negli anni scorsi abbiamo fraternizzato con vari gruppi, che avevano mantenuto questa mentalità da vecchio movimento, e che sono scomparsi in breve tempo così come erano nati. E' stato il primo tentativo di superare le reciproche differenze attraverso la costruzione di un apparato organizzativo. Ma in piccoli gruppi, questo è praticamente impossibile: qui la reciproca diffidenza molto presto dissolve ogni legame organizzativo. La prima lezione che può essere tratta da questo è che i piccoli gruppi sono in grado di lavorare solo quando i loro membri hanno, almeno approssimativamente, una concezione simile del loro compito.


Gruppi che ancora oggi vogliono diventare "grandi" - grandi, nel senso che l'organizzazione cresce grande e potente - si trovano sullo stesso percorso del vecchio movimento operaio. Essi portano ancora i segni distintivi del vecchio movimento operaio, in cui l'organizzazione "dirige" come un apparato ed i singoli membri si assoggettano a questa leadership. Così al momento attuale solo persone che la pensano in modo simile sono in grado di unirsi in piccoli gruppi. E' meglio che i lavoratori rivoluzionari in migliaia di piccoli gruppi lavorino sulla presa di coscienza della loro classe piuttosto che la loro attività sia sottomessa ad una grande organizzazione per la lotta per il dominio da parte della loro leadership. Ciò non esclude la collaborazione dei gruppi tra loro, ma piuttosto la rende più necessaria. Se viene dimostrato in pratica che tale collaborazione è stata effettuata con successo, quindi in verità si verifica la fusione in una grande organizzazione di persone che la pensano in modo simile. Ma questa fusione in una unità organica può essere solo il risultato di un processo di sviluppo. I gruppi che devono essere il punto di partenza del nuovo movimento operaio non devono essere costituiti solo da membri con concezioni simili rispetto ai loro compiti. Queste stesse concezioni devono essere essenzialmente distinte da quelle del vecchio movimento operaio. La prima e la più importante di queste concezioni è quella che ha a che fare con l'attività dei membri nell'organizzazione. Deve essere distinta dalla vecchia concezione nel fatto che il membro non si sottomette alla leadership, ma si deve combinare in modo collettivo con gli altri compagni simili in modo che la "leadership" a cui si dovrebbe assoggettare diventi superflua. La leadership e le regole secondo le quali la collaborazione nei gruppi prende forma non può essere un apparato dirigente esterno ai membri, ma deve derivare sempre dalla comunanza e tensione dei membri stessi. Essi stessi producono sempre una nuova leadership e il legame che li lega ad una azione comune nel gruppo, questo è il superamento che lascerà fuori gli interessi personali per il soddisfacimento dei compiti comuni. Riassunto Se mettiamo insieme alcuni aspetti generali del nuovo movimento operaio, si vede che le finalità che si pone per sé sono molto diverse da quelle del vecchio movimento. Quest'ultimo vuole, per mezzo di azioni attraverso i sindacati e attraverso la legislazione sociale, realizzare miglioramenti sulla base del capitalismo. Il nuovo movimento operaio, d'altro canto, dirige le sue attività verso il raggiungimento di uno stato della società che ha come presupposto l'abolizione dell'ordine capitalistico. Nel movimento di massa, vuole portare la massa ad una auto-organizzazione nei consigli operai, in


modo che attraverso di essi la massa sia in grado di eseguire tutte le funzioni del potere legislativo ed esecutivo e realizzare direttamente tutti i compiti in relazione a produzione e distribuzione. I lavoratori rivoluzionari che prendono come compito la propaganda per l'auto-movimento delle masse lavoratrici vogliono unirsi in organizzazioni sotto la loro stessa leadership, in gruppi di lavoro che in tutto quello che fanno rimangono completamente indipendenti. Questi gruppi di lavoro non hanno solo il compito di propaganda verso l'esterno; ma è essenziale al tempo stesso la loro propria auto-formazione; la conoscenza è necessaria. Tutti i professori borghesi sulla terra, anche quando si uniscono in un "trust di cervelli", non possono fare a meno dell'opposizione tra capitale e lavoro che tutto domina. Non possono scoprire la cause essenziali delle catastrofi sociali in costante aumento, poiché il lavoro salariato - è al tempo stesso la base su cui sorge la loro funzione privilegiata nella società. Solo la classe operaia da sola è in grado di farlo, perché deve, se non si accontenta di essere spinta sempre più in basso nella scala. Il problema centrale, che sempre più pressantemente richiede una soluzione, consiste nello sviluppo possente delle forze produttive e nell'impossibilità di applicarle. Il capitalismo continua a mantenersi solo sempre attraverso la distruzione delle forze produttive o rendendole inattive. Questo problema si presenta oggi al centro di tutti i pensieri, comincia a perseguitare ogni individuo come pure la massa, non può essere eluso. Dobbiamo quindi fare di questo problema l'asse centrale della nostra auto-istruzione e propaganda. Fino a quando la teoria si impadronisce delle masse: allora la teoria diventa una forza materiale. Ed è solo allora che impariamo a conoscere il significato pieno delle parole: L'emancipazione della classe operaia non può che essere opera dei lavoratori stessi


Una lettera di Anton Pannekoek L’espressione consigli operai non sta affatto ad indicare una forma d’organizzazione fissa, elaborata una volta per tutte e di cui resterebbero solo da perfezionare i particolari; si tratta di un principio, il principio dell’autogestione operaia delle imprese e della produzione. La realizzazione di tale principio non passa affatto attraverso una discussione teorica su quali possono essere le sue migliori possibili modalità di esecuzione. E’ una questione di lotta pratica contro l’apparato di dominazione capitalista. Ai giorni nostri, non si può affatto intendere consigli operai un’associazione fraterna avente un fine in se stessa; “consigli operai” equivale a “lotta di classe” (dove la fraternità trova pure il suo posto), significa l’azione rivoluzionaria contro il potere dello Stato. Le rivoluzioni –è evidente- non si fanno su ordinazione; esse sorgono spontaneamente, quando la situazione diventa intollerabile, nei momenti di crisi. Esse non nascono se non quando questa sensazione di intollerabilità si radica sempre più nelle masse, quando appare in esse una certa coscienza omogenea di ciò che si deve fare. E’ su questo piano che si pone il ruolo della propaganda, della discussione pubblica. E queste azioni non possono riportare dei successi duraturi se larghi strati della classe operaia non hanno una visione lucida del carattere e degli obiettivi della lotta. Donde la necessità di fare dei consigli operai un tema di discussione. L’idea dei consigli operai non ha perciò nulla a che vedere con un programma di realizzazioni pratiche –da mettere in opera domani, oppure l’anno prossimo- ma si tratta unicamente di un filo conduttore per la lunga e dura lotta di emancipazione che la classe operaia ha ancora davanti a sé. Marx un tempo diceva, certamente, a proposito di questa lotta: l’ora del capitalismo è suonata; ma aveva avuto cura di far vedere come, ai suoi occhi, questa “ora” ricopriva tutto un periodo storico. Da “Funken”, 1952


Bibliografia Serge Bricianer, Pannekoek e i consigli operai, Musolini editore, 1974 Philippe Burrinet, Alle origini del comunismo dei consigli, Graphos, 1995 Jacques Camatte, Verso la comunità umana, Jaca Book, 1978 Gilles Dauve, Le roman de nos origines, Pagine Marxiste, 2010 GIKH, Principi fondamentali di produzione e di distribuzione comunista, Jaca Book, 1974 GIKH, Tesi sul bolscevismo, GdC, 1970 AAVV, Il comunismo difficile, Dedalo, 1976 D.Authier-J.Barrot, La sinistra comunista in Germania, La salamandra, 1981 J.Barrot, Critica dell’ideologia ultra-sinistra, 1969, sul sito: http://illatocattivo.blogspot.it/2011/12/contributo-una-critica-dellideologia.html Redazione Connessioni, Wobbly e Zusammenbruchstheorie, 2012, sul sito: http://connessioni-connessioni.blogspot.it/2012/01/wobbly-ezusammenbruchstheorie-pdf.html



L’ascesa del nuovo movimento operaio