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Autore - Claudio Tremolada
Titolo - La scusante
anno - © 2026
Tutti i diritti riservati all’Autore .
Licenza di copyright standard .
Quest'opera è pubblicata direttamente dall’Autore e detiene ogni diritto della stessa in maniera esclusiva.
Non può essere distribuita o utilizzata, anche parzialmente o in altro modo senza esplicito consenso dell'Autore stesso .
Capitolo I – Prologo
Capitolo II – La prima incrinatura
Capitolo III – Il rinforzo
Capitolo IV – La normalizzazione
Capitolo V – La prima crepa
Capitolo VI – L’equilibrio perduto
Capitolo VII – La misura di sé
Capitolo VIII – Il tempo, testimone compiacente
Capitolo IX – Il gesto che non doveva contare
Capitolo X – La paura senza alibi
Capitolo XI – La prudenza impeccabile
Capitolo XII – L’interruzione
Capitolo XIV – L’atto imperfetto
Capitolo XV – Dopo
Capitolo XVI – Ciò che resta della Scusante
Capitolo XVII – La posizione
Non c’è bisogno di presentazioni. Se stai leggendo, sei già entrato.
L’illusione funziona così: non si impone, invita. Non trascina, accompagna. Ti lascia credere di aver scelto tu il punto esatto in cui fermarti a guardare. È una promessa senza firma, e proprio per questo sembra onesta. Non chiede nulla subito. Chiede solo attenzione.
Immagina, per un momento, che esista davvero un’occasione unica. Non una di quelle che si riconoscono a posteriori, quando tutto è ormai passato e la memoria fa ordine per conto proprio, ma una che si presenti adesso, davanti a te, con una forma sufficientemente chiara da non poter essere confusa con un sogno. Non è rumorosa. Non lampeggia. Sta lì, composta, quasi educata, come se sapesse che verrà giudicata.
A questo punto di solito il racconto prende una direzione precisa: invita a credere, a rischiare, a scegliere senza riserve. Ma qui no. Qui è giusto fermarsi un istante prima. È giusto fare ciò che raramente si fa quando un’illusione si affaccia:
Valutarla , difenderla, sì. Ma anche interrogarla.
Sei autorizzato a pensare che l’occasione sia reale. Hai prove sufficienti: il tempo che hai investito, le rinunce fatte senza troppo rumore, la coerenza con cui hai tenuto insieme pezzi che, presi singolarmente, non promettevano nulla. Tutto questo costruisce un argomento solido. Un buon avvocato potrebbe sostenere che non credere, a questo punto, sarebbe irragionevole
Allo stesso tempo, sei autorizzato a dubitare. Perché ogni illusione ben riuscita ha una caratteristica comune: somiglia in modo inquietante a ciò che desideriamo da tempo. Non inventa nulla, riorganizza. Non mente apertamente, seleziona. E se qualcuno sostenesse che stai vedendo ciò che vuoi vedere, non sarebbe facile dimostrare il contrario.
Ecco il processo, allora.
Da una parte c’è la spinta: andare avanti, completare, arrivare fino in fondo. Dall’altra c’è la cautela: aspettare, misurare, proteggere ciò che resta. Entrambe le parti hanno argomenti credibili. Entrambe parlano la tua lingua Nessuna alza la voce
È in questo spazio equilibrato, apparentemente neutro, che nasce la Scusante. Non come fuga, non ancora. Nasce come principio di giustizia.
La scusante non dice: “non posso”. Dice: “non è il momento”.
Non dice: “ho paura”. Dice: “sono responsabile”.
Non si presenta come una debolezza, ma come una forma di intelligenza applicata alla sopravvivenza. È prudenza, è misura, è rispetto delle conseguenze. È la capacità adulta di non confondere il possibile con il necessario.
Chi potrebbe darle torto?
Se qualcuno sostenesse che ogni scelta richiede condizioni favorevoli, avrebbe ragione. Se qualcun altro aggiungesse che le condizioni non sono mai completamente favorevoli, avrebbe ancora
ragione Il problema non è stabilire chi vinca la causa Il problema è che il processo può durare a lungo. A volte per anni.
Nel frattempo l’illusione resta lì, intatta solo in apparenza. Cambia impercettibilmente, come cambiano le cose che non vengono usate. Non si rompe, ma perde tensione. E la Scusante, che all’inizio era solo una possibilità, assume peso, struttura, autorevolezza.
Diventa la parte forte del discorso
Perché protegge Perché evita il rischio di una sconfitta visibile Perché permette di conservare l’immagine di ciò che avrebbe potuto essere, senza sottoporre alla prova dei fatti. In questo senso, la scusante è una forma di successo: mantiene aperta una versione ideale di te stesso, al riparo dall’errore.
Eppure, c’è un dettaglio che merita attenzione. Un dettaglio che né l’accusa né la difesa amano sottolineare.
Ogni scusante efficace funziona solo se non viene chiamata per nome.
Nel momento in cui la riconosci come tale, perde parte della sua forza. Diventa ambigua. Inizia a somigliare meno a una scelta e più a una strategia Non è ancora colpa, non è ancora rinuncia, ma non è più innocente.
Questo racconto comincia qui. In questo punto esatto di equilibrio, dove nulla è stato ancora perso e nulla è davvero salvo. Dove l’illusione è sufficientemente viva da sedurre, e la Scusante sufficientemente solida da convincere.
Non ti verrà chiesto di decidere subito.
Ma mentre vai avanti, tieni presente una cosa: ogni passo che non fai, qualcuno, dentro di te, lo sta già giustificando.
C’è sempre un momento, anche se nessuno lo segnala, in cui l’equilibrio smette di essere astratto. Non accade nulla di eclatante. Nessun evento degno di essere raccontato come svolta. È un dettaglio, spesso trascurabile, che passa quasi inosservato proprio perché sembra ragionevole
È qui che la teoria incontra la pratica.
Fino a poco prima, tutto poteva essere discusso senza conseguenze. L’illusione restava intatta perché non era ancora stata chiamata a dimostrare la propria solidità. La Scusante, a sua volta, rimaneva un concetto elegante, una possibilità remota, una forma di tutela preventiva Ma ora qualcosa cambia: entra in scena il tempo
Non quello astratto, filosofico, ma quello concreto, misurabile Un intervallo che si accorcia. Una finestra che non si chiude di colpo, ma che inizia a restringersi con una lentezza sufficiente da poter essere ignorata.
È in questo spazio che nasce la prima incrinatura.
Non sei costretto a fare nulla. Nessuno ti mette alle strette. Ed è proprio questo il punto L’assenza di pressione rende la scelta apparentemente più libera, ma anche più ambigua. Se non c’è
urgenza, allora è legittimo rimandare Se è legittimo rimandare, allora è giusto attendere condizioni migliori.
Qui la Scusante compie il suo primo passo concreto.
Non prende il controllo. Non decide. Suggerisce. Propone una pausa, una verifica, una valutazione supplementare. Si presenta come alleata dell’illusione, non come antagonista. Dice, in sostanza: “se è vera, resisterà anche a questo”
L’argomento è convincente
Dopotutto, ciò che ha valore non dovrebbe temere l’attesa Ciò che è autentico non dovrebbe dipendere da un singolo istante. E se davvero l’occasione è unica, allora saprà riconoscere il momento giusto per manifestarsi senza forzature.
Questa logica non è codardia. È metodo.
Eppure, mentre il ragionamento si struttura, qualcosa viene sacrificato senza essere nominato: la spontaneità Quella spinta iniziale, irrazionale ma vitale, che non chiede garanzie perché vive di slancio. Non viene negata, semplicemente messa in stand-by. Conservata, si direbbe. Protetta.
Ma le cose protette troppo a lungo iniziano a perdere contatto con la realtà
L’illusione, ora, non è più solo una possibilità da afferrare Diventa un progetto da ottimizzare. Un’idea da migliorare prima dell’uso. Ogni piccolo aggiustamento sembra un atto di responsabilità, e nessuno di essi, preso singolarmente, appare come un passo indietro.
È questo che rende la Scusante così efficace.
Non agisce contro il desiderio, lo riorganizza. Non nega l’occasione, la rende più esigente. Alza l’asticella delle condizioni fino a farle coincidere con una versione ideale del momento perfetto.
Nel frattempo, il presente scorre.
Non viene sprecato, si dice. Viene utilizzato per prepararsi meglio. Per evitare errori. Per non compromettere ciò che potrebbe ancora accadere. È una gestione prudente del rischio, e come tutte le strategie prudenti, è difficilmente attaccabile.
Chi potrebbe sostenere che sia sbagliato aspettare quando non si è pronti?
Eppure, senza che tu te ne accorga, qualcosa cambia nel linguaggio interiore. Le frasi non parlano più di “adesso” ma di “quando”. Non più di “fare” ma di “potere fare”. È uno slittamento minimo, quasi elegante, ma irreversibile.
Questa non è ancora una rinuncia.
È solo la prima prova che l’illusione dovrà superare per dimostrare di meritare fiducia. O almeno, così sembra.
Il processo continua. E per ora, entrambe le parti sono ancora convinte di avere il controllo.
Accade qualcosa. Non abbastanza da essere ricordato come evento, ma sufficiente a modificare la traiettoria.
L’interferenza è minima. Una frase ascoltata di passaggio, un’informazione che arriva senza essere cercata, un dettaglio che sembra riguardare altro e invece si deposita esattamente dove serve. Non contraddice l’illusione, non la smentisce. Al contrario, la rende più complessa.
Qualcuno dice che c’è tempo. Qualcun altro fa notare che forzare le cose porta quasi sempre a rimpianti evitabili. Nessuno parla direttamente a te, e proprio per questo il messaggio appare neutro, disinteressato, credibile È un consiglio che non chiede di essere seguito, ma che resta.
La Scusante lo accoglie senza entusiasmo, come si fa con le informazioni utili. Non ne fa un manifesto. La archivia.
Quasi nello stesso momento, arriva il premio.
Non ha nulla a che fare con l’illusione principale. È laterale, secondario, persino modesto. Un riconoscimento inatteso, una stabilità improvvisa, una soluzione che semplifica una parte della vita che non era al centro dei pensieri. Non cambia tutto, ma migliora abbastanza da rendere il presente più abitabile.
È qui che il sistema si rafforza.
Il premio dimostra che la prudenza funziona. Che aspettare non significa restare fermi. Che si può avanzare senza esporsi troppo. Non è una vittoria clamorosa, ma è una conferma, e le conferme hanno un peso sproporzionato rispetto alla loro dimensione.
La Scusante ora dispone di un precedente.
Può dire: “Vedi? Non scegliere subito non equivale a perdere. A volte equivale a scegliere meglio.” È un’argomentazione elegante, difficile da smontare. Perché non nega il desiderio, lo mette in prospettiva. Non cancella l’illusione, la colloca più avanti.
L’interferenza esterna, a questo punto, smette di essere esterna. Viene interiorizzata. Diventa linguaggio. Le frasi ascoltate si trasformano in criteri. I criteri in abitudini.
Il premio, intanto, crea un effetto collaterale imprevisto: alza il costo del rischio. Ora c’è qualcosa da proteggere. Qualcosa che prima non c’era, o che non era abbastanza definito da meritare cautela. Ogni passo verso l’illusione viene confrontato con ciò che potrebbe andare perso, non con ciò che potrebbe essere guadagnato
Questo spostamento è sottile, ma decisivo.
Non si tratta più di scegliere tra fare o non fare. Si tratta di scegliere tra mantenere un equilibrio raggiunto e destabilizzarlo per qualcosa che, pur desiderata, non ha ancora dato prove concrete. La bilancia non è truccata. È semplicemente tarata sul presente.
La Scusante, ora, non è più una voce. È una struttura.
Organizza le priorità, suggerisce sequenze, rimanda decisioni senza negarle .
La normalità non arriva come una conclusione. Arriva come una continuità.
All’inizio è solo una sensazione: le giornate scorrono senza attriti evidenti, le decisioni prese in passato continuano a produrre effetti accettabili Non c’è entusiasmo, ma nemmeno disagio Tutto sembra funzionare abbastanza bene da non richiedere correzioni.
La Scusante, ormai, non ha più bisogno di esporsi. Non argomenta, non persuade. È diventata metodo. Le sue logiche sono state
interiorizzate al punto da non sembrare più tali Rimandare non è una strategia: è semplicemente il modo corretto di procedere.
L’illusione resta, ma ha cambiato statuto.
Non è più una spinta. È una presenza discreta, un riferimento interno che non chiede azione. Compare nei momenti di pausa, quando non c’è nulla da decidere, e proprio per questo non disturba. È tollerata, persino apprezzata, perché non crea conflitto
Così si stabilisce una convivenza ordinata
Ciò che è reale offre stabilità sufficiente Ciò che potrebbe essere resta abbastanza lontano da non compromettere l’equilibrio. Le due dimensioni non si escludono più: semplicemente non si incontrano.
È questo il vero effetto della normalizzazione: rende invisibile lo spostamento.
Se qualcuno chiedesse quando sia avvenuto il cambiamento, sarebbe difficile indicare un momento preciso Non c’è stato un taglio netto, ma una serie di aggiustamenti progressivi, ciascuno giustificabile, ciascuno sensato. Presi singolarmente, non significano nulla. Insieme, cambiano la direzione.
La Scusante ora è ovunque e da nessuna parte.
Non come voce, ma come contesto. Come criterio implicito con cui ogni possibilità viene valutata prima ancora di essere formulata Ciò che un tempo appariva come coraggio ora sembrerebbe imprudenza. Ciò che prima sarebbe sembrato un rischio necessario ora appare evitabile.
Il linguaggio interiore si adegua. E quando il linguaggio cambia, il giudizio segue.
È in questo punto che tutto sembra risolto.
Non c’è una tensione sufficiente a giustificare una svolta. Non c’è un disagio abbastanza forte da imporre una revisione. Ogni dubbio trova una risposta ragionevole, ogni domanda una spiegazione soddisfacente.
La normalità, quando si stabilizza, non promette felicità. Promette la sostenibilità.
E la sostenibilità, se dura abbastanza a lungo, viene scambiata per verità.
L’illusione, ormai, non è più qualcosa da inseguire. È una possibilità teorica, una riserva interiore. Serve a ricordare chi si sarebbe potuti essere, non necessariamente chi si deve diventare.
Questa trasformazione non fa rumore.
È pacifica. Razionale. Coerente.
Ed è proprio per questo che passa inosservata.
Perché quando la normalità smette di sembrare una scelta e diventa una descrizione, ciò che descrive finisce per apparire inevitabile
La domanda arriva senza intenzione.
Non è posta per mettere in difficoltà, non contiene accuse né sottintesi. È una frase semplice, pronunciata quasi per riempire uno spazio vuoto, e proprio per questo non è possibile respingerla con facilità
«E quella cosa che volevi fare?»
Non serve che sia formulata esattamente così. Cambia forma, cambia voce, ma il senso resta identico. Non chiede spiegazioni. Non pretende una data. Si limita a ricordare l’esistenza di qualcosa che, fino a poco prima, non sembrava richiedere attenzione.
La risposta arriva subito. È pronta, ordinata, convincente.
Non ora. Più avanti. Quando sarà il momento giusto.
La Scusante interviene con naturalezza. Non come difesa, ma come chiarimento. Spiega che nulla è stato abbandonato, che si tratta solo di una questione di tempi, di condizioni, di equilibrio. La spiegazione
funziona Funziona così bene da chiudere la conversazione senza lasciare residui visibili.
Eppure, qualcosa resta sospeso.
Perché subito dopo arriva l’eco.
Non ha un volto preciso. Può essere una storia ascoltata per caso, un gesto osservato senza cercarlo, una notizia che riguarda altri ma che somiglia troppo a ciò che è stato rimandato. Non è un confronto diretto È una risonanza
Qualcun altro ha fatto quella scelta Qualcun altro ha rischiato Non importa come sia andata a finire. Il punto non è l’esito, ma il movimento. L’atto di attraversare quella soglia che tu hai imparato a considerare con cautela.
L’eco non accusa. Non invita. Si limita a esistere.
Ed è in questa esistenza che la crepa si apre.
Non abbastanza da rompere l’equilibrio, ma quanto basta per far emergere un costo che fino a ora era rimasto invisibile
Non è ciò che non hai fatto.
È ciò che non senti più allo stesso modo.
La normalità ha attenuato qualcosa. Non un desiderio preciso, ma la sua intensità. Non una possibilità concreta, ma l’urgenza che la rendeva viva. Il rischio non fa più paura perché non viene più percepito come necessario.
Questo cambiamento è sottile. Potrebbe essere scambiato per maturità. Per adattamento. Per serenità.
Ma ha un prezzo.
Ogni risposta pronta riduce lo spazio delle domande future. Ogni spiegazione convincente rende meno probabile il dubbio successivo.
La Scusante, nel proteggere, ha anche selezionato. Ha filtrato le possibilità fino a lasciare solo quelle compatibili con l’equilibrio raggiunto.
La crepa, ora, non riguarda l’illusione.
Riguarda te.
Riguarda la distanza crescente tra ciò che potresti ancora fare e ciò che sei disposto a mettere in discussione. Riguarda la facilità con cui alcune strade vengono escluse prima ancora di essere considerate.
La domanda iniziale torna, ma non viene più dall’esterno.
Non chiede azione. Chiede consapevolezza.
E per la prima volta, la Scusante non ha una risposta immediata.
Non perché sia stata smascherata.
Ma perché difendere tutto, a un certo punto, significa non scegliere più nulla.
La crepa resta.
Non è una frattura.
È un segnale.
Il silenzio che segue la prima crepa non è mai totale. È una pausa piena di risonanze. Ogni scelta rimandata, ogni desiderio accantonato, ha lasciato una traccia. Non una traccia visibile, non una scia di errori o di rimpianti evidenti: solo un’eco interna che confronta ciò che sei con ciò che avresti potuto diventare.
È qui che la razionalizzazione prende forma. Non è un processo rapido né violento. Non grida spiegazioni né pretende giustificazioni. Arriva lentamente, in frammenti, ricucendo i bordi delle mancanze con filo invisibile Ogni esitazione, ogni “non ancora” trova un senso, ogni passo indietro viene mascherato da prudenza, responsabilità, intelligenza applicata alla sopravvivenza. Tutto sembra logico, coerente. Tutto appare corretto.
Eppure, sotto questa superficie lucida, il confronto impossibile si fa strada. Non puoi più ignorarlo. Qualcun altro ha attraversato la soglia che tu hai rimandato. Qualcun altro ha rischiato e, in molti casi, ha fallito o ha vinto. Non importa il risultato: conta che abbia agito. E tu,
che hai avuto tempo, strumenti, possibilità, osservi il mondo dall’altra parte del vetro. Osservi ciò che è stato fatto senza di te, e il tuo specchio interiore restituisce un’immagine distorta.
La razionalizzazione sussurra: “Hai fatto bene a proteggerti. Hai evitato il danno, hai preservato l’equilibrio.”
Il confronto impossibile ribatte: “Ma cosa hai perso nel farlo? Cosa non saprai mai, perché hai aspettato troppo a lungo?”
Non c’è vincitore, non c’è condanna Solo due voci, due pesi che si bilanciano, alternandosi senza tregua. Il giudizio esterno non serve; nessuno può chiamare in causa la tua prudenza. Eppure, dentro di te, la tensione cresce, lenta ma insistente.
All’improvviso, le scelte non sono più astratte. Ogni “non adesso” pesa come un mattone invisibile sulla strada che avresti potuto percorrere. E tu ti ritrovi a fare i conti con il prezzo della conservazione: la distanza tra il possibile e l’effettivo. Non è una sconfitta, non ancora. Ma la tua percezione del rischio, del desiderio, della capacità di agire, è mutata.
Così nasce la consapevolezza finale: proteggere l’equilibrio significa rinunciare a qualcosa di inestimabile. Non a ciò che era sicuro, ma a ciò che era necessario vivere per comprendere davvero chi sei. La Scusante, fino a ieri complice e guida, ora diventa specchio e giudice. Ti mostra non ciò che hai fatto di sbagliato, ma ciò che non hai mai osato tentare.
E nel silenzio che segue, senza clamore, senza urla, senza colpe evidenti, scopri che la vera frattura non è nella realtà che ti circonda. È in te. È la distanza tra la persona che sei diventato e la persona che avresti potuto essere.
Arriva un momento in cui il problema non è più ciò che è stato rimandato, né ciò che è stato protetto. Il problema diventa chi sta facendo le valutazioni .
Fino a qui, tutto ha funzionato grazie a un presupposto implicito: l’idea di sapersi giudicare con equilibrio. Ogni rinvio, ogni cautela, ogni scelta apparentemente razionale si è basata su una
convinzione silenziosa ma potentissima: “mi conosco abbastanza da sapere quando è il momento giusto” .
Questa convinzione raramente viene messa in discussione. Sarebbe scomodo farlo.
Perché se salta, non cade una scelta. Cade il giudice.
La capacità di valutarsi non nasce come difetto. Nasce come strumento nobile È ciò che distingue l’impulso dall’intenzione, la reazione dalla decisione. Permette di fermarsi un attimo prima di fare qualcosa di irreversibile e dire: “aspetta, guardiamo meglio”.
Il problema emerge quando questo strumento smette di misurare… e inizia a proteggere l’immagine di chi misura .
Qui il ragionamento fa un salto interessante. E, se osservato bene, anche piuttosto ironico.
L’essere umano è capace di giudicarsi severamente su dettagli irrilevanti e di assolversi con estrema eleganza sulle questioni fondamentali. Può rimproverarsi per una parola detta male tre anni prima, ma giustificare con una teoria complessa il fatto di non aver mai fatto quel passo decisivo.
È una forma di talento
La valutazione di sé, a questo punto, non è più uno specchio È un narratore.
Racconta una versione coerente, intelligente, persino brillante delle proprie scelte. Inserisce contesto, attenuanti, prospettive future. Non mente. Seleziona.
Ed è qui che il racconto prende velocità.
Perché improvvisamente non si tratta più di fare o non fare , ma di chi si è autorizzati a essere .
Se ci si definisce come persona prudente, allora il rischio diventa incoerente
Se ci si definisce come persona razionale, l’istinto diventa sospetto. Se ci si definisce come persona responsabile, il desiderio deve presentare garanzie scritte.
La valutazione di sé crea un personaggio. E il personaggio, una volta ben costruito, pretende coerenza.
La parte divertente se così si può chiamare è che questo personaggio viene continuamente aggiornato usando prove selezionate. Ogni scelta riuscita rafforza l’identità. Ogni occasione mancata viene archiviata come conferma della saggezza dimostrata. È un sistema che si autoalimenta con un’eleganza quasi comica.
Funziona così bene che a un certo punto nasce una domanda nuova, molto più destabilizzante delle precedenti:
“E se la mia capacità di valutarmi fosse parte del problema?”
Non è una domanda accusatoria. È una domanda tecnica.
Perché se chi giudica è anche chi deve essere giustificato, il processo è corretto solo in apparenza.
Qui avviene l’impennata.
L’attenzione non è più rivolta all’illusione, né alla Scusante. È rivolta al metro di misura .
Quanto è affidabile?
Quando valuta, cosa sta davvero proteggendo?
Sta misurando la realtà… o la distanza tra la realtà e l’immagine che si vuole mantenere?
La riflessione diventa vertiginosa, ma anche sorprendentemente leggera. Perché, vista da fuori, la logica è quasi tenera: un essere umano che usa l’intelligenza per non doversi contraddire troppo spesso.
Non è malafede. È economia emotiva.
Eppure, nel momento in cui questa dinamica viene riconosciuta, qualcosa si rompe — in senso buono.
La valutazione di sé perde l’aura di autorità assoluta e diventa ciò che è sempre stata: uno strumento fallibile, influenzabile, creativo.
Non smette di servire. Smette di comandare.
La consapevolezza che nasce qui non chiede rivoluzioni immediate. Non invita a fare scelte drastiche. Fa qualcosa di più sottile e potente: restituisce libertà di riconsiderare .
Se il giudice può sbagliare, allora anche il verdetto può essere rivisto.
Se la misura è imperfetta, allora forse ciò che è stato escluso non era così fuori scala.
Ed è in questo punto che l’introspezione smette di essere un esercizio serio e diventa, paradossalmente, liberatoria. Perché riconoscere di essersi valutati male non è una sconfitta. È la prima vera prova di intelligenza applicata alla vita.
La Scusante osserva in silenzio.
L’illusione, da lontano, non chiede ancora nulla.
Ma qualcosa è cambiato.
Ora chi pensa non si limita più a chiedersi “è il momento giusto?” . Inizia a chiedersi “secondo quale versione di me?” .
E questa domanda, una volta entrata, non se ne va più.
Il tempo non protesta mai.
È questa la sua qualità più sospetta.
Passa, scorre, avanza, ma non interrompe Non contesta le versioni
Non chiede chiarimenti. Se interpellato, si limita a fare ciò che ha sempre fatto: continuare.
Ed è proprio per questo che diventa un alibi straordinario.
Il tempo non dice mai “hai sbagliato”. Dice “non era ancora il momento”.
Non accusa Assolve per sfinimento
C’è una scena che si ripete spesso, anche se raramente viene riconosciuta come tale. Un essere umano fermo, in piedi o seduto, davanti a una decisione immaginaria, con lo sguardo leggermente inclinato verso un futuro vago. La postura è riflessiva, quasi nobile. Se qualcuno osservasse da fuori, penserebbe: sta valutando .
In realtà sta trattando con il tempo come con un vecchio amico indulgente.
«Più avanti.»
«Appena le cose si sistemano.»
«Quando sarà più chiaro.»
Il tempo annuisce. Sempre.
È una trattativa comica, se la si guarda bene. L’essere umano parla come se il tempo fosse un’agenda condivisa, come se a un certo punto arrivasse una notifica ufficiale: “Ora sì. Ora sei autorizzato.”
Spoiler: non arriva.
Il tempo, da parte sua, è impeccabile. Mantiene ogni promessa fatta al suo nome, proprio perché non ne fa nessuna. Non garantisce maturità, né chiarezza, né coraggio. Garantisce solo accumulo. Di giorni, di abitudini, di versioni aggiornate delle stesse giustificazioni.
Ed è qui che l’alibi diventa geniale.
Perché più tempo passa, più diventa credibile dire che ormai le condizioni sono cambiate.
Più si aspetta, più l’attesa stessa diventa prova di saggezza.
Più si rimanda, più il passato viene riletto come preparazione.
Il tempo non solo assolve: rafforza la tesi della difesa .
C’è persino una fase divertente, quasi tenera, in cui l’essere umano inizia a usare il tempo come argomento retroattivo: “Se non l’ho fatto prima, evidentemente non era giusto farlo.”
Un ragionamento circolare così elegante da meritare applausi.
Nel frattempo, il presente assiste in silenzio. Non interviene. Non ha rappresentanza legale.
Questa breve sospensione ha un effetto rassicurante. Permette di respirare. Di sentirsi ragionevoli. Di concedersi una pausa morale.
Non si sta rinunciando, si sta solo lasciando decantare
Il tempo, intanto, continua a fare il suo lavoro sporco: rendere familiari le assenze.
Ciò che non accade smette di sembrare urgente.
Ciò che non viene scelto perde contrasto.
Ciò che era una possibilità diventa un’ipotesi storica.
E tutto questo senza conflitto, senza attrito, senza una scena drammatica
Se il tempo fosse una persona, sarebbe quella che dice: “Tranquillo, non c’è fretta” mentre sposta lentamente la sedia un po’ più lontano dal tavolo.
Questa è la pausa del racconto. Apparentemente leggera. Quasi ironica.
Ma serve a una cosa precisa: mostrare quanto sia raffinato il meccanismo.
Perché quando il tempo smette di essere una dimensione e diventa una giustificazione, non sta più accompagnando la vita. La sta dirigendo, senza mai esporsi.
E quando l’alibi è così intelligente da sembrare neutro, smascherarlo richiede uno scatto diverso Non di volontà Di lucidità
La pausa finisce qui
Il tempo resta dov’è.
Ma nel prossimo passo non verrà più trattato come un complice.
Non arriva come decisione.
Arriva come un errore di distrazione, una deviazione minima, qualcosa che non meriterebbe nemmeno di essere annotato se non fosse per l’effetto che produce subito dopo. Non c’è preparazione, non c’è tensione, non c’è quel respiro profondo che precede le grandi svolte. Proprio per questo funziona.
È una scelta piccola. Talmente piccola da non sembrare una scelta.
Non ribalta nulla, non mette in discussione l’equilibrio costruito con tanta cura. Non chiede spiegazioni né giustificazioni. Non pretende di essere coerente con l’immagine di sé. Accade e basta, infilata tra due pensieri abituali come una parentesi aperta per sbaglio.
Potrebbe essere un sì detto senza analisi
Un passo fatto prima di aver finito di pensarci.
Un’azione che non migliora il futuro, ma interrompe il rimando .
Ed è qui che succede qualcosa di curioso.
Il tempo non riesce a intervenire.
Non perché sia stato sconfitto, ma perché non è stato convocato. Non c’è stato abbastanza spazio per chiamarlo in causa, per
chiedergli consiglio, per usarlo come testimone La scelta è passata sotto il radar, eludendo il sistema di valutazione.
La Scusante arriva in ritardo.
L’autovalutazione inciampa. Il personaggio costruito finora resta senza battuta pronta.
Per un attimo brevissimo l’essere umano agisce senza commentare
Questo è il punto
Non accade nulla di straordinario Nessuna rivelazione Nessun premio immediato. Ma qualcosa cambia nel modo in cui il gesto viene percepito subito dopo. Non è il risultato a colpire. È la sensazione.
Non c’è rimorso.
Non c’è nemmeno euforia
C’è una specie di leggerezza tecnica, come se un ingranaggio che girava da troppo tempo avesse saltato un dente e, invece di rompersi, avesse smesso di fare rumore.
La scelta minuscola ha un effetto imprevisto: riapre il presente .
Fino a un attimo prima, il presente era un corridoio che portava al futuro. Ora diventa uno spazio abitabile. Non perché prometta qualcosa, ma perché smette di rimandare tutto a dopo
Ed è qui che l’incantesimo si spezza.
Non con un atto di coraggio.
Non con una dichiarazione.
Ma con una constatazione silenziosa e un po’ imbarazzante:
Era possibile fare qualcosa anche senza essere pronti.
Questa idea è destabilizzante. Perché non nega il valore della riflessione, ma la ridimensiona. La riporta al suo posto naturale: strumento, non guardiano.
La Scusante non scompare. Resta lì, come tutte le strutture utili. Ma ha perso l’esclusiva.
Il tempo non viene screditato. Continua a scorrere. Ma non viene più consultato come oracolo.
E soprattutto, la valutazione di sé subisce un colpo lieve ma preciso. Non è stata smentita da un fallimento, ma aggirata da un gesto che non ha chiesto il permesso.
Da questo momento in poi, qualcosa non torna più come prima.
Ogni rinvio futuro dovrà confrontarsi con un precedente scomodo: una volta non ho aspettato, e il mondo non è crollato.
Questa non è una rivoluzione.
È una crepa operativa.
E come tutte le crepe vere, non fa rumore quando nasce. Fa rumore dopo, ogni volta che si tenta di ignorarla.
La scelta minuscola non chiede nulla in cambio. Non pretende coerenza, non esige continuità. Si limita a restare lì, come un fatto avvenuto. E proprio per questo apre uno spazio nuovo, inatteso, che nessuna delle paure precedenti aveva previsto.
Non è la paura di sbagliare.
Quella era conosciuta, catalogata, gestibile. Aveva argomenti solidi, esempi, precedenti. Si poteva discutere con lei, negoziare, rimandare. Era una paura rumorosa, e per questo addomesticabile.
Questa è diversa.
È la paura di potere davvero scegliere .
Perché dopo quel gesto minuscolo, qualcosa diventa improvvisamente chiaro: non tutto è bloccato. Non tutto dipende dalle condizioni ideali. Non tutto richiede un’autorizzazione esterna. Esiste un margine di azione che non era stato considerato per quello che è: reale.
E questo margine non è rassicurante.
Se è possibile scegliere anche senza essere pronti, allora cade una protezione fondamentale: l’idea di essere fermi per necessità. Il racconto interiore, fino a qui molto ben costruito, deve affrontare una verità scomoda ma semplice: alcune attese non erano obbligate .
Questa consapevolezza non produce entusiasmo immediato. Produce vertigine.
Perché scegliere davvero significa esporsi senza rete narrativa. Non si può più dire “non dipendeva da me” con la stessa convinzione. Non si può più attribuire tutto al tempo, alle circostanze, alla prudenza. La scelta diventa un atto personale, non delegabile.
Ed è qui che nasce la nuova paura.
Non riguarda il risultato. Riguarda l’attribuzione.
Se va male, non si può più dire che era inevitabile. Se va bene, non si può più dire che è stata solo fortuna.
Il merito e la responsabilità tornano a casa, insieme.
Questa paura è silenziosa. Non spinge a scappare. Spinge a rallentare di nuovo, ma in modo più sofisticato. Ora il rischio non è più l’errore, ma la perdita dell’alibi. Perché l’alibi non serviva solo a proteggere dal fallimento: proteggeva dall’identità di chi sceglie.
Scegliere davvero significa dichiararsi.
Non agli altri. A sé stessi.
Significa ammettere che alcune strade non sono state percorse non perché fossero impossibili, ma perché non si era pronti ad assumersi ciò che avrebbero richiesto. Non in termini di fatica, ma di esposizione interiore.
Qui il ragionamento si fa quasi ironico, se osservato con onestà: l’essere umano ha passato anni a difendersi dall’eventualità di sbagliare, e ora si scopre più spaventato dall’idea di poter riuscire senza scuse.
Perché riuscire, senza più l’alibi del tempo, impone una domanda nuova:
“E adesso che so di poter scegliere cosa farò della mia libertà?”
Non c’è risposta immediata.
E non è richiesta.
Questa paura non va risolta. Va riconosciuta. Perché non è un segnale di debolezza, ma di passaggio. Indica che la responsabilità è tornata disponibile, e con essa la possibilità reale di orientare il proprio percorso
La Scusante osserva, ma non comanda più. Il tempo scorre, ma non giustifica.
La valutazione di sé si ferma un attimo prima di parlare.
E in quel silenzio nuovo, per la prima volta, la scelta non appare come un peso… ma come qualcosa che non può più essere ignorato
La paura non si presenta più come tale.
Dopo che la possibilità di scegliere è diventata evidente, il sistema non reagisce con il panico. Reagisce con stile. Si riorganizza, affina il linguaggio, migliora la propria immagine. La paura, ora, indossa abiti rispettabili.
Si fa chiamare saggezza.
Il cambiamento è sottile ma decisivo. Non si parla più di esitazione, ma di discernimento. Non di blocco, ma di visione d’insieme. Ogni rinvio viene accompagnato da una motivazione raffinata, spesso ineccepibile, che suona adulta, matura, responsabile.
La frase tipica non è più: “non me la sento”. È: “sto valutando con attenzione”.
E chi potrebbe contestarlo?
La saggezza ha sempre un tono calmo. Non urla. Non accelera. Invita a guardare oltre l’immediato, a considerare le conseguenze, a non confondere l’impulso con la direzione. È una voce che rassicura, e proprio per questo merita fiducia.
Il problema non è ciò che dice.
Il problema è quando viene chiamata in causa.
Perché questa saggezza entra in scena solo dopo che si è scoperto di poter scegliere. Prima non serviva. Prima bastavano il tempo, le circostanze, la prudenza di base. Ora, invece, diventa necessaria per giustificare un nuovo tipo di immobilità: quella consapevole.
La paura ha fatto un upgrade.
Non difende più dall’errore, ma dall’esposizione. Non protegge più dall’insuccesso, ma dall’attribuzione personale. E per farlo, si traveste da qualità superiore.
Ogni possibilità viene esaminata con criteri così elevati da risultare irraggiungibile. Ogni passo viene confrontato con una versione ideale di lucidità che, guarda caso, coincide sempre con l’attesa. È una saggezza che non sbaglia mai, perché non rischia mai.
Ed è qui che il meccanismo diventa quasi brillante.
Chi osserva dall’esterno vede equilibrio, controllo, profondità di pensiero. Chi osserva dall’interno sente coerenza. Nessuna frizione, nessuna dissonanza evidente. Tutto è logico, misurato, ben argomentato.
Ma c’è un dettaglio rivelatore: questa saggezza non produce mai azione . Produce spiegazioni perfette.
È una saggezza contemplativa, impeccabile, sterilizzata. Serve a comprendere tutto senza dover scegliere nulla. Trasforma ogni bivio
in un esercizio teorico, ogni possibilità in un caso di studio
Il paradosso è evidente solo se lo si guarda senza indulgenza: la saggezza che non accetta il rischio di essere messa alla prova non è saggezza, è conservazione dell’identità.
Eppure, smascherarla è difficile. Perché chi potrebbe dichiararsi contro la prudenza? Chi oserebbe criticare la riflessione profonda, la capacità di attendere, la visione lunga?
Nessuno
Ed è proprio per questo che funziona
La paura, ora, non ha più bisogno di difendersi. È stata promossa.
Siede al tavolo delle qualità ammirabili. Viene consultata con rispetto. E ogni volta che prende la parola, il presente viene rimandato con eleganza.
Ma qualcosa, ormai, non torna più come prima.
Perché dopo la scelta minuscola, dopo la scoperta della libertà possibile, ogni rinvio “saggio” porta con sé un retrogusto diverso Non è colpa. Non è rimpianto. È una domanda silenziosa che accompagna il pensiero come un’ombra discreta:
“Sto scegliendo di aspettare… o sto scegliendo di non scegliere?”
Questa domanda non distrugge la saggezza. La mette alla prova.
E da ora in poi, ogni decisione che si presenta come matura dovrà dimostrare una cosa semplice ma spietata: non di essere logica, ma di essere viva.
La frattura non arriva come uno shock
Niente crolli, niente urgenze, niente scene madri. Arriva come arrivano le cose che contano davvero: senza chiedere il permesso. Non si presenta come evento decisivo, ma come dato. Qualcosa che cambia e basta, indipendentemente da quanto fosse ben costruito il sistema che c’era prima
Non è una tragedia
Ed è proprio questo il problema.
Perché le tragedie permettono reazioni adeguate. Consentono di sospendere il giudizio, di dichiararsi vittime delle circostanze, di concedersi eccezioni. Qui no. Qui non c’è dramma sufficiente per giustificare nulla.
C’è solo una modifica del contesto
Qualcosa che prima era disponibile non lo è più Qualcosa che era rimandabile smette di esserlo.
Qualcosa che poteva essere osservato da lontano entra nel campo del reale.
La saggezza impeccabile prova a intervenire.
Riformula, ricalcola, cerca nuove cornici interpretative. Tenta di spiegare che si tratta di una fase, di una variazione temporanea, di un aggiustamento che può essere assorbito con un po’ di flessibilità. Il linguaggio è corretto, il tono è calmo, ma l’effetto è diverso
Non convince più
Perché la frattura esterna non dialoga Non ha bisogno di essere capita per produrre effetti. È lì, visibile, concreta, e soprattutto non aspetta .
È questo che rende impossibile restare impeccabili.
L’impeccabilità richiede tempo, condizioni stabili, possibilità di rimodulare il racconto. La frattura, invece, introduce un elemento grezzo, non negoziabile, che non può essere raffinato a parole
Non dice “scegli ora”
Dice “ora è diverso”.
E questa differenza si insinua ovunque.
Le giustificazioni, che prima scorrevano lisce, iniziano a suonare vuote. Non perché siano false, ma perché arrivano dopo. Sono risposte a una domanda che non è stata posta. Tentativi di controllo su qualcosa che non si lascia ordinare.
L’essere umano, a questo punto, si trova davanti a una novità destabilizzante: non è più possibile restare coerenti senza agire. L’eleganza del non fare, che funzionava così bene, perde improvvisamente valore.
Non si tratta di scegliere tra bene e male.
Si tratta di scegliere tra presenza e assenza .
La frattura esterna non obbliga a una direzione. Ma elimina la neutralità. Rende ogni non-scelta una scelta visibile, tracciabile, attribuibile. E questo è insopportabile per chi ha costruito la propria identità sull’equilibrio perfetto.
Non c’è più spazio per il rinvio “maturo”. Non c’è più credito per l’attesa “consapevole”.
Non perché siano sbagliati in assoluto, ma perché non sono più sufficienti .
La saggezza resta.
Ma ora deve sporcarsi le mani.
E nel farlo, perde la sua forma ideale. Diventa qualcosa di meno elegante, meno difendibile, ma finalmente aderente alla realtà. Non più una postura, ma una funzione.
La frattura esterna non insegna nulla. Non offre lezioni. Non promette crescita.
Fa qualcosa di più semplice e più crudele: toglie il tempo necessario a restare impeccabili .
E quando l’impeccabilità non è più possibile, resta solo una domanda nuda, senza cornice:
“Cosa fai, adesso?”
Il racconto, da qui in avanti, non potrà più procedere per perfezionamenti.
Dovrà muoversi.
Non è coerente.
Questo è il primo dettaglio che emerge, ed è anche il più destabilizzante. L’atto che avviene ora non segue la linea tracciata fin qui, non rispetta l’architettura del pensiero, non onora tutte le valutazioni accumulate con tanta cura. Anzi, le contraddice in parte. Le ignora in altre.
Eppure accade.
Non nasce da una sintesi brillante, ma da una saturazione. Non da una convinzione limpida, ma da una stanchezza lucida. A un certo punto, continuare a spiegare diventa più faticoso che fare.
Questo atto non viene presentato come soluzione.
Non promette risultati.
Non salva l’immagine di chi lo compie.
È semplicemente ciò che resta quando la verità smette di essere un concetto e diventa una pressione interna impossibile da redistribuire.
La verità, qui, non ha nulla di solenne.
Non è una rivelazione.
Non arriva accompagnata da sicurezza.
È una constatazione elementare, quasi banale: così com’era non funziona più .
Non “non funziona in teoria”.
Non “non funziona a lungo termine”.
Non funziona adesso .
L’atto che ne segue è goffo. Limitato. Esposto. Non rispetta tutti i criteri della saggezza, non massimizza i vantaggi, non riduce completamente il rischio. È incompleto, come tutto ciò che è reale.
Ed è proprio questo che lo rende diverso da tutto ciò che è venuto prima.
Per la prima volta, l’azione non serve a confermare un’identità.
Non serve a dimostrare coerenza.
Non serve nemmeno a essere raccontata bene.
Serve solo a non mentire.
Non mentire sul fatto che c’era una scelta.
Non mentire sul fatto che il rinvio era diventato una forma di evitamento elegante.
Non mentire sul fatto che la paura, anche travestita da saggezza, stava ancora guidando.
Questo atto non è coraggioso nel senso comune del termine. Non sfida nulla, non combatte nessuno. È più simile a una resa selettiva: non alla realtà, ma alla propria versione ideale.
Nel compierlo, qualcosa cade.
Non un progetto.
Non una possibilità.
Un’immagine.
L’immagine di essere sempre razionali. Sempre misurati.
Sempre giustificabili.
E al suo posto non arriva un’identità nuova. Arriva uno spazio vuoto, temporaneo, in cui l’essere umano non si definisce, ma agisce .
È scomodo.
È instabile.
È vero.
Dopo l’atto, non c’è euforia. Non c’è nemmeno sollievo completo.
C’è una sensazione strana, quasi tecnica: la percezione che la realtà abbia ripreso contatto. Come se qualcosa che era rimasto sospeso da troppo tempo avesse finalmente toccato terra.
La coerenza, ora, è in ritardo.
Arriverà forse dopo, a ricostruire una narrazione accettabile.
Ma non guida più.
Perché questo primo atto non è stato fatto per essere giusto.
È stato fatto per essere onesto .
E una volta che l’onestà ha trovato spazio nell’azione, tutto il resto saggezza, prudenza, tempo, identità — dovrà riorganizzarsi attorno a lei.
Non il contrario.
All’inizio, non sembra successo nulla.
Il mondo intorno mantiene la stessa disposizione. Le abitudini non crollano, le giornate continuano a scorrere con una regolarità rassicurante. Se qualcuno osservasse da fuori, non noterebbe differenze degne di nota. Nessun prima e dopo evidente. Nessuna linea di demarcazione.
Eppure, qualcosa è irreversibile.
Non all'esterno, ma nel modo in cui l’essere umano si muove dentro ciò che accade.
L’atto imperfetto non ha prodotto un risultato clamoroso, ma ha introdotto un precedente. E i precedenti, quando sono veri, non chiedono di essere ricordati: modificano le opzioni disponibili .
Da questo momento in poi, alcune frasi non funzionano più.
“Non potevo.”
“Non dipendeva da me.”
“Non c’erano le condizioni.”
Non perché siano sempre false, ma perché non sono più universali. Hanno perso l’automatismo. Ogni volta che emergono, vengono accompagnate da una verifica silenziosa: è davvero così, o è solo più comodo dirlo?
Questa verifica non fa rumore. Non giudica. Ma rallenta il linguaggio interiore, costringendolo a essere più preciso.
Anche la saggezza cambia tono.
Non scompare, ma diventa meno elegante. Meno teatrale. Non può più permettersi di essere pura astrazione. Ora deve fare i conti con ciò che è già stato fatto senza il suo consenso preventivo. E questo la rende più umile.
Il tempo, a sua volta, perde autorità morale.
Continua a scorrere, ma non basta più nominarlo per giustificare l’attesa. Il futuro smette di essere un contenitore vago e diventa una
conseguenza, qualcosa che si costruisce anche a partire da gesti non ottimali ma reali.
La conseguenza più sottile, però, riguarda l’identità.
Non si tratta di sentirsi diversi.
Si tratta di non potersi più raccontare allo stesso modo .
La versione impeccabile, quella che aveva sempre una spiegazione pronta, non regge più completamente. Non è stata smascherata, è stata superata da un fatto semplice: a un certo punto si è agito senza che tutto fosse chiaro.
E il mondo non è finito.
Questa constatazione non spinge all’incoscienza. Al contrario, rende più difficile mentire. Perché ora esiste una prova interna che dimostra che l’azione non richiede sempre una cornice perfetta per essere legittima
Le conseguenze non sono eroiche
Sono operative.
Si esitano meno certe parole.
Si ascoltano con sospetto certe spiegazioni troppo pulite. Si riconosce più facilmente quando la prudenza sta tornando a essere una maschera
E soprattutto, emerge una nuova forma di responsabilità: non quella di fare sempre la cosa giusta, ma quella di non nascondersi dietro il ragionamento quando il nodo è personale .
Questo non rende più sicuri. Rende più presenti.
L’irreversibilità sta tutta qui: una volta che la verità è passata dall’idea all’atto, non torna completamente indietro. Può essere ignorata, rimessa in ombra, ma resta disponibile. Come una porta che non si chiude più del tutto.
Da questo punto in avanti, ogni scelta sarà più esposta.
E ogni non-scelta, più visibile.
Non è una condanna. È un cambiamento di statuto.
L’essere umano non è diventato più coraggioso. È diventato meno protetto dalle proprie spiegazioni.
E paradossalmente, è proprio questo che rende il cammino successivo meno astratto, meno elegante, ma finalmente abitabile .
La Scusante è ancora lì.
Non se n’è andata, non è stata smascherata pubblicamente, non è crollata sotto il peso delle contraddizioni. Sarebbe stato più semplice
così Le cadute spettacolari chiudono le storie Qui no
Qui resta
Ma non occupa più lo stesso spazio.
Un tempo era una struttura portante. Sosteneva decisioni, giustificava attese, teneva insieme identità e prudenza. Aveva un linguaggio solido, una funzione chiara, una dignità razionale. Era convincente, soprattutto per chi la usava.
Ora appare diversa.
Non perché sia diventata falsa, ma perché ha perso necessità .
Dopo l’atto imperfetto e le sue conseguenze silenziose, la Scusante non riesce più a presentarsi come unica via possibile. Può ancora essere invocata, certo. Può ancora spiegare, contestualizzare, smussare. Ma ogni volta che prende la parola, lo fa in ritardo.
Arriva dopo che qualcosa è già stato visto.
Il suo linguaggio è lo stesso, ma l’effetto è cambiato. Dove prima chiudeva le questioni, ora le apre. Dove prima proteggeva, ora segnala una mancanza. Non perché sia cattiva, ma perché non è più sufficiente.
È diventata un resto.
Un residuo di un sistema che ha funzionato finché non è stato messo alla prova da un gesto vero. Non clamoroso, non definitivo,
ma reale Da quel momento, la Scusante ha perso l’autorità morale di spiegare tutto.
Non viene più combattuta.
Non viene più smontata.
Viene semplicemente ascoltata con una distanza nuova.
E questa distanza è il segnale più chiaro del cambiamento.
Perché quando una giustificazione non viene più respinta né seguita automaticamente, significa che ha perso il potere di governare. È diventata opzionale
Questo non produce trionfo. Produce quiete.
Una quiete particolare, fatta di meno rumore interno, di meno arringhe mentali, di meno processi infiniti. Non perché tutto sia risolto, ma perché non tutto deve più essere difeso.
La Scusante, ora, serve a una cosa sola: ricordare da dove si è partiti Non come accusa, ma come traccia Come testimonianza di un passaggio necessario, ma non eterno.
Ed è qui che il racconto rallenta volutamente.
Perché il capitolo finale non avrà bisogno di colpi di scena. Non dovrà dimostrare nulla. Dovrà solo chiudere senza sigillare , lasciare una soglia aperta invece di un punto fermo.
Tutto ciò che serviva è già accaduto.
La scelta è tornata possibile.
La responsabilità è tornata abitabile. La Scusante ha fatto il suo corso.
Resta un ultimo movimento.
Non per spiegare.
Non per giustificare.
Ma per dire, senza enfasi e senza difese, ciò che ora è evidente e non più negoziabile.
Il capitolo finale non parlerà di vittoria né di redenzione. Parlerà di posizione .
Di dove ci si colloca quando non si ha più bisogno di scuse per restare fermi né di eroi per muoversi.
La storia è pronta a chiudersi.
Non perché tutto sia concluso, ma perché ora può continuare fuori dalla pagina .
Alla fine non resta una risposta.
Resta una posizione.
Non una convinzione solida, non una verità definitiva, ma il punto esatto in cui l’essere umano smette di spostarsi per evitare di decidere. Non perché abbia capito tutto, ma perché ha capito abbastanza da non poter più nascondersi .
La Scusante non serve più.
Non perché sia stata smontata, ma perché non è più necessaria per stare in equilibrio. Il tempo continua a scorrere, ma non viene più interrogato. La saggezza resta disponibile, ma non pretende l’ultima parola.
Ciò che rimane è una constatazione semplice, quasi spoglia: ogni evento chiede una risposta , anche quando non è chiaro quale sia quella giusta.
Non decidere non sospende la realtà.
La orienta comunque.
L’essere umano, arrivato qui, comprende una cosa che non aveva mai formulato così nettamente: non esiste soluzione neutra. Esistono solo soluzioni assunte e soluzioni subite. E la differenza non sta nel risultato, ma nell’atto di riconoscerle come proprie.
Questo non rende più sicuri. Rende più esatti.
Esatti nel sentire quando una spiegazione è solo un modo elegante per evitare.
Esatti nel riconoscere quando una scelta è incompleta, ma vera. Esatti nel capire che comprendere non significa controllare, ma stare dentro ciò che accade senza arretrare.
Il mistero resta.
Resta perché nessuna decisione chiude davvero il senso delle cose.
Ogni evento conserva una zona opaca, un margine non interpretabile, una parte che sfugge. Non è un difetto del pensiero. È una caratteristica della vita.
Pretendere di eliminarla è un’altra forma di Scusante.
Qui il percorso si ferma, ma non si conclude.
Non c’è una morale.
Non c’è un insegnamento trasferibile.
C’è solo un essere umano che ha smesso di chiedere al tempo il permesso di vivere e ha accettato una responsabilità più scomoda: comprendere e decidere, ogni volta, senza garanzie .
Questa è l’unica soluzione che non si può delegare. Non perché sia giusta.
Ma perché è l’unica che appartiene davvero a chi la assume.
Il resto continuerà ad accadere. Dentro o fuori dalla pagina.
E non farà sconti.
claudiotremolada@mail.com
Nato a Monza e vissuto a Vedano al Lambro nel lontano 1964 in Brianza .
Dopo le scuole dell'obbligo , studia 3 anni di perito elettromeccanico .
Poi lascia tutto per iniziare a lavorare come meccanico e metalmeccanico per 26 anni e intanto studia da solo ogni cosa che gli potrà essere utile in futuro e nel frattempo inizia a scrivere brevi racconti , soggetti e sceneggiature per concorsi , ma rimangono semi finiti nel cassetto .
Poi 10 anni come assistente ai propri familiari e intanto inizia ad investire in borsa .
Nel 2019 durante il periodo del covid , costruisce da solo un giardino dietro casa con 50 alberi .
Compra 14 chitarre elettriche e impara a suonare per se stesso , per rilassarsi mentre pensa a vari altri progetti .
Nel 2025 grazie all'intelligenza artificiale riesce a completare alcuni di quei racconti ammuffiti nel cassetto dal 1984 in poi .
Nel 2026 prima pubblicazione gratuita …
Curiosità ravvicinata
2026 seconda pubblicazione gratuita …
La Scusante