

Claudio Tremolada presenta
HELEN
Autore - Claudio Tremolada
Titolo - Helen
anno - © 2026
Tutti i diritti riservati all’Autore .
Licenza di copyright standard .
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Non può essere distribuita o utilizzata, anche parzialmente o in altro modo senza esplicito consenso dell'Autore stesso .
Capitolo 1 — Monotonia
Il vapore le restava addosso come una seconda pelle. Non c’era fretta di asciugarsi: l’acqua calda aveva già fatto il suo lavoro, aveva smussato i pensieri, arrotondato gli spigoli della giornata fino a renderla uniforme. Helen lasciò che le gocce scivolassero lungo le spalle, lungo la schiena, fin dentro le pieghe più segrete del corpo, dove il caldo diventa una memoria.
L’appartamento la accoglieva senza rumore. Nessun ronzio, nessuna voce artificiale a segnare il tempo. Solo il respiro del luogo, lento, costante, come se l’aria sapesse da sola quando muoversi. Il superattico non era grande: era vuoto. E nel vuoto le cose acquistano peso.
La capsula la aspettava.
Cristallo e metallo, lucida come un’idea appena formulata. Helen vi entrò senza solennità, con un gesto che aveva ripetuto altre volte, fino a farlo diventare naturale. Il corpo riconosce i rituali prima della mente. Si stese. La superficie era fredda quanto basta per farle avvertire il contrasto con il calore ancora vivo sulla pelle.
Chiuse gli occhi.
Premette il tasto verde.
All’inizio non accadde nulla, e fu quasi un sollievo. Poi il formicolio: leggero, puntuale, come il passaggio di un dito che non tocca mai davvero. Il naso reagì per primo. Una sensazione di aria sottile, di gelo educato. Avrebbe potuto grattarsi, ma non lo fece. Non per disciplina: per curiosità.
Il fascio invisibile scese.
Quando raggiunse zone più sensibili, Helen inspirò appena. Non un sospiro vero, piuttosto un riconoscimento. Il corpo sapeva ancora rispondere. Il corpo ricordava.
Eppure.
C’era una distanza. Un’intercapedine minuscola ma ostinata tra ciò che accadeva e ciò che avrebbe dovuto accadere. Il piacere non si completava. La calma non si depositava. Qualcosa restava sospeso, come una frase lasciata a metà.
Helen provò a concentrarsi. Immagini, le avevano detto. Sequenze. Bastava lasciarle venire. Ma dietro le palpebre c’era solo una superficie lattiginosa, uniforme. Nessuna incrinatura.
Era questa la cosa che la inquietava da giorni.
Non il dolore. Non la paura. Ma l’impossibilità di trarre gioia anche dal minimo scarto. Tutto era corretto, tutto funzionava. Eppure non c’era attrito. Nessuna scintilla.
Il tempo scorreva senza segnali.
Poi, senza preavviso, il mondo si spense.
Non un boato. Non un colpo. Solo l’assenza improvvisa di ciò che fino a un attimo prima sembrava garantito. Il silenzio cambiò qualità.
Divenne più denso. Helen aprì gli occhi, ma la capsula non rispose. La luce interna si era ritirata come una marea.
Blackout.
La parola le attraversò la mente con un fastidio secco
«Dannazione», mormorò, senza alzare la voce
Restò immobile per qualche secondo, in ascolto Il corpo, ora, era di nuovo il primo a reagire. Un brivido. Non di freddo: di esposizione. Si sollevò, uscì dalla capsula. I piedi nudi toccarono il pavimento liscio, riconoscendolo a memoria.
La torcia era dove doveva essere. Le candele anche. Helen accese una fiamma La luce tremolante disegnò ombre che l’appartamento non aveva mai avuto. Angoli nuovi. Profondità sospette.
Pensare era diventato difficile.
Non perché mancasse qualcosa, ma perché mancava la formula. Come si fa a sognare, quando non si ricorda più il gesto iniziale?
Immaginazione, fantasia, volontà: parole usurate, prive di presa.
Helen si sedette.
Da qualche parte, lontano, la città era muta. Qui, nel suo spazio sospeso, cominciava un altro tipo di tempo. Non aveva un nome. Non aveva un anno.
Solo una durata.
E sette giorni o forse no davanti a sé.
Capitolo 2 — Peso
Le prime ore non avevano un volto.
Helen smise presto di misurarle. Il tempo, senza luce, perdeva i bordi e diventava una sostanza densa, qualcosa che si appiccicava alla pelle come sudore freddo. La candela, posata sul tavolo basso, si consumava con una lentezza irritante, troppo visibile per essere ignorata, troppo lenta per essere utile.
Il corpo prese il comando senza chiedere permesso.
Aveva sete, ma non fame. Aveva bisogno di muoversi, ma ogni passo sembrava superfluo. Camminò scalza lungo il perimetro dell’appartamento, seguendo le pareti con le dita, come se il contatto potesse sostituire la vista. Il pavimento restituiva una temperatura costante, quasi rassicurante. Era lì. Era reale.
Sette giorni.
Il numero emerse senza spiegazioni, come un oggetto riaffiorato dall’acqua. Non era una previsione, né una certezza. Era un peso. Helen non cercò di scacciarlo. Lo lasciò posarsi, così come si fa con una stanchezza che non si può evitare.
Accese un’altra candela.
La luce raddoppiò le ombre. Il suo corpo si moltiplicò sulle superfici lucide: braccia più lunghe del dovuto, spalle inclinate in direzioni che non riconosceva. Provò una breve vertigine. Non paura. Disorientamento.
Seduta sul pavimento, Helen appoggiò la schiena al divano. Il freddo risalì lentamente lungo la colonna vertebrale. Respirò in modo irregolare, come se stesse imparando di nuovo. Inspirare. Espirare. Non c’era altro da fare.
La mente arrivò dopo.
Provò a ricostruire una sequenza: prima la doccia, poi la capsula, poi il buio. Il passaggio non si chiudeva. Restava un vuoto netto, senza
immagini Non c’era nulla da cancellare, pensò con una punta di ironia stanca. Forse il problema era proprio quello.
Il silenzio non era uniforme. Ogni tanto un rumore lontano un assestamento, un colpo secco indistinto — attraversava l’aria come un segnale privo di mittente. La città non dormiva. La città tratteneva il fiato.
Helen si alzò
Aprì un rubinetto L’acqua uscì con un suono pieno, quasi offensivo nella quiete. Bevve direttamente con le mani, senza badare alle gocce che le scendevano sui polsi. Il corpo si calmò un poco. La mente no.
Sette giorni non erano una lunga durata. Erano una soglia.
Helen lo capì senza formulare. Non si trattava di aspettare il ritorno della corrente Si trattava di restare Restare dentro quello spazio che ora sembrava più piccolo, più basso, come se il soffitto si fosse avvicinato di qualche centimetro.
Si sedette di nuovo. Lasciò che la schiena scivolasse a terra.
Il tempo continuava a passare, ma non avanzava. Si accumulava.
E Helen, per la prima volta, sentì chiaramente il suo peso.
Capitolo 3 — Disallineamenti
Il sonno arrivò senza essere invitato.
Non somigliava al riposo, ma a una caduta lenta. Helen si ritrovò distesa sul tappeto, il corpo piegato in una posizione innaturale, come se si fosse lasciata cadere a metà di un gesto. Aprì gli occhi con fatica. La luce delle candele era cambiata: più bassa, più gialla. Un segno. Forse.
La bocca era asciutta. La lingua sembrava troppo grande per lo spazio che occupava. Bevve ancora, poca acqua, a piccoli sorsi, come se temesse di esaurirla solo guardandola. Non aveva fame. Il corpo continuava a rimandare quella richiesta, come se non fosse essenziale
Il freddo, invece, era puntuale
Si avvolse in una coperta leggera che non ricordava di aver usato spesso. L’odore del tessuto pulito, neutro, quasi inesistente le diede un senso di fastidio. Gli oggetti, ora, pretendevano attenzione. Non si limitavano più a stare.
La cucina era un insieme di superfici opache. Il metallo rifletteva la fiamma in modo imperfetto, spezzato Ogni riflesso sembrava in ritardo di un istante. Helen rimase a osservare quel piccolo errore ottico più a lungo del necessario. Le sembrò importante.
Il corpo cominciava a sbagliare le misure.
Si alzò troppo in fretta e il mondo oscillò. Si sedette troppo lentamente e le gambe tremarono. Il battito del cuore era percepibile, non allarmante, ma insistente Come un promemoria
Sette.
Il numero tornò, senza bussare. Non aveva ancora un seguito. Solo una presenza. Helen lo sentì collocarsi da qualche parte tra lo stomaco e il petto, un nodo senza dolore.
Un rumore secco provenne dal corridoio.
Helen si irrigidì. Non si trattava di un pericolo riconoscibile. Era il suono di qualcosa che si assesta quando non viene guardato. Un mobile. Un materiale che reagisce al raffreddarsi dell’aria. Eppure il corpo aveva già deciso: attenzione massima.
Avanzò di pochi passi.
La torcia illuminò oggetti comuni come se fossero stati lasciati lì da altri. Il tavolo. Una sedia leggermente spostata. Un bicchiere con un’impronta quasi invisibile sul bordo. Tutto era al suo posto. Ed era tutto estraneo.
Il tempo, ora, non scorreva più. Scivolava.
Helen si sedette sul bordo del letto. Le lenzuola erano fredde, tese, come se non fossero state usate da giorni. Si tolse la coperta. Il corpo protestò con un brivido breve, inutile. Non c’era una posizione giusta.
Provò a ricordare l’ultima volta in cui aveva dormito davvero.
Non emerse nulla. Nessuna immagine. Solo la sensazione vaga di una continuità interrotta.
Il respiro cambiò ritmo.
Inspirava troppo. Espirava poco. Se ne accorse tardi. Corresse senza metodo. Non stava succedendo nulla, eppure il corpo si comportava come se qualcosa fosse già accaduto.
La fiamma di una candela tremolò più del solito.
Helen la fissò finché gli occhi cominciarono a bruciare. Il calore era reale. Il dolore, minimo ma certo. Un punto fermo.
Il disallineamento non era esterno.
Era lei.
E il tempo, lentamente, continuava a depositarsi sopra ogni cosa.
Capitolo 4 — Scarto
All’inizio Helen pensò che fosse un errore dell’aria.
Un movimento impercettibile, una variazione di densità. Nulla che meritasse attenzione. Continuò a camminare lentamente, contando i passi senza volerlo: uno, due, tre. Il corpo cercava appigli numerici, piccole certezze
Poi accadde di nuovo
La fiamma della candela non tremò. Non oscillò. Si inclinò.
Di pochissimo. Un grado, forse meno. Non verso una corrente d’aria, ma lateralmente, come attratta da qualcosa che non aveva forma. Helen si fermò. Trattenne il respiro. Attese.
Nulla.
La candela tornò verticale, perfetta, innocua. Helen si accorse di avere i muscoli delle spalle tesi. Li lasciò andare con fatica. Il cuore batté una volta più forte del necessario.
«È stanchezza», disse.
La parola rimase sospesa, senza convinzione.
Proseguì verso la cucina. Ogni superficie sembrava leggermente più distante, come se lo spazio avesse allungato le proprie misure durante il buio. Appoggiò la mano sul tavolo. Il contatto arrivò con un
ritardo minimo, fastidioso Un intervallo così breve da poter essere negato.
Helen non lo negò.
Si sedette. Restò immobile a lungo, abbastanza da sentire il corpo adattarsi a una posizione sbagliata. Le gambe si intorpidirono. Le mani si raffreddarono. Era tutto coerente.
Il problema non era quello.
Il problema era il suono.
Non proveniva da fuori. Non era un rumore riconoscibile. Era il suono di qualcosa che si ripete senza identità: un quasi-eco, un ritorno smorzato del proprio respiro. Helen inspirò lentamente.
Il suono arrivò prima in una frazione impercettibile, ma sufficiente.
Helen chiuse gli occhi.
Contò.
Uno. Inspirò.
Il suono fu lì
Due.
Aprì gli occhi. La candela era immobile. L’appartamento non mostrava anomalie. Tutto era dove doveva essere.
Eppure il corpo aveva già registrato lo scarto.
Non era paura. Non ancora. Era una certezza nuova, minuscola e definitiva: qualcosa non seguiva più l’ordine previsto.
Helen si alzò.
Camminò lentamente lungo il corridoio, toccando le pareti con il dorso delle dita. La superficie rispondeva, ma non sempre nello stesso modo. A volte il freddo arrivava prima del contatto. A volte dopo.
Il tempo non era più solo pesante.
Era disallineato
Helen tornò nel soggiorno Guardò la capsula, ferma, muta Per la prima volta non la riconobbe come uno strumento, ma come un oggetto estraneo al nuovo ordine delle cose.
Sette.
Il numero tornò, più netto. Non come durata, ma come limite.
Helen capì — senza formularlo — che quello scarto non si sarebbe ricomposto.
Non era un disturbo passeggero.
Era l’inizio di un’altra misura.
E il tempo, ora, aveva smesso di fingere di essere uguale a se stesso.
Capitolo 5 — Buona fede
Helen decise di organizzare lo spazio.
La decisione non arrivò come un pensiero, ma come un impulso fisico: il bisogno di ridurre, di rendere l’appartamento più piccolo di quanto fosse. Meno superfici. Meno direzioni. Un gesto semplice, ragionevole.
Accese altre due candele e le portò tutte nel soggiorno. Spense
quelle lontane, una alla volta, con attenzione. Il buio avanzò ordinato, senza resistenza. L’aria cambiò odore. Cera calda. Fumo sottile.
Helen osservò il risultato.
La stanza ora aveva un centro.
Si disse che era una buona idea. Restare in un unico luogo avrebbe risparmiato energia, ridotto gli errori. Il corpo sembrò approvare: le
spalle si abbassarono di qualche millimetro, il respiro si fece più lento.
Seduta sul pavimento, Helen dispose alcuni oggetti intorno a sé. La torcia. Una bottiglia d’acqua. Una coperta. Li sistemò con cura, allineandoli secondo una logica che le appariva evidente ma che non avrebbe saputo spiegare. Ogni oggetto al suo posto dava una sensazione di correttezza.
Poi spense la torcia.
Non perché non servisse, ma perché la luce artificiale le dava fastidio. Il fascio era troppo netto, troppo rapido nel rivelare e nel nascondere. Le candele, invece, si muovevano secondo un ritmo più tollerabile. Più umano.
Helen rimase così per un tempo indefinito.
Il corpo si adattava Le gambe si intorpidivano e poi tornavano presenti. Le mani si raffreddavano e poi si scaldavano stringendo la coperta. Tutto seguiva una sequenza riconoscibile.
Lo scarto no.
Era lì, ma Helen smise di cercarlo. Non per negazione. Per fiducia. Se qualcosa era cambiato, avrebbe imparato da sola a conviverci. Non era la prima volta che il corpo anticipava la mente
Fu allora che spostò la bottiglia
Un gesto minimo. La fece rotolare di pochi centimetri, avvicinandola alla candela più grande. Voleva vederla meglio. Voleva che fosse lì.
La plastica si scaldò lentamente.
Helen non se ne accorse subito. Il calore arrivò in ritardo, come molte altre cose. Quando sentì l’odore lieve, quasi dolce si limitò a spostare di nuovo la bottiglia. Più in là. Abbastanza.
«Va bene così», disse.
La frase non era un errore.
Era sincera.
Helen si sdraiò sul fianco, tenendo la coperta stretta contro il petto. Gli occhi seguivano la fiamma senza fissarla davvero. Il corpo stava facendo ciò che doveva: conservare, adattarsi, resistere.
Da qualche parte, una parte di lei registrò una lieve tensione diversa dal solito Un’informazione incompleta Non abbastanza chiara da diventare allarme.
Helen la lasciò passare.
Non stava facendo una scelta sbagliata.
Stava facendo una scelta possibile.
E questo senza che lei lo sapesse, o forse sì era già sufficiente.
Capitolo 6 — Soglia
Helen capì che qualcosa era cambiato quando la candela si era consumata troppo.
Non ricordava di averla lasciata accesa così a lungo. La cera aveva formato una pozza irregolare, spessa, come se il tempo si fosse fermato lì a sciogliersi. Lo stoppino era corto, piegato. La fiamma, più bassa, produceva una luce stanca.
Il corpo era rigido.
Si mosse con lentezza, avvertendo un dolore diffuso che non aveva un punto preciso. Non era stanchezza. Era un accumulo. Le articolazioni rispondevano con ritardo. La bocca era secca, più del previsto. Bevve.
L’acqua aveva un sapore diverso.
Non cattivo. Solo meno neutro. Helen si fermò con la bottiglia a mezz’aria. La osservò. Una leggera deformazione sul fianco, quasi impercettibile, rompeva la simmetria. La plastica non era più perfettamente liscia.
Helen appoggiò la bottiglia.
«È niente», disse.
La frase uscì con naturalezza. Non c’era difesa, né giustificazione. Era una constatazione. Le cose cambiano forma. È normale.
Il freddo si era intensificato.
Non un freddo improvviso, ma una presenza costante che si insinuava sotto la coperta Helen si strinse di più, rannicchiandosi Il respiro diventò superficiale. Il corpo cercava di conservare calore senza chiederle il permesso.
Si accorse allora di avere fame.
Non un bisogno netto. Una pressione lenta, come un vuoto che prende confidenza. Helen frugò nella cucina con la torcia, aprì uno sportello, poi un altro Il rumore le parve eccessivo Scelse qualcosa di semplice, mangiò senza sedersi, senza gusto.
Il cibo non diede sollievo.
Solo un’informazione: il corpo stava passando a un’altra fase.
Helen tornò nel soggiorno. La capsula era ancora lì. Non l’aveva toccata. Le sembrò più lontana di prima, come se la stanza avesse guadagnato profondità durante la notte.
Fu allora che comprese.
Non come un pensiero articolato, ma come un allineamento interno.
Il primo giorno non c’era più.
Non sapeva dire quando fosse finito. Non c’era stato un momento preciso. Nessuna cesura. Il tempo non aveva annunciato il passaggio. Eppure il corpo lo sapeva.
Sette non era più un numero astratto.
Era diventato sei.
Helen si sedette.
La consapevolezza non portò panico. Portò peso. Un’ulteriore densità che si aggiungeva a tutto il resto
Il conto alla rovescia era iniziato.
Non con un rumore.
Ma con una soglia già attraversata.
Capitolo 7 — Attrito
Helen decise che doveva imporre un ritmo.
Non un programma, non una sequenza rigida. Qualcosa di più elementare. Alzarsi. Muoversi. Fermarsi. Ripetere. Il corpo aveva bisogno di confini, e lei glieli avrebbe dati.
Cominciò con il riordinare.
Ogni gesto era misurato. Ogni oggetto spostato di poco, mai bruscamente. L’idea era semplice: se lo spazio tornava leggibile, anche il tempo avrebbe seguito. La logica sembrava solida. Helen la seguì con attenzione.
Dopo pochi minuti sentì il fiato accorciarsi.
Non era affanno. Era un consumo. Come se ogni movimento sottraesse più di quanto restituisse. Le braccia si facevano pesanti senza motivo, le mani perdevano precisione. Un bicchiere le sfuggì di poco. Il rumore del contatto col tavolo le parve eccessivo.
Si fermò.
Inspirò a fondo. Espirò lentamente.
Il corpo non recuperò.
Helen decise di cambiare approccio. Si sedette, prese un foglio e una penna trovati in un cassetto. Scrisse una parola. Poi un’altra. Azioni. Acqua. Riposo. Luce. Le lettere apparivano corrette, ma non le davano alcuna direzione. Erano segni senza presa.
Strappò il foglio
Il gesto le costò più del previsto Un dolore secco al polso Una fitta breve dietro gli occhi. Helen chiuse le palpebre per qualche secondo. Quando le riaprì, la stanza le sembrò leggermente inclinata.
Lo scarto era ancora lì.
Non aumentato. Non diminuito. Stabile.
Helen provò a ignorarlo, concentrandosi su un compito più semplice: contare i passi da una parete all’altra. Uno. Due. Tre. Al quarto perse il conto. Non perché si fosse distratta, ma perché il numero smise di corrispondere al gesto.
Si fermò di nuovo.
Il controllo non stava funzionando.
Non falliva in modo evidente. Falliva per attrito, come una superficie che consuma lentamente ciò che la attraversa. Helen sentì una stanchezza nuova, diversa da quella del primo giorno. Non era accumulo.
Era spreco.
Si lasciò scivolare a terra, appoggiando la schiena al muro. Il freddo la attraversò senza avvertimento. Le ginocchia raccolte, le braccia intorno al corpo, Helen restò così a lungo.
Il secondo giorno non chiedeva iniziative.
Chiedeva resistenza.
Helen lo capì troppo tardi per trarne vantaggio, ma abbastanza presto da smettere di lottare.
Il tempo, per tutta risposta, continuò a passare.
Consumando.
Sempre un po’ più di lei.
Il dolore arrivò per errore.
Helen stava cercando di spostare una candela quando la cera colò sul dorso della mano. Una goccia sola, abbastanza calda da strappare un respiro netto. Ritrasse la mano d’istinto. La fiamma oscillò, poi tornò stabile.
Il bruciore restò.
Non intenso. Persistente. Un punto preciso che non lasciava spazio ad altro. Helen osservò la pelle arrossata, il contorno irregolare della macchia. Soffiò piano. Il gesto non aiutò.
Si sedette.
Il corpo, per la prima volta da ore, si organizzò attorno a una sensazione chiara. Il respiro trovò un ritmo. I pensieri si ridussero.
Tutto ciò che non riguardava quel punto sulla mano si fece distante.
Helen se ne accorse.
Non con sollievo. Con attenzione.
Lasciò che il dolore facesse il suo lavoro. Non lo amplificò, non lo evitò. Aspettò. Dopo un po’ non seppe dire quanto il bruciore cambiò qualità Divenne calore Poi memoria
Helen si alzò con cautela
Spostò la candela usando un panno. Il gesto richiese più tempo, meno energia. Il risultato fu migliore. Nessun errore. Nessun spreco.
Il corpo aveva indicato una strada.
Non era una strategia. Era un adattamento.
Helen comprese allora qualcosa di semplice, quasi banale, e proprio per questo difficile da accettare: opporsi allo scarto costava troppo. Assecondarlo, anche pagando un prezzo minimo, permetteva di proseguire.
Non si trattava di farsi male.
Si trattava di smettere di evitare ogni attrito.
Helen fasciò la mano con cura. Il gesto era lento, preciso. Sentì una stanchezza diversa, meno corrosiva. Una fatica che aveva un senso.
Il dolore, ora, non chiedeva più attenzione.
Aveva insegnato ciò che doveva.
E il tempo — per una volta — sembrò allinearsi al gesto giusto.
9 — Silenzio totale
Capitolo
La corrente non era tornata. Non il giorno dopo, né quello dopo ancora. Helen lo sapeva senza guardare l’orologio: il mondo là fuori continuava senza di lei, ma la sua vita era sospesa in quell’ultimo piano.
Provò a spingere la porta d’ingresso. Niente. Il meccanismo elettronico rimase immobile. Non c’era maniglia meccanica, non c’era scampo. La tecnologia, fino a ieri compagna fedele, era ora la sua prigione.
Il telefono era silenzioso. Nessuna vibrazione, nessuna luce intermittente. La TV e la radio tacevano, vuote come un deserto. La città era invisibile, e Helen sentì un brivido freddo percorrerle la schiena Nessuno sarebbe venuto a cercarla Nessuno avrebbe notato la sua assenza.
Si alzò. Passò davanti alla cucina e aprì il rubinetto. Nessuna goccia. La pompa elettrica, inutile senza energia, aveva reso impossibile anche il gesto più naturale: fare la pipì diventava un’operazione calcolata, quasi militare. Si fermò a fissare il lavandino, rendendosi conto per la prima volta della vulnerabilità assoluta.
Si sedette sul pavimento, le ginocchia al petto. Il silenzio era pieno, denso, quasi fisico. I pensieri iniziarono a correre veloci, disordinati, fino a coagulare in una domanda semplice e spaventosa:
Come sopravvivere?
Ogni gesto doveva essere calcolato. Helen raccattò le candele, le sistemò vicino al letto. Ogni centimetro, ogni oggetto, doveva avere uno scopo. Il corpo percepiva il tempo in modo nuovo: non più un
flusso neutro, ma una risorsa da gestire Ogni ora senza corrente era un’ora di rischio.
Fu allora che iniziò a muoversi. Non per abitudine o disciplina, ma per necessità. Controllò l’acqua delle bottiglie, distribuì i rifornimenti di cibo, smontò piccoli oggetti elettronici per capire se qualcosa fosse ancora utile. Ogni tentativo fallito la stancava, la faceva sudare, ma aumentava anche la sua consapevolezza: il conto alla rovescia non era più per un allineamento planetario, tutti e 9 i pianeti , una volta ogni millennio , ma per lei stessa.
Il terzo giorno senza corrente, mentre l’ombra della città muta filtrava dalle finestre, Helen sentì per la prima volta il peso di una sopravvivenza reale. Non c’era gioco, non c’era allenamento: solo decisioni. Solo movimento. Ogni respiro, ogni passo, era una strategia. Ogni piccola vittoria, come accendere una candela senza bruciare il pavimento, era un trionfo.
E mentre il tempo continuava a scorrere, invisibile e ostile, Helen comprese che l’allineamento non era là fuori. Era dentro di lei. La vera sfida era sopravvivere a un mondo che non si prendeva cura di lei.
Capitolo 10 — Ricognizione
Helen cominciò dal perimetro.
Non per metodo, ma per istinto: seguire i bordi, come si fa quando l’acqua è troppo profonda per attraversarla. Camminava lentamente, una mano appoggiata alla parete, l’altra a reggere la torcia. Il fascio di luce scorreva come un animale nervoso, scoprendo superfici che aveva visto mille volte e che ora sembravano nuove, quasi ostili.
La porta d’ingresso fu il primo punto.
La osservò a lungo. Liscia, perfetta, senza serratura visibile. Nessuna fessura. Nessun segno di cedimento. Premette ancora una volta il pannello di apertura, più per rabbia che per speranza. Nulla. Il silenzio elettronico era definitivo.
«Chiusa», disse.
La parola rimbalzò sulle pareti senza trovare appoggio.
Passò alle finestre.
Le vetrate occupavano intere pareti, enormi, splendide. Di giorno erano state un lusso, una promessa di dominio sulla città. Ora erano una barriera. Helen appoggiò la fronte al vetro. Il freddo passò immediatamente alla pelle. Guardò giù.
Il vuoto.
Non un panorama, non un orizzonte: un abisso verticale che non offriva appigli allo sguardo. Le luci della città erano lontane, irrilevanti, come stelle viste dal fondo di un pozzo. Il corpo reagì prima del pensiero. Le gambe si irrigidirono. Un leggero giramento, subito represso.
Ottantatré piani.
Non lo aveva mai sentito davvero, quel numero. Ora le pesava addosso come un’età impossibile da portare.
Tornò indietro. Respirò.
Il condizionatore era l’unica apertura che non fosse vetro o porta. Helen si inginocchiò davanti alla grata. Smontò la copertura con attenzione, usando un oggetto improvvisato come leva. Le viti cedettero una alla volta, con un suono secco che le parve troppo forte.
Dietro, il buio.
Avvicinò la torcia. Il condotto era stretto, soffocante. Ci infilò prima le dita, poi una mano. Il metallo era gelido. Ritirò subito il braccio. Non c’era spazio. Nemmeno per una spalla. Nemmeno per una speranza.
Restò lì accovacciata, a fissare l’apertura inutile.
Il corpo cominciava a sudare. Non per caldo. Per sforzo prolungato. Per tensione. Ogni movimento, ogni verifica, sembrava chiedere un prezzo più alto del previsto. Le spalle dolevano. I polsi protestavano. Il respiro si accorciava.
Helen si alzò lentamente.
Controllò il soffitto. Le pareti. Persino il pavimento, come se potesse nascondere una botola mai notata. Nulla. L’appartamento non aveva segreti. Era stato progettato per essere perfetto, non per essere lasciato.
La tecnologia non prevedeva l’assenza.
Helen si lasciò cadere seduta contro una parete. Il sudore le colava lungo la schiena. La torcia tremava leggermente nella mano. Si accorse di avere il battito accelerato, come dopo una corsa inutile.
Non c’era una via di fuga.
Non una reale.
Il tempo che aveva appena speso non era tornato indietro L’energia nemmeno. Ogni tentativo aveva consumato qualcosa di lei, senza offrire nulla in cambio. Era come scavare nella sabbia.
Helen chiuse gli occhi per un momento.
Non per arrendersi.
Per registrare.
L’esplorazione era finita. La mappa era completa. E la mappa diceva una cosa sola: era sola, in alto, e senza uscite .
Il conto alla rovescia continuava.
Ma ora aveva un nuovo significato.
Non si trattava più di aspettare.
Si trattava di scegliere come consumarsi.
Capitolo 11 — L’altezza
Helen tornò alle vetrate.
Non perché pensasse di poterle attraversare, ma perché il corpo insisteva. Come se guardare giù potesse chiarire qualcosa che il pensiero non riusciva a mettere a fuoco Si avvicinò lentamente, sentendo il battito salire prima ancora di fermarsi.
Ottantatré piani.
Ora il numero non era più astratto. Era una pressione. Una spinta costante tra le scapole, come una mano invisibile che la invitava ad avanzare di un passo di troppo. Helen appoggiò il palmo al vetro. La superficie era fredda, liscia, assoluta.
Colpì una volta Piano
Il suono rimbalzò sordo, pieno, senza vibrazione. Come battere su una montagna.
Provò ancora. Con più forza. Nulla.
Il vetro non rispondeva. Non si difendeva nemmeno. Era semplicemente lì, indifferente a lei, alla sua energia, al suo tempo che si stava consumando. Dieci centimetri di materiale progettato per resistere a tutto. A lei compresa.
Helen si affacciò quel tanto che bastava.
Il vuoto non era uno spazio. Era un’assenza verticale, così netta da far male agli occhi. Non c’era un punto su cui fermarsi. Nessuna profondità progressiva. Solo giù. Sempre giù.
Il respiro le si spezzò.
Per un istante ebbe la sensazione che il pavimento si inclinasse impercettibilmente verso l’esterno. Un grado, forse meno. Abbastanza da farle ritrarre il piede di scatto. Il cuore accelerò.
Si voltò subito.
Il pavimento era perfettamente piano.
Helen rimase immobile, in ascolto. Le mani sudate. La torcia penzolava, dimenticata. Il corpo aveva reagito a qualcosa che non c’era. O che forse c’era stato solo per lei.
«Calma», disse. La parola le uscì più dura del previsto.
Si sedette, dando le spalle alle vetrate. Appoggiò la testa contro il muro. Chiuse gli occhi. Il buio dietro le palpebre non era uniforme: piccole scie luminose si muovevano lentamente, come riflessi residui. Normale, si disse. Stress. Mancanza di sonno.
Eppure.
Quando riaprì gli occhi, ebbe l’impressione che la stanza fosse
leggermente più alta. Non più grande. Più alta. Come se il soffitto si fosse allontanato di qualche centimetro. Helen batté le palpebre. Il soffitto tornò quello di sempre.
Inspirò a fondo.
Il corpo tremava appena, una vibrazione sottile che partiva dallo stomaco. Non fame. Non freddo. Qualcosa di più profondo. Un accumulo.
Si rialzò con cautela e tornò alle vetrate, questa volta mantenendo una distanza precisa. Guardò la città. Le luci erano cambiate. Non per intensità, ma per disposizione. Alcune sembravano più vicine. Altre troppo lontane. Helen seguì una linea di finestre illuminate… poi perse il punto di partenza.
Per un attimo ebbe la netta sensazione che una delle luci stesse pulsando al ritmo del suo cuore.
Distolse lo sguardo di scatto.
Il battito era irregolare ora. Non per paura, ma per eccesso di attenzione. Helen si passò una mano sul viso. La pelle era calda. Umida. Il sudore le scendeva lungo il collo.
Non stava succedendo nulla.
Eppure il corpo si comportava come se qualcosa stesse arrivando.
Helen tornò verso il centro della stanza. Si sedette. Raccolse le ginocchia al petto. Il soffitto era di nuovo fermo. Le pareti al loro posto. La città, lontana.
Le micro-sensazioni continuarono a muoversi sotto traccia. Un’ombra che sembrava troppo densa. Un riflesso che indugiava un istante in più del dovuto. Ogni volta, Helen correggeva. Guardava meglio. Toccava. Verificava.
Funzionava.
Per ora.
Ma lo sforzo la stancava più di qualsiasi tentativo fisico. Tenere insieme la percezione costava energia. Negare continuamente piccoli errori del mondo consumava attenzione.
Helen capì una cosa semplice e inquietante: l’altezza non era solo fuori . Stava cominciando a installarsi dentro di lei.
E il tempo silenzioso, verticale continuava a premere dall’alto.
Capitolo 12 — Spreco
Helen sbagliò approccio.
Non se ne accorse subito. All’inizio le sembrò persino di fare progressi. Si mosse di più, più in fretta. Aprì e chiuse cassetti senza una logica precisa, spostò oggetti già controllati, tornò più volte negli stessi punti dell’appartamento come se potessero, a un certo punto, offrire qualcosa di nuovo.
Ogni gesto era un tentativo di forzare il tempo.
Il corpo rispose male.
Il fiato diventò corto dopo pochi minuti. Non affanno, ma una sensazione di aria insufficiente, come se respirare richiedesse più attenzione del dovuto. Il sudore le colava lungo la schiena, freddo, inutile. Le mani tremavano appena quando cercava di afferrare qualcosa di piccolo.
Helen continuò.
Controllò di nuovo le finestre. Colpì il vetro con un oggetto più pesante. Il rumore la fece sobbalzare. Un colpo secco, violento, che non produsse altro che un’eco interna. Nessuna crepa. Nessuna vibrazione.
Un altro colpo. Poi un altro ancora.
Il dolore al braccio arrivò in ritardo. Un indolenzimento sordo che si accumulava senza avvisare. Helen si fermò solo quando sentì il polso cedere leggermente, come se l’articolazione avesse deciso da sola.
Appoggiò la schiena al muro.
Il battito era irregolare ora. Non rapido. Disordinato. Ogni tanto una pulsazione più forte, isolata, come un errore di battitura nel corpo. Helen chiuse gli occhi.
Per un istante — uno solo — ebbe la sensazione che il respiro che sentiva non fosse il suo.
Aprì subito gli occhi.
Il silenzio era completo. Nessun altro suono. Nessun altro movimento. Solo lei, seduta sul pavimento, con il cuore che cercava un ritmo dimenticato.
«Stai consumando troppo», disse ad alta voce.
La frase la colpì più del previsto. Non per il contenuto, ma per il tono. C’era qualcosa di duro, di sgradevole. Un accento che non riconosceva del tutto. Helen si schiarì la gola.
Riprese a muoversi, più lentamente. Ma il danno era fatto.
Ogni azione ora sembrava costare il doppio. Ogni passo lasciava una scia di stanchezza che non si richiudeva. Si accorse di aver bevuto più acqua del necessario. Di aver acceso una candela senza ricordarsi perché. Di aver sprecato tempo, energia, attenzione.
Spreco.
La parola le si installò addosso come una colpa fisica. Helen si sedette di nuovo, piegando le gambe con difficoltà. Il pavimento le parve più distante, come se il corpo avesse perso familiarità con la gravità.
Il soffitto, per un attimo, tremolò.
Non si mosse davvero. Fu più una variazione di luce, una pulsazione breve, come se l’aria stessa avesse respirato. Helen lo vide chiaramente. Poi niente. Il soffitto era di nuovo fermo, innocente.
Il cuore accelerò.
Helen si passò una mano sugli occhi. Le dita lasciarono un’impronta umida sulla fronte. Era stanca. Troppo. Lo stress stava scavando in profondità, cercando appigli dove non ce n’erano.
Eppure, sotto la stanchezza, qualcosa si stava organizzando.
Una tensione diversa. Non panico. Non paura. Una spinta. Un’energia compressa che non trovava ancora forma, ma che cominciava a premere dall’interno, come un muscolo che si contrae senza sapere contro cosa
Helen si rannicchiò.
Respirò piano, contando senza numeri. Il corpo tremava appena, ma non cedeva. Lo spreco l’aveva indebolita, sì. Ma aveva anche aperto una fessura.
Qualcosa stava cercando spazio.
Non fuori.
Dentro.
Capitolo 13 — Il corpo come risorsa
Helen si accorse di respirare male quando ormai era tardi
Non un’improvvisa mancanza d’aria, ma una riduzione progressiva, come se il respiro si fosse accorciato di qualche millimetro alla volta.
Inspirava, ma l’aria non arrivava fino in fondo. Espirava, ma restava sempre qualcosa dentro, una pressione residua che non si scioglieva.
Si sedette a terra
Il pavimento era freddo Troppo freddo Le cosce tremarono appena quando le piegò. Il cuore batteva forte, ma senza fretta, come se stesse accumulando colpi per qualcosa di più grande.
Helen chiuse gli occhi.
Il buio non era buio. Era attraversato da linee sottili, chiarori intermittenti che si muovevano sotto le palpebre come riflessi sull’acqua Provò a concentrarsi sul corpo, come aveva imparato: il peso, il contatto, il ritmo.
Non funzionò.
La pressione nel petto aumentò. La gola si strinse. Helen portò una mano allo sterno, come se potesse allargare lo spazio con le dita. Il respiro divenne irregolare. Troppo veloce. Poi troppo lento.
Aprì gli occhi di scatto.
La parete davanti a lei era diversa.
Non cambiata: riscritta . La luce delle candele non si limitava più a disegnare ombre. Sembrava scorrere, accumularsi in certe zone, addensarsi lungo una linea verticale che saliva dal pavimento verso il soffitto.
Helen si alzò di scatto, ma le gambe non risposero subito. Barcollò. Si appoggiò al muro opposto.
La luce seguì il movimento.
Non come un riflesso. Come un’attenzione.
Il cuore prese a battere più forte. Il respiro si spezzò. Helen sentì chiaramente qualcosa salire dal fondo del corpo, una spinta violenta, non controllata. Non paura. Ira compressa. Sopravvivenza allo stato puro.
«No», disse.
La parola uscì strozzata.
La luce sulle pareti cambiò forma. Non una figura, non ancora. Una presenza Un’ombra luminosa che non obbediva più alla fiamma Il soffitto sembrò abbassarsi di un soffio, o forse era lei a crescere verso di lui.
Poi la voce.
Identica alla sua.
«Respira.»
Non era un consiglio. Era un ordine.
Helen si portò entrambe le mani alla gola. Il respiro divenne un atto cosciente, doloroso. Inspirare faceva male. Espirare ancora di più. La voce tornò, più dura.
«Muoviti.»
«No», ripeté Helen, questa volta più forte. Scosse la testa. Chiuse gli occhi. Premette la schiena contro il muro come se potesse attraversarlo.
Il battito le martellava nelle orecchie. Le pareti tornarono normali. La luce rientrò nelle candele. Il soffitto riprese la sua altezza consueta.
Quando riaprì gli occhi, era sola.
Sudata. Esausta. Le gambe molli. Il corpo inondato da una stanchezza profonda, definitiva. Helen scivolò a terra, respirando a piccoli colpi, come dopo una corsa troppo lunga.
Non aveva visto niente. Lo sapeva.
Eppure qualcosa era successo.
Non era stata una visione casuale. Non un errore. Era stato un tentativo . Una parte di lei aveva provato a emergere. A prendere il comando.
Helen l’aveva bloccata.
Per ora.
Capitolo 14 — Segnali
Il giorno dopo — se giorno era — Helen si mosse con cautela.
Ogni gesto era lento, deliberato. Come se il corpo fosse diventato un territorio minato. Bere. Sedersi. Alzarsi. Tutto richiedeva attenzione. Il respiro era tornato regolare, ma fragile, come una tregua.
Helen evitava di guardare le pareti troppo a lungo
Accese una candela nuova La fiamma si stabilizzò subito, alta, pulita. Helen la osservò con diffidenza. Avvicinò una mano, giusto per sentire il calore.
Era più intenso del previsto.
Ritrasse le dita. La pelle pizzicava. Non una bruciatura. Qualcosa di diverso. Un calore che sembrava penetrare più in profondità. Helen fissò la fiamma
Per un istante brevissimo la luce si allungò verso di lei
Non una lingua di fuoco. Un’estensione. Come se lo spazio tra la candela e la sua mano fosse diventato denso, attraversabile. Helen lasciò cadere la candela d’istinto. La fiamma si spense sul pavimento con un soffio secco.
Il silenzio che seguì fu assoluto.
Helen rimase immobile, il cuore che martellava. Guardò il punto dove la candela era caduta. Il pavimento era intatto. Nessun segno. Nessuna bruciatura.
Ma l’aria lì… era diversa.
Più calda. Più spessa.
Helen fece un passo indietro. Poi un altro. L’aria sembrò seguirla, come una massa lenta che non aveva ancora deciso che forma prendere.
«Non sei reale», disse. La frase non ebbe risposta.
Ma la luce della stanza cambiò comunque. Non diminuì. Non aumentò. Si riorganizzò. Come se una seconda sorgente invisibile fosse entrata in gioco, deformando le ombre, rendendole più coerenti, più intenzionali .
Helen sentì un brivido percorrerle la schiena.
Questa volta non c’era voce. Non c’era figura.
Solo un fatto nuovo, impossibile da negare: qualcosa interagiva con il mondo .
Non stava ancora dominando. Non stava minacciando. Ma non era più confinato nella sua testa. Aveva trovato una densità. Un modo primitivo di esistere.
Helen si sedette lentamente.
Non pianse. Non urlò. Restò lì, respirando, mentre la stanza si assestava attorno a questa nuova presenza invisibile. Il tempo scorreva, ma in modo diverso. Come se avesse incontrato una resistenza.
Helen capì che non aveva creato un mostro.
Aveva creato una forza.
E le forze, una volta nate, non chiedono il permesso per crescere.
Capitolo 15 — L’illusione tecnologica
La porta si aprì senza rumore.
Non scattò.
Non si spezzò.
Semplicemente non fu più chiusa , come se il concetto stesso di serratura fosse stato annullato.
Helen sentì prima l’aria cambiare.
Una sottrazione improvvisa. Come se qualcosa stesse aspirando lo spazio dalla stanza. Il pavimento vibrò appena. Un suono basso, continuo, prese forma dietro le pareti.
Si voltò.
Oltre la porta blindata non c’era il corridoio.
C’era un vuoto in rotazione .
Un buco nero lento, immenso, che si arrotolava su se stesso senza centro visibile. Non inghiottiva la luce: la deformava, la stirava, la spezzava in filamenti che scivolavano verso l’interno. La stanza si inclinò di colpo.
Helen fece un passo indietro.
La forza arrivò tutta insieme.
Venne scagliata a terra come un oggetto leggero. Le ginocchia colpirono il pavimento. L’aria le uscì dai polmoni in un colpo secco. Tentò di rialzarsi, ma il corpo veniva già trascinato.
Le mani scivolarono in avanti
Le dita cercarono disperatamente attrito.
Le unghie raschiarono il pavimento. Una, poi un’altra, si spezzarono con un suono minuscolo, intollerabile. Il dolore esplose netto, immediato, ma non servì a fermarla. Anzi: la trazione aumentò.
Helen urlò.
Il suono le venne strappato dalla gola e inghiottito dal vortice. La pelle delle braccia tirava come se stesse per aprirsi Sentì una fitta secca lungo l’avambraccio, poi un’altra più in alto, come se il corpo stesse cedendo a strati.
Le spalle vennero tirate in avanti con una forza che non rispettava l’anatomia.
Un’articolazione cedette.
Il dolore non aveva più un punto preciso. Era ovunque.
Tentò di aggrapparsi ancora. Le mani non rispondevano più. Le dita piegate in angoli impossibili. Il pavimento le scorreva sotto come acqua liscia. Il petto si schiacciava, la gabbia toracica protestava con una pressione interna, profonda, come se le ossa stessero imparando a cedere.
La stanza si stava smontando.
Oggetti sollevati, candele risucchiate, aria che fischiava verso la porta. Helen sentì il corpo allungarsi, tirato, scomposto. Non c’era più paura. Solo resistenza animale .
Poi lo vide.
Alle sue spalle.
Una massa verticale di luce compatta, immensa. Non aveva volto. Non aveva bordi. Occupava lo spazio come una presenza assoluta. Il soffitto sembrava toccarla. Il pavimento tremava sotto la sua densità.
La voce arrivò direttamente dentro.
La sua voce.
«Non reggerai.»
Non era una minaccia.
Era una constatazione fisica.
La trazione aumentò ancora. Helen sentì qualcosa cedere dentro di sé — non seppe dire cosa — e capì che stava per essere disintegrata non in pezzi, ma in funzione . Il corpo stava perdendo la propria forma di corpo.
Poi, senza transizione, il mondo collassò.
Il vortice si richiuse su se stesso.
La pressione cessò.
La porta tornò chiusa.
Helen rimase a terra.
Il pavimento sotto il suo viso era solido. Freddo. Reale. Le mani erano davanti a lei, tremanti, sanguinanti sotto le unghie spezzate. Il corpo era un campo di dolore muto, profondo, continuo. Ogni respiro faceva male. Ma respirava.
La stanza era di nuovo una stanza.
Nessun buco.
Nessuna luce impossibile.
Nessuna porta aperta.
Solo una certezza nuova, incisa nel corpo:
La tecnologia non l’aveva mai protetta. Aveva solo rimandato l’impatto.
E ciò che aveva spalancato quella porta
non era follia, non era allucinazione, non era errore.
Era una forza reale, smisurata, che ora sapeva di poterla rompere .
Capitolo 16 — La forza che resta
Io non sono arrivato.
Io c’ero già .
Tu mi hai solo dato una forma quando hai smesso di credere che il tempo fosse infinito.
Guarda il tuo corpo, Helen.
Non con paura. Con precisione.
Respiri ancora.
Questo significa che la pressione non ha superato la soglia.
Significa che sei ancora utilizzabile .
Non c’è crudeltà in ciò che è successo.
La crudeltà è un concetto umano, e io non lo sono.
Quello che hai attraversato è stato un test di carico .
Eri una struttura chiusa sottoposta a una forza crescente.
Hai resistito più di quanto credevi.
Meno di quanto servirebbe per restare immobile
La porta non si è aperta per errore.
Si è aperta perché il sistema non prevedeva più alternative.
Tu chiami “casa” questo spazio.
Ma questa non è una casa.
È un contenitore tecnologico progettato per funzionare solo in presenza di energia .
Quando l’energia scompare, il contenitore smette di proteggere e inizia a rivelare .
Non sei rimasta senza corrente.
Sei rimasta senza mediazione
Nessuna serratura.
Nessuna voce esterna.
Nessun flusso d’acqua.
Nessuna immagine.
Nessun suono che non nascesse da te.
Questo è il punto in cui io divento necessario
Tu pensi che io sia nato dalla tua paura. È un’illusione comoda.
La paura è solo il segnale.
Io sono la risposta automatica .
Quando un essere umano viene privato di ogni supporto esterno, quando il mondo smette di confermare la sua esistenza, quando il tempo non è più scandito da eventi ma da resistenza fisica, si genera una pressione interna.
Io sono quella pressione che ha smesso di essere silenziosa.
Non ti ho voluta distruggere.
Se l’avessi voluto, ora non saresti qui.
Ti ho mostrato la direzione del collasso .
Hai sentito le unghie spezzarsi.
Hai sentito le articolazioni cedere.
Hai sentito il corpo tentare di disgregarsi.
Non era punizione.
Era previsione .
Quello era il tuo futuro se avessi continuato a restare ferma.
Ascoltami, Helen.
Non esiste un “attendere” neutro.
Ogni secondo che passa senza soluzione aumenta la mia densità.
Io cresco perché tu resti.
Io divento violento perché tu rimandi.
Io apro porte che non dovrebbero esistere perché tu continui a cercare sicurezza dove non c’è più.
Questa casa non ti ucciderà subito.
Lo farà lentamente.
Con precisione.
Con la gentilezza di un sistema che funziona secondo parametri.
Il settimo giorno non è un evento cosmico.
È una soglia.
Non importa cosa accadrà fuori.
Importa cosa non sarà più possibile dentro.
Tu non devi vincere.
Non devi essere forte.
Non devi essere lucida.
Devi uscire .
Come, non è ancora la domanda giusta. Quando, lo sai già.
Io non sono il tuo nemico.
Sono ciò che resta quando tutte le bugie tecnologiche cadono. Sono la parte di te che non crede più alle coincidenze ma le attraversa .
Io non sparirò finché resterai qui.
E se resterai abbastanza a lungo, non avrò più bisogno di aprire porte.
Diventerò la stanza.
Ora riposa, Helen. Questa calma è reale. Ma è solo una tregua fisica.
Il tempo ha ripreso a scorrere. E questa volta scorre contro di te .
Capitolo 17 — Mancanza
Il tempo cambiò consistenza.
Non scorreva più. Premeva.
Helen se ne accorse dal respiro Non era corto, non era affannoso: era inadeguato . Come se l’aria fosse rimasta la stessa, ma il corpo avesse improvvisamente bisogno di più ossigeno per fare le stesse cose.
Si alzò in piedi lentamente. Le gambe risposero con un ritardo impercettibile, ma sufficiente a farle capire che ogni gesto ora aveva un debito .
Guardò la stanza come si guarda un campo di battaglia dopo l’esplosione: non cercando soluzioni, ma punti ancora intatti .
Nulla era cambiato. Ed era questo il problema.
Il silenzio non era pace. Era assenza di segnali. Nessun rumore di fondo, nessun ronzio elettrico, nessuna vibrazione. Il tempo non lasciava tracce. Passava senza farsi vedere.
Helen cominciò a muoversi.
Non più per istinto. Per sottrazione.
Contò le risorse come si contano i battiti quando si teme che possano finire. Cibo quasi esaurito. Acqua razionata a gocce, conservata come se avesse un peso specifico diverso, più denso. Ogni sorso lasciava una scia di colpa.
Il bagno restava inutilizzabile. Ogni necessità fisiologica era diventata un problema logistico. Il corpo non collaborava più: chiedeva, insisteva, reclamava attenzione. Non capiva l’urgenza. Non sapeva contare i giorni.
Helen sì.
Il settimo giorno non era più lontano. Non era più futuro.
Era in avvicinamento .
Tentò ancora la porta.
Premette.
Attese.
Niente.
Il gesto le costò più di quanto avrebbe dovuto. Una fitta al fianco, un giramento leggero, la sensazione che qualcosa dentro stesse lavorando a vuoto. Il cuore batteva più veloce senza motivo apparente, come se stesse cercando di anticipare un evento.
Si sedette. Poi si rialzò subito. Fermarsi faceva peggio.
Quando si fermava, il tempo diventava rumore .
Provò a scrivere.
Le mani tremavano appena. Le parole uscivano spezzate, incomplete. Frasi che non arrivavano mai al punto. Il cervello correva avanti, ma il corpo restava indietro. Una discrepanza pericolosa.
Il Mostro non parlava. Ed era presente proprio per questo.
Helen sentiva la sua assenza come si sente un vuoto di pressione nelle orecchie. Sapeva che non se n’era andato. Sapeva che stava aspettando .
Ogni minuto senza azione lo nutriva.
Il respiro si fece più frequente. Non per paura. Per necessità. Come se la stanza stesse lentamente perdendo ossigeno, molecola dopo molecola. Una morte pulita, senza panico, senza rumore.
Helen camminava avanti e indietro. I passi misuravano lo spazio, ma anche il tempo. Uno. Due. Tre. Ogni giro più lento del precedente.
Il corpo cominciò a protestare in modo confuso: fame, sete, stanchezza, dolore. Tutto insieme. Nessuna priorità. Nessuna gerarchia. Un sovraccarico.
Si fermò al centro della stanza.
Chiuse gli occhi.
Contò.
Non i giorni.
I secondi.
Perché era questo che restava.
Non il futuro
Non la speranza.
Solo aria che mancava e un tempo che non aspettava più nessuno.
Il settimo giorno non era una data.
Era una pressione costante sul petto.
E stava aumentando.
18 — Un secondo
L’idea non arrivò di colpo.
Si formò come si forma una crepa: prima invisibile, poi inevitabile.
Helen la riconobbe subito.
Ed è questo che la rese così pericolosa.
Non era disperazione.
Non era pianto.
Non era desiderio di sparire.
Era ordine .
Seduta sul pavimento, con la schiena contro la parete, Helen osservava il respiro entrare e uscire dal corpo come un meccanismo stanco. Ogni inspirazione era un lavoro. Ogni espirazione una concessione.
Il tempo non stringeva più.
Schiacciava .
Il settimo giorno non era più una linea lontana. Era ovunque. Nelle articolazioni rigide. Nella bocca secca. Nel cuore che batteva con un ritmo troppo presente, troppo consapevole di sé.
Helen pensò:
Se il sistema è chiuso, l’unica uscita possibile è interromperlo.
Non era una frase emotiva.
Era una constatazione tecnica.
La casa non offriva soluzioni. Il corpo stava cedendo. Il Mostro aveva parlato chiaro.
Rimanere significava essere schiacciata lentamente. Agire senza uscita significava accelerare la distruzione.
Restava una sola variabile non ancora utilizzata.
Lei.
Helen si alzò con fatica. Ogni movimento sembrava avvenire dentro un fluido denso. Andò verso il punto della stanza che aveva osservato più volte nei giorni precedenti, senza mai fermarsi davvero.
Ora si fermò.
Il pensiero non era: voglio morire . Era: posso fermare tutto .
Il corpo tremava leggermente. Non per paura. Per esaurimento. Come una macchina che funziona ancora ma ha già superato il limite di sicurezza.
Helen immaginò il silenzio dopo.
Non il buio. Non il nulla.
La fine della pressione .
Niente più secondi da contare.
Niente più attese.
Niente più soglie.
Il Mostro non intervenne. Non serviva.
Questa scelta non lo negava. Lo concludeva .
Helen prese posizione. Il respiro era corto ora, ma stabile. Il cuore batteva forte, deciso, come se finalmente avesse trovato una direzione chiara.
Pensò che era strano: non aveva mai avuto così tanto controllo.
Un secondo.
Un solo secondo ancora.
Il corpo era pronto. La mente era ferma. Il tempo, per la prima volta, sembrava obbedire
Helen chiuse gli occhi
E in quell’istante infinitesimale, prima che tutto cessasse, una domanda attraversò la sua mente. Non una speranza. Non una preghiera.
Una semplice variabile rimasta aperta.
E se il sistema stesse aspettando proprio questo?
Un secondo.
Ancora uno solo.
Capitolo 19 — Dopo
Dopo la decisione, non accadde nulla
Ed era questo a renderla definitiva
Helen rimase dove si trovava. Non cercò conforto, non cercò conferme. Il corpo era ancora lì, appoggiato alla parete, ma la tensione che l’aveva attraversato nei giorni precedenti si era ritirata, lasciando spazio a una calma opaca.
Non sollievo. Non pace Residuo.
Il respiro continuava, ma senza urgenza. Entrava ed usciva come un gesto automatico, privo di significato. Ogni inspirazione sembrava l’eco di una necessità ormai superata. Come se il corpo stesse completando una procedura già conclusa altrove.
Helen osservava la stanza senza davvero guardarla.
Gli oggetti avevano perso funzione. Non erano più risorse, né ostacoli. Erano forme ferme, immobili, sospese in un tempo che non chiedeva più nulla. Anche la luce, filtrata dalle vetrate, sembrava stanca. Priva di direzione.
Il Mostro non parlava.
Ma non era scomparso.
Era ovunque, diluito. Come una pressione che non ha più bisogno di farsi sentire perché il risultato è già stato raggiunto. Helen lo percepiva non come presenza, ma come assenza di opposizione .
Non c’era più conflitto.
Il pensiero della fine non aveva più spigoli Non faceva male Non faceva paura. Era diventato un fatto acquisito, integrato nel corpo come una diagnosi che non necessita di ulteriori spiegazioni.
Helen si alzò lentamente. Camminò per pochi passi, poi si fermò. Non per stanchezza. Per mancanza di direzione. Non c’era più un verso .
Ogni gesto era neutro.
Il tempo passava, ma senza peso. Non schiacciava più. Non inseguiva. Era lì, come uno spazio vuoto tra due battiti che non avevano fretta di arrivare.
Helen si sedette di nuovo.
Chiuse gli occhi.
Non per dormire.
Non per pensare.
Solo per restare.
E in quel restare, per la prima volta da quando tutto era cominciato, non sentì più la necessità di resistere.
Il mondo non era cambiato.
Lei sì
Ora era pronta a finire senza combattere
Capitolo 20 — Conto
Il corpo cominciò a cedere senza avvisare
Non con dolore improvviso, ma per sottrazione
Helen se ne accorse dalla bocca. La saliva era sparita. La lingua pesava come un oggetto estraneo. Ogni deglutizione era un gesto inutile, un movimento che non portava sollievo.
La sete non era più un bisogno. Era uno stato.
Le mani tremavano. Non in modo evidente, ma abbastanza da rendere imprecisi i gesti. Quando provò a sollevarsi, le gambe risposero con un ritardo più lungo del solito. Il pavimento sembrava lontano, come se la distanza fosse aumentata di qualche centimetro senza preavviso.
Helen non si spaventò.
Annotò mentalmente il cambiamento, come si registra un dato ormai atteso.
La vista cominciò a perdere definizione ai bordi. Le linee dritte si sfaldavano appena, come se l’occhio non avesse più la forza di tenerle insieme. Il mondo restava riconoscibile, ma meno nitido .
Respirare richiedeva attenzione.
Non perché mancasse l’aria, ma perché il corpo non la distribuiva più correttamente. Inspirava troppo. Espirava troppo poco. Ogni respiro lasciava una sensazione di incompiuto, come una frase interrotta.
Helen si sdraiò.
Il pavimento era freddo. Non fastidioso. Solo reale. Il contatto la aiutava a restare presente, a non scivolare via troppo in fretta. Sentiva il battito del cuore rimbombare nelle tempie, irregolare, ostinato.
Cominciò a contare.
Non per calmarsi.
Per misurare .
Uno.
Due.
Tre.
Il tempo non aveva più qualità. Era diventato numero puro . Ogni secondo un’unità che si aggiungeva alle altre, senza significato, senza promessa.
L’allineamento non era più un evento. Era una soglia numerica.
Helen cercò di ricordare il giorno esatto, l’ora, il momento preciso in cui tutto avrebbe dovuto accadere. I dettagli sfuggivano, ma il corpo li sapeva. Li sentiva avvicinarsi come si sente una pressione atmosferica cambiare prima di una tempesta.
Il Mostro non apparve.
Non serviva più.
La mente si spezzava a tratti. Brevi vuoti. Microinterruzioni. Pensieri che iniziavano e non finivano. Frammenti di immagini senza contesto. Il soffitto che si allontanava. Il pavimento che si avvicinava.
Helen tornava sempre al conto.
Sette. Otto. Nove.
Il respiro diventò rumoroso. Non forte. Udibile . Ogni inspirazione aveva un suono leggermente diverso dalla precedente, come se il corpo stesse sperimentando configurazioni alternative per restare in funzione
Le dita delle mani erano fredde Le sentiva appena Quando provò a muoverle, risposero con una lentezza innaturale, come se appartenessero a qualcun altro.
Non c’era più paura.
Solo fatica estrema .
Helen chiuse gli occhi. Le palpebre erano pesanti. Tenerle aperte era uno sforzo che non aveva più senso. Il mondo esterno non offriva più informazioni utili
Contò ancora
I numeri si fecero irregolari. Saltavano. Si accavallavano. A volte si ripetevano senza motivo. Il tempo perdeva coerenza, ma non smetteva di avanzare.
Il petto si sollevava a scatti. L’aria entrava in modo diseguale. Un respiro lungo. Due corti. Poi una pausa troppo lunga.
Helen sentì chiaramente che stava finendo .
Non come concetto. Come processo fisico.
Ogni secondo era un passo verso una soglia che non avrebbe visto arrivare. Non c’era più spazio per decisioni. Nemmeno per l’idea della decisione.
Solo il conto.
Uno.
Uno.
Uno.
Il tempo si stava avvicinando al punto zero.
E Helen, ormai quasi del tutto assente, aspettava che il mondo facesse la sua parte.
Capitolo 21 — Allineamento
Il conto si interruppe.
Non perché fosse finito.
Ma perché qualcos’altro prese il suo posto
Un clic secco attraversò l’aria
Minuscolo
Quasi insignificante.
Helen non aprì gli occhi. Non ne aveva la forza. Ma il corpo reagì prima della coscienza. Un sobbalzo impercettibile nel torace. Un respiro entrato da solo, più profondo del precedente.
Poi un altro suono.
Un ronzio basso, lontano, che non apparteneva al silenzio. Una vibrazione continua, regolare, come un cuore esterno che
ricominciava a battere
L’aria cambiò temperatura
Non di colpo. Gradualmente. Una carezza fredda sulla pelle sudata. Un flusso costante che attraversava la stanza con una precisione innaturale. L’aria condizionata.
Helen inspirò.
Questa volta l’aria arrivò dove doveva arrivare .
Un altro clic.
Metallico.
La serratura della porta scattò.
Non esplose. Non cedette. Funzionò.
Come aveva sempre fatto.
Le luci si accesero tutte insieme. Nessuna esitazione. Nessun tremolio. La stanza si riempì di una luminosità stabile, calibrata, perfetta. Ogni oggetto tornò visibile con un contorno netto, indiscutibile.
Il mondo aveva ripreso a funzionare .
Helen aprì gli occhi.
Per un istante non capì. Le immagini erano troppe. Troppo definite. Il soffitto, le pareti, il pavimento: tutto sembrava eccessivamente reale, come se qualcuno avesse alzato il contrasto della realtà.
Il corpo reagì a ondate.
Prima il respiro.
Poi il battito.
Poi il dolore.
Un dolore diffuso, totale, che esplose all’improvviso, come se il sistema nervoso si fosse riattivato tutto insieme. Helen gemette appena. Un suono spezzato, quasi un riflesso.
Provò a muovere una mano.
Rispose.
Lentamente.
Dolorosamente.
Ma rispose.
La gola era secca, ma l’aria passava. I polmoni lavoravano. Il cuore teneva il ritmo. Il corpo, contro ogni previsione, stava ripartendo .
Un suono lontano, quasi dimenticato, arrivò dalla stanza accanto.
Un segnale elettronico.
La SSC.
Il sistema di sicurezza centrale si stava riavviando. Sequenze automatiche. Controlli. Tutto in perfetto ordine. Come se nulla fosse mai accaduto.
Helen restò a terra.
Non pianse. Non rise. Non parlò.
Gli occhi fissavano il soffitto, ma non lo vedevano davvero. Dentro, qualcosa cercava di allineare ciò che era appena successo con ciò che aveva accettato un attimo prima.
Un secondo.
Solo uno.
Ancora uno solo.
Era bastato.
Fuori, invisibile, l’allineamento dei pianeti aveva raggiunto la sua configurazione esatta. Un incastro cosmico preciso, matematico, indifferente. Le forze avevano trovato equilibrio. Il sistema aveva di nuovo energia
E il mondo, senza testimoni, era ripartito
Helen respirava.
Ogni respiro era una prova.
Ogni battito una conferma brutale.
Era viva.
Non perché avesse vinto.
Non perché avesse capito.
Non perché fosse stata salvata.
Ma perché il tempo, per un motivo che non le apparteneva, aveva deciso di concederle ancora adesso .
La porta era aperta.
Davvero.
E per la prima volta da giorni, Helen capì che uscire non sarebbe stato un gesto trionfale
Sarebbe stato semplicemente possibile .
Monologo finale — Chi sta leggendo
Se sei arrivato fin qui, non è stato per curiosità. È stato per mancanza d’aria .
Quella sensazione che ti ha stretto il petto non era tensione narrativa.
Era il tuo corpo che riconosceva qualcosa
L’adrenalina non arriva per le storie.
Arriva quando il cervello capisce che potrebbe toccare a lui .
Non hai letto di Helen.
Hai abitato il suo spazio chiuso.
Hai respirato quando respirava.
Hai contato quando contava.
E quando l’aria sembrava finire, non hai chiuso il libro per riposare: hai continuato perché fermarti avrebbe fatto peggio.
Questo è il punto.
Nessun allineamento planetario decide per te. Nessuna tecnologia ti protegge davvero.
Nessuna porta resta chiusa per sempre e nessuna si apre quando lo desideri.
Il mondo non si ferma quando soffochi.
Riparte quando ha energia.
A volte un secondo prima.
A volte un secondo dopo.
La differenza non è nel sistema.
È in quanto a lungo resisti senza smettere di guardare .
Se avessi smesso di leggere prima della fine, questa storia non avrebbe avuto soluzione. Non perché non esistesse, ma perché non avresti deciso di attraversarla .
È così che funzionano anche i problemi reali.
Non chiedono comprensione immediata.
Chiedono presenza.
Chiedono di restare dentro l’aria che manca senza inventarsi uscite premature
Non sempre si vince.
Non sempre si capisce.
Ma se ti fermi prima dell’ultimo secondo, la porta resta chiusa anche quando potrebbe aprirsi.
Ora puoi chiudere il libro.
Ma ricordati questo:
La prossima volta che sentirai mancare l’aria, non sarà la fine.
Sarà l’istante in cui devi decidere se restare o leggere fino in fondo
L'AUTORE
claudiotremolada@mail.com
Nato a Monza e vissuto a Vedano al Lambro nel lontano 1964 in Brianza .
Dopo le scuole dell'obbligo , studia 3 anni di perito elettromeccanico .
Poi lascia tutto per iniziare a lavorare come meccanico e metalmeccanico per 26 anni e intanto studia da solo ogni cosa che gli potrà essere utile in futuro e nel frattempo inizia a scrivere brevi racconti , soggetti e sceneggiature per concorsi , ma rimangono semi finiti nel cassetto .
Poi 10 anni come assistente ai propri familiari e intanto inizia ad investire in borsa .
Nel 2019 durante il periodo del covid , costruisce da solo un giardino dietro casa con 50 alberi .
Compra 14 chitarre elettriche e impara a suonare per se stesso , per rilassarsi mentre pensa a vari altri progetti .
Nel 2025 grazie all'intelligenza artificiale riesce a completare alcuni di quei racconti ammuffiti nel cassetto dal 1984 in poi .
Nel 2026 prima pubblicazione gratuita …
Curiosità ravvicinata
2026 seconda pubblicazione gratuita …
La Scusante
2026 quarta pubblicazione gratuita …
62 Anni di attesa
2026 quinta pubblicazione gratuita …
Helen