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MFL w w w. m f f a s h i o n . c o m

Magazine For Living

n. 44. dicembre 2018. Solo in abbinamento con MF/Mercati Finanziari - IT Euro 5,00 (3,00 + 2,00) trimestrale

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openview

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the playground by STEFANO RONCATO

Un campo da gioco e un videogame, un mondo fantastico, playful, popolato da creature immaginarie e oggetti che riportano alla mente l’infanzia. I codici estetici del nuovo numero di MFL-Magazine For Living trovano nel sense of humor progettuale una strada di affermazione inedita. Che parte da Design Miami, manifestazione interna all’evento Art Basel, capace di radunare, a un passo dalle spiagge della Florida, i nuovi universi abitativi contemporanei. Il terreno fertile della creatività si snoda attraverso i nuovi nomi del panorama internazionale, che disegnano oggetti per il tempo libero, tra residenze di lusso, flower shops e percorsi in skateboard. Di gioco in gioco. I simboli di un’epoca si ravvivano. Come il mondo intatto di Topolino e le storie mirabolanti degli avventurieri e degli esploratori di Marcel Wanders. E poi ludum come chiave di lettura di un lavoro rigoroso. Come accade nello studio madrileno di Jaime Hayon, designer scanzonato, ideatore di una sintesi magica tra scultura e mondi fantastici o nella fucina di Ron Arad, che gioca con il vetro così come con il disegno e nelle idee-best seller di Stefano Giovannoni, capace di bilanciare istinto e razionalità. O ancora Takashi Murakami, personificazione del divertimento come fil rouge nell’incontro tra arte e lusso. Anche i videogame degli anni 80 diventano una guida preziosa per un nuovo modo di vivere e sanno creare mood inattesi, così come i pezzi che guardano allo sport definiscono uno spazio in movimento, fluido e irriverente. Irriverente come una dimora sull’isola di Phuket, in Thailandia, dove un gruppo di designer ha saputo dare un tocco inedito in ogni stanza. E dove in piscina si è tuffata a capofitto la pinna di una balena. Pronta a giocare.

in cover e sopra, Divano on the rocks di Edra by vago.com e Lampada Prima Signora, design by Daniela Puppa per FontanaArte. artwork giorgio tentolini

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contents

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le bambole-personaggio di Sketch.inc per Lucie Kaas collection

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openview Stefano Roncato

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miami vice Margot Zanni

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takashi murakami Silvia Manzoni

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take away kitchen Sara Rezk

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nella cittĂ dei sogni Barbara Rodeschini

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club house Nicole Bottini

20 e 21 design training Cristiano Vitali

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game of chess Cristina Cimato

62 a 65 seasonal tips Cristiano Vitali

22 a 26 play full Nicole Bottini e Cristina Cimato

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forever young Chiara Chiapparoli

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funny waves Angelo Ruggeri

28 e 29 facecool Chiara Chiapparoli

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i cavalieri dell’acqua Sara Rezk

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home games Cristiano Vitali

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family business Chiara Chiapparoli

50 a 53 jaime hayon Cristina Cimato

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quick chat Arianna Bassi

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worldwide Margot Zanni

54 e 55 ron arad Nicole Bottini 56 e 57 stefano giovannoni Arianna Bassi

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evergreen

1963

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take away kitchen by Sara rezk

Impossibile non considerare la Minikitchen di Boffi un progetto visionario per gli anni in cui è stata reallizzata. Progetto pionieristico di una strada che non è poi stata del tutto percorsa, ma che, senza dubbio, è stato manifesto di una visione futuristica dell’abitare. Era, infatti, il 1963 quando il designer Joe Colombo l’ha immaginata. Una cucina super compatta che in solo mezzo metro cubo sapeva racchiudere tutte le funzioni indispensabili per questo tipo di ambiente. Dalla conservazione al lavaggio, la cottura, il deposito dei cibi e addirittura la fruizione di energia elettrica, la minicucina di Boffi è stata un vero manifesto della contemporaneità. Talmente rivoluzionaria che, inaspettatamente, ha condotto il suo progettista Colombo e Boffi a guadagnare la Medaglia d’oro alla 13ª Triennale di Milano nel 1964 e presenziare a mostre quali «The new domestic landscape», un’esposizione curata da Emilio Ambasz al MoMa di New York nel 1972. Nella sua versione originale la cucina era costituita da una struttura a carrello con funzioni integrate di cottura, mini frigorifero, cassetto di contenimento, cassetti vari per stoccaggio, cassettini portaposate, prese di corrente per piccoli elettrodomestici, un grande tagliere e un pianetto estraibile di servizio. Funzioni che oggi, nelle riedizioni del primo progetto

degli anni 60, sono state sviluppate per renderla ancora più moderna. La struttura, oggi, è infatti realizzata in Corian spesso 12 millimetri, un materiale con gli stessi pregi di un piano in pietra, ma resistente al calore e alla luce diretta del sole e il cui colore si mantiene immutato nel corso del tempo. Sono state introdotte, inoltre, una piastra da cottura in vetroceramica a induzione con touch control, un minifrigo da 50 litri ad assorbimento, un tagliere in massello di teak. Le ruote girevoli a 360°, da sempre tipici della minicucina, sono ora dotate anche di due freni di bloccaggio. Un progetto che è ancora tra le punte di diamante di Boffi, reso unico dalla collaborazione tra Paolo Boffi, figlio del fondatore, e Colombo, come lo stesso Boffi aveva raccontato in un’intervista del 1995, a 30 anni dalla prima progettazione di Minikitchen, in occasione della mostra alla Galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo: «In genere il design è destinato dopo un po’ a esaurirsi. Invece il progetto di Joe resiste e funziona, è perfetto sul piano funzionale. Joe era straordinario, ti seduceva. Parlava, parlava, sempre con un foglio davanti... Disegnava, aveva dei tratti continui della mano. Parlava con te e intanto, magari, disegnava una poltrona. Ma non era distratto. Ti seguiva e intanto disegnava».

in alto, la riedizione della minikitchen di joe colombo per boffi (foto tommaso sartori)

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follie

design training by cristiano vitali

Fare culturismo ma con un pezzo di arredamento. La collezione di lampade a forma di bilanciere disegnate dalla designer viennese Doris Zaiser per il suo marchio Doris darling sembrano puntare a un rafforzamento della muscolatura. Ma dietro a Super strong lamp, progetto incluso nei 100 più importanti oggetti realizzati in vetro soffiato da New Yorker glass review magazine, c’è un training di tipo interiore. E riguarda le donne. Perché l’ispirazione arriva da lontano, esattamente dal circo ottocentesco. Quando tra le tante stranezze era inclusa la donna forzuta, che sollevava persone e pesi superando limiti apparentemente impossibili. A lei, ma soprattutto al genere femminile che oggi non ha bisogno di prove da baraccone per dimostrare la sua forza, Doris offre il divertimento di un bilanciere colorato. Cioè di un attrezzo depotenziato della sua mascolinità, con cui giocare alle supereroine. Un proposito chiarito dalle immagini con cui Doris ha voluto narrare al mondo la Super strong lamp, facendola interpretare da una

moltitudine di donne viennesi. Che su invito hanno cercato di restituirne la componente ironica attraverso lo styling, sollevandola in diversi modi e in diverse location: mentre sono stese sul parquet di casa, con un braccio solo di notte in mezzo a una strada, nel quartiere più cool della città tra graffiti e trompe-l’œil. Ma Super strong lamp è anche un oggetto dalle caratteristiche tecniche esemplari. Dalla tecnica del vetro soffiato, replicata usando stampi in legno dove modellare sfere sempre con lo stesso diametro, sottoposte a un processo di lucidatura, fino all’asta che sostiene i corpi luminosi, da scegliere in bronzo oppure con una finitura argento e oro. Senza dimenticare il sistema di alimentazione, da cui dipende il modello di Super lamp perfetto per ognuno, da appoggio o da sospendere a soffitto per un effetto più stupefacente, oltre che da terra. Perché, simulando il modello da palestra, ne replica anche il luogo dove si ripone: vale a dire sul pavimento. Per fare luce e per rassodamenti last minute.

In alto, super Strong Lamp di Doris zaiser per il suo brand doris darling

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periferia urbana reloaded Finalmente a Milano due campi da basket con un disegno grafico coraggioso (a destra), come spesso si verifica in molte capitali europee. Il progetto, curato da Cecilia Di Gaddo dello studio «stardelight», si chiama Playground e nasce in rapporto alle forme dei palazzi del quartiere Adriano, a cui il pattern geometrico si ispira. E tramite l’uso di colori accesi che identificano immediatamente il luogo anche da lontano, è già un successo di aggregazione e integrazione cittadina che racchiude in sé sport, design urbano e arte pubblica. L’obiettivo con cui l’Associazione di promozione sociale non riservato ne ha promosso la realizzazione, lavorando all’interno de Lacittàintorno, è il programma di rigenerazione urbana di Fondazione Cariplo, nato per trasformare le periferie in luoghi vivi e frequentati. Attraverso interventi culturali e creativi che diventano l’occasione per il recupero di spazi pubblici diventati terre di mezzo senza identità.

I cigni mutanti di david shrigley In mostra fino al 31 marzo 2019, l’installazione Inflatable swan-things di David Shrigley (a sinistra) è l’evento stagionale nella programmazione del museo Spritmuseum, a Stoccolma. L’artista inglese nominato in passato al Turner prize, che la direzione artistica inseguiva per un progetto ad hoc dal 2012, ha riempito l’istituzione culturale con 12 cigni che si gonfiano e sgonfiano ogni 12 minuti: 4 per arrivare in posizione eretta e 8 per tornare informi. Ma in modo scoordinato l’uno dall’altro. E che invece di avere le fattezze della creatura che solca acquitrini e stagni, hanno il collo dritto e i tratti somatici da fumetto tipici del linguaggio dell’artista. Dunque molto lontani dai gonfiabili chic dell’estate. «C’è una certa quantità di poesia e profondità nell’osservare questo fenomeno meccanico. Ma al di là di questo», ha spiegato il designer, «ero più interessato all’idea di suscitare interesse attraverso un’idea al limite della stupidità».

il domino si illumina Con tanta tecnologia a disposizione è facile dimenticare come anche il gesto più semplice sia il risultato delle proprietà fisiche dei materiali. Affinché sia chiaro, ma in un modo che renda ironica la dimostrazione sul campo, lo Studio Glithero di Londra ha messo a punto Domino light (a destra). Una lampada da tavolo che si accende usando una serie di tessere domino di rame da disporre a piacere sul tavolo, purché iniziando e finendo il percorso alla base della lampada stessa. Quando tutte le tessere sono cadute, il circuito elettrico creato dal rame permette di accendere la lampadina posta sulla sommità della struttura, che funge anche da stoccaggio per le tessere. Il fenomeno è permesso dalla presenza alle due estremità di due tessere fisse: una con polo positivo e l’altro con uno negativo. Domino light vuole rendere la consuetudine quotidiana del premere un interruttore meno istantanea, bensì tangibile e divertente.

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atmosfere

play full Un mondo ironico, un gioco che parte dal disegno per diventare oggetto funzionale, che attinge al vissuto dell’infanzia per trasformarsi in modo inedito e sempre nuovo. Così è stato per la collezione PlayPlay del duo di designer Lanzavecchia+Wai, ovvero Francesca Lanzavecchia e Hunn Wai, creato per il negozio di arredamento Journey east, a Singapore. Lei vive in Italia, lui vive in Malesia e insieme sanno creare universi fantastici. Per loro, essere designer significa essere ricercatori, ingegneri, artigiani e story teller. Nel 2016 hanno lavorato su questa collezione che già nei nomi racconta un gioco. Ci sono il tavolo Ping che può diventare Pong, la Rail console e il Gridlock bookshelf, nonché i tavolini Hamburger. «Volevamo catturare un po’ del Sudest asiatico nella collezione. Siamo rimasti ammaliati dai colori ricchi e dai sapori di questa parte del mondo, dal mogano indonesiano, e il risultato di questa palette cromatica è una collezione calda e flavourful», hanno spiegato i due designer.

nella foto, i designer lanzavecchia+wai con il tavolo pong della linea playplay, progettata per journey east

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atmosfere

Protagonista in questi giorni di una grande mostra monografica alla Triennale di Milano curata da Patricia Urquiola, per il centenario della sua nascita, Achille Castiglioni, insieme al fratello Pier Giacomo, è stato uno dei padri fondatori del sistema del design italiano. Il suo approccio asciutto, curioso e ironico è diventato un metodo progettuale attraverso il quale si sono formate tutte le generazioni successive. Gli oggetti da lui progettati, ancora oggi in produzione e spesso annoverati tra i best seller dalle aziende, nascono dalla capacità di ispirarsi al quotidiano per trasformarlo in altro, trattando con ironia il rapporto tra forma e funzione. Risale al 1955 il progetto della lampada da terra Luminator, oggi prodotta da Flos e divenuta un’icona. Vincitrice del Compasso d’Oro nell’anno della sua creazione, è nata dalla volontà di riproporre la classica illuminazione delle sale di posa dei fotografi. È costituita da tre gambe di metallo zincato che sorreggono uno stelo di ferro smaltato e verniciato, in cima al quale è posizionata la lampadina dotata di riflettore.

nella foto, achille castiglioni con la lampada luminator del 1955 e oggi prodotta da flos (foto jean baptiste mondino)

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atmosfere

In occasione delle celebrazioni per i 50 anni dei Componibili firmati Kartell, che hanno festeggiato il loro traguardo nel 2017, il brand ha fatto una chiamata corale tra curatori e designer perché dessero un contributo a questo mobile creato da Anna Castelli Ferrieri e diventato un long seller. A Londra, durante il London design festival, i Componibili sono stati reinterpretati da nomi di spicco come Ross Lovegrove, il duo Campbell-Rey, Fran Hickman, Luke Edward Hall e Ashley Hicks. Quest’ultimo ha lavorato sul concetto di ironia e di gioco, realizzando un’opera d’arte, un unicum. Per farlo ha dato una nuova destinazione alle sue sculture Totem, colorate e caratterizzate dalle forme più irregolari. «Anna Castelli Ferrieri ha creato i Componibili quando avevo quattro anni», ha spiegato il designer, «50 anni dopo sono così perfetti, freschi e più giovani che mai, diversamente da me. Ho aggiunto le mie sculture su un’unità a tre porte con maniglie in finto corallo e per stuzzicare lo spirito di Castelli Ferrieri che non avrebbe approvato una soluzione così poco funzionale». Nicole Bottini e Cristina Cimato

nella foto, ashley hicks con una sua reintrepretazione deI componibili di kartell per i 50 anni della collezione

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PEOPLE

foto Master Fotografie

SAKURA ADACHI works as: founder / for: herself / where: milan Oltre a coniugare in modo eccellente il binomio forma-funzione, gli oggetti che disegna sorprendono e rallegrano l’ambiente. Nata in Giappone ad Aichi, Sakura Adachi ha ottenuto la laurea in Industrial and craft design presso la Musashino art university, si è spostata a Londra dove ha frequentato il master in Industrial design al Central Saint Martin college, ma è Milano che ha eletto a sua città ideale. Dopo alcune collaborazioni con Atelier Bellini e Studio & Partners, ha infatti deciso di fondare la sua base proprio nel capoluogo lombardo. Ha firmato progetti per aziende come Alessi, Campeggi, Taschen, Extroverso e ha partecipato a numerose mostre internazionali.

foto Alberto Strada

foto John Bennett

facecool

SPORT, VIAGGI, MOSTRE, GIOCHI. CREATIVI e giovani, i nuovi designer PROGETTANO OGGETTI, LUOGHI E MOMENTI PERFETTI PER IL TEMPO LIBERO, DA PASSARE TRA RESIDENZE DI LUSSO, FLOWER SHOPS E PERCORSI IN SKATE. BY Chiara Chiapparoli

FANNY BAUER GRUNG AND DAVID LOPEZ QUINCOCES work as: founders / for: STUDIO QUINCOCES-DRAGò & P. / where: milan

foto Francesco Bolis

Nato e cresciuto in Spagna, David Lopez Quincoces si è trasferito a Milano per frequentare il Politecnico. Fanny Bauer Grung, di origine norvegese, ha studiato sia storia dell’arte che architettura. Entrambi hanno collaborato con lo studio Lissoni, del quale attualmente David è uno degli associati. Inoltre, insieme dirigono lo studio Quincoces-Dragò, che si occupa prevalentemente di design e architettura nei campi del luxury retail, dell’ospitalità e degli spazi residenziali e in cui David crea oggetti per aziende come Lema, Living Divani, Potocco e Salvatori. I loro progetti sono caratterizzati da materiali pregiati, come in Dr Smood, boutique cafè a Miami (nella foto).

VALENTINA GUIDI OTTOBRI works as: project manager / for: LUISAVIAROMA home / where: florence «La cosa che preferisco del mio lavoro è riuscire a sorprendere me stessa quando riesco a ricreare qualcosa che fino al momento prima viveva solo nella mia immaginazione». Valentina Guidi Ottobri, classe 1988 e mente creativa e progettuale della sezione Home dello Store Luisaviaroma, è molto determinata. Dopo la laurea in Comunicazione, storia dell’arte e filosofia all’Università di Siena, le specializzazioni in Brand management all’Istituto Marangoni di Milano e in storia dell’arte contemporanea presso l’Ual Central Saint Martins di Londra, ha curato e organizzato mostre in spazi tra cui Palazzo Strozzi, cc-tapis, Von Hessenbeck Gallery, Secondome.

ILARIA INNOCENTI AND GIORGIO LABORATORE work as: founders and designers / for: STUDIO LIDO / where: milan Uno dei punti di forza dei fondatori di Studio Lido è quello di avere un approccio al design decisamente complementare: mentre Ilaria Innocenti è maggiormente legata all’interior e alla cultura visiva, tanto da aver creato una sua linea di oggetti per la tavola e tappeti, Giorgio Laboratore si confronta con la parte industriale e la conoscenza dei processi di lavorazione dei materiali. Insieme creano progetti su misura, studiando nei dettagli tutto ciò che può essere ideato. Che sia una caffetteria, un negozio di fiori, una poltrona, un sistema di superfici mobili o uno specchio, nessun particolare sarà mai lasciato al caso.

ELVIRE LAURENT AND MARIE-CERISE LICHTLÉ work as: founders / for: OMY DESIGN / where: paris Creatività, divertimento, attenzione per l’ambiente e per l’economia locale; sono queste le parole chiave dei prodotti ideati da Elvire Laurent e Marie-Cerise Lichtlé. Entrambe graphic designers, si sono laureate in arti applicate presso l’École des Beaux-Arts di Parigi e dopo pochi anni hanno iniziato a sviluppare una loro linea di prodotti di grafica, pensati per tutte le età. Poster giganti e rotoli da colorare, stikers, maschere, tote bag, set per party, zaini, giochi in scatola... Nella loro collezione si trovano progetti ad hoc per McDonald’s France, Lacoste, Sephora. Dove trovarli? Tra gli altri anche da Neiman Marcus e Moroni gomma.

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foto Athanasios Alexo

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KATIA MENEGHINI AND THANOS ZAKOPOULOS work as: founders / for: CTRLZAK / where: milan Fondato a Milano nel 2009 da Katia Meneghini e da Thanos Zakopoulos, lo studio Ctrlzak crea oggetti e progetti a metà strada tra arte e design. Laurea in storia dell’arte presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia nel 2003 per lei, e in design del prodotto e marketing alla Southampton Solent university nel Regno Unito per lui, si sono incontrati a Venezia, mentre frequentavano il corso di arti visive presso lo Iuav. I loro lavori sono stati esposti in gallerie e istituzioni internazionali come MoMa, Louvre, La Triennale di Milano e la Biennale di Venezia e il loro studio di progettazione, Ctrlzak, deriva non solo dalla combinazione dei loro nomi ma anche dalla scorciatoia di tastiera Crtl Z.

YAEL MER and SHAY ALKALAY work as: founders / for: RAW EDGES / where: london

GIO TIROTTO works as: designer / for: himself / where: FIORENZUOLA D’ARDA Gio Tirotto si muove tra i campi progettuali di interior e product design e art direction. Si propone di superare i limiti tra arte e progettazione, cercando continuamente una complicità tra l’essere umano e gli oggetti che lo circondano, come in The wine hall, progetto in cui uno scafo diventa un banco bar per la degustazione del vino, o nella divertente seduta da esterni Amural. Ha aperto il suo studio dopo aver frequentato il Politecnico di Milano e tra i suoi clienti figurano grandi nomi come Seletti, Wall&Decò, Secondome gallery, Lago, Bormioli Rocco, Exnovo, Zafferano, Modo. Abituato a muoversi e viaggiare, se può non si separa mai dal suo cane Biagio.

foto Federico Villa

Si sono incontrati a Gerusalemme e insieme si sono spostati a Londra per frequentare il Royal college of art. Dopo la laurea, Yale Mer e Shay Alkalay hanno aperto nella città britannica il loro studio, nel quale danno vita a oggetti, mobili e installazioni spesso ispirati al gioco e alla capacità di sovvertire gli schemi. Come in Booken (nella foto), sistema in cui il libro cambia funzione e diventa anche materiale. Hanno firmato collaborazioni con Louis Vuitton, Stella McCartney, Moroso, Cappellini, Lema, Mutina. I loro progetti si trovano nelle collezioni di musei come il Museum of modern art di New York, il Vitra design museum, The Art institute of Chicago.

VANNI SCAPIN works as: designer / for: MICHELIN SOLES / where: verona

JOOST VAN BLEISWIJK work as: designer / for: himself / where: EINDHOVEN Costruire un tavolo come fosse un gioco? Facile, anzi facilissimo. Almeno per Joost van Bleiswijk, designer e creativo nato a Delft, nei Paesi Bassi, che ha ideato alcuni oggetti prendendo ispirazione dal metodo Meccano. Proprio come nell’intrattenimento che diverte ancora oggi bambini e adulti, nei suoi progetti, in cui tutte le parti hanno un valore funzionale e strutturale, si trovano viti e bulloni in evidenza. Ha fondato uno studio a Eindhoven, ha lavorato con brands come Moooi, Bernhardt design, Ice carpets e ha esposto in gallerie e istituzioni come Rossana Orlandi, Mint Gallery, Rijksmuseum Amsterdam, Ifm International exhibition center Istanbul.

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foto Mariëlle Leenders

Vicentino classe 1983, dopo un inizio di carriera come geometra Vanni Scapin si è iscritto alla Scuola di design di Padova e ha vinto il concorso: Design a Westgate european competition per il brand Emerica, marca di scarpe da skateboard californiana per cui ha disegnato la calzatura per lo skater Brandon Westgate. Da quel momento ha creato vari modelli di suole legate al mondo dello sport e attualmente lavora presso Michelin Soles. È un appassionato di sport tra cui gravel bike, snowboard e trekking. I suoi punti fermi sono coerenza, tenacia, proattività, teamwork, auto-motivazione e passione per la creazione di prodotti unici.

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Family BUSINESS Q&A with Nipa Doshi and Jonathan Levien

Si sono incontrati e innamorati mentre frequentavano il Royal college of art di Londra, città in cui hanno dato vita alla loro famiglia e fondato il loro studio di design. Studio che oggi, a distanza di quasi 20 anni, vanta collaborazioni con aziende e istituzioni internazionali, fra cui B&B Italia, Moroso, Kvadrat, Kettal, Cappellini, Sevres, Galerie Kreo. Nipa Doshi, nata e cresciuta in India e Jonathan Levien, scozzese, formano una coppia assolutamente complementare: molto attenta alla parte visiva lei, ed estremamente abile nel plasmare qualsiasi tipo di materiale lui, insieme danno vita a oggetti in cui il legame tra industria e artigianato raggiunge sempre un livello eccezionale. Molto attenti anche all’impatto ecologico e alla sostenibilità, al rispetto per ogni tipo di cultura e ai nuovi equilibri dovuti alla globalizzazione, si raccontano attraverso il loro modo di progettare, tra tradizione, tecnologia, alto artigianato e vita privata, nella quale anche la musica e le discipline sportive hanno un ruolo fondamentale. Come inizia il vostro processo di progettazione? Avete un metodo preciso o seguite l’ispirazione del momento? Nipa + Jonathan: La partenza può essere diversa, a seconda che si tratti di un progetto culturale, di un’edizione limitata o altro ancora. Alcune volte siamo ispirati da ciò che vediamo, o da ciò che sentiamo. Il primo passo è sempre il dialogo tra noi, poi in genere Jonathan realizza alcuni schizzi, a volte disegna in 3D, oppure utilizza del materiale da costruzione, e in questo modo l’idea comincia a esistere anche in modo tridimensionale. Intanto, il confronto continua e poi, gradualmente, il lavoro viene definito nei particolari. Qual è il vostro rapporto con la tecnologia? In che modo questo aspetto si relaziona nel lavoro? N + J: Abbiamo a che fare con questo ambito molto spesso, in modi e contesti molto diversi tra loro. Per esempio, con le aziende per cui lavoriamo e che di frequente sono estremamente innovative in tal senso. Tecnologia per noi vuol dire anche «tecnica», cioè un nuovo modo per utilizzare uno strumento, per creare qualcosa. O ancora, può significare

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la modalità utile a tradurre un’idea: la ricetta con cui passare dalla nostra mente al prodotto e viceversa. Un processo di avanti e indietro continuo. Oppure nella realizzazione pratica delle cose. Per noi le novità in questo settore devono essere utili a tradurre in realtà gli oggetti. C’è qualcosa in particolare che preferite ideare? N + J: Ogni progetto che creiamo è diverso. Ne abbiamo concepiti molti, in varie categorie. Abbiamo realizzato scarpe, così come gelati, poltrone, divani... Ognuno di essi è differente dagli altri, ma tutti sono perfettamente modellati. Quindi no, non c’è un oggetto preferito, dipende dal momento e dal contesto. Si può dire che possiamo disegnare qualsiasi cosa. Siete sempre d’accordo? Lavorare insieme è anche un’opportunità per confrontarsi. è semplice? N + J: Quando due persone sono entrambe creative, e hanno una mente artistica e legata all’immaginazione, spesso ci possono essere idee o punti di vista diversi per realizzare le cose. Siamo abituati a parlare molto tra noi e qualche volta abbiamo modi dissimili per immaginare il design di un oggetto. Ma durante il dialogo appare sempre chiara quale sia la soluzione migliore. E nel nostro studio l’idea eccellente vince, indipendentemente da chi sia stata formulata. Avete attitudini diverse? C’è qualcosa che preferite fare particolarmente? N + J: No, siamo entrambi molto creativi e crediamo che questa sia la parte più interessante del nostro lavoro. Cosa fate quando non lavorate? N: Sono una cantante, studio musica e canto. Mi piacciono molto anche il teatro e l’architettura. J: Anche a me piace la musica. Sono anche uno sportivo: pratico taekwondo, vado in bici e mi piace navigare. N+J: Ma nel nostro tempo libero ci occupiamo spesso di far fare i compiti a nostro figlio!  Chiara Chiapparoli

in alto, un ritratto di nipa doshi e jonathan levien (Foto Peter Krejci)

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point of view

Nynke Tynagel

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Designer

Job Smeets Designer

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quick chat

l’eccellenza della creatività. doppia intervista ai fondatori di studio job, artisti che raccontano il loro lavoro tra ironia, sperimentazioni e progettazione futuristica. BY arianna bassi

Qual è il progetto a cui è più affezionato? Tutti, ma quelli nuovi sono sempre i più eccitanti. Come per esempio il Jobshop, il nostro nuovo negozio online per oggetti da collezione esclusivi firmati Studio Job.

È sempre l’ultimo che ho fatto. Anche il progetto più difficile è sempre in grado di raccontare il percorso che voglio davvero percorrere. A volte impiego grandi sforzi in un grande progetto e questo mi fa capire se è o non è la direzione che voglio prendere. Ultimamente sto realizzando progetti, anche d’interni, molto più completi. È una nuova libertà che non si ottiene né da una galleria né da un produttore.

Quale emozione le suscita la parola design? Non ho sentimenti precisi se penso alla parola design, è troppo ampia.

Mi sento come se fossi dal parrucchiere. Tutti hanno bisogno di tagliarsi i capelli, quindi è qualcosa di democratico e non è mai tempo perso.

Qual è la parte più interessante del suo lavoro? Il lavoro creativo in sé e la fiducia e la libertà che otteniamo dai nostri clienti.

L’arte. Il mio lavoro viene dalle opere d’arte che trasformiamo attraverso il design. L’arte per tutti è design. Cerco sempre di essere il meno possibile un designer e il più possibile un artista. Quando si interrompe questa idea di arte per l’arte e si utilizza un pezzo di arredamento come fosse una tela alla fine si ha solo un mobile, quindi è meno prezioso.

Se lei fosse un oggetto di design cosa sarebbe? Una decorazione natalizia. Le adoro!

Non c’è nulla nel noioso mondo del design che possa essere paragonato alla complessità di un essere umano, ma se devo dare una risposta semplice sarei una Porsche 911 S. D’epoca. Racchiude in sé storia, complessità, problemi, ambizioni.

La sua parte creativa come si mantiene viva? Guardandomi intorno e interpretando la realtà secondo i canoni dello Studio Job.

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Non ci penso mai. Le idee nascono in un milione di modi e ci sono un milione di idee, e il momento in cui smetterò di produrre inconsciamente queste idee potrebbe essere il momento in cui smetterò di essere creativo. Alcune persone scrivono, altre parlano, e io prendo la penna e un pezzo di carta e inizio a disegnare. Non lo definirei un schizzo, è un vocabolario visivo, è funzionale, è come traduco con la mia testa la realtà.

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brand new

worldwide

Le novità più hot dalle fucine del design. premi e nomi clou, anteprime, inaugurazioni, progetti e visioni future dell’abitare. di un panorama in perenne trasformazione. BY margot zanni

AMSTERDAM COFFEE La scacchiera originale di quadrati nero su sfondo neutro del Lebkov&Sons caffè di Amsterdam ricorda il motivo quadrettato della settimana enigmistica. L’iconico pattern di Lebkov fa un salto di scala nel design degli scaffali a giorno: strutture modulari in acciaio all’interno dei quali Wood-Skin si inserisce come elemento ripiegato creando ripiani per riporre chicchi di caffè e prodotti vari.

LUCE DI MURANO

ORIGAMI HOME

Ha aperto a Murano l’esclusivo Palazzo Barovier&Toso che celebra la luce nelle sue infinite declinazioni. Un progetto d’interior firmato Calvi Brambilla, tra innovazione e tradizione, arte e design. Un autentico tempio del lusso di oltre 900 metri quadrati dove ammirare la maestosità delle sue creazioni.

Si chiama Rock House e ricorda un origami. Si trova in Kuwait ed è firmata da AGi Architects. L’abitazione presenta un unico guscio in calcestruzzo sfaccettato rivestito in pietra che si ripiega attorno a un cortile centrale. L’intento è quello di stupire dall’esterno mantenendo una privacy totale sull’interno dell’abitazione.

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LEGO GIGANTE Lo studio di architettura Kientruc O ha progettato un asilo nella città di Ho Chi Minh che assomiglia a un lego gigante. La scuola materna combina una serie di forme a timpano rivestite di mattoni che riducono la massa visiva complessiva e la suddividono in sezione. Sul tetto sorge un giardino pensile.

PANCHINE D’ARTISTA

PARCO GIOCHI FUTURISTICO

Cinque talenti del design contemporaneo e dell’illustrazione ricolorano l’arredo urbano per i parchi della città di Faenza. Le immagini flat e coloratissime di Francesco Poroli, guru milanese del graphic design, le atmosfere minimali e poetiche di Fernando Cobelo, le illustrazioni ironiche e delicate di Ilaria Faccioli che strizzano l'occhio ai classici della letteratura per bambini, le geometrie ipnotiche di Johnny Cobalto e, infine, il tratto inconfondibile di Martoz sospeso tra il fumetto e la grande pittura del Novecento.

Lo studio newyorkese Snarkitecture ha creato un parco giochi interattivo nel quartiere dello shopping di Hong Kong. Un’atmosfera surreale con centinaia di gigantesche palle gonfiabili grandi 300 volte una normale. Il concetto è quello di indagare sulla forma rotonda non molto presente in architettura, creando uno spazio fruibile dai bambini.

E-COMMERCE POWER THE è un progetto unico che mira a essere una sintesi di oggetti iconici  del design giapponese: pezzi minuziosamente selezionati, sia in termini di design sia in termini di funzionalità, rintracciati in tutto il Giappone. I prodotti del progetto THE sono ora in vendita in esclusiva in Europa sul sito nan-ban.com. Dalla linea di ciotole per il riso realizzate con tecniche tradizionali alla bento box progettata per essere la migliore nella sua categoria, dall’ampolla per la salsa di soia, perfetta nelle proporzioni e nello stile, alle spugne per uso domestico che grazie ad una tecnologia rivoluzionaria permettono di pulire adoperando solo l’acqua.

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ARCHITETTURA PER BAMBINI Lo studio di architettura Sameep Padora & Associates firma il progetto di una biblioteca nella città indiana di Kopargon. La struttura è caratterizzata da un tetto di mattoncini rossi ondulati e completamente calpestabili. Per permettere di continuare il gioco anche all’esterno dell’edificio.

MOSCA E LA FABBRICA DI CIOCCOLATO A Mosca una ex fabbrica di cioccolato si converte in centro culturale con uno spazio espositivo per mostre fotografiche, un giardino d’inverno in vetro per i festival estivi, una piscina e uno spazio per concerti. Un filone architettonico già definito rinascimento post industriale.

JAPANESE GENIUS Il nuovo store Good Goods Issey Miyake è inaugurato a Daikanyama, il quartiere della capitale giapponese dove quotidianità e cultura si intrecciano. Il negozio propone un’ampia selezione di «good goods» (prodotti speciali) dei diversi brand Issey Miyake. L’espressivo luogo neofuturistico con le pareti caratterizzate da strisce diagonali è stato disegnato da Tokujin Yoshioka. Lo spazio, caratterizzato dagli interni in alluminio tinto nei toni del verde chiaro, è stato progettato creando un contrasto di materiali tra cemento e alluminio.

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miami vice by margot zanni

Dal 6 al 9 dicembre si è svolta la 16ª edizione di Art Basel Miami. Quattro giorni in cui la città più importante della Florida si è trasformata in un palcoscenico immenso capace di ospitare più di 4 mila artisti giunti da ogni angolo del mondo con le loro performance (dipinti, film, video, sculture, disegni, fotografie, digital art e installazioni) e un’audience di visitatori composta da responsabili di musei, curatori e collezionisti tra i più importanti del pianeta. Un week-end lungo, in cui l’arte si è respirata ovunque ed è stata esposta in ogni parte della città: dal Miami convention center, alle fiere satellite on the beach fino alle installazioni nel Faena district, il più trendy del momento. A pochi metri dal Convention center si trova il padiglione Design Miami, diventato centrale negli anni per collezionisti ed espositori di design. Un vero e proprio marketplace dove le opportunità commerciali sono in sintonia con le lecture più all’avanguardia. Novità di questa edizione è stata Curio, la nuova piattaforma espositiva di design che ha invitato designer, curatori, innovatori e galleristi a presentare il proprio personale cabinet de curiosité. Tra le gallerie più acclamate ci sono state la J. Lohmann Gallery che ha presentato Breaking the mold: Contemporary korean ceramics dove cinque designer della Corea che lavorano l’argilla hanno presentato opere

ispirate sia a forme trovate in natura sia a ispirazioni più moderne e industriali. Le trame sono varie e sorprendenti, l’argilla si camuffa da vetro, plastica, legno, tessuto, pelliccia e gomma. Da Laguna beach la Peter Blake gallery ha messo in mostra i progetti di Kem Weber per gli uffici di animazione californiani Walt Disney studios. La rara e iconica poltrona Airline è stata originariamente progettata nel 1934 e prodotta in una limited edition di 300 pezzi nel 1938. Da Milano la Galleria Martina Simeti ha scelto un progetto interdisciplinare curato da Ligia Dias dove lo spazio riunisce pratiche concettuali e artiginali mettendo in discussione la nozione di campo artistico e il valore soggettivo di un dato oggetto sia esso opera d’arte o prodotto. Ocean drive e Collins avenue sono gli iconici indirizzi delle mostre satellite «Scope» e «Pulse». Nel cuore di South beach queste due location sono sempre tra le più amate perché vicine alle frequentatissime spiagge. Scope si è focalizzata sulla new contemporary e la street art, dando spazio a installazioni di larga scala e a progetti immersivi curati in collaborazione con il leggendario magazine Hi-Fructose. L’opera più instagrammata? Sicuramente il caleidoscopico poligono a forma di stella firmato da Okuda. Quest’anno, inoltre, ricorre il 10° anniversario della presenza della maison Fendi a Design

Sopra, un murales nel quartiere di Wynwood (foto Francesco Romeo)

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nelle foto, da sinistra in senso orario, uno street-artist al lavoro (foto Francesco Romeo), le sculture wobby and gelbie di ahryun lee, esposte alla j.lohmann gallery e L’architettura Art DÉco tipica di South Beach (foto francesco romeo)

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overview

importante occasione la casa di moda romana, parte del gruppo Lvmh, ha presentato The shapes of water, un progetto di Sabine Marcelis dedicato alla riscoperta di uno degli elementi più cari a Fendi: l’acqua. L’artista riesce a esaltarne la delicata bellezza realizzando dieci fontane ispirate ad altrettanti simboli iconici della storica casa romana. Dal design all’arte, la location ufficiale di Art Basel Miami, la parte clou della manifestazione californiana, è il Convention center, spazio che ha ospitato oltre 250 gallerie da 34 nazioni specializzate in arte contemporanea. Qui si sono alternati lavori all’avanguardia di artisti emergenti e capolavori da museo distribuiti tra cinque settori espositivi. Il primo è Nova, con le gallerie che hanno presentano lavori mai usciti dagli studi per un massimo di tre artisti. Tra le italiane presenti la Galleria Cardi e la Galleria Continua. Il secondo settore è Positions, che ha permesso ai nuovi talenti di presentare su un palco personalizzato le loro opere più rappresentative. Il terzo si chiama Editions e ha mostrato pubblicazioni rare, frutto di collaborazioni speciali tra editori prestigiosi e artisti affermati. Kabinett è il quarto spazio, studiato per separare fisicamente gli artisti tra di loro, utilizzando cabine tematiche. È una specie di palio in cui le gallerie hanno gareggiato con il loro campione: la Galleria Massimo

De Carlo, per esempio, ha schierato Paola Pivi. Infine, Survey, ultimo settore espositivo che ha mostrato dei progetti legati alle diverse culture del mondo, tra cui quello sull’Africa di Joyce J. Scott ospitata dalla Peter Blum gallery. È giunta, invece, alla 14ª edizione Pulse, che si divide tra la North tent, in cui note gallerie hanno esposto vari artisti e South tent con protagoniste monografiche e performance live. L’attenzione di quest’anno è stata tutta per la shopping pièce, Market, dell’artista Zhanna Kadyrova e per un live painting degli street artist israeliani Dede e Nitzan Mintz. Un chilometro a nord di South beach, si trova la rampante Middle beach, rilanciata da un paio d’anni dal Faena district e diventata una delle location più ricche di Miami. Sei blocks da un miliardo di dollari tra Indian creek e l’Atlantic in cui si trovano un art center, un centro commerciale e un parcheggio futuristico disegnati dallo studio di architettura Oma di Rem Koolhaas. Se già nel 2017 il distretto aveva colpito tutti con il Museo del gelato e con l’installazione composta da centinaia di droni sincronizzati, l’attesa quest’anno è stata tutta per il primo Faena festival dove poter assistere al progetto visivo dal titolo This is not America, che è stato proiettato su una barca attraverso un gigantesco schermo al Led come critica all’etnocentrismo americano.

nelle foto, da sinistra in senso orario, the shapes of water, progetto di sabine marcelis per fendi, gli sgabelli ulm stool di max bill (coutresy of wb form), in mostra da martina simeti e smile chair, di studio giancarlo valle, a les atelier courbet

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Exhibition

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nella città dei sogni by barbara rodeschini

Carta, colla, scatole di recupero e oggetti di uso quotidiano. Con questi materiali, gli stessi che usano i bambini di tutto il mondo per giocare, Body Isek Kingelez ha disegnato un ideale inedito di città. Architettura e utopia si fondono nelle extreme maquettes, termine che Kingelez usava per definire le sue strutture di carta, che per la prima volta in Usa, sono al centro di un’importante monografia negli spazi delle Philip Johnson Galleries del MoMA Museum of modern art di New York. Con «Body Isek Kingelez: City Dreams», questo il titolo della retrospettiva in calendario fino al prossimo primo gennaio, il museo punta ad accendere i riflettori su uno dei temi più caldi dell’arte: la creatività contemporanea africana. Nell’opera di Kingelez temi forti, come l’afrofuturismo e l’attenzione sociale, si evolvono in una visione onirica, a tratti spaziali, di città solari e giocose, l’alternativa alla vita dell’artista a Kinshasa negli anni Settanta del Novecento. E proprio il making of è protagonista del documentario di Dirk Dumon, Kingelez: Kinshasa, une ville repensée. Curata da Sarah Suzuki, «City Dreams» ripercorre la carriera trentennale dell’artista (venuto a mancare nel 2015) con un lay-out d’autore cui ha collaborato uno degli artisti più influenti di oggi, ossia Carsten Höller. Edifici immaginari, padiglioni sognati, strutture caotiche e colorate dipingono

l’alternativa possibile alle città fatte tutte di cemento e raccontano il significato moderno dell’architettura. Una riflessione che il MoMA aveva già intrapreso una decina di anni fa quando, oltre a Kingelez, riunì le opere di James Casebere, David Deutsch, Y.Z. Kami, Toba Khedoori e Langlands & Bell in «Projects 59: Architecture as metaphor». Ma il mondo dell’artista e insegnante congolese nasce dall’analisi e dall’approfondimento di temi sociali, qui il riferimento all’ideale di Wakanda è prepotente facendo un ponte con il mondo dei comics che proprio alla fine degli anni Sessanta vide il debutto di Black Panther grazie alla puntualità della sceneggiatura e del disegno di Stan Lee e Jack Kirby, per tratteggiare un paradiso terrestre fatto di rifiuti riciclati, spazi pubblici pensati per mettere al centro l’individuo, città mirabolanti dove non esistono dottori né polizia per il semplice fatto che non servono, come per il modellino Ville Fantôme (1996). « È una città che respira solo gioia, bellezza della vita. È un crogiolo di tutte le razze del mondo. Qui vivi in ​​un paradiso, proprio come il giardino dell’Eden», diceva l’artista. E proprio a quest’opera è dedicata l’esperienza virtuale sviluppata da Third Pillar, che permette ai visitatori di immergersi nei dettagli e nella complessità del progetto.

In alto, Kimbembele Ihunga di Bodys Isek Kingelez in mostra al moma di new york

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game of chess by cristina cimato

Una partita a scacchi vincente per entrambi i giocatori, una sinergia di intenti e un’estetica comune, una storia poetica. Così Roche bobois e Marcel Wanders hanno dato il via alla loro prima collaborazione iniziata con l’idea di raccontare un viaggio mirabolante. La collezione Globe trotter, dedicata all’autunno-inverno 2018/19 della casa di arredamento francese che ha di recente aperto nuovi spazi in Asia, a Singapore e Tokyo, a Kiev e negli Stati Uniti, in Virginia, evoca il peregrinare dei primi avventurieri, il cambiamento, il nomadismo raffinato. Nella sua collezione, Wanders racconta, tramite una serie di oggetti disparati, paesaggi onirici, cosmopolitismo ed eclettismo, tre aspetti clou che albergano nella sua creatività. A distanza di oltre 20 anni dal momento che ha segnato la svolta per il designer olandese, ovvero quando progettò la ormai mitica Knotted chair, Wanders ha lavorato con tutti i più importanti marchi di design e moda come Alessi, Flos, Louis Vuitton, Laufen e per sontuosi alberghi come il luxury hotel Mondrian Doha in Qatar. Tutti gli oggetti di Globe trotter sono dichiaratamente ispirati al mito degli avventurieri e degli inventori leggendari, e celebrano, attraverso l’emblema dei fratelli Montgolfier, gli esploratori e i collezionisti di oggetti preziosi, appassionati della natura e delle culture incontrate

nel corso dei propri viaggi. La linea diventa così una sorta di racconto collettivo che parte da Istanbul e approda in Cina. Tra i pezzi simbolici di questo viaggio, anche mentale, è la linea di tavolini Chess, realizzati in legno massiccio o fibra di vetro e resina poliestere laccata, il cui il design trae impulso dal gioco degli scacchi. Disponibili in diverse finiture e in tre dimensioni, hanno uno spirito giocoso e irriverente e scoprono una palette di colori inattesa, che passa dal verde bosco al turchese, dal rosso lacca al glicine. Fanno parte di Globe trotter anche una serie di cuscini dedicati a Parigi, alle feste notturne nella città simbolo di trasgressione nei primi decenni del Novecento e tappeti che guardano alle moschee di Istanbul, alla danza dei dervisci, alle lampade magiche. Questa prima collezione firmata dal poliedrico designer è ispirazione pura. Racconta di una passeggiata nel tempo e nello spazio, attraverso riferimenti storici e viaggi di fantasia tra epoche e continenti. Ogni creazione racchiude il ricordo dell’universo ricco di oggetti. Accanto a Chess ci sono i divani Montgolfière e Cerf-Volant e le lampade Up e Mariposa, passando per la libreria Dojo, i tavoli La Parisienne, le sedie Operette, le credenze Wonder cabinet e i tappeti Londres, Paris, Istanbul, Moucharabieh e Parquet.

in alto, i tavolini chess della Collezione Globe Trotter di Marcel Wanders per Roche bobois

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forever young by chiara chiapparoli

Mickey Mouse che indossa maglia e scarpe borchiate, perfettamente abbinate ai pantaloncini con decori street-art; un look decisamente scintillante quello del topo più famoso al mondo, che per i suoi 90 anni festeggiati a novembre è stato reinterpretato da Elena Salmistraro in una limited edition commissionata dalla Disney al brand Bosa. Quello tra la giovane designer e l’azienda veneta è un sodalizio che dura da anni e che ha visto nascere idee vincenti come i Most illustrios, serie di quattro statuette che hanno le fattezze di alcuni grandi maestri del design: Achille Castiglioni, Riccardo Dalisi, Michele De Lucchi e Alessandro Mendini. Il rapporto con la ceramica, sostanza con cui spesso lavora, è di lunga data. «La vera svolta nel mio percorso professionale è avvenuta quando ho iniziato a comprendere e studiare un composto unico e meraviglioso come questo. Ho capito che per potermi esprimere al meglio avrei dovuto sporcarmi le mani nel vero senso della parola, è stata una vera rivoluzione personale. Da lì sono nati tanti oggetti, vasi, complementi d’arredo, che mi hanno permesso di sviluppare un mio linguaggio creativo, che oggi cerco di riportare anche su altri materiali», ha spiegato la designer. Elena Salmistraro ha un talento eclettico, che combina arte e design in un modo unico e imprevedibile, regalando un tocco di originalità

e brio anche a quei prodotti che solitamente rientrano nelle categorie più seriose. Una delle caratteristiche che la contraddistinguono è la ricerca incessante. «Cerco sempre di evitare manierismi o processi creativi standardizzati. Lo faccio principalmente per evitare di ripetermi e di annoiarmi, adoro scoprire e sperimentare nuove soluzioni, ma devo anche ammettere che questa voglia di libertà creativa è molto complessa e impegnativa, per natura tendiamo a essere abitudinari su certe cose», ha raccontato in occasione di «Elemania», mostra che ha avuto luogo a Milano presso lo spazio cc-tapis, in cui sono stati esposti alcuni tra i progetti che ha ideato, come la serie dei tappeti ispirati ai matematici Cartesio e Eulero o la comodissima Medusa, poltrona per cullarsi, o ancora Polifemo, reinterpretazione della vecchia credenza, resa con un pronunciato occhio centrale montato sul robusto corpo, a sua volta sostenuto da sottilissime gambe metalliche. È un mondo che diverte, scherza e pone l’accento sempre sulle qualità positive quello di Elena Salmistraro, che ha le idee molto chiare anche sul suo rapporto con il pubblico. «Adoro confrontarmi con le persone, capire cosa pensano del mio lavoro, voglio che i miei progetti siano comprensibili a tutti, che non abbiano codici di lettura esclusivi, ma che arrivino con forza e vigore a chiunque».

In alto, mickeyforeveryoung di bosa per disney con illustrazioni di elena salmistraro (foto Alberto Parise)

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i cavalieri dell’acqua by Sara rezk

Il 2018 è un anno di celebrazioni per Rubinetterie Treemme. L’azienda di Asciano, in provincia di Siena, festeggia infatti 50 anni di evoluzioni e di successi. Un percorso di crescita e ricerca progettuale che ha preso il via nel 1968 grazie ai tre soci fondatori, Renato Michelangioli, Armando Medina e Guido Mencarelli, quando il nome dell’azienda era ancora Rubinetterie toscane 3m. Un’etichetta che è cambiata solo nel 1989, in una fase di internazionalizzazione del marchio, che si è avvicinato sempre più a collaborazioni con famose firme del design. Come quella con lo studio Calonaci & Gazzei, insieme al quale, già prima del 2000, Treemme aveva creato Arcobaleno, una collezione vivace che dava spazio, per la prima volta, a un’esplosione di colore e a una tendenza nel settore che si è andata sempre più diffonendo. E ancora oggi l’originalità delle finiture Treemme rende questi prodotti dell’arredobagno i protagonisti assoluti di alcuni ambienti delle abitazioni. Come i miscelatori in ottone della collezione Hask, ideata nel 2017 dal designer Danilo Fedeli, e caratterizzata da linee essenziali e stondate che conferiscono all’oggetto un look innovativo. Modelli che sono stati rivisti, declinati in diverse finiture da mixare tra loro e presentati in occasione dell’ultima edizione di Cersaie, l’annuale salone interna-

zionale della ceramica per l’architettura e l’arredobagno. Questo perché l’azienda, che oggi è guidata dalla seconda generazione di manager e che si avvale di un team di validi professionisti, continua a mantenere i valori sui quali è stata fondata. Nonché l’attenzione alle esigenze dei clienti, alle richieste di mercato e alla qualità e originalità dei materiali, sulle quali ha sempre puntato. Chiavi di un succcesso che, oltretutto, ha condotto l’azienda a un’esponenziale crescita e a consolidare, inoltre, l’esportazione dei prodotti a marchio Treemme in giro per i paesi europei, ma anche quelli Oltreoceano. Al traguardo dei 50 anni di attività, Rubinetterie Treemme continua a migliorarsi anche a livello strutturale con l’introduzione di nuovi impianti di verniciatura, nonché con un rinnovamento di tutto il comparto produttivo della sede dell’azienda in Toscana. E questi milgioramenti sono stati apprezzati e attestati anche da numerosi premi internazionali come il Compasso d’oro Adi, il German design award, il Reddot design award l’Adi ceramics design award, il Grand design etico e il Design plus award, che hanno riconosciuto in Treemme l’originitalità nel design, l’impegno sul fronte della sostenibilità e l’evoluzione in fatto di tecnologie di ultima generazione.

in alto, i modelli della collezione hask disegnati da danilo fedeli per rubinetterie treemme

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jaime hayon interview by cristina cimato

Imprevedibile, scanzonato e vivace, Jaime Hayon è madrileno di origine e un po’ italiano nel cuore dopo aver trascorso la sua prima esperienza lavorativa presso Fabrica di Benetton a Treviso dal 1997 al 2003. Oggi è uno dei più ricercati designer sul panorama internazionale e ha esposto i suoi lavori in alcune tra le più importanti istituzioni come il Mak di Vienna e il Design museum a Londra, il Centre Pompidou di Parigi così come ad Art Basel. Ma è anche entrato dirompente nel mondo delle collaborazioni celebri, come quelle con Bosa, Bisazza, Ceccotti e Moooi, Magis e B.D. Barcelona, nonché Nanimarquina e Fritz Hansen. «Con il mio design spero di trasmettere il concetto di umorismo e positività», ha spiegato in questa intervista. E il gioco, così come la natura, è uno dei veicoli con i quali il designer racconta la sua estetica, sia nei progetti di ampio respiro di interior design, sia nei piccoli oggetti così come nelle installazioni. Negli ultimi anni si è occupato della ridefinizione degli spazi in ristoranti, negozi e hotel. Di recente ha realizzato all’Ocean Terminal Forecourt di Hong Kong la mostra «Cosmos of Jaime Hayon», suddivisa in una parte outdoor, Archisculptures, e in una ospitata all’interno della Gallery by the Harbour, dando vita a un universo fantastico, in cui creature immaginifiche incontrano la scultura.

L’ultimo progetto che ha fatto è stata la mostra nella città portuale di Hong Kong con le sue grandi sculture. Cosa ha immaginato per creare e cosa la ha ispirato per costruire quei mondi di meraviglie? L’ispirazione per questa installazione è stata di pura natura fantastica. L’installazione si intitola «Archisculptures» e l’idea di partenza era quella di creare sculture interattive colorate e architettoniche. Qual è il primo passo del suo progetto creativo? Come sempre, il mio processo di progettazione inizia con lo schizzo, che fluisce liberamente fino a quando non trovo l’idea giusta. Poi si tratta di prove e di perfezionare la progettazione fino alla sua perfezione. Lei usa spesso gli animali nelle sue opere. Cosa le piace di più della natura? Mi piace tutto ciò che riguarda la natura. È una fonte di ispirazione molto potente. Tuttavia, i miei animali non sono animali veri. Sono un mix di emozione, umorismo e fantasia. Qual è il progetto oppure oggetto che ha disegnato che le piace di più? Sono orgoglioso di tutti i progetti che ho creato. Ognuno di essi ha caratteristiche e com-

in alto, un ritratto di jaime hayon. nella pagina accanto, dall’alto in senso orario, la collezione hopebird di bosa, il rinnovato progetto di interior design per il ristorante La terrazza del casino di madrid e lo stand di wittmann a milano durante il salone del mobile 2017

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plessità diverse e si impara da ogni esperienza. Le installazioni artistiche sono i progetti dove ho più libertà e sono molto stimolanti per me. Come ha iniziato? Un ricordo del suo inizio Ho iniziato a disegnare facendolo per lo skateboard, che da giovane era la mia passione. Questo mi ha introdotto in un mondo di creatività e mi ha aiutato a esplorare quello che è lo stile personale. Cosa è cambiato da quel momento in poi? Non è cambiato nulla: la ricerca di passione, stile e libertà rimane invariata. Solo il soggetto è diverso. Qual è l’importanza del disegno a penna, dell’uso di materiali tradizionali e di nuove riletture di pezzi vecchi e design iconico? Il disegno è lo strumento che mi permette di lavorare sulle mie idee e di poter esplorare la mia creatività e condividerla con gli altri. Le sensazioni che la materia proietta al tatto, il modo in cui si colloca nello spazio è il motivo per cui cerco sempre di lavorare con questo tipo di materiale. Il design iconico è per me un design che porta qualcosa di nuovo nel linguaggio e la persona che l’ha creato è riconoscibile nell’opera stessa. Qual è il suo più grande sogno? Vivo il mio sogno più grande di tutti i giorni e cioè essere libero e poter godere di ciò che faccio e imparare da questo.

Quali oggetti le piace di più progettare? Sedie, tavoli, tavoli, luci, ceramiche... Non ho preferenze a questo proposito. Ogni oggetto ha una responsabilità e uno scopo specifico e unico e l’esplorazione delle sue potenzialità è fonte di grande piacere. Qual è il suo posto preferito nel mondo? Il mondo. Con quale colore preferisce lavorare? E perché Adoro i colori. Tutto. Ha un messaggio da diffondere con la sua creatività? Spero di trasmettere il concetto di umorismo e positività. Può dirci uno o due dei suoi piani/progetto futuri? Il futuro è ora e stiamo lavorando su un nuovo progetto di interior design, una mostra d’arte a Parigi e Londra, nonché su diversi nuovi prodotti per il prossimo anno. In che modo si sente legato al passato e come vede il futuro del suo design? Il passato per me rappresenta abilità, dettaglio, tradizione e conoscenza. Essere in grado di esplorare come e perché le cose sono state fatte nel modo in cui sono state fatte, fornisce una visione della nostra cultura umana e delle cose che consideriamo importanti. Il futuro del design sarà legato al futuro delle persone, a come scelgono e sono in grado di vivere la loro vita. Ci saranno molte categorie senza nome e nuove frontiere da esplorare mentre i nostri modi di vita sono in costante cambiamento.

in alto, la lobby dell’hotel barcelo torre di madrid; nella pagina accanto, dall’alto in senso orario, il progetto game on per Galerie kreo, ispirato al tema dello sport, gli spazi del Groninger Museum nei paesi bassi e japanese folklore per nodus rug

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ron arad interview by nicole bottini

Immancabile sciarpina al collo e cappello di feltro ogni volta diverso, ormai diventato il simbolo della sua creatività scanzonata. Ron Arad, geniale designer israeliano, è considerato tra i designer più influenti del panorama internazionale. Artista eclettico e progettista curioso verso ogni forma di innovazione, nel corso degli anni ha disegnato di tutto, spaziando dall’arredamento all’arte fino all’architettura. A partire dagli anni Novanta, i suoi lavori vengono esposti nei musei e nelle gallerie d’arte contemporanea di tutto il mondo. Da sempre, lavora sul filo del rasoio tra arte e design, anche se a lui non interessa dare a tutti i costi una definizione al suo lavoro, in un senso o nell’altro. Dotato di un’immaginazione che non conosce limiti, per lui il gioco non rappresenta solo una fonte di ispirazione ma un vero modello da plasmare e trasformare in oggetto d’arredo. Come 10 Layers, avveniristico tavolo da ping pong disegnato per Cosentino, azienda spagnola che produce superfici. Realizzato in acciaio inossidabile e bronzo, con la parte centrale curvilinea nel senso della lunghezza, è progettato proprio con l’idea di rallentare il gioco e far durare di più i palleggi. O come Bookworm di Kartell, la libreria flessibile che prende la forma desiderata. Un’ironia che solo i grandi hanno, o forse possono permettersi di avere, e che si riflette anche nel

suo ultimo progetto: Where are my glasses? firmato per Venini, che racconta la sua prima opera per la storica vetreria muranese. Una fusione di forma e materia, di vetro e metallo, di creatività e tecnica. Un progetto ironico, provocatorio. Da dove nasce l’idea? Quando mi chiedono da dove nascano le mie idee, io rispondo sempre che le idee sono ovunque: il problema non è trovarle, ma capire a quali dare la precedenza. Poi capita che un’idea, da sola, si faccia notare più delle altre e allora è impossibile ignorarla. In questo caso è stato proprio così. Ho passato l’ultimo anno a disegnare occhiali e nel contempo a lavorare con il vetro. Quindi a un certo punto ho pensato: perché non fondere questi due mondi insieme? Ho iniziato quindi a fare stupidi disegni, come sempre inizia ogni mio progetto. Poi sono passato ai render. Grazie all’aiuto della tecnologia ho visto questi vasi prima che venissero effettivamente realizzati. E devo dire che l’oggetto finito è ancora più bello di quello virtuale. Ha partecipato fattivamente alla realizzazione di questo progetto? Ho passato due giorni stupendi a Murano con i maestri vetrai che hanno la completa

in alto, ron arad (foto Michael castellana)

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padronanza del mezzo e della materia. Devo dire che è stato un progetto molto semplice e immediato, non ci sono state difficoltà tecniche, l’ho disegnato e lo abbiamo realizzato in pochissimo tempo. È stata quasi una magia, tutto ha funzionato alla perfezione. Ricordo ancora la gioia e lo stupore di tutti noi quando abbiamo estratto il primo vaso dal forno. Alcuni progetti nascono sotto una buona stella e questo è uno di quelli. Come riesce a giudicare se un progetto avrà successo o meno? Ogni progetto ha come fine ultimo quello di soddisfare la curiosità: la tua mentre lo fai, quella di chi lo produce e, in ultima battuta, quella di chi lo compra. Ma il vero tester sono io. Quando disegno un oggetto mi domando sempre: se lo vedessi esposto in una galleria realizzato da altri, ne sarei geloso? Se la risposta è no, forse non vale la pena andare avanti. Se invece è sì, beh, allora facciamolo! In carriera mi è capitato di scartare qualche progetto. Di questo progetto in particolare, sì, lo confesso: sono molto geloso. Cosa la spinge ad accettare un lavoro? Io divido il mondo in due parti: quello fatto da persone interessanti e divertenti e quello fatto da persone noiose. Con gli oggetti è lo stesso: alcuni sono belli, interessanti, divertenti; altri

sono noiosi. Io cerco sempre di progettare oggetti che mi interessano e mi divertono. Com’è la sua giornata tipo? Come la pallina di un flipper. Non sono una persona metodica, anzi sono molto pigro. Quindi salto da una cosa all’altra. Anche nel lavoro sono molto disordinato: parto da un progetto; poi passo a un altro e a un altro ancora in pochissimo tempo. Inoltre lavoro su tante cose contemporaneamente: da torri a sculture, dagli occhiali ai vasi. Per me non è un grosso problema focalizzare la mia attenzione su un semplice paio di occhiali e subito dopo su un edificio di 46 metri nel centro di Toronto. Il lavoro è molto simile, è la prospettiva che è diversa: diverse scale, diverso numero di persone che lavorano al progetto, diversi budget di spesa. Ha una passione per i cappelli: da dove nasce? Alcune persone hanno capelli splendidi. Altre hanno cappelli splendidi. Mi piacerebbe moltissimo far parte della prima categoria, ma purtroppo appartengo alla seconda. Io indosso sempre un cappello. E poi mi diverto tantissimo a crearli e personalizzarli: quello che indosso l’ho decorato io.

dall’alto, a sinistra in senso orario, 10 Layers, tavolo da ping pong progettato con la superficie ultracompatta Dekton di Gruppo Cosentino, il vaso Under della collezione where are my glasses? per venini e bookworm per kartell, progetto del 1994

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stefano giovannoni interview by arianna bassi

Spezzino di nascita, fiorentino di formazione e milanese d’adozione professionale, Stefano Giovannoni, classe 1954, è stato definito il Re Mida del design perché nessuno come lui sa trasformare in oro tutto quello che tocca, o meglio, che disegna. Tra i designer della generazione di mezzo, quelli formatisi negli anni Settanta che hanno saputo guardare al futuro portando con sé gli insegnamenti dei grandi maestri del passato, ha saputo sperimentare in ogni campo della progettazione. Ha scelto di non concentrarsi solo sul mondo del mobile, lasciando un segno importante nel mondo dell’oggettistica, dell’elettronica di consumo e anche del food. Da molti anni ha scelto di collaborare con i mercati asiatici con i quali ha saputo creare oggetti all’avanguardia, soprattutto nel campo della telefonia. Quando progetta un oggetto, qual è il suo pubblico di riferimento? Credo che il design industriale debba rivolgersi a un pubblico il più ampio possibile. Allo stesso modo di un programma televisivo che si basa sull’audience, un oggetto deve saper parlare e comunicare con un pubblico eterogeneo. Il prodotto deve avere una forte identità e un appeal emozionale. Molti dei suoi prodotti sono diventati bestseller, alcuni dei quali si possono definire ammiccanti e molto giocosi. Possiamo dire, quindi, che il design modaiolo non duri solo una stagione ma sia capace di radicarsi nel tempo? Quando ho disegnato i primi prodotti per Alessi molti pensavano fossero oggetti effimeri. In realtà è sorprendente la durata del successo di questi prodotti. Lilliput, Magic bunny e il Merdolino sono ancora best sellers a distanza di oltre 25 anni. Continuando a parlare di Alessi, sono passati quasi 30 anni da quando ha disegnato la serie Girotondo e ancora è tra le più vendute. Perché è così amata dalla gente? Girotondo ha battuto tutti i record di vendite superando 10 milioni di pezzi ed è ancora in ottima salute. Questo la dice lunga sulla forza e la qualità di questa famiglia di prodotti che, nonostante sia stato spesso sottovalutato, credo rimanga uno dei progetti più significativi degli ultimi 50 anni. Il Girotondo è stato un progetto rivoluzionario perché ha introdotto per primo coscientemente nel mondo del design la cultura figurativa creando un link fra design e cultura popolare, fra linguaggio pop e concettuale, fra oggetto e cultura mediatica, fra icona e merce, contenuti che pochi altri oggetti hanno saputo esprimere in modo così forte e puntuale. Il Girotondo è un prodotto per tutti, tutti lo possono capire, una ragazzina di 15

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anni come la sua mamma e la sua nonna. Nel suo modo di progettare vince l’istinto o la razionalità? Credo che una mia caratteristica specifica sia proprio quella di unire in maniera molto bilanciata istinto e razionalità, per cui il progetto nasce sempre da una dialettica fra questi termini, anche quando nasce in maniera spontanea e intuitiva ha comunque alle spalle una forte base teorica e concettuale. Quanto il desiderio di stupire e giocare con forme e colori caratterizza il suo modo di essere un designer? È importante che l’oggetto abbia un suo sex appeal, deve essere attraente e seduttivo. Il colore, come in natura, svolge in questo senso un ruolo ben preciso. Anche il nome dell’oggetto è un elemento importante. Il Merdolino ne è forse l’esempio più eclatante. È più importante che un oggetto sia bello o funzionale? Credo che questi termini abbiano perso del tutto il loro significato. Non si può più parlare di un oggetto bello dal momento che anche un oggetto brutto può essere affascinante, né di un oggetto funzionale perché, a meno che si parli di tipologie veramente innovative, nei nostri computer c’è la perfetta ergonomia per ogni prodotto. Decine di sedie, poltrone o divani in 3D dove ogni grado di inclinazione è analizzato ed esplicitato. La tecnologia ha giocato un ruolo importante nella sua carriera, soprattutto in collaborazione con i Paesi emergenti del Far east. Come ha visto cambiare il mondo della comunicazione negli ultimi due decenni? Il nostro lavoro ha seguito le trasformazioni della tecnologia e i passaggi della leadership tecnologica da un paese all’altro molto velocemente. Ho iniziato a lavorare in Giappone con aziende come Ntt Docomo e Kddi che sono i più importanti gestori di telefonia, con aziende come Seiko o Toto. Nei primi anni 2000 la tecnologia nipponica era all’avanguardia. Negli anni successivi lavorando con aziende come Oregon Scientific, Samsung, Lg, Nubia e Zte ho visto il trasferimento della leadership dapprima a Taiwan e quindi alla Corea e, infine, alla Cina. È stato un processo molto rapido che in pochi anni ha cambiato il mondo creando uno scenario completamente nuovo. Evidentemente non parliamo solo della leadership tecnologica ma anche del modo in cui questa è intimamente connessa con le economie emergenti.

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In alto a sinistra, stefano giovannoni con la rabbit chair baby metal finish per qeeboo; in basso a destra, la collezione lilliput per alessi; nelle altre immagini progetti per l’azienda giapponese Kddi

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takashi murakami interview by barbara rodeschini

Cultura, manga e spiritualità si intrecciano nel lavoro di Takashi Murakami. L’artista giapponese, nato a Tokyo nel 1962, è stato tra i protagonisti di «Au diapason du Monde», la mostra di opere inedite ospitata alla Fondazione Louis Vuitton a Parigi. Per l’occasione l’istituzione museale, che in tre anni ha organizzato 11 esposizioni e 120 tra concerti e lecturer che hanno conquistato il favore di un pubblico di oltre 4 milioni di persone, ha riservato tre stanze all’artista nipponico, che nel 2008 è stato definito la personalità più influente della cultura giapponese contemporanea dalla rivista Time e che nello stesso anno ha visto battere l’opera My lonesome cowboy da Sotheby’s New York per 15,2 milioni di dollari, partendo da una stima di 3-4 milioni di dollari. A Murakami, che è un samurai contemporaneo, veloce come un ninja a cogliere l’oggi e zen come un monaco nel decodificarlo, la Fondazione francese ha dedicato la Dob room, incentrata sul personaggio-alter ego disegnato dall’artista nel 1993, la sala declinata sul tema del Kawaii (adorabile in giapponese, ndr) e poi l’esposizione, per la prima volta a Parigi, dell’affresco monumentale The octopus eats its own leg del 2017. Come è nata la relazione con Louis Vuitton? La prima volta che ho incontrato il mondo Vuitton sono rimasto affascinato dalla competenza

e dall’attenzione al dettaglio che la Maison dedica a ogni sua iniziativa. Aspetti che ho trovato subito vicini al mio modo di lavorare e che con la nascita della Fondazione sono stati portati in maniera estremamente accurata anche nell’idea di uno spazio che fosse sì straordinario ma che soprattutto fosse al servizio del pubblico per condividere l’arte. Questa esposizione ne è stata un’altra dimostrazione. Con tre sale che affrontavano temi differenti del mio lavoro lasciando spazio al confronto e alla riflessione. E se la Dob room è un cocktail tra nostalgia e futurismo, lo spazio dedicato al Kawaii racconta come quest’idea risalga agli anni del dopoguerra quando il Giappone entrò in contatto con i cartoon occidentali, da Betty Boop all’opera di Dick Bruna, per poi metabolizzarlo attraverso i propri occhi. L’obiettivo è superare lo stereotipo che ne consegue e guardare oltre i simboli. The octopus eats its own leg è legata a un momento preciso della sua vita, lo tsunami che ha colpito il Giappone nel 2011… Eravamo in studio, a 90 minuti da Fukushima, quando improvvisamente è saltata la luce. Giusto il tempo di realizzare cosa fosse successo e ci rendemmo conto di essere ostaggio di noi stessi: il nostro spazio è completamente automatizzato e mancando l’elettricità non potevamo

in alto, un ritratto di takashi murakami (courtesy Fondation louis vuitton)

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uscire. Abbiamo percepito come fosse in atto uno scontro fortissimo: da un lato la violenza della natura; dall’altro l’impatto estremo dell’uomo e della tecnologia sulle nostre vite. In quest’opera c’è tutto questo e molto di più, con il riferimento anche a quelle migliaia di divinità che compongono la spiritualità giapponese, dove confluiscono influenze esterne e viceversa. Se potesse rivivere un’epoca, quale sceglierebbe? Sicuramente il periodo dell’Azuchi-Momoyama a Kyoto tra il 1573 e il 1603. Mi piacerebbe far parte dei pittori popolari dell’epoca, confrontarmi e anche competere con loro. Quale libro o autore ha maggiormente influenzato il modo con cui vede il mondo? Il libro che maggiormente mi ha segnato è il Manga Ahita no Joe (Tomorrow’s Joe). È la storia di un pugile che inizia la sua carriera in prigione nei match dietro le sbarre. Incontri che evidenziano il suo talento e che si susseguono uno via l’altro. Il protagonista, Joe Yabuki, alla fine si confronta con un pugile messicano in uno scontro mortale e muore accasciandosi nella cenere. Ero un bambino e questa storia mi ha toccato nel profondo, credo sia stata la prima

volta che mi sono commosso nella mia vita! Per quanto riguarda gli artisti, mi ha sempre molto incuriosito il modo in cui Horst Janssen coniugava il suo essere una persona complicata e problematica, un ubriacone con difficoltà a relazionarsi con l’universo femminile, alla creazione di pezzi d’arte. Nel corso della sua carriera è riuscito a dimostrare come il dialogo tra arte e moda non solo sia possibile ma anche molto efficace. Nel 2003 ha iniziato a collaborare con Louis Vuitton interpretandone l’iconico Monogram. Oggi, con l’arrivo al timone creativo di Virgil Abloh, potrebbero esserci nuovi sviluppi? Credo che la moda e l’arte contemporanea abbiano molto in comune, soprattutto oggi. La collaborazione tra loro è sempre di grande effetto e ha il grande pregio di raggiungere un pubblico vasto e trasversale. Con Virgil Abloh abbiamo lavorato spesso insieme sul fronte più strettamente artistico e non escluderei che con il suo arrivo in Vuitton si possa pensare a nuovi progetti...

in alto, da sinistra in senso orario, noa's arch, background in collaboration with madsaki (foto di claire dorn), l'opera the octopus eats its own leg esposta alla fondation louis vuitton di parigi e un dettaglio del monumentale affresco

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making of

club house by nicole bottini

Cent’anni di storia e di intelligenza delle mani. Chester rimanda al modello classico dell’Inghilterra edoardiana, a quei divani e a quelle poltrone che popolavano i club e le country house inglesi. La tecnica di imbottitura è nata nel XVII secolo e consiste nella creazione di una sequenza di cuscinetti imbottiti di crine vegetale, detti «capitons», a forma di losanghe o rombi. I segni particolari sono il plissé dei braccioli e la ricca lavorazione a capitonnée del manto, espressione del virtuosismo artigiano nella tappezzeria. E, ancora, molle biconiche in acciaio, imbottitura del sedile in crine gommato, schienale e braccioli in crine vegetale modellato a mano e cuscino della seduta in piuma d’oca. Chesterfield è anche la prima intuizione di Renzo Frau che, all’inizio del secolo scorso, ha scoperto e studiato il modello

durante i suoi viaggi a Londra: ne ha limato le proporzioni, asciugato i volumi, l’ha scomposto e ricomposto nei suoi elementi chiave per trasformarlo in un simbolo del virtuosismo della lavorazione della pelle. La prima ad apparire in catalogo è una poltrona. Poi è seguito il divano. Completa la famiglia la nuova serie Chester one, un omaggio alla borghesia contemporanea. Il segreto ancora una volta è un dettaglio: il bracciolo guadagna un «bottone», 15 nuovi centimetri di profondità per un maggior comfort di seduta e una nuova idea di eleganza d’uso al passo con i tempi. Un intreccio di gesti che vanno a imbastire quell’equilibrio di forza, precisione e misura che ne rende unica la realizzazione. «Cercasi tappezziere abilissimo: rivolgersi alla ditta Frau». È il 1912, l’avventura ha inizio.

52 ore di lavorazione / 20 mq di pelle/ 35 kg di faggio stagionato / 86 molle di acciaio / 35 metri di spago / 50 metri di cinghie / 32,5 kg di crine / 86 bottoni / 45 metri di cuciture / 225 metri di filo

dall’alto, il divano chester di poltrona frau e, sotto, alcuni momenti della produzione del modello iconico, risalente all’inizio del XX secolo

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must-have

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I videogiochi storici diventano guida per un nuovo modo di abitare. che parte da Mario Bros e Pac-Man per creare un mood inatteso. by cristiano vitali

DONKEY KONG / 1981

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SONIC / 1991

PENGO / 1986

TRON / 1982

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funny waves

Sinuosità, Creatività e avanguardia. iniala beach house, a phuket, strizza l’occhio alla sostenibilità e alla natura. ogni stanza è firmata da un designer diverso, da joseph walsh a cristopher jones testo angelo ruggeri

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Sopra, l’esterno di iniala beach house a phuket, con solarium e piscina. Nella pagina accanto, la Thai living room con pezzi di arte contemporanea realizzati dal designer Eggarat Wongcharit. In apertura, la living room dedicata al relax, con divani fluttuanti e tavolini in granito

I

l tramonto all’orizzonte si specchia nell’Oceano indiano. Tranquillità e relax diventano i compagni di viaggio. Qualche barca passa vicino alla linea che divide il mare dal cielo, ma non disturba l’acqua che giunge delicatamente a riva. Un paradiso terrestre, a tutti gli effetti. Tra il profumo di mare, l’ombra delle palme altissime e lo scroscio soft delle onde. È questo il posto esatto dove, nel dicembre 2013, è nata Iniala Beach house Phuket, la mega mansion che «ha conquistato» in poco meno di cinque anni la zona più bella della Phang Nga beach in Thailandia e che ora è in vendita da Richmont’s luxury real estate a più di 23 milioni di dollari. La costruzione, per nulla invasiva, è situata a circa 60 metri dal mare, in mattoni e vetro di più di 7 mila metri quadrati, circondata da quasi 5 mila metri quadri di spiaggia, vegetazione, qualche pescatore, qualche cocco orientale caduto a terra e qualche animale tropicale che ha imparato a dialogare con l’uomo. Il progetto, nato dalla mente di Mark Weingard, bancario divenuto filantropo, è stato definito come un «concetto per dare libero sfogo all’immaginazione, all’innovazione e all’ispirazione di famosi designer». Dieci creativi di livello mondiale, infatti,

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hanno ricevuto carta bianca per creare i diversi spazi della casa, in modo che siano fuori dal comune ma, allo stesso tempo, confortevoli. Il design della casa è ispirato senza dubbio all’Oriente, mixato a tocchi delicati di design contemporaneo, qualche citazione alle opere dell’archistar Zaha Hadid (soprattutto per la sinuosità del tetto e delle zone dedite al riposo notturno), qualche declinazione moderna delle Wunderkammer antiche, un’attitude spudoratamente anni 60 (che si rifà al periodo visionario e irresistibile della Space age), e una celebrazione dell’artigianato ligneo (per le sculture della relax room, nelle stanze interne della house). Non manca poi l’aspetto della sostenibilità e della cura di sé, molto caro agli abitanti della Thailandia e dei turisti che ogni anno visitano il paese per passione e per le vacanze. Uno storytelling, quindi, declinato in stanze, piscine e openspace, perfettamente immerso nella cultura locale, senza però dimenticare le tendenze occidentali di design e raffinatezza. Il salotto (denominato «Living room of the sea») presenta un pavimento completamente ricoperto da un patchwork di marmo proveniente dall’Europa, che si sposa nel migliore dei modi con la parete di fondo, completamente ricoperta da più

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sopra, la piscina della villa che affaccia direttamente sulla spiaggia. Di forma rettangolare, ha una pinna di balena in resina che spunta dall’acqua. nella pagina accanto, la suite del proprietario mark weingard, bancario diventato filantropo, progettata da Jaime Hayon, e una sala da bagno

di 3 mila piatti in ceramica bianca dipinti di blu, che si ispirano alle ceramiche del tempio di Wat Arun a Bangkok. Dalla sala centrale, attraverso un corridoio ampio e ben illuminato dalla luce solare, si raggiunge la «Pearl spa», completamente impreziosita da madreperla (su pareti, pavimento e soffitto), con tocchi in oro (vero) e bronzo per l’arredamento e la struttura dei lettini. Non può mancare, poi, il «Cinema of nature» completamente ricoperto di pelle di cocco, ovvero la stanza nella quale è possibile vedere film e tv videoproiettati su sofà Cipria, con maxi schermo da 160 pollici. Le camere da letto, invece, rappresentano senza dubbio il fulcro della mega mansion. Perché ogni stanza è stata firmata da un designer d’interni internazionale diverso. C’è quella realizzata da Jaime Hayon, che si affaccia sulla spiaggia luminosa e accogliente, con interni eleganti e dettagli fantasiosi come la porta e le lampade «clown»; quella firmata da Joseph Walsh con l’arredamento realizzato in frassino francese a eccezione dei tavoli, che sono stati scolpiti in granito, e il letto che è una scultura fluida e astratta, come un fiore che sta sbocciando. La stanza da letto Lotus flowers, invece, è stata disegnata da Eggarat Wongcharit e si ispira alla bellezza dell’ac-

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qua: decine di foglie di fiori di loto color bronzo adornano le pareti e il soffitto sopra il letto, mentre le opere d’arte nel bagno privato rappresentano il movimento e il mistero della vita acquatica. Mentre la bedroom Spectacular seashells, disegnata da A-Cero, presenta forme scultoree come conchiglie giganti che si aggrappano ai soffitti, oltre a opere d’arte indonesiane e sete thailandesi che completano l’arredamento. Non solo. Ai più piccoli sono dedicate le stanze da letto di Christopher Jones: un mondo pieno di case sugli alberi e grotte stile Isola che non c’è di Peter Pan, e ancora negozi di costumi e perfino un teatro multicolor, per rendere il tutto più funny e playful. Nel lato a sud, vi è poi la palestra con tanto di ring per allenarsi alla boxe, oltre a una vera e propria art & design gallery dove sono esposte opere esclusive per gli amanti del genere. A chiudere, in grande stile, tutti i dettagli unici della house, c’è la piscina che si affaccia sul mare. Di forma rettangolare, è impreziosita da una caratteristica divertente: una pinna di balena riproposta in resina, come se il gigante dei cetacei si fosse appena tuffato. Un salto dritto nel cuore del Mare delle Andamane e dell’Oceano indiano.

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home games sport-attitude e sense of humor entrano nel design piĂš audace. dove gli artigiani creano cavalli a dondolo da competizione e le poltrone diventano terreno fertile per i campionati di basket. da giocare in casa

di cristiano vitali

wall & decò

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Fair Play. Carta da parti in vinile o in tessuto non tessuto ispirata alla texture dei campi da gioco

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Secondome

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Rocker 02. Seduta a dondolo con struttura in laminato e sedili in pelle impunturata

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Poltronova

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Joe. Poltrona imbottita e rivestita in pelle a forma di guantone da baseball

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Kare

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Wall light peace. Applique a 13 luci con corpo in metallo piegato a simbolo della pace

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Campeggi

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Lazy basketball. Sedia con struttura in metallo e schienale in rete sintetica

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1992. Canestro da basketball con struttura in marmo e rete placcata in oro 24 carati

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dream team by cristiano vitali. artwork giorgio tentolini

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01 palazzetti. Ecofire Michelle, stufa installabile a filo muro con uscita fumi superiore; 02 armani casa. Noriko, lampada da tavolo Led rivestita in pelle e dettagli in ottone; 03 kenneth cobonpue. Kala, vasi con recipiente e sostegni ispirati agli uccelli trampolieri; 04 roche bobois. Flou, sospensione Led con strutture speculari disassate in alluminio; 05 moroso. Victoria and Albert, divanoscultura in poliuretano e piedi in acciaio; 06 mogg. Briscola, tappeto stampato con il retro di una carta da gioco; 07 erba italia. Virgola, poltrona imbottita con schienale asimmetrico e rivestimento in tessuto geometrico; 08 opinion ciatti. Gagà , credenza in mdf rivestito con una lamina di acciao inox lucido; 09 bang&olufsen. Beosound edge, diffusore wireless da pavimento limited edition

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01 smeg. Fab28rdmm3, frigorifero in edizione limitata per il 90° anniversario di Topolino; 02 doimo cucine. Aspen, cucina con telaio in alluminio 100% riciclabile e pannelli a scelta; 03 falmec. Dama, cappa aspirante a isola in acciaio verniciato con luce ambiente Led; 04 zanotta. Sacco, poltrone imbottite con polistirolo espanso ad alta resistenza; 05 flexform. Perseo, tavolo con gambe e piani marmo bianco di Carrara; o6 kitchenaid. Artisan misty blue, robot da cucina con ciotola in ceramica; o7 fratelli guzzini. Tidy&Store, contenitori in acrilico a forma di cassette di frutta di legno

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01 ronda design. Atik, tavolino in metallo verniciato con cassettino o vano a giorno dove riporre oggetti; 02 bolzan letti. Fair light, letto matrimoniale con struttura e testata imbottiti, sostegno in metallo verniciato; 03 molteni&c. Teorema, cassettiera con cassetti in legno di noce aggregabili in altezza; 04 verpan. Wire, lampada da tavolo con diffusore in plastica e corpo in tondino metallico; 05 cappellini. Riga, scrittoio in legno laccato opaco con puntali delle gambe e pomoli in alluminio; 06 vitra. Resting bear, orso-scultura rivestito in tessuto, da usare come oggetto decorativo

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01 verpan. Ball, sospensione con sfere cromate; 02 shake. Moon, specchio con struttura in legno e mezzaluna; 03 resident. Circus 250, sospensione composta da anelli Led in ottone da aggregare a piacere in bronzo chiaro; 04 antonio lupi. Albume fumĂŠ, lavabo a colonna con basamento in marmo di Carrara e bacino in resina; 05 arbi arredobagno. Clio, vasca da centro stanza in tekno opaco bianco e mineralguss lucido bianco; 06 Dr. Vranjes. Albero di Natale, fragranza ai muschi di sottobosco con note di cuore di pigne e pini balsamici; 07 ethimo. Smart, tavolino in metallo colorato

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storyteller

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ray of light by sara rezk

Ricerca, tecnologia ed esperienza sul campo sono alla base del rapido successo di Macropix. Un’azienda che sviluppa, produce e commercializza display a Led. Nata solo nel 2014, si nutre delle conoscenze e competenze nel settore acquisite in numerosi anni dai tre soci fondatori Luca Conti, Stefano Grasso e Francesco Punis. Aspetti, questi, che hanno permesso una rapida espansione sul mercato di questo comparto in tutto il mondo, e in settori che variano dalla moda allo sport, da musei e opere teatrali, illuminotecniche per grattacieli o grandi magazzini. Il segreto di questo successo è dato da diversi fattori. In primis la capacità di realizzare soluzioni innovative di qualunque forma geometrica, sia concava che convessa. Ma anche di offrire un servizio chiavi in mano, dalla consulenza sulla scelta del prodotto all’installazione, fino alla possibilità di un parere da parte del team interno di architetti. Tutto questo ha condotto Macropix a contare su un giro di affari che ruota intorno a 8-9 milioni di euro, in crescita, quest’anno, del 20%. Una progressione che meglio ha spiegato Punis, uno dei manager, in questa intervista. La società è nata nel 2014 e oggi conta più di 1.000 installazioni in giro per il mondo. Come avete raggiunto questo immediato successo?

I fondatori di Macropix, Luca, Stefano e io vantiamo, insieme, un’esperienza totale di quasi 60 anni. Personalmente lavoro in questo settore da 25 anni, e mi considero un pioniere in questo campo. Grazie al nostro background abbiamo avuto subito la possibilità di iniziare con collaborazioni importanti in Italia e all’estero. Macropix si distingue per la progettazione di complesse soluzioni tecnologiche, rivolte a diverse tipologie di progetti e settori. Quali sono le competenze e gli strumenti grazie ai quali questo è possibile? Le competenze giocano un ruolo importante, sviluppate in anni di esperienza con migliaia di progetti, e anche problemi, portati a termine con successo. Ma questo non basta. Infatti Macropix ha investito fortemente, fin da subito anche se con risorse limitate, in tecnologia e strumentazione. E oggi disponiamo di un laboratorio elettronico estremamente attrezzato per analisi e lavorazioni. Abbiamo strumentazione specifica e all’avanguardia per l’analisi ottica e colorimetrica, telecamere per analisi termiche, strumenti di ultima generazione per le verifiche elettriche e di sicurezza. E infine vantiamo una collaborazione con il più importante ente di analisi e certificazione a livello mondiale.

in alto, un ritratto di francesco punis e l’installazione PROSPETTIVE_PERSPECTIVES di macropix sal fuorisalone 2018

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Qual è la soluzione che realizzate e che più di altre vi pone in prima linea nel settore? Prestiamo sicuramente una forte attenzione ai dettagli. Questa è la caratteristica ci permette di lavorare molto laddove questa richiesta risulta fondamentale. Nello specifico possiamo dire di essere in prima linea nel settore retail e per ciò che riguarda molte installazioni in ambito architetturale e di design. E il vostro prodotto più richiesto? Non si può dire che ce ne sia uno più richiesto. In questo momento, però, stiamo avendo un ottimo risultato con i prodotti ad altissima risoluzione. In che modo riuscite a rispondere alle singole richieste ed esigenze dei clienti? In due modi: time to market e professionalità. Un grosso problema nella reperibilità del nostro prodotto sta nei tempi di consegna, ma la nostra organizzazione ci permette comunque di installare in tempi brevissimi. L’altro vantaggio è la grande professionalità del nostro team commerciale, che vanta una competenza estremamente tecnica. Avete intrapreso nel tempo diverse collaborazioni con studi di architettura e design. Come quella con dArk… La collaborazione è nata quasi per caso. Lo Studio dArk si è occupato della progettazione dei nostri nuovi uffici a San Donato milanese. Fin da subito sono nati un’amicizia e un profondo sentimento di stima. Ho riscontrato una predisposizione all’integrazione architettonica delle tecnologie a Led veramente inusuale, e il risultato è ben visibile nella nostra nuova sede. Grazie all’entusiasmo degli architetti Russo e Ricci abbiamo deciso di partecipare alla Design week di Milano presso la prestigiosa cornice di SuperStudio. Il percorso è stato altamente formativo, non tanto per la progettazione in sé, ma per l’applicazione dei nostri prodotti che fino al giorno prima erano strumenti di visualizzazione, e dopo, vere e proprie opere d’arte. Quali sono i servizi aggiuntivi che potete offrire ai vostri clienti? Offriamo un servizio chiavi in mano, dalla consulenza iniziale sulla scelta del prodotto fino all’installazione finale, occupandoci di tutte le fasi intermedie, inclusa la realizzazione e la gestione del display. Non ultimo, offriamo anche la consulenza da parte dei nostri architetti. In che modo fate ricerca per progredire in termini di tecnologia? Abbiamo un dipartimento dedicato a ricerca e sviluppo, sia hardware che software. Proprio in questi giorni stiamo rilasciando la release di un’elettronica di controllo estremamente innovativa, orgogliosamente totally-made-in-Italy. Inoltre, abbiamo brevettato di recente una nuova tecnologia che rivoluzionerà il mondo dei display outdoor. Siete attenti al tema della sostenibilità, e se sì, in che modo? Assolutamente sì. Il nostro brevetto internazionale è rivolto proprio a questa tematica. Il nuovo prodotto, infatti, avrà un consumo inferiore al 30% rispetto un prodotto tradizionale. Nuovi progetti, collaborazioni o eventi in cantiere? Stiamo lavorando a un importante stadio Uefa in Europa e uno in Medio Oriente, dove ora stiamo realizzando anche alcuni progetti in due centri commerciali, attualmente in costruzione. Su che giro d’affari può contare oggi l’azienda? Abbiamo avuto un ritmo di crescita esponenziale. Quest’anno prevediamo di crescere ancora di un 20% assestandoci su un giro d’affari di 8-9 milioni di euro.

nelle foto, alcuni ledwall flessibili per superfici curve di macropix

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Rs Piscine, il lusso progettato su misura

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n vent’anni di attività, RS Piscine, azienda fondata a Caltanissetta da Raffaele Spinelli e oggi guidata dal figlio Daniele, ha realizzato centinaia di piscine in ogni parte della Sicilia. A Palermo, in provincia di Catania e Messina, e tante altre ancora nelle isole minori, da Pantelleria a Lipari. Piscine da interno e da esterno. Piscine interrate e fuori terra. Piscine in acciaio, in cemento armato, in polistirolo, in polipropilene. Piscine scenografiche e piscine biodesign. Pareti in cristallo, bordi a sfioro, materiali con trasparenze, mosaici e marmi, parquet, illuminazione led, scale d’ingresso, fontane e sistemi audio subacquei…, senza limiti alla creatività e alle finiture di lusso. Perché il motto dell’azienda è: «Per noi non si tratta di realizzare un progetto, ma un sogno». E la parola chiave, infatti, è: personalizzazione. Ogni progetto di Rs Piscine è unico, creato su misura per adattarsi al cliente e al contesto, per entrare in armonia con l’ambiente. Design, funzionalità e qualità sono i tre elementi su cui si basa ogni opera, perché la piscina è un comple-

mento d’arredo che deve dare valore alla casa e completare l’equilibrio degli spazi. Per questo Rs Piscine non si limita a realizzare piscine e angoli per il benessere dotati di saune e docce emozionali, ma si occupa anche dell’arredamento dello spazio che circonda la piscina: pavimentazioni più o meno complesse, zone d’ombra, tettoie in legno e autocover, installazioni di impianti di illuminazione, lettini, gazebi e aree relax. E per ottenere il massimo risultato, l’azienda si avvale di una rete di collaboratori, professionisti specializzati in progettazione, ingegneria, architettura, giardinaggio, design paesaggistico e arredamento, che entrano in gioco secondo le necessità. Non solo: la personalizzazione e la cura del dettaglio, proseguono anche dopo la realizzazione dell’opera, con un servizio di assistenza post vendita puntato molto sulla cura del cliente con nuove soluzioni hi-tech per la manutenzione.

Focus MFL Rs Piscine 2.indd 1

Rs Piscine ha anche creato un’app per monitorare la piscina a distanza. Il sistema permette di controllare dallo smartphone (o da un tablet) la temperatura dell’acqua, l’illuminazione, gli effetti scenografici, la filtrazione e la disinfezione. In questo modo la piscina è sempre in uno stato ottimale ed è anche possibile ridurre i consumi energetici mentre l’illuminazione a led garantisce la massima resa di giochi di luci e colori. L’utilizzo delle nuove tecnologie digitali si spinge fino al 3D, per ricreare in fase di progettazione gli ambienti nei quali sarà installata la piscina e i materiali di rivestimento. In modo che il cliente non viva solo la soddisfazione al momento della consegna finale, ma che sia coinvolto in tutto il processo di realizzazione e messa in opera. Ma quali sono le richieste dei clienti? «In questi anni la domanda è cambiata», dice Daniele Spinelli,

«adesso vendiamo molte più piscine con rivestimenti interni ispirati alla natura, che ricordano la sabbia o la pietra, soluzioni estetiche ritenute improponibili fino a pochi anni or sono». I colori più chiari permettono per esempio di ottenere acque cristalline, luminose e fresche. L’antracite, il nero e il bianco sono al momento i colori più richiesti e rappresentano un perfetto mix tra lusso e stile.

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Redazione Chiara Bottoni (caposervizio, cbottoni@class.it) Tommaso Palazzi (caposervizio, tpalazzi@class.it) Cristina Cimato (ccimato@class.it)

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Direttore Stefano Roncato (sroncato@class.it)

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Presidente Giorgio Luigi Guatri Vice Presidente e Amministratore Delegato Paolo Panerai Amministratore Delegato Paolo Cuccia Consiglieri Delegati Gabriele Capolino, Angelo Sajeva Consigliere (Chief Luxury Coordinator) Mariangela Bonatto Concessionaria Pubblicità Class Pubblicità spa Direzione Generale: Milano, via Burigozzo 8 - tel. 02 58219522 Sede legale e amministrativa: Milano, via Burigozzo 5 - tel. 02 58219.1 Sede di Roma: via Cristoforo Colombo 456 - tel. 06 69760887 - fax 06 59465500 Presidente, Angelo Sajeva Vice Presidenti, Mariangela Bonatto, Andrea Salvati, Gianalberto Zapponini Vice Direttore Generale Stampa e Web, Business, Stefano Maggini Vice Direttore Generale TV e TelesiaTv, Consumer, Giovanni Russo Per Informazioni Commerciali: mprestileo@class.it Class Editori spa Direzione e Redazione 20122 Milano, via Burigozzo 5 - tel. 02 58219.1 - fax 02 58317429 Amministrazione e abbonamenti: 20122 Milano, via Burigozzo 5 tel. 02 58219285 - 02 5821929 - fax 02 58317622 Registrazione al Tribunale di Milano n. 210 del 19/4/86 Distribuzione Italia: Erinne srl - via Burigozzo 5, 20122 Milano - tel. 02 58219.1 Responsabile Dati Personali Class Editori spa, via Burigozzo 5, 20122 Milano Stampa: Arti Grafiche Bi.Ci.Di. srl, Via S. Felice 37 d, 16138 Genova Supplemento a MF - Spedizione in a.p. 45%, articolo 2, comma 20/b, legge 662/96 - Filiale di Milano Registrazione Tribunale di Milano n. 266 del 14/4/89 Direttore responsabile Paolo Panerai

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IL SEGRETO È NEL TELAIO l’esclusivo design dei profili permette l’integrazione totale nella parete.

EFFETTO FILOMURO TOTALE soluzioni per chiudi-vano e battiscopa filomuro. C’è posto anche per i led.


MFL Living S fitted 12 18.indd 1

04/12/18 15.32

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