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Magazine For Fashion

n. 89. febbraio 2018. Solo in abbinamento con MF/Mercati Finanziari - IT Euro 5,00 (3,00 + 2,00) trimestrale

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Supplemento al numero odierno di MF/Mercati Finanziari. Spedizione in abbonamento postale L. 46/2004 art. 1 C. 1 DCB Milano

Francesco Risso con modelli vestiti Marni. Foto Valerio Mezzanotti / Toggle(Off) Visionary Geeks

the wowness francesco risso @ marni

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MFf w w w. m f f a s h i o n . c o m

Magazine For Fashion

Supplemento al numero odierno di MF/Mercati Finanziari. Spedizione in abbonamento postale L. 46/2004 art. 1 C. 1 DCB Milano

n. 89. febbraio 2018. Solo in abbinamento con MF/Mercati Finanziari - IT Euro 5,00 (3,00 + 2,00) trimestrale

international edition

Humberto Leon e Carol Lim con modelli vestiti Kenzo. Foto Valerio Mezzanotti / Toggle(Off) Visionary Geeks

the wowness Humberto Leon e Carol Lim @ kenzo

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Pet Shop Boys

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Fendi

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Lemaire

Cerruti 1881

Valentino

Tourne de transmission

Hunting world

Cottweiler

Versace

Ermenegildo Zegna couture

Msgm x Eastpak

N°21 Represent

Christopher Raeburn Craig Green

Études

Off-white c/o Virgil Abloh

Bobby Abley

openview

the wowness by STEFANO RONCATO

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Fun. Divertimento. Ironia. Come un accessorio che migra sul corpo, mixando funzionalità e spirito playful. Perché la moda ha voglia di tornare a sorridere e lo fa partendo dall’uomo, emblema storicamente più solido e intoccabile con il suo guardaroba che sembra essere rimasto immutato da tempo. Ma la rivoluzione è partita proprio dal menswear, le barriere ufficialmente cadute. Come racconta il nuovo numero di MFF-Magazine For Fashion. Che ha voluto tracciare questa evoluzione con alcuni dei protagonisti di questo momento reloaded, protagonisti delle storie di copertina. Partendo da Francesco Risso, nuova mente creativa di Marni. Un marchio dall’anima dadaista, incline a una visione naïf, con una prospettiva nuova, guardata come dagli occhi di un uomo-bambino che compie un viaggio nel mondo. Una traversata che porta sul lido di Kenzo, in quel mondo immaginato da Humberto Leon e Carol Lim, pronti a trasformare il concetto di sfilata in un happening creativo. Lo show è diventato un set dove si gira un film live che ripercorre un Asian drama tutto a base di humour. E quel tocco d’ironia sembra essere anche la chiave di un altro fashion moment di stagione, quel colpo di fulmine tra Silvia Venturini Fendi e il misterioso artista digitale Hey Reilly, che ha collaborato con la maison del gruppo Lvmh portando una ventata di fake art, trasformando il falso in vero, chiudendo un cerchio. Due talenti che si sono raccontati in una chiave speciale. Un’intervista doppia. Doppia come il brand della doppia F. Fendi. Fun.

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openview Stefano Roncato

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cottweiler. Matthew Dainty e Ben Cottrell Angelo Ruggeri

28 e 29 facecool Angelo Ruggeri

40 m1992. dorian stefano tarantini Cristina Cimato

30 e 31 Moodboard Ludovica Tofanelli

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hugo boss. Ingo Wilts Ludovica Tofanelli

32 e 33 cultwalk Ludovica Tofanelli

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craig green Angelo Ruggeri

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family business Marco Martello

46

damir doma Sara Rezk

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Sies Marjan. Sander Lak Ludovica Tofanelli

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buyers picks Elisabetta Campana, Marco Martello e Angelo Ruggeri

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un momento della sfilata di raf simons fall-winter 2018/19

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quick chat Angelo Ruggeri

54 e 55 models Angelo Ruggeri 56 a-venue Marco Martello 58 e 59 Accessor-hype Angelo Ruggeri 60 e 61 seasonal tips Sara Rezk 62 a 69

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francesco risso @ marni Stefano Roncato. Foto Valerio Mezzanotti

70 a 77 HUMBERTO LEON E CAROL LIM @ kenzo Stefano Roncato. Foto Valerio Mezzanotti 78 a 83

IL FINALE DELLO SHOW BOTTEGA VENETA fall-winter 2018/19

hey reilly e silvia venturini fendi Stefano Roncato. Foto Paolo Fichera e Daniele La Malfa

84 e 85 l'homme couture Chiara Bottoni 86 a 95 the best prada alexander mcqueen louis vuitton dolce&gabbana versace VALENTINO

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un momento dell'installazione dandy detour firmata etro

in covers

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Francesco Risso con modelli in Marni

Humberto Leon e Carol Lim con modelli vestiti Kenzo

Servizi: stefano roncato Foto: Valerio Mezzanotti / Toggle(Off) Visionary Geeks

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PEOPLE

facecool

Un racconto in dieci tappe tra arte e moda, musica e design. Alla ricerca di personaggi che stanno riscrivendo il concetto di creatività. Talenti con un cool factor da scoprire. By Angelo Ruggeri

MICHELE CANZIANI E STEFANO GHIDOTTI WORK: FOUNDER & DESIGNER / FOR: M140 / WHERE: MILAN M140 è l'abbreviazione di Milano 140 e prende il nome dall’indirizzo del primo atelier. Il brand nasce nel 2016 dalla volontà di Michele Canziani e di Stefano Ghidotti di recuperare il classico maschile e riproporlo con una nuova visione. Un percorso che porta a valorizzare le proprie radici combinandole con influenze legate al mondo dell’arte e dell’architettura per leggere la ricerca sartoriale in chiave contemporanea. Il marchio sostiene il concetto di classico, inteso non solo come ricerca nelle forme ma anche come approccio tradizionale con cui ciascun capo è confezionato, per poi stravolgerlo e ritrovare un nuovo equilibrio.

Playboi Carti WORK: RAPPER & MODEL / FOR: HIMSELF / WHERE: USA Jordan Terrell Carter, in arte Playboi Carti, è un rapper e modello americano. Il mixtape omonimo, con il quale ha fatto il suo debutto commerciale, è stato pubblicato il 14 aprile 2017 da Interscope records e dall’etichetta di A$AP Rocky AWGE records. Fra i tre single Lookin, Wokeuplikethis* e Magnolia è quest’ultimo a essere arrivato al numero 29 della classifica musicale US Billboard hot 100. Il rapper, che non è nuovo al mondo della moda, ha collaborato con il marchio italiano Palm angels, realizzando una capsule collection svelata a New York con un evento ad hoc e battezzata Palm angels Die Punk.

VIKI GÓMEZ WORK: BMX FREESTYLE RIDER / FOR: HIMSELF / WHERE: MADRID Durante lo show co-ed per l’autunno-inverno 2018/19 di Marcelo Burlon County of Milan, si è esibito al centro della sala con la sua Bmx con salti a 360 gradi, rotazioni e virate. Viki Gómez è uno dei freestyle rider più famosi al mondo. E più premiati di sempre. Classe 1981 è stato tre volte campione del mondo (nel 2010, 2015 e 2016) al Bfwc-Bmx flatland world championship e due volte Vice world champion nel 2017 e nel 2014 in Giappone. Oltre allo sport agonistico, Gómez si dedica anche alla beneficenza, visitando villaggi in Africa e trasmettendo ai bambini più bisognosi la sua passione per le Bmx.

GEORGE E MICHAEL HEATON WORK: FOUNDER & DESIGNER / FOR: REPRESENT/ WHERE: UNITED KINGDOM Due fratelli, con un’idea creativa ben precisa in mente. Tra sportswear e streetwear deluxe. Nel 2012 la realizzano, fondando il marchio britannico di menswear Represent. Le loro collezioni sono declinate in capispalla, maglie e felpe, prodotti nel Regno Unito e in denim, calzature e accessori in pelle, realizzati completamente in Italia. Oggi il brand, che per la prima volta, lo scorso gennaio, ha sfilato durante Milano moda uomo, è distribuito in più di 150 negozi, tra multimarca e department store, come Selfridges, Luisaviaroma, Yoox, Lessons e Hbx in Cina.

SÉBASTIEN JONDEAU WORK: MODEL & DESIGNER / FOR: KARL LAGERFELD / WHERE: PARIS Ex boxer professionista. Da più di 12 anni è l’assistente personale (e guardia del corpo) di Karl Lagerfeld, che lo ha fatto diventare prima modello per Chanel e Dom Pérignon e, oggi, anche designer. La collezione esclusiva Karl Lagerfeld curated by Sébastien Jondeau, presentata a Pitti immagine uomo 93 lo scorso gennaio, si ispira proprio al guardaroba di Jondeau, tra eleganza e mondanità. Ed è declinata in capi ispirati alla motocross, tra cui bomber e giacche anni 80, pantaloni, maglie e camicie. Oltre ad abiti a tre pezzi, cappotti e una vasta gamma di accessori, tra cui borse e scarpe. Per l’uomo contemporaneo.

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TAKAHIRO MIYASHITA WORK: DESIGNER / FOR: THESOLOIST / WHERE: TOKYO Nato a Tokyo nel 1973, da autodidatta Miyashita ha iniziato il suo percorso nella moda decostruendo e successivamente ricostruendo gli abiti. Dopo aver collaborato come designer per il negozio di Tokyo Nepenthes ad Harajuku, ha lanciato la sua prima collezione Number (N)ine, nel 1996. Nel 2003, a Parigi, ha prensentato per la prima volta il suo menswear con ampio successo. Le sue creazioni mixano influenze provenienti dalla cultura giovanile americana, la musica rock e i film di Gus Van Sant. Nel 2010 ha fondato il marchio TheSoloist, che ha sfilato, come special guest, a Pitti immagine uomo 93 lo scorso gennaio.

SFERA EBBASTA WORK: RAPPER / FOR: HIMSELF / WHERE: MILAN Il suo ultimo disco Rockstar, pubblicato il 19 gennaio scorso, ha ottenuto oltre 8 milioni di play nel mondo in 24 ore, frantumando ogni tipo di record in Italia. Gionata Boschetti, in arte Sfera Ebbasta, ha iniziato la propria attività musicale caricando video su Youtube tra il 2011 e il 2012, senza riscuotere molto successo. In questo periodo ha conosciuto il produttore Charlie Charles e ha formato il collettivo Billion headz money gang, meglio conosciuto con l'acronimo Bhmg. Il vero successo è arrivato nel settembre 2016 con il suo primo album da solista, che lo ha trasformato in una vera e propria icona. Anche di stile.

tinie tempah WORK: RAPPER & DESIGNER / FOR: WHAT WE WEAR / WHERE: LONDON Patrick Chukwuemeka Okogwu jr., meglio conosciuto come Tinie Tempah, è un rapper e blogger britannico di origini nigeriane. Nel 2006 ha ottenuto popolarità grazie al canale televisivo britannico Channel U, che ha trasmesso i suoi brani Wifey riddim e Perfect girl, in collaborazione con gli artisti Agent X e Ultra. Grazie alla sua passione per la moda, ha fondato il marchio di streetstyle deluxe What we wear, protagonista indiscusso della London fashion week men’s. Così apprezzato che, recentemente, la stampa internazionale di settore l’ha definito il «Kanye West britannico».

CARLO VOLPI WORK: DESIGNER / FOR: PUBLIC CODE / WHERE: LONDON Una storia d’amore con la maglieria che dura da una vita. Carlo Volpi, toscano che vive a Londra dal 1998, ha lanciato il suo knitwear brand nel 2014. La passione per l’arte, il colore e le tecniche artigianali sono trasposti con una vena di humour su capi unisex esclusivi, realizzati con filati pregiati delle migliori realtà italiane. I suoi lavori sono caratterizzati da colori forti e scontri di pattern eclettici. Con la collezione autunno-inverno 2018/19, ha lanciato il nuovo marchio Public Code: 28 pezzi di maglieria, rigorosamente made in Italy, impreziositi da filati tradizionali come la lana d’agnello o la lana merino.

WHAT FRAN WORE WORK: FOUNDER / FOR: @WHATFRANWORE / WHERE: ATLANTA Il telefilm La tata del 1993 è stata forse una delle sit-com americane più seguite di sempre. E lo è ancora oggi, grazie al restyling delle 150 puntate. Una fan, affascinata dai look eclettici, multicolor e ironici di Fran Drescher, nei panni di tata Francesca Cacace, ha pensato bene di proporli su Instagram, postandoli sul profilo @WhatFranWore, dopo aver associato il marchio corretto al look. Dagli abiti iconici di Jean-Paul Gaultier a quelli divertenti di Moschino, passando dai look di Todd Oldham, Betsey Johnson e Hervé Léger. Ed è stato subito successo: più di 220 mila follower, tra i quali anche la stessa attrice protagonista.

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backstage

MOODBOARD

Donatella Versace rilegge il menswear della maison con l’homewear. crea una collezione bold, graffiante E scopre un lusso ribelle. By Ludovica Tofanelli

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Home feelings. Seguendo il fil rouge di un lusso ribelle, Versace apre le porte della sua casa, portando le interpretazioni homewear nel ready-to-wear. Una composizione visual di elementi che appartengono allo spazio domestico e che trovano nuova veste nel menswear. Diventando trame, motivi, silhouette. A guidare Donatella Versace nella collezione uomo per la fall-winter 2018/19, che ha sfilato accompagnata da look femminili, è l’idea di legare l’abbigliamento all’estetica home della Medusa. «Tutto è nato dalle richieste dei rapper. Erano loro a domandarmi accappatoi, oggetti per la casa... Questo mi ha fatto venire in mente l’idea di costruire una collezione collegata a doppio filo al mondo di Versace home», ha spiegato la stilista in occasione dello show. Con un unico vero intento: go big and go home. È questo il leitmotiv della passerella, dietro al quale si cela una collezione bold e graffiante. Tratti baroccheggianti, profili animalier, patchwork di tartan. Elementi ripresi dal riconoscibile immaginario della linea dedicata

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alla casa di Versace, rivisti per comporre i lussuosi capi della griffe. Tasselli che si rincorrono nel mood ispirazionale, inseriti a mosaico assieme a personalità e immagini storiche della maison. Tornano gli scatti d’archivio in un anno di celebrazioni, visto che il 2018 segna i 40 anni del marchio, sempre più vicino al ricordo di Gianni Versace. «Dopo la sfilata della donna, in questi mesi, ho trovato molto affetto da parte delle persone. Ho trovato molto affetto per questa azienda, per la Versace, per la sua storia. Gianni è sempre nei miei pensieri ed essere riuscita a fare qualcosa per rendergli omaggio che sia stato realmente apprezzato mi ha fatto molto piacere», aveva aggiunto la designer, raccontando oggi il

lato più Versace di Versace. E portando la maison nella maison. Tra le stampe impresse nell’immaginario collettivo tornano Amore e Psiche, come anche Sipario, protagoniste visive dei motivi caratterizzanti. Lo stile home è reinterpretato in versione anarchica, così le forchette si trasformano in bracciali, i bottoni dei divani compaiono su pelli e velluti. E ancora le cover del telefono prendono la forma dei cuscini, gli accappatoi diventano i nuovi capispalla e i drappeggi compongono anche gli accessori. La chiave è quella dell’intimità, della dimensione personale, dove emerge la vera identità. Perché in realtà la casa è proprio quel luogo dove non esistono regole.

sopra, il moodboard della sfilata di versace fall-winter 2018/19

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FASHION MOVES

Cultwalk

foto CRAIG MCDEAN

Cambi di direzione creativa, trasferte verso nuove fashion week e debutti co-ed. Ecco le novità da segnare in agenda che animeranno le passerelle autunno-inverno 2018/19. BY LUDOVICA TOFANELLI

Paul Andrew @ Salvatore Ferragamo Il womenswear di Salvatore Ferragamo passa nelle mani di Paul Andrew. Dopo esser stato chiamato per disegnare le calzature, lo stilista inglese ha assunto anche il ruolo di creative director per le linee femminili. La sua prima collezione di abbigliamento sfilerà assieme al menswear disegnato da Guillaume Meilland, sancendo così il debutto co-ed della maison fiorentina.

Arthur Arbesser @ Fay Tommy Hilfiger goes to Milan Il tour mondiale di #Tommynow fa ora tappa a Milano. Dopo aver conquistato palcoscenici come New York, Los Angeles e Londra, Tommy Hilfiger porta la sua collezione see-now buy-now sulle passerelle italiane. I look spring-summer 2018 saranno immediatamente disponibili per l’acquisto in oltre 70 paesi e saranno accompagnati dai prodotti della capsule collection TommyxGigi, realizzata in tandem con la super model Gigi Hadid.

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«Fay è un brand con identità, classe e storia. Sono sicuro che sarà l’inizio di un nuovo e interessante percorso per me e per il marchio», ha spiegato Arthur Arbesser in occasione della nomina a creative director di Fay. Il giovane stilista viennese, pronto a debuttare in occasione di Milano moda donna, ha fondato la sua etichetta omonima nel 2013 ed è stato direttore creativo del womenswear di Iceberg dal 2015 al 2016.

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foto Johnny Dufort

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Roberto Cavalli turns co-ed

Balenciaga turns co-ed

Anche per Roberto Cavalli arriva la prima sfilata in versione co-ed, ma solo per una stagione. Sulle passerelle di Milano, il direttore creativo Paul Surridge porterà la sua proposta femminile assieme alla prima collezione uomo da lui disegnata. Dalla primaveraestate 2019, però, la griffe tornerà al doppio show e sarà presente anche a Milano moda uomo.

Alle maison del gruppo Kering che hanno deciso di adottare la formula co-ed si aggiunge Balenciaga. Oltre a Gucci e Bottega Veneta, anche la griffe guidata dal direttore creativo Demna Gvasalia porterà le collezioni womenswear e menswear sullo stesso catwalk, dopo aver presentato a gennaio la prima pre-collezione maschile. L’appuntamento è sulle passerelle di Parigi.

Casey Cadwallader @ Mugler Sarà lo stilista americano Casey Cadwallader a disegnare le nuove silhouette di Mugler. Il creativo, chiamato in qualità di artistic director del marchio del gruppo Clarins, arriva da Acne Studios e vanta esperienze di head of womenswear anche da Loewe e Narciso Rodriguez. Il suo debutto è in agenda durante la fashion week parigina.

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Family BUSINESS

Q&A with Delfina Delettrez and Nico Vascellari

Una sorta di atavica e telepatica complicità. Questa, la vera forza di un incontro sentimentale duraturo. Lei proviene della quarta generazione Fendi. Lui, dalla scuola creativa dell'artista serba Marina Abramovic. Pronti ad accogliere due gemelli, Delfina Delettrez, jewellery designer, e Nico Vascellari, art & music performer, si raccontano in questa intervista a MFF-Magazine For Fashion, svelando progetti tanto personali quanto professionali, a partire dall'imminente personale dell'influente artista veneto che sarà ospitata al museo Maxxi di Roma. Se dovesse indicare una canzone che le parla dell’altro, quale sceglierebbe? Delfina: Il suono tanto epico quanto romantico della musica black metal, che mi regala visioni di paesaggi sconosciuti, cavalcate in tempo di guerra, un caos molto creativo e mai distruttivo. Nico: Sicuramente, i Notturni di Chopin. Quieti come il suo carattere, ma frammentati da continui stimoli e sorprese come la sua natura curiosa. Qual è la chiave del vostro successo nella vita lavorativa? D: Ognuno ha una formula e un metodo a lui propri. La chiave? Essere fedeli, sempre fedeli alle proprie concezioni, rischiando a volte di non essere compresi. Non cercare scorciatoie, non accettare mai compromessi e avere una sana e costante insoddisfazione, che spinge a cercare nuove sfide, a fare sempre di più. N: Preferisco imputare questa insoddisfazione alla mia pessima memoria, che mi proibisce di ricordare che tutto quello che ho non è altro se non quello che ho sempre desiderato. In ogni caso, mi rallegra pensare che le mie fantasie prevalgano sulla mia ambizione. Un pregio dell’altro? D: Il saper coniugare a una sottile ironia la profondità dei suoi pensieri. N: L’eleganza innata e la ricerca costante, assidua e personale del bello in ogni dove, in qualsiasi cosa la circondi. E un difetto? D: Se lo è inghiottito la «o» di «amore»! 

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N: Il peso dei suoi bagagli, quando viaggiamo. Cosa vi lega e cosa vi separa? D: Ci unisce la forte consapevolezza di voler stare insieme per la vita intera, ma spesso ci separano i tanti viaggi.  N: Ci lega un’alchimia spesso manifestata tramite una sorta di atavica e telepatica complicità e, del resto, credo stia nella sua grande profondità la ragione per la quale anche i continui viaggi ci hanno sempre e solo fisicamente separato. Qual è la sua ossessione, un pensiero ricorrente? D: Da sempre, la paura della morte mi ossessiona, affascina e impaurisce, con ansia e nichilismo, ma anche curiosità e speranza. Il modo in cui si pensa alla morte è un termometro del proprio benessere, più si è felici e più la si teme. Adesso, ne sono terrorizzata. N: Le mie ossessioni trovano manifestazione nel mio lavoro. È indubbio che io sia affascinato e incuriosito dalla morte, ma è anche vero che, come mi è dato sapere, quando faccio oscillare una lampadina, sposto tanto un’ombra quanto una luce. E un portafortuna che vi ricordi l’uno dell’altro? D: Una ciocca dei suoi capelli! N: Un cristallo di rocca, con il quale Delfina ha sperimentato, su di me, una terapia che ha inventato per la cura di una febbre alta. Non la consiglio a nessuno, benché io sia guarito prontamente e adesso quel cristallo viaggi sempre con me. Nel futuro, come si vede? D: Nel futuro prossimo, mi vedo alla guida maldestra di un ingombrante passeggino gemellare. In un futuro più lontano, consapevole che la sola e unica verità non è altro se non l'amore, da nutrire e difendere. N: Ho sempre sentito e pensato al mio lavoro come a una guerra. Affronterò la mia imminente personale al museo Maxxi di Roma da padre di due gemelli, con la convinzione di avere nuove forze alleate. Marco Martello

da sinistra, Delfina Delettrez e Nico Vascellari. Foto Ralph Mecke per Achtung Mode 2016

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36 | MFF-Magazine For Fashion

Sies Marjan

Sander Lak. interview by ludovica tofanelli La sua signature sono i colori. Un uso tanto delicato quanto accurato degli strumenti cromatici. Dopo il debutto nel 2016, lo stilista Sander Lak ha continuato a costruire l’immaginario soft e vibrante della sua label Sies Marjan. Al womenswear è presto seguito il menswear, lanciato con la spring-summer 2018 grazie a una campagna che ha visto come protagonista d’eccezione Isabella Rossellini, assieme al figlio Roberto e a modelle come Sasha Pivovarova e Lexi Boling. Con la fall-winter 2018/19, salita in passerella durante la New York fashion week, anche la collezione maschile ha compiuto i primi passi, sfilando assieme ai look femminili ed esplorando un lato più oscuro e romantico della sua visione estetica. Anche se il suo sogno era quello di diventare regista, fino a quando non ha scoperto il fascino della moda. Quando ha deciso di diventare uno stilista? Non ho mai realmente voluto diventare un fashion designer da giovane. Ero ossessionato dai film e volevo fare il regista. Quando da teenager sono stato rifiutato dalla film school, perché troppo giovane, ho trovato la mia strada nella scuola d’arte e sono rimasto affascinato dalla moda. Quando ho iniziato a studiare moda non avevo mai usato una macchina da cucire né realizzato vestiti. Ero però intrigato dal linguaggio creato all’inizio degli anni 2000 da designer come Helmut Lang, Hedi Slimane, Raf Simons e Dolce&Gabbana. Qual è il messaggio che vuole trasmettere con Sies Marjan? Voglio che Sies Marjan abbia i piedi per terra e non sia solo un brand astratto. Questo è uno degli aspetti, ma le persone devono sentirsi a proprio agio quando si vestono... Così che siano loro a indossare i capi e non altre cose intorno! Voglio davvero tradurre l’abbigliamento in linguaggi differenti, attraendo tutti i tipi di persone. Ha da poco lanciato il menswear... Qual è la sua idea della moda maschile? Mi sono formato come menswear designer, ho studiato e mi sono laureato nell’abbigliamento

maschile, quindi mi viene molto naturale. Quando disegno per l’uomo penso molto al mio stesso guardaroba. Cerco di approcciare il womenswear allo stesso modo. Molti pezzi sono fluidi e possono essere indossati da entrambi i generi. Che collezione ha portato sulle passerelle di New York per il prossimo inverno? Assieme alla collezione donna ha sfilato anche qualche look uomo. È un po’ più moody rispetto alle precedenti, leggermente più dark e più orientata al romantico. Quella estiva era leggera e ariosa con colori pastello, questa è l’altro lato della stessa medaglia. Ci sono alcune tecniche couture per il plissé soleil e i fiori tessuti, ma realizzati senza senza l’autorità che l’alta moda a volte richiede. I capi sono anche molto caratterizzati da leggerezza, colori e riflessi. Ha avuto un mentore? Ho avuto la fortuna di lavorare con tanti grandi talenti. Chi per me ha davvero rappresentato la figura del mentore è Louise Wilson, la mia professoressa alla Central Saint Martins. Mi ha insegnato a essere elastico e ad attenermi al mio istinto. Chi sono gli stilisti che ammira di più? Ce ne sono molti. Raf Simons, Versace, Comme des garçons, Prada, la nuova Marni, Rick Owens… Mi piace ciò che sta facendo Wales Bonner e anche il lavoro di Faustine Steinmetz. Qual è il suo più grande sogno? Una mentalità più aperta nella nostra cultura. Sono spaventato dal fatto che ci stiamo chiudendo molto in questo momento e vorrei che fossimo più rispettosi delle nostre differenze. E la più grande paura? Che Trump diventi la norma… Quali sono i suoi prossimi passi? Il 2018 sarà un anno eccitante per Sies Marjan. Aspettate e vedrete!

in alto, un ritratto di Sander Lak

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Cottweiler

Matthew Dainty e Ben Cottrell. interview by angelo ruggeri Ben Cottrell e Matthew Dainty sono le menti creative di Cottweiler. Sono designer di pochissime parole, molto riservati, ma di grandissima creatività. Il loro marchio è considerato uno dei più hot della London fashion week men's. Un giusto mix tra streetwear deluxe, sportswear tecnico e grande qualità dei materiali. Il tutto rivisto in chiave futuristica. Per godere al meglio delle loro collezioni, non basta soffermarsi sul semplice look. Bisogna andare oltre lo styling e raggiungere la loro visione avanguadista della moda maschile. Che cos'è per voi la moda? Innovazione. È scoprire qualcosa di nuovo a livello personale, ogni giorno. Quando vi siete conosciuti? Ci siamo conosciuti quando eravamo entrambi all'università, durante una gita a Parigi. Che percorso lavorativo avete fatto prima del lancio di Cottweiler? Ben: Ho lavorato a Savile row per diversi anni. Matthew: Io, invece, ho fatto uno stage nell’ufficio stile di Kim Jones e poi ho continuato a fare il consulente per diversi brand di moda come designer. Perché avete deciso di lanciare il marchio Cottweiler? È strano, ma in realtà non abbiamo mai deciso di lanciare Cottweiler. Tutto è iniziato con la nostra amicizia. Poi abbiamo cominciato a disegnare e creare abiti uno per l'altro. Infine, abbiamo documentato le nostre esperienze e creato immagini, che sono diventate protagoniste del moodboard delle nostre collezioni. Perché avete chiamato il marchio Cottweiler? Matthew: È l’unione del cognome di Ben con il nome da nubile di mia madre. Tra i due, chi è la mente creativa e chi quella più incline al business? Entrambi abbiamo un ruolo paritario, sia nel design che nel business. Questa è l'identità di

Cottweiler, conoscenza e comprensione. Visto che l'attività è cresciuta, abbiamo dovuto separare i ruoli, ma non c'è nulla che non sia supervisionato e deciso da tutti e due. Quanto è importante il co-branding nel mondo della moda di oggi? Il co-branding ci ha dato l'opportunità di lavorare e godere di risorse speciali di altre aziende. Per esempio, quando abbiamo collaborato con Reebok, le loro tecniche innovative di produzione ci hanno ispirato per molti dei nostri progetti successivi. Che caratteristiche ha il vostro consumatore? Conosce bene l’artigianalità e riconosce la qualità dei prodotti. Senza esporsi troppo. Cosa cambiereste nel sistema della moda di oggi? I termini di pagamento... Ne occorrono di più equi, soprattutto per le piccole imprese. L’arrivo dei social network ha cambiato il vostro modo di lavorare? All'inizio sono stati strumenti davvero utili per esprimerci. Man mano che il business cresceva, ci è sembrato però che non potessimo controllarli. Quando abbiamo iniziato a rendercene conto, abbiamo cominciato a fare ricerca in modo diverso. Cosa pensate della situazione politica nel mondo di oggi? Solitamente non commentiamo altri argomenti se non quelli legati al mondo della moda. Riteniamo che questa sia la strada giusta per affrontare anche qualche situazione politica. Il miglior ricordo nella storia di Cottweiler? Lo scorso gennaio è stato un mese clou per noi. Abbiamo partecipato alla London fashion week men's, poi a Pitti immagine uomo e, successivamente, siamo stati protagonisti dell’International Woolmark prize al Palais de Tokyo di Parigi. Progetti futuri? L'e-commerce entro la fine del 2018. Ovviamente in un modo very Cottweiler.

in alto, un ritratto di Matthew Dainty e Ben Cottrell. Foto MEINKE KELIN

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m1992

dorian stefano tarantini. interview by cristina cimato È passato dalla videoarte alla moda, da Malibu a un non luogo e a un codice in cui convivono più influenze. M1992 di Dorian Stefano Tarantini, dj e designer, nasce come rebranding di Malibu1992. Assieme al disegno, la musica è stata la sua prima passione, anche grazie alla collezione di vinili del padre. Da lì il passo verso i videoclip e, poi, la moda è stato breve. Il primo lavoro, nel 2014, metteva in scena, in 23 minuti di video, le immagini di 200 anni di decadenza occidentale. «Quello verso il nuovo brand era un cambiamento necessario, perché quello che voglio esprimere oggi va oltre il legame iniziale del marchio con la California», ha spiegato Tarantini. Ora il designer trae ispirazioni dalla storia del prêt-à-porter italiano degli anni 80, e da alcuni marchi che sembrano ormai appartenere al passato come College o El Charro, Basile e Genny. La sua prima sfilata a Pitti immagine uomo numero 93 ha portato in scena una ventata di nostalgia per un decennio esuberante, riletto però dagli occhi di uno stilista legato al mondo della streetart. Come è andato il debutto di M1992? Il mio è un marchio emergente e, nonostante ciò, a Firenze è stato trattato come un nome consolidato. Questo è stato per me molto importante, un'esperienza di rilievo. Cosa è cambiato dopo? Da quel momento ho riscontrato un interesse più vasto per il mio marchio. Dagli 8-10 concept store su cui potevo contare, siamo arrivati oggi a 50 circa, e sono tutti top. Da Club 21 a Singapore a Corso Como Shanghai, American rag Los Angeles e poi, in Italia Stefania Mode Trapani e Antonia, ma anche Yoox, Zalando, Farfetch. Sono presente anche all'interno di Tomorrow showroom, realtà parigina che tratta marchi molto interessanti, soprattutto orientali. In Oriente il suo brand è molto apprezzato. Ma a lei dove piacerebbe vivere? Sto molto bene a Milano.

Cosa immagina per il futuro? Finora ho realizzato una collezione maschile, con una capsule femminile di 10 pezzi che partivano dagli stessi materiali e tessuti, quindi il denim ma anche quelli tipicamente sartoriali, e una simile attitude, ovvero la riscoperta. Sono partito da un'indagine approfondita sul tailleur, capo simbolo di un tempo in cui erano ambientati film come Una donna in carriera, per esempio. Ho intenzione di potenziare questa parte femminile e di continuare trasferire materiali casual nell'haute couture. Che significato ha la riscoperta di brand storici? A Londra, dove c'è un tessuto creativo molto simile al mio, è in atto un vero e proprio spolvero della moda italiana anni 80 e 90, soprattutto negli ambienti del collezionismo di nicchia. Il sito di e-commerce Too hot limited, per esempio, è nato dalla passione dell'ideatore, il regista Ollie Evans, per il vintage italiano. Il progetto è piaciuto tanto da approdare anche da Harvey Nichols. Quella di oggi è una moda che guarda al passato ma è destinata a un pubblico giovane, ricercato, underground. Questo connubio di amarcord e freschezza mi affascina. Dove si vede tra cinque anni? Libero di continuare a esprimermi e comunicare. Qual è il suo artista preferito? Giorgione. La musica che ascolta più volentieri? Il compositore John Metcalfe. C'è uno stilista contemporaneo con il quale avrebbe piacere a collaborare? Non solo uno, bensì due, entrambi punti di riferimento della moda nel mondo: Donatella Versace e Ralph Lauren.

in alto, un ritratto di dorian stefano tarantini

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hugo boss

Ingo Wilts. interview by ludovica tofanelli Quella tra Ingo Wilts e Hugo Boss è una storia che affonda le radici in un passato non troppo lontano ma che guarda al futuro. Prima di essere nominato chief brand officer della maison meno di due anni fa, il creativo tedesco aveva già guidato il menswear del marchio dal 2000 al 2009. Il suo legame con la griffe non è quindi cosa nuova, ma la direzione che sta imprimendo al brand ha un occhio di riguardo verso le nuove generazioni, ma non perde di vista l’heritage che lo caratterizza. «La parola chiave oggi per il menswear è wardrobing, creare un insieme di essenziali dai quali poi costruire il proprio mondo, attraverso il mix di elementi», ha spiegato in quest’intervista, raccontando il legame che ha creato con New York, dove oggi sfila la collezione maschile Boss, come anche la rilevanza dell’integrazione tra sport e tailoring, arrivando a porre l’attenzione sul made in Germany. A cosa è ispirata la collezione uomo che ha sfilato a New York? Come per la scorsa stagione l’ispirazione viene dalla stessa New York, siamo molto legati a questa città. L’elemento fondamentale della stagione autunno-inverno 2018/19 è stato lo sport. La collezione si chiama infatti sports-tailoring perché abbiamo voluto mixare il nostro heritage di materiali e suits con il mondo atletico. A che genere di sport avete guardato? Pensando sempre a New York, abbiamo pensato a uno sport che fosse connesso con la città e abbiamo quindi ripreso gli elementi baseball. Non volevamo lavorare su sport come il calcio perché lo abbiamo già nel nostro portfolio. In che modo avete realizzato questo concetto nella collezione? Siamo partiti da un concetto molto sofisticato, traducendolo secondo un concetto athleisure ma mantenendo lo sviluppo attraverso ii nostri materiali. C’è stato molto lavoro di decostruzione, abbiamo mixato gli elementi creando continui rimandi tra il sartoriale e lo sport. L’idea è

stata anche quella del back to basics e del gioco sugli stessi fabrics. In termini di prodotto cosa avete sviluppato? La collezione invernale in generale, rispetto a quella spring, è quella in cui il contenuto sartoriale emerge maggiormente, le silhouette sono più fitted. Ci sono anche elementi oversize e rifiniture a contrasto. Pezzi classici come i tuxedo presentano stripes sulle gambe, coach jacket e camicie da baseball sono riviste in materiali come la pelle, le nostre basic shoes presentano dettagli speciali come la suola gialla. Ci sono anche blanket e giacche sulle quali abbiamo realizzato grafiche fatte a mano per la sfilata, che in negozio tradurremo in versione stampata. Il segmento maschile è in forte crescita, quali sono i vostri piani? È vero sta crescendo molto, il menswear è per noi è ancora la parte fondamentale del nostro business. L’ultima collezione Boss che è salita in passerella è particolarmente connessa con la regular line, alcuni pezzi catwalk esistono per esempio già nella versione regular, credo sia molto importante questo legame tra le due collezioni. Tra i vostri ultimi progetti figurano le capsule, state lavorando a qualcosa di nuovo? Continueremo a sviluppare il mondo delle capsule. Dopo aver presentato la black edition, il prossimo lancio sarà la Made in Germany collection per uomo e donna, che sarà venduta esclusivamente nei nostri retail store. Una piccola collezione interamente fatta in Germania e basata fortemente sul nostro heritage, presenterà una label in pelle con il nostro branding. Il Made in Germany è molto di successo soprattutto per prodotti come i suits. Come sta evolvendo in generale il menswear? Credo che la parola chiave oggi, nonché fondamentale per il futuro, sia wardrobing. Il menswear riguarda sempre di più la creazione di un guardaroba di pezzi essenziali, cose di cui si ha davvero bisogno e dalle quali partire per costruire un proprio mondo attraverso il mixing.

in alto, un ritratto di Ingo Wilts

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CRAIG GREEN interview by angelo ruggeri

Designer anti-star. È così che potrebbe essere definito Craig Green. Nessuna mania di protagonismo, attitude egocentrica, né carattere difficile. È solo la sua moda a parlare. E parla una lingua forte, determinata, unica. Che va oltre l’artigianalità classica ed è capace di emozionare. Nelle sue creazioni, arte e creatività dialogano insieme, creando un’armonia insolita e avanguardista. Al termine delle sue sfilate, Green esce dal backstage per ricevere gli applausi. Ma preferirebbe restare con il suo team, con cui trascorre la maggior parte del tempo. Una seconda famiglia, quella che si sceglie nella vita. Oggi, a 32 anni, Green è considerato uno degli stilisti più innovativi del menswear. A Londra e nel mondo. Perché ha scelto di lavorare nella moda? Le dirò la verità. Quando ho iniziato a studiare alla Central Saint Martins, volevo diventare un pittore o uno scultore. Non sapevo nulla del settore. Ed è stato così fino a quando ho avuto la possibilità di creare qualche vestito e conoscere addetti al settore durante il corso di moda. Mi sono piaciuti il ritmo, l'energia e ho trovato il tutto davvero eccitante. Così ho conseguito il diploma di laurea in fashion textiles per l'abbigliamento maschile e, successivamente, il master con la professoressa Louise Wilson, grazie a una borsa di studio. Cosa ne pensa del fashion system inglese? Ho terminato gli studi nel momento in cui la London fashion week men’s è stata fondata nel 2012. È stato un momento davvero emozionante per il menswear brit. Londra ha da sempre un'energia incredibile: è una città molto stimolante e sperimentale per crescere, studiare e progettare. Grazie anche al suo mix di culture. Per questo, mi sento molto fortunato. Cosa le piace di più del suo lavoro? Amo lavorare con gli amici e le persone incredibili del mio team, che fanno un lavoro straordinario. Riesco a ridere ogni giorno e ho sempre voglia di andare in ufficio.

Nel suo lavoro, l’arte è fonte di ispirazione. Quali sono i suoi artisti preferiti? Al momento sono Rachel Whiteread, Francis Bacon, John Chamberlain, Katharina Grosse. E il suo museo preferito? La Hayward gallery di Londra. Lo scorso dicembre, ha vinto il fashion award come British designer of the year, per la categoria menswear. Come è stato ricevere questo premio prestigioso? È stata un’emozione che non avrei mai pensato di vivere. Ricordo di aver letto dei British fashion award, per la prima volta, quando ero al college e mai, nemmeno per un momento, ho pensato che un giorno avrei avuto l’opportunità di riceverlo. Mi sono sentito molto fortunato. A chi l’ha dedicato? Alla professoressa Louise Wilson (deceduta il 16 maggio 2014, ndr). Senza di lei non avrei mai fatto ciò che faccio. E l’ho dedicato anche a tutti quelli che mi hanno sostenuto fin dall'inizio. Usa i social network nel suo lavoro? Personalmente no. Ma il mio marchio ha un account Instagram che funziona molto bene. Una delle novità del 2018, per il suo brand, è il lancio della collezione denim. Come mai questa scelta? Il mio lavoro creativo è sempre stato ispirato alle uniformi e all'abbigliamento da lavoro. Il denim è sempre stato il punto di partenza di ogni collezione. È un tessuto molto importante, perché gode di bellezza e funzionalità. Si indossa e invecchia nel tempo in modo meraviglioso. Un consiglio ai giovani che vogliono diventare designer? Rimanere fedeli a ciò in cui si crede. Lavorare sodo. Vivere al meglio ogni momento. Non aspettare che qualcuno faccia quello che puoi fare da solo. E, infine, godere del raggiungimento dell’obiettivo.

in alto, un ritratto di CRAIG GREEN. Foto Jack Davison

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damir doma interview by sara rezk

Di origini croate ma cresciuto in Germania, dove la mamma gestisce un atelier di moda, dopo gli studi in fashion design e i primi lavori con Ann Demeulemeester e Raf Simons, Damir Doma ha fondato nel 2007 l’omonimo brand che ha sedotto star del cinema come Kirsten Dunst e icone musicali come Bruce Springsteen e Rihanna. Si è spostato da Berlino a Parigi, fino al trasferimento a Milano, dove produce le sue collezioni da 11 anni. Per l'ultimo show è tornato nella sua terra d’origine, con un défilé speciale andato in scena nel club berlinese Berghain. Quando ha capito che voleva fare il fashion designer? Non c’è un momento in cui l'ho veramente capito, non ho mai pensato a cosa volessi fare da grande, ho seguito le mie origini. Mia madre è una fashion designer, io e mia sorella siamo cresciuti osservandola e sviluppando un senso creativo molto forte. Solo da grande ho deciso di studiare moda e anche mia sorella oggi lavora come designer di gioielli. La sua carriera è iniziata 11 anni fa. Come è cambiata la moda in questi anni? La moda è cambiata completamente negli ultimi quattro anni, il modo di vedere e di comunicare, tutto ruota intorno a come presenti il tuo brand. È un approccio diverso, più veloce, un nuovo concetto di creatività. Una volta era diverso, avevamo più tempo per riflettere profondamente su quello che volevamo trasmettere attraverso le nostre proposte. Il suo ultimo show ha avuto luogo a Berlino, nella nazione in cui è cresciuto. Come si è sentito a sfilare nel suo paese di origine? Ero entusiasta. Tornare in Germania dopo 11 anni dalla fondazione del mio marchio per mostrare quello che faccio è stato molto emozionante, è un luogo al quale sono molto legato. La location (Halle Am Berghain, una sala dello storico locale con sede nella ex centrale termica di Berlino Ostbahnhof, ndr) rispecchiava perfettamente quello che cerco nel luogo in cui vanno in scena le mie sfilate. L'opportunità è arrivata con una telefonata di Chistiane Arp, editor in

chief di Vogue Germania. Alla fine siamo riusciti a curare tutto nel dettaglio, anche per quanto riguarda la musica, grazie a un dj tedesco che ha suonato live durante lo show. È stata un’esperienza unica. Come descriverebbe il suo lavoro in due parole? Sensibilità e creatività. Credo che siano le cose più importanti per fare questo lavoro. Ha recentemente collaborato con Lotto durante Pitti immagine uomo. Com’è stato per lei? Ci sono altri brand con i quali le farebbe piacere lavorare? Collaborare con Lotto è stata una bella opportunità per me, è un brand dall’incredibile heritage e con un passato di grandi successi. Tra i brand che apprezzo o con i quali collaborerei c’è sicuramente Mackintosh, lavorerei sul suo iconico trench coat. Amo molto anche Church’s e in generale tutti i brand che hanno una storia rivestono un valore importante per me. Chi sono stati, e chi sono oggi i suoi modelli lavorativi di riferimento? Quando ero giovane sicuramente Raf Simons e Ann Demeulemeester. Oggi non posso dire di avere idoli, a mio avviso attualmente non esistono più icone nella moda. Cosa la ispira nella creazione delle sue collezioni? Mi ispirano le mie emozioni. Molti stilisti raccontano di trarre ispirazione da persone, luoghi. Per me l’ispirazione arriva da quello che sento dentro, più che da quello che vedo fuori. Tuttavia il mondo della moda è fatto di immagini, dunque se devo dire quelle dalle quali traggo ispirazione sono sicuramente le opere degli artisti che più amo. Cosa si augura per il futuro? Di riuscire a rimanere indipendente come persona e come brand. Di avere il controllo del marchio che ho fondato e del quale sono alla guida creativa. E, ovviamente, continuare a creare, a fare il mio lavoro finché mi sarà possibile.

in alto, un ritratto di damir doma. foto Pascal Gambarte

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48 | MFF-Magazine For Fashion

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LA PAROLA AI compratori worldwide PER STILARE LA NUOVA CLASSIFICA DEI pezzi più hot, tra SFILATE E showroom. BY ELISABETTA CAMPANA, marco martello e angelo ruggeri

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52 | MFF-Magazine For Fashion

point of view

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Un’intervista doppia ad alta velocità. Domande e risposte rapide con una coppia di big player della visual art. Per scoprire quali sono i punti chiave del loro lavoro. By Angelo Ruggeri

MARCO ANDREA MAGNI

Artist

foto Deborah P.

Artist

TI Z IA N O M A R TI N I

Tre parole per definire il suo lavoro. Puntuale, estroflesso, dispettoso.

Performante, fisico, non autobiografico.

Chi è stato il suo maestro? Il maestro è lo spazio intermedio tra due solitudini che hanno voglia di parlare e ascoltare. Sarei tentato di farti alcuni nomi di artisti che frequento, ma non vorrei fare torto a nessuno.

Il mio docente di economia dell’arte, quando ero studente in Accademia di belle arti a Venezia. Grazie ai suoi insegnamenti, ho capito quale fosse la mia strada.

I social media hanno cambiato il suo modo di lavorare? Se sì, come? Nello stretto contemporaneo, i social media hanno sviluppato un ruolo centrale nella visibilità e la diffusione di notizie e immagini riguardanti il lavoro di un artista. Ma la loro velocità non ci permette di «digerire» nulla.

Sinceramente, non molto. Ma, senza dubbio, posso confermare che sono importanti per esternare il proprio punto di vista e per comunicare le proprie creazioni.

È difficile essere artista oggi? Se parliamo del fare artistico, credo che sia un’attitudine naturale. Se, invece, parliamo del famoso sistema dell’arte, allora le cose si complicano a dismisura. È tutto così delicato ed effimero.

È un po’ più semplice rispetto a qualche anno fa. L’arte contemporanea ha subìto una crescita davvero consistente nell’ultimo periodo. C’è molta più attenzione a riguardo. E c’è più margine di crescita.

Da dove prende ispirazione? L’ispirazione è una brutta bestia, è qualcosa di molto profondo e inconscio, organizzata e sviluppata in forme, generi e motivi. Cammino molto, ma alla fine mi ritrovo sempre in qualche galleria o museo a sbirciare le mostre. L’ispirazione è anche confronto e presa di coscienza di tutto quello che è stato fatto prima di te.

L’ispirazione arriva nel mio studio, mentre sto lavorando, solitamente da situazioni molto legate al caso. In questo momento, per esempio, sto analizzando il concetto di calco, di stampo, influenzato anche dalla serigrafia.

Cosa ama di più del suo lavoro? La forza che mi restituisce l’arte. È una forza imprevedibile, completamente libera, che non capisci cosa esattamente sia e ti riporta a uno stato di stupore infantile.

La varietà. Faccio un po’ di tutto, amo essere eclettico in quello che realizzo. Non c’è possibilità di annoiarsi.

Cosa invece non le piace? Una volta mi lamentavo molto su parecchie cose, ma alla fine ho sempre cercato di guardare al lato positivo di tutte le situazioni. E qualcosa è cambiato, in meglio.

La post adrenalina al termine di una mostra e di un evento. E non amo molto dedicarmi alle pubbliche relazioni.

Uno dei momenti più belli della sua carriera? Questo che sto vivendo adesso, perché è tutto nelle mie mani e in quelle di chi crede in me. In generale, tutti i momenti che ho vissuto mi hanno portato a quello che sono ora.

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Questo che sto vivendo ora, perché, tra le molte cose, sto preparando la mia personale in occasione di Art Cologne.

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54 | MFF-Magazine For Fashion

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Le esclusive, i volti più richiesti e i nomi nuovi dalle sfilate fallwinter 2018/19. Secondo il parere di casting director internazionali, per rivelare i modelli più cool della stagione. By Angelo Ruggeri

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THANKS TO: MARIA GIULIA AZARIO, MAURILIO CARNINO @ MTC CASTING INC., VANESSA CONTINI, MARCELLO JUNIOR DINO, DANILO DI PASQUALE, GISELLA GENNA, ADAM HINDLE @ ADAM HINDLE CASTING, REBECCA KNOX, CATERINA MATTEUCCI @ RANDOM PRODUCTION, GIUSY NATALE, DANIEL PEDDLE E DREW DASENT @ THE SECRET GALLERY INC., ARDEA PEDERZOLI @ MARABINI BAIOCCHI, BARBARA PFISTER @ BARBARA PFISTER CASTING, ARIANNA PRADARELLI @ ARIANNA PRADARELLI CASTING, SIMONE BART ROCCHIETTI @ SIMO BART CASTING, ALEXANDRA SANDBERG, CAMILLA TISI @ TO THE MOON STUDIO

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56 | MFF-Magazine For Fashion

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58 | MFF-Magazine For Fashion

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Fall-winter 2018. Accessori selezionati per ogni stile e occasione d’uso. Ecco tutti i cult della prossima stagione. by Sara Rezk MODERN DANDY santoni

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62 | MFF-Magazine For Fashion

marni francesco risso

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calette piccoline, da affrontare quasi con un mini passo. Girare alla porta giusta. Prendere il corridoio con la parete lucida. Entrare da Marni è come muoversi in un piccolo labirinto, un percorso da videogame dove ogni tanto spunta una credit-ricompensa. Vedi frammenti di borse, sbirci gli abiti in progress. Arrivi in quell’ufficio con terrazza super geometrica dove si trova Francesco Risso, mente creativa della maison legato al mondo di Renzo Rosso. Una boule de neige, un atelier naïf dove respirare creatività. «La cosa che mi ha affascinato i primi giorni che ho cominciato a lavorare è che giri e hai sempre questa energia molto eclettica, molto alternativa», spiega il designer con un passato da Alessandro Dell’Acqua e

un lungo periodo nel gruppo Prada. E che adesso è uscito in prima linea, front man in quest’avventura che gioca con tante parole. Ironiche, profonde, inspiring. Che diventano quasi frammenti di un discorso amoroso. È un piccolo labirinto… È del tutto un labirinto. Adesso non mi perdo più, ma devo dirti che i primi sei mesi mi smarrivo in continuazione dentro, giù, su. Perché ci sono vari livelli. Quindi è facile perdersi. Un po’ come il marchio stesso, è un piccolo labirinto. Da fuori sembra una cosa, poi entri… Sì, assolutamente. Qui dovunque giri hai sempre questa energia molto eclettica, molto alternativa. Si respira un’aria, come dire, ipercreativa dovunque vai. È una magia speciale. Facciamo tutto qua dentro, dall’abbigliamen-

to ad alcuni meccanismi dei gioielli. Anche le borse, una parte, piccole sperimentazioni. Però, le cose affascinanti sono l’energia e i valori di quest’azienda, che appunto i Castiglioni hanno creato. Oggi è raro. Perché trovarsi in un’azienda così dove, che ne so, spesso devi aspettare cose da un’altra azienda, che arrivano, magari, dopo un mese. Invece, qua, adesso stiamo lanciando la sfilata e siamo lì che diciamo: «Ah, bello in questo colore». In quel momento stesso ci inventiamo una gonna e siamo lì che la tagliamo, la facciamo, poi vanno giù in sartoria. Quindi, questa cosa è molto entusiasmante. È un piccolo mondo, una boule de neige… Sì, assolutamente. E anche, comunque, un attimo vai giù in sartoria. Questo è un vero e proprio atelier.

È un marchio che è stato creato dai Castiglioni... Consuelo cosa è stata per questo marchio? Secondo me lei, ma anche suo marito, sono stati l’anima di questa realtà e la cosa interessante è che loro hanno creato questo gioiellino, una realtà da outsiders. Cercando anche un po’ di stare fuori dagli schemi normali della moda. È l’aspetto che mi affascina di più del loro lavoro ed è la cosa che secondo me attrae anche l’occhio delle persone. Mi piace quando la si paragona un po’ a un labirinto. Perché c’è un’aria di mistero, è come spiare da una serratura e stare sopra in un equilibrio un po’ precario. Molto accattivante in realtà, perché nel mistero tu vuoi scoprire quello che c'è dentro e tutte le infinite possibilità. E lei, secondo me, è una persona molto eclettica.

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In questa libertà, secondo me, è stata geniale. L’ha conosciuta? Sì. Ogni tanto ci scriviamo dei biglietti... Anche il biglietto fa parte di questo lato outsider? È un po’ vecchio stile, cosa che mi piace molto, devo dire. Lo faccio con alcune persone che ammiro molto e lei è una di quelle. Le altre persone? Non rivelo chi sono, sono due o tre, comunque sono tutte e tre donne! Per caso una di queste ha una fondazione (Miuccia Prada)? Lei e io ci scriviamo anche dei messaggi, quindi c’è un po’ di tecnologia. Lei ha seguito un percorso che è partito anche da Alessandro Dell’Acqua… Gli anni più divertenti sono stati con Alessandro, assolutamente. Per il suo modo di pensare, perché ha comunque un’immediatezza, leggera ma accattivante, che è una di quelle cose che quando impari a lavorare è molto trainante. E questa sua immediatezza nel pensare alla sua donna, per me, era veramente un’ispirazione. E poi ci divertivamo molto perché era comunque una piccola famiglia. Lui, poi, è una persona di un’educazione fuori misura, quindi era veramente bello lavorare con lui. E dopo, che cosa c’è stato? Sono passato a Prada e quella è stata un’esperienza altrettanto incredibile. Ho visto l’azienda, che era già bella grossa, ma in quel momento è entrata in Borsa, quindi è stato un bel challenge. È stupefacente come si sia trasformata. E comunque la cosa bellissima sono state appunto le varie esperienze con Miuccia e anche con il signor Bertelli. Ci sono stati talmente tanti progetti, talmente tante cose che sono stati dieci anni che, forse come per i cani, uno vale sette. Qual è ricordo più forte che ha della signora Prada? Probabilmente, un ricordo che si può considerare come uno di quei sogni ricorrenti. Spesso si lavorava in questa stanza dove lei poi entrava dal suo ufficio. Questo sogno ricorrente era vederla sedersi e improvvisamente illuminarti con dei pensieri che aveva nella sua testa. Talmente innovativi, come quelle poesie giapponesi che sono composte da tre versi, gli haiku. Anche con tre parole, ti diceva delle cose che ti facevano partire come una scintilla. Cosa ha provato quando l’hanno chiamata per guidare Marni? Un’emozione incredibile, chiaramente. È stato sorprendente ma ancora più sorprendente perché penso profondamente che dentro di me ci sia qualcosa di Marni. Allora, ho naviga-

to con ancora più entusiasmo. Cosa c’è di Marni dentro di lei, quella parte outsider? Sì, anche se si può essere outsider in tanti modi, no? Rick Owens è un outsider ma in un modo assolutamente coerente ed eclettico a suo modo. Secondo me, quello che mi avvicina forse di più è la libertà di spirito rispetto a come si mettono insieme certe cose. E penso che Consuelo Castiglioni fosse un po’ affascinata da questo, da questi stridenti accostamenti di volumi. Io sono un po’ così. Il mio armadio è un delirio. Niente rimane com’è, perché non riesco a comprare un oggetto e metterlo come era arrivato. Lawrence (Steele, compagno di Risso, ndr) trova pezzi di cose, di pantaloni tagliati, piuttosto che camicie, perché in qualche modo mi piace renderli come se già avessero una sorta di vita. Allo stesso modo penso che Marni abbia queste caratteristiche, dove gli oggetti portano una vita propria, un’esperienza, non è un semplice studio di un collo di una camicia in maniera ossessiva. C’è una storia, un pensiero, una naivité. Spesso io mi relaziono un po’ così quando lavoro, pensare alle cose in maniera quasi elementare, come se fossero viste dall’occhio di un bambino. Questo ha un suo fascino un po’ dadaista, se vuoi. E quindi per me Marni era un po’ quello, il Marni che c’è in me è un po’ quello. Diceva che il suo armadio è pieno di abiti. Li compra, li colleziona, li va a cercare? Devo dire che una delle mie ossessioni è eBay. Le aste? A volte faccio anche dei casini perché comincio a biddare ovunque e alla fine vinco tutto. Perché non sono bravo, in realtà sono un disastro. Nel senso che ho anche le mani bucate e quindi alla fine mi ritrovo ad aver vinto dieci cose, ho speso un sacco di soldi e non volevo. E magari sono dieci cose tutte uguali, perché in quel frangente lì mi sono concentrato. Ho dei momenti in cui mi appassiono a delle cose. Nel mio armadio avrò almeno 15 o più pantaloni da marinaio. C’è stato un momento in cui ero ossessionato dalle camicie da cowboy e ne ho 30, ma poi quando sono arrivate le ho guardate e ho detto: «Oddio, che mostruosità». L’allestimento dello show ricreava un po’ questo mondo di oggetti che appartengono anche al passato. Cosa voleva raccontare? Mi interessava il concetto di World traveller, ma non mi soddisfaceva abbastanza. Allora è diventato Worlds traveller, è diventato un ragazzo che attraversa o viaggia attraverso di-

versi stati mentali. Mi interessava cercare una sorta di collisione, caos ordinato, come David Bowie per le sue canzoni: le tagliava da diversi testi e componeva le sue, mettendo insieme tante cose. Allo stesso modo questa interazione sociale mi ha incuriosito ancora di più nello sviluppo della sala. Prima cosa, abbiamo deciso di mettere i sassi, perché comunque creava una camminata diversa. Tutto a cerchi, come in un campeggio perduto. E questo creava una sorta di connessione, così come sedersi su questi oggetti ha creato un contatto con l’oggetto, ma anche tra essi. Questa era una ragione in più perché c’erano alcuni modelli seduti tra le persone. Perché ancora di più per me era importante questo senso di unità e di scambio. In qualche modo, nonostante cercassimo di infilare delle regole e della logica, ce n'era sempre meno e però tutto tornava. È come quando esci di casa e ti metti due cose addosso perché non stai troppo a pensare. Allora, questo è stato. In principle, there’s no principle. Lei parla di connessione. Ma è connesso con il resto del mondo? Non sono su Facebook, ma sono su Instagram e mi piace molto. È di nuovo un forte canale d’ispirazione per me ed è appunto anche questo, forte connessione e disconnessione allo stesso modo. Mi piace perché immediatamente vedi dall’altra parte del mondo persone iper-alternative. Hai accesso immediato a mondi paralleli e questo è entusiasmante. Poi, a me come persona piace la connessione. Non sono uno chiuso in casa a Milano, cerco di muovermi il più possibile. E dove va? Uno dei posti dove vado di più è Londra, forse perché ho tanti amici lì. Ultimamente sono molto spesso in ufficio, però abbiamo diversi amici a Chicago e a New York. Parla dei luoghi sempre in relazione agli amici… È un aspetto che mi fa riflettere. Perché in realtà è sempre connesso con qualcuno che poi ci porta da qualche altra parte, ci fa conoscere altre cose. Poi, magari, Lawrence e io facciamo dei viaggi, andiamo noi stessi alla scoperta. Però, spesso, è bello perché ci riconnettiamo con gli amici. Anche i nostri viaggi estivi sono sempre da famiglia allargata, l’ultimo è stato in Africa, ed è stato incredibile. Com’è essere passati dalla maison di Dell’Acqua al grande gruppo Prada e poi adesso Otb con Renzo Rosso, da Marni che è un’altra dimensione ancora? È tutta un’altra cosa. L’ho detto a Renzo quando ho intrapreso questa avventura.

Che io sono orgoglioso di lavorare con lui, perché lui è uno dei pochi uomini per cui avrei voluto lavorare in Italia, assolutamente. Ho una grandissima stima di tutta l’opera di Renzo Rosso, perché devo dire che si contano sulle dita delle mani. Io ho avuto la fortuna di lavorare con Miuccia e Bertelli che sono altri imprenditori di un peso incredibile e Renzo per me in Italia è forse l’altro e unico che ha creato un gruppo con un valore di interazione tra le persone. È molto bello sentirlo dire in maniera diretta… Io sono un suo discepolo, se si può dire così. È vero, lo penso profondamente. Perché quello che Renzo ha fatto è geniale, c’è poco da dire, è indiscutibile. Lui mi dà tutta la libertà di fare, di esser qua, di cercare la creatività di questo brand e io gli do tutta la libertà di criticarmi. Ed è un gruppo molto organizzato e metodico e questo serve, nel momento in cui a una realtà così casalinga devi abbinare un algoritmo per farla crescere. È importante inserire la matematica, perché è così che si possono costruire le cose. Servono i paletti? È più una liturgia, non è una questione di paletti, è un modo di operare. Quindi, la metodicità è data proprio dal sistema che è stato creato dal gruppo Diesel, e poi Otb. Non è una cosa molto italiana, a dir la verità, e non è scontata per niente. Non ha mai avuto paura di questa avventura? Per ora, no. Cerco di non aver paura, la paura fa bene finché si trasforma in energia. È ovvio che quando arriva tutto all’ultimo momento dici: «Oddio, cosa succederà?». Però è parte dell’adrenalina che ti porta a vivere le emozioni. Devo dire che ho avuto una buona scuola in quel senso. Da Prada si facevano le cose all’ultimo minuto e questo non ha mai pregiudicato la qualità o l’esecuzione. In quel senso, sono stato fortunato. Ovviamente, è una grandissima responsabilità. Io, più che altro, trasformo la responsabilità che sento nelle ore di lavoro qua dentro e lo faccio con dedizione. Sono un po’ integralista in tal senso. E poi, il destino farà il suo corso. Cosa ha pensato la prima volta che è uscito lei in passerella a fine sfilata, dopo i modelli? Ho cercato di farlo nel modo più veloce possibile. Per portare grande rispetto a tutta quella che è stata la creatività di prima. A parte che le grandi uscite non sono da me. Perché in fondo sono un po’ timido. Full traslation at page 112

Styling: Michele Rafferty; Hair: DUFFY @ STREETERS; Make up: FRANCESCA ANGELONE @ THE GREEN APPLE ITALIA; Models: KENDALL @ BRAVE; JOHN BARROW @ CREW; TIMUR @ I LOVE MODEL; ALESSIO BENJAMIN, ANDREAS, RUFUS, STEVE @ STREET CASTING; MAX H @ SUCCESS; JUDE @ TOMORROW IS ANOTHER DAY; MILO @ WONDERWALL; Casting director: Adan Hidle @ Streeters; PRODUCTION: MARNI; LOCATION: SPAZIO MARNI-Milano; looks: MARNI FALL-WINTER 18

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kenzo HUMBERTO LEON E CAROL LIM

L’

appuntamento è dietro ai fornelli. Il rendez-vous potrebbe suonare un po’ strano, un po’ Masterchef. Ma Humberto Leon e Carol Lim hanno abituato il pubblico di Kenzo a delle sorprese. L’ultima è proprio quell’allestimento movie making che ha accolto alla sfilata del marchio del gruppo Lvmh, dove i due creativi sono arrivati nel 2011 con il debutto e l’anno seguente con la prima collezione. «Ma io amo davvero cucinare», spiega Leon mentre Lim è occupata con la mamma del suo partner in fashion, suo migliore amico da quando avevano 18 anni. Perché qui è innanzitutto una questione di famiglia e in un attimo si viene risucchiati dentro come in un film. «Ci piace raccontare delle storie. I giovani vogliono questo, vogliono informazioni, vogliono sapere», hanno spiegato i due designer, che per il brand stanno anche mettendo a punto un nuovo concept retail. Mentre intorno tutto scorre per raccontare un family drama molto speciale. La passerella sembra il set di una soap opera. Cosa volevate raccontare? Il messaggio è di una collezione fortemente ispirata dal cinema, attraverso gli anni e le ere. Quello italiano, cinese, giapponese e americano. E quello che è interessante è che abbiamo girato un film live durante lo show. Non sappiamo se il pubblico se ne sia accorto strada facendo. Ma gli elementi c’erano. Mezzo tavolo da una parte, l’altra metà dall’altra. Ma quando guardi il film, il risultato è che le persone si parlano direttamente come se fossero insieme. Il segreto del cinema… Volevamo mostrarlo attraverso una live scene. Per questo avevamo bisogno di una storia per il tema. Una delle cose che troviamo più interessanti è che siamo nella grande casa Lvmh, ma abbiamo sempre cercato di portare al marchio un po’ di intimità, elementi personali. Abbiamo parlato di questa storia con il regista e l’art director circa tre anni fa. Quando Humberto si è tinto i capelli di biondo a 18 anni e sua mamma è impazzita. Come in un Asian drama. Qualcosa in cui tutti si riconoscono.

Un family drama… (Humberto) Ricordo che l'ho chiamata e ho detto: mamma, mi vedrai, ma ho tinto i miei capelli di biondo. E lei: «Cosa? Vieni qui subito». Così sono tornato a casa e lei era seduta lì, non mi guardava nemmeno, diceva: «Mi stai rovinando la vita. Mi stai uccidendo. Stai uccidendo la famiglia». Era davvero drammatica, esilarante e sorprendente. Stiamo creando questa fiction, raccontando la storia di questa famiglia, con un matrimonio alle porte. Dove vi siete incontrati? Al college dove andavamo entrambi. A Berkeley, San Francisco. Ci conosciamo da quando avevamo 18 anni e da quel momento siamo stati migliori amici. Quali film vi piace guardare? Ce ne sono tanti. Ci sono visual film da cui siamo ossessionati. Come Prêt-à-porter di Robert Altman. O i film di Federico Fellini. O Spiagge di Garry Marshall. E, ancora, Breakfast club di John Hughes. È difficile scegliere. Se li guardiamo insieme sul divano? Quando esce un film, ci diciamo sempre: «Vieni che ho i pop-corn». Questo accade da 25 anni. Avete mai lavorato nel cinema? (Humberto) Ho fatto una consulenza per Her di Spike Jonze, concettualizzando i costumi e facendo piccole cose qua e là. E mia mamma era dentro il film, con un cameo. È una donna divertente. Ho fatto alcuni video musicali e ovviamente con le nostre campagne Kenzo, di cui abbiamo appena lanciato il nostro sesto film, abbiamo fatto cose diverse. Ognuno ha un formato differente, abbiamo deciso di trasformare le nostre campagne in film e le foto dei film sono le campagne. È stata inserita molta narrativa nei nostri fashion movie. Che è molto diverso perché in passato erano solo visivi. Rispetto a sei anni fa, ora molte aziende stanno lavorando a film narrativi. Ci deve essere una storia, non solo essere un fashion film. Sarebbe una tale perdita avere un regista fantastico da dirigere come una macchina pubblicitaria e non capire nemmeno

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la trama. Così abbiamo deciso. Prendiamo un regista e realizziamo un mini film del quale essere orgogliosi di far parte. Volete vincere un Oscar? Sarebbe divertente. Siamo fan della nostra cultura. Musica, moda, cinema, arte, balletto, opera. È eccitante portare la moda al di fuori della moda e portare altre culture verso la moda. È questo quello che vogliono le nuove generazioni? Questo crossing…? Rappresenta un modo autentico di fare storytelling. Non vogliamo sprecare un'opportunità o fare un film che non significhi nulla, quindi è più interessante avere un punto di vista autentico, visto che stiamo parlando di qualcosa. I giovani vogliono informazioni. Vogliono sapere da dove vengono le cose, vogliono imparare. Ci stiamo muovendo a un ritmo così veloce che è bello rallentare, alcune volte. Kenzo è un marchio che ha quasi 50 anni ed è una storia straordinaria. Potresti scoprirlo per la prima volta nel 2017, ma vogliamo mostrarti cosa ha significato questo marchio per molte persone negli ultimi 50 anni. Quindi siamo storyteller, narratori. Adoriamo raccontare storie. In generale vi considerate più storyteller che designer? Pensiamo si possa fare tutto. Come direttori creativi, disegnare l'abbigliamento e lavorare su tutte le campagne pubblicitarie, tutti gli editoriali, il sito web, Instagram. Lavorare su tutto per avere un quadro completo. Sarebbe difficile separare. Assumere un direttore creativo solo per realizzare le campagne pubblicitarie non lo concepiamo. Magari funziona per altri. Molti designer dicono che i nuovi consumatori non conoscono il passato quindi è tutto nuovo per loro. Ecco il ritorno del logo, dell’archivio per insegnare nuovamente. Siete d’accordo? Non bisogna più fare ricerca come quando eravamo giovani. Quando crescevamo, l'unico modo per imparare era comprare una rivista e vedere. Le informazioni non erano così veloci. Di contro, con la rapidità dimentichi tutti i dettagli. Quindi pensiamo che sia bello poter dare a tutti, non solo ai più giovani, le informazioni sul perché qualcosa è davvero qualcosa. Siete stati tra i primi a mettere insieme uomo e donna con uno show co-ed. Una formula vincente? Funziona incredibilmente. Una delle cose che vedi oggi è che le nostre runway collections arrivano nei negozi a gennaio, il che è eccitante. Ciò è pratico per il timing, metti tanta energia nelle collezioni delle passerelle ma magari hai un mese di vita nei negozi. Questa visione deriva dal nostro background retail. Meglio essere disponibili più a lungo, per vedere i vestiti e comprarli. Lo show co-ed è prima di tutto pratico. Tanto per cominciare è una narrazione, la storia di uomini e donne con un'ispirazione che arriva da posti simili. A livello pratico, sei in grado di produrre l'abbigliamento in un modo efficiente e tempestivo, così che ci sia il tempo per fare tutto. Voi lavorate insieme. Ma cosa riesce meglio all’uno o all’altro? Siamo molto practical. Essere in due rende le cose molto più veloci. Lavorando su più collezioni, campagne pubblicitarie, contenuti editoriali e online, ci vogliono due persone per gestire veramente il sistema. Perché è creativo, ma c'è anche il lato gestionale e commerciale cui nessuno pensa mai. Quale sarà il prossimo step? Stiamo riflettendo sul concetto di retail. Nel nostro sesto anno qui, riusciamo a pensare a cosa sia oggi il rebranding per Kenzo. Vogliamo un refresh, vogliamo fare le cose in modo diverso. C’è sempre tempo per il nuovo. Nuovi modi di pensare, nuovi modi di sfidare. E cosa state preparando per i negozi? Creare un nuovo retail concept. Questo è il prossimo obiettivo. Nei primi sei anni ci siamo concentrati sul marchio, le collezioni, l'immagine, il prodotto. È l’ora della prossima fase. E le capsule collections o la Memento? È un modo differente di fare storytelling. Il lato cool di Kenzo è di essere sempre stato democratico, per tutte le occasioni. Puoi comprare una maglietta. Un abito ricamato, un bel cappotto. Tutto concorre all respiro del brand. Cosa accadrà con l’e-commerce? Aiuterà o renderà tutto diverso?

I nostri negozi performano in modo incredibile. Quando siamo arrivati, il business dell’e-commerce non esisteva proprio. È stata la prima cosa su cui abbiamo puntato e ora il nostro negozio di e-commerce è il primo dell'azienda. Partivano da zero? Sì, sei anni fa l'e-commerce di lusso era discutibile, molto molto discutibile. Ricordo che quando arrivammo la prima cosa che dicemmo era di farlo. Ci risposero: «Marchi come il nostro non fanno l'e-commerce». Ma noi pensavamo che fosse giusto. Ovviamente è una delle cose di maggior successo che abbiamo introdotto, quindi vogliamo spingerlo. Push it. Vogliamo cambiarlo, vogliamo dargli un nuovo 2.0. Che il prossimo sia 3.0, 4.0… A parte lo stesso Kenzo, quali altri designer vi hanno ispirati? Quando è arrivato Kenzo Takada, la sua storia è stata davvero d'ispirazione. Ha cambiato le cose anche per il modo in cui l'ha fatto. Un marchio è rilevante quando puoi leggere una visione completa. Come Phoebe (Philo, ndr) con quello che ha fatto da Céline. Ha creato un mondo. Lei ha inventato una storia… Ci sono molti giovani designer che hanno le loro piccole storie. Come Grace Wales Bonner di Londra. È appena alla sua terza stagione, ma è in grado di raccontare questa storia davvero fantastica e intima. Per noi è super interessante questo aspetto, portare l'intimità in una big house. Vi state muovendo su più fronti. Cosa vi piacerebbe fare in futuro? Film di moda. E vogliamo lavorare su alcuni home projects. Anche lifestyle. La sensazione è di aver creato un marchio che possa facilmente entrare in un hotel, legarsi al cibo. Adoriamo mangiare. Portare il cibo in Kenzo sarebbe fantastico. Oggi gli chef sono così interessanti, si stanno davvero spingendo oltre, rispetto a ciò che può essere realizzato nel food... Dopo Pitti immagine uomo a Firenze, tornerete a sfilare in Italia? Perché no, ci piacerebbe. Magari neanche a Milano… E in che città? Amiamo Roma, dove stiamo aprendo il nostro primo negozio. E siamo super entusiasti di questo. Firenze ha qualcosa di bello e di speciale. Amiamo Milano ma è un'altra storia. Quindi la risposta è sì. Apriremo un nuovo flagship a Milano e poi faremo lo show. Davvero? E dove? No, ipoteticamente, stiamo sognando. Ma siamo sicuri che lo faremo. A Milano c’è un negozio che abbiamo ereditato. Ed è questo che intendiamo quando ci riferiamo a un nuovo concept. Intendete la location? Sì, nuova posizione, nuovo tutto. Questo è il nostro 2.0. Siamo arrivati e abbiamo ereditato 100 negozi Kenzo. Ma abbiamo avuto un problema paradossalmente incredibile. I negozi stanno andando davvero bene. E si rischierebbe a toccarli… Sì, è un problema incredibile. Ma noi stiamo lasciando il nostro segno e inizieremo presto ad aprire i nostri store. Chi è il buono e il cattivo fra voi? C’è sempre un bilanciamento… Non siamo il buono e il cattivo. Facciamo così tanto che più che altro si tratta di chi può fare il lavoro bene e velocemente. Molto diplomatico. Dopo H&M, fareste un’altra esperienza simile? Cosa vi ha lasciato? Abbiamo sempre pensato di essere perfetti per Kenzo perché Kenzo Takada è una persona molto generosa e anche molto democratica. Lo avete mai incontrato? Sì, tante volte. Viene ai nostri show. Se c’è un'esperienza in cui possiamo mostrare il nostro lavoro a un pubblico diverso, siamo entusiasti di farlo. E penso sia quello che ha fatto H&M. Cosa ne pensate di tutti i co-branding? È forse troppo? Deve essere giusto e deve essere autentico. Non puoi realizzarlo tanto per fare. Ci sono stati offerti 100 progetti, ma li abbiamo rispediti al mittente. Se non sono autentici e reali, non ci interessano. Devono essere parte di quello che vogliamo fare. Full translation at page 112

Styling Donna: Francesca Burns @ Art Partner; Styling Uomo: Max Pearmain @ Rep; Hair: Holli Smith @ Art Partner; Make up: Lauren Parsons @ Art Partner; Models: Chris Dienna @ 16 Men, Thijs Claassen @ City, Yoon Young Bae @ Elite Paris, Lea Holzfuss @ Fashion, Rose Valentine @ Girl, Callum Stoddart @ HMG Models, Leonardo Gaist @ Marilyn, Shanelle Nyasiase ed Hee Jung Park @ Mp Paris, Danielle Lashley @ Next Paris, Simon Bornhall @ Stockholmsgruppen, Kaissan Ibrahima @ Success Models, Diacaria Kreminta @ Tomorrow is another day, Manuela Sanchez @ Viva Paris; casting director: Noah Shelley; PRODUCTION: Villa Eugenie; location: Paris Event Center; looks: kenzo fall-winter 2018

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hey reilly Non si conosce la sua faccia. Ma il suo lavoro su internet. Con quelle rielaborazioni fashion-ironiche che l’hanno fatto conoscere al grande pubblico mediatico. Perché Hey Reilly ha creato un vero e proprio caso con le sue Fakenews, tanto da essere stato chiamato da Silvia Fenturini Fendi per collaborare alla sfilata del menswear autunno-inverno 2018/19. Ora le racconta in questo shooting speciale. «Un fake Fendi che diventa reale? È un cerchio che si chiude», ha spiegato Reilly, art director e artista digitale scozzese, che vive e lavora fuori Londra. Per la maison del gruppo Lvmh l’artista ha creato la stampa remix, ha reinterpretato l’iconico logo dalla doppia F e i tessuti della collezione in un collage digitale composto da trecce di lana e Principe di Galles, ritagli di AstroTurf, cieli notturni, martelli, banane cartoon e cavalli da corsa. In fondo era destino. Doppia F, fake Fendi. Come ha conosciuto Silvia Venturini Fendi? Mi ha trovato su Instagram alcuni anni fa. Wow, ho pensato. Mi mandava messaggi, dicendo che amava quello che facevo. Io all’inizio pensavo che non fosse la vera Silvia. È accaduto quando avevo fatto quel mix tra Fila e Fendi e lei ripostava il mio lavoro. Il giorno dopo mi sono svegliato e tutti mi chiedevano se fosse una vera collaborazione. You, Fendi, Fila? È vero? No, è fake… Ora però il fake è diventato del tutto vero? Assolutamente. È un cerchio, fake Fendi che è real. Non ci credo, è quasi folle. Così come faccio fatica a credere di essere in un backstage. Prima volta a Milano, prima volta in una sfilata.

Prima volta che faccio una collaborazione con un marchio di moda. Perché i giovani la amano tanto? Sono andati molto lontano con questo discorso del logo. Non sanno neanche da dove vengano esattamente. E il passo successivo era quello di renderlo una cosa divertente. Anche perché ci sono così tante collaborazioni, Supreme, Louis Vuitton. Nessuno sa cosa accadrà, così ho pensato a quale potesse essere una collaborazione incredibile e mi è venuta in mente Fendi and Fila. La fake art sta diventano un vero trend. Non ci credo ancora perché è qualcosa che faccio nella mia camera da letto ed è divertente. Quanto è importante essere divertiti? Fondamentale. Anche se è qualcosa che sulla carta potrebbe essere serio, anche legato alla politica. Non voglio che sia mai pesante. Desidero sempre che i toni siano leggeri. Anche se per due secondi, voglio che la gente sorrida. Dove vive? Fuori Londra, dove mi sono appena trasferito. Molte persone pensano che io abbia 25 anni. E quando mi conoscono dicono: «Older than 20?». Alcuni guardano il mio lavoro e pensano sia un ragazzo. Va bene. Io sono felice così, con il mio gatto, nel mio studio. Ma qualcuno si è mai arrabbiato? Ho anche avuto paura che mi facessero causa. Poi ho visto che tutti la prendevano piuttosto bene. Dior ripostava. Vogue ripostava. Per ora, no. Incrocio le dita.

testi stefano roncato foto PAOLO FICHERA e DANIELE LA MALFA

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silvia venturini fendi Chi la conosce, lo sa. Di Silvia Venturini Fendi e della sua passione per l’arte. Delle opere di Fontana, fin da piccola. Non poteva averle? Da vera creativa, giocava a intagliare le tele in casa. Una vena che si sposa con quella, ça va sans dire, per la moda, quasi genetica si potrebbe dire. Un family affair che ha portato a una collisione. Visto che la designer è giunta alla terza collaborazione con un guest artist per la collezione uomo firmata Fendi, di cui è anima stilistica. Dopo l’illustratore e scultore John Booth nel 2016 e la pittrice Sue Tilley nel 2017, la passerella del marchio di Lvmh ha ospitato la mano ironica di Hey Reilly. «Mi piace confrontarmi, includere, uscire da un ego-riferimento», ha spiegato la stessa Venturini Fendi, «l’arte è sempre stata il mio grande amore». Cosa l’ha colpita di Hey Reilly? Affronta attraverso l’ironia anche topic importanti. Le cose dette sorridendo ti colpiscono, ti fanno riflettere. Riesci a dirle con più facilità. Come l’ha scoperto? Su Instagram. Lui lo dice sempre che sono stata una delle prime del fashion a seguirlo. Aveva postato una sneaker con logo Fendi unito a quello di Fila e io l’ho ripostato. Da lì ci siamo seguiti anche se all’inizio non credeva che fossi veramente io. E, come accade oggi, si è diventati amici di Instagram. Una nuova categoria? Incontri le persone che non hai mai conosciuto, non sai con chi parli. E scopri che sai già tutto di loro. Entri nella loro vita prima ancora di avere un contatto fisico. È giunta alla terza puntata con un guest artist. È importante creare queste collisioni? Sì. Mi piace confrontarmi con le collaborazioni,

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l’inclusione, il confronto. Per uscire dal proprio punto di ego-riferimento. E penso che sarà sempre di più il futuro. Io sono abituata a questo perché lavoro in un ufficio creativo ed è finita l’epoca dell’essere stilista e punto. La moda, l’arte. Come è cambiata la sua percezione con i nuovi social? L’arte è sempre il mio amore vero. I social ti danno la possibilità di vedere senza spostarti. Intraprendere dei viaggi notturni. Non dormi più, non riesci a spegnere la luce perché sei immerso in altri mondi. Mi faccio grandissimi viaggi. E stringo bellissime amicizie. È quindi diventata una follower di lusso? Si. Però non sono di quelli distaccati, che guardano e non partecipano. Non me la tiro, il bello dei social è di essere tutti uguali. Una democratizzazione? Non mi sono mai schierata dalla parte dei potenti. L’ho sempre trovato noioso. Meglio far parte della massa, diventare amica. Mi diverto proprio a vedere. Non sono una stalker però sono accessibile. Quanto è importante divertirsi? È fondamentale prendere la vita con ironia. Mi rendo conto di quanto vivere sia una cosa seria. Sono una donna che fa tutto con molta responsabilità. Ma non riesco a fare le cose se non mi interessano o non mi divertono. E mi piace avere rapporti umani, riceve stimoli. Diceva che l’ironia era una qualità di famiglia… Mio padre era molto simpatico. Poi però alcune cose le ho imparate da Karl (Lagerfeld, ndr), che affronta aspetti seri ma sempre con il suo senso ironico. Quando lavoriamo qui, lo humor è fondamentale.

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Stylist: JULIAN GANIO; Hair: MATT MULHALL; Make up: NINI NUMMELA; MODELS: Youssouf Bamba, Tom Bird, Keiron Caynes, Alpha Dia, Eli Epperson, Anton Jager, Piero Mendez, Cheikh Tall, Lemmie Van Den Berg; Casting director: Piergiorgio del Moro; Location: Via Solari 35, MILANO; LOOKS: Fendi F-W 18/19 uomo

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IN QUESTE PAGINE, dall'alto in senso orario, il finale dello show dolce&Gabbana alta sartoria a monreale, nel 2017; due look di azzaro ateliers, che ha debuttato a gennaio con capi mannish; due proposte di givenchy, che sotto la guida di clare waight keller ha esordito nella couture maschile

business view

L’HOMME COUTURE

La crescita delle vendite di moda maschile ha portato allo sviluppo di collezioni di alta moda dedicate. I primi sono stati Dolce&Gabbana, seguiti questa stagione da Givenchy e Azzaro. By CHIARA BOTTONI Il mercato della moda maschile corre a passo spedito, convincendo i brand a investire sempre di più nello sviluppo di progetti dedicati. Un trend che ha portato al fiorire di collezioni di haute couture al maschile, destinate alle passerelle o presentate in atelier, con grande riservatezza, ai top buyer. Il fenomeno è balzato sotto i riflettori, in particolare, in occasione dell’ultima tornata di sfilate parigine dedicate all’alta moda quando due maison, Givenchy nel défilé che ha segnato anche il debutto couture di Clare Waight Keller, e Azzaro, hanno fatto sfilare per la prima volta capi mannish deluxe. I loro nomi si vanno ad aggiungere a quello di Dolce&Gabbana, il primo marchio in assoluto ad aver presentato una collezione couture dedicata al mondo maschile, l’Alta sartoria uomo protagonista di uno show all’interno di Palazzo Labus in corso Venezia a Milano, nel gennaio del 2015. Un nuovo progetto che Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno voluto sviluppare come omaggio all’artigianalità italiana e alla tradizione sartoriale, rendendolo protagonista ogni stagione di eventi itineranti ad alto tasso di glamour e spettacolarità. «La collezione Alta sartoria è nata in modo naturale dopo l’alta moda. Anche i mariti delle nostre clienti volevano capi unici e irripetibili da indossare in occasioni speciali. E così abbiamo iniziato questo percorso che ci ha portato in bellissime città sempre nuove, ci ha permesso di sperimentare, di fare ricerche e di spingere la nostra espressione creativa al massimo», ha spiegato Domenico Dolce. «L’alta sartoria è un sogno, un’esperienza, un’idea di bellezza che noi cerchiamo di tradurre in capi speciali, stampe, accessori bizzarri e stravaganti ma che raccontano storie. I clienti vengono da noi e vogliono qualcosa che nessun altro al mondo ha. Noi cerchiamo di realizzare i loro desideri più nascosti», ha poi aggiunto Stefano Gabbana. Un sogno che si traduce anche in un successo di vendite, in quanto il segmento cresce di stagione in stagione assumendo un peso sempre più rilevante per i conti del marchio. Accolto positivamente dalla critica e dai buyer è stato il debutto couture di Clare Waight Keller. La collezione spring 2018 ha visto sfilare quattro look maschili composti da giacche slim e pantaloni skinny, che costituiscono una sorta di rivoluzione storica per la maison di Lvmh che aveva lasciato finora il made to measure maschile separato dalle creazioni della donna. Stessa rivoluzione di generi per la maison Azzaro, oggetto di un’operazione di rilancio firmata dal direttore creativo Maxime Simoëns. «L’idea della collezione Azzaro ateliers è stata

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quella di partire da un’ispirazione couture, colonna vertebrale della maison, e di infondere coerenza all’intero guardaroba maschile», ha raccontato il designer. «La couture va quindi ad arricchire l’offerta uomo prêt-à-porter e i codici di questi due mondi si scontrano per meglio rivisitarne le fondamenta. Sono pezzi maschili e femminili che si portano oversize per la donna e a misura per l’uomo e che raccontano una storia comune: una sensualità tinta d’esotismo in un métissage di epoche e di luoghi per tratteggiare il portrait dell’uomo e della donna della maison, in costante dialogo tra di loro». E a confermare che più che di una tendenza si tratta di un’evoluzione destinata a svilupparsi ulteriormente nel tempo ci sono anche i buyer. «Indubbiamente questo fenomeno è la conseguenza di un consumo di moda maschile in crescita, talvolta anche a scapito della donna. Questo è successo per esempio da Tsum, dove il business menswear ha superato quello del womenswear anche se di pochi punti percentuali», ha sottolineato Riccardo Tortato, fashion director menswear di Tsum. «Non a caso, i marchi che hanno lanciato un’offerta couture sono quelli che hanno un business dinamico nell’uomo, come Givenchy o Dolce&Gabbana appunto. Ma anche Valentino, che ha presentato in privato per alcune stagioni quattro o cinque proposte ad hoc». Ovviamente, i mercati più ricettivi in questa direzione sono quelli emergenti o più importanti dal punto di vista del lusso, ovvero i Paesi arabi, la Russia e la Cina. «Se facciamo una riflessione più ampia, le sfilate maschili sono diventate, in generale, un trampolino di lancio per quelle femminili a livello di trend. Lo streetwear, ad esempio, è prettamemte uomo. Siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione di stile». Una rivoluzione che promette di riservare altre sorprese. Quella più attesa è sicuramente legata all’arrivo di Hedi Slimane da Céline. Il designer superstar lancerà infatti per la prima volta il menswear e anche una linea couture.

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The Best

prada La location è un labirinto di casse. Sembra uno spazio segreto, un’Area 51 della città. «È un magazzino immaginario che corrispondeva alla parte industriale, utilitaria di Prada che volevamo esplorare», ha spiegato Miuccia Prada. Un crash di ricordi ritorna nella collezione: le scarpe fiammate, i dinosauri, i galli con il viso costruito con il celebre triangolo e le banane. Oltre alle stampe d’antan mixate tra loro. Che creano un’atmosfera ugly chic e hawaiana, tra scorci di spiagge e di resti archeologici. E poi il grande ritorno del nylon nero, iconico, interpretato anche da quattro guest star d’occasione: Ronan & Erwan Bouroullec, Herzog & de Meuron, Konstantin Grcic e Rem Koolhaas.

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The Best

alexander mcqueen Savile Row. Il tartan. Le grandi rose dei giardini. Quelle silhouette impeccabili che diventano luogo di ricerca di Sarah Burton, pronta a dare all’uomo Alexander McQueen una nuova vena super brit. Esaltando il Dna della stessa maison. Spalle larghe, vita piÚ segnata, cravatta e maglione a losanghe. Tutto leggermente distorto, tutto passato sotto una lente che sposta il limite. I ricami sono oversize, i trench si annodano in vita per svolazzare a ogni passo e le sneakers bombate hanno frammenti cromatici diversi, che si innestano a sorpresa. Tra cammello incattivito, cappe biker e inserti di pelle in un cappotto. E quei cristalli notturni ton sur ton che regalano al finale una luce volutamente dark.

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88 | MFF-Magazine For Fashion

The Best

louis vuitton

Adieu Vuitton. La collezione segna l’addio del direttore creativo Kim Jones alla guida della linea uomo della maison di Lvmh. Svettano Louis o Vuitton come scritte sul fondo delle borse o sulle felpe, che inseguono una palette che dai toni naturali esplora sfumature metalliche. Seta e pitone lucido per i pantaloni, peso piuma per le camicie, Wild west e Far east, collane da esploratore che sembrano ripercorrere la strada fatta da Jones nella griffe francese. Con tocchi tecnologici come le riletture del Monogram titanium, i Glaze e i flash fluo. Fino a quell’effetto lucido e spalmato, fil rouge dell'intera collezione. Ciliegina sulla torta, le top model Naomi Campbell e Kate Moss in passerella per celebrare il lavoro del designer.

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MFF-Magazine For Fashion | 89

The Best

dolce& gabbana Paradise. Benvenuti in quel mondo web-fiabesco immaginato da Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Dopo gli angeli di Charlie, ecco i D&G’s angels con una vena reale. Sono principi azzurri vestiti di fairy tailoring, tra giacche precise e marsine, tra broccati, ricami e passamanerie. Impersonati da quella generazione di millennials che è diventata protagonista del mondo della maison milanese. Hanno il viso d’angelo, come i putti che escono dagli affreschi e diventano signature sulle felpe, sui tratti grafici degli abiti, sullo zaino. La vena street si fa sentire, con quelle forme più morbide, con cappellini al posto delle corone, con patchwork che diventano un fil rouge di stagione.

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90 | MFF-Magazine For Fashion

The Best

versace

foto kevin tachman

foto kevin tachman

Un luogo che sa di casa. Quella dimensione privata che è il grande tema di stagione. «Tutto è nato dalle richieste dei rapper. Erano loro a domandarmi accappatoi, oggetti per la casa... Questo mi ha fatto venire in mente l’idea di costruire una collezione collegata a doppio filo al mondo di Versace home», ha raccontato Donatella Versace. Velluti, passamanerie, stampe iconiche del mondo Versace home si rincorrono sui bomber giganti imbottiti, sulle giacche di denim patch, sui pantaloni accorciati per lasciare spuntare un calzettone sportivo. E svelare le nuove sneakers Chain reaction dalla suola gigante in gomma a forma di catena intrecciata, con una scritta in alfabeto braille che recita la frase Love is blind.

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MFF-Magazine For Fashion | 91

The Best

valentino

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foto stefano roncato

foto stefano roncato

Un colpo di matita dark. Sulla silhouette allungata, distorta, appoggiata su sneakers con suola tecnica che rimbalza. Con quei cappotti lunghi, notturni e vampireschi che diventano la signature della collezione. Clubbing, romanticismo, anni 80, libertà sono parole che rimangono nell’aria al passaggio dell’uomo Valentino disegnato da Pierpaolo Piccioli. «Un crash di elementi, che si liberano e si traducono in quella pulizia apparente della collezione perché sono piccoli passi quelli che fanno la rivoluzione». La tuta sportiva è il nuovo cult. Zip per la felpa, bande spostate in avanti per i pantaloni che compiono una metamorfosi con il formale. E a completare il racconto, il progetto speciale Moncler/Valentino.

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92 | MFF-Magazine For Fashion

The Best

lanvin Una foresta di luci. Un allestimento che riduce ai minimi termini l’effetto outdoor e lo modifica. Come ha fatto Lucas Ossendrijver per l’uomo Lanvin, di cui è direttore creativo. Mixando elementi sportivi, inserimenti a contrasto come patchwork, fiori-camouflage e partendo da un preciso fattore di ricerca. «Mi sono concentrato sull’abito, elemento più classico, quasi passé, tratto direttamente dall’eredità e Dna dell’uomo Lanvin», ha spiegato il designer. «Che cosa è un abito? Sono due pezzi, una giacca e un pantalone, tagliati dallo stesso tessuto. Ho voluto lavorare su questa idea e decostruirla inserendo l’elemento di stratificazione». Tessuti canonici plus velcro per modulare la silhouette, sneakers modificate, improvvisi tagli a sbieco e un mélange grafico.

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foto MORGAN O'DONOVAN

MFF-Magazine For Fashion | 93

The Best

dior homme

foto MORGAN O'DONOVAN

Una fashion house music che si muove a un ritmo di super tailoring e citazioni nineties. Come alcuni modelli che calcano la passerella, volti noti che si intervallano a quei Dior musical kids scelti da Kris Van Assche per delineare l’estetica del marchio di Lvmh. Le costruzioni citano il Dna della casa, con riferimenti New look alle linee più severe. Per poi dare un brivido più young, anzi Forever young come recita la colonna sonora, con dettagli sport e fantasie con disegni tribali che si mescolano a pattern da grande inverno e si alternano alle righe. Il formale diventa super preciso, traccia una linea di demarcazione potente. Si affianca in modo meticoloso a quel mondo più leggero con un’anima sportiva.

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94 | MFF-Magazine For Fashion

The Best

ermenegildo zegna couture Eco-brutalismo. La neve candida contrasta con il cemento d’autore della grande sala dell’Università Bocconi. Una collisione visiva tra architettura e quella natura che sembra essere sempre più importante per Alessandro Sartori, mente creativa di Ermenegildo Zegna. Che porta in passerella per la prima volta Oasi cashmere, dall’innovativo processo di tintura sostenibile, secondo i valori dell’Oasi Zegna. Pronta a tornare nei paesaggi di grafiche che fanno sposare performance ed eleganza. Atmosfere esaltate da quel bianco candido del paesaggio innevato della sala, che cita l’opera dell’artista Thomas Flechtner. Righe come orme di sci, che sembrano ricomporsi in quel logo in tripla X diventato sigillo inconfondibile del progetto.

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MFF-Magazine For Fashion | 95

The Best

fendi Fake che diventa real. Righe che sembrano stampate ma sono lavorazioni certosine sul montone. Imprimé che appaiono camouflage ma sono una composizione di elementi maison, in una stampa remix d’autore. Perché Silvia Venturini Fendi ha chiamato come guest artist Hey Reilley, talento digitale che ha travolto il mondo fashion con i suoi collage fakenews. «Lo seguo da sempre», ha spiegato la designer, «lui dice che sono stata la prima nella moda. Condivide con noi il senso dell’ironia. Dice cose profonde ma in maniera leggera e a volte arrivano con più forza». Family, faithful, freedom, fancy, fabulous si innestano sui look svelati in un setting che ricrea le atmosfere di un aeroporto surreale.

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96 | MFF-Magazine For Fashion

Juun.j

Prada

Astrid Andersen

Sacai

Thom Browne

Alexander McQueen

trends

check Cerruti 1881

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Études

Dsquared2

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MFF-Magazine For Fashion | 97

Dondup

Corneliani

Dries Van Noten

White mountaineering

Gcds

Lardini

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Marni

Undercover by Jun Takahashi

Vetements

Kenzo

Lanvin

Paul Smith

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98 | MFF-Magazine For Fashion

Prada

Cottweiler

Rick Owens

Juun.j

Craig Green

trends

Msgm

Oamc

Marni

nylon Frankie Morello

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Neil Barrett

N°21

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MFF-Magazine For Fashion | 99

Dries Van Noten

Dirk Bikkembergs

Acne studios

Sacai

Marni

trends

ARTSY Charles Jeffrey loverboy

Balmain

Wales Bonner

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Comme des garรงons

Alanui

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100 | MFF-Magazine For Fashion

Sulvam

Emporio Armani

Alexander McQueen

John Lawrence Sullivan

Brooks brothers

trends

Sartorial monk

pinstripes

Daks

Maison Margiela

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MFF-Magazine For Fashion | 101

Dolce&Gabbana

Thom Browne

Off-white c/o Virgil Abloh

Versace

Yohji Yamamoto

Ann Demeleumeester

Dior homme

Moschino

Ami

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102 | MFF-Magazine For Fashion

Maison Margiela

Versace

Acne studios

Cerruti 1881

Bobby Abley

Fendi

trends

YELLOW

Msgm

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Dolce&Gabbana

Kenzo

Wales Bonner

Henrik Vibskov

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MFF-Magazine For Fashion | 103

Dior homme

Sacai

Dondup

Dsquared2 Neil Barrett

Dolce&Gabbana

Palm angels

Sunnei

Y/project

Msgm

Henrik Vibskov

N°21

trends

denim 102-103_MODA_Yellow_Denim.indd 103

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104 | MFF-Magazine For Fashion

Federico Curradi

Berluti

Daks

foto sgp

Giorgio Armani

Undercover by Jun Takahashi

Paul Smith

Haider Ackermann

Dolce&Gabbana

trends

velvet

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MFF-Magazine For Fashion | 105

Marni

Prada

Louis Vuitton

Sacai Edward Crutchley

Dolce&Gabbana Vetements

Alexander McQueen

Fendi

trends

print Dior homme

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106 | MFF-Magazine For Fashion

Balmain

Diesel black gold

Gcds

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Edward Crutchley

Beyond closet

Ermenegildo Zegna couture

Dolce&Gabbana

Bottega Veneta

Ann Demeulemeester

trends

fur

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MFF-Magazine For Fashion | 107

Thom Browne

Todd Snyder

Dsquared2

Marni

Emporio Armani

Miaoran

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Boss

Ovadia&sons

Louis Vuitton

Brunello Cucinelli

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108 | MFF-Magazine For Fashion

Maison Margiela

Palm angels

Boss

Edward Crutchley

M1992

Vetements

trends

oversize puff Versace

Undercover by Jun Takahashi

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Msgm

Gosha Rubchinskiy

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MFF-Magazine For Fashion | 109

Ermenegildo Zegna couture

Ovadia&sons

Dunhill

Valentino

Tom Ford

Philipp Plein

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Neil Barrett

Astrid Andersen

Dirk Bikkembergs

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110 | MFF-Magazine For Fashion

Hermès

Corneliani

Boss

Isabel Marant

Raf Simons

Joseph Abboud

trends

MAXI COAT Giorgio Armani

Tom Ford

Magliano

Carlos Campos

Junya Watanabe

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alfredoberetta.it amiparis.com mikeamiri.com

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VIRGIL ABLOH ORCIANI OVADIA&SONS OVS PAL ZILERI

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PALM ANGELS

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Y-3 YOHJI YAMAMOTO

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international MARNI - FRANCESCO RISSO Story by Stefano Roncato Photos by Valerio Mezzanotti / Toggle(Off) Visionary Geeks Tiny staircases, that you almost have to take baby steps to go up. Turn at the right door. Go down the corridor with the shiny wall. Entering Marni is like navigating through a small maze, like a path in a videogame where every now and then a credit-reward pops out. You see fragments of bags, glimpses of dresses in progress. You reach the office with a super-geometric terrace where you'll find Francesco Risso, the creative mind of the maison linked to the world of Renzo Rosso. A boule de neige, a naif atelier where you can breathe creativity. "The thing that fascinated me in my first days working here is that you walk around and can always feel this very eclectic, very alternative energy", explains the designer whose past includes time at Dell'Acqua and a long period with the Prada Group. And he has emerged at the front line, spearheading this adventure full of infinite words - ironic, deep, inspiring - which almost become fragments of a loving conversation. It is a small maze... A total labyrinth. I don't get lost anymore, but I must confess that the first six months I was constantly getting lost inside, down, up. Because there are various levels. So it's easy to get lost. A little like the brand itself, it is a small maze. From the outside it looks like something, then you enter... Yes, absolutely. The thing that fascinated me in my first days working here is that you walk around and can always feel this very eclectic, very alternative energy. You breathe an air wherever you go that is, how can I put it, hyper-creative. It's a special type of magic. We make everything here, from clothing to certain jewellery mechanisms. We also make part of the bags, carry out small experiments. But the most fascinating thing about this company is its energy and values; the Castiglioni have created a small jewel that produces everything. This is rare today. Because you often find yourself in a company where, I don't know, you have to wait for things from another company, which may only come after a month. Instead, here, now we are launching a runway show and are there saying, "Ah, nice in this colour". At that exact moment we invent a skirt and we are there cutting it, making it, and then we go down to the tailor's shop. So, this aspect is very exciting. It's a small world, a boule de neige... Yes, completely. And all it takes is a second to run down to the tailor's shop. This is a real atelier. The brand was created by the Castiglioni; what was Consuelo to this brand? In my opinion, she, but also her husband, were the soul of this company, and the interesting thing is that they have created this little gem, an outsiders company. One that also seeks to think outside the box of the normal habits in fashion. This aspect fascinates me more than their work, and I think it is what also attracts people's eye. I like it when you compare it with a maze. Because there's a mysterious air, like spying through a keyhole or balancing somewhat precariously. In reality it is quite captivating, because a mystery always pushes you to discover what is inside and all the infinite possibilities. And in my opinion, she is a very eclectic person. I think she was a genius in interpreting this freedom of possibility. Did you meet her? Yes. Every now and then, we send each other notes... Are these notes also part of the 'outsider' side? It's a bit old-fashioned, but I must admit I really like it. I do it with certain people I admire a lot, and she is one of those. The others? I won't reveal who they are: there are two or three, but all of them are women! By chance does one of these have a foundation (Miuccia Prada)? I also write messages to her, so there's a bit of technology involved. You have followed a career path that also has origins in Alessandro Dell'Acqua... My most fun years were with Alessandro, absolutely. For his way of thinking, because he has a light but captivating immediacy, which can be highly motivating when you're learning to work. And this

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immediacy in thinking of his woman, for me, was truly an inspiration. And then we had a lot of fun because it still was a small family. And he has an impressive amount of knowledge, so it was really great working with him. And then, what happened? I moved to Prada and had an equally incredible experience there. I saw the company, which already was rather big, but at that time it had just entered the stock market, so it was a considerable challenge. It's amazing how it has transformed. Anyhow, the best part was precisely the various experiences I had with Miuccia and also with Mr Bertelli. There were so many projects, so many things over those ten years that it almost felt like dog years where one is equal to seven. What is your most distinct memory of Mrs Prada? It's probably a memory that's like a recurring dream. We often worked in this room that she could enter directly from her office. This recurring dream was to see her sit down and suddenly enlighten you with thoughts she had in her mind. They were so innovative, like those Japanese poems composed of three verses, haikus. Even with three words, she could say something that would set you off like a cannon. What did you feel when they called you to lead Marni? Incredible excitement, of course. It was surprising, but what is even more surprising is that I think that, deep down, there’s a bit of Marni inside of me. So I took the next step with even more enthusiasm. What of Marni is deep down inside of you, that outsider part? Yes, even if you can be an outsider in many ways, right? Rick Owens is an outsider, but in his own absolutely coherent and eclectic way. In my opinion, what brings me perhaps the closest is the freedom of spirit in how certain things are put together. And I think she was a bit fascinated by this, by these strident combinations of volumes. I'm a bit like that. My closet is a delirium. Nothing remains as it is, because I’m not capable of buying something and wearing it as it came. Lawrence (Steele, Risso's companion) finds pieces of things, of trousers or shirts which have been cut, because in a certain sense I like to render them as if they already had a sort of life. Similarly, I think Marni has these characteristics, where objects have a life of their own, an experience, and it is not a simple study of a shirt collar in an obsessive way. There is a story, a thought, a naivité. I often relate a bit like this when I work, thinking about things in an almost elementary way, as if they were seen by a child's eye. This has a bit of its own Dadaist charm, if you want. And so for me Marni was a bit like that, the Marni in me is a bit like that. You said your wardrobe is full of clothes. Do you buy them, collect them, go looking for them? I have to admit that one of my obsessions is eBay. The auctions? Yes, sometimes I even make a bit of confusion, because I start bidding all over the place and in the end I win everything. Because I'm not good at it, I'm actually a disaster. In the sense that sometimes I spend money like water; in the end I find myself having won ten things, having spent a lot of money and didn't want to. And perhaps those ten things are exactly the same, because in that moment that's what I was concentrating on. There are times when I'm passionate about certain things. I have at least a dozen or more pairs of sailor pants in my closet. There was a moment when I was obsessed with cowboy shirts and I have like 30, but then when they arrived and I looked at them, I said "Oh my God, what a monstrosity." The staging recreates this world of objects that also belong to the past. What did you want to express? I was interested in the concept of World Traveller, but it did not meet my expecations. So then it became Worlds Traveller, it became a boy who crosses or travels through different mental states. I was interested in looking for a sort of collision, ordered chaos, like when David Bowie wrote his songs by taking pieces from various lyrics and composed them by throwing many different things together. So, in the same way, this social interaction intrigued me even more when developing the Prima Cosa room, where we decided to put stones, also because it created a different type of path. All in circles, like in an abandoned campground. And this was also for creating a sort of connection. Then, sitting on these objects created contact with the object, but also between them. This was another reason why there were models sitting among the people. Because this sense of unity and exchange

was even more important to me. In some way, the more we tried to add rules and logic, the less logic there was and everything just came together. It’s like when you leave the house and just throw things on because you're not stopping to think about it too much. So, this is that state. In principle, there's no principle. You speak of connection. But are you connected to the rest of the world? I'm not on Facebook, but I'm on Instagram and I like it a lot. It is a strong channel of inspiration for me and, once again, one of both strong connection and disconnection. I like it because you can immediately see hyper-alternative people on the other side of the world. You have immediate access to parallel worlds, and this is very exciting. Then, as a person, I absolutely like connections. I'm not the type of person who holes up in his house in Milan, I try to go around as much as possible. And where do you go? One of the places I mostly go to is London, perhaps because I have so many friends there and it also is a quick trip. I've been in the office very often lately, but we have several friends in Chicago, several friends in New York. You always talk about places in relation to friends... This aspect makes me reflect, because in reality you’re always connected with someone who then takes you somewhere else, helps you learn things. Sometimes Lawrence and I take trips, trips of discovery. But it often is nice because we reconnect with our friends. Our summer holidays always include an extended family, for example the last one in Africa was incredible. How has it been to move from the Dell'Acqua maison to the great Prada Group and now Otb with Renzo Rosso, at Marni which is connected to yet another dimension? It is entirely different. What I told Renzo when I embarked on this adventure is that I am proud to work with him, because he is one of the few men who I would have liked to work for in Italy, absolutely. I have very high esteem for all of Renzo's work, as his masterpieces can be counted on one hand. I was lucky enough to work with Miuccia and Bertelli, who are other unbelievable entrepreneurs, and I consider Renzo as perhaps the only other one who managed to create a group in Italy which fully values interaction between people. It's very nice to hear it being said so directly... I am one of his disciples, if you can put it that way. It's true, I really believe it. Because what Renzo has done is brilliant, there's not much to say, it's indisputable. He gives me all the freedom to create, to be here, to search for the brand’s creativity, and I give him all the freedom to criticize me. And it is a very organised and methodical group, which is necessary in a company that is so close-knit in order to have an algorithm for growth. It is important to include mathematics, because that is how things can be built. Are stakes necessary too? No, it’s more of a liturgy, it’s not a question of stakes, it’s a way of operating. So, the methodology is given precisely by the system that was created by the Diesel group, and then Otb, which have always been strong in this aspect. It is not a very Italian thing, to tell the truth, and it is not obvious at all. Have you ever been afraid of this adventure? Up to now, no. I try not to be afraid, fear is good as long as it turns into energy. Obviously, when everything gets to the last minute, you say: "Oh my God, what's going to happen?". But the adrenaline is part of what brings you to experience emotions. I must say that I have been wonderfully educated in this sense. Things were done at the last minute at Prada, and this never affected quality or execution. In this sense, I've been lucky. Obviously, it’s a huge responsibility. More than anything else, I transform the responsibility that I feel in my time working here, and I do it with great dedication. From there, there is no escape; I am a bit fundamentalist in this sense. And then, destiny will run its course. What did you think the first time you came out on the catwalk at the end of the show, after the models? I tried to do it as fast as possible. To show great respect towards all the creativity that came before me. Moreover, I'm not a huge fan of big presentations, because I'm basically a bit shy. KENZO - HUMBERTO LEON AND CAROL LIM Story by Stefano Roncato Photos by Valerio Mezzanotti / Toggle(Off) Visionary Geeks

The meeting is behind the stove. The rendez vous could sound a bit weird, a bit much Master chef. But Humberto Leon and Carol Lim have accustomed their public to surprises. The latest is exactly that movie making set-up which hosted the Lvmh’s brand show, the group where the creative duo landed in 2011 and debuted with their first collection the year after. “But I do love cooking”, explains Leon while Lim is busy with her partner in fashion’s mother, his best friend since they were 18. Because here it is first of all a family affair, and in a second you’re swallowed up just like in a movie. “We like to tell stories. This is what young people want, they want information, they want to know”, explained the two designers, who are also working on a new retail concept for the brand. While all around everything rolls to tell a very special family drama. The runway looks like a soap opera set. What did you want to tell? The message is that this collection was strongly inspired by cinema, through the ages and eras. Italian, Japanese, Chinese and American film. What’s interesting is that we filmed a movie live during the show. We don’t know if the audience understood it while it was happening, but the elements were there. A table that’s half over here, half over there. But when you watch the film, the result is that the people are talking to each other directly as if they were together. The secret of cinema… We wanted to show it through a live scene. So we needed a story for the theme. One of the things we find more interesting is that we’re at this big house, that’s Lvmh. But we always tried to bring the brand a little intimacy, some personal elements. We talked about this story with the director and the art director about three years ago. When Humberto dyed his hair blonde when he was 18 and his mum went crazy. Like an Asian drama. Something everyone could relate to. A family drama… (Humberto) I remember I called her and said: mum, you’re gonna see me, but I dyed my hair blonde. And she was like: “what? Come on right now!”. So I came home and she was sitting there, she wouldn’t even look at me and she was like: “you’re ruining my life. You’re killing me. You’re killing the family”. She was really dramatic, hilarious and amazing. Now we’re creating this fiction, we’re telling the story about this family, and there’s a wedding happening. Where did you two meet? We went to college together. UC Berkeley in San Francisco. We’ve been knowing each other since we were 18 and we’ve been best friends ever since. Which kind of movies do you like to watch? There are so many. There are visual films we’re obsessed with. Like Robert Altman’s Prêt-àporter. Or Fellini films we love. Or Beaches. Or Breakfast Club. It’s hard to choose. Do we watch movies together on the sofa? Whenever a movie comes out, we’re always like: “come over, I’ve got pop corns”. And this has been happening for 25 years now. Have you ever worked for the cinema? (Humberto) I consulted with Spike Jonze on Her, conceptualizing the costumes and doing little things here and there. And my mum was in the movie, with a cameo. She’s a funny lady. I’ve done some music videos, and obviously with our Kenzo campaigns, of which we’ve just launched our sixth film, we’ve done many different things. Each one has a different format, we decided to switch our campaigns to movies and the stills from the movies are campaigns. We brought a lot of narrative to our fashion videos, which is very different because in the past they were just visual. Compared to six years ago, now you see that a lot of companies are working on narrative films. There needs to be a story, not just a fashion film. It would be such a waste to get an amazing director to direct like a car commercial, and you don’t even understand the narrative. So we decided. We take a director and make a mini film that they would be very proud to be in. You want to win the Oscar? It would be fun. We’re fan of our culture. Music, fashion, film, art, ballet, opera. It’s exciting to be able to bring fashion outside of fashion, and bring other cultures into fashion. Is it what the new generation want? This crossing…? We think it’s an authentic way to storytell. We don’t want to waste an opportunity or put up a film that doesn’t mean anything, so it’s more interesting for us to have an authentic point of view

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as we’re talking about things. Young people want information. They want to know where things come from, they want to learn. We’re moving in a pace that’s so fast and it’s nice to slow some things down sometimes. Kenzo is a brand which is almost 50 years old, and it’s an amazing story. You might be discovering it for the first time in 2017, but we want to show you what this brand has meant for a lot of people through the 50 years. So, we’re storytellers. We love telling stories. You think you’re more storytellers than designers, in general? I think you can do it all. As creative directors, we design the clothing and work on all the ad campaigns, all the editorials, website, Instagram. We work on everything to have the complete picture. It would be hard to separate. To us, it makes no sense to hire a creative director just to work on the ad campaigns. Maybe it works for others. Many designers say the young consumers don’t know the past so everything is new for them. You can use the logo, the archive again. Do you think the same? You don’t have to do the research the way we did when we were younger. When we were growing up the only way to learn was to buy a magazine and see. Information wasn’t that quick. And I think that with the quickness of information you forget all the details. So we think that it’s nice to be able to give everybody, not just the younger people, the information about why something is really something. You were one of the first to put together men and women’s wear with a co-ed show. A winning formula? It’s working amazingly. One of the things that you see today is that we have our runway collections arriving in stores in January, which is exciting. That’s a practical thing for timing, because sometimes you put so much energy into the runway collections but it has one month to live in the store. I think it comes from the fact that I have a retail background. The longer you’ll be able to see the clothing, the longer you’ll be able to buy them. The co-ed show is first of all practical. It’s storytelling, the men’s and women’s story come from similar places. On a practical level, you’re able to produce the clothing in a timely efficient matter so that there’s time to actually do things. You work together. But is there something one can do better than the other? Carol and I are very practical. The fact that there’s two of us makes things a lot more faster. Working on multiple collections, ad campaigns, editorial and online content, it takes two people to really manage the system. Because it’s creative, but there’s also the management and business side that no one ever thinks of. What’s the next step? We’re going hard into thinking what the retail concept is. In our sixth year here, we can think of what the rebranding for Kenzo is today. We want to refresh, we want to do things differently. There’s always time for new. New ways of thinking, new ways of challenging. Regarding the stores, what are you doing? Creating a new retail concept. That’s the next goal. In the first six years we focused on the brand, the collections, the image, the product. It’s time for the next phase. And the capsule collections or the Memento? It’s a different storytelling. I think the cool thing about Kenzo that’s always been exciting is that it was always democratic, for all occasions. You could buy a T-shirt. You could buy a beaded gown, a nice coat. It’s about the breath of the brand. What will happen with e-commerce? Will it help, will it make everything different? Our shops perform incredibly. When Carol and I joined we had zero e-commerce business. It was the first thing we focused on and now our ecommerce store is the number one e-commerce store in the company. They had zero e-commerce? Yes, six years ago luxury e-commerce was questionable, very very questionable. I remember when we came the first thing we said was to do it. And they were like: “brands like ours don’t do e-commerce”. But we thought it was right for the brand. It’s obviously one of the most successful things we introduced, so we want to push it. We want to change it, we want to give it a new 2.0. I think the next is 3.0, 4.0… Apart from Kenzo, who are the designers who inspired you? When Kenzo Takada came here, his story has

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been really inspirational. He really changed things in the way he did it. A brand is relevant when you can see a full vision. Like Phoebe with what she did at Céline. She created a world. She invented a story… There are many young designers that have their own little stories. There’s Grace Wales Bonner, from London. She’s just in her third season but she’s able to tell this really cool, intimate story. For us this aspect is really interesting, bringing intimacy into a big house. You’re moving in different fields. What would you like to do in the future? Fashion films. And we also want to work on some home projects. Even lifestyle. The feeling is like we’ve created a brand that could easily go into a hotel, food. We love eating. Bringing food into Kenzo would be amazing. Chefs are so interesting today, they’re really pushing the envelope, in terms of what can be done in food. After Pitti in Florence, will you come back again to show in Italy? Why not, we would love to. Maybe not even in Milan… Which city? We love Rome, we’re opening our first store there. We’re super excited about that. Florence has something beautiful and special. We love Milan, it’s just another story. So the answer is yes. We’re going to open a new store in Milan and then do a show there. Really? Where? No, hypothetically, we’re dreaming. But we’re sure we will. In Milan there’s a store that we inherited. That’s what I mean, to have a brand new concept. You mean the location? Yes, new location, new everything. That’s our 2.0. We came here and we inherited 100 Kenzo stores. But we had an amazing problem. The stores were doing really well. And you would risk if you touched them… Yes, it’s an amazing problem. But we’re putting our stamp and we’re going to start opening our own stores soon. Who is the good and the bad in the couple? There’s always a balance… We’re not the good and the bad. We do so much that is more about who can do the job well and fast. Very diplomatic. After H&M, would you do something similar again? What this experience left to you? We’ve always thought we’re so perfect for Kenzo because Kenzo Takada was a very giving person and also very democratic. Have you ever met him? Yes, many times. He comes to our shows. If there’s an experience where we can show our work to a different audience, we’re excited to do that. And that’s what H&M did. What do you think about all these co-brandings? Isn’t it too much? It has to be right and it has to be authentic. You can’t just do it because you’re doing it. We’ve been asked 100 projects, but we sent them off. If they don’t feel authentic and real, we’re not interested in them. MARNI 玛尼 - FRANCESCO RISSO Stefano Roncato采访 Valerio Mezzanotti / Toggle(Off) Visionary Geeks摄影 经过几乎需要碎步走的小楼梯,转到正确的门 前,再走向拥有闪亮墙壁的走廊。走进玛尼 (Marni)就像是进入了一座小型迷宫,像电 玩游戏里的路线,偶尔会出现奖励。会看到包的 部件,还可窥视到正在成形的服装。走到设有超 几何型露台的办公室里,隶属于Renzo Rosso 旗下的时装屋设计师Francesco Risso正是在 此工作。一个水晶雪球,一个散发着创意的天然 工作室。“在我刚开始工作时就让我着迷的是: 能够到处走和一直拥有这种非常折衷、可变通 的能量”,该设计师如此解释道。他曾是戴拉夸 (Dell’Acqua)的设计师,亦曾长期为普拉达 (Prada)集团工作过。如今作为首席设计师和 这个“探险之旅”的负责人,他用幽默、有深度和 鼓舞人心的话语,促成了一次非常愉快的谈话。 这里像是一座小型迷宫… 这里是一座地地道道的迷宫。现在我不会再迷路 了,但我必须告诉你,在开始的六个月中,我总 是在里面、上面、下面不停地迷路。因为有好几 层。在这里很容易迷路。 有点像品牌本身,品牌也像是一座小型迷宫。在 外面看是一个样子,进入后却… 是的,完全正确。在我刚开始工作时就让我着迷

的是:能够到处走和一直拥有这种非常折衷、可 变通的能量。无论走到哪里都能够呼吸到散发着 超级创意的空气。它具有独特的魔力。所有的 制作都在这里内部进行,从服装到一些珠宝的部 件。我们还在这里做一些包的小试验。但是, 让人着迷的是这家企业的能量和价值观,这里是 Castiglioni家族建立的一个珍宝,能够进行 内部制作。如今很少见。因为一些企业经常需要 等待,也许一个月后才可从其它企业收到东西。 而这里却正好相反,我们在准备推出走秀的产 品时,看到说:“啊,这个颜色很漂亮”。我们能 够立刻设计一件裙子并马上剪裁、制作,然后拿 到楼下的裁缝部完成。所以,这种情况非常令 人兴奋。 它是一个小世界,一个水晶雪球… 是的,完全正确。而且,去裁缝部只需要一会 儿。这里是一个真正的工作室。 这是一个由Castiglioni家族创建的品 牌,Consuelo对该品牌的意义是什么? 我认为,她和她的丈夫是这个品牌的灵魂,而且 有意思的是他们创建了一个标新立异的珍贵品 牌。不墨守陈规,试图打破时尚的寻常模式。这 是他们的成就中最让我着迷的,亦是我认为吸引 着人们眼球的东西。我喜欢人们把它认作一座迷 宫。因为它散发着神秘的气息,就像从锁孔中 偷窥和立于一个岌岌可危的平衡上一样。这个现 状非常吸引人,因为神秘,你会想要探索里面的 事物以及所有无尽的可能性。而她,我认为她是 一位非常折衷的女士。在这种可能性的自由发挥 中,我认为她是一位天才。 您见过她吗? 是的,我们有时候会互传纸片… 纸片也是一种标新立异的形式吗? 纸片有点属于旧式风格,我必须说我非常喜欢。 我会传纸片给一些我非常敬佩的人,而她就是其 中之一。其他人?我不会透漏,有两三位,并且 都是女性! 其中一位(Miuccia Prada)拥有一个基金 吗? 跟她,我们会互发短信,所以会使用一点科技。 您的工作经历从Alessandro Dell’Acqua 开始… 和Alessandro一起工作的几年绝对是最有趣 的。他思考的方式快捷迅速,轻松却又引人入 胜,是工作时能起到带头作用的事情之一。他对 其女装的思考和这种即时性,确实启发了我。还 有我们工作地很开心因为那亦是一个小家庭。 他还是一位特别礼貌的人,和他一起工作真的非 常美妙。 然后呢,发生了什么? 我跳槽到普拉达,那也是一个不可思议的经历。 普拉达是一家非常大型的企业,那时刚好上市, 因此属于一个不容易的挑战。普拉达的变化非 常惊人。我和Miuccia以及Bertelli先生的合 作是一段非常美好的经历。项目是如此之多,多 到我在那十年里,一年当七年用,就像狗的年 龄一样。 您对Prada女士最深刻的记忆是什么? 也许,这个记忆亦可称之为渴望能够重复的场景 之一。我们经常在那个房间里工作,然后她会从 办公室进来。看到她坐下,用她脑海里的想法启 发我们。我渴望这些场景能够重复,因为这些 想法是如此新颖创新,就像日本的三行俳句诗一 样。她用三个词就能够告诉你一些让你像火花一 样灵思泉涌的想法。 当他们请您领导玛尼时,您有什么感觉? 显而易见,激动得不可思议。我很吃惊,但是更 为吃惊的是我深刻地认为自己身上有一点玛尼的 基因。所以,我更加热衷于该工作。 您的身体里有玛尼的什么,标新立异的那一面 吗? 是的,尽管一个人在很多方面都能够标新立异, 不是吗?Rick Owens是一位标新立异的人,却 具有他自己的绝对一贯性和折衷性。我认为,我 最贴近玛尼的是我精神上的自由,自由地将一些 东西结合在一起。我觉得她有点对这些刺激眼球 的组合着迷。我有点这样的性格。我的衣柜一团 糟。没有任何东西是原样,因为我做不到买一件 物品,然后原样穿上。Lawrence (Steele, Risso的同伴)经常会在家里找到一些物品的部 件,剪过的裤子和衬衫,因为在某种程度上,我 喜欢把它们变成像是具有生命一样。同时,我 认为玛尼具有这些特征,玛尼的设计具有自己的 生命、经历,而非只是简单地对一件衬衫领子 进行执着的研究。它们的背后是一个故事和一个 想法,简单明了。我工作时经常会这么想,以一 种基本的方式来考虑事情,就像从孩子的眼睛里 所看到的一样。这种方式具有一点达达主义的魅 力。我认为玛尼有点这种特征,我身体里的玛尼 有点像这样。 您说您的衣柜中满是衣服。您购买、收藏、寻找 服装吗? 我必须承认E-bay是我的执念之一。线上拍卖 会?是的,有时候我会弄得一团糟,因为会到处 出价,最后全部拍回家。因为我并不老练,事实 上我很糟糕。我指的是在我手中留不住钱,因此 在最后我会发现赢了十样东西,虽然并不想但却 花费了许多钱。而且,也许是十件相同的东西,

因为当时我的注意力集中在这种物品上。我有时 会痴迷于一些东西。在我的衣柜中至少有十五件 或者更多的水手裤。有一段时间我痴迷牛仔衬 衫,大概买了30件,然后等它们送到的时候,我 一看:“天哪,好难看”。 您在秀场上摆设了从某种程度上来说亦是属于过 去的物品。您想表达什么? 我对“世界旅行者”这个概念感兴趣,但是并未感 到满意。因此,我把主题改成了“多世界的旅行 者”,讲述了一个经历或穿越不同心理状态的男 孩。我希望制造一种碰撞,一种整齐的混乱,就 像大卫•鲍伊(David Bowie)一样。他创作 歌曲的时候,从不同文本里剪辑片段,将很多东 西组合在一起,由此谱写自己的歌曲。同样的, 在布置秀场时,我更加感兴趣的如何借鉴这种形 式来达到人与人之间的互动。首先,我们决定在 秀场铺上石头,这样走秀就会和平常不一样。把 场地全都摆成圈形,就像是一个荒凉的露营地。 这样也是为了制造一种联系。此外,坐在这些物 品上,人们可以接触到物品本身并且建立人与人 之间的联系。这也是会有一些模特坐在观众席上 的原因。因为对我来说,这种团结和交流的感觉 是非常重要的。在某些方面,即使我们试图插入 一些规则和逻辑,结果却是逻辑越少,越容易理 解。就像你出门时没有想太多,只穿着朴素的衣 服一样。那时候,就是这样。从原则上来说,没 有什么原则。 您谈到联系,您与全世界有联系吗? 我不用脸书,但是有一个Instagram帐户,我 非常喜欢这个社交网络。它是我灵感的源泉,同 时亦是可以连接和断开的渠道。我喜欢这种社会 网络,因为你可以马上看到世界另一头的反传统 的人。你能够立即进入平行世界而这是非常令人 兴奋的。还有对我个人而言,我极喜欢这种联 系。我不是一个宅在米兰家里的人,我尽可能地 到处走走。 您会去哪里? 伦敦是我最经常去的地方之一,也许是因为我有 许多朋友住在那里,还因为伦敦离得近,可以很 快地到达。但是最近我经常呆在办公室里,我们 在芝加哥和纽约也有几位朋友。 您谈到的地方总是与朋友有关… 这一点让我深思。实际上,一个地方总是和人有 关系,然后人们会把我们带到其他地方,让我们 认识新事物。也许,我和Lawrence还会自己 去旅行,去探索新事物。但是,重新与朋友们见 面和联系也是非常美妙的。我们的暑假旅行总是 像大家庭一样,最后一次是非洲之旅,一次不可 思议的旅行。 您从Dell’Acqua时装屋转到大型普拉达集团, 再到Renzo Rosso的Otb集团为他旗下的玛 尼——一个截然不同的品牌工作,您对此如何 看待? 完全不同的企业。在我接受这个新奇经历的时 候,我告诉Renzo,有机会和他一起工作我很 自豪,因为他绝对是少数我想要为其工作的意大 利人之一。我对Renzo的所做所为甚为敬佩, 我不得不说,能达到他的高度的人屈指可数。 我很幸运,曾和其他不可思议的企业家如缪西娅 (Miuccia)和贝尔特利(Bertelli)一起工 作过,我认为Renzo可能是意大利另一位且是 唯一一位成功创立了一个基于人与人之间互动的 集团的设计师。 听到您这么直接地说出来真好… 如果可以这样说的话,我就是他的门徒,我对 此深信不疑。我认为Renzo的所做所为绝妙无 比,没什么好说的,这是毫无疑问的。他让我自 由发挥,自由选择是否在这里,自由地寻找该品 牌的创意,而我则给他批评我的自由。而且品牌 隶属的集团非常具有组织性并且有条不紊,在一 个家庭式组织的品牌中,这两个特点非常必要, 你必须结合数学公式才能让它发展壮大。加入数 学是很重要的,因为只有这样才能成功。 需要设置限制吗? 不是限制的问题,它更像一种程序,一种经营方 式。这种条理性正是来自迪赛集团和Otb集团所 建立的制度,该集团在这方面一直很强大。说实 话,这一点并不像意大利风格,而且并不是理所 当然的。 您对这个新奇经历曾经感到害怕过吗? 至今为止还没有。我尽量不去害怕,如果能将 害怕变成能量,那它就是好的。当然,当所有 事情都堆到最后一刻的时候,你会说:“噢,天 啊!将会发生什么?”。不过,肾上腺素的一部 分作用正是带你体验激情。我必须说,在这一方 面,我毕业自一所好学校。我在普拉达工作时, 事情总在最后一刻完成,而且绝不会影响质量 或执行。从这方面来说,我很幸运。当然,也意 味着巨大的责任。我主要把我在工作的时间里 所感受到的责任变成能量,并且专注投入其中。 在那里,你无法逃避,从这一点上来说,我是 一个原教旨主义者。然后,顺其自然,交给命运 来决定。 您第一次在时装表演结束后,跟在模特后面出来 谢幕时,有什么感想? 我试图尽可能快地完成谢幕。以此来对之前的创 作表达高度的敬意。其实我不太喜欢处在众目睽 睽之下,因为我的性格有点害羞。

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KENZO 凯卓 - HUMBERTO LEON AND CAROL LIM Stefano Roncato采访 Valerio Mezzanotti / Toggle(Off) Visionary Geeks摄影 在厨房里进行采访感觉有点奇怪,就像在《顶级厨师》 的现场一样。但是凯卓(Kenzo)的观众已经习惯了 Huberto Leon和Carol Lim带来的惊喜。最新的 惊喜来自路威酩轩集团(Lvmh)旗下凯卓品牌的时装 秀,秀场的布置像是一个拍片现场。这两位设计师从 2011年开始为该品牌工作,第二年就推出了自己的第一 个系列。“但我真的很喜欢烹饪”,采访时Leon如此解释 道,而Lim则忙于照顾这位时尚伙伴的母亲,他们从18 岁时就是最好的朋友。这里就像是一个家庭,让人不由 自主地投入其中,就像在电影里一样。“我们喜欢讲述故 事,这就是年轻人想要的,他们需要信息,想要了解”, 两位设计师如此解释道。他们正在为品牌制定新的零售 概念。同时,向我们讲述了一个非常特别、带着家庭剧 色彩的故事。 型台看起来像一部肥皂剧的拍片现场。你们想表达什 么? 我们想展示的是一个受到不同时代的电影业所启发的 系列。意大利的、中国的、日本的和美国的。最有意思 的是,在走秀的时候,我们现场拍摄了一部电影。我们 不知道拍摄时观众是否有注意到。但是拍摄元素都在, 如位于展台一边的半张桌子,和位于另一边的另半张桌 子。但是当你观看这部电影时,会看到人们直接对话, 就好像当时是在一起一样。 这就是电影的秘诀…. 我们想通过实况录像来展示这个秘诀。因此,我们需要 一个与主题有关的故事。我们认为最有意思的事情之一 就是我们为路威酩轩这个大型集团工作,却一直试图给 品牌带来亲密度和加入一些个人因素。大约三年前,我 们和导演及艺术总监谈过一个故事:Humberto在18岁 时把自己的头发染成金黄色,当时他的母亲快气疯了。 这就像一部亚洲电视剧一样,所有人都能够在其中找到 一个相似的自己。 像是一部家庭剧… (Humberto)我记得当时我给她打电话说:“妈妈, 你会看到我把头发染成了金黄色”。而她说:“什么?马 上回家”。于是我回到家,她坐在那,甚至没有看我,就 说:“你正在毁掉我的生活。你在谋杀我和我们的家庭” 。她的反应很戏剧化,非常可笑和令人惊讶。我们正在 制作一个系列片来讲述这个家庭的故事,片里还会有一 场婚礼。 你们是在哪里遇见的? 在旧金山的伯克利,我们上了同一所大学。我们从18岁 时就认识了,并且从那时起就成为了最要好的朋友。 你们喜欢看哪些电影? 有很多。我们痴迷于一些有很强的视觉冲击力的电影, 如劳勃·阿特曼拍摄的《云裳风暴》。我们还喜欢费里 尼的电影,以及《海滩》(Beaches)和《早餐俱乐 部》(Breakfast club)。很难选择。我们是否会靠 在沙发上一起看电影?当一部新电影上映后,我们总会 对彼此说:“来我家吧,我有爆米花”。25年来都是如此。 你们曾在电影业工作过吗? (Humberto)斯派克·琼斯(Spike Jonze)拍摄《 云端情人》(Her)这部电影时,我当过他的顾问,帮 他将服装概念化和做一些小事情。而我妈妈则在电影里 担任友情客串,她是一位有趣的女人。我制作了一些音 乐视频并且刚刚推出第六部广告片,我们推出的所有凯 卓广告片都各不相同。每部片子都具有不同的规格,我 们决定把广告片拍成一部电影,而电影的剧照就是我们 的广告。在我们的时尚电影里,我们插入了很多故事情 节。和以前只注重视觉感受的广告相比,这是一个巨大 的反差。与六年前相比,现在许多时尚公司都在制作具 有故事情节的广告片。不只是一部时尚电影,而是一部 有故事的电影。如果雇佣一位出色的导演却只让他拍摄 单纯的、没有情节的广告片,这将是一个巨大的损失。 因此我们决定:雇佣一位导演并且制作一部能让我们感 到自豪的短片。 你们想赢得奥斯卡奖吗? 那将会很有趣。我们是文化的粉丝:音乐、时尚、电 影、艺术、芭蕾、歌剧。能够将时尚带到时尚界之外并 将其他文化带到时尚里,我们认为这很令人兴奋。 这就是新一代想要的吗?这种交叉…? 它代表了一种真实的叙述故事的方式。我们不想浪费机 会,也不想制作毫无意义的电影。既然我们正在展示一 些东西,那么一个真实的观点会更有意思。年轻人想要 信息,想知道事物的由来,想要学习。如今事物发展得 很迅速,有时候减缓一下速度会更好。凯卓是一个建立 约50年的品牌,拥有一个不同凡响的历史。2017年可能是 你首次发现该品牌,但是我们想要展现的是该品牌在过 去的50年里对很多人来说意味着什么。因此,我们是讲 述故事的人,是解说员。我们非常喜欢讲故事。 一般来说,你们认为自己更像是讲述故事的人还是设计 师? 我们认为都是。我们是创意总监,要设计服装,参与制 作所有的广告活动、所有的社论、网站和Instagram个 人简介。为了了解整个局面,我们需要参与到各个领域 里, 很难将其分开。我们不能想象雇佣一位创意总监只 用来制作广告活动。这种情况可能适用于其他人。 许多设计师说新的消费者们不熟悉过去,所以对他们来 说,一切都是新的。因此重新掀起了向他们教导品牌商 标和存档的热潮。你们同意这个观点吗? 你不必像我们年轻时一样去寻找资料。在我们成长期

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间,唯一学习的方式就是购买一本杂志来看。信息的传 播没有这么快。不过快速传播的信息使人们忘记了所有 的细节。因此我们认为给所有人,而不只是年轻一代提 供信息是一件好事,让他们了解为什么一件事物会成为 经典。 你们是最先让男装和女装同台展示的设计师之一。这个 方式成功吗? 非常成功。如今你可以看到的是我们时装秀上展示的 服装系列会在每年一月份在店里出售,这个结果令人 激动。对于时间的安排来说也很实用,因为在你付出很 多努力之后,时装秀系列却可能只在店里上架一个月。 根据我们的零售经验,我们认为服装上架的时间越早越 好,以便让人们拥有足够的时间看到并且购买。男女装 同台展示主要是因为实用:首先这是一个故事,讲述了 拥有类似的故事背景,受到启发的男人和女人们。从实 际观点来看,你可以高效并快速地生产衣服,以便及时 做完所有的事情。 你们在一起工作。谁在哪个方面做得更好? 我们实事求是。两个人一起工作要快得多:制作多个系 列、广告、编辑社论和互联网上的内容,需要两个人来 正确地处理整个流程。因为有创意方面的问题,也会有 无人想到的关于管理和商业方面的问题需要处理。 下一步是什么? 我们正在思考关于零售的概念。在我们到来后的第六年 里,如今我们能够考虑如何重新塑造凯卓品牌。我们想 使其焕然一新,想要使用不同的方式。总要找到时间来 创新。新的思考方式,新的挑战方式。 你们正在为商店做什么准备? 制定一个新的零售概念。这就是下一个目标。在开始的 六年里我们把重点放在品牌、系列、形象和产品上。现 在到了进入下一个阶段的时候了。 胶囊系列还是Memento系列? 这是讲述品牌故事的另一种方法。凯卓的酷在于适合任 何场合。你可以购买一件汗衫,一件绣花连衣裙,一件 漂亮的外套。这亦是品牌的基因。 电子商务将改变什么?将会带来帮助还是将会改变一切? 我们的店拥有不可思议的业绩。我们来到凯卓时,根本 还不存在电子商务。我们的第一个重点项目就是电子商 务,如今我们推出的线上商店是企业里的第一家电子商 店。 从零开始吗? 是的,六年前,奢侈品的电子商务备受争议。我记得我 们刚来时,建议的第一件事就是开启电子商务。我们收 到的回答是:“像我们这样的品牌不做电子商务”。但是我 们认为对品牌来说电子商务会是一个正确的决定。当然 这是我们引进的最成功的案例之一,所以我们推动它, 促进它,想要改变它,给予它一个新的2.0改革。下一次 将会是3.0,4.0… 除了高田贤三,其他哪些设计师启发了你们? 高田贤三出现的时候,他的故事发人深省。他用自己的 方式改变了现状。一个重要的品牌就是拥有高瞻远瞩的 品牌。例如Phoebe在赛琳(Céline)的所作所为。她 建立了一个世界。 她编写了一个历史… 许多设计师都有自己的小故事。例如伦敦的Grace Wales Bonner,她出道后参加的第三个季度,就已经 能够展现一个神奇而又亲密的故事。这方面对我们来说 非常有意思,即为一个大型时装屋带来亲密度。 你们正在向不同的领域迈进。你们未来想要做什么? 时尚电影。以及一些家居项目。还有与生活方式有关 的计划。我们想要建立一个能够轻易进入酒店,与食物 有关的品牌。我们很爱吃。将凯卓带到食物界里将会非 常奇妙。如今的厨师是如此地趣味横生,在烹饪食物方 面,他们持续超越自我。 在佛罗伦萨的Pitti展后,你们会再回到意大利办秀吗? 为什么不呢,我们很乐意回来办秀。不一定在米兰… 那在哪个城市? 我们热爱罗马,在那里我们构思的第一家店即将开幕。 我们对此感到兴奋异常。佛罗伦萨很美丽,很独特。我 们热爱米兰但那又是另一个故事了。所以我们的回答是“ 是”。我们将在米兰开设一家新的旗舰店,然后再办秀。 真的?在哪里? 不是的,我们只是在假设,只是一个梦想。但是我们确 信会做到。在米兰我们继承了一家店。我们指的正是这 个,制定一个新概念。 你们指的是新店新概念吗? 是的,新的位置,新的一切。这就是我们的2.0转变。我 们来到凯卓时继承了100家凯卓旗舰店。我们的问题矛盾 到让人难以置信。因为这些店的业绩非常好。 您会冒险去改变它们吗… 是的,这是一个令人难以置信的问题。但是我们正在留 下自己的痕迹,并且很快将开设自己构思的店。 你们当中谁好谁坏?总会有一个平衡… 我们中没有谁好谁坏。我们的事情那么多,只有谁能够 更快、更好地完成工作。 非常圆滑的回答。在H&M之后,你们会制作另一个相似 的系列吗?它给你们留下了什么? 我们一直都认为自己是最适合凯卓的,因为高田贤三是 一位非常慷慨也非常民主的人。 你们见过他吗? 是的,很多次。他会来看秀。如果我们有机会能够向不 同的观众展示我们的作品,我们会很兴奋地去做。我认 为H&M所做的就是这样。 你们对所有的合作品牌有什么想法?也许太多了? 必须是合适的,也必须是真诚的。你不能只是为了做而 去做。我们收到过100个项目提议,但是都被我们退回去 了。如果不是真诚的,我们不感兴趣。必须是属于我们 想要做的那一部分。

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