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Carmine Abate / Kader Abdolah / Melinda Nadj Abonji / Gabriela Adameşteanu / Eraldo Affinati / Marco Alloni / Jean-Luc Benoziglio / Vanni Bianconi / Carla Del Ponte / Massimo Daviddi / Fatoumata Diawara / Paola Dubini / Fabio Franzin / Franca Grisoni / Andreï Makine / Oliviero Malaspina / Elvira Mujčić / Sonya Orfalian / Elsa Osorio / Chasper Pult / Fabio Pusterla / Gino Ruozzi / Zeruya Shalev / Tommaso Soldini / Rossana Taddei / Yusuf Yeşilöz / Jean Ziegler / Edoardo Zuccato / Ogni esiliato è un Ulisse, in cammino verso Itaca. Ogni esistenza reale riproduce l’Odissea. La strada verso Itaca, verso il centro. Sapevo tutto questo da molto tempo. Ciò che scopro all’improvviso, è che è offerta l’opportunità di diventare novello Ulisse a qualunque esiliato (proprio perché è stato condannato dagli “dèi”, vale a dire dalle potenze che decidono dei destini storici, terrestri). Ma per rendersene conto l’esiliato dev’essere capace di penetrare il senso nascosto del suo errare, e d’intenderlo come una lunga serie di prove iniziatiche (volute dagli “dèi”) e come altrettanti ostacoli sulla strada che lo riporta verso casa ( verso il centro). Questo significa vedere: vedere dei segni, dei significati nascosti, dei simboli, nelle sofferenze, nelle depressioni, negli inaridimenti di tutti i giorni. Vederli e leggerli anche se non ci sono; se li si vede, si può costruire una struttura e leggere anche un messaggio nello scorrere amorfo delle cose e nel flusso dei fatti storici. Mircea Eliade

A /polis pensieri dell’esilio


Pensieri apolidi Parlare d’esilio significa innanzitutto evitare la trappola della retorica dell’esilio e della letteratura di genere. La via che abbiamo scelto è di andare al cuore della questione: che cosa rappresenta l’esilio nella scrittura e nella vita di uno scrittore? Abbiamo inteso che l’esilio, come spaesamento radicale, può essere ricercato come percorso necessario – vocazione ? - alla creazione. È il tema dell’esilio riconosciuto come patria esistenziale, consustanziale alla condizione di essere umani precipitati nel mondo, e dello straniamento, come porta d’accessoall’altro da sé e al vedere la realtà con occhi non omologati/non omologanti. Questa vertigine dello spaesamento non significa necessariamente distacco o indifferenza alla vita, anzi il più delle volte è segno di grande aderenza alla realtà sociale e di umanità non esibita, perché troppo dolorosamente consapevole della propria volubilità e impermanenza. In termini biografici e socio-politici, l’esilio è però per alcuni anche condizione di salvezza della propria vita e della propria scrittura, aspetti che, non di rado, nei casi più autentici, coincidono, perché non ci può essere vita al di fuori della letteratura. L’esilio è patria di molti scrittori, da Ovidio, Dante, Nietzsche, Mann, Brecht, Nabokov, Joyce, Borges, Cortazar a tanti autori contemporanei. In questa patria inconfortevole, la scrittura acquista allora tutta la sua lucentezza: l’essere testimonianza dell’impossibilità di cancellazione della dignità dell’essere umano. L’esilio è anche condizione di sradicamento, privazione e non-appartenenza per molti popoli e persone. Ha origini antichissime (esodo, ostracismo, bando, confino, diaspora) e continua a persistere per i poteri tirannici e le pseudo-democrazie come metodo scientifico di emarginazione e neutralizzazione di voci e movimenti dissidenti. Esistono esilii volontari ed altri obbligati, esilii individuali ed esilii collettivi. Nelle società occidentali o occidentalizzate, gli esuli sono da sempre oggetto di particolare attenzione e controllo, non di rado assumono il ruolo di capro espiatorio, ma sono anche soggetto di profondi cambiamenti e innovazioni e portatori di sguardi altri, sorta di pensiero apolide, che parte a capo, spesso formulato in una terza lingua. Porsi all’ascolto delle verità delle voci dell’esilio risulta essere allora un arricchimento e una priorità culturale e civile, non fosse altro che per non disconoscere il nucleo stesso di profonda solitudine che ci compenetra e ci accomuna. Ciò che ci intriga non è la semplice presentazione di una “letteratura in esilio”, ma la convinta rivendicazione di una “letteratura dell’esilio”, che ha nell’esilio la sua matrice e nella letteratura la sua cifra. Forse, fare una “Gita a Chiasso” può avere ancora un suo significato.

A /polis pensieri dell’esilio

ChiassoLetteraria

Un teatro art-déco, un’officina trasformata in sala espositiva, un magazzino della stazione attraversato dallo stridio dei treni, un bar des Îles e ancora pub irlandesi e tipografie sono questi i luoghi urbani dal fascino sommesso ma vivido che connotano ChiassoLetteraria. Un festival pulsante che ha saputo acquistare credibilità negli ambienti culturali e nel pubblico ormai numerosissimo, grazie ad una programmazione non scontata e di qualità, che ha visto succedersi in incontri indimenticabili autori come Abraham Yehoshua, Peter Bichsel, Josephine Hart, Arto Paasilinna, Patrick McGrath. L’ottava edizione - dall’1 al 5 maggio 2013 – avrà come tema l’esilio, senza retorica, ma con il desiderio di ridare dignità e centralità alla parola e alla buona letteratura. Una trentina gli scrittori e artisti internazionali ospitati (gli incontri sono in lingua originale, con traduzione in italiano). Diversi gli appuntamenti collaterali: reading, concerti, mostre, video, djs, ecc. Un festival a misura d’uomo, che persegue con passione e impegno l’incontro tra persone. Senza scopo di lucro (l’entrata è libera!). Programma e aggiornamenti: www.chiassoletteraria.ch

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L’ottava edizione: un festival da condividere Il programma presenta una trentina di autori, poeti, saggisti, musicisti, artisti internazionali: lo scrittore iraniano Kader Abdolah (La casa della moschea, Scrittura cuneiforme) che da anni ha trovato rifugio in Olanda dove è uno degli autori più significativi; la scrittrice israeliana Zeruya Shalev (celebre e celebrata per Una relazione intima, ma che a Chiasso presenterà l’opera toccante Quel che resta della vita, appena uscita); la scrittrice e giornalista argentina dal forte impegno civile Elsa Osorio (I vent’anni di Luz, considerato il suo capolavoro); il più francese degli scrittori russi e tra gli scrittori contemporanei più raffinati Andreï Makine (già premio Goncourt con Il testamento francese, ma che presenterà Une femme aimée, ancora inedito in lingua italiana, ma grande successo di critica e di vendite dalla sua uscita in Francia a gennaio); Gabriela Adameşteanu, autrice considerata tra i più importanti scrittori rumeni contemporanei ed esponente di spicco dell’intellighenzia post-decembrista; una delle voce più autentiche della letteratura italiana Carmine Abate (premio Campiello 2012 con La collina del vento); tra gli scrittori svizzeri, parteciperanno l’autrice svizzera nata in Voivodina Melinda Nadj Abonji (con Tauben fliegen auf Libro svizzero dell’anno 2010 e Libro tedesco dell’anno 2010!); Yusuf Yeşilöz (scrittore e regista d’origine curda, molto attento alle tematiche dell’esilio) e Jean-Luc Benoziglio, da diversi anni una delle voce più originali delle letterature francofone (Il re di Francia, seguito e fine, recentemente da Casagrande). Ospiteremo inoltre un’intervista al prof. Gino Ruozzi (Università di Bologna) su Ennio Flaiano

(Flaiano, un marziano ovunque) e un’intervista al celebre sociologo ginevrino Jean Ziegler, autore di numerosi saggi di riferimento sui temi della povertà, dell’ingiustizia e delle storture dei sistemi finanziari e attualmente vicepresidente del comitato consultivo del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che a Chiasso presenterà il suo ultimo saggio Destruction massive. Alla poesia è dedicato una speciale “Carta bianca” curata da Fabio Pusterla alla quale parteciperanno tre affermati poeti dialettali italiani: Franca Grisoni, dal linguaggio minimale e dai toni antideclamatori, Edoardo Zuccato, che si esprime con divertita e colorita spavalderia nel sapido dialetto altomilanese e Fabio Franzin, che unisce al parlato quotidiano i ricordi dei trovatori provenzali e che mescola con trepidazione tracce di civiltà contadina con i ritmi convulsi del Nord-Est italiano. Alla letteratura della Svizzera italiana sono dedicate tre finestre speciali: la prima con gli autori di due tra le raccolte di poesie più interessanti uscite lo scorso anno: Massimo Daviddi (Il silenzio degli operai, Premio federale 2012) e Vanni Bianconi (Il passo dell’uomo); la seconda con il poeta e scrittore Tommaso Soldini (Uno per uno, in uscita); la terza con la presentazione del libro Shaitan di Marco Alloni, romanzo “eretico” che già sta facendo discutere. Una novità è l’incontro volto a coinvolgere in particolare i giovani curato dagli studenti del corso opzionale di letteratura del liceo di Lugano che, seguiti dal poeta e professore Fabio Pusterla, incontreranno lo scrittore Eraldo Affinati (La città dei ragazzi), dopo averne analizzato i libri durante l’anno.

Una r i v i s t a immaginifica

Quello che avete tra le mani, appassionato viaggio attorno al tema dell’esilio, vuole porsi quale avvicinamento emozionale al festival e alle sue atmosfere. È un progetto ideato da ChiassoLetteraria con lo studio grafico CCRZ nato con l’intento di valorizzare l‘interazione creativa tra testi ed immagini, tra informazione e impatto visivo. Il giornale ospita in questo speciale: un testo di Gianni Celati sulla traduzione dell’Ulisse di Joyce pubblicato su Il Sole 24 Ore (concesso gentilmente dall’autore), un testo intenso del compianto scrittore algerino Hamid Skif, un contributo inedito dello scrittore svizzero d’origine arbëreschë Francesco Micieli, un estratto di un esiliato perenne come Ennio Flaiano (da La solitudine del satiro) e uno di Mircea Eliade. Un non-programma (quello completo è rintracciabile al sito e sarà oggetto di un ulteriore stampato distribuito a fine aprile) che più che definire il perimetro del festival, attraverso suggestioni e nuovi questionamenti, ne vuole aprire i contorni, la meraviglia. A fare da “colonna visiva” del giornale abbiamo scelto le immagini suggestive del fotografo e artista francese Thomas Mailaender tratte dalla serie Cathedral Cars, denominazione con la quale i dockers del porto di Marsiglia designano le automobili che stanno per imbarcarsi a destinazione del Nord-Africa cariche all’inverosimile di bagagli. Un’opera che ci interroga prepotentemente sul significato che riveste per ognuno di noi il concetto di migrazione e ci induce a confrontarci con i nostri stereotipi.

Altri eventi Il programma dei singoli incontri è in via di definizione e verrà pubblicato prossimamente sul sito www.chiassoletteraria.ch e in versione cartacea. – Vi segnaliamo alcuni eventi speciali.

MERCOLEDÌ 1 MAGGIO, alle 17.30, il Cinema Teatro di Chiasso ospiterà la messa in scena di un’opera inedita scritta appositamente per ChiassoLetteraria dalla scrittrice bosniaca, ma da anni residente in Italia: Elvira Mujčić (E se Fuad avesse avuto la dinamite?; La lingua di Ana), dal titolo I quaderni di Nisveta, un testo intenso, a tratti ironico, sulla guerra, la fuga dal proprio paese e sulla fragilità dell’essere sospesi tra due mondi, senza reale possibilità di ritorno, ma anche senza possibilità di essere compresi fino in fondo per quello che si è veramente; eppure, nonostante tutto, aperto alla vita, alla possibilità. La drammaturgia è di Valentina Bartolo. Interpreti: Valentina Bartolo, Silvia Grande, Giulia Valenti. Musiche dei Black Fluo della Pulver&Asche Records (www.pulverundasche.com). L’opera I Quaderni di Nisveta si inserisce in un progetto più ampio di Alan Alpenfelt denominato I am here now – Racconti dei giovani esuli dalle terre dell’ex-Jugoslavia. La rappresentazione sarà seguita da un incontro tra l’autrice e la magistrata Carla Del Ponte, che è stata procuratore generale del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia dal 1999 al 2007 e che, dal settembre 2012, è membro della Commissione d’inchiesta per la Siria istituita dal Consiglio ONU sui diritti umani. Con il sostegno di Chiasso, culture in movimento e dell’Associazione degli Amici del Cinema Teatro di Chiasso.

dell’esilio (da 2 maggio al 7 giugno, ma-sa, 15.00-18.30); inaugurazione giovedì 2 maggio, alle 18.00, con intervento del poeta e scrittore ticinese Tommaso Soldini, che presenterà il suo libro in uscita Uno per uno, ed. Casagrande). Alle 20.30, nel Foyer del Cinema Teatro, avrà luogo l’incontro Il libro nell’era digitale organizzato da AdS, Autrici e Autori della Svizzera, l’associazione nata nel 2002 dalla fusione del Gruppo di Olten e della Società svizzera degli scrittori. Il passaggio al digitale che ha ormai investito tutti i settori dell’industria culturale, dalla musica alla TV, passando per il giornalismo e l’editoria, è spesso difficile da decifrare. Paola Dubini, docente associato dell’Università Bocconi di Milano e studiosa dei modelli di business nelle filiere dell’informazione e della comunicazione, ci aiuterà a decifrare questi cambiamenti investigando “l’economia dei libri e il loro valore, che va ben oltre la loro economia”. Seguirà una tavola rotonda con altri ospiti moderata da Sebastiano Marvin. VENERDÌ 3 MAGGIO alle 18.30 allo Spazio Officina avrà luogo l’INAUGURAZIONE DEL FESTIVAL alla presenza del consigliere di stato Manuele Bertoli, a cui farà seguito un incontro con uno scrittore ospite e il rinfresco aperto al pubblico. Alle 21.00, al Cinema Teatro di Chiasso, ospiteremo, in collaborazione con il Centro culturale di Chiasso il concerto della cantante maliana Fatoumata Diawara, una degli astri nascenti della musica africana contemporanea e cantante perseguitata per il suo impegno per la pace e la difesa dei diritti delle donne costretta alla fuga dal suo paese, il Mali, a causa delle minacce ricevute durante il conflitto in corso. Biglietti: fr. 25.- (20 euro), 20.-. Informazioni sul sito: www.chiassocultura.ch

La serata proseguirà alle 21.00 al Pub Murrayfield con un concerto dell’artista uruguayana Rossana Taddei (chitarra e voce) che si esibirà con il progetto MINIMALmambo in compagnia dell’apprezzato batterista-percussionista Gustavo Etchenique. Una mistura di musica popolare uruguayana imbevuta di sonorità rock, jazz e pop che Rossana Taddei interpreta con la consueta carismatica maestria.

È inoltre possibile iscriversi alla “Cena armena con scrittore”, alla presenza degli scrittori ospiti (e con un’intervista a Sonya Orfalian autrice del gustoso La cucina d’Armenia. Viaggio nella cultura culinaria di un popolo) prevista per SABATO 4 MAGGIO, alle 20.00, al ristorante Moevenpick di Chiasso (prenotazione direttamente al ristorante: tel. 091.682.53.31; hotel.touring@ moevenpick.com).

GIOVEDÌ 2 MAGGIO, alle 18.00. Alla Galleria Mosaico verrà allestita una mostra collettiva Così lontano, così vicino curata da Gianna Macconi Paltenghi che coinvolgerà alcuni artisti svizzeri ed esteri – Simona Bellini, Luigi Boccadamo, Aziz Elhihi, Al Fadhil, Mirella Marini, Simonetta Martini, Benno Meuwly, Ro Milan, Curt Walter – che esporranno opere sul tema

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SABATO 4 MAGGIO, alle 13.30, al Magazzino 6 della Stazione FFS di Chiasso, verrà presentata in anteprima la preview di I am here now – Racconti sui giovani esuli dalle terre dell’ex-Jugoslavia. Il progetto – curato da Alan Alpenfelt - si avvicina alle storie di persone fuggite dal conflitto balcanico e giunte in Svizzera ancora in tenera età, con la guerra come ricordo indelebile con il quale convivere (www.iamherenow.ch). DOMENICA 5 MAGGIO alle 19.00 al Magazzino 6 della stazione ferroviaria di Chiasso avrà luogo un’intervista-concerto, organizzata in collaborazione con l’Associazione Espérance ACTI (Aiuto e cooperazione fra Ticino e Indocina), con uno dei personaggi meno scontati del panorama musicale e poetico italiano: Oliviero Malaspina, ultimo collaboratore di Fabrizio De André per l’album inedito Notturni, ma anche pluripremiato cantautore (Benvenuti mostri) e poeta (I racconti del pesce che piange e che ride). Oliviero Malaspina sarà accompagnato da Michele Ascolese, storico chitarrista di Fabrizio De André e uno tra i più straordinari chitarristi italiani. È stato attivato il blog, al quale il pubblico è invitato a partecipare: blog.chiassoletteraria.ch. Il blog, curato da un gruppo di giovani coordinati da Manuela Fulga, vuole porsi come un’occasione di condivisione e coinvolgimento di un pubblico giovane (ma non solo).


“Cathedral cars” - Thomas Mailaender -

L’opera di Thomas Mailaender illustra l’andata e ritorno di migranti tra il paese d’origine e i loro luoghi di vita odierni o venturi. Queste automobili-cattedrali, caricate all’inverosimile, sono state fotografate quando nel 2004 l’artista lavorava al porto di Marsiglia alla compagnia marittima SNCM. Sono oggetti reali, la cui immagine è stata rielaborata. Attraverso ritocchi numerici, l’autore ha cancellato gli sfondi per giungere a mostrarle quasi fossero in un parcheggio qualunque. Non si sa da dove provengano queste vetture, dove si trovino e dove siano dirette. Ha voluto farne delle icone, quasi degli archetipi, di ciò che l’essere umano porta con sé di irrinunciabile nell’attraversare la frontiera o nelle sue deambulazioni (il rimando è all’emigrazione forzata, ma anche alla ritualità della partenza collettiva per le vacanze quando non c’erano ancora i voli low cost). Roland Barthes qualificava di automobile cattedrale la nuova DS di Citroën; la déesse. Comparava l’adorazione a questo moderno bene di consumo all’antica devozione per le cattedrali. Le cattedrali di Thomas Mailaender illustrano un’altra cosa, un’estetica utilitaria e precaria dove viene celebrato il talento dei viaggiatori-costruttori. Le opere esprimono una dimensione concreta che traspare dagli oggetti caricati sulle automobili (biciclette, sedie, vestiti, lavandini). Sono oggetti del quotidiano che evocano i legami umani e famigliari dell’emigrazione e del viaggio. L’opera interroga chi la guarda a diversi livelli: che cosa incarnano questi oggetti? Che cosa un individuo porta con sé in una migrazione? Invitano a riflettere

sulla rappresentazione che ci facciamo dell’immigrazione. Se per un francese possono evocare degli immigrati algerini o marocchini, per un tedesco, uno svizzero o un ungherese possono evocare altre immigrazioni. Perché ognuno ha i propri stereotipi con cui confrontarsi. Thomas Mailaender: “Questi container mobili sono una materializzazione evidente del concetto di frontiera, degli sfregamenti culturali che ne derivano”. Ma l’opera ci interroga anche su un altro punto: che cosa ci spinge a partire, ad andare a vedere cosa c’è altrove? L’idea di passaggio e di traversata sorge con prepotenza. E l’autore ce la rende, giocando sul filo di rasoio dell’ironia, dell’indistinzione e del déplacement, tra una drammatizzazione delle immagini (rifacendosi all’iconografia di chi fugge da paesi in guerra o colpiti da una catastrofe naturale) e la loro sospensione astratta (cancellandone gli attributi, senza cristallizzare dei significati univoci, senza lanciare messaggi), quasi invitandoci al fraintendimento. Marc Augé: “Les photographies de ces cathedral cars sont donc bien, en quelque sorte, des “images pieuses”: elles résument l’hymne à la vie que représente tout effort lucide pour continuer à vivre en surveilant les balises et les amers de l’existence, ou pour recommencer à vivre en les réinventant. Dans tous les cas, même sous la forme triviale du compteur de vitesse et du kilométrage, ce sont les dimensions essentielles de l’éspace-temps humain qui sont en cause”. www.thomasmailaender.com/cathedrals-cars

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> Domenica 5 maggio Intervista di Gianni Delli Ponti a Gino Ruozzi, docente di Letteratura Italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, autore di “Ennio Flaiano. Una verità personale”edito da Carrocci Editore nel 2012.


Tratto da: La solitudine del satiro. Milano, Adelphi, 1996, (Piccola biblioteca Adelphi ; 373) , p. 74-76. Apparso la prima volta su “Il Mondo”, 29 gennaio 1957.

Flaiano: un marziano ovunque Mi telefona un tale per dirmi che sta facendo una piccola inchiesta e vorrebbe che gli rispondessi a questa domanda: di che nazionalità vorrei essere se non fossi italiano. Viviamo nel secolo delle domande. Chiudo gli occhi, aspiro profondamente e rispondo: “Prima di tutto bisognerebbe provare che sono italiano. Vediamo di riuscirci con una dimostrazione per assurdo, ma ne dispero. Dunque: non sono fascista, non sono comunista, non sono democristiano: ecco che mi restano forse venti probabilità su cento di essere italiano. Non scrivo e non parlo il mio dialetto, non adoro la città dove sono nato, preferisco l’incerto al certo, sono per natura dimissionario, detesto il paternalismo, le dittature e gli oratori. Il gioco del calcio non mi entusiasma, lo sopporterei se sul campo i giocatori fossero ventimila e il pubblico venti-due persone, non ascolto la radio e non guardo la televisione: ignoro perciò gli eroi di queste attività di cui tutti sanno dirvi vita e miracoli. >>

Pago le contravvenzioni, non ho amici negli uffici importanti e mi sarebbe penoso partecipare a un concorso. Non so cantare e non mi piace sentir cantar gli altri, se non a teatro. Non scrivo versi. Sono italiano? Ho conservato sempre gli stessi amici, mi piace viaggiare per l’Italia e quasi ogni luogo mi incanta e vorrei restarci. Sotto questo aspetto potrei essere un inglese. I grandi problemi mondiali mi lasciano perplesso e non ho per ognuno di essi un giudizio preciso e definitivo: sono forse indiano? Così pure mi stimo abbastanza prudente nel giudicare il prossimo e trovo che la maggior parte delle persone che conosco sono ottime e gli auguro ogni bene. Esquimese? Leggo libri di autori italiani, classici e moderni, e ammiro i nostri artisti e qui potrei dirmi americano. Adoro il sole, il mare caldo, l’Etruria e la Campania e in questo potrei riconoscermi tedesco. Se visito un museo non parlo ad alta voce e se vado in una biblioteca non tento di portarmi via un libro o le sue illustrazioni. Sono forse svedese? Non mi interessano i processi, la cronaca nera, la vita mondana. Eremita? Non scrivo il mio nome sulle rovine o sui muri dei monumenti. Analfabeta? Pago i miei debiti, anzi evito di farne, non ammiro le grandi qualità dei popoli che non conosco, la morte non mi spaventa, sto volentieri in piedi la notte e una compagnia che superi le quattro o cinque persone mi annoia francamente. Spagnolo? In treno non racconto episodi della mia vita, né do giudizi sull’Italia meridionale, gli uomini mi interessano per il loro carattere, nelle donne ammiro molto anche l’intelligenza, che non mi suscita sentimenti di invidia o di disprezzo. Tuttavia, che io sia italiano potrebbe essere innegabile: infatti mi piace dormire, evitare le noie, lavorare poco, scherzare, e ho un pessimo carattere perlomeno nei miei riguardi. Bene, se non fossi italiano, a questo punto non saprei che farci. Probabilmente, sono sarei niente e questo dimostra, in fondo, che sono proprio italiano. Allora? La sua domanda è senza risposta. Si consoli pensando che per molti, l’italiana, non è una nazionalità ma una professione”. /

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L’acrobata letterario - di Gianni Celati /

Un anno a Zurigo, sulle tracce di James Joyce, avanzando a fatica tra linee narrative che si accavallano

Zurigo. Primavera 2009. Regola per tradurre l’Ulisse Joyce nei giorni in cui non faccio lezione. Alzarmi alla mattina ore 5 e tirare a lavorare fino alle 5 di sera. Poi fare la spesa nel negozio vicino a casa, e scendere in camminata verso il lungofiume, oppure risalire l’erta collinare della zona dove abito, chiamata Zürichberg. Qui salendo per mezz’ora arrivo al cimitero dove c’è la tomba di Joyce, non lontano dallo zoo dove sono messi in mostra animali di varie provenienze. La tomba è una semplice lapide rasoterra, contornata da un cespuglio, e dietro il cespuglio sorge una statua di bronzo con i tratti del nostro autore. Corpo magro e dinoccolato, accartocciato su se stesso in un rilassamento pensoso, con gambe accavallate, mento appoggiato a una mano con sigaretta tra due dita, Joyce guarda verso il cespuglio alla sua destra. Si direbbe un uomo snodabile che sta pensando a una acrobazia da compiere, mentre arrivano dei visitatori a rendergli omaggio, come grande acrobata letterario, dopo aver visitato lo zoo dietro l’angolo. Mi pare che l’idea dell’acrobata letterario si adatti bene al personaggio raffigurato in quella statua, perché Joyce è come uno che ha volato da un trapezio all’altro in cima a un tendone, come l’artista del trapezio in un racconto di Kafka (Trapezkünstler, 1924). Il che mi fa tornare in mente una passione molto diffusa tra letterati e artisti nella Parigi fin de siècle: la passione per l’acrobata da circo, che si alza in voli iperbolici da un trapezio all’altro, al di sopra del prosaico mondo dei borghesi e bottegai. Joyce è arrivato a Parigi nel 1902, e qualcosa gli è rimasto di quel modo per sorvolare la prosa del mondo, facendo voli del pensiero che portano a invenzioni fuori ordinanza. Così succede in gran parte degli episodi nell’Ulisse, dove ci si perde per l’accavallarsi di linee narrative, senza spiegazioni, per cui tutto deve essere intuito da minimi cenni. Per questo molto spesso il lettore si confonde, e stanco mette il libro da parte, ricordando soprattutto quegli inspiegabili voli della mente. Allora i lettori come lui (che non disprezzano i borghesi e i bottegai anche perché adesso ci sono i supermercati, senza bisogno di voli del pensiero), se capita l’occasione turistica, dopo una visita allo zoo, vanno a vedere la tomba di Joyce, molto sobria e accattivante. Nell’anno passato a Zurigo abitavo nella parte collinare che ho detto. È una zona di grandi ricchi, densa di psicoterapeuti, con belle ville d’altri tempi. La strada dove abitavo si chiama Hochstrasse, e appena fuori, a sinistra, percorrendo cinquecento passi si arriva alla

Universitätsstrasse. Qui c’è un palazzone con una stele a caratteri latini dove si legge che J.J. ha abitato lì etc. Quella stele municipale mi fa pensare a un gesto umanistico, per onorare un rifugiato straniero (Joyce qui rifugiato a causa della Prima guerra mondiale), come ai tempi della riforma protestante guidata da Zwingli. La sua tomba è spesso pubblicizzata nei dépliant turistici, con riassunto della sua carriera in un’ottima guida come Lonely Planet. Negli ultimi decenni però la quantità di richiami ai soggiorni zurighesi di Joyce ha fatto di lui un nome famosissimo, con tutte le informazioni che ci vogliono per eleggerlo a figura locale; figura che contribuisce a rendere Zurigo una rinomata città dell’arte e della cultura. Così la grande saggezza svizzera ha appaiato il nome d’uno scrittore molto difficile da leggere all’industria turistica dove tutto deve essere facile da digerire. Questo però non aiuta i lettori a orientarsi nel joyciano disordine delle parole, generato da continue deviazioni narrative e bizzarre divagazioni del pensiero; argomento su cui riflettere. Durante la mia permanenza, molta gente mi ha suggerito di rivolgermi a Fritz Senn, per risolvere certi miei problemi nel tradurre l’Ulisse. Fritz Senn è una straordinaria figura di critico non-accademico, studioso di Joyce da tutta una vita, fondatore della Zürich James Joyce Foundation, il quale offre al pubblico «un allegro sapere, che non ricorre a note a piè di pagina o residui dell’apparato accademico». Sono parole che vengono incontro a miei desideri in materia joyciana, ma a pensarci mi pare ci sia un intoppo. Se questo allegro sapere funzionasse, sarebbe come imparare la ricetta d’un cibo meraviglioso, però così eccitante che la legge stabilirebbe non possa essere degustato se non dopo un lungo digiuno; digiuno lungo come quello di antichi santi nel deserto. Zurigo, verso l’autunno. La traduzione di Joyce procede faticosamente. Ho l’idea di non riuscire a cavarmela, anche se andassi a chiedere aiuto a Fritz Senn. Pochi giorni fa nella mia strada di Hochstrasse, qualcuno ha scritto su un muro a grandi spennellate Komsum tütet Empathie. “Il consumo uccide l’empatia”. Mi colpisce il confronto tra quelle due azioni. Il consumo di parole, il consumo di soldi, il consumo di cibo, il consumo di tutto. Il consumo dell’Ulisse di Joyce: che senso ha questa frase? Mi viene in mente l’immagine di folle che hanno comprato una nuova traduzione dell’Ulisse (poniamo la mia), e se la portano a casa tenendola stretta sottobraccio. Poi cosa succede? Vedo che gran parte delle stesse folle

poco a poco mettono via il libro, ne prendono un altro, un poliziesco, e si mettono a leggerlo soddisfatti. C’è stato consumo in questo caso? Sì e no, perché da una parte il venditore ci ha guadagnato, dall’altra è come se il lettore non avesse comperato niente, e avesse buttato via dei soldi, poi pensando che l’Ulisse sia un imbroglio. In qualche modo questo è vero, perché il venditore propone un libro di grande prestigio, ma senza avvertire i clienti che molti non riescono a leggerlo. Ossia: come si fa con i medicinali, bisognerebbe avvertire il cliente che quel libro è digeribile o no, secondo gli umori e le curiosità e i gusti. Ma il venditore non può farlo perché questo abbasserebbe le quote di vendita, e allora quel libro sarebbe subito in perdita. Forse ci sarebbero venditori che con qualche sforzo accetterebbero la proposta di avvertire i clienti etc. Ma, siccome noi viviamo in una società con la regola della competizione (il che vuoI dire prevalere sugli altri), tutte le possibili soluzioni per vendere quel libro più degli altri sarebbero messe in gioco e, inevitabilmente, prevarrebbe chi ha meno scrupoli degli altri. In tutto questo l’idea di consumo rimarrebbe un po’ ambigua, e per metterla in luce chiaramente bisognerebbe poter vendere soltanto libri garantiti. Veniamo all’altro termine, «empatia». Il dizionario Zanichelli lo dà come voce dotta, dal greco empàtheia (“passione”), derivata da pathos (“affetto”). Dunque posso riformulare la frase scritta sul muro così: il consumo uccide o soffoca qualcosa per cui abbiamo affetto o una passione o un amore. Di cosa si tratta? Si può dire subito che le cose per cui abbiamo affetto sono generalmente quelle che hanno fatto parte della nostra vita, oppure l’ambiente in cui siamo cresciuti. Ma questo affetto può anche essere qualcosa che si sviluppa in me lavorando o imparando una pratica che non sapevo e che è diventata per me importante. Questo è il caso dell’Ulisse di Joyce: non c’è niente che io mi aspetti dal lavoro di traduzione che sto facendo; non guadagnerò abbastanza soldi per mantenermi neanche un terzo degli anni di lavoro previsti; ma non sento di essere defraudato, perché quello che sto facendo è come una mania o come un amore o come uno di quei sacrifici a cui si dedicavano i santi d’un tempo. E questa mi sembra l’unica conclusione a cui riesco ad arrivare. Il resto è oscuro. Ne parlerò un’altra volta. Per gentile concessione dell’autore (Il Sole 24 Ore, 9.9.2012)

Tradurre l’Ulisse per Gianni Celati è stata un’impresa davvero epica. «Iniziai sei-sette anni fa, dopo che quelli dell’Einaudi mi avevano perseguitato per anni tentando di convincermi». E dopo mille no, mille forse, mille «non ce la farò mai», alla fine, disse sì. «Con il sentimento di chi si butta in un mare tempestoso senza certezza di poter stare a galla», scrive nella prefazione alla sua versione dell’Ulisse, quarto assalto al capolavoro di Joyce dopo la storica traduzione di Giulio De Angelis (Mondadori, 1960), la versione di Bona Flecchia (Shakespeare and Company, 1995) e quella a quattro mani di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi (Newton Compton, 2012). Finalmente lo scorso 6 marzo 2013 è uscita l’attesissima traduzione dell’Ulisse di Joyce, che costituisce indubbiamente uno degli eventi letterari più significativi di questi ultimi anni. Una fatica enorme, sottolinearà lo stesso Celati: un pezzo di vita a combattere col mostro, tra vocabolari, depressione, pagine insormontabili e il furto del computer. Ma alla fine l’ardua sfida si è conclusa felicemente.

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IL TEOREMA DELL’ESILIO - di Hamid Skif -

© Hamid Skif aprile 2010 Traduzione di Luigi Marfè, editing di Chiara Macconi

Cara amica, Questo testo, intitolato per non so quale ragione Il teorema dell’esilio, potrà al massimo fornirti dei dettagli, un punto di vista, scarne idee, poiché non c’è niente che mi metta più a disagio del dover ritornare ad anni sepolti nella cenere del tempo. Ti ringrazio tuttavia di obbligarmi ad aggiornare questi ricordi. Se l’esilio, come soggetto, genera poca letteratura, la letteratura al contrario genera l’esilio, poiché gli autori vi ci sono costretti a causa dei loro scritti. Mi chiamo il figlio del fortunato. Questo significa il mio nome, tradotto nella tua lingua. Il nome vero, non quello con cui firmo i miei libri. Quell’altro, d’origine aramaica come il primo, significa calzolaio. Sono dunque un fortunato diventato calzolaio. Che destino misero, dirai, ma non ti affrettare a misurare la mia vita in base al mio nome e al mio pseudonimo. Potresti perderti nei loro labirinti. Sono nato in un quartiere che gli Algerini chiamano «città nuova» e i pieds-noirs «villaggio negro», in quella Orano coloniale descritta da Albert Camus ne La Peste, il romanzo che diede un’immagine così negativa della mia città. Devo proprio ricordare che sono nato esule nel mio stesso paese? Sono nato esule anche nella mia lingua, costretto a parlare un’altra lingua rispetto a quella di mia madre e a seguire altre regole rispetto a quelle che si ostinava a inculcarmi mio padre, accerchiato nel mio quartiere, provando vergogna per la mia condizione. Mi occorreva mentire, inventar storie tutti i giorni. Le mie maestre, madame Duchamp in particolare, mi chiedevano di raccontare vacanze che non mi sognavo nemmeno, descrivere feste di Natale e Capodanno che appartenevano a un pianeta completamente diverso dal mio. Chi ero? Al mattino, dopo la scuola coranica, raggiungevo in fretta e furia la scuola francese per poi ritrovare di nuovo, a fine pomeriggio, la stuoia della scuola coranica e il suo maestro armato di uno strumento pedagogico di incomparabile efficacia: un ramo d’olivo lungo e flessibile. Due mondi che si rasentavano, ignorandosi, anche nella mia piccola testa. Cambiai nome a diciott’anni per abbracciare l’esile gloria che mi aveva recato la pubblicazione di poesie antireligiose nell’antologia di un sulfureo poeta assassinato tre anni dopo, senza che l’autore dell’omicidio venisse mai giudicato. Questi versi mi valsero delle botte e la minaccia di essere gettato a mare da un elicottero o di essere freddato con una pallottola nella testa mentre stavo leggendo queste stesse poesie in ginocchio in un commissariato di Algeri. È così che ho imparato il prezzo della poesia. Avevo ritrovato il mutismo, il silenzio imposto, l’esilio interiore e dovevo viverlo fino alla fine. Nel dicembre 1996, compresi finalmente che dovevo partire. Giocarmi la vita alla roulette russa era forse affar mio, ma come potevo mettere in gioco, continuamente e con rara incoscienza, quella dei miei parenti e della mia stessa famiglia? Già non eravamo ben visti nel quartiere. I vicini si auguravano vivamente la nostra partenza. La nostra presenza li metteva in pericolo. Almeno nel mio caso, dunque, povertà e solitudine sono facce della stessa medaglia. Partivo per salvare la mia pelle e quella dei miei cari, per proseguire la mia lotta altrove. È così che ho scoperto quanto l’esilio renda trasparenti. Diventate un perfetto sconosciuto e, come un principiante, dovete subire l’esame di ammissione,

lo sguardo compassionevole o sospettoso di quelli che vi offrono ospitalità o ve la rifiutano. Occorre cambiare lingua, muoversi in altri codici, imparare una nuova segnaletica ed evitarne le trappole, i controsensi, i malintesi nei quali potreste affogare. Occorre inoltre imparare a vendersi, come mi disse un’anima bella, senza sapere il turbamento e la rivolta che le sue parole suscitavano in me. Vendermi? Ma, stando così le cose, mi sarei allegramente venduto e al prezzo migliore ai miei cari colonnelli, avrei fatto la parte del tappetino e chissà cos’altro! Vendermi, sul mercato degli schiavi, sulla scena dei clown. Vendermi! La parola risuona ancora in me come una ferita che non guarisce. Non mi aspettavo di sentirla pronunciare in questo modo, con una sorta di indifferenza, di freddo distacco come se si trattasse di mettere sul mercato un mobile. Ero infatti piombato nel mondo reale. Aveva detto bene quella signora che mi consigliava di pensare al mio marketing e magari di fabbricarmi un abito d’esule che potesse piacere e confarsi alla situazione. Il mio caso doveva essere brillante, esemplare, per soddisfare l’attesa di spettatori abituati agli show della nuova cultura mediatica, che è una parte del voyeurismo, di quell’esposizione del dolore dimenticata qualche minuto più tardi, cancellata da un nuovo spettacolo, ancora più brillante, destinato a far piangere la gente o a farla ridere. Così come c’è un mercato del lavoro, esiste anche un mercato dell’esilio. È qui che l’esule cerca i suoi compagni di sventura come la calamita cerca il metallo. Ha bisogno di loro per sopravvivere, per continuare a immaginare il paese, a battersi, a sperare. Li frequenta assiduamente per imparare i meccanismi, trovare le soluzioni. È da questo movimento di attrazione-repulsione, in questo mondo che vive in vitro che nascono i conflitti più meschini, le discordie, i pettegolezzi. Il mondo degli esuli è molto piccolo e tutti guardano nella stessa direzione. Attendono febbrili l’ora della partenza, ma l’aereo non imbarcherà tutti. Si pesteranno i piedi, si schiacceranno all’ingresso della passerella. Sono stato testimone di odi nati dal nulla, di conflitti ridicoli, meschini, così piccoli quando uno se ne distacca, e che perdurano, si affilano e, dopo aver nutrito le discussioni da caffè, producono una letteratura di fiele. Nomade sempre in movimento, con l’irrequietezza nel sangue e indosso la storia dei miei avi, pensavo di poter vivere ovunque senza costrizioni, senza possedere nient’altro che il mio corpo. Per sfuggire alla mia condizione, per negarla, non dico mai di essere un esule. È una parola pesante come l’argilla che si appiccica ai vostri piedi su strade fangose. Sono un invitato di passaggio che un giorno vi dirà addio. L’esule a volte resta per sempre. Muore pian piano o si suicida. Lunghi o brevi che siano, gli esilii graffiano, lacerano la pelle e la memoria. L’esule si sente colpevole, si incolpa d’essere partito, di aver abbandonato i suoi, la lotta e una parte di se stesso per rinchiudersi nella polvere dei rimpianti. Nazim Hikmet diceva che l’esilio è un mestiere duro. Più di tutto, ha i denti di una belva. L’esilio non è soltanto un calice amaro. È prima di tutto un respiro. Per alcuni è una pausa. Per altri, un oblio. L’oblio di sé, della propria vita, di ciò che si è vissuto, di ciò che deve ancora venire. Del futuro pieno di angosce e di incertezze. Per altri è la morte. Si muore d’esilio come si muore di passione. Questa malattia che si desidera inconsciamente cadendo nell’apatia, sparandosi un colpo al cuore, gettandosi

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nelle fiamme o più semplicemente annegandosi nell’alcol o nella droga. Esistono tanti esilii quanti modi di vivere, tanti esilii quante maniere di morire, tanti esilii quanti nomi. Ma l’esilio è un cattivo compagno dell’amore. Il suo cliente insolvente. Soltanto dopo aver abbandonato agli inferi la persona che amate, la metà della vostra anima, sapete che cos’è l’esilio. Prima non era che un’immagine, delle idee, dei percorsi forse noti, ma lontani. Le lame della separazione vi strazieranno le carni soltanto quando prenderete coscienza che non ritornerete per molto tempo. Molto tempo. Il tempo indefinito del vostro dolore a venire, il sangue cattivo che scorrerà nelle vostre vene, che parlerà della vostra impotenza. Piangete? Sbattete la testa contro i muri? Cercate la fuga nel piacere traboccante dei corpi, nel fare a pugni in improbabili incontri, nel frequentare luoghi inverosimili? Le vostre preghiere, le vostre grida non servono a niente. Siete andati via, vi sentite vigliacchi, sporchi, la memoria piena di buchi, siete a terra in ginocchio, incapaci di sollevarvi, di battervi, di proteggere l’essere amato dai colpi che riceve, dai morsi e dagli insulti che lingue d’improvviso impavide gli riversano addosso. Il dolore è ciò che spetta a chi resta. Il destino ha fornito a ciascuno una valigia di dolori. La piccola l’ha data a chi parte, la pesante l’ha lasciata per chi è rimasto. In questa lotta corpo a corpo con la cattiva sorte, la nostalgia è il mio nemico intimo. La tengo a bada, le impedisco di avvicinarsi, se non quando mi provoca e mi parla del Sahara, dove ho vissuto tre anni. Qualche anno fa, durante uno di quei pomeriggi piovosi d’estate di cui Amburgo ha il segreto, mi prese alle spalle, mi afferrò, mi fece piangere. Altri giorni guardo la mia collezione di cartoline, di fotografie, mi aggrappo agli articoli di giornale, metto in fuga il ricordo di quelli che mi domandano come posso sopportare un cielo così basso, io, figlio del fortunato, nato nella luce. Rispondo con una piroetta, dicendo che se si hanno quei colori nel cuore, poco importa dove ci si trovi, si è ancora lì. Questa nemica dai denti lunghi è la peggiore degli avversari. Ha fatto commettere le peggiori sciocchezze a quelli che hanno deciso, un giorno, di lasciare le sponde del loro rifugio per ritornare alle terre natali col capo chino, ritrovando quei loro persecutori che hanno per fedele alleata la nostalgia.

Hamid Skif, giornalista, scrittore e poeta, nato a Orano, Algeria, nel 1951, dopo essere scampato a diversi attentati, vittima di rappresaglie per i suoi scritti e per la sua azione in difesa della libertà di espressione, ha lasciato l’Algeria negli anni Novanta e si è stabilito ad Amburgo, in Germania. Ha vinto numerosi premi importanti, soprattutto per la lingua francese. I suoi romanzi sono tradotti in Francia, Germania, Spagna, Siria. In Italia ha pubblicato La principessa del deserto di mezzo, Spartaco edizioni, La paura, Editore Barbera, 2006. Ci ha lasciati, improvvisamente, nel 2010.


Le parole mi sono cadute dalla tasca dei pantaloni e non le ho mai più ritrovate

Che sia possibile perdere le parole e la lingua l’ho appreso da bambino. Stavo in piedi alla finestra con mia nonna, guardavamo in quella direzione che, col vento del nord e se si lasciano guardare gli occhi ben concentrati, mostra una piccola fetta di mare, e la nonna disse che lei un tempo la finestra la chiamava “dritsore” e non “finester”, come la si chiama oggi. Quando mi guardava in quel modo, mia nonna trasformava gli occhi in fessure e il suo naso sembrava una polena. Non so più esattamente a cosa potevo aver pensato in quell’istante, ma ricordo benissimo di essere diventato molto triste, perché d’un tratto mi sembrò che la nonna non si sporgesse più dalla sua finestra, che stesse davanti a una finestra estranea, che avesse perso la sua finestra per sempre e che non le restasse che dire: una volta avevo una finestra e questa si chiamava dritsore. Decisi di fare molta attenzione alle parole e di non perderle. Ma dovetti rendermi conto di non avere realmente il potere sulle parole. La mia sorellina morì e tutta la mia famiglia perse una parola che ci aveva resi felici, una parola che ci aveva riempito il cuore.

Francesco Micieli

E bija ime Moter Mia figlia Sorella

Traduzione di Anna Allenbach

Prima di sparire queste parole ci fecero smorfie spaventose, divennero irriconoscibili e vuote, morte. Un nodo alla gola. La mia pancia era piena di fitte e non volli più parlare. Per mesi. Dopo qualche tempo ricominciai a parlare in modo difettoso, con molte lacune, molte omissioni. Quando mi si chiedeva perché parlassi in quel modo dicevo semplicemente: “Le parole mi sono cadute dalla tasca dei pantaloni e non le ho più trovate.” Mi si compativa. Credo pensassero che fossi malato di lingua o di mente. La maggior parte delle persone si faceva il segno della croce quando mi vedeva. Alcune ridevano e dicevano: “Quello è il ragazzo che perde le parole.” Poco dopo mia madre emigrò in Svizzera per stare con mio padre. Lui ormai viveva là da alcuni anni e non sapeva molto della nostra vita. Non riuscivo nemmeno a ricordare con certezza se lui avesse mai visto la sorella, se l’avesse tenuta tra le braccia. Quando mamma se ne andò, sparì solo lei. La parola rimase. Ma diventò un’altra parola, una parola che faceva male a pronunciarla. Una parola come una grande solitudine. Dopo due anni, avevo ricominciato a parlare normalmente, dovemmo andare in Svizzera anche mio fratello e io. Prima sparirono le cose, gli odori, i suoni, le persone tra cui avevamo vissuto. Il nonno morì poco dopo, senza che potessimo rivederlo. Le parole si ridussero a suoni, aria. Persero il mondo a cui si riferivano. Le persone, le cose, gli odori e i suoni in Svizzera non volevano abbinarsi alla lingua che avevamo portato con noi. La nostra lingua diventò un linguaggio segreto tra noi e i nostri genitori. Per tutto il resto era diventata inutile. Non raggiungeva le persone e non raggiungeva le cose. Mio fratello e io perdemmo, così, quella lingua che raccontava i nostri primi anni di vita. Il mondo dei nostri racconti in prima persona sparì. E rimase un vuoto. Eravamo nudi, feriti, senza l’abito di un racconto, finché la lingua nuova non fu in grado di dire chi siamo. Cominciammo a parlare bernese, anche in famiglia per non farci capire dai genitori. Linguaggio segreto contro linguaggio segreto. I nostri genitori persero il collegamento diretto con il nostro mondo, cosa che li rese ancora più soli. Ci eravamo allontanati e avevamo raggiunto il minimo esistenziale linguistico. Da quel momento cominciammo a tradurre i nostri genitori, diventammo i loro portavoce, addirittura per i colloqui con i genitori a scuola. Ci addossammo, per così dire, entrambi i ruoli. Figlio e genitore. E così riscoprimmo la lingua della madre e la lingua del padre per quello che era stata in passato: la nostra prima finestra sulla vita. Lingua che abbraccia, che protegge e che ama, lingua madre e lingua padre.

Francesco Micieli nasce nel 1956 a Santa Sofia D’Epiro, un paese arbëreshë della Calabria. Nel 1965 raggiunge la famiglia in Svizzera. Nel 2002 ottiene il premio di promozione Albert-von-Chamisso e nel 2010 il premio letterario della città di Berna. Dal 2007 al 2010 è stato presidente del Verband Autorinnen und Autoren der Schweiz. Oggi scrive e insegna alla scuola d’arte hgkb-b e all’istituto letterario di Bienne.

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Carmine

NOME

Marco

NOME

Fabio

Cognome

Alloni

Cognome

Pusterla

Abate nato a:

Carfizzi (Italia) NEL:

1954 professione:

nata IN:

Mendrisio (Svizzera) nel:

1967 professione:

NOME

Cognome

nato a:

Mendrisio (Svizzera) nel:

1957 professione:

scrittore

scrittore e giornalista

poeta, saggista e traduttore

NOME

Fabio

NOME

Gino

Cognome

Ruozzi

Kader

NOME

Cognome

Cognome

Franzin

natO IN:

Milano (Italia)

NEl:

1963

professione:

poeta

docente universitario e storico della letteratura italiana

Melinda Nadj

NOME

Franca

NOME

Zeruya

Cognome

Grisoni

Cognome

Shalev

Abdolah Iran

1954 scrittore

Abonji nata a:

nato a:

nel:

professione:

nata a:

nato a:

Italia nel:

1958 professione:

NOME

Cognome

nata a:

1968

1945

nel:

Kibbutz Kinneret (Israele)

professione:

professione:

1959

Becsej (Serbia) NEL:

scrittrice e musicista

Sirmione (Italia)

poeta

nel:

professione:

scrittrice

Gabriela

NOME

Andreï

NOME

Tommaso

Cognome

Makine

Cognome

Soldini

Adameşteanu nata a:

nato a:

NOME

Cognome

nato a:

Târgu Ocna (Romania)

Krasnoïarsk (Siberia)

NEL:

1942

nel:

1957

1976

professione:

professione:

poeta e narratore

Lugano (Svizzera) nel:

professione:

scrittrice, traduttrice e giornalista

scrittore

Eraldo

NOME

Oliviero

NOME

Rossana

Cognome

Malaspina

Cognome

Taddei

Affinati nato a:

Roma (Italia)

nato a:

nel:

Vallechiara di Menconico (Italia)

professione:

1961

1956 scrittore e saggista

NOME

nel:

professione:

cantautore e poeta

NOME

Jean-Luc

Elvira

Cognome

Mujčić

Benoziglio

Cognome

nata a:

nato a:

Loznica (Serbia)

nel:

1980

professione:

scrittrice

Monthey (Svizzera) 1941 scrittore

NOME

Vanni Cognome

Bianconi nato a:

Locarno (Svizzera) nel:

1977 professione:

poeta, traduttore e animatore culturale

NOME

Massimo

nel:

professione:

NOME

Sonya

professione:

poeta e sociologo

nel:

1958 professione:

pittrice e scrittrice

professione:

artista e poeta

professione:

scrittore

NOME

Jean Cognome

nato a:

nel:

1934 professione:

sociologo, esponente politico svizzero e autore

Zuccato

nata a:

nel:

1952 professione:

scrittrice

Pult

nel:

nel:

1964

Cognome

Cognome

1982

nato a:

Gölyazi (Turchia)

Edoardo

Chasper

nata nel:

Cognome

Yeşilöz

NOME

NOME

Mali

NOME

Yusuf

Elsa

Fatoumata Diawara

professione:

musicista

Thun (Svizzera)

Buenos Aires (Argentina)

nel:

nel:

1969

nata a:

Suk El Giuma (Libia)

nato a:

1954

nato a:

Montevideo (Uruguay)

Ziegler

Osorio

Firenze (Italia)

Cognome

Cognome

Orfalian

Cognome

Daviddi

NOME

NOME

Cognome

nato a:

Sent (Svizzera) nel:

1949 professione:

linguista, docente universitario e animatore culturale

NOME

Cognome

nato a:

Cassano Magnago (Italia) nel:

1963 professione:

poeta


Carmine Abate (Carfizzi, 1954) scrittore italiano, nato in un paese arbëreshë - cioè italo-albanese della Calabria. Da giovane è emigrato ad Amburgo, dove lavorava la sua famiglia; poi si è trasferito in diverse città del Nord Italia e della Germania. Attualmente vive in Trentino, dove insegna. La sua produzione letteraria comprende due libri di racconti Il muro dei muri (Argo, 1993) e Vivere per addizione e altri viaggi (Mondadori, 2010), la silloge poetica Terre di andata (Argo, 1996), il saggio, scritto con Meike Behrmann, I germanesi (Pellegrini, 1986) e i romanzi Il ballo tondo (Marietti, 1991), La moto di Scanderbeg (Fazi, 1999), Tra due mari (Mondadori, 2002), La festa del ritorno (Mondadori, 2004), Il mosaico del tempo grande (Mondadori, 2006), Gli anni veloci (Mondadori, 2008) e La collina del vento (Mondadori, 2012; Premio Campiello 2012). Kader Abdolah (Iran, 1954) scrittore olandese di

origine iraniana. Ha pubblicato due libri nel suo paese d’origine. Perseguitato dal regime dello Scià e poi da quello di Khomeini, rifugiato politico in Olanda dal 1988, è diventato uno dei più importanti scrittori di quel paese, costantemente nella lista dei bestseller. Con Scrittura cuneiforme (Iperborea, 2003) ha conquistato il pubblico internazionale. Ha inoltre pubblicato in italiano, sempre per la casa editrice Iperborea: Il viaggio delle bottiglie vuote (2001), Calila e Dimna (2005), Ritratti e un vecchio sogno (2007), La casa della moschea (2008; Premio Grinzane Cavour 2009), Il messaggero (2010) e Il re (2012).

Melinda Nadj Abonji (Becsej, Serbia, 1968) scrittrice e musicista svizzera di lingua tedesca. Nata in Voivodina, nel nord della Serbia, in una famiglia della minoranza ungherese, nel 1973 giunge, al seguito dei genitori, in Svizzera tedesca, dove è cresciuta. Nel 1997 ha concluso gli studi di germanistica a Zurigo, città in cui vive. Nel 2010 ha ricevuto - prima nella storia - sia il prestigioso Deutscher Buchpreis, sia lo Schweizer Buchpreis, per il libro Tauben fliegen auf (Jung und Jung, 2010; trad. italiana: Come l’aria, Voland, 2012) con la motivazione di aver offerto il “ritratto di un’Europa in piena mutazione che non ha ancora chiuso i conti con il suo passato”. Ha pubblicato numerosi racconti in riviste ed antologie e si esibisce in performances letterario-musicali in occasione di festival letterari. Gabriela Adameşteanu (Târgu Ocna, 1942)

scrittrice, traduttrice e giornalista romena. Vive a Bucarest ed è una delle voci più rilevanti della letteratura e della cultura romene contemporanee. La sua prima prova narrativa del 1975 Verrà il giorno (Cavallo di ferro 2012) è un intenso romanzo di formazione sotto i duri regimi di Gheorghiu e Ceausescu. Il romanzo successivo Una mattinata persa (Atmosphere libri, 2012; Premio dell’Unione degli scrittori romeni 1985) è incentrato su una conversazione apparentemente banale tra due donne, che ricostruisce la tragica fine della generazione interbellica. I romanzi successivi sono L’incontro (Nottetempo, 2010) che affronta, con grande spessore letterario, il tema dell’esilio e Provvisorietà (tit. orig.: Provizorat, 2010, opera non tradotta in italiano). Va ricordato anche il forte impegno civile della Adameşteanu. Questa intensa attività, a favore della democratizzazione della Romania, le è valso nel 2002 il prestigioso Hellmann-Hammett Grant conferito dall’organizzazione non governativa Human Rights Watch.

Eraldo Affinati (Roma, 1956) scrittore e saggista italiano. Testimone indiretto degli orrori del nazismo (il nonno e la madre furono prigionieri ad Auschwitz) Affinati esplora il territorio di confine tra scrittura romanzesca e saggistica, raccontando attraverso il viaggio nello spazio, nella memoria e nel tempo, le ingiustizie e le omissioni del mondo contemporaneo contro il quale spesso si rivoltano i suoi personaggi : Bandiera bianca (Mondadori, 1995), Uomini pericolosi (Mondadori, 1998), Il nemico negli occhi (Mondadori, 2001), Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango, 2006). Ha dedicato diversi romanzi alla guerra e all’Olocausto: Campo del sangue (Mondadori, 1997), Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer (Mondadori, 2002), Secoli di gioventù (Mondadori, 2004) e ha curato il “Meridiano” di Rigoni Stern (Mondadori, 2003). Tra le opere più recenti: La Città dei ragazzi (Mondadori, 2008), Berlin (Rizzoli, 2009), Peregrin d’amore. Sotto il cielo degli scrittori d’Italia (Mondadori, 2010). Marco Alloni (Mendrisio, 1967) scrittore e giornalista svizzero di lingua italiana. Vive da 16 anni al Cairo dove è sposato con la giornalista egiziana Halima Khattab e ha due figli. Lavora come corrispondente culturale per la RSI (Radiotelevisone svizzera) e diversi giornali. Ha pubblicato il romanzo La luna nella Senna (Casagrande, 1990; Premio Grinzane Cavour 1992), il saggio Lettere sull’ambizione (Liberilibri, 2005), il diario sulla rivoluzione egiziana Ho vissuto la Rivoluzione. Diario dal Cairo (Aliberti, 2011) e il romanzo Shaitan (Imprimatur, 2013), primo della Trilogia di Dio e del suo contrario, che comprende Aquì estamos e Il libraio di Addis Abeba, di prossima pubblicazione. Shaitan sarà presentato - in prima assoluta - a ChiassoLetteraria 2013. Tra le pubblicazioni recenti figura anche il libro-intervista a Mario Botta Vivere l’architettura (Casagrande, 2012). Dirige la collana Dialoghi per Aliberti editore e collabora con la rivista “MicroMega”. Ha dichiarato di essersi convertito all’islam, ma di continuare a professarsi ateo.

Jean-Luc Benoziglio (Monthey, Canton Vallese, 1941) scrittore svizzero-francese, radicato da oltre quarant’anni a Parigi. Dopo gli studi di scienze politiche e di diritto a Losanna, Benoziglio si è stabilito dal 1967 a Parigi, dove si è dedicato alla scrittura e ha lavorato per varie case editrici, fra cui le Editions du Seuil. Numerosi suoi romanzi hanno ricevuto riconoscimenti, fra cui Quelqu’unbis est mort (Seuil, 1972; Prix Paul-Flat, 1973), Cabinet portrait (Seuil, 1980; Prix Médicis, 1980), Le feu au lac (Seuil, 1998; Prix Schiller, 1998 e Prix littéraire Lipp, 1998) e Louis Capet, suite e fin (Seuil, 2005; Prix Michel Dentan, 2005 e Prix des auditeurs de la Radio suisse romande, 2006). In italiano sono stati tradotti soltanto due romanzi: La scatola nera (SugarCo, 1992) e Il re di Francia, seguito e fine (Casagrande, 2011), una gustosa ed esilarante “fantastoria” che immagina un Luigi XVI non giustiziato, ma esiliato, in un sonnolento villaggio vodese nel crepuscolo del dominio dei “signori di Berna”. Vanni Bianconi (Locarno, 1977) poeta, traduttore

e animatore culturale svizzero di lingua italiana. Vive tra Locarno e Londra. Dirige il festival di lette ratura e traduzione Babel e traduce dall’inglese (tra gli ultimi autori tradotti, William Somerset Maugham per Adelphi, Wystan Hugh Auden e William Faulkner per Transeuropa). La sua prima silloge poetica, Faura dei morti, è apparsa in Poesia contemporanea. Ottavo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2004). Ha quindi pubblicato Ora prima. Sei poesie lunghe (Casagrande, 2008; Premio Schiller incoraggiamento) e Il passo dell’uomo (Casagrande, 2012).

Massimo Daviddi (Firenze, 1954) poeta e sociologo italiano radicato nel Canton Ticino. Ha vissuto a Milano e Luino. Attualmente vive con la famiglia a Mendrisio. Tre le raccolte di poesia: Zoo Persone (Ulivo, 2000), L’oblio sotto la pianta (Casagrande, 2005; finalista Premio Viareggio Rèpaci 2006, sezione poesia) e Il silenzio degli operai (La Vita Felice, 2012; Premio federale di letteratura 2012). Una raccolta di testi inediti è stata pubblicata sull’”Almanacco dello Specchio” (Mondadori, 2007). Coltiva interessi anche in ambito musicale e cinematografico. Fatoumata Diawara (Mali, 1982) Nata in Costa d’Avorio, cresciuta in Mali, Fatoumata è un’artista di riferimento, come testimonia il suo progetto di una canzone per la pace in Mali, che ha visto coinvolti musicisti come Amadou & Mariam, Oumou Sangare, Vieux Farka Touré. Una scesa in campo che ha raccolto elogi in tutto il mondo, ma che le è valsa delle minacce di morte. Fatoumata è un simbolo per le donne africane, di cui denuncia le angherie subite. Statuaria, elegante, dal sorriso radioso, presenterà il suo album Fatou, capolavoro worldmusic. Con grande sensibilità, reinventa i ritmi e le melodie della tradizione wassoulou. Con una voce calda e toccante, racconta con forza una vita piena, ma che non è sempre stata facile. Tra i suoi fan Flea dei Red Hot Chili Peppers, con cui ha collaborato. E possono bastare le parole di Gilles Peterson che di lei ha detto: “È uno dei talenti più eccitanti, come non ne sentivo da tempo”.

(Einaudi, 2008) e Il libro dei brevi amori eterni (Einaudi, 2012). È appena uscita una biografia romanzata della zarina Caterina la Grande: Une femme aimée (Seuil, 2013) che verrà presentata nell’ambito di ChiassoLetteraria 2013.

Oliviero Malaspina (Vallechiara di Menconico,

Zeruya Shalev (Kibbutz Kinneret, 1959) scrittrice

Elvira Mujčić (Loznica, Serbia, 1980) scrittrice di lingua italiana di origine bosniaca. È vissuta a Srebrenica, in Bosnia, fino all’inizio della guerra nel 1992, quando ha iniziato il suo girovagare, con sua madre e i fratelli, dapprima in Croazia - dove è vissuta per un anno in un campo profughi - e da lì a Roma. Nel 2004 si è laureata in Lingue e letterature straniere. Ha pubblicato, sempre presso la Infinito Edizioni, Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica (2007), E se Fuad avesse avuto la dinamite? (2009), l’e-book Sarajevo. La storia di un piccolo tradimento (2011) e La lingua di Ana. Chi sei quando perdi radici e parole? (2012). Mercoledì 1 maggio, alle 17.30, il Cinema Teatro ospiterà la lettura scenica di un’opera inedita della stessa Elvira Mujčić scritta appositamente per ChiassoLetteraria 2013, dal titolo I quaderni di Nisveta: drammaturgia e progetto di Valentina Bartolo e Alan Alpenfelt; interpreti: Valentina Bartolo, Silvia Grande, Giulia Valenti.

Tommaso Soldini (Lugano, 1976) poeta e narra-

e scrittrice italiana di origine armena. Figlia della diaspora armena, è nata in Libia dove ha trascorso la sua infanzia come rifugiata. All’età di undici anni, dopo il colpo di stato di Gheddafi, ha trovato asilo a Roma. Artista, scrittrice e traduttrice, ha dedicato grande parte del suo impegno e della sua ricerca al ricchissimo patrimonio culturale della sua gente. Attualmente vive e lavora a Roma. Ha curato Le mele dell’immortalità. Fiabe armene (Guerini, 2000) e ha pubblicato La cucina d’Armenia. Viaggio nella cultura culinaria di un popolo (Ponte alle Grazie, 2009).

da genitori veneti emigrati nella capitale lombarda nei primi anni del dopoguerra. Nel 1970, al seguito dei genitori (decisi a tornare in Veneto, che nel frattempo si stava trasformando da terra agricola e di miseria nel polo industriale del “miracolo del nord-est”) giunge a Chiarano, ma le condizioni economiche della famiglia rimangono modeste e, a sedici anni, nonostante la propensione agli studi umanistici, inizia a lavorare in un mobilificio come operaio, sua attuale professione. Vive a Motta di Livenza, in provincia di Treviso. Ha pubblicato libri di poesia in dialetto veneto-trevigiano e in lingua: El coeór dee paròe (Zone, 2000), Canzón daa Provenza (e altre trazhe d’amór) (Fondazione Corrente, 2005), Il groviglio delle virgole (Stamperia dell’arancio, 2005), Pare (Ed. Helvetia, 2006), Mus.cio e roe (Le voci della luna poesia, 2007), Fabrica (Atelier, 2009), Margini e rive (Città Nuova, 2012) e, recentemente, Fabrica e altre poesie (Giuliano Ladolfi Editore, 2013), raccolta antologica “civile e operaia”.

Elsa Osorio (Buenos Aires, 1952) scrittrice argentina. È nata a Buenos Aires dove risiede. Ha pubblicato numerosi romanzi, tra cui, I vent’anni di Luz (Guanda, 2000) che evoca con intensità il dramma dei figli dei “desaparecidos”, Lezioni di tango (Guanda, 2006), e La miliziana (Guanda, 2012) dedicato alla figura di Micaela Feldman de Etchebéhère (19021992), detta “Mika”, ebrea argentina di origini russe, l’unica donna che durante la guerra civile spagnola ha comandato una milizia antifranchista. Docente di corsi di scrittura creativa, è anche autrice di sceneggiature cinematografiche e televisive. Tra gli altri riconoscimenti, ha ottenuto, nel 1983 in Argentina, il Premio Nacional de Literatura e il premio Amnistía Internacional per la sua attività in difesa dei diritti umani.

Vive a Sirmione, sul lago di Garda, dove è nata e scrive nel dialetto del suo paese natale. Ha pubblicato La böba (San Marco dei Giustiniani, 1986; premio “Bagutta opera prima”), El so che té se (Pananti, 1987; premio “Empoli”), L’oter (Einaudi, 1988), Ura (Pegaso, 1993), De chí = Di qui. Poesie della penisola di Sirmione (Scheiwiller, 1997; premio “Viareggio”), La giardiniera (L’Obliquo, 2001), L’ala (Liboà Editore in Dogliani, 2005; premio “Biagio Marin”), Passiù = Passione (L’Obliquo, 2008), Poesie (Morcelliana, 2009; premio “Salvo Basso”), Compagn (Morcelliana, 2012).

Chasper Pult (Sent, Canton Grigioni, 1949) linguista, docente universitario e animatore culturale svizzero di lingua retoromancia. Dal 1992 al 1996 ha ricoperto la carica di Presidente della “Lia Rumantscha” e quindi ha diretto il Centro culturale svizzero di Milano (1996-2001). Per molti anni è stato membro del Consiglio di fondazione della “Pro Helvetia” (1981-93). Docente universitario per la lingua retoromancia presso le Università di Zurigo (1982-94), Ginevra (1984-91) e Friborgo (1989-95). Sempre molto attivo nel favorire gli scambi culturali tra le quattro aree linguistico-culturali della Confederazione, gli è stato conferito nel 2012 l’annuale premio della Fondazione Oertli, con la motivazione ufficiale di aver contribuito ad ancorare in modo convincente la cultura retoromancia nel contesto svizzero. Ha curato diverse mostre importanti, tra le quali: Auf der Flucht = La fuga eterna - Annemarie Schwarzenbach (1998, Samaden e Milano) e Das Tal, die Welt - Die Familie Giacometti (2000, Milano, Fondazione Mazzotta e Mannheim, Kunsthalle).

Andreï Makine (Krasnoïarsk, Siberia, 1957) scrit-

Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957) poeta, saggista

Franca Grisoni (Sirmione, 1945) poeta italiana.

tore francese di origine russa. Nato in Siberia, trascorre la sua infanzia e adolescenza in un orfanotrofio della sua regione natale. I suoi genitori erano scomparsi; probabilmente deportati. Dall’età di tre anni, viene educato in francese da sua nonna e beneficia così di due culture. Nel 1987 si trasferisce a Parigi dove ottiene asilo dal governo francese. Dal 1990 Makine ha pubblicato una decina di romanzi vincendo, nel 1995, il Prix Goncourt e il Prix Médicis con Le Testament Français, romanzo largamente autobiografico. È oggi considerato uno dei maggiori scrittori di lingua francese. Fra i suoi romanzi pubblicati in italiano segnaliamo: Il testamento francese (Mondadori, 1997), Confessioni di un alfiere decaduto (Passigli, 1998), Al tempo del fiume Amur (Passigli, 2001), La musica di una vita (Einaudi, 2003), La donna che aspettava (Einaudi, 2006), L’amore umano

della letteratura italiana. Insegna Letteratura italiana all’Università di Bologna. I suoi studi sono in particolare rivolti alla tradizione italiana ed europea delle forme brevi: aforismi, pensieri, massime, epigrammi, favole, apologhi, bestiari, facezie, dal Medioevo al Novecento. Tra i suoi libri recenti: Scrittori italiani di aforismi (Mondadori, 1994-1996, 2 vol., “I Meridiani”), Epigrammi italiani (Einaudi, 2001), Favole, apologhi e bestiari (BUR, 2007). Ha recentemente pubblicato Quasi scherzando. Percorsi del Settecento letterario da Algarotti a Casanova (Carocci, 2012) e la monografia Ennio Flaiano. Una verità personale (Carocci, 2012), che contiene un ampio e pregnante ritratto del grande scrittore, nonché autore di cinema e di teatro, pescarese.

Appenino pavese-ligure, 1961) cantautore e poeta italiano. È stato l’ultimo collaboratore di Fabrizio De André, con il quale ha scritto l’album inedito “Notturni” e per il quale ha aperto i concerti del suo ultimo Tour nel 1998. Come cantautore ha pubblicato due dischi: “Hai! Hai! Hai!” (Peer Southern / CNI) nel 1996 e “Benvenuti Mostri!” (Target - Sony Music) nel 2002, vincendo tre volte il Premio Musicultura, nel 1990, 1991 e 1993. Ha lavorato inoltre con Francesco Guccini, Eugenio Finardi, Mauro Pagani, Flavio Oreglio, Raphael Gualazzi e molti altri, in Italia e all’estero. Laureato in Lettere moderne ha pubblicato poesie su antologie insieme ad Alvaro Mutis, Edoardo Sanguineti, Nico Orengo, Brian Patten, Fernando Arrabal e altri. In Italia ha pubblicato le raccolte poetiche Il ballo della fanciulla in fiamme (Guardamagna, 1986), Vivere davanti alla luna fredda (Guardamagna, 1994) e I racconti del pesce che piange e che ride (Saecula, 2009), il suo esordio in narrativa. Vive dividendosi tra l’Appennino paveseligure, Milano, Verona e Roma.

Sonya Orfalian (Suk El Giuma, Libia, 1958) pittrice

Fabio Franzin (Milano, 1963) poeta italiano. Nato

Gino Ruozzi (1958) docente universitario e storico

e traduttore svizzero di lingua italiana. Cresciuto a Chiasso si è laureato in dialettologia italiana a Pavia con Angelo Stella. La sua prima raccolta di poesie Concessione all’inverno (Casagrande, 1985) ha suscitato il consenso immediato di critici e poeti. Tra le sue opere più recenti ricordiamo il volume di saggi sulla poesia contemporanea Il nervo di Arnold e altre letture (Marcos y Marcos, 2007), l’antologia d’autore Le terre emerse. Poesie 1985-2008 (Einaudi, 2009), la nuova e ampia raccolta poetica Corpo stellare (Marcos y Marcos, 2010) e, infine, la raccolta di prose poetiche e saggistiche Quando Chiasso era in Irlanda e altre avventure tra libri e realtà (Casagrande, 2012). Numerose le traduzioni letterarie: Yves Bonnefoy, Nicolas Bouvier, Corinna Bille, ma soprattutto Philippe Jaccottet. Nel 2007 gli è stato conferito il Premio Gottfried Keller per l’insieme della sua opera.

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israeliana. È nata in un kibbutz e attualmente vive e lavora a Gerusalemme, come scrittrice indipendente, con il suo terzo marito, due figli e un figlio adottivo. Nel gennaio 2004 ha subito gravi ferite in seguito ad un attentato suicida. Ha pubblicato quattro romanzi, diventati bestseller in molti paesi, una raccolta di poesie e un libro per bambini. In lingua italiana è uscita la trilogia: Una relazione intima (Frassinelli, 2000), Una storia coniugale (Frassinelli, 2001), Dopo l’abbandono (Frassinelli, 2007) e il recentissimo Quel che resta della vita (Feltrinelli, 2013) che verrà presentato nell’ ambito di ChiassoLetteraria 2013. Si tratta di un romanzo tutto incentrato sulla fine della vita, sui rapporti coniugali e filiali, sulla delusione che subentra alla grande passione; un libro sull’amore in tutte le sue più diverse e complesse sfaccettature. È stata insignita di prestigiosi premi letterari, sia in Israele che all’estero. tore svizzero di lingua italiana. Autore di due libri di poesie: Ribelle di nemico privo (Alla chiara fonte, 2004) e Lato east (Edizioni Sottoscala, 2011). Ha inoltre pubblicato una raccolta di racconti L’animale guida (Casagrande, 2009) e il recentissimo romanzo Uno per uno (Casagrande, 2013).

Rossana Taddei (Montevideo, 1969) Si è trasferita in Svizzera con la famiglia per poi tornare in Uruguay nel 1981, dove è iniziata la sua carriera musicale, raccogliendo consensi e premi con ben 12 album. Lo stile che ne risulta non può che definirsi eclettico: la musica popolare uruguaiana si fonde al rock, ma anche al jazz e al pop. L’artista da noi si può ormai definire di casa. Lugano l’ha accolta nel 2008 per Estival Jazz. L’anno successivo ha visto la nascita di ben due album Sic Transit, che mette in musica una scelta di poesie uruguaiane e Feliz , registrato alla RSI. Il 2010 esce il primo cd in italiano Tra cielo e terra, che contiene 13 poesie della Svizzera italiana da lei musicate. Attualmente propone canzoni del suo cd “MINIMALmambo” (2011), che prende il titolo dal duo composto da Rossana Taddei (chitarra e voce) e dal batterista-percussionista uruguaiano Gustavo Etchenique.

Yusuf Yeşilöz (Gölyazi, Anatolia centrale turca,

1964) scrittore curdo, naturalizzato svizzero, di lingua tedesca. Ha trascorso l’infanzia a Gölyazi e fino a sette anni non conosceva una parola di turco, che poi ha dovuto imparare per poter seguire le lezioni a scuola. Ricercato dalla polizia turca per la sua collaborazione con una casa editrice critica verso il regime e per il suo impegno a favore dell’identità curda, si è rifugiato in Svizzera nel 1987. Dal 1995 - anno in cui ottiene la nazionalità svizzera - oltre all’attività di scrittore, lavora come traduttore. Vincitore nel 2001 del “Prix littéraire Lipp” (per l’edizione francese del volume Reise in die Abenddämmerung, Rotpunktverlag, 1998). Della sua ricca produzione narrativa in italiano sono stati pubblicati soltanto Verso il tramonto (Tranchida, 1999) e Erba selvatica (Tranchida, 2000).

Jean Ziegler (Thun, 1934) sociologo ed esponente politico svizzero. È autore di numerosi saggi di successo sui temi della povertà e delle storture dei sistemi finanziari internazionali. Ricopre la carica di relatore speciale sul diritto all’alimentazione per il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. È professore di sociologia all’ Università di Ginevra e all’Università Sorbona di Parigi. Tra le sue pubblicazioni più recenti tradotte in italiano: I signori del crimine (Tropea, 2000), La privatizzazione del mondo (Tropea, 2003), Dalla parte dei deboli. Il diritto all’alimentazione (Tropea, 2004), L’impero della vergogna (Tropea, 2006), L’ odio per l’Occidente (Tropea, 2010; Premio letterario per i diritti umani). Sulla sua figura pubblica è uscito nel 2011 l’importante opera biografica di Jürg Wegelin Jean Ziegler, das Leben eines Rebellen (Nagel & Kimche; ed. francese attualizzata: Jean Ziegler. La vie d’un rebelle, Éditions Favre, 2012). Edoardo Zuccato (Cassano Magnago, Varese,

1963) studioso di letteratura inglese e poeta italiano. Ha pubblicato alcune raccolte poetiche in dialetto altomilanese (o bosino): Tropicu da Vissévar (Crocetti, 1996), La vita in tram (Marcos y Marcos, 2001), I bosch di Celti (Sartorio, 2008) e la commedia Ulona (Il Ponte del Sale, 2010). È pure autore di alcune traduzioni da Virgilio: I Bücòligh (Medusa, 2007) e, in collaborazione con Claudio Recalcati, da François Villon Biss, lüsèrt e alter galantomm (Effigie, 2005). Collabora al semestrale di poesia e traduzione “Testo a fronte” e ha curato edizioni bilingui di opere di poeti inglesi romantici e contemporanei. Insegna letteratura inglese all’Università IULM di Milano.


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Organizzazione Coordinamento e programmazione letteraria Marco Galli, coordinatore Franco Ghielmetti, immagine Rolando Schaerer, redazione Consulenza scientifica Renate Amuat, formatrice e mediatrice Museo Nazionale Svizzero, Zurigo Goffredo Fofi, saggista, critico letterario, cinematografico e teatrale Françoise Huart, giornalista culturale Chiara Macconi, animatrice culturale Archivi Riuniti Donne Ticino Christian Marazzi, economista Sebastiano Marvin, scrittore, Associazione Autori Svizzeri, Antenna Svizzera Italiana Tiziana Mona, giornalista Liaty Pisani, scrittrice Fabio Pusterla, poeta Fabio Zucchella, traduttore, consulente editoriale, caporedattore della rivista “Pulp libri” Amministrazione Nicoletta de Carli Segreteria Bianca Coltro Bizzotto Logistica Guido de Angeli Relazioni pubbliche Maurizia Magni Ufficio stampa per la Svizzera e per l’Italia Laboratorio delle parole, Francesca Rossini Redazione Françoise Gehring Revisore Alice Snozzi Sonorizzazione e illuminazione Luminaudio, Carmelo Cairoli Grafica Studio CCRZ, Balerna Web Master Alessio Vairetti lavb.ch

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ChiassoLetteraria 2013  

Il giornale di ChiassoLetteraria 2013, A/POLIS. 1-5 maggio 2013

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