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Il Professore non si stancava mai di sentire il suono della melodiosa voce della ragazza scaturire dal piacere che poteva procurarle con il suo sapiente tocco. In quel momento lui era il musicista che con virtuosismo pizzicava le corde del prezioso e delicato strumento che Madame gli aveva consegnato con tante raccomandazioni. E lei vibrava nelle sue abili mani, in un crescendo armonico che gli dava l’illusione di poter entrare in contatto con i misteri dell’universo. Si accasciò stanco ed ebbro dell’odore del sesso. Anche questa volta si era nutrito della carnalità della donna con la consueta foga bulimica che gli dava l’illusione di saziare la sua ansia interiore, la “bestia” come la chiamava lui, ma che sapeva bene avrebbe ricominciato ben presto a tormentarlo con richieste sempre più pressanti; sempre più esigente. Si assopirono nella fresca penombra della stanza. Lei riprese a dormire nella sua posizione di bambola, come se non si fosse mai svegliata. Il Professore sognò. Sognò la sua Delgadina. Quella Delgadina sempre desiderata e mai raggiunta, nel suo lucido sogno d’onironauta. Quella Delgadina destinata a rimanere nella dimensione onirica perché una volta sfiorato il sogno, lui lo sapeva bene, esso sarebbe svanito. Eppure non poteva fare a meno di cercarla. La cercava negli occhi di ogni donna che incontrava. La cercava nel ventre di ogni donna che penetrava. La cercava nei suoi sogni di bambino. In questo stato, quasi d’estasi, dai suoi occhi chiusi affiorò una stilla di pianto. La Bambola riaprì gli occhi all’improvviso come si fosse ricordata di un appuntamento. Si avvicinò all’uomo e con leggerezza lo scosse dal suo torpore. Con un dito raccolse la lacrima che scorreva lungo la sua tempia, se la portò alla bocca, e con la punta della lingua l’assaggiò. E’ salato… Andiamo, Madame ci aspetta.