1
Il Professore non si stancava mai di sentire il suono della melodiosa voce della ragazza scaturire dal piacere che poteva procurarle con il suo sapiente tocco. In quel momento lui era il musicista che con virtuosismo pizzicava le corde del prezioso e delicato strumento che Madame gli aveva consegnato con tante raccomandazioni. E lei vibrava nelle sue abili mani, in un crescendo armonico che gli dava l’illusione di poter entrare in contatto con i misteri dell’universo. Si accasciò stanco ed ebbro dell’odore del sesso. Anche questa volta si era nutrito della carnalità della donna con la consueta foga bulimica che gli dava l’illusione di saziare la sua ansia interiore, la “bestia” come la chiamava lui, ma che sapeva bene avrebbe ricominciato ben presto a tormentarlo con richieste sempre più pressanti; sempre più esigente. Si assopirono nella fresca penombra della stanza. Lei riprese a dormire nella sua posizione di bambola, come se non si fosse mai svegliata. Il Professore sognò. Sognò la sua Delgadina. Quella Delgadina sempre desiderata e mai raggiunta, nel suo lucido sogno d’onironauta. Quella Delgadina destinata a rimanere nella dimensione onirica perché una volta sfiorato il sogno, lui lo sapeva bene, esso sarebbe svanito. Eppure non poteva fare a meno di cercarla. La cercava negli occhi di ogni donna che incontrava. La cercava nel ventre di ogni donna che penetrava. La cercava nei suoi sogni di bambino. In questo stato, quasi d’estasi, dai suoi occhi chiusi affiorò una stilla di pianto. La Bambola riaprì gli occhi all’improvviso come si fosse ricordata di un appuntamento. Si avvicinò all’uomo e con leggerezza lo scosse dal suo torpore. Con un dito raccolse la lacrima che scorreva lungo la sua tempia, se la portò alla bocca, e con la punta della lingua l’assaggiò. E’ salato… Andiamo, Madame ci aspetta.
2
Il professore scostò delicatamente la testa della ragazza per osservare meglio il suo viso, un volto angelico con le palpebre socchiuse, intento a succhiare il suo membro scuro, duro e insensibile. Contemplò, avvertendo il calore di lei, godendo del suo ansimare sollecitato dalla collana di sfere d’avorio che le aveva infilato nel sesso e nell’ano. Aveva provato un piacere estremo a farle accettare le sfere di diametri crescenti dentro quella piccola troia dal falso sguardo di cielo, perché avvezzo ad ogni turpedine. Non poteva che essere così, per essere definita speciale da Madame. E, ora, pensava che questo si era rivelato magnificamente vero, mentre rielaborava l’immagine di lei che osserva con vizioso stupore la collana arrotolata come un serpente in letargo, appena aveva aperto la scatola verde scura che si scoperchiava come un contenitore di gioielli. Quell’accessorio lo aveva tenuto in serbo per un’occasione speciale, per un’occasione così. Avrebbe voluto far pagare molto cara, a quella piccola troia, la curiosità dello sguardo che fissava il suo, ora, mentre, tirandola per i capelli, glielo sfilava dalla bocca, lentamente. Restò ad osservarla così, la bocca semiaperta a pochi centimetri da lui. Vide la sua gola deglutire, vistosamente. Saliva calda, pensò. Calore che scendeva dentro il corpo che possedeva. Calore. E fu un attimo. In quell’attimo, pensò al suo, di calore. Ci sono momenti, attimi, capaci di dilatarsi in una strana dimensione, diventando eterni. Questi attimi, a volte sono capaci di mostrarci tutto e molti ne hanno consapevolezza di questo, che tutto accade nei momenti, per cui spesso si cerca di raffigurarli. E si prova. Con una fotografia, un dipinto, addirittura una scultura. Ma quel momento, frutto di una tensione eterna, non poteva essere raffigurato in nessun modo. Calore, pensò il professore. Lo pensò forte. Quell’ambiente senza tempo, dov’erano rinchiusi, era l’ideale per sostenere il calore, che lui non provava. E lo capì improvvisamente, di non averlo mai provato, qualcosa di diverso dalla brama, dall’eccitazione. Sentì l’attimo svanire, il professore, e sentì subito che assieme all’attimo svaniva inesorabilmente qualcosa cui cercava di rimanere aggrappato, ma era inutile. Qualcosa di nuovo, inaspettato, si stava impadronendo di lui. E gli rivelava, imperiosamente, che questo era dovuto a come la scienza, il sapere, amalgamati dalla fede, erano in lui ordinati. Questo ne decretava l’inutilità, del suo sapere, della sua scienza, della sua fede. E questo una parte di lui, forse, lo aveva sempre saputo. Ma l’altra parte di lui, a questa rivelazione, si opponeva con forza, spacciando quella consapevolezza per un’idiozia. Ma godeva, bruciando nello strano fuoco capace di ardere senza produrre ustioni visibili. Spinto da questa fiamma che brillava, azzurra come lo sguardo della ragazza e con il cuore arancione come lo sguardo del gatto che aveva intravisto all’ingresso e che al suo passaggio aveva
aperto gli occhi un attimo, il professore si alzò, sforzandosi di non rivelare quanto fosse stizzito per quella cosa che aveva preso una piega a lui del tutto inaspettata. E, mentre la ragazza, con gli occhi nuovamente socchiusi rimaneva adagiata incurante di quel momento di calma del suo perverso interlocutore, lui si alzò piedi, si ricompose in fretta e furia e uscì senza nemmeno preoccuparsi di chiudere accuratamente l’uscio dietro di sé. Madame, udì il rumore dei passi nel corridoio e scattò in piedi dal divanetto in pelle dove era solita sistemarsi nei momenti che a lei parevano delicati. Si affacciò nell’atrio appena allarmata dalla consapevolezza che quei passi si sarebbero dovuti udire più tardi e si trovò ad incrociare lo sguardo del professore mentre questo passava davanti a lei. Buonasera disse lui composto, senza aggiungere altro. Madame rispose con il suo garbo esperto nel cogliere la soddisfazione o no dei clienti. Fu rassicurata, anche da come quello richiuse la porta d’ingresso dietro di sé, con insolita delicatezza. Voltandosi su se stessa con un gesto educato, rientrò nella sua stanza e sorrise, pensando a come le rose gialle erano appropriate per la sagoma dell’uomo che lei vide dissolversi in strada, da dietro la tenda bianca leggera che mascherava la finestra. La ragazza rimase nel letto, inerme, per un altro po' di tempo lungo abbastanza da scongiurare il rientro di quell’uomo. Quindi si liberò con cautela delle sfere a cui il suo corpo si era quasi abituato e le gettò sai piedi del letto dove fecero un tonfo a contatto del tappeto. Socchiuse le palpebre, verso sensazioni languide ma lontane. Quindi si rianimò, indossando una maglietta di una taglia esagerata, e infilando con noncuranza un paio d’infradito celate sotto il drappeggio del copriletto, si diresse fuori dalla stanza. Passando nell’atrio, quando vide Madame ferma in piedi, come l’attendesse, ebbe un moto d’apprensione. Ma questo svanì quando Madame le sorrise. Lei, con tutto il corpo, assunse una posa deferente e interrogativa. “Se vuoi... puoi prenderti qualche ora di pausa". Si sentì rispondere da Madame, insolitamente dolce. Sorrise, annuendo. Ma Madame non ci fece caso e tornò dentro la stanza dov’era solita sbrigare i suoi contatti. Lei passò molto del tempo della pausa sotto la doccia poi le venne in mente che uscire, effettivamente, poteva essere un buon modo di completare la sua pausa. Quando uscì, Madame, cedette alla curiosità di vedere dove andasse e si avvicinò alla finestra per osservarla. La vide prendere la stessa direzione del professore ma, diversamente da lui, la vide svoltare subito, nella prima via perpendicolare. Per questo, sorrise. La ragazza percorse a caso le silenziose stradine attraverso il centro storico, guidata solo dall’incontrare sempre più persone a piedi e vetrine di piccoli ma raffinati negozi. Giunse fino ad una strada più larga e più affollata e la percorse quasi per intero fino ad un'edicola all’angolo di un'altra stradina dove si fermò ad osservare le copertine che rappresentavano ragazze come lei. Senza dedicare a quelle figure nessun pensiero degno di essere ricordato, riprese a camminare svoltando in un'altra stradina laterale che subito si allargava in una piccola piazza dove si affacciavano diversi locali. Si sedette ad un tavolino ed ordinò un the aromatizzato ad un cameriere con un sorriso ruffiano che fu velocissimo nel servirla. Restò ad osservare il viavai di persone là attorno, molte indaffarate,
molte le rivolgevano uno sguardo mascherato da occhiali dalle lenti scure impenetrabili. Non era vestita in modo vistoso, ma nonostante questo intuiva la rapacità che vi aleggiava. Per questo non si trattenne molto, lì, temendo che qualcuno, se avesse dato l’impressione di stazionare oltre un tempo che lei misurava con il suo istinto, avrebbe potuto avvicinarla. Lei, di questo, ora non aveva nessuna voglia. Quindi si alzò, infilò una banconota tale da coprire abbondantemente l’importo indicato dallo scontrino sotto la tazza vuota, e si allontanò, senza voltarsi. Il cameriere, che si sbrigò a ritirare i soldi, quando sollevò lo sguardo dalla banconota, la vide svoltare e sparire nella strada affollata dalla gente della sera, imminente.
3
Migliaia di piccoli pensieri, troppo leggeri per affondare e troppo pesanti per galleggiare, disturbavano la liscia superficie dell’artificiale specchio d’acqua verdeazzurra riempito, per il suo piacere, da infinite Madames e da infinite Delgadine, e rifluivano incessantemente verso il gorgo del profondo pozzo della giustificazione; ma giunti a destinazione, anziché venirne risucchiati, prendevano a rasentarne vorticosamente i bordi senza mai venirne risucchiati. Una bella seccatura! Infinite Degaldine? si ripeté il professore ma non era questa la meta definitiva al fine raggiunta? Ho bisogno di riposare un attimo, cara, riposa anche tu tranquilla. Delgadina lo interrogò con lo sguardo, cercando di cogliere qualche segno di fastidio; aveva forse succhiato troppo violentemente o troppo delicatamente? Aveva forse sfiorato il glande con i denti troppo chiusi? Solitamente non sbagliava mai la delicata manovra, però era sempre aiutata dalle pulsazioni del membro e questa volta non aveva captato pulsazioni, seppur esso fosse in buona erezione. Si rigirò di fianco e socchiuse gli occhi; i suoi pensieri non erano né piccoli né grandi; semplicemente non erano. La mente del professore vagava in una foresta inestricabile; tra la folla di alberi appariva a volte, improvvisa, una verde radura; ma era un inganno: era la superficie marcia di una breve laguna, un finto prato maleodorante coperto di insetti. Una voce lontana fluttuò fuori dalla foresta, solitaria. Modulava sempre le stesse parole, un avvertimento al frutto troppo maturo a non cadere dall’albero e a non spiattellarsi al suolo. Piripuriperipà Ma ti fidi di questa qua? Piripuriperipà Non lo vedi che unghia che c’ha? L’unghia! Quella strana unghia corta e larga del pollice del piede, un bruscolo nell’occhio del diavolo! Una stonatura in Recondite Armonie! Il professore rimase coricato sulla schiena a guardare la sua vita che si allontanava nel sentiero senza neppure fermarsi un attimo a salutarlo. Una rapida ombra che solo lui vide lo fece trasalire; aveva la forma dell’unghia e volteggiava su di lui come una manta dei Caraibi; si voltò verso Delgadina e guardò il suo corpo perfetto, di schiena; in quella posizione non vedeva l’unghia.
Fece scorrere la sua lingua umida sulle spalle di lei, che ebbe un piccolo sussulto e si inarcò leggermente offrendogli le natiche. Lasciò disegni di pelle d’oca sui suoi fianchi, come alito di brezza in un campo di grano, e le festeggiò l’ano, senza parsimonia. Ad ogni colpo di lingua, lei lo comprimeva ritmicamente sulla sua bocca ed emetteva un leggero gemito; la penetrò così con la lingua, cercando di strappare a quelle oscure profondità il massimo del piacere ed ottenendo solo il massimo dell’inquietudine, fino a che non si sentì spossato. Si distesero supini, fianco a fianco; la manta dei Caraibi ripassò veloce su di lui e di nuovo lo turbò; lei guardava un cielo nero in cui si materializzava il prossimo cliente, il prossimo membro, la prossima lingua. Che buffo! Guarda le nostre unghie del pollice, sono identiche! aveva riso per la prima volta, quella sera, Delgadina. Quanti anni hai, cara? Quelli veri. Sono maggiorenne, non temere. Non è per quello, era per un’altra cosa. Diciannove a metà maggio. Sei figlia di Madame, vero? Il silenzio di Delgadina spaccò la stanza, i muri rimbalzarono all’infuori colpiti dai violenti pugni allo stomaco che lo stavano soffocando. Madame si era al fine vendicata.
4
Sapeva, o forse sperava, che prima o poi sarebbe potuto accadere. Tutta la vita passata ad un ritmo quasi frenetico, alla ricerca del piacere senza complicazioni, nell'inconscio desiderio di incontrare un giorno qualcuna capace di scuoterlo, toccarlo in profondità. Molte erano passate dalla sua prima volta. Alcune c’erano quasi riuscite, erano state ad un passo dal penetrare il freddo muro da cui si era lasciato avvolgere in gioventù, una fortezza protettiva dalla quale non era mai evasa e nella quale aveva trovato rifugio. Con lei, forse per la prima volta, si accorse che era diverso. Una sorta di rallentamento, in verità. In quella corsa sfrenata e vana che era diventata la sua esistenza, quella ragazza dai capelli nerissimi gli aveva messo la voglia di rallentare, di tirare il fiato, di prendere tempo. Era sconcertante, d'un tratto, quel desiderio di lentezza, la voglia che l'attimo non se ne andasse tanto presto, la voglia di trattenerlo. Di colpo, correre non era più vitale, poteva fermarsi senza cadere, non era più quel cerchio impazzito trascinato dal suo stesso moto, era capace di una certa immobilità, quantomeno di un calo di velocità. Come se il suo centro di gravità si fosse misteriosamente spostato. Lei non si era accorta di nulla, ovviamente. Non sapeva niente di lui, della sua vita, era quasi turbata dai suoi sguardi e dal suo silenzio. Neanche lei, valutando la cosa più tardi, seppe darsi il motivo di quel sorriso con il quale improvvisamente lui capì che stava succedendo qualcosa. Il silenzio non durò a lungo. Soltanto quanto basta per insinuare un dolce imbarazzo. Per far imporporare le sue guance, far sì che anche lui abbozzasse un sorriso e finisse con l'abbassare gli occhi. La timidezza in un uomo è una debolezza affascinante, ebbe modo di pensare durante l'amplesso, qualcosa di naturale e umano da ricordare, rispetto all'asettico e spesso poco emotivo universo in cui era confinata. Lei non lo sapeva ancora, molti uomini sarebbero passati da allora, ma un momento come quello non si sarebbe più ripetuto. Quando uscì dalla stanza fu subito avvicinato dalla tenutaria. Il suo sguardo avido, a scrutare anche il più lieve increspare del volto del professore, nella certezza che da allora niente per lui sarebbe stato come prima. "Un giorno incappai in un libro, nel quale una tenutaria, come questa che gli stava di fronte, disse ad un vecchio che si chiamava Eguchi: "Di ragazza ce n'è un'altra, no"?" pensò il professore. L'espressione trionfante della padrona di casa lo fece trasalire. No, non ci sarebbero state altre ragazze. Uscendo dalla porta seppe che da allora sarebbe stato ossessionato dal ricordo della figura di lei, del suo corpo, delle pelli che si toccano, le mani che annaspano, le bocche che si prendono, i gemiti, gli sforzi, il sudore sull'incavo del suo collo. Questo sarebbe stato il prezzo da pagare per essere
riuscito, anche se solo per un istante, a cogliere l'Assoluto. Per il resto della sua vita il professore sarebbe ricorso ad un trucco, ad uno stratagemma infallibile. Pensare ad un'esistenza che, in fondo, non avrebbe voluto. Le fiabe a lieto fine sono belle, ma spesso la realtà è un' altra. Pensando all'impossibile il professore avrebbe sostituito immagini dolorose, legate al ricordo, con altre a cui mancano soltanto i chicchi di riso all'uscita della chiesa o una carrozzina che viene sospinta nei giardini domenicali. Tutto ciò non avrebbe cancellato il suo dolore, ma lo avrebbe tenuto a distanza. Probabilmente lo avrebbe trasformato in un male sopportabile. Come quando ti tagli un polpastrello in cucina. All' inizio sembra una sciocchezza, senti un po' di bruciore, ti metti il dito in bocca, succhi il sangue che stilla, maledici la tua goffaggine e pensi: non è niente. Solo che l'indomani ti ritrovi con una piccola piaga che brucia ogni volta che posi il dito su qualcosa. Allora ti accorgi che il taglio può anche finire con l'ossessionarti. Per tutte le belle cose si paga un prezzo...