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Franco Pilato

Una rosa … rinascerà

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Conosco Franco da molti anni. Alcuni mesi fa, mentre seduti al tavolo di un bar sorseggiavamo un buon caffè, Franco mi ha espresso il desiderio di pubblicare con A.L.I.Ce. il suo scritto “Una rosa… rinascerà”. Letto il racconto e constatata la sua valenza umana e sociale ed in particolare la sintonia con alcune finalità di A.L.I.Ce., ho dato con entusiasmo la disponibilità dell’Associazione. Sono certo che la sua testimonianza sarà da esempio e incoraggiamento per tutti coloro che si trovano a vivere momenti, più o meno lunghi, di difficoltà, come pure potrà servire ad ognuno di noi per riflettere sulla propria esistenza, sulla semplice quotidianità al fine di apprezzare e godere delle piccole cose belle che la vita ci offre e che spesso non riusciamo a vedere e ad assaporare. Il Presidente di A.L.I.Ce. Umbria - Città della Pieve

Guerrino Bordi

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PREFAZIONE Narrare la propria storia personale ed i vissuti ad essa connessi costituisce un potente strumento terapeutico in grado di attivare un vero e proprio processo di autoguarigione. Raccontarsi e raccontare ad altri con-dividendo ricordi, pensieri e vissuti, consente, a chi lo fa, di ricercare e recuperare, nel qui ed ora, le radici della propria esistenza e, a chi lo riceve, di connettersi con parti di sé attraverso la testimonianza dell’Altro. Franco, autore di questa breve e al tempo stesso intensa pubblicazione, rappresenta un vero e proprio esempio di “resilienza”, ovvero della capacità di un essere umano non solo di far fronte alle prove della vita, ma di utilizzare addirittura i limiti, trasformandoli in opportunità. Stupisce e al tempo stesso commuove l’autenticità e l’immediatezza con cui l’autore racconta stralci di vita personale. Dopo l’ennesima prova che si è trovato di fronte di recente e che lo ha visto questa 7


volta alle prese con le sequele di un ictus, c’è stato l’incontro tra me e Franco, incontro da cui è poi scaturita l’idea di questo scritto. Io, psicologa volontaria dell’Associazione A.L.I.Ce. Città della Pieve, posso senz’altro oggi dire di avere avuto la fortuna di incontrare una così stra-ordinaria persona e di aver potuto con lei costruire un rapporto di mutualità e di reciprocità. Si è trattato di un vero e proprio scambio: dal canto mio ho provato a mettere a disposizione uno spazio dove Franco potesse ri-pensarsi e dove ri-mettersi in contatto con le proprie risorse interiori, Franco invece ha portato il suo contribuito arricchendomi con la sua testimonianza di forza e di coraggio oltre ogni aspettativa. Lo ringrazio pertanto, innanzitutto per avermi scelta come compagna di viaggio in questo pezzettino di strada della sua vita, e poi per aver alla fine colto la sfida di trasformare la sua narrazione in uno scritto. L’intenzione è mettere il racconto a disposizione di tutte quelle persone che, alle prese con prove 8


della vita che all’inizio sembrano insormontabili e soverchianti, possano ricevere una testimonianza e un messaggio di speranza e di possibilità al di là del limite. Chiara Cottini

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PREMESSA Ho voluto raccontare la storia della mia vita senza nessuna presunzione. Una vita difficile e piena di ostacoli. Di fronte a tante prove ho sempre cercato di superarle con più o meno forza e successo. Ho voluto raccontare la mia vita per condividerla con altre persone che si trovano in difficoltà, magari momentanee, per poterle stimolare a ritrovare il gusto di vivere, anche perché la vita è una cosa bella e importante che va vissuta indipendentemente dalle condizioni fisiche e mentali. Quindi anche se a volte vivere può sembrare difficile, bisogna provarci e credere in noi stessi perché nella vita, oltre ai brutti periodi, ci sono anche momenti belli che vanno assaporati. Ricordiamoci poi che la natura restituisce quello che toglie sotto altre forme.

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A mia zia Aldovina

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L’ambulanza correva per la strada tortuosa e piena di buche verso una struttura ospedaliera. I pensieri correvano nella mente, tanti e diversi. Ero a terra, ma poi la speranza si riaccendeva. Ero paraplegico da molto tempo e poi un ictus aveva ulteriormente ridotto le mie già limitate capacità. In quell’ospedale volevo soprattutto ritrovare un po’ di autonomia. All’improvviso sono caduto in un torpore mentale ed ho rivissuto la mia vita in un attimo. Mi sono rivisto ragazzino. Figlio di poveri contadini, fin dall’età di cinque/sei anni, venivo coinvolto nelle varie attività della famiglia. Avevo un compito ben preciso: portare al pascolo e sorvegliare un gruppo di numerosi maiali che erano considerati un bene prezioso per la famiglia. Non ero pienamente consapevole di quanta importanza quegli animali potessero avere; sapevo solo che quel compito non mi piaceva. Lo svolgevo perciò con poco entusiasmo, specialmente quando dovevo portare gli animali 15


verso il bosco, luogo di cui avevo paura e dove ero costretto ad una più attenta sorveglianza poiché era piuttosto facile che gli animali vi si perdessero. La paura cresceva tremendamente se pensavo alle conseguenze che avrei potuto subire. Un anno ricevetti un regalo di compleanno del tutto speciale; la mamma mi regalò infatti una coniglia incinta con il compito di accudire lei e i suoi futuri coniglietti. Questo incarico mi rese particolarmente orgoglioso e fiero poiché, un volta cresciuti, questi conigli sarebbero diventati il pranzo di qualche festa domenicale. Si può capire quanto mi facesse sentire felice ricevere il “coscetto” del coniglio che io stesso avevo allevato e nutrito! Ero un ragazzino molto timido, vivevo con i genitori, gli zii e un cugino che quando avevo sei anni si ammalò di una malattia che in poco tempo lo portò alla morte. Erano gli anni cinquanta. La nostra famiglia ancora allargata stava vivendo la crisi e le contraddizioni dell’epoca. Il mondo conta16


dino si stava frantumando, ma rimanevano ancora valori quali la solidarietà e la condivisione di molti aspetti della vita, tanto che il problema di una famiglia diventava un problema della comunità circostante. Nell’inverno del ‘56, un inverno particolarmente freddo e nevoso, in famiglia c’era una grande agitazione perché doveva nascere una mia cugina. Le copiose nevicate avevano reso però la strada particolarmente ostruita e allora tutti i vicini dettero una mano a spalare la neve per permettere all’ostetrica di far nascere la bambina. Arrivò un bel giorno l’inizio della scuola. Non ero per niente felice di andarci, forse un po’ per la mia timidezza, ma anche perché, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche, dovevo percorrere un po’ di chilometri a piedi. Durante il percorso, però, si univano altri ragazzini tra i quali c’era una bambina esile a cui cercavo sempre di stare vicino. Con lei quel percorso diventava, per me, più piacevole. Quell’amicizia infantile è cresciuta con 17


noi. Quella bambina è poi diventata una persona importante nella vita della città e in ogni momento mi è rimasta vicina. Anche per questo andare a scuola divenne meno pesante; con il tempo ci feci l’abitudine e ci andavo anche “volentieri” perché là trovavo i miei coetanei ed il maestro a cui pian piano mi sono affezionato. All’età di dieci anni i “miei” decisero di trasferirsi in paese. La vita per me divenne più difficile e totalmente diversa. Vedevo i miei familiari solo in occasione del pranzo o della cena in quanto avevano orari di lavoro diversi e diventava complicato essere tutti uniti a tavola. Passavo così gran parte della giornata da solo. L’unico compito che avevo era che tutti i giorni, dopo la scuola, dovevo andare a portare due secchi di mangime ai famosi maiali che il babbo aveva pensato bene di allevare in un altro posto vicino al paese. Per arrivarci dovevo passare davanti ad un bar dove stavano spesso alcuni miei compagni che mi prendevano in giro. 18


Passarono così un paio di anni nei quali feci un corso di dattilografia e un corso da elettricista con scarsi risultati. Poi un bel giorno mi offrirono la possibilità di gestire il bar di un circolo ricreativo. Iniziò un periodo bellissimo e pieno di straordinari ricordi. Le famiglie del vicinato mi incaricavano di fare alcune commissioni come portare una damigiana di vino dalla cantina alla loro abitazione, portare una bombola di gas e altre cose ancora, ma soprattutto c’erano un paio di ragazzine di cui ero segretamente innamorato e a cui però, a causa della mia innata timidezza, non osavo rivolgere la parola accontentandomi solo di contemplarle. Nella gestione del circolo, per attirare i giovani, pensai di mettere alcune macchinette automatiche a premi. Mi dissero che c’era un signore nelle vicinanze che le noleggiava. Senza pensarci due volte, una mattina presi il pullman e andai alla ricerca di questo signore che, quando mi vide, rimase sorpreso e scettico per la mia giovane età. 19


Comunque, a forza di pregarlo, si fece convincere e portò inizialmente due macchinette. Visto poi che la cosa andava piuttosto bene, ne portò altre tra cui una che come premio dava le sigarette. La cosa funzionò per un po’ di tempo, finché una sera alcuni giovinastri pensarono bene di svuotarmi la macchinetta: mentre un paio mi distraevano al bancone del bar, altri due portarono a termine il furto. In quel periodo ho vissuto, comunque, momenti divertenti. Siccome nel mio locale si giocava anche a carte, una sera si presentò un giovane carabiniere che, dopo aver fatto un giro, mi disse che nel circolo si svolgevano attività illegali e quindi, essendo io il gestore, mi riteneva responsabile. Disse perciò che avrei dovuto seguirlo in caserma. Presi la cosa tremendamente sul serio impaurendomi veramente, ma, dopo qualche minuto, con una pacca sulla spalla e una grossa risata, il carabiniere confessò che era uno scherzo. Al circolo conobbi anche il dirigente di un 20


ufficio di riscossione dei tributi comunali che mi volle portare a lavorare con sé. Iniziò così una nuova avventura particolarmente difficile e complicata perché, essendo l’ultimo arrivato, dovevo fare la gavetta e venivo un po’ snobbato. Poi conobbi un giovane molto più grande di me che mi prese in simpatia e le cose migliorarono. Una bella sera decidemmo insieme di andare ad una festa, ma fatti pochi chilometri con una macchina sportiva ed un guidatore un po’ spericolato, avemmo un incidente. Riportai delle gravi lesioni che mi cambiarono radicalmente la vita. Quando venni scaraventato fuori dal parabrezza, mentre battevo la testa, provai la sensazione di volare; sentii poi un formicolio e un grande freddo. Dopo l’incidente mi ritrovai in un letto di ospedale circondato da tanti amici: mi era stato diagnosticato lo schiacciamento di una vertebra della spina dorsale; mi misero un busto gessato che mi arrivava fino alle gambe; non mangiavo quasi niente, l’ago 21


della flebo era sempre attaccato e venni amorevolmente assistito dalla mamma e dalla zia per un lungo periodo. Quando mi tolsero il gesso che mi imprigionava mi ritrovai con delle belle piaghe da decubito che andarono avanti per anni. Avevo sempre la sensazione di volare tanto che la mamma e la zia erano costrette a tenermi la mano. Poi un giorno i medici decisero di trasferirmi in un istituto di riabilitazione: la ricerca fu molto dura e difficoltosa, ma poi trovarono una struttura in provincia di Latina dove non era ammessa la presenza di nessun parente e comunque era difficilmente raggiungibile. L’impatto fu durissimo perchÊ fui messo in un letto da solo sopra ad un materasso ad acqua. LÏ trascorrevo ore interminabili perchÊ i compagni di stanza erano già sulla sedia a rotelle e uscivano. Solo e terrorizzato per il costante timore di volare, aggrappato ai ferri del letto, cercavo di vincere la paura, piangevo e mi lamenta22


vo, ma nessuno veniva in mio soccorso perché faceva parte della riabilitazione. Chiedevo a tutti: “Ma io camminerò?” La mia domanda rimaneva senza risposta. Trascorrevo le mie lunghe giornate in compagnia di una sola radiolina. Un giorno avevo la febbre altissima e davanti a me vedevo il Monte Circeo dove si era sviluppato un incendio. L’istituto, infatti, era ed è ancora posizionato in un bosco davanti a questo monte. Dalla finestra, bruciante di febbre, osservavo il grande fuoco esterno che aumentava ancor più le mie paure. Una mattina arrivarono due terapisti che mi misero seduto sulla sedia a rotelle; mi lamentavo ma questi fecero orecchie da mercante e poi, come ciliegina sulla torta, mi portarono in una terrazza; di fronte al vuoto il mio terrore aumentò senza freni. Pian piano presi dimestichezza con la carrozzina, ma continuai comunque a domandare se un giorno magari avrei potuto riprendere a camminare. Gradualmente com23


presi che non sarebbe stato possibile perché ero circondato da persone giovani come me e tutte sedute in carrozzina. Di tanto in tanto ricevevo qualche telefonata da casa ma mai nessuna visita perché l’istituto era lontano, il viaggio era costoso e la famiglia non poteva permetterselo. La vita dentro l’istituto era durissima: alle sette veniva servita la prima colazione che consisteva in fette di pane con burro e marmellata, caffellatte o solo caffè. Poi ricevevo la visita di un terapista che mi faceva alcuni movimenti passivi alle gambe; per alzarmi dovevo aspettare l’infermiere che mi medicava le piaghe e, siccome erano tante le persone nelle mie stesse condizioni, spesso ero costretto a rimanere a letto fino all’ora di pranzo e consumare il pasto restando coricato. Dopo un periodo relativamente breve, l’infermiere iniziò a medicarmi per primo perché gli ero entrato in simpatia per la mia “parlata toscana”; questo mi permetteva di essere alzato prima di pranzo e quindi di 24


consumare il pasto da seduto. Quindi mi mettevano a letto fino alle tre, orario in cui venivo alzato di nuovo per fare palestra. La cena era servita molto presto e poi nuovamente a letto per un’altra lunghissima notte. La vita durante la giornata correva apparentemente normale, ma la parte più dura arrivava la sera quando i pensieri iniziavano a correre per la testa e si aggrovigliavano tra di loro. Allora, solo nel mio letto, mi ritrovavo a combattere contro i mostri che per tutta la giornata erano rimasti rinchiusi. Era in quel momento tutto mio che dall’interno dello stomaco saliva un groppo sempre più forte e violento che arrivava alla gola quasi soffocandomi. Lacrime silenziose scendevano perché quando ci si sente svuotati dal dolore non si ha nemmeno la forza di piangere rumorosamente. Le mie lacrime non erano lacrime come quelle pur dolorose di un amore finito, non erano quelle della perdita di un amico o un 25


parente; erano lacrime più intense e più vissute, lacrime di chi aveva voglia di riscattarsi ma non aveva ancora capito come, lacrime di chi si sentiva impotente davanti alla crudeltà che la vita gli proponeva. Pensavo così a mille modi per riprendermi, pensavo e piangevo, piangevo e pensavo a volte anche a cose assurde. Spesso riaffioravano dolorosamente i sogni che mi erano stati strappati come quello di farmi una famiglia tutta mia, di avere una fidanzata o semplicemente di fare una passeggiata. E dopo questi pianti che mi sfinivano, cadevo in un sonno profondo e pieno di incubi in cui mi vedevo camminare e a volte scalare una collina o addirittura credevo di precipitare nel vuoto senza mai arrivare a terra. Poi di colpo mi svegliavo con il cuore a mille, pieno di sudore e con ancora più paura di quando ero andato a dormire. Pian piano riuscii a farmi anche degli amici. In particolar modo familiarizzai con le ragazze che facevano i lavori di pulizia e fra una battuta e un’altra nacquero anche delle 26


simpatie. Così, insieme con un’infermiera che faceva il turno di notte e alcuni amici, riuscii perfino, a volte, ad organizzare una spaghettata aglio e olio. Essendo tutti giovani, eravamo pieni di appetito insaziabile e la spaghettata diventava sempre un momento di grande gioia e allegria. L’accesso all’istituto durante la giornata era sorvegliato da un portiere molto severo che non permetteva le entrate e le uscite, però si sa che la fame aguzza l’ingegno e noi trovavamo spesso il modo di varcare il cancello distraendolo a turno. Attraversando un bosco per circa cinquecento metri arrivavamo nei pressi di una casa colonica dove il contadino, avvisato la mattina da un conoscente dell’istituto, ci faceva trovare tagliatelle a volontà, pollo arrosto e, cosa ancora più gradita, un bel bottiglione di vino a cui rendevamo onore. Dopo questo banchetto ce ne ritornavamo in istituto. Purtroppo, come tutti sanno, le cose belle non possono durare in eterno, e un bel giorno, mentre eravamo intenti alla 27


nostra solita fuga, fummo colpiti da un violento temporale. La mattina successiva mi risvegliai con una grossa febbre e un bel mal di gola tanto che fui costretto a chiamare la dottoressa che, facendo qualche rapida indagine, venne a conoscenza di queste particolari uscite e fu allora che il portiere vigilò veramente. Tuttavia non ci potevamo arrendere e, siccome nelle vicinanze c’era un ristorante, ci facevamo passare notte tempo dei pezzi di pizza che divoravamo avidamente. Fra di noi c’era un paraplegico che aveva la macchina opportunamente modificata e così organizzammo, dietro permesso del direttore, una gita nelle vicinanze e fummo invitati a pranzo da un’infermiera. Fu un gran bel pranzo pieno di chiacchiere mentre ascoltavamo un po’ di musica in allegria. L’istituto, di proprietà di due signori piuttosto attempati, fratello e sorella, entrambi senza famiglia, era gestito direttamente da loro con oculatezza e parsimonia in tutti i sensi, anche nel campo medico. A volte gli 28


interventi non erano tempestivi. Così, dopo aver subito un intervento alla piaga all’osso sacro, fui posizionato sopra una barella a pancia in giù. La barella si poteva guidare da soli perché aveva le ruote grandi poste davanti. Forse a causa della posizione, diventai tutto giallo, incominciai a soffrire di violenti disturbi intestinali e contrassi un’epatite. I giorni passavano ma io, pur avvertendo il personale, non venivo preso in considerazione. Poi riuscii in qualche modo a telefonare a casa e a comunicare la notizia. Dopo qualche giorno, una mattina di buon’ora, incominciarono a pulire la stanza in maniera accurata cambiando il letto, poi mi lavarono bene e mi attaccarono una fleboclisi. Mi chiesi perché e poi capii che questo era avvenuto esclusivamente perché erano arrivati i miei con il dottore di famiglia che erano stati opportunamente fermati in portineria. Grazie all’arrivo dei miei familiari e del medico erano improvvisamente cambiate le 29


cose; così andava la vita allora e anche oggi in alcuni casi. In un’altra occasione doveva venire in visita un professore di Genova per vedere come era strutturato l’istituto. Anche in quel caso grandi pulizie con l’invito ai pazienti di rimanere a letto con le porte chiuse. Così ci venne in mente di creare una preghiera di parolacce e incominciammo a recitarla ad alta voce. Quando passò la signorina direttrice dell’istituto scambiò questa cosa per una vera preghiera e disse alla caposala: “Come sono bravi questi ragazzi che pregano con tanto fervore! Vanno premiati.” Così il giorno dopo a pranzo ci ritrovammo una bella fetta di dolce e un’aranciata. Ma la caposala aveva capito ciò che stavamo facendo e ci invitò a smettere; cosa che ovviamente non facemmo. Dopo quasi un anno passato in istituto, arrivò il momento di tornare a casa, poiché ormai potevo stare perfettamente in carrozzina e muovermi liberamente. Quando mi fu comunicato che sarei stato dimesso pro30


vai alcuni momenti di gioia mista a paura perché avevo timore di tornare a casa: nell’istituto in fondo mi sentivo protetto e sicuro insieme ad altre persone come me. La cosa bella e positiva era che nel frattempo avevo perso gran parte della mia timidezza. Uscire da casa, però, non fu semplice perché ero indicato e compatito dalla gente; comunque, grazie ai miei vecchi amici che mi stimolarono, ritornai pian piano alla quotidianità. Tornai a frequentare il bar insieme a loro e riuscimmo anche ad organizzare alcune cene con i piccioni torraioli. Le cene si protraevano con delle partite a carte fino a tarda notte. Una sera decidemmo di fare una passeggiata e ci incamminammo per la circonvallazione mentre passava un ragazzo con il motorino a fari spenti. I miei amici si accorsero e mi buttarono nella scarpata, però uno di loro rimase leggermente escoriato. Il ragazzo si fermò piuttosto impaurito: lo rassicurammo che non era successo niente e che il giorno do31


po saremmo andati a trovarlo a casa. Così facemmo. Il ragazzo apparteneva ad una famiglia contadina che abitava nei pressi del paese. Quando vedemmo un cortile pieno di animali, ci venne l’idea di chiedere un risarcimento danni che consisteva in un paio di polli e un bottiglione di vino. La richiesta venne pienamente esaudita e la sera dopo si fece una grande cena e una grande bevuta. Le notti continuavano ad essere dolorose perché riaffioravano paure e ricordi. Spesso e volentieri riprendevo il mio pianto silenzioso per non attirare l’attenzione dei miei genitori perché quando si soffre lo si fa in silenzio e solitudine. Il mio pensiero fisso era però quello di cercare un lavoro che mi desse un reddito per affrancarmi economicamente e dare senso alla mia vita. Dopo mille idee mi venne in mente di aprire una copisteria, inizialmente con una sola piccola macchina da scrivere. Certo i primi periodi furono durissimi, tanto che impiegavo la maggior parte del tem32


po, aiutato dagli amici, a fare piccoli lavori di minuteria metallica e un bel giorno mi venne l’idea di ampliare l’attività comprando una fotocopiatrice, che a Città della Pieve non c’era. Partii allora alla ricerca di questa macchina che trovai nei pressi di Perugia e, dopo essere riuscito ad avere un prestito dalla banca, la acquistai istallandola in ufficio vicino alla macchina da scrivere. Facendo una buona pubblicità, riuscii a portare a conoscenza di questa novità la comunità e perfino alcuni professionisti. Riscossi così un gran successo, ma il mio sogno era di trovare qualcosa di più impegnativo e concreto. Pensai di ottenere la rappresentanza di un’assicurazione ma, dopo vari e ripetuti tentativi presso alcuni concessionari, non riuscii ad ottenere nulla a causa delle mie condizioni. Poi seppi che una concessionaria di Perugia cercava qualcuno in zona, così telefonai e i referenti mi invitarono a recarmi presso la sede centrale. Questo viaggio per me era impossibile e dopo varie telefonate riuscii a 33


convincere l’agente della sede a venire a Città della Pieve. Quando ci incontrammo, la sorpresa di questo signore fu talmente grande da lasciarlo senza parole perché fare quel lavoro presupponeva una certa mobilità. Tuttavia parlando riuscii a convincerlo ed ottenni questa rappresentanza. I primi tempi furono difficilissimi e senza risultati apprezzabili: coinvolsi anche i familiari e specialmente il babbo che la sera, quando tornava dal lavoro, mi accompagnava da qualche suo amico per cercare di fare qualche polizza. Quasi sempre le cose non andavano per il verso giusto ed alcune volte venivo trattato anche in maniera brusca, ma pian piano il lavoro iniziò ad ingranare tanto che col tempo ebbi bisogno di una persona part-time che mi aiutasse. Il lavoro procedeva con i suoi alti e bassi, ma complessivamente bene. La clientela iniziò ad aumentare e fui incaricato anche di svolgere le pratiche di un’associazione di cacciatori e pescatori. Questo nuovo incarico mi portava in ufficio tanta gente a cui 34


poi proporre le mie polizze assicurative. Ottenni anche l’incarico di rappresentare la società di affissione e pubblicità del Comune di Città della Pieve. La mia vita cominciò a cambiare tanto che trovai il coraggio di fare le vacanze al mare esponendomi anche alle occhiate indiscrete della gente.

Feci un sacco di nuovi amici che mi portarono a vedere la vita sotto un nuovo aspetto. Ebbi tra l’altro anche varie amicizie femmi35


nili di cui un paio sfociarono in storie piuttosto serie che potevano anche concludersi in maniera concreta magari con la possibilità di una famiglia. Io però, un po’ per paura e un po’ perché non credevo di poter realmente interessare ad una donna pur essendo un bel ragazzo, non ebbi il coraggio di andare avanti. Così queste relazioni durarono per un po’ di anni e terminarono solo ed esclusivamente per mia scelta. Comunque sono sempre riuscito a conservare l’amicizia di queste persone. Le mie condizioni fisiche risentivano della piaga al sacro che nel frattempo si era particolarmente ingrandita tanto da costringere la mamma a farmi delle medicazioni piuttosto impegnative più volte al giorno. Un giorno conobbi una terapista che aveva lavorato al C.T.O. di Firenze, struttura in cui venivano curati molti paraplegici. Lei mi mise in contatto con alcuni dottori del centro con cui riuscii a prendere un appuntamento per farmi visitare e avere una consulenza. 36


Un chirurgo plastico si offrì di provare un intervento. Io all’inizio non volevo, però il medico di famiglia, il dottor Bartolini, riuscì a convincermi. Il dottore è stato un punto fermo in tanti momenti della mia vita, sempre presente ed attento. Una persona molto importante sia dal punto di vista umano sia professionale. Con il dottore il rapporto è stato sempre profondo e molte sue intuizioni mi hanno fatto andare avanti in apparenti buone condizioni. Il dottor Bartolini mi ha dato sempre buoni consigli e mi ha spronato anche sul lavoro nei momenti di difficoltà aiutandomi, incoraggiandomi e dandomi anche un po’ della sua amicizia. Avere l’amicizia delle persone significa trovare la forza per andare avanti. Alla fine si fissò questo intervento con la promessa che avrebbe assistito anche il mio medico. L’intervento durò cinque ore e mi costrinse ad una convalescenza piuttosto dura perché dovetti rimanere sdraiato a pancia in giù per venti lunghissimi giorni alimentandomi solo 37


con flebo, qualche pezzetto di formaggio e a volte un pezzetto di cioccolato. Era infatti necessario evitare la evacuazione corporea a causa della piaga così vicina all’ano. Tuttavia, passati questi venti giorni, la convalescenza, anche se non semplice, terminò ed io ripresi la mia normale vita senza dover medicare più niente. Un aspetto fondamentale purtroppo da affrontare quotidianamente erano le barriere architettoniche presenti ovunque. Trovarsi davanti a dei gradini e non poterli superare mi dava un senso di impotenza e immensa frustrazione che mi lasciava veramente con l’amaro in bocca. Oltre all’essere delle barriere fisiche che mi impedivano di muovermi liberamente, erano anche delle barriere psicologiche e certi sguardi di compassione ferivano ancora di più e facevano star male dentro. Purtroppo sentirsi rifiutato in un ristorante era cosa veramente umiliante perché certi pregiudizi erano persistenti e vedere una persona in carrozzina tutt’ora scandalizza e 38


turba. Le barriere erano ovunque. La prima esigenza che si presentò fu la casa. Una volta tornato dall’istituto, i miei riuscirono a trovare una casa abbastanza adatta. Aveva solo due gradini esterni che comunque riuscivo a superare con due tavole; poi in breve tempo furono fatti dei lavori anche internamente, apportando adeguate modifiche ai servizi igienici.

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Intanto nella città pian piano si abbattevano alcune barriere con modifiche agli accessi degli uffici comunali, dell’ospedale, dell’ufficio postale e di altri uffici. Questo avvenne gradualmente grazie anche alla mia perseveranza e insistenza nel richiedere una città accessibile a tutti. Anche nella ricerca dello spazio lavorativo che ormai era diventato piccolo, ebbi enormi difficoltà ma grazie ad un patteggiamento di buoni amici, riuscii ad individuare un terreno per costruire un ufficio su misura per me. Quell’ufficio esiste tuttora e continua ad essere per me un segno importante di qualcosa che sono riuscito a realizzare nella città dove vivo e che amo … Mentre l’autoambulanza proseguiva la sua corsa, sentivo di dover ringraziare molte persone. Queste parole mi attraversavano la mente e le labbra: “Grazie alla mia famiglia che mi ha inculcato valori importanti che sono stati e sono tutt’ora fondamentali nella vita. In realtà ho avuto la fortuna di avere quattro genitori, il 40


babbo e la mamma e due zii. Grazie a te, mamma, che mi hai messo al mondo e che mi hai dato qualche scappellotto quando ero birichino e grazie al tuo carattere forte che ha dato un’impronta importante alla famiglia. Grazie a te, zia che, con il tuo immenso dolore per la perdita del figlio, hai riversato su di me tutto l’affetto possibile e immaginabile e forse mi hai anche un po’ viziato. Grazie a te, babbo, per tutte le volte che mi hai portato sulle spalle e tutte le volte che con il tuo apino mi hai accompagnato in tutte le mie peripezie e nella ricerca implacabile dei clienti. Grazie ancora di tutte le volte che mi hai portato a prendere il sole al lago. Grazie a te, zio, per tutte le volte che sotto la pioggia mi hai accompagnato nei vari posti e grazie soprattutto per le nostre bevute fatte di nascosto.� Intanto pensavo anche agli ultimi anni, dopo la perdita progressiva dei miei affetti familiari. Intorno a me altre persone care, quasi 41


un’altra famiglia: Lidia, con il suo carattere impositivo mi coinvolgeva quotidianamente nella vita della sua famiglia; i suoi splendidi nipoti, che avevo visto nascere e crescere e con cui avevo condiviso tanti momenti belli e meno belli; le sue figlie sempre piene di problemi, ma sempre vicine; Stefania, ultima arrivata, ma non per importanza, che condivideva con Lidia il fardello di sopportarmi. La mia mente era un intreccio di pensieri, ricordi, paure. “Anche questa!”, pensavo. Quella mattina la tranquillità dell’ultimo periodo si era rotta. Mi ero svegliato e non riuscivo a muovere il braccio, la mia bocca era storta. La mia assistente aveva subito chiamato il soccorso. L’autoambulanza finì la sua corsa. In ospedale arrivò presto la conferma che si trattava di un ictus: una nuova pugnalata. La prima reazione fu ancora di pianto e disperazione con il pensiero continuo: “Anche questa!” 42


Dopo un primo momento di smarrimento, soprattutto grazie al personale dell’ospedale del mio paese, sono riuscito a recuperare un po’ di speranza. Da subito ho cercato di collaborare al recupero delle mie funzioni fisiche, tentando di non abbattermi. Un ruolo importante nel mantenere salda la speranza avevano ancora, e come sempre, le innumerevoli visite ricevute durante il ricovero. Dopo un primo periodo di terapia nel piccolo ospedale, venni trasferito in un centro riabilitativo specialistico dove sono riuscito a stabilire sin da subito un ottimo rapporto anche con gli operatori. Duro è stato il momento delle dimissioni: per l’ennesima volta nella mia vita, dopo essermi affezionato a delle persone e ad un luogo per me fondamentali, mi sono ritrovato a dover interrompere relazioni significative e tornare alle abitudini quotidiane nella mia casa. Il senso di solitudine e di 43


spaesamento dopo un periodo in cui mi ero sentito al sicuro e in presenza di persone in grado di darmi supporto fisico e una sicurezza emotiva cominciarono a sopraffarmi. Ho deciso così di chiedere aiuto ad A.L.I.Ce. di Città della Pieve, un’associazione operante nel campo della prevenzione e della lotta all’ictus cerebrale, che da anni mette a disposizione di quanti ne fanno richiesta l’aiuto di una psicologa. Insieme a lei, in un breve percorso personale, ho ritrovato la speranza e la voglia di continuare a combattere e a credere nelle mie potenzialità e risorse. Ripercorrendo la mia vita mi sono reso conto che è sempre stata accompagnata da un sottile filo di malinconia, presente anche nei momenti più spensierati. Un sogno rimane costante e intatto nel mio essere, un sogno da realizzare prima della fine della vita: quello di vivere in una casa in riva al mare, da dove poter ammirare il tramonto infuocato, la luna con il suo ri44


flesso argenteo sul mare ed un bel sorgere del sole.

Come l’alba, che è l’inizio di una nuova vita, spero di rinascere sotto una forma diversa, magari quella di una bella rosa, perché la vita è un rinascere e un rifiorire continuo e ciclico.

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Ringraziamenti Sono stato spinto a raccontarmi da Chiara Cottini, psicologa di A.L.I.Ce., che mi ha aiutato a riscoprire il gusto della vita e mi ha spronato a viverla nella sua pienezza. Nella stesura manuale di queste pagine sono stato fortemente aiutato da Elena Gianina Ciosu che ringrazio in quanto è sempre riuscita a farmi ripartire nei momenti di fermo e di difficoltà con il suo modo simpatico e scanzonato di dire le cose. Sono grato a Chiara Sisani e Silvana Baglioni che hanno saputo darmi buoni consigli. Ringrazio inoltre mia cugina Maria Luisa Meo per aver supervisionato le pagine di questo racconto. Un ringraziamento particolare al sig. Guerrino Bordi nella veste di Presidente dell’Associazione A.L.I.Ce. e ai suoi collaboratori che mi hanno dato l’opportunità di realizzare il sogno di poter essere ancora utile agli altri. Queste pagine sono state edite grazie all’in46


tervento di A.L.I.Ce. e CONAD di Città della Pieve che mi hanno sempre onorato della loro amicizia. Ringrazio l’Amministrazione Comunale per aver voluto, con il patrocinio, rendere omaggio al mio scritto.

I proventi del libro saranno destinati all’allestimento di un’aula di primo soccorso presso la nuova Scuola Secondaria di Primo Grado dell’Istituto “Pietro Vannucci” di Città della Pieve e all’istituzione di borse di studio annuali rivolte a giovani che si siano distinti per gesti di solidarietà. 47


Con il Patrocinio del Comune di Città della Pieve

Pubblicazione a cura di A.L.I.Ce.

Con la sponsorizzazione di Conad – Città della Pieve

Foto di copertina: Nazareno Margaritelli


Una rosa rinascerà  

“Una rosa … rinascerà” è la testimonianza scritta del pievese Franco Pilato, già paraplegico da giovane a causa di un incidente stradale e c...