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Un gioco per la vita

Quaderni del Volontariato 2016

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sociale Centro Servizi per il Volontariato Perugia Terni

CESVOL EDITORE

Quaderni del volontariato 2016

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Quaderni del volontariato 5

Edizione 2016


STORIE DI

un gioco per la vita di Origene

a cura di Nicola Castellini Associazione Arrivo

Edizione 2016


Cesvol Centro Servizi Volontariato della Provincia di Perugia Via Campo di Marte n. 9 06124 Perugia tel 075 5271976 fax 075 5287998 www.pgcesvol.net pubblicazioni@pgcesvol.net

Edizione Maggio 2016 Coordinamento editoriale di Stefania Iacono disegni e riproduzione: Massimo Boccardini correzione sfondo e proporzioni: Fabrizio Bellini Stampa Digital Editor - Umbertide

tutti i diritti sono riservati ogni produzione, anche parziale, è vietata


Ci sono tanti modi per raccontare l’impegno e la cittadinanza attiva. Anche chi opera nel volontariato e nell’associazionismo è ormai pienamente consapevole della potenza e della varietà dei mezzi di comunicazione che il nuovo sistema dei media propone. Il Cesvol ha in un certo senso aderito ai nuovi linguaggi del web ma non ha mai dimenticato quelle modalità di trasmissione della conoscenza e dell’informazione che sembrano comunque aver retto all’urto dei nuovi media. Tra queste la scrittura e, per riflesso, la lettura dei libri di carta. Scrivere un libro per un autore è come un atto di generosa donazione di contenuti. Leggerlo è una risposta al proprio bisogno di vivere il mondo attraverso l’anima, le parole, i segni di un altro. Intraprendendo la lettura di un libro, il lettore comincia una nuova avventura con se stesso, dove il libro viene ospitato nel proprio vissuto quotidiano, viene accolto in spazi privati, sul comodino accanto al letto, per diventare un amico prezioso che, lontano dal fracasso del quotidiano, sussurra all’orecchio parole cariche di significati e di valore. Ad un libro ci si affeziona. Con il tempo diventa come un maglione che indossavamo in stagioni passate e del quale cerchiamo di privarcene più tardi possibile. Se poi i contenuti parlano di impegno, di cittadinanza attiva, di solidarietà, allora il piatto si fa più ricco. Diventa come altri grandi segni che provengono dal passato recente o più antico, per consegnarci insegnamenti e visioni. Quelle visioni che i nostri cari autori di questa collana hanno voluto donare al lettore affinché sapesse di loro, delle vite che hanno incrociato, dei sorrisi cui non hanno saputo rinunciare. Il Cesvol propone la Collana dei Quaderni del Volontariato per contribuire alla diffusione e valorizzazione della cittadinanza attiva e dei suoi protagonisti attraverso la pubblicazione di storie, racconti e quant’altro consenta a quel mondo di emergere e di rappresentarsi, con consapevolezza, al popolo dei lettori e degli appassionati. Un modo di trasmettere saperi e conoscenza così antico e consolidato nel passato dall’apparire, oggi, estremamente innovativo. Salvatore Fabrizio


INTRODUZIONE Sono stato incaricato dalla famiglia di Origene di editare il libro la cui versione originale è andata perduta assieme all’autore. E’ venuto a mancare ai suoi cari nel 2005 in circostanze particolari non legate all’oggetto del suo testo. Ho cercato di ricostruire i pezzi del suo libro in diversi mesi di lavoro. Lo avevo in precedenza scannerizzato, in una bassa risoluzione, proponendomi di copiarlo a mano in seguito. Non è stato possibile. Questo che andate a leggere è il frutto di una complicatissima analisi fedele all’originale ricostruita appunto seguendo la scannerizzazione del testo. Alcune immagini relative al gioco del lotto sono state faticosamente recuperate. Mi auguro che il risultato sia degno e comprensibile, e restituisca una memoria importante di una persona eccezionale, Origene. Nicola Castellini


Un gioco per la vita

Presentazione (dall’originale) Anno 2000 ca. È questo il titolo con cui Origene pubblica le sue “Storie”, il lungo “viaggio” sino ai nostri complessi e turbolenti giorni. L’adolescente già traumatizzato dalla fuga del padre, dal complesso di obesità cerca, cimentandosi in qualcosa di insolito o deviante, di avere intorno a sé l’attenzione di un padre perduto o di attirare il rispetto degli altri forse solo per superare la sua solitudine. La necessità di emergere, di avere il rispetto degli altri anche attraverso meccanismi di aggregazione come la musica e l’uso di droghe lo spinge, a partire sin dal ‘76, a “gestire” le amicizie attraverso l’offerta di musica, di fumo o di racconti reali di viaggi in molti paesi produttori di droga. Dalle prime esperienze collettive (Baia degli Angeli) attraverso 20 anni di esperienze positive e negative, (salute, problemi civili e penali, ecc.) giunge alla conclusione che, pur avendo “girato il mondo e conosciuto avventure pazzesche”, attraverso il trasformarsi della cultura e dell’uso di droga si corre comunque verso la solitudine civile e l’anarchia interiore. Quindi aver “giocato d’azzardo” con la propria vita sul tavolo della droga per oltre vent’anni lo spinge a ricercare un’ancora di salvezza e di speranza. Trova (1997) una risposta importante nel lotto, un altro “gioco” che, a differenza della droga chiede rispetto, conoscenza, studio, socializzazione, regole certe. Passa da un’iniziale fase “primitiva” (scriveva le previsioni a mano e col righello) all’attuale che lo vede impegnato nelle letture tecniche, negli studi storici, nelle previsioni lottologiche statistico — dinamiche, in poche parole a saper stare e convivere con gli altri. Oggi Origene è in grado di presentare studi computerizzati e “viaggi” gioco via Internet, ha scritto e scrive per testate giornalistiche specialistiche, ha registrato varie trasmissioni televisive sul gioco del lotto, ha ricevuto premi e attestati di 9


benemerenza persino da professori famosi. E’ in grado infine di presentare la sua anima e i suoi bisogni attraverso le storie di “Un gioco per la vita”. In un momento storico italiano in cui il “gioco” legalizzato viene sostenuto anche da proposte legislative, pur considerando allarmante il dato che vede nel nostro Paese ben oltre 150.000 “ammalati” di gioco d’azzardo (e il relativo impatto sociale, spesso drammatico), si ritiene quanto meno degna di considerazione la situazione di Ori che, proprio attraverso un gioco (tacciato di creare migliaia di “giocatori d’azzardo patologici”), comincia a vedere la luce oltre il tunnel della dipendenza. Lui oggi chiede aiuto nella ricerca di un lavoro (magari legato alla didattica sul mondo del lotto) per sostenere (come semplice uomo maturo) la propria famiglia, il figlioletto. Forse un gioco per la vera vita che inizia di nuovo. Un messaggio di esperienze e di viaggi preciso, particolareggiato, pregnante spesso di sensazioni “ricordate” con maestria fino al punto che talora ti ritrovi a osservarlo, a essere lì, nel bene e nel male a vivere il suo mondo di gioie, di dolore, di gioco. Nella speranza che questo atto di coraggio morale e culturale possa aiutare l’autore a uscire dal tunnel e aiutare i lettori a non entrarci mai! Dr. B. V. F.


“Storie” di un gioco per la vita Indice

La vita p. 13 La baia degli angeli

p. 16

Il racconto di Marco

p 28

Le scimmie impazzite

p. 32

Coffee shop p. 42 Pesca ai salmoni p. 46 La giungla del Kerala

p. 61

L’eroina mi ha rubato la vita

p. 75

Preghiera del tossicodipendente

p. 95


Un gioco per la vita

La vita Uno spirito a cui era stato assegnato il corpo era in viaggio nello spazio-tempo; arrivò a destinazione e, guardando quella coppia di giovani che si era appartata sui morbidi prati del Monte Ingino, monte che sovrasta la città di Gubbio, pensando mormorò: no! Ma che fate? Qui non lo sanno tutti che Gubbio è la città dei matti, pertanto non lo fate qui, non ti sdraiare, no ma che fate, no no nooooo?!?!? Accidenti lo hanno fatto, ora oltre che nascere all’inizio dell’inverno mi hanno concepito nella terra dei matti! Iniziamo proprio bene! Con grande stupore dell’intero reparto appena nato superavo i 5 kg e mezzo e non passavo certo inosservato. Dopo pochi giorni mi riportarono a casa dove vivevo con mio padre, mia madre e la nonna paterna. Tutto andava piuttosto bene. Due anni dopo venne alla luce anche mia sorella Roberta, persona stupenda con la quale per tutta la vita sinora trascorsa, ho avuto un affettuoso rapporto. Passarono altri tre anni normalmente come succede in tante famiglie e all’improvviso questa bella favola svanì. Un mattino presto venni svegliato dal trambusto all’interno di casa. Cercai i miei genitori nella loro camera e trovai mia madre che piangeva e a singhiozzi mi disse che il papà se ne era andato. Io non avevo ancora 6 anni e non potevo rendermi conto di quello che mia madre volesse dirmi in realtà. Nelle settimane successive capii quello che intendeva; non vedendo tornare a casa mio padre, con il passare dei giorni ero sempre più disperato; mangiavo all’ingrasso e di tutto, non dormivo che poche ore sognando sempre che papà fosse tornato, che ci voleva bene e che non sarebbe più andato via. I risvegli erano sempre un trauma, a differenza di mia sorella ero molto legato alla figura di mio padre pertanto ero stato colpito più duramente di quanto lo fosse stata lei. 13


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Pochi giorni dopo ricevetti una telefonata da mio padre (che era stato sollecitato sia da mia madre che da mia nonna) nel corso della quale gli feci promettere che sarebbe venuto a farci visita almeno tutti i fine settimana. Rassicurato, non feci altro che aspettare il suo arrivo. Nella casa in cui abitavo, c’erano due finestre che davano la possibilità di vedere le auto che transitavano nelle due strade. La mia preferita era quella della camera dei miei genitori perché aveva una inferriata che permetteva di aggrapparsi offrendo la possibilità di una migliore visuale. Passai ore “su” quella finestra piangendo giorno dopo giorno, aspettando che mio padre onorasse la sua promessa. Il “periodo” era concomitante con gli inizi della scuola elementare (la classe) e, come se non bastasse, avevo problemi di obesità che mi avevano creato complessi di inferiorità. Il dialogo con i coetanei risultava difficile, specialmente con le ragazze. A scuola attiravo l’attenzione con dei comportamenti strani portando in classe degli animali o coltelli o tutto ciò che poteva essere trasgressivo. Tutto era buono per attirare l’attenzione su di me. Appena finii le elementari i miei genitori, con l’autorevole consiglio di mio zio Monsignore Rogari Origene, mi iscrissero alla scuola privata Don Bosco gestita dai Salesiani frequentata da soli maschietti, creando con ciò ulteriori problemi di socializzazione. In seconda media cominciai a fumare “iniziando” il mio rapporto con le sostanze stupefacenti e con tutti i problemi connessi. La cosa mi fu proposta da un mio compagno più grande che frequentava il liceo. Subìvo molto il fascino di quel ragazzo che il Sabato sera andava in discoteca (Baia degli Angeli) sulla riviera romagnola e che ogni tanto mi faceva ascoltare dei nastri bellissimi registrati in quella discoteca dai famosissimi DJ americani Bob e Tom. Proprio ascoltando uno di questi nastri a casa di questo amico e in compagnia di altri coetanei avvenne la mia ini14


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ziazione all’uso di erba. Da quella serata speciale mi ritrovai a fumare sempre piÚ spesso e a frequentare assiduamente il Tempio della musica in Italia, la Baia degli Angeli.

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La baia degli angeli Ma dai dove andiamo? È lontano ! Cosa dico a mia madre? Semplice, dille che andiamo al mare per due giorni. Amavo così tanto quel tipo di musica fino a nascondere tutti i nastri originali che erano in mio possesso. Dentro di me era scoccata l’ora della felicità, la felicità di un DJ in “erba”. Aspettami! Mentre correvo verso casa pensavo, ridevo, che avrei potuto vedere da vicino questo Angel DJ semiDio. Avrei visto per la prima volta la Baia degli Angeli a Gabicce Monte. In quel luogo sacro non esisteva la “normale” musica o disco music. La musica era impegnativa di tipo Funky Afro e con tocchi di elettronica: le sensazioni erano forti lì! Pensavo a Bob e Tom che nel ’76 furono i primi DJ americani a portare il Funky in Italia, soprattutto in discoteca, dando in breve tempo una impronta musicale profonda. Allora andiamo! Disse Francesco strombazzando con la sua Alfa 1750. Arrivammo alla Baia alle 18,30, il cuore mi batteva forte, ansia e immaginazione si fusero creando una fortissima emozione. Giunti alla cima di Gabicce Monte, ci apprestavamo a fare l’ultimo Km quando all’improvviso si intravide, su una semicurva, l’entrata. Era incredibile. Decine di poliziotti bloccavano 4000 o 5000 persone che volevano entrare. Nel parco antistante l’entrata c’erano altrettanti giovani con tende e tutto quello che necessita. Entrammo nel parco. Non avevo mai visto nulla del genere. Man mano che osservavo mi rendevo conto che c’erano rappresentanze da tutta Italia. Il fattore comune era quello di avere una vettura con impianto stereo e sembrava che tutti facessero a gara per chi lo avesse più bello e potente. Altri fattori comuni erano capelli lunghissimi e possedere un DS o “squalo”, un modello di auto francese. Quasi tutta la gente presente stava filmando “chiloom”o spinelli. Molte di queste persone 16


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erano giunte il giorno avanti. Mi venne spontaneo chiedere al primo incontrato: ma ci si entra tutti dentro? Il ragazzo mi rispose: ma tu quanti anni hai? Risposi 14 e aggiunsi che era la prima volta che mi recavo alla Baia. Ci sedemmo e io consolidai questa prima conoscenza offrendogli il mio ottimo fumo. Il mio nuovo amico aveva alcuni anni più di me ed era sicuramente molto pratico dell’ambiente e questo mi rassicurava. Mi disse di stare tranquillo notando la mia ansia e preoccupazione riguardo la possibilità o meno di entrare dal momento che continuava ad arrivare sempre più gente. Ci inoltrammo tra gli alberi del parco facendo attenzione a non pestare le persone raccolte come tante piccole tribù. Ci fermammo tra i tanti figli dei fiori scegliendo un gruppo che mi aveva attratto perché possedevano un Diane con impianto stereo incredibile sia come struttura che come potenza. A fianco del sedile della guida c’era un ragazzo che vendeva cassette pirata di musica registrata. Era l’unico, dato che tutti vendevano chi hascisc chi marijuana o polvere degli angeli, trips, ecc.... Il mio nuovo amico salutava tutti facendosi largo tra questi ragazzi. Ci trovammo di fronte all’auto e al ragazzo che stava vendendo nastri e Bruno mi disse: “Origene questo è Robin il socio di Angel”. Preso dall’emozione riuscii a malapena a mormorare un semplice ciao al quale lui rispose con uno spiccato dialetto romagnolo. Bruno si apprestò a spiegare che eravamo in quattro e non sapevamo come entrare. Robin rimase pensieroso alcuni istanti, poi tirò fuori dalla tasca quattro biglietti omaggio e me li porse specificando che era un regalo che mi faceva la musica. Ero alle stelle, mi misi a sedere in terra, rullai una canna e gliela passai subito. Rimase stupito dalla qualità del mio fumo e a quel punto gli spiegai che avevo degli amici che spesso andavano in Marocco e ogni tanto mi riportavano un po’ di ottimo fumo. Ne staccai un pezzettino e glie lo regalai. 17


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Fu veramente contento e mi chiese di andare più tardi in consolle per farlo assaggiare a Claudio cioè Angel. Mi alzai e salutai il gruppo di ragazzi con i quali ci demmo appuntamento all’interno della discoteca. Chiesi a Bruno di seguirmi per presentargli i miei amici perugini e rimasi sorpreso nello scoprire che Bruno e Francesco già si conoscevano e che Bruno era di Città di Castello. Inevitabilmente si parlò di un personaggio molto legato alla coppia DJ il grande Pino, un intenditore di quel tipo di musica e di fumo nonché bravissimo fumettista (purtroppo Pino nel 92 morirà in quel gioco mortale quale è l’eroina). Bruno propose di appartarsi e ci portò sul punto più alto del parco dove era situata la sua tenda che divideva con la sua donna, e un’altra tenda occupata da due ragazze ed un ragazzo. Ci presentammo, le due ragazze si chiamavano Roberta e Manuela e il ragazzo Mario. Ci mettemmo a sedere in cerchio, Bruno prese il suo grosso fornello da campeggio e decise di mettere sul fuoco l’acqua per la pasta invitandoci a mangiare un piatto di tagliatelle. Io presi il mio pezzo di fumo e ne distribuii un pezzetto ciascuno facendo in modo che tutti potessero fumare. Mario, nel prendere il suo pezzetto propose di preparare un chiloom e prese tra una coperta e un materassino un chiloom dalle dimensioni incredibili. Sembrava un camino tanto era grande la sua bocca a forma di serpente, era nero lucido; mi affrettai a “caricarlo” tanta era la curiosità di sentire la sua potenza di tiro. Appena pronto lo porsi a Mario affinché lo accendesse. Premetto che per riempirlo ci sono volute otto sigarette e un pezzetto di fumo grande come una noce, ma dal momento che eravamo in otto, era un quantitativo abbastanza appropriato. Prima di accenderlo, presi il grande registratore di Bruno e misi il nastro regalatomi. Appena Mario fece il primo tiro venne avvolto da una nube di fumo incredibile e iniziò a tossire come fanno i cani. Ascoltando il nastro ci stavamo rendendo conto della sua particolarità. 18


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Iniziava con un rumore di stazione, il din-don che preannuncia l’arrivo di un convoglio mentre una dolce voce femminile in inglese sussurra qualcosa e sullo sfumare prende il via un ritmo crescente di tamburelli accompagnati da bonghi; fu in quel momento che mi passarono il chiloom, feci un tiro fortissimo fino a tossire. Le orecchie mi fischiavano, mi affrettai a passare il chiloom e ad alzarmi velocemente per poi ricadere subito. Mi girava la testa, chiusi gli occhi e mi tuffai nell’ascolto di quel nastro che era bellissimo, i cambi erano perfetti, un vero show. Dopo aver fumato abbondantemente mangiammo con foga le tagliatelle al burro e salvia che Bruno aveva preparato per tutti noi. Sarà che fumando hascisc e marijuana viene una fame incredibile ma quella pasta era veramente buona. Consumato il fugale pasto ci mettemmo a parlare e fumare. Io mi misi a parlare con Manuela mentre gli altri colloquiavano tra di loro. Certamente tra me e quella ragazza si stava creando un feeling. A un certo punto del discorso mi disse che non aveva il biglietto di entrata e io mi sentii di rassicurarla mostrandole i quattro biglietti che avevamo ricevuto omaggio ed esponendole l’idea di come farla entrare: avrei chiesto all’entrata di poter conservare il biglietto come ricordo data la sua rarità e, una volta ottenuto questo, lo avrei passato a lei per poterlo riutilizzare. Il sorriso le riempì la bocca e ridemmo mentre ci scambiavamo un bacio, un dolcissimo bacio. Aveva 16 anni ma era già una donna perfetta, non riuscivo a crederci, ero davvero capitato in paradiso? Sì, nel paradiso della musica Funky e Afro nonché in quello dell’amore. Finalmente era arrivato il momento tanto atteso, eravamo nei pressi della biglietteria, non esisteva una vera e propria coda, ma una folla di esseri umani che si accalcavano per un posto in prima fila. Arrivato davanti al ragazzo addetto a strappare i biglietti mantenni la promessa fatta a Manuela e chiesi di poter tenere il biglietto omaggio come ricordo. Il ragazzo, forse 19


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per non soffermarsi a discutere, acconsentì alla mia richiesta. Ero super eccitato per lo spettacolo che mi si presentò davanti e per il fatto stesso di trovarmi, finalmente, all’interno della Baia. Mi diressi nel punto in cui avevo detto a Manuela di aspettarmi e le passai il biglietto per farla entrare. Dopo circa 20 minuti eravamo tutti insieme pronti a vivere quella che sarebbe stata la “grande avventura”. La sala era immensa, le luci riflettevano sul pavimento creando una figura geometrica che non aveva né inizio né fine, i raggi laser erano multicolori e si proiettavano nella stessa direzione. Avanzammo quasi timorosi. Si sentivano le note di un brano da cui spiccava una chitarra di un tempo ritmato, era stupendo quel brano. Appena fummo sulla pista da ballo notai che, per la potenza delle frequenze basse, lo stomaco e le gambe mi vibravano. Il mio sguardo era rivolto lassù, a quella stupenda consolle e fra lampi colorati vidi Angel che stava cambiando un disco ed era concentrato. Per la prima volta vidi quel viso di un giovane sui 18/19 anni, biondino, completamente immerso in quella che era la sua arte: miscelare ritmi e scoprire brani di rara bellezza. Notai che l’ascensore che portava alla consolle era proprio come me lo avevano descritto. Presi per mano Manuela che per quella sera era divenuta la mia ragazza e mi diressi verso la consolle dove avevo visto Bruno. Nel contempo scorrevano due brani musicali che conoscevo e per i quali ambivo: “Brian bridges now briggers” e Billy Winters in “You got the stuur”. Mi resi conto di quanto fossi coinvolto per aver esagerato con il fumo, gli occhi mi bruciavano ma ero comunque in estasi. Bruno, urlando a squarciagola per sovrapporsi al suono assordante della musica, mi indicò di seguirlo e insieme a Manuela salimmo nell’ascensore che portava in consolle; stavo 20


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portando un’ emozione dietro l’altra, ma quella di trovarmi di fronte ad Angel era proprio il massimo. Pensavo a cosa gli avrei detto. Essendo io stesso un DJ avrei cercato di mostrarmi il più competente possibile in materia di musica, ne ero certo; l’ascensore si fermò, eravamo sulla consolle a soli tre metri da lui. Si girò, sorrise e disse: “Ehilà Bruno ciao, fai su un bel cannone!”. Intervenne Robin che io non avevo neppure notato. Disse: “Origene fai tu un bel cannone che il tuo fumo è il migliore tra i nostri; misi una mano di tasca e tirai fuori tutto quello che avevo. Angel si avvicinò e annusò il mio prodotto esclamando: “Marocchino fresco e fine, roba per raffinati.” Sprizzavo felicità da tutti i pori, ero arrivato lì, dove neppure la fantasia aveva osato tanto. Manuela mi si era avvicinata per ricordarmi che c’era anche lei. La presi per mano e ci sedemmo sopra una cesta di dischi con una tavola messa di traverso appositamente. Mentre osservavo i ragazzi mi resi conto che il mio interesse si era concentrato su Manuela; era lì, appiccicata a me che mi guardava con i suoi occhi che non perdevano lo splendore nemmeno all’interno di una discoteca; le luci multicolori non riuscivano a infrangere il profondo verde dei suoi occhi. Il mio sguardo scivolò più in basso e si soffermò ad ammirare i seni preferiti come i rotondeggianti fianchi, le gambe affusolate erano semicoperte da una gonna corta ma non esagerata. Le carezzai il viso scendendo fino ai seni e con la complicità della penombra cominciammo a baciarci con passione tanto da arrivare a eccitarci. Il mio cervello fu invaso da mille sensazioni in parte conosciute, la tenerezza di questi indimenticabili momenti faceva da padrona. Mi sentivo scombussolato; in modo spontaneo spostai la mia mano dal seno per arrivare alle sue ginocchia ma lei prontamente la riportò al seno. A un tratto si staccò dalle mie labbra e mi disse: “Qui non possiamo fare l’amore, sopra una cesta di dischi, e io voglio fare l’amore con te perché sei la persona più 21


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dolce che abbia mai conosciuto!” Provavo le stesse sensazioni però cercai di dirle che sarebbe stato meglio aspettare la fine della serata con il resto del gruppo. Si disse d’accordo con me, anche perché così facendo avrei potuto godermi la mia prima volta alla Baia e oltretutto lei non sapeva che sarebbe stata la mia prima volta anche a fare l’amore. Ci alzammo e risistemammo i nostri acciuffati vestiti e gli scompigliati capelli, ci posizionammo accanto ad Angel che stava proponendo un programma musicale davvero eccezionale. La gente era accalcata ovunque io guardassi; noi ci mettemmo a ballare lì sulla consolle con la musica che la cassa spia sita dietro il DJ aiutava a tenere il tempo in modo perfetto. Durante la serata avevo trascritto il titolo di tutti i brani che più mi piacevano in modo da poter domandare in seguito quali sarebbe stato possibile trovare o nella migliore ipotesi se il DJ stesso fosse in possesso di qualche copia da vendere. Dal mio arrivo ero riuscito a trascrivere addirittura 128 titoli e non appena Angel ebbe finito il suo programma gli mostrai la lista. Cominciò a cercare tra gli scaffali della consolle e riuscì a recuperare ben 94 brani, impresa non facile se si considera che trattava di pezzi tratti da dischi d’importazione e pertanto dal costo elevato. Angel fece il conto e la cifra finale era di £ 840.000, ma purtroppo avevo con me soltanto £ 250.000 e tirandole fuori, malinconicamente, lo resi consapevole. Mi dispiaceva proprio perdere quell’occasione! A quel punto Angel mi chiese se il Sabato prossimo sarei tornato alla Baia; pensai che mi facesse quella domanda perché avrebbe conservato i dischi e gli risposi che sarei tornato il Venerdì cosicché avrei trascorso più tempo con Manuela. Il DJ prese la borsa dei dischi e la riempì con tutti quelli che avevo richiesto e me la porse dicendo: “Allora ci vediamo Venerdì pomeriggio dal momento che vengo a provare il programma, e ricordati di 22


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riportarmi la borsa!”. Non credevo alle mie orecchie, tutti quei dischi meravigliosi erano miei. Lo ringraziai più volte anche perché, oltretutto, tirò fuori dalla sua borsa dieci nastri e me li regalò. Pensavo al figurone che avrei fatto con i miei amici esibendoli e facendoli ascoltare. L’unica regola da seguire consisteva nel fatto che non avrei dovuto doppiare i nastri dovendo rimanere gli stessi, le uniche copie esistenti. Lo ringraziai nuovamente e ci salutammo. Io e Manuela ci accordammo per rimanere per i fatti nostri, mentre gli altri sarebbero rimasti a dormire nel parco antistante la Baia fissando un appuntamento per il giorno seguente. Erano circa le 5,30 e da lì a poco sarebbe stato giorno, non avevo idea di dove saremmo andati ma avevo una grande voglia di stare da solo con Manuela in intimità, magari passando il tempo a guardare i suoi stupendi occhi. Mi sollevò il fatto che lei era in possesso di uno scooter e, dopo averlo liberato dalla grossa catena con la quale aveva bloccato i raggi della ruota a un palo, salimmo e via! Guidava Manuela e mi venne spontaneo chiederle quale fosse la nostra destinazione. Lei mi rispose. “Stiamo andando in barca!”. Rimasi stupito, non riuscivo a capire ma non mi interessava, mi strinsi forte a lei e velocemente ci dirigemmo verso il mare. I suoi lunghi capelli mi coprivano il viso e, se tentavo di aprire la bocca per parlare, me ne ritrovavo una manciata a chiuderla. Impiegammo sei o sette minuti prima di scorgere il mare e le indistinguibili cabine per i bagnanti; camminammo un po’ sul lungo mare fino a fermarci proprio davanti a una cabina contrassegnata col numero 14. Scendemmo dallo scooter e Manuela tirò fuori da una tasca due piccole chiavi che servirono ad aprire la porta della cabina; mettemmo all’interno lo scooter dopo23


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diché prese una grossa coperta e un materassino gonfiabile. Andammo verso la spiaggia, il freddo era pungente e la cosa mi preoccupò ma, leggendo nei miei pensieri, lei mi rassicurò dicendo: “Tranquillo, ho in serbo una sorpresa!”. “Quale?”, le chiesi. “Una barca!” mi rispose. “Una barca?” Non chiesi altro anche perché, allontanandoci dalla strada, i lampioni non riuscivano a illuminare e non si vedeva niente. Non mi restava che seguirla e mi affidai a lei che era esperta del posto, finché non ci trovammo davanti a una barca sottosopra ed esclamò: “Ecco, siamo arrivati!”. Ero perplesso, non capivo bene ma iniziavo a intuire. Ci avvicinammo alla barca e, facendo luce con un accendino, scorsi uno sportello largo circa un metro chiuso con un grosso lucchetto. Manuela si diresse verso uno dei tanti ombrelloni, ne piegò la cima e tolse il tappo di gomma che era in cima: ne uscì un piccolo mazzo di chiavi, me le porse e mi affrettai ad aprire lo sportello. Entrammo. Era completamente buio ma fu allora che con non poco stupore la vidi accendere una luce posta all’estremità della barca. Subito le domandai: “Ma come è possibile?” E senza nemmeno farmi finire, mi indicò una grossa batteria da camion. Quella era l’alimentazione della luce. Manuela richiuse lo sportello dall’interno con lo stesso lucchetto e disse: “Ora aiutami a stendere la coperta!”. Considerato il freddo non me lo feci ripetere due volte e, nel farlo, notai un altro interruttore, lo pigiai e si accese una luce sul lato opposto. Sempre più stupito mi accorsi che lei aveva estratto da una cassetta un piccolo compressore con il quale gonfiò il materassino e subito dopo collegò alla batteria un filo che correva lungo la coperta fino ad arrivare a un regolatore per il calore: non era una semplice coperta come avevo creduto, ma una vera termocoperta a due piazze! Scoppiammo in una risata contemporaneamente e quindi mi incoraggiò: “Mettiamoci 24


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in mezzo alla coperta e spengiamo le luci, se vogliamo che la coperta si scaldi velocemente, ma nel frattempo possiamo fare una canna.” Presi tutto il necessario per confezionarla e lo feci con la sola luce dell’accendino. Passò qualche minuto con l’esigua luce del tizzone della canna e, pensando alla situazione che si era creata, scoppiai in una fragorosa risata alla quale si unì anche lei avendone intuito il motivo. Una volta scaldati, accendemmo la luce e ci togliemmo gli abiti più pesanti; il tepore della coperta era più che invitante, osservai Manuela che era rimasta soltanto con una fine maglietta che metteva in risalto lo splendore del suo corpo, era ancora più bella di quanto immaginassi. Ci stringemmo l’uno all’altra, le accarezzai il viso e il collo, portai la mano sul suo seno delicatamente, le sfilai la maglietta e tolsi a mia volta la camicia, lentamente, furtivamente, come se non volessi che se ne accorgesse e le slacciai il reggiseno. In quel preciso istante mi resi conto di quanto fosse bella e di quanto fosse donna, il suo seno era sodo e dritto; l’accarezzai e baciai delicatamente. Sentii un fremito percorrermi tutto il corpo quando le sfiorai i turgidi capezzoli. Ci finimmo di spogliare a vicenda. La mia eccitazione era arrivata alle stelle. Mi resi conto che anche lei era eccitata molto. Rimasi sorpreso perché tentando di penetrarla fece un balzo indietro; per un attimo mi sentii proprio a disagio. Armandomi di coraggio le domandai: “Manuela, ma sei vergine?”. Mi rispose annuendo, come se si fosse sentita in colpa per esserlo; mi sentii pronto a confessarle che anche per me era la prima volta. Ci fu un attimo di silenzio e poi esclamai: “Forse non è il caso!” Lei mi interruppe dicendomi:”Ori, io voglio fare all’amore con te questa sera”. Ci abbracciammo baciandoci appassionatamente. Tentammo di cambiare posizione ma niente, lei si ritraeva, le suggerii: “Forse è meglio che venga sopra”. Annuì mettendosi in posizione, diedi una spinta non troppo energica ma quando lanciò un grido di dolore le 25


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dissi: “Lasciamo perdere, non voglio farti male.” Lei mi chiese di continuare, allora spinsi ancora un po’ sentendo dolore io stesso; mi accorsi delle sue lacrime e mi convinsi che sarebbe stato meglio smettere ma lei, intuendo le mie intenzioni, mi strinse forte a sé in modo che la penetrassi definitivamente. Lentamente e delicatamente prese a muoversi e a poco a poco la passione e il piacere si opposero al dolore. Mi sentivo in paradiso, la dolcezza di Manuela era infinita. Raggiungemmo l’orgasmo contemporaneamente e fu una delle esperienze più dolci che mi siano capitate. Continuai a baciarla anche dopo che si era addormentata. Ero letteralmente sconvolto da questa ragazza, da quanto mi aveva concesso. Avevo toccato con mano ciò che avevo sentito come “colpo di fulmine”. I pensieri correvano nella mia mente; avevo messo in pratica quello che era lo slogan di quel periodo cioè sesso, droga e rock and roll. Mi soffermai ad ammirare, anche con un certo stupore, la sua fresca bellezza. Riflettei sul fatto che se non avessi usato tutte quelle droghe forse sarebbe stato ancora più bello e sicuramente non avrei avuto il sonno che in quel momento avevo. Spensi la luce e, per lo sfinimento, mi addormentai subito. Ci svegliammo tardi, eravamo completamente sudati sia per effetto della calda coperta ma soprattutto per il Sole che picchiava sulla barca e, aprendo lo sportellino, mi accorsi che era già alto, deducendo che eravamo sotto il Sole da varie ore. La spiaggia era gremita di gente e sopra la barca erano saliti dei bambini per giocare e, vedendoci uscire, ci guardarono con notevole stupore, alcuni più cresciuti invece ci sfoderarono una sarcastica risata. Chiesi l’ora a una persona che mi passò vicino e mi disse che erano passate le 13, mi resi conto che saremmo arrivati tardi all’appuntamento con gli amici. Infatti 26


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arrivammo con due ore di ritardo. Parlando tra di noi notai che Francesco stava sempre vicino alla sorella di Manuela e, intuendo il feeling e non avendo nessuna voglia di andarmene, proposi al mio amico di restare con noi. Ma rispose: “Ori, ma a Perugia chi li riporta a loro?”, indicando Paolo e Tiziano. Certo era un buon motivo, ma il mio cuore era colmo di malinconia, sì perché quello era un posto magico, ben diverso dalle angosce che invece avrei ritrovato ad aspettarmi una volta a casa. Presi Manuela per mano e passeggiando le dissi: “Non voglio tornare a Perugia, voglio restare qui, con te”. Lei mi rispose: “Ori, io devo andare a scuola e il pomeriggio devo aiutare i miei genitori nel loro lavoro. Come potrei stare sempre con te? Credo sia meglio se ci rivediamo venerdì prossimo.” Pensandoci bene dopotutto venerdì avrei rivisto Angel e Robin per completare il pagamento e mi trovai d’accordo con lei. Le diedi un grosso bacio, la strinsi forte. L’orgoglio mi impediva di piangere. Mi avviai verso l’auto ma fatti due passi mi voltai e le dissi: “Manuela, credo di essermi innamorato proprio tanto.” Continuando in direzione dell’auto sentii lei rispondermi: “Anche io, Ori, anche io.” Non resistetti, tornai indietro correndo e la strinsi forte tra le braccia baciandola e le confidai: “Era da tempo che non mi sentivo così felice!”. Salii in auto con i miei amici e, partendo, le gridai dal finestrino: “Venerdì alle 13”. Avrei voluto aggiungere Ti amo, ma non lo feci.

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Il racconto di Marco E finalmente riuscii a “districare” Marco e a convincerlo a raccontarmi di un suo viaggio in Marocco. La sera era dolce e ben predisponeva l’animo al racconto, al viaggio; si stava ormai avvicinando il 1980 e mi venne proposto da alcuni amici un viaggio in Marocco. Avevo un interesse quasi morboso di visitare quel paese e così colsi al volo quell’offerta senza pensarci due volte, e con una barca partimmo da Civitavecchia. Durante il viaggio, che durò quasi due giorni, immaginavo di poter finalmente scoprire tutti i segreti e le tecniche impiegate per la fabbricazione del miglior “fumo” del quale avevo così tanto sentito parlare. Arrivammo nella città costiera di Et Tieta De Ouedlaou e, con un taxi, raggiungemmo la casa di Absalam con il quale avremmo preso accordi sul fumo. Alcuni dei miei amici erano già scesi mesi indietro per affittare un pezzo di ottima terra per la coltivazione del Kiff, pianta dalla quale si estrae l’hascisc. Dopo aver piantato le tenere piantine avevano concimato la terra con “cacca di capra” e non con fosfati, ottenendo così piante più rigogliose e genuine. Al momento del taglio un altro amico era sceso a controllare che tutte le piante fossero tagliate e non estirpate con la radice esportando terra che poi si sarebbe mescolato con il polline più fine e, furbizia del venditore, in questo caso le piante sarebbero risultate più pesanti. Con tutti gli accorgimenti presi, il raccolto era stato eccezionale. Lo notammo subito appena arrivati. Adesso si trattava di trasformare tutte quelle piante. La qualità viene definita in parte dalla pianta stessa, ma il segreto sta nella forza impiegata per battere le piante che possono essere battute con un bastone o con le sole mani. Il primo caso trova applicazione nelle grosse quantità per ricavare l’olio di hascisc o scarse qualità di fumo, mentre il secondo, ed è quello che ci interessava, si applica per avere varie qualità di 28


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fumo e tutte ottime. Dopo essere state tagliate, le piante avevano subito una prima essiccata stese sopra i tetti delle case, in seguito ridotte in mazzi di circa 1 Kg ognuno stipate in una stanza al fresco. Introdotti in un grosso sacco di plastica poggiando su di un catino, i mazzi vengono via via battuti dolcemente. Il catino ha come filtro un safi che permette solo al polline di passare e più sono fitte le trame del safi più fine è il polline che riesce a passare ottenendo risultati migliori. E’ scontato che una persona non può continuare a battere i mazzi per oltre 2 o 3 ore, in quanto respirare il polline che riesce a fuoriuscire dal sacco di plastica fa più effetto che a fumarlo. Il lavoro di battitura proseguì per oltre 10 giorni. Mano a mano il polline veniva diviso relativamente al numero di battiture subite (la prima è la migliore ma anche la seconda può esserlo se viene usata cautela nel battere) e introdotto in appositi sacchetti di plastica resistente per poi essere pressato con una pressa a mano. Le qualità migliori non avevano bisogno del vapore per essere pressate data la loro malleabilità, ma per tutti gli altri dovemmo pressare tutte le tavole con il vapore. Poi esisteva “quello personale” che era stato preparato sotto forma di tavolette da 10 gr. Era detto “rossacchione” 29


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dato il suo colore rosso mattone all’interno da caldo e grigio da freddo. Ne era venuta una piccola quantità anche di tipo “00”, super fumo che a contatto con il calore friggeva, si doveva disfare non come tutti i fumi a cui basta del calore e poi con la pressione del dito esso si disfa, questo tipo no, quando si faceva pressione si arrotolava come mastice oleoso. Era incredibile tanto a vedersi che a fumarsi. I preparativi erano stati fatti, ora bisognava legare a pacchi tutte le tavole dato che il giorno seguente avremmo iniziato i trasporti del fumo, che dovevano avvenire nel modo seguente: sarebbero stati caricati tutti i muli e, con persone che li guidavano, avremmo attraversato le montagne fino ad arrivare al mare nelle vicinanze di dove era stata ormeggiata la barca. Il percorso sarebbe stato di circa 180 Km. La maggior parte di notte. Così facendo avremmo evitato brutti incontri e tutto si svolse secondo i piani. Il percorso fatto con i muli era un vero calvario dato che si camminava di notte scegliendo sempre le peggiori strade. Dopo 4 giorni arrivammo nei pressi della barca, scaricammo i muli e aspettammo la notte per portare il fumo a bordo e stiparlo nei nascondigli; ci volle tutta la notte per stipare il fumo e fare i preparativi di partenza. Partimmo all’imbrunire. Il viaggio di ritorno non fu tranquillo come quello di andata date le pessime condizioni del mare, ma riuscimmo ugualmente ad arrivare a Civitavecchia e poi a casa. Eravamo felici per l’operazione ben riuscita e più che altro avevo un po’ di fumo per me.

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Le scimmie impazzite Rimasi in Italia nemmeno un mese, poi decisi di partire di nuovo, questa volta però da solo. Ero rimasto affascinato dalla popolazione berbera di quelle montagne ed ero rimasto colpito da quel paese tanto ospitale quanto povero. Erano gli inizi di novembre quando arrivai giù a casa di Rally. C’era un notevole scompiglio causato dalle scimmie che vivevano sulle cime delle montagne. Ne avevo visto già la volta scorsa qualche esemplare ma le avevo catalogate come animali buoni e non avrei mai pensato che questi animali potessero nei mesi più freddi essere un problema. Rally mi spiegò che normalmente nei due mesi più freddi le cime sono costantemente coperte dalla neve, pertanto le scimmie scendono di altitudine per trovare il cibo trovandosi a contatto con i cittadini che vivono intorno a 1800/2000 mt di altitudine. Purtroppo quest’anno la neve è iniziata a cadere circa un mese e mezzo prima del solito. La neve solitamente permane sulle cime per due mesi mentre quest’anno i mesi diverranno quattro ed è per questo che le scimmie sono arrivate a lambire i villaggi. La neve che normalmente cade sui villaggi non resta che per una settimana, dieci giorni al massimo salvo altre nevicate, e questo iniziando dalla fine di dicembre. Quest’anno è iniziata a cadere alla metà di ottobre senza mai sciogliersi definitivamente. Tornando a parlare di scimmie la carenza di cibo le ha portate persino ad attaccare persone che percorrono i sentieri montani o bambini che si spostano per andare all’unica scuola della zona. “Guarda Akmed!”, mi disse Rally indicando suo nipote che era stato attaccato dalle scimmie, mostrandomi gli evidenti segni di un morso su di un avambraccio e con una evidente infiammazione intorno alla ferita. Ne rimasi stupito ma purtroppo sarebbe successo di peggio. Il giorno seguente, Granduar, altro nipote di Rally, venne attaccato da un grup32


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po di scimmie proprio mentre stava tornando da scuola a casa sopra di un mulo appartenente a un vicino. Strillava e si dimenava vistosamente e, per il dolore, si teneva un braccio intorno al petto. Lo portammo subito all’interno della casa e io presi immediatamente la mia valigetta del pronto soccorso, gli tagliai ciò che restava della maglietta. Rimasi allibito alla vista dell’osso che era andato fuori, mi soffermai a pensare, poi presi una siringa e una fiala di lidocaina e gli praticai l’iniezione vicino al punto della disarticolazione, aspettai l’effetto, tranquillizzai il ragazzo e spiegai le mie intenzioni a Rally, cioè avrei rimesso l’osso nella sua posizione naturale, avendolo visto fare diverse volte mi sentivo capace di farlo. Rally e altre persone accorsero per curiosare e dare una mano. Mi aiutarono, si posizionarono come avevo detto, poi, con un colpo secco e girando il braccio, feci rientrare l’osso dentro la sua sede. La lussazione era stata guarita. Ora non restava che il problema delle scimmie e del freddo. Ne parlammo per tutto il giorno e la sera. Durante la notte mi venne in mente l’unica soluzione possibile: trovare delle armi per abbattere qualche esemplare cosicché le altre si sarebbero spaventate. Il mattino seguente ne parlai con Rally e suo fratello Shain. Rimasi molto sorpreso quando mi dissero che non era possibile comprare ed era difficile conseguire licenza da caccia o porto d’armi. Mi venne spontaneo di suggerire di comprarle al mercato nero ma mi risposero che, oltre alla difficoltà nel trovarle, sarebbero costate quanto una autovettura. Pensai un momento, poi quasi per scherzo gli dissi: “Rally, torno a casa e ti riporto due fucili però dovete pagarmi il tutto”, e dissi che 5 milioni sarebbero bastati. Appena finito di parlare, Rally chiamò a sé alcune persone e iniziò a parlare con loro in Marocchino Berbero, dopo pochi minuti di colloquio se ne andarono. Rally si rivolse a 33


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me dicendomi che la sera stessa ci sarebbe stata una riunione dei capi villaggio in relazione alle scimmie. Annuii, ma non avevo capito il vero senso della riunione. I parenti di Rally si prodigarono nei preparativi della cena con tavole imbandite e festosi vestiti. Tutti i pavimenti furono coperti da stupendi tappeti. Quando finalmente arrivò l’ora dell’incontro alla grande tavolata parteciparono più di 30 persone. Rally mi presentò tutti i capi villaggio delle zone intorno alla sua proprietà. Ci mettemmo a sedere subito dopo che Rally stesso lo avesse fatto. Iniziò a parlare e tutti stavano ascoltandolo attentamente. Shain mi traduceva ciò che il fratello stava dicendo alle persone presenti. Il discorso durò per circa venti minuti ma il succo era che io, per la grande amicizia avuta con Rally e tutte le persone presenti, sarei tornato in Italia per acquistare il fucile per difendere gli amici Marocchini dalle “scimmie impazzite”. Rimasi molto sorpreso quando Shain mi disse che tutti avrebbero messo la loro parte per comperare il fucile. Mi rivolsi a Shain, dato che volevo parlare alle persone presenti. Sia Rally che Shain avrebbero tradotto quello che avevo da dire cioè che non sarebbe stato facile portare tali armi in Marocco dato che si doveva passare per diverse frontiere, poi ci sarebbe voluto un camper a noleggio (e questa già era una spesa) poi le armi costano care anche in Italia. Non mi lasciarono finire di parlare che ogni uno iniziò a contare banconote marocchine, parlavano e contavano e dopo un dieciminuti di trattativa Rally mi disse: “Origene ecco un po’ di soldi per ciascuno, abbiamo deciso di lasciarti 50000 dirham (che in lire italiane erano circa 11.000.000) e quando torni ti diamo 50 gr di fumo eccezionale”. Accettai. Il giorno seguente saremmo andati a Tangeri per confermare il mio biglietto d’aereo dato che il ritorno era stato anticipato. Dato che sarei tornato subito passai tutto il giorno a sbatte34


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re piante e fare dell’ottimo fumo da riportare a casa. Ciò che mi ero proposto di fare sarebbe stata un’ardua impresa ma avrebbe permesso di riportare un fumo specialissimo. Il giorno seguente alle ore 15,45 partiva il volo. Il mattino seguente partimmo dalla montagna verso le 8,30 ed eravamo in ritardo, considerando che la strada da percorrere non permetteva assolutamente velocità superiori ai 60/70 Km/h. Il primo tratto di circa 300 Km è tutta strada dissestata con continue curve e controcurve che passa dai 2380 mt. del valico vicino Ketama sino ad arrivare a 0 mt. slm. Riuscimmo ad arrivare in aeroporto trenta minuti prima della partenza del mio aereo. Feci un comodo viaggio e, una volta arrivato a Perugia, mi diedi subito da fare per recuperare questo fucile. Per prima cosa andai a trovare un amico esperto nel settore armi e viaggi in camper con destinazione Marocco, era un esperto dei nascondigli dei camper. Appena a casa di Lucio gli proposi il viaggio tutto spesato a carico mio. Accettò, ci stringemmo la mano e ci demmo appuntamento per il giorno seguente, decidendo che ognuno di noi avrebbe pensato a trovare il proprio fucile. Il giorno dopo, mentre aspettavo Lucio nel posto convenuto, osservavo il fucile che ero riuscito a trovare: un Flobert semi-nuovo con 200 cartucce. Pochi istanti dopo sopraggiunse anche Lucio che, con poco più di 500.000 lire, era riuscito a trovare un fucile a pompa “Remington” con un centinaio di cartucce e un revolver con parecchie munizioni. Io ne avevo spese 250.000 per il Flobert, ma il problema più grande consisteva nel come nascondere le armi, mentre per Lucio il problema non esisteva. Il giorno seguente saremmo dovuti andare a cercare il camper da noleggiare. Avevo in cassa ancora 9.500.000 pertanto avremmo potuto prendere a noleggio un ottimo camper che non avrebbe dato nell’occhio. Lucio rimase a dormire a casa mia. Ci mettemmo alla ricerca del camper appena aprirono i centri attrezzati per questo, visi35


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tando quello che, a parer nostro, era il più fornito. Tra decine di camper scegliemmo un Laika con super comfort dotato di bagno e doccia calda istantanea, cucinino, sei posti letto, aria condizionata e uno sportello fatto per conservare liquidi infiammabili per 180 L. Il prezzo del noleggio per venti giorni e un chilometraggio massimo di 10000 km era di £. 6.000.000 per cui stipulammo il contratto e ce lo portammo via. Strada facendo acquistammo tutto il necessario per la sopravvivenza: cibo, acqua, medicinali, catene per l’auto di Rally etc. etc. etc.. Una volta a casa ci mettemmo in rimessa per “lavorare” i fucili. Lucio, esperto, iniziò a smontarli. Avvolgemmo i pezzi con la pellicola trasparente e i più piccoli all’interno di pezzi di mastice poi appiccicati all’interno della piccola caldaia dell’acqua calda. Le canne, invece, venivano avvolte in una specie di carta cerata con molto grasso per la lubrificazione dei pezzi, poi ancora pellicola. Per le munizioni dovemmo fare un lavoro più minuzioso; per prima cosa si doveva, con il nastro isolante e forbici, fare un tondino che coprisse lì dove il cane batte creando l’esplosione e il distaccamento dell’ogiva o pallettoni, quindi venivano avvolte nella pellicola prima e nel mastice poi e infilate lungo le sbarre dei lettini chiuse all’estremità da tappi di gomma. Le munizioni del revolver, ricoperte da pellicola, venivano immerse in un pentolino con cera d’api calda e, una volta tirate fuori e raffreddate, erano pronte per essere inghiottite essendo, la cera d’api, immune ai nostri succhi gastrici. Iniziammo il nostro viaggio appena cenato cosicché avremmo potuto oltrepassare la frontiera italo–francese intorno alle due del mattino, orario ottimale in quanto avveniva il cambio di turno. Sarebbe dunque bastato passare circa venti minuti prima del cambio per poter trovare persone stanche e assonnate con poca voglia di perquisizioni approfondite o accurati accertamenti. Come da copione avvenne quanto speravamo; alla frontiera ci chiesero 36


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soltanto di esibire la carta d’identità e, nel restituircela, ci augurarono un buon viaggio. Appena varcata la frontiera, un po’ per l’augurio e un po’ per il pericolo scampato, scoppiammo in una grossa risata che durò alcuni minuti. Procedemmo per altre cinque ore fino ad arrivare nei pressi di Marsiglia, lì ci fermammo a bere qualcosa di caldo; un termometro posto sulla porta del bar segnava cinque gradi, e per quel periodo era decisamente sotto la media. Tutto era coperto dalla brina. Mi tornò in mente il problema che aveva causato il freddo con la conseguente discesa delle scimmie fino ai villaggi. Finimmo i nostri “cappuccino e brioches” e tornammo nel camper decidendo di non fermarci prima di Perpignan, vicino alla frontiera franco-spagnola. Ripartimmo subito e presto ci trovammo nella zona lacustre che al suo centro ha il paese di Arles. Con andatura moderata, arrivammo a Perpignan che ancora non era mezzogiorno. Decidemmo di pranzare a Carcasson che era sulla statale E49 in direzione dell’entroterra, quasi a metà strada da Tolosa. Mangiammo bene, ma soprattutto bevemmo dell’eccezionale Champagne Francese e, dato che ci aveva reso “alticci”, decidemmo che era tempo di dormire. Iniziammo il riposo alle 15,00 per risvegliarci alle 23,00 circa. Riprendemmo il cammino ben riposati ed arrivammo alla frontiera intorno alle due del mattino e passandola con la stessa facilità della prima, pertanto anche la famigerata jonquera era passata. “Marciammo” a ritmo serrato passando Barcellona, Valencia, Alicante, Murcia, Granada, Malaga. Finalmente si iniziavano a vedere i tantissimi piccoli uffici sparsi a destra e a sinistra per tutta la strada sino ad arrivare al porto, uffici che servono per acquistare i biglietti per traghettare lo stretto di Gibilterra. Eravamo arrivati ad Algeciras, ora dovevamo affrontare una delle più difficili frontiere europee, ci fecero un leggero controllo di circa 15 minuti e poi ci imbarcammo per Tangeri. Era mattina intorno alle 8,30 quando ci stavamo 37


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muovendo per Tetuan per poi raggiungere Chechaouen e la frontiera dei monti del Rif.. L’ attraversammo intorno a mezzogiorno e, poco dopo, ci fermammo per rifocillarci un po’ prima della strada di montagna che ci avrebbe portato fino alla casa di Rally. Da I Bab Taza e Bad Red perdemmo del tempo perché già da Bab Taza c’era neve (Bab Taza è sita a 1.400 mt. slm.) e per quel periodo era abbastanza inusuale la neve a quella quota in quanto normalmente dovrebbe cadere solo nei due mesi più freddi. Montammo le catene al camper e ripartimmo senza problemi. La neve sulla strada superava abbondantemente i 30 cm e c’era gente dappertutto che spalava neve perché in Marocco i proprietari dei terreni adoperano le persone per far liberare le strade offrendo come paga vitto e alloggio con dieci dirham. Guardando i bordi della strada si vedeva che lo spessore della neve superava i 60 cm. ed essendo ancora a 1800 metri di altitudine era davvero eccessivo. Una delle caratteristiche di questo territorio è che, una volta arrivati a circa 2000/2150 mt. di altitudine, c’è un vasto altopiano dove si concentrano diversi villaggi e addirittura città vere e proprie come Ketama e Tiata Ketama, una sita a 2070 mt e l’altra a 2180 mt.. La casa di Rally è sita a circa 2000 mt di altezza e vi era un 1 metro di neve. Per le fragili case (se così possono definirsi) era un vero dramma conseguentemente al fatto che sono costruite con letame di cavallo e terra rossa mischiate alla cera per quanto riguarda quelle più resistenti, mentre la maggior parte sono fatte con rami intrecciati e aventi per tetto bandoni d’alluminio. Queste ultime, man mano che si saliva d’altitudine, le scoprivamo demolite sotto il peso della neve. Arrivati da Rally capìi immediatamente che c’era qualcosa che non andava, era cupo mentre mi veniva incontro e mi abbracciò cominciando a piangere dignitosamente. Ci mettemmo comodi mentre lui e il fratello si alternavano nel racconto di quanto era successo. 38


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Era terribile! Soltanto due giorni dopo la mia partenza, una grossa nevicata aveva sorpreso la moglie di Rally a circa un chilometro e mezzo da casa mentre stava raccogliendo legna per casa, raccontò Rally. Poi continuò Shain dicendo che c’erano già una ventina di centimetri di neve ma splendeva il sole e le giornate erano tiepide. Appena pranzato iniziò a soffiare il forte vento del Nord, velocemente portò le nuvole con tuoni e fulmini. Dapprima si mise a grandinare con chicchi grossi come noci uccidendo tutte le galline e i conigli che non avevano trovato riparo, poi aveva iniziato a nevicare impedendo la vista oltre i cinque metri. “Tutto il villaggio ha tentato di raggiungere mia moglie”, riprese Rally, “ma il vento ci impediva di camminare. Soltanto dopo tre ore si è calmato e tutti siamo potuti andare alla ricerca di Fatima”. Fatima aveva cercato di ripararsi con il mucchio di legname che aveva tagliato durante il mattino, ma purtroppo non ce l’aveva fatta ed era morta. E come se questo dramma da solo non fosse bastato, il figlio più piccolo del fratello di Rally, insieme ad altri bambini, era stato attaccato dalle scimmie affamate. Il piccolo Absuli aveva una brutta ferita sul torace e un segno evidente di un morso sul braccio destro. Il bambino era sotto shock ed era adagiato sul letto di Rally e della povera Fatima. Fortunatamente i soldi che mi avevano dato loro mi avevano permesso di comperare molte medicine e persino libri di pronto soccorso. Mi ero procurato di tutto, dalla morfina al metadone, lidocaina, cocaina. Consultai il libro del pronto soccorso che indicava quanti mg. di morfina da usare tenendo conto del peso corporeo: feci il calcolo e gli praticai l’iniezione (morfina, antinfiammatori e antibiotico dal momento che la febbre era “alta”). Prestate le cure necessarie, io e Lucio ci mettemmo subito al lavoro promettendo a Rally che alle scimmie responsabili dell’accaduto rimanevano 2 giorni di vita.

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Alla vista di Rally e amici dovevo sembrare il liberatore dall’incubo delle “scimmie impazzite”. Iniziai a parlare con il gruppo rivolgendomi però a Rally, esponendo ciò che avevo in mente di fare. Per prima cosa non ci sarebbero dovuti essere poliziotti nelle vicinanze. Subito Rally mi fece intendere che non ci sarebbe stato nessun problema e mi presentò uno dei presenti, un uomo distinto sui 50 anni; era il capitano della polizia che comandava le forze dell’ordine della zona. Rally mi spiegò che si trattava di suo cugino e che ci avrebbe aiutato con due suoi uomini e, avendo in dotazione una 6,75 Beretta, avrebbero potuto essere utili, anche se tale arma è poco più di una scacciacani. Appena entrò Lucio con il fucile a pompa e la calibro 9 tutti si meravigliarono, io, soddisfatto, sottolineai la notevole differenza di potenza al capitano Absalam che rimase stupefatto. Ancor più quando Lucio esplose due colpi con il fucile a pompa contro una vecchia porta di ferro e tutti i presenti rimasero a bocca aperta nel constatare il risultato di tale dimostrazione cioè due buchi di diametro di circa 15 centimetri. La prima reazione fu di spavento ma poi il capitano esclamò: “Un piccolo cannone”, parole che una volta tradotte fecero ridere tutti. Poi, esibendo il grosso quantitativo di munizioni, assicurai che l’indomani non sarebbe più esistita alcuna scimmia impazzita! In quel momento festoso sembrava essersi allontanato lo spettro della morte di Fatima ma, osservando Rally, mi resi conto che effettivamente non era così. La sorpresa che più rallegrò Rally furono le catene da neve che gli avevo procurato, sembrava un bambino e le montò immediatamente per poterle provare. Non stava più nelle pelle, anche perché ciò lo rendeva importante nei confronti degli altri capo villaggio che erano costretti a fermare qualsiasi mezzo a motore per pochi centimetri di neve. Una volta montate le catene salimmo sul Mercedes di Rally, una vettura vecchia ma ancora in buono stato. In un primo momento guidai io ma, 40


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appena giunti sulla strada principale, cedetti il posto a Rally che guidando dava mostra di sé salutando chiunque incontrasse; nel giro di mezza giornata tutta la valle avrebbe saputo dell’autovettura che camminava sulla neve! La sera stessa “rifeci” tutte le munizioni del revolver. Ci coricammo presto anche perché il mattino seguente avremmo dovuto mettere a punto il piano anti-scimmie pazze. Ci svegliammo presto e trovammo tutti pronti per discutere il da farsi. Le scimmie erano concentrate sulle cime antistanti il villaggio, pertanto pensai che Rally e i due poliziotti avrebbero potuto aggirare la collina per avvistare le scimmie e fatto ciò avrebbero dovuto sparare contro di loro in modo che scappassero verso la nostra direzione dove le attendevamo. Avremmo fatto fuoco a più non posso cercando di colpire il capobranco e disperdendo di conseguenza tutte le altre e avremmo sistemato i corpi delle scimmie colpite nelle vicinanze del villaggio cosicché questo le avrebbe indotte a non avvicinarsi più. Fummo tutti d’accordo sul piano sviluppato e iniziammo a metterlo in pratica. Ci avviammo, il cielo era nuvoloso ma la nebbia era assente, la temperatura era bassa, sicuramente sotto di 5 o 6 gradi lo zero. Man mano che ci si avvicinava alle cime si udivano le urla delle scimmie. Dissi: “Il primo a sparare sarò io poi, mentre ricarico, voi farete fuoco tutti insieme!”. Ci fermammo e concedemmo tempo agli altri affinché potessero aggirare la cima e, quando cominciarono a sparare, le urla delle scimmie si fecero più forti. Vidi le prime avanzare verso di me e, certo del fatto che mi avrebbero attaccato, gridai:” Lucio, spariamo insieme! Lei capitano invece spari appena abbiamo finito le nostre munizioni”. Lucio mi diede ascolto e sparammo contemporaneamente, anche se le scimmie erano numerose, ogni colpo di fucile apriva un varco abbattendone anche due alla volta. Ricaricai il fucile due volte prima di smettere di sparare, ci guardammo intorno e non vedemmo né sentimmo più 41


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nessuna scimmia. Purtroppo gli animali colpiti a morte erano molti, ne contammo 24, perlustrammo la zona senza trovare traccia dei primati. Soltanto quando fummo vicino al villaggio sentimmo le urla delle scimmie provenienti da un cucuzzolo adiacente il villaggio. Velocemente ci dirigemmo verso questo e, una volta vicini, ci mettemmo in fila e aprimmo il fuoco con un tiro incrociato. Ne abbattemmo altre sei, le restanti fuggirono tanto che il mattino seguente non si udivano più quelle grida laceranti se non da molto lontano. La sera al villaggio fu organizzata una grande festa alla quale partecipò anche Rally nonostante il suo dolore, ma non danzò né toccò cibo e si ritirò molto presto. Coffee shop Un giorno andai a trovare un amico che non vedevo da tempo. Furio era di origine milanese ma da tempo viveva a Perugia con la sua donna. Avevamo molte cose in comune, la musica, l’amore per le piante, le collezioni di fumetti. Il punto in comune più evidente era il consumo di fumo e di “roba” che stava prendendo sempre più posto nella mia vita. Infatti quel pomeriggio ero andato a trovare Furio con l’intento di proporgli un viaggio. Ne parlammo e, dal momento che anche lui si trovava in difficoltà con la “roba”, decidemmo che saremmo andati ad Amsterdam con un altro amico. Il pomeriggio stesso andammo presso la nostra agenzia viaggi di fiducia e prenotammo i biglietti. Il primo posto disponibile, data la bassa stagione, sarebbe stato dopo tre giorni, quindi decidemmo che sarebbe andato benissimo e prenotammo. Partimmo da Perugia il mattino presto dal momento che il volo partiva da Fiumicino alle 12. Ero stato ad Amsterdam molte volte, mentre degli amici che mi accompagnavano soltanto uno c’era stato una volta nel ‘74. Arrivammo dopo circa due 42


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ore di volo. Prendemmo un taxi dato che la città distava circa trenta minuti, e ci dirigemmo a Dam Plaza precisamente in The Beurstraat all’Hotel The Beurs, dove lavorava il mio amico Rudi residente lì da 17 anni. Entrammo e ci salutammo, mi diede le chiavi della solita camera che era anche la migliore. Ci ritirammo per cambiarci e riposare un po’. Dopo circa un’ora uscimmo e, facendo strada agli altri, ci dirigemmo verso un coffee shop di mia conoscenza. Mi venne da ridere nel vedere lo stupore dei miei amici quando, presentandoci il menù, questo era composto da decine di tipi (il fumo, dai vari “neri” Pakistani, Afghani, Nepalesi, ai Libanesi nero e rosso, per non parlare poi dei vari tipi di erba Colombiana, Nigeriana, Sensimilla, Transkey, Kerala che conoscevo bene essendo stato a fare un viaggio in India e avendo attraversato la jungla del Kerala. I miei amici iniziarono a comperare bustine da 25 Fiorini (circa 20.000), che contenevano circa 5 gr. di fumo. Sembravano bambini, ma avevano più di 35 anni. Comperavano tiri-pacchetto e lo assaggiavano facendo una canna, poi ne comperavano tiri-altro e ne facevano un’altra e così via fino a che, avendo fumato troppo, era sopraggiunto il sonno e quindi fummo costretti a tornare in albergo. Dormimmo fino a tarda sera. Belli e “ripresi”, proposi di andare al Milk Way, un mega locale che offriva ben tre possibilità di proiezione di film; due sale con concerti dal vivo, una grande sala dove si vendeva fumo e i suoi derivati tipo gli space bon-bon che sono dei cioccolatini ripieni di vari tipi di fauno, belle fette di dolce con erba o hascisc, vari tea, infusi e bibite varie. Si potevano trovare molti dei tipi di fumo che esistono al mondo, ed era possibile fare tatuaggi, comperare moltissimi tipi di cartine, magliette e per di più era pieno di ragazze e tutte bellissime. Restammo a bere, fumare e parlare (alla meglio, dato il nostro scarso inglese). Erano le tre quando decidemmo di andarcene e, dal momento che l’hotel distava due Km e 43


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la temperatura era gelida, decidemmo di prendere un taxi. Il tragitto era breve, ma ci addormentammo ancor prima di andare a letto. Il mattino avevamo una grande fame, li condussi in un bar dove preparavano il cappuccino all’italiana e anche la pasticceria era simile se non addirittura migliore. Sazi, ci dirigemmo verso il coffee shop del mio amico Paul che era il gestore del Transkey. Appena entrati, fummo accolti benevolmente da Paul che ci offrì subito di fumare la sua eccezionale erba Swazieland. Ci fece provare la Transkey dal gusto secco e forte sino a provare la sua erba personale, la Swazieland che era tutti fiori molto appiccicosi dal rosso amaranto scuro e dal sapore dolciastro forte, molto aromatico, e per il mio gusto la migliore, e senza dubbio la più potente fra tutte. Finito di fumare tornammo di sopra, bevemmo qualcosa di fresco e poi d’accordo, chiamammo un taxi non avendo la benché minima voglia di tornare a piedi. Una volta rientrati in albergo, posammo il fumo e andammo a cercare un posto dove mangiare e dal momento che, tornando, avevamo intravisto un ristorante italiano, decidemmo che questo avrebbe fatto al caso nostro. Era un ottimo ristorante e mangiammo bene anche se il conto fu piuttosto salato. Una volta usciti ci recammo all’agenzia viaggi per confermare il volo di ritorno in Italia, ero

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andato spesso in quell’agenzia e sapevo che con la compagnia aerea Canadian Pacific avremmo speso meno. Questa compagnia effettuava voli intercontinentali cioè partiva da Roma facendo scalo ad Amsterdam proseguendo poi per Toronto o Edmonton, quindi chi scendeva ad Amsterdam trovava un biglietto poco costoso. Avevo sempre avuto la curiosità di farmi spiegare i prezzi dell’intero percorso ma mi ero sempre imbattuto in persone che parlavano una lingua diversa dalla mia e con le quali pertanto non mi era stato possibile comunicare; quel giorno invece ebbi la fortuna di incontrare un ragazzo di nome Jeoffry che era italo canadese e che parlava bene l’italiano. Gli chiesi tutte le informazioni che mi stavano tanto a cuore e, dialogando, scoprii che aveva parenti ad Arezzo in Toscana. Gli confidai il mio desiderio di fare un viaggio nel Nord Ovest e lui mi rivelò di avere una casa vicino ai monti Elias e mi offrì ospitalità. Aggiunse che, spesso, faceva la linea Amsterdam-Edmonton quindi sarebbe stato possibile partire insieme, sarebbe bastato che sapessi su quale volo avrebbe preso servizio; ci salutammo con la convinzione di poter effettuare quel viaggio insieme.

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Pesca ai salmoni Ebbi la gradita sorpresa di una telefonata di Jeoffrey. La settimana successiva avrebbe avuto un rientro che collimava con il suo rientro a casa e pertanto era possibile che io fossi suo ospite nella baita in Canada sui monti Elias. Quando me lo disse non stavo più nella pelle, sarei dovuto partire il 26/5 per il Canada facendo scalo ad Amsterdam, cosicché avrei potuto comperare un pezzetto di fumo da portare con me nella vacanza e al rientro avrei fatto la stessa cosa riportandone così un po’ anche a casa. Il giorno seguente avevo già tutto l’occorrente per partire, “roba” inclusa. Preparai scrupolosamente le valigie e, dal momento che avrei dovuto affrontare latitudini estreme e avrebbe potuto essere molto freddo, aggiunsi qualche maglione pesante. Partii 2 giorni dopo per Amsterdam e, appena giunto, mi recai negli uffici dove lavorava Jeoffry che in quel momento però era assente quindi aspettai il suo ritorno. Arrivò poco dopo e, insieme, ci recammo a casa sua per posare il mio bagaglio dopodiché trascorsi tutta la serata a casa di un amico Cipriota che avevamo conosciuto durante il viaggio precedente. Continuammo la serata da un bulldog all’altro che sono una catena di coffee-shop molto ben fornita in qualità di fumo, e per di più sempre pieni di belle ragazze. Facemmo un giro nella famosa zona rossa con donne in vetrina che si prostituiscono (sono a centinaia queste vetrine in quella zona) e poi il minimo a casa per dormire perché si era fatto tardi e l’indomani Jeoffry avrebbe dovuto lavorare. Mi svegliai che Jeoffry era già andato al lavoro cosicché uscii a fare colazione e subito dopo mi recai dal mio amico Paul per comperare un po’ di fumo e quindi tornai a casa dove trovai Jeoffry ad attendermi con un discreto pranzo. Nel pomeriggio andammo a convalidare i biglietti nell’ufficio dell’agenzia 46


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della Canadian Pacific. Tutto era pronto per il viaggio. Il volo sarebbe partito alle 7,25 e avrebbe impiegato 7 o 8 ore per arrivare a Edmonton. Da lì avremmo preso l’auto che Jeoffry aveva lasciato in sosta nel parcheggio riservato agli addetti ai lavori. Per il momento avrei dovuto far passare il tempo come meglio era possibile, contando le ore che mi dividevano dalla partenza e fantasticando sulla meta che avrei raggiunto da lì a poche ore, come ormai succedeva prima di ogni viaggio. Partimmo per Edmond il mattino successivo, avevo portato con me canne da pesca e tutto il necessario; ero intenzionato a pescarmi un salmone a qualsiasi costo; Jeoffry sull’aereo svolgeva le sue funzioni ufficiali e, onestamente, ogni volta che si trovava a passarmi davanti mi veniva da ridere, forse per il ricordo delle canne fatte prima di partire o forse perché l’euforia mi portava a essere talmente felice da vezzeggiare la persona che, fondamentalmente, ne era stata l’artefice. Le ore passarono veloci anche perché mi distrassi guardando i due film che proiettavano durante il volo; arrivammo a destinazione alle ore 18,30 e, come avevo previsto, la temperatura non era proprio delle più miti. Trascorremmo la notte a Edmonton e il mattino ci alzammo intorno alle 8,00 pronti per ripartire. Appena usciti mi resi conto che effettivamente faceva molto freddo, lanciai un’occhiata verso il grande termometro posto in cima alla National Bank e vidi che indicava 6 gradi sotto lo zero. La nostra prima meta era Calgary che è sita ad oltre 1000 mt. Slm. Arrivammo dopo circa due ore; mi sono ritrovato impegnato a guardare ciò che la natura offriva da quelle parti. Era un incanto: i giganteschi alberi facevano da dominatori ma, allargando lo sguardo, le montagne innevate ti riempivano gli occhi, avevo due grandi cime, una a destra e una a sinistra. Si trattava del monte Cleveland alto mt. 3185 e del monte Columbia alto mt. 3747. Non potei evitare di notare le molte case in fase di costruzione e Jeoffry mi spiegò che lì, tra qual47


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che anno, ci sarebbero state le Olimpiadi invernali. Il villaggio turistico era uno dei villaggi più attrezzati che avessi mai visto; era possibile fare anche delle saune o bagni in piscine riscaldate e persino organizzare battute di pesca sul fiume ancora ghiacciato. Ogni tanto mi soffermavo a riflettere che mi trovavo sulle montagne rocciose e, anche se ne ero solo all’inizio, c’erano dei monti veramente molto alti per me che ero abituato a vederne di non più alti di 2500 mt. nell’appennino e solo qualche volta avevo visto le Alpi. Venni scosso dai miei pensieri dal mio amico che mi richiamava per l’iscrizione alla gara di pesca su ghiaccio. Io ero in coppia con lui, ci suddivisero in tanti spazi più o meno tutti della stessa grandezza. Praticammo tutti il buco nel ghiaccio e poco dopo il giudice diede il via alla gara. Si teneva la lenza su di un apposito attrezzo a forma di uncino per poterlo impugnare meglio e si doveva indossare un guanto di spessa pelle per proteggersi da eventuali strattoni del pesce che altrimenti avrebbe avuto la possibilità di tagliare la pelle con il sottile ma resistente filo da pesca. Si doveva tirare su e giù il filo con l’esca continuamente in modo che, così facendo, si attirasse un pesce verso la sua direzione e poi l’esca avrebbe fatto il resto; non sapevo capacitarmi di che dimensioni potessero essere le nostre prede ma sembrava che tutti avrebbero preso dei salmoni ma.... Era calato un silenzio sopra il ghiaccio, nonostante ci fossero molte persone non si sentiva parlare quasi nessuno, fino a quando non venne agganciata la prima preda; l’incitamento delle persone vicine al catturando era forte, e il fortunato sembrava essere molto impegnato. Dopo qualche minuto, dal grosso foro sbucò una trota poco più grande di mezzo chilo. Mi venne spontaneo ridere, non per il pesce che aveva pescato il ragazzo, quanto perché io pensavo a chissà quali dimensioni avrebbero avuto. Continuammo a pescare e ogni tanto qual48


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cuno prendeva un pesce, ma le dimensioni non superavano mai il chilo. A un tratto un concorrente che mi era vicino iniziò a gridare: “ È un salmone, è un salmone!”. La lenza era tesa al massimo e si poteva leggergli in viso lo sforzo compiuto per poterla trattenere. Distratto da questo avvenimento non mi resi subito conto che anche il mio filo era in forte tensione, me ne accorsi nel momento in cui cercai di tirarlo, lo sforzo era enorme. Jeoffry colpì il ghiaccio più volte al fine di allargare il buco e, così facendo, si rese conto che un intero branco di salmoni stava passando sotto di noi, infatti in quel preciso momento ogni partecipante alla gara era alle prese con un pesce. Nel frattempo mi ero inginocchiato per poter far leva e di conseguenza più forza; senza accorgermene il pesce mi stava tirando dentro e, se avesse continuato a tirare in quel modo, sarei stato costretto a mollare la presa. Il mio amico, accertata la mia difficoltà, puntò a terra un palo di ferro e mi chiese di aiutarlo a far girare il filo intorno al palo cosicché avrei fatto meno fatica. Riuscimmo con non pochi sforzi a far girare il filo attorno al paletto di ferro e ad allargare il buco nel ghiaccio fino a 40 cm; non sapevo quanto filo avesse ancora il pesce, ma lentamente mi impegnai anche con l’aiuto di Jeoffry e di un vicino che nel frattempo aveva pescato un salmone di 8 o 9 chili. Adesso eravamo in tre alle prese con il pesce! L’ultimo pescatore arrivato colloquiava con il mio amico che simultaneamente mi traduceva le sue parole e da queste capii che doveva trattarsi di un salmone di grandi dimensioni se non addirittura di un salmone reale. Un momento di distrazione e il pesce guadagnava centimetri di filo che era possibile recuperare solo con grande sforzo. Era passata ormai più di mezz’ora dal momento che aveva abboccato e secondo me non avevamo fatto alcun progresso; la lotta proseguiva e tutti erano curiosi di poter vedere il valoroso rivale anche perché un pescatore vicino aveva dovuto rinunciare alla sua preda 49


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per strappo del filo e a questo punto era una questione di orgoglio. All’improvviso, non so se perché il pesce fosse stanco o per un cambio di direzione mal riuscito, il filo si allentò permettendoci di recuperare, in pochi secondi, molto più di quanto non avessimo fatto in più di mezzora. Per un attimo tutti credemmo che avesse strappato il filo o che lo avrebbe fatto quando il filo sarebbe tornato teso di colpo; lasciammo un paio di metri di gioco, uno tenendo il filo da una parte e uno tenendolo alla base, pertanto, quando tornò in tiro, non avvenne con un colpo secco ma gradatamente facendo sì che non si perdesse il pesce. Avevamo recuperato altri 7 o 8 metri di filo e la lotta era iniziata oramai da circa un’ora, pensavamo che non ci fosse molto più filo, ma la sagoma del pesce non si vedeva mai, dovemmo lottare per altre due ore prima di scorgere la sagoma del pesce che a quel punto distava da noi non più di tre metri. Era enorme! Non sapevo se il gioco dell’acqua lo ingrandisse, ma quando lo tirammo fuori (e ci volle un arpione), non credevo ai miei occhi. Era un salmone reale di quasi 30 chili. Passammo la notte a Calgary che è una città abbastanza grande e fornita di tutto ciò che si desidera. Una delle principali caratteristiche di questa zona è la multietnia che fa da padrona assoluta a Calgary; sistemammo il pesce in un contenitore sull’esterno della jeep con all’interno del ghiaccio per un’ ulteriore migliore conservazione. Ci recammo in un locale conosciuto dal mio amico; era veramente bello, c’erano delle persone che suonavano e una brava ballerina che si esibiva. Un tipo di locale diverso dai nostri europei: in una piccola sala (che era quasi nascosta e dalla atmosfera intima) c’era un pianista che si stava esibendo per delle coppie che si erano messe tutte, o quasi, a sedere mentre una piccola parte ballava lentamente. Tornammo a casa che erano le due di notte. Il mattino successivo decidemmo di andare a pesca con degli amici di Jeoffry e come itinerario avremmo “toccato” Jasper, 50


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un piccolo paese sito all’altitudine di 1670 mt. Slm. dove, per quelle latitudini, specialmente in inverno, è incredibilmente freddo, e lo era persino ora benché fossimo nel mese di giugno (infatti per tutto il giorno, nonostante il sole, trovammo una temperatura di 5 gradi sotto lo zero). Dopo questa tappa saremmo andati a pescare vicino alla foce (del Saskatchewan, che è un fiume dei più belli e popolati da salmoni reali nonché uno dei fiumi dal corso più lungo). Avremmo anche fatto una visita al lago del monte Columbia e, dato che si era tre uomini e quattro ragazze, pensammo che, mentre noi pescavamo, qualche ragazza avrebbe potuto fare alla griglia il salmone pescato il giorno prima che sicuramente sarebbe bastato per tutti. In effetti andò proprio in questo modo. Le ragazze avevano cucinato il pesce divinamente, noi, nel frattempo, avevamo pescato altri pesci ma nessuno aveva eguagliato il record del primo; il più grande infatti non superava i 4 chili, perlomeno ci eravamo assicurati una buona scorta di pesce. Avevo fatto coppia con una ragazza canadese di nome Anita che si era rivelata un’ottima pescatrice dal momento che, in quella giornata, aveva totalizzato il maggior peso di pesce pescato. Durante la cena, decidemmo il percorso che avremmo fatto il giorno dopo con Jeoffry fino ai monti Elias. Certamente non tutti i nostri amici avrebbero avuto la possibilità di trascorrere una settimana di vacanza, infatti si unirono a noi solo Anita ed Angie, le due deliziose ragazze canadesi amiche d’infanzia di Jeoffry. L’itinerario scelto era il seguente: prima tappa monte Robson con i suoi 3954 mt: aveva anche il più lungo ponte costruito con corde e legno (le corde d’acciaio passano attraverso i pezzi di legno) e non avrei rinunciato a vederlo assolutamente anche perché il ponte passa sopra uno strapiombo di oltre 400 metri. L’itinerario prevedeva anche 51


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la visita ai resti dei forti dislocati tutti in fila facendo sì che sarebbe stato possibile visitarli uno ad uno. Avremmo iniziato con Fort St. John per poi arrivare fino a Fort Mc-Pherson che è all’interno del circolo polare artico. Partimmo al mattino appena fatta colazione per raggiungere il monte Robson due ore e mezzo dopo. Con l’auto non si poteva arrivare fino al Forte per cui proseguimmo a piedi finché, dopo 20 minuti, ce lo ritrovammo davanti; era uno spettacolo unico veramente. Invitai tutti ad attraversarlo, ma l’unica coraggiosa fu soltanto Anita. Ci costò non poco quest’impresa sia per il tempo che per gli sforzi impiegati, ma una volta giunti dalla parte opposta notammo una parete che forniva dei buoni appigli e, una volta scalata, il panorama offerto sarebbe stato unico, ne ero certo. Non esitai oltre, e iniziai la scalata. Anita mi guardava sorridendo, la incoraggiai a seguirmi offrendole il mio aiuto, salimmo insieme e, una volta scoperta la cima, con enorme stupore vedemmo che dalla parte opposta c’era un orso dalle dimensioni incredibilmente grandi. Si girò verso di noi e gli scattai due foto, forse il bagliore del flash lo innervosì perché improvvisamente divenne minaccioso cominciando ad agitare le grosse zampe anteriori, e a graffiare con gli artigli il terreno. Preso dalla paura decisi che sarebbe stato meglio scendere subito e, feci notare ad Anita, l’orso avrebbe potuto fare il giro e aspettarci in fondo. Anita si affrettò a scendere e, come se le mie parole fossero state profetiche, scorgemmo l’orso che aveva aggirato la collina e veniva verso di noi. Di tutta fretta riprendemmo la via del ponte e velocemente iniziammo ad attraversarlo guardandoci alle spalle. L’orso arrivò di fronte al ponte quando noi avevamo già superato la metà. Lo osservammo mentre tentava di salire ma, come si accorgeva che il ponte non era stabile, si ritraeva. Arrivammo dall’altra parte raggiungendo gli altri che, nel frattempo, accortisi dell’acca52


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duto, ci incitavano a correre. Giunti all’auto, sfrecciammo via a gran velocità! Jeoffry mi spiegò che quello era il periodo nel quale gli orsi uscivano dal letargo e, anche se insonnoliti, erano tutti molto affamati e nella loro dieta non era escluso che ci potesse essere un giovane italiano! Stavamo lasciando lo stato dell’Alberta e ci inoltravamo nella Columbia Britannica in direzione di Fort St. John per poi proseguire alla volta di Fort Nelson e Fort Liard, entrando nel territorio dello Yukon. Avremmo incontrato Fort Simpson e Fort Norman siti nei pressi del grande lago degli Orsi, qui avremmo sostato per poi proseguire per Fort Good Hope fino a raggiungere l’ultimo, Fort Mc-Pherson, ove scorre il grande fiume Mackenzie proveniente dal lago degli Orsi e che sfocia nel mar di Beaufort, territorio in cui in 30 Km è possibile passare dalla palude di Reindeer Depot ai monti Richardson con cime attorno ai 2000-2200 mt. Slm.. Era sera quando arrivammo vicino a Fort Simpson nel distretto di Mackenzie, città sulle rive del fiume omonimo dove all’indomani avremmo tentato di pescare. La temperatura era più o meno la stessa di Calgary però l’altitudine di questi posti molto più bassa. La cittadina era sita a 500 mt. Slm. e non c’erano particolari rilievi montuosi nel raggio di 100 Km. Passammo la notte in un motel, tutti in un’unica stanza senza problemi di “forma” e la mattina ci alzammo presto per poter andare a pescare. Le ragazze si erano preparate in un battibaleno mentre noi avevamo impiegato un po’ più di tempo e la cosa mi stupì perché solitamente accade il contrario. Pescammo sino alle 11.00 per poi andare a pranzare in un ristorante tipico della zona. La pesca non era stata abbondante e come sempre la persona che aveva preso più pesce era stata Anita. Proseguimmo il viaggio con l’intento di arrivare il più avanti possibile; arrivammo a Fort Mc-Pherson alle una e 53


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mezzo di notte e non sapevamo dove andare a dormire. Avevamo oltrepassato da circa 70 Km il grande cartello che da’ il benvenuto nel continente del mondo: il Circolo Polare Artico. La temperatura era decisamente bassa, non c’era un termometro, ma credo si aggirasse intorno ai 10 gradi sotto lo zero. Girammo un po’ per la città ma, non incontrando nessuno, mi venne in mente di rivolgermi al posto di polizia per sapere dove fosse stato possibile trovare un motel. Tutti si dissero d’accordo e, così facendo, grazie alle indicazioni ricevute, lo trovammo velocemente anche perché, a quelle latitudini, la notte non è proprio notte, anzi, si vedeva piuttosto bene. Entrammo nel motel e dopo qualche minuto un anziano signore venne ad accoglierci. Alla richiesta di più stanze, ci informò che una sola era libera; per noi non era un problema dormire tutti insieme, quindi accettammo senza indugi. Il mattino seguente andammo tutti a pesca nella palude di Raider Depot che distava circa 20 Km. Dopo una breve pausa per il pranzo, consumato su una delle rive dei tantissimi corsi d’acqua della palude cucinando il pesce pescato, intorno alle 17.00 decidemmo di sospendere la pesca per far ritorno al motel. Anita uscì per comperare qualcosa da mangiare e, dopo aver mangiato, ci mettemmo a riposare decidendo che al risveglio saremmo ripartiti per la nostra meta finale. Closter, la meta, è un paesino poco dopo Snag dove era nato Jeoffry e dove ora risiedeva suo cugino che era il responsabile del territorio con le mansioni di coordinatore di pronto soccorso. Partimmo al mattino presto sperando di arrivare in serata. Fino a quel momento il tempo era stato clemente, ma sembrava voler cambiare e successe nel pomeriggio quando eravamo a non più di 150 Km da Snag. Iniziò a nevicare, la temperatura era bassa ma non soffiava il vento e il fatto mi stupì. Jeoffry, non appena la strada fu ricoperta dalla neve, prudentemente, scese a montare le catene. Erano le 16,30 e, 54


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per percorrere i restanti 150 Km, impiegammo ben tre ore e mezzo arrivando a Closter che erano le 20,00. La nevicata era divenuta intensa e la temperatura era 12 gradi sotto lo zero, lo notammo dal termometro posto sulla cima dell’edificio della stazione ferroviaria. Dopo mezz’ora, eravamo a casa del cugino di Jeoffry davanti a un bel caminetto acceso e facevamo uno spuntino. Parlammo di come avremmo trascorso i prossimi tre giorni e decidemmo che l’indomani saremmo andati a fare visita ai monti Elias con la cima di 6050 mt. Slm. Trascorremmo la serata raccontando le peripezie del viaggio al cugino di Jeoffry e alla sua ragazza poi ci ritirammo per riposare. Il mattino seguente ci preparammo per andare su quelle che erano le montagne incantate, per metà statunitensi e per metà canadesi, a ridosso del mare che guarda la sua cima e ai suoi piedi il paese di Malaspina. A circa 300 Km si trova la catena montuosa dell’Alaska con la sua cima il monte Mc-Kinley alto 6194 mt.. Durante il viaggio il cugino di Jeoffry disse che era possibile passare la notte in un rifugio sui monti Elias a una quota di 3500-3800 mt., pertanto si poteva trascorrere l’intera giornata sulle montagne senza dover ridiscendere, e continuò descrivendo il rifugio; disse che era piccolo ma raccolto, tutto in legno lucido. Poteva contenere una ventina di persone e al momento della prenotazione c’erano soltanto 4 persone più noi. Poi Jeoffry iniziò a raccontare della sua piccola baita costruita in legno. A un certo puntò mi sentii stanco e mi addormentai. Al risveglio eravamo vicino a Snag e si incominciavano a vedere in lontananza delle sagome gigantesche. Erano i monti Elias, proseguimmo fino ad arrivare ai piedi delle montagne. Era incredibile! Il sole emetteva una luce rosastra che colorava le stupende cime che, con la neve, dava dei riflessi rosa dappertutto anche tra le rade nubi che erano presenti intorno alle 55


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cime. Ero sbalordito da tanta bellezza. Per prima cosa facemmo tappa a casa di Jeoffry per prendere alcune cose che sarebbero state necessarie come, per esempio, il fucile che Jeoffry possedeva. Poi riprendemmo il nostro cammino per il rifugio dei monti Elias. Ci arrivammo dopo due ore e passa, ma ne era valsa la pena. Era veramente incantevole: piccolo, raccolto e accoglieva persone stupende, ma in particolare mi aveva colpito il bar sistemato nell’angolo, talmente ben incastrato che sembrava che l’angolo non ci fosse per niente dato che il bancone partiva dal sonato nascondendo l’angolo del locale. Mi appoggiai al bancone e ordinai un cuba-libre. All’interno del rifugio la temperatura era alta, si stava bene anche con pochi vestiti. Contrattammo la camera per la notte e ci accompagnarono in una stanza dove c’erano 2 letti grandi e 2 piccoli e tutto il mobilio era costituito da pezzi d’antiquariato. Tutte le finestre erano fornite di doppi vetri. Cenammo abbondantemente con cucina italiana, poi andammo a dormire, anche perché al mattino seguente ci aspettava una giornata con molti impegni. L’unica nota stonata era il fatto che io ogni tanto “stavo male” e pertanto “mi dovevo fare”. Mi feci alle 4 del mattino, poi alle 8 ci alzammo. La nostra destinazione era “la vetta”. Appena uscii mi si presentò un panorama di eccezionale bellezza. Si vedevano tutte e due le cime, sembravano due grossi batuffoli di zucchero velato. I raggi del sole davano mille colori infrangendosi sulle nevi delle montagne. La nostra intenzione era quella di arrivare il più in alto possibile e dato che il responsabile del rifugio (che oltre tutto era anche un amico del cugino di Jeoffry) doveva battere le piste in alto, sarebbe stato possibile andare con lui per visitare le cime o quasi. Partimmo dal rifugio alle 8.30 e iniziammo a salire. Man mano che salivamo, le nubi si facevano minacciose e difatti, dopo un po’, iniziò una leggera nevicata molto ben accolta dal guidatore del gatto delle nevi che avremmo utilizzato per bat56


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tere le piste: appena arrivammo nel deposito attrezzi, che era sito 200 mt. più in alto, tirammo fuori il gatto. Nelson si mise alla guida, io accanto e gli altri dietro. La nevicata aumentava d’intensità, non era un problema per noi ma lo era per battere la pista, cioè se fosse stata una nevicata leggera sarebbe stato un bene ma, essendo intensa, anche se la neve pressava subito si rifaceva uno strato soffice. A un certo punto ci fermammo per misurare la temperatura della neve e, maldestramente, scesi saltando credendo di trovare della neve fresca, mentre invece era gelata e pertanto i miei piedi non sprofondarono come sperato, facendomi male alle ginocchia. Risalii subito massaggiandomi la parte dolente, poco dopo iniziammo a battere la pista, ci vollero tre ore, poi una volta finito facemmo un giro nei dintorni. Eravamo distanti dal rifugio quando, per radio, sentimmo una richiesta di soccorso; tre rocciatori erano stati sorpresi dalla neve a 4500 mt. Si richiedeva a tutti i gatti delle nevi di intervenire in attesa delle squadre di soccorso che erano capitanate dal cugino di Jeoffry. Anche noi raccogliemmo la richiesta di soccorso e ci avviammo in direzione dei rocciatori. Quando arrivammo, sul posto erano già arrivati tre gatti e i soccorritori avevano già aiutato i rocciatori in difficoltà anche perché la nevicata era calata d’intensità. Nel frattempo era arrivato l’elicottero con a bordo il cugino di Jeoffry che caricò i rocciatori per portarli a fare un controllo sanitario. Rimanemmo d’accordo che la sera sarebbe venuto lui al rifugio e poi avremmo deciso il da farsi. Tornammo al rifugio con il gatto per pranzare. Nel tardo pomeriggio arrivò Nelson col quale trascorremmo parte della serata al rifugio per poi completarla a Snag in un bel locale dove c’erano, tra l’altro, delle bellissime ragazze. Ci lasciammo prendendo accordi per andare a visitare il centro di soccorso il giorno dopo. 57


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Il mattino, per la curiosità di vedere questo centro, ci alzammo prima del solito per arrivare alle 11,30. Per prima cosa guardammo i mezzi antincendio e di elisoccorso, poi visitammo la palestra e i vari settori di simulazione. Era veramente grande e organizzatissimo. La centrale operativa raccoglieva qualsiasi chiamata di soccorso e poi la smistava ai vari settori; proprio in quel momento qualcuno stava chiamando il centro per un incidente stradale. In meno di 3-4 minuti l’elicottero era operativo. Un’ efficienza incredibile! Tornammo al rifugio nel pomeriggio. Raccogliemmo tutte le nostre cose e ripartimmo per Closter dove avremmo passato i restanti due giorni. Nei pressi del paese c’era un lago con dei pesci di grossa taglia e io e Anita avremmo fatto una gara. Arrivammo a Closter che era ora di cena, stavo di nuovo male quindi mi ritirai in camera e controllai quanta “roba” era rimasta. Aprii lo “scartoccio” e mi accorsi che ne avevo consumata meno di quanto avessi pensato. Ne usai un po’, tornai sotto e dopo un paio di ore, andammo tutti a riposare. Il mattino ci preparammo di tutto punto per pescare. L’unico problema era costituito dal fatto che Anita, al contrario di me, conosceva perfettamente le esche da usare in quelle zone, pertanto mi sentivo svantaggiato. Domandai a delle persone quali esche avrei potuto utilizzare ma ognuna mi diede delle indicazioni diverse! Ero più confuso di prima fino a quando, incontrando un vecchio, (dato che i vecchi hanno come denominatore comune la saggezza) mi armai di coraggio e iniziai a fare domande partendo con la tipica frase: “Cosa si prende qui?”. Per tutta risposta l’anziano uomo mi fece cenno di stare zitto. Lo guardai e, spostando lo sguardo, mi accorsi che la sua canna da pesca stava piegandosi. Il vecchio, con una prontezza di riflessi straordinaria, tirò agganciando il pesce, quindi iniziò a camminare avanti e indietro come se danzasse ma seguendo 58


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il filo in tutte le sue direzioni. Con un gesto mi fece cenno di prendere il retino che era appoggiato per terra; eseguii l’ordine rapidamente e, proprio quando stavo per controllare in che direzione andasse il filo, vidi il pesce che fece quasi un salto fuori dall’acqua. Era un salmone maschio dal colore arancione marcato, e non impiegò più di 20 minuti per catturarlo. Considerate le dimensioni del pesce realizzai che solo un esperto pescatore avrebbe potuto pescarlo con quella semplice canna e quindi avevo trovato la persona giusta che avrebbe potuto consigliarmi quale tipo di esca usare. Notai subito una cosa che l’uomo aveva usato. Una pasta speciale per catturare il pesce. Gli chiesi cosa fosse e mi rispose che il salmone viene nelle acque dolci per riprodursi pertanto sente la mancanza del suo elemento “il mare e il sale”, quindi egli stesso aveva messo all’interno della pasta un chicco di sale grosso che avrebbe attirato irresistibilmente il pesce. Avevo trovato la risposta che cercavo, lo ringraziai e pensai tra me che quella era stata un’ulteriore conferma alla mia teoria cioè che gli anziani, grazie alla loro saggezza, sono da prendere da esempio. Il vecchio Dusgresten, così si chiamava, mi aveva regalato una palla della sua pasta. Passai oltre Anita e, osservando il suo retino, notai che le sue prede erano già molte. Mi chiese cosa avessi preso e le risposi che stavo ancora cercando il posto più adatto. Mi allontanai di circa un km in modo da non accorgersi di dove fossi, e iniziai fiduciosamente la mia pesca. Ciò che successe è tutt’ora un fatto storico! Ne tiravo fuori uno dietro l’altro. Era incredibile di come funzionasse quello stratagemma. Riempii il retino in meno di due ore catturando anche un esemplare che, per i suoi 7 kg, non entrava nel retino. Appena la raggiunsi, Anita non riusciva a credere ai suoi occhi e mi tempestò di domande del tipo dove li avessi pescati e con qua59


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le esca, etc. Le indicai il posto ma non le rivelai il tipo di esca usata, mentendo le dissi che li avevo pescati con il “cucchiaino”: un’ esca artificiale che, essendo colorata e girando sott’acqua, attira il pesce il quale, mangiandola, viene arpionato dalle ancorette nascoste. Anita prese alcuni dei miei cucchiaini e si mise a pescare poco lontano da me. Senza volerlo le avevo dato un ottimo suggerimento perché di lì a poco abboccò un salmone di circa 2 kg. Nel contempo, io continuavo a tirare fuori un pesce dopo l’altro. Avevo già tre volte i suoi pesci e alla fine della gara li pesammo: Anita aveva pescato ben 18 kg di salmoni, ma io, con i miei oltre 60 kg di pescato, l’avevo superata alla grande. Mi decisi a svelarle il trucco insegnatomi dal “vecchio”. Non riuscivo a capire se ridesse o fosse furibonda, diciamo un po’ tutte e due le cose! Tornammo a casa tardi stanchi, al punto che andammo a dormire senza nemmeno mangiare. L’indomani sarebbe stato il giorno della partenza. Ci svegliammo presto e, dato che avevamo programmato di partire in serata, trascorremmo la giornata fumando e mangiando. Ripartimmo da Snag alle 20,00 raggiungendo Edmonton alle 14,00 del giorno dopo e, da qui, alle 18,00 prendemmo il volo per Amsterdam.

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La giungla del Kerala Giunti ad Amsterdam consumammo un’abbondante colazione con il solito cappuccino italiano e dell’ottima pasticceria, presso il locale della signora Outmahier sulla Damrak, dopodiché andammo a trovare il mio amico Paul. Parlando, ci spiegò di quanto fossero migliori le piante fumate nei posti di origine: tagliate, seccate al punto giusto e poi fumate. Fece vedere, a me e a Jeoffry, alcune fotografie di piantagioni in Senegal e nel Ghana con una valle dal microclima adatto allo sviluppo di una specie di piante di Marijuana che raggiungeva un “potenziale” incredibile, tanto da essere chiamata “l’erba della valle del diavolo”. Questo perché le caratteristiche di questa valle erano peculiari. Circondata da pareti a picco che si innalzano per 500-800 mt Slm. la vegetazione che si sviluppa nel fondo di questa valle è condizionata dall’umidità costante al 100% e l’irradiazione solare è di molte ore cioè dall’alba al tramonto. Queste piante, per difendersi dai raggi solari, hanno a disposizione l’umidità che favorisce la crescita e lo sviluppo nel suo insieme e il sole fortissimo fa sì che, per difendersi, emettano molta più resina del normale, dando un colore alla pianta esternamente rosso e, a uno strato profondo, nero con riflessi blu notte. Il suo potenziale in THC è altissimo. È una delle 5 piante di Marijuana più potenti del mondo. In Senegal, lungo le paludi della costa, si trovano piantagioni selvatiche dette Jungle che hanno come caratteristica il fatto che se gli viene tolto il “maschio” e non vengono impollinate, invece di disperdere il loro potenziale per la produzione di semi, lo “erogano” per la produzione della difesa dal sole sotto forma di resina, e ne produce talmente tanta che è possibile fare il fumo con queste piante. Paul sarebbe andato giù da amici suoi per vedere se era possibile comperare il prodotto oppure si doveva prima coltivare 61


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la terra per il prodotto. Gli espressi tutto il mio interesse per questo viaggio e alla fine mi chiese di accompagnarlo. Ci pensai un po’. Certo, la spesa affrontata per il viaggio in Canada aveva dimezzato il mio patrimonio, ma laggiù non avremmo speso nulla se non per il biglietto. Gli chiesi quando sarebbe partito, mi rispose:- “Tra otto giorni”. Realizzai che per me sarebbe stato giusto il tempo necessario per tornare a casa con un po’ di fumo, fare il bucato, racimolare qualche soldo e tornare ad Amsterdam. Non sarebbe stato affatto impossibile! Accettai. Paul ne fu più entusiasta di quanto pensassi. Brindammo e fumammo per tutto il giorno facendo ogni tanto uno spuntino, poi tornammo a casa di Jeoffry e mi addormentai presto. Il giorno seguente ero di nuovo a Perugia e la sera stessa ricevetti una telefonata da Paul il quale mi informava che il viaggio avrebbe previsto una tappa di più. Mi prospettò l’itinerario: saremmo partiti da Roma Fiumicino per Dakar dove ci saremmo fermati tre giorni per poi ripartire per Accra in Ghana e sostare quattro giorni, da qui a Cochin nello stato del Kerala all’estremo sud dell’India verso una foresta con particolari piante di erba. Paul era entusiasta di questo nuovo itinerario, io invece rimasi un po’ perplesso rendendomi conto dell’aumento di costi, ma quando mi assicurò che avrebbe contribuito a pagare il biglietto, non ebbi più esitazioni ad accettare. Ci saremmo visti ad Amsterdam dopo 6 giorni, e il seguente saremmo partiti per Dakar. Non avevo molto tempo per organizzarmi quindi mi diedi subito da fare. Da tempo mi balenava in testa un’idea, che fino a quel giorno era rimasta inutilizzata perché non ne avevo avuto bisogno: nel garage avevo riposto in tanti scatoloni centinaia di giornalini tipo Diabolik, Tex, Zagor, Dylan Dog, Martyn Mister. Erano collezioni intere e alcuni numeri di essi valevano una fortuna. Vendendoli, realizzai 5 milioni che, sommati ai 3 che avevo già, sarebbero stati più che sufficienti per affrontare il viaggio 62


Un gioco per la vita

senza difficoltà. Andai a dormire con particolare tranquillità e soddisfazione pensando che stavo per approdare in una parte del mondo che non avevo ancora visitato e sentivo quel sapore che l’emozione mi dava in queste circostanze. I giorni che mi separavano dalla partenza li trascorsi tra serate con gli amici e serate in compagnia della mia donna. La sera prima della partenza per Amsterdam, come al solito il sapore dell’emozione era troppo forte e mi causava insonnia, riuscii comunque a dormire per qualche ora ma, ovviamente, mi svegliai due ore prima del suono della sveglia. Avevo qualche problema con vestiario dal momento che avremmo cambiato sia Continenti che latitudini. Alle 14,00 ero nel pub di Paul e stavamo “parlando”. Mi spiegava che era tempo che cambiasse il nome del pub Transkey (erba dal quale prende nome il pub). In quel paese, con l’avvento dei fosfati, la terra si era impoverita a causa anche delle colture forzate pertanto la qualità non era più la stessa e occorreva cambiare. Per questo motivo stava progettando di trovare un altro paese per coltivare l’erba che doveva essere la migliore e, dopo accurate ricerche, aveva scoperto che in Senegal, Ghana e Kerala ci potevano essere qualità con le caratteristiche da lui desiderate. Il mattino seguente saremmo partiti. Decidemmo che avremmo fatto i biglietti da Amsterdam con tutti i vari scali. Ci precipitammo in agenzia dove Paul aveva già predisposto tutto. Aveva prenotato per due persone lasciando una caparra. Saldammo il conto dei biglietti. Spesi poco più di 2.500.000 mentre Paul, che come d’accordo avrebbe dovuto pagare anche il mio tratto di volo, arrivò a spendere quasi il doppio. Tornammo al pub, bevemmo qualcosa mentre facevamo una canna d’erba. L’aereo sarebbe partito alle 13,40 da Amsterdam per giungere a Dakar alle 18,00.

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Un gioco per la vita

Al mattino preparammo le ultime cose e Paul mi informava sui paesi che avremmo attraversato. Il Senegal è di religione musulmana, la moneta era il franco locale, la lingua il francese ed è una delle più grandi produttrici di arachidi. Il territorio è in maggioranza pianeggiante; soltanto nella parte dell’estremo est ci sono dei rilievi e anche qui, la caratteristica ambientale per cui cresce erba migliore che in altri posti, non è altro che riuscire a trovare dei microclimi che favoriscono la crescita di tali piante. In Senegal esiste uno di questi posti (come del resto ne esiste uno in Ghana e in Kerala). Essendo quasi del tutto pianeggiante, questo paese è ricco di zone paludose, in particolare una lingua di mare che entra per circa 100 km fino a lambire la città di Sedhiou che appunto dista dalla costa 110 km. Lungo le rive di questa lingua di mare, cresce un tipo di erba le cui piantagione vengono private dei maschi facendo sì che esse non spendano energie per lo sviluppo dei semi ma per lo sviluppo della resina e polline. Appena pronto il tutto, andammo a pranzare in un buon ristorante italiano dal momento che per diversi giorni non avremmo mangiato molto. Finito il pranzo passammo al pub e Paul lasciò disposizioni a riguardo degli orari d’apertura del pub, poi ci dirigemmo verso l’aeroporto dato che non mancava più di un’ora e mezzo alla partenza. Arrivammo a Dakar che già iniziava il tramonto. Il caldo era intenso. Cercammo un posto dove pernottare e non faticammo affatto per trovarlo. Difatti non distava oltre 5 km dall’aeroporto l’hotel che avevamo scelto. Cenammo all’interno dell’hotel e presso di esso noleggiammo una jeep per l’indomani. Prendemmo alcune informazioni di carattere geografico e andammo a riposare. La sveglia (come del resto avevamo richiesto) ci venne data alle 06,00. Dopo un’ora eravamo già saliti sulla jeep in direzione di Koalack. La strada, man mano che ci si allontanava dalla capitale, peggiorava diventando sempre più tortuosa e non asfaltata. Impiegammo circa un’ora e mezza! 64


Un gioco per la vita

Ripartimmo per la destinazione finale di Sedhiou. C’era un problema da risolvere: si poteva attraversare il piccolo stato del Gambia o si aggirava l’ostacolo aumentando però il percorso di almeno 250/300 km. Le ultime notizie informavano che sarebbe stato difficile attraversare il Gambia per il suo grande fiume a causa delle intense piogge che avevano mandato in tilt i ponti, pertanto, se avessimo avuto qualche dubbio in proposito, ci passò subito. Non fu facile attraversare quel territorio. Le piogge intense avevano cancellato alcuni tratti delle strade tanto che a volte dovemmo fare dei giri in circonferenza per ritrovarla. Per arrivare alla meta impiegammo più di otto ore. C’era ancora luce e prendemmo la direzione delle piantagioni che si scorgevano in lontananza. In 10 minuti arrivammo nei pressi di un recinto attraverso il quale si potevano osservare degli esemplari di Sensimilla, unici per la dimensione sia del fusto che dei fiori. Camminammo senza togliere gli occhi da quelle piante quando scorgemmo un contadino intento a tagliare alcune cime (usando questa tecnica, la pianta tende a svilupparsi in larghezza creando a volte più cime). Si accorse subito della nostra presenza e cordialmente ci invitò a guardare il suo prodotto; ci fece avanzare fino all’entrata della recinzione, ci inoltrammo nella piantagione. Quasi tutte le piante erano più alte di me (sono alto 1,92 m). Alcune raggiungevano i 3 metri con cime dalle dimensioni incredibili. Da una piccola sacca di pelle legata intorno alla vita, l’uomo estrasse un fiore secco ma appiccicoso per la resina che conteneva. Infatti le piante risultavano migliori grazie al fatto che vi è acqua salata del mare vicino e, per difesa, sono costrette a emettere una maggior quantità di resina; ma, allo stesso tempo, il fiume, che scorre parallelamente, fornisce costantemente acqua di ottima qualità. L’uomo ci fece fumare e scoprimmo quale fosse la “vera” erba. Ci invitò nella sua casa dove c’erano la moglie con i quattro figli, due dei quali sposati. 65


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Rimasi stupito nel vedere che i bambini avevano sulla testa tanti rametti di fiori di “erba” intrecciati con i capelli. Domandai a Paul se quella fosse un’usanza o una specie di rito. Mi rispose che il fatto aveva un duplice scopo: tenere lontano i parassiti e ripararli dal sole (che spesso uccide i bambini). I rametti in superficie sono così naturalmente essiccati dopo un giorno che sono sopra la testa e, soltanto prima di andare a letto, i ramoscelli furono tolti e posti in un luogo fresco sopra un letto di foglie della stessa pianta. La fame iniziava a farsi sentire. Proposi di fare una cucina italiana, proposta che fu subito accettata. Preparammo i famosi spaghetti che ebbero uno strepitoso successo. Era calata la sera e le uniche luci provenivano dalle candele dato che non si poteva usare la lampada a gas perché la bombola si era esaurita. Anche le posate e i piatti di plastica ebbero successo in quanto, pesando poco, potevano essere trasportati senza eccessivi sforzi. Finito di mangiare e di fumare, la stanchezza mi ricordò che era giunta l’ora di coricarsi, ma dove? Lo chiesi a Paul il quale mi indicò una serie di tendine poste una accanto all’altra. Avvicinandomi, mi accorsi che altro non erano che dei posti letto, sarebbe bastato aggiungere i sacchi a pelo. Le retine servivano per difendersi dagli insetti che in quella regione non mancavano affatto. Infatti uno su quattro è pericoloso, e uno su nove è mortale. C’era poco da stare allegri! Rimasero a dormire anche due persone sopraggiunte da poco; erano due lavoranti del contadino. La notte non fu delle migliori, non riuscivo a prendere sonno a causa dei ragni notturni che, camminando, emettevano uno strano “scricchiolio”, per non parlare poi degli insetti che andavano a infrangersi sulle retine. Insomma un movimento incredibile! Soltanto a notte inoltrata riuscii ad addormentarmi. La mattina ci al66


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zammo velocemente e ci dirigemmo, con il contadino, verso il centro della piantagione con i bambini al seguito. Ogni tanto l’uomo prendeva dai capelli dei bimbi, un ramoscello che sbriciolava per poi farne una pipa, della quale, di primo mattino, sentimmo tutta la “potenza”. Paul e il contadino iniziarono a contrattare il prezzo di quelle piante. Paul spiegò la sua situazione. Restammo a discutere per oltre un’ora, poi tornammo indietro. Raggiunta la casa del contadino, Paul mi disse che il giorno dopo saremmo ripartiti per il Ghana, e che era molto soddisfatto di ciò che aveva trovato in quel posto meraviglioso. L’indomani partimmo presto e, poco dopo il tramonto, eravamo a Dakar, dove pernottammo e al mattino alle 9,15 prendemmo il volo per Accra. Il volo durò poco più di un’ora e un quarto. Lo stato del Ghana ha per moneta il Cedi, per lingua l’inglese, la religione è Animista Musulmana; è un ottimo produttore di diamanti pur essendo un paese povero. Subito dopo pranzo, data l’impossibilità di noleggiare un’auto, prendemmo un taxi e ci dirigemmo verso Manpong, città sita alla fine della grande lingua del lago Alto Volta. Le rive del lago sono costeggiate da colline e montagne sino a divenire un canyon vero e proprio con all’interno una valle che ha pareti che si innalzano per 500/800 mt., favorendo lo sviluppo di un microclima nella valle all’interno del canyon, valle le cui caratteristiche sono l’umidità costante al 100% e la potenza dei raggi solari che fanno sì che le piante d’erba che ci crescono subiscano un continuo martellare dei raggi ultravioletti che con la formazione di vapore e pertanto di acqua, subisce un ulteriore afflusso di raggi ultravioletti, tanto da essere definita l’erba del diavolo, dato il suo colore nero con riflessi blu. Eravamo arrivati nei pressi del grande ponte che attraversa il lago Alto Volta, percorso obbligatorio per raggiungere il 67


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piccolo centro di Lamakara, luogo nel pieno delle piantagioni che cercavamo. Il ponte era spaventoso più che altro per le acque che ci scorrevano sotto che erano impetuose, tanto da farlo traballare pur essendo costruito in ferro. Ci fermammo per raccogliere tutto il nostro coraggio e con molta cautela passammo aumentando la velocità man mano che si avvicinava la sponda opposta. Appena attraversato il ponte tirammo un sospiro di sollievo! Arrivammo a Lamakara dopo quattro ore ed era buio pertanto non potemmo vedere subito le tanto sospirate piante. A differenza del Senegal dovemmo fare diversi giri prima di trovare un posto per trascorrere la notte. Ci ospitarono dei contadini che non erano i proprietari della terra ma che il giorno dopo ci avrebbero condotti da essi. Mangiammo abbondantemente poi chiesi a Paul: “Vuoi vedere che stasera non riusciamo neppure a fare una canna?”. Alzò le spalle come per dire che non lo sapeva. Il contadino, una volta finito di cenare, ci invitò in un’altra stanza e ci fece accomodare su delle comode sedie di bambù e, come se avesse sentito ciò che io e Paul avevamo detto poco prima, tirò fuori una pipa e, dalla tasca, un sacchetto con dell’erba. Appena la vedemmo, rimanemmo stupiti dal colore. Pensavamo che sarebbe stata nera con dei riflessi blu ma la realtà in questo caso superava di gran lunga la fantasia. Ne presi in mano un po’, era appiccicosa, la resina era talmente tanta che sembrava essersi immersa in un barattolo di resina. La tagliammo con delle forbicine e, come tentavamo di “impastarla” con il tabacco, diveniva un “pallottolo”. Pertanto sarebbe stato meglio fumarla sulla pipa che venne accesa da Paul e che poi la passò a me che non vedevo l’ora di fumarla. Tossimmo entrambi per qualche minuto; era potentissima! Avevo fumato poche erbe così forti, ecco sì, forse l’olio di hascisc ma, se fatto con un ottimo fumo. Non riuscimmo a fumare una seconda pipa, 68


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anche perché nella prima era stata introdotta erba sufficiente per 10 sigarette. Andammo a dormire e non ci svegliammo, se non in tarda mattina per il rumore causato da una jeep. Ci alzammo e intuimmo che il contadino era andato a chiamare il proprietario terriero. Paul parlò a lungo con quell’uomo senza però raggiungere nessun accordo. Le piantagioni erano in numero limitato pertanto sarebbe stato possibile acquistare un minimo di quantitativo a un prezzo relativamente alto. Paul, prendendomi in disparte, mi chiese cosa ne pensassi, gli risposi che il prezzo, data l’eccellente qualità dell’erba, mi sembrava equo ma sarebbe stato meglio comperarla per uso personale, cercandone di diversa per il pub. Paul si trovò d’accordo con me e decidemmo che, prima di prendere decisioni finali, saremmo andati nel Kerala, dove si diceva si potesse trovare l’erba migliore a un basso costo. Tornammo ad Accra il giorno seguente e la sera ci imbarcammo per il Kerala. Certamente il viaggio fu diverso dai precedenti, stavamo andando dall’altra parte del mondo! Avevo dentro di me un’emozione più forte del solito, in quanto non avevo mai messo piede in quelle zone. Ora eravamo dall’altra parte del continente e tutto sarebbe stato diverso. Il viaggio sembrava non aver fine. Atterrammo a Madres che era notte. Anche in questa parte del paese la moneta è la Rupia, la lingua l’inglese, la religione invece, in questa parte del paese, è per la “stramaggioranza” induista. Lo stato del Kerala ha per capitale Trivandrum. La temperatura era molto alta, anche perché eravamo al livello del mare. Fortunatamente, la nostra meta era in montagna, conseguentemente avremmo trovato sicuramente una temperatura più fresca. Arrivarci non sarebbe stato certamente facile; avremmo dovuto prendere un altro volo per arrivare sino a Bangalore, da qui in pullman fino a Coimbatore e, da qui, avremmo 69


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dovuto attraversare la jungla del Kerala, una delle più belle foreste del mondo nonché altrettanto insidiose al punto di dover ingaggiare alcuni uomini per aprire un sentiero a colpi di macete. Pernottammo nell’hotel all’interno dell’aeroporto e il mattino seguente partimmo presto per giungere a Bangalore dopo circa tre ore. Sul posto, ci informammo per prendere un pullman per Coimbatore che però trovammo solo in tarda serata. Sarebbe partito entro un’ora e avrebbe percorso un itinerario di circa 500 km. Il pullman era mal ridotto con sedili strappati e anche bucati. Subimmo una vera tortura per ben 10 ore, tanto era durato il viaggio. Appena arrivati, avevamo le ossa a pezzi al punto da scegliere un hotel a 4 stelle con un letto così comodo, che dimenticammo tutti i vari dolori. Al mattino ci dirigemmo verso il mercato che, dalle informazioni reperite, era l’unico posto dove sarebbe stato possibile trovare degli uomini disposti ad aprire il sentire nella jungla e difatti fu proprio lì che trovammo le persone adatte. Per evitare storie, pagammo il doppio di quanto ci chiesero. Incaricammo l’uomo che sembrava avere più dimestichezza con l’ambiente che dovevamo affrontare, e gli chiedemmo che cosa sarebbe stato necessario comperare. Insieme, andammo in un magazzino che era fornito di un po’ di tutto. Lascia carta bianca a Darscj (così si chiamava l’uomo) per gli acquisti necessari. Introducemmo, gli stessi, in delle sacche che sarebbero poi state trasportate dai muli; finimmo i preparativi nel tardo pomeriggio, mangiammo qualcosa e quindi andammo a riposare. Prima di addormentarmi, realizzai che il viaggio non si era svolto esattamente come previsto. Infatti, il programma originale prevedeva l’arrivo a Cochin direttamente in Kerala, ma forse era stato meglio così, per lo meno non potevamo certo negare che fosse mancata l’avventura! Ma dovevamo ancora attraversare la jungla!

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Il mattino seguente, ero pronto per la parte del viaggio più avventurosa. Avevo indossato mimetica e anfibi, e mi ero munito di un grosso coltello che per le sue dimensioni, assomigliava più a una spada. Il tratto iniziale non fu affatto faticoso e la foresta era molto calda e ancora rada, ma poi iniziammo a salire, e lo facemmo per diversi chilometri, tanto da essere stanchi morti. Decidemmo che una volta spianata la strada, ci saremmo fermati a riposare e a mangiare qualcosa. Circa un’ora dopo, la strada spianava, di lì a poco avremmo attraversato la piccola “frontiera” che, fino a pochi anni fa, delimitava il confine con il Kerala. Non vi trovammo nessuno. Tutti “rifocillati” dal pranzo e dalla sosta, che era durata circa due ore, riprendemmo il cammino mantenendo un veloce passo di marcia. Nel tardo pomeriggio, dopo due ore che stavamo scendendo, iniziammo a trovare vegetazione sempre più fitta. Iniziammo a camminare in fila indiana e gli uomini davanti si davano il cambio per abbattere la vegetazione e permetterci così di passare. A un certo punto, mentre mi trovavo in terza o quarta posizione, ci trovammo davanti a un idolo di pietra. Rimanemmo incantati dalla sua bellezza. Alcuni si fermarono a pregare e noi ci unimmo a loro: ognuno con le proprie preghiere, ma con un solo Dio. Eravamo ormai in mezzo alle due cime della jungla, la Doda Betta (2637 mt s.l.m.) e la Anai Mudi (2695 mt. s.l.m.) . Mancava poco a Paghat, il posto nel quale dovevamo arrivare. Da lì la strada sarebbe stata poca, anzi si diceva che all’interno della città ci fossero piante selvatiche di erba con una caratteristica particolare: le foglie di questo tipo di pianta sono molto grandi e raccolgono la resina che cola dai fiori. Infatti essa viene fumata avvolta tra queste foglie come un sigaro di media grandezza. Appena arrivati a valle, sulle sponde del fiume Canvery facemmo il campo per la notte, dato che mancavano ancora 35 km alla meta. La sera, davanti al fuoco si firmava e si parlava. Io parlavo con 71


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un portatore del luogo che mi disse che sulla riva del fiume che scorreva a meno di mezzo km, la notte si “radunavano” tartarughe e alcune di grandi dimensioni. Venni subito colto dalla curiosità e mi feci accompagnare sul posto. Con una pila vidi che lungo tutta la riva vi erano tartarughe anche enormi, ma con grossa sorpresa vedemmo un coccodrillo che faceva un pisolino. Purtroppo, mi venne in mente di fotografarlo da vicino e appena scattò il flash anche l’animale fece uno scatto, ma, accecato dall’intensa luce, fortunatamente non riuscì a vedermi. Ci demmo immediatamente alla fuga e raggiungemmo il campo con il cuore in gola e gridai a Paul: “Corri, prendi il fucile che ci sono coccodrilli affamati che intendono fare uno spuntino con me”! Tutti si misero a ridere e ripensando a ciò che avevo appena finito di dire, scoppiai in una risata anche io. Tornai al mio posto pensando che certamente non sarebbe stata una notte tranquilla. Nonostante i rumori della foresta, tutti mi assicuravano che era una zona tranquilla. Sarebbe bastato lasciare il fuoco acceso e nessuna bestia si sarebbe avvicinata. Io, invece, ero più dell’idea di metterci in cammino sino alla fattoria, la nostra meta, dove avremmo trovato il proprietario della maggior parte delle coltivazioni, ma nessuno mi prese in considerazione.

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Certo non fu una magnifica notte sotto le stelle ma non potei lamentarmi. Riprendemmo il cammino appena fu giorno e lo spettacolo che mi si “parava” era incredibile. All’interno del canion si era formata una fitta nebbia che non permetteva di vedere nulla. Avevamo già percorso oltre la metà dei 35 km. Eravamo in marcia da oltre 5 ore, quando perdemmo la vista della vallata dato che stavamo passando dietro il monte per poi ritrovarci proprio in mezzo alle “piante”. Ci vollero altre 4 ore di cammino. Stavamo per superare un piccolo valico che ci avrebbe permesso di vedere finalmente queste. Arrivammo in tre per primi in cima; un portatore, io e Paul. Lo spettacolo era incredibile, la nebbia era quasi scomparsa e le piante di colore nero blu notte risaltavano sulla vegetazione in modo inverosimile. Più ci avvicinavamo e più mi rendevo conto delle loro dimensioni che erano spropositate. In fondo alla valle scorgemmo quella che doveva essere la casa del proprietario delle terre. Infatti così fu e dopo un’ora eravamo sul posto. L’ospitalità che ci offrì il contadino con i suoi figli, fu a dir poco unica. Per prima cosa ci fecero mangiare. Poi ci recammo in una stanza-magazzino all’interno del quale vi erano migliaia di piante tagliate alcune di esse appese a testa in giù. Da una parte vi era una raccolta di foglie di grandi dimensioni che servivano per “rollare” i fiori all’interno. Dato che anche le foglie hanno un buon potenziale (la resina cade dai fiori sulle foglie rendendole ottime da fumare) e possono essere usate al posto delle cartine, fumammo quell’erba. Credo che, sia come sapore che come potenziale, abbia poche rivali al mondo. Paul era entusiasta, non faceva altro che fumare ed elogiare il prodotto. Il contadino disse che l’indomani mattina saremmo potuti andare a visitare le piante e fare un poco di “charras” magari usando quelle più bruttine dato che per fare il charras bisogna passare le mani sui fiori “rollandoli” ma così facendo i fiori si rovinano. Dopo circa due ore andammo a 73


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riposare. Il contadino ci aveva dato una stanza dove c’erano due letti e non mi sembrava vero! Dormii profondamente per tutta la notte. Il mattino seguente ci alzammo, mangiammo qualcosa al volo e subito cercammo il contadino per farci accompagnare. Impiegammo ad arrivare molto meno di quanto pensassi e lo spettacolo fu incredibile. Subito chiesi quali piante potessi usare per il charras, mi indicò quelle che non erano più alte di circa 1,70 mt. Ce n’erano alcune che raggiungevano i tre metri di altezza e le dimensioni delle foglie erano paragonabili a due mani insieme. Tornammo dalla piantagione dopo pranzo. Io riuscii a fare ben 10 gr. di charras (e nei tre giorni che rimasi lì me ne feci circa 30 gr.) da riportare a casa. Passammo il resto della giornata a parlare comodamente fumando e bevendo sino a sera e dopo cena, ci facemmo fare un “massaggio” dalle ragazze del posto che ci “rimise al mondo”. I due giorni restanti ci godemmo la vita più che si poteva. Tutti erano contenti. Paul aveva trovato la sua erba per il pub, il contadino aveva fatto un buon affare e io avevo trovato dei posti stupendi con persone stupende. Il viaggio di ritorno fu semplice e senza problemi.

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L’eroina mi ha rubato l’anima La situazione stava cambiando, il mio comportamento stava cambiando, più mi inoltravo nel mondo dell’eroina, più aumentava la mia aggressività. Ero depresso e sopperivo a questo mio handicap “facendomi”. L’unica cosa che non facevo era quella di vendere eroina, ma questo significava trovare, in altri modi, i soldi per comperarla. Pertanto mi vedevo costretto prima a “chiedere” a mia madre e mia nonna. Poi, non riuscendo a coprire la spesa per la “roba”, iniziai a vendere qualche pezzetto di fumo. Quando ero in astinenza non c’erano altre possibilità. Qualche volta essendo vecchio del giro aiutavo altri ragazzi (che magari quel giorno non sapevano dove trovare la roba) a reperirla e, trovandola, avevo “diritto” ad una “pera”. Capitano dei giorni in cui non si riesce a trovare qualcuno disposto ad aiutarti, pertanto l’alternativa è il SERT., ove avviene anche la distribuzione di metadone, ma purtroppo il servizio non può offrire molto visto l’elevato numero di utenti e sono poche le persone che all’interno del SERT. hanno sempre a cuore la salute degli utenti. Per mia fortuna sono diventato amico di uno dei medici del citato servizio che mi è rimasto accanto per oltre 15 anni cercando di convincermi, ed ora è grazie a lui se il mio scritto verrà letto da molti di voi. Il mio periodo migliore iniziò a chiudersi alla fine del 1989 quando venni arrestato per la detenzione di un fucile. Questo mi era costato il ritiro del passaporto e quindi non potevo più fare i miei viaggi. Mi ero limitato a viaggiare in Europa, soprattutto ad Amsterdam dove era possibile reperire sia il fumo che la roba. Subito dopo la mia carcerazione, che durò una quindicina di giorni, venni processato per direttissima subendo una condanna a otto mesi. Premetto che, qualche giorno prima della mia carcerazione, mi era stata presentata quella che sarebbe diventata mia moglie. Avevamo un appuntamen75


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to per il giorno in cui venni arrestato e la sorte volle che, mentre mi aspettava nel bar convenuto, sfogliasse il giornale, vedendo la mia foto e leggendo l’articolo che riportava quanto mi era accaduto. In carcere pensai molto a lei e all’appuntamento perduto. Pensavo che, molto probabilmente, non l’avrei rivista e la cosa mi dispiaceva, dato che era una ragazza che mi aveva proprio stregato. Per me era un angelo e, al pensiero che non l’avrei rivista, mi angosciavo, anche se avevamo trascorso soltanto un pomeriggio insieme. Era stato un vero colpo di fulmine! Appena uscii dal carcere, mi misi in cerca della persona che mi aveva causato dei “guai al cuore” e un pomeriggio che mi trovavo in piazza della Fontana al centro di Perugia incontrai Graziella. Era con la sua auto e vedendomi si fermò. Il cuore sembrava volesse scoppiarmi tanto ero felice. Subito mi chiese cosa mi fosse successo, le spiegai quanto accaduto e poi ci demmo un appuntamento. Ero contento, da quel pomeriggio era iniziata la più bella storia della mia vita (ma che l’eroina ha poi compromesso forse in modo irreparabile). Io amavo profondamente Graziella e, quando rimase in stato interessante, mi sentii la persona più felice del mondo. Avevo deciso che mi sarei disintossicato e poi ci saremmo sposati. Iniziai la mia disintossicazione grazie al mio amico dottore, che mi trovò un posto in un reparto del Policlinico. La disintossicazione sarebbe stata favorita da un farmaco di nome Clonidina che ha, come azione primaria, l’abbassamento della pressione arteriosa facendo sì che l’astinenza si riduca notevolmente. Ma sarebbe bastato un dosaggio sbagliato per vanificare tutto. Per esempio, un basso dosaggio non sarebbe riuscito a mantenere la pressione costantemente bassa, pertanto si potevano manifestare attacchi di vomito e diarrea. In caso di sovradosaggio, invece, si rischiava la morte del paziente per collasso cardio-circolatorio e fu quello che accadde a me, con la sola differenza che io non morii. Tutto 76


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avvenne per un banale errore; era l’ora del cambio di turno degli infermieri. Quello che smontava mi portò alle 5,30 la “pasticca” che prendevo abitualmente (avevo la pressione a 90 su 60 ed ero in stato di torpore e confusione) e successe che l’infermiere che passò dopo aver dato il cambio (saranno state le 6,30) mi portò anche lui la “pasticca” facendo sì che prendessi una dose doppia di Clonidina. Per mia fortuna, uno studente in medicina, entrando in camera mia, si accorse subito del mio stato. Mi fecero un elettrocardiogramma e mi misurarono la pressione arteriosa che si era abbassata a 60 su 40. Ebbi un arresto cardio-circolatorio, ma la costante presenza del medico mi salvò la vita. Nei giorni a seguire le sofferenze furono veramente tante, facevo tutti i “bisogni” addosso, avevo eiaculazione spontanea senza motivo apparente, anche i conati di vomito e il vomito erano sempre più frequenti. Per tutto il giorno aspettavo che venisse sera, quando Graziella veniva a trovarmi, solo in quei momenti la metà dei dolori scompariva. Passarono 10 giorni. Una mattina mia madre venendomi a trovare, mi portò una lettera di un mio amico (che ora si è trasferito in India) all’interno della quale trovai una bustina di “roba”. Mi venne quasi un colpo! Stavo rischiando che le mie sofferenze di oltre 10 giorni potessero essere vanificate. La conservai sino all’arrivo di Graziella la sera. Soltanto dopo aver parlato con lei trovai il coraggio di buttarla via. Amavo e amo ancora Graziella, ma in quel periodo l’adoravo. Purtroppo l’eroina rende l’umore della persona succube e molto variabile. Questo perché la “persona”, soggiogata da tale sostanza, quando è in astinenza soffre terribilmente sia con il corpo che con la mente. Pertanto è impossibile essere calmi e disponibili, dato che le caratteristiche della crisi d’astinenza vanno proprio dal nervosismo convulso che è dovuto al pensiero di come poter reperire la sostanza, ai sintomi veri e propri dell’astinenza, quali sudorazione, deciso aumento della 77


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pressione sanguigna, tremori e spasmi muscolari accompagnati da frequenti sbadigli e lacrimazione, perdite di materiale muco-nasale, perdita di controllo dello sfintere, attacchi di diarrea e vomito, possibilità di comparsa di qualche linea di febbre dovuta alle infiammazioni che prendono vigore. L’apatia è una delle componenti primarie, la depressione lo è altrettanto e spesso sfocia in crisi di nervi che possono portare il soggetto al tentativo di suicidio. Sussiste la perdita d’interesse per tutte le attività che non comprendono “la roba”. Non vi è cosa che possa piacere quanto la roba che spesso è anche più forte dell’amore e persino dell’amore di una madre. Finita la prassi della disintossicazione, venni dimesso. Una volta a casa riuscii a resistere per circa 10 giorni, ma poi mi “rifeci” di nuovo. Tentavo di tenerlo nascosto a Graziella. A volte perché non si accorgesse del mio stato, mi presentavo agli appuntamenti “fatto” in modo che così avrei evitato sudorazioni e sbalzi d’umore improvvisi. Oppure quando si faceva all’amore, se non mi “facevo”, eiaculavo subito senza essere in grado di continuare facendo una brutta figura. I mesi passavano e Graziella rimase incinta. Io volevo quel bambino da lei, l’amavo come non avevo mai amato nessuno, ero sicuro che fosse la donna dei miei sogni. Decidemmo di sposarci in chiesa il 22.4.90, facemmo il pranzo di nozze in un ristorante sito quasi a 1000mt slm, era un posto a me molto simpatico e lo consideravo un porta fortuna. Iniziammo il nostro viaggio di nozze partendo da Fiumicino. La portai ad Amsterdam e Stoccolma. Purtroppo non mi comportai bene nemmeno in quell’occasione, perché ad Amsterdam vendetti addirittura dell’oro per poter comprare la “roba” e, a Stoccolma, la lasciai sola in camera per cercare la “roba”. La mia “vita” stava rovinando la vita degli altri per colpa di quella MALEDETTA POLVERE e non potevo farci nulla. Passò un anno in cui i miei unici viaggi erano ad Amsterdam e Copenaghen, nel 78


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quartiere di Christiania dove era possibile comperare la roba a prezzi quasi di produzione. Il giorno che per la prima volta mia moglie mi lasciò, era il 1 maggio. La spaventai tirandole una bottiglia di plastica di alcool. Se ne andò con mio figlio e, come se non bastasse, mi denunciò per maltrattamenti, anche se io non le avevo fatto mai del male fisicamente. Mi ritrovai solo. Per l’ennesima volta, la persona che più mi era cara mi aveva abbandonato portando via con sé nostro figlio, il quale, pensavo, non avrebbe mai subito quello che io avevo dovuto subire da mio padre. Invece, stava ripetendosi lo stesso copione, a parte il fatto che questa volta non era stato per volontà del padre, ma costretto dalla madre. Preso dallo sconforto, mi “abbandonai”. Passavo le giornate a casa da solo con la “roba” che era stata la cosa che mi aveva distrutto ma era anche l’unica che riusciva a farmi sopportare quella situazione. Un pomeriggio che non avevo né soldi né metadone, in preda a una violenta crisi d’astinenza, tentai il suicidio ingerendo molte pillole di sonniferi e tagliandomi le vene. Mi salvò la vita mia sorella che, passando a trovarmi e avendo le chiavi di casa, mi ritrovò riverso sul pavimento svenuto. Mi portò di corsa al pronto soccorso, dove mi salvarono la vita. Nei giorni seguenti passai molto tempo a riflettere su una proposta fattami da mia moglie. Mi disse che, se fossi entrato in una comunità, sarebbe tornata con me al mio ritorno. Tutta la famiglia spinse per mandarmici. Pensai anche che a breve sarebbe arrivato uno dei tanti processi che avrei dovuto affrontare. Decisi di partire per la comunità che però mi avrebbe 79


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accolto soltanto una volta disintossicato. Questa cosa non la capivo proprio: se una persona era disintossicata che bisogno aveva della comunità? Avrei capito in seguito questa specie di aneddoto. Partii il 22 giugno del ‘92 per la C.T. vicino a Città di Castello. La maggior parte dei ragazzi che la “formavano” erano di mia conoscenza e pertanto avevano creato intorno a me diffidenza e rapporti rigidi. Mi era stata attribuita di fatto una “personalità” che non era la mia. I primi mesi non ricevetti visite e il mio stato era semi-vegetativo, anche se ero arrivato a 0 mg. di metadone prima di entrare, risentivo ancora dell’astinenza anche se i sintomi erano più leggeri. Persistevano gli attacchi di diarrea, specialmente al mattino. Durante la notte, per i primi quaranta giorni, non riuscivo a dormire più di due/tre ore (nei primi venti giorni, anche durante la notte, forti attacchi di diarrea mi procuravano dolori addominali e una notte svenni cadendo a terra, battendo violentemente la fronte e la zona temporale). Ricordo che, il giorno che arrivai in comunità, mi ritrovai di fronte a 10 ragazzi che stavano tosando le pecore. Il giorno seguente mi portarono a vedere la stalla delle pecore e, dato che alcuni ragazzi andavano a piedi facendo footing, mi aggregai a loro. Percorremmo circa 4 km di corsa facendo anche dei scatti di velocità. Arrivammo all’imbocco della strada bianca che raggiungeva l’ovile, finalmente era pianura leggermente in discesa. Il cuore era impazzito dallo sforzo. Iniziammo l’ultimo pezzo di strada, stavo perdendo terreno, a un certo punto della strada notai che la stessa era sbarrata da una piccola corda non molto staccata da terra. Vidi che i due che mi precedevano la saltavano perciò lo feci anche io, ma purtroppo mi si impigliò la sordina tra il collo del piede e la linguetta delle scarpe facendo sì che perdessi l’equilibrio cadendo a terra rovinosamente. Dato che stavo correndo, cadendo sulla breccia, riportai varie contusioni ed escoriazioni. Venni riportato all’interno della comunità 80


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e adagiato su di un letto. All’inizio non presi parte all’attività lavorativa svolto nella comunità. Svolgevo diverse mansioni, come le pulizie all’interno o aiutavo in cucina, essendo, questa, una mia passione. Tutti i pomeriggi intorno alle 17,00 si faceva la riflessione di gruppo. Tutti partecipavano e a turno prendevano la parola esprimendo eventuali problemi avuti nel corso della giornata. A volte scoppiavano dei “litigi” per i motivi più futili che, però, la maggior parte delle volte, sfociavano in argomenti più veri e le discussioni divenivano così costruttive. La giornata tipo in comunità era: alzata alle ore 06.00, 06,30 inizio colazione, 07,30 fine colazione, distribuzione delle sigarette e delle mansioni a cura del responsabile. La maggior parte del lavoro svolto all’interno della comunità era concentrato intorno al gregge di oltre 200 pecore. Praticamente il gregge teneva in piedi la comunità dal momento che gli agnelli venivano venduti ai macellai dei territori circostanti. Passati i primi mesi avevo “rivoluzionato” una prassi di lavoro della comunità che consisteva nel fatto che ogni ragazzo a rotazione avrebbe fatto un turno di “cucina” della durata di sette giorni. Quella era la settimana considerata da tutti come la peggiore perché non permetteva di uscire, dato che vi era compresa la mansione di pulire le sale e di cucinare, con tutte le responsabilità che comportava. Si era sempre i primi a iniziare. Infatti la sveglia per il cuoco suonava alle 05,00 dato che doveva preparare la colazione per tutta la comunità, e la sera era l’ultimo a finire dopo la cena. Quando venne il turno della mia prima settimana, visto che tutti i novizi facevano dei gran pastrocchi, ci fu molta sorpresa alla fine del pranzo. Tutti erano rimasti più che soddisfatti e il responsabile mi fece i complimenti per la mia ottima amatriciana, mentre molti altri si complimentarono con me per i succulenti petti di pollo alla boscaiola e per il dolce alla crema. Ebbi un tale successo che decisi, con l’approvazione del responsabile, di rimanere 81


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fisso in cucina. Vi rimasi per 8 mesi consecutivi con in più la responsabilità della dispensa. Dovevo così scendere una volta alla settimana a Città di Castello per fare la spesa. Il mezzo era un furgone che serviva anche per gli spostamenti della comunità e con alla guida il responsabile dei mezzi nonché vice della comunità. Passarono sette mesi e, finalmente, ebbi il permesso di recarmi a casa in “verifica” per 4 giorni per l’approccio con il mondo esterno e la famiglia. Anche se non era trascorso molto tempo, mi sentivo a disagio. Ci volle del coraggio per rientrare in quella casa con mia moglie. Appena varcato l’uscio provai una paura inspiegabile e ci vollero alcune ore prima di riprendere “possesso” della mia casa, la casa che avevo diviso con mia moglie e mio figlio. Sempre più, mi rendevo conto di quanto fossero importanti e stavo rischiando di perderli. Questo pensiero mi assaliva la mente molto spesso, facendo sì che una sottile paura mi attraversasse il corpo. Quando rientrai in comunità, decisi che era ora di uscire e pertanto mi venne affidata la responsabilità del gregge che era la mansione più importante. Restai a “capo” del gregge per oltre 6 mesi. Nel frattempo, tornai in “verifica” ancora una volta. L’angoscia di non poter vedere mia moglie e mio figlio non si era placata anzi, più passava il tempo, più pensavo che non era giusto stare lontano dai miei cari così tanto tempo e che era giunto il momento che iniziassi a lavorare per mantenere la mia famiglia. Ne parlai con il responsabile, discussero e alla fine decisero che sarei tornato per cercare un lavoro. Lo trovai subito in una ditta di bibite a trasportare casse di bibite. Tornai in comunità con il lavoro e, dato che avevo superato un anno e mezzo, decisero che sarei potuto tornare a casa pur mantenendo i contatti con la comunità. Passai un ottimo periodo. Non scorderò mai la notte della vigilia di Natale. A mezzanotte, con mia moglie alla finestra, attraverso i 82


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vetri guardavamo le persone che uscivano dalla chiesa dopo aver assistito alla Messa di mezzanotte. Nevicava, non intensamente, l’amore per mia moglie rendeva quell’aria vellutata come la sua pelle. Ricordo che, allo scoccare di mezzanotte, la baciai con tutto me stesso e guardando nel mare dei suoi occhi pensavo a quanto fossi stato fortunato ad avere una donna così perfetta e un bimbo così meraviglioso. Se avessi potuto, quella sera avrei fermato il tempo! Dopo pochi giorni ricevetti una proposta di lavoro che consisteva nel prendere un pub in gestione, idea che a me piaceva particolarmente. Purtroppo, mia moglie non era per niente entusiasta della mia idea per il semplice motivo che aveva poca dimestichezza con il pubblico. Era decisamente contraria tanto da affermare che non mi avrebbe aiutato nell’impresa. Feci il grande passo. Il mio turno di lavoro era dalle 09,00 del mattino fino alle 2 o 3 della notte. Oltre alle 6 ore nelle quali dormivo, non passavo un momento a casa. I ricavi non erano buoni, bastavano poco più a coprire le spese, questo era dovuto principalmente al fatto che eravamo alla fine di agosto e la città era semi-deserta. Passavo intere giornate senza vedere anima, soltanto dalla fine di settembre, il locale iniziò a lavorare abbastanza bene. Si iniziava a fare dei coperti a pranzo e la sera passavano molte persone per farsi una birra con un panino. Avevo messo delle spine di ottima birra e la clientela iniziava a diventare molta e abituale. Per dare vita al locale, avevo portato uno stereo e molti dischi e li esibivo attraendo diverse persone. Alla metà di ottobre gli affari andavano bene. Fu allora che la proprietaria venne a farmi un discorso che pressappoco diceva così: vedi Ori, dato che il periodo estivo è finito, ora l’affitto è di 3.000.000, insomma da una cifra non ben definita e che comunque non avrebbe superato le 500.000, eravamo passati a sei volte tanto. Mi è sembrato 83


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logico che rivolesse il locale che io le restituii subito, ma venni colto da una grossa depressione che nel giro di un mese mi portò a “rifarmi”, poco, ma lo facevo. A breve entrai a far parte di una cooperativa sociale e svolgevo delle mansioni quali la pulizia di uno studio dentistico e uno televisivo e la domenica, per guadagnare un po’ più, lavoravo in un parco della città facendo il ranger all’interno della zona riservata agli animali. Ero stato scelto per questa mansione data la mia conoscenza degli animali africani. Non guadagnavo molto ma ero fiero di quello che facevo e lo era anche mia moglie e questo mi rendeva felice. Tutto andava bene a parte che mi “facevo” ma non ero preso dalla roba come lo ero prima, ma ciò non bastò a evitare che commettessi un brutto errore che mi costò il posto. Avevo rubato una modesta somma di denaro. Appena mia moglie venne a conoscenza dell’accaduto, non volle più avere rapporti con me e tutto quello che avevo ricostruito (ero arrivato al punto che quasi tutte le sere dormivo a casa dei suoi) ora lo avevo riperso tutto. Non mi rendevo conto di quanto mi era successo. Ero di nuovo stato abbandonato dalla persona che più amavo al mondo. Il copione si ripeteva. Inizialmente, armato di grandi speranze, restai a casa da solo. Dopo qualche mese tornai nella casa di mia madre e di Franco, l’uomo che aveva risposato. Un uomo buono e dalle mille qualità. Per me tornare era un po’ perdere tante delle speranze che erano rimaste nel mio cuore. Passai un periodo sempre chiuso in casa con la mia “roba” e la mia solitudine. Bastava un nonnulla per riportare alla mia mente mia moglie e mio figlio. L’angoscia che conseguiva era “dura” oltre che la sconfitta, anche la perdita dell’unica cosa veramente importante: la mia famiglia. Il tempo passava e gli unici amici che avevo erano i miei gatti. Sono quattro: Alice, Bianchina, Mucchina e Spiccia; quattro animaletti dalle caratteristiche diverse. La capo gruppo è Alice, la più anziana che oramai conta oltre 15 84


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anni ma gode di ottima salute. Questa gatta è dotata di una intelligenza particolare. Addirittura ha dei comportamenti che imitano noi umani. Per esempio: fa’ la pipì sul water e invece di coprire il bisogno fatto (data l’assenza di segatura o simili), butta nel water la carta igienica. Lei dorme sotto le coperte con me o mia madre ed è capace di fare le fusa per ore. Basta dirle: “Alice, andiamo a mangiare” e prontamente si precipita sulla sua ciotola aspettando e reclamando quanto promessole: insomma, a volte, quando mi ritrovavo la sera solo nel letto e angosciato pensavo a mia moglie, questi sensibilissimi animaletti salivano sul mio letto e mi facevano le fusa, dimostrandomi il loro affetto con mille effusioni. Mai una volta mi hanno lasciato solo con i miei pensieri. Basta che mi appoggi su di una sedia o poltrona ed ecco che uno di loro sale sulle ginocchia emettendo il tipico bbbrrrrrrrr, miao. A volte Bianchina, di notte, sale sul letto, viene vicino al viso e poi ti lecca con la rasposissima lingua, dando un mare di bacini. Invece Spiccia (che peraltro è cerebrolesa dalla nascita e pertanto alcune funzioni delle zampe posteriori sono in difetto), sale sul letto e automaticamente trova un piccolo spazio al mio fianco e poi si sdraia tutta lunga aspettando carezze. A volte mi trovavo a pensare intensamente, magari colto dallo sconforto, e vedevo comparire quelle code pelose che si avvinghiavano tra le gambe emettendo gradevolissimi suoni. Non avrei mai pensato che questi animali potessero dare così tanto e intensamente. La mia situazione peggiorava sempre di più e come se le cose non andassero già male, mio “padre” Franco si era ammalato di melanoma, un terribile tumore della pelle. Aveva sulla schiena un bozzo nero che emetteva sangue, lentamente. Venne operato e noi eravamo tutti felici per la riuscita dell’intervento, anche se ci avevano detto che era possibile che il male sarebbe tornato. Noi non potevamo crederci, pensavamo che il peggio fosse passato. Ma il male tornò e mio “padre” venne 85


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di nuovo operato. Gli furono asportati tutti i tessuti muscolari vicino ai linfonodi. Anche questa operazione ebbe esito positivo e, armati di nuova speranza, ricominciavamo a vivere. Nel frattempo, anche io mi trovavo in una situazione a dir poco pietosa; bevevo e mi “facevo”, mi “facevo” e bevevo. Un periodo arrivai a farmi anche otto o dieci volte al giorno sino a consumare 3 o 4 gr. di roba. La depressione aumentava e mi stavo destabilizzando anche psicologicamente. Venni trasferito al SERT. di Marsciano ove arrivai in condizioni disastrose. Ci vollero circa 150 mg di metadone per calmare l’astinenza e, come se non bastasse, iniziavo ad avere delle crisi di nervi, così acute al punto di occorrere l’intervento di uno psichiatra e opportuna terapia. In quei giorni riesplodeva la malattia di mio “padre” in tutta la sua gravità. Infatti, una nuova piaga si aprì sotto il braccio, era una specie di bubbone scoppiato che continuamente emetteva dei liquidi, una sorta di spurgo. Le gambe iniziavano a gonfiarsi fino a formare delle vesciche vere e proprie che raggiungevano una dimensione di circa 5 cm e tutta la pelle intorno tendeva a perdere rapidamente la sua elasticità, sino a divenire secca e a spaccarsi. Nel giro di 6 mesi, le sue condizioni erano divenute critiche. Le piaghe si erano estese per tutto il torace e un fianco, si moltiplicavano a vista d’occhio e sia il mattino che la sera andavano accuratamente pulite. Una cosa orribile! Mio “padre” non si lamentava. A volte mi accorgevo del dolore che provava spiando i cambiamenti espressivi del viso e le pasticche di morfina non gli facevano più effetto. Allora, gli davo un po’ del mio metadone, essendo già dei mesi che non mi “facevo” più, avevo bisogno di meno metadone ma al SER.T. non avevo abbassato il dosaggio e pertanto riuscivo a toglierne 15 o 20 mg. che per mio padre erano più che sufficienti. Mi ricorderò per tutta la vita una notte che 86


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come al solito i dolori non gli permettevano di riposare. Quella notte, mentre ero preda dell’insonnia, mi ero accorto della sua presenza. Ogni tanto si affacciava alla mia porta, guardava e poi se ne tornava a fare su e giù per il corridoio che porta sino alla cucina. Alla terza volta che si affacciava gli chiesi: “Babbo, non dormi?” Accesi la luce e vidi il suo viso scavato dalla malattia. Aveva gli occhi lucidi, allora aggiunsi: “Babbo, hai dolore?”. Con un cenno annuì, allora gli dissi: “Ora ti do un pochino di metadone così ti passa il dolore e puoi riposare”. Mi rispose: “No, oggi ho sentito la mamma che parlava con tua sorella e le diceva che tu dai il metadone a me e poi dopo stai male tu”. Per tranquillizzarlo gli dissi: “Non ti preoccupare babbo, domani ne comperiamo una boccetta, perciò prendine una intera questa sera”. Mi accorsi che era particolarmente nervoso, gli chiesi: “Babbo, che cosa c’è che non va?”. Mi guardò negli occhi e mi disse: “Sono peggio di un lebbroso”. Mi alzai e lo rassicurai e aggiunsi che gli avrei dato qualcosa per riposare oltre che per far passare il dolore. Lentamente si appoggiò al mio letto aspettando le medicine. Preparai un quarto di Tavor e 25mg. di metadone. Glieli diedi e poi ci mettemmo ad aspettare l’effetto. Stavamo parlando sotto la luce e potevo vedere il suo viso e capire quanto fosse forte il dolore. Per primo iniziò a fare effetto il Tavor e subito dopo il metadone. Si adagiò nel letto. Il viso che fino a poco prima era teso, ora sembrava sorridere. Nel giro di un’ora l’effetto fu completo, il dolore scomparve e si abbandonò a un sonno profondo che superò le 10 ore. Appena sveglio volle mangiare come era solito fare. Ancora non aveva dolori, addirittura venne a tavola con noi pranzando abbondantemente anche se la cura che aveva iniziato (la famosa e controversa cura Di Bella), gli provocava vomito a causa dei tanti farmaci da assumere. I giorni passavano e oramai era un anno che non mi “facevo” prendendo soltanto 87


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metadone. Nel frattempo eravamo rimasti senza una vettura a disposizione dato che con l’unica auto (la Panda di mio fratello) avevo avuto un incidente. Le giornate non passavano mai. Ogni tanto io e mio padre ci mettevamo a studiare i numeri da giocare al lotto e questo era uno dei miei passatempi preferiti, insieme alla musica. Dopo circa due mesi di cura cominciavano a vedersi dei miglioramenti. La pelle secca aveva ripreso parte della sua elasticità e le piaghe erano leggermente ridotte. Un pezzo di torace si era liberato da tutte quelle bozze nere che non erano altro che metastasi in superficie. Vedendo il miglioramento si era fatto più vivo, scherzava e parlava, “sembrava che la malattia stesse morendo”. Per il gonfiore alle gambe, le vesciche conseguentemente si ingrandivano. Allora io, con una grossa siringa, bucavo la pelle e aspiravo il liquido all’interno della vescica. Anche il gonfiore stava aumentando e aveva preso sia il braccio destro che il sinistro, anche le vesciche iniziavano a formarsi e si presentò una strana e persistente tosse grassa. Quando respirava aveva difficoltà a causa di formazioni di liquido nei polmoni. Dopo pochi giorni, un mattino morì, dignitosamente. Era morto un grande uomo, un buono, un saggio che ha lasciato un grande, incolmabile vuoto. Furono giorni terribili. Mia madre era inconsolabile anche perché la vita è stata proprio dura con lei dal momento che il primo marito lo perse per una ragazzina. Dopo oltre 18 anni si risposa, trova finalmente la persona che la rende felice ma con il quale vivrà soltanto una ventina di anni. Il mio stato depressivo aveva assunto caratteri preoccupanti, tanto da consigliarmi di andare via qualche giorno.

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L’ occasione arrivò da una telefonata fattami da Fabrizio, il quale mi invitava a casa sua a Tarquinia. Dato che era un periodo, come ho già accennato, in cui mi ero appassionato al lotto, portai con me libri ludologici e tutto quanto occorreva per scrivere. Venne a prendermi Fabrizio stesso. Io mi ero preparato dalla sera prima. Avevo organizzato tutto provvedendo anche a procurarmi un pezzetto di fumo buono da far sentire al mio amico. Arrivammo a Tarquinia verso sera, cenammo in un ristorante sul lungo mare. Fu una cena ottima, quanto “salata”. Parlammo molto del mio progetto di finire il libro e di quanto fosse stato fondamentale l’aiuto del mio amico Dott. Brasacchio. Gli raccontai di come venne l’idea di scriverlo con l’obiettivo terapeutico di ricominciare a comunicare dato che la mia mente era talmente confusa, da non riuscire più a farlo. Brasacchio, con questa grande idea, mi ha fatto prendere due 89


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piccioni con una sola fava! Per prima cosa ha aperto un canale di comunicazione tra me e il mondo esterno e come secondo risultato, il libro è la più grande occasione della mia vita sia per farmi conoscere e per sostenermi, già, per vincere definitivamente la mia “guerra”. Ci ritirammo presto andando a dormire alle 23,00. Il mattino seguente, insieme al mio amico, ci siamo messi a osservare i libri e i giornali statistici. Facemmo delle valutazioni e decisi che era meglio giocare per Roma e Firenze, giocammo 5 terzine, 2 ambi secchi e 5 quartine. Tornammo a casa decidendo che la sera avremmo guardato i risultati sul televideo. Li guardammo e, con enorme stupore, ci accorgemmo di aver centrato l’ambo secco su Roma e Firenze con i numeri 48 e 78, in più nelle terzine e nelle quartine spuntavano gli stessi ambi. In totale avevamo preso 12 ambi per un montepremi di circa 4.000.000. Fabrizio mi regalò circa 1.000.000 e tornai a casa con un “capitale” di 700.000. Con mia madre e mio fratello decidemmo di tentare la sorte, tanto peggio di così non poteva andare, dato che, per far fronte alle spese della cura Di Bella, ci vollero 500.000 al giorno e questo per mesi, tanto che mia madre aveva dovuto prendere un prestito con la garanzia dello stipendio ed eravamo con cinque mesi di affitto arretrato e con la “luce” che avrebbero staccato da lì a due giorni. Eravamo disperati! Iniziai a “studiare” il Venerdì mattino e finii soltanto il Venerdì notte alle 4,30. Avevo preparato dei sistemini che avrebbero potuto vincere. Il mattino seguente li misi in gioco investendo tutto. Tornai a casa e tutti ci mettemmo a aspettare l’estrazione delle venti. Trepidanti, iniziammo a controllare gli scontrini uno ad uno; io scandivo i numeri e mia madre e mio fratello controllavano se erano sortiti. Uscì il primo ambo, poi il terno in quartina, poi un terno su tutte le ruote, e poi un terno secco sulla ruota di 90


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Palermo!! Non credevo ai miei occhi, né alle mie orecchie... avevo vinto ancora, mia madre esultava, si rallegrava, non ci credeva. Passammo tutta la notte in bianco io e lei, finalmente un evento di cui poter gioire, un evento di cui ricordarsi. Ma in tutta quella piacevole euforia io non avevo ancora una reale percezione di quanto questi eventi stessero cambiando profondamente la mia esistenza, non avevo ancora capito che il gioco del lotto sarebbe stato al centro del mio futuro. Il lungo periodo di isolamento, durante il quale ero rimasto chiuso in casa, sopraffatto dalla depressione, dilaniato dai sensi di colpa a meditare intorno a un bilancio matrimoniale ed esistenziale che mi aveva lasciato in un oceano di solitudine, mi aveva anche offerto la possibilità di studiare numerologia e statistica costruendomi così una base culturale che mi aveva fornito i mezzi con i quali avvicinarmi al gioco del lotto con maggiore cognizione di causa. Gli eventi positivi si succedevano come se il mio destino li estrasse a sorte dall’urna della vita. In effetti, conoscere nuove persone mi stava stanando dal rifugio e mi riallacciava al vivere. Lentamente stavo di nuovo partecipando alla vita, avevo ripreso a interagire col mondo riversando le mie energie nel lavoro e nel rapporto che si andava costruendo con il professor Pazzaglia. Infatti quello è stato un incontro particolarmente importante proprio per i contenuti umani e per le basi di stima e di fiducia che fin dal principio lo hanno accompagnato. I risultati delle mie teorie continuavano a dare i loro frutti, continuavo a vincere e ormai il gioco del lotto aveva perso i connotati di “gioco”, per lasciare il posto a una vera e propria passione, anzi, dal momento in cui avevo proposto la mia esperienza al servizio di alcune testate di giornali specializzati, stava prendendo i connotati di un vero e proprio lavoro. L’iniziativa più importante, quella che ha segnato veramente il mio destino, è stata l’invio di una lettera aperta, assolutamen91


Un gioco per la vita

te sincera al prof. Pazzaglia e al Corriere del lotto, nella quale io ho raccontato spassionatamente e senza nessuna riserva tutto il mio passato, rivelandogli la mia persona priva di ogni remora, e di ogni ombra. Da quello scambio epistolare, scaturì un rapporto, come ho già detto unico, con un essere umano al quale io devo molto come uomo e come previsionista del lotto. Successivamente a questo evento, fondai il primo Fans Club di Colombella, nel quale ancora di più entrai a far parte e mi legai al mondo del lotto, condividendo le prime esperienze previsionistiche con i primi settantasei soci. Il mondo del fans club è un universo dove la passione per il gioco del lotto accomuna una e quindi fa coesistere le idee delle persone, integrandole fra di loro, aprendo così un panorama che avvicina sotto un unico denominatore comune i più disparati individui: la vincita. Vincere non è un evento fine a sé stesso, ma diviene puro senso di conquista indipendentemente dalle cifre messe in gioco. Se vogliamo, per tutti noi giocatori professionisti e non, la vittoria ci compensa, quasi ubbidendo a una logica gratificatoria, di tutte le piccole e grandi vicissitudini negative che la vita ha in serbo per ognuno di noi, e questo prescinde dal valore oggettivo, per privilegiare il valore soggettivo che la vincita acquisisce ai nostri occhi. Per dare un’idea precisa di quanto l’ambito dei fans club sia un momento di aggregazione e di notevole spessore professionale, mi viene in mente la megagiocata che organizzai, patrocinato dalle Previsioni del Lotto, che consisteva in un sistema suddiviso in 450 quote da mille lire ognuna, cedute ai soci e non del fans club. Nei locali del CVA di Bastia avevo allestito un mega-schermo sul quale seguire le estrazioni, invitando perciò tutti coloro che volevano acquistare una quota, a seguire l’evento. La sorpresa è stata mia, quanto di tutti i numerosi partecipanti, quando dalle mie previsioni sono scaturiti un terno sulla ruota di Genova, due terni e una quaterna sulla ruota di Palermo. La festa che seguì 92


Un gioco per la vita

l’estrazione fu per me una bella soddisfazione anche pensando che tutti coloro che avevano investito la modica cifra di mille lire sarebbero tornati a casa con duecentotrentotto volte la somma scommessa e, poiché tra i giocatori erano presenti molti giovani, il loro entusiasmo amplificò assai il risultato ottenuto. Sicuramente, tutta la serie di eventi che si sono avvicendati nel corso degli ultimi tempi della mia esistenza mi hanno prepotentemente riportato a condividere con gli altri ogni tipo di emozione scaturisse dal mio animo, perciò ho riassaporato il piacere della condivisione e della partecipazione di cui la droga mi aveva privato, avvolgendomi nel suo bozzolo letale senza darmi nessuna via d’uscita. Quando dico ciò, mi viene inevitabilmente spontaneo pensare al prof. Pazzaglia, con il quale ho collaborato che si è dimostrato tanto attento e sensibile da saper penetrare la cortina di nebbia in cui ero immerso, per offrirmi la possibilità di esprimermi professionalmente e umanamente. La collaborazione con il suo giornale, Le previsione del Lotto, continua ad essere per me una realtà, ma soprattutto il nostro rapporto cresce e si arricchisce quotidianamente, rappresentando per me un vero punto di riferimento. Ogni settimana, il giornale pubblica le mie previsioni, insieme ad altri aggiornamenti delle classifiche delle vincite, anche in relazione ai fans club. Tutto questo rappresenta il mio universo di oggi, così chiaro, pieno di speranze e di aspettative, da far quasi sembrare il passato molto più lontano di quanto non lo sia in termini cronologici. Il mio passato, se vogliamo difficile da portare, perché ingombrante e doloroso, oggi sta sparendo, sovrastato dalla mia ritrovata voglia di vivere. Se potessi trarne una ricetta da dare a tutti coloro che han93


Un gioco per la vita

no ricalcato le mie orme sulla strada dell’autolesionismo, direi che sicuramente mi aspettano ancora tante scelte e tante prove nella vita, intendendo dire che l’esistenza di ognuno di noi non è mai del tutto persa, finché dentro la nostra anima, dentro la nostra mente, pulsa quella spinta verso la vita, di cui forse noi, per primi, non siamo consapevoli. In realtà non esiste un epilogo immediato alla mia, come non esiste una morale, perché la mia vita, forse, comincia adesso, ora che ho ripreso possesso, anche solo in parte, di me stesso. Quello che mi è successo, capita anche ad altri, e per ognuno di loro esiste sicuramente una soluzione, la mia è stata quella di giocare al lotto. Ne ho fatto, insieme a chi mi ha aiutato, un ponte per il futuro. Origene

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Un gioco per la vita

Preghiera del tossicodipendente Signore la mia vita è appesa a una polvere bianca che mi ha offuscato lo sguardo e la mente. Neanche la Tua voce ho sentito. Ma adesso voglio gridarti la mia rabbia e la mia angoscia. Dov’eri quando cercavo disperatamente il senso della mia vita o quando chiedevo di essere amato e nessuno si volgeva a me o quando cercavo amore e mi offrivano solo piacere? Solo adesso mi accorgo dov’eri. Eri dentro quella mia ricerca di amore; eri quel volto sconosciuto che cercavo; eri quello che mi dava un amore che non riconoscevo; eri dentro quella mia stessa vita che credevo persa per sempre. Ma forse non è troppo tardi: il tempo non rientra nelle dimensioni dell’amore. Dall’eternità mi ami e all’eternità mi destini, cosa possono essere alcuni anni “persi” se non frammenti sfuggiti dalla distrazione e dal capriccio? Anch’io posso essere come l’operaio dell’ultima ora di cui parli nel Vangelo. Mi hai chiamato alla fine della giornata. E che importa? Non mi darai meno di quelli che hai chiamato all’alba. Anche la quantità non è dimensione dell’amore. E il tuo non si lascia ingabbiare 95


Un gioco per la vita

entro gli angusti contenitori delle nostre categorie umane. Accoglimi Signore, anche se arrivo in ritardo, e liberami. Lascia che il tempo della “dipendenza” sia solo nebbioso di un passato vorrei non mi appartenesse più. Fortifica col Tuo il mio spirito fiacco; lasciami riconoscere il tuo volto tra quello dei miei amici e lasciami scegliere la Tua compagnia. Ho ancora tempo per amare, ho tempo e voglia per ricostruire. Ci sono tanti intorno a me che mi tendono la mano, una mano disarmata che stento a riconoscere, abituato come sono alle mani che nascondono la morte dentro il velluto del guanto e il ghigno cadaverico dietro il sorriso accattivante. Ma il cammino è in salita e ho ancora bisogno di essere sostenuto. Signore Gesù venuto a ridare la libertà ai prigionieri, e a liberare gli oppressi sgancia i miei ceppi. Sii solo Tu la mia “dipendenza”. Amen. Preghiera del Tossicodipendente da “SIGNORE IL TUO SERVO E’ MALATO” BIOS - Biblioteca Ospedaliera -Fatebenefratelli 1995 CENTRO STUDI SAN GIOVANNI DI DIO Via Cassia 600 - ROMA 1995

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Un gioco per la vita  

Un gioco per la vita Il lungo "viaggio" sino ai nostri complessi giorni di un adolescente,che cerca di superare la solitudine cimentandosi...

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Un gioco per la vita Il lungo "viaggio" sino ai nostri complessi giorni di un adolescente,che cerca di superare la solitudine cimentandosi...

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