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A Maria Cristina e Virginia che hanno smesso troppo presto di sognare Cecilia

A mia madre e mio padre Tommaso


CREUZA DE MA

Sampierdarena da nucleo residuale a polarità nella Grande Genova: strategia di rigenerazione degli spazi pubblici e ipotesi di processipartecipativi

LAUREANDI Tommaso Lorenzetti Cecilia Rendina

RELATORI Daniele Pini Romeo Farinella

CORRELATORE Michaël Gueguenou

Tesi di laurea a.a. 2012-2013 Università degli studi di Ferrara Laurea Specialistica in Architettura


INDICE

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CAPITOLO 2. SAMPIERDARENA 89

ABSTRACT

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2/a. Sampierdarena e funzioni

INTRODUZIONE

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Sampierdarena oggi I livelli infrastrutturali Le connessioni orizzontali Le connessioni verticali I servizi e gli spazi del quartiere I pieni: le tipologie edilizie Gli strumenti per la riqualificazione: POR Sampierdarena

INQUADRAMENTO GENOVA CITTA’ POLICENTRICA

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Pensare la periferia Alla ricerca dell’identità perduta

GENOVA CITTA’ IN CONTRAZIONE

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Deindustrializzazione Risposte possibili

GENOVA CITTA’ PORTUALE

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Una scelta complessa Nuovi orizzonti e antiche barriere

ANALISI CAPITOLO 1. GENOVA E SAMPIERDARENA

44 45

1/a. Era Superba Genova tra ascesa e declino Sampierdarena. Il Borgo Sampierdarena. La città La “Grande Genova”

1/b. Genova oggi Il nuovo Comune Il dopoguerra e la crisi Una differente demografia La struttura amministrativa Il processo di riqualificazione: i grandi eventi Altri strumenti di riqualificazione urbana

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2/b. Emergenze e criticità

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Le ville La Lanterna Il sistema dei forti L’Ansaldo La “Fiumara” Le gallerie storiche Luoghi da visitare Strutture deboli e potenzialità

CAPITOLO 3. SAMPIERDARENA E SOCIETA’

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3/a. Sampierdarena: la Comunità

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La questione famigliare Tendenze demografiche odierne Genova città “meticcia”. La questione dei migranti Un fenomeno complesso: le “baby gangs” Insicurezza: percezione o realtà? L’integrazione passa dall’aggregazione

3/b. Genova “Città solidale”. L’associazionismo Storia dell’associazionismo a Sampierdarena L’associazionismo ai nostri giorni Riappropriazione temporanea di spazi pubblici Riappropriazione prolungata di spazi pubblici Gestione di spazi pubblici

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CAPITOLO 4. OBIETTIVI E RIFLESSIONI Analisi Swot Analisi Swot ambito territoriale Analisi Swot ambito ambientale Analisi Swot ambito economico Analisi Swot ambito sociale Ripensando Sampierdarena

206 207

234

264

5. Unige Architettura. “Riciclab” 6. Una galleria per passeggiare. Albisola Superiore 7. Autorecupero Bologna 8. Mercato del Carmine 9. Progetto “Valore Paese – DIMORE” 10. Il giardino dell’Erba Voglio 11. La Pallett house 12. Re-mida. Fabbrica del Riciclo

359

8/c. Contaminazioni

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BIBLIOGRAFIA SITOGRAFIA ALLEGATI

CAPITOLO 7.COINVOLGIMENTO. STRATEGIA DI GESTIONE SOSTENIBILE 7/a. Cantiere Aperto

Spazi pubblici “in movimento”

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I catalizzatori del sistema a. Il nuovo mercato sostenibile b. L’incubatore sociale

4a Collectif etc. “Promenons nous dans le bois” 4b. Gruppo informale. “Molo Torre”

7/b. Fabbricazione collettiva di spazi pubblici

328

8/b. Mosaico di spazi Il nodo. Una cerniera tra mare e monte Via Buranello a. L’infrastruttura creativa b. L’infrastruttura porosa I servizi e la gestione dei rifiuti

CAPITOLO 6.BUONE PRATICHE E CASI STUDIO

Il riuso e i suoi tempi La mobilitazione Il gruppo decisionale La scelta dei materiali

8/a. Dal temporaneo al permanente Il riuso e gli attori Gli istituti giuridici Masterplan nord Masterplan sud

CAPITOLO 5.LA STRATEGIA

1. Parigi – Viaduc des arts 2. Progetto di ricerca Temporiuso.net 3. Progetto MADE IN MAGE 4. I Collettivi

312

CAPITOLO 8 – IL “SISTEMA” CHE RICUCE

PROGETTO Obiettivi Linee strategiche Politiche e azioni Il Masterplan

Gli incubatori sociali Qualche approfondimento La riqualificazione collettiva per tappe

292 293

388 395 399


Crêuza de mä

Genova città policentrica

Il nostro studio prende vita dal desiderio di indagare un’area di Genova, il quartiere di Sampierdarena, in cui poter sviluppare un progetto di rigenerazione urbana. Questo territorio, che presenta diverse criticità, sia da un punto di vista strutturale e funzionale, sia da un punto di vista sociale, vorrebbe essere per noi motivo di stimolo per un confronto con tematiche complesse e trasversali, che ci permetta di investigare il modo in cui le persone fruiscono della città e con esso lo sviluppo dei rapporti sociali e la loro influenza sull’evoluzione della stessa. Vorremmo studiare i conflitti e le problematicità che caratterizzano il territorio in una dinamica storico culturale che, per sua natura, è stata da sempre fucina di incontri e contaminazioni, cercando soluzioni anche attraverso il recupero di un dialogo partecipato tra la popolazione e le istituzioni.

ABSTRACT 10

porto di Genova, 1988 autore: Gianni Berengo Gardin

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INTRODUZIONE

La ricerca nasce dalla volontà di studiare la città, progettarla e proiettarla idealmente nel futuro, con uno sguardo attento ai fenomeni sociali ed alle loro implicazioni. Il nostro interesse ci ha spinto verso le più importanti realtà urbane italiane, dove maggiormente si percepiscono i mutamenti ed i conflitti che si sviluppano sia al loro interno, che in rapporto ad altre città. In questo momento storico i grandi centri urbani stanno ragionando, con tempistiche differenti, su loro stessi e sulle strategie di rinnovamento che devono essere necessariamente attuate per fronteggiare la crisi economica e la competizione. Caso emblematico, la città di Genova, condensa varie problematiche ascrivibili agli ambiti considerati. La grande immigrazione, prima dal sud Italia e poi degli stranieri, la dismissione e la successiva riconversione industriale, il difficile adattamento infrastrutturale ad un’orografia complessa, il grande patrimonio storico ed artistico, il rapporto con l’acqua e con il porto, lo sviluppo periferico incontrollato e policentrico, il successivo fenomeno della gentrification nel centro storico, un avviato processo di ripensamento generale, sono alcuni esempi che caratterizzano l’area. In questo panorama, la scelta di approfondimento è ricaduta sul quartiere di Sampierdarena, che racchiude in sé molti dei temi citati. Il sito si trova all’interno del Municipio 2 (Centro Ovest), stretto tra il centro storico a est e la foce del torrente Polcevera a ovest, il porto a sud e il promontorio a nord. Il quartiere si configura come una zona centrale ma, nonostante questo, è percepito come periferico sia dai suoi abitanti, che dal resto della città. L’origine di tale situazione può essere ricercata nell’autonomia da Genova di cui Sampierdarena ha goduto, in qualità di città indipendente, fino al 1926, ma anche da un progressivo decadimento urbano, sociale ed industriale. Le principali problematiche identificate sono la mancanza di integrazione tra i nuovi abitanti ed i sampierdarenesi, la completa assenza del rapporto diretto con il mare a causa della presenza della barriera del porto commerciale e degli elementi territoriali locali, la presenza di infrastrutture importanti e grandi arterie viarie che frammentano l’abitato, la mancanza di una strategia organica degli spazi pubblici e verdi ed in generale il degrado fisico del costruito che supporta un parallelo degrado sociale.

Vista sulla città di Genova dal Forte Tenaglie

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Abbiamo individuato quattro obiettivi principali da raggiungere attraverso una strategia articolata di interventi sinergici: 1. recupero del rapporto con il contesto ambientale e storico 2. integrazione sociale 3. sicurezza e sicurezza percepita 4.rivitalizzazione del tessuto commerciale Nel complesso, vogliamo delineare un concetto di “identità”, che può essere considerato come un macro-obiettivo a cui partecipano quelli espressi precedentemente. La definizione di tale termine muove dalla nostra consapevolezza di non poterne afferrare il significato definitivo, per il suo intrinseco carattere di continua evoluzione. Per questo motivo ci proponiamo di trovare una chiave di lettura del quartiere che ci permetta di far emergere una nuova immagine dello stesso, rintracciando gli indizi della memoria storica del luogo ed intersecandoli con la dimensione contemporanea della città e la risoluzione delle sue attuali criticità. Gli ambiti di ricerca che stiamo affrontando riguardano l’analisi storica di Genova e di Sampierdarena; la trasformazione dei piani di governo del territorio fino a quelli in fase di approvazione, al fine di concepire l’intervento all’interno della dinamica evolutiva futura; lo studio delle indagini sociologiche del quartiere, sia per quanto riguarda l’immigrazione, sia per gli esiti del processo di gentrification che ha coinvolto il centro storico; il riconoscimento di edifici e aree suscettibili di riuso; l’individuazione di casi studio che presentino simili problematiche e possibili ipotesi di soluzione. La strategia risolutiva che vogliamo attuare riconosce come intervento principale quello sullo spazio pubblico, realizzabile attraverso la riscoperta e la riqualificazione di tutti gli spazi comuni che, se messi tra loro in connessione, possono generare un senso di aggregazione ed integrazione per una migliore qualità della vita. Il verde, quasi assente nel quartiere, si inserisce in questo sistema, declinandosi secondo diversi usi, a seconda degli spazi disponibili (viale alberato, verde episodico e frammentario nell’edificato denso ecc..) e creando una continuità di

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rapporto tra l’ambito cittadino e quello periurbano, contrassegnato dal “polmone verde di Belvedere”, fino alla passeggiata dei forti Crocetta e Tenaglia. Per il raggiungimento di tale obiettivo di miglioramento e recupero di spazi e luoghi pubblici, ma anche per permettere un maggiore contatto tra gli abitanti e lo sviluppo di un contesto sociale più fertile e collaborativo, si pensa di innescare processi di tipo partecipativo, che vedranno applicazioni pratiche in metodi quali l’autocostruzione e l’autorecupero. Tale operazione vuole essere l’occasione anche per un ripensamento del tessuto commerciale cittadino. Attraverso lo sfruttamento di aree dismesse o sottoutilizzate vogliamo determinare il recupero di esercizi di vicinato e di attività artigianali, che possono sfruttare le competenze tradizionali e quelle di nuova introduzione. Tramite gli interventi citati, uniti a episodi più mirati e specifici, ci prefiggiamo di raggiungere una migliore percezione di sicurezza, nonché il traguardo di un “controllo sociale” più ampio. Per quanto riguarda il rapporto con il mare, considerato il necessario mantenimento della funzione portualecommerciale, questo sarà di tipo sensoriale/concettuale all’interno dell’edificato, mentre cercherà un contatto diretto nei pressi della lanterna, simbolo della città, attraverso l’apertura di un collegamento storico sotterraneo. L’aspetto infrastrutturale verrà ripensato per permettere il ridisegno della viabilità del quartiere, in particolare nella parte storica, dove si prevedono la creazione di una zona a traffico limitato e la pedonalizzazione di alcune vie.

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Genova città policentrica

“La città policentrica frutto di suggerimenti naturali e del lento adeguamento delle opere degli uomini ai luoghi, secondo consuetudini attente ai dettagli ed alla tradizione, continua a vivere, anche se si nasconde dietro i fronti compatti degli insediamenti industriali e dietro la selva disordinata dei palazzi costruiti nel dopoguerra”. (Mariolina Besio)

GENOVA CITTA’ POLICENTRICA 16

vista a volo d’uccello di Genova fonte: www.dafnet.it

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Per cercare di comprendere alcune problematiche che caratterizzano Genova oggi è forse necessario ripercorrere velocemente alcune fasi fondamentali della sua storia, che torneremo in seguito ad analizzare. Abbandonando per il momento l’eredità medievale e rinascimentale della Superba, riteniamo invece importante soffermarci su alcuni momenti che hanno caratterizzato il suo sviluppo, in particolare rappresentati dalle trasformazioni che si sono susseguite dall’800 sino ai nostri giorni. Ricorrente è il tema dello sviluppo urbanistico obbligato da un’orografia complessa, di una città sorta tra due barriere, quella del mare a sud e quella dei monti a nord, che si è dunque sviluppata linearmente, giungendo a coprire oggi 33 km di estensione costiera, interrotta perpendicolarmente solo dalle linee di valico verso la pianura Padana. A causa della mancanza di aree accoglienti e dalla necessità di ingrandirsi, l’espansione si è successivamente avuta anche verso le colline, partendo dal nucleo storico e giungendo ad occupare aree piuttosto impervie. Ma ciò che maggiormente ci preme sottolineare è piuttosto la sua progressiva estensione ed annessione delle realtà limitrofe alla città. La Genova medievale e rinascimentale, costretta e rinchiusa tra le sue cinte murarie, lentamente ampliate, assume infatti a partire dal 1874 carattere policentrico, attraverso l’annessione di comuni ad essa prossimi. Proprio da questo susseguirsi di unioni di realtà storicamente preesistenti, nasce nel 1926 la “Grande Genova”, nella quale a tutt’oggi è facilmente leggibile la matrice divisa, composta da numerose e diverse centralità. Molte di queste portano con sé il loro carattere autonomo, anche dal punto di vista amministrativo, che determinerà il particolare assetto organizzativo della città. Dunque la Genova attuale comincia a delinearsi in seguito a scelte operate da metà ottocento, quando “si assiste ad una progressiva urbanizzazione dei fondovalle, attraverso l’attuazione di piani di ampliamento che si sviluppano attorno a nuovi assi stradali. Negli stessi anni l’amministrazione comunale interviene anche all’interno del tessuto storico, in cui i piani regolatori si propongono, ancora una volta, di aumentare la rendita fondiaria attraverso la riqualificazione di alcune porzioni urbane.1” In questi stessi anni viene a tratteggiarsi anche un altro aspetto che diverrà caratteristico della realtà sociale di 18

Genova, rappresentato dalla “zonizzazione”, che vedrà le aree del ponente, altamente industrializzate e legate al traffico portuale, appropriarsi di una pronunciata identità operaia, mentre quelle del levante, destinate a funzioni di servizio, divenire aree a carattere fortemente borghese. Sarà questa spiccata divisione a portare il sociologo Luciano Cavalli a consegnarla ai lettori come la “Città divisa”. Tale distinzione rimarrà netta fino agli anni ’70 del novecento, per cominciare in seguito a dissolversi nella crisi di identità dell’intera città, dove si perdono i punti saldi di riferimento per gli abitanti e la rotta da seguire per Genova tutta. Si apre così un periodo particolare per la città, che vede schiudersi orizzonti nuovi e variegate possibilità; le strade percorribili sembrano, tuttavia, essere inizialmente nascoste ad una realtà che fatica a ridefinirsi e determinarsi. Sarà solo alla fine degli anni ’80 che si genererà un processo apparentemente virtuoso. Prima però si assiste impotenti alla genesi di una “città di periferie”, (Petrillo, 2012) come azzarda Carlo Bertelli in un suo articolo. Giunti a questo punto ci sembra opportuno introdurre una riflessione importante su quale sia il significato attribuibile oggi al concetto di periferia, riservandoci di non avere la pretesa di dare una risposta definitiva al dibattito attuale in corso.

Genova città policentrica

Pensare la periferia “C’era una volta un mondo in cui le cose erano in ordine. Spazi rurali e centri urbani, medie e piccole città, metropoli (in numero ragionevole), il tutto gerarchicamente organizzato. Era un mondo interpretabile secondo diverse letture e paradigmi, ma in ogni caso chiaramente definito. Oggi quel mondo non esiste più […]” (Agostino Petrillo)

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“Il termine periferia deriva dal greco periphereia, da peri, intorno e phereia attinente al verbo pherein, portare. Il termine indica la linea curva che tornando su se stessa, racchiude uno spazio e forma una figura, la circonferenza.2” Letteralmente dunque significa tracciare una circonferenza, disegnare un confine che distingue un esterno, disorganizzato e non tracciabile, da un interno, strutturato e definito spazialmente. “Potremmo dire che l’atto stesso del peripherein è un’azione con cui si porta fuori qualcosa da uno spazio, si traccia una curva che include ed esclude al tempo stesso3”. Dunque il concetto tradizionale di periferia si alimenta e si struttura grazie alla presenza di un centro. Nel corso della storia, è da sottolineare come gli studi si siano maggiormente focalizzati sul ruolo del centro, attribuendo ben poco valore a ciò che era considerato periferico e lontano, percepito come inutile. Il dibattito negli ultimi anni si è esteso, però, anche al contesto periferico e riteniamo interessante notare come si siano delineati differenti approcci sulla questione. Per analizzarli ci avvaliamo della schematizzazione proposta dal Prof. Petrillo in un suo testo. Il primo approccio che viene presentato è quello “storicista” che sostiene che “fondamentalmente la periferia c’è sempre stata, anzi che sarebbe antica come la città stessa e in un certo senso inevitabile. […]Si tratta di un approccio che ha certamente alcune buone motivazioni, ma stride con alcuni aspetti della storia urbana, in particolare con il periodo delle città murate e cintate, nettamente distinte dalla campagna4”. In un mondo fortemente gerarchizzato e distinto socialmente come quello presente all’interno delle città premoderne, non rimane comunque spazio per la “periferia” che resta esclusa dalla città. Da questa concezione deriva anche il termine francese, banlieu, per indicare la periferia, che faceva riferimento, giuridicamente, “all’area rurale, compresa nel raggio di una lega o più, che in età feudale era sottoposta alla giurisdizione cittadina e sulla quale vigeva un banno5”.Allo stesso modo anche il significato di “suburb, nella sua etimologia latina, indica originariamente una piccola comunità adiacente alla città, in qualche modo ad essa separata, e solo per estensione l’area residenziale esterna al centro urbano.6” Un secondo approccio è quello definito “industriale”, che sostiene che “le periferie vere e proprie, nei 20

termini in cui siamo abituati a concepirle oggi, sono nate con la rivoluzione industriale e con il secondo grande ciclo di urbanizzazione europea7.” È infatti questo il momento in cui le città escono dalle proprie mura, sentendo il bisogno di espandersi a causa del loro accrescimento demografico. Un ulteriore approccio, rimanda la nascita delle “periferie moderne” agli “anni venti e trenta, all’introduzione del fordismo e dell’automobile”, associato maggiormente alle trasformazioni negli Stati Uniti. Infine, l’ultimo approccio“è quello che riconduce alla nascita delle periferie del secondo dopoguerra in tutta Europa e nel nostro paese negli anni CinquantaSessanta8” e che ci riporta all’accezione con la quale ciascuno di noi associa oggi tale concetto. Infatti, qualunque sia il periodo che decidiamo di fare coincidere con la nascita della periferia, non escludendo che le varie fasi sono probabilmente sovrapponibili e stratificabili, in quanto i luoghi possono essere portatori di innumerevoli storie, possiamo affermare con una certa sicurezza che al termine in questione si attribuisce il ruolo di luogo della segregazione e ghettizzazione. Periferia nel pensiero comune attuale è il luogo dell’esclusione, distante spazialmente dal centro, ma non solo. La distanza che la nostra mente percorre quando si prefigura la periferia è anche una distanza sociale, economica, culturale. È un vuoto incolmabile di desolazione postmoderna, scritto dalle solitarie figure umane che lo popolano, ma ancora più dalla storia leggibile nell’assetto urbano, nell’archeologia edilizia e nelle architetture degradate, divenute simbolo dell’impoverimento umano e sociale. Nel mondo odierno globalizzato, tuttavia, insolite periferie inafferrabili affiorano per essere scoperte e descritte. Sono le nuove solitudini e povertà, che non possono essere sintetizzate e circoscritte in un luogo definito e che sono il risultato della crisi di un sistema che oggi non riesce più a sostenersi. A fronte di modificazioni politiche, economiche, sociali e culturali, incontriamo un territorio urbano frammentato ed incerto, che fatica a trovare una risposta ai propri bisogni. Il declino del sistema di produzione fordista e quindi la cancellazione della fabbrica, “hanno comportato una crescente modificazione della struttura delle città, […] lasciando il posto ad una serie di forme ibride9”, in

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“un’epoca di rarefazione del lavoro e di illanguidimento dei legami sociali10”. Se ci si attiene all’evoluzione ed ai veloci cambiamenti che si sono susseguiti e si susseguono nel mondo della globalizzazione, ci accorgiamo che il concetto di periferia si amplia e non resta più solo legato ad una visione puramente cittadina. Se estendessimo il problema si potrebbe parlare della “periferizzazione” degli stati, ma ciò porterebbe ad una riflessione più complessa che non può essere trattata in questa sede. Tale puntualizzazione però meritava di essere effettuata per eliminare una volta di più l’ingenua convinzione di una periferia oggi meramente topografica; si potrebbe parlare invece di disgregazione dei confini e della necessità di un ripensamento al di là della visione puramente tradizionale. Analogamente nasce la convinzione, per quanto riguarda il caso che stiamo analizzando, che il concetto di periferia possa essere ampliato ed esteso a varie parti della città, anche se spazialmente centrali e non immediatamente riconoscibili come tali dall’immaginario collettivo. “Città di periferie”, dunque, è l’espressione che ben sintetizza e permette di visualizzare quanto detto. Nel caso in esame, “il policentrismo che Bertelli individuava, o meglio, il controconcetto di policentrismo, il generalizzarsi a tutta la città di una condizione periferica, non era per nulla un fenomeno virtuoso, ma nasceva piuttosto al punto d’incontro, e potremmo dire di deflagrazione, tra una struttura urbana storicamente sviluppatasi in maniera originale e la deindustrializzazione avanzante11”. Questa “nuova periferia” diffusa, nata da una crisi profonda del sistema produttivo genovese, diviene l’espressione di una città attanagliata dalla disoccupazione giovanile, in rapido calo demografico che, ormai spogliata da ogni coltre idealistica che l’aveva coperta e sorretta dall’epoca dell’industrializzazione; si configura come un groviglio di sentimenti di smarrimento e fallimento, priva di appigli di riferimento che permettano di concepire un’alternativa. La città, spopolata ed invecchiata comincia quel processo, comune a molte altre realtà urbane occidentali che si trovano ad affrontare una situazione analoga, di disorientamento e perdita identitaria, caratterizzato dallo smarrimento dell’orgoglio locale e dei legami con la propria storia ed il proprio passato. Viene persa quella cultura operaia che aveva accompagnato la crescita della città, le sue lotte, le sue conquiste. Si assiste così ad un

appiattimento delle aree cittadine, ad un livellamento concettuale delle zone percepite quali periferiche. Le distinzioni prima presenti tra periferie che si caratterizzavano per le loro storie locali e per i loro trascorsi, si dileguano, andando progressivamente a coincidere con le più recenti periferie collinari, nate con la “qualità” di vere e proprie appendici cittadine, create negli anni della cosiddetta edilizia pubblica e prive di ogni caratterizzazione. Svuotate ormai delle loro particolarità e del loro ruolo politico e sociale, le antiche periferie si trovano a vivere l’identico malessere e sentimento di frantumazione sociale che aleggia nelle periferie più tardive. Paradossalmente è proprio questa categoria a subire maggiormente le conseguenze della crisi imperante; si avverte sempre più intenso il sentimento di solitudine ed eremitaggio, con conseguenze incisive sulla popolazione. Ad accrescere questa sensazione di insicurezza ed esclusione, corre parallela la crisi dello Stato che batte in ritirata intervenendo sempre meno a sostegno delle situazioni di difficoltà dei suoi cittadini. Inizia a percepirsi la crisi del sistema welfariano che aggrava la disperazione di chi è già lontano dal trovare soluzioni ai propri problemi. I disagi sociali aumentano e la “società civile di queste zone si accortoccia su se stessa, produce processi di identificazione nostalgici e regressivi, mentre il tradizionale elettorato di sinistra della “piccola Russia” genovese conosce una massiccia deriva verso altri lidi politici.12”

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Alla ricerca dell’identità perduta “Da quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole”. (Italo Calvino)

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Genova città policentrica

Si individuano nella vicenda genovese, tratti comuni ad altre città occidentali segnate, come già anticipato, da avvenimenti storici simili. Ripercorrendo la cronaca recente si riconoscono già negli anni ‘60-’70 tentavi, seppur minuti, di rivendicazioni localistiche ed identitarie, appannaggio di qualche minoranza facilmente controllabile. Negli anni postbellici l’internazionalizzazione economica avviene grazie a scambi interstatali e tutto sembra far credere che anche la “tendenza all’integrazione culturale sia inarrestabile, e le società complesse avrebbero finito per lasciare dietro di sé le identità etniche ed il loro discutibile retaggio13”. Gli elementi nazionalistici sono semplicemente assimilabili ad atteggiamenti puramente emozionali e nostalgici e tentativi di opporsi ai cambiamenti che la società moderna porta necessariamente con sé. È con il sopraggiungere degli anni ’80 che si apre la questione delle “piccole patrie”. Nel corso dei decenni si sono susseguite novità e modificazioni nell’assetto politico ed economico, nella concezione spaziale e temporale, alle quali hanno contribuito anche la diffusione delle nuove tipologie comunicative, tra cui quella informatica e di internet. La grande rivoluzione della rete ha senza dubbio sconvolto molti degli assetti tradizionali produttivi e comunicativi. Si apre qui un discorso più ampio, tutto da indagare, ma sul quale non ci soffermeremo. Quello che ci interessa investigare è invece la cesura delle convinzioni culturali, sociali ed economiche che hanno seguito il secondo evento bellico mondiale e con essa la creazione di istanze locali. I cosiddetti localismi odierni, il ritorno alle “piccole patrie” sono la conseguenza diretta della rivisitazione di assetti di potere e soprattutto della “dissoluzione del principio di territorialità […] Nel momento in cui lo spazio mondiale si trasformava in un unico spazio di relazione, l’elemento locale è divenuto di importanza centrale per i molteplici circuiti attraverso cui si costituisce la globalizzazione economica14”. “Con l’avvento del post-fordismo […] la regione ma anche la città o l’area o l’aggregazione metropolitana sono soprattutto la sede di connessioni economiche non confinate allo Stato.15“ “Risultato ne è il frammentarsi degli spazi, l’irruzione di realtà regionali, subnazionali, locali, di città globali, che si relazionano ai mercati senza più avere la necessità

di rapportarsi alle strutture dello stato nazione.16“ La riorganizzazione di strutture economiche, politiche e sociali sembra avere portato ad una concezione differente di territorio, negli ultimi secoli rappresentata dagli stati nazionali che hanno oramai perso il loro potere, così come precedentemente concepito. “In questo senso il futuro pare oscillare tra una macrodimensione regionale fatta di aree economicamente omogenee più ampia degli stati nazionali […] ed una microdimensione iperlocalistica basata su reti pressoché puntiformi, composte da micro comunità e da singoli individui.17” La sopravvivenza e l’affermazione di queste piccole realtà in un mondo globale richiedono solidarietà locali, rinascita di identità culturali. Questa situazione di maggiore responsabilità per gli enti locali li costringe ad attrezzarsi per rispondere alle esigenze del territorio, afferenti sempre più alla loro competenza. Così acquisiscono importanza le regioni, le città, i comuni, ai quali lo Stato ha iniziato a delegare anche ruoli diretti di iniziativa finanziaria, al punto che le amministrazioni devono prontamente trovare escamotage per sopravvivere alla sempre maggiore competizione economica, culturale, sociale. Con ciò si ribadisce il particolare ruolo assunto dalle città negli ultimi 30 anni. Chiamate a rispondere in modo solitario alle esigenze di sussistenza, divengono spesso fulcro di nuove concezioni urbane.Tra tutte ve ne sono alcune di rilievo che costituiscono ambito di ampio dibattito, tra le quali troviamo la “Città impresa”, o la “Città merce”, che espone le sue merci, per poi divenire merce anch’essa, museo dunque di sé stessa, (“città-museo”) esponendosi alla scena globale. Questo tipo di città “neutralizza ed espelle la vita conservando solo la parvenza di quello che era. […] se la città-merce trasforma i cittadini in consumatori, la città –museo li rende spettatori. In entrambi i casi li condanna all’impossibilità d’uso.18” Ma su questi nuovi modelli di città, nati come risposta ad esigenze concrete ed impellenti e tra le quali è ascrivibile anche Genova, ci soffermeremo successivamente. Cercheremo infatti di trattare i problemi emersi, benché tra loro strettamente connessi e concettualmente intrecciati, esistenti l’uno in funzione dell’altro (le nuove declinazioni di città non esisterebbero se non ci fosse una nuova dimensione politica e un riassetto delle strutture di controllo e produzione nelle stesse) separatamente, 23


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assumendoci il rischio di una loro semplificazione, proprio per rendere maggiormente chiari gli aspetti sui quali riteniamo sia importante riflettere per il nostro lavoro. Dunque, in un panorama caratterizzato unicamente da equilibri anelati in termini di bilanci economici, in cui si perde la dimensione più umana e la popolazione viene semplicemente eliminata, sostituita da meri giochi di potere finanziario, è la concorrenza a farla da padrona e a condurre spesso a conseguenze efferate. Si organizzano stratagemmi strumentali per gli scopi di chi comanda i giochi. In un contesto di smaterializzazione dei confini e di “dispersione territoriale di attività lavorative […] si creano sempre più gruppi orientati all’idealizzazione di “paradisi comunali e comunitari19”. È in questa cornice, dunque, che va collocata la riscoperta delle identità locali. “La “perdita del centro”, […]crea delle cesure, degli spazi e tempi vuoti in cui la ricerca del senso passa per la costruzione di identità difensive intorno ad un principio comunitario.20” Così la destabilizzazione, l’incertezza perenne, le minacce vere o presunte che ogni giorno la nostra società sempre più precaria affronta o percepisce, portano alla ricerca di nuove certezze alle quali aggrapparsi per non essere risucchiati nell’oblio di una società in cui non c’è spazio per l’uomo. Di qui la creazione-invenzione di legami identitari storicamente mai esistiti e che sottraggono spazio a quei principi di accettazione delle diversità che sembravano essersi radicati negli anni passati. Questo tipo di trinceramento non può che scaturire in fenomeni di ulteriore esclusione dei più deboli, che subiscono già in abbondante misura la stigmatizzazione di chi sta loro accanto. Tra questi l’atteggiamento più ricorrente è quello nei confronti dell’immigrato che diviene bersaglio favorito di tali pratiche. Il richiamo alla difesa della cultura locale e della memoria, diviene humus per quei fenomeni di ghettizzazione sociale, che con aggressività vengono esplicitati quotidianamente da chi, nell’illusione di una sicurezza promessa, è incapace di vedere le incongruenze del suo atteggiamento. E, alla ricerca dell’identità perduta, finisce così per disegnarne una mai esistita. Eppure nella periferia non c’è solo questo, c’è molto di più. La periferia dell’ ”identità cercata” è un coacervo di identità eterogenee, che entrano in collisione e contrasto, 24

ma dove questo contrasto può ancora tramutarsi in conflittualità positiva e costruttiva. La periferia allora, letta in questi termini, può essere un importante “laboratorio sociale” dove sperimentare ed edificare, in cui possono trovare posto nuove progettualità, in collaborazione con la molteplicità di attori che ne fanno parte. Le periferie oggi sono luoghi in cui attività e funzioni si scompongono e ricompongono, sfruttando risorse e capitale umano che non può e non deve essere dimenticato. “I nostri maestri ci hanno insegnato che la città è prima di tutto un insieme di relazioni dense tra esseri umani in un luogo determinato. E allora vediamo all’opera una sorta di movimento pendolare, di spostamento di centralità, lì dove erano i vecchi centri si fa il vuoto, operato dalla gentrification, dalla museificazione dei vecchi centri, dal proliferare di zone completamente senza bambini e senza nessun segno della presenza umana. E altrove, abbandonando qualunque pregiudizio “emanatistico”, troviamo, magari strettamente decentrate dal punto di vista meramente spaziale, iniziative, attività, un “fermentare dell’urbano21”. La periferia non va dunque relegata ed abbandonata nella sua solitudine, ma ripensata con uno sguardo fresco, più votato alla valorizzazione delle differenze che alla ricerca di un’omogeneità artificiale che non offre risposte al bisogno di condivisione e sicurezza che oggi l’uomo reclama.

Genova città policentrica

Note 1_Longoni,

Laura, Lo sviluppo dei quartieri contemporanei. Partecipazione e comunicazione politica, Roma, ARACNE editrice, 2012. p. 127 2_ Bartolini Maddalena, Parole dalla periferia. Percezione del territorio e potere comunicativo in un quartiere di Genova, tesi di dottorato del XXII ciclo, 2010-2011, Università di Genova. 3_ Petrillo Agostino, Peripherein: pensare diversamente la periferia, (“Sociologia urbana e rurale”), Milano, Franco Angeli 2013, p.30 4_ Petrillo, Peripherein: pensare diversamente la periferia, cit., p.30 5_ Bartolini Maddalena, Parole dalla periferia. Percezione del territorio e potere comunicativo in un quartiere di Genova, cit. p.41 6_ Bartolini, Parole dalla periferia. Percezione del territorio e potere comunicativo in un quartiere di Genova, cit. 7-8_Petrillo, Peripherein: pensare diversamente la periferia, cit. pp. 31-32 9-10_Petrillo Agostino con un saggio di Giuliano Carlini, Identità urbane in trasformazione, Genova, COEDIT Mauro Cormagi Editore numero edizione 2005, pp. 30-79, 11-12_Petrillo, con un saggio di Giuliano Carlini, Identità urbane in trasformazione,cit., pp. 80-82 13_Petrillo, con un saggio di Giuliano Carlini, Identità urbane in trasformazione, cit. p.48, 14_Petrillo, con un saggio di Giuliano Carlini, Identità urbane in trasformazione, cit., p.53,

15_Perulli Paolo, Forma-Stato e forma-rete, in Id (a c. di), Neoregionalismo. L’economia arcipelago, Torino, Bollati Boringhieri 1998, pp. 23-47, p. 27 16_Petrillo, con un saggio di Giuliano Carlini, Identità urbane in trasformazione,cit., p.54 17_Badie B., La fine dei territori. Saggio sul disordine internazionale e sull’utilità sociale del rispetto, Asterios, Trieste, 1996. 18_Attili Giovanni, Urbanistica: un sapere fragile tra mercato e politica, in Scandurra Enzo e Attili Giovanni (a cura di) Il pianeta degli urbanisti e dintorni, Roma, DeriveApprovi 2013. 19-20_Petrillo, con un saggio di Giuliano Carlini, Identità urbane in trasformazione, cit., p.59, 21_Petrillo Agostino, Peripherein: pensare diversamente la periferia, cit., p.58.

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Genova città in contrazione

“Mouret, poi, si rivelava maestro insuperabile nell’ordinamento del suo magazzino. Poneva come per legge che nessun angolo del Paradiso delle signore dovesse rimanere deserto: voleva dappertutto frastuono, folla, vita; perché la vita, diceva, attira la vita e in un attimo si propaga” (Emile Zola)

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gasometro abbattuto nell’area ex Italsider (ILVA) a Cornigliano fote: www. wikipedia.it

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Negli anni ‘80 Genova ha ormai completato il suo ruolo di città a vocazione industriale e non è sola ad affrontare le problematiche che questo cambiamento comporta. A scala nazionale ed internazionale il tema della gestione dei territori deindustrializzati dilaga, in quanto un numero sempre maggiore di città sembra essere afflitto dai problemi derivanti dalla crisi del settore industriale, dalla crisi di un sistema produttivo che è radicalmente cambiato ed ha spostato i suoi “apparati”. Si verifica così in tutto il mondo occidentale quel fenomeno per cui le città, non offrendo più le possibilità lavorative di un tempo, si spopolano e si riducono, andando a determinare un nuovo soggetto di studio, quello delle cosiddette “città in contrazione”. Questi luoghi, perdendo il proprio appeal ed il proprio ruolo, non sanno rispondere con immediatezza su scala globale e cominciano a scomparire dalla scena. “I quartieri, le città e intere regioni stanno subendo un drenaggio di popolazione e di posti di lavoro lasciando indietro i perdenti della transizione dalla produzione industriale fordista a una società governata dalle industrie globalizzate dei servizi.” (cit. Philipp Oswalt) Generalmente, sono i giovani ad abbandonare queste realtà urbane ormai prive di attrattività alla volta di situazione più favorevoli, alla ricerca di risposte ai loro necessari bisogni. La conseguenza risulta dunque non solo quella di una contrazione demografica, ma anche quella di un invecchiamento della popolazione con tutte le problematiche che ne derivano. Le città affette da questa situazione divengono dunque “città dei servizi”, indispensabili in un luogo popolato soprattutto da anziani, con aspettative di vita sempre maggiori. A questo problema demografico sono connessi vari inconvenienti; abbiamo visto come una società più anziana sposti la sua attenzione dai prodotti ai servizi ed al bisogno di cure ed attenzioni. È banale ed implicita allora, la necessaria presenza di persone che si dedichino alla cura degli anziani, che in un contesto come quello italiano, in cui pochi riscontri si hanno dallo stato assistenziale pubblico, coincide con la presenza immigrata. Parlando di Genova, ad esempio, gran parte del recente fenomeno migratorio femminile, ha trovato spazio nel settore dei servizi agli anziani, altrimenti quasi inesistente. Tale situazione, che verrà successivamente affrontata, pone inoltre il paradossale e duplice problema dell’accettazione 28

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e della convivenza generazionale e culturale. Alla questione della contrazione e dell’invecchiamento della popolazione ne seguono altri, quali l’abbassamento della densità abitativa che causa maggiori costi per il mantenimento delle infrastrutture, lo spopolamento di abitazioni e la crisi del settore immobiliare. Inoltre la contrazione di popolazione ed il suo invecchiamento significa la chiusura di servizi quali asili e scuole elementari e con essa la perdita di possibilità lavorativa. E ancora significa l’inefficienza di altri servizi quali il trasporto pubblico che diviene di più complicata gestione; inefficienza che rende più difficoltoso lo spostamento nella città, danneggiando una volta di più la parte sensibile della popolazione, rappresentata da giovani ed ovviamente anziani. Si potrebbe proseguire a lungo nel descrivere i danni diretti e collaterali che la contrazione di una città determina, ma ciò che ci preme è comprendere l’entità del problema e cercare di capire come potrà essere affrontato, consapevoli che la risposta urbanistica non può essere sola a concorrere per la sua risoluzione.

Deindustrializzazione “La contrazione delle città nega l’idea, inveterata dalla rivoluzione industriale in poi, secondo cui le città sarebbero “centri di rapido sviluppo economico” e motori di crescita economica e demografica. Le città in contrazione ci spingono a riconsiderare il futuro della condizione urbana” (Philipp Oswalt)

Riduzione della popolazione >50% 40-50% 30-40% 20-30% 10-20% città in contrazione maggiori di 100000 abitanti. riduzione di popolazione a breve termine (più dell’1% all’anno) o riduzione di popolazione in corso (più del 10%)

fonte: Office Oswalt, Tim Rieniets, 2006

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“Dal 1975 al 1995 i lavoratori dell’industria nel mondo sviluppato occidentale sono passati da ottanta a settanta milioni, mentre la percentuale sul totale degli occupati è scesa dal 28% al 18,6%1.” A riprova di quanto detto forniamo questi dati che ci sembrano particolarmente significativi per mostrare l’entità della problematica e gli sconvolgimenti che una simile riduzione ha portato nelle città a vocazione industriale. La rivoluzione industriale ha posto le basi per l’urbanizzazione europea ed ha consentito una crescita piuttosto rapida degli stati occidentali. È solo nel ventennio successivo alla seconda guerra mondiale che si intravede il declino dell’industria, seguito all’automazione della produzione e soprattutto all’apertura ai mercati globali. L’industria viene sostituita con un sistema sempre più precario, con l’illusione della mobilità e flessibilità quali fattori migliorativi della vita delle persone. Il risultato è stato, per le maggiori aree industriali, come visto, quello di un imminente stato di crisi, con il conseguente declino urbano quale inevitabile e scontato risultato, determinato da alti tassi di disoccupazione e accrescimento di fenomeni emigratori. Caso emblematico la città di Detroit, negli Stati Uniti D’America, la quale economia era interamente votata all’industria automobilistica. Negli anni successivi al secondo conflitto bellico, le grandi compagnie automobilistiche decidono di riallocare le produzioni in aree rurali dove è presente un grande numero di lavoratori, privo però di una tradizione operaia che li unisca e della consapevolezza e coscienza dei propri diritti. Particolare rilievo assume la storia di questa città nella nostra descrizione in quanto dal 1960 al 2000 perde il 75% dei lavoratori legati all’industria. (fonte: “Cities by comparison”working papers redatto da Bureau Philipp Oswalt, sito www.shrinkingcities.com). Dunque, la caratteristica principale del processo di deindustrializzazione è la riduzione del numero degli impieghi, che dovrebbero essere sostituiti con il settore dei servizi. In realtà la corrispondenza non è mai netta e non è in grado di bilanciare ciò che è stato perduto. Il lavoro nell’industria viene invece sostituito da lavori temporanei, da contratti particolari in cui nessuna garanzia e sicurezza viene più fornita al lavoratore. A Genova, per esempio, “L’offerta di spazi per il terziario, 30

invece, nasce da una contrazione del settore primario e non dalla nascita di un nuovo settore trainante. Tale settore, che avrebbe dovuto rappresentare una risposta alla crisi che si sta attraversando, non potendo da solo creare sviluppo, è in grado di innescare il solo ricollocamento di attività esistenti. Come conseguenza, non si ha il trasferimento di nessuna attività direzionale di rilievo nella città, ma solo il trasferimento di enti locali ed uffici pubblici nei nuovi locali di intervento privato. Il risultato è il conseguente trasformarsi di questi investimenti privati in costi per la comunità, dai quali quest’ultima non trae invece alcun beneficio.2” Inoltre, tra gli effetti di questo processo vi è anche quello della “polarizzazione sociale”, concetto che indica l’accrescimento delle disuguaglianze dovuto ai meccanismi economici e agli andamenti del mercato. Vi sono infatti aree che fortificano la loro economia e che offrono una molteplicità di attività al loro interno, altre regioni invece che vengono letteralmente tagliate fuori dal sistema globale. “Questa tesi permette anche di riflettere sui risultati dei processi di esclusione e di stigmatizzazione messi in opera dai gruppi dominanti, di ampliare il discorso su di una marginalizzazione che […]appare sempre più essere un prodotto dello sviluppo capitalistico complessivo più di quanto non ne rappresenti un residuo3”.

Genova città in contrazione

Risposte possibili “Credo che Genova sia un caso studio interessante. Città “senza territorio”, quindi esposta più di altre ai condizionamenti esterni e costretta a proiettarsi costantemente sul mondo per adeguarsi ai cambiamenti […], Genova ha subito nell’ultimo secolo e mezzo trasformazioni radicali sia della forma fisica, sia delle attività economiche.“ (Roberto Bobbio)

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Gli spazi, come detto, in seguito alla crisi del settore produttivo industriale e alla recente apertura ad un sistema globalizzato, divengono più concorrenziali, nonostante siano sempre più identici a se stessi. Ciò che li differenzia non è il possesso di informazioni, uguale ormai in ogni parte del pianeta, ma il suo utilizzo. “Quello che distingue una città dall’altra è la capacità di attrarre flussi di informazione, di poter fornire i servizi necessari alle transazioni economicofinanziarie, di avere conoscenza scientifica e saperi sufficienti per attuare ed agevolare questi compiti e per elaborare strategie di marketing e di riqualificazione al fine di attirare visitatori-consumatori. Ogni città quindi agisce come se fosse un’impresa in competizione con tutte le altre imprese situate nello spazio globale.4”. La riorganizzazione spaziale del capitalismo ha prodotto un sistema economico più diffuso e capillare, ma ovviamente più legato a ciò che accade ovunque nel mondo e per questo più fragile ed instabile. Le città, di fronte alla crisi dilagante del sistema precedente che aveva assicurato una fonte sicura di reddito e buone possibilità lavorative, si inseriscono direttamente sul mercato, offrendo un modello di sviluppo urbano sconosciuto fino a questo periodo, ma che diviene spesso l’unica risposta in un contesto così vulnerabile. Così le realtà urbane, private di una loro economia strutturata interna, ma costrette a competere nel mondo globale, cominciano a dipendere da sovvenzioni economiche e flussi monetari appartenenti a finanziatori esterni, spesso privati. Sono molte le città che decidono di inserirsi in questo settore per riuscire nella gestione dello spazio pubblico, determinando una imprenditorializzazione della realtà cittadina. Si sceglie di investire in una riconversione in chiave turistica o imprenditoriale, con l’obiettivo di attrarre nuovi residenti, turisti o ancora meglio nuove imprese ed investitori, utilizzando strategie di marketing e sfruttando la possibilità dei cosiddetti “grandi eventi”. “In tutte le maggiori città italiane è sempre più evidente come la possibilità di realizzare operazioni di trasformazione e rigenerazione urbana passi attraverso la possibilità di accedere ad occasioni di finanziamento provenienti da enti di livello superiore (lo Stato, la Comunità Europea) o dalla capacità di intercettare risorse legate alla creazione di grandi 32

eventi ( giubileo a Roma, olimpiadi invernali a Torino)5”. Eppure questo metodo di concepire la città appare un po’ riduttivo e spesso controproducente. Non di rado succede che le forze derivanti dall’ammontare economico dell’investimento non vengano incanalate nella giusta direzione e vengano sperperate nella costruzione di opere che non sono e non saranno realmente utili alla città. Si rischia infatti, spesse volte, di creare nuove architetture, destinate presto a divenire archeologie costruite e mai sfruttate. Difficile è poi dire quando davvero i cittadini riescano a beneficiare delle riqualificazioni urbane perpetrate. Queste, nella maggior parte dei casi, vengono concepite non per l’abitante, che viene nuovamente dimenticato, ma per chi ne deve essere attratto e deve trovare un motivo per recarsi in quel luogo. Vi è poi anche da considerare la cagionevolezza e saltuarietà dei fondi sui quali non si può basare perciò l’intero ridisegno urbano o il rilancio della città. Il progetto urbano di ripresa e miglioramento dovrebbe essere parte di una logica di più ampio respiro che non sia basata unicamente sulla possibilità di accedere a fondi altri. Inoltre essendo queste città, realtà sensibili e in difficoltà, spesso nell’attirare investitori esterni (in particolare privati) presentano un minore potere contrattuale che può essere sfruttato dal partner a loro svantaggio. “C’è da augurarsi che queste città cambino il loro modo di intendere lo sviluppo urbanistico e che smettano di dipendere dai flussi d’investimento esterni. Queste città dovrebbero cominciare a reinventarsi imparando a prendersi cura delle loro comunità attraverso la definizione di un modello di sviluppo endogeno anziché esogeno. Potrebbe essere un’opportunità capace di favorire uno slittamento di valori. Meno idolatria della crescita economica e più spazio all’investimento pubblico a vantaggio delle comunità insediate. Si tratta di un investimento a lungo termine a favore della prosperità futura della città: un investimento capace di costruire beni comuni e di dare nuove risposte ad ampi gruppi disagiati di persone abbandonate a loro stesse e messe ai margini del fiume impetuoso dello sviluppo.6” Un investimento che arresti la costruzione di una società dell’esclusione e dello “stoccaggio degli inutili” in spazi senza attributi e senza memoria.

Genova città in contrazione

Note

1_Genualdi Daniela Deindustrializzazione, 2008. 2_Bobbio Roberto (a cura di), Urbanistica creativa. Progettare l’innovazione nelle città, (“Politecnica”), Maggioli Editore, Novembre 2008, pp. 164-168 3_Petrillo Agostino, Peripherein: pensare diversamente la periferia (“Sociologia urbana e rurale”), Milano, Franco Angeli 2013, p. 38, 4_Longoni Laura, Lo sviluppo dei quartieri contemporanei. Partecipazione e comunicazione politica, Roma, Aracne editrice novembre 2012 5_Longoni Laura, “La Fiumara prima della Fiumara” in Fiumara. Il nuovo polo urbano e la città, MIlano, Ledizioni 2012 6_Sandercock Leonie, intervista in Il pianeta degli urbanisti e dintorni, Scandurra Enzo e Attili Giovanni (a cura di),Roma, Derive Approdi 2013, p.180

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Genova città portuale

“Ma a volte vorresti mangiarla o sentirtici dentro, un sasso che l’apre, che affonda, sparisce e non sente, vorresti scavarla, afferrarla, lo senti che è il centro di questo ingranaggio continuo, confuso e vivente. Ma l’acqua [...]” (Francesco Guccini)

GENOVA CITTA’ PORTUALE 34

vista del Porto Commerciale fonte: www.muvita.it

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“L’acqua è una forza determinante, capace di modellare profondamente il carattere dei luoghi che lambisce. Il ruolo che svolge nei trasporti, nell’industria, nella sanità e per il nutrimento ha fatto dell’acqua la raison d’être di ogni insediamento umano.1” L’acqua è da sempre, nella storia e nell’evoluzione delle città, forza motrice capace di generare e plasmare non solo il territorio con il quale entra in collisione, ma anche le popolazioni che vi si trovano. L’acqua ha offerto per millenni la possibilità di un contatto sinergico che consentisse prosperità agli individui che si sono concessi e confrontati con la sua straordinaria potenza. Ed esattamente nel luogo in cui terra e acqua si incontrano, si modella la memoria di una comunità, le sue peculiarità, i suoi trascorsi. È in questo spazio inconsueto, in questo lembo intermedio, trait d’union di due paesaggi così apparentemente distanti, quello marino e quello terrestre, che cominciano le relazioni, gli scambi, i contatti tra le merci e le persone. Ecco perché il “porto non va inteso come ultima propaggine della città sull’acqua2”ma piuttosto come il punto d’inizio di nuove possibilità e scoperte, uno sguardo verso orizzonti diversi. Da questo nasce la centralità delle aree portuali, dalla loro complessità e dicotomia, dalle possibilità che tali spazi offrono, dal loro piacevole guazzabuglio di funzioni vitali ed indispensabili per le città che sulla loro presenza si sono fondate. Nella storia, il connubio porto-città ha rappresentato “un binomio inscindibile tanto nell’organizzazione spaziale, quanto nella gestione delle attività; ovviamente non senza occasioni di contrasto, ma sempre in una logica, risultata alla fine più proficua, di concordanza di intenti e prospettive3”. Questo rapporto duale di concertazione costante sembra avere perso la sua efficacia; le città ed i loro porti si trovano in una fase dialogica complessa. Tale riflessione vale soprattutto per le città portuali italiane “che rivelano nel loro stesso “corpo” la storia di un profondo e inestricabile legame di continuità tra zone urbane storiche e banchine portuali, sono spesso oggi territori bifronti dove una nobile identità urbana ed una forte tradizione portuale non solo non si integrano, ma spesso non riescono neppure a coabitare.4”Questo significa che a dispetto di un’orografia particolare-caratterizzante generalmente le realtà portuali italiane o del sud del Mediterraneo- responsabile di una convivenza forzata tra le parti, per città e porto il prezzo 36

da scontare è alto e spesso difficilmente sostenibile. Ci riferiamo alla pesante infrastrutturazione di cui è protagonista tale interfaccia. Oltre alle strutture portuali, che hanno creato una barriera invalicabile, rendendo inaccessibile il fronte mare e determinando così una perdita di contatto con un elemento fondamentale per gli abitanti delle città costiere, si è generata una netta separazione tra gli interessi del porto e quelli cittadini. Le strade, le ferrovie, gli aeroporti, collegamenti necessari per migliorare l’accessibilità al luogo, hanno creato ulteriori cesure e frammentazione degli spazi. Ma ci riferiamo anche agli importanti impianti industriali che, non solo hanno portato ad un’artificializzazione delle aree costiere, ma hanno anche lasciato eredità ambientali ricche di problematiche, territori spesso insani ed insicuri, che necessitano di una bonifica. “In questo mosaico disarticolato molte città non hanno rinunciato a conservare ritagli di spazi balneari, intercalati a fronti urbani storici, ville e giardini che miracolosamente sono sopravvissuti o sono stati completamente accerchiati da svincoli autostradali o scambi ferroviari.5” Se guardiamo al porto, invece, riconosciamo disagi nell’impossibilità di ulteriori espansioni, incalzato dall’edificazione cittadina pressante, che determina l’impossibilità di una maggiore introduzione di merci nell’area che fatica a crescere. Non ultimo, deve farsi carico di un conflitto sempre più acceso dal punto di vista istituzionale e sociale. Proprio su questo aspetto è necessario riflettere. La questione relazionale tra istituzioni cittadine, istituzioni portuali e cittadinanza non può più essere ignorata. In una fase in cui i porti hanno attraversato, dopo un periodo di crisi, una lenta ripresa, dobbiamo ricordarci dell’importanza di creare un supporto cittadino a questa realtà così variegata. Ancor più in contesti come quelli italiani dove abbiamo riscontrato un legame intrinseco indissolubile tra la città storica e la zona portuale. È incredibile come in molte città portuali italiane o mediterranee, spostarsi tra il centro storico e il porto significhi immergersi in paesaggi, odori, colori caleidoscopici, che mostrano l’essenza della città tutta. Ma è ancora più incredibile rendersi conto che spesso questo tema, che dovrebbe essere centrale nel dibattito sulle città portuali, venga dimenticato. Le realtà costiere sono testimoni di una

Genova città portuale

storia che parla del loro carattere meticcio, della loro vocazione all’accoglienza ed alla convivenza, sono realtà che vogliono e devono mantenere queste loro specifiche connotazioni, senza rischiare di essere assemblate ad una rappresentazione omologata, sorte di molte città che sono state oggetto di ripensamenti e riqualificazioni. Quale che sia il destino del porto, è bene riflettere sul duplice aspetto della separazione e dell’integrazione, senza scivolare in risposte ipocrite ed inverosimili. Parlare d’integrazione può significare l’annientamento della fisionomia e delle peculiarità di ciascun territorio, innescando un meccanismo di prevaricazione dell’uno nei confronti dell’altro. La convivenza richiede molto di più, richiede la dichiarazione cristallina delle differenze presenti, ma anche dei punti di contatto, delle affinità e dei parallelismi dei due immaginari discordanti; richiede di partire da qui. Richiede di riconsiderare il ruolo di tali territori e per questo di non perdersi nell’affaticamento della contrapposizione. Richiede piuttosto di utilizzare il fascino e le potenzialità di uno spazio laborioso ancora capace di emozionare perché pulsante, in cui tutto si mescola, innestando un confronto dove non lo si aspetta, ma che diviene elemento essenziale nella ricerca di una risposta comune. Questa è dunque la nuova sfida delle città d’acqua, quella di pensare al loro futuro con lo sguardo rivolto verso uno scenario condiviso e concertato. Questa la sfida che è stata accolta da Genova, città italiana pioniera nella condivisione di intenti cittadini e portuali.

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Una scelta complessa “La crisi del porto colpiva Genova nella sua più radicata identità: quella di città di mare, la cui ragione d’essere in un territorio povero di risorse sta nei traffici marittimi. Iniziava il periodo nero della “cultura della crisi” (Roberto Bobbio)

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Genova città portuale

La contrapposizione descritta si delinea immediatamente nell’osservatore di questa città. Genova, verticale e compatta, è caratterizzata da un impianto urbano facilmente leggibile, risultato di “addizione per parti omogenee{…} che ”mostra “l’immenso grumo della città medievale, i dispositivi urbani cinquecenteschi, gli isolati regolari che nell’ottocento invasero le rare aree pianeggianti, le isole monumentali del fascismo, le infrastrutture del dopoguerra, i pezzi duri dell’edilizia residenziale pubblica inerpicati sulle colline, fette di tempo sovrapposte e accostate senza travasi, senza osmosi6” al contrario il porto, si presenta come uno spazio orizzontale ed aperto, attraversato da flussi e funzioni precise. Genova si è sviluppata su se stessa, per aggregazioni e sovrapposizioni, mentre il porto si è progressivamente modificato addossandosi anche decisioni sostanziate a molti km di distanza (quali la scelta di nuove imbarcazioni, il cambiamento delle rotte commerciali). Il porto è uno spazio in continua evoluzione, che nei secoli ha saputo adattarsi ai cambiamenti imposti dalla storia e che ha partecipato con la città ad un gioco di sottrazioni ed addizioni di quei lembi di terra compressi. Proprio questa capacità di reinventarsi ha reso Genova una città aperta a spinte di modernizzazione. E questo è avvenuto non senza fatica. “A metà degli anni Sessanta, nell’ambito della commissione presieduta dall’urbanista Giovanni Astengo e incaricata della revisione del Piano Regolatore Generale della città, si evidenzia come l’aumento dei traffici su container, e il conseguente aumento delle dimensioni delle navi di trasporto, avrebbe reso inadeguati i moli del Porto Antico.7” Inizialmente, il Piano regolatore del porto di quegli anni pensa alla creazione di un grande piazzale per stoccare e permettere il movimento delle merci, tramite l’interramento dei moli storici. Siamo nella prima metà degli anni ’60, in una fase in cui si è ancora convinti di un’espansione incontrollata e dove per questo il Consorzio Autonomo del Porto cerca di trarre i maggiori profitti, lontano da una logica di dialogo e confronto con le istituzioni cittadine. Nello stesso frangente, l’urbanista francese Robert Auzelle, che partecipa alla commissione di revisione del Piano Regolatore Generale di Genova, constatando l’ormai limitata praticabilità dei moli, propone l’area come spazio a differente vocazione ed in particolare come area di svago e tempo

libero. È il piano comunale del 1968-71 che evidenzia la necessità di un’integrazione e promozione turistica e quindi di nuove e differenti contatti tra città e porto. Inizia così a tratteggiarsi un’idea differente di utilizzo del porto, sebbene sia ancora lontana dall’essere realizzata. Il Piano Regolatore del 1976, approvato dalla Regione Liguria nel 1980, infatti, “punta ancora sull’industria quale elemento trainante dell’economia cittadina e fin dalla sua entrata in vigore si rivela inadeguato alle mutate esigenze della città8”, così che le sue proiezioni non si avverano. La pianificazione si dimostra, ancora una volta, incapace di immaginare una Genova diversa dal passato, che sia in grado di reinventare se stessa e la sua economia. Il comparto industriale è colto dalla recessione, come già menzionato, agli inizi degli anni ’80 e questo determina il ridimensionamento delle attività produttive e un’importante riduzione di posti di lavoro. L’intera città paga lo scotto di questa situazione, ma è soprattutto il ponente cittadino a restare pesantemente segnato da una crisi che non resta solo economica, ma che affligge rapidamente l’intera società di quei territori. È il momento di transizione da una realtà industriale ad una nuova realtà che deve sapere riconoscere le proprie potenzialità e capire come reinventarsi. Il processo è tutt’altro che lineare e scontato. Si è ben consapevoli della necessità di un’inversione di rotta e che sia indispensabile interrogarsi sul destino di Genova, mettendosi in discussione e interfacciandosi con un ventaglio più ampio di contenuti e dinamiche complesse della realtà cittadina. Ci si domanda se la città possa basarsi in futuro ancora sull’industria o se si debba invece puntare sul terziario. Sullo scenario si contrappongono due distinte fazioni, che rispecchiano la composizione sociale degli anni del boom industriale, ciascuna con le proprie ragioni, ma incapaci di risolvere la situazione. Da una parte la visione di una Genova industriale, più conservatrice, è sostenuta dalla sinistra e dai sindacati metalmeccanici, che sentono minacciato il bagaglio di conoscenze e competenze rappresentato dai numerosi lavoratori presenti sul territorio. Questi chiedono ulteriori investimenti nel campo dell’industria, restringendo l’ottica ai problemi immediati e quindi ad un campo sostenibile nell’ambito comunale. Dall’altra parte gli operatori portuali e gli imprenditori locali vogliono un rinnovamento e si schierano per un cambiamento 39


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di vocazione della città verso il settore terziario. Questi ultimi sono sostenuti da una nuova lettura dello spazio economico della città ed avvallati da studi e documenti prodotti dallo stesso comune di Genova, che rimarcano la necessità di un espansione extra-urbana per insediamenti produttivi ed una rassegnazione dunque di destinazioni ad uso residenziale e direzionale del nucleo centrale della città. Questa opzione, certamente più innovativa, richiede però un largo consenso dei comuni limitrofi, liguri e piemontesi e necessita di risorse immaginative e creative, che Genova inizialmente non riesce a canalizzare. Nello stesso momento, il terziario trova una sua attuazione distorta, utilizzato come pretesto per una riqualificazione urbanistica che in realtà non avrebbe condotto allo sviluppo della città. Ecco che Genova si trova ad essere protagonista impreparata di un dibattito che sarà destinato a divenire ricorrente per molte città a lei simili. Le tematiche affrontate, “l’importanza delle strategie di rilancio di una città; l’esigenza di rispondere ad aspettative urbane, sociali, immobiliari, poste dalla messa sul “mercato” di aree solitamente centrali e anche infrastrutturate; la ridefinizione dell’identità delle città e le problematiche connesse all’uso sociale di nuovi spazi urbani.9” (Romeo Farinella,…) sono variegate, ma è da questa discussione che nasceranno le politiche degli anni ’90 e 2000.

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Nuovi orizzonti e antiche barriere “La funzionalità futura delle attività marittime, i ruoli dei singoli operatori e concessionari, i diversi gradi di specializzazione o interazione degli stessi, fanno dello spazio portuale un oggetto molto specifico nel complesso del panorama urbano.” (Manuel de Solà-Morales)

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Le politiche perpetrate dagli anni Novanta sono protagoniste di una visione più ampia, che vede il confronto per la prima volta tra la realtà portuale e la realtà urbana. Il porto di Genova si dota infatti di uno strumento innovativo “articolato, che si pone l’obiettivo di risolvere i problemi della fascia costiera utilizzando anche il”punto di vista” della città.10” Si decide una nuova destinazione d’uso per l’area del porto antico che, come abbiamo visto avrebbe bisogno di rinnovarsi per rispondere alle nuove esigenze del commercio, e comincia la trasformazione in spazio urbano. Vengono abbattute le barriere doganali e il luogo viene restituito alla città tramite un’operazione progettuale che vedrà protagonista Renzo Piano, architetto genovese di fama internazionale, che si dimostra un attivo partecipante nella costruzione della sua città. Tratteremo nel dettaglio le modifiche effettuate e gli strumenti utilizzati nel radicale cambiamento del Porto Antico, successivamente. Per il momento anticipiamo che si prospetta un utilizzo polifunzionale dell’area, che viene connessa direttamente con il centro storico grazie all’interramento della strada di attraversamento. Ma il vero sconvolgimento è la restituzione del mare alla città. Genova riconquista un ampio spazio che le è stato lungamente precluso e un luogo di incontro e di passeggio che prima era rappresentato da un camminata stretta tra un’autostrada ed una recinzione. È differente il destino dell’area di ponente, area che resta a vocazione portuale e per la quale vengono previsti ulteriori interventi infrastrutturali e modifiche alle calate dei porti. Nel maggio 2004 viene infatti resa pubblica la proposta di riconversione dell’area costiera che si sviluppa da Foce sino a Voltri, a Ponente. L’ambizioso progetto che viene presentato e sul quale l’architetto lavora con il suo studio gratuitamente, viene definito dallo stesso Piano, “affresco” e vede la ricerca di un’armonia totale tra i progetti nuovi e quelli esistenti, insistendo sulla scommessa di miglioramento nelle aree più svantaggiate della città, quelle di ponente, maggiormente segnate dallo snaturamento del paesaggio e dall’artificializzazione dell’area, proponendo anche una bonifica per l’eliminazione di rischi ambientali. “Il “Primo Affresco”prevede una piattaforma galleggiante che si protende nel mare, collegata tramite tunnel sottomarino e people mover alla terraferma; la rifunzionalizzazione di alcune aree di dismissione 42

industriale quale Cornigliano, che viene annessa al vecchio aeroporto e tramutata in banchina portuale, la realizzazione di nuovi attracchi, la creazione della “cittadella del pesce”, un’isola di servizi anch’essa dotata di un tunnel sottomarino e un bacino per le costruzioni navali, la ricollocazione del Porto Petroli, il parziale tombamento dei moli a pettine del porto di Sampierdarena, nuovi attracchi, oltre che una passeggiata urbana, tre parchi urbani di dimensioni elevate, un people mover di collegamento cittadino e la riconversione della zona adibita alle riparazioni navali ad area urbana con funzioni ricreative e nautiche. Nel “secondo Affresco”, reso noto a fine luglio 2005, vengono effettuate piccole modifiche quali un maggiore avanzamento dell’aeroporto nel mare e non viene più previsto il trasloco della zona delle riparazioni navali. L’ultimo Affresco, a febbraio 2006, elimina completamente la proposta del trasferimento dell’area delle riparazioni navali, prevede un nuovo attracco per le navi da crociera, aggiorna l’intervento a Voltri, conferma il tombamento di alcuni moli nel porto di Sampierdarena e soprattutto immagina un corridoio urbano che consenta di raggiungere il mare, in una logica di riappropriazione di un contatto con l’acqua, componente fondamentale di una città che su questo contatto ha fondato per secoli la sua stessa sopravvivenza. Si presenta per quest’area della città il tema già introdotto della gestione del rapporto tra città e porto e delle sue dirette conseguenze sulle aree cittadine circostanti. Se il Porto Antico ha conosciuto la positiva riconversione di uno spazio ormai privo di ruolo, affrontata dopo ampio dibattito con estrema consapevolezza, altrettanta delicatezza e capacità di vedute, richiede il tema forse ancor più complesso della convivenza delle aree portuali attive con l’area cittadina, area che troppo spesso viene abbandonata a se stessa e che diviene ricettacolo di situazioni di disagio e degrado. Questa la situazione che molte zone del Ponente genovese si trovano a dovere affrontare; questa la situazione del quartiere che abbiamo deciso di studiare, Sampierdarena, per il quale la barriera del porto continua a rappresentare un limite invalicabile ed una ferita dolorosa, di ancor più difficile guarigione se ci si rapporta con le scarse possibilità economiche delle città italiane odierne.

Genova città portuale

Note

1_Manifesto del waterfront urbano in “The maturity of the Waterfront”,, Aquapolis, Padova, Marsilio Editore, 3-4 1999 2_Boeri Stefano, “Tra porto e città” in The maturity of the Waterfront” Aquapolis, Padova, Marsilio Editore, 3-4 1999 3_ Bruttomesso Rinio, Moretti Marta, “Città-porto e riqualificazione del waterfront: evoluzione e scenario di una strategia vincente” in Waterfront d’Italia: piani, politiche e progetti, FrancoAngeli, Milano 2010 4_ Boeri, “Tra porto e città”, cit. 5_ Farinella, Romeo, “Coste e Waterfront. Riflessioni su un tema maturo”, in I progetti nelle città della costa. Dal ridisegno al piano spiaggia, 2008, pp. 36-63 6_Boeri Stefano, in “Compressione come sfondo”, in atlante forme insediative e infrastrutture, Marsilio editori s.p.a., 2002 7_Gastaldi Francesco, “Genova. La riconversione del waterfront portuale. Un percorso con esiti rilevanti. Storia, accadimenti, dibattito”, in Michelangelo Savino (a cura di), Waterfront d’Italia. Piani politiche progetti, FrancoAngeli Editore, Milano, 2010, pp. 88-104 8_ Francesco Gastaldi, “Genova: la difficile transizione verso un’economia “a più vocazioni”, in Equilibri n.1, 2004, pagg. 29-37, 9_ Farinella, Romeo, “Coste e Waterfront. Riflessioni su un tema maturo”, in I progetti nelle città della costa. Dal ridisegno al piano spiaggia, 2008, pp. 36-63 10_ Boeri, “Tra porto e città”, cit.

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1. Genova e Sampierdarena

1/a. Era Superba “Appare in conclusione come un digradare edificato che dalla palazzata della Ripa risale con lunghe code lungo le vallette verso le mura, fermandosi alle soglie di grandi ed accoglienti complessi conventuali per uscire – sottilmente allineato oltre le porte principali – con lunghi e stretti nastri di case popolari ed artigiane.” (Ennio Poleggi)

1. GENOVA E SAMPIERDARENA 44

vista di Genova e Sampierdarena fonte: www.ninettorossi.files.worldpress.com 1975_03

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Sampierdarena

Sampierdarena

Espansione nel 1000

Espansione nel 1000

1. Genova e Sampierdarena

Sampierdarena

Sampierdarena

Espansione 1200 Espansione nel 1200

Espansione 1400

Espansione nel 1400

Espansione 1500

Espansione nel 1500

Fonte: “Le città nella storia d’Italia”

Genova tra ascesa e declino Abbiamo fino ad ora descritto alcune caratteristiche salienti che rendono Genova un caso studio estremamente interessante e che ci hanno inoltre permesso di svolgere una riflessione ad ampio respiro sulla situazione che si trovano ad affrontare molte città occidentali, accumunate da problematiche simili. Ora vogliamo però maggiormente addentrarci sulle questioni inerenti alla nostra città, per scendere poi successivamente di dettaglio ed esaminare il quartiere di Sampierdarena, sul quale più direttamente verterà la nostra strategia di rigenerazione. Per comprendere la Genova di oggi, riteniamo sia utile conoscerne la storia, scoprire che ruolo abbia giocato nei secoli passati, provare ad immaginare quale vita abbia pulsato negli stretti vicoli del centro e come la città si sia mirabilmente sviluppata, adeguandosi a condizioni imprevedibili e per loro natura impossibili. Con tutti i limiti di generalizzazioni cui saremo costretti, e consapevoli di perdite consistenti di avvenimenti che in questa sede non possiamo affrontare, cercheremo di tratteggiare la raffigurazione storica e lo sviluppo urbanistico della città che ci consenta di spiegarla al lettore.

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Le origini Il primo insediamento genuate risale circa al VI sec. a.C. in forma di oppido fittizio sotto la collina di Castello, a ridosso del porto naturale, compreso tra la penisola omonima e il Promontorio dove sorgerà la Lanterna (Capo di Faro). La fondazione si suppone dovuta alla necessità di interscambi tra le popolazioni dei “castellari” collinari e dei mercanti marittimi. Nel III sec. si ha l’occupazione romana. Genova è in questo periodo una limitata realtà costituita da un porto fortificato e un approdo che permette la penetrazione delle merci nell’entroterra (Procopio 545 dC) e resterà tale durante i secoli tardo romani e bizantini. Il tardo impero e l’Alto Medioevo vedono Genova dominata dai Bizantini, dai Longobardi e dai Franchi; inoltre la città è soggetta alle incursioni navali saracene e normanne. “Fra l’864 e il 1155, anni in cui si innalzano le due prime cinte urbane accertate, la storia e la vita della collettività conservano ed accolgono nello stesso tempo i segni di una modesta continuità sociopolitica, formatasi faticosamente durante i secoli dell’isolamento dai grandi centri di potere, e gli inizi di una grande autenticità creativa che maturerà almeno un secolo dopo in pieno Duecento1”

La Repubblica marinara A partire dal XI secolo Genova si afferma come una delle grandi potenze marinare del Mediterraneo. Nel 1099 diventa Comune (Compagna Communis) di tipo consolare e si presenta suddivisa in castrum civitas e burgus. Tra il X e il XII secolo si apre un periodo di intensa urbanizzazione. Le grandi famiglie cercano una posizione di prestigio all’interno della civitas; è in questo frangente che la nobiltà feudale si trasforma in mercantile. Dalla seconda metà del XI sec. in poi Genova si rende protagonista di grandi imprese d’Oltremare che sono la base per il futuro impero coloniale ed estende la sua influenza commerciale, partecipando anche alle Crociate come uno dei principali porti italici. La Repubblica di Genova espande progressivamente il suo dominio su tutta la Liguria e sulla Corsica e si afferma, in competizione con le altre Repubbliche marinare, come uno dei principali porti del mediterraneo occidentale, tanto da spingere i suoi mercati fino in Cina. Nel 1155 viene costruita la seconda cinta muraria urbana, al di fuori del recinto difensivo (manzanum di Prè); nel 1161-63 vengono collocati nuovi scali a Ponente che determinano un nuovo e definitivo assetto della città commerciale e residenziale ed impostano un programma

di infrastrutture più consone all’importanza del porto i cui traffici sono aumentati, così come sono aumentati la necessità di spazi per lo stoccaggio e lo sbarco delle merci. Solo nei secoli XIV-XV si ha la certezza di calate portuali in muratura, ultimo passaggio cronologico della costruzione della città medievale. Il molo viene rafforzato e prolungato dal 1248, quando si completano le Darsene (vino e galere) e si erige l’Arsenale (fine 1200), racchiudendo il complesso con una fortificazione munita di torri (1312). Questi aspetti infrastrutturali, amministrativi e sociali (il clima stimolante di città portuale e la condizione sui generis di città-stato) testimoniano una crescente cultura urbanistica nell’amministrazione della città, di cui è prova la grande qualità simbolica raggiunta dal manufatto urbano alla fine del secolo XIII. Nel 1191 termina l’esperienza della Compagna Communis e si assiste al passaggio dal potere podestarile al potere signorile ed oligarchico dei due capitani ed infine dei dogi. La necessità del doge esprime il complicato equilibrio fra le differenti famiglie aristocratiche che frazionano, anche dal punto di vista urbanistico, la città. La situazione sociale e politica si riflette infatti nella struttura di Genova stessa, la quale non presenta grandi spazi per la collettività, segnata da situazioni conflittuali. Il risvolto più immediato 47


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1. Genova e Sampierdarena

Sampierdarena

Sampierdarena

territori occupati stabilmente conquiste temporanee penetrazione commerciale XIII sec.

Espansione nel 1877

penetrazione commerciale XIV sec. principali rotte principali empori e colonie commerciali penetrazione bancaria

di questa dinamica va ricercato nella gerarchia di piazze private appartenenti alle consorterie più potenti e “gestite come piazzeforti autonome, munite di molte torri2” (più di cinquanta). I centri nevralgici della vita quotidiana sono rappresentati dunque dai mercati e dalla Ripa, dove si trovano le colonie dei mercanti forestieri. I tipi edilizi predominanti sfuggono alla cultura contemporanea delle altre città italiane e sottolineano la singolarità architettonica della città. Sia i tipi nobiliari che quelli popolari sono distribuiti generalmente su quattro o cinque piani fuori terra. Questo, unito alla pendenza del territorio, contribuisce a creare l’immagine “superba” della città, in particolare dal mare. Negli anni 1320-27, avviene la prima fase di costruzione della nuova cinta muraria che perimetra l’area da Carignano fino a Castelletto, nuove espansioni edilizie e si diffondono palazzi a piani differenziati.

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Espansione nel 1845 Espansione Repubblica marinara

Espansione 1845

Espansione 1877

Il Secolo d’Oro Nel 1528, ad opera dell’ammiraglio Andrea Doria, si attesta la Repubblica Oligarchica. Questo momento storico, definito il Secolo d’Oro di Genova, coincide con la conversione dell’economia marittimo-mercantile classica della città portuale, in una politica finanziaria capitalistica. Le flotte dei nobili vengono utilizzate come istituzioni mercenarie al soldo di imperatori e papati e i ricchi genovesi assumono un’importanza fondamentale nelle operazioni bancarie e finanziarie europee. Si sviluppa così una classe di nobili mecenati che sono pronti ad investire in cultura per allinearsi agli sfarzi residenziali europei, riqualificando l’edilizia esistente e costruendo nuovi palazzi che andranno a costituire il sistema dei “Rolli”, elenchi di palazzi e di dimore delle nobili famiglie genovesi che ambivano ad ospitare –sulla base di un sorteggio pubblico– le alte personalità in transito per visite di stato. É questo il periodo in cui la nobiltà genovese amplia le sue proprietà nei borghi limitrofi, insediando ville di

vacanza meravigliose. Il quartiere di Sampierdarena, all’epoca ancora un borgo, diviene, una delle mete di soggiorno preferite dai genovesi. É forse proprio in questo periodo storico che ha origine il legame a tratti complice, a tratti sfuggente ed equivoco nei secoli, tra il piccolo borgo-che diverrà poi città- e la Superba. Tra i secoli XVII e XVIII il carattere urbano di Genova non subisce mutamenti sostanziali, ma la situazione politica si avvia ad un periodo ostile che costringe la città all’edificazione delle grandi opere pubbliche dei primi 40 anni del ‘600. Vengono costruite le Mura Nuove, il Molo Nuovo e i magazzini di Portofranco. Nella seconda metà del 1600 la popolazione aumenta sensibilmente e da questi anni fino a metà ‘700 si ha l’ascesa di esponenti arricchiti della classe degli artigiani. Il 1797 segna la fine della plurisecolare Repubblica oligarchica sostituita dalla Repubblica Ligure. Dopo la parentesi napoleonica, Genova viene annessa al Regno di Sardegna e la sua situazione sarà caratterizzata da

un periodo di forte stagnazione economica dovuta alla politica di chiusura doganale da parte dello stato sabaudo. L’espansione industriale Nel periodo pre-industriale emerge con forza la natura genovese di emporio internazionale, i cui traffici mercantili e finanziari hanno un’estensione che supera di gran lunga le vicinanze territoriali regionali. Questo evidenzia il particolare rapporto della città con l’ambiente suburbano. Il territorio limitrofo non rappresenta per Genova una risorsa totalizzante e caratterizzante come ad esempio avviene per molte città padane. Se però da un lato le produzioni artigianali e agricole locali non sono sufficienti a sostenere l’economia genovese, il rapporto tra gli ambiti interno ed esterno è di forte integrazione, dato che le manifatture e le attività artigianali hanno sempre ricoperto un ruolo non secondario nell’insediamento extraurbano, in particolare nel Ponente. Con la politica avviata da Cavour negli anni ‘50 la città si rilancia, sotto l’impulso di una nuova e moderna 49


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1. Genova e Sampierdarena

Sampierdarena

Espansione oggi classe imprenditoriale che confluisce a Genova anche dall’esterno. Nel 1853 la strada ferrata arriva nella città e si assiste all’impulso del settore tessile e ad una prodigiosa ascesa della produzione e lavorazione dell’acciaio. I primi nuclei nascono a Sampierdarena e Cornigliano. Parallelamente a queste eccellenze, la classe del potere genovese rimane ancorata alle proprie tradizionali fonti di guadagno, quali l’armamento e la speculazione edilizia, dimostrando una scarsa attitudine al rinnovamento. In questo contesto nasce un nuovo slancio urbanistico, che sfocia nel “Piano di ingrandimento ed allineamento della città” del ‘56 e del ‘63 (Resasco). Per contrastare il problema della densità abitativa, viene redatto il “Piano regolatore e di ampliamento della città di Genova dal lato orientale nella parte piana delle frazioni suburbane” del 1877, che prevede l’annessione dei sei Comuni della bassa Val Bisagno (Foce, San Francesco d’Albaro, San Martino d’Albaro, San Fruttuoso, Marassi, Staglieno). Per tutto il XVIII secolo i collegamenti viari sono basati su poche vie interne ed ancora meno litoranee, queste ultime disincentivate da Genova che ha interesse che il traffico rimanga per via marittima.

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Espansione odierna

Il Porto Emporio La presenza del porto a Genova rappresenta nei secoli una delle maggiori fonti di sussistenza di gran parte della popolazione, in particolare di quella che rientra all’interno dei confini storici della città. I lavoratori portuali costituiscono infatti il primo proletariato, presente precedentemente a quello operaio legato all’industria. Il porto di Genova, viene a lungo definito “Porto Emporio” per le innumerevoli attività che vi hanno luogo, legate a funzioni per le merci, le navi e gli equipaggi, anch’essi bisognosi di servizi durante i giorni di attracco dell’imbarcazione sulla quale lavorano. Se si pensa a tutte le persone che lavorano in quest’ambito si può focalizzare una cornice piuttosto chiara dell’indotto che questo microcosmo produce nella città. Ad esso è legata anche la manodopera richiesta per il carico e scarico, per la commercializzazione della merce, la sua lavorazione all’interno del porto e in prossimità. Se a tutto ciò aggiungiamo anche la presenza di passeggeri e degli equipaggi (e bisogna ricordare che fino agli anni ‘60 del ‘900 Genova rappresenta uno dei principali porti di partenza dei transatlantici), ci si rende immediatamente conto di che cosa potesse significare questa realtà per l’economia cittadina.

Cristoph Friedrich Krieger, veduta di “S. Pietro d’Arena”, 1708 fonte: www.sampierdarena.ge..it

I nuovi assetti portuali Per quanto riguarda il porto di Genova, nonostante il prolungamento del Molo Nuovo (1856) e del molo della Darsena, le banchine risultano insufficienti e la situazione rimane stagnante fino al 1875, anno in cui la donazione Galliera di Raffaele De Ferrari sblocca il progetto dell’ingegnere Parodi per il riordino e l’ampliamento del porto, ultimato nel 1888. Il nuovo assetto non tiene però conto dello sviluppo della navigazione a vapore che proprio in quegli anni inizia a sostituirsi a quella a vela; questo fatto testimonia una mancanza di lungimiranza da parte degli armatori genovesi. Il ritardo “storico” del porto continua a manifestarsi pure nei primi anni del 1900, anche quando si iniziano i lavori di ampliamento verso ponente con il bacino di Sampierdarena, che si concluderà ufficialmente dopo le due grandi guerre. Giunti a questo punto ci sembra più opportuno parlare del parallelo sviluppo del già citato Borgo di Sampierdarena, per comprendere l’intreccio relazionale con Genova che ha condotto all’attuale situazione.

Sampierdarena; c’è chi fa risalire la sua formazione all’età augustea, chi invece la pone in un periodo più recente e ritiene più appropriato pensare alle sue origini al tempo delle invasioni barbariche. Sappiamo, infatti, che dopo la caduta dell’impero romano, viene incorporata con Genova nel regno barbarico e che nel 642 subisce la rovinosa invasione di Rotari, re dei Longobardi. L’agglomerato urbano comunque, si genera lungo la via litoranea come residenza di pescatori e artigiani, vicino ad una chiesetta, probabilmente eretta dai pescatori del luogo, dedicata a “Sancti Petri ad Arenaria”, primo nucleo dell’attuale chiesa di Santa Maria della Cella. Immaginiamo la Spiaggia di San Petri ad Arenaria’ estendersi lungo il litorale ed essere dominata solo da un esiguo numero di modeste case, a comporre un borghetto, situato ai piedi o sul pendio della collina retrostante, dove passa l’unica strada di connessione con Genova. Così deve apparire l’odierno quartiere alle origini, configurato come borgo autonomo fino al 1865, che subisce comunque l’influenza da Genova da cui è dipendente.

Sampierdarena. Il borgo Non si hanno notizie dettagliate sulla nascita di 51


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1. Genova e Sampierdarena

1829

legenda legenda legenda legenda tracciati storici/creuze tracciati storici/creuze tracciati storici/creuze tracciati storici/creuze

di epoca precedente assi di epoca precedente assi stradali distradali epoca precedente mura assi stradaliassi di stradali epoca precedente

mura

sviluppo del tessuto attorno alle ville nobiliari, 1829

mura mura

linee lineeferroviarie ferroviarie linee ferroviarie nuovi assi primari nuovi assi nuovi stradali assiprimari stradali primarilinee ferroviarie nuovi assistradali stradali primari

tessuto edilizio di nuova formazione tessuto edilizio tessuto diedilizio nuova di formazione nuova formazione tessuto edilizio di nuova formazione

tracciati sotterranei tracciati sotterranei tracciati sotterranei nuovi assi secondari tracciati sotterranei nuovi assi nuovi stradali assisecondari stradali secondari nuovi assistradali stradali secondari

tessuto di precedente formazione tessuto edilizio tessutoedilizio diedilizio precedente di precedente formazione formazione tessuto edilizio di precedente formazione

Identità geografiche: i rioni Nell’area dove oggi si posizionano la chiesa di Santa Maria della Cella ed il palazzo del Municipio, vengono dunque costruite le prime abitazioni in legno ed una fortificazione, detta “castello”, che funge da luogo degli scambi commerciali e sociali dell’agglomerato. Proprio qui probabilmente si trova il primo porto, dove si ipotizza che si aprisse un’insenatura utilizzata come attracco. Cella significa anche piccolo porto. Sparse su questo spazio che si protrae dall’argine sinistro del Polcevera fino al monte di San Benigno (dal nome del convento che vi sorgeva), elemento naturale che segna il confine con Genova, si sviluppano altri gruppi di case e capanne. A ridosso della collina, ai piedi del faro che nei secoli verrà sostituito dalla lanterna, è invece la “Coscia”, un insieme di casolari di pescatori, che incontra un sentiero che discende dall’alto, da “Promontori” e da “Belvedere”, luogo di residenza invece di persone dedite all’agricoltura. A nord-ovest, percorrendo l’argine del Polcevera si giunge ad un altro insieme di abitazioni, dette il “Campaccio”, costituitesi attorno alla Pieve di San Martino. Un altro insediamento di 52

espansione tessuto urbano, 1829

struttura viaria, 1829

pescatori è riconoscibile nell’attuale zona della Fiumara, allora denominata “Sciumea”, sulle foci del Polcevera. Dunque, il territorio del borgo di Sampierdarena, si divide in cinque primordiali rioni. Nel 1131 il Borgo diviene Comune autonomo dotato di autonomia amministrativa e politica, ma comunque assoggettato a Genova e costretto a pagare dazio alla città. In fondo, è proprio dalla Superba che Sampierdarena a lungo trae la sua fortuna. Identità sociali Verso la fine del XII secolo Genova, che è addetta alla costruzione ed alla gestione della flotta dell’imperatore Enrico VI, in deficit di spazio per l’attracco, sposta i cantieri navali da Prè alla spiaggia sampierdarenese. Alla stessa spiaggia, viene anche affidato lo scarico e lo stoccaggio del sale proveniente dalle saline siciliane, per il quale vengono costruiti dei magazzini. Costretti dagli eventi, gli abitanti del borgo cambiano le loro abitudini lavorative, passando in molti casi da pescatori o agricoltori a operai e scaricatori, raggiungendo livelli di specializzazione che nei secoli li renderanno famosi.

Esempio tipico è rappresentato dai “Calafati” che si occupano dell’impermeabilizzazione delle navi. Legata alla navigazione ed alla marineria identifichiamo anche la “confraternita dei Minolli”, gli zavorrai, nata alcuni secoli dopo. Sampierdarena si determina dunque sia spazialmente che socialmente. I suoi cantieri navali, decantati non solo dalle famiglie genovesi, ma anche da sovrani stranieri, raggiungono una tale importanza, che nell’epoca delle crociate sono sede di esercitazioni e ospitano schieramenti navali. La difesa e le fortificazioni La posizione della cittadina è per sua natura votata alla difesa, in quanto è protetta a nord dai monti, a est dal promontorio della lanterna e ad ovest dalla scogliera, sulla quale ha sede il Castello. In realtà, poche sono le notizie certe sulle fortificazioni Sampierdarenesi che si ipotizzano essere mura, torri, terrapieni, baluardi, capisaldi, posti di guardia ed edifici castellati Medioevali. Si sa che nel 1320, il lido di Sampierdarena è munito di un numero consistente di forti in legno per la difesa e che molti fortini sorgono anche tra il 1391 e il 1395, anni di lotte tra Guelfi e

Ghibellini nelle Repubblica di Genova. In questo periodo di conflitti gli strumenti di difesa sembrano non essere mai sufficienti, così numerose sono le abitazioni che si trasformano in fortezze e vengono aumentate le difese esterne. Nel 1507, in occasione dell’assedio da parte dei francesi, il forte Sampierdarenese del promontorio e il castello vengono fortificati, con tutto il recinto compresso tra i due capisaldi, ciò nonostante il sistema difensivo risulta arretrato rispetto alle nuove tecniche di guerra. Solo nei secoli successivi, in momenti di maggiore instabilità, saranno costruiti per la difesa i forti Crocetta, Belvedere e Tenaglia. L’innovativo collegamento con Genova Sampierdarena, legata fortemente alle sorti genovesi, sarà luogo anche di tante battaglie e non solo di vacanza. Nel 1626 abbiamo visto la creazione della quarta cinta muraria di Genova, che comprende le alture che la dividono dalle valli del Polcevera e del Bisagno e che esclude Sampierdarena, già separata naturalmente dalla presenza della collina di Promontorio dove si trova la celebre Lanterna. La strada di collegamento tra Genova 53


Crêuza de mä

Le ville fuori porta Già dagli inizi del ‘500, le funzioni difensive cominciano a diminuire. Nei primi anni del XVI secolo, infatti, Sampierdarena dimostra il suo eclettismo e cambia nuovamente. É il periodo, già citato, in cui la Repubblica riacquista la sua indipendenza e riprende le attività commerciali, smerciando anche manufatti sampierdarenesi, produzioni tessili e di oreficeria. I nobili genovesi riconoscono a Sampierdarena anche potenzialità naturalistiche e paesaggistiche e decidono di edificare proprio su quella costa, le loro abitazioni vacanziere. Nel luogo, che offre un’ampia scelta di siti, si ha un rapido e consistente incremento urbanistico, con costruzioni di grande pregio architettonico ed artistico. Molte torri medievali, baluardi di difesa costiera, costruite per avvistare navi nemiche, vengono dunque abbattute, trasformare o inglobate nelle nuove costruzioni. Si sviluppano così, nella fascia che si affaccia sul mare, ma anche sulle alture, maestose ville, immerse in una natura incantevole. Cullate dalle colline e dal mare, avvolte da meravigliosi parchi e giardini, le sontuose ville del patriziato genovese diventano la nuova immagine della zona, che assumerà fama internazionale e diverrà luogo di sosta di celebri artisti quali il Petrarca e il Rubens e di numerosi 54

1. Genova e Sampierdarena

personaggi altolocati, tra cui spesso sovrani, imperatori, regine, principi, granduchi. Sampierdarena si presenta “con un duplicato ordine di palazzi frammischiati di vaghi giardini, la magnificenza dei più ricchi e principali cittadini ha, sopra la spiaggia del mare quasi per un miglio dal lato di ponente, continuata la città. In questo luogo aperto e non meno per l’aria pura e salubre che per la comodità de passeggi e per lo fresco dell’ombre e de’ ponentini delizioso suole una parte della nobiltà genovese ritirarsi l’estate a godersi i passatempi del mare e della terra […]3” Molte sono le motivazioni che spingono i genovesi verso la scelta di questo sito. Alla straordinaria bellezza per la varietà del terreno e la ricchezza della vegetazione, alla possibilità di un contatto diretto con il mare, consentito da questa spiaggia ancora incontaminata e dunque alla ricerca di evasione da un luogo caotico ed affollato come già Genova dimostra di essere in quell’epoca, si sovrappone per molti la necessità di continuare a curare gli interessi cittadini, necessità consentita dalla vicinanza geografica con la Superba. Sampierdarena, nella quale si contavano più di novanta palazzi monumentali, apprezzata non solo dai genovesi, diviene la più importante località di villeggiatura della penisola.

vista di Villa Grimaldi detta “La Fortezza”

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Crêuza de mä

1. Genova e Sampierdarena

1899

legenda legenda

legenda legenda

struttura viaria, 1899

espansione tessuto urbano, 1899

assistradali stradali di precedente tracciati storici/creuze mura tracciati storici/creuzetracciati assi diepoca precedente assi stradali diepoca epoca precedente tracciatistorici/creuze storici/creuze assi stradali di epoca precedente nuovi assi stradali primari linee ferroviarie nuovi assi stradali primari nuovi nuoviassi assistradali stradaliprimari primari

lineeferroviarie ferroviarie linee linee ferroviarie

nuovi assi stradali secondari tracciat isotterranei sotterranei tracciati sotterranei tracciati nuovi assi stradali secondari tracciati sotterranei nuovi nuoviassi assistradali stradalisecondari secondari

ed il ponente, oggi denominata via di Francia, costeggia inizialmente l’arco portuale ed il Promontorio, forse passando in origine a picco sul mare, ma nel periodo coincidente con la costruzione delle mura viene aperta una strada più diretta che permette la comunicazione tra il borgo e la città. La nuova strada passa a monte della lanterna, attraverso la cosiddetta “tagliata”, completamente artificiale. Quest’intervento, che elimina la necessità di costeggiare il Promontorio, consente di completare il sistema di fortificazioni che chiude a lato mare lo spazio stretto tra la porta di San Tomaso ed il vecchio molo, creando un imponente sistema difensivo. Sono anni di tumulti e guerre che vedono, in alcuni frangenti, unite le forze della città e dei borghi esterni della Val Polcevera, tra cui Sampierdarena. Ne sono esempio gli avvenimenti del 1684 in cui i francesi sono costretti alla ritirata o l’insurrezione del 1746 contro gli austriaci. La Municipalità e i nuovi quartieri Sampierdarena migliora il suo livello di organizzazione burocratica creando, nel 1763, i registri delle deliberazioni

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che rimarranno in auge fino al 1926, anno dell’annessione a Genova. Il 1797, come abbiamo visto, segna la fine della Repubblica oligarchica e l’inizio della Repubblica Ligure. Si riorganizzano le amministrazioni centrali nei vari distretti. Sampierdarena appartiene a quello del Polcevera e diviene una Municipalità; viene scritta la nuova Costituzione. L’anno successivo la Municipalità di Sampierdarena si riunisce per la prima volta ed il territorio viene suddiviso in tre quartieri: il “quartiere dell’uguaglianza”, i “quartiere della fratellanza” e il “quartiere della libertà”.

Sampierdarena. La città La “Manchester d’Italia”. Abbiamo visto Sampierdarena cambiare nel corso della storia la sua vocazione, nonché la sua struttura urbana, ma la maggiore rivoluzione che ne cambia totalmente l’aspetto ed il ruolo avviene tra la fine del ‘700 e l’inizio del ‘800, con l’avvento dell’industria che comincia a conquistare il territorio. Progressivamente il borgo di Sampierdarena diviene uno dei principali centri industrializzati della

penisola, con risonanze anche a livello europeo, tanto da guadagnarsi la denominazione di “Manchester d’Italia”. Possiamo considerare come antesignane dell’industria le prime fabbriche di sapone, dei filati e del cotone che si situano sull’intera riviera di Ponente. Ma la svolta avviene con la formazione delle prime aziende di lavorazione del ferro. Sorgono ferriere e fonderie a gestione familiare, guidate da imprenditori che non riescono ad espandere le loro produzioni. Solo nel 1832, con l’iniziativa dei fratelli Balleydier che impiantano una fonderia ed un’officina nello stesso complesso, al settore viene fornito il giusto impulso. La loro opera continuerà per circa 75 anni e lascerà una testimonianza intramontabile nella storia del lavoro a Sampierdarena. Qualche anno successivo alla creazione dello stabilimento dei Balleydier, nel 1846 viene costituita, nell’area dell’attuale Fiumara, una delle industrie più all’avanguardia d’Italia. Si tratta della “Taylor & Prandi”, un’azienda con officina meccanica e cantiere navale adatto alla costruzione di piroscafi in ferro. Purtroppo

mura mura mura

tessuto edilizio di nuova formazione tessuto edilizio di nuova formazione tessuto edilizio didinuova formazione tessuto edilizio nuova formazione tessuto edilizio di precedente formazione tessuto edilizio di precedente formazione tessuto edilizio didiprecedente formazione tessuto edilizio precedente formazione

l’iniziativa non riesce ad essere giustamente supportata a livello economico dagli imprenditori che solo dopo sette anni richiedono l’intervento dello Stato. L’impresa viene dunque svenduta ad un gruppo di imprenditori, tra cui anche Giovanni Ansaldo, giovane docente di calcolo infinitesimale che si assume la responsabilità di unico gerente della ditta. L’anno di nascita dell’”Ansaldo-meccanico”, pietra miliare nella storia dell’industria italiana, è fissato nel 1853. Le infrastrutture Riteniamo questa data particolarmente significativa nella storia del legame tra Sampierdarena e Genova, poiché è proprio in questo frangente che tale legame inizia a consolidarsi, fino a divenire inscindibile e sfociare nell’unione delle due. Infatti, con l’espansione del settore industriale e la necessità di sempre maggiori contatti tra Sampierdarena e Genova, si rende necessario un ripensamento della viabilità che si allarga anche al trasporto ferrato. Il 1853 è anche l’anno in cui la ferrovia raggiunge Genova nella stazione di Piazza Principe,

57


Crêuza de mä

1. Genova e Sampierdarena

espansione del tessuto attorno alle ville nobiliari, 1899

con grande guadagno per il settore dell’industria metalmeccanica di Sampierdarena. Viene così costruita, in prossimità della Lanterna, una galleria che sottopassa il colle di San Benigno rendendo accessibile la strada verso Genova, ma anche il passaggio viario dei primi tram a cavallo e dei treni. Con l’incremento della rete ferroviaria, si sviluppa un complesso sistema di gallerie di connessione con il porto e con Genova, oggi ancora esistente, ma quasi completamente abbandonato. Il turismo L’arrivo della ferrovia, il prolungamento della stessa fino a Voltri e più tardi Savona e la creazione del tracciato ferrato Genova-Torino sviluppato in questi anni, fornisce un grande impulso al turismo internazionale. Queste dinamiche portano alla rapida trasformazione urbanistica dei centri litoranei suburbani che assumono differenti identità conformi alle nuove esigenze. E’ a questo punto che le ville, spesso in condizioni di decadenza, trovano nuovo utilizzo nella destinazione alberghiera. Sampierdarena ne è esempio peculiare. Si sviluppa in questi anni il turismo balneare, ulteriore attività che Sampierdarena riesce ad incanalare e a fare propria, sfruttando la presenza della spiaggia, assente a Genova perché cancellata da secoli dal porto. Gli 58

stabilimenti che si sviluppano, offrono possibilità di villeggiatura agli stessi genovesi, che per recarvisi utilizzano le recenti linee ferroviarie e tramviarie. Proprio in virtù di questo favorevole momento economico, Sampierdarena vede aumentare esponenzialmente la sua popolazione, passando nel corso della seconda metà del ‘800 da 4.000 a 33.000 abitanti e sviluppare la sua topografia Nel 1865 viene così dichiarata città. Questi anni corrispondono dunque ad un progressivo e veloce sviluppo urbano che porta all’apertura di nuove strade di collegamento che tagliano la neo città, come l’attuale Via Buranello, sede del viadotto ferroviario e alla demolizione di numerose ville e giardini, che vengono sostituiti da palazzi residenziali.

Antica cartolina di Sampierdarena, piazza Vittorio Veneto fonte: www.guidadigenova.it

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Crêuza de mä

La “Grande Genova” Il porto di Sampierdarena: il mare negato L’affermarsi della produzione industriale, lo sviluppo economico, demografico e topografico degli ultimi anni del ‘800 portano alla naturale e logica esigenza della creazione di un porto industriale a Sampierdarena, lungo la spiaggia stretta tra Capo di Faro e la foce del Polcevera. Contraria a questa posizione si trova Genova. Nonostante ciò, il Municipio di Sampierdarena incarica comunque l’Ingegnere del Genio Civile Pietro Giaccone di studiare la nuova opera portuale. Il progetto redatto non si concretizza. A questo seguiranno due ulteriori

60

progetti. Negli stessi anni, inizia a profilarsi anche l’ipotesi dello sbancamento della collina di San Benigno, seguita da concreti progetti che ne rendono evidente l’effettiva possibilità realizzativa. Nel 1915, il re fa esplodere una mina, confermando simbolicamente l’inizio dei lavori. Questi vengono però subito arrestati a causa del primo conflitto mondiale. Si dovrà attendere l’unione di Sampierdarena perché entrambi i progetti, quello del porto e quello dell’abbattimento della collina vengano realizzati. L’annessione dei Comuni contermini a Genova avviene nel 1926 e viene attuata con atto formale (R.D.L. n.662 15 aprile 1926) per volere di Mussolini. Viene così creata la “Grande Genova”. La città di Sampierdarena, da realtà

Sampierdarena vista dal mare

1. Genova e Sampierdarena

industriale fiorente e ben amministrata, diviene quindi una delegazione dipendente dalla Superba. Dello stesso periodo è la redazione del primo piano regolatore. Dal ‘27 al ’36’ viene realizzato l’ampliamento del porto genovese lungo il litorale di ponente, privando definitivamente Sampierdarena dell’affacio al mare. Il progetto, prevede la creazione di quattro sporgenti ad andamento obliquo rispetto alla linea di costa, (per consentire un raccordo diretto con i binari in curva) di 400 m di lunghezza e larghezza tra i 130-150 m nello specchio d’acqua di Sampierdarena, protetto tramite il prolungamento della diga già presente a difendere il bacino della Lanterna. Si prevede anche la costruzione di un molo alla foce del Polcevera.

61


Crêuza de mä

legenda

struttura viaria,1926

tracciati storici/creuze

assi stradali di epoca precedente

mura

nuovi assi stradali primari

linee ferroviarie

tessuto edilizio di nuova formazione

nuovi assi stradali secondari

tracciati sotterranei

tessuto edilizio di precedente formazione

1926

espansione tessuto,1926

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espansione collinare

Gli arditi collegamenti viari Questo intervento è accompagnato dallo sbalorditivo sbancamento del promontorio di San Benigno, che persegue lo scopo di un immediato collegamento del centro città con il ponente, attraverso l’eliminazione diretta del limite naturale che per secoli aveva separato nettamente Genova e Sampierdarena, marcandone i confini. In nome del progresso, viene perciò completamento raso al suolo lo storico quartiere della “Coscia” sostituito, negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, da moderni grattacieli con funzioni amministrative che, non solo cancelleranno la poesia del luogo, ma contribuiranno all’annientamento della sua memoria, attraverso l’utilizzo della denominazione centro direzionale San Benigno”. I lavori di abbattimento iniziano nell’anno immediatamente successivo all’unione e portano in poche stagioni a spianare completamente una collina di 800 m, sbancando ben 1.100.000 m cubi di roccia. L’intervento è seguito dalla costruzione dell’arditissima

1. Genova e Sampierdarena

Promontorio di San Benigno e Lanterna visti da Genova centro storico, XIX sec. fonte: www..skyscrapercity.com

sbancamento del promontorio di San Benigno fonte: www.fortidigenova.com

elicoidale, che verrà denominata “nodo di San Benigno”, uno svincolo viario che permette la distribuzione del traffico su gomma, tra Genova e Sampierdarena, proveniente dalla nuova strada “camionale GenovaValle del Po” tra la “Dominante” e Serravalle Scrivia, altro rimarchevole intervento di questo periodo, che non possiamo dimenticarci di citare. Iniziata nel 1932 e terminata nel 1935, in soli tre anni, rappresenta a tutt’oggi parte del tracciato dell’Autostrada n.7. Genova-Milano. Come abbiamo notato, la scomparsa della collina, vede come obiettivo la facilitazione dei collegamenti tra la delegazione ed il centro. Così, a sostituzione della storica strada che attraversava la porta della lanterna, viene creata l’attuale Via di Francia, sede all’epoca del doppio binario tramviario e di un’ampia carreggiata stradale. Il nuovo Piano regolatore rivisita dunque l’intero sistema viario e anche se le decisioni sono accompagnate da lunghi periodi di incertezze, nel 1930 si propende per l’apertura di un’ulteriore arteria di estrema

importanza, l’odierna Via Cantore, che diviene la strada principale di Sampierdarena, scalzando da quel ruolo la lunga e tradizionale Via Daste. Per la sua realizzazione vengono però sacrificati orti e cortili, tagliati accessi e giardini di numerose ed importanti ville storiche e di palazzi, disgregando definitivamente l’impianto urbano cinquecentesco. La via, oltre a rappresentare un’importante collegamento, con i suoi portici e palazzi signorili diviene a lungo meta di passeggio e ritrovo mondano degli abitanti della delegazione genovese, fino ai nostri giorni in cui sembra perdere il suo nobile compito.

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1128

peste 1656

4° mura 1626

2° carta dei Rolli 1614

carta dei Rolli 1588

ricostruzione definitiva 1543 lanterna

repubblica oligarchica 1528

3° mura 1320

darsene e arsenale 1248

2° mura 1155

faro

COMUNE 1097

1° mura 864

longobardi 643

espansione industriale

g8 2001

città

annessione a Genova

2000

1930 porto Sampierdarena taglio di S.Benigno

1926

municipio

delegazione

capitale cultura 2004

repubblica marinara

colombiane 1992

borgo

porto Sampierdarena 1930 taglio di S.Benigno

1853

1865 CITTA’

ansaldo ferrovia

1850

1841 omnibus

parte di Genova

GRANDE GENOVA 1926

annessione comuni del 1877 Bisagno

4° mura

1626

1626 porta lanterna

ville fuori porta

1500

1131 COMUNE

indipendenza (sotto l’influenza genovese)

ferrovia 1853

1000

725 Liutprando

500

anno 0

sottomissione a Genova

Repubblica Democratica 1797 Ligure annessione Regno di 1815 Sardegna

64 città romana II sec a.C

primo insediamento V sec a.C

Crêuza de mä 1. Genova e Sampierdarena

linea temporale e sviluppo demografico di Genova e Sampierdarena 848.121

688.447

610.307 586.180

304.108

219.507

130.836

90.000 66.612 59.284 45.311 43.515

9.079

contrazione

65


Crêuza de mä

1. Genova e Sampierdarena

LEGENDA Legenda

planimetria scala 1:7500

villenobiliari nobiliari ville tessutofino fino al al 1829 tessuto 1829 tessutodal dal 1926 1926 aaoggi tessuto oggi curvedi di livello livello ogni curve ogni55mm tessutodal dal 1829 alal1899 tessuto 1899 tessutodal dal 1899 alal1926 tessuto 1926 curvedi dilivello livello ogni curve ogni25 25mm barriera barrieraportuale portuale

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Evoluzione del tessuto, planimetria scala 1:7500

tessuto urbano odierno

67


Crêuza de mä

1. Genova e Sampierdarena

1/b. Genova oggi “Così esistono ancora periferie operaie o prevalentemente tali, esistono periferie di marginali, esistono periferie di perdenti della globalizzazione, esistono periferie di anziani impoveriti e o espulsi dai centri gentrificati. Esistono poi anche periferie dei ricchi, ma sostanzialmente la periferia oggi va letta come un caos.” (Agostino Petrillo)

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i tetti di Genova

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Crêuza de mä

1. Genova e Sampierdarena

La città tra deindustrializzazione e metamorfosi IL COMUNE IL COMUNE parchi urbani parchi urbani

linea dell’ed quarti

aree rurali periurbane aree rurali periurbane

forti

aree protette protette aree

mura

demanio marittimo demanio marittimo

IL COMUNE

aree SIC SIC aree

scala 1:50.000

linea di massima espansione

parchi urbani

linea massima espansione dell’edi dificato dell’edificato quartiere didiSampierdarena quartiere Sampierdarena

aree rurali periurbane

forti forti

aree protette

muraseicentesche seicentesche mura

demanio marittimo

aree SIC

Planimetria del Comune di Genova, scala 1:50.000

70

71


Crêuza de mä

1. Genova e Sampierdarena

Deindustrializzazione e dismissione industriale deindustrializzazione e dismissione industriale nel Comune di Genova

Comune di Genova:

784.194

762.895

610.307

285.575

265.002

223.287

81.715

51.052

1981

1961

Genova città compatta

popolazione residente

popolazione residente

popolazione occupata

popolazione residente popolazione residente

popolazione occupata popolazione occupata

occupati nell’ industria occupati nell’industria

popolazione occupata

occupati nell’industria

occupati nell’industria

2001

da: Rapporto statistico liguria 2010 analisi storica 1861-2011

da: Rapporto Statistico liguria 2010, analisi storica 1861-2011 da: Rapporto statistico liguria 2010 analisi storica 1861-2011 da: Rapporto statistico liguria 2010 analisi storica 1861-2011

Il nuovo Comune La “Grande Genova”, ovvero l’unificazione amministrativa operata dal regime di tutti i comuni limitrofi alla città, è il risultato di un processo cominciato molti anni prima. Come visto, l’annessione dei primi comuni si ha nel 1873, con l’inclusione dei comuni di Foce, San Francesco d’Albaro, San Martino d’Albaro, San Fruttuoso, Marassi e Staglieno. Con il 1926, si raggiunge invece la conformazione attuale del comune di Genova, attraverso l’aggregazione dei comuni di Apparizione, Bavari, Bolzaneto, Borzoli, Cornigliano, Molassana, Nervi, Pegli, Pontedecimo, Prà, Quarto dei Mille, Quinto al Mare, Rivarolo Ligure, Sampierdarena, San Quirico in Val Polcevera, Sant’Ilario, Sestri Ponente, Struppa e Voltri, che divengono delegazioni. Il completamento di questo progetto si ha con il rinnovo urbanistico della città che, con il piano regolatore del 1932, vede attuare la retorica celebrativa di Regime, di cui piazza della Vittoria è l’esempio maggiormente significativo. Con l’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, Genova diviene obiettivo sensibile per il suo ruolo di porto e di polo industriale, subendo danni ingentissimi in termini di vite umane e di distruzione del tessuto urbano. Nel 1950 viene approvato il “Piano di ricostruzione” per le

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aree maggiormente danneggiate, dove si perde l’approccio funzionale ed omogeneo degli spazi e si procede per comparti, spesso con poca attenzione al tessuto preesistente, seguendo una logica meramente speculativa. Nel 1959 è approvato il primo Piano Regolatore Generale esteso a tutta l’area comunale, che prevede incremento edilizio di tipo residenziale e per i centri direzionali. L’obiettivo è quello di garantire lo sviluppo urbano anche nei territori di recente annessione seguendo principi di viabilità, zonizzazione e servizi. Nei fatti queste espansioni si concretizzano con una crescita della città priva di criterio verso le zone collinari e le valli Polcevera e Bisagno. Non solo, accanto a questa espansione incontrollata abbiamo la realizzazione di molte delle infrastrutture ad oggi presenti ed ampiamente discusse nel corso degli anni. Tra queste ricordiamo la “Sopraelevata”, la “diga del Brugneto”, l’“aeroporto”, il “polo fieristico della foce”, l’espansione delle direttrici lungo il Bisagno e la Val Polcevera, la creazione di un reticolo autostradale che attraversa anche quartieri urbani, lo sventramento di Via Madre di Dio. Si assiste ad un aumento del 77% del patrimonio residenziale che si diffonde da Ponente a Levante nelle aree collinari, investendo ovviamente anche il quartiere di Sampierdarena. Nel 1963 ci si rende conto della necessità di un piano

più innovativo e viene istituita la “Commissione Astengo”. Come abbiamo visto, è in questo periodo che tale commissione, con la presenza dell’urbanista francese Robert Auzelle, intravede un futuro diverso per Genova ed in particolare per il porto antico, che indica come possibile spazio ricreativo. Purtroppo la stessa lungimiranza non può essere riconosciuta agli amministratori genovesi, ancora proiettati verso logiche di investimenti legati al porto ed all’industria. Così il gruppo di lavoro avrà vita travagliata e breve. Sarà con il “Piano per il Comune di Genova 196871” che comincerà a cambiare la prospettiva. Nonostante esso rimanga ancorato ad una visione incentrata sull’industria, si pone la questione dello sviluppo turistico della città. La variante del piano, approvata nel 1980 dalla Regione Liguria, si dimostrerà comunque ancora inadeguata, come già menzionato, ma porrà le basi per il proficuo dibattito seguente.

Il dopoguerra e la crisi I piani che si susseguono dopo il secondo conflitto mondiale si scontrano con una situazione mutevole, che è riconosciuta con scarso tempismo e dunque per anni essi si rivelano inadeguati a fronteggiarla. Nell’immediato

dopoguerra fino agli anni ‘60, l’industria genovese vive il “dramma della ristrutturazione dovuta all’eccessiva dilatazione degli organici” (www.guidadigenova.it) durante gli anni di produzione bellica, che porta alla perdita di migliaia di posti di lavoro. Si avviano però nuove realtà siderurgiche e di manifattura pesante che interessano la piana di Campi, (Italsider) immediatamente alle spalle di Cornigliano, che coprono circa il 22% della produzione nazionale. Si rafforza la peculiarità di città a vocazione industriale nei settori siderurgici, cantieristici e metalmeccanici, concentrati nella zona del Ponente cittadino sulla scia dello sviluppo ottocentesco. A questo tipo di sviluppo economico corrisponde un altrettanto convinta vocazione sociale e politica, fattore caratteristico delle aree del ponente genovese. Nella storiografia del movimento operaio, si parla di un’ “aristocrazia operaia”, della quale appartenenza i lavoratori genovesi vanno orgogliosamente fieri. “La fabbrica detta i tempi e i modi di vita quotidiani delle persone ed indirizza la loro partecipazione al mondo culturale e politico della città. La comunicazione e partecipazione politica è strettamente legata alle forme tradizionali di coinvolgimento partitico e sindacale.[...] Identità culturale, sociale e politica sono strettamente legate e culturalmente e spazialmente determinate4”. Gli anni ‘60 73


Crêuza de mä

aree dismesse e in via di riconversione

1. Genova e Sampierdarena

livelli infrastrutturali

ambiti riconversione ambitidi di riconversione ambiti riconversione fase di realizzazione ambitidi di riconversione in fase diin realizzazione

ferroviaee stazioni ferrovia stazioni

ambitidi di riconversione attuata attuata ambiti riconversione

ferroviaGenova-Casella Genova-Casella e stazioni ferrovia e stazioni

sono gli anni della ristrutturazione e riorganizzazione delle aziende pubbliche e del ridimensionamento del settore cantieristico, sono gli anni del “boom economico” italiano che portano alla massima espansione di Genova, anche dal punto di vista demografico. Tra gli anni ‘60 e ‘70 la città raggiunge più di 800.000 unità e l’espansione urbanistica incontrollata conosce il suo picco con i progetti residenziali di stampo razionalista ed autosufficiente che dimostreranno in seguito il loro fallimento concettuale. In questi anni comincia già a profilarsi latente la crisi del settore industriale, che travolgerà con tutta la sua potenza la città di Genova dagli anni ‘80. Questo periodo vede la costruzione di minacciosi centri direzionali che sconvolgono ulteriormente l’assetto urbano; è questo il caso della zona di San Benigno che conosce un’ulteriore espansione edilizia e sarà segnata da svettanti palazzi moderni fuori scala, di possibile matrice speculativa, ma che per alcuni sembrano rappresentare il futuro verso cui dovrebbe rivolgersi la città. Si tenta di rispondere ad una gravosa situazione di difficoltà che ha origine nella crisi del settore produttivo. Si tratta molto spesso di imprese a Partecipazione Statale che svolgono la loro attività in settori ormai superati e che non riescono a rinnovarsi e rispondere alle nuove esigenze del mercato. Il sistema economico 74

in cui hanno operato per anni, di tipo protezionistico e legato alle commesse pubbliche o dei grandi gruppi industriali viene meno a causa dell’espansione dei mercati verso paesi maggiormente concorrenziali. Si avvia un periodo di depressione che porterà alla chiusura o al ridimensionamento di molti comparti produttivi, non solo sul territorio nazionale, ma in tutta Europa. Si assiste alla rarefazione di un sistema che era stato il motore economico di molte città fino a quegli anni e che aveva assicurato possibilità lavorative e certezze di vita che progressivamente si sgretolano. La crisi del porto La difficoltà del sistema del porto emporio risale già agli inizi del Novecento, se accettiamo di definirlo come il luogo dello sbarco di prodotti da commercializzare in situ. Le merci cessano di essere sbarcate e commercializzate e cominciano semplicemente a transitare per essere smistate e vendute in altri luoghi, in seguito all’aumento delle vie di comunicazione di terra e della scarsità di risorse dell’apparato produttivo del nord-ovest. Tuttavia è solo nel periodo in cui l’industria entra in recessione, che il settore portuale genovese attraversa anch’esso una vera e propria crisi. Sono dunque gli anni in cui si rende evidente la crisi

dell’industria pesante genovese, quelli in cui si manifesta anche quella del suo porto, a causa dell’avvento del container. Le ragioni sono facilmente deducibili, se si pensa a quanto detto riguardo al microcosmo portuale e a quali fossero i motivi principali dell’indotto della città. Ovviamente, il container, stravolge il commercio marittimo che si slega ulteriormente dal lavoro nel luogo dello sbarco, in quanto le merci vengono smistate e comunque non lavorate sul posto, portando al rapido sgretolarsi di un’economia che era parte integrante di questo enorme ingranaggio. Cambia perciò il sistema portuale; la qualità e l’efficienza dei servizi vengono sostituiti con la qualità e l’efficienza del ciclo trasportistico di smercio. Crolla l’esigenza delle competenze, fino a quel momento necessarie, che vengono giudicate ormai obsolete, dei lavoratori portuali, ma che avevano da sempre rappresentato un elemento su cui potere contare nelle lotte condotte dai lavoratori. L’affermarsi del container avviene peraltro in concomitanza con una maggiore diffusione dell’aereo come mezzo di trasporto per i passeggeri, con la conseguente diminuzione anche del traffico viaggiatori. Un dei motivi che accresce la competizione tra i porti è che il container non necessita di sofisticati impianti di banchina o attrezzature particolari e può quindi essere

autostrada e uscite autostrada e uscite strade principali strade principali

metropolitana e efermate metropolitana fermate

funicolari cremagliere funicolari eecremagliere ascensori ascensori

sbarcato quasi ovunque, salvo la disponibilità di una struttura che consenta l’accesso alle grandi navi da containers, che hanno sostituito le precedenti, meno ingombranti. Aumenta così la concorrenza, in particolare da parte delle rotte atlantiche per l’organizzato trasporto nave-treno, anche verso il bacino padano. In realtà, nel 1969 viene creato a Genova il primo terminal container del Mediterraneo e nel 1971 Genova risulta seconda solo al porto di Rotterdam. Tuttavia, le trasformazioni richieste da questa nuova concezione del sistema, non sono accettate dalle “Compagnie” portuali, nelle quali è suddiviso il lavoro all’interno del porto e che hanno ancora un buon potere contrattuale 75


Crêuza de mä

demografica 1. Contrazione Genova e Sampierdarena

e invecchiamento della popolazione

il primato negativo di Genova

sindacale. Poco lungimiranti, non riescono a cogliere l’occasione; riescono unicamente a ritardare il declino. È solo nel 1994, con l’apertura del nuovo porto di Voltri, che Genova torna ad avere un buon indotto; questo anche per quanto riguarda il traffico passeggeri, con l’apertura del Terminal Crociere e Traghetti, certo meno prezioso delle precedenti rotte transatlantiche, ma positivo segale che mostra una tendenza alla ripresa. Una breve riflessione Perciò a Genova tra la fine degli anni ‘60 e tutti gli anni ‘70 il comparto siderurgico “sia avvia a forme di privatizzazione, il settore cantieristico attraversa una fase di difficoltà per la concorrenza dei paesi emergenti, il settore metalmeccanico si avvia a pesanti ristrutturazioni aziendali e dei meccanismi di produzione. Negli stessi anni si assiste ad una grave crisi che investe il settore portuale che perde traffici ed addetti”5. Ma la riconversione, come abbiamo visto tramite l’analisi rapida dei piani regolatori che si sono susseguiti, sembra essere lenta. La città fatica a comprendere o forse ad accettare la situazione che, invece, deve inevitabilmente fronteggiare. Si scontra con una tradizione culturale forte, frammentata e mista di ideologia e convinzioni che risultano ormai anacronistiche e che necessitano un cambiamento di rotta. Così, la disgregazione sociale di cui abbiamo fatto menzione, il suo riconoscimento in ruoli differenti e profondamente connessi all’ambito produttivo, confluisce in una crisi che pur avendo le sue radici in motivi economici, si lega ad uno smarrimento identitario, per la perdita improvvisa di riferimenti culturali importanti. La città perde il suo ruolo di fronte al mondo, ma sono soprattutto i suoi abitanti a sentirsi esclusi da un sistema che fino ad allora li aveva visti protagonisti. Si assiste ad una disoccupazione dilagante, ad una contrazione di popolazione inarrestabile che porta alla perdita in soli 30 anni di quasi 200.000 persone.

812.206 657.561

1971

1991

2001

roma torinoroma bolognatorino bologna Bologna bologna torino Torino napoli napoli palermo palermo Napoli napoli Palermo palermo

2011

roma Roma

genova Genova milano genova milano Genova genova milano da: Grandi Comuni Comune di Genova-Satistica da: Grandi Comuni Comune dida: Genova-Satistica Grandi Comuni Comune di Genova-Satistica

contrazione demografica e invecchiamento della popolazione, il primato negativo di Genova da: Grandi Comuni di Genova-Statistica

rotte aeree verso l’aeroporto di Genova

Una differente demografia

barcellona bastia bastia porto torres abatax

rotte portuali

aeroporto aeroporto tratte e connessioni tratte aereeaeree e connessioni trasporto pubblicopubblico marittimo trasporto

tragitti traghetti tragitti traghetti

76

1981

marittimo

tunisi palermo

Lo sviluppo demografico della città, così come quello dell’intera regione, segue nella storia i ritmi di un’economia basata sull’industria, che assiste allo spopolamento della montagna in favore di un aumento della popolazione cittadina, richiamata dalle possibilità lavorative offerte dalla fabbrica. “Alla fine del XIX secolo Genova è una città che, rispetto al tempo, presenta già i tratti di un’accentuata modernizzazione sociale. Lo provano i comportamenti riproduttivi ormai sotto controllo e il tendenziale assottigliamento dei nuclei familiari.6” Già da quegli anni si dimostra infatti un atteggiamento particolare dei genovesi che si sposano in ritardo rispetto agli abitanti degli altri comuni urbani e rurali, posticipando e diminuendo perciò, la nascita dei figli. La demografia ligure ed in particolare genovese risulta perciò già dal ‘800 legata al fenomeno migratorio, dimostrandosi pioniera anche per quanto riguarda la storia dell’emigrazione nazionale, della quale rappresenta il cuore, grazie alla presenza del suo importante porto. Da qui, ha inizio il viaggio di milioni di persone nel mondo,

alla ricerca di una vita migliore; ma questo è anche la meta di molti uomini che con lo sviluppo dell’industria vedono nuove possibilità lavorative. Nel ‘900 la crescita di Genova è intensa. I censimenti del 1931 e del 1936 rivelano una crescita di “+43.910 abitanti, pari a + 7,4% in soli cinque anni, per la netta ripresa economica in gran parte legata all’industria di stato ed alle commesse belliche. Infine del quindicennio 1936-1951 la crescita è pari all’8,5%.7” Le famiglie operaie negli anni ‘30 rappresentano una maggioranza relativa, oltre il 40% e quasi mai sono composte da più di tre o quattro unità. Si tratta di una “famiglia che si forma in età matura, che ha una bassa natalità e che, nonostante il grave problema della coabitazione, dispone di spazi abitativi maggiori.8”Anche il livello di alfabetizzazione è alto. Questa moderna qualità urbana, come anche la demografia, risulta essere strettamente connesso alla stagione industriale. Da notare è inoltre che i dati censuari ci indicano una componente importante non di persone nate effettivamente nel comune, la cui percentuale è poco più del 50%, ma di persone nate in altre zone d’Italia. Questo indirettamente ci consente di comprendere la

77


Crêuza de mä

distribuzione della popolazione per età

distribuzione della popolazione per età da annuario 2012 Comune di Genova -Statistica

1. Genova e Sampierdarena

presenza straniera a Genova tra il 2004 e il 2012

immigrazione e contrasto sociale

100 75

I

8613 10906

50

II

4813 11509

25

III

3714 6934

0

IV

6000

0

6000

6000

anno 1995

0

6000

anno 2012

da: annuario 2012 Comune di Genova-Satistica

provenienza delle correnti migratorie e di poter affermare che l’andamento demografico genovese è determinato in questi anni anche e soprattutto da queste presenze. Si registrano piemontesi, emiliani, toscani, lombardi e solo poco persone provenienti dalle regioni del sud Italia, che però sono destinate ad aumentare. Dunque a fronte di un tasso di natalità tra i più bassi d’Italia, riscontriamo una crescita demografica grazie alla buona capacità attrattiva nei confronti delle popolazioni delle altre regioni italiane. “La Popolazione residente passa dai 658.952 abitanti della fine del 1945 ai 690.663 della fine del 1950.[...] Il saldo migratorio è ugualmente sempre positivo[...]Al Censimento del 1951la popolazione residente di Genova è di 688.447. Dieci anni dopo si contano 784.194 residenti e nel 1965 si raggiunge il massimo storico con 842.121 abitanti.9”Sono gli anni del baby boom, quando a Genova nascono 53.254 bambini. Ma il boom reale è quello delle migrazioni, il quale incremento incide per il 95% sulla crescita demografica complessiva della città. Il nuovo fenomeno è rappresentato dagli arrivi dal sud Italia, che passano dalle 2.900 unità medie degli anni ‘50, alle quasi 11.000 degli anni ‘60. Ovviamente questa possente ondata migratoria crea notevoli squilibri nell’assetto socio-culturale cittadino, che vede non pochi problemi integrativi dei nuovi venuti, oltre che drammatici problemi abitativi. Quest’ultima esigenza viene risolta, come 78

12000

6000

0

visto, con un incremento del patrimonio residenziale. Contemporaneamente si registra però anche un aumento di incidenza sulla percentuale degli ultrasessantacinquenni e un innalzamento dell’indice di vecchiaia. Sarà il 1966 a rappresentare uno spartiacque tra l’ascesa demografica genovese ed il suo successivo declino, segno premonitore dell’imminente crisi di cui abbiamo descritto le fasi. La diminuzione di popolazione risulta essere dovuta ad un negativo saldo migratorio, per la prima volta dopo tanti anni. Ma anche il saldo naturale muta di segno a partire dal 1968. Nel 1971 la popolazione risulta di 816.872 abitanti. Nei 10 anni successivi, a causa di saldi naturali e migratori negativi, si perdono 54.000 unità. Le persone che hanno un’età uguale o maggiore di 65 anni, invece, in valore assoluto e in percentuale sul totale degli abitanti di Genova crescono. La media dei componenti per ciascuna famiglia diminuisce vertiginosamente fino a raggiungere le 2,4 unità nel 1981. Aumenta la percentuale delle famiglie mononucleari. Nonostante questi dati, il patrimonio abitativo tra gli anni 60 ed 80 si accresce di circa 60.000 residenze, “per l’86,7% costruite negli anni Sessanta (1961-1971: +51.903; 19711981: +7.940)10”1861-2011”, , determinando così l’aumento di abitazioni non occupate e quello di case in proprietà. L’istruzione invece tra gli anni ‘60 e ‘70 riscontra un netto avanzamento con la diminuzione

V

2013 4388 3320 8653

VI

2784 6551

VII

1435 3029

VIII

2264 3054

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1421 2249

percentuale della presenza straniera sulla popolazione totale

maschi al 2004

mas

femmine al 2004

fem

maschi al 2004maschi al 2012

mas

femmine al 2012 femmine al 2004

fem

pop per

popolazione totale municipio percentuale stranieri municipio

13,7%

4,9%

7,6%

10,6% 16,8%

9% 12,2%

3,5% 5%

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1. Genova e Sampierdarena

V

DIVISIONI AMMINISTRATIVE legenda Ponente Levante Val Polcevera Val Bisagno Sampierdarena: il Medio Ponente

del numero degli analfabeti e l’aumento di persone con licenza media, diplomi e lauree. L’occupazione, ovviamente, paga lo scotto della crisi del settore produttivo che inizia a farsi sentire. Per contro, aumenta l’occupazione femminile, prima quasi del tutto inesistente. Tra il 1981 e il 2001, Genova perde oltre 150.000 abitanti, che si aggiungono alla diminuzione degli anni precedenti. Il dato demografico comincerà a mutare nuovamente solo con le nuove ondate migratorie straniere, ma di questo parleremo più avanti. Ora torniamo invece a valutare la situazione che si raggiunge negli anni ‘80, dove il declino demografico raggiunto è collegabile all’esaurimento del modello industriale e portuale. Queste due crisi congiunte vengono esasperate e si riflettono nel lungo periodo di transizione e trasformazione in cui Genova incorre.

La struttura amministrativa “Solo una parte dei comuni annessi nel 1874, quella costituita dai meno popolati e maggiormente segnati

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dall’urbanizzazione ottocentesca (Foce, Marassi, in parte Staglieno), ha perduto un’identità specifica a vantaggio di quella cittadina più ampia.11 Dopo l’annessione del 1926, molti di questi comuni sono divenuti quartieri. Solo alcuni di questi sono stati separati ed assorbiti dai quartieri limitrofi, assumendo il ruolo di “unità urbanistiche”, irrilevanti dal punto di vista amministrativo. Dal 1997, il territorio genovese, frazionato in nove circoscrizioni, si riorganizza con l’approvazione del “Regolamento per il decentramento e la partecipazione municipale” con delibera n.6/2007 del Consiglio Comunale, in altrettanti Municipi. A questa decisione corrisponde un maggiore decentramento di funzioni e più autonomia organizzativa (“diretta gestione di risorse finanziarie ed umane, gestione e controllo dei servizi di interesse locale, programmazione operativa”), nonché “rilevanza particolare rivolta alla tematica e alla modalità della partecipazione ritenuta elemento fondamentale da perseguire12” La città è oggi dunque composta da nove Municipi, 25 quartieri e 71 unità urbanistiche. Dal punto di vista territoriale più ampio, si possono riconoscere cinque grandi zone, assimilabili per caratteristiche morfologiche e socio-demografiche affini

IV

VII VI

Ponente Levante Val Polcevera

II

I

III VIII

IX

Val Bisagno Sampierdarena: II Medio Ponente (prima della creazione delle circoscrizioni, dette “Grandi Zone Urbane”). Si tratta del “Ponente”, caratterizzato da quartieri dal passato operaio; la “Val Polcevera”, di tradizione contadina e divenuta poi a vocazione anch’essa industriale; il “Centro”, residenza dell’antica borghesi e di tutti i ceti coinvolti nelle attività marittimo-portuali, nonché sede dei centri decisionali; il “Levante”, zona di residenze pregiate e insediamenti terziari importanti; la “Val Bisagno”, sede di quartieri residenziali più modesti ed occupata in molta parte dall’espansione di edilizia popolare.

Il processo di riqualificazione: i grandi eventi Ricapitolando, abbiamo fino ad ora incontrato tutti gli elementi che permettono di comprendere la complessa situazione che la città sta attraversando in quel periodo e capire che è giunto il momento di una sua svolta. Anche Genova se ne rende conto e, in seguito a studi effettuati dal Comune nei primi anni ‘80, l’attenzione viene finalmente posta sulla questione del porto e sulla possibilità di poter restituire l’affaccio al mare al

città policentrica, divisione amministrativa

centro cittadino. L’intuizione, già avuta negli anni ‘60 dall’urbanista Robert Auzelle, comincia a concretizzarsi e nel 1984 la giunta affida, come già visto, a Renzo Piano un primo incarico di “riflessione” sulle possibili modalità e sulla localizzazione dell’ “esposizione colombiana” del 1992, una manifestazione per celebrare il cinquecentenario della scoperta dell’America. Nonostante inizialmente si cerchi uno spazio esterno alla città, alla fine si decide per l’idea non scontata di recuperare lo spazio del porto antico. Così, nel 1985 “la Regione Liguria, il comune di Genova e il Consorzio Autonomo del Porto, siglano il “protocollo di intesa” che sancisce la dismissione dei vecchi moli per recuperarli ad usi turistici e diportistici.13” L’idea del recupero di questo spazio è accompagnata anche dalla sempre più diffusa convinzione che questo intervento possa fare da volano a processi di riqualificazione del centro storico, rappresentando così un’occasione di rilancio per l’intera città, ormai risucchiata da una crisi che è penetrata nel tessuto sociale. Le linee di indirizzo che vengono proposte vedono la salvaguardia dell’attuale impianto portuale e quella dei manufatti di valore storico-culturale, dimostrando un’attenzione all’aspetto urbano che fino a quel momento non ha 81


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1. Genova e Sampierdarena

La riqualificazione e i grandi eventi

La riqualificazione e i grandi eventi

1992, manifestazioni colombiane

caratterizzato gli interventi nella città, guardando al futuro anche nell’ottica di un’inversione di marcia rispetto all’espansione edilizia. Si decide contemporaneamente il potenziamento delle attività portuali a ponente, più adatte per struttura alle nuove imbarcazioni commerciali ed allo stoccaggio dei containers. Il progetto previsto dall’arch. Piano, vede invece la realizzazione di uno spazio con differenti destinazioni d’uso, flessibili e intercambiabili con varie funzioni. Questo tiene in considerazione sia gli esterni, per cui prevede percorsi, piazze sul mare e luoghi di incontro e relax, sia gli interni dei “magazzini del cotone”. Si profila anche l’idea di un acquario sul molo. É forse questa la maggiore intuizione, poiché sarà destinato a divenire una delle principali attrazioni cittadine fino a raggiungere 1.500.000 visitatori all’anno e ad assumere una risonanza internazionale. Gli spazi, i parcheggi e le architetture progettate sono pensate per non essere rimosse, ma per rappresentare permanentemente il radicale cambiamento di quel luogo. Vengono inoltre progettati la stazione marittima ed il terminal traghetti. Altra grande intuizione è l’insediamento nel porto antico della facoltà di Economia e Commercio, elemento sicuramente rivitalizzante. Data l’eccezionalità dell’evento, la città può disporre 82

di finanziamenti dovuti a leggi speciali e collegate alle finanziarie, oltre a godere di procedure burocratiche accelerate. Finanziamenti per l’edilizia universitaria vengono utilizzati per la realizzazione della nuova sede della facoltà. Si creano varie società miste che fanno capo ai differenti progetti previsti. La manifestazione per la celebrazione del cinquecentenario della scoperta dell’America non riscontra il successo sperato e soprattutto al suo termine si pone il problema del riutilizzo degli spazi e dei volumi. Così, viene costituita la “Società PortoAntico S.p.a.”, partecipata all’80% dal Comune di Genova, che diviene concessionaria e si occupa della gestione. L’acquario viene affidato ad una conduzione privata. Il periodo successivo vede l’Amministrazione impegnata nella promozione della città e nella ricerca di altre occasioni da sfruttare. Nel 1995 la società diviene attiva; non passerà molto tempo perché riesca a collocare tutti gli spazi disponibili sull’area del porto antico. La riqualificazione di Genova non si arresta, così nel 2001 riesce ad intercettare gli investimenti per il vertice del G8, proponendosi come città ospitante ed ottenendo tale possibilità. Continuano gli interventi di riqualificazione su questa zona della città. Nel 2004, sempre sulla scia dei “grandi eventi”, Genova

2001, vertice del G8

vince la candidatura per “città Europea della cultura”, che vede come risultato il restauro di palazzi antichi, rifacimenti di facciate su vie e poli architettonici importanti e la riqualificazione di zone del centro storico, in continuità con le precedenti opere di miglioramento e di connessione tra il centro cittadino e la zona portuale, oltre che di promozione della città turistica. Quest’ultimo evento rappresenta un vero cambiamento rispetto all’inserimento nei flussi turistici e culturali, nazionali e internazionali. Ad incentivare questa rivitalizzazione del centro storico contribuisce anche la travagliata decisione di spostare la sede della facoltà di Architettura nei pressi di piazza Sarzano, richiamando nella zona nuove attività, in particolare notturne e riportando gli studenti nel centro. Si potenzia così il mercato degli affitti e si incrementa quel processo avviato di cambiamento degli abitanti del centro città, che porta progressivamente al ritorno dei ceti medio-alti nella zona e che origina il fenomeno detto di “gentrification”. Tutte queste attività portano Genova ad ottenere per il suo centro storico il riconoscimento da parte dell’Unesco di “Patrimonio dell’Umanità”. Le operazioni descritte sono inoltre accompagnati da altrettanti interventi sui parcheggi, sulla viabilità (tra cui la creazione di una prima linea metropolitana) e gli accessi, nonché sul ripensamento della pedonalizzazione

e la regolarizzazione dei flussi di traffico, che creano un nuovo assetto e una diversa fruizione del centro cittadino. Il caso di Genova sembra essere testimone di come uno strumento quale quello del “marketing urbano”, se applicato ad una città lungimirante e conscia dei pericoli che si celano nella possibilità di una trasformazione di una parte di essa che avviene rapidamente, possa risultare positivo. In effetti queste occasioni, se associate ad un disegno più ampio, che prevede l’innesco di meccanismi positivi latenti o la partecipazione di un numero sempre maggiore di popolazione, possono risultare, in questo momento storico, una grande possibilità per la città ed offrire l’occasione, tramite il coinvolgimento di finanziatori e la partecipazione della cittadinanza, per un reale miglioramento della città. D’altra parte, i rischi in questo modo di operare sono ugualmente presenti e passano dalla speculazione, alla disattenzione al tessuto già presente, alla creazione di spazi e volumi difficilmente riutilizzabili che spesso vanno ad incrementare quei fenomeni di degrado che caratterizzano varie arie prive di ruolo della città. E ancora, si riconoscono nella mercificazione degli spazi collettivi e nella determinazione di fenomeni quali la “gentrification”, pericoli reali da non sottovalutare. Senza contare la difficoltà nel coinvolgimento effettivo dei cittadini; non 83


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1. Genova e Sampierdarena

2004, Genova capitale europea della cultura

di rado si parla di partecipazione, ma spesso questa si configura in ultima analisi solo come presa d’atto di una scelta “dall’alto” già avvenuta e impossibile da modificare.

Altri strumenti di riqualificazione urbana Parallelamente ai grandi eventi, che nel caso di Genova sembrano avere dato dei risultati oltremodo positivi, la città è stata capace di incanalare le sue risorse e riuscire ad avvalersi anche di ulteriori strumenti, non senza riconoscere anche esperienze discutibili. L’Amministrazione Pubblica partecipa negli anni a questo processo rigenerativo, riuscendo nel ruolo di attrattore di ulteriore capitali non inseriti nel bilancio ordinario, facendosi promotrice di “programmi complessi o integrati” di riqualificazione urbana di tipo comunitario, nazionale o forme di partenariato pubblico-privato che agiscono sul tessuto commerciale. Il PRU, (Programma di Recupero Urbano): “istituito con la Legge n. 179 del 1992, il programma di riqualificazione urbana prevede un insieme coordinato di interventi volti alla riqualificazione di parti degradate di città” (PUC Genova). Genova si avvale di questo strumento per la

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riqualificazione di aree periferiche, poiché l’interesse dell’Amministrazione non rimane circoscritto al nucleo del centro cittadino, ma si estende anche al restante territorio, nonostante gli interventi in queste aree rimangano a tutt’oggi più limitati. Tra i PRU è necessario ricordare il “PRU Fiumara, approvato nel 1998 ed appartenente alla categoria “Periferia indifferenziata” nell’area dell’ex Ansaldo di Sampierdarena, sul quale ci soffermeremo, data l’importanza dell’intervento per il nostro quartiere. Altri tre PRU sono utilizzati per il rinnovamento di parti cittadine. Un altro strumento del quale Genova si avvale è il “PRUSST”, di durata decennale, attivato nel 2012. “Nati con D.M. dell’8 ottobre 1996, i PRUSST sono i nuovi “Programmi di Riqualificazione Urbana e di Sviluppo Sostenibile del Territorio” promossi dal Ministero dei lavori pubblici con l’obiettivo di realizzare-attraverso programmi organici- interventi finalizzati all’ampliamento ed alla riqualificazione delle infrastrutture e del tessuto economico, produttivo ed occupazionale e al recupero e alla riqualificazione ambientale del tessuto urbano e sociale degli ambiti territoriali interessati.” (PUC Genova) L’area della città coinvolta è quella compresa tra la Val Polcevera e la Val Bisagno, articolata nei tre ambiti principali del Centro storico e delle due valli. Gli interventi sono inerenti all’incremento di un sistema di mobilità vista panoramica del Porto Antico di Genova e del quartiere di Sampierdarena sullo sfondo fonte: www.megaconstrucciones.net genova-puerto-5

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sostenibile (parcheggi, soste, offerta di alternative ai mezzi privati), miglioramento del tessuto urbano, recupero del paesaggio e degli spazi pubblici cittadini e bonifica di sistemi ambientali a rischio. Gli interventi specifici si concentrano sul nuovo mercato di Bolzaneto, sulla progettazione dell’intervento di Ponte Parodi, sul recupero di palazzi storici, quali, fra gli altri, i palazzi dei Rolli, il museo del Mare, il museo Mazziniano, la chiesa di Santo Stefano e gli edifici di via XX Settembre. “Nel 1994, visto l’interesse suscitato da tale sperimentazione e per conferire a questo tipo di interventi una maggiore organicità e dimensione, la Commissione Europea ha introdotto una nuova iniziativa comunitaria destinata specificamente ad avviare interventi di rivitalizzazione economica e sociale nei quartieri svantaggiati delle città europee: il Programma URBAN.” (PUC Genova) La città riesce ad avvalersi anche di questo strumento per due operazioni distinte. Il programma URBAN I vede la sua attuazione tra il 1994-1999 nell’area di Cornigliano e Sestri Ponente. Il progetto viene sviluppato attraverso quattro sottoprogetti fra loro integrati: avvio di nuove attività economiche, formazione - promozione dell’occupazione locale, servizi sociali, sanità e ordine pubblico, miglioramento delle infrastrutture ed ambientale, oltre al sottoprogetto per l’attuazione e la diffusione dei risultati. Il secondo URBAN, sviluppato nel periodo 20002006, invece, vede protagonista l’intero centro storico con i quartieri di Prè, Molo e Maddalena e quelli delle ex aree portuali. Genova è l’unica città italiana che ha usufruito di entrambi gli URBAN. I “POI”, “Programmi Organici d’Intervento”, sono stati istituiti dalla Legge Regionale n. 25/1987 “Contributi regionali per il recupero edilizio abitativo ed altri interventi programmati”. Nei POI dei centri storici le azioni pubbliche si integrano con quelle private.” (PUC Genova) Genova utilizza questo strumento per cinque aree della città. Altri numerosi interventi diffusi nella città vengono effettuati e descritti con la denominazione di “rigenerazione urbana” e “riqualificazione urbana”. Vi sono inoltre ulteriori strumenti utilizzati, quali i “Contratti di quartiere”, “programmi di recupero urbano - promossi dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti - per interventi di sperimentazione edilizia 86

residenziale pubblica, con l’obiettivo di dare risposte di carattere non solo quantitativo, ma soprattutto qualitativo”, che investono i territori di Molassana e Voltri. Un altro strumento del quale si dota Genova è quello dei “CIV”, “Centri integrati di Via”, consorzi di imprese senza scopo di lucro, normativamente riconosciuti dalla Regione Liguria all’interno del Testo Unico del Commercio ( L.R.n 1/2007 ) e che son sostenuti anche dall’Amministrazione Comunale. Affiancati ed assistiti da Ascom confcommercio, “le singole aziende, pur mantenendo la loro totale autonomia, una volta consorziate danno vita ad una vera e propria nuova impresa, costituita sulla base di una serie di interessi comuni.” (www.asgcom.ge.it) Tali esperienze hanno ottenuto notevoli ed importanti risultati, in ambito di riqualificazione urbana, di rapporti con le istituzioni e di benefici diretti per le singole imprese consorziate. Un altro strumento che vale la pena citare è il “Piano Regolatore Sociale”, indice dell’attenzione che l’amministrazione ha nei confronti della sua città, particolarmente sensibile, come ci racconta la sua evoluzione e la sua storia. “Il “Piano Regolatore Sociale” del Comune di Genova si propone come un innovativo metodo di pianificazione attraverso la governance” proponendo un “processo circolare di comunicazione e di partecipazione nelle decisioni di diversi attori interni ed esterni; sostegno e avvio dei progetti e delle azioni in modo trasversale (ad esempio coinvolgendo su un obiettivo specifico settori diversi del Comune); coinvolgimento di una molteplicità di attori dell’ente, delle altre istituzioni e della cittadinanza, intesa come corpi intermedi e singoli cittadini”, riconsiderando dunque fondamentale il tema della “persona al centro”. (http://urbancenter.comune.genova.it) E ancora i “POR”, “Programma Operativo Regionale”. Il “Programma Operativo Regionale Liguria” – F.E.S.R. 2007-2013 – prevede l’attivazione di finanziamenti pubblici a valere sull’Asse 3 “Sviluppo Urbano” e sull’Asse 4 “Valorizzazione delle risorse culturali e naturali”, da utilizzare in base a specifici Progetti Integrati Territoriali con l’obiettivo di concorrere al miglioramento della competitività regionale” (PUC GENOVA) investe cinque ambiti, tra i quali anche Sampierdarena che affronteremo successivamente nel dettaglio.

1. Genova e Sampierdarena

Note 1_ Poleggi Ennio, Cevini Paolo, Le città nella storia d’Italia. Genova, Roma, Laterza, 1992, pp.24 2_ Poleggi, Cevini, Le città nella storia d’Italia. Genova, cit., pp.48 3_ Poleggi Ennio, Cevini Paolo, Le città nella storia d’Italia. Genova, cit., p 24 4_Longoni Laura, Lo sviluppo dei quartieri contemporanei.Partecipazione e comunicazione politica, Roma, Aracne editrice novembre 2012, p. 132 5__Longoni, Lo sviluppo dei quartieri contemporanei.Partecipazione e comunicazione politica,cit., p. 133 6_ Arvati, Paolo, (coordinamento testi), Unioncamere Ligura, Regione Liguria, Istat, Rapporto statistico Liguria 2010. Analisi storica 18612011, Genova 2011, p. 19 Disponibile all’indirizzo: http://www.istat.it/it/ files/2011/11/analisi-storica-1861-2011.pdf [Ultimo accesso: 16 marzo 2014] 7_ Arvati Paolo, Rapporto statistico Liguria 2010.Analisi storica 18612011, cit., p. 25 8_ Arvati Paolo, Rapporto statistico Liguria 2010.Analisi storica 1861-

2011, Unioncamere Liguria, Regione Liguria e Istat, p. 35 9_Arvati Paolo, Rapporto statistico Liguria 2010.Analisi storica 18612011, cit., p. 38

10_ Arvati Paolo, Rapporto statistico Liguria 2010.Analisi storica Unioncamere Liguria,cit., p. 41 11_Palumbo Mauro, Torrigiani Claudio Parte 1: “Note su Genova e dintorni”, in La distanza sociale.Una ricerca nelle aree urbane italiane, Milano, FrancoAngeli Editore 2007 12_Longoni Laura, Lo sviluppo dei quartieri contemporanei.Partecipazione e comunicazione politica, cit. 13_Gastaldi Francesco, “Genova: la difficile transizione verso un’economia “a più vocazioni” in Equilibri n. 1, 2004, pp. 29-37

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2. Sampierdarena

2/a. Sampierdarena e funzioni “Siamo affascinati dal mistero e dalle meraviglie della città, dall’incanto dei territori sui quali vivono comunità di umani e non umani e sui quali sono tracciati i segni delle loro relazioni, dei loro linguaggi, delle loro storie personali e collettive. Ma soprattutto ci interessa e non finisce mai di stupirci, quella complessità tutta urbana di passioni, sentimenti, pene,sofferenze, speranze, che da sempre anima la città, ne costituisce l’essenza, la parte pulsante, viva; il suo eidos.” (Enzo Scandurra)

2. SAMPIERDARENA 88

Sampierdarena, vista volo d’uccello fonte: www.skycrapercity.com

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2. Sampierdarena

Campasso Belvedere San Gaetano San Bartolomeo San Pier D’arena

Municipio II Centro Ovest Ovest Municipio II Centro Sampierdarena Sampierdarena San Teodoro San Teodoro

Sampierdarena oggi Le Unità Urbanistiche Il quartiere di Sampierdarena è oggi parte del Municipio II Centro Ovest, assieme al quartiere di San Teodoro, Al suo interno si riconoscono ulteriori suddivisioni, che vengono denominate (PUC di Genova) Unità Amministrative, che corrispondono alle suddivisioni storiche di Sampierdarena. .Così, il quartiere si fraziona nei “sottoquartieri” di San Pier D’arena, che si sviluppa nella fascia pianeggiante del centro storico; San Bartolomeo, lungo la fascia collinare che confina con San Teodoro; Belvedere, che si trova in posizione centrale all’interno del quartiere e si propaga verso le alture; San Gaetano, che occupa la superficie minore sulle prime appendici collinari ed infine il quartier del Campasso, storicamente un rione di uno dei quartieri di Sampierdarena, sorto in un territorio che già nel 500600 era divenuto marginale, con l’estensione del borgo lungo la fascia litoranea. Ad oggi l’Unità Urbanistica Campasso si rivela essere ugualmente periferica e ben poco integrata con il resto del quartiere. 90

divisione in Unità Urbanistiche (da PUC)

Sampierdarena, morfologia del territorio

Il territorio e le sue trasformazioni: il nodo di San Benigno Il quartiere, dal punto di vista morfologico, rimane un lembo di terra compresso tra il mare e i monti, ma le trasformazioni a cui è stato costretto, lo hanno obbligato a riadattarsi ad un territorio impervio e addirittura a cambiarne alcuen caratteristiche morfologiche. Con il periodo industriale si sono imposti fortemente il progresso tecnologico e le esigenze umane di collegamneto e miglioramento economico. Così Sampierdarena, che abbiamo visto evolversi per annessioni che dalla fascia litorale si sono espanse progressivamente verso la collina, se da una parte ha cercato di adattarsi alla particolare conformazione del territorio, dall’altra ha cercato al contrario di integrarlo alle sue esigenze. Racchiusa tra i confini naturali rappresentati dal mare a sud, dalla fascia collinare a nord, dal fiume Polcevera a Ovest ed infine dal colle di San Benigno a est che ne rendeva complicati i collegamenti con Genova, ha inizialmente ovviato al problema con la costruzione di un sistema di gallerie che permetteva gli spostamenti, soprattutto commerciali atraverso l’abbattimento del colle stesso.

L’operazione, di smodate proporzioni, ha consentito un rapporto diretto con Genova, ma quei confini naturali tradizionali, a quasi un secolo dall’operazione, non sembrano ancora essere scomparsi. Sampierdarena, oggi un quartiere di Genova, fatica ancora a sentirsene parte, come la città fatica ad integrarla. Il territorio è stato costretto dunque a pesanti metamorfosi ed anche gli interventi infrastrutturali che hammo agito su di essa, hanno contribuito a plasmarne il territorio. Il sito dove un tempo sorgeva il colle di san Benigno, confine naturale tra l’indipendente cittadina di Sampierdarena e la Superba, oggi non esiste più, sostituito da un intricata rete viaria e dall’infrastruttura elicoidale, elemento di snodo, sorto allo scopo di mogliorare le connessioni tra ponente e levante, tra nord e sud. Il cosiddetto “nodo di San Benigno” rappresentainfatti senza dubbio, uno dei punti nevralgici della zona centro-occidentale della città ed in generale della viabilità genovese, costituendo il punto di raccordo tra le principali direttrici di accessibilità a servizio dell’area del ponente genovese. Sul Nodo convergono ben 5 sistemi infrastrutturali:

il casello dell’Autostrada A7 di Genova Ovest, la strada Sopraelevata cittadina, il lungomare Canepa a Sampierdarena, la viabilità di Via di Francia, la viabilità portuale e turistica. La confluenza di questi elementi nel nodo, dà origine à numerosi conflitti tra le differenti origini/destinazioni che gravitano sulla rampa elicoidale. Infatti attualmente tali collegamenti sono garantiti tramite viabilità aventi caratteristiche inadeguate a sostenere i carichi veicolari insistenti. Il Nodo di San Benigno, risulta perciò spesso congestionato, causa una configurazione complessiva del nodo inefficiente e una forte commistione fra traffico merci e traffico passeggeri. In particolare, il carico veicolare dell’elicoidale sopraelevata costituisce l’elemento maggiormente critico del sistema, peraltro gravato dal “triangolo degli stop” e dai conflitti tra i veicoli in ingresso alla Sopraelevata e i mezzi pesanti in uscita dal varco portuale di San Benigno.

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2. Sampierdarena fiume Polcevera

217 m.s.l.d.m.

UN SITO COMPLESSO Un sito complesso 115 m.s.l.d.m. 115 m.s.l.d.m. planimetria 1:15.000 planimetriascala scala 1:15.000 25 25mm 55mm

diga foranea

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morfologia del quartiere di Sampierdarena a Genova

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2. Sampierdarena

I Livelli infrastrutturali Le linee ferroviarie L’uomo ha così lasciato il suo segno sul territorio, anche attraverso l’infrastruttura ferroviaria e il sistema stradale che continua ad essere ampliato. Particolare rilievo ha assunto nella storia di Sampierdarena la rete ferroviaria, strettamente connessa con le industrie che iniziano a svilupparsi nell’’800 e con le attività portuali, che hanno sfruttato e continuano a sfruttare questo mezzo per il trasporto delle merci. Tale sistema di trasporto rappresenta dunque un elemento importante all’interno dell’economia della città, ma allo stesso tempo è generatore di numerose problematiche. La rete ferroviaria non è unica, ma composta da differenti linee, suddivise attualmente per funzioni. Elemento importante è sicuramente la linea ferroviaria portuale, che costeggia gli argini del fiume Polcevera per poi entrare all’interno dell’area portuale. Essa rappresenta un ulteriore barriera tra la città ed il mare, anche se sappiamo che la barriera principale tra questi due elementi è sicuramente quella del porto, che oggi demarca una zona invalicabile, riservata solo agli “addetti ai lavori”. La linea ferroviaria che corre sotterranea e fuoriesce nell’area collinare del quartiere a circa metà della sua estensione orizzontale, viene percepita sicuramente come elemento divisorio , ma sembra essersi integrata all’interno del contesto morfologico e soprattutto abitativo del quartiere. La linea ferrovia che corre attraverso Sampierdarena e si congiunge con Genova, con il Ponente e con le città del Nord Italia, se da una parte costituisce un elemento di connessione ed unione, dall’altra si mostra come una cesura netta che recide il quartiere in due parti, difficilmente in dialogo tra loro. Costruita verso la metà dell’800, ha portato allo sventramento di una parte di città ed al suo conseguente ed inevitabile cambiamento. L’infrastruttura che ha sostituito abitazioni e ville storiche presenti in quell’area, ha dato origine ad un disegno diverso della città, disegno che leggiamo tutt’oggi e che in queste pagine stiamo tentando di percorrere e comprendere. L’infrastruttura si presenta come un’opera ingegneristica imponente, ma anche architettonicamente. La linea ferroviaria corre sopraelevata rispetto al livello della strada ed alla base la

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nodo di San Benigno, elicoidale

il sistema ferroviario

ferrovia ferrovia ferrovia sotterranea ferrovia sotterranea ferrovia portuale ferrovia portuale stazione Sampierdarena stazione Sampierdarena stazione Viadi di Francia stazione via Francia una ferrovia metropolitana

fs P lunga lungapercorrenza percorrenza transitoregionali-metropolitani regionali-metropolitani transito regionali regionaliattestati attestati

il progetto di ristrutturazione e riassetto del nodo ferroviario (entro il 2015) prevede la separazione del traffico ferroviario a lunga percorrenza e merci da quello regionale e metropolitano

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Crêuza de mä

il sistema viario

autostrada autostrada stradeprincipali principali strade stradesecondarie secondarie strade

struttura che la sorregge è costituita da una lunga serie di Volte. Alcune di queste sono aperte, atte a consentire il passaggio e a permettere un collegamento, seppure molto frammentario, tra le due parti di città, altre invece nascono come botteghe e sono a tutt’oggi sfruttate come negozi, anche se la rete commerciale in questa zona risulta oggi essere piuttosto debole. La stazione ferroviaria principale si trova si trova in una zona piuttosto centrale del quartiere, garantendo così la possibilità di spostamento verso altre zone di Genova agli abitanti del quartiere. Il servizio ferroviario “cittadino” meriterebbe un ripensamento e potenziamento. Un’altra stazione è presente in via di Francia, all’estremità del quartiere, luogo di connessione, come abbiamo già visto con l’ “elicoidale”, ma anche di servizio. Questa è l’area, infatti, in cui si è sviluppato il “Centro servizi San Benigno”, dunque un punto strategico dove il passaggio dei mezzi 96

di trasporto pubblico (e le relative fermate) dovrebbero essere incrementati. Il sistema viario La rete viaria è strettamente connessa a quella ferroviaria e rappresenta un elemento alternativo al trasporto ferroviario. In un territorio dove lo spazio è assente, le infrastrutture stradali si configurano come elementi, non solo di rottura del paesaggio, ma anche particolarmente complessi e di non facile realizzazione. L’articolata viabilità si esplica in strade sopraelevate e sotterranee, oltre che in infrastrutture che concentrano anche il traffco di mezzi pesanti e che sono costrette a rapportarsi con il centro cittadino in modo molto più diretto rispetto a contesti più ariosi. Nella fattispecie abbiamo riassunto il sistema stradale cittadino, dividendolo in strade principali e strade secondarie. Ad oggi riconosciamo

2. Sampierdarena

i servizi pubblici

percorsi autobus/filobus percorsi autobus/ filobus ascensore Villa Scassi ascensore Villa Scassi

come viabilità di scorrimento l’arteria di via Cantore alle pendici della collina e il lungomare Canepa che costeggia l’infrastruttura portuale e che è connotato come strada a scorrimento veloce ai limiti dell’abitato. Le strade sono, assieme alla linea ferroviaria, sono sfruttata anche per lo sviluppo dei servizi di trasporto pubblico, i quali si sviluppano prevalentemente su gomma. La linea metropolitana presente a Genova, sembra escludere completamente il quartiere in questione dal suo tracciato; le due fermate ad esso maggiormente prossime si trovano infatti prima della stazione di via di Francia, (a San Teodoro) e quella successiva, capolinea della Metropolitana si trova a Certosa, al confine con l’Unità Urbanistica del Campasso. Gli altri mezzi pubblici che servono il quartiere sono invece costituiti da bus e filobus. Il sistema di ascensori e cremagliere è praticamente assente a Sampierdarena, con la sola eccezione

dell’ascensore che connette la zona bassa di villa Scassi (in via Cantore) e la zona alta (corso Scassi), in fase di ristrutturazione e per il quale è prevista da progetto l’apertura imminente.

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

scenari di sviluppo portuale a lungo termine (10-15scenari anni) di sviluppo portuale a lungo termine (10-15 scenarianni) di sviluppo portuale a lungo termine (10-15 anni)

Scenari di sviluppo portuale a lungo termine (10-15 anni)

area con funzioni diportistiche Lanterna passeggiata della lanterna

1. Sampierdarena penisola

“sampierdarena penisola” Appare importante descrivere i futuri scenari portuali indicati dal Piano Regolatore Portuale (PRP), per meglio comprendere la direzione in cui si sta volgendo questo settore importante della città, ma soprattutto per mostrare la presenza di una volontà di riapertura e ritorno al mare della cittadinanza, come si evince dalla presenza della creazione di aree di diporto connessa alla Lanterna.

una riorganizzazione delle diverse funzioni insediate in quest’area e nel bacino storico. La creazione della nuova infrastruttura consente di ipotizzare la riconversione di Calata Sanità per il traffico dei passeggeri e per funzioni urbane. Partendo dalla Lanterna una passeggiata continua attraverserebbe la città fino alle aree del Porto Antico per proseguire verso la Fiera del Mare.

1. Sampierdarena Penisola (PRP) Il primo scenario propone la creazione di una nuova penisola nell’ambito di Sampierdarena per aumentare la superficie di nuove aree portuali. La sua realizzazione comporterebbe la ricostruzione a mare dell’attuale diga foranea e il parziale riempimento dello specchio acqueo delimitato dalla nuova opera di protezione. Ciò che maggiormente ci interessa in questa sede è rilevare che la penisola di Sampierdarena consentirebbe

2. Sampierdarena Avanzamento (PRP) Il secondo scenario propone la creazione di una nuova diga foranea a mare nell’ambito di Sampierdarena, oltre che l’avanzamento e l’accorpamento delle attuali banchine, al fine di creare tre grandi piattaforme a vocazione commerciale. Si prevede inoltre un riempimento a ridosso della nuova opera di protezione a mare, in modo da poter accogliere il traffico petrolifero, i bunkeraggi e altre rifuse liquide. L’Avanzamento di Sampierdarena consentirebbe

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2. Sampierdarena avanzamento

“sampierdarena avanzamento” una riorganizzazione del bacino storico. Infatti, grazie ai nuovi riempimenti sarà possibile ipotizzare la riconversione di calata Sanità per il traffico dei passeggeri e per funzioni urbane. La riorganizzazione dei “pettini” di Sampierdarena determina la possibilità di riprofilare la linea di banchina in favore dell’ampliamento e della valorizzazione del Parco della Lanterna e dei manufatti circostanti di particolare interesse testimoniale. Partendo dalla Lanterna, una passeggiata continua attraverserebbe la città fino alle aree del Porto Antico per proseguire verso la Fiera del Mare. 3. Sampierdarena Isola (PRP) Il terzo scenario propone la creazione di una nuova isola nell’ambito di Sampierdarena con lo scopo di ampliare le aree portuali a mare, garantendo l’accessibilità nautica attraverso la creazione di un nuovo canale con doppio

3. Sampierdarena isola

“sampierdarena isola” ingresso da levante e da ponente. La realizzazione della nuova isola comporta la demolizione e la ricostruzione della diga foranea ed il parziale riempimento dello specchio acqueo delimitato dalla nuova opera di protezione. Inoltre si prospetta il riempimento di alcune calate tra gli attuali moli di Sampierdarena, in modo da poter razionalizzare e incrementare l’offerta dello scalo rispetto al settore commerciale. L’Isola di Sampierdarena consentirebbe una complessiva organizzazione delle diverse funzioni insediate in ambito portuale. Anche in questo si la riorganizzazione dei “pettini” di Sampierdarena determina la possibilità di riprofilare la linea della banchina in favore dell’ampliamento e della valorizzazione del Parco della Lanterna e dei manufatti circostanti. Anche qui si incontrerebbe la passeggiata che dalla Lanterna attraverserebbe la città per poi giungere al Porto Antico e proseguire fino alla Fiera del Mare.

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

A7

cornigliano

fiumara sampierdarena

genova centro

porto commerciale

La nuova “strada a mare” L’opera prenderà avvio, a levante, da lungomare Canepa, oltrepasserà il Polcevera con un ponte ad un’unica campata di 100 metri e, percorrendo le aree ex Ilva rinvenute alla disponibilità pubblica, si ricongiungerà, a ponente, a via Cornigliano, in corrispondenza di piazza Savio, dopo aver attraversato in sottopasso la linea ferroviaria Genova – Ventimiglia. Il percorso si svilupperà a raso, in rilevato, su viadotti e su ponte. La nuova infrastruttura, a tre corsie per senso di marcia (quattro in corrispondenza del nuovo ponte sul torrente Polcevera), sarà connessa alla viabilità esistente attraverso tre grandi rotatorie (in piazza Savio, nelle aree ex-Ilva all’altezza di via S. Giovanni D’Acri e in corrispondenza di Fiumara), collegate all’asse principale con dieci rampe di svincolo. Pur con le caratteristiche di strada di scorrimento veloce, l’intervento non ha però trascurato l’inserimento nel contesto urbano, con particolare attenzione agli aspetti ambientali e paesaggistici (utilizzo di asfalto fonoassorbente e installazione di barriere antirumore, progettazione delle aree a verde, realizzazione di un percorso pedonale e individuazione di spazi urbani attrezzati). 100

Sampierdarena, casello Austrada A7

nuova

nuova strada a mare, lungomare Canepa

P

lungomare Canepa, nuova sezione stradale lungomare Canepa, nuova sezione stradale

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

5 Le connessioni orizzontali Il sistema viario cittadino principale è costituito da collegamenti che possiamo definire di tipo “orizzontale”, che si intersecano con arterie di connessione verticale in direzione mare-monte. I sistemi viari citati presentano caratteristiche differenti che li distinguono funzionalmente e morfologicamente. Indichiamo quali connessioni orizzontali, quelle arterie viarie che consentono il collegamento tra ponente e levante e che attraversano il quartiere longitudinalmente. Tra queste identifichiamo le principali, rappresentate da Lungomare Canepa, Via Sampierdarena, via Buranello, via Daste e via Cantore. La fitta rete di collegamenti, come accennato, si differenzia per funzione e dimensione. Lungomare Canepa, esclusivamente carrabile e via Cantore sono le maggiori strade di attraversamento ad alto scorrimento. Il restante sistema viario è formato da strade, perlopiù carrabili, segnate da elementi paesaggistici peculiari che le identificano e le distinguono. Tali differenze a nostro avviso dovrebbero essere maggiormente messe in evidenza e sfruttate nel ripensamento del nuovo disegno urbano.

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3 2 1

4

collegam collegam

collegamenti orizzontali principali collegamenti secondari

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

1.Lungomare Canepa Lungomare Canepa è ad oggi una strada a scorrimento veloce che costeggia la barriera portuale e che si configura maggiormente come un retro urbano, degradato e privo di riconoscibilità e definizione, escluso dal nucleo cittadino di cui ne rappresenta piuttosto i confini esterni. La strada a due corsie per ogni senso di marcia è stretta tra il porto e una fascia di parcheggi, alcuni regolari, altri impropri, anch’essi in situazione di forte degrado e incuria.

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sezione Lungamare Canepa, scala1: 500

1104lungomare canepa

P P P

parcheggio parcheggio parcheggio improprio parcheggio improprio

senso unico senso unico doppio senso doppio senso

Lungomare Canepa

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

2.Via Sampierdarena Via Sampierdarena, rete viaria storica, è caratterizzata da una sezione stradale piuttosto ampia, costeggiata da palazzi ottocenteschi, testimonianza ed espressione del ruolo diverso che il quartiere ha assunto in passato. Tuttavia ai nostri giorni, le facciate dei palazzi mostrano i segni dell’incuria e della scarsa manutenzione e la via, ad una sola corsia, è perlopiù utilizzata come un grande parcheggio disorganizzato. Inoltre la presenza di numerosi locali notturni ha denobilitato la zona che viene percepita, nonostante la sua appartenenza al centro storico del quartiere, come una delle aree più pericolose per gli abitanti. Questa percezione è incrementata dalla presenza piuttosto accentuata di fenomeni di prostituzione e spaccio.

P P

parcheggio parcheggio parcheggio improprio parcheggio improprio

P

senso unico senso unico doppio senso doppio senso

P

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sezione via Sampierdarena, scala 1: 500

2 via sampierdarena

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via Sampierdarena

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Crêuza de mä

3.Via Buranello Via Buranello è l’arteria che costeggia l’infrastruttura ferroviaria costituita dalle volte alla base. Questa via presenta perciò una sua connotazione particolare che la identifica a livello morfologico dalla altre strade cittadine. Anche a livello funzionale presenta un principio o forse sarebbe più corretto dire una reminiscenza, del suo antico ruolo di passeggiata del commercio, dove le botteghe si susseguivano e ne rappresentavano l’elemento di distinzione rispetto agli altri contesti cittadini. Oggi come abbiamo detto infatti i commerci della strada sono in larga misura chiusi, anche in seguito all’apertura del

P P

parcheggio parcheggio parcheggio improprio parcheggio improprio

2. Sampierdarena

grande centro servizi, che comprende anche un centro commerciale di dimensioni considerevoli, detto la Fiumara, proprio a Sampierdarena, nell’area ex industriale dell’Ansaldo. La strada è stata oggetto recentemente oggetto di una riqualificazione che, non inserita in un disegno più ampio e di maggiore respiro, non ha portato a cambiamenti sostanziali per quanto concerne il suo attuale utilizzo. La via presenta oggi una sola corsia con parcheggi laterali e due marciapiedi ai margini della sezione ed ospita nella medesima corsia usata dai mezzi carrabili privati, il passaggio del filobus.

senso unico senso unico doppio senso doppio senso

P

P

sezione via Buranello, scala 1:500

3 via buranello

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4 via daste

via Buranello

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lo

Crêuza de mä

2. Sampierdarena

4.Via Daste Via Daste è sempre parte del centro storico del quartiere e proprio per questo motivo è costellata da ville nobiliari cinquecentesche, testimonianze del fastoso passato del borgo. Numerose sono infatti le rilevanze storiche presenti lungo la sua passeggiata, le più importanti delle quali, ci sembra opportuno ricordarlo, sono Villa Imperiale Scassi detta la Bellezza e Villa Grimaldi detta la Fortezza. L’area è inoltre caratterizzata da una grande presenza di scuole e dal Centro Civico che ospita bambini e ragazzi. La strada, la cui sezione cambia lungo il percorso, si presenta oggi solo in minima parte riqualificata e pedonalizzata. Nella restante via è ancora consentita la presenza delle auto, che non solo vi transitano, ma utilizzano ogni spazio utile come parcheggio improprio.

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parcheggio parcheggio parcheggio improprio parcheggio improprio

senso unico senso unico doppio senso doppio senso

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sezione via Daste, scala 1:500

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4 via daste

via Daste nel tratto di fronte a Villa Imperiale Scassi

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

5.Via Cantore Via Cantore, realizzata nei primi anni del ‘900, all’epoca degli sventramenti operati per la creazione di connessioni con Genova, si configura come una via imponente, con apici di monumentalità, rappresentati per esempio dal suo porticato caratterizzato da una pavimentazione mosaicata. La via ha rappresentato a lungo il luogo del passeggio di Sampierdarena, arrivando persino a concorrere con via Venti Settembre a Genova. Ad oggi ha perso il suo ruolo storico. Essa si presenta come una strada a doppia corsia per ogni senso di marcia, separata da uno spartitraffico solo in alcuni punti verde e con ai lati i parcheggi. Il porticato, oggetto anch’esso di recenti lavori per quel che riguarda la risistemazione dei mosaici, mostra anch’essa piuttosto evidenti i segni della crisi dei commerci, seppure in misura minore rispetto a via Buranello.

P P

parcheggio parcheggio parcheggio improprio parcheggio improprio

P

senso unico senso unico doppio doppiosenso senso

P

sezione via Cantore, scala 1:500

5 via cantore

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Portici di via Cantore

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Crêuza de mä

Le barriere Dall’analisi effettuata si evince chiaramente il carattere frazionato del quartiere, che appare percettivamente, ma soprattutto fisicamente, diviso in fasce orizzontali scandite da barriere rappresentate dagli elementi descritti nelle precedenti pagine. Troviamo così una prima fascia, quella della costa e del mare, esclusa completamente dalla vita cittadina, oscurata dalla limite invalicabile del porto commerciale, che recide bruscamente ogni contatto sia visivo che materiale con quell’elemento che per secoli ha rappresentato un orizzonte di vita metaforico e fisico per i sampierdarenesi. Il secondo grande blocco presente nel quartiere è riconoscibile in lungomare Canepa, un’ampia strada a scorrimento veloce, che anche per le sue evidenti condizioni di incuria e degrado, male si concilia con la realtà cittadina ed anzi ne viene esclusa, incrementando così la frattura tra questi spazi. Il successivo sbarramento è invece distinguibile, come già affermato, nell’infrastruttura ferroviaria di via Buranello che separa nettamente le due parti del centro storico del quartiere, negando il dialogo tra esse. L’ultima pesante separazione è infine tracciata dall’importante arteria di via Cantore, dove le sue caratteristiche di strada a scorrimento veloce e la sua sezione di considerevoli dimensioni quasi annichiliscono la bici e lasciano poco spazio al pedone. Inoltre, essa introduce alla discontinuità territoriale rappresentata dal dislivello collinare che proprio in questa fascia ha origine.

2. Sampierdarena

le barriere visive

mare mare

fascia portuale (limite invalicabile) fascia portuale (il limite invalicabile)

fascia di piano

fascia collinare fascia collinare

fascia di piano

le barriere fisiche

mare mare 114

fascia fascia portuale (limite invalicabile) portuale (limite invalicabile)

lungomare Canepa lungomare Canepa

centrocentro storico storico

ferrovia ferroviasopraelevata sopraelevata

centro centrostorico storico

viaviaCantore Cantore

espansione collinare espansione collinare 115


Crêuza de mä

2. Sampierdarena

Le connessioni verticali Il sistema di connessioni verticali si presenta concettualmente e fisicamente differente rispetto a quello analizzato, dei collegamenti orizzontali. Tali elementi “verticali” mettono infatti in relazione la parte pianeggiante del quartiere con quella delle alture, attraversando i differenti scenari cittadini, presenti nelle fasce orizzontali individuate. Anche le arterie verticali sono composte da alcune vie principali e da altre secondarie, che riflettono il loro differente utilizzo e la loro diversa conformazione fisica. Tra queste sono riconoscibili tracciati di origine storica, tra cui ve ne sono numerosi che hanno mantenuto le caratteristiche tradizionali. Altri, sempre sviluppatesi su un impianto storico, sono divenuti vie carrabili. Per quanto attiene ai tradizionali percorsi che mettevano in relazione l’ambiente costiero con quello collinare, è indispensabile citare le crêuze, con la loro caratteristica conformazione ed il materiale tipico del luogo. Questi peculiari viottoli pedonali che fendono le colline del genovesato e di tutta la liguria, sono caratterizzati da sezioni piuttosto strette e presentano specificità simili a quelle delle mulattiere. La crêuza, struttura viaria suburbana locale, percorre generalmente le colline sul crinale, spesso nei punti di massima pendenza, allo scopo di rendere minimo l’impatto di compluvio della pioggia. Inoltre questa particolare posizione permette un insistente soleggiamento della strada così da evitare o comunque ridurre al massimo la permanenza di umidità, di neve e ghiaccio che possono fermarsi negli avvallamenti e rendere la passeggiata pericolosa, soprattutto al cambio repentino delle condizioni climatiche. Viene perciò preferita alla comodità del percorso, la preservazione della sua percorribilità. La pavimentazione, è classicamente formata da mattoni centrali e ciottoli tondi ai lati, ma tale disposizione può variare, senza che però varino i materiali utilizzati per la sua realizzazione. Le crêuze inoltre, che spesso sono formate da bassi gradoni segnati da blocchi di pietra, devono essere distinte dalle scalinate vere e proprie, che rappresentano un ulteriore sistema di collegamento pedonale.

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princip trasvers collega scalinat collega

principale asse trasversale trasversali carrabili di impianto storico collegamenti trasversali pedonali /crêuze scalinate collegamenti secondari

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

6. Corso Martinetti Corso Martinetti rappresenta la principale arteria distributiva di congiungimento tra l’espansione collinare e la precedente espansione costiera. La strada si configura come un ampio viale a doppio senso di circolazione, con una sola carreggiata per ogni direzione. Lo spazio carrabile è largo, mentre gli spazi riservati ai pedoni sono piuttosto stretti ed in alcuni tratti, quasi totalmente assenti. Nessuno percorso protetto è previsto per l’utilizzo della bici, mentre su entrambi i lati del viale si trovano parcheggi per le auto private. L’arteria viaria, data la sua importanza è servita abbastanza frequentemente dagli autobus pubblici di linea.

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P

sezione Corso Martinetti, scala 1:500

6 corso martinetti

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Corso Martinetti

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

7.Corso Belvedere Il Corso Belvedere è la strada che percorre il crinale del Belvedere. Essa serve principalmente un sistema di ville antiche ad oggi private e villini di espansione recente che caratterizzano un’edilizia a bassa densità. Nella sua parte meridionale ha inizio nella piazza Belvedere in cui si trova l’omonimo santuario che domina il Forte Belvedere. Il corso conduce, verso settentrione, alla “Salita al Forte della Crocetta”, attraverso un percorso in quota che offre punti panoramici estremamente suggestivi. Tuttavia, il suo attuale utilizzo non consente un pieno sfruttamento delle potenzialità della strada. Infatti si presenta come un’arteria viaria prevalentemente carrabile, sprovvista di aree protette per i pedoni o le biciclette. La sezione stradale ospita due corsie a senso di marcia opposto, una fila di parcheggi impropri su un lato e uno strettissimo e saltuario marciapiede sul lato opposto. Perlopiù è comunque frequentata con mezzi privati carrabili. La strada è percorsa anche da una linea di autobus del servizio pubblico urbano.

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sezione Corso Belvedere, scala 1:500

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7 corso belvedere

Corso Belvedere

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

8.Salita Belvedere Salita Belvedere è un tracciato storico che si configura in un tratto come una vera e propria crêuza, presentando la tipica pavimentazione e la tradizionale struttura a gradoni bassi raccordati con blocchi in pietra; nell’altro suo tratto perde invece la connotazione caratteristica a questo tipo di percorsi, mantenendone però le limitate dimensioni. Pur nella sua sezione ristretta e nonostante si tratti di una strada senza uscita, (ad un certo punto del suo percorso, dove questo ha mantenuto i suoi elementi tradizionali la via diviene una passeggiata esclusivamente pedonale) l’arteria viaria è a doppio senso di marcia e quando lo ritengono possibile, gli abitanti vi parcheggiano pure.

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sezione Salita Belvedere, scala 1:500

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8 salita belvedere 8 salita belvedere

didascalie immagini

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a’

Crêuza de mä

2. Sampierdarena

2

3 14

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8

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4 11 12 7

5

1

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LEGENDA legenda a

planimetria scala 1:10.000

planimetria scala 1:10.000 funzioni pubbliche

funzioni pubbliche

emergenze architettoniche emergenze architettoniche Fiumara Fiumara LEGENDA

centro direzionale e di servizi Benigno centro finanziario SanSan Benigno infrastrutture pesantipesanti infrasturtture

assonometria scala 1:7000 strutture dismesse

ingrassi al quartiere ingressi al quartiere

strutture sottoutilizzate

strutture in dismissione vuoti urbani

polmone verde sottoutilizzato Fiumara collegamenti dismessi gallerie dismesse

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

distribuzione

potenzialità

residenziale residenziale

flussi primari flussicommerciali commerciali primari

potenzialità

commerciale commerciale

flussi secondari flussicommerciali commerciali secondari

servizi didi base servizi base

Fiumara Fiumara

serrvizi eeistituzioni servizi istituzioni

sottoutilizzo

I servizi e gli spazi del quartiere

Servizi e commercio La distribuzione dei servizi nel quartiere riflette la consueta divisione tra la zona collinare e quella pianeggiante. Mentre si registra un’alta presenza di scuole dislocate su tutto il territorio, si riscontra invece una carenza nella zona delle alture, caratterizzata soprattutto da servizi di vicinato, concentrati in particolare lungo Corso Martinetii. Migliore è invece la situazione nell’area costiera, dove servizi di base, istituzioni e commerci sono presenti in misura abbondante e rispondente alle esigenze della popolazione. Ciò nonostante è da sottolineare come questi siano distribuiti in larga misura nelle due aree di confine, una opposta all’altra, rappresentate dal centro direzionale e di servizi San Benigno ed il complesso di recente costruzione detto La Fiumara, che approfondiremo maggiormente nelle pagine successive. 126

Queste due aree divengono dei veri e propri poli attrattori, magneti che hanno determinato uno squilibrio nella distribuzione dei servizi capaci di rispondere alle necessità degli abitanti. E’ soprattutto il centro della Fiumara ad avere spezzato i già precari (equilibri) del quartiere, portando alla chiusura di molti commerci, già provati dalla crisi che la città ed in particolare Sampierdarena stava vivendo. Il centro Fiumara, sorto nell’area exindustriale di Sampierdarena, bisognosa di una riconversione, in seguito alla crisi del settore industriale, ha rappresentato una grande occasione ed anche l’unica fino ad oggi, di rigenerazione del quartiere. Un’occasione mancata. Dunque si è generata una diffusione sul territorio non omogenea dei servizi necessari e dei lughi del divertimento e dell’incontro, lasciando a se stesse molte porzioni di quartiere. Tale situazione ha oltremodo generato una fruizione di Sampierdarena frammentata e

concentrata, andando ad aumentare le problematiche di ciascun lembo di quartiere, il degrado in essi e la conseguente percezione di insicurezza. In particolare nel centro storico si sono verificati i maggiori abbandoni da parte dei commercianti che nonostante abbiano tentato di rispondere alla drammatica situazione, in numerosi casi non ci sono riusciti e sono stati costretti a chiudere. Significativo è invece il percorso operato dai commercianti di via Carlo Rolando, che sono riusciti a fronteggiare la crisi. Ad oggi questa via, rappresenta un esempio virtuoso rappresentato dal suo ruolo e di fruizione cittadina. Negli schemi dei flussi è possibile notare quali potrebbero essere le potenzialità del quartiere e delle sue arterie principali, ma anche quali siano effettivamente sfruttate e quali sottoutilizzate rispetto all’espressione del loro potenziale. Come detto, solo la Fiumara e via Carlo Rolando riescono ad imporsi nel disegno più ampio di utilizzo del quartiere.

viaCarlo Carlo Rolando via Rolando flussi commerciali secondari flussi commerciali secondari

sottoutilizzo attuale Fiumara Fiumara

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Crêuza de mä

2. Sampierdarena

“pieni”e “vuoti”

Gli spazi Se ci soffermiamo ad analizzare i luoghi del quartiere, quelli in cui pulsa la vita e le persone esprimono la loro socialità, ci accorgiamo immediatamente come Sampierdarena manchi di questi spazi e quand’anche questi sono presenti, spesso risultano sottoutilizzati o addirittura non sfruttati e, ancora peggio, abbandonati all’incuria ed all’indifferenza. L’analisi dei vuoti urbani e periurbani mostra una generale e diffusa carenza di luoghi pubblici di aggregazione all’interno del tessuto cittadino, riscattata in parte dalla presenza dei giardini della Fiumara e del Polmone Verde, quest’ultimo però, come si vedrà, difficilmente fruibile. Così, a fronte di una richiesta pressante, proveniente dalla popolazione, di luoghi dell’incontro, del confronto, del gioco, del passeggio, della condivisione, scopriamo un quartiere frammentato, diviso e percepito come pericoloso in molte sue parti. Un quartiere incapace di rispondere alle esigenze dei cittadini ma che, ad una più attenta osservazione, si dimostra ricco di qualità latenti. Tale potenziale, ad oggi mal considerato, se incanalato verso una prospettiva comune e d’insieme potrebbe restituire alla popolazione molti luoghi ad oggi inattivi. Se l’occasione del recupero dell’area Fiumara poteva sembrava unica ed ormai andata perduta, ci sentiamo invece di affermare che esistono ampi margini di intervento per una rigenerazione e riqualificazione del tessuto urbano, ma non solo. Sampierdarena si presenta infatti un luogo con numerosi elementi pubblici in potenza, siano essi spazi aperti o strutture pubbliche in attesa di un processo di rivitalizzazione. Proprio di questo ci occuperemo nelle prossime pagine, di andare a raccontare ed analizzare maggiormente nel dettaglio le numerose architetture che ospita. 128

I vuoti I vuoti aree rurali periurbane

aree rurali periurbane

parco pubblico

parco pubblico

giardini urbani

3

giardini urbani

verde monumentale

verde monumentale

piazze

piazze

viale alberato

viale alberato

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villa Scassi

villa Scassi

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giardini della Fiumara

3

villa Pellegrini e polmone verde

2 1

giardini della Fiumara villa Pellegrini e polmone verde 129


Crêuza de mä

2. Sampierdarena

Edificio a destinazione speciale (PUC) Sono parte di questa categoria tutti quegli edifici la cui destinazione può essere definita speciale, il cui organismo architettonico si caratterizza per l’articolazione attorno ad uno spazio centrale unitario, che prevalica gli altri vani decisamente subordinati rispetto ad esso. Ad esempio vengono inclusi in questa categoria chiese, cinema, teatri, edifici per manifestazioni sportive, ecc. Questi edifici risultano essere snodi essenziali all’interno dell’aggregato urbano e sono solitamente ben inseriti nel tessuto circostante, costituendone una porzione essenziale. Sono inoltre includibili anche edifici come quelli a destinazione produttiva ed industriale di differente tipo e dimensione.

fascia di piano

fascia di piano

fascia di transizione

fascia di transizione

fascia collinare

fascia collinare

I pieni: le tipologie edilizie

L’analisi del tessuto edilizio evidenzia la differenziazione tipologica connessa al cambiamento della morfologia del territorio ed all’espansione legata alle differenti epoche storiche. Proviamo ora brevemente a riassumere i tipi edilizi presenti nel nostro quartiere e ad indicare, anche se in maniera sommaria, i luoghi in cui questi si sono sviluppati. 130

i pieni

Edificio a schiera (PUC) Sono parte di questa categoria gli alloggi caratterizzati da una disposizione planimetrica in cui ciascun alloggio unifamiliare (eccetto i due di testata) ha in comune con quelli contigui due fronti ciechi e lascia liberi di affaccio esclusivamente i due rimanenti, caratterizzati dalla presenza degli ingressi a ciascuna unità e del giardino pertinenziale. L’unità abitativa è singola ed articolata su diversi livelli, collegati da una scala interna. Esistono rari casi in cui gli alloggi vengono sovrapposti, perdendo la caratteristica fondamentale della tipologia; in ogni caso viene garantito l’accesso anche all’unità abitativa superiore, priva di parti in comune. In queste situazioni verrà dunque predisposta una scala di accesso esterna e ad uso del singolo appartamento. Villino (PUC) Sono parte di questa categoria quegli edifici che si creano sul modello delle ville signorili, ma con mezzi ridotti, dando adito a edifici di dimensioni modeste, inserito nel lotto molto centralmente, ma ad una distanza limitata dai confini, ai fini di ottenere, sulla parte frontale dell’architettura, lo spazio necessario alla realizzazione di un piccolo giardino visibile dalla strada e nella parte retrostante, lo spazio per un piccolo orto. L’edificio è monofamiliare, a forma rettangolare con copertura a padiglione e quasi sempre ad un solo piano. Questi edifici appartengono alla prima espansione del suburbio, sia nel caso di progetti di lottizzazione, sia nel caso di singole lottizzazioni,

edifici a destinazione speciale

religiosi

speciali fascia di piano fascia di transizione

fascia di piano fascia di transizione

fascia collinare

edificio a schiera

schiera fascia collinare

villino

villino fascia collinare

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Crêuza de mä

ville storiche

2. Sampierdarena

corte

palazzo

palazzina

palazzina ville storiche

ville storiche

corte

fascia di piano

fascia di piano

fascia di piano

fascia di transizione

fascia di transizione

fascia di transizione

fascia di transizione

fascia collinare

fascia collinare

Villa storiche (PUC) Originariamente queste costruzioni erano caratterizzate da una tenuta agricola in cui erano inserite costruzioni accessorie. Oggi si presenta come un’emergenza paesaggistica, all’interno di un sistema di poderi ad essa sottoposti. Tuttavia, non è riconoscibile tale gerarchia poiché i terreni sono stati successivamente lottizzati a fini edificatori, lasciando l’originale impianto territoriale frammentato e disgregato. La vegetazione non è più caratterizzata da grandi appezzamenti agricoli produttivi, bensì da pertinenze di dimensioni minori e con funzione domestico-decorativa che, a loro volta, si differenziano in base alla posizione rispetto alla villa. Si ha un giardino all’italiana con vialetto di accesso nella parte frontale e un giardino rustico o a boschetto nella parte retrostante l’edificio. 132

Palazzo (PUC) Sono parte di questa categoria quegli edifici costruiti da un’unica famiglia nobiliare di cui mantengono ancora il nome. La struttura si sviluppa secondo regole funzionali di rappresentanza, che danno luogo ad una precisa gerarchia nei piani. Il piano terra è caratterizzato dalla presenza dell’androne che conduce direttamente alla corte interna spesso porticata o loggiata e che, a sua volta, porta allo scalone di ingresso. Al primo piano si incontrano gli ambienti destinati alla funzione sociale, mentre ai piani superiori vengono collocati gli appartamenti privati e gli alloggi di servizio. Nel tessuto urbano questi edifici costituiscono i nodi del suo processo di sviluppo, discendendo dalla rifusione delle tipologie preesistenti e dei loro lotti.

Corte (PUC) La matrice di tali edifici è da ricercare negli insediamenti rurali e negli aggregati dei centri medievali europei. Si caratterizza per l’organizzazione dell’edificio intorno ad uno spiazzo direttamente accessibile dall’esterno. Lo sviluppo delle cellule abitative attorno allo spazio comune, privato o semipubblico, si è successivamente codificato come sistema costruttivo, andando spesso a coincidere con l’isolato chiuso verso l’esterno e con uno spiazzo interno di dimensioni variabili ad uso privato, talvolta dotato di verde pertinenziale. La corte interna non è più, dunque, luogo di scambio e mediazione con l’ambiente esterno, ma diviene luogo chiuso ed ermetico ad uso esclusivamente privato.

Palazzina (PUC) Si tratta di edifici plurialloggio, nati in collocazioni periurbane, laddove il tessuto urbanistico non era definito e lasciava diversi gradi di indeterminatezza. La struttura può essere associata a quella delle case in linea, in quanto si ha un corpo scala che distribuisce due o più appartamenti per ogni piano, ma cambia il rapporto con lo spazio pubblico. Essi infatti si rapportano con lo spazio esterno costruendo un piccolo spazio privato ed indipendente rispetto al contesto in cui si colloca. L’edificio è nel centro del lotto in cui viene edificato, senza legami con ciò che lo circonda. Vengono infatti ignorati anch egli allineamenti e gli orientamenti degli edifici più prossimi alla costruzione. L’intera area circostante è utilizzata per parcheggi riservati ai condomini e a spazi verdi comuni.

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Crêuza de mä

Linea (PUC) Si tratta di edifici in cui la congiunzione dei singoli elementi avviene associando due opposte fonti, facendo si che gli appartamenti occupino in ogni piano, l’intera larghezza del corpo di fabbrica, lasciando liberi di affaccio esclusivamente due fronti. I fianchi risultano generalmente privi di affaccio; qualora non risultino aggregati, possono eventualmente presentare bucature per vani di servizio. L’impianto strutturale può variare molto in dipendenza del numero di piani fuori terra, da quello dei corpi scala e dalla quantità di alloggi che si disimpegnano per ciascun corpo scala. La disposizione planimetrica può variare fortemente in base alle diverse condizioni urbanistiche e morfologiche del sito. L’impianto è comunque privo di cortili interni e chiostri.

2. Sampierdarena

Torre (PUC) Gli edifici a torre presentano, pur nelle loro diverse forme, alcuni elementi comuni che concorrono alla definizione della tipologia. Tra questi si riconoscono l’isolamento su tutti i fronti, la ripartizione in unità abitative distinte per ciascun piano, almeno un elemento distributivo verticale contenente il corpo scale e ascensore, lo sviluppo solitamente considerevole in altezza. La tipologia a torre si afferma soprattutto dove l’elevato valore dei suoli induce al massimo sfruttamento dello spazio disponibile, assicurando però accettabili standard igienici e buone possibilità di soleggiamento e affaccio per tutti gli alloggi.

linea linea

torre

corte fascia di piano fascia di transizione

fascia collinare

forte Tenaglie 217 m.s.l.d.m forte Tenaglia 217 m.s.l.d.m. sezione aa’, scala 1:300

fascia portuale fascia portuale

fascia di piano

fascia di piano

fascia didi transizione fascia transizione

fascia di collinare

fascia collinare

SEZIONE a-a’ scala 1:3.000

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Gli strumenti per la riqualificazione: il POR Sampierdarena Abbiamo affrontato rapidamente i principali strumenti di cui si è avvalsa Genova in questi anni, dovendone purtroppo tralasciare molti altri; possiamo affermare che molto è stato fatto ma nonostante tutto, dobbiamo riconoscere che vi è ancora altrettanto materiale su cui lavorare. Gli sforzi della città si sono infatti principalmente rivolti verso le aree centrali, dimenticando spesso quelle storicamente più distanti da Genova stessa e molte volte anche gli interventi realizzati in queste aree non sono particolarmente lungimiranti e pensati in una visione d’insieme e di indirizzo preciso di queste aree sensibili. É questo il caso, per esempio, del POR Sampierdarena, che, nonostante la volontà di miglioramento non sortisce gli effetti sperati; in questo, bisogna sottolineare la sua mancanza di completamento. Il POR Sampierdarena opera la riqualificazione dell’abitato del quartiere secondo due direttrici principali: un nuovo sistema di viabilità, che attribuisca importanza anche al pedone e il potenziamento dei servizi pubblici ivi presenti. Tra gli assi viari considerati, riconosciamo via Cantore, che vede la riqualificazione della pavimentazione a mosaico dei portici e la sistemazione dei marciapiedi. Un altro

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2. Sampierdarena

asse è rappresentato da via Buranello, fiancheggiata da palazzi ottocenteschi e dalla linea ferroviaria sopraelevata, che vede gli spazi sottostanti occupati da commerci. Gli interventi previsti sono anche qui di allargamenti dei marciapiedi e ripensamento della sezione stradale. Anche Piazza Vittorio Veneto è interessata dal cambiamento, tramite l’inserimento di una rotonda per la fluidificazione del traffico e la realizzazione di aree di sosta per una migliore fruibilità pedonale. Per la storica Via d’Aste si prevedono la pedonalizzazione e ripavimentazione. Infine riconosciamo tra i progetti positivi, il restauro del Municipio. Ma gli interventi maggiormente significativi dovrebbero essere la trasformazione dell’ “ex biblioteca Gallino”in un centro anziani, la creazione di un asilo nido nel quartiere storico del Campasso e la costruzione di un ascensore di collegamento tra Via Cantore e Villa Scassi. Probabilmente, uno dei maggiori motivi del fallimento di questo progetto di recupero, è rappresentato appunto dalla sua realizzazione solo parziale. Proprio i servizi, quale il centro anziani e l’asilo nido non sono stati terminati. Ad oggi, i lavori per il centro sono ancora bloccati, mentre si stanno svolgendo quelli per la costruzione dell’asilo, per il quale si prevede l’apertura a breve. L’ascensore che dovrebbe collegare villa Scassi con via Cantore è invece ancora chiuso.

rapida descrizione interventi principali del POR Sampierdarena

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2. Sampierdarena

2/b. Emergenze e criticità “Sampierdarena costituisce un degno ingresso per una città che s’è data da sola il soprannome di Superba” (Alexandre Dumas)

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Ponte Morandi visto da via Walter Fillak

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Le ville L’urbanizzazione cinquecentesca delle ville sampierdarenesi vede, lungo la costa, una loro diffusione regolare e compatta, marcata da ampi ed ordinati giardini, che sottolineano il carattere geometrico del tessuto abitativo. Tali architetture, circa un centinaio, si sviluppano in direzione dei colli, generalmente con la facciata principale, caratterizzata da una corte o un giardino all’italiana, rivolta a mare, creando un fronte unico sul percorso litoraneo, mentre la parte retrostante viene generalmente utilizzata per le coltivazioni. Le aristocratiche famiglie genovesi, si avvalgono dei migliori architetti dell’epoca, nonché di celebri ed insigni artisti per la decorazione e l’abbellimento di questi spettacolari manufatti architettonici. Lo sviluppo del modello tipologico di maggior fortuna di queste ville si deve a Galeazzo Alessi, che dispone la città-villa in “un “cubo d’autore” che affida il raccordo spaziale interno-esterno ad un elemento variabile e comunque perfettamente accentrato qual è la loggia tripartita1”. La fine del settecento, vede la trasformazione sociale del territorio; e, parallelamente, le attività manifatturiere saturano i giardini e la maggioranza delle ville perde definitivamente il proprio ruolo, sfruttata come deposito e magazzino. Le successive aperture delle nuove strade concorrono alla frammentazione del tessuto ed alla distruzione di queste meravigliose opere architettoniche. Nonostante tutto, sono ancora numerose le persistenze sul territorio e molte di queste hanno conservato l’antico splendore, testimoni di un rilevante pregio storico ed artistico e dell’architettura della villa di tradizione locale, nonché di quella alessiana. Si reputa dunque di estrema importanza non lasciare un tale patrimonio all’abbandono o al sottoutilizzo, come sta purtroppo avvenendo per alcune opere di maggiore valore. Delle quaranta ville ancora presenti nel quartiere, non può essere dimenticato il trio delle architetture definite “La Bellezza”, “La Fortezza” e “La Semplicità”, capaci di condurre l’osservatore agli antichi fasti di quel florido periodo. La villa “Imperiale-Scassi”, definita anche “La Bellezza”, è forse quella che ad oggi esprime meglio lo sfarzo cinquecentesco di queste residenze di villeggiatura e rappresenta una delle più importanti realizzazioni

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2. Sampierdarena

post alessiane. L’intero complesso, edificio e giardino, viene edificato nel 1560 per Vincenzo Imperiale, sotto la direzione dei fratelli Domenico e Giovanni Donzello. Inizialmente, il palazzo sorge isolato, affacciato sul mare e sale verso la collina attraverso viali interrotti da grotte che stimolano la percezione di uno scenario chimerico, quasi fiabesco. L’enorme giardino è inoltre scandito da una successione di terrazze ed ampi parterres erbosi. L’atrio del palazzo e la volta sono affrescati, le nicchie dell’atrio e dello scalone decorate con stucchi. La villa viene successivamente utilizzata come caserma e poi come ospedale. Nel ’’800 Onofrio Scassi provvede ad un completo restauro. Con l’apertura di Via Cantore si conserva solo lo spazio verde retrostante, oggi utilizzato come parco. Attualmente il palazzo è di proprietà del Comune ed ospita una scuola. La villa, in posizione centrale e sopraelevata, si contrappone a villa Grimaldi, “La Fortezza” e Sauli, Lercari, “La Semplicità”, nonostante si sia perduta l’unità e la composizione spaziale dell’epoca. “La Fortezza”, in stile Alessiano, viene costruita intorno al 1565 per Battista Grimaldi. A differenza della maggior parte delle altre lussuose residenze, la “Fortezza” ha l’ingresso non sulla strada principale, ma su un asse laterale che anticamente conduceva alla spiaggia. É questa la villa che ospita Rubens, celebre pittore fiammingo, che vi concepisce l’idea del più famoso libro dedicato alle ville del genovesato. Anch’essa adorna di affreschi e di stucchi, rappresenta un patrimonio monumentale che richiede un necessario recupero e riutilizzo. Sede di una scuola fino a qualche anno addietro, l’edificio è attualmente in stato di abbandono, portatore di una potenzialità inenarrabile che attende di essere sfruttata. Infine, ricordiamo “La Semplicità”, costruita nel XVI secolo e chiamata così per le sue forme lineari ed essenziali. La sua combinazione di elementi puri si integra in un rapporto architettonico di disinvolta armonia, creando con colonnati ed arcate, spazi interni ed esterni di perfetta finitura composita. Il bucolico giardino che un tempo giungeva fino alla spiaggia, oggi è completamente scomparso; della raffinata opera non resta che la l’edificio, attualmente residenza privata.

Villa Imperiale Scassi detta “La Bellezza”

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2. Sampierdarena

La lanterna A picco sul mare, a ponente dell’insenatura portuale del porto antico genovese, la Lanterna, solitaria, esclusa dalle mura cittadine, ma protetta dal Promontorio di San Benigno, poteva essere contemplata dal litorale di Sampierdarena in tutta la sua autorevolezza. La torre, che si erige altera sul mare ed accoglie da un millennio coloro che provengono dalle sue acque, è il simbolo della città, testimone di vicende gloriose o funeree, di cruenti, durature o rapide battaglie, che si sono susseguite nei secoli. Impassibile, ha assistito allo splendore ed al potere dei dogi, al dominio del Mediterraneo, ma anche alla crisi della Repubblica, continuando a vegliare sulla città. L’area dove è costruita, è detta“Capo di Faro”, Ca de fa’in Genovese ed una prima fonte certa che parla della Lanterna, la fa risalire al 1128; un decreto comunale ripartiva i ruoli che dovevano svolgere gli uomini della città nei confronti di questo luogo, in particolare per quanto riguardava la difesa e la ricerca della legna per alimentare il fuoco. Si ignora chi abbia costruito la prima torre; una leggenda vuole che l’autore, a costruzione ultimata, sia stato gettato nel vuoto affinché non potesse realizzare un’altra simile struttura; esiste anche una seconda versione che motiva l’uccisione allo scopo di evitare il pagamento del compenso pattuito. Interessante è notare che già prima della costruzione della torre vi sia una sorta di sistema di avvistamento e di segnalazione per le navi che entrano in porto; qui viene infatti bruciata la “briscia”, steli di ginestra raccolti soprattutto a Briscata, in Val Bisagno. Quando viene eretta la torre, il processo continua, ma il sistema si affina e la brisca viene arsa all’interno di gabbie in ferro, sospese, che aumentano così la sua visibilità. Ad occuparsene sono, a turno, i proprietari delle imbarcazioni. Nel 1318, si salva dalla distruzione durante la lotta tra Guelfi e Ghibellini. I primi si asserragliano all’interno della Lanterna ed i Ghibellini iniziano a demolire la struttura dalle fondazioni, costringendo i nemici, in quell’occasione, alla resa. É nel 1320 che le gabbie in metallo vengono sostituite con vere e proprie lampade ad olio, assumendo davvero i connotati di una grande lanterna. Essa non è solo teatro di battaglie sanguinose, ma viene utilizzata anche come luogo di spettacoli che si svolgono in tutto il porto. Sono celebri i “voli dalla lanterna”; il primo ha luogo nel 1643: un 142

la Lanterna

funambolo scende dalla sommità della torre per mezzo di un cavo teso sino ad un barcone ormeggiato nel centro del porto. L’ultima simile esibizione si tiene nel 1749, con la discesa notturna di due ballerini del teatro di S. Agostino. La lanterna è stata anche prigione, utilizzata per ospiti di eccezione, tra cui il re di Cipro Giacomo di Lusignano e la moglie, che qui concepisce nel 1383 il figlio Giano. Essa ha subito anche gravi danni. Quando Luigi XII conquista Genova, decide di costruire una fortezza a Capo di Faro che prevede la demolizione della torre. Fortunatamente questa non viene abbattuta, ma inglobata all’interno del complesso difensivo che viene denominato “Briglia”, per la sua imponenza. Tale imponenza non arresta i genovesi che riescono ad espugnarla dopo un lungo assedio, nel 1514. Per quell’occasione, qualche anno più tardi, nel 1549, la lanterna viene ricostruita dalle fondamenta a cura di Giovanni Maria Oliati; l’autore è questa volta noto. Molteplici sono le vicissitudine alle quali è costretta e che la portano a subire un danneggiamento della cupola nel 1684 ad opera della flotta del Re Sole, oppure durante l’assedio ed il blocco austriaco del 1800 ed ancora a causa delle incursioni aeree del secondo conflitto mondiale.

la passeggiata della Lanterna

Oggi si presenta come un’alta torre costituita da due tronchi a pianta quadrata e decrescenti in altezza; i piani in cui è suddivisa sono separati da cornici a mensola. Sulla sommità è coronata con una cupoletta a calotta sferica che contiene il sistema di illuminazione. Nel 1985, forse per ricordare gli spettacoli che per secoli hanno avuto luogo in questo particolare spazio, grazie all’impegno dei circoli Portuali “Luigi Rum” per quanto concerne i lavoratori della Compagnia Unica e “C.A.P.” per i lavoratori del Consorzio Autonomo del Porto di Genova, la Lanterna è illuminata con fuochi d’artificio. Migliaia sono gli spettatori che dal piazzale di san Benigno assistono all’ineguagliabile evento. L’anno seguente, il monumento viene dotato di un impianto di illuminazione notturno. Il ruolo e l’importanza simbolica di questo luogo è sempre più evidente tra i cittadini e le istituzioni genovesi, tanto che viene creata una suggestiva ed insolita passeggiata che permette di raggiungerla; partendo dal terminal traghetti, essa costeggia le mura, sospesa sul porto e consente di aver una percezione inconsueta e peculiare, seppure straordinaria, di un luogo solitamente nascosto a chi non vi lavora. Oggi la lanterna è sede di un museo

multimediale dedicato alla città e al territorio provinciale, gestito dalla Fondazione Muvita, per conto della Provincia di Genova. Non solo, essa si occupa anche del piccolo Parco della Lanterna. Questa fondazione, assieme alla Provincia cerca di accrescere la considerazione nei confronti di tale monumento, intensificando i rapporti con i tour operator, ditte di trasporto, hotel, associazioni culturali, circoli ricreativi e con il settore scolastico; è inoltre avviata un’accesa collaborazione con musei e teatri genovesi. Vede così l’inserimento negli “itinerari del mare”, segnalati da totem nella terrazza del “Galata Museo del Mare”. Per i più piccoli vengono inoltre organizzati anche laboratori didattici, che rendono questo luogo un faro di cultura ed apprendimento per ogni età. Così, dall’antica “brisca”, alla pece, al petrolio, fino a giungere alla luce elettrica, essa, immobile ha accolto e salutato il viaggiatore; emigranti e marinai, o semplicemente avventurieri e vacanzieri sono stati accompagnati al mare o vi hanno scorto il primo segnale al ritorno. Di giorno, di notte, circondata dall’operosità del porto e della città, continua a rappresentare un punto saldo, sapiente architettura che racchiude i misteri della Superba. 143


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Il sistema dei forti Ancora oggi, alle spalle di Genova, si staglia un imponente sistema difensivo, scandito da mura, forti, torri, polveriere e una porta di accesso. Immobile e fiero, lambisce silenziosamente la città e, privato ormai del suo ruolo protettivo, oggi rappresenta una testimonianza storica da esplorare e scoprire. In un contesto naturale suggestivo, a tratti incontaminato, tra pendii alberati e fauna locale dai quali si può godere di un panorama mozzafiato, ai curiosi è concesso accedere tramite vari percorsi a questo patrimonio storico e culturale e avvicinarsi al glorioso passato della “Superba”. Si tratta di un patrimonio oltre che culturale, naturalistico, dove si trova un polmone verde che rappresenta una risorsa importante per l’intera città, il “parco delle mura”. É possibile raggiungere alcuni forti o avvicinarvisi, avvalendosi di cremagliere, di ascensori o dell’automobile. Ma, ovviamente, i tracciati più piacevoli sono quelli che si percorrono a piedi e che permettono di percepire appieno la potenza di questo sistema di fortificazioni artificiali e naturali. Ad oggi il patrimonio disponibile conta ben quindici forti, molti dei quali visitabili anche gratuitamente, sei torri e cinque polveriere in buono stato conservativo ed una porta di accesso, “Porta delle Chiappe”. Tra i forti presenti sul territorio, ve ne sono tre proprio a Sampierdarena; si tratta del forte “Crocetta”, del forte “Tenaglia” o più propriamente “tenaglie” e del forte “Belvedere”. Il forte “Crocetta” si trova a ridosso dell’abitato ma, completamente circondato da folta vegetazione, si estranea dall’intorno, conservando la sua poesia. Una creuza si inerpica fino a raggiungerlo, anche utilizzando l’automobile. La maestosità del forte, che appare all’improvviso, non appena si superano le abitazioni, viene opacizzata dalla sua attuale condizione di abbandono; l’accesso è serrato ed il suo cortile utilizzato amaramente come discarica. Sembra questo il posto adatto per liberarsi di immondizia ed elettrodomestici ormai non più funzionanti. Il forte risale al XVIII secolo assumendo la forma di trinceramento difensivo e solo nel XIX secolo ottiene l’attuale conformazione strutturale. Proprio da questa riceve il suo nome. A stella, con doppio recinto poligonale e volumi squadrati attorno ad un cortile centrale, con una torre di vedetta, sembra

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2. Sampierdarena

il sistema dei forti

forti accessibili in abbandono forti accessibili recuperati

forti accessibili in abbandono forti accessibili recuperati

i forti di Genova

avere legami con fortificazioni coloniali, piuttosto che con quelle genovesi. Il forte “Tenaglie”si posiziona tra il forte “Crocetta” e il forte “Begato”. Il forte oggi presente è quello che risale al 1800, costruito probabilmente su una preesistenza della seconda metà del ‘400. Nella seconda guerra mondiale viene utilizzato ed occupato dai tedeschi. In seguito al conflitto mondiale viene abbandonato. Oggi è frutto di una meravigliosa opera di riqualificazione del tutto volontaria, operata dall’associazione “La Piuma” che ha come obiettivo quello della creazione di una casa famiglia, una fattoria didattica ed un giardino pubblico da restituire alla città. Il forte, meravigliosa e complessa struttura, nella quale si conserva intatta un’affascinante santabarbara, sorge dove prima si trovava la Bastia del

Promontorio. La fortificazione si presenta con due denti che si legano in modo che l’uno possa proteggere l’altro. È composta da due facce e da due fianchi, solitamente più corti delle prime. I fianchi difendono le parti più importanti delle facce, grazie alla tenaglia. Infine, il forte “Belvedere”, sopraelevato rispetto al centro storico del quartiere e quasi parte integrante dell’ambente cittadino, è difficilmente percepibile e seguendo determinati scorci diviene impossibile distinguere la struttura originaria, del 1815. L’opera ha infatti subito numerose modifiche nel corso della storia. Ma è soprattutto negli anni ‘70, con la costruzione del campo da calcio Morgavi che ha portato all’abbattimento di alcune sue parti, la struttura è stata fortemente snaturata. Il forte è oggi luogo di gioco

e di incontro, grazie alla presenza di un’associazione ed un circolo che hanno creato nei suoi pressi la loro sede. Questo luogo, raggiungibile attualmente con l’autobus o in auto, è ricco di spazi aperti ancora non recuperati, ma che offrono un’enorme potenziale. La posizione di dominio di molteplici e suggestivi panorami, la presenza di abitazioni nell’intorno, nonché del polmone verde del quartiere rappresentato dal parco “Pellegrini” sottostante e la vicinanza di una creuza storica, la “salita 1000 lire”, elemento di connessione con altre aree urbane se riqualificata ed aperta, potrebbero trasformare quest’area in un punto di incontro cittadino, di cui il quartiere necessita enormemente.

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L’Ansaldo La storia dell’Ansaldo non è solo storia di produzione, testimonianza di un sistema che ha perso progressivamente il suo ruolo; è storia di vita e di lotte, è storia di un intricato intreccio partecipativo tra operai, tecnici ed anche qualificati dirigenti, nell’impegno politico, sindacale ed addirittura resistenziale. L’Ansaldo non è solo una fabbrica, è “l’esperienza vissuta da più generazioni [...]talvolta con coraggiose minoranze, altre con partecipazione di massa, nelle battaglie sindacali, e politiche, per i diritti della classe lavoratrice, per la pace contro la guerra, per la libertà contro la dittatura fascista e l’occupazione tedesca, saldando così a un riconosciuto primato professionale, una non comune coscienza sindacale e politica, testimonianza di maturità civile e democratica2.” Raccontarlo, non può limitarsi ad una mera descrizione delle sua formazione e dell’importanza produttiva raggiunta negli anni, raccontarlo significa parlare della nascita di qualcosa di più profondo. É questa memoria storica che appartiene al quartiere di Sampierdarena, ma che oggi sempre di più viene offuscata ed allontanata, per essere sostituita con un’identità fittizia che vorrebbe essere traccia di un passato mai esistito; si cerca un legame con ciò che non è mai stato e si dimentica quello che c’era. Assumiamo il 1846, con la nascita dell’opificio Ballaydier a Sampierdarena, come l’inizio del sistema industriale di cui abbiamo parlato. Nel 1848 si ha la nascita del “movimento operaio”a Genova, città in cui dopo i moti del ‘48, si manifesta una grande circolazione di idee. Sarà nel 1853 che la “Società Giovanni Ansaldo & C.” rileva il “Meccanico” già appartenuto a “Taylor e Prandi”. Le lotte per il miglioramento della condizione della classe operaia non tardano ad arrivare; si crea un giornale, “La Fame”, nel 1873 ed un movimento ad esso connesso. Sono anni di crisi e privazioni, tutta l’Italia è in subbuglio e gli operai di Sampierdarena partecipano alla protesta con passione. Seguiranno anni di lotte che vedranno gli ansaldini coprire le prime fila nella conquista dei propri diritti e di condizioni più dignitose, per uscire dall’”ergastolo industriale”, termine coniato all’inizio del ‘900 per indicare la condizione di questi lavoratori. Con il primo conflitto mondiale l’industria si espande, ma i conflitti sociali non diminuiscono. A sostegno delle lotte vi 146

2. Sampierdarena

è il sindacato operaio, la F.I.O.M (in quegli anni Federazione Italiana Operai Metallurgici), nato nel 1901, che partecipa all’organizzazione delle proteste nelle fabbriche. Si sopraggiunge così, nel 1917, alla dichiarazione da parte del Governo dello stato di guerra nella Provincia di Genova, per stroncare l’agitazione operaia. Gli ansaldini sono anche i protagonisti del cosiddetto “biennio rosso”, anni in cui episodi di autogestione della fabbrica, con elezione di un “Consiglio di fabbrica” che ne assume il comando tecnico, si susseguono periodicamente, estendendo questo procedimento anche alla provincia. Con l’avvento del fascismo, poi, si attivano in questa fabbrica, i primi nuclei clandestini del movimento sindacale, che sfoceranno nelle lotte organizzate, con l’inizio del secondo conflitto mondiale. Sono gli anni in cui si crea, con non poche difficoltà, un sodalizio tra operai e studenti universitari nella lotta antifascista e in cui si “comincia a maturare la funzione di guida delle avanguardie operaie in questa lotta gigantesca3.” Sempre più organizzati, non solo partecipano ad agitazioni e scioperi, ma negli anni della guerra giungono alla resistenza armata e al sabotaggio della produzione. “Il lavoro più rilevante di occultamento è compiuto allo stabilimento “Ansaldo Meccanico”. Esiste all’interno dello stabilimento una squadra specializzata nel sabotaggio e nell’occultamento dei materiali.4” All’Ansaldo artiglieria molto materiale viene costruito difettoso o nascosto. Il 25 Aprile del 1945, giorno della liberazione, Genova è “l’unica città d’Europa in cui un corpo d’arma tedesco, forte di 30.000 uomini, si arrende al presidente del CLN, l’operaio Remo Scappini. É a lui che il generale Meinhold consegna la pistola5.” Ci è parso giusto tracciare questa pagina di storia, sconosciuta a molti, per sottolineare il ruolo sociale e culturale di cui l’Ansaldo (e tutto il comparto industriale) è stato protagonista, rappresentando a lungo un riferimento per gli uomini e le donne che ne facevano parte e soprattutto per meglio poter riflettere ed analizzare l’attuale contesto urbano.

Ansaldo artiglierie cannone 381-14, Sampierdarena 1917 fonte: www.genova.repubblica.it

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La Fiumara “Gli shopping malls sono il mondo confezionato su misura dai designer per il flaneur. I luoghi degli incontri mancati, e di quelli garantiti episodici, del presente staccato dal passato e dal futuro, di apparenze riflesse da apparenze” (Zygmunt Bauman) Il progetto “Fiumara” si sviluppa proprio nell’area ex industriale (168.000 metri quadrati), dove si trova l’ex Ansaldo, testimone di una società legata all’ideologia del lavoro e dell’emancipazione collettiva, caratterizzata da un forte riconoscimento culturale. Ed è qui che la memoria viene annullata, nascosta da un intervento che vuole essere di riqualificazione, di una parte degradata di città. Nel 1991, la Regione Liguria, nell’approvare il Piano Territoriale di Coordinamento Paesistico (PTCP), al fine di restituire alla città un’area così importante, prevede la trasformazione e la riqualificazione urbanistica della zona occupata da 1.500.000 metri cubi di costruzioni, vecchi capannoni ed edifici industriali in disuso della società ex Ansaldo, con destinazioni d’uso residenziale, direzionale, commerciale, artigianale e per servizi. In base a quanto prescritto nel PTCP inizia la fase elaborativa di progetto, la quale attuazione avviene grazie al “Piano di Riqualificazione Urbana”(PRU),“approvato definitivamente alla fine del 1998 dal Ministero dei Lavori Pubblici con la sottoscrizione dell’Accordo di Programma tra Coopsette e il Comune di Genova il 29/12/1998.” (PUC Genova) L’intervento finale prevede un centro commerciale, un centro direzionale dei servizi, un cinema multisala e centro divertimenti, edifici per laboratori ed uffici, un palasport e multisport, un palazzo direzionale dell’Ansaldo, un parco urbano, tre torri residenziali e una torre a destinazione direzionale. Il progetto, dovrebbe rappresentare una delle più importanti riconversioni di area industriale in Italia ed in Europa, un’occasione per il ripristino di equilibri di un territorio fragile e disgregato dagli eventi, un’occasione importante, forse mancata. L’improvvisa presenza di “vuoti urbani” nelle ex-città industriali crea disponibilità di nuovi spazi piuttosto centrali, appetibili per la loro posizione e già dotati di infrastrutture comunicative. Si riaprono i giochi per la collocazione di attività e per

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nuovi investimenti. La competizione che si determina, a dispetto degli intenti dichiarati dalle amministrazioni locali, porta spesso alla saturazione di questi luoghi con insediamenti residenziali e commerciali, più redditizi e capaci di assorbire i costi esecutivi. “I progetti proposti sono fortemente orientati alla massimizzazione degli interessi immobiliari e fanno leva sulla nuova domanda di spazi per il terziario avanzato, per attività produttive di tipo innovativo, per residenze in grado di soddisfare una domanda abitativa di livello medio alto.6” Così, i piani regolatori risalenti agli anni ‘80, ancora legati al vincolo di industria per queste aree, vengono scalzati, perché visti come un intralcio allo sviluppo, tramite l’emanazione di leggi straordinarie in favore di opere emergenziali e vengono istituite procedure specifiche per questi interventi. Ma gli anni ‘90 sono anche gli anni di scarse capacità economiche per le amministrazioni; viste le nuove potenzialità presenti sul territorio cittadino, si apre a nuove forme di cooperazione tra pubblico e privato. “Con i Programmi di Riqualificazione Urbana (PRU) cade la separazione fra investimenti pubblici e privati; anzi la risorsa pubblica disponibile rappresenta una spinta per gli investitori privati a partecipare all’investimento.7”Torniamo qui a parlare di città-impresa, in competizione con le altre, dove le amministrazioni, sempre più indebolite anche a causa di un’incapacità regolativa dello Stato, tentano un approccio più cooperativistico. In un contesto globale, si tenta di tornare al locale, per riacquistare la fiducia dei diversi attori presenti, che si cerca di coinvolgere. Ci si domanda se veramente questo tipo di processo sia innovativo o non sia solo un nuovo modo di definire una metodologia, diciamo così, classica. Il caso “Fiumara” riassume bene queste riflessioni e dubbi. Il procedimento di approvazione del PRU Fiumara, che viene reso operativo tramite un accordo di programma tra Comune, Regione, Ministero dei lavori pubblici e Fiumaranuova SPA, non segue un procedimento lineare e modificherà varie volte e rapidamente il suo progetto, tanto da assumere nel suo disegno finale, una conformazione piuttosto dissimile da quella promessa ai cittadini inizialmente, in particolare per quanto riguarda la non creazione di alcuni servizi. Inoltre, il dibattito sulla destinazione dell’area si apre ai cittadini con molto ritardo, quando le scelte sono già state effettuate, determinando di fatto una partecipazione solo

2. Sampierdarena

Fiumara: un’opportunità mancataUn’oppor 7 1 6 4

4

“Fiumarone”uffici

1

“Fiumar

centro commerciale Fiumara e parcheggio

2

centro

complesso “il diamante”, uffici e residenze

3

comple

torri residenziali

4

torri res

palasport e palestra

5

palaspo

cinema multisala

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cinema

Ansaldo energia

7

Ansaldo

4 5

2

3

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l’area Fiumara: funzioni

fittizia alla discussione ed alla sua progettazione. Infine, elemento non di poco conto, l’intervento si inserisce in un contesto sensibile di una città “indefinita, dove non esiste una programmazione ed un chiaro e preciso disegno di riqualificazione e men che meno un’idea progettuale generale della città8” “Solo se capisci come funziona una città puoi immaginarne una trasformazione, un’evoluzione, alla quale collabori la struttura urbana nel suo complesso9.” Crediamo che questo sia un concetto fondamentale dal quale partire per il ripensamento di un luogo. Invece, appare che in questo contesto l’azione sia stata più votata alla speculazione nell’interesse di pochi (sono queste accuse pesanti, più volte riportate nel dibattito sulla questione) e senza un reale confronto ed una lettura profonda della situazione del quartiere e della città tutta. Mancano il polo scolastico e la facoltà di ingegneria, il palasport non soddisfa, il parco urbano è notevolmente ridimensionato, viene costruita una torre residenziale in più. Le critiche provengono da vari ambienti; dal mondo dell’architettura, da quello politico e da quello economico. I commercianti si ribellano,

lamentando l’aumento del traffico di un territorio già congestionato e la presenza del centro commerciale che rende invisibili i quartieri circostanti. A nulla vale la nascita di nuovi “centri integrati di via” (CIV) che tentano di organizzarsi per rispondere alla circostanza. Questi, che si sentono abbandonati dalle istituzioni, in poco tempo sono spesso costretti a sciogliersi; il peso della crisi, unito alla concorrenza del centro commerciale Fiumara, per i piccoli commercianti è forte, spesso insostenibile. Si parla di riduzioni degli introiti anche del 60% tra coloro che combattono l’intervento. Parallelamente a questo dibattito, si svolge quello che verte sulle conseguenze sociali in un quartiere già colpito da degrado e da sfaldamento delle relazioni umane, in seguito alla perdita di identità ed attività produttive. Il nuovo polo Fiumara, non solo rompe completamente con la sua memoria storica, ma sembra non creare nuove connessioni con le aree limitrofe. C’è chi insiste su un’occasione persa di riallaccio di queste zone marginali con la città, per avere ceduto ad una logica meramente legata al profitto. Si perde di vista la questione sociale, la natura del

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quartiere ed i suoi abitanti. Chi è stato parte della storia operaia di quel luogo guarda con rammarico a questo sdradicamento organizzato; chi si preoccupa del futuro, vede la sua presenza come negativa per i giovani. In effetti, il polo della Fiumara sembra essere il maggior luogo di attrazione per i ragazzi del ponente che vedono in questo spazio, un elemento aggregativo. “Non è possibile nemmeno immaginare una, seppur blanda, funzione educativa ed aggregante che possa essere esercitata all’interno del Centro, data la scarsità di attività culturali e socializzanti che siano totalmente libere dalla dimensione del consumo10”. Questo luogo edonistico del consumo, diviene il centro degli incontri dei ragazzi e più in generale delle persone, andando a sostituire il ruolo giocato in passato dagli spazi pubblici, quali piazze, mercati, strade. La vitalità dei quartieri, che prima si esprimeva in questi luoghi, oggi si trincera dentro le mura protettive dei centri commerciali. La spontaneità, la libertà di espressione, la capacità e la voglia di relazionarsi con l’altro, in una società che non ha ancora subito gli effetti devastanti della frammentazione dei rapporti umani, concorrevano alla creazione del caos o del complesso ordine intrinseco alle città. Nei luoghi pubblici di incontro si palesavano le passioni politiche, si manifestavano le capacità artistiche e gli interessi culturali; vi si intrecciava la vita, attraverso la materializzazione di valori, certezze, convinzioni. E proprio questi luoghi che quasi non esistono più, questi anfratti ormai sempre più rari, sono progressivamente sostituiti dai più recenti territori del consumo, da edifici vuoti, emblema dell’introversione contemporanea. In una società sempre più sola ed impaurita, dove tutto concorre alla formazione di un “immaginario paranoico e spesso razzista” (come gli episodi di cronaca che vengono aumentati dai media), si misura la percezione dell’ambiente collettivo e ci si riferisce per la creazione dei nuovi spazi della “collettività”. Infatti, quello che questi luoghi offrono sono spazi di divertimento e spettacolo, certo, ma soprattutto sicurezza. Diventano allora “effigie di città”, simulando il “modello ideale elaborato dall’immaginario collettivo che prevede l’assenza di tutto ciò che in vari modi, nella città reale, appare conflittuale o fonte di disagio: l’incertezza dei confini, l’indipendenza da mezzi artificiali, la compresenza di ricchezza e miseria, la possibilità che il caos prenda il 150

2. Sampierdarena

sopravvento sull’ordine, le difficoltà del controllo e della previsione, la presenza dei “diversi” e le interazioni sociali non previste, l’intrusione della natura e dell’ambiente con i suoi imprevisti, la presenza del lavoro, ecc. Al posto delle reali strade della città gli spazi del consumo si offrono come dei simulacri disneyani dello spazio collettivo pubblico, cioè come la costruzione di spazi che simulano un modello non reale, ideale, utopico, armonico, mitico, di opposizione all’esistente11” E se questo fosse valido per “Fiumara”, sarebbe realmente un’occasione persa.

centro commerciale “Fiumara”, intervento di recupero della sede dismessa dell’Ansaldo

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Le gallerie storiche Alla fine del 1800, con l’espansione del settore industriale e la necessità di sempre maggiori contatti tra Sampierdarena e Genova, si rende necessario un ripensamento della viabilità che si allarga anche al trasporto ferrato. Viene così costruita, in prossimità della Lanterna, una galleria che sottopassa il colle di San Benigno rendendo accessibile la strada verso Genova, ma anche il passaggio viario dei primi tram a cavallo e dei treni. Con l’incremento della rete ferroviaria, si sviluppa un complesso sistema di gallerie di connessione con il porto e con Genova, oggi ancora esistente, ma quasi completamente abbandonato, che potrebbe essere importante riscoprire e recuperare per agevolare i collegamenti ed i contatti tra le varie parti di città. Se guardiamo alle gallerie ancora utilizzate, troviamo quelle che conducono alla stazione Principe. Si tratta di due linee distinte che hanno origine a Sampierdarena e che proseguono affiancate, ma su due livelli progressivamente differenti, su un viadotto rettilineo in muratura che provoca una netta cesura all’interno della città. La linea a monte confluisce nella galleria “San Lazzaro Alta”, mentre la linea a mare confluisce nella galleria “San Lazzaro bassa”; la prima è utilizzata dal traffico passeggeri regionale e a lunga distanza e dal traffico merci, l’altra quasi esclusivamente da treni regionali. Vi è poi la linea del Campasso, che è riservata al trasporto merci, attraversa Sampierdarena quasi completamente in sotterranea e sbocca nei pressi dell’ingresso della sopraelevata; qui si dirama per imboccare le gallerie che la congiungono con le aree portuali di San Benigno e Santa Limbania. Vi sono poi altri raccordi portuali esistenti ed utilizzati, con binari portati sulle calate e confluenti sul ramo principale, che decorre lungo tutto l’affaccio portuale parallelamente al Lungomare Canepa; verso levante, gli impianti portuali sono connessi con quelli di San Benigno attraverso la galleria del “Romairone”, lunga circa 400 m. Sul lato di San Benigno, gli impianti ferroviari che servono le calate del ponte Sanità ed il terminal container SECH, confluiscono verso la galleria “Molo Nuovo” in direzione del Campasso. Riteniamo essere maggiormente di nostro interesse i collegamenti oggi dismessi, ma ancora presenti. Si tratta essenzialmente degli impianti conosciuti come “linee

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della Coscia”, praticamente inutilizzati dall’ultima guerra. Questi raccordi, risalenti con tutta probabilità ad un periodo compreso tra fine ed inizio secolo, consentivano il collegamento tra Sampierdarena ed il “porto nuovo”. Il raccordo partiva dall’odierna linea “a mare” Sampierdarena – Genova Sotterranea, per giungere ad una camera di biforcazione a cielo aperto chiamata “pozzo Coscia”. Da questo luogo si dipartivano a ventaglio tre gallerie che attraversando sotterraneamente il promontorio, raggiungevano il porto in tre differenti punti. La galleria più a sud, che chiameremo “Sanità” sfocia proprio a fianco della “Romairone”; quella mediana che definiremo “San Benigno” termina presso un’attività probabilmente di carrozzeria ed è quella oggi meno visibile, se non dall’area portuale; mentre la galleria a nord che diremo “Assereto”, sbocca vicino al portale della Passo Nuovo. Le linee della Coscia rappresentano un bell’esempio di archeologia ferroviaria, che possono rappresentare un ottimo spunto di riflessione. In particolare, ci sembra interessante, nella nostra strategia di riqualificazione, proprio la galleria che abbiamo definito “Sanità”. In effetti, questa sfocia proprio in un’are strategica, che consentirebbe un facile collegamento con la passeggiata della lanterna. Questo non solo significherebbe connettere Sampierdarena al simbolo di Genova (che tra l’altro territorialmente è definito a Sampierdarena), oggi non accessibile se non da levante dell’ex promontorio di San Benigno, ma anche di ricreare quel tanto anelato legame con il porto o ancor più con il mare. Anche dagli scenari descritti dal PRP 2013, come visto, si evince la volontà di valorizzare maggiormente questo importante monumento, ma soprattutto di creare un maggiore legame tra la città ed il porto, trasformando l’area nei pressi della lanterna ad uso urbano e ricreativo.

2. Sampierdarena

1_ galleria Romairone 2_ galleria Sanità 3_ galleria San Benigno 4_ galleria Passo Nuovo 5_ galleria Molo Nuovo 6_ galleria Assereto

6 5 4 3 1

2

schema delle gallerie storiche

ingresso della galleria Sanità

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Luoghi da visitare Oltre alle magnifiche ville delle quali abbiamo parlato, ai forti ed ai palazzi ottocenteschi e novecenteschi che si incontrano passeggiando per il centro storico, ci sembra opportuno segnalare alcuni luoghi significativi e di pregio, spesso sconosciuti, ma che concorrono a valorizzare il patrimonio storico del quartiere. Tra queste vi è la chiesa “Sant’Agostino della cella”, legata per tradizione con l’origine del borgo di Sampierdarena. La prima data certa che le viene attribuita è il 725, anno in cui le ceneri del Santo vengono trasportate a Pavia, capitale del regno Longobardo, dopo avere sostato, come vuole la leggenda, proprio in questa chiesa. Lo spazio interno mostra nell’abside la sua struttura originaria dove il materiale utilizzato è la pietra legata con abbondante malta. All’esterno, il lato meridionale è testimonianza dei numerosi successivi interventi, così come il fianco settentrionale. L’attuale ingresso, invece, è stato costruito solo successivamente, nel 1945, come la stretta intercapedine che divide parte dell’edificio dal cortile circostante. Gli ambienti interni sono decorati da affreschi, che sono stati staccati e conservati nella sala Capitolare della chiesa di “Santa Maria della Cella”. Tale chiesa, “Santa Maria della Cella”, viene edificata tra il 1206 e il 1213 quale chiesa gentilizia della Famiglia Doria. Al momento della sua costruzione ingloba la preesistenza, forse adibita a camera sepolcrale, nel chiostro. Al 1639 risalgono altri importanti cambiamenti quali l’assetto degli altari, delle tombe e la costruzione della cupola. Durante l’’800, la chiesa subisce ulteriori interventi che comportano l’ampliamento degli interni e il rimodernamento della facciata secondo il gusto neoclassico. Un’altra chiesa che merita di essere visitata, anche per la sua suggestiva posizione è “San Bartolomeo Apostolo del Promontorio”. Le sue origini risalgono all’XI secolo, periodo di insediamento dei monaci Vallombrosiani nel borgo di Sampierdarena nella zona del Promontorio e nella zona del Fossato. La sua edificazione viene fatta risalire al 1064. Le sue modifiche maggiormente significative vengono effettuate tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo, quando vengono terminati il presbiterio e la sacrestia e

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2. Sampierdarena

viene trasformato il campanile esagonale, in ottagonale. Da ricordare, è anche il “Santuario di Nostra Signore di Belvedere”, in posizione dominante. La chiesa, risale al XIII secolo con la decisione delle monache Agostiniane che ivi decisero di costruire un piccolo convento ed una chiesa. Di quest’epoca è ancora presente il chiostro aperto. Passato nel 1351 di proprietà agli Agostiniani, nel 1665 ne modificarono la struttura, ancora oggi visibile. Nel 1819 rischia di essere abbattuta, ma si decide invece per la sua riapertura nel 1821.

Sant’Agostino della cella fonte: www.sampierdarena.ge.it

Santa Maria della cella fonte: www.sampierdarena.ge.it

San Bartolomeo Apostolo del Promontorio fonte: www.sampierdarena.ge.it

Santuario di Nostra Signore del lBelvedere

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forte Tenaglia

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2. Sampierdarena forte Crocetta

Strutture deboli e potenzialità cimitero

Come anticipato, abbiamo individuato nel tessuto del quartiere alcuni elementi peculiari che per le loro caratteristiche intrinseche, possono rappresentare delle opportunità per la valorizzazione e la rigenerazione di Sampierdarena. Si tratta di spazi e strutture pubbliche con un forte potenziale, ma che si presentano sottoutilizzate o addirittura completamente abbandonate, oppure in fase di dismissione. Riteniamo opportuno riassumere le peculiarità di ciascuno spazio o struttura riconosciuti nel nostro studio di Sampierdarena. Per meglio comprendere i luoghi che stiamo per descrivere (alcuni già ampiamente approfonditi nelle precedenti pagine) è possibile osservare dove sono dislocati sul territorio nell’assonometria a fianco.

forte Belvedere

casello autostradale

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6 8 Don Bosco

ospedale Scassi

centro commerciale la Fiumara

stazione 5

centro direzionale Matitone

centro civico teatro Archivolto

4

biblioteca

legenda

stazione

municipio

3 1

2

centro finanziario San Benigno

assonometria scala 1:7000

assonometria scala 1:7000 strutture dismesse strutture dismesse strutture sottoutilizzate strutture sottoutilizzate strutture in dismissione strutture in dismissione vuoti urbani vuoti urbani polmone verdeverde sottoutilizzato polmone sottoutilizzato

Lanterna di Genova

Fiumara Fiumara collegamenti dismessidismessi collegamenti gallerie dismesse gallerie dismesse

assonometria del quartiere, emergenze e criticità

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2. Sampierdarena

1. villa Grimaldi “la Fortezza”, particolare della copertura interna

Le strutture dismesse 1. Villa Grimaldi “La Fortezza”

indice di degrado: condizioni indicebuone di degrado: pessime condizioni

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2. Forte Crocetta buone condizioni

un lungo periodo. E’ solo da qualche anno, infatti, che ha terminato la sua funzione; la scuola è stata trasferita altrove e l’edificio è stato chiuso e lasciato in completo stato di abbandono. Da circa un anno le richieste degli abitanti del quartiere, affinché questo luogo venga riaperto e recuperato, si sono rese piuttosto pressanti e tale volontà ci invita ad immaginare un futuro diverso per questo ambiente che nasconde numerose risorse.

ex mercato ovoavicolo

3. ex mercato ovoavicolo

pessime condizioni

proprietà: demanio militare 2 forte Crocetta

proprietà: pubblica

1 villa Grimaldi Villa Grimaldi, detta La Fortezza, come abbiamo visto “la Fortezza” è parte del patrimonio del sistema di ville cinqueseicentesche. Queste residenze di piacere, come abbiamo raccontato si sono diffuse in questo periodo storico nel genovesato ed in particolare a Sampierdarena, all’epoca luogo di villeggiatura. La villa, che conta una superficie calpestabile totale di 2.602, 04 mq, sopravvissuta alle vicende che si sono susseguite nel tempo, è riuscita a conservare le sue peculiarità architettoniche ed in parte quelle artistiche. Essa, di proprietà pubblica, è stata convertita, tramite delibera comunale del 20 luglio 1931, in edificio scolastico, ruolo che ha mantenuto per

forte Crocetta fonte: www.forti-genova.com

Il forte Crocetta, messo in comunicazione con il vicinissimo abitato a mezzo di un’ampia creuza storica, si staglia maestosamente tra la ricca vegetazione che lo circonda. A fronte di un’ubicazione particolarmente favorevole (facilmente accessibile, nei pressi del centro abitato, immerso nella vegetazioene) le sue potenzialità non sono sfruttate e l’edificio, di proprietà pubblica, risulta abbandonato; l’accesso è sbarrato e la struttura fatiscente. Nonostante sia chiuso, viene utilizzato come discarica di immondizia, mobili vecchi ed elettrodomestici non più funzionanti.

proprietà: pubblica

3 ex mercato ovoavicolo

L’ex mercato ovoavicolo è un’ampia struttura inutilizzata da ormai un trentennio di circa 4.600 mq che si trova nell’unità urbanistica del Campasso. L’edificio, è coperto da un vincolo della soprintendenza ai Beni Architettonici dal 17 luglio 2003. Di proprietà della società Spim, partecipata al 100% dal Comune di Genova, è in attesa di una riconversione che sembra non giungere mai. Viene costruito all’inizio del ‘900 con la funzione di macello civico. Dopo il II conflitto mondiale viene destinato a “nuovo mercato all’ingrosso delle uova e pollame”. La destinazione rimane tale fino allo sfratto delle attività nel 1982, in seguito ad una petizione del Comitato della zona. 159


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Villa imperiale Scassi vista da l parco Scassi

Strutture sottoutilizzate 4. Villa Imperiale Scassi, “La Bellezza”

Mercato Tre Ponti fonte: www.genova.erasuperba.it

5. Mercato Tre Ponti

proprietà: pubblica

scuola secondaria

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Voltino “passante”di via Buranello

6. Voltini del viadotto ferroviario

proprietà: pubblica

Tre Ponti mercato coperto situato a fianco villa Imperiale ScassiIl Mercato Tre Ponti, è un mercato di Villa Grimaldi, nel centro storico del quartiere. L’edifico, “La Bellezza” che ha una superficie di 1117 mq, risale al 1935, ma è

Villa Imperiale Scassi, detta “La Bellezza” è, come La Fortezza, parte del sistema delle ville del genovesato e, esattamente come la Fortezza, è sopravvissuta al tempo ed alle trasformazioni a cui è stata costretta, assumendo anch’esso, il ruolo di scuola. Essa ospita infatti, a tutt’oggi una scuola secondaria nei suoi meravigliosi ambienti. Sebbene l’edificio abbia, all’interno del tessuto del quartiere una funzione definita e vitale, riteniamo che tale funzione possa essere riduttiva per un’architettura di tal e pregio e che questo patrimonio possa essere sfruttato in maniera più consona e perché no, proficua, dal Municipio II Centro Ovest.

2. Sampierdarena

mercato stata successivamente riamaneggiata e modificata. La struttura portante è in cemento armato con una tripla fila di pilastrini che sostengono la copertura piana nella quale si aprono dei lucernai, mentre nella zona centrale si presenta rialzata. L’involucro perimetrale è invece ad oggi costituito da pannelli prefabbricati, “bucati” in alto da una finestratura che corre lungo tutto il suo perimetro. Il mercato odierno non esprime interamente il suo potenziale, infatti sono attivi solo pochi banchi.

proprietà: ferrovie dello Stato

I voltini del viadotto ferroviario di via Buranello, che voltini del viadotto ferroviario negozi e botteghe abbiamo ampiamente descritto, ad oggi si presentano come una struttura dalle indiscusse potenzialità e capacità rigenerative, ma solo in minima parte utilizzata. Gli spazi della struttura, che potrebbero ospitare degli esercizi commerciali sono in larga parte serrati, contribuendo allo stato di abbandono e trascuratezza che genera negli abitanti e nei visitatori del quartiere, una percezione di insicurezza.

Magazzini del sale, via Sampierdarena

7. Magazzini del Sale

proprietà: pubblica

I magazzini del Sale di Sampierdarena, costruiti nel 7 magazzini del sale 1200 su una preesistenza, sono oggi sede di un Centro Sociale, il C.S.O.A. Zapata, che nel 1996 ha occupato una parte dei suoi locali. Un’altra parte è invece utilizzata CSOA Zapata come bocciofila. L’architettura, sita in via Sampierdarena, Bocciofila si presenta strutturalmente problematica, motivo per cui necessiterebbe di interventi di restauro e di consolidamento. Le attività che vengono svolte al suo interno sono la risposta che una parte della popolazione si è data al bisogno di spazi aggregativi, di luoghi di incontro in cui coltivare interessi, rapporti e vivere in prima persona il quartiere. 161


Crêuza de mä

Rimessa AMT

Le strutture in dismissione 8. Rimessa AMT

2. Sampierdarena

Ingresso della galleria Sanità lato porto

I collegamenti inutilizzati 9. gallerie dismesse di San Benigno

cancello d’ingresso di Salita Millelire situato nell’area del forte Belvedere

10. Salita Millelire

Piazza del Monastero oggi

Gli spazi sottoutilizzati 11. Piazza Monastero

P

pozzo di ingresso pozzo di ingresso ingressi/uscite ingressi/uscite proprietà: AMT

proprietà: pubblica 9 gallerie dismesse di San Benigno pozzo di ingresso La rimessa AMT degli autobus, è un’enorme struttura Come abbiamo descritto, esiste una Sampierdarena AMT 8 rimessa situata nel centro storico di Sampierdarena, in via Carlo sotterranea, costruita nel periodo dell’industrializzazione ingressi/uscite Rolando. Attualmente utilizzata, è in procinto di essere del nostro sito, che oggi sembra essere andata perduta e dismessa. Nonostante la funzione che oggi ricopre non dimenticata dai più. Eppure, anche gli arditi collegamenti sia la più consona al contesto in cui è inserita l’architettura, che sono stati progressivamente dismessi, rappresentano, sicuramente non appena avverrà il trasloco e verrà in una realtà complessa come quella genovese, una dismessa, lo spazio assumerà i connotati di un luogo privo possibile e probabile risposta alle difficoltàdi cheSan la città è dismesse Benigno 9 gallerie di identità e funzione, un immenso vuoto urbano, proprio costretta a fronteggiare in termini di spazi, infrastrutture, in un’area centrale del tessuto del quartiere. Reputiamo connessioni. Per questo crediamo sia giusto e doveroso dunque importante cominciare a preoccuparsi della riaccreditare strutture già esistenti e scoprire quale sia la futura destinazione d’uso di questo spazio, affinché non migliore funzione da attribuivi affinché possano essere gli venga concesso di divenire luogo del degrado. recuperate e riutilizzate.

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proprietà: pubblica

Salita Millelire è una creuza storica di connessione tra la zona di via Fillak ed il forte Belvedere. Il percorso, che Millelire 10 salita mantiene i connotati tipici di questo tipo di strada, è stata resa inaccessibile ormai dagli anni ‘90, poiché in quel periodo era divenuta luogo di spaccio e degrado sociale. Ad oggi, essa mantiene il tracciato, però ha perso in molte sue parti la tipica pavimentazione in mattoni posati a coltello e ciottoli.

Piazza del Monastero, situata nell’area del centro storico del quartiere, tra via Sampierdarena e via Buranello, costituisce uno spazio di enorme valore. Essa infatti essere definita non solo in qualità di luogo aggregativo, ma anche come elemento di connessione tra le due vie che corrono parallele e, non da ultimo, con il Teatro Modena e la sua piazza, piazza Modena. Ad oggi, tuttavia, è utilizzata semplicemente come parcheggio, annullando così le peculiarità che le sono proprie ed il suo ruolo nel tessuto urbano e sociale.

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ex parcheggio della Polizia Municiapale, oggi usato come parcheggio

12. Ex parcheggio Polizia Municipale

P

Piazza del Belvedere

13. Piazza del “Belvedere”

P

proprietà: pubblica

L’area dell’ex parcheggio della Polizia Municipale, si presenta oggi come un ampio spazio coperto situato nel centro storico, con l’ingresso in via Sampierdarena. Esso è utilizzato come parcheggio, sebbene tale utilizzo 12 ex parcheggio avvenga in modo ufficioso. Questo luogo, si presenta polizia municipale dunque come uno spazio privo di una funzione che lo identifichi e vive grazie all’uso improprio che ne fanno i suoi fruitori. Tuttavia, crediamo che un questo spazio, situato in un’area sensibile e fragile del quartiere possa svolgere ruoli più nobili di quanto non faccia attualmente.

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2. Sampierdarena

La piazza del Belvedere è situata sul promontorio che domina Sampierdarena, sulla linea di crinale che raggiunge i forti Crocetta e Tenaglie. Piazza storica di servizio al “Santuario di Nostra Signora del Belvedere”, è oggi uno spazio anonimo, privo di qualsiasi definizione, che, lungi dall’essere sfruttato per il suo potenziale aggregativo e di luogo della socialità e del relax, viene usato come area di manovra per gli autobus che qui hanno il loro capolinea e come parcheggio per le auto private.

villa Pellegrini

Forte Belvedere, spazio soprastante lo sperone

14. villa Pellegrini/polmone verde inutilizzato

15. forte Belvedere

proprietà: pubblica

proprietà: pubblica

Villa Pellegrini o parco Pellegrini, si trova all’interno dell’unico Polmone verde di Sampierdarena, uno dei più estesi della città, area rigogliosa alle spalle del Campasso, ma di difficile accessibilità. Il piccolo parco presenta funzioni ricreative, quali campetto da calcio e da mini-golf e aree relax con alcune panchine in pessime condizioni. L’intero complesso è difficilmente raggiungibile e, quand’anche questo si riveli possibile, la fruizione risulta complicata e parziale, a causa delle sue attuali condizioni di degrado e incuria.

Il Forte Belvedere, parzialmente distrutto negli anni ‘70 ed i quali spazi sono stati riconvertiti ad aree sportive, presenta comunque degli spazi di considerevoli dimensioni e qualità, praticamente inutilizzati. Si tratta dello spazio soprastante gli speroni inferiori del forte che dominano il Polmone Verde. Questo luogo gode di un magnifico panorama e delle qualità naturali del sito, che ad oggi non sfrutta in nessuna misura.

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2. Sampierdarena

Note

1_ Poleggi Ennio, Cevini Paolo, Le città nella storia d’Italia. Genova, Roma, Laterza, 1992, p.91 2_ Fulvio Cerofilini in “Ansaldo:storia di lavoro e di lotte per la libertà e i diritti” di Massimo Bisca, a cura di ANPI-Genova 3_ Bisca Massimo, a cura di ANPI- Genova, Ansaldo: storia di lavoro e di lotte per la libertà e i diritti, Genova, Tipolitografia Nuova ATA srl, 2010 4_Bisca Massimo, a cura di ANPI- Genova, Ansaldo: storia di lavoro e di lotte per la libertà e i diritti, Genova, cit., p. 95 5_Bisca Massimo, a cura di ANPI- Genova, Ansaldo: storia di lavoro e di lotte per la libertà e i diritti,cit., p. 113 6_Longoni Laura, Petrillo Agostino, (a cura di) Fiumara. Il nuovo Polo urbano e la città, Milano, Ledizioni 2012 p. 54 7_Longoni Laura, Petrillo Agostino, (a cura di) Fiumara. Il nuovo Polo urbano e la città, cit., p. 55 8_Longoni Laura, Petrillo Agostino, (a cura di) Fiumara. Il nuovo Polo urbano e la città, cit., pag. 61 9_ Paba Giancarlo, in Scandurra Enzo e Attili Giovanni, (a cura di) Il pianeta degli urbanisti e dintorni, (“Labirinti”) Roma, DeriveApprodi marzo 2013, 10_Bottani Debora, “Fiumara e le persone” in Fiumara. Il nuovo polo urbano e la città, (a cura di) Laura Longoni, Agostino Petrillo, pag 141 11_Torres Marco, Luoghi magnetici. Spazi pubblici nella città moderna e contemporanea, FrancoAngeli, 2003, pag.114

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3. Sampierdarena e società

3/a.Sampierdarena: la Comunità “Per un secolo da Genova inizia il lungo viaggio alla ricerca di migliore fortuna nel nuovo mondo. La nostra città si fissa nella memoria di migliaia e migliaia di connazionali come punto di partenza, come estremo lembo di una terra amata ed odiata, luogo simbolo del distacco e dell’addio.” (Paolo Arvati)

3. SAMPIERDARENA E SOCIETA’ 168

Via Cantore, pittura muraria

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La questione famigliare Uno dei problemi maggiori che si rileva nella città è rappresentato dalla “parcellizzazione familiare”, fenomeno strettamente connesso con la fragilità demografica descritta e che approfondiremo ulteriormente. Esistono vari aspetti che concorrono a questa fragilità e tendenza di una presenza familiare sempre più ridotta che non riesce quindi più a rappresentare un luogo valido per l’infanzia e che accresce le problematiche sociali, già particolarmente acute a Genova. Abbiamo parlato della diminuzione della natalità dovuta ad un aumento della povertà generalizzata e al fenomeno dei matrimoni sempre più posticipati, oltre al cambiamento del ruolo della donna in famiglia ed all’aumento di separazioni e divorzi, il cui tasso risulta essere il più elevato a livello nazionale. Aumentano le coppie senza figli, le famiglie monogenitoriali e le famiglie anziane, soprattutto dei “single” anziani. Vi è poi la propensione, in una società sempre più incerta e ricca di difficoltà e poche possibilità per i giovani, a restare per un tempo prolungato in famiglia, dalla quale si è molto spesso pienamente dipendenti. É questo un fenomeno generalizzato in Italia, ma che si riscontra con grande intensità anche a Genova, dove si concentrano molte problematiche sociali. Queste condizioni familiari, e più in generale di solitudine percepita dalle persone del nostro tempo, producono disagi che non possono essere sottovalutati, sugli adulti, ma soprattutto sui giovani, vittime più sensibili del contesto che le circonda. Si riscontra a Genova, tra i giovani e gli adolescenti, un forte “disagio psichico che porta ad un grande uso di psicofarmaci anche in età precoce1”. Questa parte di popolazione, per sua natura fragile, vive con maggiore difficoltà e problematicità la solitudine dei nostri giorni; se a questa comune condizione la presenza di una famiglia con difficoltà o assenza per motivi lavorativi, spesso esclusa da rete di amicizie o parentali, possiamo meglio comprendere la natura di questo disagio. Un disagio che accomuna fortemente anche l’altra parte di popolazione sensibile, gli anziani, anch’essi sempre più abbandonati, anche per una progressiva assenza dello stato assistenziale. Altro elemento importante da non dimenticare riguarda

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il cambiamento del ruolo della donna nella società odierna, ma ancora più in quella genovese, dove il livello di istruzione e di occupazione femminile è notevolmente aumentato. Questo ovviamente crea variabili di tipo strutturali all’interno del nucleo familiare, riguardanti la cura dei figli, della casa, i tempi e l’organizzazione della vita. In questo contesto anche gli adulti risultano poco tutelati, come nel caso dei divorzi o delle famiglie monogenitoriali che giungono spesso a sfiorare la soglia di povertà o a scendere al di sotto di essa, con tutti i problemi che ne conseguono. Se a tutto ciò si aggiunge nuovamente la crisi del “welfare” e quindi lo scarso aiuto da parte del pubblico, queste categorie vengono sovraccaricate di oneri aggiuntivi che aumentano la situazione già critica vissuta all’interno del nucleo familiare e nel contesto quotidiano generale.

3. Sampierdarena e società

una rapida crescita

stranieri residenti per classi di età* +66anni anni +66 2,8% 2,8% 46-66anni anni 46-65 24,7% 24,7%

0-25anni anni 0-25 31,5% 31,5%

26-45anni anni 26-45 43,8% 43,8%

totale residenti per classi di età*

totale residenti per classi di età* totale abitanti totale abitanti stranieri residenti al 2012:al 20,4% stranieri residenti 2012: 20,4% stranieri residenti 2001: 2,9% stranieri residenti al 2001:al 2,9%

Tendenze demografiche odierne Come abbiamo visto, il caso demografico genovese nasce dall’intreccio della storia demografica, economica e sociale della città ed è caratterizzato in particolare dai flussi di persone che giungono sul suo territorio, di origini differenti nella storia, ma sempre importantissimi per il mantenimento (fino al periodo di crisi) di un indice positivo della popolazione. Gli aumenti negli ultimi due secoli sono infatti principalmente dovuti proprio alla presenza immigrata. E come si è detto, è il 1966 che decreta un’inversione di tendenza ed un decremento della popolazione; a riprova di quanto affermato, questa data coincide con un saldo migratorio negativo, dovuto alla crisi della città industriale. Nel 1968 si verifica anche un saldo negativo naturale: la somma di questi due deficit provoca il crollo verticale della demografia genovese. Gli anni ‘90 cominciano a registrare dei cambiamenti; ricominciano le immigrazioni e il deficit si riduce. Saranno solo gli anni 2000 a segnare un ritorno di saldi migratori positivi. Si verifica anche un aumento delle nascite, dovuto soprattutto alle unioni tra stranieri, fra italiane e stranieri e fra italiani e straniere (+20% l’incidenza dei nati da almeno un genitore straniero). Successiva alla possente immigrazione proveniente dal

stranieri residenti per classi di età*

una rapida crescita

+65anni anni 46-65 25% 24,7%

0-25anni anni 0-24 21,3% 31,5%

45-64anni anni 26-45 28,2% 43,8%

26-45anni anni 25-44 25,5% 43,8%

*al 31.12.2012

sud Italia dopo il secondo conflitto mondiale, si verifica l’inizio di quella straniera, principalmente proveniente dai paesi del nord-africa, che registra presenze per la maggioranza maschili (soprattutto maghrebina e senegalese). Dalla metà degli anni ‘90, si ha un forte flusso di persone provenienti dall’America latina; nel 1999 è la comunità ecuadoriana ad essere la più numerosa. A fine 2008 i residenti ecuadoriani sono 14.788 (con un incremento del 385,2%). Tra le presenze immigrate prevale quella femminile, che è quadruplicata. La comunità ecuadoriana rappresenta il 34,6% dell’intera presenza straniera a Genova. Comunità albanese: 4531, 2518 maschi e 2013 femmine. +312,3% rispetto al 2000 Comunità marocchina: 3324: 2270 uomini e 1054 donne. +56,2% Comunità romena: 2723: 1234 uomini e 1489 donne. Tra 2000 e 2008 decuplicano la presenza. Comunità peruviana: 2344: 928 uomini e 1416 donne. +

75,8%. Comunità senegalese: 1121: 971 maschi e 150 femmine. Solo 21 unità in più rispetto al 2000. Comunità ucraina: passano da 72 unità del 2000 a 1044 del 2008. Comunità del Bangladesh: 2000-2008-> da 30 a 596 Si riscontra un’ampia presenza femminile nelle comunità latinoamericane, asiatiche (tranne Sri Lanka e Bangladesh), ucraine, russe e meno nettamente romene. Mentre la maggiore presenza maschile è riconoscibile nelle comunità africane dello Sri Lanka, quelle del Bangladesh e quelle albanesi. Vi è un sostanziale equilibrio tra maschie e femmine nella comunità cinese. Dai grafici riportati è possibile notare come sia evoluto il fenomeno migratorio e come si sia modificata la distribuzione sul territorio cittadino. La presenza immigrata rimane comunque alta nel centro storico, nonostante si registri una diminuzione a favore di

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3. Sampierdarena e società

stranieri residenti per area geografica di provenienza

municipi del ponente, in particolare il Municipio Centro Ovest, dove risulta essere concentrata la maggioranza degli stranieri. Oltre al decremento della popolazione, altro aspetto importante di cui si è parlato è il suo invecchiamento che continua consistente fino al 1991 e comincia a decelerare nel decennio 1991-2001. Il rallentamento del processo ed il suo conseguente recente arresto coincide con la leggera ripresa della natalità e con la forte accelerazione della presenza straniera.

Genova città “meticcia”. La questione dei migranti Il “métissage” è una “disposizione a pensare e a mettere in opera una cultura fatta di pezzi e di brandelli ripresi da diversi registri culturali2” di Giuliano Carlini in “Multiculturale a chi?Aspettative culturali degli immigrati a Genova” Ricerca-Formazione del CEDRITT febbraio 2007 a cura di Laura Longoni); questa situazione di “métissage” è quella che più accompagna, in coscienza o meno, la condizione degli abitanti del mondo odierno. Quello che si verifica nelle realtà urbane è infatti l’incontro di persone che provengono da luoghi differenti e che convivendo nella medesima quotidianità, dividendo gli stessi spazi, costruiscono nuove relazioni e nuove identificazioni, in un mondo in cui la globalizzazione ha prodotto un forte impatto di “deterritorializzazione”.L’im posizione di oggetti standardizzati da parte dei mercati, ne determina un utilizzo pressoché unificato a livello planetario che, se da una parte genera un appiattimento delle particolarità riconoscibili in territori con storia e sviluppo differenti e la messa in discussione dei significati quotidiani localmente costruiti, dall’altra crea immaginifiche “culture” locali che tentano di visionare una forte caratterizzazione identitaria. A questo punto ci sembra opportuno specificare che cosa intendiamo per “cultura”. Una sempre più diffusa convinzione, incrementata anche dai media, veicolo di canalizzazione dell’opinione pubblica, vuole la cultura come l’insieme delle conoscenze, delle norme morali, delle convinzione acquisite dall’uomo in un determinato contesto sociale ed il suo riconoscimento come patrimonio storico,

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immodificabile, tanto da essere addirittura tramutato in un “bagaglio” , che accompagna gli spostamenti. Ma la cultura, “per sua natura prevalente di relazione, non viaggia, viaggiano giustamente le persone3”. E la cultura che non è inamovibile, ma si modifica, tramite l’adozione di nuove strategie assunte dai singoli individui. É proprio questo è per noi cultura, “un’elaborazione in perpetua trasformazione e continuamente soggetta ad alterazioni, rielaborazioni e reinterpretazioni individuali4”; dunque cade l’interpretazione che vede la cultura come pura e continua, interpretazione tutta mentale, in quanto il processo di cui stiamo trattando è un continuo processo di destrutturazione e ristrutturazione delle stesse culture. Con ciò non vogliamo rinnegare elementi distintivi dell’identità d’origine; questi risultano invece essenziali affinché, distanti dai legami precedenti e incoraggiati da imminenti relazioni, si compiano in inedite ed incessanti rivisitazioni delle convinzioni di partenza. Dunque, a caratterizzare la vita sociale moderna è un costante e rapido susseguirsi di interconnessioni e interdipendenze che si invera nell’impossibilità di definire culture o identità unitarie. Nell’immaginario collettivo, rimane invece sempre più nitida l’idea che l’immigrato sia portatore di una cultura differente e lontana. Così, si stabilisce un confine tra loro e noi e si attivano comportamenti di assimilazioni di un’identità dominante e stigmatizzazioni di un’identità minoritaria. Ma “Le persone che abbandonano il territorio e le persone che riconquistano il territorio, entrano nella costruzione del territorio stesso. I migranti non arrivano e rimangono migranti, i migranti entrano nei processi di ristrutturazione del territorio, costituiscono insieme a tutti gli altri, naturalmente, nuovi territori5”Forme inedite di marginalizzazione si stanno diffondendo in molte realtà urbane; riconosciamo questo problema anche a Genova, in particolare in questi ultimi anni a Sampierdarena, che ha subito un aumento esponenziale di persone immigrate tra i suoi abitanti, tanto da risultare l’unico quartiere in crescita demografica, proprio a causa dell’alta natalità diffusa tra questo gruppo di persone. Abbiamo visto che la comunità più diffusa è rappresentata da quella sudamericana, in particolare ecuadoriana, che è giunta a Genova successivamente alla crisi economica che si è verificata nel paese d’origine.

altri paesi americani 2,6%

Asia 10%

EU 8% altri paesi UE 12%

America Merid. 53,7%

Africa Sett. 7,7% altri paesi africani 5% stranieri residenti per area geografica di provenienza

Genova rappresenta negli anni ‘90, (gli anni della depressione in America Latina), in seguito alle trasformazioni economiche e sociali descritte, un luogo ideale per una particolare tipologia d’immigrazione. Non è la struttura economica ad attrarre queste persone, quanto la particolare connotazione della società civile genovese. La popolazione invecchia ed i servizi alla cittadinanza diminuiscono; aumenta così la necessità di essere accuditi. Questo genera quel fenomeno migratorio recente che vede l’arrivo di donne straniere disposte a svolgere il tipo di attività richiesto dalla società genovese, in cambio di uno stipendio accessibile alle famiglie italiane. Sono dunque soprattutto donne che giungono in questo periodo e che si inseriscono nelle reti di assistenza agli anziani. Arrivano in un momento particolare della città, dove le certezze e le rappresentanze politiche e sociali si sono disgregate, così devono contare principalmente sulla loro capacità organizzativa anche se, inizialmente presenti in un numero esiguo, vengono generalmente ben accolte ed accettate nell’ambiente cittadino, destando spesso anche curiosità e sentimenti di comprensione e vicinanza. Con l’arrivo della migrazione di massa, però, la percezione cittadina cambia totalmente e va ad ingrossare le fila di quei fenomeni discriminatori e di emarginazione, comuni a molte città occidentali.

Spesso partono con la convinzione di tornare nel loro paese ma, quando questo non avviene, si attua il ricongiungimento familiare, che porta all’arrivo dei mariti e dei figli, molto spesso ragazzini adolescenti che faticano ad inserirsi nel paese ospitante. Si apre qui un’ulteriore problema di integrazione, evidenziato a Genova, come in altri luoghi d’Italia e d’Europa, dal fenomeno delle “baby gangs”, bande organizzate di adolescenti.

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Un fenomeno complesso: le “baby gangs” “Barrios e Brotherton (2004, p.23) propongono di sostituire” i termini “banda” in italiano e “gang” in inglese “con quello di organizzazioni di strada, ovvero: “gruppi formatisi in gran parte da giovani adulti, provenienti da classi marginalizzate, che hanno come obiettivo di fornire ai propri membri un’identità di resistenza, un’opportunità di empowerment sia a livello individuale sia collettivo, una possibilità di voice capace di sfidare la cultura dominante, un rifugio dalle tensioni e sofferenze della vita quotidiana nel ghetto, e infine una enclave spirituale dove possano essere sviluppati e praticati rituali considerati sacri6”. La cultura delle “gang”, testimone di appartenenze transnazionali, è una cultura giovanile della strada, facilmente riconoscibile a Genova. L’immaginario collettivo riconosce nelle bande un’ “orda di primitivi urbani”, di soggetti barbari e violenti che portano nei paesi ospitanti, pratiche e stili che non appartengono a questi luoghi. In realtà, se guardiamo alla loro storia, incontriamo un fenomeno già studiato negli anni ‘20 dalla scuola di Chicago, presente negli Stati Uniti all’epoca delle emigrazioni italiane, quando la banda già rappresentava “la cifra dell’organizzazione sociale e morale dei migranti nelle loro forme di residenzialità e convivialità7.” Ciò che avviene oggi a Genova e più in generale nel mondo, è un tentativo per questi giovani di risignificazione sociale, è il desiderio di essere considerati, guardati, ascoltati, è la ricerca di un ruolo in una società che non è disposta ad accoglierli, ma che al contrario li rigetta ed emargina. In questo contesto si innesta il meccanismo delle “gang”, per dare una risposta a questo “essere tra parentesi”, a questa realtà di “persone invisibili” in cui sono costretti. “Sono arrivato, la mamma che non vedevo da molti anni, la gioia del ritorno e dell’incontro, sono precipitato in una città estranea, una casa, quattro mura, la solitudine, il mio circuito di solidarietà nella città in cui vivevo rotto d’incanto e il desiderio di dare risposta a questa solitudine, provare a ricostruire un modo di affetti, di riconoscimenti, di desideri attraverso cui fuoriuscire dalla condizione di migrante contro volontà” è la dichiarazione di un giovane appartenente alla banda dei “Latinos”

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(dove per “Latinos” intendiamo qualsiasi componente di una banda, anche di nazionalità differente da quella latinoamericana)8. Questa situazione, che va oltre la dimensione genovese, per giungere in uno spazio che racchiude molti spazi e molti mondi, ci rimandano tutti ad una storia comune. Quello delle “gang” è infatti un universo a cui sono connessi vari rimandi culturali, dal rap al reggaeton, dai fumetti, al cinema che determina nel mondo l’utilizzo dei medesimi simboli, degli stessi segni di riconoscimento, degli stessi riti. Perciò lo spazio di cui stiamo parlando, fatto di partenze e di arrivi non decisi, è uno spazio colmato virtualmente dai sistemi comunicativi più recenti, che permettono alle stesse bande dislocate in paesi lontani, di tenersi in contatto e continuare a fare parte della medesima comunità, “comunità virtuale dall’implicazione molto reale9.” L’opera delle strutture organizzative descritte diviene fondamentale per ragazzi che, sradicati dal loro contesto, senza avere il tempo per rielaborare la partenza, vengono proiettati in un mondo in cui l’opinione pubblica, l’inferiorizzazione giuridica, la discriminazione reale o percepita, facilitano l’accoglienza di chi arriva, nelle organizzazioni di strada, viste come elemento di reinserimento sociale e come possibilità di redimersi da condizioni di invisibilità. L’organizzazione diviene allora famiglia, che “accoglie, protegge, offre rifugio ed orientamento10.”Di fronte a questa problematica, Genova sviluppa una risposta diversa dalla soppressione violenta del fenomeno ed avvia un percorso assieme alle bande, che permetta di conoscerle e di dare loro rilievo e considerazione. Un percorso per una presa di coscienza comune, che porta alla ribalta l’uso della parola come forma comunicativa; per un dialogo all’interno delle bande, tra le bande e con la città. Dietro questo processo, durato due anni, che ha visto impegnati ricercatori universitari, istituzioni, un prete portoricano e la Comunità di San Benedetto al Porto, la voglia di arrestare anni di violenze ritmati da tatuaggi, simboli religiosi e vestiti hiphop. La voglia di restituire voce a chi non l’ha mai avuta. Il lavoro, si conclude il 18 Settembre 2006, con una stretta di mano che sancisce la pace e una pergamena con impegni e richieste per il futuro. Da questo momento i giovani “latinos” possono confrontarsi con un maggiore capitale umano, partecipanti di comunità ed associazioni, mediatori culturali, e occupanti dei centri sociali.

3. Sampierdarena e società

Sampierdarena, teatro Modena, convegno 2008

centro storico, convegno 2006

Proprio questi ultimi meritano un’attenzione particolare, nell’esperienza del Centro Sociale Occupato “Zapata”, situato proprio a Sampierdarena, che in seguito alla stipulazione della pace, apre le porte a questi gruppi ed inizia un’intensa collaborazione con loro, permettendo a questi giovani di conoscere e praticare un modo diverso di stare assieme e condividere gli spazi. “Il processo di pace ed emersione ha ora una casa, lo Zapata, che viene co-gestito dagli hermanitos11”, e che permette l’incontro e la contaminazione tra i soggetti. Le modalità d’espressione sono differenti, così come le logiche organizzative (si contrappongono un’organizzazione gerarchica con una autogestita), l’equilibrio non è facile inizialmente, ma progressivamente si rielaborano forme di partecipazione e confronto originali, che danno luogo a pratiche di emersione lente, ma positive per ciascuno. I media si disinteressano, questi ragazzi hanno perso l’”appeal voyeristico” che li ha caratterizzati. Ma la situazione precipita nel 2009, anno in cui proprio al centro sociale Zapata si verifica un regolamento di conti tra membri della bande ed un ragazzo di diciassette anni

perde la vita. Si riapre un capitolo complesso che però negli anni ha assunto sfumature differenti e varie, tanto rimarchevoli, quanto purtroppo impossibili da trattare in questa sede.

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3. Sampierdarena e società

Insicurezza: percezione o realtà?

DISCONTINUITA’ TESSUTO

SPAZI SEMICHIUSI

DEGRADO URBANO

INCURIA

luoghi semichiusi, deboli SCARSA ILLUMINAZIONE

Sono vari i fattori che concorrono alla questione della sicurezza urbana, uno di questi è senza dubbio rappresentato dal ruolo dei media. É necessario infatti sottolineare quanto questi incidano nell’opinione pubblica dei cittadini. Nel caso Sampierdarenese, un esempio lapalissiano è rappresentato dal fatto che il quartiere è differentemente percepito dai residenti e da coloro che non lo abitato, ma ai quali viene raccontato tramite i mezzi di informazione. Così, si traccia l’immagine di un luogo attraversato da problemi (che certo ci sono) che lo disegnano come uno dei quartieri cittadini più degradati e pericolosi. Ma se ci atteniamo alle inchieste condotte direttamente sul territorio, scopriamo che gli abitanti hanno una percezione differente dal resto dei genovesi e che richiedono si, un maggiore controllo da parte della polizia, ma in particolare interventi per quanto attiene al decoro urbano, che in molti casi viene considerato trascurato. Interessante una ricerca condotta dal DISPOS (Dipartimento di scienze

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LUOGHI DEBOLI

scarsa illuminazione pubblica incuria, politichedegrado dell’Universitàurbano di Genova), che si

è svolta nel 2009, utilizzando dati risalenti al 31.12.2008, su un campione significativo di sampierdarenesi, scelti secondo una “tecnica di campionamento stratificato per quote proporzionali, secondo genere, età e residenza, ricombinando parzialmente le sezioni di censimento per unità urbanistica12.”Questo ha portato al rilevamento dei maggiori problemi del quartiere che trovano sul podio la condizione della pavimentazione di strade e marciapiedi, la pulizia della città, il traffico e i parcheggi. Solo successivo alle criticità citate, è il problema della sicurezza dei cittadini (distante quasi 15 punti percentuali), seguito dalla chiusura dei piccoli negozi e degli immigrati stranieri. Ampio distacco si riconosce invece a problematiche legate al funzionamento dei servizi pubblici, che tutto sommato non sembrano rappresentare un problema troppo evidente. Da sottolineare è la differente articolazione del problema della sicurezza legata al genere, dove questo risulta

CHIUSURA ATTIVITA’ DI VICINATO RETRI TRASCURATI

RETRI NON PERMEABILI

maggiore per le donne; mentre per quanto riguarda l’età, la sua percezione aumenta in progressione, partendo dai discontinuità tessuto urbano ragazzi ed arrivando aglinel anziani. In relazione all’area di residenza, il problema risulta minore nelle aree collinare, per aumentare nella zona di ponente e giungere al suo apice nelle zone basse e centrali. Nel panorama descritto riconosciamo come problematiche l’incuria urbana, quali la sporcizia e la presenza di rifiuti pericolosi (72% degli intervistati), associati a presenze “inquietanti” come i tossicodipendenti e gli ubriachi. Dunque, possiamo riassumere il grado di minaccia percepito dalle persone come principalmente legato alla qualità degli spazi e solo in secondo luogo, alla presenza di persone “scomode”. Questa visione è confermata anche nell’ambito dei reati, quali tentativi di furto, vandalismi, borseggi, scippi e spaccio, che sono percepiti come una minaccia. “Rispetto al quadro delle minacce che costituiscono reato, i cittadini si sentono insicuri in quanto potenziali vittime della microcriminalità:

il 73,5% da scippi e borseggi, il 72% dallo spaccio, il 71% da vandalismo, il 70% dai tentativi di furto13.” Da non dimenticare è che tale scenario è il risultato di vissuti esperenziali, ma anche delle informazioni che vengono fornite, come dicevamo, dall’opinione pubblica. La condizione di solitudine della persona, per esempio, influisce sulla sua percezione, tanto che il 60% di chi vive solo o vi rimane spesso, vede il suo quartiere come non sicuro, a fronte di un 35%, formato da coloro che vivono in famiglia. Ma un altro dato rilevante è proprio l’esposizione ai mezzi informativi. Tra coloro che solo saltuariamente hanno contatto con i media, il 70% ha un giudizio positivo sul quartiere; viceversa, tra coloro che quotidianamente leggono giornali, il 60,5% degli intervistati giudica il quartiere pericoloso. Gli effetti dei media vanno letti nel campo della costruzione della conoscenza e delle rappresentazioni della realtà. Se da una parte i media esplicitano il sentire comune, dall’altra parte tendono a determinarlo, amplificando o

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NUMEROSI PARCHEGGI carenza di spazi di aggregazione CARENZA SPAZI AGGREGATIVI mancanza di definizione degli spazi pubblici eccessiva presenza di parcheggi MANCANZA DEFINIZIONE SPAZI PUBBLICI

meno alcuni avvenimenti, selezionando gli argomenti e trasmettendoli attribuendovi un particolare “taglio”, assumendo una posizione di quello che descrivono. Non solo, i media creano un immaginario comune ed un sentire sociale anche e soprattutto attraverso la trasmissione di contenuti simbolici ed immagini che conducono ad un’interpretazione della realtà, influenzandola. Esistono alcune variabili per una minore incidenza dei media sull’opinione personale. Una di queste variabili è rappresentata dall’esperienza personale. In primo luogo, “coloro che hanno nel quotidiano esperienza diretta di un fenomeno saranno più difficilmente influenzabili dalle immagini che i mass media forniscono del fenomeno. […]14 “Altro elemento è dato dalla quantità di informazioni alle quali si ha accesso; è ovvio che maggiore è il numero di fonti, migliore sarà la possibilità di confrontare opinioni ed idee e sviluppare una coscienza del fenomeno molto più prossima a quella reale, nonostante non se ne abbia esperienza diretta. Infine, altra variabile fondamentale 178

è rappresentata dal tessuto sociale di appartenenza dell’individuo e dalle sue “relazioni di qualità”, attraverso le quali articola un dialogo e un confronto con persone eterogenee e con le quali possono essere rielaborati certi temi caldi, in modo meno stereotipato. Tornando più direttamente al nostro studio sul quartiere, ricordiamo che la percezione della sicurezza al suo interno è anche legata a questioni di genere, età e luogo di residenza. Il 50,5% degli intervistati ritiene il quartiere molto sicuro o abbastanza sicuro, mentre il 49% non sicuro o poco sicuro, tuttavia il 48,5% del campione pensa che la sicurezza a Sampierdarena sia diminuita; anche in questo giudizio sono le donne, gli anziani e le persone che vivono tra via Cantore e via Sampierdarena ad esprimere maggiore preoccupazione. Queste categorie dichiarano un senso di insicurezza personale, che addirittura le porta a non frequentare determinate zone. Le politiche che vengono proposte dai cittadini, come soluzione al problema della sicurezza sono legate ad un

3. Sampierdarena e società

ENFATIZZAZIONE PROBLEMI

TAUTOLOGIA DELLA PAURA PREGIUDIZI

STEREOTIPI

CONSIDERAZIONE NEGATIVA QUARTIERE

maggiore controllo della criminalità (27,8%) seguito dal decoro e dalla pulizia delle strade e dei parchi (19,7%), ulteriore conferma del collegamento tra sviluppo di insicurezza e situazioni di criminalità e degrado urbano. Tra le principali iniziative auspicate troviamo allora interventi in zone di decadenza urbana, l’aumento della presenza di vigili di quartiere e la manutenzione di strade e parchi. Dopo questa lettura del quartiere crediamo sia importante sottolineare come spesso quelle figure che abbiamo descritto come “scomode”, vengano individuate nell’immigrato. È opinione comune, del quartiere, ma generalizzabile alla società italiana, che l’immigrato venga etichettato come criminale. Si tratta di un’equivalenza errata alla quale proprio l’opinione mediatica partecipa in grande misura. L’immigrato è sempre più presentato come una persona dagli atteggiamenti deviati. A fronte di un dibattito politico sull’immigrazione pressoché silente, che vede solo qualche intervento saltuario di

tipo emergenziale e propagandistico, che nella sostanza non ha mai proposto nessuna soluzione, abbiamo dei giornalisti sempre più “accaniti”. Così, i temi “immigrazione”, “criminalità” e “insicurezza” vengono spesso presentati assieme, tanto da determinare la creazione di una vera e propria minaccia, data da ciò che viene definita la “tautologia della paura”, ossia il meccanismo tramite cui “ la semplice enunciazione dell’allarme dimostra la realtà che esso denuncia15” Le notizie di cronaca nera divengono, in questo sistema, prove empiriche di ciò che è già stato istillato nell’opinione comune e il fatto che ogni aneddoto venga presentato distaccato ed isolato dal contesto in cui si trova ad agire, determina spesso generalizzazioni erronee da parte delle persone. A conferma di questa stereotipizzazione della figura dello straniero, per esempio, il migrante tipico nell’immaginario collettivo è maschio, a dispetto della nostra realtà che addirittura vede una preponderanza nella presenza femminile. “Per 179


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quanto riguarda il linguaggio, questo è prevalentemente metaforico ed iperbolico16”. ed è legato principalmente a tre gruppi tematici, che vedono ripetere sempre le stesse espressioni che progressivamente entrano nel linguaggio comune e contribuiscono alla formazione dell’immaginario, al quale risulta difficile opporsi. Tra queste parole riconosciamo per esempio “invasione”, “sbarchi”, “clandestino”, “extracomunitario”, “prostituzione”, “droga”, “ghetto”, ”disperati”, “allarme”. Si potrebbe proseguire con altrettanta terminologia connessa alla figura del migrante e con il suo inserimento in alcuni “schemi”, risultati di numerose ricerche che permettono di comprendere meglio la questione pennellata rapidamente, ma dobbiamo continuare con lo studio del nostro quartiere per addentrarci poi in possibili proposte risolutive per le problematiche che stiamo trattando.

L’integrazione passa dall’aggregazione “Lo spazio pubblico urbano può declinarsi su diversi piani, forse riconducibili ad una matrice comune, di spazio delimitato e riconosciuto dalla collettività in quanto “pubblico”, idealmente aperto a tutti17.” Secondo questa definizione lo spazio pubblico esprime il duplice significato di spazio fisico che definisce la città nelle sue connotazioni estrinseche e di spazio relazionale, come luogo di condivisione della vita urbana, la quale fruibilità è a tutti consentita. L’architettura e l’urbanistica genovese continuano a testimoniare il passato della città che si invera nella quasi totale assenza di spazi aperti di socialità. L’organizzazione oligarchica della Superba ha configurato un assetto cittadino privo di spazi collettivi e conseguentemente una difficoltà ed una scarsa propensione al loro utilizzo ancora ai nostri giorni. Tuttavia, appare sempre più pressante l’esigenza di luoghi comuni di aggregazione, dove la solitudine di cui abbiamo parlato, possa annullarsi ed essere sostituita da un forte senso di comunità, di appartenenza ad una città spesso in conflitto con i suoi stessi abitanti. Così, in indagini condotte sullo studio dei bisogni per il Piano Regolatore Sociale è scaturita una richiesta da parte di tutti i Municipi cittadini di questi spazi. Spazi che in realtà, anche quando esistono,

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contraddittoriamente alle necessità espletate, sono comunque sottoutilizzati. A fronte di un bisogno effettivo di luoghi in cui potersi incontrare e condividere esperienze, prende il sopravvento un’attitudine tutta genovese che si rispecchia in un atteggiamento di estrema riservatezza. “La socialità è tuttavia un tema assolutamente complesso, che per Genova assume declinazioni importanti, poiché è legato ad uno degli aspetti che [...] potremmo riassumere nel concetto di privacy. Il rispetto ossessivo della privacy è uno dei tratti culturali che maggiormente connota la “genovesità18” Dall’altra parte, vi è invece un sempre maggiore utilizzo da parte degli immigrati, una “categoria” che sembra spaventare ancor di più, persone che si sentono isolate e che hanno perduto le loro certezze. Gli immigrati hanno portato a Genova un nuovo modo di vivere l’ambiente cittadino, più aperto, più ricco di scambi e momenti di incontro. I nuovi venuti si fermano a chiacchierare, occupano le panchine, sostano nelle piazze spesso snobbate dai genovesi, tanto da suscitare negli autoctoni la sensazione di essere da questi prevaricati. In realtà, proprio anche grazie a questo modo importato di vivere la socialità, si sono sviluppate varie iniziative culturali, ludiche e di intrattenimento, organizzate da associazioni e da istituzioni, che cominciano a mostrare i primi risultati. É facilmente rilevabile che, se da una parte vi è una diffusa tendenza a parlare delle problematiche di convivenza con questo gruppo (in particolare con i sudamericani) e dell’aumento della criminalità percepita, dall’altra vi è un’inquietudine sempre maggiore nel confrontarsi con i nuovi arrivati, con i quali nella maggioranza dei casi non esistono rapporti, con il conseguente aggravamento delle distanze sociali. Ci viene in aiuto nella spiegazione di questo fenomeno Castells nell’affermare che “le comunità locali, costruite attraverso l’azione collettiva e preservate attraverso la memoria collettiva, sono fonti specifiche di identità. Tuttavia, queste identità sono perlopiù reazioni difensive contro le imposizioni del disordine globale e del suo rapidissimo e incontrollabile cambiamento. Esse sono porti (havens) non paradisi (heavens)19” Di fronte a queste situazioni, la difficoltà ad agire ed uscire da quel guscio di solitudine che attanaglia molti uomini e donne, aumenta, tanto più se ci si trova in contesti già fragili economicamente e socialmente. Questo non significa che non vi siano possibili soluzioni.

3. Sampierdarena e società

Sarebbe auspicabile la creazione di un organo di regia che consenta di canalizzare e guidare forze che in realtà sono presenti sul territorio ma che, intimidite, accantonano la loro voglia ed il loro desiderio di relazioni, andando ad incrementare quegli episodi di disagio che investono tutte le fasce di popolazione, con un accento tra quelle più sensibili. Giovani ed anziani, abbiamo visto essere le vittime più frequenti di questa situazione. Ed è proprio a loro che dobbiamo volgere il nostro sguardo ed ascolto. Dunque è necessario riflettere sulla condizione di solitudine e tensione alla socialità, arrestata però spesso dalla paura e da una sensazione di insicurezza difficili da sovrastare. Nel farlo, crediamo sia necessario giocare la partita coinvolgendo, oltre le istituzioni, sicuramente la rete sociale presente sul territorio, potenzialmente capace di creare una struttura per il raggiungimento di obiettivi comuni. Perché questo possa avvenire, si ritiene di particolare importanza la creazione di poli aggregativi che rappresentino un’alternativa alla condizione “casalinga” per taluni o a luoghi privi di stimoli (ci riferiamo in particolare ai giovani) per altri. Questi spazi possono essere rappresentati da luoghi pubblici chiusi, ma anche da spazi aperti. Ci rendiamo conto a questo punto che dobbiamo tornare su una precedente questione; quella che indicava gli spazi come in numero esiguo rispetto alla popolazione, ma anche sottosfruttati. La domanda che proviene dalla società civile è infatti anche quella di riqualificazione degli spazi esistenti. “È opinione generale che non siano necessari nuovi spazi ma sia piuttosto opportuno rinnovare quelli esistenti. Sono state indicate alcune priorità. La prima è la riqualificazione degli spazi verdi, giardinetti e ville cittadine20.” “Non esiste una reale necessità di creare nuovi spazi o luoghi, ma occorre riappropriarsi di quegli ambienti già esistenti ma spesso in disuso o poco fruibili. Occorre dar vita ad azioni sinergiche finalizzate al ripopolamento di ville e giardini21” sono alcune dichiarazioni di interviste nell’ambito della ricerca per il piano regolatore sociale. Scaturisce allora l’esigenza di migliorare spazi già presenti, quali ville e giardini non curati, in particolare sfruttabili proprio da fasce fragili di abitanti, quali i bimbi e gli anziani, dove i primi possano giocare liberamente ed i secondi sentirsi liberi e tranquilli di passeggiare o restare seduti a chiacchierare sulle panchine. Un ulteriore aspetto interessante, emerso

dalle letture, è anche una nuova richiesta di panchine ed una loro particolare appropriazione, specialmente nel Ponente genovese, caratterizzata da un ritorno all’uso informale di quest’ultime. La panchina come luogo di socializzazione e sosta, dove poter incontrare e coltivare la propria rete di relazioni. Occorre dunque investire nei luoghi all’aperto, nelle piazze, nei giardini, nei parchi e soprattutto nei percorsi. Vi è infatti anche una richiesta di “percorsi amici” che consentano spostamenti rapidi, ma soprattutto sicuri e sostenibili, pensati per il pedone e per la sua incolumità. E ancora, vi sono suggerimenti sulle ville che confermano il loro potenziale, in alcuni casi “basterebbe non aspettare interventi globali, ma delimitarne un’area, e riqualificarla perché sia fruibile da bambini e ragazzi; per la sua cura potresti poi utilizzare strumenti di cittadinanza attiva22”Una volta di più si riconosce un ruolo importante alla cittadinanza attiva. Questa presenza ci sembra rilevante anche per non consentire che parti del territorio vengano lasciate prive di un ruolo, alla mercé di strutture aggregative di altro tipo, a sfondo delinquenziale. Nonostante questa osservazione, la domanda che perviene è anche quella di spazi più naturali e liberi, dove i giochi possano svolgersi più spontaneamente, senza limitazioni e divieti (quando questo si rivela compatibile con il buon utilizzo dell’area), presenti spesso nei luoghi pubblici e che permettano ai ragazzi ed ai bambini di sperimentare nuove e più affrancate attività. Tra le necessità che si sono raccolte vi è allora quella dell’allestimento di aree gioco dinamiche, che consentano il movimento e lo sport: campetti, prati, piste ciclabili, skate-park, pattinaggi. Dunque agire sugli spazi, ma anche riflettere su essi; riflettere su come riempirne i vuoti, incrementando logiche che consentano il dialogo e l’incontro tra coetanei, generazioni, culture. Riprogettare lo spazio fisico ridisegnandone la metrica, il rapporto con il suo intorno, il suo carattere specifico di luogo inserito in un contesto; ma riprogettare anche uno spazio relazionale aperto, mentale, immateriale, non “misurabile con la metrica euclidea”, ma con la sensibilità di una moltitudine di soggetti partecipativi che vedano nell’aggregazione il riconoscimento alla vita comunitaria e sociale.

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3. Sampierdarena e società

3/b.Genova “Città solidale”. L’associazionismo “La persona vive ed esiste solamente nella relazione” (Danilo De Luise e Mara Morelli)

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Sampierdarena, forte Tenaglie, giornata di attività collettive

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1800, prime associazioni per i diritti dei salariati

1851, Nascono “L’Associazione di mutuo soccorso dell’Unione Umanitaria”e “L’Unione Fraterna”

Storia dell’associazionismo Sampierdarena

a

La nascita di una rete sociale attiva e solidale a Sampierdarena ha origini nella sua storia operaia, quando a dominare erano i “valori culturali legati all’ideologia del lavoro e dell’emancipazione collettiva”. (Carlini, 1990) E’ infatti con lo sviluppo industriale e l’aumento di lavoratori qualificati, che nascono le prime associazioni atte a garantire i diritti dei salariati e delle loro famiglie. La loro storia si intreccia con quella del movimento mazziniano e garibaldino nell’area genovese, centro di cospirazione e di attiva propaganda democratica che contribuisce alle lotte civili che in questo periodo hanno luogo. È proprio Giuseppe Mazzini nel 1842 a caldeggiare “un’associazione nazionale degli operai per un “cangiamento radicale nell’organizzazione della società”, con richiami a Dio e all’Umanità23”. Così, nel 1851 viene fondata, in virtù dei principi mazziniani, “L’associazione di mutuo soccorso dell’Unione Umanitaria”, che ha il compito di sostenere i soci malati e coloro che per età o per infermità non sono più in grado di lavorare. 184

1859-1860, le due associazioni aderiscono all’”Associazione Emancipatrice” , mazziniana e garibaldina

L’Associazione si occupa anche di istruire i suoi soci, aprendo scuole serali. Nello stesso anno nasce da un piccolo imprenditore francese, con fini analoghi, “L’Unione Fraterna”. Assieme fondano un “Gabinetto di lettura” che educa ai principi mazziniani. Qualche anno dopo, nel 1859, le due associazioni, assieme ad alcune consorelle, aderiscono all’ ”Associazione Emancipatrice”, diretta da noti mazziniani e presieduta da Garibaldi. Osteggiata dal Governo e dalla Curia per ragioni di sovversione politica, sociale e religiosa, viene costretta a sciogliersi tramite decreto ministeriale e con essa le associazioni aderenti. In risposta all’obbligo di scioglimento, dall’Unione delle due precedenti associazioni (Umanitaria e Unione Fraterna)che creano un nuovo ed unico organismo, nasce nel 1862, “L’associazione Generale di Mutuo Soccorso e Istruzione degli Operai”. Tra le iniziative dell’associazione, vi è quella della creazione di una banca operaia, che raccoglie il risparmio ed esercita il credito popolare fino al 1925. Essa fonda inoltre una Società Economica per Case popolari e un Ospedale Municipale In seguito al rifiuto dell’Associazione nei confronti della

3. Sampierdarena e società

1862, nasce “L’Associazione Generale di Mutuo Soccorso e Istruzione degli operai”

1870, nasce ll’”Associazione Operaia di Mutuo Soccorso Universale

richiesta del Governo, di inviare informazioni che la riguardano, a Maggio del 1870 ne viene decretato lo scioglimento, al quale seguono forti scontri. A Luglio dello stesso anno viene fondata l’”Associazione Operaia di Mutuo Soccorso Universale”. “Tutte le opere che nascono per pubblica utilità e per lo sviluppo di Sampierdarena vedono l’Universale in prima fila: ospedale civile, biblioteca, accademia filodrammatica, istituzioni importanti, sorte tra ogni difficoltà ed ancora altre iniziative sociali, culturali, assistenziali: la cassa vedove ed orfani dei lavoratori, l’asilo infantile, borse di studio per l’incremento dell’istruzione professionale tra i soci; viene pure istituito un dispensario farmaceutico, nonché una cooperativa di produzione e consumo24”. Il movimento mutualistico diviene infatti un naturale avviamento alla cooperazione produttiva e a quella del consumo. A Sampierdarena si afferma il successo di entrambe. Nascono le cooperative di produzione e di consumo, per la costruzione di case popolari, di produzione meccanica, ecc..

1872, la nascita delle cooperative

1928, il fascismo vieta le associazioni

oggi, nuove forme di aggregazione sociale

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L’associazionismo ai nostri giorni Il breve riassunto della formazione delle associazioni di mutuo soccorso e delle cooperative, ci sembrava utile per comprendere il profondo radicamento, espresso anche dalle questioni operaie raccontate nelle pagine precedenti, di un tessuto sociale partecipativo, che ha contribuito direttamente alla creazione di attività ricreative e culturali, di servizi di sostegno alla persona, ma anche di costruzioni materiali di spazi ad uso pubblico quali ospedali, biblioteche e altri. Se guardiamo al tessuto sociale odierno, è riconoscibile ancora una forte presenza associativa, ma che ha cambiato la sua connotazione ed il ruolo che storicamente ha accompagnato queste realtà. “Si è lentamente cancellata una forma di partecipazione condivisa alla vita del quartiere che è stata gravida di conseguenze. Anche le tradizionali realtà associative locali, che vantavano a volte una lunga storia e affondavano le loro radici nell’associazionismo operaio hanno visto declinare la loro funzione e ridimensionare il loro peso, mentre si assisteva al nascere di nuove forme di aggregazione sociale, soprattutto giovanile, che non avevano al loro interno questo nucleo di tradizionale cultura operaia25”. Con il tramonto delle strutture che negli anni si erano istituzionalizzate come luoghi aggregativi e punti di riferimento cittadini, si è creato uno scollamento ed una mancanza di contatto con le istituzioni locali, che si sono ancor più distaccate dai problemi della cittadinanza. Come risposta a questa situazione di stallo, si affermano nuovi tipi di realtà aggregative che non hanno rapporti con questo mondo e in molte occasioni neppure con quello dei sindacati o dei partiti politici, come era stato invece per la formazione delle precedenti associazioni. “Si è così avuta una nascita di un associazionismo di base che si è espresso con centri sociali e realtà autogestite di vario genere: associazioni e comitati di cittadini; molto mutevole nel tempo quanto a protagonisti e variegato quanto a espressioni politiche26” In questo contesto, in cui il rapporto con le istituzioni locali è inizialmente molto complesso e profilandosi un periodo in cui lo stato assistenziale si assottiglia progressivamente, si rende indispensabile la riflessione sulla creazione di nuove

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forme di “coinvolgimento dei cittadini e partecipazione decentrata” (Longoni) Dunque, abbandonando discorsi che ci porterebbero nuovamente a trattare della questione politica ed economica degli scorsi decenni, concentriamoci sul potente contesto associativo di cui Genova dispone. Partiamo dalla consapevolezza di un panorama progettuale ed associativo vasto e laborioso, che tuttavia ha spesso difficoltà a rendersi evidente, incapace di uscire anch’esso dal proprio isolamento e creare link importanti per il raggiungimento di visioni condivise. Sono proprio quelle esperienze (che seppur rare sono presenti) che riescono a superare il proprio ambito territoriale e ad inserirsi in reti più ampie, che ottengono i risultati anelati, per i quali lottano nella loro quotidianità. Ovviamente anche nel quartiere di Sampierdarena, storicamente partecipativo, si riconosce questa vitalità e voglia di emergere e distinguersi positivamente, liberarsi da quell’aurea di stigmatizzazione che continua a renderla territorio altro dal contesto cittadino. “Ci sono spazi istituzionali, come il Teatro Modena, il Centro Civico, dove passano in un anno più di 140.000 persone. Il Don Bosco, le associazioni storiche, i circoli del mutuo soccorso, i Carbonai, S. Maurizio, Speranza e Concordia, i circoli Arci, Uni 3, (+ di 3.000 iscritti), società sportive, universale Don Bosco di atletica (moltissimi giovani), la ciclistica nella zona del Campasso, importantissima, perché svolge anche il ruolo da mediatore tra le varie etnie, la Croce d’oro, i centri di ascolto, le parrocchie ed i circoli intorno alla Chiesa, gli zapatisti, le Vespertine, splendide e molto importanti per le donne, gli amici della montagna, Auser (anziani), circolo dei portuali,....27” Le realtà sono numerose e variegate e rispecchiano il carattere composito del quartiere. Il loro potenziale, è però spesso arrestato da quell’incapacità di cui trattavamo, di mettersi in rete e collaborare per uno scopo più ampio, che possa aggregare i desideri di ciascuno. Proprio in virtù di questa consapevolezza, nasce nel quartiere l’idea dell’ “Expo’ delle associazioni”, un’intuizione innovativa che consente di dare visibilità ad ogni esperienza presente sul territorio sampierdarenese e stimolarne la collaborazione. L’idea nasce nel 2010 e si sviluppa grazie alla partecipazione della Giunta Centro Ovest. Si tratta di un’esposizione annuale di tutte le associazioni iscritte sul territorio

3. Sampierdarena e società

Sampierdarenese e di eventuali iniziative nella città ad esse connesse. Lo scopo è rendere partecipe la cittadinanza del percorso che ciascuna realtà associazionistica vive e creare momenti di condivisione e conoscenza, perché “bisogna riconoscere che le nostre associazioni sono state il collante per le realtà di Sampierdarena e San Teodoro e lo saranno ancora di più nell’immediato futuro, a causa della crisi socio-economica del nostro paese.28” L’obiettivo è quello di creare una vera e propria rete capace di collaborare per affrontare i problemi attuali e costruire dinamicamente il proprio avvenire.

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3. Sampierdarena e società

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Attività e spazi aggregativi La planimetria a fianco mostra la diffusione di associazioni e situazioni aggregative sul territorio, oltre che i luoghi della percezione di insicurezza diurna e notturna. Come abbiamo raccontato, variegato e ricco è il tessuto sociale del contesto che stiamo studiando. La presenza numerosa di associazioni e l’attivismo che abbiamo descritto, portano spesso ad azioni dirette e partecipate dei cittadini nella realtà del quartiere. Ci sembra per questo interessante approfondire e descrivere nello specifico alcune di queste realtà e le esperienze che tra loro hanno condiviso o tuttora condividono, soffermandoci in particolare su iniziative “bottom-up” di riappropriazione di spazi pubblici, riappropriazioni temporanee, ma anche prolungate nel tempo.

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legenda Legenda 2 planimetria scala 10.000

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Planimetria scala 1:10000

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sedi di associazioni

sedi di associazioni sedi di associazioni

educativa territoriale

educativa territorialeterritoriale educativa

luoghi di riappropriazione

luoghi di riappropriazione luoghi di riappropriazione

centro civico

centro civico civico centro

percezione di insicurezza diurna

percezione di insicurezza diurna percezione di insicurezza

diurna

percezione di insicurezza percezione di insicurezza notturna percezione di insicurezza notturna notturna zona portuale zona portuale zona portuale

Planimetria del quartiere: associazioni, centri d’aggregazione, spazi pubblici riconquistati

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3. Sampierdarena e società

Riappropriazione di spazi pubblici

Effetti Effetti

Iniziative Iniziative

collaborazione con collaborazione con Amministrazione Amministrazione

assemblee assemblee e dibattiti e dibattiti

interazione tra interazione tra associazioni associazioni

pulizia e pulizia e manutenzione manutenzione

integrazione tra integrazione tra cittadini cittadini

km 0

vendita di vendita di prodotti locali prodotti locali

km 0

Villa Grimaldi, “La Fortezza”, le attività svolte temporaneamente nel giardino e gli effetti

Villa Grimaldi “La Fortezza”, esterni

attività musicali attività musicali attività creative attività creative

Riappropriazione spazi pubblici

attività teatrali attività teatrali

1. Villa Grimaldi, “La Fortezza”: Il giardino pubblico Il decadimento e lo stato di incuria e disinteresse in cui versa il palazzo della Fortezza dall’anno dello sgombero della scuola che ospitava, fa presagire la perdita di un patrimonio storico e collettivo, nonchè di uno dei pochi spazi verdi di Sampierdarena, il giardino antistante, anch’esso chiuso. Proprio dalla presa di coscienza di tale situazione da parte di alcuni cittadini del quartiere, nascono varie iniziative temporanee, organizzate nel giardino della Fortezza, per la sua riscoperta ed appropriazione. Sono infatti numerose le associazioni che collaborano attivamente per restituire questo meraviglioso luogo al quartiere, alla città e a chiunque desideri goderne. La prima iniziativa che coinvolge i cittadini è quella della pulizia della Fortezza, a Gennaio 2013, seguita da successivi momenti di condivisione, discussione e festa, circa a cadenza mensile, come il carnevale che dopo una sfilata

attività ricreative attività ricreative attività ludiche attività ludiche

attività attività

luogo interventi luogo degli degli interventi

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temporanea

di

in maschera vede la sua conclusione in un buffet offerto dai commercianti della zona in questo sito. Non mancano occasioni di assemblea pubblica, durante le quali è possibile parlare delle aspettative nei confronti di uno spazio così ricco di potenziale ma a lungo dimenticato, oppure affrontare il problema sempre più diffuso delle slot machines. Durante questi momeni collettivi c’è posto per tutti, anche per i giochi dei bimbi, per i ragazzi, o per vendere e sponsorizzare prodotti artigianali o a km zero.

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Parco Pellegrini, le attività svolte temporaneamente nel giardino e gli effetti

2. Parco Pellegrini: pulizia partecipata “Al suo interno c’è Villa Pellegrini, un parco pubblico che si arrampica dolcemente sino al Belvedere; un’oasi verde in città, da non credere! La preziosa aerea è lasciata, però, in completo abbandono da chi potrebbe e dovrebbe averne cura. Il “padrone” è il nostro Comune.” (Gazzettino Sampierdarenese 04-2012) Parco Pellegrini, il piccolo parco detto anche villa che si trova all’interno del Polmone Verde alle spalle del Campasso, diviene oggetto delle attenzioni dei cittadini e delle associazioni della zona, affinchè possa essere riqualificato e riconquistao. Cominciano perciò, saltuarie attività di pulizia collettiva di questi luoghi. Le associazioni Uisp Genova, Arci Genova, Educativa Territoriale Campasso, Centro sociale Zapata, Associazione Macaia, circolo Chico Mendes, Polisportiva Lokomotiv Zapata, Asociación Netas, presenti sul territorio Sampierdarenese, trascorrendo assieme Domenica 29 Luglio 2012, si sono per la prima volta impegnate nelle pulizia di “Villa Pellegrini”, solitamente aperta e chiusa da

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3. Sampierdarena e società

pulizia di parco Pellegrini

Parcheggio ex mercato ovoavicolo, le attività svolte temporaneamente nel parcheggio e gli effetti

laboratorio rap nel Centro Civico

un volontario. Oltre 200, i bidoni riempiti di erbacce e rifiuti. L’obiettivo è quello di “restituire al quartiere l’unico polmone verde della zona” chiedendone, se necessario, la gestione per il suo utilizzo come spazio sociale.

3. Parcheggio dell’ex mercato ovoavicolo: parcheggio rap Attraverso il progetto “Music & Colours for Sampy” vengono restituiti spazi di incontro “rubati” ad un quartiere che ne è privo, promuovendo l’integrazione e la creatività dei più giovani. II progetto, creato con l’appoggio della Fondazione Onlus/Ong “L’Albero della vita” operante in territorio nazionale e in alcuni paesi in via di sviluppo, vede protagonisti il “Centro di Educativa territoriale Campasso” e lo “Spazio Adolescenti” nel Centro Civico del Municipio Centro Ovest. “Il progetto prevede la realizzazione di interventi volti a coinvolgere e ad offrire opportunità per il tempo libero dei ragazzi del quartiere, creando spazi di incontro organizzati, recuperando e riqualificando spazi informali di aggregazione, offrendo laboratori creativi, animazione territoriale, attività culturali e sostegno nelle relazioni.” (www.alberodellavita.org) Nella zona del Campasso, il gruppo al quale si rivolge il progetto, lavora in particolare sull’autonomia e l’attivazione sociale, operando anche con le organizzazioni di strada (quelle che vengono comunemente chiamate baby gang) presenti sul territorio. Nello Spazio Adolescenti,

nato nel 2008, è stato creato un laboratorio di hip hop, breack dance e writing, poichè si riconoscono all’arte ed alla musica un ottimo ruolo di mediatore e la capacità di veicolare lo scambio tra culture. Gli obiettivi del progetto sono quindi incentrati sullo stimolo della creatività, l’acquisizione di competenza nella condivisione di progetti e scopi comuni, lo sviluppo di protagonismo ed attivazione sociale, nonchè integrazione e superamento delle diversità, promuovendo al contempo una riappropriazione di spazi ed un senso di partecipazione nel quartiere. Uno degli spazi più sfruttati per lo svolgimento di queste iniziative è appunto il parcheggio dell’ex mercato ovoavicolo.

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Magazzini del sale, le attività svolte in modo prolungato al suo interno e gli effetti

Riappropriazione prolungata di spazi pubblici 4. Magazzini del sale: centro sociale occupato I magazzini del sale di Sampierdarena, come abbiamo visto, vengono occupati il 23 novembre del 1996 dal Centro Sociale Zapata e a tutt’oggi mantengono la libera fruizione dei locali, (questo anche grazie ad un accordo siglato con l’Amministrazione, per il raggiungimento del quale sono stati sostenuti pure dalla Comunità di San Benedetto al Porto di Don Gallo) all’interno dei quali svolgono svariate attività di natura culturale e politica. Abbiamo visto in passato i ragazzi del centro sociale essere protagonisti attivi della questione annosa della pace tra bande giovanili e partecipare all’aiuto concreto fornito ai membri di queste; li incontriamo ancora oggi, nonostante la triste vicenda del 2009, a condividere gli spazi con i giovani sudamericani. Ma non è tutto, il centro sociale è un luogo aperto di aggregazione ed incontro, dove vengono organizzati dibattiti, presentati

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Magazzini del sale, Centro Sociale Occupato Autogestito Zapata

libri e organizzate settimanalmente cene sociali a cui tutti possono prendere parte, serate musicali e feste. Lo Zapata è dunque un laboratorio attivo all’interno dello spazio che autogestisce, ma non solo; si rende infatti promotore o partecipe di molte delle esperienze collettive di recupero ed appropriazione degli spazi da parte della cittadinanza o di altre esperienze associative svolte nel quartiere. Tuttavia, questo gruppo resta un’esperienza distaccata dalle altre, in quanto espressione aperta e dichiarata di un tipo di aggregazione connesso ad un’ideologia politica forte, elemento che lo distingue dalle altre realtà con le quali spesso si trova a collaborare.

3. Sampierdarena e società

Teatro Modena, le attività svolte in modo prolungato e gli effetti

5. Teatro Modena: la compagnia dell’Archivolto Il Teatro Gustavo Modena, inaugurato nel 1857, è stato restaurato nel 1997, conservando la struttura originaria con la sala a ferro di cavallo con quattro ordini di palchi, un loggione e una platea che può contenere circa 500 spettatori. Il restauro è avvenuto ad opera della Compagnia teatrale “Teatro dell’Archivolto” che qui svolge le proprie attività. A fianco di questa esperienza è nata l’associazione “Amici dell’Archivolto” che ha l’obiettivo di promuovere la cultura teatrale. L’Associazione, voluta da un gruppo di spettatori “affezionati” all’Archivolto, è democratica e aperta alla collaborazione di tutti coloro che riconoscono nella cultura e nella sua diffusione un valore da tutelare e sostenere. L’Associazione si propone di sostenere, incoraggiare, sviluppare e diffondere l’attività dell’Archivolto, promuovere iniziative di ricerca e divulgazione della cultura teatrale con convegni, manifestazioni e concorsi, realizzare iniziative editoriali di studio e approfondimento, patrocinare manifestazioni che favoriscano la conoscenza delle attività dell’Archivolto, valorizzare il Teatro sul piano

Sampierdarena, Teatro Modena

monumentale, culturale, sociale e promozionale a favore di tutta la cittadinanza, costituire gruppi di lavoro per elaborare proposte finalizzate a migliorare frubilità e funzionamento del Teatro e la programmazione delle attività

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Piazza Settembrini, le attività svolte in modo prolungato nella piazza e gli effetti

6. Piazza Settembrini: gli amici della piazza L’associazione “Amici di piazza Settembrini”, “nata nel dicembre 2011, si prefigge la riqualificazione di una delle piazze storiche di Sampierdarena (Piazza Settembrini appunto) attraverso eventi e manifestazioni organizzate dai volontari con l’aiuto dei negozianti della zona: Antonella la parrucchiera, Enzo il farinotto e il chiosco della frutta. Intento principale dell’associazione è proprio di combattere il degrado in cui versa Sampierdarena, restituendo alla Piazza l’antico decoro per cui nel passato, era considerata “Il Salotto di Sampierdarena”. (Il Gazzettino Sampierdarenese 2013) I volontari dell’associazione hanno ottenuto, dal Municipio, l’”adozione” della Piazza stessa grazie all’attivazione di piccoli interventi di riqualificazione, eventi e manifestazioni, in collaborazione con i commercianti della zona. La piazza è stata riabbellita ripristinando le aiuole con una nuova recinzione e dei fiori. La speranza e l’obiettivo è di riqualificare un luogo pubblico che ad oggi rischia di subire una sorta di privatizzazione, attraverso la delimitazione dello spazio con una recinzione ed 196

Piazza Settembrini

una cancellata. La chiusura di uno spazio collettivo rappresenterebbe senza dubbio una grande sconfitta per la cittadinanza e soprattutto per l’Amministrazione. La soluzione non può e non deve essere l’esclusione, ma al contrario l’inclusione.

3. Sampierdarena e società

santa barbara visitabile

santa

piazzole per l’artiglieria contraerea

piazz

fattoria socio-didattica

fatto

area verde attrezzata e ad uso pubblico

area

spazi interni ad uso pubblico

spaz

spazio verde ad uso dell’associazione

spazi

casa famiglia, alloggi, minialloggi

casa

area “pet therapy”ed “onoterapia”

area

Forte Tenaglie, le attività prolungate nel tempo e le funzioni

“Vogliamo recuperare un luogo nato per la guerra che sarebbe altrimenti destinato alla rovina e alla perdita per restituirlo alla città facendone un luogo per la pace, per l’aiuto, l’accoglienza e la formazione, restituendo alla memoria storica e alla fruizione sociale un bene altrimenti destinato alla rovina e alla perdita”. (La Piuma Onlus)

7. Forte Tenaglie: il forte didattico Nel 2009 l’Associazione Onlus La Piuma richiede All’agenzia del Demanio della Liguria la disponibilità del Forte Tenaglia. In cambio della sua pulizia e della bonifica, ne ottengono la concessione per un anno. In virtù degli stupefacenti risultati, nel 2010 “La Piuma” ottiene la proroga della concessione demaniale di un anno, durante il quale, avvalendosi di professionisti in vari settori (soci dell’Associazione), realizza un preciso e dettagliato progetto. L’Associazione si aggiudica nell’anno successivo, la concessione per 19 anni anni, raggiungendo il periodo massimo previsto per il privato. La concessione è strettamente vincolata alla realizzazione del progetto. Il progetto, chiamato “Forti/e insieme”muovendo dal desiderio di restituire un patrimonio dimenticato, alla sua comunità, prevede la realizzazione nella parte inferiore del Forte, per la maggioranza frutto di un’annessione del 1800 alla preesistenza seicentesca, di una vasta area verde ad uso pubblico attrezzata (area pic-nic, giochi ecc.), nonchè di una fattoria socio-didattica per famiglie e scolaresche con laboratori. Qui verranno svolti anche

progetti di “sostegno” quali pet therapy ed onoterapia. La zona superiore, del 1600, dove si colloca la cosiddetta “casa del telegrafo”, verrà restaurato e trasformata in una casa famiglia che ospiterà operatori, volontari, madri in difficoltà e una coppia accreditata con il Comune che potrà accogliere fino a cinque bambini. In questo settore, troveranno posto anche due minialloggi per le urgenze o l’inserimento per le famiglie adottive o affidatarie e un salone per la promozione e la sensibilizzazione di questo tipo di esperienze. Un pool tra architetti, ingegneri, geometri, agronomi, avvocati ecc. si occupa con spirito volontario della progettazione e gestione del processo. Accanto ad essi la Provincia di Genova (anche con fornitura di mezzi meccanici), IREN acqua e gas, AMIU Genova, “Il Colletto” azienda agrituristica, Villa costruzioni edili, “Ravera bio” e “Restauro S.r.l. Assorestauro” A sostegno dell’iniziativa, sponsor e cittadini che partecipano a feste, cene, attività con donazioni, sottoscrizioni soci, 5X1000. Il progetto è stato suddiviso in lotti per proseguire nella realizzazione passo dopo passo, seguendo i finanziamenti disponibili, oltre che un percorso logico-funzionlae. 197


Crêuza de mä

Giardini pubblici “Amici dei bambini”

Gestione di spazi pubblici

8. Giardini pubblici “Amici dei bambini”: il verde fai da te I giardini pubblici “Amici dei bambini”, situati in via Caveri, all’inizio dell’espansione collinare dell’Unità Urbanistica di San Gaetano, rappresentano un esempio emblematico di affido di un’area verde comunale ad un singolo o a gruppi di cittadini. Questi sono autorizzati dall’Amministrazione a farsi carico e prendersi cura della manutenzione di uno spazio pubblico, ottenendo attrezzi ed informazioni dalla Direzione Territoriale, a capo di tali iniziative. Nella fattispecie, la gestione dello spazio è in carico a donne volontarie, perlopiù mamme che in questo luogo poi accompagnano i loro bimbi a giocare. Non solo, la presenza delle vicine scuole, la scuola dell’infanzia “Hans Christian Andersen” e la scuola primaria “Eugenio Montale”, permette un assiduo utilizzo di questi piccoli giardini nascosti, da parte dei bambini e dei loro insegnanti. Lo sforzo e l’impegno continuo e profuso che le mamme compiono, trova dunque riscontro sull’intera comunità, divenendo impegno di servizio ed aiuto anch e per strutture didattiche che altrimenti non avrebbero gli 198

Giardini pubblici “Amici dei bambini”

spazi necessari per lo svolgimento delle attività consuete e necessarie.

3. Sampierdarena e società

Piazza Settembrini, le attività svolte in modo prolungato nella piazza e gli effetti

parco Scassi

9. Parco di Villa Scassi;: la manutenzione monumentale L’Associazione Nazionale Carabinieri fonda i suoi scopi nel lontano 1886 sul principio del “mutuo soccorso” fra gli associati, a cui si aggiunge successivamente l’altro ancor più nobile fine che è quello del Volontariato. Proprio a tale associazione è connesso un altro importante caso di Affido a Sampierdarena, quello del mantenimento dello spazio forse meglio organizzato e curato del quartiere: il parco monumentale di villa Imperiale Scassi. L’associazione si occupa dunque della sua pulizia e cura. Il parco, “un’oasi in mezzo al cemento”, un tempo giardino dell’omonima villa, da essa separata nel periodo dell’espansione urbanistica ed infrastrutturale, dopo un periodo di forte degrado, è stato riportato, con un massiccio intervento dell’amministrazione, alla bellezza ed alla dignità di un tempo. Ma a provvedere alla continua cura del giardino oggi, per evitare che tornino a verificarsi episodi di incuria ed abbandono è soprattutto, come abbiamo detto, l’Associazione citata.

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La ricerca di spazi. Suq Genova, un teatro di interazione sociale Suq: il Festival Suq in arabo significa “mercato”, luogo di incontro e di scambio . Il Festival Suq di Genova, ideato nel 1999 è dunque un ideale e teatrale bazar dei popoli, dove vince la voglia di conoscere gli altri. Ogni anno a giugno viene allestito per una decina di giorni, divenendo simbolo dello scambio e dell’incontro tra culture e tradizioni, merci e linguaggi, con botteghe di artigianato dal mondo e diverse cucine, spettacoli teatrali e musicali, dibattiti e laboratori. Dall’edizione 2011 ha il Patrocinio UNESCO e dal 2013 è inserito tra le “best practices” europee per l’intercultura. Teatro L’arte e la creatività possono essere un terreno fecondo per l’incontro, portare ad intrecci, contaminazioni e scambi originali. Su queste basi, e dopo anni di Festival, nasce nel 2006 il progetto “Compagnia multietnica del Suq”. 200

3. Sampierdarena e società

Formazione Gli artisti della Compagnia del Suq svolgono da anni attività formative su tecniche teatrali, animazione culturale ed interculturale. Molte le iniziative con l’Università di Genova, con centri di formazione ed educazione permanente, con associazioni e fondazioni per la cultura. Dal 2007 il Suq è alla ricerca di una sede stabile, un “teatro mercato del Mediterraneo” dove poter svolgere attività interculturali tutto l’anno, motivo per il quale abbiamo trovato interessante parlare di questa esperienza, nonostante ad oggi ha visto la sua realizzazione nel centro cittadino e non nel nostro quartiere. Gli spazi richiesti al Comune di Genova ad oggi sono tre: il Mercato del Carmine, la Loggia della Mercanzia di Piazza Bianchi e una parte dei Magazzini del Cotone. La domanda non ha per ora incontrato il parere favorevole dell’amministrazione. Da questa consapevolezza nasce la proposta che racconteremo nelle prossime pagine. Suq Genova, laboratori con i bimbi delle elementari e medie, progetto in collaborazione con le aziende agricole locali fonte: www.allaricercadelgusto.provincia.genova.it

Suq Genova fonte: www.ilfattoquotidiano.it

201


Crêuza de mä

ATTORI SOCIALI

ATTORI ISTITUZIONALI

Fondazione San Marcellino

Dipartimento di scienze della Comunicazione Linguistica e Culturale (Di.S.C.L.C) dell’Università di Genova

Cittadini

ATTIVATORI DEL PROCESSO DI MEDIAZIONE

Vicepresidenza e Assessorato Pari Opporta

Di.S.C.L.C e Fondazione San Marcellino

Assessorato alle Politiche Socio Sanitarie di Genova Assessorato alla Legalità e ai Diritti del Comune di Genova

Osservatorio sulla Sicurezza Urbana Regione Liguria

Politiche di sicurezza e formazione di polizia di vicinato

Sensibilizzazione e formazione di agenti mediatori

Ambito sanitario Attivazione del progetto

Divulgazione tra i soggetti

Scelta del territorio sensibile

?

AUTOGESTIONE e CREAZIONE DI UNA RETE ATTIVA E PARTECIPATA

Polizia Municipale di Genova

La mediazione comunitaria La mediazione comunitaria “è una risorsa umana e uno strumento civico attraverso cui gli appartenenti di una società possono occuparsi delle loro differenze e/o gestire i conflitti che gli si presentano nell’ambito privato e/o pubblico, come, anche partecipare alla costruzione della società di cui fanno parte.” L’esperienza di Genova nasce negli anni ‘90 e resta fino al 2007 legata all’ambito della ricerca e della formazione. In seguito ai contatti creati negli incontri congressuali e ad alcune pubblicazioni (2010) viene costruita una connessione tra la Fondazione San Marcellino e il Di.S.C.Li.C (Dipartimento di scienze della Comunicazione Linguistica e Culturale) dell’Università di Genova, che permette di iniziare una ricerca sul campo in ambito sanitario. Vengono poi coinvolte le Istituzioni e si avvia un processo biennale rivolto alle politiche di sicurezza e mediazione sul territorio, oltre che alla formazione della polizia di prossimità, allargando 202

Workshop e incontri

100

Genova Palazzo Ducale Fondazione per la cultura

Progetto “Mediazione Comunitaria e territori: ricerca, formazione e intervento”

Provincia di Genova

Comune di Genova

Numerose e differenti associazioni

3. Sampierdarena e società

schema di sintesi del progetto “La Mediazione Comunitaria”

inoltre gli incontri a persone appartenenti all’ambito accademico, all’associazionismo, ai professionisti. E’ solo nel 2010 che si avvia il progetto definitivo, tuttora in corso “Mediazione Comunitaria e Territori: ricerca, formazione e intervento” che ha l’obiettivo di attivare alcune parti sensibili di città e coinvolgerle in un processo di risoluzione dei conflitti , attraverso un percorso di convivenza interculturale che approdi all’autogestione. Nel 2011, la prima zona della città ad essere scelta per l’attivazione del progetto è quella del “ghetto” nel centro storico. Si dà vita così, appoggiandosi alla“Casa di quartiere” come luogo di riferimento, ad un gruppo di cittadini attivi e persistenti che con l’aiuto e la guida dei mediatori organizzano iniziative di vario genere, per la pulizia del quartiere, la coesione sociale e per fare sentire le proprie ragioni anche con le istituzioni, che spesso si dimenticano di quest’area. Risposte positive vengono anche dal gruppo di poliziotti, che cercano di riscoprire il contatto con la cittadinanza e la risoluzione di conflitti di vicinato

attraverso un rapporto di sostegno, privo di violenza. Nel 2012 si decide un allargamento delle esperienze sul territorio e viene scelta Via San Bernardo, (progetto Quic=quartiere in cantiere) interessata da episodi di aggressività e confusione soprattutto nelle ore notturne. Nel corso dell’anno il progetto si espande ulteriormente, coinvolgendo vari quartieri della città, tra cui Sampierdarena, che inizia così una nuova ed importante esperienza, appoggiata dal Municipio, in una collaborazione tra l’Università di Genova, molte associazioni e la cittadinanza.

progetto attivato nel quartiere del centro storico “il ghetto” con cui ha collaborato l’esperienza della Mediazione Comunitaria

203


Crêuza de mä

3. Sampierdarena e società

Note 1_ DISA, Dipartimento di Scienze Antropologiche, Università degli studi di Genova (a cura di) “Dare voce ai bisogni. In cammino verso l’osservatorio” in Piano regolatore sociale, Genova, p.9 2_Carlini, Giuliano, “Cultura, cultura, cultura del quotidiano, cultura delle origini” in Longoni Laura (a cura di) Multiculturale a chi?Aspettative culturali degli immigrati a Genova, Ricerca-Formazione del CEDRITT , Genova, Fratelli Frilli Editori, febbraio 2007 3_Carlini, Giuliano, “Cultura, cultura, cultura del quotidiano, cultura delle origini” in Longoni Laura (a cura di) Multiculturale a chi?Aspettative culturali degli immigrati a Genova, cit. 4_ Danovaro, Silvia, “Riflessioni sulle culture dei migranti” in Vento Salvatore, (a cura di) introduzione di Giuliano Carlini, I latinoamericani a Genova, Genova, De Ferrari & Devega 2004, p. 172 5_ Carlini, Giuliano, “Il rapporto fra immigrati e spazi cittadini: rapporti interculturali nei quartieri” , in Aime, Marco, et. al., Noi e l’altro? Materiali per l’analisi e la comprensione dei fenomeni migratori contemporanei, Discanti (Ita(g)liani), 2011, p.65 6_ Queirolo Palmas, Luca, Associazioni giovanili?Gli argini e il fiume impetuoso in Tracce e Segni, 2007 7_Queirolo Palmas, Luca , “Gangs attack! Diritto all’indifferenza e protagonismo giovanile”in Aime, Marco, et. al., Noi e l’altro? Materiali per l’analisi e la comprensione dei fenomeni migratori contemporanei, Discanti (Ita(g)liani), 2011, pag.72. 8_ Queirolo Palmas, Luca, “Gangs attack! Diritto all’indifferenza e protagonismo giovanile”in Aime, Marco, et. al., Noi e l’altro? Materiali per l’analisi e la comprensione dei fenomeni migratori contemporanei, cit.,pag.74. 9_ Queirolo Palmas, Luca, Associazioni giovanili?Gli argini e il fiume impetuoso, cit. 10_ Queirolo Palmas, Luca, Associazioni giovanili?Gli argini e il fiume impetuoso, cit. 11_ Pagnotta, Chiara e Jade, Matteo, www.ecn.org/zapata/ 12_Università degli Studi di Genova, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali-DISPOS, Comune di Genova Settore Pianificazione strategica e sviluppo sistemi di qualità (Progetti di studio e ricerca), Percezione della sicurezza urbana: Sampierdarena, settembre 2009. Disponibile all’indirizzo: http://www.comune.genova.it/sites/default/files/percezione_della_sicurezza_urbana_a_sampierdarena.pdf [Ultimo accesso: 16 marzo

204

2014]

13_Università degli Studi di Genova, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali-DISPOS, Comune di Genova Settore Pianificazione strategica e sviluppo sistemi di qualità (Progetti di studio e ricerca), Percezione della sicurezza urbana: Sampierdarena, settembre 2009. Disponibile all’indirizzo: http://www.comune.genova.it/sites/default/files/percezione_della_sicurezza_urbana_a_sampierdarena.pdf [Ultimo accesso: 16 marzo 2014] 14_ Aime, Marco, et. al., Noi e l’altro? Materiali per l’analisi e la comprensione dei fenomeni migratori contemporanei, Discanti (Ita(g)liani), 2011 15_Dal Lago, Alessandro, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Milano, Feltrinelli, 2004 16_Solano, Giacomo, “Immigrazione, mass media e opinione publica”in Aime, Marco, et. al., Noi e l’altro? Materiali per l’analisi e la comprensione dei fenomeni migratori contemporanei, Discanti (Ita(g)liani), 2011 17_Torricelli, Gian Paolo 2009. Potere e spazio pubblico urbano. Dall’agorà alla baraccopoli, Milano: Academia Universa Press, 2009 18_ DISA, Dipartimento di Scienze Antropologiche, Università degli studi di Genova (a cura di) “Dare voce ai bisogni. In cammino verso l’osservatorio” in Piano regolatore sociale, Genova 19_DISA, Dipartimento di Scienze Antropologiche, Università degli studi di Genova (a cura di) “Dare voce ai bisogni. In cammino verso l’osservatorio” in Piano regolatore sociale, Genova p.8 20_Comune di Genova, Spazi a Genova. Abitativi, aggregativi e istituzionali dei Distretti, Genova, 2006, p.30. Disponibile all’indirizzo: http:// www.deledda.it/servlets/resources?contentId=445138&resourceName =allegato [Ultimo accesso 16 marzo 2014] 21_Comune di Genova, Spazi a Genova. Abitativi, aggregativi e istituzionali dei Distretti, Genova, 2006, p.41. Disponibile all’indirizzo: http:// www.deledda.it/servlets/resources?contentId=445138&resourceName =allegato [Ultimo accesso 16 marzo 2014] 22_Comune di Genova, Spazi a Genova. Abitativi, aggregativi e istituzionali dei Distretti, Genova, 2006, p.30. Disponibile all’indirizzo: http:// www.deledda.it/servlets/resources?contentId=445138&resourceName =allegato [Ultimo accesso 16 marzo 2014] 23_Tuvo, Tito e Campagnol, Marcello G., Storia di Sampierdarena, Genova, D’Amore Editore, 1975 24_ Tuvo, Tito e Campagnol, Marcello G., Storia di Sampierdarena, cit.

25_Longoni, Laura “La Fiumara prima della Fiumara” in Longoni, Laura e Petrillo, Agostino, (a cura di), Fiumara. Il nuovo Polo urbano e la città, Milano, Ledizioni, 2012 26_ Longoni, Laura, Lo sviluppo dei quartieri contemporanei. Partecipazione e comunicazione politica, Roma, ARACNE editrice, 2012. 27_Comune di Genova, Spazi a Genova. Abitativi, aggregativi e istituzionali dei Distretti, Genova, 2006, p.40. Disponibile all’indirizzo: http:// www.deledda.it/servlets/resources?contentId=445138&resourceName =allegato [Ultimo accesso 16 marzo 2014] 28_Il Gazzettino Sampierdarenese, 04 Novembre 2010

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Crêuza de mä

4. Obiettivi e riflessioni

Analisi Swot “In compenso il Pil non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione, né dell’allegria dei loro giochi. Non misura la bellezza della nostra poesia,[…] del nostro coraggio, della nostra saggezza o della nostra cultura. […]In breve, il Pil misura tutto, tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta” (R.Kennedy)

4. OBIETTIVI E RIFLESSIONI 206

torre medievale “del Labirinto”nella città odierna

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Analisi Swot: ambito territoriale

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Crêuza de mä

vista panoramica del quartiere di Sampierdarena tagliato dall’infrastruttura ferroviaria fonte: www.flickr.com, autore: Maurizio Boi

4. Obiettivi e riflessioni

via Sampierdarena: parcheggio “selvaggio”

209


Crêuza de mä

4. Obiettivi e riflessioni

Punti di debolezza

Opportunità

Rischi

Centro storico di qualità e grandi potenzialità, con palazzi storici in prevalenza ottocenteschi e ville cinqueseicentesche

Elevata espansione edilizia, specialmente verso la zona collinare

Costo relativamente basso delle abitazioni che può essere incentivo per l’acquisto da parte di giovani, coppie o famiglie, purchè legato ad un adeguato programma di riqualificazione e rilancio del Centro Ovest

Non riuscire ad invertire la tendenza di ghettizzazione da parte degli immigrati e l’abbandono da parte di famiglie italiane, compromettendo ulteriormente la “mixité” sociale del quartiere

Sfruttare la Strada di scorrimento a mare per mitigare il traffico cittadino

Difficoltà di concertazione con gli enti non facenti parte dell’amministrazione comunale, preposti allo svolgimento dei servizi pubblici o proprietari delle aree (Ferrovie dello stato, AMT Azienda Mobilità e Trasporti, Enel, Autostrade, ecc...)

STRUTTURA INSEDIATIVA

Punti di forza

Elevata densità abitativa Il costo relativamente basso delle abitazioni ha determinato una concentrazione di popolazione immigrata, spesso ghettizzata e causa di problemi di integrazione e convivenza Presenza di edifici storici e non, in cattivo stato conservativo

Rete viaria capillare Presenza della stazione ferroviaria di Sampierdarena e di quella Via di Francia Previsione di realizzazione della Strada a Mare per la razionalizzazione del traffico extraurbano di attraversamento

Punte di traffico molto elevate, soprattutto su via Cantore, Lungomare Canepa, via Degola, via Pacinotti, via Fillak Carenza del servizio pubblico, in particolare nelle zone collinari e in fasce orarie serali-notturne Presenza di capolinea e passaggio di autobus in zone congestionate (esempio: rotatoria di piazza Vittorio Veneto) Presenza del casello autostradale nel cuore della città Mobilità urbana inadeguata a recepire il traffico di transito e di provenienza extraurbana

SISTEMA DELLA MOBILITA’

Assenza di parcheggi di interscambio in prossimità del casello

210

Presenza del centro commerciale La Fiumara, che concentra un elevato numero di servizi e crea congestione del traffico Utilizzo del parcheggio della Fiumara come interscambio, con conseguente aggravio della circolazione Totale assenza di piste ciclabili e di una volontà di creare una rete di percorsi ciclabili a scala locale-metropolitana, che incentivi l’utilizzo delle biciclette

Realizzazione di parcheggi di interscambio in corrispondenza del casello autostradale e nelle aree ambito di trasformazione, potenziamento della stazione di via di Francia Pedonalizzazione di via Daste e creazione di una zona a traffico limitato nel centro storico per concentrare la mobilità di transito all’esterno del centro cittadino del quartiere su via Cantore e Strada di scorrimento a mare

Possibile difficoltà di accettazione degli interventi da parte dei cittadini Difficoltà da parte dell’amministrazione comunale a reperire fondi

Sviluppo di un piano delle soste adeguato alle nuove trasformazioni dei flussi Progetto di un sistema di ciclabili che sfrutti soprattutto i collegamenti lineari costieri per creare alternative al traffico carrabile privato e pubblico ed ai mezzi su rotaia Ripensamento della mobilità pedonale con lo sviluppo di un sistema di parcheggi e soste che tolga le macchine dalle strade e permetta una migliore fruibilità e qualità degli spazi pubblici Potenziamento del servizio di trasporto pubblico sia via gomma che via rotaia, anche nelle ore serali e notturne Volontà dei cittadini di pedonalizzare di Via Sampierdarena 211


Crêuza de mä

Punti di forza

Punti di debolezza

4. Obiettivi e riflessioni

Opportunità

Rischi

Assenza di un piano delle soste SISTEMA MOBILITA’

Carenza di marciapiedi, sostituiti da parcheggi selvaggi o presenza di marciapiedi difficilmente fruibili Il passaggio della linea metropolitana avviene alle spalle di Sampierdarena, definendo le fermate Dinegro e Brin ai limiti esterni del quartiere e non in posizione centrale Presenza del centro servizi Fiumara Realizzazione di un nuovo asilo nido al Campasso

Concentrazione di servizi nella parte bassa di Sampierdarena, in particolare nella Fiumara e carenza nella parte collinare

Presenza del teatro “Modena”

Mancanza di asili nido

Ripensamento della dislocazione dei servizi sfruttando la riqualificiazione delle aree sottosfruttate e dei nuovi assi pedonali per una maggior diffusione sul territorio

Presenza del “Polmone verde di Balvedere” non accessibile Mancanza di attrezzature per il gioco e le attività all’aria aperta

FUNZIONI URBANE E SERVIZI

Carenza di spazi aggregativi cittadini

212

213


Analisi Swot: ambito ambientale

214

Crêuza de mä

vista panoramica del colle di Promontorio

4. Obiettivi e riflessioni

via Sampierdarena

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Crêuza de mä

4. Obiettivi e riflessioni

Punti di forza

Punti di debolezza

Opportunità

Rischi

Sistema dei forti: presenza dei forti Crocetta, Tenaglia e Belvedere in stato di semi-abbandono. Aree verdi collinari non sfruttate

Il sistema dei Forti è poco pubblicizzato e per nulla considerato da un punto di vista manutentivo da parte dell’amministrazione

Edifici di pregio storico/artistico non utilizzati o chiusi al pubblico (Villa Grimaldi “La Fortezza”, Ex Mercato dei Polli, ecc.)

Alcuni edifici di pregio strutturalmente compromessi o da valutare

I forti possono essere riqualificati e diventare un polo attrattivo per il quartiere e di ricucitura con il sistema collinare. Inoltre c’è la possibilita di connetterli meglio con il sistema del Parco delle Mura.

I rischi sono legati alla possibilità di un’ulteriore forte cementificazione, senza che vengano considerate le esigenze di spazi pubblici d’aggregazione e di spazi verdi a favore dei cittadini. Perciò questi devono essere coinvolti nel processo decisionale, sin dalle fasi preliminari dei progetti

Aree ed edifici non utilizzati o in previsione di trasformazione (area ex ENEL, parco ferroviario del Campasso, rimessa AMT, Lungomare Canepa, area Fiume Polcevera Via S.G. D’Acri-Bombrini) Ampia fascia costiera destinata alle attività portuali Presenza del fiume Polcevera con la sua foce

RISORSE TERRITORIALI

Presenza, a levante, della Lanterna di Genova

Grandi trasformazioni che richiedono un elevato investimento economico Completa assenza di un affaccio a mare sfruttabile dai cittadini. Difficile convivenza con il porto in quanto non è possibile un rapporto diretto (come in passato col porto-emporio), a causa della barriera Presenza di pesanti infrastrutture di viabilità nei pressi degli argini. Mancanza di una volontà di esaltarne le qualità naturalistiche che ne determina il conseguente stato di abbandono Difficoltà di raggiungimento data dalla presenza di grandi assi viari e zone portuali Territorio difficilmente agibile ai diversamente abili

Le aree verdi collinari, se razionalizzate e opportunamente collegate col territorio possono offrire un importante “sfogo” in un’area della città pesantemente cementificata

Rischio idrogeologico

Recupero degli edifici storici di pregio a fini turistici o come contenitori di iniziative Apertura di ampi spazi, che possono essere utilizzati per la realizzazione di luoghi pubblici o aree verdi, lontani da una logica di speculazione edilizia, spesso protagonista di questa parte di città Recuperare il rapporto città-mare anche in questa parte della città, con opportuni accorgimenti progettuali legati alla realizzazione delle infrastrutture e rigenerazione della zona degradata del lungomare Canepa (strada a Mare) Creazione di un’oasi naturalistica e riconnessione con il mare. Riqualificazione degli argini, soprattutto sfruttando l’area “Via S.G.D’Arci-Bombrini”, sulla sponda di ponente

COMPONENTI AMBIENTALI

Creazione di un percorso di congiungimento tra Sampierdarena e la Lanterna, come recupero del rapporto col centro storico, il porto ed il mare

Riqualificazione compiuta della pavimentazione di Via Cantore Collaborazione in atto con AMIU, Azienda Multiservizi di Igiene Urbana

216

Bassa dotazione di verde urbano Verde urbano degradato Scarsissima pedonalizzazione Stato di abbandono di portici e marciapiedi Bassa presenza di spazi pubblici di socialità Presenza di parcheggi incontrollati e diffusi senza un’organizzazione sinergica

Pedonalizzazione di via Sampierdarena e via Daste, con creazione di aree verdi pubbliche

Incapacità di mettere a sistema tutte le componenti ambientali e gli interventi

Sistemazione del lungomare Canepa ed inserimento di elementi di verde con funzione di filtro

Possibile ricaduta negativa dello spostamento dei parcheggi sulla fruibilità e sul tessuto commerciale già sofferente dell’area, da scongiurare

Sfruttamento di spazi di risulta per creare un sistema di verde capillare Sfruttamento degli ambiti di trasformazione per la creazione di spazi pubblici di socialità e giardini urbani

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Crêuza de mä

COMPONENTI AMBIENTALI

Punti di forza

4. Obiettivi e riflessioni

Punti di debolezza

Opportunità

Insufficienze nella gestione della raccolta dei rifiuti, dislocazione non ottimale delle isole ecologiche

Eliminazione dei parcheggi ai lati delle strade per creare spazi verdi e liberi ed aumentare la sezione stradale fruibile per biciclette e pedoni

Rischi

Creazione di parcheggi ad alta concentrazione sotterranei o in elevazione o parcheggi scambiatori decentrati Creazione di ambienti dove concentrare i contenitori dei rifiuti come già realizzato nel centro storico, al fine di eliminarli dai percorsi

Presenza del polmone verde di Belvedere Presenza dei Forti Previsione di progetto della Strada a Mare per la razionalizzazione del traffico sul lungomare Canepa

Inquinamento acustico e dell’aria diffuso su tutto il territorio Presenza di numerose fonti di inquinamento (centrale ENEL, navi in porto con motore acceso, depositi di carbone non coperti, depositi di prodotti petrolchimici, centrale termica su Fiumara, ecc)

E’ necessario un piano del traffico che razionalizzi i flussi, sfruttando i percorsi possibili (gallerie sotterranee, linea ferroviaria del Campasso), senza imporre al territorio ulteriori servitù e che incentivi l’utilizzo dei trasporti meno inquinanti quali mezzi pubblici, ferroviari, biciclette

RIQUALIFICAZIONE (SALUTE)

Traffico estremamente elevato sulle principali arterie est-ovest

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219


Analisi Swot: ambito economico

220

Crêuza de mä

commerci chiusi in via Buranello

5. La Strategia

retro del cinema multisala appartenente al complesso “Fiumara

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Crêuza de mä

Punti di debolezza

AGRICOLTURA

Punti di forza

Opportunità

Rischi

INDUSTRIA, ARTIGIANATO

Incentivare la produzione locale creando reti di promozione e di vendita diretta sul territorio (Km0)

Presenza di attività commerciali di quartiere gestite da stranieri di nuovo insediamento

Dismissione generalizzata delle principali industrie, motori dello sviluppo economico di Sampierdarena

Sfruttamento del mutato indirizzo economico per potenziare lo sviluppo artigianale e turistico, anche tramite l’utilizzo delle aree dismesse

Difficoltà di innesco di un processo virtuoso di risanamento economico

L’elevata densità abitativa del Centro Ovest costituisce un’opportunità per un’offerta commerciale diversificata

Progressivo peggioramento dell’offerta commerciale

Necessità di bonifica di alcune aree Presenza di accentratori di offerta commerciale (Fiumara) che saturano il mercato e portano alla chiusura di numerosi servizi di vicinato, soprattutto lungo via Cantore e via Buranello

Adeguata promozione del territorio

Mancanza di una razionalizzazione dll’offerta commerciale e di un controllo su episodi di degrado urbano connessi ad esercizi commerciali

Sfruttamento del piccolo commercio per rivitalizzare il quartiere, nel rispetto delle leggi e delle normative (orari di apertura, esposizione della merce)

Aumento di locali e night club non sottoposti ad un sufficiente controllo e causa di disturbi alla quiete pubblica, insicurezza, aumento della prostituzione

Sfruttamento della riqualificazione di via Buranello per rivitalizzare il tessuto commerciale della stessa via (locali sotto le arcate ferroviarie)

Difficoltà di innesco di un processo di rivitalizzazione economica decentrato a causa della presenza della Fiumara e della situazione generale di crisi economica

Offerta culturale scarsa

Presenza già citata dei forti

Mancanza di valorizzazione delle potenzialità artisticostorico-architettoniche

Recupero delle creuze come percorsi pedonali qualificati

Inadeguata “educazione al territorio” che ne possa consentire lo sfruttamento a fini turistici

Presenza di numerose associazioni culturali

Mancanza di connessione con l’offerta turistica del centro storico di Genova

Recupero delle strutture storiche come contenitori di iniziative

Presenza di un vissuto storico dai caratteri peculiari e significativi nel panorama della realtà italiana e di quella industriale

Consapevolezza mancante da parte dei cittadini del patrimonio culturale del territorio sampierdarenese

Adeguata promozione del territorio

Presenza di alcuni locali notturni che sostengono flussi di visita serali Presenza di numerose vie di collegamento extraurbane COMMERCIO

5. La Strategia

Presenza di una struttura caratteristica in via Buranello ideale per incentivare la via commerciale (Viadotto ferroviario con zone sottostanti adibite a botteghe e commerci) Presenza di siti storici (ville, parchi, palazzi, sistema dei forti) non utilizzati e non adeguatamente promossi

TURISMO

Presenza di numerose vie di collegamento extraurbane

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Presenza di numerosi esercizi dequalificanti come sale slot, money transfert, ecc. Mancanza di valorizzazione delle potenzialità artisticostorico-architettoniche

Mancanza di connessione con il sistema turistico della città di Genova

Le associazioni culturali possono avere un ruolo importante nell’organizzazione di eventi di richiamo, nonchè nella partecipazione allo sviluppo di una rete di servizi culturali con fini turistici Creazione di un museo-spazio espositivo che ripercorra la storia locale

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Analisi Swot: ambito sociale

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Crêuza de mä

pulizia collettiva al parco Pellegrini

5. La Strategia

fonte: www.genova.repubblica.it flash mob per il teatro Archivolto di Sampierdarena

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Crêuza de mä

Punti di forza

Punti di debolezza

Presenza di un alto numero di stranieri immigrati

Altissimo tasso di popolazione anziana

Recente tendenza all’aumento delle nascite

Aumento dei minori non seguiti e che presentano problematiche psicologiche

5. La Strategia

Opportunità

Rischi

Richiamare giovani e giovani coppie attraverso il miglioramento della qualità della vita del quartiere

Difficoltà di innesco di un processo virtuoso di risanamento economico-sociale

Creazione di una sinergia tra le associazioni per l’organizzazione di iniziative comuni che raggiungano un maggior bacino di utenza, attraverso una maggiore presenza dell’amministrazione cittadina

Possibilità che il processo di integrazione non si realizzi

Organizzazione di incontri tra amministrazione e cittadinanza anche per quanto riguarda i processi decisionali per lo sviluppo del quartiere

Evitare provvedimenti coatti di risoluzione dei conflitti (proposta di chiudere piazza Settembrini con cancelli durante le ore serali e notturne)

Maggiore pubblicità ed informazione da parte dell’amministrazione dei programmi e dei risultati dei progetti in corso

Mancanza di collaborazione tra le diverse associazioni

Ampio numero di divorzi (tra i più alti d’Italia) Basso tasso di riproduttività delle famiglie DEMOGRAFIA

Abbandono della città da parte delle fasce di popolazione più giovani per scarse possibilità lavorative Creazione di un percorso di congiungimento tra Sampierdarena e la Lanterna, come recupero del rapporto col centro storico, il porto ed il mare

Ampia presenza di associazioni di volontariato Presenza di centri di educazione e monitoraggio sociale Presenza di comunità religiose attive nel campo sociale (Don Bosco)

CITTADINANZA

Presenza del centro sociale “Zapata”, fortemente radicato sul territorio ed attivo nei processi di integrazione sociale

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Presenza di forza lavoro immigrata di tipo non qualificato Difficoltà di integrazione tra i residenti italiani e i nuovi stranieri immigrati, percepita dalle fasce di popolazione sampierdarenese più anziane e dagli stessi migranti Episodi reiterati di disturbo alla quiete pubblica Alto tasso di disoccupazione

Organizzazione di iniziative di stampo culturale e sociale

Diffusione della prostituzione (via Sampierdarena, lungomare Canepa) anche in orari diurni, sia per strada che in locali o alberghi

Partecipazione da parte di alcuni esercizi commerciali ad attività di carattere culturale-sociale

Ridotta collaborazione tra le associazioni sociali, in particolare tra quelle italiane e quelle straniere

Presenza di una grande comunità di stranieri immigrati che svolgono mansioni fondamentali di assistenza in particolare agli anziani, occupando ruoli prima rivestiti dai famigliari

Sviluppo di fenomeni di delinquenza minorile, con aggregazione in bande, soprattutto tra la popolazione migrante, in particolare ecuadoriana

Presenza di una grande comunità di stranieri immigrati che apporta un interscambio culturale

Mancanza di collaborazione da parte dell’amministrazione

Stimolare il maggior utilizzo degli spazi di aggregazione pubblici da parte degli abitanti sampierdarenesi in condivisione con gli stranieri, attraverso la creazione di nuovi luoghi pubblici pensati affinchè la percezione di insicurezza sia ridotta al minimo Attuare misure amministrative restrittive di regolamentazione per l’apertura di “locali di scommesse”

Presenza di fenomeni diffusi di alcolismo e dipendenza da gioco d’azzardo

Volontà di integrazione da parte di alcuni membri delle comunità dei migranti

227


Crêuza de mä

Punti di forza

5. La Strategia

Punti di debolezza

Opportunità

Percezione di insicurezza da parte della cittadinanza, soprattutto nelle ore serali e nelle zone scarsamente frequentate e male illuminate

Richiamare giovani e giovani coppie attraverso il miglioramento della qualità della vita del quartiere

Rischi

CITTADINANZA

Progetti di ricerca sociologica e di mediazione culturale operati in collaborazione con l’Università di Genova Programmi di controllo della microcriminalità attraverso la collaborazione tra forze dell’ordine ed educatori Maggiore attidudine da parte dei cittadini stranieri immigrati all’utilizzo degli spazi di aggregazione comuni (piazze, giardini, ecc.)

Presenza di un polmone verde poco sfruttato Presenza del fiume Polcevera, in condizioni di degrado Presenza di numerose associazioni di sostegno Amministrazione piuttosto presente e disposta all’ascolto delle problematiche, nonostante una generale carenza di fondi Presenza di aree suscettibili di trasformazione che possono essere utilizzate per la creazione di nuove aree verdi e di spazi di aggregazione

Percezione di pericolosità e degrado da parte della popolazione esterna, veicolata in particolar modo da un accanimento dei mezzi di comunicazione Mancanza di spazi per bambini e adolescenti Perdita di decoro urbano: sporcizia diffusa ed illegalità, apertura incontrollata di pubblici esercizi, numero eccessivo di locali notturni che creano disturbi alla quiete pubblica (per rumori o assembramenti rumorosi) o che agevolano il diffondersi della prostituzione, mancanza di controlli sul rispetto delle normative Fattori ambientali Mancanza di spazi verdi Mobilità senza mezzi propri difficoltosa Mancanza di possibilità di svago (cinema, locali)

QUALITA’ DELLA VITA

Presenza di assi di comunicazione rumorosi ed inquinanti

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Insufficienza di mezzi e personale delle forze dell’ordine per il controllo

Rifunzionalizzare il quartiere, creando anche una migliore offerta lavorativa che attiri giovani e capitali di investimento

Innesco di un processo di gentrification Mancanza di integrazione e conseguente peggioramento delle relazioni sociali Scarsa risposta da parte della cittadinanza ai processi partecipativi se non adeguatamente coinvolta

Riqualificazione degli spazi pubblici volta ad una maggiore percezione di sicurezza unita ad una maggiore attenzione al decoro urbano ed all’illuminazione pubblica Creazione si spazi di socialità ed aree verdi attrezzate, con attenzione verso le fasce di popolazione attualmente più penalizzate (anziani, bambini, adolescenti) Ripensamento dei percorsi cittadini a favore di una maggiore pedonabilità Incentivi all’apertura di locali “virtuosi”, attivi anche in ore serali Coinvolgimento della popolazione nei processi di riqualificazione e nella cura delle zone rigenerate per aumentare la coesione sociale e il senso di appartenenza al luogo Sviluppo di un sistema di comunicazione in grado di sottolineare le iniziative virtuose del quartiere

Scarsa pulizia delle strade Presenza di traffico e carenza di parcheggi Microcriminalità, mancanza di controllo sociale

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Crêuza de mä

Ripensando Sampierdarena Alla luce di quanto detto, proviamo a riflettere su alcuni aspetti che ci sembrano particolarmente importanti e che ci condurranno alla strategia progettuale che descriveremo, accompagnandoci nei nostri ragionamenti. Abbiamo attraversato la storia del quartiere e le principali vicende ed esperienze che l’hanno caratterizzato e plasmato, fino ad arrivare ai nostri giorni e raggiungere l’attuale conformazione fisica e spaziale, ma anche economica e sociale. Riconosciamo un decadimento visivo di questo luogo, seguito parallelamente da un palpabile smarrimento sociale che decidiamo di assumere come punto di partenza per le nostre riflessioni. Molte sono le potenzialità e le occasioni che questa parte di città ci suggerisce, ma crediamo che tutto ciò che verrà pensato, pianificato, progettato, dovrà essere il tassello di un disegno più grande, quello del miglioramento della qualità della vita delle persone ed un loro riconoscimento e senso di appartenenza allo spazio che abitano, che quotidianamente scandisce i loro ritmi, le loro abitudini, la loro vita. Così, l’obiettivo principale è per noi quello di un ritorno alla dimensione umana della città, il ritorno alla condizione di cittadino come partecipante ai giochi e non come pedina che attende paziente che qualcun altro faccia la sua mossa. Migliori condizioni di vita, ma anche maggiore consapevolezza del territorio in cui si vive, per trovare quell’“identità”perduta che sia“identità”di ciascuno; che non escluda, ma includa, che non isoli, ma unisca, che faccia sentire le persone parte di una prospettiva più ampia. Oggi “domina una visione totalmente liberista dello spazio della città, con il mercato a regolare i piani di intervento e l’illusione dei politici di poter direzionare questi processi, senza rendersi conto di essere degli apprendisti stregoni perché nulla possono contro le forze speculative del mercato.1” É questo il panorama a cui con convinzione e un pizzico di sana utopia vorremmo opporci. Così, pensiamo ad un quartiere più visionario, forse; tuttavia pragmatico. Pensiamo ad un quartiere che riconquistando un ruolo nella realtà genovese e con questa un contatto ed un legame sinergico costante, possa reinventare il suo futuro. Un quartiere che riappropriandosi della sua memoria, torni a guardare

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lontano. Che attraverso la consapevolezza della sua storia, una storia di lotte, conquiste, ma anche solidarietà e sostegno reciproco, torni a giocare un ruolo importante nella logica cittadina e si apra a nuove prospettive di integrazione, abbandonando quel differenzialismo culturalista che oggi lo sta trascinando sempre più alla deriva. Immaginiamo un quartiere in cui a contare siano nuovamente le relazioni umane e non la paura dell’altro, di colui che ancora non si conosce. E immaginiamo tutto questo con una consapevolezza importante, quella di trovarci in un particolare periodo storico di crisi che non sembra essere passeggera e che ci comunica l’impossibilità di ricorrere a rimedi “tradizionali”. Partendo dalla coscienza di una minore ricchezza materiale generalizzata, ci chiediamo se non sia giunto il momento di recuperare quel capitale umano e sociale2 di creatività e vitalità che vibra nelle strade, nelle piazze, negli edifici dei quartieri. Quelle capacità che, relegate in forme urbane ormai troppo omogenee, pulsano nel cuore delle nostre città, aspettando di entrare in scena, per abbandonare la frustrazione e l’omologazione a cui sono costrette. Agire concretamente e farlo con ciò che si possiede, è questo il modello che vorremmo rincorrere in questa idea di riqualificazione urbana. Gli anticorpi contro la disfatta sociale ed il rilancio dell’ambiente urbano esistono, anche se spesso sfuggono al sentire comune ed alle ipotesi di riqualificazione. Essi si nascondono proprio nell’unione tra la potenza umana rappresentata da ogni singolo cittadino, dal suo agire concreto all’interno di una comunità, e lo spazio, elemento altrettanto protagonista di questa rinascita. Perché lo spazio divide e connette, lo spazio nega o permette, crea le condizioni perché si sviluppino incontri, relazioni, si generi cultura, si avvii una nuova economia. Lo spazio e le sue architetture sono i luoghi in cui si possono originare meccanismi virtuosi che arrestino l’azione pervasiva di sgretolamento e frammentazione, di diluizione dei rapporti, che stanno portando lentamente alla morte delle città. A tale deriva incalzante è giusto e necessario contrapporre una forza aggregante e cooperante, che abbatta le barriere fisiche e ideali che sono state erette in questi anni nelle città. Partiamo da questo per comporre nuovi spazi, canalizzando le energie per costruire inconsueti legami di prossimità, inedite “enclavi”

5. La Strategia

di cultura, condivisione ed affermazione del singolo, così come della collettività, che possano diffondersi e portare alla doverosa trasformazione di questi luoghi cittadini. Tutto ciò è possibile dall’azione duale delle persone e dell’architettura; ricominciamo da qui per ricostruire il quartiere. Sfruttando la laboriosità umana, volgiamo le spalle alle logiche classiche ed andiamo alla ricerca di nuovi protagonisti per “sottrarre la città al culto del mercato. [...]Il tentativo è quello di incrementare la possibilità di realizzare un progetto innovativo attraverso la costruzione di una rete di persone che ci credono e che, in genere, non coincide strutturalmente con la rete delle persone che decidono. Si pone certamente poi il problema di fare in modo che la rete delle persone che ci credono riesca a ottenere l’assenso della rete delle persone che decidono.3”Questa è la grande sfida, ma siamo convinti che la città di Genova e più precisamente il quartiere di Sampierdarena, sia guidata da un’Amministrazione pronta ed aperta al dialogo ed alla collaborazione. Tale fiducia è incrementata anche dai tavoli di lavoro con la popolazione attivati dal “Municipio Centro Ovest”, con la collaborazione dell’Assessorato ai “Servizi Civici, Legalità e Diritti”, dell’Assessorato “Scuola, Sport e Politiche Giovanili”, dell’Assessorato “Cultura e turismo” e da “Genova Palazzo Ducale Fondazione per la cultura”, nell’ambito del progetto “Coloriamo Sampierdarena”, che ha come obiettivo proprio quello del raggiungimento di un miglioramento dello spazio urbano, grazie al contributo attivo della popolazione. Sugli spazi comuni cittadini vogliamo concentrare allora la nostra attenzione, consapevoli che “la scelta di puntare sulla riqualificazione e la valorizzazione dello spazio pubblico (giardini, ville, teatro, centro civico, scuole) per fare emergere un livello di partecipazione e di cittadinanza attiva non consegnato ad un’occasionale “rioccupazione ludica” del territorio, forse può essere la strada per cominciare a riconnettere Sampierdarena con un disegno più generale di tenuta e fuoriuscita dalla crisi della città4” Ripartiamo da questi spazi per un progetto più articolato che consenta di valorizzare il patrimonio umano e materiale presente ed attirare nuove energie, producendo occasioni di riscatto per tutta la comunità. Vediamo un progetto partecipativo più ampio che permetta di attivare anche laboratori di “autocostruzione”

ed“autorecupero”, guidati da“esperti”, ma aperti a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco e impiegare a favore della collettività le sue capacità. Con materiali di recupero, economici e sostenibili, ripensiamo alcuni ambienti urbani in funzione dei desideri e delle necessità degli abitanti ed insieme, passo dopo passo, diamo loro vita. Partendo dal patrimonio artistico-architettonico di qualità, in molti casi abbandonato all’incuria e ad un destino inesorabilmente ignobile e triste se si perpetuano il lassismo e il disinteresse, ripensiamo a questi luoghi come a luoghi della produzione sociale e culturale, ma anche economica. Attraverso riqualificazioni e riappropriazioni che solo con l’intervento della collettività e del mondo dell’associazionismo, guidati da un comune organo di regia, possono essere sognate, pensate, realizzate, vogliamo rivitalizzare il tessuto cittadino e creare opportunità di miglioramento e crescita in molti settori. Così Villa “La Fortezza” può diventare un contenitore di idee e progetti, un laboratorio sociale costante, che attiri persone da ogni parte della città; il mercato “Tre Ponti” al suo fianco, un incubatore per un’esperienza di riavvicinamento al territorio, sulla scia di vicende analoghe, con la creazione di una filiera corta che si alimenti solo dei prodotti locali, che proprio in questo luogo potrebbe avere vita, restituendo un vero mercato rionale al quartiere. E ancora, il recupero dei “voltini” di via Buranello, viene previsto per il ritorno del commercio di prossimità, in un disegno più ampio che vi andremo a raccontare. Pensiamo anche ad un quartiere che sia concepito per gli anziani, gli adolescenti ed i bambini, ma soprattutto per ogni abitante, che sia sostenibile e sicuro e presupponga la persona al centro. Così vediamo un centro storico chiuso al traffico, in cui interventi semplici di arredo urbano o di innesto di verde possano riportare ad una condizione di maggiore cura e percezione di sicurezza per il cittadino. Pensiamo a “percorsi amici” pedonali e ciclabili, realizzabili anche grazie ad un alleggerimento del traffico dalle vie principali, in seguito alla creazione della strada a mare, già in fase realizzativa. E ancora volgiamo la mente al recupero dello spazio del “Forte Belvedere” e del suo intorno che porterà maggiore respiro al quartiere e l’ingresso della natura in esso. E poi figuriamoci la creazione di una piazza, di luoghi di gioco, di belvederi per contemplare il mare e ristabilire un 231


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contatto, seppure percettivo, con questo elemento ormai escluso dalla vita cittadina. Immaginiamo di tornare a passeggiare sulle “creuse” storiche e a sentirci parte del passato che ha lasciato il suo segno, ma con lo sguardo rivolto ad un avvenire ancora tutto da tracciare; da questi percorsi riconquistati, arrivare fino al “Forte Crocetta”, dove un’esperienza sulle tracce di quella del “Forte Tenaglie”, potrebbe riaffermare il suo antico splendore e riattribuire un ruolo ad un contenitore vuoto che ad oggi sta rapidamente vedendo svanire la sua memoria. Infine partiamo da questo luogo verso un’avventura più grande, che attraversa il sistema dei forti e godendo della sua sublime natura, riaccende un legame ed una passione assopita, verso Genova ed i suoi territori. Questo il quartiere che ci prefiggiamo e che crediamo concretamente possa realizzarsi, con risorse piuttosto limitate rispetto all’entità dell’intenzione e con l’aiuto di ciascuno che, portando in campo le proprie diversità ed intuizioni, permetta di edificare un progetto più ampio.

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4. 5. Obiettivi La Strategia e riflessioni

Note

1_Scandurra, Enzo e Attili, Giovanni, (a cura di), Il pianeta degli urbanisti e dintorni, Roma, DeriveApprodi (Labirinti), 2013, p.22 2_Per capitale sociale si intende “il patrimonio di relazioni di cui dispone una persona e che questa può dunque impiegare per i suoi scopi.[...]Il concetto però è interessante anche perché in un certo senso lega una persona ad altre con cui è a contatto, fa da ponte tra un singolo attore ed il tessuto di relazioni sociali di cui fa parte. La cooperazione infatti è possibile dati certi caratteri del tessuto complessivo di relazioni, e il capitale sociale può essere considerato come una specie di bene pubblico, del quale usufruisce l’insieme dei partecipanti” Bagnasco, Arnaldo, et al., Sociologia. I concetti di base, Bologna, Il Mulino, 2013, p.121, 3_Scandurra, Enzo e Attili, Giovanni, (a cura di), Il pianeta degli urbanisti e dintorni, Roma, DeriveApprodi (Labirinti), 2013, p.23 4_Carlini, Giuliano, “Abbandonata a se stessa per vent’anni il suo riscatto non passa solo dalla sicurezza”, in La Repubblica ed Genova 13/10/2013

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5. La Strategia

Obiettivi “Il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dare maggiore importanza a quello che è, che a quello che non è” (Robert Musil)

5. LA STRATEGIA 234

vista panormica del quartiere di Sampierdarena dal forte Tenaglie

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5. La Strategia

Abbiamo iniziato riflettendo su ciò che il quartiere dovrebbe diventare alla luce degli studi e delle ricerche svolte, per andare poi a delineare la possibile strategia di pianificazione. Per questo motivo abbiamo cercato di individuare alcuni obiettivi caratterizzanti questo luogo, che se raggiunti e messi a sistema grazie ad una visione comune, porteranno all’effettivo disegno del quartiere che stiamo immaginando.

1. quartiere attivo

TEMPORANEITA’ RIAPPROPRIAZIONE

COMUNITA’

GESTIONE SPAZI

Abbiamo parlato della partecipazione come motore degli eventi; tuttavia questa diviene, allo stesso tempo, il primo obiettivo al quale approdare, proprio perché possa essere sfruttato quel “bagaglio” di competenze intrinseche a ciascun uomo. Attraverso azioni partecipate, in cui il cittadino divenga il vero protagonista nella realizzazione materiale della sua città, si può tornare ad usufruire liberamente degli spazi pubblici, a sentirli propri e a non percepire estraneità o disagio in essi. Perché partecipare non significa solo mettere a disposizione della collettività le proprie capacità; significa conoscersi e fare squadra, significa affrontare assieme i problemi e trovare per essi una soluzione comune. Significa dunque soprattutto creare nuove relazioni, nuovi legami per raggiungere fianco a fianco gli stessi traguardi. Significa imparare a dialogare, confrontarsi ed anche, in certi casi, adattarsi. In definitiva la partecipazione è la base per la costruzione di una comunità. “Per garantire questa positiva finalità socializzatrice, funzionale alla maggiore conoscenza 236

ATTIVITA’ PARTECIPATE

e scambio tra i vari attori sociali all’interno dell’area e nei confronti dell’esterno, appare fondamentale che si realizzino interventi che utilizzino gli spazi e le risorse come strumento di conoscenza. […] ricostruire socialità come priorità e visione strategica di ogni scelta politica, pubblica e collettiva.1” Si pensa non solo alla riabilitazione di spazi, ma anche alla loro gestione, che può avvenire tramite i cittadini. Un senso di responsabilizzazione e maggiore consapevolezza dell’importanza della cura dei luoghi in cui si vive può infatti scaturire non solo dalla loro riqualificazione, ma anche dal loro puntuale mantenimento. Inoltre esperienze di tipo “temporaneo” affiancheranno altre più durature nel tempo, per riavvicinare le persone anche a luoghi che ad oggi sono loro ignoti o dei quali non conoscono il potenziale.

2. quartiere ricucito

RAPPORTO CENTRO-MONTI

SPINE VERTICALI

PERCORSI STORICI

RISCOPERTA ENTROTERRA Pensiamo inoltre ad un quartiere che non solo non sia frammentato nei rapporti, ma neppure territorialmente. Crediamo che questo possa avvenire e che debba avvenire. Partendo dal presupposto di una barriera invalicabile rappresentata dal porto, volgiamo il nostro sguardo verso i monti, per attuare un’azione di riconnessione tra la parte “bassa” del quartiere, rappresentata soprattutto dal cuore storico e le sue zone collinari, fino a raggiungere i forti, molto spesso addirittura sconosciuti agli stessi sampierdarenesi. Così, ci prefiggiamo una riscoperta dell’entroterra che possa avere inizio proprio dal recupero di collegamenti storici che dal monte scendevano al mare. Pensiamo al recupero di queste “spine verticali” rappresentate dalle creuse storiche, non ripristinabili in ogni luogo del quartiere con i materiali e la conformazione dell’epoca, tuttavia riqualificabili. Queste “spine”, possono essere luoghi di piacevoli passeggiate, proprio per la natura differente degli scenari che incontrano. Partendo da paesaggi cittadini, attraversano

PUNTI PANORAMICI

scenari anche più naturali e si innalzano, arrivando a raggiungere punti panoramici dove è possibile scorgere il tanto anelato mare. Alcuni belvederi specifici sono previsti lungo il percorso, dando vita a aree di sosta dove sarà possibile godere del meraviglioso affresco che si apre di fronte allo spettatore. Se si prosegue poi fino al termine del percorso si arriva al punto più alto, rappresentato dai forti “Crocetta” e “Tenaglie”, che vengono restituiti alla comunità tramite interventi a costo zero per il pubblico, come già sta avvenendo per il Forte “Tenaglie”. Questi luoghi, tuttavia, non rappresentano solo un arrivo; per chi vuole sono l’inizio di una passeggiata più ampia, che attraverso la natura, permette un materiale ricongiungimento con Genova centro.

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3. quartiere connesso

W Maggiori connessioni con il territorio e con Genova non sono previste solo attraverso la promozione del sistema dei forti; ciò che è previsto è infatti un rafforzamento della rete connettiva con il ponente ed il levante, attraverso una rivisitazione del sistema di mobilità, con l’obiettivo di più facili spostamenti in tutto il territorio cittadino. Si prevede allora la creazione di “spine orizzontali” che, grazie ad una diversificazione del tipo di mobilità prevista, incentivino gli spostamenti tra ponente-centro-levante e viceversa. Si considera il ripensamento della mobilità veloce, esattamente come quello della mobilità lenta, pedonale e ciclabile, secondo una logica di sostenibilità che ci è particolarmente cara. Inoltre, pensiamo anche al recupero di un contatto importante con il simbolo della città, la “Lanterna”, situata a Sampierdarena, ma dal quartiere attualmente irraggiungibile. Non solo, il suo possibile accesso comporterebbe anche il riavvicinamento al mare, attraverso un contatto meno percettivo, ma più materiale; a questa conquista si aggiungono anche le previsioni del 238

DIVERSIFICARE PERCORSI MOBILITA’ LENTA

SPINE ORIZZONTALI

MOBILITA’ VELOCE

PONENTECENTROLEVANTE

piano regolatore portuale che sembrano volere dedicare alcuni spazi oggi portuali, nei pressi della lanterna, come aree ricreative. Questo comporterebbe un effettivo ritorno al mare da parte dei cittadini sampierdarenesi, che grazie al collegamento ricreato con la lanterna, avrebbero accesso anche alle aree da diporto. Si vede una concreta possibilità di realizzare tale collegamento, grazie alla riscoperta ed al recupero di una galleria storica che giunge proprio ai piedi del monumento.

5. La Strategia

4. quartiere sicuro

INFORMAZIONE DECORO URBANO

SPAZI PUBBLICI

PERCEZIONE SICUREZZA Come abbiamo visto le politiche per la sicurezza urbana non possono e non devono esaurirsi con la prevenzione o la repressione di episodi diffusi di violenza, criminalità e inciviltà. Un quartiere sicuro è in primo luogo un quartiere a cui si sente di appartenere; è un quartiere che non mette a disagio quando si cammina tra gli spazi; è un quartiere che si conosce. Ma più di tutti è un luogo in cui non ci si dimentica di avere cura e rispetto per il contesto, in cui la prevenzione di avvenimenti spiacevoli passa innanzitutto attraverso il decoro urbano, la creazione di un ambiente accogliente e godibile da attraversare, in cui possono essere inseriti alcuni espedienti percettivi che rendono la sua vivibilità maggiore, come un’illuminazione pubblica studiata per una maggiore sensazione di incolumità personale. É provato che un luogo dall’aspetto curato e piacevole, un luogo nelle ore serali luminoso, diventi un luogo in cui con più difficoltà si verificano azioni legate a microcriminalità o al vandalismo. “Per questa via si può perseguire l’obiettivo complessivo dell’indebolimento

PREVENZIONE

delle motivazioni al vandalismo, all’incuria e all’inciviltà, ed è possibile altresì rafforzare la propensione e l’abitudine all’uso degli spazi e dei servizi di uso collettivo da parte di un numero maggiore di abitanti e cittadini, incoraggiati appunto da una migliore condizione qualitativa, in modo che infine si produca e rafforzi quel presidio sociale informale che a sua volta permetterebbe di mantenete in essere questo ciclo virtuoso, secondo il modello che la felice e notissima espressione di Jane Jacobs felicemente riassume, quello degli street eyes.2” Ma è anche un quartiere pensato per le persone che lo abitano, dove sono presenti percorsi pedonali e ciclabili, che possono essere utilizzati e frequentati senza timori. Così, è grazie ad azioni combinate delle forze dell’ordine, di educazione al rispetto dell’ambiente in cui si vive e progetti che incentivino l’uso degli spazi e che permettano di creare legami sociali forti-nonché superare preconcetti, in particolari verso chi è diverso- che si concorre alla creazione di una città più sicura. Non solo, un altro ruolo 239


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5. La Strategia

fondamentale è sicuramente giocato dall’informazione. Una città più sicura, è anche una città in cui i cittadini possono godere di un sistema informativo imparziale, che non generi fenomeni di discriminazione e paura, ma che si basi su dati reali, capaci di scongiurare pregiudizi diffusi.

6. Quartiere sostenibile

5. Quartiere multicurale

COLLABORAZIONE

TEMPORANEITA’

GESTIONE CONFLITTI ATTIVITÀ PARTECIPATE Il dibattito scientifico insiste sull’urbano come ambiente principe in cui l’integrazione tra diversità possa effettivamente avere luogo. Intendiamo esattamente questo con l’espressione “quartiere multiculturale”; intendiamo uno spazio in cui possa verificarsi questa integrazione, questa collaborazione ed apertura anche verso chi è portatore di abitudini, di mentalità, di stili di vita differenti dalle nostre. Immaginiamo un quartiere dove quel “métissage culturale” di cui abbiamo fatto menzione possa inverarsi nell’esperienzia sampierdarenese, anche attraverso l’aiuto di politiche quali quelle di “Mediazione Comunitaria”, che possono contribuire all’avvicinamento tra mondi e socialità differenti, ma spesso solo apparentemente distanti. Anche questo obiettivo rientra ovviamente nella logica descritta di partecipazione e coinvolgimento delle autorità, delle associazioni, dei cittadini singoli, che assieme possano promuovere comportamenti solidali e ancor più comprendere che una tale “mescolanza” rappresenta una ricchezza, non 240

MEDIAZIONE COMUNITARIA

uno svantaggio. Sarebbe bello riaccendere quello spirito profondo, generoso, aperto che ha caratterizzato la storia del quartiere e ne ha prefigurato il suo impegno diretto nella vita della città. “Le nostre città possono salvaguardare la loro preziosa eredità solo se il multiculturalismo non si limita a rappresentare posizioni di principio, ad essere fotografia di assetti culturali cristallizzati o dati per tali, ma diventa un fattore di sincretismo, di potente produzione di nuove forme sociali e culturali e di un diverso modo di intendere e vivere gli spazi urbani3”.

BICICLETTE

KM 0

TRASPORTO PUBBLICO Un quartiere sostenibile non è solo un quartiere a basso impatto ambientale, è molto di più. É un quartiere ad alta qualità ambientale, dove densità, mescolanza funzionale e mobilità sostenibile si intrecciano in una pianificazione coordinata che consenta un’ottimizzazione nell’uso della città . É un quartiere dove la mobilità lenta o l’utilizzo dei mezzi pubblici viene favorito, dove spazi residenziali si mescolano a servizi di vicinato, a spazi gioco o a luoghi di ritrovo per gli abitanti. É un quartiere in cui viene cancellata la monofunzionalità a favore della vitalità, che può compiersi nel rispetto di chi vive questi luoghi. Un quartiere di questo genere implica attenzione al traffico locale, lento e veloce, ma anche a quello su scala cittadina ed extraurbana, per incentivare collegamenti rapidi e sicuri. É un quartiere che tutela i pedoni e i ciclisti, che si preoccupa della loro incolumità. Questo luogo alla descrizione utopico, lo diviene nell’apparenza ancor di più se si considera che è anche il luogo della coesione sociale, della mescolanza non solo culturale, ma anche

RETI VERDI

RIUSO

ZTL

intergenerazionale, con una particolare attenzione allo sviluppo di luoghi di scambio tra gli abitanti e di svago che permettano una loro convivenza pacifica o ancor meglio una condivisione. É anche il quartiere dove questi spazi vengono recuperati, per cercare il più possibile di evitare ulteriori espansioni, dannose per la città ed il territorio; questo non significa che si debba limitare la loro diffusione, al contrario è fondamentale incrementare siti di scambio e confronto, centri culturali, piccole attività commerciali, aree di gioco e svago. Nella logica del recupero, rientra anche l’utilizzo di materiale di riuso, quando possibile, per costruire o migliorare gli spazi pubblici, allo scopo anche di sensibilizzare le persone ad un modo rivoluzionario di rapportarsi con la società ed il mondo. Inoltre, in questo quartiere si pensa anche ad un incentivo del contatto oltre che interpersonale, con il territorio circostante. Da qui l’idea di un mercato che venga rivitalizzato attraverso nuovi banchi, i cui prodotti avranno un origine locale, il cosiddetto km 0, attraverso 241


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5. La Strategia

la creazione e lo sfruttamento di una filiera corta. Tutto questo sarà coronato dalla risistemazione e la riapertura di spazi versi esistenti, nonché dalla creazione di una nuova rete verde che migliori la qualità della vita degli abitanti ed il ripensamento del sistema dei rifiuti, elemento importante che può cambiare il volto di una realtà urbana.

7. Quartiere storico

PROMOZIONE

RECUPERO

RIFUNZIONALIZZAZIONE VALORIZZAZIONE Sampierdarena è un quartiere ricco di patrimonio storico-artistico-culturale che non può non essere sfruttato. Ad oggi, molto di questo patrimonio non è valorizzato a dovere o è addirittura lasciato a se stesso, abbandonato alla rovina alla quale l’incuria ed il non utilizzo direttamente conducono. Per questo proponiamo il restauro e la rifunzionalizzazione di alcuni edifici, parte del patrimonio pubblico e quindi della collettività, di cui ciascuno dovrebbe sentirsi a suo modo responsabile. Recuperare questi edifici, non significa generare una loro museificazione, ma al contrario restituirli “vivi” alla città e ai suoi abitanti, che in molti casi dovranno farsi carico della loro risistemazione o aiutare materialmente perché questa possa avere luogo. Abbiamo fiducia che, se guidati da una regia capace di innescare processi partecipativi e politiche di valorizzazioni del capitale sociale a disposizione, questo possa verificarsi, come numerose esperienze straniere e italiane ci insegnano. Tutto ciò dovrà avvalersi anche di un’importante politica di promozione 242

RESTAURO

che consenta il richiamo alla partecipazione del maggior numero di soggetti possibili e di creare situazioni positive che abbiano la voglia, l’energia ed il coraggio di investire su alcuni progetti ambiziosi, ma non impossibili. Progetti che vogliamo proporre per questi luoghi storici, destinati ad essere il motore per la futura ripresa economica, sociale e culturale della città. Auspichiamo una collaborazione sinergica tra autorità locali, associazioni, singoli cittadini e questi edifici e spazi che appartengono a tutta la comunità.

8. Quartiere in opera

ARTIGIANATO RIVITALIZZAZIONE

Il quartiere che noi definiamo in opera è un quartiere che rivitalizza se stesso, grazie alle energie ad esso intrinseche e che cerca di utilizzare tali potenzialità anche per richiamare soggetti esterni. Non parliamo più dei grandi investitori, ma di cooperative, associazioni o cittadini disposti ad unirsi in gruppi e collaborare non solo per la creazione di un tessuto sociale a maglia stretta, ma anche per la creazione di un nuovo tessuto economico. Nel quartiere che immaginiamo auspichiamo un ritorno ai servizi di prossimità, come detto, ma anche allo sfruttamento dei prodotti locali e delle competenze umane. Vorremmo un quartiere che ritorni a vivere seguendo ritmi più umani, più dolci, più “tradizionali”. Proprio per questo crediamo sia interessante incentivare anche la ricomparsa di attività “artigianali”, che permettano un ritorno ad una gestione ed un’impostazione di vita diversa. Non ci sembra una follia, ne un’utopia; episodi che vedono il ritorno di mestieri o attività che negli ultimi decenni si erano sempre più diradate, rasentando l’estinzione, si riconoscono in molte

AUTORECUPERO

KM 0

BRAND

città occidentali che hanno scelto un’inversione di rotta o che vedono nel recupero di queste capacità un’opportunità importante. Pensiamo però che tale esperienza non possa avere successo se non viene concepita all’interno di una logica più ampia ed un progetto strutturato e maturo. Da questo nasce l’idea non del singolo, ma della cooperativa, che abbia una forza ed un’efficacia maggiori e magari la creazione di un “Brand” o di segnali caratteristici che permettano visibilità e riconoscibilità, inseriti in un contesto che garantisca un sostegno a questo genere di esercizio. Ecco allora che via Buranello, per esempio, potrebbe divenire la passeggiata dell’artigianato, con le sue piccole botteghe, inserite in un’architettura di pregio ed estremamente particolare che, se valorizzata, potrebbe divenire lo sfondo perfetto per creare un luogo capace di attirare persone, anche al di là del nostro quartiere. Parliamo ovviamente di una via che non si concludi in se stessa, ma che diventi parte di una passeggiata più grande, con polarità diverse, sebbene perfettamente integrate. 243


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5. La Strategia

viale alberato ciclabile

percorsi storici riqualificati

corso dell’artigianato

corso panoramico

corso storico via commerciale connessioni territorriali corso in quota

diversificare

riqualificare

Linee strategiche La strategia pensata segue quattro linee principali che guidano il ragionamento, per il raggiungimento degli obiettivi descritti. Queste ci consentono di creare un reticolo immaginario sul quale agiamo, che racchiude l’intero territorio dell’intervento e di creare in esso un sistema efficiente di rivitalizzazione del territorio.

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1. diversificare Le strade che percorrono il quartiere nella direzione est-ovest, sviluppandosi ciascuna mantenendo la medesima quota lungo tutto il tragitto, vengono dette, come abbiamo menzionato, “spine orizzontali”. Esse sono differenziate funzionalmente tra loro, partendo dal riconoscimento del carattere e del contesto delle singole vie, al fine di creare dei collegamenti attivi tra il tessuto del quartiere e la dimensione urbana. Riconosciamo quattro spine significative, che vengono individuate proprio per il loro valore intrinseco. Ognuna di queste è dotata di caratteristiche specifiche per quanto riguarda il contesto che la caratterizza, la sua sezione stradale, gli scenari che attraversa o che può creare sfruttando le proprie potenzialità. Le quattro strade sono costituite da via Sampierdarena, ampia ed oggi attraversata da un pesante traffico e avente la particolarità di essere in molti suoi tratti adibita a parcheggio; inoltre, a fronte di un contesto di palazzi ottocenteschi di pregio, si è stabilita in questa zona una concentrazione di persone che vengono riconnesse alla microcriminalità, o a semplici episodi vandalici, anche a causa della presenza di molti locali notturni che ospitano un determinato target di gente.

Essa, come detto, rappresenta un’arteria di collegamento tra ponente e levante e pensiamo di continuare a sfruttarla come tale, utilizzando un approccio diverso. Per questa strada pensiamo infatti ad una nuova funzione legata ad una mobilità sostenibile che consenta un ritorno ad un suo utilizzo non più solo su mezzi veloci, in modo da recuperare un contatto diretto con la via. Vien configura come viale alberato ciclabile. L’altra via considerata è Buranello che, grazie alla presenza dell’infrastruttura dei locali sottostanti alla ferrovia, oltre che per le sue dimensioni e la realtà di un commercio in parte già avviato, è pensata come corso dell’artigianato. Via Daste, per la concentrazione di numerose ville storiche e per la sua posizione ravvicinata ad istituti scolastici ed al centro civico, viene pensata invece come corso storico pedonale. Nella sua prosecuzione in via Rolando si definisce invece come via commerciale, ad oggi già presente. Indichiamo invece come corso in quota Corso Scassi e il successivo Corso Magellano, per la loro particolare posizione che permette di pensarli come passeggiate panoramiche e di osservazione.

2.riqualificare Le strade che percorrono il quartiere nella direzione nord-sud, sviluppandosi ciascuna modificando la propria quota lungo il tragitto, passando dalle alture alla zona pianeggiante o viceversa, vengono dette, come abbiamo menzionato, “spine verticali”. Le spine verticali si definiscono come percorsi storici e creuze riqualificati che si insinuano nel tessuto urbano e stimolano la connessione mare-monte. Questi percorsi vengono risistemati ripristinando dove possibile, il tracciato storico, componendolo con le sue forme originali, utilizzando i medesimi materiali della pavimentazione tipica. Essa è data da mattoni nella parte centrale e ciottoli di formato rotondo lateralmente e presenta un profilo convesso per permettere il drenaggio laterale. Nei tratti a maggiore pendenza può anche configurarsi in lunghi e bassi gradoni, scanditi da blocchetti in pietra. Questa particolare tipologia di strade attraversa paesaggi diversificati e a volte suggestivi della città, dunque se riqualificate possono rappresentare piacevoli connessioni da percorrere non solo come collegamenti, ma anche per svago. Inoltre si pensa ad alcune pedonalizzazioni e rivisitazioni della sezione stradale, dove queste vie

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Crêuza de mä

spazi pubblici esistenti

5. La Strategia

spazi pubblici di connessione tra più percorsi spazi pubblici a servizio di un percorso

spazi pubblici da progetto

sono state trasformate in vere e proprie carreggiate per automobili. Infine, Corso Belvedere viene pensato come un corso panoramico in quota, dal quale può essere contemplato il mare e che conduce fino al “Forte Crocetta”, altro luogo contemplativo grazie alla natura che immediatamente si profila alla sua vista, ma anche ricreativo, in seguito alla sua rifunzionalizzazione. 3.accrescere Importante, come abbiamo visto, è il discorso riguardante gli spazi pubblici che vengono aumentati attraverso la definizione di nuovi elementi o accrescendo quelli esistenti. La nostra logica è quella del recupero di parti del tessuto che, abbandonate, hanno finito per staccarsi dal contesto cittadino e divenirne quasi estranee, oppure sono divenute la sede di episodi delinquenziali, che le hanno rese ancor più solitarie ed inutilizzate. Dove quest’ultimi episodi non si sono verificati, ma semplicemente gli spazi, come menzionato, sono stati lasciati privi di cure, si è determinata la perdita del loro ruolo fondamentale connettivo e di creazione di una rete territoriale materiale, così come immateriale. Dunque il nostro intervento

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accrescere

connettere

prevede il recupero degli spazi presenti e la creazione di alcuni spazi nuovi, attraverso la conversione di funzioni precedentemente esistenti in essi. Innovativi luoghi comunitari sono previsti anche attraverso il recupero di spazi interni, ai quali vengono attribuiti inediti scopi e distribuzioni che possono incentivare la rinascita della comunità, ma anche del quartiere tutto, divenendo intervalli attrattivi non solo per gli abitanti, ma anche per chi proviene dall’esterno. Oltre agli spazi cittadini vengono riqualificate anche aree verdi ad oggi non utilizzate. Il recupero di queste aree avverrà tramite modalità differenti che si sovrappongono con le fasi temporali che si susseguono. Pensiamo a riqualificazioni temporanee di riavvicinamento a posti sconosciuti o non accessibili, ma anche a metodi di affido e gestione che possano coinvolgere direttamente i cittadini e permetterne la loro risistemazione, così come interventi più strutturali, che apportano cambiamenti parziali anche alla loro estetica.

sovrapposizione di questi livelli, dando origine ad una sequenza di incontri che si stabiliscono tra percorsi e percorsi, aumentando l’interconnessione del sistema e il legame tra percorsi e spazi, scandendo un ritmo di episodi ed aumentando la specificità di ogni elemento. Sono numerosi gli spazi che si creano in seguito a tali intersezioni, creando dei nodi strategici, con funzioni differenti, nelle varie aree cittadine. Alcuni di questi spazi, si funzionalizzano in merito alla posizione e quindi ai differenti scenari sui quali incidono, altri devono essere maggiormente caratterizzati tramite interventi più “invasivi” e precisi, andando a ridefinire il loro ruolo o inventandone uno nuovo, diverso da quello precedente, perché più attento a quelle dinamiche socializzanti che vogliamo creare. Esso sarà pensato anche per divenire più attento ai bisogni ed alle necessità che molto spesso fino ad ora sono stati ignorati, situazione che ha creato una carenza percepibile di funzioni anche banali, che ora necessitano di essere ripristinate. Nel delineare questi incontri, abbiamo la possibilità di disegnare i sogni ed i desideri dei sampierdarenesi che forse, per la prima volta dopo lungo silenzio da parte della città, i

4.connettere La trama del tessuto, composta dalle spine orizzontali che si intersecano con quelle verticali, genera la

cui interventi per una risignificazione del quartiere sono stati esigui, potranno avverarsi. Alcuni di questi spazi si configurano appunto come luoghi di connessione e transito al servizio di più percorsi, altri invece assumono più la conformazione di un luogo di sosta, di arrivo, o semplicemente di servizio per un singolo percorso.

Politiche e azioni

A sostegno di questa strategia di base abbiamo individuato alcune politiche, alle quali fanno riferimento alcune azioni, che delineano la nostra volontà ed aiutano a fare chiarezza sulle intenzioni e a perseguire il nostro obiettivo. Esse permettono di spiegare come intendiamo agire, ma saranno esplicitate nel dettaglio solo nel compimento del progetto vero e proprio. 1 POLITICA: organizzazione sociale e gestionale La prima politica corrisponde all’Organizzazione sociale e gestionale. Si tratta di tracciare le linee guida del processo che consentirà di operare come descritto e che permetterà di innescare quelle strategie virtuose per il raggiungimento degli obiettivi preposti. Questa 247


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5. La Strategia

PROPRIETARIO

PROPRIETA’

INTERMEDIARIO

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE GARANZIA APPROVAZIONE/CONTROLLO

USUFRUTTUARIO

RESPONSABILITA’

1/a. creazione di un organismo di regia

politica si interessa della questione organizzativa e deve per questo vedere la sua immediata attivazione, a rischio altrimenti di non riuscire nell’attivazione dell’intervento. Analizzando le principali azioni che questa politica esprime ci rendiamo conto del suo valore fondamentale. 1 AZIONE 1/a. Creazione di un organismo di regia Per organismo di regia intendiamo, come verrà successivamente chiarito e specificato, un gruppo di persone composito che sia rappresentante di tutte le istanze cittadine, nonché delle sue istituzioni e che collabori per la messa a sistema delle proposte e per coordinare l’impegno di ciascuno, in modo che le risorse a disposizione non vengano sprecate. Il suo ruolo sarà inoltre quello di fornire supporto tecnico sia materiale, sia di conoscenza, oltre che occuparsi di mantenere l’interesse costante e di informare le persone su ogni singola vicenda, ogni decisione, ogni iniziativa. Il ruolo informativo risulta di estrema importanza per riuscire nel

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coinvolgimento capillare della società sampierdarenese, senza che vi siano esclusioni di categorie. Altrettanto importante è l’organizzazione e la creazione di bandi pubblici che incrementino, regolarizzino e guidino la progettazione ed il riutilizzo di determinati ambienti, seguendo esperienze diffuse nel mondo ed in Italia. Tra i suoi compiti vi sarà, oltre quello di inventare occasioni e metodologie partecipative senza l’impiego di denaro pubblico, anche quello di reperire fondi di varia natura che consentano di effettuare quegli interventi, da effettuare con le sole forze cittadine, impossibili o molto complessi. Si sottolinea la necessità di rendere noto agli abitanti il progetto che si vuole attivare e di richiamarli alla partecipazione agli incontri che determineranno le scelte specifiche riguardanti alcuni interventi e, più in generale, la formazione di una consapevolezza di quello che vogliono veramente per il loro quartiere. Ricordiamo infatti che le nostre sono proposte ed ipotesi, nate da una capillare ricerca diretta sul territorio, da letture approfondite sul tema, da interviste, dialogo e partecipazione con i cittadini

1/b. CReazione di incubatori sociali

ad alcune iniziative, non escludono nel corso del processo, la rivisitazione e modificazione di alcune decisioni; anzi la natura flessibile delle nostre proposte scaturisce proprio da questa consapevolezza. Le linee da noi tracciate sono l’immagine di quello che la città dovrebbe diventare secondo i desideri ad oggi espressi dalla cittadinanza; come questo avverrà, noi possiamo solo suggerirlo, ma nella logica della partecipazione, la decisione ultima spetta ai cittadini, affiancati ovviamente dalla figura di esperti. 1/b. Creazione di incubatori sociali Infine, altro elemento che riteniamo importante è la creazione di incubatori sociali, ossia luoghi pubblici in cui potersi riunire, dove possa avere luogo un effettivo incontro generazionale, culturale e di genere. Luoghi dove quei legami che, grazie ad esperienze comunitarie avviate si sono cominciati lentamente a formare, possano alimentarsi, comporsi e diffondersi per creare quella trama relazionale che è il nostro obiettivo principe. Questi spazi diventano dunque il simbolo dell’impegno cittadino, ma

1/c. “afffido”

soprattutto il posto in cui idee, attività, iniziative, nate dal confronto tra le persone, possano avere vita e proliferare nel quartiere ed oltre il suo limite. 1/c. “Affido” Un aspetto molto interessante è rappresentato dall’affido che può concretizzarsi in numerose e differenti forme, che vedono sempre protagonisti attori privati che si occupano della riqualificazione di uno spazio e ne ottengono l’utilizzo ad un prezzo calmierato o pressoché nullo. Tale metodologia, nel nostro caso, si realizza sempre con la prospettiva di un quartiere pensato per la comunità, perciò si rifiutano logiche speculative ed interventi di grandi investitori, per incentivare invece gruppi di persone che unendosi, come anticipato, magari in cooperative ed associazioni, possono avere la possibilità di realizzare i loro progetti. Spiegheremo nel dettaglio le proposte di affido ed il loro funzionamento, anche tramite esempi virtuosi che hanno ottenuto ottimi risultati.

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5. La Strategia

BUS

BIKE SHARING

P P

ZTL

P

P

M

P

P P

P P

2/a. creazione aree pedonali e ZTL

2/b. creazione piano parcheggi

2 POLITICA: organizzazione mobilità e trasporti La seconda politica, l’organizzazione di mobilità e trasporti, è maggiormente legata ad un intervento di pianificazione e gestione dei mezzi di trasporto e della mobilità, che riteniamo essere un ripensamento importante, nella logica di un quartiere che vuole cambiare il suo stile di vita e tornare a rivolgersi alle persone, riconsiderandole come il centro attorno a cui ruota l’urbano. Le azioni ad essa connessa possono in alcuni casi sembrare banali, ma rappresentano invece dei momenti importanti nel cambiamento della concezione di un quartiere.

limitato” e vie pedonali. Si vuole infatti incentivare la mobilità ciclabile e pedonale, oltre che quella dei trasporti pubblici, che portano ad innumerevoli benefici per il funzionamento della città tutta e per i singoli individui, modificandone positivamente lo loro stile di vita. Questo permette anche una valorizzazione di tali aree ed un loro ridisegno migliorativo, che sia capace di ridurre quegli episodi di insicurezza ad oggi percepiti dagli abitanti.

2 AZIONI 2/a. Creazione di aree pedonali e zone a traffico limitato Un’azione fondamentale che ci proponiamo è senza dubbio, in virtù di un recupero del centro storico, ma soprattutto di un ritmo cittadino concepito sull’uomo, quello della creazione di “zone 30”, “zone a traffico 250

2/b. Creazione di un piano parcheggi Altra azione strettamente connessa con la chiusura di alcune strade o parte di esse, che determina l’impossibilità di accesso in intere zone per la comunità sampierdarenese e per chi proviene dall’esterno, è quella del ripensamento della dislocazione dei parcheggi di veicoli a motore, nonché di quella di parcheggi scambiatori, seguendo una logica di rivitalizzazione e qualità della vita Si prevede infatti, l’eliminazione di posteggi lungo le strade

2/c. incentivazione mobilità sostenibile

che vengono riqualificate o la loro trasformazione in parcheggi per residenti. Parallelamente si prevede di crearne dei nuovi, sfruttando anche il progetto che stanno realizzando della nuova strada a mare, dove ne sono previsti alcuni, che noi prevediamo di incrementare. Consideriamo poi la costruzione di parcheggi elevati a più piani in alcune zone strategiche, nonché, come detto, di grandi parcheggi scambiatori lungo le direttrici di collegamento a levante e ponente e verso il raccordo autostradale. Questi parcheggi concentrati vengono posizionati vicino a fermate di mezzi pubblici e nei pressi di punto di distribuzione di bici (bike sharing) per consentire poi un facile accesso al centro storico del quartiere. 2/c. Incentivazione della mobilità sostenibile Altrettanto connessa con il piano dei parcheggi è lo sviluppo e l’incentivo della mobilità sostenibile.

Determinate scelte come quelle spigate nei punti sopra, rendono praticamente obbligato l’utilizzo di questo tipo di mobilità. Ma crediamo che questo non basti. Pensiamo infatti che sia estremamente importante da parte dell’amministrazione, operare campagne di sensibilizzazione e spiegazione dei vantaggi dell’uso di questi mezzi, rivolte alla popolazione genovese, ma anche all’esterno della città, per plasmare un’immagine inedita di Genova, che possa incentivare la sua frequentazione. 3 POLITICA: riqualificazione di spazi pubblici La terza politica è la Riqualificazione di spazi pubblici, politica che ci permettere di dare un nuovo ruolo e volto all’intero quartiere, oltre a determinare le condizioni per la creazione della nostra rete di legami sociali. Questa politica vede come obiettivo principale il miglioramento degli spazi , affinché da esso derivino conseguenze di 251


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3/a. creazione di spazi pubblici temporanei

più ampio respiro, di rivoluzione nella vita cittadina. 3 AZIONI 3/a. Creazione di spazi pubblici temporanei La creazione di spazi pubblici temporanei risulta essere una fase molto importante; infatti, in un momento storico in cui è difficile reperire i fondi per grandi interventi di rinnovo urbano, la riqualificazione spontanea può essere una buona soluzione per attendere la possibilità di un cambiamento maggiormente definitivo, consentendo comunque l’uso e la riappropriazione di spazi altrimenti lasciati a se stessi. Questo tipo di costruzione si inserisce in un approccio partecipativo, per cui i cittadini stessi, con l’aiuto di esperti, costruiscono il loro territorio; questo stesso gesto ha di per se valenza simbolica e materiale molto forte. Da una parte contribuisce a quel senso di appartenenza ai luoghi e quindi indirettamente alla cura 252

5. La Strategia

3/b. riqualificazione e progettazione di spazi pubblici

ed alla gestione di questi, dall’altra costituisce una valida alternativa ad un vuoto urbano non colmabile. Nella nostra visione, abbiamo individuato luoghi strategici che coprono l’intero territorio di quartiere, così da rappresentare una sorta di “presidio sociale”, un embrione di quegli incubatori sociali che verranno poi realizzati in modo stabile e li sostituiranno o, dove questo non dovesse accadere, sovrapporranno ad essi. 3/b. Riqualificazione e progettazione di spazi pubblici Quest’ultima azione si connette strettamente a quella precedente. Si tratta infatti della riqualificazione “permanente” di spazi esterni, che verranno restituiti alla collettività; ognuno avrà una funzione definita e pensata in base alle potenzialità del luogo ed alle esigenze degli abitanti e del quartiere stesso. Nel dettaglio andremo a vedere che conformazioni assumeranno e che ruolo giocheranno nella riconquista di Sampierdarena da parte di Sampierdarena

stessa. I luoghi verranno rivitalizzati o recuperati da spazi che prima avevano tutt’altra destinazione. 3/a. Recupero delle creuze storiche e dei belvedere Il recupero delle creuze storiche e dei Belvederi si innesta in quel piano di riqualificazione del tessuto storico e di riconnessione del quartiere, oggi frammentato ed inorganico. Inoltre, questi percorsi che si tramutano in vere e proprie passeggiate permettono di recuperare la percezione del mare, estremamente importante per i sampierdarenesi, che ne sono stati violentemente privati e per i quali non sembra essere prevista un’alternativa nel futuro imminente.

3/a. recupero delle creuze storiche e dei belvedere

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5. La Strategia

4 POLITICA: riqualificazione di attrezzature pubbliche La quarte ed ultima politica investe la Riqualificazione di attrezzature pubbliche, ossia quelle strutture di proprietà delle istituzioni che tramite interventi stabiliti possono rinascere. Tra questi interventi si riconoscono anche quelli garantiti e sponsorizzati dall’ ”organo di regia”, che trova formule e metodologie per rendere possibili tali trasformazioni senza l’impiego di fondi pubblici. 4 AZIONI 4/a. Rifunzionalizzazione Si intende con ciò, il pensare ad una destinazione d’uso differente per uno spazio. Ogni proposta è stata concepita seguendo un sistema preciso, che tanto più funzionerà quanto più verrà realizzato nella sua interezza. Alcune rifunzionalizzazioni possono davvero essere efficaci, non solo se inserite nel contesto in cui vengono ragionate, ma se accanto ad esse viene costruita una struttura altrettanto valida di supporto, che incentivi gli investimenti e lo sprigionarsi di nuove idee e progetti. 4/b. Consolidamento Per alcune attrezzature pubbliche si è scelto di mantenere la vocazione d’uso attuale potenziandola attraverso il miglioramento qualitativo della la struttura che l’accoglie e tramite l’inserendo funzioni compatibili con quelle attualmente presenti che stimolino l’attività svolta all’interno della struttura e riescano a renderla più affine ai bisogni della cittadinanza. Tale scelta viene considerata in contesti che presentano già attive attività conformi agli obiettivi di rivitalizzazione del progetto, in una logica di riutilizzo e riuso dell’esistente. 4/c. Demolizione e riprogettazione dello spazio Questa azione sembra esulare dalla nostra logica di intervento di recupero, in realtà vi si integra perfettamente, in quanto si tratta sempre di piccoli progetti di natura ben poco invasiva, che non stravolgono il contesto in cui vengono posizionati, che al contrario ne valorizzano le potenzialità. Si tratta perlopiù di nuovo arredo urbano o dell’aggiunta di servizi o riammodernamenti dell’esistente.

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4/c. demolizione e riprogettazione dello spazio

4/b. consolidamento

4/a. rifunzionalizzazione

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M

fs

sestri ponente

fs

cornigliano

M

fs

M

fs

M

san teodoro

geno

sampierdarena

M

legenda LEGENDA planimetria scala 1:20.000 assonometria scala 1:20.000 potenziamentoeediversificazione diversificazione dei potenziamento deicollegamenti collegamenti spineorizzontali orizzontali spine spineverticali verticali spine

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Interventi temporanei

Interventi temporanei incubatori sociali incubatori sociali percorsi riattivati percorsi riattivati voltini attivati voltini attivati

Consolidamento

Consolidamento

edifici recuperati spazi riqualificati spazi riqualificati ZTL ZTL voltini riqualificati voltini riqualificati spine orizzontali/verticali spine orizzontali/verticali percorsi riqualificati percorsi riqualificati

Il Masterplan Gli Scenari 1. Interventi temporanei 2. Consolidamneto 3. Il Sistema che ricuce Le dinamiche di trasformazione vengono studiate attraverso un sistema di spazi e connessioni, trasversale alla griglia strategica, composta dalla spine orizzontali e verticali. Tale sistema, espediente per descrivere le tipologie di intervento che verranno proposte, si configura come un particolare percorso che, partendo dalla “Lanterna”, giunge al “forte Crocetta”, attraversando vari luoghi salienti della trasformazione proposta. Con questo sistema si vuole dare indicazione dell’approccio da utilizzare per l’intero quartiere e non si intende risolvere in esso l’intervento, che, come abbiamo detto, investe invece l’intera area del quartiere ed è percepibile nelle sue complete linee guida nel masterplan, dove sono indicate le azioni che si propongono, nella logica dell’approccio fino a qui messo in evidenza.

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Il sistema che ricuce

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P

P fs

fs P

Legenda LEGENDA

P lanterna di Genova

assonometria scala 1:4000 riqualificazione di spazi pubblici riqualificazione di spazi pubblici: il sistema connettivo nuove edificazioni rifunzionalizzazione demolizione e riprogettazione dello spazio area ZTL tracciato ferroviario ascensore Scassi riqualificato passeggiata della Lanterna area portuale (limite invalicabile)

P P P fs 260

parcheggio interrato parcheggio scambiatore (da PUC) parcheggio multipiano stazione ferroviaria

masterplan assonometria

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5. La Strategia

Note 1_Longoni,

Laura, Lo sviluppo dei quartieri contemporanei. Partecipazione e comunicazione politica, Roma, ARACNE editrice, 2012, p.186 2_Giovannetti Monia (a cura di) CITTALIA fondazione anci ricerche, Per una città sicura. Dalle ordinanze agli strumenti di pianificazione e regolamentazione della convivenza cittadina, Roma, Tipografia Grasso Antonino sas 2012, isbn: 978-88-6306-030-0, pp. 81 e 82 3_Petrillo Agostino, (a cura di) Daniele Giovanni, Sul crinale. Riflessioni intorno alla mediazione interculturale, pubblicazione realizzata da CE.D.Ri.T.T. all’interno del progetto per Mediatore interculturale cofinanziato dall’Unione Europea, p.29

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5. La Strategia

“...sarà una città meticcia, una Genova globale. E’ l’inclusività che va sviluppata in maniera intelligente, unendo le differenze e rendendole una risorsa” (Domenico Megu Chionetti)

6. BUONE PRATICHE E CASI STUDIO 264

bus della solidarietà appartenente all’associazione “Music for peace”a Sampierdarena fonte: blog.iannatampe.it

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5. La Strategia

1.Parigi- Viaduc des arts “Luogo emblematico di «métiers passion», il Viaduc des Arts propone la scoperta di una cinquantina di artigiani che esercitano il loro talento in mestieri differenti e vari nel campo della moda e della decorazione. Si ritrovano così dei produttori di illuminazione, dei restauratori di mobilio, quadri e manifesti antichi, dei creatori di moda, gioielli ed accessori.” (www.leviaducdesarts.com/decouvrir)

LUOGO: Parigi ANNO DI REALIZZAZIONE: 1988-2004 GESTIONE: SEMAEST – Société d’economie mixte d’aménagement de l’est de Paris

La Società di trasformazione La SEMAEST si occupa di animare l’economia dei quartieri francese. Da più di 30 anni essa conduce progetti di risistemazione urbana, di rinnovamento e più recentemente di sviluppo economico, al servizio della vitalità cittadina nel rispetto dell’ambiente, della ricerca e dell’innovazione, seguendo una strategia che vede protagonista la partecipazione e concertazione con gli abitanti. Questa è dunque la società che è stata incaricata della rivitalizzazione del “viaduc” e che ha partecipato al lungo ed ambizioso progetto realizzato e che oggi si occupa della sua gestione. L’evoluzione dell’intervento L’idea comincia a profilarsi nel 1979, quando l’Amministrazione inizia a riflettere sulle possibilità per la stazione della Bastille ed il viadotto ferroviario, entrambi dismessi. A fronte di un enorme dispendio economico e di energie per l’abbattimento di questa rimarchevole struttura e per la costruzione di nuovo edificato, si pensa di conservare l’opera e restituire qualità alla sua facciata, nonché alla possibilità di inserimento al suo interno di attività. Così, in una logica più ampia, che persegue la 266

1995: il Viaduc prima del progetto di recupero fonte: www.saportareport.com

Viaduc des Arts fonte: www.leviaducdesarts.com

Viaduc des Arts fonte: www.leviaducdesarts.com

rivitalizzazione del quartiere est di Parigi, il progetto viene citato nel 1983 come l’elemento portante per la valorizzazione della zona, durante il Consiglio di Parigi. Due anni dopo, nel 1985, la città di Parigi approva il progetto di una zona di riqualificazione concertata (le cosiddette ZAC) che vede protagonista proprio la passeggiata. Nello stesso tempo, sta cominciando più a est un’operazione che mira alla creazione di alloggi e strutture pubbliche. Nel 1988 viene organizzata la consultazione delle proposte progettuali di quattro team, al termine della quale verrà scelto l’architetto Patrick Berger. Iniziano dunque i lavori di ristrutturazione. Nel 1990 il Consiglio di Parigi approva la creazione di un’area di utilità pubblica sul “viaduc” e su parcelle situate sul suo retro, prevedendo la creazione di spazi pubblici, giardini e la programmazione di moderni uffici. La nuova risistemazione viene allora affidata ad una SEM (società d’economia mista), la SEMEAST, che si occupa della riqualificazione della zona est di Parigi. I lavori proseguono e progressivamente vengono aperti gli spazi, nonché le volte adibite ai laboratori artigianali. Si crea un vero e proprio “brand”, la realtà della passeggiata dell’artigianato e della creatività diviene una sorta di

parco lineare cittadino ed ottiene grande visibilità, grazie alla bontà dell’intervento, della sua pubblicizzazione, della sua funzione e della sua gestione. Nel 1993, è stata creata l’associazione del “Viaduc des arts” che ha contribuito a trasformare questo luogo ormai dismesso e degradato in una vera e propria prestigiosa vetrina d’arte francese, che garantisce tecniche di fabbricazione ancestrale, ma anche la creatività contemporanea. Dal 2005 la gestione da parte della SEMEAST prevede un nuovo quadro giuridico, un contratto enfiteutico con la città di Parigi, che concede la gestione di quell’area per un periodo di 18 anni.

Volte Permanenti Questa tipologia di volte, che comprende quelle di dimensioni inferiori ai 150 mq, sono concesse in locazione agli artigiani con contratti che spaziano da 3, 6 e 9 anni.

Distribuzione delle funzioni É particolarmente interessante notare la suddivisione delle tipologie delle volte ed il loro specifico utilizzo, testimonianza di una gestione capace di creare nuove opportunità e situazioni. Le tipologie che in questa lunga passeggiata si riconoscono sono prevalentemente tre, di dimensioni differenti, vengono adibite anche a scopi e funzioni diverse.

Volta Satellite La società ha a disposizione una particolare tipologia di volta, che è stata definita satellite, che concede la possibilità ad un artigiano che lavora da meno di 5 anni o ad una persona che ha appena terminato gli studi di formazione per mestieri inerenti all’artigianato, di disporre di un locale ad un prezzo particolarmente appetibile, per una durata limitata di massimo 2 anni. Tale possibilità vuole essere un impulso verso questo tipo di attività ed un’occasione per i giovani di inserirsi nel mondo del lavoro. Si tratta di agevolazioni che concorrono a creare una dimensione di sostegno per le fasce più sensibili. Volta Expo La volta è concepita esclusivamente come spazio espositivo, che può essere affittato ad un costo di 800 € a settimana. Essa viene concessa con maggiore priorità per un periodo di due settimane.

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2.Progetto di ricerca Temporiuso.net

LUOGO: Milano ANNO DI REALIZZAZIONE: 2008 GESTIONE: Associazione Temporiuso.net

Origini ed operatività dell’Associazione L’associazione culturale Temporiuso.net nasce da un progetto di ricerca-azione avviato nel 2008 in partnership tra “Cantieri isola” e “Precare.it”, che sono poi confluite in essa. Si tratta di una realtà che promuove progetti di riuso temporaneo di spazi che si trovano in stato di abbandono e degrado. Essa rappresenta anche una trama di contatti e collaborazioni con altre associazioni, ricercatori ed attivisti a livello locale, ma anche internazionale. Nel corso degli anni è partecipe ed organizzatrice di workshop, seminari, eventi di vario genere, bandi per concorsi, visite guidate alla scoperta di Milano, incontri pubblici, collaborazioni con Università, accademie d’Arte, studi di architettura, istituti di ricerca, cooperative, designer, ateliers di artisti, e stilisti. In particolare vi è una maggiore collaborazione con il Politecnico di Milano, da cui provengono alcuni dei creatori di quest’esperienza. Per questo motivo, alle idee progettuali ed alla ricerca partecipano anche alcuni ragazzi del tirocinio TEMPORIUSO del laboratorio multiplicity.lab, DAStUPolitecnico di Milano. L’associazione opera dunque in particolare a Milano, ma anche all’estero. Dopo un processo durato più di un anno, viene siglato un protocollo d’intesa per le prime

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logo del manifesto del progetto temporiuso fonte:www.temporiuso.org

mappatura operata dall’associazionecdei luoghi in disuso a Milano fonte:www.temporiuso.org

immagini dei lughi in disuso a Milano mappati dall’associazione fonte:www.temporiuso.org

politiche pubbliche di riuso temporaneo (DOC DELIBERA COMUNALE_ Temporiuso per Miano) a Milano e in Italia, il 30 Marzo 2012. Così, in seguito a questa conquista iniziano i bike-tour per entrare a contatto con gli spazi, conoscerli e soprattuto mapparli, per poi divulgare quanto acquisito ai cittadini che possono esprimere il loro parere su quali spazi debbano essere riattivati per primi. A questo seguono workshop, incontri, dove si inizia a pensare ad alcuni di essi, fino a giungere alla realizzazione di tali progetti.

in un periodo di scarsezza o spesso assenza di risorse economiche. Essa propone alternative temporanee in luoghi che verranno poi destinati ad una rivitalizzazione permanente. Così, approfittando del patrimonio edilizio esistente e degli spazi, sia pubblici che privati, vacanti all’aperto, sottoutilizzati o lasciati all’incuria, si pongono l’obiettivo di riattivarli attraverso proposte legate al mondo dell’associazionismo, delle start-up di piccola impresa ed artigianato, di accoglienza temporanea di studenti, artisti e chiunque abbia necessità di questi luoghi per lo sviluppo di un suo progetto, con particolari contratti temporanei (ovviamente) a canone calmierato.

come obiettivo la responsabilizzazione e partecipazione di quest’ultime. Tra le finalità che vi si riconoscono, quella della creazione di un data-base accessibile per consentire a chi è interessato di consultare i luoghi disponibili sul territorio, per facilitare l’innesco di questo processo rivalutativo. Inoltre, importante è anche la creazione di uno sportello Informativo. E ancora, tra i progetti si riconoscono bandi per concorsi di idee ed assegnazione di luoghi, lo startup per il riuso temporaneo, ponendosi come tramite tra i proprietari delle aree e coloro che vorrebbero farne uso. “ Gli spazi sono concessi in comodato d’uso temporaneo a canone sociale a soggetti no-profit o con basso reddito per lo start-up micro-imprenditoriale e lo sviluppo di progetti socio-culturali. I progetti negli spazi temporanei prevedono un coinvolgimento degli attori locali e delle attività pubbliche rivolte al contesto.” ( http://www. temporiuso.org) Queste pratiche, che non vogliono sostituirsi a servizi di tipo permanente, potrebbe divenire parte dell’agenda e delle politiche pubbliche di Milano, e non solo, o perlomeno questo sarebbe un’interessante ambizione.

I principi ed i fondamenti dell’associazione L’associazione si propone come alternativa concreta all’abbandono ed alla dismissione di numerose aree milanesi. Partendo dal presupposto che sono molte le esperienze europee in cui l’arresto dello sviluppo commerciale ha portato a lasciare vuoti molti locali e che questi luoghi hanno visto lo sviluppo di riappropriazioni informali ed autorganizzate, divenendo luogo attivo di sperimentazione di eventi artistici, ludici, culturali o nuove sedi di associazioni che agiscono nel campo del sociale, “Temporiuso” si ripropone di poter creare una rete organizzata, che sappia sfruttare il patrimonio presente

Gli obiettivi Gli obiettivi che l’associazione si propone sono quelli di una rigenerazione urbana che parta da spazi esistenti per evitare ulteriore consumo di suolo e per evitare che il patrimonio già presente sul territorio diventi soggetto a degrado o prosegua in questa sua condizione, o sia afflitto da fenomeni delinquenziali o di vandalismo, che portano alla determinazione di spazi anonimi nella città. Non solo, così facendo promuove azioni di riconquista autogestita o autopromossa dalle comunità, ponendosi

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5. La Strategia

3.Progetto MADE IN MAGE

LUOGO: Milano ANNO DI REALIZZAZIONE: 2010-2013 GESTIONE: ARCI Milano. LABORATORI: Artedì, Arteintasca, Atelassé, 2be2share, BigMagma, Effemeridi, FabbricantiDiGioie, GarbagelLAB, GHOSTZIP, Lascialascia, RiCreazioni, Rumore, SemidiSesamo, Vectorealism, Zhumbian.

La storia del progetto “MADE IN MAGE” è un incubatore della moda e del design pensato per artigiani, stilisti, designers che vogliono partecipare ad un progetto di riuso temporaneo. A settembre del 2010 viene indetto un bando (“Invito alla creatività MADE in MAGE), nell’ambito della ricerca-azione “Temporiuso”, in particolare del progetto sperimental e”MAde in Ma.Ge”, con l’obiettivo di promozione e sostegno di attività artigianali e creative, incentivando l’utilizzo di spazi non sfruttati, quali il patrimonio di archeologia industriale degli ex Magazzini Generali Falck (Ma.Ge) di Sesto San Giovanni. L’invito si propone di avviare un progetto di “ imprenditoria afferente al settore dell’artigianato e piccola impresa della Moda Critica, manifestazioni fieristiche di eccellenza ed eventi espositivi, sempre nell’ambito dell’economia delle produzioni e del consumo ecosostenibile” ( http://www.temporiuso.org). Selezione delle idee Le proposte sono scelte in base all’attinenza al settore del critical fashion e design sostenibile, all’adattabilità degli spazi, alla qualità del cronoprogramma proposto, alla

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logo del progetto “Made in Mage” fonte: madeinmage.teamartist.com

vista internna della sede dei laboratori vincitori fonte: madeinmage.teamartist.com

dimostrazione dell’intenzione di collaborare fattivamente con le altre realtà vincitrici, alla proposta di attività aperte alla comunità ed ai servizi ad essa offerti, alla compatibilità e accomunanza con progetti già presenti sul territorio. Inoltre viene premiata l’innovazione della proposta e chiaramente l’accettazione delle condizioni di comodato.

il suo utilizzo per eventi espostivi in connessione con le esperienze che rappresentano delle eccellenze nell’ambito della sostenibilità territoriale ed in queste occasioni gli “usufruttuari” dovranno liberare i laboratori, spostando i propri materiali in un apposito magazzino per concedere la possibilità di questi eventi, ai quali possono comunque partecipare ad un prezzo calmierato. È’ infine garantita per i progetti vincitori grande visibilità e pubblicità, che si esplicita nella loro presentazione ad un evento pubblico e seminario internazionale, ed a pubblicazioni del loro progetto su siti e riviste.

Le possibilità per i vincitori Il premio previsto è un contratto d’uso temporaneo gratuito della durata di 3 anni tra i proprietari e gli stilisti, designer, rappresentanti di associazioni, creativi in campo della sostenibilità, che vengono selezionati tramite il bando di concorso. Per i vincitori sono previsti i pagamenti delle spese vive, che servono per il mantenimento dello stabile e di manutenzione ordinaria, proporzionali allo spazio del laboratorio che può essere di 50, 75, 100 mq e contributi per il supporto allo start-up di impresa da parte di esperti ed il coinvolgimento in attività seminariali, eventi e fiere. I costi degli allacci di luce, acqua e gas e degli interventi necessari per rendere fruibile lo stabile, saranno invece a carico dei promotori del bando. Inoltre è previsto per questo spazio, due volte all’anno,

distrubuzione dei laboratori all’interno dell’archeologia industriale di Sesto San Giovanni fonte:www.temporiuso.org

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6. Buone pratiche e casi studio

4. I Collettivi

4/a. Collectif etc. “Promenons nous dan le bois”

LUOGO: Rennes ANNO DI REALIZZAZIONE: 2012 TEMPI DI REALIZZAZIONE: 2 settimane

Breve storia del collettivo Il “Collectif etc”. nato a Strasburgo nel 2009, è dal 2011 un’associazione d’interesse generale di diritto locale (statuto associativo specifico di “Bas-Rhin, Haut-Rhin e Moselle). I suoi membri fondatori sono studenti o laureati in architettura, che si sono conosciuti all’“Institut National des Sciences Appliquées de Strasburg”. Il collettivo, ha come scopo quello di riaccendere dinamiche comuni che si sviluppano nello spazio urbano ed agisce su tali situazioni tramite processi di tipo partecipativo che operano con varie metodologie per il coinvolgimento diretto della popolazione. Il contesto a Rennes e gli obiettivi Il quartiere di Blosne a Rennes sta per subire delle trasformazioni radicali, tramite un’operazione di rinnovazione urbana che si svilupperà nei prossimi 15 anni, in una zona classificata come “Zona Urbana Sensibile”. Quest’operazione sarà il frutto di una concertazione tra la città di Rennes (attraverso l’Institut d’Amenagement et d’Urbanisme” di Rennes e l’AUDIAR) e gli abitanti, gli urbanisti, gli architetti, i tecnici, le associazioni e tutte le entità che possono essere interessate ad un cambiamento di questa zona. In tale contesto si innesta la proposta del collettivo: 272

progetto della piazza del quartiere di Blosne a Rennes spazio

attività partecipate nella sede della “capanna incantata”

tabellone informativo nei pressi del cantiere

fonte: www.collectifetc.com

fonte: www.collectifetc.com

fonte: www.collectifetc.com

un cantiere aperto con gli abitanti della durata di due settimane durante il quale occuparsi della risistemazione temporanea della piazza del quartiere, tramite un processo di “autocostruzione”. Gli scopi di quest’azione sono vari; riqualificare la piazza, definire, secondo i desideri dei cittadini, cosa questa dovrà diventare nei successivi anni, permettere di utilizzare la creatività delle persone, proporre un supporto di concertazione alternativo che permetta agli abitanti di avvicinarsi in maniera diretta agli spazi e cominciare a riflettere su quello che vorranno per essi. E ancora, richiamare alla partecipazione ed all’interesse una popolazione poco coinvolta nel processo decisionale, nonché renderla consapevole che ciascun può e deve essere costruttore attivo dell’ambiente in cui vive.

della piazza dove è spiegata l’idea del “bosco incantato”; si tratta di un primo momento di riflessione e raccolta di impressioni ed idee. In data prossima all’avvenimento sono affissi dei manifesti nei pressi del luogo in cui verrà realizzato il progetto e quando finalmente il cantiere ha inizio, un tabellone di legno nel luogo mostra ogni giorno il programma della giornata al fine di aumentare il livello di informazione, che è inoltre incrementata anche attraverso strumenti di comunicazione quali facebook e twitter. Il progetto che viene realizzato è interamente in legno, materiale solitamente utilizzato da questo collettivo.

Così, ai bordi del bosco sono costruite strutture modellate a richiamare i movimenti del terreno del bosco, con la funzione di sedute e gioco. Al centro, è posizionata la capanna “incantata”, perfetta per accogliere piccole iniziative aperte al pubblico, quali modesti concerti serali o per essere utilizzata durante il giorno come luogo di incontro e riposo. Disperse dentro la piazza sono distribuite sedute connesse a tavoli, removibili in modo da consentire alle persone di plasmare il proprio ambiente. Il tema del bosco è anche accompagnato da iniziative di animazione che coinvolgono in particolare i bambini e da laboratori affinché le persone possano ritrovare il gusto di lasciarsi guidare dall’immaginazione e la fantasia. Tra queste attività, troviamo atelier di serigrafia, di scrittura, di costruzione di maschere dagli scarti del legno, sempre tutti incentrati sul tema del bosco. Infine, viene costruita e posizionata una segnaletica, elemento la cui importanza non è da sottovalutare, che permetta di entrare a conoscenza del luogo, per coloro che non partecipano alla sua realizzazione.

La comunicazione nell’intervento Innanzitutto il progetto prevede una parte informativa che consiste in un avvicinamento al quartiere ed alla messa in opera di una strategia comunicativa. La prima fase vede una comunicazione avviata tramite internet attraverso il blog del collettivo, dove viene spiegato quello che succederà nei giorni seguenti. A quest’azione segue una riunione di preparazione, a fianco

La tematica che accompagna l’intervento L’idea posta alla base del progetto proposto e portato a termine dal collettivo, con l’aiuto degli abitanti del quartiere è, come abbiamo accennato, quella di un “bosco incantato”, tema che ha accompagnato i partecipanti per l’intero periodo dell’intervento. Tale idea nasce dalla volontà di risvegliare la creatività e la fantasia delle persone, creando un ambiente piacevole e con una sua identità immaginifica. Il tema è trattato attraverso due approcci integrati, quelli concernenti il “limite” e la “capanna”, simbolo di rifugio e protezione.

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6. Buone pratiche e casi studio

4. I Collettivi

4/b. Gruppo Informale. “Molo Torre”

LUOGO: Genova ANNO DI REALIZZAZIONE: 2011 TEMPI DI GESTIONE: 2 mesi COSTI: 400 € (escluse le spese dei trasporti) recupero in autocostruzione dello spazio Molo Torre fonte: www.gruppoinformale.it

momenti di vita quotidiana al Molo Torre fonte: www.gruppoinformale.it

vista del nuovo spazio Molo Torre fonte: www.gruppoinformale.it

Accenni di storia del “Gruppo Informale” “Il “Gruppo Informale” è un libero laboratorio di architettura, nato dalla necessità di confrontarsi, ricercare e sperimentare nell’uso sostenibile delle risorse materiali ed umane. Si diletta nello studio della realtà degli spazi progettati, nel riuso e riduzione dei consumi, nella costruzione e nella partecipazione attiva, sia da parte di chi progetta che di chi vive l’architettura quotidianamente”. (http://www.gruppoinformale.it)

di manutenzione. Questa volta, però, hanno chi li aiuta, rendendosi disponibile per il compimento dell’intero progetto. I ragazzi del gruppo informale lavorano infatti fin dalla fase decisionale e progettuale in collaborazione con questi signori (arrivando a quel contatto e scambio generazionale in altri contesti molto difficile da raggiungere), coinvolgendoli nell’intero processo, anche nella costruzione effettiva.

come anche alcuni scarti di produzione provenienti da fabbriche comprese in un raggio di circa 4 km, favorendo in questo modo anche l’abbattimento dei costi.

Altrettanto interessante è notare quanto la presenza di un’Università possa essere positiva per una città; si tratta di una risorsa però spesso poco sfruttata a livello pratico; forse sarebbe giusto iniziare a prendere esempio da queste esperienze virtuose.

Il progetto “Molo Torre” Il progetto “Molo Torre” è un piccolo intervento autocostruito, effettuato in un quartiere di Genova, Pegli, in uno spazio pubblico che affaccia sul mare. L’intervento, in cui è arredata una piazza, comprende una copertura di una preesistenza, una mescolanza di arredi urbani ed una nuova pavimentazione e nasce per rispondere ad un’esigenza derivata da un gruppo di pensionati che vivono in quell’area e che sono soliti frequentare questo luogo. Il gruppo di pensionati vede in questo spazio un sito d’incontro e di riposo fondamentale, un “simbolo” materiale della loro comunità, tanto da prendersene cura ed effettuare, quando necessario e possibile, dei lavori

Costi e materiali Il piccolo progetto, che riesce a mantenersi su costi esigui (circa 400 €, esclusi i trasporti), è supportato dal Comune di Pegli e dall’Università degli Studi di Genova, nell’ambito di un processo svoltosi per una tesi di laurea, che permette di ottenere in tempi piuttosto favorevoli, la concessione e la rimozione della copertura precedente in fibrocemento, danneggiata e pericolosa. Altro elemento interessante è dato dai materiali che vengono utilizzati per la realizzazione completa del progetto. In una logica di estrema sostenibilità, si prevede l’uso unicamente di elementi riciclati, tra cui tavole da impalcature, pallett rotti, pali da ponteggi, casse in legno da imballaggio, tele per barche, pietre e bambù,

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Risultati inattesi La conformazione di questa nuova piazza, ha raggiunto il difficile obiettivo di soddisfare pienamente le esigenze della collettività, in quanto per la sua costruzione si è collaborato in maniera reale con i diretti interessati. Il “rifugio” è stato ingrandito ed ha consentito di ottenere una zona d’ombra più ampia durante il periodo estivo, nonché uno spazio più confortevole nella stagione invernale, con maggiori sedute, una pavimentazione piacevole che ha sostituito il rude cemento e maggiore spazio per l’immagazzinamento degli attrezzi di proprietà degli utenti. Certo l’oggetto architettonico raggiunto, che consente un conviviale godimento dell’ambiente, è importante, ma forse ancora più eclatante è il risultato ottenuto a livello partecipativo e collaborativo. In un periodo storico in cui l’Amministrazione è priva di risorse economiche per il mantenimento e la cura dei piccoli spazi, che sono però fondamentali per le comunità, questo tipo di risposta può essere estremamente interessante.

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6. Buone pratiche e casi studio

5. Unige Architettura. “Riciclab”

LUOGO: Vesima, Genova ANNO DI REALIZZAZIONE: 2011 TEMPI DI GESTIONE: 9 mesi COSTI: 100 € modellino in scala 1:1 nel laboratorio della Facoltà di Architettura di Genova fonte: www.arch.unige.it

La storia del laboratorio “Riciclab” è un laboratorio all’interno del Dipartimento di Scienze per l’Architettura dell’Ateneo genovese, reso possibile grazie alla collaborazione, tramite convenzioni, tra enti pubblici ed amministrazioni locali. Esso si occupa, nell’ambito dello studio universitario, di rispondere concretamente a esigenze territoriali che vengono soddisfatte da un gruppo che conta circa una decina di ragazzi. Il laboratorio, guidato da tre docenti del dipartimento e da neolaureati in qualità di “tutors”, vede vari momenti; in primo luogo quello consultivo con gli abitanti delle aree che vengono selezionate per lo svolgimento del processo sperimentale. I ragazzi sono guidati nel loro percorso anche dalla committenza locale. Le ambizioni Gli scopi di questo particolare approccio, sono di tipo didattico, ma hanno anche ricadute effettive sulla città. Per i ragazzi, questo significa condurre un progetto, seppure di piccole dimensioni, nella sua totalità, dall’atto creativo a quello realizzativo, processo che comprende anche il reperimento dei materiali e la costruzione dell’opera pensata. Significa peraltro avere esperienza

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diretta del tema della sostenibilità, in quanto i materiali utilizzati sono per la maggior parte di riciclo e scarto, con la realizzazione di piccole architetture praticamente a “costo zero”. Per la comunità, significa poter ottenere interventi di riqualificazione dei loro spazi che altrimenti non si verificherebbero e la possibilità di essere partecipi, almeno in parte, del processo progettuale e costruttivo. Non solo, ma la realizzazione dei progetti ed il loro iter diviene, anche per il “pubblico”, occasione per essere sensibilizzati alle tematiche della sostenibilità. Per l’Università, significa la possibilità di recuperare un contatto con il territorio e mostrare la sua valenza per la realtà cittadina, rimarcando quanto possa essere importante un dialogo ed una collaborazione tra questo mondo e le autorità locali, entrambe in un periodo molto critico per scarsità o quasi totale assenza di fondi. Inoltre un intervento di questo tipo comporta anche un altro principio importante, quello dell’importanza di non costruire niente che non possa essere smontato e rimosso, soprattutto in zone con caratteristiche paesaggistiche di pregio, dando la possibilità al luogo in cui si è verificato l’intervento, di assumere nuovamente le sue connotazioni

attività di autocostruzione per la realizzazione di un tratto di passegiata a Vesima fonte: www.arch.unige.it

naturali nell’eventualità che questo fosse richiesto.

particolare del tratto di passeggiata realizzata a Vesima fonte: www.arch.unige.it

grazie alla presenza di zone d’ombra di sosta, dove sedere e contemplare il paesaggio.

Il progetto realizzato nel 2012 Nello specifico, l’azione del laboratorio conclusasi nel Dicembre 2012, con l’inaugurazione nella Fondazione Renzo Piano a Punta Nave, ha avuto l’obiettivo di riqualificare un tratto di passeggiata a Vesima. Il progetto viene commissionato dal Municipio VII Ponente e si svolge in quattro fasi principali che prevedono in primo istanza, dopo la visita e l’incontro sul luogo, la formulazione di un’idea e la creazione di modelli di studio in scala 1:1. In seguito i ragazzi si devono impegnare ed ingegnare nella ricerca di materiali, tavole in legno iroko, tutte recuperate da un tratto di pavimentazione smantellata del Porto Antico di Genova e nella loro successiva pulitura. Vengono poi costruite, in un laboratorio del Dipartimento, le sedute smontabili, con una struttura per l’ombreggiamento, che sono poi scomposte e ricomposte in loco, dove si costruisce anche la pavimentazione della passeggiata e vengono messe a dimora alcune piante. Così si raggiunge l’ambizioso obiettivo della realizzazione di una parte di passeggiata sul mare progettata e costruita da studenti, nella quale è possibile trovare ristoro anche 277


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6. Buone pratiche e casi studio

6. Una galleria per passeggiare. Albisola Superiore

LUOGO: Albisola Superiore (SV) ANNO DI REALIZZAZIONE: 2007-2011 COMMITTENTE: Comune di Albisola Superiore (SV)

I principi che muovono il progetto Il progetto rappresenta la riqualificazione di una galleria ferroviaria dismessa tra Albisola e Celle Ligure ed è ad opera dello studio di architettura 3sstudio. Questa, è stata trasformata in una vera e propria passeggiata urbana, che ha permesso di mantenere e rafforzare l’identità del luogo che, rimasto in stato di semi-abbandono per un periodo prolungato, circa 40 anni, non è andata perduta. Dunque tra gli obiettivi riconosciamo quello del rispetto della natura dello spazio e del contesto in cui si trova ad agire, nonché la possibilità di restituire alla comunità un’area ricca di potenziale. Così, la logica seguita è quella di incentivare l’utilizzo della costa, facilitandone la fruibilità ed aumentando la sua accessibilità da parte dei pedoni, incrementando la continuità dei percorsi pedonali. Inoltre, l’intervento rincorre anche un criterio di sostenibilità, perpetuando interventi poco invasivi, che ricorrono all’uso di materiali a basso impatto ambientale, anche perché totalmente removibili e reversibili. I materiali utilizzati sono perlopiù legno e corten. Non solo, il progetto si concentra sull’aumento del verde pubblico e la riqualificazione degli elementi naturali esistenti, anche per incentivare lo sviluppo di un turismo

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vista dell’ingresso della galleria di Albisola fonte: www.domusweb.it

vista dell’interno della galleria di Albisola fonte: www.domusweb.it

vista dell’interno della galleria di Albisola fonte: www.domusweb.it

compatibile con la qualità ambientale del territorio. Anche riguardo ai costi è riconoscibile grande attenzione; in virtù del budjet limitato a disposizione delle autorità pubbliche, si è ragionato sul contenimento delle spese; senza rinunciare alla realizzazione di interventi complessi, anche per quanto riguarda opere strutturali nella zona a mare, e preferendo l’azione su una maggiore porzione di territorio, si sono privilegiati interventi di tipo virtuoso che sappiano innescare meccanismi positivi, con la minima spesa possibile.

percorsi e dall’ambiente riqualificato circostante e la riscoperta di un luogo inaccessibile come una galleria ferroviaria storica. I risultati raggiunti superano così ampiamente le aspettative, dimostrando una volta di più quanta importanza si celi nella cura dei luoghi per il raggiungimento del loro successo.

ed addizione di pannelli che scopre, a tratti, la struttura principale e quella secondaria del medesimo materiale, e la roccia a cui si sovrappone. Infine anche l’illuminazione è pensata con estrema eleganza, con l’inserimento delle luci nelle intercapedini che rivelano un effetto scenografico davvero suggestivo. In alcuni tratti, dove i mattoni di cui è composta la galleria storica, sono più deteriorati, si provvede a consolidare e ricucire tramite l’acciaio, mentre dove questi sono risultati integri si compie solo un’approfondita pulizia con idrosabbiatrici e vernici antimuffa consolidanti. La passeggiata è invece progettata seguendo il tracciato storico della ferrovia e rendendolo riconoscibile grazie all’utilizzo del medesimo materiale, una pavimentazione costante lungo tutta la sezione dei binari. La passerella a sbalzo, posizionata nel tratto a levante all’uscita della galleria, arriva a toccare il promontorio ed ha come struttura principale una coppia di travi in legno di larice lamellare.

I materiali I materiali, che abbiamo detto essere cor-ten e legno,appaiono materiali semplici, ma nascondono una complessità progettuale riconoscibile nella composizione e distribuzione degli spazi ed ovviamente nella loro fruibilità. Questi materiali sono magistralmente utilizzati, in un’accoppiata vincente che porta ad un risultato estetico, ma anche funzionale di estrema ricercatezza e raffinatezza. Il pregio di questo progetto è riconoscibile immediatamente, tanto da divenire motore economico della zona, poiché incrementa il turismo, grazie all’attrattività rappresentata dai nuovi spazi e

Le opere realizzate: aspetto e funzioni Durante il percorso riqualificato sono stati infatti pensati e realizzati luoghi di sosta e contemplazione, una passerella a sbalzo sul mare, in cor-ten e legno ed ovviamente il totale ed impeccabile recupero della galleria ferroviaria che assume la funzione di incubatore dell’espressione artistica, assumendo oltre alla funzione di passeggiata, quella di espositore di mostre d’arte. All’interno della galleria è utilizzato in alcune sue parti acciao sagomato e lamiera in cor-ten di rivestimento, per consentire la formazione di un’intercapedine che permetta il drenaggio dove è presente la roccia. Anche qui, l’intuizione è perfetta, in quanto non solo la galleria non è interamente rivestita, ma mantiene alcune parti visibili, conservandone l’immagine originale, inoltre nel rivestimento si crea un gioco straordinario di sottrazione

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6. Buone pratiche e casi studio

7. Autorecupero Bologna

LUOGO: Bologna ANNO DI REALIZZAZIONE: 2011-in corso GESTIONE: ATS (associazione temporanea di scopo) PROMOTORI: Comune di Bologna, Associazione Xenia, Consorzio abn – a &b network sociale e Cooperativa Sociale ABCittà

Breve storia dell’Autorecupero a Bologna Nel 2010 il comune di Bologna ha approvato l’assegnazione di alcuni edifici, inserendoli in un programma di ristrutturazione chiamato “Autorecupero”. Si tratta di un processo edilizio che consente a qualsiasi cittadino di costruirsi una casa, attraverso la ristrutturazione in questo contesto di edifici esistenti e di appartenenza del Comune di Bologna, assieme ad altre persone che hanno il medesimo bisogno ed obiettivo. Questo tipo di recupero viene definito come un processo associato in quando prevede la costituzione di una cooperativa edilizia, che si determina quale soggetto giuridico di riferimento nei rapporti tra la pubblica amministrazione e l’ATS, da parte dei diretti beneficiari del progetto e perché stimola le capacità di collaborazione durante il lavoro che viene necessariamente svolto in gruppo, nonché fiducia e abilità di cooperazione. Perché la cooperativa? Tra le forme associative, è quella che offre enormi vantaggi per un gruppo variegato di persone che presentano la necessità di unirsi per il raggiungimento del medesimo obiettivo. Infatti, essa é “tutelata dalla costituzione, porta il valore della mutualità, è cioè senza fini di lucro, permette una struttura legale elastica, che consente variazioni agevoli, dal numero dei soci al 280

locandina informativa del progetto di Autorecupero a Bologna fonte: www.autorecupero.org

locandina informativa del progetto di Autorecupero a Bologna fonte: www.autorecupero.org

partecipazione all’attività di autocostruzione fonte: www.autorecupero.org

capitale, il voto è per persona e non per quote capitali e governa la maggioranza.” (http://www.autorecupero. org)Inoltre, è detentrice di facilitazioni che riguardano i finanziamenti e le agevolazioni fiscali e tributarie. E’ regolata da uno statuto che ne specifica le regole. Si tratta di determinare, attraverso un atto pubblico che ne consente la costituzione, i requisiti che devono possedere i soci e quali responsabilità corrispondono a ciascuno; stabilire le regole per il recesso, l’esclusione, il subentro, i modi ed i tempi di lavoro del socio e di convocazione delle assemblee, la tipologia di versamento della quota associativa e l’importo; la metodologia per l’assegnazione degli alloggi.

solo quando ogni abitazione sarà ultimata, in maniera del tutto democratica, tramite sorteggio. Possiamo riassumere il principio che muove questa tipologia di approccio come “condividere un impegno per un obiettivo comune”, nella previsione di rafforzamento di quelle relazioni che potrebbero rappresentare il punto di partenza per la creazione di un’unita comunità di vicinato. Ogni partecipante, singolarmente o in gruppo dovrà, prima dell’apertura del cantiere, seguire un percorso di formazione, finalizzato all’acquisizione delle competenze necessarie. Gli immobili preposti per la trasformazione sono diffusi nel territorio comunale, dunque ciascun intervento è caratterizzato da uno specifico progetto. Allo scopo di gestire queste differenze e l’intero processo, il comune di Bologna ha creato un ATS (Associazione temporanea di scopo), con il compito di seguire ed accompagnare l’intera fase progettuale, oltre che di realizzazione e consegna definitiva degli alloggi ai nuovi proprietari e di diffusione di materiali promozionali e di documentazione dell’intervento. Come abbiamo visto, l’eccezionalità del progetto consiste nel suo momento realizzativo e nella metodologia di assegnazione degli alloggi, che implica la partecipazione dei futuri abitanti alla fase di costruzione cantieristica e che può essere quantificata in sedici ore settimanali ed un impegno economico pari ai costi di costruzione.

I contratti I nuovi inquilini, selezionati in base agli indicatori economici ISE e ISEE, diventeranno titolari del diritto di superficie per un periodo di 99 anni, al termine dei quali la proprietà sarà nuovamente del Comune di Bologna. Il diritto di superficie, che viene equiparato in quanto ad utilizzo al diritto di proprietà, permette a chi ne è beneficiario di disporre pienamente e senza vincoli dell’immobile. Questo permette tra l’altro di accedere al mutuo ipotecario e al preammortamento e consente l’eventuale vendita dell’alloggio come se fosse di proprietà, con vincoli e condizioni definite però dal contratto stipulato. Nella fase finale, si procede all’assegnazione degli alloggi, fase che può risultare critica, nonostante questi vengano attribuiti tramite sorteggio. Anche qui risulterà fondamentale la presenza e il lavoro dell’ATS. Assegnate le unità immobiliari, bisogna determinarne il valore di costo ed accompagnare i futuri inquilini nella stipulazione del contratto di concessione di cui abbiamo parlato, oltre che allo scioglimento della cooperativa formatasi con il solo scopo di realizzare i vari progetti. Dopo avere effettuato i collaudi e verificato il rispetto delle norme edilizie, l’ATS termina la sua funzione amministrativa di gestione economica ed emette dunque il certificato di conformità.

L’organizzazione del processo La cooperativa descritta viene affiancata e sostenuta durante il corso del recupero da un ente gestore che avrà l’indispensabile compito di fornire le conoscenze tecniche e sperimentali, nonché amministrative e sociali, e che deve garantire il rispetto dei costi e dei tempi di realizzazione stabiliti. L’organizzazione prevede di suddividere i cittadini in squadre operative che dovranno partecipare ad ogni fase del processo edilizio; ciascuno nucleo familiare dovrà infatti lavorare su tutti i cantieri che verranno attivati fino al termine della ristrutturazione, in quanto l’assegnazione di ogni singolo alloggio avrà luogo

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6. Buone pratiche e casi studio

8. Mercato del Carmine

LUOGO: Genova ANNO DI REALIZZAZIONE: 2010-2013 GESTIONE: Consorzio Buono Pulito Giusto (BPG) PROMOTORI: Comune di Genova, Consorzio Mercato Carmine, Regione Liguria

Storia recente di un mercato storico Il restauro del mercato del Carmine, avvenuto per opera del Comune di Genova, termina nel 2010, anno in cui lo stesso Comune indice un bando per la selezione di un consorzio a cui affidare la realizzazione delle strutture interne e la stessa gestione del mercato. Il vincitore del bando, il consorzio “Mercato del Mediterraneo”, dopo la sottoscrizione di una convenzione per la gestione, si ritira, incapace di rispettare gli impegni presi, a causa della recessione economica. Viene dunque indetto nel 2012 un ulteriore bando, vinto questa volta dal consorzio “Mercato Carmine”, che unisce differenti soggetti privati. Tale consorzio prende infatti vita dall’unione di imprenditori, tra i quali il noto genovese Bacci Costa, che conduce la società capofila del Consorzio, la BPG Solutions, acronimo di Buono Pulito Giusto. La gestione Lo spazio viene affidato per 10 anni ed i riscontri di questo modello gestionale sembrano essere particolarmente positivi a qualche mese dalla sua inaugurazione. Secondo questo modello l’investimento, che è inizialmente sostenuto dai privati, viene ammortizzato e recuperato 282

il mercato del Carmine prima della realizzazione del progetto di recupero fonte: www.genova.erasuperba.it

il mercato del Carmine oggi fonte: www.genovatoday.it

cena comunitaria al mercato del Carmine fonte: www.santegidio.org

progressivamente attraverso lo scomputo dei canoni. Questa logica sinergica tra pubblico e privato, appare davvero in grado di stimolare l’economia locale, in un periodo in cui il trend economico negativo raramente fa sperare in virtuosismi.

tipo sostenibile, così che si cerca di ridurre al massimo gli sprechi, con espedienti quali l’asta di fine giornata per i prodotti rimasti o il loro utilizzo serale all’interno della zona ristorazione. Altro principio fondamentale è quello della qualità e del gusto, dunque di una ristorazione genuina, che richiama al sapore autentico, anche nella sponsorizzazione di cibo “povero”, di ricette tradizionali, attraverso il coinvolgimento del pubblico nella storia locale dei prodotti e della loro lavorazione. Questo viene incentivato oltretutto dalle attività che sono organizzate dallo stesso mercato, che si configura come molto di più che un mercato, come zona vitale e capaci di promuovere la cultura e la socializzazione, oltre alla conoscenza del territorio.

avvalendosi della collaborazione fondamentale e preziosa di associazioni e realtà molto presenti sul territorio che condividono le medesime finalità. Ad affiancare tutto questo molti servizi pensati per la popolazione e per la ristorazione genovese, quali le aste serali già menzionate, la possibilità di effettuare la spesa on-line, le ecoconsegne, il rifornimento quotidiano di bar e ristoranti che si iscrivono alla rete del Mercato del Carmine. Inoltre eventi di natura attinente scandiscono, più salturiamente, le attività quotidiane descritte.Interessante è anche parlare di coloro che si sono occupati della riqualificazione degli spazi interni; la struttura è infatti ripensata dai giovani architetti del già citato “Gruppo Informale”, che hanno caro il tema dell’ecosostenibilità, del risparmio e dell’artigianato. Si sono serviti anch’essi di prodotti locali, ardesia e vimini ed hanno avuto cura di generare il minor scarto possibile e di riutilizzare, quando questo era fattibile.

La filosofia del Mercato La filosofia che sorregge questo intervento è quella di riportare il mercato nella piazza, ridefinendo questo luogo come un centro di aggregazione cittadina forte e di rendere possibile tutto ciò attraverso la qualificazione e valorizzazione del territorio. Il modello sul quale è improntato risulta infatti quello della “filiera corta”, il cosiddetto km0, che permette di eliminare i passaggi speculativi della distribuzione e commercializzazione, abbattendo i costi del trasporto, oltre che l’impatto ambientale da essi derivato; dunque solo prodotti di origine locale, freschi e rigorosamente di stagione. La merce deve provenire direttamente dai produttori e le deve essere attribuito il giusto prezzo, per rispettare richieste congrue al mercato, così come la totale tracciabilità e la possibilità di controllo diretto da parte del consumatore. La visione che guida l’intervento è di

I laboratori Vengono organizzati laboratori indirizzati a bimbi, adulti ed alle scuole, dedicati principalmente all’educazione alimentare, al consumo sostenibile, all’importanza della stagionalità dei prodotti ed accompagnati da attività più ludiche, ma sempre educative, inerenti al cibo certo, ma anche all’arte, alla cultura, alla creatività. Questa esperienza ha dunque coinvolto anche il terzo settore,

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6. Buone pratiche e casi studio

9. Progetto “Valore Paese - DIMORE”

ANNO DI REALIZZAZIONE: 2013-2020 PROMOTORI: Agenzia del Demanio, Invitalia ed ANCI-FPC Fondazione Patrimonio Comune AMBITI DI INTERVENTO: valorizzazione e promozione del patrimonio culturale e del turismo, sviluppo economico e coesione territoriale

I promotori “Valore Paese – DIMORE” è un progetto che nasce con l’obiettivo di rafforzare l’offerta culturale e la competitività del Paese, in una logica di turismo sostenibile, attraverso la valorizzazione del ricchissimo patrimonio storico del nostro paese, con l’intento di rafforzare l’integrazione tra turismo, arte e cultura, nonché sviluppo economico e coesione territoriale. Il progetto è promosso dall’Agenzia del Demanio, Invitalia e ANCI- Fondazione Patrimonio Comune, con il coinvolgimento e la partecipazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, del Ministero per la Coesione Territoriale, del Ministero dello Sviluppo Economico, del Dipartimento per gli Affari Regionali, il Turismo e lo Sport e la collaborazione di altri soggetti pubblici e privati interessati all’iniziativa. Le finalità: il network La finalità concreta è quella della realizzazione di un network di strutture ricettive che possono essere create in edifici di enorme valore storico-artistico che si trovano in luoghi di particolare pregio ambientale e paesistico, per esaltare l’eccellenza italiana e potenziare lo sviluppo dei territori.Dunque, si pensa ad un recupero del patrimonio pubblico, ad oggi spesso sottosfruttato o addirittura 284

fonte: www.fondazioneuniverde.it

fonte: www.invitalia.it

fonte: www.agenziademanio.it

abbandonato, incentivando la collaborazione tra pubblico e privato, per permettere la valorizzazione e la tutela di beni che ad oggi vengono spesso erroneamente percepiti solo come costi e non come potenzialità per promuovere lo sviluppo di nuove economie che puntano sulla specificità territoriale e la sostenibilità della trasformazione.

locali, quali l’artigianato, l’enogastronomia, la vendita di prodotti tipici. Questo brand distingue il network che vede l’obiettivo di creare una trama di luoghi, servizi ed attività, motori di una rinascita del nostro territorio e delle potenzialità ad esso intrinseche. Il Brand rappresenta un marchio che raccolga le differenti formule e ne divenga un simbolo di tutela e sviluppo. Alle situazioni che faranno parte di questo brand dovranno essere riconosciuti standard di qualità certificati e sottoposti a controllo. Il marchio rappresenta un elemento fondamentale in una strategia di promozione, in quanto rende immediatamente riconoscibile l’appartenenza ad un’esperienza che rappresenta i valori positivi espressi e garantisce affidabilità e qualità alle offerte che vengono proposte dalle realtà che vi prendono parte e dunque una maggiore efficacia della comunicazione e veicolazione degli ideali proposti.

realtà coinvolta concorre, nel panorama del proprio territorio, a condividere un patrimonio architettonico unico, complesso e diversificato, espressione diretta non solo del vissuto storico, ma anche delle sue attuali potenzialità di sviluppo.”(Invitalia, “Valore Paese Dimore”, dossier Dicembre 2013, pag. 10)Tali architetture vengono riqualificate in virtù di una loro valorizzazione intrinseca dell’organismo, ma anche funzionale, inserendo un’attività che lo restituisca al tessuto urbano e collettivo. L’iniziativa mira al recupero di patrimonio ed alla creazione di servizi di qualità, inseriti all’interno di “circuiti” che siano capaci di creare connessioni nel paese e consentano di riscoprire l’immenso patrimonio di cui l’Italia dispone, incentivando le visite che conducono da un angolo all’altro dell’Italia, incontrando lungo questo percorso luoghi spesso sconosciuti ed affascinanti. Sedi privilegiate saranno ovviamente strutture pregevoli, ad oggi in stato di dismissione, patrimonio ineguagliabile, dotato di una ricchezza tipologica, morfologica e paesistica unica.

Il metodo: il Brand L’elemento che caratterizza questa rete ricettiva è la creazione di un vero e proprio brand, concepito seguendo standard predefiniti che consente un approccio sistemico a scala nazionale che mira alla cooperazione tra territori ed istituzioni, nonché ad annullare le disparità. La creazione di tale rete consente di avere obiettivi condivisi che possono favorire questo percorso comune di recupero del patrimonio territoriale. In essa non si immaginano solo soluzioni strettamente connesse all’ambito di ricezione alberghiera, ma anche attività di ristorazione, la degustazione di prodotti tipici e locali, oltre a servizi di più ampio respiro nel campo del teatro, della moda, dello spettacolo, dell’organizzazione di eventi. Si pensa alla creazione di spazi espositivi, sale convegni, musei, spazi dedicati al culto ed alla formazione, oppure altri con declinazioni maggiormente connesse ad esperienze

Il progetto Il progetto è declinato per regioni e sistemi locali e viene prevista e favorita la cooperazione interstituzionale. “Le architetture di pregio che possono rientrare nella rete ed avere l’esclusività del marchio, sono dislocate a livello nazionale e possono essere di proprietà dello Stato, degli Enti Territoriali ed, in prospettiva, di soggetti privati. Ogni

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6. Buone pratiche e casi studio

10. Il Giardino dell’Erba Voglio

LUOGO: Genova PROMOTORI: Cittadini del quartiere di San Teodoro GESTIONE: Ass. “Il giardino dell’erba voglio” e volontari

Una storia di lotta di quartiere A San Teodoro un ex “discarica abusiva” si è trasformata in giardino, uno spazio ludico ed educativo dove è possibile stare all’aria aperta godendo della bellezza dello spazio, ma anche apprendere attraverso attività e laboratori. Questo luogo urbano, destinato inizialmente a divenire di pubblico servizio, viene totalmente abbandonato a se stesso e progressivamente usato come discarica, ma dove ugualmente giocano i bambini. Genova, stretta tra il mare ed i monti offre poche aree aperte così, nonostante il suo stato, viene utilizzato anche come spazio di gioco. Tutto ha inizio negli anni ‘70, quando Agostino Barletta, arrivato a Genova da bambino e divenuto uno psicopedagogista, comincia ad interessarsi e a partecipare ai primi movimenti ecologisti, quali WWF e Lipu. Inizia così l’avventura del quartiere, con un uomo che riesce a coinvolgere in questa battaglia altri abitanti della zona ed assieme a costruire, non senza difficoltà, il meraviglioso giardino che oggi sostituisce un luogo di degrado, che ha inoltre sventato il rischio di trasformarsi in parcheggio. Il piano regolatore di quegli anni, infatti, visto lo stato del luogo, approva proprio un parcheggio coperto multipiano. I cittadini non lasciano nulla di intentato ed al termine di una protesta che vede la raccolta di 6000 firme, ottenute tra gli abitanti, l’idea malsana dello spazio per posteggi è abbandonata, sostituita dalla ferma volontà 286

sito dell’attuale Giardino dell’Erba Voglio prima dell’intervento della cittadinanza fonte: www.ilgiardinodellerbavoglio.it

i cittadini manifestano richiedendo più aree verdi fonte: www.ilgiardinodellerbavoglio.it

laboratori con i bimbi nel Giardino dell’Erba Voglio fonte: www.ilgiardinodellerbavoglio.it

dei cittadini di partecipare alla costruzione di qualcosa di bello e necessario al tempo libero degli abitanti. Così, i “guerrilla gardener” genovesi, (combattenti del verde urbano) ben poco sostenuti dal Comune, che alla fine però cede alle insistenze e fornisce loro gli attrezzi necessari, cominciano i lavori di risistemazione e recupero dell’area. Si tratta di un processo molto lungo, che richiede l’approvazione Comunale che tarda ad arrivare e, quando finalmente viene ottenuta, il materiale giunge a singhiozzo, determinando un avanzamento lento del progetto e varie tensioni tra amministrazione e cittadini. Al loro termine, nel 1996, ottenuti alcuni giochi per bambini, si rende necessario trovare piante per le aiuole; alcune vengono offerte dal Comune, altre sono raccolte da luoghi di crescita spontanea, come campi e boschi e ad altre ancora sono donate da nonni e genitori che vogliono partecipare a rendere quest’area il più godibile possibile. Conclusisi i lavori e la sistemazione del giardino si giunge finalmente alla consegna formale della chiavi del cantiere e quindi all’imminente apertura al pubblico, a cui il Comune dovrebbe provvedere. Ma questo non avviene nei giorni seguenti e neppure nei mesi che si susseguono. Ai cittadini viene perciò vietato l’utilizzo di un spazio preziosissimo ed ottenuto con ammirevoli e dispendiosi sforzi. Una volta di più si ribellano a questa situazione. Poiché il rischio è di vanificare una battaglia

combattuta con tanto ardore per la conquista di un naturale diritto, uno spazio verde dove poter portare i bambini e dove poter restare all’aria aperta, si decide la costituzione di una vera e propria associazione che si assuma la gestione dell’area.

di glicine ed addirittura macchina del caffè e frigorifero. Ad occuparsi del giardino solo volontari, fondatori o iscritti all’Associazione “Il Giardino dell’Erba Voglio”, che permettono l’accesso al giardino 365 giorni all’anno con attività quotidiane quali l’apertura e la chiusura secondo i tipici orari dei giardini pubblici, la sorveglianza dell’area, la sua cura e manutenzione. Si rileva che la frequentazione di tale giardino è di almeno 120 persone al giorno, che i bambini sono tantissimi e che le piante regalate da persone o acquistate dal giardino per finanziare la attività che si svolgono al suo interno sono numerosissime. Attraverso la semplice perlustrazione e l’attenzione nei confronti della natura, si generano progressivamente le successive attività dell’”Erba Voglio”, tra cui visite guidate delle scolaresche,organizzazione di giochi tradizionali all’aperto,grandi feste di compleanno e tanto altro. Inoltre vi sono attività e laboratori di tipo informativo-educativo, che non solo valorizzano l’area, ma permettono a chi è interessato di conoscerne i segreti e sono rivolte sia agli alunni delle scuole che partecipano a vari progetti, sia a tutti gli ospiti del giardino che desiderino prendervi parte. L’esperienza, pare particolarmente significativa poiché dimostra che l’unione e la partecipazione della comunità possono ottenere risultati straordinari, che spesso si credono impossibili.

L’associazione Così, si costituisce l’associazione “I Giardini dell’Erba Voglio”, formata da alcuni cittadini del quartiere, che aderisce all’ARCI e si provvede velocemente alla sua regolare registrazione all’Intendenza di Finanza. Grazie alla sua formazione si avvia una trattativa di mediazione con il Comune, aiutata anche dal sostegno della struttura territoriale della Circoscrizione. Dunque tra il Settembre 1996 e l’inizio dell’estate 1997, si sviluppa una proposta di Convenzione per la gestione dell’area da parte della stessa Associazione, che viene accettata e poi firmata. Il Giardino oggi e le sue attività Ad oggi il giardino, con vista incantevole sul mare ed il porto, dell’estensione di circa mille e duecento mq, conta la presenza di circa 200 specie di piante, ripari per uccellini e pipistrelli ed un piccolo stagno che riproduce un microambiente di torrente. E ancora giochi per i bimbi ed una grande sabbiera particolarmente apprezzata. Tavolini, panche, un piccolo prato, un campo da bocce, pergolati

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6. Buone pratiche e casi studio

11. La pallet house

LUOGO: concorso “Gau:di Sustainable Architecture Competition” (ovunque) ANNO DI REALIZZAZIONE: 2008 ESECUTORI: Gregor Pils e Andreas Claus Schnetzer

Il pallett, o bancale è quella sorta di pedana costituita da assi di legno che generalmente viene utilizzata per il trasporto merci. Ma è anche un materiale versatile, che negli anni sta divenendo la frontiera del design e dell’architettura, in quanto si mostra come un materiale totalmente ecologico (I bancali vengono spesso bruciati dopo il loro utilizzo perchè il procedimento è meno costoso di quanto non sia quello dell’accatastamento e restituzione al fornitore), naturale (legno) e perfettamente riciclabile. Un materiale all’avangurdia sotto il profilo energetico che permettere di spaziare dalla realizzazione di strutture provvisorie, a vere e proprie abitazioni permanenti. É così che i due giovani architetti austriaci Gregor Pils e Andreas Claus Schnetzer progettano nel 2008, nell’ambito del concorso “Gau:di Sustainable Architecture Competition”, la “Pallettenhouse”, progetto vincitore per la sua realizzazione pratica, l’utilizzo di materiali a costo molto limitato e per il risparmio energetico. La costruzione prefabbricata, consente un impatto ambientale praticamente nullo. La sua superficie, di 60 mq è costituita da pareti, pavimenti e copertura interamente realizzati con 800 palletts riciclati, opportunamente

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Pallet House, esterni fonte: www.openbuildings.com

Pallet House, interni fonte: www.studiotjoa.com

trattati, del costo di 8 € l’uno, e consente, grazie ad una buona coibentazione e ad un appropriato sistema di ventilazione, un dispendio energetico irrisorio, pari a 24 kWh/mq annui. L’isolamento termico avviene grazie all’inserimento di materiale isolante tra uno strato e l’altro. Gli spazi vuoti vengono anche utilizzati per il passaggio degli impianti o per l’inserimento di pali di sostegno per aumentare la solidità della struttura. I vantaggi legati all’uso di questo materiale sono molteplici; è facilmente trasportabile ovunque, è poco costoso, ha una dimensione standardizzatapraticamente in ogni parte del globo, è sfruttabile in molti modi e soprattutto è un materiale di riciclo che consente ottime prestazioni per quanto riguarda l’efficacia energetica. La flessibilità del prodotto è data in particolare dal fatto che in base al luogo nel mondo in cui ci si trova e quindi alle conseguenti condizioni climatiche, è possibile utilizzare materiali isolanti differenti che offrono prestazioni diverse, coerenti con il contesto ambientale in cui ci si agisce. Per gli usi domestici, nella “Pallettenhouse” è previsto l’utilizzo di acqua piovana, raccolta tramite una gronda all’interno di una cisterna. Questa casa sembra essere la risposta a molte situazioni emergenziali diffuse sul

pianeta, ma può anche divenire un sistema costruttivo apprezzato da cittadini che hanno una sensibilità ecologica accentuata. Il progetto è stato esposto alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2008.

Pallet House, interni fonte: www.pieffedesign.wordpress.com

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6. Buone pratiche e casi studio

12. Re-mida. Fabbrica del Riciclo

LUOGO: Cornigliano, Genova ANNO DI REALIZZAZIONE: 2008 PROMOTORI: OOPSSE, AMIU, Provincia di Genova, Comune di Genova, ARCI GESTIONE: COOPSSE e AMIU

Il centro del riciclaggio creativo Nel territorio genovese è presente una ricchezza di attività industriali ed artigianali che ovviamente produce rifiuti; come anche ciascuno di noi. Eppure, molti oggetti o scarti di materiali che siamo soliti chiamare rifiuti potrebbero, con fantasia e sensibilità verso il pianeta in cui viviamo, essere riutilizzati e fornire una risposta intelligente al problema pressante del loro smaltimento. Nasce così il progetto “ReMida”, il centro del riciclaggio creativo, un luogo in cui avviene la raccolta , l’esposizione e l’offerta di materiali alternativi, di recupero; rimanenze di scarti industriali e commerciali, enormi quantità di materiali che vengono gratuitamente distribuiti alle scuole, alle istituzioni, alle associazioni che li reinventano in nuove forme e funzioni. Il progetto Il progetto nasce a Reggio-Emilia nel 1996 per diffondersi poi in varie città italiane, europee e extraeuropee. Viene importato a Genova da COOPSSE, una cooperativa sociale che dal 1978 si occupa di bambini, ragazzi e famiglie in difficoltà, offrendo vari tipi di assistenza. In una logica più ampia, che abbraccia non solo l’interesse

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locandina di un’attività del progetto ReMida fonte: www.caratteridiversi.org

Fabbrica del riciclo di Cornigliano, interni fonte: www.cittadigenova.com

ed il benessere individuale, ma anche quello collettivo, la cooperativa decide di investire anche nell’ambiente e nel suo miglioramento. Il progetto non è solo un’esperienza didattica, è molto di più; è uno stile di vita, un modo nuovo di pensare, una diversa tipologia produttiva che consente un approccio sostenibile attraverso il riuso ed il riciclo dei materiali. Tramite questo progetto, non solo è promossa la creatività ed una cultura pedagogica ed educativa, mettendo a disposizione un servizio per i bimbi e gli adolescenti, ma anche una sensibilità civica, una consapevolezza della necessità di diminuire notevolmente lo spreco. L’idea è quella che i rifiuti rappresentino risorse e non... rifiuti. Così, il centro mette a disposizione qualsiasi materiale di scarto (ma ormai possiamo definirlo di recupero) prodotto dalle aziende genovesi e liguri come carta e derivati, metalli, legni, cuoio e pellami, stoffe, lane, bottoni, pellicole, compact disk e tanto altro. Questo progetto culturale abbraccia una logica ampia di sensibilizzazione verso i preziosi temi del rispetto dell’oggetto, dell’ambiente, dell’uomo. Attraverso percorsi educativi condotti anche da coloro che collaborano con questa iniziativa, si pensa ad una nuova

idea di comunicazione, ma soprattutto a stimolare l’immaginazione e la capacità produttiva dei più piccoli, i cittadini di domani, oltre che della popolazione tutta. La sede La sede del Centro ReMida si trova nella “Fabbrica del Riciclo” di AMIU a Cornigliano. Nel nostro lavoro crediamo meriti un piccolo approfondimento anche l’altrettanto valevole iniziativa appena citata. La “Fabbrica del Riciclo” è una proposta sponsorizzata da AMIU, nell’ambito dello sviluppo della raccolta differenziata. Viene creata nel 2007 un’area in cui si opera il restauro ed il recupero di oggetti che provengono da tutta la città. Il mobilio che non trova più una sua collocazione nelle case genovesi, viene raccolto dal servizio di AMIU e qui risistemato, per poi essere offerto ad un prezzo simbolico a chi ne avesse bisogno. Il ricavato viene inoltre utilizzato per finanziare un progetto dell’UNICEF. La Fabbrica è aperta anche a scopi educativi, per visite guidate alle scuole. Infine, da questo progetto è nata un’altra esperienza benefica e costruttiva, “Il Girasole – Creazioni al fresco”, logo creato da donne detenute a Genova che nell’ambito di laboratori confezionano prodotti ed accessori, creati con materiali di scarto.

liceo economico Gobetti in visita alla Fabbrica del Riciclo fonte: www.gobetti.it

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7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

7/a. Cantiere Aperto “A incontrasi e scontrarsi non sono culture ma persone” (Marco Aime)

7. COINVOLGIMENTO. STRATEGIA DI GESTIONE SOSTENIBILE 292

riappropriazione temporanea del giardino di villa “La Fortezza”

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7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

Legenda

LEGENDA

planimetria scala 1:10.000 sistema incubatori sociali luoghi “deboli” totem informativo zona portuale

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planimetria degli interventi temporanei

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7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

LA FASE TEMPORANEA

La fase temporanea CONSOLIDAMENTO

SITUAZIONE ATTUALE FASE TEMPORANEA

NUOVA FUNZIONE

La costruzione della città segue una logica complessa e piuttosto gerarchizzata, nella quale gli utilizzatori sono spesso esclusi dal processo decisionale. Il lavoro di coloro che si occupano di riqualificazione urbana viene celato e così facendo si amplifica la distanza tra i tecnici e le amministrazioni che scelgono ed i cittadini che passivamente attendono. Di fronte a questa situazione, che sembra assumere ormai un carattere emergenziale, progressivamente si stanno diffondendo inediti modi di rigenerazione, legati a forme partecipative cittadine. Si considera che un cittadino “non specialista” possa

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essere in grado, attraverso la condivisione di visioni ed intenti, di superare la percezione personale e lo specifico interesse individuale riguardo al suo intorno e partecipare all’elaborazione di un progetto collettivo. Allo stesso modo di un professionista, l’utilizzatore, forte delle sue consapevolezze derivanti dall’uso quotidiano degli spazi, diviene un “cooperatore ancestrale” al risanamento del suo quadro di vita.

Il riuso e i suoi tempi

Gli edifici e gli spazi abbandonati di cui abbiamo fino ad ora parlato, classificabili in “edifici speciali” (con dimensioni e caratteristiche spaziali e funzionali peculiari), “ex appartamenti ed ex uffici”, “spazi per il commercio” e “spazi aperti” (che comprendono aree interstiziali come grandi luoghi dismessi), presentano tutti la caratteristica di essere in attesa che qualcosa possa ricominciare ad avvenire al loro interno. Questa situazione, che denomineremo “tempo morto”, rispetto alle possibilità ed al momento di rinascita di cui sono in attesa, crea l’opportunità per quegli spazi di essere utilizzati con una logica di

temporaneità, ossia attraverso l’inserimento di funzioni che probabilmente non hanno connessioni con il ruolo svolto precedentemente da quel luogo e forse neppure con quello che assumeranno successivamente, una volta rivitalizzati. Questa condizione è una realtà diffusa, probabilmente causata dall’incapacità degli strumenti tradizionali di riqualificazione urbana di rispondere adeguatamente alle necessità di cambiamento, non riuscendo a convertire in tempi rapidi il potenziale intrinseco ad ogni zona a causa di innumerevoli motivazioni, tra cui i costi troppo onerosi e le sovvenzioni

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mancanti, le regole inerenti agli investimenti poco chiare, l’approvazione di progetti troppo lenta e altri ancora. Si propone dunque di inserire proprio all’interno di questi “vuoti temporali” le opere temporanee di cui abbiamo fino ad ora parlato, che possono essere suddivise, in quanto a tipologie di esperienze, in differenti categorie, derivanti dal tempo che si decide di dedicare ad un dato intervento. Così, abbiamo eventi che possono durare per un periodo molto breve, anche solo qualche giorno, quali mercatini, fiere, piccoli laboratori; altri che si svolgono in un intervallo di qualche mese, come esposizioni e workshop. Ma se pensiamo all’utilizzo di questo luogo per un tempo ancora più prolungato, arriviamo ad un utilizzo più strutturato, che può coinvolgere piccoli progetti imprenditoriali, start-up lavorative, associazionismo; per i progetti che implicano contratti di qualche anno con possibilità di rinnovo, si intendono invece attività lavorative più affermate, associazionismo, produzione di servizi. Vedremo qual è la tipologia contrattuale maggiormente consigliata per situazioni di questo tipo nel prossimo capitolo, che permetterà di formulare alcuni ragionamenti anche per quanto riguarda gli interventi che vogliamo proporre nel nostro piano di rigenerazione. Lavori a lungo termine e a breve termine Tematica altrettanto importante da affrontare è certamente quella della tempistica necessaria affinché questo processo possa avere luogo. Ovviamente esistono vari livelli di partecipazione e dunque di capacità immaginative e realizzative da parte della città, nonché tessuti di partenza sui quali si agisce quando si pensa a questi tipi di esperienza. Nel nostro caso, visti il costo economico quasi nullo che prevediamo per il reperimento dei materiali che pensiamo essere in gran parte di recupero, nonché l’intensa attività già presente sul territorio ed il tentativo già in atto di mettere a sistema queste forze cittadine, crediamo che il processo possa verificarsi in breve tempo, per quanto concerne i primi elementi di autocostruzione, per poi dilatarsi sui successivi interventi per i quali si necessita di finanziamenti o di accordi con realtà private, perciò di natura più complessa e dispendiosa. Pensiamo quindi che a breve termine, il cambiamento possa cominciare immediatamente, che sia interessante e di estremo valore che il “tempo 298

morto” dei progetti urbani più ampi venga investito dove la città vissuta quotidianamente è in pausa, mentre continua ad evolversi quella concepita nei grandi piani di risistemazione urbana, che richiedono spesso periodi troppo lunghi. Gli spazi pubblici più ampi, così come quelli interstiziali, possono essere apostrofati da trasformazioni temporanee che inneschino la metamorfosi della città. Contemporaneamente è necessario interrogarsi sui possibili metodi di reperimento fondi; è necessario immaginare una metodologia di finanziamento progressivo che consenta di giungere anche alla fasi progettuali successive, quelle che seguiranno i progetti temporanei ed andranno a consolidare le funzioni attivate in quella parte di città. Gradi di intervento Il riuso temporaneo richiede interventi di tipo differente per l’utilizzo degli spazi. Questi derivano dalle tipologie di aree sulle quali si sta lavorando, ma anche sul tipo di funzioni che si vogliono inserire in esse e conseguentemente dall’utilizzo che di queste si prevede. Per il recupero di questi spazi può essere dunque necessario mettere in sicurezza i locali, come semplicemente la loro pulizia, o la rimozioni di materiali superflui che si trovano al loro interno, oppure possono presentare la necessità di inserire alcune modifiche di supporto. Tutti questi cambiamenti, per chiarezza esplicativa, possono essere suddivisi in base al grado di intervento che richiedono e quindi essere classificati di conseguenza. “Grado 0. Inserimento di arredi interni/esterni ed allestimenti temporanei facilmente removibili. Utilizzo di materiali di recupero o completamente riciclabili. Grado 1. Fornitura di infrastrutture impiantistiche primarie (luce, elettricità, acqua). Inserimento di arredi interni /esterni e allestimenti temporanei facilmente removibili. Utilizzo di materiali di recupero o completamente riciclati. Grado 2. Installazione di strutture architettoniche leggere permanenti ma sempre indipendenti strutturalmente dall’edificio. Adeguamento dei servizi igienici, allacciamento alla rete fognaria. I fenomeni di riuso temporaneo avvengono in spazi dismessi che possano

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

essere costruiti o all’aperto.1”Dopo avere tracciato i caratteri principali degli interventi temporanei, affrontiamo una tematica fondamentale che deve essere stimolata affinché possa verificarsi l’intero processo, quella della mobilitazione.

La mobilitazione La mobilitazione necessita della creazione di condizioni favorevoli per la concertazione e per la partecipazione degli abitanti. L’elemento principe perché tutto ciò possa avvenire è rappresentato da un periodo di tempo piuttosto prolungato, durante il quale si provvede alla diffusione di informazioni; tutto questo può realizzarsi attraverso varie e differenti forme comunicative, quali mail, social network, lettere, riunioni. Si reputa infatti estremamente importante rendere partecipi le persone del luogo su cui si andrà ad agire e che verrà trasformato, avvisandole del percorso comunitario che si vuole tentare. Coinvolgere, significa anche fare comprendere quanto il parere di ciascuno sia fondamentale per rispondere sinceramente alle esigenze collettive. Così, qualsiasi sia il metodo comunicativo scelto e qualsiasi siano le iniziative che verranno proposte per interessare ed attirare gli abitanti, si tratti anche solo di un incontro informale, di una discussione sulle idee e i suggerimenti, di una mostra di foto e disegni, l’adesione della collettività e la creazione di una situazione conviviale, sono le condizioni per l’innesco di un processo partecipativo valevole. Non solo può essere condiviso il momento del confronto, delle riflessioni e della nascita delle idee e delle decisioni da assumere ma, come abbiamo detto, anche il momento di realizzazione materiale di ciò che si è immaginato. Ogni individuo è portatore di desideri, sogni, e caleidoscopiche competenze che rispondono a un bricolages di curiosità che non possono essere accantonate, ma piuttosto sfruttate per raggiungere gli obiettivi prefissati. Perché questo possa avvenire crediamo sia utile la formazione di un gruppo di lavoro, un cantiere aperto, in cui sia riconosciuto un responsabile capace di guidare la situazione. Questo cantiere aperto, per sua naturaconsentirà a ciascuno di prendervi parte per mettere in pratica le proprie capacità e la propria

energia in un contesto collaborativo e di cooperazione. Ovviamente non tutti possono improvvisarsi “capo cantiere”, ma è necessaria una competenza, oltre che tecnica, pedagogica, che permetta di gestire il rapporto amichevole e partecipativo delle persone da parte di chi si assume l’incarico di coordinamento delle operazioni di progetto. Dunque non solo capacità specialistiche per gli esperti, ma anche sociali, che sappiano creare un’atmosfera positiva e virtuosa, che consenta la materializzazione di quanto teorizzato fino ad ora. Come avvicinarsi agli abitanti? Il primo obiettivo da raggiungere è quello della raccolta di punti di vista, più o meno realistici, sul vissuto, il potenziale e le possibilità di miglioramento degli spazi pubblici a Sampierdarena. Per questo motivo è importante un primo approccio informale di avvicinamento agli abitanti, che può realizzarsi con l’”appostamento” in strada che permette facilmente di raccogliere informazioni riguardanti necessità, desideri, testimonianze ed idee dei passanti, che incuriositi si fermano a scoprire di che cosa si tratta. Essi sono i veri protagonisti e per questo sanno donare una visione intima ed affettiva del quartiere e quindi consentono di creare modelli utopici e mentali degli spazi in questione. Un’altra tipologia di azione consiste nel creare una sorta di “atelier aperto” nel quale invitare il massimo numero possibile di attori del quartiere per comprendere meglioquale funzione possa assumere quel luogo e quale ruolo possano giocare gli abitanti nella fabbricazione dello spazio. Potrebbe essere necessario tentare di creare una sorta di traccia che consenta di suddividere i ruoli possibili e prioritari per la riqualificazione degli spazi. Tra questi riconosciamo le risorse umane, le risorse tecniche, il ruolo potenziale che si riconosce al progetto, la temporaneità, le attività e gli avvenimenti, le reti sociali e i finanziamenti. Abbiamo visto come il tessuto associativo sia particolarmente attivo, ma poco incline alla collaborazione, nonostante il tentativo fatto con la creazione dell’annuale expo’ delle associazioni, esperienza che deve essere incrementata perché rappresenta la giusta direzione verso la quale rivolgersi per una positiva e collettiva mobilitazione di quartiere. Sono esattamente queste azioni di mobilitazione 299


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collettiva che permettono di donare il ruolo di motore dei cambiamenti alla popolazione, che vogliamo allineare al nostro processo strategico di riqualificazione urbana. I totem Nel quadro fino ad ora descritto la comunicazione ha il compito di aumentare la consapevolezza della comunità nei confronti del progetto, di stimolarne la partecipazione e di pubblicizzare gli eventi ai residenti e non. La comunicazione, che rappresenta un elemento fondamentale per la creazione di mobilitazione, rimane essenziale successivamente per richiamare persone a vivere i luoghi creati e permettere il raggiungimento del nostro obiettivo, quello della rivitalizzazione del quartiere e il suo divenire luogo di sosta e riferimento per la cittadinanza, oltre che un possibile itinerario turistico grazie alla presenza delle sue emergenze, dimostrando la bontà del progetto. A questo proposito abbiamo pensato di realizzare, in aggiunta ad una segnaletica diffusa sul territorio, che guida verso i differenti itinerari, alcuni “totem”, elementi facilmente riconoscibili, contenenti tutte le informazioni sull’intervento, che vengono posizionati nei luoghi strategici che abbiamo evidenziato. Il totem, del quale noi forniamo una rappresentazione ipotetica, ma che sarà poi realizzato durante i laboratori dagli stessi cittadini, conterrà uno spazio in cui viene raccontata brevemente l’intera iniziativa e vengono forniti i contatti per chi volesse ottenere maggiori informazioni, pannelli con le indicazioni ed un contenitore nel quale è possibile imbucare le proprie proposte, in maniera anonima o meno, che verranno vagliate dal gruppo decisionale e, se interessanti, portate all’attenzione dei cittadini durante gli incontri pubblici per dibattere assieme sulla questione e comprendere quale sia il parere e la volontà degli utenti. Per quanto riguarda le indicazioni, esse forniscono informazioni riguardo agli altri luoghi che possono essere raggiungibili e che presentano situazioni di recupero e rifunzionalizzione, come quelli meritevoli di visita; i tempi di percorrenza per raggiungerli, i tipi di percorsi che consentono di arrivare nelle varie parti del quartiere ed i mezzi utilizzabili, nonché indicazioni della dislocazione dei parcheggi scambiatori, le fermate dei mezzi pubblici e soprattutto la pubblicizzazione degli eventi o delle attività che vengono svolte nel quartiere. 300

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

eventi

luoghi

tempi di percorrenza contenitore per proposte

indicazioni

percorsi

ipotesi di totem informativo

Il gruppo decisionale Al fine di assicurare il dibattito democratico ed il principio di riqualificazione collettiva degli spazi pubblici descritto, ribadiamo quanto sia fondamentale la formazione di un’istanza decisionale condivisa. Questa necessità deve, a nostro avviso, assumere le forme di un gruppo decisionale e di pilotaggio misto. Esso dovrà essere capace di riunire allo stesso tempo i membri che classicamente partecipano a questi momenti concertativi, ma anche alcuni rappresentanti locali, quali membri di associazioni di

quartiere, direttori di strutture sociali o educative, abitanti. Il suo compito sarà quello di controllare e garantire l’eguale rappresentanza delle parti durante lo sviluppo del progetto, oltre che formulare consigli ed assumere le decisioni finali. La struttura e l’essenza composita di questo gruppo decisionale potrà essere studiata e decisa con l’insieme di persone che fanno parte del partenariato dello studio urbano e potrà ovviamente assumere forme differenti (collettivo informale, ambasciatore dei progetti, società, cooperativa, associazione).

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7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

La gestione del processo

LA GESTIONE DEL PROCESSO

FASE 1 Comune/Municipio

FASE 2

campagna informativa Università

FASE 3 Comune/Municipio

coinvolgimento delle scuole ?

fondi

organizzano

organizzano/partecipano

GRUPPO DECISIONALE

raccolta idee e proposte

invita

cerca

?

forniscono

elaborano GRUPPO DECISIONALE

formano

COLLABORATORI ESTERNI

coinvolgono

elaborano

partecipano progetto Comunità Associazioni

COLLABORATORI ESTERNI

coinvolgimento della comunità e realizzazione partecipata

tavoli di discussione

fase1 Riassumendo quanto detto, possiamo dividere questa iniziale fase gestionale del nostro intervento in tre fasi principali. La prima fase, come visibile nello schema, vede le Istituzioni (Comune, Municipio) e presumibilmente l’Università collaborare per l’attivazione dei tavoli di discussione. Assieme organizzano in prima istanza una campagna informativa sul territorio ed allo stesso tempo una raccolta di idee e proposte da parte della cittadinanza. Dopo questo primo momento informativo e riflessivo, organizzano i tavoli di discussione, ai quali sono invitati la comunità tutta, come singoli o come mondo associativo. In seguito agli incontri viene eletto il gruppo decisionale, un gruppo misto i quali membri sono costituiti da cittadini, terzo settore, istituzioni, privati, ognuno dei quali è un rappresentante delle istanze di un gruppo più ampio di soggetti. Se le riunioni, i laboratori e le attività sono aperti alla popolazione tutta, le decisioni finali devono essere prese da un gruppo più ristretto 302

strumentazione

materiali

di persone che se ne assume la responsabilità, senza dimenticare che si dimentichino del loro ruolo, quello di portatore degli interessi scaturiti collettivamente. Fase 2 Nella fase successiva, il gruppo decisionale cerca di trovare fondi e materiali per le attività e per i progetti che devono essere realizzati. Nello stesso tempo può decidere di invitare collaboratori esterni, tecnici di vario genere, che possono essere d’aiuto nella gestione del processo partecipato, come nell’elaborazione del progetto, che deve comunque generarsi dalle richieste ed esigenze della cittadinanza che partecipa apertamente agli incontri e viene costantemente informata di qualsiasi avanzamento del procedimento in corso. Fase 3 Nella terza fase, quella che definiamo ultima per questo tipo di approccio più temporaneo, abbiamo il gruppo

decisionale ed i collaboratori esterni che organizzano e coinvolgono le persone che già hanno partecipato alle riunioni, al momento di realizzazione concreta del progetto. Gli attrezzi e gli strumenti da lavoro vengono messi a disposizione dall’Amministrazione, come anche tutti i materiali che essa è riuscita a reperire. Ciò non esclude che le persone possano volontariamente portare la propria strumentazione ed i materiali che hanno recuperato, condividendoli con il resto della collettività; tale atteggiamento sarebbe anzi auspicabile. Stiamo trattando una trasformazione concreta di uno spazio pubblico. In casi come questi, dove si profila la possibilità di una materializzazione delle idee discusse con la popolazione e si ritiene possibile l’applicazione di quanto detto, l’Amministrazione può decidere di occuparsi, attraverso i suoi tecnici, del sostegno necessario alla popolazione oppure, come abbiamo accennato, di chiamare tecnici esterni. Sarebbe bello sfruttare queste opportunità per coinvolgere giovani,

tra cui neolaureati o studenti, che desiderano mettersi in gioco e provare a sperimentare quello che hanno studiato, realizzando qualcosa con l’aiuto della collettività, quindi in condizioni estremamente particolari e per questo maggiormente interessanti. I micro progetti possono essere una buona occasione di sperimentazione per i futuri professionisti della riqualificazione.

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7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

I MATERIALI DI RIUSO: ALCUNI ESEMPI

La scelta dei materiali. La scelta dei materiali deriva dalla nostra concezione di un intervento che avvenga secondo principi di sostenibilità. La decisione di questo tipo di elementi costruttivi è in armonia con le idee che stanno accompagnando il nostro ragionamento. La coerenza della scelta è rappresentata dall’utilizzo di materiali locali, reperibili sul territorio, così come di materiali di recupero e di scarto, nella logica del riciclo e del “fare con poco”, l’indispensabile. Preferiamo così materiali ed elementi accessibili e spontanei, che non sono stati costretti ad attraversare oceani per essere utilizzati. Pensiamo a materiali appartenenti al contesto e che in esso vi si adattino. In primo luogo, crediamo sia positivo proseguire sulla scia di altre esperienze che abbiamo citato, cercando di reperire materiali dalle vicine aree produttive dismesse o da edifici che devono essere riadattati, recuperandovi pavimenti, arredi, pneumatici, o strutture mobili che possono essere riconvertite ed utilizzate per gli scopi che si vogliono raggiungere. Dalle aree produttive è possibile reperire scarti di lavorazione. Dai distretti commerciali o dai cantieri è possibile reperire bancali, dal porto commerciale è ugualmente possibile reperire bancali o magari container, anch’essi sfruttabili in innumerevoli modi, tutti da pensare e progettare.. Alcuni possibili utilizzi sono esposti nei disegni a lato; particolarmente stimolanti sono i molteplici usi che si possono riconoscere ai bancali, ultimamente proprio per questo ampiamente sfruttati nei progetti di recupero temporaneo. Da sottolineare sono anche i materiali che si trovano all’interno di villa “La Fortezza”; si tratta di tutto l’arredo scolastico che è stato abbandonato nel momento in cui la scuola è stata trasferita, per cui presumibilmente ritenuto inutile in quell’occasione. Esso può invece rappresentare una grande risorsa, se giustamente adoperato.

304

Reperibilità

Reperibilità

porto commerciale (bancali, container) porto commerciale porto commerciale (bancali, container) (bancali, container) distretto commerciale (bancali) distretto commerciale

distretto commerciale (bancali) (bancali) aree produttive dismesse (arredi, pavimenti, strutture) aree produttive dismesse

pavimenti, strutture) aree(arredi, produttive dismesse aree produttive (scarti di lavorazione) (arredi, pavimenti, strutture) aree produttive (scarti di lavorazione)

aree produttive (scarti di lavorazione)

305


Crêuza de mä

Materiali disponibili in loco

Scarti di lavorazione industriale e artigianale

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

Arredi di strutture industriali dismesse

Container

arredi presenti nella villa Fortezza (ex scuola)

Pneumatici: possibili usi sostenibili

306

1. Seduta

2. Contenitore

3. Rastrelliera

4. Parco giochi

307


Crêuza de mä

1. scaffalature/mensole

Bancali

Bancali: possibili usi sostenibili

1. scaffalature/mensole

1. Scaffalature/mensole

Bancali

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

2. contenitore 2. contenitore

2. Contenitore

3. struttura portante 3. struttura portante

3. Struttura portante

14,4 cm

14,4 cm 14,4 cm

120 cm

80 cm

120 cm 80 cm

80 cm

4. Filtraggio luce

308 4. filtraggio di luce

120 cm

5. Passaggio di impianti

5. passaggio di impianti

6. Supporto strutturale integrato

6. supporto strutturale integrato

7. Tamponamento

309 7. tamponamento


Crêuza de mä

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

Sistema e funzioni temporanee SISTEMA E FUNZ “incubatori sociali”

“presid

aree di intervento temporaneo

aree di

accesso vietato agli autoveicoli

accesso

voltini passanti

sottovi sistema

sistema di progetto

310

311


Crêuza de mä

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

Spazi pubblici “in movimento”

7/b Fabbricazione collettiva di spazi pubblici “Dovete sapere che le case di Costantinopoli sono costruite da maestranze miste. Il motivo è presto detto. I carpentieri turchi sono molto bravi a lavorare e segare il legno, ma non sanno tagliare la pietra. E una casa senza fondamenta di pietra è una casa instabile. Ecco perché si ricorre agli scalpellini armeni, greci e arabi. Così gli uni gettano il basamento, gli altri costruiscono i piani superiori e il tetto” (Wu Ming)

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È possibile affermare che in generale per “masterplan” si intende uno schema direttore che guiderà le modifiche che si realizzeranno in un arco di tempo piuttosto lungo, tra i 10 e i 20 anni, tutte accomunate da una medesima logica e con un corrente obiettivo strategico; lo schema, visto il tempo che intercorre tra l’inizio e la fase finale della realizzazione, subirà in correlazione con l’evoluzione del contesto e del territorio, modifiche rispetto al progetto iniziale, senza che ne vengano però stravolte la natura e le linee principali. Quello che ci piacerebbe raggiungere è l’adattamento di questo strumento di riqualificazione. Lo scopo è quello di renderlo maggiormente flessibile e di lasciare entrare appunto, nel suo processo creativo e materialmente realizzativo, gli abitanti. Ci sembra giusto che sia una norma rispettata quella di accompagnare l’indagine e lo studio del territorio con una riflessione più ampia, che coinvolga il maggior numero di persone interessate; una sorta di grande laboratorio urbano e sociale in sinergia che possa esplorare in situ possibili soluzioni e che sia capace di mobilitare l’esperienza degli abitanti e canalizzare la loro volontà di agire attivamente per la fisicità del proprio quartiere e la comunità tutta. Immaginiamo allora degli “spazi pubblici in movimento”, il cui ruolo viene suggerito e tracciato, ma che resta flessibile e votato al cambiamento, qualora questa fosse la volontà di coloro che quello spazio dovranno viverlo. Immaginiamo dunque spazi capaci di reinventarsi in base alle necessità, che vengono definiti lentamente, in modo incrementale, giorno dopo giorno, con la collaborazione dei cittadini, ma anche delle istituzioni, di professionisti, di attori sociali attivi nel quartiere, accettando peraltro qualunque realtà esterna voglia contribuire alla costruzione di questa dinamica collettiva. Guidati da uno spirito di squadra che sostiene, siamo fiduciosi nel credere che queste condizioni di città creativa che si esprime e realizza nel disegno e nella realizzazione concreta di progetti, possa davvero avere luogo e che quelle che stiamo scrivendo, non siano solo belle parole di convincimento. Lo scopo, è invece quello che abbiamo anche definito come motore degli eventi, cioè la riuscita del coinvolgimento delle persone nel miglioramento

del loro quadro di vita. Immaginiamo e desideriamo creare un processo di rigenerazione urbana attraverso la metodologia della partecipazione attiva cittadina. Immaginiamo questi progetti di prima realizzazione, di natura temporanea, come l’elemento trainante delle trasformazioni permanenti successive, come il ritorno della popolazione nella riappropriazione del proprio territorio. Essi permettono l’interazione di questi e molti altri attori con i quali è necessario stabilire contatti ed aprire un dialogo efficace per la “fabbricazione” della città ed il conseguente miglioramento della vita urbana. Proponiamo allora di mettere le basi per un progetto di fabbricazione collettiva di differenti e simbolici spazi pubblici a Sampierdarena. Questi progetti, emblematici e sperimentali, raccolgono le condizioni necessarie per l’espressione, l’autonomia e la creatività dei partecipanti alla fabbricazione dello spazio pubblico, con l’obiettivo della creazione di luoghi di convivialità, accessibili a tutti. Scelte costruttive e spaziali Ogni progetto rappresenta un’occasione per inventare e creare, per disegnare i nostri sogni, superare i limiti imposti fino a quel momento, assumere una posizione e mantenerla, creando quelle linee guida d’intervento che possono condurre allo scopo. Secondo la logica fino ad ora descritta, dove ci si affida ai contributi spontanei e volontari di chiunque voglia mettersi in gioco e costruire il proprio ambiente di vita, crediamo sia intelligente pensare ad un arredo urbano contenuto e legato a quanto è davvero utile e necessario. Un arredo semplice, che consenta di favorirne l’utilizzo multiplo, che venga concepito guardando allo spazio pubblico come ad uno spazio flessibile, multiforme ed aperto, uno spazio che nella sua coerenza progettuale deve però garantire l’accessibilità e l’uso a ciascuno. Crediamo inoltre sia importante focalizzarci sulla gestione del luogo secondo le possibilità, le capacità e gli strumenti di cui dispone la collettività. Crediamo sia giusto consentire l’ingresso a chiunque, affinché ciascun partecipante alla comunità possa riconoscersi in quell’ambiente e ricreare quei legami di vicinato che nella nostra società si stanno lentamente dissolvendo. Perché tutto ciò avvenga, crediamo sia oltremodo giusto rendere l’ambiente, pur nella sua essenzialità, 313


Crêuza de mä

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

Le funzioni LE FUNZIONI aggregative

aggregative ludiche

ludiche

specifiche

specifiche

BUS

dislocazione sul territorio degli incubatori sociali

accogliente e piacevole, introducendo magari della vegetazione che partecipi al disegno dello spazio e al suo miglioramento e che nel fare ciò, rispetti profondamente l’identità del luogo, attraverso l’utilizzo di verde locale. Come definire i luoghi latenti La definizione dei luoghi nei quali andremo ad agire ha seguito oltre i risultati dello studio teorico, alcuni criteri importanti, quali il disegno di un piano di interventi più ampio, dove gli elementi si intrecciano a formare la medesima trama strategica e dove i progetti su questi spazi rappresentano solo un piccolo tassello del mosaico finale. Inoltre sono state considerate le opportunità dei progetti già effettuati o le previsioni formulate dall’Amministrazione, a volte trovandoci in accordo, altre portandoci a proporre approcci ed interventi differenti. L’immagine del quartiere delineata dagli abitanti e le loro richieste, nonché la

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presenza di capitale umano che abbiamo incontrato ed analizzato, sono tra i criteri più importanti per la formulazione delle nostre intenzioni di progetto.

Gli incubatori sociali La scelta è caduta su alcuni luoghi strategici, posizionati lungo il percorso “mentale” che abbiamo identificato durante la fase strategica, capaci secondo noi di rappresentare emblematicamente una parte del quartiere. Abbiamo ragionato cercando di riconoscere e dislocare questi luoghi in modo che coprano l’intera superficie territoriale del quartiere. Questi spazi sono concepiti come dei veri e propri presidi, che sappiano diventare catalizzatori di comunità; spazi innovativi e partecipativi, dove possano essere realizzati piccoli interventi di autocostruzione, per essere poi sostituiti da contenitori sociali stabili che permettano un aumento

delle relazioni e dei contatti tra le persone. Gli interventi individuano delle zone sensibili e strategiche in cui innescare un processo di partecipazione con gli abitanti e le associazioni limitrofe per la definizione, la costruzione materiale e la gestione dello spazio che diviene un luogo di incontro e di dibattito, un luogo aperto e neutro, capace di accogliere e accompagnare le riflessioni degli utilizzatori sulle trasformazioni del quartiere, alle quali i cittadini devono continuare ad avere il diritto di partecipare, anche dopo avere superato la fase di intervento temporaneo. I presidi collettivi sono pensati come luoghi di vicinato, ma il gruppo decisionale favorisce l’interscambio di conoscenze e l’organizzazione di attività condivise. Questi luoghi potranno infatti anche essere animati, almeno nel loro momento di avvio, da un coordinatore esterno, incaricato di creare laboratori artistici, creativi o organizzare dibattiti sullo spazio pubblico. Tale approccio può rappresentare anche un modo per raccogliere ed

ordinare le proposte cittadine, così come organizzare dei momenti di riflessione con professionisti della riqualificazione. Sarebbe inoltre auspicabile la creazione di legami tra le differenti strutture che potrebbero occuparsi di questi primi spazi recuperati alla loro invisibilità o al loro degrado, per creare anche attività educative, ludiche, ricreative, che si intrecciano e concorrono ulteriormente all’elaborazione di una dinamica comune, che coinvolge anche coloro d’abitudine assenti dal dibattito. Aree di intervento temporanee-spazi interstiziali Sono questi alcuni luoghi che abbiamo riconosciuto come aree con forte potenziale, che ad oggi non viene esaltato. Crediamo quindi che questi spazi debbano affiancare i luoghi strategici, riconosciuti come presidi, nella riconquista della città da parte dei suoi abitanti, con l’inserimento di alcune funzioni temporanee e la realizzazione di alcuni laboratori che consentano alla

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Crêuza de mä

spazio interstiziale prima dell’intervento temporaneo

persone il riavvicinamento (ed in molti casi la scoperta) attraverso la costruzione di semplici oggetti di arredo urbano che permettano di restituire un ruolo a quello spazio. Gli spazi di risulta vengono dunque utilizzati per contrastare il degrado con interventi minuti di arredo urbano o installazioni artistiche promosse dal gruppo decisionale e dalla comunità che si occupa della costruzione degli

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stessi. Si tratta di spazi minuti e spesso privi di un ruolo, che possono essere recuperati al loro utilizzo ed alla loro frequentazione con interventi minimi, che non richiedono praticamente investimenti. Molte volte può bastare l’inserimento di una seduta nel luogo giusto o di un’alberatura a fare ombra, per restituire ad uno luogo che sembra insignificante, una natura del tutto diversa e la vita,

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

spazio interstiziale dopo l’intervento temporaneo

riportando le persone ad utilizzarlo e a prendersene cura. Altri posti selezionati sono invece più definiti, come il Forte Crocetta, ma altrettanto inutilizzati e spesso tristemente sconosciuti. Anche qui si pensa ad azioni piccole, ma incisive per il loro miglioramento e per il grado di consapevolezza che le persone possono raggiungere al loro riguardo. Anche qui si tratterà di

opera di pulizia e di costruzione di facili arredi che impreziosiscono questa parte urbano, con semplicità.

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Crêuza de mä

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

b

sezione a-a’ scala 1:200 a

b’

a’

!

8,80 m 5,60 m

esposizioni artistiche

laboratori di pittura murale

4,80 m sezione a-a’, scala 1:200

esposizioni artistiche

laboratori di pittura murale

sezione a-a’ scala 1:200

Via Buranello

giardini e zone riposo

mercatini e baratti

16,90

3,00 4,00 3,00

sezione b-b’, scala 1:200

mercatini e baratti

giardini e zone riposo

Qualche approfondimento

avvenire saltuariamente, chiudendo alle auto alcuni passaggi che consentono di attraversare la struttura ferroviaria, permettendo così il solo passaggio ai pedoni ed eventualmente alle bici. Nei luoghi che si ricavano attraverso quest’operazione, immaginiamo che vengano installati laboratori temporanei di pittura, costruzione, luoghi espositivi, zone relax, area per mercatini e baratti, con l’obiettivo di attirare l’attenzione sul processo da poco iniziato e che prevede grandi cambiamenti per il quartiere. La zona, centrale e di grande passaggio, rappresenta una rete viaria importante e per questo ricca di visibilità, dunque ideale per svolgere all’inizio del processo partecipativo, eventi che coinvolgano la popolazione. Questi eventi non solo possono attirare persone e

permettere l’inizio di un primo step di avvicinamento reciproco, ma cominciano a proiettare l’immagine di una Sampierdarena partecipe, viva e soprattutto sostenibile. Si profila all’orizzonte una Sampierdarena in cui il pedone ricomincia ad acquisire importanza, in cui la chiusura temporanea di queste mini gallerie annuncia la prevista esclusione dell’auto nella zona del centro storico: possibile, grazie all’apertura della nuova strada a mare; necessaria, per il risanamento dell’ambiente e dei suoi abitanti.

Tra i luoghi che abbiamo scelto e mostrato ne approfondiamo tre che ci sembrano particolarmente significativi per il ruolo che andranno ad assumere e per la loro dislocazione sul territorio; tra questi il giardino pubblico di Belvedere, villa La Fortezza e la struttura dei “voltini” di via Buranello. Un piccolo approfondimento merita anche il parco Pellegrini che si trova nel Polmone verde del quartiere, oggi inaccessibile. “Voltini” di via Buranello Pensiamo a questo spazio come perfetto per l’attivazione di un’opera di sensibilizzazione che sarebbe bello potesse 318

319


Crêuza de mä

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile SEQUENZA DI SPAZI le nuove funzioni

planimetria 1:750 arredo verde

scala di collegamento

skate park

percorso riqualificato percorso riqualificato

belvedere riqualificato riqualificato

nuovo nuovo percorso percorso

parcheggio

area “bar” area “bar”

nuova connessione connessione

area lounge area

connessione

area gioco bimbi area bimbi

nuovo punto panoramico panoramico

skate park skate park campi pallavolo e basket

area gioco bambini

giochi per bambini

planimetria 1:750

terrazza panoramica

tavolini e sedute

campo da gioco

punto panoramico panoramico

campi campi sportivi sportivi

a’

skate park

pergola

pedana multifunzionale

zono d’ombra/relax zona sedute Giardino pubblico di Belvedere Si tratta di uno spazio con enorme potenziale, per la sua posizione, la natura da cui è circondato che trasporta in una dimensione completamente estranea a quella cittadina, le sue dimensioni ed il suo superbo panorama che consente di vedere il mare. Ciononostante l’area è poco frequentata e, nella zona inferiore, poco curata. Essa si presenta perlomeno provvista di panchine per il ristoro e di una pavimentazione, anche se in molte sue parti ricoperta da vegetazione. Nella parte superiore, invece, il giardino è asfaltato ed utilizzato come parcheggio. Quello che proponiamo durante la fase temporanea, è il recupero di questi ampi spazi con la costruzione di arredi urbani, consoni alle funzioni che vogliamo inserirvi, costruiti secondo le logiche prima descritte. Così, immaginiamo di dividere l’area, che si sviluppa in lunghezza, in una sequenza di spazi, caratterizzati ciascuno da funzioni differenti che si dimostrano attente alle esigenze della popolazione, soprattutto quella più fragile e che cercano di raggiungere quella convivialità anche generazionale, di cui si parla, ma che in effetti in pochi casi si ha la possibilità di sperimentare. Pensiamo innanzi tutto ai bimbi ed agli adolescenti, ricreando spazi assenti a Sampierdarena (ed in generale a Genova), particolarmente richiesti (come rilevato dalle ricerche e dalle interviste) da questa parte 320

sensibile . Pensiamo quindi di creare un’area skate-park, dei piccoli campetti sportivi, un’area gioco per i bimbi in cui potersi esprimere liberamente, inserendo solo pochi elementi e lasciando molto spazio alle facoltà immaginifiche dei bambini. Inoltre viene pensata anche un’area lounge, fatta di sedute e sdrai, nonché di pergolati dove poter riposare, chiacchierare, leggere e studiare e dove lo spazio, meno definito, lascia maggiore posto all’integrazione, non solo di differenti funzioni, ma anche di diversi gruppi sociali. Accanto all’area lounge, l’area “bar”, nella quale si trovano, oltre a tavolini e sedie, una terrazza contemplativa, rivolta verso il mare e la città, utilizzabile anche come piccolo palchetto per suggestivi concerti e spettacoli vari. La casetta che pensiamo di costruire all’inizio di questo percorso, non è un vero bar, ma un luogo di incontro dove è possibile trovare ristoro, nel caso in cui qualche frequentatore decida di portare qualcosa, possibilmente da condividere con chi si trova nella zona. Si configura piuttosto come un chioschetto che, in base alle funzioni che le persone decideranno di attribuirvi, assumerà un ruolo differente. Noi ci auspichiamo che divenga luogo di condivisione e convivialità, un luogo in cui tessere nuove relazioni, attraverso le quali costruire qualcosa di ancora più grande per il quartiere.

chiosco

terrazza panoramica

belvedere

125 125 mm

sezione a-a’ scala sezione a-a’, scala 1:2000

100 m area intervento area di di intervento 100 m

1:2000 321


Crêuza de mä

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

Il giardino pubblico restituito a

a’

areapic-nic pic-nic area

area palco area

arealounge lounge area

loggia retropalco retropalco loggia

area areabimbi/esposizione bimbi/esposizione

platea platea

area areabarbecue/pergola barbecue/pergola

sedute sedute

palco palco

rampa d’ingresso

rampa rampa

ingresso ingresso

34 m

rampa d’ingresso

25,3 m

totem toteminformativo informativo

sezione a-a’ scala 1:500 9,2 m

3,60 m

63 m

assonometria dell’ipotetico progetto temporaneo di autocostruzione

Villa La Fortezza: sequenza di spazi nel giardino La villa in questione si trova in un luogo che riteniamo profondamente strategico per la trasformazione da innescare nel quartiere, che permetterà un vero e proprio cambiamento di rotta. Riconosciamo infatti a quest’area, al suo contesto e agli elementi di rilievo che vi si trovano, il ruolo di nodo catalizzatore dal quale tutto l’intervento di rigenerazione commerciale e sociale può avere origine e che può incentivare il consolidamento del percorso di costruzione di un tessuto comunitario attivo, caratterizzato da forti legami tra i componenti. Così, la Fortezza, palazzo già nel mirino della collettività impegnata a migliorare la cornice in cui vive, viene scelto affinché venga favorita la prosecuzione del processo in atto ed ampliate le sue possibilità di utilizzo, in modo che questo non rappresenti più un evento straordinario 322

e sporadico, ma diventi parte del quotidiano. La Fortezza, destinata nel nostro intervento a divenire un incubatore sociale, in questa fase di temporaneità viene posta al centro della riqualificazione, con l’apertura e il recupero temporaneo del suo giardino, spazio pubblico nel cuore del quartiere, di cui ad oggi è vietato l’accesso. Sbarrato da un pesante cancello in ferro, apribile solo in seguito a richiesta di permessi per qualche attività speciale rivolta alla città, spesso organizzata da associazioni che fanno parte del patrimonio della zona, ne viene annichilito il potenziale. Abbiamo pensato alla suddivisione funzionale del giardino, rispettando le divisioni segnate dalle aiuole storiche, che oggi sono solo tracciate, ma non esistono più. Anche qui, rievochiamo il giardino più come una piazza cittadina, dove si possono svolgere vari eventi. Abbiamo la zona d’ombra e lounge sotto un grande albero, che

2,60 m

da progetto viene attorniato con una seduta unica in legno che si modella sulle tracce del terreno collinare e montuoso che fa da sfondo a Sampierdarena e che diviene un luogo amato dagli adulti per riposare e chiacchierare e dai bimbi per giocare. Poi un’area espositiva per i mercatini che le associazioni usano organizzare; quando questi non sono presenti, gli arredi usati per mostrare la merce diventano, con la fantasia che caratterizza i bambini, divertenti giochi per lanciarsi in inimmaginabili avventure. E ancora un’area pic-nic e un’area d’ombra con pergola e barbecue, come richiesto dai precari utilizzatori attuali di questo spazio. Infine un palco centrale, all’ingresso della fortezza, che si unisce con la loggia, utilizzata come retropalco. La possibilità di presentare spettacoli teatrali, organizzare piccoli concerti, conferenze, incontri con autori e di avere uno spazio all’aperto disponibile perché

sezione a-a’, scala 1:200

tutto questo possa avvenire, proprio in un’area centrale facilmente raggiungibile anche di sera, ci sembra un’idea interessante per un quartiere che si dice povero di queste attività e dei luoghi in cui eventualmente poterle svolgere.

323


Crêuza de mä

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

Parco Pellegrini Il parco si trova in uno dei pochi spazi verdi a Sampierdarena, in un’oasi che dal Campasso arriva fino al Belvedere. Qui proponiamo, tramite un intervento di autocostruzione con la popolazione, il recupero e la risistemazione delle aree gioco, area pic-nic e barbecue, zona d’ombra, una piccola serra educativa, nonché punti di osservazione.

Parco Pellegrini: il giardino didattico

Villa Pellegrini: il giardino didattico

sedute

campo da calcetto

campetto da calcio

torretta panoramica pedana multifunzionale pergola barbecue mini golf

palco

serra didattica

orti didattici

serra didattica planimetria 1:750

orto/giardino 50 m

10 m sezione b-b’ scala 1:2000

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sezione b-b’, scala 1:2000

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Crêuza de mä

Piazza del Monastero: la Ciclopiazza

7. Coinvolgimento. Strategia di gestione sostenibile

Piazza del Monastero Piazza del Monastero, oggi utilizzata come parcheggio, è uno spazio cittadino importante che si trova all’interno di un contesto sensibile per la vicinanza di via Sampierdarena, ma anche dotato di grande potenzialità, anche per la presenza del vicino teatro e dei Magazzini del Sale. La previsione nel progetto definitivo di un viale alberato ciclabile nella via citata ci porta a pensare la piazza, in una prima fase temporanea, come un luogo aggregativo per gli abitanti in cui inserire anche una ciclofficina, per iniziare a sensibilizzare i cittadini all’utilizzo della bicicletta, mezzo di trasporto oggi a Genova poco usato. La presenza di una scuola media inferiore rafforza la convinzione della necessaria riconversione del luogo nella sua concezione iniziale.

La riqualificazione collettiva per tappe Riassumendo quanto detto fin qui, per riqualificazione collettiva intendiamo la realizzazione di un quadro di partecipazione creativa degli abitanti nella trasformazione attiva di questo spazio, attraverso un processo composto da tre momenti fondamentali perché questo possa avvenire.

mini pista ciclabile zona sedute zona ombra ciclofficina

326

a. Cantiere aperto Si tratta di condividere il prezioso momento del concepimento dell’idea di cambiamento degli spazi pubblici in una logica di sviluppo progressivo ed incrementale. Gli incontri e le discussioni che porteranno poi alla composizione della proposta finale si svolgeranno in un periodo di tempo dilatato che permetterà di integrare i suggerimenti che emergono e raggiungere l’idea che meglio corrisponde alla esigenze dei cittadini. In questo frangente verrà anche effettuata la ricerca sul campo, operata dai differenti attori per riuscire a raccogliere, rendere visibili e conosciute le domande e le idee formulate dai partecipanti al dibattito. Questo potrà svilupparsi con metodologie varie, studiate a seconda del contesto con cui si interagisce e su cui si incide.

b. Fabbricazione collettiva La fabbricazione degli spazi è condivisa grazie all’organizzazione di differenti cantieri aperti al pubblico, per rendere conviviali i momenti di trasformazione fisica del luogo. La costruzione sarà realizzata progressivamente, per tappe, secondo le tematiche sviluppate e le decisioni assunte durante gli incontri pubblici ed i laboratori organizzati precedentemente alla realizzazione effettiva dei progetti. Quello che verrà prodotto durante i cantieri potrà poi essere con il corso del tempo modificato, completato, fino ad assumere la sua forma definitiva. c. Regia collettiva Successivamente a questi momenti di costruzione e modificazione del materiale degli spazi comuni, la gestione di questi luoghi potrà essere condivisa tra l’amministrazione e i cittadini, ma molto più probabilmente verrà affidata agli abitanti o alle strutture presenti sul quartiere, interessate. Quello che crediamo possa essere lo scenario che maggiormente si avvicina alla realtà è una gestione quasi totale da parte di gruppi di persone o da gruppi sociali strutturati quali centro sociale o associazioni di vario genere, presenti sul territorio e che probabilmente hanno partecipato alla rinascita dello spazio, assumendosene in seguito la responsabilità della gestione.

Note 1_Pagliaro, Pietro, Tattiche di riuso temporaneo: spazi, tempi ed interventi per la rigenerazione urbana, Tesi di Laurea, A.A. 2008-2009, Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura e Società, Relatore Prof. Stefano Boeri, Tutor Isabella Intip.24 Collectif etc, Etude urbaine Grand Parc, disponibile all’indirizzo: http:// issuu.com/

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Crêuza de mä

8. Il “sistema” che ricuce

8/a. Dal temporaneo al permanente E ‘nt’a barca du vin ghe naveghiemu ‘nsc’i scheuggi emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi finché u matin crescià da puéilu rechéugge frè di ganeuffeni e dè figge bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na creuza de mä (Fabrizio De Andrè)

8. IL “SISTEMA” CHE RICUCE 328

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Crêuza de mä

Il riuso e gli attori

programma di riutilizzo fondato sull’uso temporaneo di edifici dismessi, cionondimeno il suo intervento è da considerarsi senza dubbio auspicabile. È da mettere in evidenza che quest’ultimo ruolo può ben essere svolto anche dalla Pubblica Amministrazione.

Gli istituti giuridici A questo punto della trattazione risulta di qualche utilità lo svolgimento di una rapida disamina degli istituti giuridici che da un punto di vista tecnico meglio si prestano all’attuazione dell’operazione socio-economica, tra i quali val conto di ricordare il comodato e l’usufrutto, in quanto risultano di gran lunga i più diffusi nella pratica. Fino ad ora non ci siamo soffermati a riflettere nel dettaglio su come possa attuarsi il riutilizzo di spazi interni da parte di soggetti che non sono padroni dell’immobile, il quale può risultare di proprietà sia pubblica sia privata. Questo riutilizzo, può seguire molteplici metodologie e, a seconda dei gradi d’intervento necessari, assumere funzioni diverse, così come essere realizzato attraverso contratti differenti. In linea generale, possiamo affermare che i protagonisti di questi processi sono il proprietario, la Pubblica Amministrazione, l’usufruttuario o comodatario ed in molti casi l’intermediario. Il proprietario è colui che risulta titolare del diritto di proprietà sull’immobile in disuso e può essere rappresentato indifferentemente da soggetti pubblici e privati. L’usufruttuario (o il comodatario) è il soggetto singolo o il gruppo di soggetti cui è concesso l’utilizzo temporaneo delle strutture in stato di abbandono. La Pubblica Amministrazione, poi, è il soggetto che si occupa dell’emissione di permessi per lo svolgimento di attività e dell’erogazione, ove necessario, di finanziamenti per la messa in sicurezza delle strutture. Infine, l’intermediario è colui che mette in comunicazione gli altri attori precedentemente definiti. Egli si occupa della ricerca di domande ed offerte di spazi disponibili, della loro catalogazione e promozione, anche per il tramite dell’individuazione dei migliori strumenti tecnicopolitici e legali. La presenza di questo soggetto, che si pone, evidentemente, come facilitatore dell’intero processo, non è indispensabile per la riuscita di un 330

Il comodato d’uso Il comodato d’uso, come dispone l’art. 1803 del Codice Civile, è “il contratto con il quale una parte (comodante) consegna all’altra (comodatario) una cosa mobile o immobile, affinché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta. Il comodato è essenzialmente gratuito.” (Codice Civile, ecccc) Esso, nel linguaggio comune, altro non rappresenta che il “prestito” di un bene, nel nostro caso immobile, effettuato a titolo gratuito da parte del proprietario (o da parte di chi ha un diritto di godimento del bene medesimo ad altro titolo), per un certo periodo di tempo, ovvero per uno scopo determinato, o, ancora, con previsione di entrambi. La conclusione di un tale contratto fa sì che il comodatario possa godere del bene oggetto del contratto per il periodo esplicitamente determinato o implicitamente deducibile dal suo contenuto, nei limiti che sono stati pattuiti tra le parti, avendo questi, naturalmente, l’obbligo di conservarlo con diligenza e, al momento convenuto, restituirlo al proprietario nello stato in cui gli è stato consegnato, salvo il deterioramento normale determinato dall’uso pattuito. Tutte le spese sostenute dal comodatario per godere della cosa gravano su di lui, salvo quelle straordinarie che risultano necessarie ed urgenti per rendere possibile lo sfruttamento del bene e che, dunque, devono essere sopportate dal comodante. Nulla vieta, naturalmente, che l’immobile venga

8. Il “sistema” che ricuce

riconsegnato in uno stato migliore rispetto a quello in cui è stato ricevuto, fermo restando che, un esplicito obbligo in tale ultimo senso gravante sul comodatario, modificherebbe irrimediabilmente la natura del contratto in quanto farebbe venir meno la sua essenziale gratuità e lo trasformerebbe in un contratto con applicazione di un diverso schema negoziale. Nonostante, di principio, il contratto di comodato non implichi l’obbligo di versamento al comodante di un corrispettivo per l’uso, in caso di deterioramento del bene per fatto imputabile al comodatario, egli sarà comunque tenuto nei confronti del concedente per il danno effettivamente a questi cagionato. Il comodato, poi, non è sottoposto ad una legislazione vincolistica speciale e, pertanto, nella cornice dello schema contrattuale brevemente tratteggiato, il suo contenuto concreto può essere modulato dalle parti e adattato alle singole operazioni socio-economiche che, suo tramite, vogliono essere poste in essere. Si badi, però, che in caso di alienazione del bene a un terzo da parte del comodante, ovvero di cessazione del diritto di godimento (o reale) in forza del quale l’immobile è stato legittimamente concesso al comodatario, il diritto di godimento sul bene spettante a quest’ultimo viene meno, ed a questi resta esclusivamente il diritto ove si sia in presenza di un inadempimento del comodante di ottenere il ristoro dei danni patiti in conseguenza della cessazione degli effetti del contratto. L’usufrutto L’usufrutto invece, è un diritto reale minore su bene mobile o immobile e, una volta costituito, fa sorgere in capo al suo titolare (l’usufruttuario) un diritto sulla cosa equivalente a quello di proprietà, quanto ad estensione della facoltà di godimento, lungo tutta la durata per cui il diritto risulta costituito, e, comunque, non oltre la vita del beneficiario. Se l’usufruttuario è un ente giuridico, in tal caso l’usufrutto non si può estendere oltre i trent’anni. Recita, infatti, l’art. 981 c.c.: “L’usufruttuario ha diritto di godere della cosa, ma deve rispettarne la destinazione economica. Egli può trarre dalla cosa ogni utilità che questa può dare, fermi i limiti stabiliti” negli articoli successivi. Tale diritto può, dunque, essere costituito esclusivamente dal proprietario, o, al limite, può essere acquistato

da un precedente usufruttuario. Esso, naturalmente, a differenza di quanto avviene nel comodato, non può sorgere per atto del mero titolare di un diritto personale di godimento (es. conduttore, comodatario ...). L’usufruttuario è tenuto al pagamento di tutte le spese di ordinaria amministrazione, così come di quelle straordinarie che dipendono dal mancato svolgimento di opere di manutenzione ordinaria. Anch’egli, allo stesso modo del comodatario, è tenuto alla restituzione dell’immobile al nudo proprietario nello stato in cui esso si trovava al momento della consegna, fermo restando il suo diritto ad ottenere delle compensazioni monetarie per i miglioramenti e le addizioni che da questi sono state effettuate, nel rispetto della dettagliata disciplina prevista dagli artt. 985 e 986 c.c., la quale, tendenzialmente, gli riconosce un’indennità pari alla minor somma tra i costi sostenuti per realizzare le opere ed il conseguente aumento di valore del bene. L’usufruttuario, poi, non solo, di principio, può cedere a terzi il diritto di usufrutto medesimo, ma può concedere diritti personali di godimento sul bene a soggetti terzi senza limitazioni di sorta. La cessione della nuda proprietà a terzi non determina, infatti, il venir meno del diritto di godimento dell’usufruttuario, dal momento che questo risulta del tutto svincolato dall’identità del soggetto titolare del diritto dominicale, ed esclusivamente dipendente dalla sussistenza del diritto reale minore. L’usufruttuario, in sostanza, per il periodo in cui dura l’usufrutto, vanta nei confronti di chiunque il diritto a godere del bene che ne è oggetto, a differenza del comodatario che, invece, può vantare il suo diritto personale di godimento esclusivamente nei confronti del comodante e non verso quei terzi che dovessero vantare titoli da preferirsi al suo; così che, al venir meno del diritto di godimento del comodante, anche il diritto del comodatario cessa irrimediabilmente. L’usufrutto, in definitiva, pur costituendosi, per quanto di nostro interesse, sempre mediante la conclusione di un contratto , determina la nascita in capo al suo titolare di un diritto erga omnes sul bene. Tale diritto, dunque, travalica i confini del mero rapporto tra nudo proprietario ed usufruttuario e crea una situazione giuridica che, in buona parte, si atteggia allo stesso modo 331


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8. Il “sistema” che ricuce forte Tenaglie

torre Granara

di quella di cui gode il dominus (quanto alle facoltà di godimento), ma che risulta, al contempo, autonoma e (tendenzialmente) indipendente dalle vicende del diritto che fa capo al nudo proprietario costitutore dell’usufrutto.

forte Creocetta

P salita al Forte Crocetta

parco pellegrini

b b’

corso Belvedere

P

salita Millelire

nuova rampa 16%

a a’

forte Belvedere

piazza Belvedere

P

giardini Belvedere

Masterplan nord

332

scalinata Belvedere

La strategia di uso temporaneo nelle esperienze di pianificazione territoriale sembrano non essere ufficializzate in quassi nessun caso. Così, generalmente, “le politiche di gestione dei processi di riuso temporaneo vengono applicate attraverso la pubblicazione di concorsi pubblici nazionali e internazionali per il riuso temporaneo […] di locali e spazi e bandi di assegnazione temporanea di spazi e strutture. Proposte concrete per facilitare questi processi di riuso temporaneo vengono inoltre da alcune associazioni che si propongono come vere e proprie agenzie per il riuso temporaneo […].1”Questo non significa che non possano essere utilizzate, ma al contrario significa che, data la bontà di queste pratiche, dimostrate dalle varie applicazioni in Italia e nel mondo, dovrebbero essere incentivate e l’iter procedurale essere reso più agile ed inserito ufficialmente come prassi nella pianificazione delle città. Dopo questa breve digressione, ritenuta necessaria per dimostrare che esistono modalità concrete ed immediatamente applicabili, pur con i necessari adattamenti, ai nostri casi studio di riuso, torniamo a parlare proprio dei progetti che riteniamo compiutamente realizzabili nell’area di Sampierdarena, anche per il tramite degli strumenti giuridici che abbiamo qui sopra sommariamente descritto. La lettura del sistema Abbiamo parlato del tracciamento di un sistema, un percorso “mentale” che partendo dalla punta più estrema della Lanterna giunge fino al Forte Crocetta, per poi connettersi con gli altri forti genovesi e reinserirsi in un contesto territoriale più ampio, nel quale fino ad ora abbiamo mostrato gli interventi temporanei che abbiamo definito di grado 0. Proseguiamo ora nell’approfondimento di questo percorso e degli interventi che riteniamo fondamentali per il compimento della nostra azione di pianificazione e di risanamento del quartiere. Partiremo dall’analisi del “masterplan nord” dell’area identificata come elemento di studio,

salita Belvedere

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8. Il “sistema” che ricuce

consolidamento delle funzioni temporanee

dal temporaneo al permanente

area ricreativa serra didattica le funzioni ricreative e ricettive: le funzioni ricreative e ricettive parco giochi e park skate park parco giochi e skate piazza e sedute piazza e sedute bar bar

ilil percorso percorso i parchi parchi spazi i nuovi nuovi spazi

per poi soffermarci ad indagare il “masterplan sud”, sul quale scenderemo maggiormente di scala, analizzando il nodo (villa Scassi, Villa La Fortezza, Mercato Tre Ponti, via Buranello) che reputiamo capace di concludere la metamorfosi positiva del quartiere, poiché portatore di enorme potenziale. Andremo dunque a scoprire in un dettaglio maggiore il destino di questi luoghi, oggi dell’abbandono, domani testimoni di vitalità e dinamismo

Masterplan nord I nuovi spazi Soffermiamoci dunque, con lo scopo di maggiore chiarezza, sul sistema che connette il quartiere da mare a monte, favorendo quella cucitura tra le differenti aree, oggi separate o addirittura in conflitto tra loro. Prendiamo in considerazione per ora il “masterplan nord”, sviluppando uno zoom su questa porzione di territorio e suddividiamolo in differenti tipi di spazio riconoscibili, ciascuno con il suo ruolo. Individuiamo allora, all’interno

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di di quartiere ilil centro centro quartiere la nuova piazza panoramica la nuova piazza panoramica

del sistema, i percorso, i parchi, il polmone verde del quartiere e quello nei pressi dei forti Crocetta e Tenaglie e i nuovi spazi rifunzionalizzati e recuperati. Questi spazi comprendono il Parco Pellegrini, il forte Belvedere, Piazza del Belvedere, i giardini Belvedere e il Forte Crocetta, che diventano luoghi attrattori della comunità e non solo; assumono una specifica funzione, pensata e voluta dalla collettività, tramite il processo partecipativo di cui si è approfonditamente parlato. Le funzioni. Dal temporaneo al permanente Le funzioni che sono state attribuite attraverso l’approccio temporaneo di autocostruzione al parco Pellegrini, vengono confermate e consolidate attraverso interventi duraturi, andando a creare un vero e proprio luogo di ristoro ed incontro per il quartiere ed in particolare per l’unità urbanistica del Campasso. Tutto questo avviene all’interno di una visione più ampia di riqualificazione dell’intero polmone verde, che per un iniziale cura potrebbe essere affidato a qualche associazione simile a quella dell’Erba Voglio e collaborare con l’asilo in costruzione e, secondo

la nostra previsione, con la scuola che verrà costruita nella struttura del mercato ovoavicolo, senza ovviamente escludere collaborazioni con altre realtà cittadine, si tratti di scuole, associazioni o singoli utenti. Anche i percorsi secondari che attraversano il polmone vengono recuperati, in quanto si ritiene che rappresentino elementi connettivi di estrema importanza, che permettono una maggiore permeabilità e frequentazione del polmone e delle sue risorse, nonché collegamenti più facili. Le funzioni temporanee insediate invece nell’incubatore sociale di quartiere, costruite insieme alla comunità, vengono eliminate dal giardino di Belvedere e ricollocate in punti di maggior pregio, riqualificati durante il processo temporaneo, al fine di ospitare queste nuove attività. Così, nel giardino vengono mantenute le funzioni solo nella parte inferiore, ad oggi già dotata di sedute e pavimentazione, che si è provveduto a recuperare. La parte superiore assume nuovamente la destinazione precedente di parcheggio, che viene anch’esso riqualificato, ma reintrodotto in seguito al ripensamento della nuova viabilità che prevede un

risezionamento della strada ed una sua pedonalizzazione e dunque l’eliminazione di parcheggi in quella zona, lungo il percorso. La nuova viabilità prevede anche una deviazione stradale che consente di creare la nuova piazza, ad oggi uno spazio con del potenziale, ma carrabile e quindi inutilizzato dalla comunità. Le finalità ricreative e ricettive che erano state realizzate in autocostruzione vengono, come accennato, spostate nella zona del Forte Belvedere e della rinata Piazza Panoramica, particolarmente suggestiva per la sua posizione e per la sua vicinanza ad un manufatto storico come quello del Santuario di Belvedere. In particolare, la piazza viene dotata di pavimentazione, di un parcheggio di bike sharing, di arredo urbano e di zone d’ombra e relax che consentano la sosta e il ristoro, nonché la costruzione di relazioni. Le bici che vengono posizionate in quest’area, di proprietà comunale e a disposizione della cittadinanza sono pensate come un servizio aggiuntivo alla collettività. Ci rendiamo ben conto che trattandosi di zone in dislivello, la dislocazione della bici 335


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8. Il “sistema” che ricuce

vista della nuova piazza Belvedere

in questo luogo può apparire strana; in realtà, crediamo che essa possa rappresentare un ottimo mezzo di trasporto per recarsi nella zona pianeggiante del centro città, dove sono ubicati altri parcheggi scambiatori e dove la bici può essere lasciata, decidendo magari al ritorno di avvalersi di altri mezzi di trasporto, quali quelli pubblici. Ovviamente, a questa particolare zona, dove è previsto un minore ricambio di bici che si presuppone vengano maggiormente utilizzate per il percorso in discesa rispetto a quello in salita, deve corrispondere un servizio comunale di ridistribuzione bici durante il giorno, servizio che riporti i mezzi al parcheggio del Belvedere e consenta la presenza di biciclette durante tutto il corso della giornata. In quest’area, viene inoltre costruita una piccola struttura che funge da nuovo incubatore sociale dove possono avvenire incontri e dove quel dibattito incominciato possa continuare ad alimentarsi e dare origine ad altrettante iniziative vitali e dinamiche e ad altrettanti laboratori creativi che porteranno ad un sempre miglioramento fisico del quartiere, con un impegno costante per la sua manutenzione. Un’altra piccola piazza 336

è invece creata nella zona del forte Belvedere che affaccia sul campo da calcio. Qui, crediamo possa essere utile introdurre anche un mini bar a servizio della piazza e dei ragazzi e bimbi che usufruiscono dei servizi sportivi. Infine, nella parte inferiore del forte, l’area che oggi è lasciata quasi completamente a se stessa viene risistemata per ospitare il parco giochi dei bimbi e lo skate park. Le funzioni. L’affido Viene suggerita la formulazione di un bando per l’assegnazione del forte Crocetta a funzioni di tipo ricettive/ricreative quali ostello/centro culturale in connessione alle attività del Forte Tenaglie e del più ampio sistema dei forti, prevedendo sgravi fiscali in cambio della ristrutturazione. Esistono, come abbiamo visto nei capitoli precedenti ed all’inizio di questo capitolo, varie forme di riappropriazione e risistemazione dello spazio; progetti strutturati, nonché differenti tipi di contratti che possono essere stipulare e che consentono il recupero di luoghi inutilizzati, senza che la Pubblica Amministrazione, oggi

vista del forte Crocetta

in pessime condizioni economiche, se ne faccia carico. Attraverso fondi quasi totalmente privati è possibile recuperare luoghi di pregio o meno e rivitalizzare parti di città altrimenti spesso ricettacolo di esperienze delinquenziali e di innescare in questo modo meccanismi virtuosi che possono portare ad ampliare gli investimenti sul territorio o alla frequentazione delle persone, magari anche dall’esterno e a partecipare alla rinascita della zona. Fondamentale in questi contesti è la capacità di gestire la situazioni e creare delle limitazioni, coerenti con lo spirito della riqualificazione e degli ideali che essa porta con sé, che consentano interventi virtuosi e positivi e non episodi speculativi, come più volte è avvenuto in passato. Infine, vorremmo puntualizzare le motivazioni che ci hanno spinto a credere che questa funzione si addica a tale spazio. Innanzi tutto tale luogo rappresenta il punto di partenza o di arrivo del citato sistema dei forti, quindi sembra essere un contesto perfetto per il ristoro ed il riposo, che precede o segue un’esperienza all’aria aperta. Inoltre, il forte Tenaglie, gestito da un’associazione privata, raggiungibile rapidamente a piedi attraverso un percorso

agevole, facilmente praticabile anche dai bimbi, è già in fase di ristrutturazione per creare, tra le altre funzioni, varie attività rivolte ai cittadini, un giardino per giocare, la presenza di animali e soprattutto una fattoria didattica. Le due strutture potrebbero dunque collaborare e divenire l’una l’appendice dell’altra. Ovviamente pensiamo al forte Crocetta non come ad un semplice ostello, ma piuttosto un incubatore culturale e sociale, aperto non solo ai clienti, ma a chiunque voglia accedervi. Pensiamo al forte come ad un contesto naturale meraviglioso, vicino alla realtà cittadina, che può e deve divenire un organizzatore di eventi di tipo ricreativo e culturale capaci di restituire vita al luogo e posto per riunirsi e condividere la magnificenza della sua storia, della natura che lo circonda e delle attività che al suo interno possono generarsi. Queste dunque le caratteristiche che dovrebbe assumere, queste le limitazioni che dovrebbero essere poste dagli enti pubblici che ne hanno la proprietà.

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8. Il “sistema” che ricuce

soste attrezzate soste attrezzate

sezione a-a’

scala 1:200

sezione b-b’

scala 1:200

percorsi storici percorsi storici riapertura e ripavimentazione storica riapertura e ripavimentazione storica

sistemazione sistemazione pavimentazione storica pavimentazione sistemazione sistemazione pavimementazione pavimentazione carrabile carrabile altri percorsi altri 1 percorsi 5,8 m

9,6 m

apertura e sistemazione pavimentazione apertura e sistemazione pavimentazione

1,8 m

nuova realizzazione nuova realizzazione sezione bb’di Corso Belvedere scala 1:200

sezione aa’ di Corso Belvedere scala 1:200

2

I percorsi. La spina verticale Corso Belvedere rappresenta l’asse portante del sistema di connessione tra il centro urbano e le alture e viene reso percorribile in sicurezza e in parte pedonalizzato. Questo percorso permette di raggiungere il forte ed accedere quindi al sistema dei forti genovesi, in auto privata, con i mezzi pubblici, a piedi e per i più sportivi in bicicletta, in condizione di totale incolumità. Pensiamo infatti al risezionamento della strada che varierà a seconda dei tratti in base alla sua dimensione e che verrà comunque pensata come un luogo di passeggio piacevole, dove poter tranquillamente godere del panorama e delle bellezze del paesaggio ligure. Per accentuare questa sensazione di relax e per consentire a chi lo desidera, di concedersi una sosta, lungo il percorso, in luoghi che presentano caratteristiche particolari, saranno previsti degli “enclavi” contemplativi e rilassanti, dotati di qualche seduta e alberature per l’ombreggiamento, che facilitino il godimento di questi siti. 338

sistema dei forti di Genova la spina verticale connessa al sistema dei forti genovesi

I percorsi. I collegamenti L’accessibilità al sistema piazza-corso Belvedere, come anticipato, viene migliorata attraverso il ripensamento dei collegamenti che permettono di raggiungerlo, attuato tramite diverse azioni che comprendono la riapertura, la risistemazione e pavimentazione, o la realizzazione ex novo. Parlando di questi collegamenti nello specifico non possiamo non citare la presenza di creuze storiche, attualmente accessibili o meno. Tra queste, si riconosce per esempio la “Salita Millelire”, chiusa a causa di fenomeni delinquenziali che vi si erano sviluppati e alla sua scarsa manutenzione. Si provvede a risistemare questa meravigliosa testimonianza storica secondo la pavimentazione originale e a riaprirla, restituendola alla comunità e donandole nuovamente un ruolo importante di collegamento pedonale, immerso nella natura, tra la zona del quartiere pianeggiante e le alture. Altre creuze vengono riaperte e la pavimentazione

vista della Salita Millelire ripavimentata

vista di Salita Millelire ripavimentata con tecnica tradizionale

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8. Il “sistema” che ricuce

la viabilità

viabilità pubblica viabilità pubblica viabilità residenti viabilità residenti

viene sistemata; altre ancora vengono semplicemente risistemate. All’interno del parco vengono poi creati percorsi minori. Infine viene realizzata una nuova arteria stradale che conduce al parcheggio Belvedere. . La viabilità Dunque, nuovi percorsi ed un rivisitazione della viabilità dovuto proprio alle modifiche di cui abbiamo parlato. Il risezionamento della strada e la conseguente eliminazione dei parcheggi, costringe ad un ripensamento dei posteggi che vengono posizionati nell’ex giardino temporaneo Belvedere e all’inizio della salita che conduce al forte. Il parcheggio ad oggi presente in quest’area viene riqualificato e razionalizzato per consentire la creazione di un numero maggiore di posti auto dedicati ai residenti, ma anche a coloro che 340

percorso autobus percorso autobus

soggiornano al forte o vogliono recarvisi. Inoltre, nella parte di strada che attualmente attraversa la piazza del Belvedere non è più consentito l’accesso alle auto private, che vengono deviate verso l’area del parcheggio “Belvedere” e da lì possono ricongiungersi alla “Salita Belvedere”, che rendiamo una zona a traffico limitato (ZTL), raggiungendo così le abitazioni. Il tragitto degli autobus provenienti da Corso Belvedere viene invece arrestato nei pressi della nuova Piazza, dove è possibile fare inversione e proseguire con il servizio. È ampliata, coerentemente a quanto affermato strategicamente, la capacità pedonale e ciclabile dell’area attraverso la passeggiata lungo il percorso stradale e l’aumento e la risistemazione di collegamenti riservati ai pedoni ed alle bici.

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8. Il “sistema” che ricuce

i punti panoramici

Percezione del contesto. Il mare ritrovato Il sistema di spazi pubblici e percorsi di progetto enfatizza la panoramicità dei luoghi, al fine di creare un dialogo a distanza con gli elementi non percepibili dal centro urbano di Sampierdarena: Genova centro, il porto, e soprattutto il mare. Varie sono le terrazze panoramiche che si aprono su questi scenari di sempre che vengono finalmente riscoperti, sublimati dal nuovo contesto e dalle tante piccole enclavi che incoraggiano a soffermarsi su luoghi spesso dati per scontati o per dispersi. Il recupero del contatto tra le persone, gli spazi ed il paesaggio è soprattutto percettivo e non diretto, ma non per questo meno prezioso. . 342

vista panoramica da Piazza Belvedere: Genova, la Lanterna, il porto vista panoramica da piazza Belvedere: Genova, la Lanterna, il porto

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P

P P

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8. Il “sistema” che ricuce

fs

P P P P P P P

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1

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2 b

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Masterplan sud

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Il recupero del centro storico Proseguiamo l’analisi del nostro sistema, soffermandoci questa volta sulla sua parte inferiore, quella del “masterplan sud”, su cui sviluppiamo il nostro secondo zoom. In esso andremo ad approfondire l’area del centro storico e la sua rigenerazione, perpetrata tramite il recupero di elementi nevralgici, il ripensamento della viabilità, la rifunzionalizzazione e riqualificazione delle arterie viarie cittadine principali, il riposizionamento di un polo (nodo) cittadino, nonché la restituzione di servizi di prossimità e creazione di incubatori sociali, proseguendo il lavoro iniziato nella fase di autocostruzione temporanea. Se nel “masterplan nord” si è riusciti a raggiungere l’apice di Sampierdarena, rappresentato dai forti, in questa sede sveleremo come sarà possibile restituire al quartiere l’accesso al mare ed al simbolo della città. 344

a

testimone di interventi temporanei autocostruiti, che portano all’iniziale e parziale eliminazione del parcheggio che occupava lo spazio della piazza. I primi interventi vengono consolidati e mutati in una vera piazzetta di quartiere, luogo di riferimento che si inserisce su elementi già presenti, il teatro e la piazzetta antistante, creando un legame tra questi luoghi e via Sampierdarena, ad oggi anche se materialmente vicina, esclusa dalle situazioni che si verificano nei pressi del teatro Modena e caratterizzata da un altro contesto, che ci auguriamo di riuscire a modificare. Altro nodo interessante è rappresentato dalla piazza di servizio per il polo amministrativo e che diviene anche zona di sosta lungo il percorso ciclabile e pedonale che si connette con la passeggiata della lanterna. Questo spazio, che si trova davanti ad una villa storica, è oggi uno spazio pavimentato, ma privo di riconoscimento e funzione; vogliamo restituire dignità e frequentazione, ad un luogo che per la sua posizione e per le sue caratteristiche, può rappresentare un positivo punto di incontro sia per chi lavora nella zona amministrativa, sia per coloro che usufruiscono del percorso ciclabile e pedonale. In ultimo, non certo per importanza, sottolineiamo il nodo rappresentato da villa La Fortezza, il mercato Trepponti, villa Scassi e il suo giardino, che approfondiremo nei prossimi paragrafi.

masterplan sud

P

galleria Sanità

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8. Il “sistema” che ricuce

La viabilità: la nuova “Strada a mare” di scorrimento veloce Il nuovo centro

I parcheggi

I percorsi

2

3

1

areaZTL ZTL area zona30 30 zona areepedonalizzate pedonalizzate aree stazioni ferroviarie stazioni ferroviarie

area ZTL area ZTL attraversamento ad alto scorrimento attraversamento ad alto scorrimento attraversamento a basso scorrimento attraversamento a basso scorrimento attraversamento di serviziodi servizio attraversamento

la viabilità

La viabilità e i parcheggi L’apertura della via di attraversamento ad alto scorrimento “Strada a Mare” che sostituisce il lungomare Canepa, permette il cambio di destinazione d’uso delle reti viarie dell’area del centro storico e la creazione di una zona a traffico limitato (ZTL) che abbraccia tutta l’area. Ovviamente la creazione di una ZTL che prevede anche la pedonalizzazione totale di alcune sue parti, riporta all’annosa preoccupazione dei parcheggi, già oggi per i suoi abitanti segnalato come uno dei maggiori problemi della città. Vengono dunque creati posti auto sfruttando gli spazi risultanti dalle demolizioni, derivanti dalla realizzazione della strada a mare, delle costruzioni fatiscenti che si incontrano percorrendo oggi il lungomare Canepa. Vengono inoltre razionalizzati quelli esistenti attorno alla ZTL e realizzati parcheggi scambiatori ad alta densità in zone strategiche, poste prima degli ingressi del centro del quartiere, nei pressi di fermate di servizi pubblici e parcheggi di bike sharing. Razionalizzazione dei parcheggi diffusi e creazione di parcheggi scambiatori, realizzati in parallelo ad un aumento dell’efficacia dei

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parcheggi diffusi diffusi parcheggi parcheggi scambiatori parcheggi scambiatori

ciclabili ciclabili percorso autobus/filobus percorso autobus/filobus

1. via Sampierdarena

tracciato ferroviario tracciato ferroviario i parcheggi

servizi cittadini, sono la nostra risposta al problema dei veicoli privati. Inoltre si individuano tipologie di arterie viarie con funzioni differenti in base alla intensità di traffico che accolgono. La nuova strada ad alto scorrimento è rappresentata dalla “strada a mare”, la cui costruzione è già avviata, che consentirà l’alleggerimento del traffico sulle altre vie, lasciando a Via Cantore il ruolo di strada a basso scorrimento, ottima via di comunicazione, in cui è previsto anche il passaggio dei mezzi pubblici e che consente la connessione tra il levante ed il ponente, senza però essere caricata di questo ruolo, grazie alla costruzione della strada extra-cittadina. Infine abbiamo strade di attraversamento di servizio, che hanno un compito maggiormente urbano e che vengono caratterizzate in modo peculiare. Il nuovo centro L’isola del centro si declina in zone a traffico limitato (ZTL) e zone strategiche pedonalizzate al fine di incentivare la facilità di fruizione, l’auspicato aumento dei servizi pubblici, la creazione di piste ciclabili e di servizi di noleggio biciclette; questi cambiamenti e la vicinanza delle stazioni ferroviarie sono elementi che vanno ad

ascensore VillaScassi Scassi ascensore Villa

2. via Buranello il nuovo centro

ovviare alla chiusura del traffico. Si interviene in questo senso per esaltare la bellezza del centro storico ed incrementare la sua godibilità, nonché per promuovere l’utilizzo di mezzi che rispettino i principi di sostenibilità di cui abbiamo trattato, a noi particolarmente cari. Abbiamo in mente l’idea di una città pensata e realizzata a misura d’uomo, ma perché questo possa accadere, le persone devono essere educati ai vantaggi che la nuova visione di città nasconde, sotto vari punti di vista. Dunque crediamo che queste decisioni, la cui coraggiosa assunzione deve essere considerata inevitabile e giusta dall’Amministrazione, debbano essere parallelamente accompagnate da campagne efficaci di sensibilizzazione all’uso della bici e dei mezzi pubblici (che devono essere aumentati e migliorati, garantendo un dinamico e validi servizio), e alla drastica riduzione dell’uso dei mezzi privati. Viene perciò creata una zona a traffico limitato racchiusa tra via Cantore (esclusa) e via Sampierdarena (compresa solo in parte) e situata nella zona tra la stazione di via di Francia e la Stazione di Sampierdarena centro (stazioni escluse). Vengono poi create alcun aree e vie completamente pedonalizzate; si tratta di zone

2. via Daste

i percorsi

in cui è peraltro prevista una pavimentazione che le trasformi in vere e proprie passeggiate che attraversano situazioni cittadine particolari e molto piacevoli. Viene ripensato anche il passaggio dei bus e dei filobus e l’aumento della loro frequenza. Viene infine creata una pista ciclabile di connessione con il levante ed il ponente, che scorre parallela alla linea di costa e diviene protagonista della caratterizzazione di una delle tre arterie principali cittadine che vogliamo realizzare. Gli incontri Infine, nel centro storico vengono riconosciuti alcuni nodi importanti che sono evidenziati attraverso una loro riqualificazione e l’inserimento all’interno del nostro piano di recupero. Si tratta di elementi che rappresentano, come abbiamo già precedentemente accennato, momenti di incontri tra varie situazioni o di sosta lungo i percorsi tracciati. Essi assumono un ruolo preciso e tornano ad avere un’identità riconoscibile, che ne incentiva l’utilizzo. Tra questi nel centro cittadino del quartiere riconosciamo la nuova piazza, Piazza Del Monastero che si congiunge con Piazza Modena, la piazza del teatro del quartiere, già

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8. Il “sistema” che ricuce

I percorsi Via Sampierdarena, via Buranello e via Daste vengono ripensate, a partire dalle loro caratteristiche fisiche e dalle loro naturali vocazioni, come assi configuranti il nuovo spazio del centro storico e diversificate a livello funzionale. Via Sampierdarena Via Sampierdarena diviene un viale alberato ciclabile; caratterizzata da una sezione stradale piuttosto ampia, oggi per questo sfruttata in molte sue parti come parcheggio. Nei punti di slargo della strada, infatti non è raro che ad oggi venga collocata un’area posteggio. La rivisitazione della viabilità e del piano parcheggi ci permette di restituire alla strada la sua funzione, nobilitandola attraverso il disegno di una pista ciclabile ed un percorso pedonale alberati, che schermano una zona centrale carrabile. Un tratto della via, in corrispondenza della nuova piazza del monastero, viene pavimentato e incluso nella zona a traffico limitato, per sottolineare l’ingresso nel nodo connettivo che conduce, attraversando la piazza del teatro Modena, in via Buranello, destinata a divenire il nuovo Corso dell’Artigianato, che in quanto elemento portante della strategia di rivitalizzazione commerciale, verrà maggiormente approfondito.

1. via Sampierdarena: il viale alberato-ciclabile sezione a-a’ scala 1:400

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8. Il “sistema” che ricuce

Via Buranello In via Buranello si prevede l’eliminazione dei parcheggi diffusi lungo la via e la sua ripavimentazione, destinata a divenire una piacevole passeggiata. Nella strada rimane consentito il transito ai mezzi pubblici. Viene inoltre restaurata l’intera struttura ferroviaria dei voltini, che divengono sede di laboratori/negozi artigianali e creativi. I voltini diventano vetrina di se stessi, delle attività contenute al loro interno, seguendo l’esempio del “Viaduc des Arts”. La via, che rientra nella zona a traffico limitato, diventa dunque una lunga passeggita costellata da negozi caratteristici, capaci di riaccendere la curiosità degli abitanti e di persone provenienti da fuori quartiere, magari anche fuori Genova. Si prevedono differenti tipi di voltini, alcuni anche comunicanti con i retri pubblici, che vengono così riconquistati, aumentato il legame con il polo rappresentato dalle ville La Fortezza e Scassi e dal mercato, che conduce in via Daste.

2. via Buranello: il corso dell’artigianato sezione b-b’ scala 1:400

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sezione bb’ via Buranello scala 1:400

351 via Buranello : il corso dell’artigianato


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8. Il “sistema” che ricuce

Via Daste La via assume la funzione di Corso storico, proprio in virtù della presenza di numerose rilevanze storiche lungo la sua passeggiata. La via viene totalmente pedonalizzata, per la sua bellezza ed anche per rendere più sicura l’uscita dalle scuole e dal Centro Civico, che si affacciano in essa, nonchè per consentire un più tranquillo utilizzo della piazzetta davanti a villa Scassi, oggi già sfruttata come area gioco per bimbi e ragazzini.

3. via Daste: il corso storico sezione c-c’ scala 1:400

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sezione cc’ via Daste scala 1:400

353 via Daste : il corso storico


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8. Il “sistema” che ricuce

1. piazza delMonastero piazza pedonale

2. magazzini del sale sale pubbliche e ciclofficina

giardino pubblico

dal temporaneo al permanente: piazza del Monastero

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8. Il “sistema” che ricuce

apertura controllata e diurna

struttura di protezione e supporto per pannelli espositivi necessità di abbondante illuminazione pista ciclo pedonale

la passeggiata della galleria Sanità che conduce alla lanterna

ingresso della galleria Sanità

connessione tramite montacarichi con la passeggiata della Lanterna

Il ritorno alla lanterna Proseguendo la pista ciclabile che attraversa via Sampierdarena si può raggiungere, se si devia dal percorso che conduce al centro storico di Genova, la suggestiva Lanterna, simbolo di Genova e ad oggi separata dal quartiere di Sampierdarena dalla barriera del porto. Proprio questa barriera, che sembra invalicabile e lascia intravedere un lontano monumento irrangiungibile, circondato dal mare, può essere superata con la creazione di un passaggio, tramite il recupero di una galleria ferroviaria storica. Il sistema di gallerie di cui abbiamo parlato è portatore di immense ed indiscusse potenzialità, tuttavia è lasciato inesplorato. La nostra suggestione è quella di riaprire questo collegamento, ristrutturando la galleria come una passeggiata nella storia che consente il ritorno al mare ed allo stesso tempo una passeggiata che possa essere l’inaugurazione di un futuro in cui il rapporto con il mare non sia solo percettivo, ma reale, previsione sostenuta anche dagli scenari previsti nei piani regolatori portuali. Pensiamo ad una galleria che non solo sia un collegamento importante verso un luogo che per la popolazione ha una

grande rilevanza, ma che consenta anche un maggiore collegamento tra Genova centro e Sampierdarena. La lanterna è infatti facilmente raggiungibile dall’altra parte della città (quella verso Genova centro) attraverso la “passeggiata della Lanterna”, piacevole percorso pedonale che conduce al simbolo genovese con il quale intendiamo raccordare il nostro itinerario. In questo senso la galleria restaurata diventerebbe l’ingresso nel nostro quartiere; per questo crediamo sia opportuno sfruttare la passeggiata sotterranea come un’estensione della visita alla lanterna ed attribuirle oltre alla funzione di passeggio, una funzione precisa, quella di luogo di esposizioni artistiche, per introdurre il visitatore nella nuova realtà sampierdarenese, rappresentata dal proseguimento nel viale alberato e ciclabile, dal corso dell’artigianato, dal corso storico, dal polo, che racchiude incubatori sociali quali mercato e ville, per poi alzarsi di quota e ripercorrere le creuze storiche fino ai forti, riavvicinandosi alla natura incontaminata del territorio genovese. Questo incubatore di creatività ed arte, sembra inserirsi perfettamente all’interno della nuova filosofia del quartiere. nuovo ingresso della galleria Sanità

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Crêuza de mä

8. Il “sistema” che ricuce

a

corso Scassi

40 m

1

8/b. Mosaico di spazi “Un consultorio formato da architetti condotti potrebbe essere un’idea per una start-up. Nelle periferie non bisogna distruggere, bisogna trasformare. Per questo occorre il bisturi e non la ruspa o il piccone.” (Renzo Piano)

via Cantore

10 m

0m

via Daste

b b’

2

via Buranello

via Sampierdarena

planimetria 1:1000

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planimetria del “nodo”scala 1:1000 lungomare Canepa

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Crêuza de mä

il nodo

gli spazi

8. Il “sistema” che ricuce

le funzioni

viaviaBuranello: infrastruttura polifunzionale Buranello : infrastruttura polifunzionale mercato Tre Ponti: mercato Km0 ekm punto mercato Treponti: mercato 0 ristoro e punto ristoro villa“Fortezza”: “Fortezza”: sede Suq eSuq associazioni villa sede e associazioni villa“Bellezza”: “Bellezza”: museo villa museo parco Scassi parco Scassi le connessioni

Il nodo. Una cerniera tra mare e monte Il nodo individuato rappresenta un sistema di spazi pubblici di valore, che si genera all’interno del tessuto storico e conduce alle prime variazioni di quota attraverso il Parco Scassi, rappresentando l’anello di congiunzione fisico e simbolico tra piano e altura, mare e monte. Tale nodo risulta importante per gli elementi che lo caratterizzano e che vengono riqualificati e restituiti alla comunità, così come per gli spazi aperti pubblici che si generano attraverso l’azione di miglioria del centro storico del quartiere. Questo articolato sistema di spazi, intersecato alle strutture che lo distinguono, assume comunque particolare importanza in quanto si configura come una cerniera tra lo spazio pianeggiante e quello in quota. Infatti, è proprio nel nodo che ha inizio il percorso in altezza; il giardino di villa Scassi crea quel collegamento materiale e astratto che permette di giungere da un estremo all’altro del nostro percorso. Ma c’è di più; questo nodo diventa il cardine dell’intero sistema, il motore degli eventi che rivitalizzeranno il quartiere, oggi idealmente ai margini della città, ma che ne potrà

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stazioni e percorso ascensoreascensore stazioni e percorso

stazioni e percorso ascensore

divenire il fulcro, un ingrediente dinamico ed energico che sappia contrastare l’attuale deserto di relazioni ed attività. Non solo migliorandone l’aspetto estetico, educando i suoi abitanti alla cura e alla manutenzione di questi luoghi, ma anche attraverso le funzioni che proponiamo di inserire negli edifici che oggi stanno soccombendo da un lato sotto il peso di interventi di riqualificazione che hanno rappresentato una grande occasione persa, dall’altro a causa di incuria e disinteresse.

Le funzioni del nodo Abbiamo deciso di non demolire il mercato “Tre Ponti” (come viene invece sottilmente suggerito dall’Amministrazione che vorrebbe creare in quell’area una piazza), ma piuttosto recuperarlo strutturalmente e nella sua fondamentale funzione cittadina, che non è solo quella commerciale, ma anche e soprattutto aggregativa. La villa “La Fortezza”, collaborerà con questo spazio, ospitando associazioni culturali. La nostra proposta è quella di offrire questo spazio al SUQ Genova, oggi alla ricerca di una sede fissa e gli spazi del piano interrato, provvisti di ingresso indipendente, ad associazioni che necessitano di luoghi in cui incontrarsi. Ovviamente gli spazi esterni che collaborano con gli edifici descritti, vengono risistemati ed assumono il ruolo di piccole piazze cittadine, connesse tra loro. Partendo da via Buranello, andiamo a creare un sistema permeabile nell’infrastruttura ferroviaria che consenta di raggiungere facilmente i luoghi in questione. La ripavimentazione della via, prosegue fino ad arrivare al giardino di villa Scassi, differenziandosi nei materiali. Vengono ridisegnati gli spazi compresi tra la Fortezza e il mercato, arredati

con sedute per il riposo e tavolini al servizio della zona ristorazione del mercato. Il giardino della fortezza, già assunto come elemento aggregante della comunità nella fase temporanea, viene consolidato nelle sue funzioni ed assunto come una sorta di piazza cittadina, appendice degli spazi pubblici vicini e della piazza di villa Scassi, che viene nobilitata e posta in sicurezza dall’introduzione della pedonalizzazione di via Daste. Viene abbattuto il muretto e ripensato il sistema di sedute, nonché le alberature. Il sistema di spazi che partecipa al nodocerniera, si snoda ai lati della villa in questione fino a raggiungere il suo giardino, al lato opposto di via Cantore. In questa parte, per facilitare la comunicazione, vengono eliminati i parcheggi, ampliati i marciapiedi, proseguita la pavimentazione e creato un rallentamento stradale per facilitare l’attraversamento in sicurezza e rendere più agevole la connessione tra i due fronti. Una parte dei materiali che viene utilizzata per la ripavimentazione del nodo, è la stessa di quella usata all’interno del giardino di villa Scassi, per garantire la continuità tra le zone.

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Crêuza de mä

8. Il “sistema” che ricuce

40 m

26 m 18 m 10 m

00m m

Sezione a-a’ Scala 1:1000 lungomare Canepa lungomare Canepa

viaSampierdarena Sampierdarena via

via Buranello via Buranello

mercato mercato Treponti Tre Ponti

villa villa “Fortezza”

“Fortezza”

viaDaste Daste via

villa villa “Bellezza” “Bellezza”

viaCantore Cantore via

parco didiVilla parco VillaScassi Scassi

corso Scassi corso Scassi

sezione aa’ scala 1:1000

Via Buranello

a. L’infrastruttura creativa

Gli strumenti e la gestione del processo “In questo senso c’è un altro tema, un’altra idea da sviluppare, che è quella dei processi partecipativi. Di coinvolgere gli abitanti nell’autocostruzione, perché tante opere di consolidamento si possono fare per conto proprio o quasi che è la forma minima dell’impresa. Sto parlando di cantieri leggeri che non implicano l’allontanamento degli abitanti dalle proprie case ma piuttosto di farli partecipare attivamente ai lavori.2” Nel nostro caso specifico pensiamo proprio a questo tipo di riabilitazione, attraverso l’autocostruzione e 362

l’autorecupero, nella fattispecie affidabile a coloro che vogliono divenire gli artefici della rinascita della via, tramite l’inserimento di attività artigianali/artistiche. La breve disamina degli strumenti giuridici che abbiamo affrontato all’inizio del capitolo e gli esempi di numerose esperienze che hanno già adottato tali strumenti, ci conducono direttamente all’ipotesi di sfruttare questi meccanismi nel nostro intervento. Pensiamo quindi ad un bando rivolto a persone intenzionate all’avvio di un’attività creativa, di artigianato, design arte e quant’altro, come anche attività ricettive quali bar e locali di tendenza, che proponga sgravi fiscali (come nel “Viaduc des Arts”) per chi, giovane e non ancora inserito nel mondo del lavoro, verrà selezionato per la concessione dei Voltini dell’infrastruttura ferroviaria, in cambio della loro stessa risistemazione. Proponiamo la metodologia del bando, che permette di scegliere i progetti più valevoli ed integrabili, in grado di convivere tra loro nella passeggiata creativa ed allo stesso tempo capaci di delineare una passeggiata multifunzionale e di proporre una cooperazione che permetta il restauro e la successiva gestione delle strutture per un determinato periodo prefissato. I costi di tale risistemazione graverebbero sui privati, che però godrebbero di un prezzo calmierato o addirittura nullo grazie all’applicazione delle forme contrattuali descritte.

La stessa risistemazione dovrebbe,come menzionato ,avvenire attraverso il metodo dell’autocostruzione/ autorecupero (anche per questo ci sembra valida la formazione di una cooperativa che potrebbe poi successivamente sciogliersi, oppure occuparsi della gestione del processo innescato), eliminando così i costi della manodopera ed avendo la possibilità di accrescere le proprie conoscenze materiali, ma anche interpersonali. Questo consentirebbe infatti di creare maggiore coesione tra coloro che dovranno lavorare assieme e gestire un’esperienza che potrà divenire uno dei simboli del quartiere e concorrere fortemente alla sua rinascita. L’investimento iniziale, riguardantdo soprattutto i costi dei materiali, verrebbe riottenuto grazie alla spesa nulla o quasi nulla, derivante dal contratto da stipulare tra le parti. Le funzioni I voltini che verranno concessi agli artigiani e ai creativi diventeranno dei veri e propri laboratori, luoghi in cui non solo sarà possibile vendere le proprie produzioni, ma anche creare ed esporre, in base a quanto permesso dall’ambiente che potrà avere caratteristiche diverse. Infatti gli spazi presentano tipologie differenti, flessibili ed adattabili alle esigenze. Si prevedono, come nelle Volte

del “Viaduc des Arts”, tipi di spazi diversi, all’interno dei quali inserire funzioni differenti. Alcuni voltini saranno esclusivamente espositivi ed affittabili (per consentire anche l’iniziale sostentamento della cooperativa) per brevi periodi, altri verranno concessi con contratti di lunga durata agli stessi membri della cooperativa (coloro che sono stati selezionati tramite bando e si sono occupati attraverso il processo di autorecupero di restaurare la struttura), altri ancora verranno riservati per periodi più brevi per permettere l’esperienza e l’avvicinamento al mondo del lavoro anche negli anni successivi, a coloro che hanno intenzione di intraprendere questo tipo di attività. Da ricordare inoltre che tra i vincitori del bando vi saranno giovani artisti, artigiani, architetti, designer, ma anche persone legate alla ristorazione e ai bar. Anche quest’ultimi verranno selezionati in base a idee virtuose da loro proposte e che metteranno in pratica all’interno del loro locale, affinché questo diventi un luogo di cultura (immaginiamo caffè letterari, jazz club, case del thè, attività che utilizzano prodotti a km0 e quanto può essere proposto in linea con la visione futura del quartiere), dove sia possibile sviluppare eventi e aggregazione sociale e non un semplice posto in cui consumare.

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Crêuza de mä

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vista di villa Imperiale Scassi da parco Scassi

8. Il “sistema” che ricuce

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infrastruttura porosa

infrastruttura porosa

8. Il “sistema” che ricuce

spazio espositivo di filtro

Spazio espositivo di filtro

spazio espositivo vetrato

Spazio espositivo vetrato

struttura permeabile

Struttura permeabile

due piani, retro chiuso

due piani, retro chiuso

fronti precedenti

fronti da progetto

da progetto

b. L’infrastruttura porosa L’infrastruttura ferroviaria, si presenta oggi come una cesoia cittadina, che solo in alcuni punti, attraverso i piccoli voltini di passaggio, permette il contatto tra le parti del quartiere altrimenti separate. Il nostro progetto, oltre a creare una passeggiata vetrata, che rende l’infrastruttura una vetrina continua e prolungata, vuole aumentare la permeabilità di questa struttura e creare un legame maggiore tra le aree cittadine. Per realizzare questo obiettivo, abbiamo pensato a voltini che possano essere utilizzati come luogo di passaggio, aprendoli sul retro, che viene anch’esso vetrato. La duplice vetrata permette un contatto prospettico, anche percettivo, mentre si passeggia, in quanto è possibile scorgere al di là di quello che avviene all’interno dello spazio. Concretamente, rappresenta un elemento connettivo,

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che partecipa dell’accrescimento del legame tra i luoghi, oggi percepiti distanti. Questo maggiore contatto è incentivato anche dalla riqualificazione che viene effettuata nella zona nord, ossia sugli spazi che abbiamo definito retri e che invece ci proponiamo di riabilitare e restituire all’utilizzo da parte delle persone, aumentando la passeggiata pubblica. La maggiore fruizione di questa parte di città può significare un più alto utilizzo anche dei passaggi rappresentati dai voltini con numerosi visitatori all’interno di questi luoghi espositivi o occupati da molteplici e differenti attività. L’alto numero di persone che potrà transitare, può essere positivo non solo per i “commercianti/artigiani”, ma anche per gli stessi visitatori che avranno la possibilità di scoprire un mondo virtuoso con scopi differenti dal semplice commercio e che può e dovrebbe divenire luogo di contaminazioni e scambi.

due piani, passante

due piani, passante

un piano, retro chiuso

un piano, passante

Tipologie di spazi Le differenti tipologie concorrono ulteriormente a creare spazi flessibili che possano essere testimoni di attività, anch’esse diverse. Così si determinano luoghi in cui agire che presentano caratteristiche variabili; vi sono infatti voltini che presentano dimensioni diverse. Per questi motivi, si è pensato alla creazione di voltini a doppio volume, dove è possibile vedere la splendida volta che sovrasta questi spazi, oppure voltini che prevedono due piani, il piano terra e il primo piano soppalcato in modo tale che, per quelle attività che necessitano di un vero e proprio laboratorio, questo possa essere posto nel piano superiore, mentre la zona sottostante possa essere utilizzata come luogo di vendita e di esposizione. La grande vetrata, come abbiamo detto, permette spaziose vetrine, davanti alle quali il visitatore è invitato

un piano, passante a soffermarsi poichè “scavate” verso l’interno con lo scopo di creare un enclave in cui è possibile concedersi una sosta dalla passeggiata, ammirando ciò che vi è esposto. Questa prima accoglienza invita all’ingresso all’interno dello spazio, per una scoperta più ravvicinata dei luoghi e delle produzioni in essi creati. Nei voltini è comunque sempre presente un soppalco, che, in quelli più bassi si riduce a zona di stoccaggio materiali oppure, ad un ulteriore spazio espositivo, posto a contatto con la vetrata alta, che si trova invece a raso rispetto al muro e quindi avanzata nei confronti della vetrina sottostante. Questa, che forma la piccola enclave che accoglie, è stata inoltre pensata con tale conformazione in quanto, durante il passeggio, consente una visione prospettica che mostra con più facilità le sue esposizioni, oltre ad aumentarne la portata, rendendo ancora più partecipi i visitatori di quello che avviene all’interno di questi luoghi.

un piano, retro chiuso

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Crêuza de mä

8. Il “sistema” che ricuce

Pianta Scala 1:500

17 m

4,4 m 2p

2p

2p

2p

2p

2p

Planimetria scala 1:500

legenda

I servizi e la gestione dei rifiuti Altro elemento estremamente importante è la questione della gestione dei rifiuti in questi spazi di pregio. Ad oggi, infatti, spesso i voltini passanti (che permettono l’attraversamento dell’infrastruttura ferroviaria) sono utilizzati come luogo in cui vengono dislocati i cassonetti della spazzatura che creano situazioni affatto decorose. Questi ultimi, altre volte, si trovano semplicemente localizzati lungo la strada. Analizzando il sistema di raccolta rifiuti genovese, in particolare quello recentemente attivato da AMIU, l’azienda preposta alla raccolta dei rifiuti a Genova, nel centro storico, abbiamo trovato brillante il progetto creato e pensiamo che possa essere interessante provare a studiare un sistema analogo che permetta di nascondere alla vista questi sgradevoli oggetti. Ma facciamo un passo indietro e proviamo a spiegare come viene effettuata la raccolta e soprattutto dove sono ubicati molti cassonetti, nel perimetro del centro storico genovese. Per contribuire alla crescita e al decoro della qualità ambientale cittadina, AMIU, ha creato un progetto, nell’ambito dei finanziamenti dell’Unione Europea Urban II, che viene definito “EcoPunto”. Il progetto

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“EcoPunto” prevede l’eliminazione degli antiestetici contenitori dei rifiuti urbani, attraverso l’utilizzo di locali chiusi creati ed organizzati specificamente per assolvere a questa funzione. Dunque, locali allestiti precisamente per ospitare contenitori di rifiuti e raccolta differenziata. Certo questa risposta non è la più semplice, richiedendo un impegno, anche e soprattutto economico, non indifferente, ma sicuramente permette un miglioramento di percezione immediata dell’ambiente. Tale processo costa l’identificazione di locali adeguati e loro acquisizione, nonché ristrutturazione, messa in sicurezza e pulizia e manutenzione giornaliera. Il risultato ottenuto è sicuramente virtuoso e concorre decisamente ad un miglioramento percepibile del centro storico. Inoltre questo intervento ha una duplice finalità; da un lato vengono eliminati i cassonetti dagli spazi pubblici, dall’altro si liberano nuovi luoghi in cui poter ubicare la raccolta differenziata. L’obiettivo è proprio quello di eliminare da strade, piazze e vicoli di pregio questi contenitori, nella logica di una creazione di un buon decoro urbano. Così, reputiamo quest’esperienza enormemente interessante, preziosa testimonianza dell’impegno dell’Amministrazione e

laboratori artigianali laboratori artigianali e artistico-creativi e artistico-creativi sistemi di di raccolta sistema raccolta rifiuti “ecopunto” rifiuti “ecopunto”

degli enti che con essa collaborano a raggiungere un sempre progressivo miglioramento dei luoghi pubblici e pensiamo possa essere ampliata, riproponendola in parti di città esterne al centro storico, come Sampierdarena. La gestione dei rifiuti in via Buranello Nella fattispecie, pensiamo che possa essere giusto cominciare questo processo proprio in via Buranello, destinata a divenire un luogo prezioso per il quartiere e dove oggi la presenza di questi contenitori concorre enormemente all’abbruttimento della zona. Così, abbiamo riconosciuto spazi nei quali questi contenitori possono essere collocati; si tratta di alcuni voltini che, se appositamente schermati, data la presenza di vetrate ed il ruolo commerciale ed estetico della passeggiata, possano essere pensati e concepiti come i locali adatti a posizionare i cassonetti sul modello utilizzato nel centro storico. Questo permette di eliminare i cassonetti dai voltini esterni e trasferirli in ambienti chiusi, progettati e schermati, magari anche con opere artistiche e colorate, per un miglioramento dell’ambiente urbano. Anche i contenitori per rifiuti ubicati lungo la via vengono posizionati nei locali chiusi di via Buranello.

barbar servizi igienici servizi igienici

2p

palco soppalcato piano soppalcato (h min. 5,4) (h min. 5,4 m) nuove aperture aperture nuove

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Crêuza de mä

8. Il “sistema” che ricuce

10,5m

5,4m

6,5 m Sezione tipo Scala 1:500

la struttura del pannello 370

la struttura del pannello

17 m

9,8 m sezione tipo scala 1:500

Lo schermo verde Il progetto, prevede in prima istanza, di diminuire l’impatto visivo, sonoro ed acustico, rappresentato dai treni che ancora corrono superiormente all’infrastruttura, utilizzando una barriera verde fonoassorbente. Si tratta di una barriera verticale vegetale adatta per la protezione acustica. La barriera, sottile, è realizzata attraverso una struttura di sostegno in acciaio, costituita da montanti in profilati di acciaio. Il riempimento della struttura fonoassorbente è invece realizzato attraverso un substrato composto da una miscela di inerti a basso peso specifico ed alta ritenzione idrica, in modo da apportare il nutrimento necessario per lo sviluppo delle essenze messe a dimora. Essa è pensata per infrastrutture urbane o extraurbane caratterizzate da un ridotto spazio disponibile e permette la scelta delle essenze, che derivano da un’analisi del contesto in cui devono essere inserite e dalle finalità della barriera. La schermata verde ci sembra un’ottima soluzione per arginare il problema dell’inquinamento acustico creato dal passaggio dei treni, nonché per abbellire e rendere ancor più piacevole la passeggiata ed ovviare all’assenza lungo il percorso di un’alberatura. La vegetazione verticale, in una città densa

e dove questa risulta quasi del tutto assente, può essere un espediente molto positivo all’esigenza ecologica, salutare e paesaggistica urbana. Il giardino verticale diviene così una risposta moderna alle ridotte e sacrificate superfici verdi destinate a molti contesti cittadini, rappresentando quel respiro ricercato dagli abitanti di città claustrofobiche; esso si rivela capace di inverarsi in numerose soluzioni giocose che possono sviluppare capacità di adattamento vincenti e creative, in grado di immaginare e creare realtà urbane meno soffocanti e serie.

Prospetto sud (b-b’) Scala 1:500

prospetto sud (bb’) scala 1:500

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Crêuza de mä

8. Il “sistema” che ricuce

7/c. Contaminazioni “Non sarà possibile costruire una società serena della decrescita senza ritrovare le dimensioni della vita che sono state rimosse: il tempo per fare il proprio dovere di cittadino, il piacere della produzione libera, artistica o artigianale, la sensazione del tempo ritrovato per il gioco, la contemplazione, la meditazione, la conversazione, o semplicemente la gioia di vivere” (Serge Latouche)

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vista di via Buranello: il corso dell’artigianato

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Crêuza de mä

8. Il “sistema” che ricuce

I catalizzatori del sistema

1

b

b’

a’

a

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a. Il nuovo mercato sostenibile Il mercato “Tre Ponti” a Sampierdarena, posto come uno degli elementi fondanti del nostro nodo catalizzatore, oggi si presenta come uno spazio nel centro storico del quartiere, dall’aspetto fatiscente e decadente, uno spazio che sembra avere esaurito il suo compito cittadino, tanto da avere indotto proposte quali quella del suo abbattimento e trasformazione in piazza cittadina. Se ci si sofferma meglio a valutare questo luogo, tuttavia, si scopre che possiede ancora enormi potenzialità che devono essere assolutamente sfruttate, a sostegno della collettività. Provvisto attualmente di pochi e mal funzionanti banchi costituisce, nonostante la sua apparenza scialba ed inutile, una valida e concreta alternativa al suggerimento della demolizione, se gli verrà offerta la possibilità di mostrare le maggiori capacità, sia sociali sia spaziali, dell’edificio stesso. Se partiamo infatti da un’idea di mercato quale luogo di scambio e di incontro, ci rendiamo immediatamente conto che la sua demolizione rappresenterebbe un’altra grande occasione sprecata, senza essere sicuri che quella previsione che oggi indica lo spazio come una zona pubblica non si trasformi, come spesso è accaduto nel passato, in area residenziale privata. Al di là di questo, che certo rappresenta un pericolo reale, ma per il momento solo ipotetico, quello che si vuole sottolineare è la funzione intrinseca al mercato, che è proprio quella di luogo di ritrovo cittadino, ma non solo; esso è anche il riflesso del quartiere, della sua socialità e capacità aggregante. Se pensiamo al mercato dobbiamo inoltre riconoscere a questo luogo fisico, oltre alla funzione strettamente commerciale, ruoli di più ampio respiro, potendo costituire quest’ultimo un polo attrattivo e catalizzante di ulteriori questioni fondamentali quali la relazione tra la città, la sostenibilità, il rispetto dell’ambiente e della filiera produttiva, l’integrazione sociale e culturale. Questioni che non solo racchiudono elementi che accomunano il mercato con la piazza aperta, ma che le integrano e le completano. Il mercato è da sempre un luogo partecipe della piazza cittadina, ma che ne incrementa le funzioni. Immaginiamo allora un mercato di quartiere basato sui

planimetria del “nodo”scala 1:500

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Crêuza de mä

prima distribuzione precedente dei banchi

8. Il “sistema” che ricuce

nuova permeabilità

10 m

11 m nuova distribuzione dei banchi

sezione aa’scala 1:250

po La piazza soppalcata scala 1:500

6,66,6mm 3,3 mm 3,3

Sezione a-a’ scala 1:250 principi descritti, un mercato che diventi il fulcro di varie attività, non solo strettamente legate al commercio. Le funzioni e il ruolo del mercato sostenibile Immaginiamo di unire, come già è stato fatto per esempio al mercato del Carmine, aziende agricole e produttori autoctoni, che collaborino alla creazione di una rete capace di esaltare i prodotti locali, appartenenti alla consuetudine agroalimenatare del luogo. Immaginiamo che questo spazio, opportunamente restaurato, modifichi in parte la sua vocazione e diventi più attento al territorio ed alle sue tradizioni e dunque partecipi della loro sponsorizzazione e promozione tramite eventi, fiere, corsi di cucina tradizionale, degustazioni, corsi inerenti alle buone pratiche agricole. Si pensi dunque a questo luogo, come ad una realtà che supera i confini del commercio per immergersi in una dimensione culturale, che permetta un aumento delle conoscenze ed allo stesso tempo della capacità socializzante dei frequentatori, attraverso la sua occupazione anche da parte di varie realtà associative che si rendano capaci di sfruttare questo spazio che potrebbe anche divenire un contenitore di mostre, spettacolini, piccoli laboratori e risultare inoltre

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un’appendice dell’esperienza che prevediamo svolgersi nel palazzo della Fortezza, adiacente a questo luogo. Il progetto che accompagna la rivitalizzazione del mercato vede quindi un’estensione a valori più profondi di quelli legati al commercio; esso è infatti maggiormente connesso alla rivalutazione di un capitale territoriale che è stato spesso dimenticato, determinando la situazione attuale. Pensiamo allora ad una finalità più ampia, quella della salvaguardia ambientale, attraverso l’esaltazione di un sistema agricolo sano, di coltivazioni locali, che rispettino la biodiversità e la stagionalità. Tutto questo può essere realizzato tramite il potenziamento e lo sfruttamento della filiera corta. A questo discorso è inoltre collegata la salvaguardia degli agricoltori e del loro ruolo, che deve essere preservato e il cui valore e passione devono essere trasmessi ai giovani, i futuri custodi della storia e dell’arte spirituale e produttiva del territorio. Un altro obiettivo è quello di aumentare il dialogo tra consumatore e produttore, fonte di maggiore garanzia per il fruitore. Non ultimo la diffusione della cultura locale, dell’importanza della qualità dei cibi, oltre che della propria vita che passa anche e soprattutto da un ambiente di qualità; infine vorremmo sottolineare il

rispetto dell’autosufficienza alimentare che dovrebbe divenire un cardine della nuova economia cittadina. Un mercato allora con funzioni educative e sociali, che sia in grado di orientare le persone ad un modello di vita improntato sulla costruzione di relazioni e capace di promuovere nuovi modelli sostenibili di sviluppo, fondati sul ritorno alla sobrietà, alla cooperazione e all’ecologia, un’ecologia che non sia solo della natura, ma anche umana e sociale. Pensiamo perciò a un mercato delle persone, per le persone e l’ambiente in cui vivono e che condividono. L’area ristoro. Il nucleo pubblico Con lo spostamento dei banchi nella corsia centrale, lo spazio interno del mercato viene reso permeabile tramite nuove aperture vetrate in sostituzione al tamponamento precedente, mentre resta invariata la struttura portante, in buone condizioni. Tale mercato ospiterà al suo interno, anche una zona ristorazione, anch’essa ovviamente alimentata dai prodotti a km 0, provenienti dalla filiera produttiva locale, che sostenga quell’humus sociale e culturale, filo conduttore del nostro intervento. Il mercato, se da un lato si presenta come una struttura classica ospitante i venditori che abbracciano

la piazza soppalcata scala 1:500

la filosofia del km 0, dall’altro diviene luogo di incontro e confronto grazie alle attività previste e sponsorizzate, quali performance artistiche, aperitivi di fine giornata, workshop e laboratori vari, pranzi e cene sociali e altre attività che la fantasia sarà in grado di pensare; si ipotizza una collaborazione con ulteriori realtà associative presenti ed attive sul territorio che possono servirsi dello spazio come laboratorio o luogo di esibizione ed una cooperazione con le nuove attività artistiche/ artigianali e ricettive di via Buranello e con l’incubatore sociale, come è stato definito, della villa “La Fortezza”. Così, sfruttando il doppio volume centrale ad oggi presente, viene creato un nuovo ambito di connessione che garantisce la continuità dello spazio pubblico interno/esterno, ospita funzioni di richiamo, servizi ed una piazza soppalcata; lo spazio funziona in sinergia col mercato ma è allo stesso tempo indipendente

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Crêuza de mä

8. Il “sistema” che ricuce

ristorante/ bar

performance artistiche

aste del cibo

cene/pranzi sociali

corsi di cucina

mercato a filiera corta

massaggi/ beauty

sale da tè

mercato etnico

commercio equo solidale

funzioni mercato e fortezza

km 0 spazi e funzioni

mercato etnico

riattivazione del mercato

mercato etnico alimentare workshop cucina

Fortezza: Fortezza: piano 1b piano 1 b

USUFRUTTO/COMODATO D’USO

COMUNITA’

proiezioni

corsi di formazione

eventi

attività culturali

palestra sociale

spazi associativi

attività scolastiche

info point consolerie turismo

laboratori artigianali

massaggi

laboratori

laboratori teatrali

didascalie immagini Fortezza: Fortezza: piano 1a piano 1 a

incubatore sociale

Fortezza: Fortezza: piano terra bpiano terra b

b. L’incubatore sociale La villa “La Fortezza”, meravigliosa struttura abbandonata, rappresenta l’ultimo, ma non per importanza, elemento catalizzatore del nodo del sistema tracciato. Ergendosi imponente, stretta tra la saturazione cittadina, rappresenta una delle più sublimi testimonianze del passato di Sampierdarena e della sua capacità di modificare nella storia il proprio ruolo, di reinventarsi e trasformarsi. Ancora un volta, per evitare la museificazione di questo meraviglioso edificio o ancor peggio perderlo a causa della rovina del tempo e dell’incuria, è necessario sapergli restituire una funzione che permetta di valorizzare la sua architettura ed i suoi luoghi, da mettere in relazione anche con quelli esterni. L’elemento spaziale di collegamento con il gioco di componenti esterne che caratterizza il nostro nodo, è

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sicuramente rappresentato dal suo giardino, mentre quello concettuale è rappresentato proprio dalle funzioni che vogliamo introdurvi che, in continuità con gli interventi effettuati a mezzo dell’autocostruzione, di tipo temporaneo, dei quali si prevede peraltro un consolidamento, vi vengono inserite. Proponiamo dunque di concedere questi spazi, all’associazione SUQ, realtà genovese che ha saputo farsi conoscere nel mondo e creare un festival che attira ogni anno visitatori provenienti da tutto il globo e che ha saputo guadagnarsi riconoscimenti e titoli importanti da parte dell’Unione Europea, l’UNESCO, il Ministero dell’Ambiente e degli Affari Esteri, nonché quello delle attività culturali e dell’integrazione e che proprio per questo può essere la scintilla capace di dare vita al nostro complesso processo.

Fortezza:Fortezza: piano terra a

piano terra a

mercato mercato Suq suq

palco centrale palco centrale

mercato mercato km0km 0

sede sede SuqSuq

ristorante e piazza ristorante e piazza

loggia loggia

sale lettura/the sale lettura/tè

palestra palestra

aule laboratori/uffici aule laboratori/uffici

salone eventi salone eventi

spazi associativi spazi associativi

servizi, distribuzione distribuzione verticale, ascensore ascensore verticale,

Fortezza: piano interrat Fortezza: piano interrato

Mercato Mercato

servizi,

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L’allestimento Inoltre, il progetto sfrutta l’abbondanza di spazi propria della villa e concede una parte della struttura anche ad altre realtà associative con le quali il Suq può collaborare ,ampliando così, attraverso la diversificazione dei soggetti usufruttuari e delle attività ad essi connesse, l’offerta delle attività presenti aggreganti presenti nell’incubatore. Gli ambienti interni sono pertanto modulati attraverso installazioni leggere, che garantiscono facilità di montaggio, flessibilità di utilizzo e variazioni scenografiche. Tali allestimenti si differenziano in due tipologie differenti; quelle prettamente legate al l’associazione Suq che necessita di scenografie particolari atte a ricreare l’atmosfera tipica dei mercati mediterranei e a coinvolgere pienamente all’interno di questa realtà. I pannelli saranno allora strutture leggere e, seguendo i mdelli degli allestimenti ad oggi utilizzati dall’associazione, presenteranno le forme tipiche del contesto che vogliono ricreare. La seconda tipologia di pannelli, quella pensata per le altre realtà associative che vorranno essere parte di questo nuovo progetto sociale di cooperazione e scambio, saranno invece più semplici e privi di forme particolari, sfruttabili in contesti ed occasioni differenti, come separatori di ambienti, pannelli espositivi.

2,8 m 2,8

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8. Il “sistema” che ricuce

moduli flessibili

moduli flessibili moduli flessibili

sede permanente del Suq

sede permanente del Suq

allestimento sede permanente del Suq 34 m

34

25,3 m

25,3

21 m

21

13,6 m

13,6

10,5 m

10,5

3,7 m

3,7

sezione bb’scala 1:500

villa Fortezza: salone del piano terra

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Contaminazioni tra elementi Dunque la realtà, in connessione con scuole, associazioni, teatri, può divenire l’elemento contaminante tra tutte queste situazioni. Non solo, non è da dimenticare il festival annuale di cui abbiamo accennato, del mercato mediterraneo, espressione del melange culturale che a Sampierdarena si vorrebbe raggiungere e che potrebbe essere organizzato nelle strade riqualificate del quartiere stesso, incrementando la visibilità delle altre realtà commerciali e culturali e collaborando sinergicamente con esse. Potrebbe avvalersi, se necessario, degli spazi del nuovo mercato “Tre Ponti”, del sistema di piazze cittadine creato nella città e cooperare con le numerose associazioni di immigrati presenti sul territorio, magari coinvolgendole nella realizzazione di tale esperienza e renderle protagoniste, incentivando quel processo di integrazione di cui si è ampiamente accennato. Sampierdarena quartiere multiculturale, nell’accezione più positiva che questo termine possa assumere; un’accezione di scambio, confronto, contaminazione e scontro, che renda tutti più consapevoli e meno aggrappati a pregiudizi infondati e a luoghi comuni. La Fortezza come “incubatore sociale”, in cui le persone possano trovare un punto di riferimento e sentirsi parte di una comunità più grande che non esclude, ma che, giorno dopo giorno, tenta di costruire, assieme, qualcosa di più. “E per questo non serve una tolleranza concessa, ostentata, com’è quella che viene dal potente, bensì una tolleranza esperita, vissuta ogni giorno, con la consapevolezza che se essa venisse meno, la casa crollerebbe e si rimarrebbe senza riparo3”.Dunque una tolleranza vissuta, ma non imposta, siamo convinti che possa aiutare questo percorso di integrazione, dove la potenza degli incontri e dei contatti possa trasformarsi in dinamiche culturali che contagino, restituendo una dimensione sociale e collettiva in evoluzione, che sappia ricercare risposte inedite di più ampio respiro ed intelligenza e che restituisca nuovo slancio alla cooperazione, che esalti le differenze, senza annullarne la forza.

8. Il “sistema” che ricuce

spazi commerciali di possibile riattivazione

rivitalizzazione del tessuto commerciale

“dialogo”tra la fortezza e il mercato

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vista del mercato e della Fortezza da via R.Pensa

8. Il “sistema” che ricuce

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8. Il “sistema” che ricuce

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Allegati Tavola 0. ABSTRACT Tavola 1. LA GRANDE GENOVA La città tra deindustrializzazione e metamorfosi Tavola 2. ERA SUPERBA Ascesa e declino della città di Genova Tavola 3. SAMPIERDARENA Connessioni e limiti Tavola 4. SPAZI PERDUTI Strutture deboli e potenzialità Tavola 5. CITTA’ SOLIDALE Le associazioni e lo spazio pubblico Tavola 6. ATTIVAZIONE Macrostrategia Tavola 7. CREUZA DE MA Masterplan Tavola 8. CANTIERE APERTO Strategia di gestione sostenibile Tavola 9. COINVOLGIMENTO Fabbricazione collettiva di spazi pubblici Tavola 10. IL SISTEMA CHE RICUCE Spina verticale Tavola 11. IL SISTEMA CHE RICUCE Le spine orizzontali Tavole 12. MOSAICO DI SPAZI Infrastruttura creativa Tavola 13. CONTAMINAZIONI I catalizzatori del sistema 398

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CREUZA DE MA: strategia di rigenerazione degli spazi pubblici e processi partecipativi  

Studio del quartiere di Sampierdarena, per lo sviluppo di un progetto di rigenerazione urbana. Questo territorio, che presenta diverse criti...

CREUZA DE MA: strategia di rigenerazione degli spazi pubblici e processi partecipativi  

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