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Agli

occhi del mondo intero saremo considerati

una minaccia da sconfiggere.

Per

gli altri, noi siamo il male.


Mario De Martino I FIGLI DI ATLANTIDE

Casini Editore


Š 2011 Valter Casini Edizioni www.casinieditore.com ISBN: 9788879051668


Ai miei genitori, con sincero affetto. E a chi credeva.


Prologo


Sempre il mare, uomo libero, amerai! perché il mare è il tuo specchio; tu contempli nell’infinito svolgersi dell’onda l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito non meno amaro. — Charles Baudelaire, L’uomo e il mare


Oceano Atlantico, 9.600 a.C. circa

Morte. Nel silenzio del tramonto incandescente non si avvertiva il minimo tremito: i simboli di una civiltà antica, le ultime voci di un popolo ormai condannato… tutto era destinato a essere inghiottito dalle sabbie del tempo. Dolore. La solitudine incombeva sugli animi con l’angoscia dell’impotenza. Un senso di sconforto stava per pervadere gli abitanti dell’isola. Atlantide, sovrana dei mari, si preparava a tornare nel suo elemento. Distruzione. La fine del mondo. L’estasi del tempo perduto. L’ultimo soffio di vita, flebile e indistinto. Il luccichio era ancora troppo lontano perché il mondo comprendesse di star andando incontro alla propria fine. Ma le nubi fuggivano dal cielo, prevedendo, forse, la catastrofe imminente. L’orizzonte assumeva tinte inconsuete. Grigio. Azzurro. E di nuovo grigio. Le acque s’ingrossavano. Solo un occhio esperto avrebbe compreso che quel punto lontano non era affatto immobile in un cielo che sembrava la


I Figli di Atlantide

tela di un dipinto: la sua velocità sfiorava i venti chilometri al secondo. Una stella, forse. La stella dell’ultima veglia di Atlantide. Pochi se ne accorsero. Pochissimi si resero conto di averlo sempre saputo. La città stava per essere seppellita dalla feroce violenza della natura. Quando il momento arrivò, qualcuno si decise finalmente ad alzare gli occhi e vedere. Alcuni non esitarono a gridare al miracolo. L’oggetto, dal canto suo, si limitò a seguire la propria traiettoria. Il meteorite aveva viaggiato nei freddi abissi dello spazio profondo: il gelo primordiale, covo di meraviglie e terrore. Adesso precipitava dal cielo cobalto lasciando una scia bianca. Sembrò svanire all’orizzonte, tremolando oltre le nubi più alte. Nell’aria profumata della sera una brezza leggera soffiava dal mare. La chiamavano Città dalle Porte d’Oro: schiere di palazzi e torri divise da ampi canali concentrici, collegati a impianti di irrigazione ipertecnologici. Il Gran Sacerdote guardò il cielo e strinse i pugni: — Una fine annunciata. Atlantide doveva essere preparata all’evento. La punizione divina l’avrebbe colpita di lì a poco. Le pietre giacevano su un drappo rosa pallido, riposte con la cura che si deve alle gemme di massimo pregio. — In esse è racchiuso il destino dell’umanità — disse. — Presto ogni cosa cesserà di esistere, ma sarà solo un passaggio in attesa di una nuova Età dell’Oro. Proteggerete le sacre pietre per le generazioni future, fino a quando i posteri compiranno l’impresa. La tempesta si preannuncia. Il sacerdote non si sbagliava.


Prologo

La superiorità che Atlantide aveva dimostrato in quella guerra senza sosta aveva finito per attirarsi le ire delle divinità dispotiche che regnavano nei cieli. Come tutti gli eventi dettati dal volere della natura, o forse delle Menti Supreme che regolano l’Universo, anche la fine fu meravigliosa. L’oceano e il cielo divennero d’oro e il tempo parve fermarsi. Poi arrivò il rimbombo. E la grande scossa. La terra oscillò. Le acque tremarono finché il tuono non si fu affievolito del tutto; poi si riversarono sulle scogliere in una spuma incolore. Quella notte, grandi navi lasciarono gli antichi porti. I reduci di una terra antica veleggiarono dirette a Oriente e Occidente, facendo rotta verso i più remoti angoli del globo e conducendo altrove il segreto della propria grandezza. Il Gran Sacerdote rimase impassibile. Il volto pallido incorniciato dalla chioma bianca si distorse in un sorriso, mentre osservava le mura di pietra nella solitudine del palazzo. Le sue mani tremavano. — L’Occhio di Atlantide — disse accostandosi alla parete scura — mostra ciò che il destino nasconde. La sua voce risuonò lungo il corridoio. Dinanzi a lui troneggiava una statua dall’espressione severa e maestosa, forgiata interamente in oricalco. Tastò il nudo metallo con le dita sottili, sollevando un velo di polvere. Una luce intensa filtrò attraverso la sua mano. L’uomo trasse a sé un oggetto, osservandolo con aria grave: un medaglione tondo e lucido. — La fine del vecchio mondo — disse tra i denti, sfiorandolo. — Il potere. Sulla superficie liscia e fredda era raffigurato un ovale che assomigliava a un occhio umano.


I Figli di Atlantide

— Il mio compito è finito — disse rivolto a sé stesso stringendo il medaglione nel pugno, come per timore di perderlo. Atlantide fu inghiottita dalle acque, uscendo dalla scena del mondo e divenendo niente più che un semplice ricordo.


Valle di AnĂĄhuac, America del Nord, estate 1938

Il cielo sfavillante di stelle illuminava la radura. Nel silenzio della notte soffiava una brezza a malapena percepibile. Risaliva dal lago di Texcoco, investendo la valle. In serate come quella gli piaceva vagare, pensare, ideare spedizioni, cercare nuove avventure. Il suo essere giovane, inesperto e, sotto certi aspetti, ancora troppo immaturo per affrontare la realtĂ , lo faceva sentire irrealizzato: le cose da scoprire dovevano essere ancora tante. Clinton Covenat non aveva idea di cosa lo attendesse. Presto la notte avrebbe lasciato il posto al giorno e la pianura sarebbe arsa sotto un sole accecante. Non si illudeva sulla possibilitĂ  di trovarla davvero, anche se sentiva di essere sul punto di imbattersi nelle vestigia di una civiltĂ  sconosciuta, antica e allo stesso tempo avanzata, in grado di concepire meraviglie tecnologiche inimmaginabili. Non si sentiva incoraggiato dai racconti di un sacerdote indiano come era accaduto a quel suo collega, Churchward, qualche anno addietro; non aveva ritrovato vecchie mappe ingiallite dal tempo e, nel corso degli scavi, nulla gli aveva fatto presagire una cosa del genere. Eppure ne era sicuro, sicuro che avrebbe trovato qualcosa. Un tesoro, forse, un prezioso manoscritto,


I Figli di Atlantide

qualcosa per cui valesse la pena sfidare le barriere di quel luogo impervio. Il fruscio delle foglie riecheggiava nelle sue orecchie, per sussurrargli un ammonimento, o incoraggiarlo, chissà. “È questo il posto”. Oppure: “Sei sulla strada sbagliata”. Si disse che qualunque avventuriero, giunto a poche ore dalla scoperta che potrebbe cambiargli la vita si porrebbe delle domande, senza però riuscire a trovare una risposta: la fama non è tutto ciò che si può desiderare e molto spesso il ricordo di un uomo, seppur grande, finisce nella tomba insieme a lui. Ripensò ai suoi compagni di viaggio, “scriteriati” come lui, fin troppo spesso oggetto di scherno per la comunità scientifica. E tutto per causa sua. Gli pianse il cuore anche per quell’idiota dell’Inglese, rimasto nella vecchia baracca, qualche decina di metri più a sud. Chiamava “la baracca”, come i più anziani nel gruppo, il posto dove catalogavano tutti i reperti che affioravano dalle profondità della terra. Oggetti che in un museo sarebbero valsi la bellezza di milioni di dollari. E lui aveva bisogno di soldi. Tutti avevano bisogno di soldi. L’Inglese gli era parso da subito l’uomo giusto per quel tipo di lavoro, il classico omaccione senza troppi grilli per la testa. Dall’orgoglio eccessivo e un modo di fare brusco e arrogante, per i suoi gusti. Ma un brav’uomo, senza alcun dubbio. Mancavano quattro ore alla ripresa degli scavi. Il sole proiettava raggi di luce intensi e tremolanti sul terreno molle subito oltre l’entrata. Avanzò a grandi passi, risoluto. Gli altri lo seguirono senza obiettare, abituati agli ordini e alla calura estiva. Riconosceva quel luogo, lo aveva visto molte volte nelle


Prologo

sue rappresentazioni mentali. Se i suoi calcoli erano giusti, avrebbe trovato presto ciò che cercava. Facendosi strada con la sua torcia, Covenat attraversò il corridoio in una manciata di minuti, senza soffermarsi sui pittogrammi che inondavano le pareti. Sgombrò la mente da qualsiasi pensiero, deciso solo a perseguire il suo obiettivo: la scoperta della verità. — Tenete il passo — fece, senza voltarsi. L’area più interna era invasa dalla polvere. Avanzò silenziosamente, percependo il ritmo del proprio respiro, con una strana sensazione di smarrimento. Si guardò intorno: l’ambiente, inviolato da secoli, si presentava in tutta la sua antica essenza. Le dita ruvide di Covenat sfiorarono la pietra levigata. L’Inglese andò avanti, mantenendo alta la sua torcia e riducendo gli occhi a fessure. Ben presto trovarono il passaggio bloccato: una frana, o qualcosa del genere. Magari un terremoto. — Di qui non si passa — osservò l’Inglese, mordendosi il labbro. — Non subito, almeno. Covenat si fece avanti, slacciandosi la tracolla. Estrasse due candelotti di dinamite. Gli altri lo osservarono gravemente. — La struttura potrebbe cedere! — gridò qualcuno. — Resteremo intrappolati qui dentro se… — L’uscita è di là, per chi vuole. — La indicò. — Io correrò il rischio. Infilò il candelotto tra le fessure sconnesse della roccia. Prima di avvicinare la fiamma alla miccia, diede un’altra occhiata in giro. — Allora? Nessuno si mosse. Si udì uno scoppiettio. Covenat cercò un riparo e l’Inglese gli andò dietro. Di lì a breve arrivò l’esplosione, seguita da una nube di polvere. L’ambiente fu presto saturo di fumo e odore di bruciato.


I Figli di Atlantide

Qualche masso crollò. Attraverso una cavità allungata, alta circa mezzo metro, si scorgeva solo buio. — Tu — si rivolse all’Inglese, — seguimi. Gli altri attesero, senza obiettare. Clinton Covenat entrò per primo. Sul pavimento, ricoperto da uno spesso strato di polvere, un teschio osservava il soffitto con le sue orbite vuote. Il resto dello scheletro era rivestito di brandelli logori che emanavano un cattivo odore. Odore di morte. L’archeologo passò in rassegna la stanza, scrutando le ossa che giacevano sul terreno: un’intera spedizione rimasta intrappolata nelle viscere della terra da tempi immemorabili. — Anche loro erano alla ricerca di qualcosa — fece Covenat, senza scomporsi. L’Inglese continuò a scrutarlo, atterrito. Qualsiasi cosa fosse, doveva essere importante. Molto importante. L’uomo si chinò a osservare uno scheletro: il braccio proteso poggiava su una fessura nella parete non più grossa di un uovo. Covenat vi accostò la torcia, ma la luce filtrò attraverso il foro per poi perdersi nell’oscurità. — Dobbiamo spostarlo. L’Inglese s’irrigidì. — Cosa? — Dobbiamo spostarlo! Ne trasportarono con estrema cura le ossa poco più in là. Il teschio rotolò lungo il pavimento, arrestandosi contro la parete di fondo. Covenat, incurante di tutto, estrasse il suo piccone e si accovacciò, gli stivali sporchi di polvere e un’espressione ambigua impressa sul volto. La parete intorno al foro era percorsa da misteriose incisioni: solcavano la pietra come rughe su una grossa fronte. Aguzzò lo sguardo:


Prologo

“Sembrano caratteri fenici” pensò, serio. “Si dice che nell’idioma di Atlantide si potessero intravedere tutti gli altri idiomi del mondo, come in controluce”. Colpì la fessura con la punta del piccone e sul pavimento cadde della polvere. Un colpo. Due. Tre. Poi cedette. Trovarono l’entrata di uno stretto cunicolo e avanzarono lentamente. Covenat avrebbe voluto dire qualcosa, anche solo per comprendere la reale posizione del suo corpo in quel regno di roccia e polvere, ma le parole non volevano uscirgli di bocca. “Andrà tutto bene, stanne certo”. Ormai era finito a riflettere con sé stesso, invece di rivelare ad altri i suoi timori. Avanzò carponi, tastando la nuda pietra. L’aria densa gli perforava i polmoni. Finalmente arrivò. La luce moriva del tutto a una distanza di un paio di metri. Mettere a fuoco gli fu particolarmente difficile, forse perché temeva di non scorgere ciò che avrebbe voluto. Adagiato all’interno di una nicchia, nella parete, emanava riflessi tremolanti. “Quarzo” pensò, avvicinandosi carponi. Investito dalla fiamma della torcia, il cristallo brillava candido nel silenzio.


Washington D.C., 25 aprile 2011

Quando arriva non lo senti. È un attimo, poi succede qualcosa. È difficile capire cosa, sai solo che è troppo tardi per indugiare. Devi stringere i denti e metterti a correre. «Noi siamo i signori della realtà» avevano detto. «Siamo il vostro libero arbitrio». E allora potevi davvero dire di avere paura. E tanta, anche. Robert Gray lo sapeva, sapeva che sarebbe arrivato quel qualcosa. Lo sapevano anche l’FBI, l’Interpol, il Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Mentre le pale dei rotori si muovevano a ritmo frenetico su Washington D.C., le squadre di artificieri già inondavano le strade. Sembrava di assistere a una manifestazione sportiva, a un’invasione di campo. L’atteggiamento umano di fronte al pericolo è decisamente bizzarro. Può sembrare utile fuggire, per qualcuno, allontanarsi il più possibile… altri, invece, ne sono attratti, come ammaliati da quell’orrida bellezza. Quando arrivò l’esercito degli Stati Uniti era già stato dichiarato l’allarme generale. Una delle più grandi minacce alla sicurezza nazionale e in-


Prologo

ternazionale era stata appena annunciata dalle televisioni di cinquanta stati. Robert Gray provava una senso di vuoto all’altezza dello stomaco. Osservò il suo orologio: le quattordici e quarantacinque. Mancava solo un quarto d’ora e poi… L’elicottero ondeggiava a poco più di un metro dal suolo. Si lanciò a terra. Si allontanò, incurante del movimento dell’aria che gli agitava i vestiti e i capelli scuri, e si fermò dall’altra parte della strada assieme a William Kingsley. I posti di blocco nemmeno si contavano. Quanto tempo rimaneva prima che si scatenasse l’inferno? “Meno di dieci minuti” avrebbe risposto il suo orologio. Era troppo tardi.


I libri cambiano il mondo

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Casini Editore Via del Porto fluviale, 9/A – 00154 Roma www.casinieditore.com info@casinieditore.com Finito di stampare nel mese di febbraio 2011 Stampato per Casini Editore dalla Arti Grafiche La Moderna – Roma


— Non ridete se vi informeranno di intrighi governativi — continuò. — Non ridete se vi spiattelleranno qualche teoria del complotto. Non ridete se vi parleranno del Nuovo Ordine Mondiale; potreste star ridendo del vostro futuro.

Quando sarai pronto a osservare, allora l’Occhio si aprirà. In fondo non serve a nulla aprire gli occhi quando non c’è niente da vedere.

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I figli di Atlantide - Mario De Martino