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Parte prima

WALKER


Un eroe non è più coraggioso di un uomo normale, lo è solo per cinque minuti in più. – Ralph Waldo Emerson


1.

Quando ti trovi a uccidere lo stesso terrorista due volte in una settimana, ci deve essere qualcosa di sbagliato, o in te o nel tuo mondo. Ma non c’è niente di sbagliato in me.


2. Ocean City, Maryland / Sabato 27 giugno; ore 10:22

Vennero a cercarmi in spiaggia. Ben vestiti e tirati a lucido. Due davanti e uno sotto copertura più indietro, si avvicinarono mentre stavo per raggiungere lo sportello della macchina. Niente di vistoso, solo tre ragazzoni vestiti di un grigio dozzinale che sudavano nel caldo di Ocean City. Il portavoce alzò le mani facendomi segno di non preoccuparmi. Era un afoso sabato mattina e io indossavo i pantaloncini del costume, una camicia hawaiana con delle sirene su una maglietta di Tom Petty, un paio di infradito e gli occhiali da sole. La mia pistola era chiusa a chiave in una cassetta degli attrezzi dentro il portabagagli, con la sicura inserita. Ero in spiaggia ad ammirare l’annuale raduno di conigliette in bikini, ed ero in licenza dal giorno della sparatoria, in attesa del lunedì mattina in cui ci sarebbe stata una riunione con l’ufficio per gli affari interni e gli agenti coinvolti. Era stata una brutta scena quella al magazzino e, per farmi chiarire le idee sulla sparatoria, mi avevano sospeso in via cautelare. Non mi aspettavo problemi, non ci sarebbero dovuti essere problemi, e quel modo disinvolto con cui mi stavano incastrando era stato scelto per non creare agitazione. Io stesso non avrei potuto fare meglio. — Mr. Ledger?


Walker

— Detective Ledger — precisai, giusto per fare il simpatico. Nemmeno l’ombra di un sorriso sul volto di quell’uomo, solo un millimetrico cenno di assenso. Aveva la testa simile a un secchio. — Ci segua, la prego — disse. — Fuori il distintivo o fuori dalle palle. Testa–a–secchio mi lanciò una gran brutta occhiata, ma tirò fuori il tesserino identificativo dell’FBI, che smisi di leggere subito dopo le iniziali. — Di che si tratta? — Vuole seguirci, per favore? — Ho già timbrato il cartellino, ragazzi. Allora, di che si tratta? Nessuna risposta. — Sapete che inizio l’addestramento a Quantico fra tre settimane? Nessuna risposta. — Volete che vi segua con la mia macchina? — Non che volessi provare a filarmela, ma il mio cellulare era nel portaoggetti del SUV e sarebbe stato bello chiedere di questa storia al Tenente. Avevo una strana sensazione al riguardo. Non di pericolo, solo strana. — No, signore, la riporteremo qui subito dopo. — Dopo cosa? Nessuna risposta. Gli diedi un’occhiata, e poi ne diedi una anche al tizio accanto a lui. Percepivo la presenza del terzo uomo alle mie spalle. Erano grossi, erano determinati — persino con la coda dell’occhio riuscivo a vedere che Testa–a–secchio poggiava tutto il suo peso sulla parte anteriore dei piedi rimanendo tranquillamente in equilibrio. L’altro tizio che avevo davanti si era spostato sulla destra. Aveva le nocche gonfie ma le sue mani non erano graffiate. Probabilmente faceva boxe più che arti marziali; i pugili indossano i guantoni.


Patient Zero

Stavano facendo tutto nel modo giusto a eccezione del fatto che si erano avvicinati un po’ troppo. Mai avvicinarsi troppo. Ma sembravano proprio dell’FBI. Non è facile fingersi un Federale. — OK — dissi.


3. Ocean City, Maryland / Sabato 27 giugno; ore 10:31

Testa–a–secchio si mise seduto accanto a me sui sedili posteriori, gli altri due sedettero davanti. A giudicare dalla conversazione, quei tizi dovevano essere tre mimi. L’aria condizionata era accesa e la radio spenta. Divertente. — Non staremo mica tornando indietro fino a Baltimora? — Erano più di tre ore di viaggio e avevo la sabbia nel costume. — No — fu l’unica parola che Testa–a–secchio disse per tutto il viaggio. Mi misi comodo e aspettai. Capii che era mancino dal rigonfiamento creato dalla fondina. Io mi trovavo alla sua destra, il che significava che la falda della giacca mi avrebbe impedito di afferrare la sua pistola e che lui avrebbe potuto usare la mano destra per bloccare un mio possibile attacco e contemporaneamente estrarla. Era professionale e ben addestrato. Probabilmente anch’io avrei fatto quasi la stessa cosa. Quello che non avrei fatto, però, sarebbe stato reggermi alla cinghia di pelle sulla portiera, come stava facendo lui. Era il secondo errore che commetteva, e arrivati a quel punto non riuscivo a capire se stesse cercando di mettermi alla prova o se ci fosse qualche difformità tra l’addestramento che aveva ricevuto e il suo istinto. Mi misi comodo, cercando di capire perché mi avessero prelevato. Se aveva a che fare con l’azione della settimana prece-


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dente al porto o se, in qualche modo, ero nei guai per qualcosa a essa collegato, allora, una volta arrivati in qualsiasi posto ci stessimo dirigendo, di sicuro avrei chiamato il mio avvocato. E avrei preteso anche un rappresentate sindacale. Questa non era affatto una procedura standard. A meno che non si trattasse di qualcosa collegato al Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, nel qual caso avrei chiamato il mio avvocato e il rappresentante del mio collegio al Congresso. Quello che era successo al magazzino era giustificato e non avrei permesso a nessuno di affermare il contrario. Negli ultimi diciotto mesi ero stato assegnato a una di quelle squadre speciali intergiurisdizionali che erano spuntate un po’ ovunque dopo l’undici settembre. C’erano alcuni di noi del dipartimento della polizia di Baltimora, alcuni di Philadelphia, altri di Washington, e poi un’accozzaglia di ederali: FBI, NSA ATF, e qualche altra sigla che non avevo mai visto né sentito prima. Non si faceva molto in realtà, ma tutti volevano metterci lo zampino in caso accadesse qualcosa di succoso, e quando dico succoso intendo vantaggi per la carriera. In un certo senso ero stato scelto. Da quando, qualche anno prima, avevo ricevuto il distintivo da detective, ero stato fortunato quanto bastava per chiudere un numero di casi superiore alla norma, inclusi due riguardanti organizzazioni sospettate di terrorismo. Ero stato anche per quattro anni nell’Esercito, parlavo un po’ di arabo e di farsi. Parlavo un po’ di molte lingue. Le lingue straniere mi venivano facili, era stata questa la ragione per cui ero stato scelto e assegnato al furgone di sorveglianza. La maggior parte delle persone che intercettavamo saltavano dall’inglese a una varietà di lingue medio–orientali. Sembrava un incarico interessante, ma la realtà era stata che mi avevano piazzato su un furgone e che per buona parte dell’ultimo anno e mezzo non avevo fatto altro che bere troppo caffè Dunkin Donuts e appiattirmi il culo sulla sedia.


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Stando alle apparenze un presunto gruppo terroristico legato ai fondamentalisti sciiti stava pianificando il contrabbando di ciò che ci era stato riferito essere una potenziale arma biologica. Ovviamente, non ci era stato fornito nessun dettaglio, il che aveva reso il pattugliamento dannatamente duro e una perdita di tempo, per lo più. Quando noi (cioè la polizia) avevamo provato a chiedere a loro (cioè i pezzi grossi del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale) che cosa stessimo cercando esattamente, avevano fatto muro. Bisognava conoscere solo le basi. Questo genere di cose la dice lunga sul perché non tutti siamo al sicuro come potremmo pensare. La verità è che se ce lo avessero detto probabilmente poi avremmo giocato un ruolo fondamentale nell’arresto, il che per loro significava perdere credito. Era stato questo a metterci nei guai l’undici settembre, e a quanto ricordi non è cambiato molto da allora. Poi un lunedì avevo captato un po’ di trambusto da un cellulare che stavamo intercettando. Era saltato fuori un nome — un cittadino yemenita chiamato El Mujahid, un pesce abbastanza grosso nello stagno del terrorismo, compariva anche sulla lista dei super–ricercati del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale — e il tizio che stava parlando di lui al telefono ne parlava come se El Mujahid fosse in qualche modo coinvolto in qualsivoglia affare stesse organizzando la combriccola del magazzino. Il nome di El Mujahid era su tutte le liste del DSN, e in quel furgone non avevo molto da fare se non leggere, perciò avevo letto e riletto quelle liste più e più volte. Visto che ero stato io a dare l’allarme, avrei dovuto prendere parte all’azione in programma martedì mattina. Eravamo in trenta, tutti in perfetta tenuta Swat, tute antiproiettili in kevlar e caschi dotati di telecamere. L’unità era stata divisa in squadre da quattro uomini ciascuna: due uomini armati di pistola mitragliatrice MP5, un esploratore con uno scudo antiproiettile e una Glock calibro 40, e un uomo con un fucile a pompa


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Remington 870. Io ero il tiratore nel mio gruppo e avevamo assaltato il magazzino giù al porto con violenza e velocità. Eravamo sbucati da ogni porta e finestra dell’edificio. Flashbang, cecchini sui palazzi intorno, svariati punti di irruzione, e molte urla. Shock e paura, l’idea era quella di sorprendere e frastornare, in modo che gli uomini che si trovavano all’interno del magazzino fossero troppo storditi e confusi per opporre resistenza. L’ultima cosa che volevamo era una strage. La mia squadra era stata assegnata all’uscita sul retro, che portava a un piccolo molo. Lì c’era attraccato un motoscafo Cigarette. Non era nuovo, ma era bello. Mentre aspettavamo il segnale per fare irruzione, l’uomo accanto a me — il mio amico Jerry Spencer del dipartimento di polizia di Washington — non smetteva di fissarlo. Mi ero avvicinato canticchiando la sigla di Miami Vice e lui aveva sorriso. Stava per andare in pensione e forse quel motoscafo gli sembrava un biglietto per il paradiso. Il segnale era arrivato e all’improvviso tutto si era fatto frenetico. Facendo saltare la serratura della porta eravamo entrati urlando a tutti di rimanere immobili e di posare le armi a terra. Quando ero al dipartimento di polizia di Baltimora mi ero ritrovato in situazioni simili forse quindici o diciotto volte e solamente in due occasioni qualcuno era stato così stupido da fare fuoco contro di noi. I poliziotti non corrono il rischio solo per l’ebbrezza di farlo e in genere nemmeno i cattivi. Non è una questione di palle, è piuttosto una questione di equilibrio di forze, bisogna travolgere il nemico in modo che non venga sparato nemmeno un colpo. Mi ricordo che durante il periodo di addestramento tattico, il Comandante aveva appeso in palestra una placca con su scritta una citazione dal film Silverado: «Io non voglio ucciderti e tu non vuoi essere morto». Mi pare fosse Danny Glover a pronunciarla. Ecco, il motto era pressappoco quello.


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Perciò generalmente i cattivi se ne restavano impalati con lo sguardo frastornato, ognuno a piagnucolare la propria innocenza e bla bla bla. Ma quella non era stata una di quelle volte. Jerry, il più anziano della taskforce, era l’esploratore: mi trovavo proprio dietro di lui con gli altri due uomini alle mie spalle, quando avevamo sfondato la porta; ci eravamo affrettati lungo un breve corridoio alle cui pareti erano incorniciati diversi certificati di ispezione, e avevamo svoltato poi a sinistra in un’ampia sala conferenze, dove c’era un enorme tavolo in quercia con almeno una dozzina di computer sopra. Proprio vicino alla porta, appoggiato alla parete, c’era un container blu della grandezza di una cabina telefonica. Otto tizi in giacca e cravatta erano seduti intorno al tavolo. — Che nessuno si muova! — avevo urlato. — Mani sopra la testa e… Era stato tutto quello che ero riuscito a dire, perché all’improvviso tutti e otto si erano alzati in piedi e avevano tirato fuori le pistole. Una strage, non c’era nessun dubbio. Quando l’ufficio per gli affari interni mi aveva chiesto di ricordare quanti colpi avessi sparato e contro chi di preciso li avessi sparati, ero scoppiato a ridere. Dodici persone in una stanza, tutte che sparavano. Se non sono vestiti come i tuoi compagni — e tu sei in grado di determinare con un certo livello di precisione che non sono dei civili — fai fuoco e ti metti al riparo. Ho sparato fino all’ultima cartuccia del Remington, poi ho estratto la mia Glock. Lo so che la calibro 40 è l’arma standard ma ho sempre trovato la calibro 45 più persuasiva. Mi avevano detto poi che ne avevo fatti fuori quattro. Non faccio tacche alla mia pistola, quindi avevo preso per vere le loro parole. Mi avevano detto anche qualcosa in più, perché uno di loro era il tredicesimo uomo nella stanza. Sì, lo so che ho detto che erano otto dei loro e quattro dei nostri, ma durante la spara-


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toria avevo colto un movimento alla mia destra e avevo visto la porta del container blu sbattere, la serratura fatta a pezzi da un colpo di pistola. La porta si era aperta e un uomo ne era uscito fuori barcollando. Non era armato perciò non gli avevo sparato, mi ero concentrato invece sul tizio dietro di lui che stava distruggendo la stanza con un fucile d’assalto cinese QBZ–95, una cosa che avevo visto solo sui giornali. Perché lo aveva e dove diavolo si fosse procurato le munizioni non l’ho mai saputo, ma quei colpi avevano creato una sfilza di buchi sullo scudo antiproiettile di Jerry, che era caduto a terra. — Figlio di puttana! — gli avevo urlato piantandogli due pallottole nel petto. Poi quest’altro tizio, il tredicesimo, era venuto dritto contro di me. Nonostante tutto quello che stava succedendo intorno a me avevo pensato: “Drogato”. Era pallido e sudaticcio, puzzava come una fogna, e aveva lo sguardo fisso e gli occhi vitrei fuori dalle orbite. Quel maledetto bastardo aveva provato anche a mordermi, ma le imbottiture di kevlar che avevo sulle maniche della tuta avevano salvato il braccio con cui impugnavo la pistola. — Levati di dosso! — gli avevo urlato assestandogli un sinistro che avrebbe dovuto stenderlo, ma che non aveva fatto altro che sballottarlo un po’; aveva barcollato passandomi davanti, diretto verso uno dei ragazzi della mia squadra che stava bloccando l’uscita. Avevo immaginato volesse filarsela con quel bel Cigarette attraccato fuori, così mi ero voltato e gli avevo piazzato due colpi nella schiena. Facile e veloce. Il sangue era schizzato sulle pareti e l’uomo era caduto a terra scivolando per più di un metro prima di fermarsi in uno scomposto e immobile mucchietto contro la porta sul retro. Ero tornato indietro e mi ero disteso a terra per coprirmi dagli spari in modo da poter trascinare Jerry dietro al tavolo. Respirava ancora. Il resto della squadra stava continuando a fare a pezzi la stanza con il fuoco automatico.


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Avevo udito degli spari provenire dall’altra parte del magazzino, così avevo abbandonato la mia posizione per andare a vedere cosa stava succedendo, e avevo trovato tre uomini che sparavano alla cieca contro una delle altre squadre. Ne avevo colpiti un paio con le ultime pallottole rimaste nel caricatore, me l’ero vista a mani nude con il terzo e, all’improvviso, era tutto finito. Alla fine, undici dei presunti terroristi erano stati colpiti, sei mortalmente, incluso il tizio con il fucile d’assalto cinese e quello a cui avevo crivellato la schiena — il quale, stando a quanto c’era scritto sulla sua carta d’identità, rispondeva al nome di Javad Mustapha. Avevamo appena iniziato a controllare i documenti di identità quando un manipolo di uomini, in tute nere prive di contrassegni che avevano tutta l’aria di essere dei Federali, era venuto a rubarci la scena, sbattendo fuori a calci tutti gli altri. Mi stava bene. Volevo andare a dare un’occhiata a Jerry. Avevo scoperto che nessun uomo della squadra era rimasto ucciso, ma otto di noi necessitavano di cure, perlopiù a causa delle costole rotte. Il kevlar riesce a fermare le pallottole, ma non può nulla contro l’impatto di calci ben assestati. Jerry aveva lo sterno fratturato, era un cucciolo ferito. I paramedici lo avevano sistemato su una barella, ma era abbastanza sveglio per farmi un cenno di saluto con la mano prima che lo portassero via. — Come ti senti, amico? — gli avevo chiesto accovacciandomi accanto a lui. — Vecchio e dolorante. Ma sai che ti dico… rubami quel motoscafo Cigarette e mi sentirò di nuovo giovane e arzillo. — Mi sembra un buon piano. Me ne occupo subito, bello. — Aveva indicato il mio braccio con un cenno del mento. — Ehi, come va il braccio? I paramedici hanno detto che quello svitato ti ha morso. — Nah, non è nemmeno riuscito ad arrivare alla pelle. — Glielo avevo mostrato. C’era solo un brutto livido.


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Avevano portato via Jerry, e io avevo iniziato a rispondere alle domande, alcune da parte di quei Federali in tute nere senza contrassegni. Javad non era armato e io gli avevo crivellato la schiena, quindi ci sarebbe stata un’indagine di routine, ma il Tenente mi aveva detto che sarebbe stata una cosa da poco. Questo succedeva il martedÏ mattina, ed eravamo a sabato mattina. Allora perchÊ mi trovavo in macchina con tre Federali? Se ne stavano in silenzio. Allora mi misi comodo e aspettai.


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I libri cambiano il mondo

Casini Editore


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Casini Editore via del Porto Fluviale, 9/a – 00154 Roma www.casinieditore.com info@casinieditore.com Finito di stampare nel mese di gennaio 2012 Stampato per Casini Editore dalla Artigrafiche Giammarioli, Frascati (RM)


Questo libro è un CALCIO IN CULO! JD Rhoads, Good Day in Hell

Joe Ledger regna.

Douglas Preston, Il libro dei morti

Dal plurivincitore del Bram Stoker Award Jonathan Maberry

Quando ti trovi a uccidere lo stesso terrorista due volte in una settimana, ci deve essere qualcosa di sbagliato, o in te o nel tuo mondo… ma non c’è niente di sbagliato in Joe Ledger.

Se prendete il ritmo di Grisham, le atmosfere inquietanti di Peter Straub e l’abilità da brividi di Lee Child, avrete il migliore di tutti i mondi, avrete infatti il nuovo romanzo di Jonathan Maberry. Questa è la nuova voce del thriller!

Ken Bruen, London Boulevard

www.Casini Editore.com


Patient Zero - Jonathan Maberry