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Bella Ciao


Le Siciliane - CASABLANCA N.34/ marzo - aprile 2014/ SOMMARIO

A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare? Pippo Fava 4 – Raimondo Catanzaro Ma cos’è la destra, che cos’è la sinistra 6 – Nello Papandrea Gameti liberi e democratici 8 – Giuliana Buzzone Desiderato, sognato, anelato…figlio disegnato? 9 Sarà una seconda Mineo? Eleonora Corace 11 – Fulvio Vassallo Paleologo Sistema allo Sbando 14 – Distruggiamo i campi e allarghiamo i lager Antonio Mazzeo 16 – Gigi Malabarba Spremi gli agrumi non i braccianti 19 –Santo Laganà Strage di Genova: alla ricerca della verità perduta 22 – Elisabetta Tripodi: donna meridionale. Franca Fortunato 25 –Antonella Cocchiara Modello Messina 28 –Rino Giacalone Rostagno: l’uomo che non doveva sapere 31 – Valentina Colli Mafia: plurale femminile 35 – Tagli alla Cultura in Sicilia Livio Tita 37 – Tea Ranno Angela Bonanno, pani schittu 38 – Stefania Zampi 25 Aprile… in nome del papa re? 41 – Lettere dai luoghi di frontiera 42 - Libri dalle città di frontiera 44 – Eventi di Frontiera In copertina il Partigiano Mitraglia Un grazie particolare a Mauro Biani

Direttore Graziella Proto – protograziella@gmail.com - Redazione tecnica: Vincenza Scuderi - Nadia Furnari Edizione Le Siciliane di Graziella Rapisarda – versione on-line: http://www.lesiciliane.org Registraz. Tribunale Catania n.23/06 del 12.07.2006 – dir. Responsabile Lillo Venezia

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Editoriale

Corsaro, Mitraglia, Smith, o Renzi F35, F24…? Un pomeriggio particolare organizzato dall’ANPI di Catania – il 24 aprile scorso – durante il quale i giovani catanesi hanno ascoltato i racconti e le testimonianze di Nicola Di Salvo, conosciuto con il nome di battaglia “Corsaro”, Antonino Mangano, “Mitraglia”, e Salvatore Militti, “Smith”. Solo alcuni dei nostri Partigiani. I sopravvissuti. D’altronde sono passati 66 anni. I nostri Corsaro, Mitraglia e Smith stanno seduti dietro il tavolo della presidenza come investiti da una situazione difficile da risolvere. Problematica. Con la faccia impaurita e impacciata. Hanno 66 anni in più sulle spalle. L’atmosfera gradevole, a volte emozionante, serena, piacevole. Dopo una manciata di minuti il più anziano di loro, Smith, sembrava un ragazzino discolo e incontrollabile, raccontava, riportava, riferiva… Non si fermava più, ad un certo punto perse il filo, si fermò. Guardava la platea come se chiedesse aiuto “… scusate disse, è che stanotte sono scivolato in bagno…”. Una semplicità sconvolgente. Eppure lo stesso uomo, su al nord, è stato un partigiano valoroso. Uno di quelli che organizzavano la guerriglia contro i tedeschi. Che ha combattuto contro il nazifascismo. Ha camminato senza scarpe, non ha mangiato per giorni… ha fatto la guerra. Quella guerra che oggi con la sua semplicità fanciullesca racconta ai giovani. E mentre li ascoltiamo con un certo brivido di emozione, su uno schermo passano le immagini di tanti partigiani: giovani, armati, spavaldi, allegri. Affrontavano la morte guardandola negli occhi. E

tante storie più o meno tristi si accavallano. Niente scivolamenti sul dolore. I nostri partigiani, di ogni colore politico, di ogni angolo remoto dell’Italia, uomini e donne, sono stati grandi, ci hanno regalato l’Italia democratica senza sconto di sacrifici e vite umane. Una storia sintetizzata nella nostra Costituzione. Grazie! Laddove è ancora possibile, ascoltiamoli, coccoliamoli, viziamoli, le cose che rivelano solo loro le conoscono e le possono raccontare. Accettiamone il testimone. Senza divisioni nord, sud, centro. Difendiamo tutto ciò che hanno costruito con sacrificio. Sono le nostre radici, non tagliamole… garantiamole, se necessario raddrizziamole semplicemente. La Resistenza! Il suo prodotto, la nostra Costituzione (scritta col sangue dei nostri nonni – so già… retorica…). La sua attualità nei principi fondamentali. L’insopportabile supponenza di tutti coloro che l’aggrediscono perché vecchia. Gli stessi a cui non viene in mente la parola “disapplicata”. Quelli che conoscono solo F35, F24, mercati, governabilità… Gli stessi che accusano di populismo qualsiasi intervento contro i loro interessi e a favore del “popolo”, proponendo e promovendo svolte autoritarie e populistiche sotto forma di nuovi valori: la comunicazione, la fretta, la stabilità… Gli accordi fuori dalle sedi istituzionali. Il nuovo che avanza (?). Nessun conservatorismo, ma, per cortesia, si impieghino i giusti canali, quelli istituzionali, costituzionali e democratici… già,

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la DEMOCRAZIA! No le primarie, la democrazia. No i sondaggi elettorali, la democrazia. No la riduzione di spazi di partecipazione, la democrazia. La nostra, povera, martoriata democrazia ridotta a un triste, sciatto, scolorito, sbrindellato “cencio” dai mercati. I mercati come fosse il verbo. Il vangelo. I mercati dettano leggi, i politici, fottendosene delle persone che li hanno votati e delle problematiche che avrebbero dovuto risolvere, officiano. Un bel paradigma! Niente anima, vita, sogni, fantasie, progetti… futuro. “… il liberalismo è di destra, oggi va bene anche per la sinistra…” diceva Gaber tanti anni fa, ed io mi sono offesa e incazzata contro quel cantante profetico. Lorsignori di ieri e di oggi, l’Italia non è un’azienda, non può essere solo un grande mercato dove l’uomo con i suoi problemi e le sue aspettative e le sue speranze non vale nulla. C’è stata la Resistenza, ci sono stati i partigiani. Non tutti partirono subito. Non tutti insieme. C’è voluto del tempo per capire e attrezzarsi. Vero, la gente è stanca. Non sopporta più questa carestia di giustizia sociale, di occasioni ed opportunità. Conosco gente che è affamata, senza futuro, quasi impedita nel pensare al domani. Dobbiamo parlare fra noi, chi capisce di più deve spiegarci meglio, incanalare la nostra rabbia, organizzare le nostre esigenze… Nessuna stia serena, ci saranno i nuovi partigiani. La linea di demarcazione tra sinistre e destre esiste. Bisogna rispolverarla, riportarla alla luce. Farla scoprire.


AAA … Ideali Cercasi

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra?

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Raimondo Catanzaro

C’è qualcosa che differenzia la sinistra dalla destra? Vogliamo riflettere… cercare… individuare… La disuguaglianza è un problema? Il mercato la risolve o ne crea tante altre? Necessita un’analisi delle disuguaglianze che riesca a ricomprenderle in un paradigma di analisi compiuto. Proponiamo un percorso – a più tappe – per capire. Non è vangelo, non è il verbo, ma in maniera partigiana vorremmo provare a riconoscere o ritrovare o riscoprire la stella polare della sinistra. Nessun Enrico stia sereno… il pensiero liberale che era di destra, ora è buono anche per la sinistra. Esattamente vent’anni addietro, nel 1994, Giorgio Gaber s’interrogava ironicamente su cosa fosse la destra e cosa la sinistra, e con rara preveggenza anticipava un tema oggi più che mai attuale: “il pensiero liberale è di destra, ora è buono anche per la sinistra”.

Una tematica che, con il crollo del muro di Berlino, la crisi dei sistemi di welfare ispirati al keynesismo, la potente spinta del liberismo economico a partire dagli anni Ottanta con Reagan e la Thatcher, e infine con la crisi economico-finanziaria mondiale degli inizi del XXI secolo ha caratterizzato la fase attuale di fine delle ideologie e della contrapposizione tra due modelli di sistema economico e sociale, quello comunista e quello capitalista. Oggi dunque è più che mai legittimo chiedersi ancora se c’è qualcosa che differenzia la sinistra dalla destra, e cosa sia. Per una strana coincidenza della storia, nello stesso anno in cui Gaber scriveva la sua canzone, un grande intellettuale italiano, Norberto Bobbio, affrontava lo stesso tema, con lo stesso titolo, pubblicando il famoso saggio: Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica. Bobbio individuava nell’uguaglianza tra tutti gli Casablanca 4

esseri umani lo spartiacque tra destra e sinistra. Dunque l’uguaglianza, cioè il superamento della disuguaglianza, è la stella polare della sinistra, ciò che la caratterizza e la differenzia rispetto alla destra. La sinistra persegue politiche di uguaglianza, la destra no. Così formulato il problema sembrerebbe risolto, ma in realtà è appena abbozzato. Ci sono infatti una serie di domande da porsi, a cominciare da quella se sia preferibile parlare di disuguaglianza ovvero di disuguaglianze, per proseguire con l’individuazione dei vari tipi di disuguaglianza, per finire al modo in cui gli individui percepiscono (se le percepiscono) le disuguaglianze, se ritengono che siano una manifestazione di ingiustizia sociale e dunque si sentono privati di diritti o comunque di ricompense che ritengono di meritare. Ma, prima ancora di affrontare queste tematiche, occorre fare un’ulteriore precisazione. La differenza tra destra e sinistra non sta nel fatto che soltanto la sinistra (comunque la si voglia definire) individua le disuguaglianze come


AAA … Ideali Cercasi costitutive delle relazioni sociali e dei rapporti economici e politici. Anche la destra, il pensiero liberale, il liberismo economico ne sono consapevoli. La differenza è più sottile. LA GIUSTIZIA DEL MERCATO Per il liberismo economico l’economia di mercato è il sistema migliore di organizzazione delle relazioni economiche e sociali. Il mercato lasciato ad autoregolarsi senza vincoli che non siano quelli di natura economica è, secondo questa concezione, il modo più efficace per gestire l’allocazione delle risorse e la loro distribuzione tra gli individui. Sarà dunque il mercato a riequilibrare automaticamente gli squilibri, e tra questi anche quelli relativi alle disuguaglianze, riconoscendo meriti e contributi dei singoli ed erogando le giuste ricompense per ciascuno. In altri termini per il liberismo la disuguaglianza esiste, ma il suo superamento è un problema di secondo grado, che dipende dal buon funzionamento dei mercati. Se questo funzionamento è garantito, anche le disuguaglianze saranno, se non superate, quanto

meno fortemente stemperate. È per questo motivo, e in questo senso, che le disuguaglianze non costituiscono un problema, né un tema d’interesse per i liberisti, che non lo ritengono tema degno di studio, e per la destra che a loro si ispira. Viceversa la sinistra non ritiene che il mercato autoregolato (per dirla con Polanyi) sia il sistema migliore di relazioni economiche e sociali. Al contrario v’è il convincimento che sia esso a produrre disuguaglianze, e dunque che sia necessaria una sua etero-regolamen-

tazione, da parte pubblica, e dunque della politica, per evitare che

le disuguaglianze persistano e si accentuino. Dunque per la sinistra la disuguaglianza è un problema. Ma lo è anche in un altro senso, e cioè che, se si ritiene che non ci sia una corrispondenza automatica tra miglior funzionamento del mercato e appianamento delle disuguaglianze, sarà necessario comprendere quali siano, e di che natura, per poter attuare politiche efficaci di uguaglianza economica e sociale. In altri termini, per la sinistra la sfida di governare è più complessa di quanto non lo sia per la destra. Richiede infatti l’onere di individuare fonti, criteri, forme di disuguaglianza e attivare politiche atte a combatterle, un onere sconosciuto alla destra. È forse per questo motivo che, di fronte alla crescente complessità delle società del XXI secolo, la sinistra ha difficoltà a governare con successo. Rispetto alle analisi relativamente semplici delle dimensioni della disuguaglianza quali si presentavano nell’Ottocento o ancora per buona parte del Novecento, oggi non sembra presentarsi un’analisi delle disuguaglianze che riesca a ricomprenderle in un paradigma di analisi compiuto. Ed è su questo punto che è dunque necessario sviluppare ulteriormente l’analisi e l’approfondimento.

“L'ideologia, l'ideologia malgrado tutto credo ancora che ci sia è la passione, l'ossessione della tua diversità che al momento dove è andata non si sa dove non si sa, dove non si sa.” (Giorgio Gaber) Casablanca 5


Tutela, Obbligo e Divieto

Gameti Liberi e Democratici Nello Papandrea Lo scorso 9 aprile la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionali alcuni aspetti della legge 40, in particolare il divieto all’uso di tecniche di procreazione assistita di tipo eterologo. Per la seconda volta in dieci anni la Corte Costituzionale è dovuta intervenire per correggere alcuni aspetti della legge che influivano negativamente sulle tecniche rendendole inefficaci e pericolose per la salute, creando anche un contesto discriminatorio. La legge 40, che nella sua formulazione originaria si poneva l’obiettivo di favorire la soluzione di problemi riguardo alla sterilità umana in alcune specificità si mostrava ideologica, priva di fondamento scientifico tanto da diventare impedimento alla corretta cura della sterilità.

La sentenza della Corte Costituzionale con la quale viene cancellato dal nostro ordinamento il divieto di fecondazione “eterologa”, ossia con donazione di gameti (previsto dalla L. 40/2004), chiude il cerchio su una delle leggi peggiori mai concepite dal nostro legislatore. Per capire l’importanza di questa sentenza occorre ricordare l’impianto originario della legge che prevedeva come principio la tutela di tutti i “soggetti”coinvolti compreso il concepito, attuata mediante l’accesso alle cure riservato esclusivamente a coppie formate da partners di sesso diverso, entrambi viventi e con la donna in età potenzialmente fertile; l’obbligo di produrre non più di tre embrioni e del simultaneo impianto di tutti gli embrioni prodotti; divieto di fecondazione eterologa; divieto di ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni; di-

vieto di revocare il consenso informato dopo la fecondazione degli ovuli. La legge, così concepita non lasciava margini di discrezionalità al medico il quale si trovava a dover applicare la medesima cura anche a pazienti con problematiche e necessità assolutamente diverse. Per essere chiari, la fertilizzazione dell’ovulo non è sempre scontata, dipendente in larga parte dalla qualità dell’ovulo e dello spermatozoo. L’obbligo di produrre non più di tre embrioni, si traduceva, per il medico, nella necessità di tentare di fertilizzare sempre tre ovuli. Il risultato di tale tentativo: 0,1, 2 o 3 embrioni poteva rivelarsi inadeguato o eccessivo a seconda dell’età e dello stato di salute della paziente. Per donne più in avanti negli anni (ma sempre in età potenzialmente fertile), spesso insufficiente, ma per donne giovani, nel caso di massimo risultato, il trasfe-

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rimento di tre embrioni era assolutamente sconsigliato sotto un profilo scientifico, ma obbligatorio per legge. Ecco perché nel periodo di applicazione della L. 40/2004, fino al 2009, il tasso di gravidanze trigemine in Italia è aumentato del 300% con relativo carico di aborti, nascite premature, danni alla salute della madre. Tale sistema, inoltre, non consentiva di effettuare la diagnosi preimpianto sugli embrioni, ai portatori di malattie genetiche gravi che si trovavano poi costretti, sussistendo i presupposti, a ricorrere all’interruzione di gravidanza, con maggior carico di sofferenze e di rischi per la salute della donna. Nello stesso periodo, si è assistito, inoltre ad una vistosa riduzione dell’indice di positività delle cure. Nel 2009, con sentenza n. 151/09 la Corte Costituzionale è intervenuta proprio su questo primo punto, chiarendo che il legislatore


Tutela, Obbligo e Divieto in materie tecniche non può legiferare senza tener conto delle evidenze scientifiche e vincolando il medico in scelte che sono di sua esclusiva competenza e che, comunque, vanno salvaguardate la salute della donna e le “giuste esigenze della procreazione”. Per la Corte Costituzionale, quindi, il medico deve produrre il numero di embrioni strettamente necessario, ma tenuto conto delle esigenze della donna e delle sue condizioni di salute e trasferire in utero il numero necessario a salvaguardare la salute della donna eventualmente crioconservando gli embrioni in eccedenza per un successivo trasferimento. IO PARTORISCO (ALL’ESTERO) TU NO Cade il limite dei tre embrioni, l’obbligo di contemporaneo impianto di tutti gli embrioni prodotti ed il divieto di diagnosi preimpianto. La pronuncia di pochi giorni orsono, interviene, invece sul divieto di fecondazione eterologa, ossia di utilizzare il seme o l’ovulo di un soggetto esterno alla coppia nei casi in cui i partner non siano in grado di produrre gameti validi. Si trattava di un divieto odioso perché escludeva dalle cure quei soggetti che per problemi di salute, quali menopausa precoce, problemi oncologici etc… si trovavano in condizioni di infertilità più severa. Trattandosi di tecnica attuata quasi in tutta Europa, il divieto era facilmente aggirabile recandosi

all’estero, tanto che la stessa legge 40 paradossalmente disciplinava le conseguenze giuridiche dell’eterologa effettuata oltre confine. Ma ciò creava un’ulteriore discriminazione per censo riservando tale opportunità solo alle coppie più facoltose. A rendere ancora più assurdo ed ingiustificato tale divieto va sottolineato che gli studi compiuti all’estero sui bambini nati da fecondazione eterologa dimostrano che non vi siano ricadute di alcun tipo, né sotto il profilo della salute fisica, né sotto quello della salute psichica. Problematiche bioetiche? Risentimento psicologico per la mancata conoscenza di uno degli ascendenti biologici? Il divieto finirebbe per impedire il concepimento. Insomma, è evidente che si tratta di una cautela eccessiva e sproporzionata, mentre non può sottrarsi ai partners la libera scelta di affrontare il proprio compito genito-

riale, anche se uno dei due non sia geneticamente ascendente del proprio figlio. Del resto, anche in Italia, sino al 2004 la fecondazione eterologa era

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pacificamente utilizzata e ciò non ha mai sollevato alcuna problematica, anzi, tutta una serie di atti amministrativi la disciplinavano in modo attento. *** La sentenza della Corte Costituzionale sarà efficace dal giorno successivo alla sua Pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e non abbisogna di alcun passaggio parlamentare. Con tale pronuncia non si crea, infatti, alcun vuoto legislativo posto che rimangono le norme della stessa legge 40 che vietano, a tutela della salute e della libertà dei donatori, di fare mercato dei gameti e che disciplinano le conseguenze giuridiche per i genitori, il concepito ed il donatore. Inoltre già dal D.lgs. 191/07 i centri di procreazione assistita sono equiparati ai centri trapianti, sicché la gestione dei gameti è soggetta alla stessa rigidissima normativa che riguarda i tessuti destinati al trapianto. La sentenza scaturisce da due ordinanze di rimessione dei Tribunali di Milano e Catania (Avvocati Marilisa D’Amico, Maria Paola Costantini, Sebastiano Papandrea e Massimo Clara) riguardanti casi di infertilità maschile (Tribunale di Milano) e menopausa precoce (Tribunale di Catania) su ricorsi ex art. 700 c.p.c. promossi nel 2010. La proposizione dei ricorsi era stata preceduta da una fase di studio, culminata in un seminario tenutosi a Santa Tecla nel 2009 nel quale la materia è stata esaminata in ogni aspetto giuridico, medico, sociologico, psicologico, bioetico.


Desiderato, sognato, anelato…figlio disegnato?

Desiderato, Sognato, Anelato… Figlio Disegnato? Giuliana Buzzone Subito dopo l’entrata in vigore della legge 40 - nell’Aprile 2004 al Tribunale di Catania venne presentato il primo ricorso da una coppia di talassemici che chiedevano la diagnosi reimpianto. Il Tribunale rigettò la domanda ed il responso del Giudice Dott. Felice Lima fu secco: considerò insussistente un diritto al figlio come lo si vuole e rigettò anche i dubbi di costituzionalità proposti dai ricorrenti, attraverso gli avv.ti Maria Paola Costantini e Sebastiano Papandrea, ritenendo che la norma fosse non solo conforme al dettato costituzionale ma giusta ed opportuna. Una vicenda lacerante: la coppia aveva iniziato il trattamento prima che entrasse in vigore la legge, l'ordinanza del giudice fu terribile. Lo stress psichico al quale fu sottoposta la donna, probabilmente non consentì l’impianto degli embrioni prodotti nei quali era effettivamente presente la devianza genetica. Per il Giudice i ricorrenti non avevano diritto al figlio come lo desideravano loro, non comprendendo che i coniugi volessero solo evitare la trasmissione di talassemia major della quale erano portatori con alta probabilità di trasmissione ai figli. La vicenda fu da stimolo per la campagna referendaria del 2005 che molte associazioni condussero senza però molto successo, visto che, nonostante l’esito positivo

sull’accoglimento dei quesiti, l’astensionismo prevalse sul raggiungimento del quorum, solo il 25,9% degli aventi diritto partecipò alla consultazione. Tre italiani su quattro non andarono a votare influenzati dalla complessità dei quesiti, dalle pressioni della Chiesa e l’efficace campagna astensionista. La primavera inoltrata con l’estate dietro l’angolo. Nel settembre del 2009, la Sentenza n. 151. Storica e importante. Al vaglio della Corte Costituzionale erano giunti tre casi, fra i quali quello, proveniente dal Tribunale di Firenze di una coppia di coniugi siciliani, il marito malato di Neuroblastoma, che avevano chiesto di ricorrere alla diagnosi genetica preimpianto. In tale occasione, i due coniugi videro accolta la propria richiesta di ricorrere alla diagnosi genetica preimpianto. Inoltre vennero accolti i dubbi di costituzionalità sollevati innanzi ai giudici remittenti dagli Avvocati Marilisa D’Amico, Maria Paola Costantini, Sebastiano Papandrea e Massimo Clara e dichiarati manifestamente inammissibile diversi aspetti di vari articoli. *** Tra le associazioni che operano nel campo dell’assistenza, della ricerca, della prevenzione un particolare ruolo ha svolto l’associa-

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zione Hera di Catania, che si occupa anche di cura dell’infertilità e tutela della genitorialità L’Associazione Hera, una fra le maggiori Associazioni di pazienti ed operatori, ha sostenuto dal principio la lunga battaglia giudiziale, contro le linee guida emanate dal Ministero (Sirchia) e proponendosi fra gli obiettivi quello scardinare il pilastro, antiscientifico ed ideologico della legge, costituito dal divieto di eterologa. Allo scopo venne convocato a Santa Tecla CT) nel 2009 un seminario nel corso del quale il tema dell’eterologa venne sviscerato studiandone tutti gli aspetti scientifici, medici, legali, psicologici, sociologici. I casi portati alla Corte, dai Tribunali di Milano e Catania, dal team di legali, riguardavano anche due coppie, una affetta da infertilità maschile e l’altra, la donna era affetta da menopausa precoce. Nei ricorsi intervennero anche i responsabili di centri medici, Alessandra Vucetich e Antonino Guglielmino.


Il PalaNebiolo come Mineo?

Sarà una seconda Mineo? Eleonora Corace Dramma della prima accoglienza: anche Messina coinvolta negli sbarchi diretti dei migranti, con l’arrivo di oltre 361 persone direttamente sui moli cittadini. Il centro del PalaNebiolo è al collasso, e il Comune sembra considerare la proposta del Ministro Alfano, di istituire un Cara in un ex Caserma, ma la società civile insorge: “Sarà un’altra Mineo”. Intanto, imperversa la psicosi per la malattia ebola e la caccia agli untori. Eppure “ l’Organizzazione Mondiale della Sanità non raccomanda restrizioni di viaggi e movimenti di persone, mezzi di trasporto e merci”. Secondo gli specialisti appare estremamente improbabile un contagio da parte dei migranti. Nessun alibi per persecuzioni.

Simbolo dello sbarco avvenuto verso le 20 di sera del 9 Aprile, è una donna con suo bambino stretto al collo, la prima a scendere dalla nave. I suoi sono dei piccoli passi incerti lungo la scaletta che conduce dal grande mercantile al molo, messa in sicurezza con delle reti. Stretto al collo il bambino, una testolina che fa capolino appena tra la coperta in cui è avvolto, che svolazza intorno, ad ampie pieghe, nel vento e nell’umido della sera, tanto da ostacolare, a volte, l’incedere sfinito e prudente della madre. I migranti sono sub-sahariani, tutti disidratati, contusi e “fortemente traumatizzati” come dichiara testualmente chi ha prestato il primo soccorso. Dopo la donna con il bambino stretto in braccio, inizia la lunga processione dei rifugiati: donne – alcune anziane – feriti e poi pian

piano gli altri. Tutti sfiniti, tutti scalzi. In occasione dello sbarco di questi migranti, la Prefettura dà ordine di riaprire il palazzetto sportivo accanto alla tendopoli del PalaNebiolo, nonostante sia stato chiuso a

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novembre in seguito ad una relazione dell’azienda sanitaria che ne denunciava le condizioni igieniche. Qui i migranti sono stati ammassati, in una distesa di brande, spesso accatastate l’una sull’altra. Attualmente, dopo il trasferimento di un gruppo di migranti e la fuga di oltre un centinaio, restano 40 persone nel palazzetto e 250 nelle tende. La Prefettura, dal canto suo, ha indetto un terzo bando per l’individuazione di una struttura idonea ai fini della prima accoglienza dei migranti. Il bando gemello, emesso qualche mese fa, è andato deserto, per la difficoltà da parte di enti pubblici e società private di trovare luoghi che corrispondessero ai criteri imposti dal bando. A sorpresa, però, interviene il Comune. Dopo un sopralluogo nell’area dell’ex Caserma di Bisconte, svolto dall’assessore all’urbanistica, l’amministrazione sem-


Il PalaNebiolo come Mineo? bra puntare per l’alternativa suggerita dallo stesso Ministero degli Interni, in concerto con quello della Difesa che ha messo a disposizione l’area: spostare i migranti dalla tendopoli del PalaNebiolo ad una delle strutture che formano l’ex Caserma. Questo, con molta probabilità, segnerebbe l’instaurazione di un vero e proprio Cara – centro accoglienza richiedenti asilo – nella città di Messina. Il PalaNebiolo, infatti, è un centro sorto sul modello dei vecchi “centri Puglia”, ovvero un non-luogo giuridico che sfugge ad ogni classificazione ministeriale. A questa ipotesi la società civile – PRC, Arci e associazioni varie – lancia l’allarme: “Sarà una seconda Mineo”. Nel frattempo fonti ministeriali confermano l’ipotesi di trasformare lo stesso Cara di Mineo in un CPA - Centro di Prima Accoglienza. Viene da pensare che l’ipotesi si inserisca nello stesso disegno Ministeriale che vede sorgere un centro di accoglienza anche nell’area enorme di Bisconte. Se Mineo diventasse un Cpa, a Messina toccherebbe il Cara.

“misure di sorveglianza” da applicare “ai punti di ingresso in Italia”. La notizia viene riportata sui social network e su alcuni media come la conferma dell’epidemia incombente. Qualche giorno dopo, però, l’11 Aprile, il Ministero rettifica se stesso pubblicando una nota ufficiale che titola, testuale: “Virus Ebola, nessun rischio per l’Italia”. Il sottotitolo recita: “ L’OMS non raccomanda restrizioni di viaggi e movimenti di persone, mezzi di trasporto e merci”. Scrive il Ministero della Salute: “Si sottolinea che l’Organizzazione Mondiale della Sanità non raccomanda, al momento, restrizioni di viaggi e movimenti internazionali di persone, mezzi di trasporto e merci. Il rischio di infezione per i turisti, i viaggiatori in genere ed i residenti nelle zone colpite, è considerato molto basso se si seguono alcune precauzioni elementari, quali: evitare il contatto con malati e/o i loro fluidi corporei e con i corpi e/o fluidi corporei di pazienti deceduti oltre alle altre semplici e generiche pre-

*** Psicosi ebola. L’Organizzazione Mondiale della Sanità smentisce rischi per l’Italia, ma la paranoia del contagio dilaga ancora, sul web e non solo. Tutto nasce da un aumento dei casi di questo particolare tipo di febbre emorragica in Guinea e il conseguente accrescimento del livello di rischio di contagio in tutta l’Africa Sub Sahariana. Da qui, l’esplosione della fobia dei “nuovi untori” in Italia, che hanno come bersaglio, ovviamente, il soggetto sociale più debole: il migrante. A rendere le cose più difficili, una circolare del Ministero della Salute siglata il 4 Aprile, che riferendosi al virus Ebola, parla – solo- di

cauzioni sempre consigliate in caso di viaggi in Africa Sub-sahariana quali ad esempio, evitare contatti stretti con animali selvatici vivi o morti, evitare di consumare carne di animali selvatici, lavare e sbucciare frutta e verdura prima del consumo, lavarsi frequentemente le mani”. La cosa che sembra angustiare di più gli onesti cittadini che si dichiarano contro il razzismo a parole per praticarlo nei fatti, sarebbe Casablanca 10

il tempo di incubazione della malattia che può raggiungere i 25 giorni. La soluzione del problema, però, sta proprio in questo dal momento che ogni migrante, partendo dall’Africa sub-sahariana, impiega minimo sei mesi – ma anche un anno e oltre – per arrivare all’imbarco sulle coste dell’Africa Settentrionale. Questo perché i percorsi della “tratta” attraversano il deserto e sono soggetti a numerosissime battute d’arresto. “La malattia da virus Ebola uccide in circa 2/3 settimane da quando viene contratto il virus – spiega Giuseppe Cannuni, medico specialista in malattie infettive - Facendo un riferimento specifico ai migranti, coloro che vengono dalle zone interessate di diffusione del virus ci mettono mesi, spesso anni prima di raggiungere le coste libiche dalle quali poi vengono imbarcati, pertanto appare estremamente improbabile un contagio da parte loro”. Qualcuno crede che i rifugiati viaggino in charter per poi farsi calare in barconi fatiscenti in prossimità delle coste italiane per puro passatempo? “Appare improbabile un epidemia importata in Italia a seguito dei flussi migratori provenienti dalle nazioni africane – continua lo specialista -Premesso che il virus in questione, da quando identificato (1976), è sempre stato attivo solo, ed esclusivamente, nelle regioni dell'Africa sub-sahariana, non ha biologicamente le caratteristiche adatte a creare pandemie o epidemie al di fuori delle aree in cui è già diffuso,non ha diffusione aerea, ma soltanto attraverso il contagio ematico con sangue e/o altri liquidi biologici infetti. Coloro che guariscono non sono contagiosi già dopo 3 settimane”. Attendiamo, dopo l’ebola, la prossima psicosi xenofoba, magari sulla peste o il cannibalismo…


Sbarchi e accoglienza in Sicilia

Sistema allo sbando Fulvio Vassallo Paleologo

L’Italia rimane uno dei paesi europei con il tasso relativo – rispetto alla popolazione – più basso per quanto concerne il numero dei richiedenti asilo. Ancora nel mese di marzo del 2014 non si ha certezza sulla effettiva disponibilità delle somme necessarie per avviare i progetti di accoglienza dei progetti SPRAR – Sistema protezione per richiedenti asilo e rifugiati – progetti triennali che avrebbero dovuto avviare le loro attività entro il 1° aprile 2014. Ancora troppi i “centri per stranieri”, nelle diverse tipologie (CIE/CARA/CPA). Aumentano le strutture di prima accoglienza CPA-CDI e le strutture SPRAR. Comunque mancano quasi sempre i requisiti previsti… mancano mediatori linguistico-culturali e consulenti legali… qualità della vita. Per quanto riguarda gli sbarchi, alle prime esigenze di assistenza Tuttavia, secondo stime di diverse meglio gli arrivi via mare, spesso ed orientamento. agenzie, gli ingressi via mare ridopo operazioni mangono di ricerca e socuna por(SPRAR) Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati corso, preoczione mocupa l’incredesta degli Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) è costituito mento registrato arrivi di dalla rete degli enti locali che – per la realizzazione di progetti di accoglienza intenel secondo seimmigrati grata – accedono, nei limiti delle risorse disponibili, al Fondo nazionale per le pomestre dello irregolari, litiche e i servizi dell’asilo... scorso anno e complessil’elevato nuvamente A livello territoriale gli enti locali, con il prezioso supporto delle realtà del terzo settore, garantiscono interventi di “accoglienza integrata” che superano la sola dimero di arrivi tra il 10 ed stribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure nei primi mesi il 15 per di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la codel 2014 – ancento del che 4.000 in soli struzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. totale comdue giorni. Un plessivo. I progetti territoriali dello SPRAR sono caratterizzati da un protagonismo attivo, incremento che Nel mese condiviso da grandi città e da piccoli centri, da aree metropolitane e da cittadine di non trova andi marzo, provincia. cora in Sicilia per la un sistema di prima A differenza del panorama europeo, in Italia la realizzazione di progetti SPRAR di prima accovolta, il dimensioni medio-piccole – ideati e attuati a livello locale, con la diretta partecipaglienza in grado Ministero zione degli attori presenti sul territorio – contribuisce a costruire e a rafforzare una di fare fronte dell’incultura dell’accoglienza presso le comunità cittadine e favorisce la continuità dei terno è percorsi di inserimento socioeconomico dei beneficiari. Casablanca 11


Sbarchi e accoglienza in Sicilia stato costretto ad attivare voli di somme necessarie per avviare i (CIE/CARA/CPA), privi dei requitrasferimento per offrire ai profuprogetti di accoglienza dei progetti siti previsti dal Ministero dell’inghi soccorsi dalle navi dell’operaSprar approvati dall’apposita com- terno nel 2008. zione Mare Nostrum una qualche missione del Ministero dell’inAd esempio mancano mediatori possibilità di accoglienza. terno, progetti triennali che avreblinguistico-culturali e consulenti In base alla circolare n. 2204 del bero dovuto avviare le loro attività legali, e questo dato appare preoc19 marzo 2014 “a seguito dell’aventro il primo aprile 2014. cupante perché rischia di ripetersi venuta saturazione di tutti i centri anche dopo il recente aumento L’EUROPA SUGGERISCE, LA governativi e di quelli garantiti da delle strutture di prima accoSITUAZIONE ESIGE alcuni enti locali nell’ambito del glienza CPA-CDI e delle strutture Sistema SPRAR”, dopo che già SPRAR. Si dovrà verificare Dopo le stragi del 3 e dell’11 ottoerano stati attivate 115 strutture di adesso, dopo la circolare del Miniprima accoglienza (ex legge Puglia bre sembra verificarsi una inverstero dell’interno n. 2204 del 19 sione di tendenza, innanzitutto con del 1995), in Sicilia, in Puglia ed marzo 2014 come saranno realizl’individuazione di risorse aggiun- zati i servizi che la circolare imin altre regioni, le prefetture sono tive da destinare all’accoglienza, state invitate “in via d’urgenza” a pone ai gestori dei centri di prima anche con specifico riferimento ai reperire altre migliaia di posti per accoglienza e se ci saranno conminori non accompagnati ed ai la prima accoglienza “in previtrolli efficaci. soggetti vulnerabili, tuttavia, mansione di ulteriori arrivi”. Un caso a parte è costituito poi dal cano ancora le risorse necessarie I dati sono difficilmente contestamega CARA di Mineo (Catania), per il concreto avvio dei progetti. bili, l’Italia rimane uno dei paesi una struttura talmente complessa Inoltre, occorre rivedere alcuni europei con il tasso relativo (riche non consente neppure al suo aspetti particolarmente critici della spetto alla popolazione) più basso interno un effettivo controllo sulle per quanto concerne il numero regole minime di legalità e reDal barcone naufragato l’11 ottobre dei richiedenti asilo, che negli golarità amministrativa. erano partite tre telefonate di soccorso anni più recenti costituiscono Una prima esigenza che si alle autorità italiane. Ma la centrale la parte più consistente di copone a questo punto, sopratoperativa ha perso due ore. E alla fine ha loro che sono costretti all’intutto dopo l’aumento di danaro risposto: “Chiamate Malta”. Così sono gresso irregolare per la situapubblico destinato a questo annegati 268 siriani in fuga dalla guerra, zione di estremo pericolo che settore, è l’attivazione di un ritra cui 60 bambini. (L’Espresso) corrono nei paesi di transito. In goroso sistema di MONITOLibia, soprattutto, dove non RAGGIO indipendente che trovano accoglienza e status legale legislazione, per dare attuazione consenta controlli effettivi sulla alle due direttive dell’Unione Euneppure quei pochi migranti ai spesa e sui servizi erogati dagli ropea adottate nel 2013 in materia quali le delegazioni dell’Alto enti gestori. Una attività che le di accoglienza e di procedure per il prefetture hanno purtroppo dimoCommissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati riconoscono lo riconoscimento della protezione strato di non potere garantire effiinternazionale. status di rifugiato, senza però riucacemente, al punto che in diverse Anche per quanto concerne la discire a garantire un loro successivo occasioni si è reso necessario l’insciplina e la gestione dei CIE, nei ingresso legale in un paese eurotervento della magistratura penale quali si continua ad inviare una peo. (come nei casi dei CIE o dei parte dei richiedenti asilo, malI provvedimenti per implementare CARA di Bologna, Modena e Gragrado la riduzione dei posti, per efnuovi posti nel sistema dei CARA disca d’Isonzo). fetto della chiusura di otto strutture Una seconda esigenza che doe nel sistema degli SPRAR gestiti dai comuni sono rimasti ancora al su dodici, si attende un intervento vrebbe soddisfarsi è costituita dal legislativo che adegui la normativa di sotto delle esigenze già forterapido decongestionamento delle mente avvertite nel corso del 2012, italiana alla Direttiva rimpatri strutture più grosse, come il 2008/115/CE anche per evitare la ed anche in questo caso solo CARA di Mineo o quello di Capresenza di migranti provenienti nell’ultima parte del 2013 si riustelnuovo di Porto (Roma), fadal sistema carcerario. sciva ad ottenere un primo aucendo transitare il maggior numero Rimangono comunque ancora mento dei posti effettivamente dipossibile dei richiedenti asilo o dei troppi i “centri per stranieri”, nelle sponibili. Ma ancora nel mese di rifugiati nei centri del sistema diverse tipologie marzo del 2014 non si ha certezza SPRAR il cui numero è stato sull’effettiva disponibilità delle adesso incrementato. Casablanca 12


Sbarchi e accoglienza in Sicilia Una terza esigenza improrogabile è la velocizzazione delle procedure per il riconoscimento della procedura internazionale. La misura del raddoppio delle Commissioni territoriali non si è ancora tradotta in una minore durata delle procedure, le nuove commissioni non si sa quando potranno cominciare ad operare, ed il clima nei centri per stranieri, compresi i CIE come quello di Trapani Milo nel quale sono stati rinchiusi una parte dei richiedenti protezione internazionale, sta rapidamente degenerando. Occorre dunque procedere all’insediamento più rapido delle nuove commissioni ed all’adozione di procedure più rapide. ABUSI, XENOFOBIA E RAZZISMO La questione di nuove politiche migratorie, e dunque di nuove leggi che dovranno essere adottate dal Parlamento, rimane purtroppo molto legata alle prossime scadenze elettorali, e su questo si registra, a livello europeo come a livello nazionale, una crescita esponenziale dei diversi populismi che spesso sconfinano nella xenofobia dichiarata e nel razzismo. In considerazione di questo processo degenerativo del tessuto sociale, alimentato dalle politiche più restrittive in materia di asilo ed immigrazione adottate in passato, oltre che dalla spinta dei partiti apertamente xenofobi, la questione è evidentemente molto più ampia dell’implementazione di un sistema effettivo di accoglienza e di integrazione, dell’abolizione del reato di immigrazione clandestina o della minore durata del trattenimento amministrativo nei centri di detenzione amministrativa. Occorre una svolta non solo sul piano legislativo ma anche sul terreno delle prassi applicate dalle autorità amministrative. Nella prospettiva delle misure da adottare sul piano amministrativo

occorre evitare categoricamente il trattenimento all’interno dei Centri di primo soccorso ed accoglienza per un tempo eccedente le 48-72 ore. Cosa che si era riusciti a garantire fino al 2008 quando era operante il cd. Modello Lampedusa, ideato dal Prefetto Morcone, supportato dall’avvio e dalla piena efficienza del Progetto Praesidium. A partire dal febbraio del 2009, quel modello è stato progressivamente abbandonato, e nelle strutture di prima accoglienza (CPSA e CPA ex legge Puglia) si sono verificati, e si continuano a verificare, anche in danno di minori stranieri non accompagnati, trattenimenti prolungati, senza fondamento giuridico, ed una serie di abusi che sono stati ben documentati dai giornalisti quando non si è impedito loro di svolgere le inchieste. Sul piano europeo andrebbe rimesso in discussione il criterio dominante del Regolamento Dublino III, che, seppure reso più elastico dalle modifiche entrate in vigore lo scorso gennaio con riferimento alla nozione allargata di nucleo familiare, presenta ancora rigidità tali che addossano sui paesi più esterni dell’Unione il peso prevalente delle richieste di asilo, producendo come risultato una serie di movimenti secondari che alimentano intermediazione ed irregolarità che non si possono contrastare con le misure puramente repressive finora adottate. Allo stesso modo non si può pensare che anticipare il momento del prelievo delle impronte digitali a bordo delle navi della missione Mare Nostrum possa costituire una soluzione del problema, o ridurre il numero dell’immigrazione irregolare, come è confermato dal tasso degli allontanamenti dai centri di prima accoglienza, sempre assai elevato. Va ricordato anche che dopo le stragi di ottobre nel Canale di SiciCasablanca 13

lia, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione, del 23 ottobre 2013, nella quale si sottolinea l’importanza della riapertura di canali di ingresso legale per lavoro. Le proposte del Parlamento Europeo non si limitano alle questioni della protezione internazionale e del diritto di asilo, o alle linee guida delle missioni Frontex, ma riguardano anche i cosiddetti “migranti economici”, distinzione ancora adottata, anche se diventa sempre più difficile da utilizzare. Per loro il Parlamento “esorta l’Unione a elaborare una strategia più ampia, soprattutto per il Mediterraneo, che ponga la migrazione dei lavoratori nel contesto dello sviluppo sociale, economico e politico dei paesi del vicinato; invita l’Unione e gli Stati membri a esaminare gli strumenti disponibili nel quadro della politica dell’UE in materia di visti e della sua legislazione sulla migrazione dei lavoratori”. Una sollecitazione che nessun paese europeo ha finora raccolto. In questo senso dovrebbe muoversi l’Italia nel semestre di presidenza dell’Unione Europea. Una direzione che si potrebbe seguire, ma che i primi passi del nuovo governo non lasciano certo intravedere. Le modifiche al quadro normativo in materia di immigrazione ed asilo, sulle quali si stanno impegnando diverse commissioni parlamentari, non sembrano tali da costituire una svolta autentica rispetto alle politiche seguite dai diversi governi in passato. Occorre dunque combinare la proposta politica con la capacità di incidere su un mutamento immediato delle prassi amministrative applicate, in modo da anticipare, per quanto possibile, quelle riforme che ben difficilmente saranno approvate dal Parlamento in questa legislatura.


Il lager di Lampedusa chiude? No, raddoppia

Distruggiamo i campi e allarghiamo i lager Antonio Mazzeo

Mentre va avanti la campagna Porto l’orto a Lampedusa, lo stato promuove Esproprio l’orto a Lampedusa. Nell’isola, infatti, si procede con gli espropri di terreni agricoli per ampliare il centro di accoglienza e soccorso degli immigrati. Quindi canali, briglie e vasche per il deflusso … Le opere incidono in un’area soggetta a vincolo paesaggistico, idrogeologico e ambientale e sono state finanziate dall’Unione Europea. I terreni non sono pagati molto, ed è successo anche che alcuni appezzamenti coltivati, assegnati anni orsono in concessione all’Esercito Italiano per la Caserma Adorno non siano stati mai pagati, nonostante le numerose richieste dei legittimi proprietari. Insomma lo Stato procede ad una sempre più massiccia militarizzazione dell’isola senza preoccuparsi delle modalità con cui continua a trattare i suoi cittadini. I Lampedusani? Brava gente! Mai più Lampedusa avevano fatto sapere dal governo dopo la trasmissione al Tg2 Rai del video shock sulle “disinfestazioni di massa” a cui erano sottoposti i migranti rinchiusi nel Centro di Primo Soccorso e Accoglienza (C.P.S.A.) di contrada Imbriacola. Invece di essere chiuso, il lager vergogna d’Italia sta però per risorgere a nuova vita. L’ampliamento e il potenziamento infrastrutturale del Centro di Lampedusa era stato ammesso lo scorso mese di gennaio dal Ministero dell’Interno in una risposta ad un’interrogazione parlamentare inoltrata dal deputato del Movimento 5 Stelle, Francesco D’Uva. Al parlamentare che chiedeva lumi

sulle politiche di accoglienza migranti che le autorità governative intendevano adottare in Sicilia, il ministro Angelino Alfano aveva annunciato che il 10 novembre 2013 erano stati avviati a Lampedusa i lavori di ristrutturazione del Centro “che consentiranno di ampliare la capienza fino a più di 350 posti, riducendo la possibilità che si verifichino situazioni di sovraffollamento della struttura”. Sempre secondo il ministro Alfano, il completamento dei lavori sarebbe avvenuto entro la primavera 2014. Adesso è il Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche di Sicilia e Calabria del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a rilevare modalità ed entità dei lavori di potenziamento del “centro Casablanca 14

d’accoglienza” di Lampedusa. Nel corso di una conferenza di servizi tenutasi nei giorni scorsi a Palermo, l’Ispettorato, dal 14 dicembre 2011 stazione appaltante per l’esecuzione dei lavori di ripristino del C.P.S.A. ha annunciato l’apposizione del vincolo all’esproprio su alcune aree confinanti con la struttura per “ospitare” migranti onde realizzare “canali, briglie e vasche per il deflusso e recapito nel vallone Imbriacola delle acque meteoriche, previste nel progetto di ripristino dell’agibilità del Centro”. Le opere che incidono in un’area soggetta a vincolo paesaggistico, idrogeologico e ambientale, sono state finanziate dall’Unione Europea grazie al PON Sicurezza per lo


Il lager di Lampedusa chiude? No, raddoppia Sviluppo – Obiettivo Convergenza 2007-2013 per un importo di 3.700.000 euro. Il progetto di massima è stato redatto nel maggio 2012 dal Settore tecnico provinciale di Agrigento ed è stato approvato il 18 febbraio 2004 dopo alcune modifiche richieste dallo stesso Provveditorato interregionale, previa autorizzazione della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Agrigento e nulla osta del Comune di Lampedusa e Linosa e del Corpo Forestale della Regione Siciliana. Invariato l’importo previsto per le opere, suddiviso specificatamente in 2.600.050 euro per i lavori veri e propri e gli oneri di sicurezza e in 1.099.950 per le somme a disposizione dell’Amministrazione, fra cui i 3.500 euro destinati agli interventi di esproprio (solo 2.284 euro giungeranno però alle tre famiglie proprietarie dei 3.345 mq di terreni agricoli che passeranno allo Stato). Per eseguire i lavori di ampliamento del C.P.S.A. di contrada Imbriacola saranno occupati transitoriamente altri terreni adibiti alla coltivazione di ortaggi per una superficie di 4.104 mq. NON PIU’ CAVOLI… “L’ennesimo esproprio di terreni di proprietà dei lampedusani è un’ulteriore conferma della sempre più massiccia militarizzazione dell’isola e delle modalità con cui lo Stato continua a trattare i suoi cittadini”, denuncia Giacomo Sferlazzo dell’associazione culturale Askavusa. “Mentre si lancia la campagna Porto l’orto a Lampedusa per cui i promotori cercano 7.000 euro, lo Stato ripropone la sua campagna Esproprio l’orto a Lampedusa.

Molto grave è che l’amministrazione comunale non abbia saputo portare a conoscenza dei diretti interessati questo ennesimo furto, e che non si sia opposta ad esso. Ci risulta inoltre che nessun sopralluogo sui fondi interessati sia mai stato effettuato. La parte dei terreni che si vorrebbero espropriare e occupare andranno a frazionare irrazionalmente e inutilmente la proprietà dei fondi, ciò al presumibile fine di diminuire l’indennizzo da corrispondere, lasciando ai legittimi proprietari parte dei loro terreni che però, di fatto, saranno inutilizzabili oltre che sicuramente inaccessibili e non più idonei alle finalità agricole”. Come ricorda l’associazione Askavusa, il processo di militarizzazione di Lampedusa e in particolare del vallone Imbriacola prese il via nell’aprile del 1986 a seguito degli eventi bellici che videro contrapposti allora le forze armate statunitensi e il governo di Tripoli e del presunto tentativo di attacco missilistico libico contro l’installazione “Loran” della Guardia costiera Usa, al tempo ospitata nell’isola. Oltre ai terreni demaniali presenti nel vallone, dove vi era l’edificio del vecchio ospedale militare dismesso, alcuni terreni

coltivati di proprietà di una famiglia lampedusana di circa 5.670 mq., furono assegnati in concessione all’Esercito Italiano al fine di Casablanca 15

garantire un presidio militare (Caserma Adorno). “Da allora i legittimi proprietari non hanno mai ricevuto alcun indennizzo da parte delle competenti Autorità Statali, nonostante le numerose richieste in tal senso formulate a partire del 1990”, ricorda Giacomo Sferlazzo. “Nell’anno 2005 l’area di contrada Imbriacola è stata smilitarizzata per potere assumere una nuova destinazione d’uso e precisamente quella di Centro di prima accoglienza per gli immigrati e ciò sulla base di un decreto d’urgenza emesso dal Prefetto di Agrigento che autorizzava il Ministero dell’Interno ad occupare per un anno i fondi di proprietà della famiglia Tonnicchi, ancora una volta senza corrispondere alcun indennizzo. Come se non bastasse, nel 2003 altre particelle di terreno dei medesimi proprietari, confinanti con quelle già illegittimamente occupate, furono requisite con decreto prefettizio, al fine dichiarato di realizzare un nuovo centro di permanenza con primaria funzione di primo soccorso e smistamento”. Il progetto fu poi abbandonato anche se il provvedimento di occupazione non è mai stato revocato formalmente e nessun indennizzo è stato attribuito ai legittimi proprietari. Nel 2007 la famiglia Tonnicchi intraprese una lunga e costosa causa innanzi al Tribunale di Palermo al fine di ottenere il risarcimento per l’occupazione del terreno che intanto era stato irrimediabilmente deturpato dal cemento. “Ad oggi ancora non è stata pubblicata la relativa sentenza”, conclude Sferlazzo. “Intanto altri terreni agricoli vengono sacrificati in nome della falsa emergenza immigrazione per incrementare il business dei gestori dei nuovi centri di detenzione per migranti e richiedenti asilo”.


Un accordo di mutuo soccorso tra RiMaflow e SOS Rosarno

Spremi gli agrumi, non i braccianti Gigi Malabarba

Nella piana di Gioia Tauro la ’ndrangheta ha in mano il business e il caporalato, le pressioni sono forti e molti produttori non hanno alternative, o piegarsi o lasciare marcire le arance sugli alberi. SOS Rosarno, l’idea di mettersi in rete per sfuggire alla filiera di sfruttamento. RiMaflow è una fabbrica metalmeccanica recuperata, che con il suo Fuorimercato, organizza la distribuzione dei prodotti del Parco agricolo Sud Milano in collaborazione con il Distretto di economia solidale rurale e con il circuito dei Gas. Una collaborazione per una pratica quotidiana che oggi mette insieme i deboli con i deboli per produrre ortaggi, conserve e marmellate. Per la sovranità alimentare e un’alternativa economica e sociale. Piccolegrandi risposte concrete. Quattro anni fa nella Piana di Gioia Tauro un gruppo di braccianti africani organizzò una rivolta contro i caporali della ’ndrangheta che li supersfruttavano e non li pagavano, perpetrando il regime di lavoro in schiavitù che ormai consideravano consolidato durante la raccolta delle arance. I caporali li accolsero a fucilate e una caccia all’uomo perseguitò i braccianti ribelli. Ma quella lotta lasciò il segno e di lì a poco nacque SOS Rosarno, una rete creata da piccoli produttori locali e da persone impegnate a realizzare un modello di agricoltura, relazioni e società basato sulla sostenibilità, sull’equità e sulla solidarietà. Non un modello astratto, ma una pratica quotidiana

che oggi mette insieme i deboli con i deboli e che sta evolvendo in un percorso interetnico di costruzione dell’alternativa: dai primi progetti di economia etica in solidarietà con i braccianti africani del primo periodo, alla creazione di una vera e propria cooperativa di

lavoro formata da afrocalabresi e calabresi di nascita. Obiettivo? Casablanca 16

Produrre ortaggi, conserve e marmellate, coordinare arrivi e accoglienza nell’ambito dei progetti di turismo responsabile e organizzare eventi di carattere culturale e interculturale. Inoltre, all’interno del progetto SOS Rosarno è stato deciso di includere da subito i prodotti della cooperativa nel proprio listino e di destinare allo sviluppo della stessa anche metà della quota di solidarietà che si versa con l’acquisto dei prodotti. Questa quota è riservata ai progetti di solidarietà ed esplicitata con la massima trasparenza come tutte le altre componenti che concorrono a formare il prezzo finale degli agrumi. Quattro anni fa anche la lotta contro la chiusura della Maflow di


Un accordo di mutuo soccorso tra RiMaflow e SOS Rosarno Trezzano sul Naviglio raggiungeva il suo culmine con la semi-occupazione dello stabilimento che sarebbe durata mesi. Anche quella resistenza fu sconfitta, perché l’imprenditore polacco che acquistò all’asta gran parte del gruppo industriale era interessato al marchio e alle commesse della Bmw cui Maflow conferiva la componentistica e non ai lavoratori e alle lavoratrici, che alla fine furono messi in mezzo alla strada. Ma dall’esperienza di quella mobilitazione nacque il progetto di autogestione e una volta che Boryszew chiuse i cancelli nel febbraio 2013, un gruppo di operai e di operaie li riaprì per ridare una prospettiva di lavoro e dignità a chi era stato con violenza privato di tutto. Da allora RiMaflow, la rinascita della Maflow per opera di chi ci lavorava, è diventata il simbolo della “fabbrica recuperata” secondo il modello ideato e sviluppato da ormai più di dieci anni nell’Argentina della grande crisi degli anni 2000. SOS Rosarno e RiMaflow non potevano quindi non incontrarsi. Sia sul piano direttamente politico-sociale nella difesa della dignità del lavoro, ma anche su quello ecologico e della sovranità alimentare contro le grandi multinazionali. SFRUTTATI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI! Gli agrumi sono il prodotto “principe” della Piana di Gioia Tauro: limoni, mandarini, clementine e arance succose. Qui si approvvigionano i colossi dei soft drink come la Coca Cola che con le

arance di Rosarno produce la Fanta. La proprietà degli agrumeti è molto frazionata e ciò rende i produttori ancora più deboli nei confronti dei grossisti che comprano in blocco il raccolto per conto delle multinazionali. La ’ndrangheta ha in mano il business e il caporalato, le pressioni sono forti e molti produttori non hanno alternative tra il piegarsi o il lasciare marcire le arance sugli alberi abbandonando la loro terra. Gli agrumi di SOS Rosarno sono prodotti da piccole aziende biologiche che auto-organizzandosi e mettendosi in rete sono riuscite a

sfuggire a questa filiera di sfruttamento. Il prodotto è certificato bio ed è ottimo, ma non è standardizzato: trattandosi di piccoli appezzamenti in cui convivono piante di differenti varietà, la cassetta contiene frutti di diversi calibri e tipologie, perché raggiunto il giusto grado di maturazione il frutto viene raccolto e spedito a prescindere che si tratti di una navellina, di un tarocco o di un’altra varietà ancora. Una cassetta di arance o di mandarini è dunque un piccolo Casablanca 17

concentrato di biodiversità.
Agli agrumi si aggiungono le squisite marmellate di mandarini e arance, l’olio extravergine, i pecorini freschi e la ’nduja, passando per salumi tradizionali, miele, cosmetici naturali e vino. Tutti prodotti certificati bio, realizzati nella zona dagli aderenti al progetto di SOS Rosarno. E poi il turismo responsabile e la grande, difficile scommessa del recupero del borgo medioevale di Nicotera: un progetto in parte già avviato e per il quale SOS Rosarno chiede appoggio al mondo dei gruppi d’acquisto solidale. RiMaflow è una fabbrica metalmeccanica recuperata che ha avviato in questi mesi di occupazione molte attività nell’ambito dell’economia solidale, del riciclo e del riuso oltreché nel settore dei servizi ricreativi e culturali (è stata da poco inaugurata anche una sala prove musicale in un box-laboratorio insonorizzato, un tempo utilizzato per lo sviluppo della componentistica auto). Oltre agli ex operai Maflow anche un centinaio di disoccupati hanno trovato posto per un’attività significativa di mercato permanente dell’usato. Un insieme di attività che servono a dare una base concreta al tentativo di costruire una prospettiva economico-lavorativa sostenibile e solidale e che al tempo stesso rappresentano la naturale e coerente


Un accordo di mutuo soccorso tra RiMaflow e SOS Rosarno evoluzione della decisione di andare avanti insieme autogestendosi. Nell’ambito dell’Associazione Occupy Maflow, che gestisce l’occupazione e ha posto le basi per l’avvio della Cooperativa di produzione, si è costituita anche Fuorimercato, ossia un’attività che organizza la distribuzione dei prodotti del Parco agricolo Sud Milano in collaborazione con il Distretto di economia solidale rurale e con il circuito dei Gas.
 I DEBOLI CON I DEBOLI PER ESSERE FORTI Un percorso che non poteva non incrociare quello così diverso eppure per tanti versi così simile di SOS Rosarno: le scelte operate da RiMaflow permettono di innescare su Milano un processo virtuoso tutto interno all’economia solidale. Un processo non solo economico e solidaristico, ma capace anche di stimolare una riflessione profonda sulle strade finora intraprese dal mondo del consumo critico e dai produttori per ragionare insieme sul futuro, sui modi di fare rete, incidere e

produrre cambiamento.
RiMaflow è quindi diventato, oltre che la piattaforma logistica su Milano per i produttori del Parco Agricolo e per SOS Rosarno, anche uno dei luoghi di riferimento per discutere e confrontarsi su questi temi e la grande Festa del 5 aprile a Trezzano “Spremi gli agrumi e non i braccianti” organizzata insieme a SOS Rosarno e all’Associazione Il

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Brigante di Serra San Bruno rappresenta l’approdo di questo percorso. La lotta contro Expo 2015, che ha ipocritamente intitolato “Nutrire il Pianeta” quest’evento devastante, e che una Rete di associazioni e movimenti porta avanti ormai da anni, vedrà proprio un protagonismo diretto per i prossimi mesi di RiMaflow insieme a tutte le realtà di produttori e di consumatori per la sovranità alimentare e un’alternativa economica e sociale a un sistema che non sa offrire che Debito, Cemento e Precarietà, come Expo è stato rinominato.


Strage porto di Genova… dopo un anno… solo retorica

Alla ricerca della verità perduta Santo Laganà

La notte del 7 maggio del 2013 al porto di Genova una nave urtò contro la torre facendola sbriciolare al suolo. Morirono nove persone che in quel momento vi si trovavano dentro per lavoro. Adele Chiello è la mamma di Giuseppe Tusa, uno delle nove vittime. Marinaio, militare della Guardia Costiera, aveva 30 anni. Adele da quel giorno disgraziato quasi non dorme, studia, si documenta. Vuole giustizia per la morte di suo figlio. Chi è responsabile di quella strage sulla quale sembra essere caduto il silenzio dei media e delle istituzioni? Adele Chiello, una donna siciliana, una donna piccola, minuta ma con una forza e una determinazione esplosive; una donna in cerca di verità e giustizia. “Mio figlio e le altre vittime non possono essere considerati vittime del caso o della sfortuna. Sono vittime del lavoro. Quella torre, non unica nel panorama dei grandi porti nazionali e internazionali, è, però, l’unica che è stata costruita a pelo d’acqua, quasi come una palafitta. Chi ha permesso che fosse costruita in quel posto? E poi, una volta costruita, perché non è stata protetta da eventuali incidenti che in un bacino portuale come quello, stretto e angusto per manovre di grandi navi, potevano e dovevano essere previste? E poi ancora: con quali materiali è stata costruita quella torre? E’ stato sufficiente un urto, pur causato da una nave di grossa stazza, a far sbriciolare una torre alta 50 metri. E se ci fosse stato un

terremoto, avrebbe resistito quella torre? Sono stati mai fatti controlli preventivi? La stessa società armatrice della nave, ovviamente per ridurre la propria responsabilità, sta cercando di dimostrare che la parte esteriore di quella torre aveva uno spessore di appena 20 centimetri; e al suo interno vi era un ascensore e le scale; alla sommità della stessa, ad un’altezza di circa 50 metri, più

larga del cilindro della torre, come il cappello di un fungo, c’era la zona dei comandi dove, di solito operava mio figlio insieme agli altri operatori. L’ipotesi, quindi, che il datore di lavoro di mio figlio lo abbia mandato a lavorare in un ambiente ed in una struttura insicura è, a mio avviso, molto più di una semplice ipotesi”. Adele è un fiume in piena. L’abbiamo incontrata a Milazzo (ME) dove vive da sola circondata dal ricordo di suo figlio, uno stillicidio di foto che lo ritraggono ora vestito da marinaio, ora impegnato nel suo hobby preferito, il dj. E’ vedova dal 1993 e ha altre due figlie che vivono rispettivamente a Palermo e in Piemonte: Giuseppe era il

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Strage porto di Genova… dopo un anno… solo retorica suo unico figlio maschio. Da quella tragica notte lei non ha smesso di studiare, di indagare anche autonomamente su quella tragedia. Ha scoperto qualcosa di importante? “Io sono stata decine di volte a Genova e ho avuto modo di parlare con tanta gente; ho scoperto una cosa inquietante, per altro debitamente documentata. Ho scoperto che nel novembre del 2012, sei mesi prima, quindi, della tragedia, nei pressi della torre e del molo Giano c’è stata l’esigenza di aumentare la profondità dei fondali per garantire il pescaggio delle grandi navi che operavano in quella zona. Questo aumento dei fondali è stato ottenuto tramite l’uso di cariche esplosive. Queste cariche esplosive hanno causato danni e preoccupazione addirittura a qualche chilometro da dove sono state usate, fin al centro della città di Genova. Un prete di una zona di Genova ha addirittura costituito un comitato di cittadini che ha protestato contro l’uso di queste cariche. Tutto questo è regolarmente documentato da numerosi articoli della stampa locale del tempo. Mi sembra ovvio porgere una domanda: se queste cariche esplosive hanno causato qualche danno a qualche chilometro di distanza, qualcuno ha mai pensato di verificare eventuali danni causati alla torre visto che le cariche furono fatte brillare nei pressi di quella struttura?”

Dove si trovava suo figlio quando la torre è caduta giù? “Mio figlio si trovava in ascensore. In ascensore erano partiti in 4. Uno dei quattro è uscito prima per vidimare la sua presenza e sono rimasti in tre. Al momento dell’urto dei tre uno si è salvato e gli altri due, fra i quali mio figlio, sono rimasti intrappolati nell’ascensore. Anche qui sorgono

numerosi interrogativi. La persona che si è salvata ha subito indicato ai soccorritori l’esistenza di persone dentro l’ascensore (testimonianza è documentata). Non riesco dunque a capacitarmi come sia stato possibile che l’incidente è avvenuto alle 22, 59’, 42” del 7 maggio e i morti dentro l’ascensore sono stati rinvenuti alle ore 14, 45 dell’8 maggio, ben 15 ore dopo. Malgrado abbia più volte richiesto copia dei verbali dei soccorsi, di questi ultimi non si hanno notizie: forse sono secretati?” Lei con un gesto di grande nobiltà morale ha rifiutato un primo acconto di circa 200 mila Casablanca 20

euro che la società armatrice le ha proposto a titolo di risarcimento. Mi scusi la domanda un po’ banale: ma non le avrebbero fatto comodo quei soldi visto che la sua ricerca di verità e giustizia ha comunque dei costi altissimi (avvocati, viaggi, perizie di parte, ecc), per una donna come lei che vive di pensione? “Io ho rifiutato quei soldi perché nessuno potrà mai comprare la vita di mio figlio. Giuseppe non è in vendita. Fino ad ora ho utilizzato i miei risparmi e i soldi di mio figlio, il tfr, l’ultimo stipendio che gli è stato erogato e le raccolte che hanno fatto i suoi amici. Non saranno i soldi a farmi arrendere: se è necessario venderò anche i chiodi di casa mia; fin quando avrò vita il mio unico obiettivo è restituire a mio figlio verità e giustizia”. Perché, secondo lei, non si parla più di questa storia? Perché sembra caduta una cappa di silenzio su questa strage? E’ vero che ha scritto a Fabio Fazio chiedendogli di ricordare questa tragedia all’ultimo festival di Sanremo? “Andando avanti nelle mie indagini, nei miei studi, nelle mie ricerche storiche sul porto di Genova mi sono resa conto che su questa struttura portuale vige una sovrastruttura di potere impenetrabile funzionale a tanti interessi, forse non tutti leciti. E da questo porto che sono partite le cosiddette “navi dei veleni” sulle quali indagava anche Ilaria Alpi e, guarda caso, alcune delle indagini più controverse hanno riguardato proprio le navi della compagnia Mes-


Strage porto di Genova… dopo un anno… solo retorica sina Spa alla quale apparteneva anche la jolly nero, la nave della strage. E il silenzio uccide. Sì, è vero, ho scritto a Fabio Fazio perché l’ho sempre apprezzato per il suo interesse per i casi più controversi della nostra nazione. E poi, mi sono detta: Fazio è un ligure, il festival si svolge in Liguria, doveva essere quasi normale ricordare quella sciagura; e invece si è visto come è andata a finire: durante il festival si è parlato di disoccupati, di Ucraina, dei marò in India (tutte cose importanti, per carità) ma della strage della torre del porto di Genova, non si è fatto cenno. Né ho mai ricevuto risposta alle mie lettere. Sì perché di lettere ne ho inviate più di una: la prima era di richiesta, la seconda di sollecito, la terza di…insulti”.

dove verrà lanciata in mare una corona di fiori. Retorica, solo vuota retorica. Io avevo proposto un corteo di familiari e cittadini dalla capitaneria al molo Giano e mi hanno risposto, udite, udite, che non ci sono i requisiti di sicurezza. Ora parlano di sicurezza. I militari che muoiono durante il loro lavoro in guerra sono eroi, i militari che muoiono durante il loro lavoro in pace sono militari di serie B?Io il 7 maggio sarò a Genova e ricorderò quella strage a modo mio, anche se so che le televisioni si guarderanno bene da inquadrarmi e i giornalisti non mi intervisteranno.”

Il prossimo 7 maggio ricorrerà il primo anniversario della strage. Cosa si aspetta dalle autorità, dallo Stato per quella ricorrenza?

“Questa è una pista ma non può essere considerata l’unica. Certamente la nave o i rimorchiatori o entrambi hanno le loro responsabilità. Per altro la storia della società armatrice di quella nave, la Messina Spa è costellata da incidenti anche mortali e in alcuni di essi hanno avuto un ruolo sia il comandante della Jolly Nero (la nave dell’incidente, ndr), sia il pilota del

“ Non mi aspetto nulla di importante. So già cosa si farà. Mi è stato fatto recapitare un protocollo. Vede, mesi fa erano partiti alla grande; addirittura avevano previsto una sorta di monumento che ricordasse i “nove angeli”, così li hanno definiti. Pian piano è tutto sfumato. Ci sarà una messa con in prima fila tutte le autorità, forse una conferenza stampa e la sera un giretto in nave, solo i familiari, fino al luogo del disastro

Signora Adele, l’inchiesta in corso sembra avere imboccato la direzione dell’incidente:. Perché a lei non convince questa pista?

porto che si trovava a bordo della nave quella notte. Ma io penso che esistano tante altre responsabilità

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che devono assolutamente venire fuori”. Che ragazzo era suo figlio? “Può sembrare scontato che una madre dica che suo figlio era un angelo. Provate a chiederlo a quanti l’hanno conosciuto. E Giuseppe era conosciuta da tanti per via della sua passione: la musica, era un deejay”. Signora Adele ha fiducia nella giustizia? “ Fiducia? E’ una parola importante. Non so. So solo che la mia famiglia è sempre stata pervasa di valori come diritti, doveri, legalità e giustizia. E’ un diritto-dovere chiedere giustizia”


Elisabetta Tripodi: donna meridionale

Elisabetta Tripodi Sindaca anti ’ndrangheta? No, donna meridionale Franca Fortunato

A Rosarno, paese di 15 mila abitanti nella Piana di Gioia Tauro, il paese calabrese a più alta densità di ’ndrangheta, il paese di Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola, il centro della rivolta dei migranti, dal 2010 a guidare il Comune, dopo il secondo scioglimento per mafia, c’è Elisabetta Tripodi. Quando era candidata sindaco le misero contro anche una lista di sole donne “La città del Sole”, “donne che non facevano politica, messe lì dagli uomini”. Nessuno ci scommetteva sopra, ma lei a sorpresa ha scombussolato e sbaragliato tutti. Il suo punto di forza? Il coraggio, la forza, la determinazione, le pratiche di buon governo. Il rispetto per i migranti. Vive sotto scorta ed è conosciuta ed apprezzata anche fuori dalla Calabria. Il suo nome è stato associato più volte a quello di Annamaria Cardamone, sindaca di Decollatura, di Maria Concetta Lanzetta, ex sindaca di Monasterace ed ora Ministra del governo Renzi, di Carolina Girasole, ex sindaca di Isola Capo Rizzuto, da mesi agli arresti domiciliari con l’accusa – a cui mi ostino a non credere – di voto di scambio, turbativa d’asta e abuso d’ufficio a favore degli Arena, una delle più potenti famiglie mafiose di Isola. Elisabetta, come e insieme alle altre, non ha mai accettato l’etichetta di “sindaca anti ’ndrangheta”, ma ha sempre parlato del suo desiderio di cambiare il proprio paese. Nata e cresciuta a Rosarno, dove ha frequentato tutte le scuole, Elisabetta è la prima di tre sorelle, di

cui una vive a Siena ed è ginecologa, l’altra in provincia di Mantova ed è dentista. È figlia di una donna di cui è molto orgogliosa. “Mia madre, Lidia, è insegnante. Ci ha sempre educate ad avere un lavoro ed una nostra indipendenza economica. Nonostante fosse una donna tradizionale e venisse da una famiglia borghese, è stata una delle prime donne a lavorare quando questo veniva ritenuto disdicevole. Si è presa il diploma e ha fatto l’università mentre insegnava. Non si è laureata perché sono nata io. Le mancavano tre esami e questo è sempre stato il suo cruccio. Lei è cresciuta con la madre e i nonni. Mio nonno è morto in guerra”. Elisabetta ha sempre creduto che “la donna sia uguale all’uomo e deve avere la sua indipendenza”, forse perché, dice “ho fatto un lavoro che viene visto come maschile. Sono arrivata nel Comune e Casablanca 22

mi hanno detto “donna di prima nomina e meridionale”. Tornavo a mezzanotte dal Consiglio comunale da sola in macchina. Ho sempre vissuto in maniera autonoma. Ho trovato anche un compagno intelligente che ha sempre collaborato”. Finito il liceo Scientifico, si scrive in giurisprudenza a Pavia perché “lì c’erano” delle sue “amiche”. Voleva scappare da Rosarno, dove lascia il suo fidanzato. Non le piaceva stare lì. Torna soltanto dopo la laurea in giurisprudenza. Fa pratica presso uno studio legale e, quando nel 1994 vince il concorso per segretaria comunale, sceglie come sede Varese perché lì si era traferito il suo fidanzato per insegnare. Si sposano e diventa madre del primo figlio. Alla fine del 1998 ha la possibilità di traferirsi e tornare a Rosarno. “Sono stata molto combattuta. Da una parte volevo tornare perché i miei genitori erano rimasti soli. Mia


Elisabetta Tripodi: donna meridionale madre è figlia unica, le mie sorelle sono tutte fuori, ed io ho un rapporto molto forte con lei”. Torna “col sogno di far vivere” i propri figli nel paese dove era “vissuta da ragazza”. Il marito resta a Varese, lei va a vivere insieme al figlio da sua madre. Lavora come segretaria comunale a San Ferdinando, a pochi chilometri da Rosarno. Nel 2000 nasce il suo secondo figlio e due anni dopo rientra a Rosarno anche il marito. LA POLITICA COME DOVERE CIVICO “Sono stati anni faticosi. La distanza, i bambini, alla fine ce l’abbiamo fatta”. Nel 2007 la sua vita cambia. Crea, con alcune amiche, un’associazione culturale, con cui organizza “giornate della donna, incontri sulla violenza di genere, presentazione di libri”. Nel 2008 Il Comune viene sciolto per mafia, il sindaco arrestato e poi prosciolto. “Nessun amministratore dal 2003 ha finito il mandato. Dal 2003 al 2005 un sindaco di Forza Italia e poi commissariamento. Dal 2006 al 2008 ancora Forza Italia e scioglimento per mafia”. In vista delle amministrative del 2010, alcuni conoscenti e amici del Pd, di cui il marito aveva fondato il circolo locale insieme alla sua “ex compagna di banco del Liceo”, le propongono di candidarsi. “No, assolutamente, siete pazzi” è la sua prima risposta. Le donne dell’Associazione la incoraggiano, gli uomini insistono. Sua madre è fortemente contraria. “Non ti devi candidare. Non ti rendi conto, ti vogliono usare. Vogliono utilizzare il tuo nome”. Contrarie anche le sorelle e i figli. Nel gennaio 2010 scoppia la rivolta dei migranti, su cui si dice convinta che dietro non c’era “la regia della ’ndrangheta” perché non “ha piacere che ci sia la militarizzazione del territorio”,

ma che “sia stata frutto della cultura mafiosa di quella parte minoritaria della popolazione rosarnese delle campagne, non abituata a stare a contatto con i migranti come il centro urbano. Si sono scandalizzati perché facevano la pipì per strada. Questo è stato uno dei motivi del conflitto che si è poi innescato nella cultura mafiosa del non toccare una donna. Quello che li ha fatti andare fuori testa, infatti, è stato il fatto che si disse avessero picchiato una donna e che questa avesse abortito”. Qualche mese prima due donne di famiglie mafiose di Rosarno, Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola, “suicidata”, avevano fatto la scelta di farsi collaboratrici di giustizia. “Questa cosa mi ha fatto capire che nella parte femminile di questo paese c’era una grandissima volontà di cambiamento, da parte di tutte le donne”. Elisabetta non accetta che Rosarno venga presentato come “il paese della ’ndrangheta e del razzismo” e decide di candidarsi. “Ho accettato come una sorta di dovere civico, per fare qualcosa per il mio paese. Provarci. In campagna elettorale ho detto che volevo la normalità e che se tutti stiamo alla finestra a guardare e diciamo che gli altri devono fare e ci lamentiamo sempre, questo paese non cambierà mai. Un paese che al mio ritorno avevo trovato peggiorato, sul piano sociale e politico. Non pensavo di vincere”. A convincere la madre, donna molto religiosa, ci pensa uno dei due parroci del paese che conosce Elisabetta “fin da bambina”. LA CASA E LA CAPPELLA DEL BOSS Elisabetta porta avanti una campagna elettorale “bellissima”, anche se era stato “difficile formare le liste”, la gente “non voleva candiCasablanca 23

darsi, aveva paura”. “Eravamo favorite per il modello di donna diverso che offrivo. Le bambine sono state fantastiche. Dicevano alle madri che dovevano votarmi. Mi hanno votata molte donne”. Il 13 dicembre 2010 vince al ballottaggio con 3370 voti (+ 325 di scarto) con una lista civica e di sinistra e parecchie donne dentro. Era stata sostenuta da tre liste (Sel, parte dell’Udc e dal Pd “apparentemente unito”). Insieme a lei entrano in Consiglio comunale altre tre donne, di cui due della maggioranza e una dell’opposizione, eletta in una lista di sole donne “La città del Sole”, “donne che non facevano politica, messe lì dagli uomini” in contrapposizione a lei. Un’altra della maggioranza entrerà in Consiglio al posto di un consigliere, nominato assessore. “Su 20 consiglieri 5 donne. Una cosa rivoluzionaria per Rosarno, mai successo”. I primi mesi sono stati difficilissimi. “Tutti dicevano che duravo sei mesi, come era avvenuto, vent’anni prima con Angela La Rosa, eletta sindaco dopo il primo scioglimento per mafia (1988) e fatta dimettere con minacce e intimidazioni”. A distanza di pochi mesi si ripresenta il problema dei migranti e della loro sistemazione. Si allestisce un campo che viene dato in gestione a una cooperativa. Si scontra con i Pesce, una delle più potenti famiglie mafiose di Rosarno insieme ai Bellocco. Insieme alla Giunta emette un’ordinanza di sgombero di una casa abusiva, che andava fatta dal 2003 e che nessuno aveva fatto, e un’altra di abbattimento di una cappella abusiva, entrambe di proprietà della famiglia Pesce. Dopo varie difficoltà, perché la casa era occupata da un giovane agli arresti domiciliari, riesce nell’intento. È allora che dal carcere l’ergastolano Rocco Pesce, figlio del capomafia


Elisabetta Tripodi: donna meridionale di Rosarno Giuseppe, le invia una lettera minatoria. Elisabetta “all’inizio” pensava “fosse uno scherzo”. Le viene assegnata la scorta. “Ho fatto solo 7 mesi da sindaco libero, poi con la scorta la mia vita è stata sconvolta. Non la volevo. Mi pesa. Uscire con la famiglia e avere sempre appresso due persone non è bello. Non posso passeggiare, frequentare il paese e le poche amiche che ho. Se passeggio mi guardano. I primi tempi mi vergognavo e non uscivo”. NON HO MAI VOLUTO LA SCORTA Accanto alla notorietà e alla solidarietà di donne e uomini di Rosarno, Elisabetta sente crescere intorno a sé anche “l’odio”, “l’invidia”, “la rivalità” dei suoi oppositori, dentro e fuori il Comune. “Il fatto che io abbia avuto molta visibilità me lo vogliono fare pagare. Non si sopporta che abbia uno spazio per vicende che io avrei preferito non vivere assolutamente. Non vedo cosa mi devono invidiare. Dicono che la scorta costa e che vado a ritirare premi non meritati. Dopo la scorta non potendomi intimidire, hanno cercato di delegittimarmi”. Si sente oggetto di attacchi pesanti sulla stampa locale. “Sono stata attaccata anche da un’associazione anti ’ndrangheta per non essermi costituita parte civile nel processo contro Rocco Pesce, che è stato condannato e poi assolto per quella lettera. La parte offesa non ero io direttamente, ma tutta la Giunta e insieme abbiamo deciso deliberatamente di non costituirci parte civile perché con il processo in corso all’‘Inside’, dove Pesce era imputato, ci sembrava eccessivo. C’era un clima di paura e dovevo tenere unita la Giunta. Alcuni as-

sessori hanno subito anche loro intimidazioni. Spesso sono stata io a dover dare coraggio alla squadra. Siamo parte civile in ben 18 processi per mafia”. Elisabetta resiste e va avanti. “Non mi dimetterò mai. Ho sopportato talmente tanto. Ho appaltato opere per 28 milioni di euro e voglio portarle avanti. Non li voglio lasciare in mano a nessuno. Lavori per la realizzazione di un centro sportivo, una piscina, un centro culturale con teatro e cinema, un centro di formazione per migranti, un’isola ecologica, case popolari per i migranti”. Nel novembre 2012 l’Udc ritira dalla Giunta i suoi assessori. “Volevano fare terra bruciata intorno a me per farmi dimettere”. Nel settembre 2013 si dimettono due consigliere della maggioranza con la motivazione che “non erano d’accordo con la nomina di un assessore, concordato su proposta di una delle due”. La minoranza cerca di approfittare e presenta una mozione di sfiducia, che non passa perché non ha i numeri. “Le due dimissionarie le abbiamo sostituite ma siamo sempre 11 a 10, un equilibrio molto precario”. Elisabetta sente intorno a sé l’approvazione di molte donne. “Le donne del paese, una parte, anche quelle che non mi hanno votato, mi dicono che ammirano il coraggio per quello che sto facendo e come sto resistendo. Ho ricevuto insulti su facebook da altre donne, che sono mogli o fidanzate di uomini che parlano male di me. In linea di massima ho più consensi che dissensi da parte delle donne”. C’è amarezza in lei ma non rassegnazione. LA SPERANZA DI UNA VITA NORMALE “Mi aspettavo che fosse difficile ma non che fosse così difficile. Né mi aspettavo i premi e i riconosciCasablanca 24

menti che mi hanno dato. Mi sembra di non aver fatto niente di strano. Penso che era giusto fare queste cose e che altre al posto mio avrebbero potuto fare. Forse avrebbero avuto più paura. Questa rivoluzione nella mia vita personale non me l’aspettavo. Quando ritornerò alla vita normale, avrò un po’ di rimpianto, ma ho desiderio di tornare alla normalità. Avere più tempo per me, per i miei figli. Di questa esperienza quello che più mi ha fatto male non è la ‘ndrangheta, che è una cosa che tu metti in conto, ma la mala politica che prima cerca di intimidirti e poi di delegittimarti”. Nel 2015 scadrà il suo mandato e ha deciso che non si ricandiderà. Si dice convinta che dopo di lei “ci sarà la restaurazione a Rosarno perché solo nel periodo dopo lo scioglimento per mafia è facile che candidino persone nuove”. I “vecchi politici aspettano che io finisca”. Non si sente sconfitta “assolutamente” perché, grazie a lei, “di Rosarno finalmente si è parlato in termini diversi”. Non ha rimpianti perché pensa che “ognuno che fa una scelta non si deve guardare indietro. Le cose le deve affrontare giorno per giorno così come avvengono”. Spera che passi il messaggio che il suo “sacrificio” sarà servito a dire che è possibile anche a Rosarno che le donne facciano politica”. Desidera che i suoi figli “scelgano in libertà se restare o andare via”. Al di là delle scelte che Elisabetta farà, nessuno/a potrà cancellare il fatto che a Rosarno una donna ha saputo cambiare ed amministrare, con signoria ed autorità, un paese notoriamente conosciuto per la presenza della ’ndrangheta e la mala politica.


Modello Messina…

Modello Messina Il libro di Marcello La Rosa, un poliziotto laureato in Scienze Politiche e dottore di ricerca in Storia delle istituzioni giuridiche e politiche

Antonella Cocchiara

Altro che città babba, tranquilla, altro che realtà marginale rispetto ad altre realtà del Meridione d’Italia! La mafia, nella “tranquilla” città di Messina, è ben radicata e innumerevoli sono i suoi coinvolgimenti col notabilato cittadino. Il “modello Messina”, a causa degli intrecci col mondo della politica e delle istituzioni, per spessore e organizzazione pare sia un gradino sopra rispetto a quanto strutturato nel territorio circostante. Un libro “Il fenomeno mafioso: Il caso Messina” di Marcello La Rosa per ricostruire la storia mafiosa della città babba. Nella storia della mafia siciliana e dell’antimafia, il 1982 è un anno di svolta: anno di “morti eccellenti”. Proprio da questa data ha inizio la storia ricostruita da Marcello La Rosa nel suo libro “Il fenomeno mafioso: Il caso Messina” presentato il 14 marzo scorso nella sede di “Addiopizzo” (un bene confiscato alla mafia). Il libro accende i riflettori su ciò che accade dal 1982 al 1994 nella città dello Stretto, basandosi su un’attenta ricognizione delle fonti giudiziarie (verbali di polizia, testimonianze e sentenze) e su un’intervista a Iano Ferrara, il boss del villaggio CEP. Nessuno dei grandi storici contemporanei della mafia ne aveva finora parlato, finendo per avvalorare quello stereotipo secondo il quale Messina, la città babba, aveva tutt’al più una sua delinquenza locale, che non era tuttavia assimilabile all’associazione di tipo mafioso. Nella prima del libro si ricostruiscono storia e dinamiche dei clan messinesi, guerre intestine per l’affermazione della leadership,

ascesa di alcuni clan e successivo declino a vantaggio di altri, molteplici fatti di sangue. Dopo un confronto tra mafia siciliana e calabrese, si delineano anche, i connotati della mafia messinese: una sorta di “mafia dell’area dello Stretto” con peculiarità sue proprie. Una mafia che presenta profili verticistico-militari attinti da “Cosa nostra”, coniugati però con alcuni tratti della ‘ndrangheta calabrese. Non la struttura familistica della ‘ndrangheta, ma di sicuro le liturgie dell’affiliazione, le qualifiche e la parziale autonomia dei clan che pure – almeno fino a una certa data – si riconoscono nell’egemonia di un capo, Gaetano Costa, detto facci ‘i sola. Mentre però la ‘ndrangheta, proprio per la coincidenza tra la sua struttura organizzativa e la famiglia naturale, conosce in modo limitato il fenomeno del pentitismo, la mafia messinese finisce per diventare un “caso di specie”: tutti i sopravvissuti alle guerre di mafia

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si pentiranno per poter trarre profitto dalla normativa premiale. Come dire: “Tutti pentiti, nessun pentito”. Nella seconda parte, l’Autore propone alcune linee interpretative delle dinamiche di gestione e di approvvigionamento del denaro, derivanti principalmente dal racket delle estorsioni e dal traffico di droga, entrambi determinanti sia per i proventi illeciti che ne derivano sia a dimostrazione del pieno controllo del territorio, ma anche da attività “minori”, come qualche rapina, l’usura e la gestione delle bische più o meno clandestine. A proposito del traffico di droga, l’autore si sofferma su Luigi Sparacio, definendolo un «esempio eccelso di intelligenza criminale». In realtà, Sparacio è un boss anomalo, che costituisce un caso unico in Italia per il fatto di essere


Modello Messina… un incensurato, mai condannato da un tribunale italiano, nonostante la sua vita sia stata dedicata interamente al crimine. La Rosa studia il “caso Sparacio” e collega la sua intelligenza organizzativa alla puntuale applicazione della cosiddetta “teoria divisionale”. LA PACE DI VOLTERRA A differenza del clan Galli, che aveva concentrato in un’unica zona lo spaccio di droga, Sparacio aveva diviso il territorio cittadino in “rioni” e questi a loro volta in “quadranti”, rendendo così più efficiente e vicina all’utente la distribuzione della droga; creando occupazione dal momento che lo spaccio era affidato a un consistente numero di pusher; redistribuendo dal basso i proventi dell’attività criminale; facendo diventare più difficile alle forze dell’ordine l’individuazione dei capi-cosca, che erano esentati dall’operare direttamente sul territorio. Sparacio è anche bravo a reinvestire i proventi dell’attività criminale. Una parte dell’ingente volume d’affari viene da lui “saggiamente” investita nell’usura.

Centrale sarà il ruolo svolto dalla suocera, Vincenza Settineri, anche se entrambi negheranno sempre di aver “lavorato assieme”. Il libro restituisce anche un’immagine fragile e sovraesposta del tes-

suto commerciale e imprenditoriale della città, assoggettato alle estorsioni, che rappresentano la maggiore voce delle entrate dei clan peloritani: la stragrande maggioranza dei commercianti, esercenti e imprenditori messinesi, ogni cantiere edile a cominciare da quello di San Filippo per la costruzione del nuovo campo sportivo comunale, che fece entrare circa un miliardo e mezzo di lire nelle casse della mafia messinese, gestite dal cassiere Domenico Di Dio, che era reggente di Iano Ferrara quando questi era latitante. Anche i venditori ambulanti, come per esempio u tedescu, il venditore di granite e brioches del viale Europa, e qualche casa di appuntamento della provincia. In controluce, appaiono però anche le contiguità tra vittime e carnefici: in qualche caso i primi, per sottrarsi all’estorsione, non ci pensano due volte ad avviare e intrattenere rapporti societari con i malavitosi. Impossibile soffermarsi sull’intera trama del libro: l’invito è quello di leggerlo, per ricavarne un quadro per molti versi inedito della città di Messina, per conoscerla meglio e aver consapevolezza del perché, per esempio, sia tanto più cara e tanto più povera di altri capoluoghi di provincia siciliani. Almeno un cenno meritano, tuttavia, per gli anni presi in esame da La Rosa, i rapporti tra mafia e istituzioni: le carceri e le connivenze con alcuni agenti di custodia (GioCasablanca 26

vanni Moschella e Francesco Scaramuzzino), ma anche il ceto politico e la magistratura. Sulle carceri italiane si parla tanto per le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i detenuti. L’affresco che offre questo libro è molto diverso. Le carceri sono la “casa del mafioso”, il luogo in cui si muove con grande padronanza: in carcere si diventa “figliocci” e si tengono le cerimonie di affiliazione; le carceri sono il luogo di accordi di pacificazione tra famiglie rivali (per esempio, la “Pace di Volterra” tra i Costa e i Cariolo, siglata nel penitenziario toscano nel giugno del 1981); in carcere si definiscono nuove strategie, si decreta la “fine” di vecchi capi e la nascita di nuovi organigrammi, e se ne dà plateale conoscenza, con gesti dall’alto valore simbolico (nel carcere-albergo di Gazzi, Mario Marchese comunica a Gaetano Costa la determinazione di rendersi autonomo facendosi spostare – lui e tutti i suoi uomini – di cella, dal reparto “cellulari” al reparto “camerotti”); in carcere si continua a esercitare lo spaccio di droga; in carcere entrano anche le armi; dalle carceri partono gli ordini dei capi per la gestione del territorio durante la loro detenzione; dal carcere partono infine le “sentenze di morte” emesse dai


Modello Messina… boss o altri provvedimenti punitivi, come l’ordine di uccidere l’agente di custodia Giovanni Terrazzino e poi l’avvocato Giuseppe Carrabba. Ed è sempre da un luogo delle istituzioni – l’Aula del maxiprocesso del 1986 – che sarebbe partito l’ordine di giustiziare l’avv. Nino D’Uva, un eccellente penalista colpevole solo di essere un professionista integerrimo, padre e suocero di due magistrati a cui mai e poi mai avrebbe chiesto di mettersi a disposizione dei suoi clienti.

Per il periodo da lui studiato, La Rosa conferma questa percezione, tant’è che afferma: «I mafiosi messinesi riuscirono [non solo a incidere sui risultati delle elezioni comunali, ma] anche a condizionare la politica nazionale ed a raccogliere tanti voti fino a consentire le nomine di assessori e di un viceministro (v.l’on. Saverio D’Aquino, noto oncologo ed esponente del PLI ). Anche la magistratura del tempo

ATTRAZIONE FATALE Secondo Paolo Borsellino «Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo». Sin dalle sue origini, la mafia siciliana si è presentata come l’anti-Stato, un contropotere capace di soddisfare meglio dello Stato le esigenze degli abitanti di un quartiere o di una certa comunità, di garantire la sicurezza. Marcello La Rosa riporta in proposito una frase del boss del Cep Iano Ferrara, secondo il quale, grazie al suo operato, «il quartiere è sicuro, nessuno ruba niente e le persone possono lasciare la porta di casa aperta». Non solo, ma mafia e politica sono poteri che si alimentano di consenso popolare tanto da assecondare quella che La Rosa definisce la «attrazione fatale» tra mafia e politica. Noi la percezione di ciò l’abbiamo ogni volta che si svolgono delle consultazioni elettorali.

non esce bene da questo affresco: accanto a PM coraggiosi ma forse poco esperti in processi di mafia, altri risultano decisamente pavidi, inerti o addirittura collusi. La Rosa ne fa i nomi, sempre sulla base delle risultanze giudiziarie. Casablanca 27

Altro che città babba, tranquilla, altro che realtà marginale rispetto ad altre realtà del Meridione d’Italia! La mafia, nella “tranquilla” città di Messina, è ben radicata e innumerevoli sono i suoi coinvolgimenti col notabilato cittadino, tanto da ritenere che il “modello Messina”, a causa degli intrecci col mondo della politica e delle istituzioni, sia addirittura per spessore e organizzazione un gradino sopra rispetto a quanto strutturato nel territorio circostante. La ricostruzione si ferma al 1994, l’anno dei “pentimenti di massa”. Resta il dubbio che certe verità dei pentiti siano state il frutto di decisioni prese a tavolino, per stabilire chi proteggere e chi accusare. Se ad esse si aggiungono i clamorosi errori commessi dalla magistratura nella gestione di alcuni pentiti, il dubbio sull’attendibilità delle loro dichiarazioni e testimonianze è davvero molto forte.


Rostagno: l’uomo che non doveva sapere

Rostagno: l’uomo che non doveva sapere Passeggiando fra Lima, Lipari, Salvo, Ciancimino, Massoneria… PAM Rino Giacalone

La mafia l’ha ammazzato la sera del 26 settembre del 1988. Il Consiglio comunale di Trapani riunito per una seduta ordinaria dinanzi a quel morto ammazzato, quel corpo sfigurato dai colpi di arma da fuoco ma ancora caldo decise di proseguire i suoi lavori senza fermarsi. Dopo 26 anni il processo per la sua uccisione non è ancora finito. Tre anni di dibattimento e attività processuale, quattro perizie. Una fotografia per niente ingiallita, con personaggi politici vecchi e attuali corrotti e rapaci. Armati di compasso e non. Ne viene fuori una Sicilia dilaniata dalla mafia dalla malapolitica, affari e intrallazzi. Un processo che si avvia alla conclusione a 26 anni dal fatto di sangue. Circa 80 udienze, tre anni di dibattimento, attività processuale segnata da quasi 150 testi, quattro perizie. E’ il processo per il delitto del sociologo e giornalista Mauro Rostagno. Mauro, fondatore assieme ad Adriano Sofri di Lotta Continua, “sporcata” da un processo che ne ha stravolto la storia, condannando i suoi maggiori attivisti per la morte del commissario Calabresi. Mauro maestro e promotore della comunità terapeutica Saman a Lenzi. Fu ucciso a pochi metri dal cancello di ingresso del baglio dove aveva sede la Saman a sua volta macchiata dalle malefatte e dalle ombre sorte attorno al “guru” Francesco Cardella. Non c’entrano nulla Lotta Continua e Saman con la morte di Mauro Rostagno, c’entra l’ultima

cosa che Rostagno aveva deciso di (ri)cominciare a fare, il giornalista. La mafia l’ha ammazzato quella sera di settembre completando una scia di sangue che dal 14 settembre di quell’anno scorreva in quel

mese: Alberto Giacomelli, giudice in pensione ammazzato perché aveva confiscato la casa al fratello Casablanca 28

di Totò Riina, il giudice Saetta ammazzato il 25 settembre col figlio a Caltanissetta perché si apprestava a presiedere il processo di appello alla potente mafia siciliana, per arrivare a quella sera del 26 settembre, l’omicidio del sociologo. Mauro Rostagno: ammazzato, delegittimato, infangato non solo perché il rituale mafioso vive di queste cadenze, il piombo per uccidere esploso da fucili e calibro 38, la vittima che raccontava minchiate, l’isolamento dei familiari, il mascariamento come se il criminale fosse il morto ammazzato. Mauro era troppo irriverente. Osservava tanto. Raccontava molto. Per 26 anni il ricordo è stato sporcato, la memoria quasi cancellata, rimossa. La mafia intanto è cresciuta, si è fatta più forte, si è arricchita e ha inquinato, ha continuato a fare le trattative e gli inciuci. Ha tolto di


Rostagno: l’uomo che non doveva sapere mezzo un avversario, una “camurria”, ne ha ucciso uno per insegnare cosa fare a tutti gli altri. Forse, “la mafia non ha perso”.

frequentava la massoneria e sedeva al tavolino degli appalti con i mafiosi e col capo mafia Vincenzo Virga.

UNA VECCHIA ATTUALE FOTOGRAFIA

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Un processo lungo. Tre anni di dibattimento che hanno dato una fotografia della Sicilia, di Trapani, della mafia tremendamente attuale. La mafia, come cultura e modo di pensare e di agire, è anche dentro l’antimafia. Lo abbiamo visto. Lo vediamo. A Trapani ma non solo a Trapani. Ce lo hanno detto anche in un certo senso i pm del processo, Gaetano Paci e Francesco Del Bene quando per esempio, quest’ultimo in particolare, hanno ricordato che attendono ancora una tv che alla pari di quella tv di Rostagno venga a seguire una udienza del processo. Mauro Rostagno nel 1988 seguì in particolare il processo per il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari. Coglieva in quel dibattimento la trasformazione della mafia, le alleanze tra mafiosi e tra mafiosi e politici. Il delitto Lipari fu un omicidio che ricalca quello dell’on. Salvo Lima. E se il delitto Lima oggi fa parte dell’atto di accusa inserito nelle trame della trattativa tra Stato e mafia, il delitto Lipari era da inserire nelle trame tra la mafia e l’economia, la ricostruzione del Belice, la cassaforte degli esattori Salvo, i potenti cugini di Salemi - ai quali Lipari era legatomilitanti di quella Dc che in quegli anni mal celava già i legami con le organizzazioni mafiose. Lipari fu ammazzato in quel 1980 quando la Dc era governata da quel Ciancimino che in apparenza era minoranza dentro lo scudocrociato. Anni dopo a Trapani un altro Dc, tale Ciccio Canino, governava Trapani e gran parte della Provincia,

Rostagno seguiva il processo, per l’omicidio Lipari, e più seguiva quel dibattimento più si faceva chiaro quello che andava accadendo, ciò che sarebbe accaduto. E Ciccio Canino divenne il suo avversario tanto che una preziosa testimonianza al processo Rostagno, quella di un tecnico di Rtc, Peppe Aiello, ha sottolineato alla Corte il fatto che l’editore di Rtc, Puccio Bulgarella, attribuì proprio a Canino la responsabilità della morte di Rostagno. E la sera del delitto Rostagno il Consiglio comunale di Trapani riunito per una seduta ordinaria decise di proseguire i suoi lavori senza fermarsi dinanzi a quel morto ammazzato, quel corpo sfigurato dai colpi di arma da fuoco ma ancora caldo. Era quello il

Consiglio comunale che era “governato” da Canino che aveva grande capacità a muoversi in modo trasversale da destra a sinistra. L’aula del processo per la morte di Mauro Rostagno in tre anni di udienze non è stata mai piena, poco pubblico, scarsa attenzione, un processo da addetti ai lavori, la Casablanca 29

chiesa dove si sono svolti i funerali dell’on. Ciccio Canino, appena poche settimane addietro, era invece piena, stracolma, e l’ultimo saluto all’ex deputato è stato uno schiaffo, una offesa a chi stava celebrando il processo per il delitto Rostagno. Canino è morto all’indomani di una richiesta di condanna per mafia a 12 anni, un importante colletto bianco della città, il presidente dell’ordine dei medici, Giuseppe Morfino, lo ha salutato da “eroe”, come Berlusconi ha salutato allo stesso modo il suo “stalliere” Mangano. Eroi. STALLIERI, ASSASSINI, MASSONI E POLITICI A volere la morte di Mauro Rostagno fu il padrino del Belice, don Ciccio Messina Denaro. Oggi la caccia è tutta per il figlio, Matteo, latitante dal 1993, stragista, assassino, profittatore, abbuffino, asso pigliatutto. E chissà che quella sera del 26 settembre 1988 non c’era anche il giovane e già brillante (mafioso) Matteo a Lenzi, lui che con Vito Mazzara ha condiviso omicidi e assassinii. Ieri come oggi c’è un Messina Denaro che governa il potere criminale che sa essere efferato e ammorbante. Foto attuale quindi: da Matteo Messina Denaro si dipanano legami con tanti soggetti e tanti sono quelli che Mauro Rostagno aveva già indicato in quel 1988. La mafia non gli ha dato tempo di continuare a fare gli altri nomi che sicuramente si apprestava a fare. La tela del potere politico sottomesso alla mafia contro la quale Rostagno si era schierato e voleva che tutta la città si schierasse contro, si è estesa, allargata, le maglie sono state rafforzate. Altri processi in questi 26 anni si sono svolti, processi per stragi e delitti, contro commistioni e intrecci, il processo contro la massoneria deviata che


Rostagno: l’uomo che non doveva sapere ha dovuto attendere quasi 10 anni dalla scoperta degli elenchi per arrivare a dibattimento, quando Rostagno era già morto, ci sono stati i processi contro la vecchia e la nuova mafia, quelli sulle commistioni tra mafia, imprese e appalti pilotati, i nomi ricorrenti sempre gli stessi da quegli anni ’80 ad oggi. Per questa ragione la foto che viene fuori dal processo per il delitto di Mauro Rostagno sembra essere stata scattata oggi: c’è l’on. Francesco Canino ma anche l’on. Bartolo Pellegrino che riscuote una mazzetta dai mafiosi ma che viene prescritto, niente aggravante mafiosa, è stato fatto uscire a testa alta, incolpevole, addirittura perseguitato. E’ lo stesso Bartolo Pellegrino che rivolgeva a Rostagno l’invito ad andare a zappare. La mafia forse non ha perso in questi 26 anni. Sovente però ha affermato le sue regole. E’ diventata regola la domanda di chiedere a chiunque ragione della sua appartenenza, “tu a cu apparteni? Inoltre, la mafia è diventata quella cosa che col processo Lipari cominciava ad essere: capace di corrompere un carabiniere solo regalandogli un’auto, garantendogli poi una comoda assunzione nella banca degli “amici”, di usare la massoneria per arrivare sin dentro le stanze della giustizia, della prefettura, per insabbiare una indagine, ammorbidire una sentenza, regalare una patente. LA TRAPANI DI ROSTAGNO

La mafia ha saputo e sa tenere spenti i riflettori sulla città, sa agitare le voci, fa raccontare a sprovveduti, vigliacchi, che magari una indagine si fa come contraccambio ad una scopata, che un giornalista scrive raccontando una inchiesta per fare “carriera”. Siamo in una Sicilia che ieri si dibatteva sull’esistenza o meno della mafia e oggi si interroga sull’antimafia e continua a non interrogarsi a fondo su cosa è davvero la mafia. E questo mentre c’è una antimafia che con tutti i limiti possibili - si dimostra capace di produrre nuove occasioni di lavoro, come accade con Libera e le cooperative sostenute da Libera e non “di Libera”. Una antimafia che riesce a sopravvivere e non riesce a vivere pienamente…e non per proprie colpe. La Trapani che fu di Rostagno è la stessa di quella di oggi, con un pazione, con la ripresa che qui non si vede, con la bellezza conquistata a caro prezzo, con le imprese dei mafiosi che hanno preso gli appalti più grossi e i politici che hanno fatto finta di non vedere in cambio di consenso elettorale e bustarelle. Oggi c’è la mafia che produce le sue verità, e facendo così nega verità alle sue vittime. Rostagno nel 1988 voleva dimostrare che non era vero che la mafia era invincibile, oggi ci sono anche studenti che interrogati ci dicono che la mafia è invincibile e lo è per colpa della politica, che ascolta ma non cambia registro. Casablanca 30

La massoneria è la chiave di volta del processo per il delitto Rostagno. L’avere messo il naso in quegli affari ha agitato ancora di più i mafiosi contro Rostagno, tanto da farlo ammazzare in quei giorni di settembre del 1988 scelti per togliersi di mezzo uomini che del dovere avevano fatto il loro unico credo. La massoneria oggi c’è ancora, governa, trama, inciucia. Magari non riesce più come prima ad arrivare dentro le stanze della giustizia, ma massoneria, mafia, oggi riescono a cancellare verità e giustizia , a falsare la realtà. In pochi fanno da contrasto, i più si piegano…calati junco chi passa la china…

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Mafia: plurale femminile

Mafia: plurale femminile Madrine, complici, umili sorelle e pentite… impunite! Valentina Colli

Il termine mafia in arabo significa baldanza, spavalderia. Giuseppe Pitrè, invece, ne sottolineò l’aspetto legato ad una concezione utilizzata nei quartieri popolari palermitani, che aveva come significato “bellezza” ed “eccellenza”. Quindi, racchiuso in un unico termine, coesistono i due aspetti che poi, nella trasposizione sociologica, rimangono circoscritti in due mondi diversi, quello della maschilità e della femminilità. Il termine ’ndrangheta deriva dal greco “andragatia” che significa “virilità, coraggio, rettitudine”. Il ruolo delle donne? La concezione della donna in Cosa Nostra non può trascendere da quella che è la società siciliana sia antica che moderna: una società che poggiava le sue basi su un’economia rurale e contadina. In famiglia il ruolo del dominus era prerogativa del pater familias, che conduceva e governava tutte le logiche della casa. Alla donna era affidato il compito di cura della casa e dell’educazione dei figli e doveva sottostare alle decisioni del marito o del padre. Questa posizione subalterna la relegava a mera custode del focolare domestico, ad un silenzio rassegnato e in armonia con la concezione mafiosa, poteva essere letta anche attraverso lo schema antropologico del codice d’onore. La mafia formalmente è un’organizzazione maschile che rispecchia pienamente l’organizzazione sociale siciliana. Nonostante questa col tempo abbia subito dei processi evolutivi che hanno visto emergere anche la donna e inquadrarla in

una situazione di affrancamento dalle logiche maschiliste, Cosa Nostra siciliana ha conservato intatti i suoi canoni legati ad un tradizionalismo estremo. Diversamente, la ’ndrangheta calabrese contempla dinamiche differenti, figlie di concezioni diverse della società calabra. Il termine ’ndrangheta deriva dal greco “andragatia” che significa “virilità, coraggio, rettitudine”. La ’ndrangheta si discosta profondamente da Cosa Nostra e cela una veste complessa e dinamica che vuole assurgere a vera e propria elite che “tende all’occupazione delle gerarchie superiore della scala sociale”. Come accade in Cosa Nostra, anche nella ’ndrangheta si individua una predilezione per i legami di sangue che potevano consacrarsi sia nella nascita ma anche attraverso matrimoni come quello tra Francesca Citarda e Giovanni Bontade, vero e proprio matrimonio di mafia.

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Nella ’ndrina, la famiglia, la donna è privilegiata rispetto alla posizione occupata nella famiglia mafiosa siciliana. Segno di un’apertura di veduta nel modo di concepire la società che non rimane legata ad una visione totalmente maschilista ma che invece valorizza l’apporto e l’operato della donna anche nella gestione dei traffici illeciti. Nella realtà criminale calabrese, le donne, hanno svolto un ruolo importante: attraverso i matrimoni perché hanno consentito al rafforzamento della cosca, ma soprattutto all’interno dell’organizzazione sono riuscite a gestire i traffici della famiglia. Nella gerarchia interna si è rilevato che le donne hanno raggiunto un ruolo subordinato a quello maschile, quello di Sorella d’Umiltà, che costituisce una novità rispetto a Cosa Nostra che, a parte l’episodio di Giusy Vitale, unica donna boss, non ha mai visto un inquadramento gerarchico delle donne nelle sue file.


Mafia: plurale femminile SORELLE D’UMILTÀ IMPUNIBILI Le donne svolgono il ruolo di educatrici per i figli, mantengono i rapporti con la Chiesa e la politica, trasmettono messaggi. Tutelano i canoni mafiosi sui quali si reggono le famiglie. Sanno alimentare il silenzio che serve alle organizzazioni per andare avanti con i propri affari. Sono prima di tutto madri, mogli, sorelle o figlie, che subiscono o che, con complicità, agiscono e creano la cappa d’isolamento del territorio in cui vivono. Le donne sono anche quelle che decidono di rompere questo silenzio e molto spesso devono pagare con la vita questa scelta. Come emerge dalla ricerca dell’associazione DaSud “Sdisonorate – Le mafie uccidono le donne”, sono più di 150 le donne che dal 1896 ad oggi sono state uccise dalle mafie. Dati che sfatano il mito secondo il quale i clan, in virtù di un presunto codice d’onore, non uccidono le donne. In realtà, Cosa Nostra ha sistematicamente creato e rappresentato degli stereotipi di genere dentro il genere. Nelle rare occasioni in cui le donne venivano indagate, i giudici – loro stessi fuorviati dagli stereotipi – le assolvevano in quanto considerate non capaci di delinquere autonomamente, ma solo come “mogli di”, “madri di”, “sorelle di”. Questa idea dell’impunibilità è uno stereotipo di genere; il secondo pregiudizio è quello dell’incapacità di commettere atti violenti. E gli stereotipi prendevano piede proprio quando le donne cominciavano ad avere ruolo di postine, assumevano il coordinamento di piccoli gruppi, gestivano alcune attività. A maggior ragione, in quella fase, la mafia ha avuto la necessità che

passasse l’idea della loro incapacità di delinquere autonomamente e della conseguente impunibilità. Nel 1990 si contava solo una donna denunciata per associazione mafiosa, nel ’95 sono salite a 89. L’autorappresentazione che queste donne danno di sé è funzionale alle mafie: quando queste donne si raccontano recitano un ruolo, forniscono giustificazioni agli atti commessi dai parenti, si mostrano incapaci di delinquere autonomamente, quasi vittime di situazioni più complesse di loro. Spesso è solo una facciata. Sembra che a queste donne non sia concessa neanche la cattiveria. Tra le donne di famiglie mafiose, possono individuarsi dei ruoli particolari che esse rivestono, anche se la specificità della provenienza mafiosa non può non esercitare un forte condizionamento, ma non fino al punto da tradursi in standard uniformi. Altre donne di famiglie mafiose sono religiosissime: Filippa Inzerillo, vedova di Salvatore, autrice di un appello rivolto alle donne di mafia pubblicato dal “Giornale di Sicilia” il 2 novembre del 1996: “Donne di mafia, ribellatevi. Rompete le catene, tornate alla vita. Sangue chiama sangue, vendetta chiama vendetta. Basta con questa spirale senza fine. Lasciate che Palermo rifiorisca sotto una nuova luce, nel segno dell’amore di Dio. Lasciate che i vostri figli crescano secondo principi sani, capaci di esaltare quanto di bello c’è nel mondo”. Antonietta Brusca, che dopo l’arresto dei figli dichiara di averli educati nel timor di Dio e che la sua vita è tutta casa e chiesa. UOMINI PENTITI E DONNE DETERMINATE Ci sono le donne appartenenti a famiglie storiche della mafia, i cui matrimoni avvenivano nel loro ambiente, sposate con mafiosi di Casablanca 32

rango. Donne per le quali è ragionevole pensare alla connivenza: donne che svolgono compiti criminali in prima persona che si possono definire “madrine” a pieno titolo, anche in presenza di uomini, o “supplenti” in seguito all’arresto o alla latitanza degli uomini. Il matrimonio tra Francesca Citarda e Giovanni Bontate viene richiamato nel rapporto della questura come un evidente patto tra famiglie mafiose. Francesca viene proposta per il soggiorno obbligato nel marzo del 1983, in applicazione della disposizione della legge La Torre: lo stesso, Rosa Bontate, sorella di Giovanni e Stefano e moglie di Giacomo Vitale, coinvolto nel falso sequestro Sindona; Epifania Letizia Lo Presti e Francesca Battaglia, rispettivamente sorella e moglie di Francesco Lo Presti, mafioso di Bagheria; Anna Maria Di Bartolo, moglie del mafioso Domenico Federico; Anna Vitale, cognata di Gerlando Alberti. Per tutte queste donne, il Tribunale di Palermo respinge la richiesta di soggiorno obbligato e la confisca dei beni con una sentenza che provoca le proteste da parte delle associazioni femminili, come l’Associazione delle donne contro la mafia e l’UDI: per i magistrati, non sono soggetti di diritto penale, ma donne che sopravvivono all’ombra dei loro uomini. L’universo femminile si è manifestato anche negli esempi del rigore e della “fedeltà” totale a Cosa Nostra come fece Rosalia Basile, che diffamò il marito Vincenzo Scarantino, implicato nella strage di Via D’Amelio. Giuseppa Mandarano, moglie di Marco Favaloro, imputato e “pentito” per l’omicidio di Libero Grassi dichiarò che il marito era un infame e che non lo avrebbe mai più voluto vedere. Rosa Romeo, sorella di Pietro, killer al servizio di Leoluca Baga-


Mafia: plurale femminile rella, nel momento del “pentimento” del fratello, lo rinnegò giudicandolo pazzo e infame. Angela Morvillo tentò di dissuadere il marito Fedele Battaglia dal collaborare con la giustizia. Vincenzina Marchese, moglie di Leoluca Bagarella devastata da formidabili e insopportabili preoccupazioni per non riuscire a dare un figlio al marito, da un senso di colpa per le responsabilità del marito per la scomparsa del piccolo Santino Di Matteo, avvertita come “punizione divina”, si suicidò. Ninetta Bagarella che a differenza di Giusy Vitale, non aveva in mano le redini di una famiglia, non poteva essere definita una boss in gonnella, ma attendeva al ruolo di moglie del boss Totò Riina e ricopriva il ruolo di madre dei figli del boss corleonese con serietà e cura. Ha cresciuto i figli in latitanza e ha trasmesso loro le regole fondamentali del codice onorifico mafioso legate al culto del rispetto e dell’omertà. A Ninetta Bagarella, va riconosciuto anche il ruolo di una donna capace di custodire i segreti di una famiglia di mafia e per questo motivo è stata la prima donna ad essere proposta per il confino, misura di sicurezza prevista dalla legge 575 del 1965, per la sua presunta attività in favore della cosca corleonese. IO MI PENTO IO TESTIMONIO TU NO Di fronte al pentitismo, ci sono ulteriori sfaccettature nella lettura del ruolo delle donne di mafia. Molte hanno accettato di condividerlo diventando a loro volta collaboratrici di giustizia, ma tante al contrario hanno preso le distanze: per paura ma anche per una volontà di persistenza nel ruolo, di fronte a un mondo che sembra crollare, per la netta prevalenza della famiglia mafiosa su quella

naturale. Per molte, tante. Anche con manifestazioni eclatanti come le donne della famiglia Buffa. Per Giuseppina Spadaro, Angela Marino, Agata Di Filippo, i mariti e fratelli sono “infami e traditori”. Giovanna Cannova per dissuadere la figlia Rita Atria ha fatto di tutto, arrivando anche lei a minacciarla di morte, dicendo che le avrebbe fatto fare la fine del fratello Nicola. Dopo il suicidio di Rita, qualche giorno dopo la morte del giudice Borsellino, la Cannova non partecipa al funerale; poi il 2 novembre 1992, giorno dei morti, rompe a martellate la fotografia della figlia. Altre madri non si sono limitate a minacciare ma sono arrivate a collaborare con i sicari, come nel caso di Luigina Maggi. Soltanto alcune donne si sono “pentite”. La maggior parte delle donne collaboratrici di giustizia sono vedove, orfane, madri a cui hanno ucciso i figli: donne, quindi, per le quali il lutto è stato il passaggio necessario che le ha portate a ribellarsi. E se qualcuna, sopraffatta dalla paura di ritorsioni ha ritrattato, come è capitato a Patrizia Beltrame, altre sono andate fino in fondo, come Antonella Cangemi che ha fatto arrestare il fratello colpevole di omicidio; Pasqua Burgio che ha accusato di assassinio il marito mafioso di Ravanusa; Concetta Zaccardo, anche lei moglie di un mafioso; Rosalba Triolo. Le donne collaborano anche per vendetta: Serafina Battaglia e, per sua stessa ammissione, Giacoma Filippello. Anche Rita Atria, che ha cominciato a testimoniare dopo l’uccisione del fratello a cui era molto legata, sembra che all’inizio sia stata spinta in qualche modo dal desiderio di vendicare così i suoi cari, come dice Alessandra Camassa, che come sostituto procuratore a Marsala ha raccolto le sue testimonianze. Vendetta che Casablanca 33

presto sarà sostituita dal senso di Giustizia consapevole. La componente femminile è presente nei movimenti Antimafia fin dai primi anni ’80, con la nascita dell’Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia. Figure storiche, sebbene diverse, furono quelle di Felicia Impastato, Pietra Lo Verso e Michela Buscemi, donne del popolo palermitano costituitesi parti civili in processi di mafia a volte abbandonate dall’antimafia stessa. Queste donne invece si sono poste al di fuori di questa visione bagnata di sangue, hanno assunto un ruolo preminente nel movimento antimafia, ma sono anche quelle che silenziosamente hanno appoggiato la missione del proprio uomo, come ad esempio Francesca Laura Morvillo. Lei non era un giudice antimafia ma la mafia l’ha vissuta con suo marito, Giovanni Falcone, sostenendolo in una battaglia impari. Un pensiero va proprio a questa donna ma anche a Emanuela Loi, agente di scorta di Paolo Borsellino, morta in via D’Amelio. Alle tante donne, mogli madri compagne di magistrati e agenti di scorta: angeli silenziosi, grazie anche alle quali “un giorno, questa terra sarà bellissima” (P. Borsellino).


Mafia: plurale femminile

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La Cultura in Sicilia…ma che musica maestro

Tagli alla cultura in Sicilia… Quando alle parole non seguono i fatti Livio Tita

Mentre l’intero settore è in gravissima crisi per ritardi nei pagamenti, mancanza di fondi e soprattutto mancanza di governance, il mondo culturale siciliano è in grande fermento, in un fermento che nasce dal basso. In Sicilia ci sono tutti gli elementi essenziali per far bene: dalla “materia prima” ai buoni modelli in campo amministrativo, con la presenza di un sistema di regole, almeno nel settore privato, che hanno messo un freno alla politica clientelare dimostrando che con meno del 5% della grande torta da 50.000.000,00 di Euro che la Regione Sicilia ha distribuito ogni anno solo per il settore spettacolo, si potevano ottenere risultati di grandissimo rilievo. Il grande assente rimane il governo Crocetta, che parla solo di tagli e mai di sviluppo e di idee. Il mondo culturale siciliano è in grande fermento, ed è un fermento che nasce dal basso. Per la prima volta il mondo privato dello spettacolo dal vivo (Teatro, Danza e Musica) si mette in rete con oltre cento adesioni tra compagnie, teatri, associazioni, festival agli Stati Generali dello Spettacolo in Sicilia e avvia un dialogo con i sindacati e col mondo delle imprese per discutere di regole e di prospettive. Questo mentre l’intero settore è in gravissima crisi per ritardi nei pagamenti, mancanza di fondi e soprattutto mancanza di governance. Infatti

il grande assente in questo dibattito rimane il governo Crocetta, un governo che sempre più naviga a vista nelle acque piene di insidie dell’ARS e che soprattutto non di-

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mostra di avere una visione strategica in un campo vitale come quello culturale e dello spettacolo. Sappiamo tutti che in Sicilia abbiamo un patrimonio straordinario di beni culturali – materiali e immateriali – abbiamo poi ben due Teatri Lirici, un’Orchestra Regionale, il Vittorio Emanuele di Messina, due Teatri stabili, TaoArte e le Orestiadi (enti pubblici per la gran parte stritolati da anni di malagestione politico-clientelare ma che rappresentano un grandissimo potenziale), abbiamo anche un vivacissimo mondo culturale che esprime da un canto


La Cultura in Sicilia…ma che musica maestro eccellenze di assoluto rilievo sul piano artistico (non faccio nomi perché la lista è davvero troppo lunga!) e dall’altro è animato dal settore privato a vocazione pubblica che produce e distribuisce ogni anno, con piccolissime risorse, centinaia di spettacoli in tutto il territorio, anche nelle zone meno servite, nelle scuole, etc. In Sicilia insomma ci sono tutti gli elementi essenziali per far bene: dalla “materia prima” (beni culturali, artisti, teatri, operatori culturali professionali) ai buoni modelli in campo amministrativo, con la presenza di un sistema di regole, almeno nel settore privato, (le Leggi Regionali 44 del 1985 sulla musica – uno dei primi esempi in Italia – e la Legge 25 del 2007 sul Teatro e la Danza), che hanno messo un freno alla politica clientelare dimostrando che con meno del 5% della grande torta da 50.000.000,00 di Euro che la Regione Sicilia ha distribuito ogni anno solo per il settore spettacolo, si potevano ottenere risultati di grandissimo rilievo sul piano culturale e insieme raggiungere centi-

naia di migliaia di spettatori, produrre migliaia di posti di lavoro tra stabili e stagionali, produrre incassi che coprono la metà dei costi di gestione... Ma purtroppo il governo regionale conosce un’unica lingua che parla solo di tagli e mai di sviluppo e di idee, mette personaggi incompetenti, con l’unico titolo della “patente antimafia”, a dirigere Fondazioni Orchestrali, e continua a non saper spendere le ingenti risorse europee che se ben investite potrebbero (come di mostra l’esempio pugliese) produrre risultati straordinari. Così facendo rischia di condannare a morte insieme a centinaia di esperienze vive e vitali del territorio una delle poche ipotesi di sviluppo sostenibile per l’isola: quella che vedrebbe formazione,

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cultura, agricoltura e turismo camminare a braccetto. Purtroppo però queste idee risultano solo un slogan vuoto, buono per tutte le stagioni politiche, quando alle parole non seguono mai i fatti. E i fatti, a volerci credere davvero, sarebbero chiari, se non semplici, da attuare: trasparenza amministrativa, premi per la qualità e le buone pratiche, nomine di figure competenti e al di sopra delle parte ai vertici dei grandi enti regionali, una buona e tempestiva programmazione sia per l’utilizzo dei fondi europei che per quelli in bilancio, un maggiore coordinamento tra i vari attori che operano nel settore che metta concretamente in collegamento il settore pubblico e quello privato coordinando produzione, distribuzione, formazione e promozione. Speriamo allora davvero che questo fermento, che questa rinnovata voglia di dialogo, non resti inascoltata e possa produrre tutti i suoi effetti positivi, perché non dobbiamo dimenticare che krisis significa scelta e di scelte necessarie e coraggiose la Sicilia ha un disperato bisogno.


Angela Bonanno, Pani schittu

Quando è il grido che apre la parola Tea Ranno

È uscita, per le edizioni CFR di Gianmario Lucini, Pani schittu, l’ultima raccolta della poeta catanese Angela Bonanno, vincitrice del “Premio Fortini 2013”, che per la prima volta è andato a una silloge in dialetto. Angela Bonanno scrive nella carne, scrive la carne. E lo fa con la misura di chi sa che il poco è importante e il troppo fastidioso, e dunque toglie, scarta il superfluo giungendo alla noce di suono, di senso, che ci restituisce intatta l’emozione. Senz’anima sugnu. Questo l’esordio. In un tempo che trabocca di anime variamente enfatizzate, l’affermazione di esserne priva è spiazzante. Senz’anima. Ma tutta paroli. Sono le parole, infatti, che ne prendono il posto e se ne fanno sostanza, concreta come un pezzo di pane nudo, che non vuole essere cunzatu perché è la vita che conza, e sempre a modo suo: boccate amare, agro di bile, ogni tanto una goccia di miele, il piccante di amori consumati in piedi, il fruttato di mattine che hanno dentro il divino canto dei muratori mentre il pane adduppa per la fretta di mangiarne. Parole che non sono meri segni, scarabocchi sulla pagina o sulla pelle per fermare l’attimo, cogliere un’emozione. No, le parole di Angela Bonanno sono girasuli ca si rapunu cu ’na schigghia. E dire schigghia è dire grido, dire dolore, perché è il dolore che spacca la parola e la intende, la vive, le dà senso. Anche nella gioia. Anche nello sfottò, nell’ironia che spoglia e taglia e non dà consolazione: mi

lavu mi vestu / na pinnula e / nesciu ch’e cosci di fora / ncazzata (mi lavo mi vesto / una pillola ed esco / con le cosce di fuori / incazzata). Anche nella trascrizione di pensieri minimi, quotidiani: la pentola che bolle, i ragazzi che non tornano, un pezzo di pane secco nel cassetto e neanche un poco di latte per bagnarlo, le mani che lisciano la veste e sbrogliano i capelli. Gesti minuti, la puntualità di attimi che insieme compongono la gran corona della giornata, e le parole che pulsano, che danno forma al sentire, che sono lì, sempre presenti, perché non hanno stagioni, perché sono abituate a tutto – stanu ô nfernu / su piccaturi (stanno all’inferno / sono peccatori) – e l’unica lingua che sanno è chidda ca scava na fossa n’a (…) ucca (quella che scava una fossa … nella bocca) e l’unico svago che conoscono è quello della mente che inventa fughe: vasamu u pani d’aieri e / ittamulu ê cani / mittemuni l’ali (baciamo il pane di ieri / e gettiamolo ai cani / mettiamoci le ali). Perché del pane di ieri si può fare a meno quando oggi c’è l’amore che porta lontano. Casablanca 37

Che poi l’amore sia vacanza, andare e venire, è altra storia. Dolente e irriguardosa. Felicità nella gloria dell’attimo che si fa pienezza e poi sconforto perché riattacca la litania dell’andare e del venire, dell’esserci e dello sparire, dell’incanto e della delusione. È un’altalena, la vita, sogno che si posa su tavole dure, ghiacciate, su un letto coperto da cuttunati di nivi (coperte di neve) ma anche un desiderio improvviso di pace: astutari vulissi ccu du ita / u picciu d’e cannili / cammari a tussi d’o munnu (spegnere vorrei con due dita / il pianto delle candele / calmare la tosse del mondo). Angela Bonanno scrive nella carne, scrive la carne. E lo fa con la misura di chi sa che il poco è importante e il troppo fastidioso, e dunque toglie, scarta il superfluo giungendo alla noce di suono, di senso, che ci restituisce intatta l’emozione. Ed è appunto di queste emozioni che è intrisa la raccolta di versi Pani schittu, (Edizioni CFR – Collana Poiein, 2014) con la quale Angela Bonanno ha vinto il Premio Fortini.


25 Aprile… Resistere!

25 Aprile… in nome del papa re? Dal profilo Facebook di Stefania Zampi IN NOME DEL PAPA RE?- No in nome dei nostri padri e nonni , domani ricorderemo come sempre come ogni anno della nostra vita , domani andremo a festeggiare e a ricordare in un piccolo parco stretto tra la via Prenestina e la sua stazione ferroviaria, ma appena un po’ più in la si odono i treni che vanno verso la stazione TiburtinaNel parchetto ex SNIA c'è un laghetto apparso così come per magia dopo uno scavo per fare le fondamenta di un centro commerciale che logicamente non ha mai visto la luce, per fortuna dico io e molti come me, nel parco le suggestioni sono molte , oltre ad una pista su cui correre c'è un parco giochi per i bimbi e un recinto per i cani , accanto al parco c'è un centro sociale e vicino al lago vecchi edifici e manufatti figli della speculazione edilizia ,come dicevo le suggestioni sono tante , alberi verde e aria più pulita, ma non solo questo , la suggestione maggiore è che il luogo è un luogo del cuore , un luogo della storia di Roma dei suoi partigiani del suo popolo generoso , dei suoi nascondigli per chi durante la Resistenza aveva bisogno di un posto sicuro,

Dalla stazione Tiburtina partivano i treni con i vagoni piombati per la Germania ed è li che i coraggiosi compagni ferrovieri aiutavano i prigionieri , nel loro possibile , a scappare , e sempre lì che venivano presi al volo da mani amiche e sicure i biglietti che gli ebrei e gli oppositori del regime gettavano dai treni- Come dicevo è un luogo del cuore questo piccolo gioiello stretto oltre che da 2 strade consiliari anche dai palazzoni venuti su negli anni 60 e 70 , quando a

Roma i palazzinari avevano il diritto di sfigurare la capitale e devastarla , la chiamavano il sacco di Roma , così tra le borgate , care a Pier Paolo Pasolini e i primi palazzi degli anni 30 sorse il quartiere prenestino che dette lo spunto ai neorealisti italiani come Rossellini , Germi e appunto il grande Pasolini , tra le strade dei vecchi palazzi antecedenti alla speculazione edilizia troviamo Via Montecuccoli , la strada dove si girò Casablanca 38

Roma città aperta con Anna Magnani che viene brutalmente assassinata dai tedeschi , ed invece tra le vie del Pigneto che Pasolini gira il suo Accattone , simbolo di una Roma delle borgate del dopo guerra, simbolo dell'emarginazione della Roma proletaria ma soprattutto sotto-proletaria , ed ancora sulla nascente sopraelevata che sempre Pasolini girò la sequenza del viaggio che Totò e Ninetto Davoli fanno nello splendido film UCCELLACCI E UCCELLINI , film direi quasi profetico il corvo , che rappresenta l'intellettuale verrà mangiato proprio ad ostia dalla parte dove fiume , come dicono i romani del Tevere, si congiunge con il mare , e che dire del Ferroviere di Germi ? Altro meraviglioso film , molte sequenze del cortile sono state girate in uno dei palazzi ante speculazione, quelli con il cortile dove li ragazzini facevano cagnara mentre giocavano, le famiglie erano operai , appunto ferrovieri ma il dopo guerra , le paure la frustrazione del compagno Germi macchinista ferroviere vengono tutte a galla , e già le frustrazioni del comunista del dopo il fascismo del dopo 25


25 Aprile… Resistere! aprile che già sente l'odore del tradimento che avverrà e come avverrà !!Domani sarà il 25 aprile , domani sarà il giorno del ricordo e della nostalgia , oggi intanto sono andata a camminare e a correre , correre poco ho un'età , comunque mentre cercavo di fare stretching, cosi si dice bo , insomma allungare i muscoli delle gambe mi è venuto un pensiero, anzi ho constatato , 63 anni ho buoni muscoli e un buon muscolo cardiaco che non si abbatte che freme e invece batte ,

batte forte per noi si per noi , per i compagni che non ci sono più , per i comunisti che hanno lottato e rischiato , per i padri per i nonni , mentre camminavo mi sembrava di essere in corteo e canticchiavo dentro di me … compagno cittadino fratello partigiano teniamoci per mano in questi giorni tristi di nuovo a Reggio Emilia di nuovo la in Sicilia son morti dei compagni per mano dei fascisti, di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera fischia il vento

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infuria la bufera…nostro vero amico che abbiamo a fianco adesso è sempre quello stesso che fu con noi in montagna ed il nemico attuale è ancora uguale a quel che combattemmo sui nostri monti in Spagna… […]


25 Aprile‌ Resistere!

La Resistenza a Catania

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Lettere dai luoghi di frontiera…

Barcellona P.G.: il TAR annulla la delibera del 2009 sul Parco Commerciale Questa Associazione apprende con grande soddisfazione la notizia che il Tar ha annullato la delibera del 2009 del Consiglio Comunale di Barcellona Pozzo di Gotto istitutiva del Parco commerciale. Questa sentenza conferma la bontà dell’impianto dell’esposto che il 4/01/ 2011 fu presentato dall’Associazione Antimafie “Rita Atria” e dalla associazione “Città Aperta” al Prefetto di Messina e alla Procura della Repubblica di Barcellona P.G. L’anomalia riscontrata dal Tribunale amministrativo è, infatti, solo una della tante anomalie presenti in quell’esposto e per il quale ben 15 imputati dovranno rispondere penalmente nel processo che verrà celebrato presso il tribunale della città del Longano a partire dal prossimo 2 maggio. Tuttavia questa notizia ci impone la seguente riflessione: Quando la magistratura, sia essa amministrativa, contabile o penale, arriva prima della politica per affermare la legalità è una sconfitta della politica stessa e, quindi, dei cittadini. Qualche mese fa l’Associazione Antimafie “Rita Atria”, l’associazione “Città Aperta” insieme ad altre trenta associazioni varie chiesero al Consiglio Comunale di Barcellona P.G. non solo di revocare quella delibera organo competente per farlo, ma di prenderne le distanze solennemente in quanto quell’operazione era finalizzata all’interesse della criminalità organizzata. Non c’è stata risposta. Perché non c’è alcun dubbio, anche alla luce di questa sentenza del Tar, che quella operazione fosse finalizzata agli interessi di “Cosa Nostra” barcellonese. A coloro i quali in queste ore si affannano a dire che questa sentenza dimostra che la mafia non c’entra ma che si tratta solo di una violazione amministrativa diciamo: a) Il Tar è un tribunale amministrativo e, in quanto tale, si occupa solo di reati amministrativi; b) Il “padre” di quella operazione ha un nome e un cognome ben definito: Rosario Pio Cattafi, ed è inconfutabile che oltre al suo “glorioso” passato ampiamento conosciuto, in atto, questo signore, si trovi rinchiuso in regime di carcere duro ex 41bis ed è stato di recente condannato in primo grado a 12 anni per associazione mafiosa. c) E che sia lui il padre di quella operazione è provato non solo dalle “carte” ma anche dal fatto che il Cattafi ha citato in giudizio il giornalista Antonio Mazzeo, che fu il primo con i suoi articoli a “svelare” l’affare Parco Commerciale, accusandolo, di fatto, di avergli fatto fallire quell’affare e chiedendogli un risarcimento di due milioni di euro. Giova anche ricordare che questa associazione nel dicembre del 2010 ebbe modo di spiegare in un convegno pubblico a Barcellona Pozzo di Gotto alla presenza anche di consiglieri comunali dell’epoca, con l’esauriente relazione dell’allora membro del direttivo nazionale dell’associazione Santa Mondello, tutti i passaggi anomali di questa vicenda, anche quelli amministrativi, facendo presente che non esistono coincidenze o errori umani quando c’è di mezzo la mafia ma , anzi, quelli che sembrano “errori” non sono altro che mezzi per accelerare le procedure illegali sottraendole ai controlli previsti dalla legge. La conferma di tutto ciò sta nel capo d’imputazione dei 15 imputati, fra cui il Cattafi, al processo del prossimo 2 maggio laddove i magistrati sostengono che il consiglio Comunale, sul parco commerciale, fu “tratto in inganno”. Associazione Antimafie “Rita Atria” www.ritaatria.it info@ritaatria.it

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Libri di frontiera… Serena Maiorana, Quello che resta – Storia di Stefania Noce, Villaggio Maori Edizioni, 2013

Femminicidio e diritti delle donne Rita Proto Stefania è una ragazza solare, generosa, impegnata nel sociale, sempre in prima linea. Studia Lettere a Catania ma vive a Licodia Eubea. Vuole fare la giornalista. Ha tanti sogni, cose da dire, desideri da realizzare. È femminista, e scende in piazza con un cartello che dice: «Non sono in vendita». Stefania è stata uccisa, a soli 24 anni, dopo un lungo appostamento, dal suo ex, il 27 gennaio 2011. «La violenza più grande di Loris – dice Serena Maiorana, autrice di Quello che resta – Storia di Stefania Noce – Il femminicidio e i diritti delle donne nell’Italia di oggi, Villaggio Maori Edizioni – è stato toglierle la parola. Questo libro cerca di ridargliela. Lei è morta per la stessa violenza che denunciava». Secondo gli ultimi dati, viene uccisa una donna ogni tre giorni e il fenomeno della violenza interessa almeno una donna su tre. «E il 70% delle vittime – precisa la giovane giornalista catanese, autrice del libro – riconosce la violenza nel rapporto. Si tratta di donne molto coraggiose, prive però di una rete di protezione sociale e culturale». Ma torniamo a Stefania. Di lei restano l’impegno, i suoi scritti, la sua allegria, il suo orgoglio di essere donna. «Le piaceva la letteratura – si legge – l’arredamento etnico, la musica balcanica e la voce rauca di Janis Joplin. Le piacevano gli orecchini grandi, le piaceva ballare, le piaceva scrivere e le sarebbe piaciuto viaggiare. Una volta era stata a Praga. Per il resto del mondo le è mancato il tempo». Incontra Loris a Roma, dove lui studia Psicologia alla Sapienza. Si innamorano ma poi qualcosa non va. Lui la tradisce con una studentessa romana. Stefania cerca di salvare il rapporto ma le cose vanno sempre peggio, fino al momento in cui, a dicembre del 2011, lei gli dice di voler interrompere la relazione. Lui non accetta la decisione della sua ragazza, si apposta in una casa abbandonata vicino a quella di Stefania e organizza una vendetta spietata. Quella sera – scrive Graziella Proto, direttrice di Casablanca, nel n. 33 – ritorna a casa con la sua amica Annamaria che la accompagna fin dentro casa... agirà l’indomani. Il progetto cambia: entrerà nel garage, danneggerà l’auto della mamma Rosa che andrà dai carabinieri, si accerterà che lei sia in caserma e che con la ragazza ci siano solo i due anziani nonni, quindi entrerà con le chiavi che possedeva, il nonno lo metterà da parte prima che lo stesso imbracci il vecchio fucile, e a lei darà ciò che si merita. È andata così: ha ammazzato il nonno, ferito mortalmente la nonna, ucciso con ripetute aggressioni la ragazza». Secondo il medico legale Stefania è stata scannata. Casablanca 42


Libri di frontiera… La sentenza di primo grado del processo, pronunciata il 5 aprile 2013 dal tribunale di Caltagirone, ha giudicato Loris Gagliano colpevole, condannandolo al carcere a vita. Il 4 marzo, in assenza della perizia psichiatrica per stabilire se sia incapace di intendere e di volere, è stato deciso che sarà trasferito a Rebibbia. L’imputato ha ricusato il suo legale e dichiara di non voler essere considerato «matto», in un sussulto di orgoglio maschile. Non vuole assumere la terapia farmacologica che gli è stata prescritta. Ci saranno ancora strazianti sedute in aula, per la madre, la nonna e tutti quelli che amavano Stefania. Serena Maiorana, raccontando storie di femminicidio, centra il punto più importante: il linguaggio e la comunicazione. «In Italia, se una donna muore uccisa da un uomo, la cronaca nera si tinge di rosa e del sangue resta solo il colore, sbiadito. Le parole sono sempre le stesse. Passione. Gelosia. Raptus. Vergogna. Onore. Attrazione. Intimità. Istinto. Rispetto. Tradimento. Cuore. Sesso. E poi l’amore, soprattutto. Alle storie romantiche si appassionano in tanti. Al dolore, invece, non si appassiona nessuno. Così, sulla carta opaca dei quotidiani come tra i pixel sfavillanti della TV, finisce per chiamarsi amore anche la violenza, la ferocia, la persecuzione, la morbosità». Ed ecco che si parla di «amori criminali», di delitti «passionali»: si giustifica come amore anche la violenza, la morbosità, la smania di possesso. «Pare che Loris, poco dopo l’arresto, – scrive l’Autrice – abbia dichiarato agli inquirenti: “L’amavo troppo”. E alcuni giornalisti non hanno trovato niente di meglio da raccontare, trasformando quelle parole in titoli di articoli scritti con lettere spesse e scure, dall’alto delle prime pagine. Come se il succo della storia fosse proprio quello: il troppo amore. Eppure trecentosessanta donne uccise in poco più di tre anni non sono storie d’amore finite male. Sono un’ecatombe, una guerra, una strage. Sono vergogna per un paese intero, dolore che appartiene a tutti e di cui dobbiamo avere il coraggio di farci carico. […] Donne che pagano con la vita il mancato adeguamento a ruoli e compiti». L’Autrice ci ricorda che, fino al 1975, il diritto di famiglia consentiva all’uomo di «correggere» la moglie anche utilizzando mezzi violenti; fino al 1981 esisteva il «delitto d’onore». Nulla potrà riportare Stefania all’affetto dei suoi cari, ma chiediamo giustizia per un delitto crudele, dell’ennesimo uomo che non accetta il NO di una donna. Lei, scrive Graziella Proto, «sognava un amore felice e la rivoluzione. Noi vogliamo collocarla fra le “siciliane”, quelle donne che contano, che meritano di essere ricordate perché magari senza saperlo hanno fatto la storia del nostro paese. Per il loro impegno, le loro idee, i loro comportamenti, il loro quotidiano».

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Eventi di frontiera…

9 maggio 2014 – Cinisi

Per il dettaglio del programma: http://www.peppinoimpastato.com/ - http://www.casamemoria.it/

“Fiore di campo nasce sul grembo della terra nera, fiore di campo cresce odoroso di fresca rugiada, fiore di campo muore sciogliendo sulla terra gli umori segreti.” Peppino Impastato

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Eventi di frontiera…

I FRUTTI DEL CARCERE Milano, 24 maggio 2014 Mercato delle produzioni carcerarie: cibo, artigianato e servizi per la città Milano, marzo 2014 Il Comitato Cittadini Solari X Milano e il Comitato X Milano Zona 1 sono presenti dal 2011 sul territorio cittadino con l’obiettivo di attivare percorsi di democrazia partecipativa, cogliendo le esigenze e valorizzando le risorse espresse dai loro ambiti territoriali. Assieme a La Cordata – impresa sociale, educativa e di comunità che da oltre vent’anni opera sul territorio metropolitano e si occupa di accoglienza e integrazione – hanno intrapreso un'attività di impegno nei confronti delle carceri e delle persone detenute. Nel settembre 2013 hanno dato vita a “I FRUTTI DEL CARCERE” il primo evento cittadino per conoscere il mondo del lavoro dei detenuti, per scoprire dove, come e perché acquistare prodotti e servizi provenienti dal mondo carcerario. Perché il lavoro è lo strumento più efficace di reinserimento nella società, per la formazione e per la professionalizzazione che offre, e anche una grande opportunità di scambio con la città e le persone. Sulla base della grande partecipazione e dei riscontri positivi raccolti lo scorso anno, i promotori si accingono ora a organizzare la seconda edizione che si terrà il 24 maggio prossimo. Anche questa edizione sarà ospitata nei giardini de La Cordata, a Milano in via San Vittore 49. Come nell'edizione precedente si affiancheranno all’esposizione dei prodotti dell'economia carceraria due sessioni di incontri e di dibattito sul tema del lavoro delle persone ristrette. Si affronterà il tema dalla parte di chi il lavoro lo offre o potrebbe farlo, mettendo in luce le opportunità e i vantaggi per i datori di lavoro, ma anche gli ostacoli, reali e psicologici, che li frenano. Insieme ad alcuni esperti si cercherà di trovare risposte vere e attuali a alcune domande: “A cosa serve il lavoro penitenziario? Perché produrre beni e servizi in carcere? Come offrirli al mercato "libero"? Per sviluppare al meglio questi temi, dall’edizione di quest’anno parteciperà all’organizzazione dell’evento anche A&I scs ONLUS, cooperativa sociale che da oltre 20 anni si occupa di lavoro per soggetti svantaggiati e detenuti, con un’attenzione particolare ai rapporti con le imprese che troverà realizzazione in un apposito “infopoint” per le aziende che intendono offrire opportunità formative e di lavoro a persone che provengono da esperienze di detenzione. Cittadini SolariXMilano (Patrizia Restiotto - patriziarestiotto@hotmail.it) Comitato XMilanoZona1 (Francesca Calanchi - francesca.calanchi@gmail.com); La Cordata (Michela Bellodi - michela.bellodi@lacordata.it); A&I (Claudio Cazzanelli - claudio.cazzanelli@aei.coo)

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Eventi di frontiera…

8 e 9 Agosto 2014 – Milazzo (ME) 20 anni di Memoria Attiva Associazione Antimafie “Rita Atria” Programma in via di definizione

“Finché il sangue dei figli degli altri varrà meno del sangue dei nostri figli, fin quando il dolore degli altri per la morte dei loro figli, varrà meno del nostro dolore per la morte dei nostri figli, ci sarà sempre qualcuno che potrà organizzare stragi in piazze, banche o stazioni, su treni o su aerei, con bombe o missili, con la certezza di rimanere impunito.” Sandro Marcucci

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Eventi di frontiera…

Ridiamo dignità alle Donne Vittime dell'incendio della Triangle Waist (L'iniziativa lanciata dal Gruppo Toponomastica Femminile è cogestita con l'editore Navarra) Il 25 marzo del 1911 un rogo sviluppatosi alla Triangle, una fabbrica di camicie sita all'Asch Building di Washington Place in New York, spezzò la vita di 146 persone. Di queste, 126 erano donne di cui 38 di nazionalità italiana e, fra esse, ben 24 partirono dalla Sicilia. Qualunque fosse il loro luogo di provenienza lasciarono, in molti casi per sempre, genitori, fratelli, figli e mariti. In seguito all'incendio alcune morirono bruciate, altre si lanciarono dalle finestre nel disperato tentativo di salvarsi. Parecchie di loro erano ancora giovanissime. Il processo a cui furono sottoposti i proprietari della fabbrica si concluse senza rendere loro giustizia. Donne e migranti, quindi. Donne sfruttate: dall'Italia, di cui divennero spesso la colonna portante di una fragile economia nazionale che si resse sui proventi del loro lavoro; e dal Paese di accoglienza, l'America, in cui trovarono la morte per pochi dollari a settimana. Il fuoco ha bruciato anche il ricordo delle loro esistenze invisibili, troppo presto rimosse. Le loro vite e la loro tragica morte richiamano ingiustizie sociali che esistono ancora oggi. Rintracciare i loro nomi e le loro storie, raccontate per la prima volta in Italia da Ester Rizzo nel suo libro “Camicette Bianche” è stato, prima di tutto, un atto di riconoscenza e di giustizia. E' infatti grazie al loro sacrificio che si sono conquistati diritti e norme nuove in campo di sicurezza del lavoro. L’incendio della Triangle è uno degli eventi che si ricorda l’otto Marzo, Giornata Internazionale della Donna. RIVOLGIAMO UN APPELLO alle istituzioni comunali interessate affinché non dimentichino le storie di queste donne: Isabella e Maria Giuseppa Tortorelli di Armento; Michela Nicolosi e Maria Anna Colletti di Bisacquino; Serafina e Teresa Saracino di Bitonto; Antonia Pasqualicchio e Anna Vita Pasqualicchio Ardito di Casamassima; Provvidenza Bucalo Panno e Vincenza Pinello di Casteldaccia; Concetta Prestifilippo e Rosa Grasso di Cerami; Rosina Cirrito, Giuseppa Concetta Maria Rosa Del Castillo e Maria Santa Salemi di Cerda; Clotilde Terranova di Licata; Vincenza Benanti di Marineo; Caterina, Rosaria e Lucia Maltese di Marsala; Elisabetta e Francesca Maiale di Mazara del Vallo; Gaetana Midolo di Noto; Marianna Santa L’Abbate di Polignano a Mare; Rosa Bona Bassino e Caterina Bona Giannattasio di Sambuca di Sicilia; Vincenza Bellotto di Sciacca; Giuseppina Buscemi Carlisi e Grazia Maria Gullo Floresta di Sperlinga; Maria Michela Clorinda Marciano Cordiano di Striano e di tutte le altre donne la cui sola certezza è che fossero italiane. Ciò per restituire loro non una memoria indistinta e generica, ma un ricordo tangibile, che abbia la qualità di essere personale e nominale attraverso l'intitolazione di una piazza, una via, un giardino o altro luogo di pubblico interesse che riconsegni a queste donne il posto che meritano nella storia del nostro Paese. Maria Pia Ercolini, Presidente di Toponomastica Femminile Ester Rizzo, autrice di Camicette Bianche Ottavio Navarra, Editore Link alla petizione: http://www.change.org/it/petizioni/franco-curto-ridiamo-dignit%C3%A0-alle-donnevittime-dell-incendio-della-triangle-waist-2 Casablanca 47


http://www.lesiciliane.org/casablanca/pdf/CB33Inserto.pdf

Le Siciliane.org – Casablanca n. 34


Le Siciliane.org – Casablanca n. 34


“A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare” Pippo Fava

Le Siciliane.org – Casablanca n. 34

Casablanca n.34  

Casablanca n.34

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