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CASABLANCA N.15/ NOVEMBRE 2010/ SOMMARIO

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Ombretta Ingrasci

Donne di 'ndrangheta

Unico titolo femminile nei clan: “sorella d'omertà”

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Francesca Visone

La Chiesa in Calabria

Una storia travagliata fra coraggio e omertà

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Antonio Nicaso

La mafia più ricca

Comanda sulla regione più povera. Come mai?

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Anna Petrozzi

Le Procure sotto tiro

Un patto “militare” fra le mafie

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Graziella Proto

Le Siciliane/ Patrizia Maniaci

Una piccola tv e una grande famiglia. Contro la mafia

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Gigi Malabarba/ Pino Capozzi

L'Italia del lavoro

Un ex operio di Arese e un delegato Fiom di Mirafiori

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Natya Migliori

Alluvione un anno dopo A Giampilieri e dintorni è cambiato qualcosa?

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Antonio Mazzeo

La pace in movimento

Un incontro fra pacifisti a Barcellona

Casablanca - direttore Graziella Proto graziellaproto@interfree.it Edizioni Le Siciliane di Graziella Rapisarda

Progetto grafico R. Orioles e Luca Salici (da un’idea di Piergiorgio Maoloni) Registr.Tribunale Catania n.23/06 del 12.7.06 – dir.respons.Riccardo Orioles

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Editoriale

“Una lotta di classe”

A Ottobre tanti giornalisti sono stati minacciati dalla mafia. Soprattutto e in particolare in Calabria. In queste situazioni le parole a disposizione sono poche e semplici: tieni duro, non sei solo, hai tanti amici che ti stimano, ti vogliono bene,ti seguono...Ma è giusto? Anche in Sicilia a Partinico, tra Palermo e Trapani, a Telejato, una televisione piccolissima, famigliare, capeggiata da Pino Maniaci, la mafia è ritornata alla carica. A Pino la nostra solidarietà, il nostro affetto e lui lo sa. A Patrizia, la moglie di Pino, la mamma di Letizia, la nostra tenerezza. Nel frattempo pensiamo con tanta rabbia al tempo e alla passione che insieme abbiamo dedicato alla battaglia sulla libertà d'informazione che, da anni, in pochi, ognuno nel proprio territorio, portiamo avanti nell'indifferenza delle istituzioni e dei "nostri" importanti, impegnati e famosi colleghi. *** E' in atto un conflitto di classe? era tempo! Alla manifestazione del 16 ottobre una marea di operai, insegnanti, pensionati studenti, donne, tutti uniti dalla bandiera della FIOM. Pochi ci avrebbero scommesso. Sbagliando. Perché la piazza? Certamente il diritto al lavoro, il ripristino di diritti lavorativi che non esistono più, ma anche per dire, con Merchionne non ci parlo. Uno, che percepisce 430 volte la paga di un operaio, i problemi della quotidianità non li conosce. Non li capisce. L'antioperaio Valletta aveva un compenso di venti volte lo stipendio di un dipendente ed era oltraggioso. Al peggio non c'è limite. A chi ancora si chiede gli operai esistono o no, dove sono, la risposta di Roma è stata chiara: ci sono. Tante cose sono cambiate vedi da Valletta a Merchionne - ma ci sono. Chiamateli come volete, sono

sempre loro. Quelli che sbarcano il lunario, che non arrivano alla fine del mese, che vengono licenziati per l'attività sindacale, che vivono in cassa integrazione. Ma il mercato…la precarizzazione… La vita non è il mercato e la precarizzazione non può condizionare l'esistenza. Merchionne queste cose non le può capire. *** Le mafie lottate dal popolo, la solidarietà, la visita di, il giorno dell'antimafia, il rappresentante dell'antitutto in prima fila... Ma la gente vuole sapere, le manifestazioni diventeranno mai progetto politico? Certamente non con la politica casting, fatta con curriculum che si basano su culo, tette, prestazioni sessuali e festini bunga bunga. Non voglio dire che con questa legge elettorale gli altri non facciano il casting o non reggano le fila, ma i criteri sono completamenti diversi. *** Un tizio che "ha fatto fortuna" ( si dice così?)nelle isole caraibiche, pretende di diventare ambasciatore onorario in una di quelle oasi. C'era pure il fascicolo alla Farnesina. Si tratta di Francesco Corallo, figlio di Gaetano che, se non fosse stato scagionato dall'ultimo livello di giudizio,oggi potremmo dire ma - non lo diciamo - Gaetano Corallo, grande giocatore d'azzardo, antico latitante catanese legato inizialmente ai Ferrera poi al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola , accusato di essere anche protagonista dello scandalo di Sanremo, cioè il tentativo di mettere le mani sulla casa da gioco pagando tangenti a politici Dc e Psi, oggi rientrato a Catania dove fa lunghe passeggiate come per dire, bbè io sono qua. Non ha mai commesso il fatto. Ma come è possibile? E' protetto dagli americani? (lo si dice) Dai marziani? Non è dato

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sapere. Il figlio Francesco giustamente, dalle isole caraibiche ci fa sapere che vuole diventare l'ambasciatore onorario in quegli angoli di paradiso(i) In quelle isole è arrivato poco più che un ragazzo e suo padre Gaetano, da subito lo affidò al meglio sulla piazza Rosario Spadaro, ma, forse anche di questo non possiamo dire - e non lo diciamo - ricercato dalle polizie di mezzo mondo, accusato fra l'altro di essere colui che gestisce i denari del gruppo Santapaola in quella parte del mondo. Titolare di diversi Casinò società off shore e tanto altro, Spadaro è stato il maestro del giovane Corallo quindi, sulle capacità di Francesco non abbiamo dubbi. Nemmeno sulle sue società off shore o meno che spaziando per il mondo passano per Montecarlo. Inoltre è circondato da amici che contano, esponenti dell'ex alleanza nazionale alle camere che, lo appoggiano in questa sua aspirazione per essere nominato diplomatico. Mai come in questo caso ambasciator non porta pena. *** Ma che ce frega ma cche cce mporta…e giù vino de castelli e coda alla vaccinara, mpaiata, matriciana e polenta. La Renata Polverini che imbocca l'Umberto, Alemanno che acchiappa con le mani e le porta alla bocca, La Russa che fa marameo a qualche contestatore contrario all'onorevole banchetto. Una scampagnata in città. Una grande abbuffata. davanti al Parlamento: la rappresentazione teatrale di una riconciliazione. Un modo popolare ed economico per fare la pace con Bossi che, al solito suo, aveva imprecato contro Roma e i romani. L'alternativa se non avessero fatto questa sceneggiata forse sarebbe stata la crisi di governo, allora magni chi può magnà. Graziella Proto


Giustizia

“La storia della mafia è la storia del nostro paese” intervista a FRANCA IMBERGAMO, Magistrato "Una democrazia malata, ipotecata" sostiene il Sostituto Procuratore di Caltanissetta Franca Imbergamo. Ha fatto condannare Tano Badalamenti e Vito Palazzolo per l'omicidio di Peppino Impastato. Oggi è impegnata contro i gruppi di mafiosi gelesi e nisseni Il mese scorso una lettera anonima arrivata alla DIA di Caltanissetta ha creato uno stato di apprensione generale. Su quel foglio infatti, un tizio racconta di aver partecipato ad un summit a Messina durante il quale Cosa Nostra, Camorra e 'Ndrangheta hanno deciso il loro proposito per nuove stragi. Fra gli obiettivi l'eliminazione di giornalisti e soprattutto magistrati calabresi e siciliani. Per quanto riguarda la Magistratura di Caltanissetta è stato fatto il nome di Sergio Lari, il suo aggiunto Domenico Garozzo e il sostituto Nicolò Marino perché si occupano dell'attentato a Borsellino e altre questioni che interessano i clan. Che clima si respira oggi all'interno della Procura Nissena? Si vive con grande preoccupazione. Sono i tuoi colleghi, è la tua comunità. Nel dopo Provenzano abbiamo assistito ad una lotta per nuovi equilibri. La battaglia per lo scettro di capo, è stata fatta senza esclusione di colpi, ci sono nuovi equilibri quindi nuovi segnali per la magistratura. Le indagini che si fanno a Caltanissetta lo sanno tutti, non è un mistero per nessuno, sono di grande importanza territoriale e nazionale, questo ha significato e significa che la

Procura nissena attira molta attenzione e per certi versi una certa preoccupazione. Le minacce ai tuoi colleghi, inquietano, allarmano, tengono sulle spine, inoltre c'è una enorme preoccupazione anche per le cosche di Gela che danno segnali di grande aggressività. Insomma, all’interno di una struttura che è nel mirino della mafia , anche se le minacce non ti riguardano personalmente si è coinvolti: non solo solidarietà ma, ansia, nervosismo. Come si lavora? Da un lato c'è la preoccupazione per il lavoro, gravoso, difficile. Dall'altro le condizioni in cui si lavora. I problemi che sanno tutti, la mancanza di strumenti, la inadeguatezza delle strutture , i limiti delle risorse. Insomma, bisogna avere la forza di andare avanti e mantenere l'impegno, contemporaneamente, pretendere una maggiore attenzione dalle istituzioni e dallo stato. Troppe assenze, troppe scoperture nell'organico dei magistrati ed anche del personale amministrativo. Si necessita di una maggiore presenza delle forze dell'ordine anche per presiedere obiettivi sensibili tipo, il palazzo di giustizia.

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Questi episodi preoccupanti, ansiogeni, limitano o influenzano il suo impegno nella lotta contro le cosche nissene in generale e gelesi in particolare? Questo lavoro si fa in due modi, o senza paura o buttandosi dietro la paura e gestendo le preoccupazioni che di volta in volta scaturiscono. Non ci sono vie di mezzo. La paura comunque non può fermare gli impegni e le scadenze. Se il magistrato è donna, tutto diventa ancora più difficile. Una donna si porta appresso la sua quotidianità: il medico per l'anziana madre, le medicine in farmacie, la spesa, i pannolini per i bimbi e tutto il resto. L'uomo pensa solo al lavoro Una volta ha detto che questo è un paese che sta processando la sua magistratura. La pensa sempre alla stessa maniera? Si, credo di si. Ho sempre pensato che si voglia impedire che si arrivi alla collusione mafia - politica Certo non possiamo assolvere tutto e tutti. I magistrati coinvolti o accusati di eccessivo protagonismo ingigantiscono un processo di delegittimazione che è in atto da parecchio tempo.


Giustizia

Carcere: dietro le sbarre al sicuro SEBASTIANO ARDITA, Magistrato Settantamila detenuti: oltre un terzo di origine extra-comunitaria. Gran parte poveri. Molti con problemi mentali, un quarto tossicodipendenti. Qualcuno si suicida. Ma sul 41bis… La conoscenza dell’universo penitenziario, con le sue contraddizioni ed i suoi limiti strutturali, potrebbe essere oggi una buona opportunità per misurare lo stato di attuazione delle politiche penali della nostra Nazione, e non solo di esse. Avvolto nel mistero di fitte mura che poco o niente hanno lasciato intravedere dal di dentro, nell’immaginario della gente lo strumento del carcere è stato ritenuto per anni l’unica possibile risposta ai tanti crimini che abbiamo visto raccontati dalle cronache; ma, al tempo stesso, anche un luogo di rimozione del male e di chi lo ha compiuto. La sua storia, i problemi di chi vi opera, persino le sue regole appaiono tutt’oggi sconosciute ai più. E dunque anche la sua funzione è tuttora prigioniera di un mito: quello della sicurezza che è garantita ai cittadini dal fatto che i cattivi stiano al sicuro, separati dai cittadini onesti, e messi nell’impossibilità di compiere ancora del male. La fotografia del carcere di oggi è ben diversa da questa rappresentazione convenzionale. Una quota di questi inoltre non sono esattamente dei criminali – anche se hanno violato la legge penale – ed anzi avrebbero avuto anche l’intenzione di lavorare, se fosse stata loro concessa una qualche opportunità. Aggiungiamo poi che tra i detenuti il 20% soffre a vario grado di disturbi mentali e che un quarto è rappresentato da tossicodipendenti. Ma vi è un’altra importante questione. Il carcere come luogo di detenzione stabile, come posto in cui si entra e si paga per le proprie colpe è poco meno che un’utopia. Da uno studio che ho commissionato nel 2007 è emerso che il 30% delle persone arrestate e condotte nei penitenziari ritrovano la libertà dopo appena 3 giorni. E addirit-

tura il 60 % vi rimane per meno di un mese. Rispetto a questi dunque la detenzione, per la sua brevità, non è in grado di offrire offre né sicurezza per i cittadini, né trattamento rieducativo ai reclusi. Unendo i due dati ne consegue che, insieme a criminali pericolosi, anche una massa di poveri e disadattati entra in carcere e vi transita per qualche giorno. Affolla le strutture e rischia di essere reclutato dalla criminalità organizzata. Tra questi sventurati alcuni, già sofferenti per gravi disagi, si tolgono la vita. Spesso nei primi giorni di detenzione. Cosa viene da pensare leggendo questi dati? Innanzitutto che il nostro sistema penale nel complesso non funziona. Ma è solo un eufemismo. Potremmo anche dire che è sull’orlo del collasso, perché determina il fallimento di una grande parte delle sue intraprese e dunque non offre un servizio utile. Per fare un paragone è come se nel sistema scolastico il 60% dei giovani abbandonassero la scuola. Se nel sistema sanitario il 60% dei ricoveri finissero col decesso del paziente. La seconda considerazione è che ciò che manca è una regia complessiva nel sistema penale, non solo politica ma anche giudiziaria, che parta dalla osservazione di quante e quali detenzioni esso produce, e per quanto tempo, ossia si ponga la questione dei concreti risultati che riesce a realizzare. La terza osservazione è che gli operatori penitenziari sono i soggetti più produttivi tra tutti gli operatori penali, se non altro perché, intervenendo nell’ultimo segmento, sono chiamati a uno sforzo sovraumano per correggere le storture generate dalle altre parti del sistema: impedire il suicidio dei disperati, accogliere poveri e malati di HIV offrendo loro un lavoro o un altro interesse

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per vivere, interpretare il linguaggio e le problematiche degli stranieri. Si perché sino a quando sarà vigente questa Costituzione, in carcere più che in ogni altro luogo sarà impossibile ogni discriminazione di “razza, sesso, lingua e religione”. Per non dire della necessità di applicare con rigore le regole nei confronti di quanto hanno cercato di affermare la loro prevaricazione anche dentro gli istituti di pena: mafiosi ed esponenti di altri poteri criminali. Solo conoscendo questo mondo è possibile comprendere il compito che l’istituzione penitenziaria è chiamata a svolgere, e concepire il carcere come laboratorio antirazzista, come estrema frontiera dello stato sociale, ad un tempo come luogo di offesa e di riparazione dei valori della nostra Costituzione. E dunque, inevitabilmente, come spazio apolitico, anti ideologico, da tenere al riparo dalle spaccature che si sono determinate nella Nazione. Un luogo dove la sofferenza predomina, e dove la dignità dell’uomo deve affermarsi prima ancora dei suoi bisogni individuali. Dove gli operatori condividono il disagio coi detenuti e pagano sulla loro pelle il loro impegno in un ambiente estremo. Dove la malattia, la sofferenza, e persino il suicidio finiscono per accomunare i carcerati e quelli che ingenerosamente da qualcuno vengono ancora ritenuti i carcerieri. Non occuparsi del carcere è sprecare una occasione per conoscere lo stato di salute della nostra democrazia. Una occasione perduta, non solo per la società, ma anche per tanti addetti ai lavori del sistema giustizia che questo mondo non lo conoscono per niente. E tutto ciò mentre tanti benpensanti ritengono che tutti i cattivi stiano bene e stabilmente lì: al sicuro dietro le sbarre.


Calabria

Donne di 'ndrangheta OMBRETTA INGRASCI

“Anch’io quando ero giù in Calabria, non le armi, ma portavo mio zio, lo accompagnavo in macchina da qualche parte, oppure andavo a prendere i bigliettini da portare a mio zio, lui le chiamava “ambasciate”; onestamente, ti devo dire che giù in Calabria io avevo un po' di paura, ero tranquilla solamente perché non toccavano le donne...”

..gli uomini erano sempre latitanti o erano agli arresti domiciliari forzati, perché si arrestavano da soli, cioè stavano chiusi in casa, e chi lavorava erano tutte le donne ... Cioè tutte le cose che si svolgevano erano sempre tramite noi donne (…). Mia zia, mia cugina fanno tutto. Anch’io quando ero giù in Calabria, non le armi, ma portavo mio zio, lo accompagnavo in macchina da qualche parte, oppure andavo a prendere i bigliettini da portare a mio zio, lui le chiamava “ambasciate”; onestamente, ti devo dire che giù in Calabria io avevo un po' di paura, ero tranquilla solamente perché non toccavano le donne. Ecco perché lavorano le donne e non gli uomini; loro ammazzano gli uomini, allora gli uomini si nascondono dietro le donne, automaticamente i miei zii non uscivano mai loro, mandavano sempre i figli o le mogli. (...) Non le toccano, almeno fino adesso non è morta mai nessuna di noi e quelle che hanno fatto i lavori giù nella guerra di mafia sono state solo le donne. Quando arrivavano le armi era mia zia che faceva da staffetta, mia zia che le consegnava, oppure mia cugina andava a prendere, non so, la pistola, il fucile, quello che serviva e lo portava a suo padre.

Sono le parole di una donna, un tempo appartenente a una famiglia che gestiva traffici di droga e di armi a livello internazionale, non affiliata alla ‘ndrangheta ma imparentata con una potente famiglia del reggino, che nei primi anni novanta decide di collaborare con la giustizia. La sua testimonianza, raccolta nel 1998, apre una finestra nell’ambiguo e contraddittorio universo femminile nella ‘Ndrangheta, illustrando quanto le donne, pur non potendo essere affiliate all’’onorata società’, svolgano ruoli cruciali per l’organizzazione.

L'incitamento alla vendetta Nel quadro dipinto dalla collaboratrice di giustizia le donne, oltre ai compiti più tradizionali, esercitati nella sfera del privato, riguardanti l’educazione dei figli e delle figlie, l’incitamento alla vendetta, la garanzia della reputazione maschile e i matrimoni combinati, sono attive nell’ambito criminale con funzioni di supporto e di sostituzione agli uomini. Il duplice aspetto dell’ esclusione formale da un lato e della partecipazione di fatto, dall’altro, emerge dall’analisi comparata di

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due recenti indagini della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Il Crimine, conclusasi nel 2010, e Artemisia, realizzata nell’aprile del 2009. La prima si è occupata della struttura della ‘Ndrangheta e dei nuovi organismi di vertice che sono stati creati nel corso degli ultimi anni per superare le costanti lotte intestine. Gli imputati infatti sono nella maggior parte capi dei gruppi, in cui è articolata l’organizzazione, ‘ndrine, locali, e Provincia e, come tali, sono accusati di aver organizzato e diretto il sodalizio “assumendo le decisioni più rilevanti, impartendo le disposizioni o comminando sanzioni agli altri associati (…) subordinati, decidendo e partecipando ai riti di affiliazione, curando rapporti con le altri articolazioni dell’ associazioni, dirimendo contrasti interni ed esterni al sodalizio, del locale”. Tra i 156 imputati solo tre sono donne e per di più accusate unicamente di aver aiutato un capomafia a eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale. Nelle carte giudiziarie relative all’indagine non ci sono donne invece imputate per aver svolto ruoli di vertice.


Calabria

C’è tuttavia un cenno a una carica femminile all’interno dell’organigramma ‘ndranghetista, la sorella d’omertà. Il riferimento non è a una donna in particolare, ma solo alla carica così come viene descritta nella testimonianza del collaboratore di giustizia Antonio Zagari nel corso di un’udienza nel 1995 del processo relativo all’indagine Isola Felice, allorché il pentito illustra la raffigurazione simbolica della ‘Ndrangheta, le cariche, le doti, le gerarchie e altre questioni di carattere rituale-simbolico.

Il titolo di “sorella d'omertà” Della sorella d’omertà Zagari aveva già parlato nella sua biografia, affermando che “le regole della ‘ndrangheta calabrese non contemplano la possibilità di affiliare elementi femmina ma se una donna viene riconosciuta particolarmente meritevole può essere associata con il titolo di sorella d’omertà; senza però prestare giuramento di fedeltà alla organizzazione come è obbligatoriamente previsto per gli uomini; ma difficilmente si riconosce il titolo a chi non è già moglie, figlia, sorella, fidanzata, o comunque imparentata con uomini

d’onore” (Ammazzare stanca, Edizioni Periferia, Cosenza 1992, p.12). Anche il pentito Calogero Mercenò ha parlato della sorella d’omertà: ‘Tale carica, che esiste in ogni regione, è affidata ad una donna, che nel caso della Lombardia è Morello Maria, che ha il compito di dare assistenza ai latitanti dell’organizzazione. Nel caso della Morello (…) posso dire che la stessa è inserita a pieno titolo nell’organizzazione e ha la dote di santista che è la più elevata che una donna può avere all’interno della ‘ndrangheta. accio presente che nella regione può esserci una sola donna componente del clan, che assume la dote di santista e svolge per l’appunto le funzioni di sorella d’omertà. Il caso di Maria Morello è l’unico rilevato dagli studi sul tema e riguarda la ‘Ndrangheta lombarda degli anni SettantaOttanta e soprattutto una donna che non ha legami di sangue con la cosca. E’ nel suo locale sul lago di Como che nel 1976 si svolge una importantissima riunione di ‘ndranghetisti trapiantati al Nord, finalizzato a creare, su iniziativa di Mazzaferro, una ‘camera di controllo’ per la attribuzione delle doti della ‘Ndrangheta in Lombardia.

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Nel giudicare la sua posizione i magistrati hanno valutato “quali elementi di pericolosità la frequentazione di pregiudicati, i numerosi precedenti e la fedeltà al codice di omertà e di valori tipico della ‘ndrangheta”. La sorella d’omertà è l’unica carica ufficiale prevista per le donne, ma poco se ne sa e soprattutto non sono stati scoperti altri casi oltre a quello della Morello.

Unica carica per le donne Più che nella sfera formale dell’organizzazione criminale, le donne vanno cercate nelle dinamiche interne alle famiglie criminali, soprattutto in tempi di faida, quando gli uomini sono costretti alla latitanza per sottrarsi agli attentati dei rivali. L’indagine Artemisia offre un significativo esempio in tal senso. L’operazione investigativa ha messo fine alla faida di Seminara, paese di 3500 abitanti della Piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, avvenuta tra il 2006 e il 2009. Coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ha portato all’arresto di quarantatre persone tra cui otto donne ed è stata condotta attraverso


Calabria

un’intensa attività di intercettazioni ambientali e telefoniche e alla testimonianza di un collaboratore di giustizia, un uomo di rango della ‘ndrangheta di Seminara che, per la sua posizione di vertice, era a conoscenza di importanti vicende dell’organizzazione. Un complesso intreccio di scontri, alleanze, tradimenti porteranno a un primo atto di belligeranza, il tentato omicidio di un boss della ‘ndrina storica del paese, che scatenerà una catena di tentati omicidi e omicidi sulla base del principio del “sangue chiama sangue”.

Un intreccio complesso Le carte giudiziarie, che ricostruiscono le vicende della guerra di mafia, consentono di osservare modi, atteggiamenti, pensieri, attitudini di uomini e donne dell’universo ‘ndranghetista, così come vengono fotografati dalle conversazioni intercettate, che riproducono un inquietante e vivido spaccato della vita quotidiana dei gruppi in lotta. A impressionare è la naturalezza con cui sono intesi i principi che nutrono la faida. Lo mettono bene in luce le conversazioni

tra donne, che discorrono di ricette e visite mediche tanto quanto di arresti, perquisizioni, omicidi. Nei momenti più duri della guerra, all’indomani di un omicidio o di un ferimento, le parole delle protagoniste appaiono più concitate, testimoniando il clima di terrore che le circonda. I giovani maschi della famiglia, invece, non sembrano essere toccati dalla paura, al contrario, mostrano disinvoltura e arroganza tanto che, in alcune conversazioni i ragazzi sono galvanizzati, si vantano di appartenere alla ‘ndrina storica di Seminara, discutono dei delitti di sangue commessi, mostrano un esasperato senso dell’appartenenza alla famiglia e dell’onore. Il comportamento di mogli, madri e nonne è ambivalente: da un lato si mostrano protettive nei confronti dei mariti, figli e nipoti – si sprecano in raccomandazioni, perché preoccupate per la loro incolumità –, dall’altro sono particolarmente agguerrite – li stimolano a combattere, a compiere vendetta e sono più che compiaciute quando vengono catturati o ammazzati i giovani dello schieramento opposto. La moglie del capobastone della ‘ndrina storica all’indomani dell’attentato al mari-

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to telefona alla figlia, residente nel Nord d’Italia e, con tono duro e minaccioso, la obbliga a tornare a Seminara, pena il ripudio della famiglia: “vedi che questa è l'ultima cosa che ti dico, vedi che questa mattina siamo partiti per lavorare, ed hanno sparato a (…) e al papà meno male che non li hanno presi, ora i tuoi fratelli sono tutti in giro, se volete venire venite altrimenti fate conto che non avete più a nessuno ...senza mangiare o bere”.

“Meno male che non li hanno presi” Riguardo alle conversazioni piene di odio e di risentimento il giudice per le indagini preliminari commenta: “più che la paura o il dolore per ciò che è accaduto, i colloquianti, spesso donne, pensano esclusivamente alla prossima mossa, per vendicare ciò che è accaduto”. Dalle conversazione emerge anche l’atteggiamento omertoso delle famiglie di entrambe le fazioni. Le donne, parenti delle vittime, non solo non denunciano gli omicidi o i ferimenti alle autorità competenti, ma offrono anche dichiarazioni discordanti e poco attendibili al fine di depistare le indagini.


Calabria

La giustizia per loro è un fatto privato, che va risarcita solo con un atto vendicativo, manifestando la volontà dunque - come è scritto nell’ordinanza- “di escludere lo Stato e le sue istituzioni dalla contesa che intendono risolvere con i loro barbari metodi”. I tradizionali compiti femminili, vale a dire quelli “di custodia e nascondimento delle armi, di vigilanza esterna, di acquisizione di informazioni, di trasmissione di messaggi”, diventano in tempi di faida ancora più importanti dal momento che gli uomini, tendono a rimanere nascosti. Si tratta di attività apparentemente semplici, ma che sono di grandissimo rilevo, in vista del raggiungimento dell’obiettivo perseguito, quello di far sì che il gruppo mantenga coesione e solidità, resista agli attacchi delle istituzioni ed a quelli dei rivali e si organizzi per condurre a successo, mediante il compimento di nuovi efferati delitti, la lotta che si è scatenata a partire dall’ottobre 2007. Nella faida di Seminara, durante l’assenza maschile, le donne continuano a mantenere vive le attività criminali e tengono aggiornati gli uomini, latitanti o detenuti, delle mosse degli avversari permettendo al

proprio gruppo di organizzare strategie di difesa e di attacco. Le donne dei capi sembrano essere molto rispettate, le loro opinioni vengono te-

nuto da conto, tuttavia, in quanto donne non possono prendere parte alle riunioni deliberanti. Sembra, dunque, che le donne abbiano un potere di influenza, ma che non possano occupare gli spazi del potere maschile, come la cerimonia del rito di iniziazione e le riunioni. Si tratta, dunque, di donne che da un lato agiscono in autonomia e dall’altro sono alle dipendenze degli uomini della famiglia o addirittura ne subiscono le violenze.

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Nelle ‘ndrine la loro presenza, spesso forte, sicuramente consapevole è contestualmente segnata da tratti di estrema vulnerabilità. Sono donne che, per un verso, sanno, conoscono, agiscono criminalmente in nome della famiglia, fanno da palo negli omicidi, trasmettono informazioni delicate, prendono posizioni che vengono ascoltate, assumono atteggiamenti omertosi e che, per l’altro verso, lasciano le sfere del potere formale agli uomini e, sul piano privato, sono strettamente controllate. Atteggiamenti e comportamenti che sono peraltro trasversali alle generazioni: le classi di età delle otto donne coinvolte nell’operazione “Artemisia” vanno dal 1943 al 1983. Per concludere, le donne vivono tra assenza formale, da una parte, e inserimento di fatto, dall’altra: sono escluse dalle strutture governative, ma attive all’interno delle ‘ndrine sia con ruoli criminali sia con funzioni che se pur non penalmente rilevanti sono vitali per l’organizzazione criminale. Contestualmente però – non va dimenticato - sono considerate proprietà del gruppo e in molti casi vivono in condizioni di subordinazione nei confronti degli uomini della famiglia.


Mafia e religione

Le contraddizioni della Chiesa calabrese FRANCESCA VISCONE

Quanti volti ha la Chiesa? Tanti. Forse tanti quanti sono gli uomini che ne fanno parte. Per quanto nata per dare una forma istituzionale univoca ad una fede, le differenze al suo interno restano e non sono di poco conto. Specie se si parla di Chiesa e ’ndranghet

Il 2 settembre, in occasione della festa della Montagna, il vescovo Morosini della diocesi di Locri Gerace, ha pronunciato un’omelia a Polsi. C’era molta attesa, dopo che per la prima volta un video aveva dimostrato che la riunione annuale delle ’ndrine nel santuario è una realtà. L’operazione Crimine aveva portato in carcere 300 persone tra Calabria e Lombardia. Il video mostrava come i clan avessero scelto Domenico Oppedisano, di Rosarno, come capo. Una carica che sarebbe diventata valida a tutti gli effetti a partire dal mezzogiorno del 2 settembre, quando la Madonna rientra in Chiesa dalla processione. Un esempio di come la simbologia mafiosa finisca con il legarsi indissolubilmente a quella religiosa.

“Hanno tradito la fede vera” La Chiesa ufficiale trova parole ufficiali per condannare questo evento. Sono parole che vorrebbero essere forti e chiare e che rivelano invece la sua debolezza. Così per Morosini i mafiosi diventano «fratelli di fede che hanno tradito la fede vera». Dice Morosini nella sua omelia: «Non c’è alcuna cosa che ci lega, cari fratelli che

avete scelto la strada dell’illegalità per costruirvi la vita, le vostre ricchezze, il vostro potere, il vostro onore. Lo ripeto, non c’è nulla che possiamo condividere. I nostri cammini non si congiungono a Polsi, se mai si dividono ancora di più, si distanziano maggiormente, anche se in noi credenti rimane la nostalgia di avere anche voi come fratelli di fede, che dinanzi all’immagine della Vergine possano sentire l’invito di Gesù alla conversione. La Chiesa, come madre amorosa, vi allarga le braccia e vi invita alla conversione, dichiarandovi che anche per voi c’è la misericordia benevola di Gesù Cristo, che è morto per tutti sulla croce. La Chiesa è forse l’unica istituzione che crede nella vostra conversione. Nella società generalmente c’è solo la speranza di vedervi in carcere; la Chiesa va oltre, vuole il cambiamento della vostra vita. A noi in questo momento rimane il rammarico e la nostalgia di non poter stare uniti a voi dinanzi all’immagine della Madonna e poter pregare assieme. Noi speriamo sempre che ciò potrà accadere, se voi lo vorrete e deciderete di cambiare indirizzo della vostra vita. Festeggeremo assieme la

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Madonna della Montagna come la Madonna della Conversione». Morosini continua rivendicando il valore religioso di Polsi, dove l’unico potere che si trasmette è «la forza della fede». Tutto qui. Si direbbe che la Chiesa sia preoccupata più di salvare l’anima dei mafiosi, che non di sconfiggere le mafie salvando così la società…

Vescovi solidali coi magistrati Ottobre 2010. Riuniti a Rossano per la ricorrenza dei 1100 anni di San Nilo, al termine della Conferenza episcopale, i vescovi calabresi hanno espresso solidarietà al procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone e a tutti i magistrati minacciati dalla criminalità organizzata. Hanno ribadito la loro condanna e chiesto a quanti aderiscono alle associazioni mafiose di convertirsi, di non mascherare le azioni criminali con apparenze e segni religiosi. Si legge nel loro documento che «la Cec ha fiducia nella Provvidenza divina e nella buona volontà di tutte le persone buone e oneste della nostra regione perché questi gravi problemi possano essere risolti nel più breve tempo possibile».


Mafia e religione Amalia Bruno

Secondo la Chiesa la ’ndrangheta sarebbe tornata ad essere «sfacciata». Non è la prima volta che la Chiesa calabrese prende posizione contro la ’ndrangheta. Solo che lo fa con uno strano linguaggio, rivolgendosi ai mafiosi come fossero catechisti: bambini che possono essere rimessi in riga con un buffetto sulla guancia.

Il patrono San Michele San Michele Arcangelo è un patrono che la polizia condivide con la ’ndrangheta, che ne brucia l’immagine ad ogni rito di affiliazione. Dopo tante cattive notizie, si cerca di riscattare il santuario di Polsi, e allora quest’anno per la prima volta i poliziotti vi celebrano la festa patronale. Chiesa e mafia sono incompatibili, certo, soprattutto se le chiese sono presidiate dalla forza pubblica. Ma i cattolici possono andare avanti così? Chiese, processioni, dovrebbero essere difese dai fedeli, dai singoli sacerdoti, dalle autorità ecclesiastiche. Se bisogna portare la polizia nei luoghi di culto e se anche le processioni devono essere celebrate sotto scorta, non sarebbe meglio

chiudere gli uni e abolire le altre? È accaduto, accade anche questo in Calabria. Palmi. 16 agosto, processione di San Rocco. È la polizia a “consigliare” agli organizzatori di non fare due delle fermate previste durante il tragitto e che avvengono normalmente davanti alla casa di due note famiglie. Così il segno di rispetto è stato cancellato, ma ci si chiede come mai le autorità ecclesiastiche abbiano potuto tollerare tutto ciò e fino a quando avrebbero ancora tollerato. Sant’Onofrio. Pasqua. Colpi di arma da fuoco sono stati esplosi a scopo intimidatorio contro la casa del priore della confraternita del Santissimo Rosario. Ci sono una serie di perquisizioni e il successivo ritrovamento di cinque cartucce in una nicchia del cimitero. Il priore aveva disposto l’esclusione dalla manifestazione religiosa di pregiudicati e ’ndranghetisti, soliti partecipare alla processione dell’Affruntata, portando a spalla una delle tre statue raffiguranti Maria Addolorata, Gesù e San Giovanni. Una tradizione molto sentita nelle provincie di Reggio Calabria e di Vibo Valentia. Il priore aveva solo applicato una

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direttiva del Vescovo del 9 febbraio 2009, rivolta a tutte le parrocchie della Diocesi, in cui si afferma che in queste manifestazioni religiose non debbono essere coinvolti appartenenti a gruppi mafiosi. Qui domina la cosca Bonavota, e da anni i portantini per le statue vengono scelti sulla base della loro appartenenza. Solo che questa volta lo scontro è frontale: il priore denuncia, il vescovo di Mileto, Monsignor Luigi Renzo, sospende la processione.

Il vescovo sospende la processione La prefetta, Luisa Latella, dichiara: «l'ordine pubblico lo manteniamo noi e non le cosche» e rimanda al vescovo e ai suoi collaboratori per quanto riguarda le iniziative religiose. Quando il rito si svolge, una settimana dopo, non si capisce bene se il paese sia in festa oppure assediato. Tra le forze dell’ordine, i magistrati, i politici, le associazioni, i fedeli e i simpatizzanti accorsi da ogni dove, il clima che si respira è quello euforico di chi sa che per una volta almeno è stata vinta una battaglia.


Mafia e religione

Potrebbe essere l’inizio. Ma si sa, in Calabria tutto è sempre solo l’inizio... Come sempre solo all’inizio sembra il dibattito interno alla Chiesa. «Una Chiesa forse troppo seduta nelle sacrestie», come accusa suor Carolina Iavazzo, ex collaboratrice di don Pino Puglisi, che oggi vive nella locride: «Il mio auspicio è che segua l’insegnamento di don Tonino Bello che chiedeva una Chiesa che sa annunciare, denunciare e rinunciare». Benedetto XVI, da questo punto di vista, delude. In Calabria il dibattito interno sembra scorrere su un doppio binario.

Un dibattito su un doppio binario Il 25 settembre il Quotidiano della Calabria indice una manifestazione di protesta e di solidarietà alla magistratura reggina. Partecipano circa 44.000 persone. Per la prima volta i politici non sono ammessi sul palco. Non ci sono passerelle. A parlare sono solo i parenti delle vittime, la sindaca di Isola Caporizzuto, comune “derattizzato”, a sua volta minacciata. La Chiesa c’è. E ha il volto di un sacerdote, Pino De Masi, parroco di Polistena, referente di

Libera nella Piana di Gioia Tauro. È grazie a lui che sui terreni confiscati alle famiglie mafiose è nata la cooperativa Valle del Marro. Dice De Masi: «Le cosche indirizzano il loro messaggio alle forze dell’ordine e alla magistratura per indebolirne l’azione di contrasto nei loro confronti. Oggi siamo qui per stare insieme a queste forze sane e di tutti quelli che subiscono l’aggressione della criminalità. È fondamentale spendersi in prima persona nella vita di ogni giorno per diffondere la cultura della legalità». La Chiesa che non c’è noi però la leggiamo. Il 26 settembre sul sito della Fnsi calabrese, esce un articolo dal titolo eloquente: «Mons. Nunnari: Così si pubblicizza la ’ndrangheta». La Chiesa sostiene chi combatte la criminalità organizzata, ma leggiamo che a Salvatore Nunnari, arcivescovo della Diocesi di Cosenza-Bisignano fa più paura la manovalanza: «Questi figlioli che crescono nella delinquenza restando, purtroppo, nel sommerso di questo nostro vivere civile. Perchè sono cani sciolti. E operano facendo anche del male. Ciò, naturalmente, non distoglie il mio

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pensiero da quella che deve essere la lotta costante, quotidiana, contro tutto ciò che è mafioso ed oscura la nostra civiltà». Nunnari è anche giornalista pubblicista iscritto al Sindacato dei Giornalisti della Calabria ed all’Unione della Stampa Cattolica calabrese. Conclude così l’intervista al sito della Fnsi calabra: «A me non piace quando si ostentano, con comunicati stampa, con discorsi mediatici, alcuni atteggiamenti. Lavorare nel silenzio e in profondità, questa è la magistratura che io ammiro».

Quanti volti ha la Chiesa? Tanti Tra il titolo e la parte finale dell’articolo quello che capiamo è che chi racconta e condivide l’esperienza delle minacce e delle intimidazioni fa pubblicità alla ’ndrangheta. Chi sta zitto che fa? L’eroe? Già, magari da morto… Quanti volti ha la Chiesa? Tanti. Forse tanti quanti sono gli uomini che ne fanno parte. Per quanto nata per dare una forma istituzionale univoca ad una fede, le differenze al suo interno restano e non sono di poco conto. Specie se si parla di Chiesa e ’ndrangheta.


Testimonianze

Una famiglia contro la 'ndrangheta La scelta dei Masciari STEFANO DEL PRETE La storia di due calabresi coraggiosi

Pino Masciari, testimone di giustizia, è un imprenditore edile calabrese che ha fatto una scelta. Negli anni novanta, Masciari è stato uno dei più importanti costruttori calabresi, le sue aziende davano lavoro a centinaia di persone, avevano appalti e lavori pubblici, producevano ricchezza in una terra che, come la Calabria, di lavoro ha molto bisogno. Giovane, nel pieno delle forze, con il mondo davanti e mille sogni nel cassetto, Masciari era però la preda giusta per la malavita organizzata e la ‘ndrangheta non si è fatta aspettare. Cominciano da subito, agli inizi degli anni novanta, le richieste e le pressioni che circondano e stritolano l’imprenditore. Si comincia con richieste di assunzioni, con pagamenti ritardati, con pressioni per servirsi di un fornitore piuttosto che di un altro, si comincia con un vero e proprio accerchiamento. E “L’ accerchiamento” è proprio il titolo di uno dei capitoli del libro che oggi Pino Masciari firma insieme alla moglie Marisa. Si intitola Organizzare il coraggio. La nostra vita contro la ’ndrangheta, lo ha pubblicato Add editore, giovane casa editrice torinese. Il libro di Masciari comincia proprio dalla violenza con cui le potenti famiglie di Calabria cercano in tutti i modi di impossessarsi della sua azienda, lo vessano, lo ricattano, lo minacciano, trovando attorno a loro un ambiente omertoso e colluso. Quando Masciari reagisce, attorno a lui non c’è nessuno disposto ad ascoltarlo. Quando vuole denunciare, nessuno accoglie le sue minacce, quando cerca aiuto, se lo vede negato. “Masciari è pericoloso, ha famiglia, lasci perdere” si sente ripetere da più parti. Le cose cambieranno poco alla volta, grazie ad alcuni incontri con persone e servitori dello Stato che decidono di fare il loro lavoro fino in fondo, ascoltando Masciari e mettendo, per la prima volta, le sue parole

nero su bianco. Masciari fa nomi e cognomi, la sua posizione di imprenditore ai massimi livelli, fa si che la sua storia lo abbia portato a imbattersi non solo con la ’ndrangheta del pizzo, quella di strada, ma con i vertici, con i mammasantissima, e addirittura con le istituzioni deviate, corrotte e colluse. Attorno a lui si erano mossi tutti, tanto che se la malavita gli chiedeva il 3%, la politica è arrivata a pretendere il 6. Masciari denuncia, cominciano le indagini, si avviano i processi ed è inevitabile che per lui la Calabria diventi troppo pericolosa. C’è una data che segna uno spartiacque anche nel libro, ed è il 17 ottobre 1997. Quella notte Masciari e la sua famiglia (la moglie e i due figli) vengono fatti scappare dalla Calabria per entrare nel Programma speciale di protezione. Qui, però, si apre un altro capitolo, drammatico, tremendo, allucinante anche, un capitolo che dura 13 lunghissimi anni in cui i Masciari vivono un vero inferno. Vengono spostati in diverse località protette, non hanno più la propria identità, non possono più lavorare, vivono nel terrore e non sono a tutti gli effetti abbandonati. Nel libro si susseguono episodi incredibili ed eventi che lasciano il segno: viaggi senza scorte verso i tribunali dove doveva deporre, mancanza di documenti di copertura, mancanza di assistenza sanitari, impossibilità di iscrivere i figli a scuola… La famiglia Masciari che ha deciso di denunciare la malavita, si trova ora a pagare un prezzo altissimo per la propria scelta di onestà. Le pagine scorrono veloci, le parole di Pino e Marisa sono pietre, raccontano senza fare sconti, rivendicando quella che è stata la loro battaglia per i diritti (anche dei loro figli), battaglia che, a un certo punto, li ha portati a imbattersi nelle persone comuni, nella società civile, che li ha accolti a brac-

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cia aperte e si è sostituita laddove lo Stato, colpevolmente, mancava. Grazie all’incontro con don Ciotti nascono “Gli amici di Pino Masciari”, associazione spontanea che raccoglie ragazzi e adulti i quali, spesso, si sostituiscono anche fisicamente alle scorte, nascono i Meet up, si creano i presidi, le raccolte firme, che hanno come intento quello di non spegnere i riflettori su questa storia e questa famiglia. Il silenzio, la solitudine, uccidono. Chi è solo rischia la vita, chi ha altri attorno si salva. Leggere Organizzare il coraggio muove a sentimenti diversi, da una parte vince lo sconforto nel vedere come i Testimoni di giustizia sono stati trattati per anni, dall’altra però si fa strada la speranza che le cose, grazie alla parte sana e buona di questa nazione, possano cambiare. Lo dice Masciari stesso in una pagina bellissima: lo Stato sono i ragazzi che gli stavano attorno, perché non dobbiamo dimenticare che lo Stato siamo noi. Ognuno di noi. Oggi la storia della famiglia Masciari sembra aver trovato un equilibrio, precario quanto si vuole, perché, come dice l’autore stesso, la ’ndrangheta non dimentica mai, ma comunque un equilibrio da cui poter ricominciare. Non è un caso se l’ultimo capitolo del libro si intitola provocatoriamente “L’inizio” perché di inizio bisogna parlare. Un inizio in cui si può sperare, senza però dimenticare quello che è successo. Dimenticare vorrebbe dire far finta di non vedere. Per evitare di farlo oggi c’è anche questo libro: prezioso, toccante, tremendamente vero. Pino e Marisa Masciari Organizzare il coraggio La nostra vita contro la ’ndrangheta. Add editore, ottobre 2010 272 pagine - 15 euro


Ndrangheta oggi

La mafia più ricca del mondo comanda la regione più povera d'Europa ANTONIO NICASO Il prof. Nicaso è uno dei massimi esperti di 'ndrangheta nel mondo. Insegna all'università di Toronto, ha scritto venti libri, alcuni con Nicola Gratteri, uno dei magistrati più esposti nella lotta alla 'ndrangheta. “Noi siamo un paese anomalo – dice - un paese con cinque mafie: cosa nostra, camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita, la mafia dei basilischi, nessun altro paese ha una potenza criminale così forte come la nostra” Professore Nicaso, oggi in Calabria si vive un clima inquietante : bombe, bazooka…episodi e caratteristiche di cosa nostra. Cosa sta succedendo? La 'ndragheta non ha mai seguito le tracce di cosa nostra, c'è stato un tentativo quando Riina era latitante. C'è stata una riunione in Calabria per cercare di portarla sulla strategia di cosa nostra stragista però la 'ndrangheta ha preferito restarsene fuori e l'unica concessione che fece è stato l'omicidio di Scopelliti che interessava a cosa nostra perché era stato designato a rappresentare la pubblica accusa al maxiprocesso nell'ultimo grado di giudizio alla Cassazione La 'ndrangheta tradizionalmente si è sempre mossa sottotraccia, è una organizzazione che ha sempre guardato agli affari e quando ha dovuto sparare è stato per ragioni di faide, di scontri spesso fratricidi per il potere ma sempre nell'ambito di dinamiche interne all' organizzazione. Tanto è vero che i morti eccellenti della 'ndrangheta si contano sulle dita di una mano: Ferraino Francesco che era l' avvocato dello Stato negli anni 70, poi ci fu l'uccisione di Ludovico Ligato che era il presidente delle ferrovie dello stato ex notabile democristiano ucciso negli anni 90, Scopelliti nel 92 e Fortugno… un sindacalista Vallarioti a Gioia Tauro ed un consigliere comunale Giannino Lo Sardo a Ce-

draro. Ecco questi sono gli unici delitti eccellenti della 'ndrangheta. Poca cosa se si fa una valutazione complessiva. Perché di 'ndrangheta si comincia a parlare fin dal 1869 quando le elezioni amministrative di Reggio Calabria furono sciolte per uso violento della politica. Completamente diverso da cosa nostra che in alcuni momenti ha fatto la guerra allo Stato, ha sfidato lo Stato. Invece la 'ndrangheta ha sempre cercato di infiltrarsi, quindi questa strategia della tensione che caratterizza oggi la 'ndrangheta si può spiegare in due modi: un certo nervosismo da parte della 'ndrangheta che mal sopporta le indagini, gli accertamenti patrimoniali; negli ultimi tempi c'è stata una grossa pressione da parte dello stato ma non è la prima volta, ci sono stati processi memorabili basta pensare al processo Olimpia, Primavera, Armonia, grosse ed importanti iniziative contro la 'ndrangheta. In questo momento probabilmente c'è molto nervosismo, perché la vecchia guardia è in carcere, è rimasto solo Domenico Condello fratello di Pasquale. E' l'ultimo della vecchia guardia che ancora è latitante, lo chiamano il pazzo, il resto è gente che scalpita. Se si facesse una analisi, uno studio dal punto di vista anagrafico scopriremmo che ci sono tanti quarantenni che stanno facendo di tutto per farsi notare, per scalare le

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vette di questa organizzazione. Quindi un' altra ragione potrebbe essere questa che c'è gente che si sta facendo largo a spallate per emergere però è gente nuova, gente che non ha probabilmente la stessa capacità di aspettare, la capacità di riflettere che avevano i vecchi boss. Probabilmente vogliono tutto e subito. Sul fronte opposto invece si continua a registrare una preoccupante sottovalutazione del fenomeno, cioè, da parte dello stato ancora non c'è una seria consapevolezza, quando dicono abbiamo arrestato tanti latitanti, abbiamo fatto questo, abbiamo fatto questo altro, il governo, non solo questo ma anche quelli precedenti, si attribuiscono meriti che competono alla magistratura. e alle forze dell'ordine La vera lotta alle mafie si registra tenendo conto del livello della vivibilità dei cittadini, la Calabria è una regione che continua ad essere sottratta alla podestà dello Stato, continua ad essere una regione a sovranità limitata perché, se vuoi fare una ristrutturazione a casa non puoi prescindere dai silos dei mafiosi che ti garantiscono calce struzzo, inerti, non puoi pensare di trovare manodopera non controllata. Anche durante le elezioni c'è una forte presenza e un forte condizionamento della 'ndrangheta. Pietro Aglieri diceva fate partecipare i giovani ai progetti sulla legalità poi, quando avranno bisogno di trovare il lavoro verranno da noi.


Ndrangheta oggi

Questo è ciò che si registra ancora in Calabria, una regione dove non c'è futuro, dove ci sono amministrazioni che cambiano repentinamente, un centro sinistra che vince con il 70%, un centrodestra che vince con il 70%. Una inquietante fluttuazione, passaggi di voti da una parte all'altra. Un grosso problema che poi si materializza nella così detta zona grigia. La 'ndrangheta è radicata, non è soltanto un fenomeno criminale, ha collegamenti con la politica, l'impresa, con la massoneria deviata, con i servizi segreti; recentemente c'è stata una grossa operazione crimine però qualche settimana prima hanno dovuto arrestare un importante commercialista che lavorava anche per i servizi segreti; avvisava i boss dell' operazione che stava per scattare. Quindi, c'è un livello forte di coinvolgimento Eppure fino a poco tempo fa si parlava solo di mafia, facendo riferimento a cosa nostra, la mafia siciliana, come se gli 'ndranghetisti fossero quattro pecorai insignificanti. Checché se ne dica la 'ndrangheta continua ad essere nella valutazione del governo e del paese una mafia non al pari di cosa nostra, continua ad essere una mafia sottovalutata, non ci si vuole rendere conto che ha soppiantato cosa nostra, proprio per la struttura che ha, per la credibilità che è

riuscita ad acquisire a livello internazionale. Perché, mentre la mafia siciliana è caratterizzata da una forte presenza di collaboratori di giustizia, la 'ndrangheta invece, continua ad essere solida, dispone di liquidità e nello stesso tempo risulta impermeabile e riesce a manifestasi agli altri come una organizzazione granitica, non ci sono pentiti, perché pentirsi nella 'ndrangheta significherebbe tradire la famiglia, il proprio sangue. Sono tutti famiglia, parenti intrecciati, un reticolo parentale inestricabile Dunque il grande dramma in questo momento è la sottovalutazione da una parte e il forte radicamento economico, politico, territoriale, sociale e culturale dall'altra. Allora è giusto il fatto che da alcuni anni si parla di lotta alle mafie e non alla mafia. E' fondamentale. Basti pensare che soltanto lo scorso anno per la prima volta la 'ndrangheta è stata inserita in un provvedimento legislativo, prima si faceva la lotta a cosa nostra e altre forme di criminalità mafiosa. La 'ndrangheta non veniva proprio menzionata. Dal punto di vista normativo non c'era una legge in cui compariva il termine 'ndrangheta, cioè, era equiparata a cosa nostra come tutte le altre associazioni mafiose

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Solo l'anno scorso per la prima volta è stata riconosciuta la presenza di questa organizzazione ed è stata inserita in un provvedimento di legge. Noi siamo un paese anomalo, senza precedenti, un paese con cinque mafie: cosa nostra, camorra, 'ndrangheta, sacra corona unita, la mafia dei basilischi, nessun altro paese ha una potenza criminale così forte come la nostra. La 'ndrangheta guarda soprattutto gli affari, tuttavia, oggi nel mirino ci sono tanti giornalisti. Magistrati, ma soprattutto giornalisti I giornalisti ci sono sempre stati, solo che oggi fanno più notizia perché in Calabria per la prima volta ci sono quattro quotidiani quindi una grossa attenzione da parte della stampa nei riguardi della regione; alla manifestazione del venticinque settembre, quarantaquattro mila persone sono scese in piazza, in Calabria non è cosa di poco conto. La manifestazione del mese scorso certamente è stata molto importante, ma non ci sembra che ci siano situazioni durature, piuttosto sembrano legate all'emozione del momento: ammazzateci tutti legata ai ragazzi, giovani studenti, strozzateci tutti che parte da giornalisti e scrittori.


Ndrangheta oggi

Il problema è che non si può pensare che i cittadini possano fare due tre passi verso le istituzioni, sono le istituzioni che devono fare due tre passi verso i cittadini e dimostrare volontà politica nella lotta alle mafie. E' chiaro che le manifestazioni nascono da un fatto eclatante, ma poi è difficile trasformarle in presidio permanente sul territorio perché hanno dinamiche ed obiettivi diversi. Gli studenti del liceo andranno all'università e dopo saranno costretti a lasciare la Calabria. Un mio professore diceva sempre ogni volta che dò un cento e lode consegno oltre alla laurea il passaporto. E' una esagerazione però è anche vero che i giovani non vedono speranze e sono costretti a lasciare. Bisognerebbe rimuovere magari con un intervento forte la mentalità secondo la quale il diritto diventa favore e viene regolato dalla cultura dello scambio. Che poi diventa clientela, malgoverno, in questo ambiente le mafie trovano un fertile terreno di coltura sul quale crescere. Insomma, quando hanno la possibilità di sostituirsi allo stato, quando quello che ti spetta per diritto non ti viene riconosciuto e devi andare dall'amico per soddisfare questo tuo diritto, per poterlo realizzare, per poterlo ottenere…chiaramente in questo contesto le manifestazioni diventano episodiche, nascono sul momento ma poi muoiono; perché non c'è corrispondenza ,

non c'è la possibilità di tradurre in progetto politico quella che è la forza di una folla che grida il suo no alle mafie e in particolare alla 'ndrangheta, perché si scontra con il malgoverno, con chi vince il concorso raccomandato, con chi è costretto ad andarsene perché non trova interlocutori capaci di poterlo ascoltare, aiutare nell'ottica di un circolo virtuoso. Invece quelli che sono promossi sono i circoli viziosi. Conta più l'appartenenza che non la competenza. Ciò cosa significa che le istituzioni che appartengono a tutti e non ai partiti o ai poteri più o meno forti - sono sempre indietro rispetto ai diritti garantiti e alle esigenze dei cittadini? Non c'è la volontà politica. Come ho scritto nel mio ultimo libro "La mafia spiegata ai ragazzi" la mafia sta alla politica come l'acqua sta al pesce. L'uno ha bisogno dell'altro. La scelta delle scelte a livello politico deve essere aggredire i rapporti della mafia con la politica e dell'impresa se non si riesce ad aggredire questa zona grigia, dove la legalità evapora, non c'è futuro, non c'è speranza. La 'ndrangheta, a differenza di cosa nostra, non ha mai investito in Calabria l'ha sempre saccheggiata e investe altrove. Là c'è l'altro problema dei problemi, quello delle infiltrazioni o del radicamento al

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nord che non viene visto perché, discredita il territorio. E' molto presente in Lombardia però non esiste. La Moratti dice fatemela vedere. La 'ndrangheta non andata in quelle zone per gestire il ciclo del cemento e per infiltrasi nell' economia, in quel territorio ha riproposto modelli culturali, politici, economici. E' andata là per condizionare, si è infiltrata nei consigli comunali, provinciali, regionali, anche in Lombardia sono stati sciolti consigli comunali per mafia. Quindi la mafia non la vogliono vedere. In molte città del nord, penso a Reggio Emilia, la presenza del fenomeno mafioso non è più avvertito solo da alcuni intellettuali, c'è una presenza di coscienza più generale ma in tanti sostengono che è colpa del confino. Negli anni cinquanta, quando ci sono stati i primi mafiosi al confino, non c'è stato un incremento dei reati sul territorio. Questo si è visto venti anni dopo, quando gli interessi della mafia si sono saldati con quelli dei pescecani della finanza, utilizzando i canali mafiosi per riciclare anche le tangenti della politica, in quel contesto è diventata molto più forte la presenza delle mafie, anche perché la mafia non è un fattore patogeno arrivi ed inquini, c'è bisogno di recettività, c'è bisogno di chi non si fa scrupolo a utilizzare i soldi della mafia.


Mafie nel mondo

Messico e il patto criminale CYNTHIA RODRIGUEZ I membri del Cartello del Golfo alla 'ndrangheta offrirono la droga a un prezzo minore. Il Cartello del Golfo, famoso in tutto il mondo per la sua ferocia , si dedica oltre che agli stupefacenti al traffico di armi A più di cento anni di distanza da quando i siciliani sono sbarcati a New York e costruirono cosa nostra americana, le alleanze continuano a crescere, gli interessi non si fermano mai, le organizzazioni criminali si sono trasformate, si sono sviluppate e si sono globalizzate. Grazie a diverse inchieste, non soltanto di mafia, ma anche di migrazione, sappiamo che dai primi anni dello scorso secolo con il trasferimento di persone in tutto il mondo, è cresciuto anche il trasporto di prodotti, legali e illegali, e senz’altro anche lo scambio di gruppi e modelli criminali, che per lo più si sono stabiliti e sviluppati nei paesi d’arrivo. Ormai è risaputo, i siciliani fin dal 1920 trafficavano con morfina nascosta nelle scatole di arance e limoni. Dopo l’hanno fatto con altre droghe, fino al traffico dell'eroina e della cocaina. Fu così che i cartelli sudamericani scoprirono l’Europa. Fra il 1989 e il 1990 le famiglie mafiose di Palermo avevano fatto un patto con i membri del cartello di Medellìn con lo scopo di ottenere il controllo nell’importazione di cocaina colombiana per portarla in Italia e poi al resto d’Europa. Indagini più recenti, però, dicono che il cartello di Medellìn non è stato l’unico cartello della Colombia che ha partecipato in questi affari, così come cosa nostra non è stata l’unica organizzazione criminale dell’Italia e d’Europa che voleva questo stupefacente. E’ in questo contesto che i cartelli messicani hanno cominciato ad apparire nella

scena criminale, e, nell' ultimo decennio hanno preso un posto sempre più importante nella criminalità internazionale. Prima il Messico era solo un referente geografico per i cartelli colombiani, Oggi, nel momento in cui si contano trentamila morti a causa della cosiddetta “guerra contro il narco”, i cartelli messicani, che da tempo significano un grosso problema in tante comunità, hanno cominciato un nuovo rapporto criminale con la ‘Ndrangheta, la mafia calabrese, della quale fino a poco tempo fa non si parlava quasi mai. Due anni fa, agenti della DEA hanno scoperto che alcuni calabresi, indagati da qualche tempo negli Stati Uniti, avevano cominciato ad avere rapporti con persone appartenenti al Cartello del Golfo, una delle otto organizzazioni criminale che esistono in Messico, famosa per la sua ferocia nell'azione e nell'intimidazione. Oltre che di stupefacenti i soggetti appartenenti a questa organizzazione si occupano di traffico di armi e sono abilissimi nella corruzione. A febbraio del 2008 con lo scopo di trafficare cocaina verso l’Europa i messicani si incontrarono con alcuni esponenti della famiglia calabrese Schirripa che da New York, curava gli interessi della cosca EquinoColucci assicurando le forniture di droga alla 'ndrangheta attraverso spedizioni aeree e marittime Storicamente, gli Schirripa compravano la droga dai gruppi sudamericani radicati a New York, dove loro erano arrivati negli anni 90. Tuttavia, trascorso del tempo,

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sono rimasti senza distributori a causa dei molti debiti che avevano fatto nel tempo. Proprio in quel periodo conobbero i membri del Cartello del Golfo, che non solo offrirono ai calabresi la droga a un prezzo minore, ma gli proposero anche finanziamento, cioè, consegnavano la droga senza soldi in cambio, con la promessa però, che dopo, i calabresi avrebbero pagato il costo con gli interessi. Un rapporto particolare che fu interrotto dalle autorità USA e Italiane. Nel settembre del 2008, in un'operazione ad Atlanta, negli Stati Uniti, furono arrestate più di duecento persone, molte di loro messicani e italiani. Malgrado ciò nessuno può dire che le cose siano migliorate, anzi, ogni giorno è peggio. Con la giustificazione di una guerra contro il narcotraffico, “Operaciòn Limpieza” (Operazione Pulizia) in Messico sono morte più di trenta mila persone. Peccato che all'interno di questo universo di morti, ci sono state tante persone che non centravano nulla con il narcotraffico. C'è dell'altro. Mentre i cartelli messicani in pochi anni si sono convertiti in un importante referente delle organizzazioni criminali, l'Europa continua ad inondarsi di cocaina, e secondo alcune previsioni, fra cinque anni la droga sarà molto più accessibile a tutti, cioè, ci saranno più drogati così come più gente che parteciperà nel negozio del narcotraffico. Cynthia Rodrìguez, giornalista messicana, nel 2009 ha pubblicato "Contacto en Italia, el pacto entre los Zetas y la ‘Nrangheta".


Magistrati sotto tiro

Mafia camorra, ndrangheta: un summit “militare” ANNA PETROZZI

“Ci vogliono rendere la vita più difficile? E noi li ammazziamo”. Un patto tra le mafie per tornare a colpire i magistrati più esposti e alcuni giornalisti che non si fanno gli affari loro... e così da Roma a Caltanissetta è ritornata l'allerta per gli attentati

In una lettera anonima giunta alla Dia spunta il programma intimidatorio che Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra starebbero mettendo a punto per vendicarsi della fitta azione di contrasto che magistratura e forze dell’ordine stanno esercitando contro la cosiddetta ala militare delle organizzazioni criminali che tengono in ostaggio il Sud del nostro Paese. Gli inquirenti hanno preso in seria considerazione la minaccia poiché la missiva, che si presenta con le sembianze tipiche del rapporto di polizia con la dicitura riservato e molte parti relative all’identificazione cancellate di proposito, è molto dettagliata e riguarda da vicino gli spostamenti di alcuni magistrati come ad esempio Raffaele Cantone, nemico giurato dei Casalesi e ora giudice in Cassazione e il giornalista de l’Espresso Lirio Abbate. Anche le motivazioni sarebbero piuttosto precise. Nel mirino dei boss ci sono infatti Sebastiano Ardita “perché si occupa di 41bis”, la spina nel fianco dei detenuti al centro anche della ormai famigerata trattativa tra Mafia e Stato; il procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe

Pignatone e il suo vice Michele Prestipino, tra i registi di una serrata offensiva alle cosche calabresi e il capo di Caltanissetta Sergio Lari, l’aggiunto Nico Gozzo e il sostituto Nicolò Marino impegnati in prima fila nelle delicatissime indagini sulla strage di via d’Amelio.

Quasi contemporaneamente alla diffusione della lettera, davanti al Cedir, il palazzo di giustizia di Reggio è stato rinvenuto un bazooka che secondo le prime indagini avrebbe dovuto sparare il suo unico colpo possibile proprio verso gli uffici della Procura, ma per motivi ancora ignoti il proiettile sarebbe stato

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espulso per altre ragioni, forse per un errore. Il presunto attentatore che si è costituito poco tempo dopo avrà modo di chiarire il contesto in cui si è mosso. Per il momento il gesto intimidatorio non sarebbe da inquadrare nella stessa strategia poiché, in questo caso, circoscritto all’attività criminale di una delle famiglie locali emergenti e non a larghe intese tra le mafie. Di alleanze strette per raggiungere comuni finalità si era già parlato, invece, un paio d’anni fa quando nel 2008 boss siciliani e calabresi detenuti al 41 bis erano stati intercettati mentre discutevano di assestare un generico “colpo” al procuratore nazionale Piero Grasso perché considerato da ostacolo al miglioramento delle condizioni carcerarie. La notizia era contenuta nel decreto di fermo “Cent’anni di storia” da cui è scaturito il processo omonimo tuttora in corso e riportava del summit nell’ora d’aria tra il capo della cosca di Gioia Tauro Giuseppe Piromalli e uomini di primo piano della mafia siciliana del calibro di Antonino Cinà, il medico di Riina coinvolto nella questione del papello, all’interno del carcere di Tolmezzo.


Magistrati sotto tiro

I due si dicevano preoccupati, tra l’altro, per la forte azione repressiva che stava colpendo in particolare le fila di Cosa Nostra a causa degli arresti e dei successivi pentimenti. Un’ulteriore intercettazione, sempre contenuta nello stesso documento, confermava la linea del fronte unico. Gioacchino Arcidiaco, cugino di Antonio Piromalli, figlio di Giuseppe, racconta al telefono ad Aldo Micciché, faccendiere democristiano rifugiato in Venezuela dopo una condanna a 25 anni di reclusione, di avere un appuntamento imminente con il senatore Marcello Dell’Utri (condannato in secondo grado a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa) al quale entrambe le mafie avevano intenzione di offrire la propria disponibilità in cambio di favori: “Ho avuto autorizzazione di dire – sosteneva con autorevolezza – che gli possiamo garantire Calabria e Sicilia”. Insomma l’unione fa la forza nel passato come nel presente. La recente riapertura dell’indagine “sistemi criminali” ha infatti messo in luce come anche nel biennio stragista del ’92 e del ’93 le due mafie in particolare

abbiano agito in una singolare sinergia, non tanto nella fase organizzativa ed esecutiva gestita dai capi militari, quanto piuttosto nel momento dell’ispirazione all’azione criminale proveniente da quell’entourage che si fa garante della cosiddette “relazioni esterne” con il mondo della politica delle professioni e delle istituzioni. Per il momento è ancora presto per capire se questo ultimo segnale dalle profondità del crimine organizzato italiano possa avere un risvolto concreto. Tocca alla procura di Messina guidata da Guido Lo Forte accertare se questa sorta di summit trilaterale, come descritto nella lettera, sia avvenuto veramente e come. Di certo non è una bella aria quella che si respira nel Paese. La politica allo sbando, i continui attacchi alla magistratura che provengono sia dall’interno delle Istituzioni fin dal vertice del Governo sia dalla sfera criminale riportano alla mente stagioni terribili quando Falcone fu costretto a lasciare Palermo tra impedimenti e polemiche e Paolo Borsellino denunciava ad alta voce la fine del lavoro del pool. Oggi un ruolo non secondario potrebbe

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essere svolto dalla società civile. Più attenta, più consapevole, più combattiva, nonostante l’enorme vuoto di rappresentanza politica, può fare riferimento alla storia degli uomini migliori, al loro esempio e ripercorrendone le gesta e i discorsi, discernere e dedurre il comportamento da tenersi, la parte per cui schierarsi. E’ enormemente significativo che gruppi spontanei formati soprattutto da giovani abbiano scelto per esempio di manifestare in tutta Italia, il 20 novembre, la solidarietà al pm Nino Di Matteo, anch’egli oggetto di minacce da parte di Cosa Nostra ma anche di possibili ispezioni e sanzioni disciplinari per aver voluto difendere il proprio lavoro e quello dei colleghi dagli ennesimi attacchi deliranti del Premier. Una lezione, se non altro, è stata dunque imparata, appoggiare e difendere l’operato di chi svolge onestamente e con rigore la propria funzione prima che sia troppo tardi, quando si può ancora evitare e non solo dopo, quando le lacrime sincere si mescolano inevitabilmente con quelle di coccodrillo e spariscono dietro le parate degli avvoltoi.


Non solo 'mdrangheta

Reggio Calabria il ruolo dei servizi segreti intervista ad ANGELA NAPOLI

Dalle ultime e varie inchieste emergono collusioni con il potere politico e con il potere imprenditoriale, ma il ruolo più importante pare sia quello dei servizi. L'onorevole Angela Napoli alla Camera presenta una interrogazione con la quale chiede chiarimenti sul ruolo dei servizi segreti a Reggio Calabria ma il governo risponde picche

La mattina del giorno in cui c'è stata la famosa trasmissione di anno zero, alla camera ero intervenuta in replica ad una interpellanza sottoscritta in modo traversale da trentaquattro deputati e con la quale al governo e al ministro, si chiedeva se era possibile, conoscere il ruolo dei servizi su Reggio Calabria.Il ministro Maroni non si è presentato, è venuto il sottosegretario della lega D'amico che ci ha letto un bollettino ufficiale, una specie di compitino: il numero degli arrestati, i beni sequestrati…sui servizi nulla. In quel contesto ho avuto l'impressione esatta di una sottovalutazione della situazione reggina da parte del governo. In qualche occasione ho paventato il clima che si sta registrando a Reggio, molto assimilabile a quello che si registrava a Palermo prima delle stragi del 92. Cosa ci sia stato dietro quelle uccisioni ancora è tutto da definire, non si capisce il ruolo dei servizi, non si capisce il rapporto tra stato e mafia. A me sembra che a Reggio Calabria si stia registrando la stessa cosa. Avverto sul serio una sottovalutazione. C'è dell'altro, non mi convince la collaborazione di Lo Giudice, non è successo mai che un boss della 'Ndrangheta subito dopo l'arresto decida di collaborare, si assuma tutte le responsabilità dicendo di essere il mandante di tutti gli atti intimidatori, bombe e bazooka compresi ed indichi il presunto esecuto-

re materiale. A proposito del presunto bombarolo, io da subito ho parlato di manovratori dietro tutta questa storia. Peraltro mi sembra adesso ci siano dei pentiti che vorrebbero depistare tutto. E' un fatto molto, molto strano e natural-

mente non si parla mai di quello che c'è dietro… Che sia opera della sola 'ndrangheta ormai non convince più nessuno, tutto porta a pensare che su Reggio i servizi siano presenti da diverso tempo. Dalle ultime inchieste emergono collusioni con il potere politico e con il potere imprenditoriale, è vero, ma credo che il ruolo più importante sia quello dei servizi

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I cittadini vedono solo la superficie, forse avrebbero bisogno di maggiori spiegazioni, quali sono gli elementi per capire e affermare che ci sono coinvolti i servizi segreti? Bisogna andare un po' indietro nel tempo. Quando era sindaco Scopelliti, nei bagni di Palazzo S. Giorgio, sede del municipio, dai servizi sono stati trovati alcuni sacchetti con polvere esplosiva, dopo di che non si è saputo più nulla di questa storia; quando c'è stato l'omicidio del vice presidente della regione Calabria Fortugno, si è parlato anche di una immediata relazione fatta dai servizi, dopo di che, non c'è stato verso di sapere qualcosa. La commissione antimafia ha cercato di acquisire relazioni, ha cercato di capire cosa dicesse questa relazione, niente. Io stessa in fase processuale, come persona informata dei fatti, ho riferito di questa storia, però non viene a galla nulla. Nelle ultime due inchieste Meta e Crimine, emerge il ruolo di un commercialista, Zumbo attualmente in carcere. Si tratta di un personaggio enigmatico, un manovratore che stava negli uffici del sottosegretario Salva quando questi era assessore regionale nella giunta Chiaravalloti. Dalle inchieste viene fuori che Zumbo era un tramite grazie al quale uomini della 'Ndrangheta apprendevano notizie fornite dai servizi.


Non solo 'mdrangheta

Quindi eventuali operazioni anticrimine contro di loro. Che ci sia un ruolo dei servizi e mi riferisco ai servizi deviati naturalmente, questo emerge molto chiaro, solo che non si riesce a capire perché ancora oggi la magistratura reggina si limiti ad incidere solo sull'ala militare delle cosche della 'Ndrangheta - fatto molto positivo ma non colpisce - secondo me - quello che c'è di reale dietro tutta la situazione a Reggio Calabria. A proposito della sua impressione sulla sottovalutazione del fenomeno 'ndranghetista, credo che sia una idea che si sta allargando a macchia d'olio. Di sottovalutazione della 'ndrangheta parlano già alcuni studiosi del fenomeno. Secondo lei di chi è la responsabiltà? Innanzitutto, la responsabilità è della politica che ha fatto i propri comodi colludendo con la 'ndrangheta, dandole potenzialità. La 'ndrangheta non è più legata all'area militare, ha subito una metamorfosi di ben altra natura, più preoccupante. Ormai sono tutti professionisti, personaggi in grado di mimetizzarsi con la forma del perbenismo. Le forze inquirenti in generale non credo che abbiano sottovalutato, piuttosto sono stati sempre impediti a proseguire, sono stati contrastati; qando le indagini sfociano verso l'area della borghesia mafiosa, i ma-

gistrati per un verso o per un altro sono costretti a bloccarsi. Da qui nasce automaticamente la sottovalutazione. Basti pensare che in Calabria, nonostante sia ribadito in ogni situazione il rapporto esistente fra mafia e politica, non c'è, allo stato attuale, un solo politico condannato almeno con sentenza di primo grado per associazione mafiosa. E questo credo la dica lunga. L'ex consigliere regionale Domenico Crea è in carcere da tre anni in seguito all'inchiesta "onorata sanità"ebbene, il processo di primo grado ancora non è finito per cui su di lui non esiste una condanna Cosa fare? Da qualche parte si deve pur cominciare. Le istituzioni e i cittadini possono e devono far qualcosa? I cittadini stanno cominciando a reagire e questo in Calabria vuol dire parecchio. La cultura del cittadino calabrese è sicuramente diversa o almeno lo è stata sicuramente fino a poco tempo fa, dalla cultura dei cittadini siciliani, i quali, all'indomani delle stragi hanno dimostrato comunque di essere realmente partecipi della situazione, concretamente desiderosi di aiutare a sconfiggere la mafia. Ciò non significa che Cosa Nostra sia finita, però, c'è stata una diversa situazione. In Calabria è prevalsa l'omertà, l'apatia, la disaffezione, nel senso che i cittadini erano

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assuefatti al sistema, convinti che nessuno avrebbe potuto modificare o stemperare la degenerazione criminale. Oggi qualcosa si sta muovendo, la società civile, l'associazionismo sta venendo allo scoperto e non vi è dubbio che in termini di partecipazione c'è una situazione incoraggiante anche se non emerge la capacità di uscire dall'omertà attraverso la denuncia; chi lo ha fatto, quasi sempre è stato punito o non incoraggiato a proseguire. In questo momento in Calabria vi sono trenta giornalisti di varie testate, che sono stati minacciati o che hanno subito atti intimidatori, perché hanno scritto che in alcune operazioni sono implicati anche personaggi eccellenti mai coinvolti in inchieste giudiziarie. Se un comune cittadino ha queste notizie che incoraggiamento può avere a uscire allo scoperto, aiutare effettivamente in termini di denuncia le forze inquirenti? Magari c'è la volontà ma non essendoci la garanzia assoluta la situazione rimane sempre difficile. Non si vuole fare una classifica, ma secondo lei, la 'ndrangheta ha soppiantato cosa nostra? Si. Decisamente, l'ha soppiantata sia in termini di strategia, sia a livello di potenzialità economico finanziario.


Calabria: a una svolta?

Una guerra che si può vincere GIUSEPPE BALDASSARRO

La Calabria è al bivio nella lotta contro la 'ndrangheta. In questa guerra di attese, di segnali, di minacce, di attentati, siamo giunti a una svolta. La 'ndrangheta è ancora forte ma i servitori dello Stato tengono duro. Lo racconta uno dei giornalisti calabresi minacciati dai boss, Baldassarro

Reggio Calabria – La Calabria al bivio della lotta alla ‘ndrangheta la vedi camminando per i corridoi della Procura della Repubblica. Nelle stanze dei pm inondate di fascicoli. Sui volti di dirigenti ed ufficiali delle forze dell’ordine segnati da notti intere passate ad ascoltare le intercetazioni telefoniche. Nei quartieri di mafia della città dello Stretto, dove il tempo sembra essersi fermato. E’ una terra in guerra la Calabria. Una guerra fatta di attese, di piccoli e grandi segnali, di minacce, di bombe, di attentati, di magistrati che corrono sulle auto blindate, di gente impaurita, di giornalisti intimiditi. Reggio Calabria è come la Palermo dei primi anni ’90. Da una parte la frenesia e la lotta contro il tempo dei servitori dello Stato. Dall’altra un ‘ndrangheta che conta i “danni”, colpita nella sua ala militare e nei suoi patrimoni, ma ancora forte e protetta nelle sue espressioni politiche ed economiche. Il 2010 sarà ricordato come l’anno della possibile svolta. E’ ancora presto per dire che tipo di svolta, ma di questo si tratta. E’ l’anno della grande occa-

sione, della possibilità da parte dello Stato di affondare il colpo mortale, oppure della sua sconfitta definitiva. Sono passati due anni dall’arrivo di una nuovo vertice il Procura. C’è il capo dell’ufficio Giuseppe Pignatone, ci sono tre agiunti (Nicola Gratteri, Michele Prestipino e Ottavio Sferlazza) di grande solidità. E c’è un mix di giovani ed esperti magistrati che il loro mestiere lo sanno fare. Negli utlimi 10 mesi, lo scontro tra Stato ed Antistato è emerso in tutta la sua cruda evidenza. La ‘ndrangheta ed i poteri forti che le stanno dietro hanno segnato il passo con la bomba alla Procura generale del 3 gennaio scorso. Poi una serie di minacce e sabotaggi. In estate l’esplosione al portone di casa del procuratore generale Salvatore Di Landro. Infine un bazooka indirizzato a Pignatone, fatto trovare a 100 metri dal Cedir, il palazzo che ospita gli uffici della Direzione distrettuale antimafia e del Tribunale. Nello stesso periodo la reazione delle istituzioni. Oltre mille arresti che hanno fiaccato l’ala militare di tutte le famiglie mafiose di Reggio e Provincia. Manette scattate ai polsi di boss e

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picciotti d’ogni risma. Nella rete sono finiti tutti i latitanti storici ed i loro fiancheggiatori. I De Stefano, i Condello, i Serraino, i Lo Giudice, i Ficara, i Labate, i Libri. E in Provincia non è andata meglio ai Piromalli, ai Molè, ai Bellocco, agli Alvaro, ai Nirta, agli Strangio, ai Commisso, ai Morabito, agli Aquino. L’élite della ‘ndrangheta è in galera. I magistrati hanno definitivamente provato l’esistenza di una vertice strutturato, la “Provincia”, che determina le scelte e le strategie della mafia più potente e ricca al mondo. Presente in tutti i continenti, monopolista del traffico di cocaina, capace di riciclare immensi patrimoni in attività pulite, siano asse attività commerciali, imprese o società quotate in borsa. Assestato il colpo più duro alla “mafia” storica, quella che controlla il territorio. Oggi il guado, il bivio, è rappresentato dal possibile salto di qualità che necessariamente deve essere fatto per demolire definitivamente la struttura ‘ndranghetistica. E’ la seconda generazione di mafiosi quella che affiora nelle carte e che va


Calabria: a una svolta?

perseguita. Quella seconda generazione che ha consentito di trasformare una criminalità organizzata tradizionale in holding internazionale. Il primo livello è quello delle commistioni con la politica. Nelle carte di molte inchieste affiorano i nomi di amministratori locali e regionali. Sono il ventre molle dello Stato in cui la ‘ndrangheta ha piantato i suoi semi. Prima i voti in cambio degli appalti e dei favori. Oggi le ‘ndrine eleggono direttamente i propri candidati. Il presidente della Commissione parlamentare antimafia Bepe Pisanu, nei giorni scorsi ha detto che alle ultime elezioni sono state presentate candidature “indegne”. E’ un ottimista Pisano, nella migliore delle ipotesi non sa che gli “indegni” sono molti di più di quelli che lui pensa, e non sono stati solo candidati, ma anche eletti. Nelle peggiore delle ipotesi queste cose le sa, ma non le dice. Ci sono intercettazioni di politici che vanno a casa dei boss a chiedere le tessere di Fi, altri che fanno assumere le mogli nelle

municipalizzate in cambio di centinaia di voti. Altri ancora che sfilano alla corte di Peppe Pelle, il boss di San Luca, a pochi mesi dal voto per chiedere “sostegno elettorale” in vista delle regionali. E gli indegni non sono solo i politici. Le inchieste degli ultimi 6 mesi, hanno rivelato la presenza di un cancro interno allo stesso stato. Esponenti delle forze dell’ordine corrotti, forse persino magistrati conniventi con i clan, avvocati e professinisti al servizio dei boss. E poi i servizi segreti ed i loro collaboratori, che informavano le “famiglie” dello stato delle indagini, delle possibili retate, degli imminenti arresti. Il marciume calabrese è emerso, almeno in parte, in tutta la sua nauseabonda violenza. Politica ed economia vanno a braccetto. Ci sono gli ‘ndranghetisti, ci sono i politici e i pezzi dello Stato malato, ma c’è soprattutto l’imprenditoria mafiosa. Quella che siede ai tavoli buoni della città, che pontifica nei convegni di confindustria e sfila alle mani-

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festazioni antimafia. E’ la Calabria dei monopoli, dei lavori pubblici, degli uffici amministrativi, dei liberi professionisti. E’ il cuore economico e pulito della ‘ndrangheta. A quello bisogna arrivare se si vuole estirpare il cancro. Per questo la Calabria è al bivio. Bisogna capire se e quanto si può e si riesce andare a fondo. Se e quanto si vuole colpire duro. Se e come questa ‘ndrangheta reagirà. Per ora sta alla finestra e aspetta. “Calati juncu ca a china passa”, dice un vecchi adagio popolare. Significa “piegati giunco perché prima o poi la piena del fiume passerà”. Implicitamente significa “abbi pazienza e tornerai a riemergere dopo la piena”. In Calabria bisogna capire che i giunchi non vanno piegati, ma tagliati alla radice. Per evitare che si rialzino più forti e rigogliosi che mai. E’ una partita a poker, nella quale la giustizia può giocarsi i propri assi. Sono i pentiti, tre di altissimo livello nelle ultime settimane. Non se ne vedevano da un decennio in riva allo Stretto. Oggi ci sono e sanno molto.


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S I C I L I A N E Patrizia Maniaci

Così dolce così cara GRAZIELLA PROTO

Patrizia Maniaci conosciuta come la moglie di Pino e la mamma di Letizia lavora sodo dall'alba a sera inoltrata; per Tele Jato e per la sua famiglia; contro la mafia e per la sopravvivenza. In silenzio. Perché così è ovviamente e naturalmente. In pratica è quella che assicura la pagnotta a tutti Ha gli occhi chiari, i riccioli biondo scuro che le cadono disordinatamente sulla fronte, la sigaretta sempre accesa, quasi a celare una timidezza smisurata. Patrizia Maniaci conosciuta perché moglie di Pino e mamma di Letizia, lavora con loro e li segue come una ombra; sempre tre passi indietro all'uno o all'altro ma, continuamente partecipe. C'è. Si rende utile in tutti i modi. Fa di tutto. La mattina Patrizia esce di casa e va a lavorare, l'attività che le garantisce una paga; al ritorno si fionda alla sede di Telejato per occuparsi di tutto ciò che può fare per alleggerire gli altri " un modo dice per stare insieme e tenerli d'occhio". Pulisce, mette ordine, pensa ad accudirli, assieme preparano il telegiornale oppure, filano via di corsa per riprendere qualcosa che è appena successo, perché, loro, i Maniaci sono sempre i primi ad arrivare sul posto. " Le notizie di Tele Jato - dice Patrizia - sono prima fiutate,

captate e poi raccolte direttamente sul campo". Poi timidamente aggiunge: " Quando Giusi Vitale, boss di mafia, decise di pentirsi, abbiamo fiutato l'atmosfera già durante la mattinata. Abbiamo visto - aggiunge - una

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pattuglia dei carabinieri che, in tutta fretta, andava a prendere i figli della donna a scuola. Da questo abbiamo capito che la madre, Giusi Vitale, aveva deciso di collaborare. Come dice mio marito qui si racconta ciò che si vede con i propri occhi senza filtri e senza censure…le notizie sono in anteprima… andiamo sempre sul posto. Quando succede qualcosa a Partinico o nei dintorni conclude - i compaesani non telefonano ai carabinieri o all' ambulanza, chiamano Tele Jato". Una presenza costante la sua che oltre all'aiuto fisico trasmette ben altro messaggio, mentre sta lì con loro, automaticamente ricorda al marito e ai suoi tre figli Giovanni, Letizia e Simona che sebbene la loro sia una vita strana, sono una famiglia Un nucleo famigliare certamente stravagante, i cui tempi sono scanditi dagli eventi esterni e all'interno del quale lei, è l'unica che ha un' attività retribuita regolarmente.


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Lavora sodo dall'alba a sera inoltrata; per Tele Jato e per la sua famiglia; contro la mafia e per la sopravvivenza, silenziosamente, come se, dovesse essere così, ovviamente e naturalmente per una mamma e moglie. In pratica Patrizia dà equilibrio e assicura la pagnotta a tutti. Semplice ma, non sempliciona, taciturna ma, molto eloquente, è ancora

S I C I L I A N E Patrizia Maniaci

molto innamorata del marito di cui accetta l'operato e ogni sfaccettatura del suo carattere travolgente ed impetuoso. Mamma protettiva, pensa a tutti, ma, non lascia mai da sola la figlia Letizia, che, suo padre ha buttato in questa fantastica impresa della televisione mettendole la videocamera in mano ancora piccolissima. Ciò non significa che non si ricorda degli altri due, o che non gli

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stia appresso. Per tutti e tre trova il tempo, la pazienza, l'amore per stargli vicino, di seguirli. Un tipo di laurea che conquisti sul campo, non ci sono manuali, non ci sono studi che tengono, o sei la mamma o non lo sei. Lei è la mamma di famiglia. Gestire Tele Jato senza mezzi, né denari da investire, è molto difficile. Bisogna far salti mortali; non sempre è possibile muoversi insieme, spesso non ci sono persone a dar loro una mano, Patrizia è sempre lì. Ora tiene il microfono, ora usa la telecamera; I dolcissimi occhi bassi, il sorriso sempre pronto, tranquilla, quieta, pacifica, è sempre lì. A volte, se guardi attentamente la sua faccia, sembra voglia buttare tutto per aria e godersi la sua famiglia a casa, in modo naturale, fare la spesa il sabato, essere tutti insieme al pranzo della domenica. Invece, li protegge con la sola presenza. Col silenzio a volte condiziona. Pino, sfacciato, irriverente, ironico, espansivo, anche in sua presenza è troppo generoso in baci e abbracci, spesso esagerando, con le amiche; Patrizia s'imbarazza, sicuramente s'ingelosisce anche, allora lo guarda, i suoi occhi non riescono ad essere severi, ma il suo viso immediatamente rosso paonazzo va a segno. Lui capisce, smette e l'abbraccia teneramente Patrizia Maniaci, ha mai scelto di fare questo tipo di vita? Ha mai deciso di fare la lotta alla mafia? A queste ed altre domande sicuramente la dolce Patrizia non risponderebbe, perché per lei il suo posto è quello.


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S I C I L I A N E Patrizia Maniaci

TELE JATO: UNA TELEVISIONE BUFFA E PERICOLOSA

Tele Jato è una piccola televisione che fa una grande battaglia alla mafia. La paragonano a radio aut, tuttavia, non è politicizzata come la radio di Peppino Impastatato. Come quella ha un bacino di utenza limitato e ciò vuol dire essere gomito a gomito con i mafiosi, gli spregiudicati, gli affaristi, gli scippatori del bene comune: i protagonisti delle loro denunce quotidiane. Ed ecco che Tele Jato e Pino - proprietario ed istrione dell'emittente diventano bersaglio abbastanza facile. Tele Jato ? E' la televisione comunitaria più piccola d'Italia. Esiste dal 1999 da, quando Pino Maniaci ex imprenditore edile la rilevò dal Partito Comunista. Nell'emittente di Partinico, zona ad alta densità mafiosa, Pino investì tutti i suoi risparmi ed iniziò a lavorarvi con tutta la famiglia. Due ore di telegiornale irriverente, ironico, smitizzante, chiaro e semplice come le realtà che raggiunge. Il racconto della quotidianità senza alcuna censura, si va in giro, ci si butta sulla notizia. Si registrano le interviste con i testimoni e i protagonisti e via direttamente sullo schermo. Senza filtri, tramiti o interpretazioni. Parlare senza peli sulla lingua di questioni ambientali, di economia, di degrado della politica, di speculazioni sul territorio, di mafia, pare che sia la carta vincente di Tele Jato, rompiballe e maleducata per il potente, l'intrallazzatore e il mafioso.

La sede? Partinico, due stanze non molto grandi e un bagno molto spazioso. "All'occorrenza è molto utile" - dice spesso Pino Maniaci scherzando come è suo solito fare e tutti a ridere soprattutto la sua famiglia, quasi a sminuire tutto quello che gli succede, minacce e avvisaglie vari da parte del mafioso locale infuriato e furibondo: incazzato Le attrezzature? Scarse. Alcuni computer, vecchi monitor, tre telecamere portatili. Per il più roba usata riciclata. Non mancano mai le sigarette e le pillole per la gastrite. Il tipo di temi affrontati e la chiarezza delle argomentazioni, ha procurato all’emittente ben duecentocinquanta querele delle quali duecento fatte dalla signora Antonia Bartolino titolare di una distilleria fra le più grandi in Europa, accusata da Tele Jato di inquinare la zona di Partinico. Per capirne di più, la signora è cognata del mafioso e pentito Angelo Siino, e gode di difensori noti e famosi.

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La famiglia Maniaci disturba con la sua informazione coraggiosa, irriverente, ironica, graffiante irridente? Gomme tagliate, minacce, denunce ed infine l'aggressione fisica a Pino: si è occupato del boss Vitale in galera e il figlio lo ha picchiato. Vorrebbero metterlo a tacere e farlo sentire isolato ma," per non restare da solo collaboro con altre realtà che combattono la mafia e l'illegalità - spiega Pino - l'associazione antimafia Rita Atria, la rivista siciliana Casablanca, il sito I censurati, l'emittente on line Arcoiris Tv, Ucuntu…"Nel frattempo assieme ad altri colleghi porta avanti la battaglia sulla libertà d'informazione delle piccole testate che, a prescindere dall'approvazione della legge, per non essere " degli imbavagliati" vivono sulla propria pelle il peso dell'informazione sul territorio, nell'indifferenza dei famosi ed importanti colleghi molto impegnati.


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L'Italia del lavoro

16 ottobre: operai in piazza per tornare a vincere GIGI MALABARBA, Sinistra Critica

E' la manifestazione della solitudine degli operai di Termini Imerese, rimasti senza fabbrica e privi di futuro; la manifestazione di quegli operai licenziati e reintegrati ma che trovano mille ostacoli; di quelle centinaia di migliaia di cassaintegrati che non sanno se troveranno un nuovo lavoro e a cui nessuno dà una risposta, tanto meno il nuovo ministro dello Sviluppo economico “Ci conteranno loro” dice dal palco il segretario generale Maurizio Landini e mi pare il segno di una determinazione che riflette in pieno la volontà della piazza operaia. E’ la prima volta che gli organizzatori di una manifestazione riuscitissima, per certi versi straordinaria nell’attuale clima del paese, non danno i numeri.Quando fu convocata, la scorsa estate, sull'onda dei fatti legati all'accordo

di Pomigliano, la manifestazione Fiom del 16 ottobre sembrava ancora solo una normale manifestazione sindacale indetta da una categoria accerchiata e bisognosa di rompere l'assedio. E’ diventata la principale manifestazione politica di opposizione, ha destato preoccupazione in ogni parte e spinto il governo alla solita, stantia mossa dell'allarmismo per creare di intimidire i lavoratori e le lavoratrici e

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inquinare la discussione. Maroni e Sacconi sono stati sbugiardati sul campo! Questa manifestazione infatti rappresenta un problema innanzitutto per il governo perché ha dimostrato, nelle forme, nei numeri e nei contenuti che quell'Italia legata a valori forti come la dignità del lavoro, la giustizia sociale, il rispetto dei diritti, il protagonismo democratico, è ancora forte, viva e vegeta. Non è bastata la disfatta della sinistra ex-radicale a farla scomparire dalla scena. La manifestazione è già una sconfitta per la pretesa governativa di gestire dall'alto il conflitto sociale utilizzando i sergenti Cisl e Uil contro la Fiom e impigliando la naturale e salutare dialettica del mondo del lavoro. E’ una sconfitta politica e anche numerica, quando si è scoperto che un solo sindacato, i suoi alleati, i movimenti sono in grado di mobilitare forze di gran lunga superiori a quelle del partito berlusconiano. Ma la manifestazione è problema anche per l'opposizione, per il Pd e i suoi alleati come dimostra la non adesione di Bersani al corteo. Eppure, è proprio Bersani a dire ogni giorno che la questione numero uno del paese è il lavoro.


L'Italia del lavoro

Come si fa a parlare di lavoro e non interloquire, sia pure criticamente, con le istanze poste dalla piazza del 16? In realtà, il Pd continua a giocare sui diversi tavoli, come ha sempre fatto: non vuole pagare pegno a sinistra ma nemmeno scoprirsi a destra. Come dice, candidamente, Fioroni sceglie ancora la linea «opportunista». E gli alleati di sinistra, che giustamente erano in piazza e nel senso comune della manifestazione, come faranno ora a giustificare un'alleanza complessiva in cui c'è tutto e il contrario di tutto? Come si può essere contro Berlusconi e a favore di Marchionne o Montezemolo? Ma quella manifestazione dei metalmeccanici fa paura soprattutto perché modifica l'agenda e impone un altro discorso politico. Non è una manifestazione in cui si parla della politica "politicienne", di Palazzo, di manovre e tattiche, ma di vita concreta, di vite vissute sui luoghi di lavoro, nella durezza quotidiana che riguarda milioni di uomini e donne. E' la manifestazione della solitudine degli operai di Termini Imerese, rimasti senza fabbrica e privi di futuro; la manifestazione di quegli operai licenziati e reintegra-

ti ma che trovano mille ostacoli; di quelle centinaia di migliaia di cassaintegrati che non sanno se troveranno un nuovo lavoro e a cui nessuno dà una risposta, tanto meno il nuovo ministro dello Sviluppo economico. E' l'Italia che fa capolino qualche volta in trasmissioni tv che si vorrebbe spianare, come Presa diretta, Report o Annozero. Con le facce delle operaie dell'Omsa, lasciate brutalmente a casa da un padrone feroce quanto coccolato dal sistema attuale, o con i visi sofferti e incazzati degli operai bergamaschi della Same che hanno contestato la Cisl, letteralmente osannati nel corteo operaio di Roma. E' la manifestazione che ripropone la dialettica irriducibile tra il lavoro e il capitale, tra un'identità di classe, moderna e ancora tutta da esplorare, ma ineludibile. Per questo descrive una identità, un insieme che è anche una risorsa per uscire dalla crisi, complessiva, di questo paese. Un'identità basata sul lavoro ma che lo dilata e guarda oltre. Non è un caso che in piazza c’erano studenti medi e universitari, lavoratori e lavoratrici della ricerca, della formazione, della scuola, settori della società civile impegnati politica-

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mente, comitati per l'acqua pubblica e i beni comuni. Ancora una volta si evidenzia una soggettività, una possibile cultura comune, molteplice che fa però le prove dell'unità. L'abbiamo vista all'opera anni fa quando ci furono i Social forum e poi in altre forme diverse. Dovremmo trovare le forme di ridare luoghi comuni a questo "popolo", a partire dai livelli locali, strumenti condivisi e possibilità di relazione permanente. Perché in questo “dopo manifestazione”non ci si perda di vista e si possa continuare a incidere nel dibattito pubblico. Fuori da logiche partitiche o, peggio, elettorali. Ma continuando a tessere una tela originale fatta di riforma della politica stessa, di partecipazione, di democrazia e di conflitto. Il banco di prova sarà non solo la proclamazione dello sciopero generale, chiesto a gran voce da tutta la piazza a un segretario della Cgil recalcitrante, che al contrario ha avviato le prove di un ritrovato patto sociale con Emma Marcegaglia, ma la sua costruzione dal basso. Per tornare a vincere e ricostruire un’alternativa alle politiche liberiste e ai governi che le hanno sostenute.


L'Italia del lavoro

Io, delegato Fiom-Cgil alla Fiat di Mirafiori PINO CAPOZZI Licenziato per una mail sindacale in cui puntualizza che la politica di Merchionne faceva acqua anche in Polonia e che i lavoratori della Fiat di Tichy erano solidali con i loro colleghi di Pomigliano. Pino Capozzi è stato reinserito in fabbrica dal giudice però… il clima lavorativo è cambiato: panico, terrore; la paura di esporsi di dire come la si pensa, di discutere del proprio futuro è tanta ed è ingombrante, vivere le otto ore in questo modo, logora e non poco

Lo scorso 21 giugno, a meno di ventiquattro ore dal referendum di Pomigliano, ricevetti nella mia casella di posta elettronica aziendale un’e-mail con allegata la lettera dei lavoratori Fiat di Tichy in Polonia. Quella lettera, carica di solidarietà verso i colleghi di Pomigliano ma anche di dubbi sul loro futuro in Polonia e di recriminazioni su quanto promesso e mai ricevuto dall’azienda m’indusse a invitare alla riflessione alcuni miei colleghi. Inoltrai così quella lettera aggiungendo una mia chiosa; scrissi che oltre alla FIOM anche all’estero si erano accorti che il piano Marchionne era debole, che faceva acqua e invitai i destinatari della mia e-mail a “sensibilizzare”, qualora ne conoscessero qualcuno, i colleghi di Pomigliano sulla situazione del referendum. Non seppi più nulla fino al 6 luglio alle ore 12.00 quando mi chiamarono all’Ufficio Personale per comminarmi sei giorni di sospensione cautelare poiché quell’e-mail, per il suo contenuto, era considerata dall’azienda denigratoria

perché gettava discredito sull’azienda e su chi ne rappresenta il vertice oltre che a incitare al sabotaggio delle attività. Le mie giustificazioni verbali non servirono a molto e il giorno 13 luglio alle ore dieci

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fui licenziato. Ricordo lo scoramento di quei giorni, a 36 anni era una mannaia troppo pesante che si era abbattuta su di me; subito pensai alla famiglia, al mio mutuo da pagare, a come poter vivere…


L'Italia del lavoro

Corsi subito in FIOM e, poche ore dopo l’accaduto, il mio licenziamento venne impugnato presso l’Ufficio Vertenze. In quei giorni i media non mi lasciavano troppo tempo per pensare, per stare solo; giornali locali, nazionali, radio e televisioni mi accompagnavano quotidianamente e questo per certi versi era bello perché mi metteva addosso l’adrenalina che mi aiutava a non mollare e a combattere questa ingiustizia ma... per altri versi no perché c’era anche il timore di venire usato, strumentalizzato. Era ormai fine luglio e quasi tutti pensavano alle ferie ma io no; io il ventinove luglio pomeriggio dovevo affrontare un tentativo di conciliazione presso l’Unione Industriale di Torino. Ci andai accompagnato da un presidio di ragazzi di Libera e Acmos con Davide Mattiello e giovani del PD. Uscii da quell’incontro con un mancato accordo e con la consapevolezza di dover andare avanti legalmente. Ovviamente di vacanze neanche a parlarne; andai dai miei genitori in Irpinia nel tentativo di staccare la spina ma anche lì le domande si ripetevano, parenti e amici volevano sapere…. Tornato a Torino, in settembre l’atten-

zione mediatica non scemò, anzi! La festa nazionale del PD a Torino (io sono iscritto al PD) riportò in città il mio caso nuovamente alla ribalta fino ad arrivare ai giorni delle due udienze presso il Tribunale del lavoro: l'uno e l'otto ottobre. Pur essendo sempre stato ottimista sull’esito del mio ricorso, ovviamente un po’ di preoccupazione in quelle ore imperversava in me facendo riaffiorare i pensieri negativi di luglio. Il tredici ottobre però il Tribunale di Torino emise la sentenza per effetto della quale è ordinato all’azienda l’immediato mio reintegro sul posto di lavoro. Per la prima volta nella storia ultra centenaria di Fiat, l’azienda mi reintegra alla medesima scrivania di prima con un bel gesto di maturità facendo così svanire l’ipotesi di venir trattato come i colleghi di Melfi. Ora, dal venticinque ottobre, sono nuovamente a lavoro. Non voglio entrare in discorsi politicosindacali ma voglio raccontarvi però di come si vive in azienda: c’è panico, terrore; la paura di esporsi di dire come la si pensa, la paura di discutere del proprio futuro è tanta ed è ingombrante perché vivere le otto ore in questo modo, logora e non poco.

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Ricordo come la richiesta di sottoscrivere un comunicato di solidarietà nei miei confronti morì sul nascere; ricordo come il mio desiderio di ricevere chiamate o messaggi dai colleghi in quei giorni morì quasi subito eccetto che per i soliti tre o quattro. Adesso che sono rientrato direte voi si è tornati alla normalità? NO! Sono guardato come un marziano, come se fossi da evitare, mentre mi aspettavo almeno calore umano. Non ho mai chiesto a nessuno di schierarsi pro o contro e mai lo farò ma… umanamente una calda accoglienza si, me l’aspettavo: ci credevo! Il fatto che non sia avvenuta deve far riflettere: il clima di paura che pervade l’azienda è più forte della volontà dei singoli che quell’abbraccio avrebbero voluto farmelo o che quella stretta di mano avrebbero voluto darmela con tutto il cuore. Entro fine anno ci sarà l’udienza di appello perché la vicenda non si è conclusa qui. Questo è un ulteriore motivo, l’appello di Fiat, che vi fa capire lo spirito con il quale oggi vivo il mio lavoro; lo spirito con il quale mi alzo al mattino.


L'Ikea a Catania

Un sogno nel cassetto Aspettando la chiamata ANDREA SESSA

«Provare è umano, sperarci è disumano!».Mariella, Michele,Eleonora…. Quarantacinquemila domande per circa duecento posti di lavoro: un esercito di ragazzi sogna perchè l 'IKEA apre una sede a Catania. Nel frattempo su facebook si confrontano, sperano, fremono insieme, sospettano e si consolano l’un l’altro in attesa della fatidica “chiamata”. Una vita tra colloqui e curriculum "…e poi si chiedono perché restiamo sino a grandi con i genitori…" Cambiano i tempi ma non cambia la sostanza. Al diavolo anni di studio e di fatica. Adesso nonostante una laurea in tasca pochissimi giovani riescono a trovare un posto di lavoro che non calpesti totalmente la dignità. E così fioccano le richieste per entrare in un call center, in un centro assistenza, o al massimo in un McDonald’s. A movimentare l’atavica fame di lavoro arriva a Catania uno dei colossi dell’industria mobiliare: l’Ikea. La ditta svedese, ormai simbolo dell’arredamento low cost, ha scelto la città etnea come sede di un nuovo centro vendite e a partire dalla fine di settembre ha aperto un ufficio on line per assumere gli eventuali lavoratori. Circa duecento posti di lavoro all’interno del megastore che sorgerà in zona Bicocca. Dopo nemmeno un mese (la chiusura dell’invio elettronico dei curriculum era fissata per l’11 ottobre) sono stati quarantacinque mila i siciliani che hanno fatto richiesta e sperato in una chiamata. Ma, stando ai numeri, solo quattro ogni mille riusciranno ad entrare nell’impero dei mobili fai-da-te. Dopo una prima scrematura on line solo duemila candidati avranno la possibilità di sostenere un colloquio con i responsabili dell’Ikea.

Ma da chi è composto questo esercito di quarantacinque mila persone? Potenza di facebook ! Già poche ore dopo l'apertura dell'ufficio on line “Ikea apre a Catania, trasparenza nelle assunzioni” il gruppo raggiunge oltre 700 iscritti. E sono tutte da raccontare le storie di queste persone che si confrontano, sperano, fremono insieme, sospettano e si consolano l’un l’altro in attesa della fatidica “chiamata”. Fin dallo scorso anno in tanti si chie-

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devano la data dell’ipotetica apertura dell’Ikea e le modalità d’assunzione. Durante l’estate, quindi alcuni mesi prima dell’apertura delle candidature, un minimo comune denominatore caratterizzava i messaggi dei giovani siciliani: il timore delle raccomandazioni. “Come si fa a candidarsi? Io non riesco a trovare la sede di Catania – scrive ad agosto Eleonora -, a me sembra come per tutti gli altri centri commerciali: spuntano come funghi, ma mai si è sentito parlare di assunzioni e poi ci trovi a lavorare l'amico perché ha una conoscenza al Comune, alla Provincia, o è il figlio del cugino del nipote…”. I dirigenti hanno garantito la massima trasparenza, sottolineando il fatto di “aver attivato soltanto un front office virtuale per fare in modo di far partire tutti dallo stesso punto”. Per la maggiore gli aspiranti sono universitari che studiano a Catania provenienti da tutta la Sicilia orientale, in particolare dalle province di Ragusa e Siracusa, ma ci sono anche molti emigranti che vivono a Roma o al Nord che cercano un posto di lavoro più vicino casa e vedono l’Ikea come un’opportunità.


L'Ikea a Catania

Dal 20 settembre in poi il gruppo è un tourbillon di consigli e suggerimenti per affrontare le selezioni. Infatti l’Ikea ha predisposto oltre l’invio del curriculum anche una serie di test di logica, inglese e italiano. Ma c’è chi è proprio pessimista come Mariella, una docente di lingue, che scrive: «Lasciate ogni speranza voi ch'entrate...anzi voi e noi tutti che proviamo!», accompagnata da Michele che ribatte: «Provare è umano, sperarci è disumano!». Tra speranze e raccomandazioni riusciamo a dialogare telematicamente con qualcuno. C’è Carlo, 27 anni di Aci Catena, studente di Giurisprudenza con gli ultimi tre esami da affrontare, che confessa di aver provato a inviare il curriculum: «Il mio sogno è fare l’avvocato, ma tra gli ultimi esami e la tesi perderò ancora un anno e pesare sulle spalle della mia famiglia è logorante per me. Purtroppo gli unici lavori che ho trovato sono notturni, come cameriere e barman e non mi

consentivano di seguire le lezioni alla mattina. L’Ikea sarebbe un’ottima opportunità: dopo la laurea dovrò fare due anni di tirocinio sicuramente non pagati e arriverei a trent’anni senza la minima indipendenza economica». Chiediamo a Carlo cosa farà se non lo dovessero prendere a lavorare nel mobilificio e lui ci risponde deciso: «Sicuramente finirò con gli studi e poi mi trasferirò da

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Catania». Sulle pagine del gruppo facebook quello che fa più riflettere è lo sfogo di Santa, una ragazza di Paternò: «Se leggi un po’ tra le righe di questo gruppo,capisci come vanno le cose; da noi in Sicilia e Catania,lavora chi è raccomandato dal politico. Il resto sta ad aspettare,con lavoretti saltuari, in nero, e puoi incontrare anche chi non ti paga. L’azienda per la quale lavoravo ha chiuso nel 2006 e da allora è una continua odissea tra colloqui e curriculum, ma ho trovato solo qualche lavoretto saltuario e nulla di più. Mia sorella è già a Firenze per lavoro e poi si chiedono perché scappiamo dalla Sicilia o perché restiamo sino a grandi con i genitori!». Tutti sperano nella chiamata! Dopo anni di esami, libri studiati, ore di lezioni, soldi spesi per tasse universitarie si finisce per attendere una chiamata. La chiamata dell’Ikea che arriverà solo al quattro per mille dei richiedenti. Per gli altri ricomincerà il triste pellegrinaggio alla ricerca di un lavoro.


Giampilieri 2009-2010

Un anno di solitudine NATYA MIGLIORI Giampilieri, Molino, Altolìa, Briga Marina, Itala ed il Comune di Scaletta Zanclea. Paesini abbarbicati, scorci simili a presepi settecenteschi, lambiti da corsi d'acqua improvvisamente distrutti. Bilancio pesantissimo: trentasette vittime e trecento milioni di danni. Ottocento secondo i sindaci. Abusivismo? Una veranda, una tettoia chiusa, una finestra aperta all'esterno di una facciata. Per i cittadini di Giampilieri e degli altri paesi coinvolti un marchio che non ha fatto scattare la solidarietà che avrebbe potuto dare una notevole spinta alla ricerca dei fondi per la ricostruzione Ottobre 2010 :Nel messinese i primi fulmini squarciano il cielo ed ogni traccia di tranquillità fra gli abitanti di Scaletta Zanclea, di Giampilieri e degli altri borghi coinvolti nell'alluvione del primo ottobre 2009 scompare. Mentre le sirene segnalano l'allerta, la gente si precipita fuori, va a dormire in albergo, addirittura in auto. Nemmeno i più piccoli sono immuni al clima di panico. "Il ricordo di quei giorni -racconta Vera Munafò, Dirigente Scolastico dell'Istituto comprensivo di Scaletta Zanclea- è ancora vivo tra i bambini, specie tra quelli direttamente coinvolti nel dramma. Con l'aiuto dei docenti e di un'equipe di psicologi, si sta tentando un percorso di rielaborazione. Ma non è facile. Le famiglie per prime, non sono ancora riuscite a superare la paura. Preferiscono dormire in macchina appena il cielo si fa scuro e percepiscono che siamo ancora molto lontani da una soluzione. Abbiamo solo una certezza: i fondi sono finiti." I fondi in questione, gestiti da Gaetano Sciacca ingegnere capo del Genio Civile di Messina, su incarico della Protezione Civile, ammontano a centotrentanove milioni di euro. Circa la metà dei

duecentoventi destinati dal Consiglio dei Ministri alla messa in sicurezza del territorio ed alla ricostruzione. Addirittura un quarto degli ottocento stimati dai sindaci all'indomani dell'alluvione. Senza considerare peraltro l'ipotesi di un peggioramento delle condizioni del suolo. Ipotesi più che reale, se si considera che già nei giorni scorsi, con le prime piogge, si sono verificate altre frane. A distanza di un anno dall'alluvione, in attesa della ricostruzione, dove vive la gente? "Dei millecinquecento sfollati - spiega Giuseppe Buzzanca sindaco di Messina che per sei mesi hanno alloggiato presso i villaggi turistici, per un costo di tre milioni di euro al mese, solo il quattro per cento continua a rimanere in hotel. Tutti gli altri, o sono riusciti a tornare nella propria abitazione, perché costruita nella cosiddetta “zona verde”, o sono ospiti presso strutture messe a disposizione dagli Uffici Commissariali dei Soggetti Attuatori o, infine, hanno scelto di andare in affitto, con un contributo mensile di duecento euro a persona." "È vero, ci danno un contributo per gli affitti. Ma per quanto tempo? Che cosa ci

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garantiscono? Se non sarà possibile tornare nelle nostre case, potremo tornare almeno nei nostri paesi?" si chiede il signor Rosario, pensionato di Giampilieri, provvisoriamente in affitto, insieme alla moglie, appena fuori Messina. Nonostante il supporto economico, per gli abitanti di Giampilieri e Scaletta ogni certezza sembra ancora troppo lontana. "Esiste un progetto presentato dalla Protezione Civile - asserisce il Sindaco di Scaletta Zanclea, Mario Briguglio - per la ricostruzione delle abitazioni nelle zone sicure. Ma al momento manca un impegno formale da parte del Governo o della Regione. Siamo ancora agli inizi." Ma andiamo ai fatti dello scorso anno. Cos'è successo il primo ottobre? Quanti i morti? Quanti gli sfollati? Quali le cause? Ad essere coinvolti sono i borghi di Giampilieri, Molino, Altolìa, Briga Marina, Itala ed il Comune di Scaletta Zanclea. Paesini abbarbicati, scorci simili a presepi settecenteschi, lambiti da corsi d'acqua improvvisamente assetati di vite umane. Già dopo i primi giorni, il bilancio è pesantissimo: trentasette vittime e trecento milioni di danni. "Un ritorno alla normalità - ammette


Giampilieri 2009-2010

con una punta di rassegnazione Briguglio- richiederà molti anni. Tutto potrà veramente cambiare, però, solo se si procederà ad un serio intervento di messa in sicurezza di costoni, torrenti e, non ultimo, strade." A spiegare i fatti del primo ottobre concorre in effetti una fitta maglia di concause legate, come troppo spesso accade in Sicilia, allo sfruttamento scriteriato del territorio. Poco o nulla è da attribuire al fenomeno dell'abusivismo, bollato sin dalle prime ore della tragedia, come la “madre di tutti i mali”. "A Giampilieri -dichiara il sindaco Buzzanca- sono stati riscontrati solo otto casi di abusivismo leggero. Una veranda, una tettoia chiusa, una finestra aperta all'esterno di una facciata. Casi condannabili sì, ma certamente non tali da essere indicati come la causa del disastro. Le accuse che hanno marchiato i cittadini di Giampilieri e degli altri paesi coinvolti come abusivi, hanno creato enormi danni. Non è scattata ad esempio la solidarietà che avrebbe potuto dare una notevole spinta alla ricerca dei fondi per la ricostruzione." "Anche nel nostro Comune -incalza Giuseppe Terrizzi, assessore all'Urbanistica, Territorio e Lavori Pubblici di Scaletta Zanclea- le case sono tutte costruite in zona B, dove da sempre è

possibile edificare. I palazzi vicino al torrente, quelli che hanno subito danni maggiori, sono addirittura Case Popolari, costruite quindi dallo Stato." Sembra allora che il bandolo della matassa vada individuato in un problema ben più radicato e mai sanato: un piano regolatore, a Messina come a Catania, inesistente o comunque inadeguato di fronte all'alto rischio idrogeologico. Una verità che salta all'occhio semplicemente osservando la planimetria dei paesi coinvolti dall'alluvione. "Scaletta Zanclea -spiega Brigugliocome gran parte dei paesi lungo la costa jonica, è letteralmente imbottigliato fra mare, ferrovia, autostrada e Strada Statale, la 114, che per noi è, peraltro, l'unica strada." "Le strade comunali -afferma ancora l'assessore Terrizi- sono piccolissime, quasi non esistono. E per di più tutto il territorio è stato letteralmente “affettato” dalle infrastrutture pubbliche. L'autostrada innanzitutto." "E quel che è peggio -continua il sindaco di Scaletta- non esiste una manutenzione efficiente dell'autostrada e non è mai stato fatto un piano serio per prevenire i rischi che possono derivare dalla sua vicinanza ai centri abitati. Come la costruzione di agevoli vie di fuga." "Per l'autostrada -sostiene il Presidente

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della Provincia di Messina Cesare Ricevuto- la responsabilità è dell'Anas e del Cas (Consorzio Autostrade Siciliane). Rispetto alle strade provinciali, di nostra competenza, la Provincia di Messina ha invece presentato diversi progetti di messa in sicurezza che sono tutti andati a gara. Ebbene, su tre annualità che il Governo Centrale avrebbe dovuto finanziare, solo la prima è stata regolarmente erogata. Si sono perse le tracce della seconda e della terza annualità." Ma l'intricato dedalo di concause è ancora lungo. "Un problema grave di ieri e di oggi è rappresentato dai torrenti abbandonati a se stessi -spiega Sebastiano La Maestra, direttore dell'Ufficio Tecnico del Comune di Giardini Naxos-. Periodicamente i Comuni dovrebbero eliminare accumuli di sabbia, tronchi d'albero, oggetti che si depositano o vengono abbandonati in prossimità dei corsi d'acqua. Qui a Giardini Naxos, però, prima del grave straripamento del diciassette ottobre del duemilanove, non si procedeva alla pulitura del torrente da circa nove anni.E non mi risulta che negli altri paesi la situazione fosse diversa." "Oggi sembra -ci aggiorna la direttrice Vera Munafò- che ci sia un'attenzione maggiore verso la pulitura dei torrenti. Ma


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è sufficiente? E quanto durerà?" "Come se non bastasse -è ancora Benincasa ad allungare l'inquietante listanella montagna di terra che incombe sulle nostre teste, non viene mai costruito un muro di contenimento, non viene mai piantato un albero. E in estate, tutto brucia." Insufficiente, quella tragica sera, anche il sistema di allerta da parte della Protezione Civile. Nessuno parla più del fatto che il bollettino meteo che segnalava peraltro una situazione di “criticità ordinaria” arrivò agli uffici competenti alle diciannove e cinquanta del primo di ottobre, quando già la crisi era in piena attività. Un sistema di previsione della Protezione Civile assolutamente insufficiente. Intanto, molte case sono ancora lì, distrutte, cadenti. Spettri di un passato che non sarà possibile demolire. Immagini di un presente che non sarà facile ricostruire. Certo è che bisognerebbe voltar pagina... ma le condizioni ancora non ci sono.

Natya Migliori è coautrice, con Giacomo Grasso, del film inchiesta sull'alluvione di Messina "L'isola delle mezze verità"

SCHEDA LA CEMENTIFICAZIONE DEI TORRENTI "A Scaletta Zanclea - si sfoga Francesco Benincasa, libero professionista - sul torrente Savonarà è stata costruita addirittura una piazza. È chiaro che il torrente, ingrossato dalle pioggie, non riesca in tal modo a trovare la strada sgombra e straripando, invada tutto il paese. Una situazione, questa, che si verifica puntualmente ogni inverno." "Noi abitanti – racconta un pensionato di Giampilieri- siamo convinti che la colpa sia in gran parte del ponte che è stato costruito in via Comunale, proprio sul torrente. Prima del ponte, l'acqua e il fango che arrivavano dalla montagna e dal vallone, non trovando ostacoli, finivano nelle acque del fiume. Adesso invece, ogni volta che si verifica una pioggia abbondante, si riversano nelle strade che diventano loro stesse un torrente." "Anche a Giardini -completa il quadro Sebastiano La Maestra, direttore dell'Ufficio Tecnico del Comune di Giardini Naxos- nella parte centrale del torrente, in prossimità del ponte della ferrovia, c'è un'ostruzione strutturale. Di fatto, ogni strozzatura, ogni diminuzione delle sezioni idrauliche dei corsi d'acqua sono la causa principale degli straripamenti. La soluzione sarebbe togliere la copertura del torrente, ma si sconvolgerebbe la viabilità della zona ..gli stessi abitanti e i proprietari delle attività commerciali si oppongono..."

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SCHEDA UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA? "Purtroppo -ricorda Mario Briguglio, sindaco di Scaletta Zanclea- l'alluvione del primo ottobre dello scorso anno non è stata la prima. Nel 2007 abbiamo avuto un altro episodio di simili proporzioni che ha provocato diversi danni e nel dicembre del 2008 siamo rimasti addirittura bloccati per ben quarantacinque giorni a causa della caduta di un enorme masso sulla Statale 114, che per noi è l'unica strada." "Dopo il disastro del 2008 -racconta la signora Maria, 45 anni, casalinga- siamo scesi in piazza, abbiamo bloccato le ferrovie, siamo persino stati denunciati. Ci siamo rivolti al Governo, a Bertolaso. Sapevamo che la tragedia era solo rimandata, ma siccome non ci sono stati morti, non ci ha ascoltato nessuno."


Associazioni

Una nuova forma di rappresentanza politica DAVIDE MARTIELLO “Benvenuti in Italia” darà forza alla credibilità di chi ogni giorno si impegna per il nostro Paese.La crisi dell’Italia è soprattutto crisi culturale: abbiamo perso la capacità di guardare insieme Benvenuti in Italia è una Fondazione che si propone innanzitutto di essere una nuova forma di rappresentanza politica. E’ il risultato del patto tra persone libere e credibili, e non tra organizzazioni. Il modello operativo che si propone Benvenuti in Italia è quello degli advocacy group anglosassoni, delle lobbies politiche in grado di fare pressione ed influenzare i decisori politici per una sensibilizzazione verso politiche etiche, eque, giuste. Il modello a cui si ispira la Fondazione è , tra gli altri, quello del movimento americano Move on, uno dei pilastri su cui si è basata la campagna elettorale che ha portato Barack Obama alla Presidenza delgli Stati Uniti. Non si tratta quindi di un partito, benché chi vi partecipa sia fermamente convinto dell’utilità dei partiti, così come recita la nostra Costituzione all’articolo 49; si tratta di una forza che dovrà essere in grado di attrarre a sé da una parte i cittadini stanchi e disgustati dalla politica attuale, e dall’altra quei partiti e quei decisori politici che avranno la volontà di perseguire modelli politici diversi e finalmente proiettati verso i cittadini, tutti. Un attrattore che si è fin da subito dotato di strumenti quali la scuola di politica, intitolata a Renata Fonte: un appuntamento settimanale per approfondire, capire e conoscere la politica attraverso interventi di ospiti, laboratori e gruppi di discussione, perché i cittadini per riappropriarsi della politica devono avere i giusti strumenti di conoscenza.

Così come tra gli strumenti verranno utilizzate le campagne pubbliche, lo strumento politico per eccellenza, in grado di mobilitare le persone facendo circolare le idee e i progetti. L’ambizione è questa: divenire un soggetto forte di credibilità sociale e culturale, autonomo finanziariamente, capace di entrare apertamente e autorevolmente nelle campagne elettorali e nella vita normale delle Istituzioni. La Fondazione quindi, non si candida a fare la corrente in un partito esistente, né sarà il comitato elettorale di qualche campione, e non baratterà pacchetti di voti in cambio di garanzie. Nella descrizione del ‘chi siamo’ sul sito (www.benvenutiinitalia.it), si leggono queste parole: Benvenuti in Italia darà forza alla credibilità di chi ogni giorno si impegna per il nostro Paese.La crisi dell’Italia è soprattutto crisi culturale: abbiamo perso la capacità di guardare insieme al futuro. Che vuol dire sapere dove andare, volerci andare e avere le capacità per farlo. L’Italia riparte se riparte la cultura: la scuola è l’innesco. Una SCUOLA capace di far dialogare identità differenti, di far incontrare il nuovo sapere con la memoria, di rigenerare la volontà repubblicana iscritta nella nostra Costituzione, di moltiplicare il capitale sociale. Una scuola capace di cercare soluzioni Perchè abbiamo bisogno di ritrovare il

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senso del LAVORO: un’economia che generi profitti immensi per pochi, condannando i molti al precariato disperato o alla disoccupazione è un’economia sbagliata. Perchè abbiamo bisogno di ridare senso alla GIUSTIZIA: la solidarietà è una bella cosa, ma senza la certezza del diritto è solo l’anticamera del clientelismo. Perchè abbiamo bisogno di fondare nuove CITTADINANZE: ogni persona nasce libera e uguale e deve ricevere le migliori opportunità, in cambio della maggiore responsabilità. E’ questa la differenza reale tra la Fondazione Benvenuti in Italia e le altre realtà politiche: l’aspirazione, gli orizzonti, l’idea di una politica che può e deve essere radicalmente diversa. Più partecipata. Non si sente l’esigenza di ulteriori partiti, né di serbatoi di voti più o meno mascherati da associazioni: si avverte invece l’esigenza vitale per il nostro paese di forse che riescano ad ottenere un riavvicinamento reale tra la politica ed i cittadini, si avverte il desiderio di riportare la politica alla dimensione del servizio reso, e non della presa di beneficio. Queste sono le attese a cui le donne e gli uomini che hanno contribuito a fare di Benvenuti in Italia una realtà vogliono dare risposta, concretamente, fattivamente, per spalancare le porte della politica ai cittadini e insieme dare un buon governo al nostro Paese.


L'Aquila/ La “ricostruzione”

Oltre ai grossi affari la guerra fra i poveri ANTONELLA SERAFINI

C'è il cardiologo Luca (che ha perso moglie e figlia), c'è Andrea, Oreste ed Eleonora... Loro hanno perso quasi tutto ma, si sono rimboccate le maniche e lavorano sodo. La dignità innanzitutto! Il decoro e l'onorabilità, cose che sembravano perse, caratterizzano la maggior parte degli Aquilani ma... c'è chi se ne frega: i furbetti e i cannibali. Anche loro Aquilani! C'è chi è ancora nell' attesa di un tetto e chi da quel terremoto ha tratto giovamento. Vittime dimenticate da un lato e carnefici dei propri concittadini dall'altro. In entrambi i casi cittadini aquilani. Tra quegli aquilani, ci sono persone come il dott. Luca Antonini, cardiologo che ha perso moglie e figlia sotto le macerie, e che dopo questa tragedia ha continuato a lavorare in sala operatoria per aiutare la propria gente. Un medico che fugge i riflettori ma che dovrebbe essere un esempio per molti. C'è Andrea Continenza, che ha perso ufficio e casa, ma che si è rimboccato le maniche e ha ricominciato un'attività imprenditoriale e dopo un anno di lavoro ha di nuovo ritrovato l'indipendenza economica senza l'aiuto di nessuno. Oppure c'è il pensionato Oreste Luciani con sua moglie Eleonora Maceroni, che, sistemati in autonoma collocazione perchè proprietari di una casa inagibile e piena di crepe, stanno pagando l'affitto in una città della Marsica, provvedendo a loro spese a utenze, viveri e quant'altro, senza nulla

chiedere ma con la speranza di un aiuto futuro: due pensionati che avevano investito nella casa per poter lasciare qualcosa ai figli che ora si ritrovano in paesi che non sono i loro, e vivono in posti dove non sono cresciuti e vissuti, cercandosi lavoro altrove e riuscendo con le proprie forze.

Esistono diverse sistemazioni per i cittadini terremotati: ci sono quelli che vivono negli alberghi sulla costa, quelli che vivono in “autonome sistemazioni” e per i quali la protezione civile si era fatta carico di pagare affitti fino a 400 euro mensili, infine, persone che sono, nonostante la di-

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chiarata inagibilità degli immobili, dentro le proprie abitazioni. Le case sono state catalogate in abitazioni di tipo A (senza danni) fino ad abitazioni di tipo E (completamente distrutte). In base al danno sono stati stanziati dei fondi per la ricostruzione. Il problema è che in alcuni casi, ci sono abitazioni definite con danni minimi o nulli, vicino ad abitazioni di tipo diverso E da qui partono le guerre d' accaparramento. Cittadini che fanno ricorso per far rivedere l'agibilità dai vigili del fuoco e passare da “buono stato” a “crepe da ristrutturare” e, i tempi si allungano. Poi ci sono persone che hanno abitazioni con tetto sfondato vicino ad abitazioni con comignolo rotto. Anche qui si innesca la guerra del “perchè a te danno più soldi di me”? Ricorsi su ricorsi, rivalutazioni in corso, per poi lamentarsi della lungaggine dei tempi per le ristrutturazioni. Ovviamente, prima della nuova decisione della rivalutazione dell'immobile, il cittadino non può abitare di nuovo nella propria casa, rimanendo così a spese dello Stato.


L'Aquila/ La “ricostruzione”

La guerra dei poveri, insomma. Alcuni terremotati si sono ritrovati senza nulla, senza un tetto, senza una privacy, con una vita strappata ma altri (e non solo gli imprenditori romani) con questa tragedia hanno trovato la gallina dalle uova d'oro a scapito di chi ha davvero bisogno. A partire dall'inizio, quando c'erano le tendopoli e la protezione civile offriva viveri e coperte, si vedevano persone che si catalogavano come terremotati, ma con una casa perfettamente integra, entrare con macchine vuote e uscire con coperte, accappatoi, piumoni, profumi, scarpe ed altro, per poi tornare tranquillamente nella propria abitazione al caldo. Ora: capiamo la paura di dover tornare a casa, ma non capiamo la necessità di approvvigionarsi di stufette e vestiario quando in casa avevano tutto e togliendolo a chi viveva in emergenza nelle tende. Molti sanno ma non denunciano situazioni di terremotati che hanno case di proprietà affittate in nero nelle vicinanze e contemporaneamente prendere sussidi dallo Stato perchè

ormai sono I TERREMOTATI, nuocendo gravemente a chi di quel sussidio ha veramente bisogno. Al contrario ci sono persone che non sono autorizzate a tornare nelle proprie abitazioni, e da aprile 2009 sistemate a proprie spese (di affitto utenze e viveri) senza percepire alcun aiuto, perché i furbetti hanno voluto avidamente tutto per loro. E vediamo famiglie di cinque persone che vivevano insieme staccarsi magicamente in 5 nuclei familiari: obiettivo, prendere una casetta antisismica ciascuno. Trucchetti che, inutile a dirsi, vanno a scapito di nuclei familiari che vivono ancora in stanze d'albergo, da mesi e mesi pendolari tra L'Aquila e Chieti, ma, non l'avranno perché dovevano essere "avvantaggiati" gli amici degli amici degli amici. Furbetti? Cannibali? Ci si era accorti di loro da subito. Due giorni dopo il disastro, un distributore di benzina vendeva il carburante a prezzi dieci volte tanto. Aquilani onesti e disastrati vittime dei loro stessi concittadini è una realtà

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che nessuno avrebbe voluto vedere o ascoltare. Insomma, tirando le somme, c'era chi si lamentava del mancato controllo degli sciacalli che entravano liberi dentro le abitazioni piene di macerie, però sono gli stessi che subito dopo i provvedimenti presi in merito, si sono lamentati del presidio militare. Grazie ai concittadini furbi. In tal modo le persone rimaste abbandonate dallo Stato, non hanno più avuto diritti. Il lavoro dei furbetti che prendono anche ciò che non gli spetta e che non si rendono conto probabilmente perchè prima del sisma il loro “fregare” era già insito nella loro vita, ha dato un altro duro colpo alla città de L'Aquila fatta di gente onesta, lavoratrice e soprattutto, che non è brava a piangere. In situazioni come queste, la guerra dei poveri c'è, e vince “chi sa piangere di più, e chi si lamenta meglio”, a scapito di chi preferisce la dignità e l'onestà.


Storie

Un rumeno di Roma ANTONELLA SERAFINI “Puoi cominciare a lavorare nel cantiere anche tu...”

Arriva alla stazione Tiburtina di Roma con in tasca sessanta centesimi, un cellulare e una scheda telefonica. L'appuntamento con il suo connazionale rumeno e' alle quindici davanti la stazione. Pavel aspetta. Aspetta ancora. Prova a chiamare e dall'altro capo squilli a vuoto che lo lasciano nella solitudine più totale. Non comprende la lingua, non conosce nessuno, non può chiamare a casa, " ci penso io a mandare avanti la famiglia" era ripromesso, ed ora la sua dignità si ribella, gli impedisce di chiamare casa e raccontare della sua agitazione, l'ansia che lo prende alla gola… Sarebbe un fallimento. Non ci siamo visti mai prima di quel mattino di fronte ad una tazzina di caffè, ma la voglia di raccontarsi è forte. Fino a diciotto anni ha vissuto nell'indigenza più nera. In Romania abitava in un paese di periferia, con strade sterrate, le fogne per poche case adattate poi per interi villaggi abusivi. Al suo paese, un dipendente statale nella migliore delle ipotesi (medico in strutture pubbliche o insegnante in un liceo) guadagna intorno ai cinquecento euro il mese…una magra prospettiva. Voglio farmi carico della mia famiglia, si ripeteva ogni giorno…Ha tanta voglia di lavorare…spalle larghe per sopportare Inoltre, il suo amico Roudolf sembra abbia fatto fortuna in Italia. Economicamente è messa male, l'Italia, ma sempre meglio della Romania. Pavel ormai ha deciso: seguirà l'esempio dell'amico. Va bene l' Italia Si sente forte e speranzoso. Spende tutto quello che ha per il viaggio fino a Roma. Alla stazione

romana le ore di attesa sono interminabili, gli squilli di non risposta alla sua chiamata diventano un incubo…Si ricorda di un altro amico di vecchia data Marc che vive proprio vicino alla stazione, ed ha il suo recapito. Lo chiama e per fortuna dall'altro capo sente una voce. S'incontrano, non più la solitudine degli squilli a vuoto, l'apprensione per un paese che non conosce. L'amico lavora in nero in un'impresa edile, dice che proverà ad aiutarlo, ma non garantisce niente. Nel buio si accende una speranza. Pavel dorme due notti nella stazione in attesa della chiamata per un lavoro. Ha un ricambio di vestiti e dieci euro per mangiare che il suo benefattore gli ha lasciato. Passano due giorni, e quando la speranza di un lavoro sta per abbandonarlo ecco il telefono che squilla. Può cominciare a lavorare nel cantiere anche lui. Con un anticipo sullo stipendio riesce a prendere una stanza in affitto a Mentana, paese vicino Roma. Qualcuno gli presta una vecchia bicicletta. Tutte le mattine alle cinque del mattino con la bici pedala per due ore per andare al cantiere, dieci ore di lavoro, poi riprende la bicicletta prestata e torna a Mentana. Un ritmo di vita pazzesco. Pavel va avanti così per due anni, nel frattempo si mette da parte un po' di soldi e prende un'auto usata. In questo modo guadagnare tempo. Si alza sempre alle cinque, però, un'ora prima di partire per il cantiere e un'ora dopo la fine del lavoro, scarica casse di frutta al mercato. Aumenta la fatica, ma aumenta anche la sommetta di

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denaro a disposizione Cambia lavoro più volte: ogni volta meglio della precedente, sia in termini di guadagno che di fatica, quindi può permettersi di impegnarsi più ore fino a, quando riesce a lavorare in proprio in una cooperativa con una propria partita IVA ., Economicamente le cose cominciano ad aggiustarsi. Durante uno dei rari momenti di svago in cui si riunisce con altri ragazzi rumeni, conosce una ragazza che lavora in nero in un bar. Cristine è seria, frequenta la parrocchia e il coro della chiesa, la ragazza giusta per Pavel. Ora può far venire anche la sua famiglia. Pavel adesso ha 24 anni e ne dimostra dieci di più Ha il volto segnato di chi ha vissuto in fretta. L'età di un ragazzo e la testa di un uomo, ospite in un Paese che i rumeni non li vede neanche di buon occhio, ha la paura di non essere accettato, ma, l'orgoglio di chi, senza niente in tasca, è riuscito a evitare la fame a cui la crisi dell'Est l'aveva condannato, Oggi, in una borgata di Roma ha una casa in affitto tutta per lui, dove vive con la famiglia e la sua ragazza: il suo sogno è realizzato. Questo gli dà molta forza. Tutte queste cose me l'ha raccontate dopo aver letto la storia meritocratica di Renzo Bossi. E io, per un po', ho messo sotto i tacchi il mio orgoglio di essere italiana, tentando di far capire a Pavel che in fondo, la fatica che ha fatto lui per farsi strada, la fanno tantissimi italiani, una silenziosissima parte di cui nessuno si ricorda l'esistenza se non durante le varie campagne elettorali.


“Lost in feisbuc”

Le bocche mediatiche sono piene di Facebook PAOLA GUAZZO “Oggi siamo irresistibilmente proiettati verso questo modello, quello dei social network: una proliferazione di legami fluidi, aperti...”

Le bocche mediatiche sono piene di facebook, ma quasi sempre a sproposito, a volte sottolineandone aspetti aberranti ( lo “spara al clandestino” o i gruppi para-hitleriani ) ma assolutamente minoritari, altre volte esasperandone il senso di virtualità, o persino trattandolo come una casa di appuntamenti, meglio se torbidi e in stile Lolita. Niente di tutto questo, per chi frequenta il social network più popolare del mondo, ma un senso di fastidio per i pregiudizi che chi mai ha interagito diffonde negli ottusi luoghi dei media tradizionali. Da questo senso di inadeguatezza e dalla voglia di fare qualcosa insieme contro i luoghi comuni è nato “Lost in feisbuc”, una pagina creata da Giovanna Nuvoletti, fotografa, giornalista nonché autrice de L'era del cinghiale rosso (Fazi), un'esperta decostruzione del mito di Capalbio come ricettacolo dell'intellighenzia sinistrorsa nostrana. Su “Lost in feisbuc”, che ha un logo che ricorda quello della rivista “Life”del quale è acronimo, si raccolgono i luoghi comuni più diffusi su quei milioni di disadattati e disadattate che ogni giorno in Italia scambiano video, informazioni, opinioni, racconti, maschere e svelamenti (altro che la moltitudine teorizzata da Negri e Hardt!), ma si scambiano anche stimoli positivi e utili

per i lost come noi, come qualche articolo americano – sui meccanismi di amicizia/inimicizia nei social network, o si dibatte coloritamente sul film trash su Mark Zuckerberg, il fondatore. “Oggi siamo irresistibilmente proiettati verso questo modello, quello espresso dai social network: una proliferazione di legami fluidi, aperti, mutevoli, dinamici, che si nutrono e si espandono attraverso azioni comunicative istantanee e simultanee. E’ un modello enzimatico, come se si trattasse di un organismo vitale. ” queste sono le parole di Franco Bolelli nella sua rubrica sul sito Tiscali, che condivido pienamente. E' una sfida anche per me scriverne: quasi mai il lento mondo dei rapporti quotidiani non virtuali e la stessa scrittura extra-web rendono conto di questa comunicazione; ricordo ancora quando ho fondato la pagina Facebook di una rivista che si occupa di storia dei movimenti, una discussione sul capitalismo dei motori di ricerca e su questo web 2.0 così “mostruoso”, per alcuni; credo però sia un po' difficile proporre oggi esplorazioni culturali dialogando soltanto con strumenti utili ma ormai dell'età della pietra come le e-mail e che dietro al rinnovamento di energie percepito da alcuni redattori della rivista ci sia anche un rapporto diverso con i lettori nato

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attraverso l'interazione su una pagina di social network. In sintesi: fra i miei desideri c'è quello di raccogliere voci dal social network, dei gruppi che vi si fondano e durano spesso effimeri, i rumors, le intermittenze e i lapilli del comunicare che i teorici della cultura “alta” spesso non guardano, e se non le guardano è perché non riescono a vederle ( e almeno di questa cecità non è il caso di incolpare la riforma Gelmini). “Ti vedo come oltre il vetro di un mondo lontano”, ha scritto un'amica che frequenta poco facebook a una che lo frequenta assiduamente: non è vero, ha risposto la lost, mai stata così presente, quel vetro è solo uno dei tanti pregiudizi. Facebook è anche il luogo dove viene creata la pagina “Ringraziate le femministe” rivitalizzando i contenuti del movimento anche per le giovani o per chi non c'era, contro la supponenza machista nella quale si crogiolano nei loro bar sport, beati e senza pensiero critico alcuno, tutti gli uomini del presidente, e non solo. Non viviamo in una Torre simile a quella del romanzo DDR di Uwe Tellkamp (Bompiani), siamo ancora vive, comunichiamo autonomamente: questo è il messaggio del networking, e può indicare l'uscita da un tempo comatoso.


Un incontro internazionale

La pace in movimento ANTONIO MAZZEO Barcelona, 28-30 ottobre 2010: Incontro su "La pace in movimento. Proteste, politiche, impatto. Le esperienze in Italia e in Spagna”. Si parte dalla pace e si arriva agli affari del cav. Ciancio (e famiglia) proprietario dei terreni interessati e responsabile della fitta nebbia sull'informazione che ha reso “invisibili” i pericoli di Sigonella, negli anni. Nel 2011 ricorrerà il 30° Che fine ha fatto il moviemnto per la pace in Europa? É forse morto? O moribondo? Oppure è come un fiume carsico o una balena in immersione? A queste domande hanno cercato di rispondere i 50 ricercatori ed attivisti giunti a Barcelona (Catalogna) per partecipare al seminario su “Proteste, politiche, impatto: le esperienze del movimento per la pace in Italia e in Spagna”, organizzato dall’ICIP, l’Istituto Catalano Internazionale per la Pace. Una proficua occasione di incontro e di studio dei diversi cicli dei movimenti in due paesi che condividono tradizioni e contenuti di lotta “no war” e contro la militarizzazione dei territori. Relatori noti per il loro impegno teorico e militante, come il fondatore di Un Ponte per Fabio Alberti, lo storico dei movimenti sociali dell’Università Autonoma di Barcelona Jaume Botey, la giornalista ed ex europarlamentare Luciana Castellina, la sociologa dell’European University Institute Donatella della Porta, il fondatore del Comitato Anti-Nato José Luis Gordillo Ferré, il portavoce della Campagna Sbilanciamoci Giulio Marcon, l’economista Mario Pianta, il filosofo della nonviolenza Giuliano Pontara, la giornalista de Il Manifesto Giuliana Sgrena. “La storia del movimento per la pace è lunga e frammentaria, ricca e poco visibile” spiega Mario Pianta. “La memoria del pacifismo riflette alcuni dei suoi modi di manifestarsi come movimento sociale:

grandissime mobilitazioni nei momenti più drammatici e pochissima continuità nelle iniziative e nelle organizzazioni; una grande capacità di inventare nuove forme d’azione collettiva e un impatto che appare purtroppo modesto”. Un’analisi condivisa un po’ da tutti come condiviso è il sentimento di frustrazione e d’impotenza che gli attivisti avvertono adesso che la mobilitazione è del tutto inesistente nonostante l’escalation di lutti in Iraq, Afghanistan e Pakistan, il rilancio delle strategie interventiste e nucleari della Nato, la crescente militarizzazione di importanti aree del pianeta (Africa, Golfo Persico, Caucaso, ecc.). “Un limite che ha caratterizzato la vita dei movimenti per la pace è la loro rapida smobilitazione dopo la mobilitazione di milioni di persone, tuttavia non bisogna sminuirne gli impatti specie nella costruzione e consolidamento dei network sociali”, afferma Donatella della Porta. “Il successo delle campagne non dipende solo dai suoi protagonisti o dalla portata degli obiettivi perseguiti. Bisogna guardare al contesto storico-politico ed è necessaria l’esistenza d’interlocutori sensibili e credibili, di condizioni strutturali e contingenti che facilitino le mobilitazioni, di canali di accesso ai sistemi politici decisionali”. Sul fronte italiano è unanime il giudizio sull’importanza storica della stagione di lotte contro l’installazione dei missili Cruise a Comiso (1981-85) perché “il pa-

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cifismo irrompa come soggetto sociale e politico di massa”. Per Giulio Marcon “nelle culture politiche del movimento degli anni ’80 emergono elementi nuovi che ruotano sostanzialmente intorno al cambiamento delle relazioni e degli equilibri tra le forze politiche e sociali organizzate e la creazione dinamica di soggettività, forme di rappresentanza ed organizzazione sconosciute in precedenza”. La stagione contro i missili nucleari a Comiso si caratterizzò come il primo dei grandi soggetti realmente autonomi e di valenza globale che si sarebbero successivamente affermati sulla scena politica. L’interscambio di esperienze, l’accettazione delle differenze, il superamento di divisioni e frammentazioni dell’arcipelago no-nuke e no-war, il confronto e la dialettica tra realtà sociali, ideologiche e culturali sino ad allora divise e/o contrapposte, contribuirono allo sviluppo dei movimenti sociali e culturali italiani e internazionali protagonisti delle future lotte per la difesa della pace e il disarmo, contro la criminalità organizzata, per la salvaguardia dell’ambiente e delle risorse del territorio, in solidarietà con i popoli oppressi dalle ingiustizie, dal sottosviluppo, dalla fame. “L’eredità di quella stagione è stata importantissima”, dichiarano gli animatori della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella presenti a Barcelona. “I contenuti, le forme di comunicazione e le


Un incontro internazionale

pratiche di lotta di allora sarebbero poi divenuti patrimonio dei successivi movimenti contro la globalizzazione dell’economia ed il nuovo ordine internazionale di matrice neoliberista”. Gli attivisti siciliani non nascondono gli insuccessi delle ultime mobilitazioni contro i dilaganti processi di militarizzazione che investono l’isola sempre più “portaerei USA e Nato nel Mediterraneo”. Il coinvolgimento delle popolazioni locali è stato scarso, anche quando al centro delle iniziative ci sono stati temi con un impatto diretto sul territorio e l’economia, come è accaduto ad esempio nella campagna contro il ventilato progetto di costruzione a Lentini (Siracusa) di un residence per i militari USA di Sigonella in un’area agricola sottoposta a vincolo paesaggistico e archeologico. Le difficoltà di coinvolgimento popolare può essere spiegata dalla debole “densità di capitale sociale” nella regione e dall’“invisibilità” di cui gode, per alcuni versi, la grande base militare di Sigonella, in parte per una sua localizzazione periferica dai grandi e medi centri urbani, in parte per la volontaria opera di occultamento delle sue funzioni belliche e degli ordigni di morte ospitati, da parte dei media locali e nazionali. La Campagna pone enfasi sul ruolo ipercollaborazionista delle élite politiche-economiche e sociali dell’isola ai piani di riarmo e di ampliamento delle basi in Sicilia. “La militarizzazione ha avuto una du-

plice funzione: il rafforzamento del controllo sociale, anti-democratico ed anti-popolare; un flusso-distribuzione di risorse finanziarie a favore del blocco di potere che governa l’isola ed esercita contemporaneamente il monopolio nel controllo delle testate della carta stampata e radiotelevisive”.Una fitta nebbia ha così reso “invisibili” i pericoli di Sigonella, quelli vecchi come la presenza e il transito di ordigni nucleari, chimici e batteriologici, quelli nuovi per la sicurezza al traffico aereo di Catania-Fontanarossa che saranno creati dai 20 velivoli senza pilota Global Hawk dell’US Air Force e del nuovo programma di sorveglianza terrestre AGS della Nato. “Vicenda emblematica del torbido intreccio d’interessi che si muovono dietro l’affaire Sigonella è quella relativa al costruendo residence per i militari USA di Lentini”, spiegano gli attivisti della Campagna. “Il progetto è stato presentato dalla società Scirumi che vede tra i suoi soci la Cappellina Srl, nella titolarità della famiglia di Mario Ciancio Sanfilippo, l’onnipotente editore-imprenditore di Catania, già alla guida della Fieg (la Federazione degli editori di testate giornalistiche), proprietario del quotidiano La Sicilia ed azionista degli altri quotidiani e di buona parte delle emittenti radiotelevisive che operano nell’isola. A lui erano intestati una parte dei terreni venduti alla Scirumi per complessivi 10 miliardi e 800 milioni di vecchie lire. Una parte, perché gli altri fondi appartenevano alla Sater Società Ag-

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ricola Turistica Etna Riviera, anch’essa nella disponibilità di Mario Ciancio, della moglie e dei figli”. In realtà, le finalità di controllo interno della presenza militare USA hanno radici molto più antiche. La desecretazione di molti documenti conservati negli archivi di Roma e Washington hanno permesso di fare luce sul “peccato originale” da cui si è sviluppata la rete di alleanze tra gerarchie militari statunitensi, servizi segreti nazionali e stranieri, estremismo neofascista, ambienti massonici, gruppi economici dominanti e criminalità mafiosa. Innanzitutto quelli relativi alla strage di Portella delle Ginestre, il primo maggio di 63 anni fa, primo eccidio di Stato proprio dopo la vittoria del Blocco del popolo alle elezioni regionali siciliane. Da quel maledetto 1947 il condizionamento sulla storia della Sicilia e della Repubblica italiana da parte dell’alleanza tra poteri militari e paramilitari e soggetti politico-economici è stato determinante. Le basi militari originate da accordi bilaterali o sorte in ambito alleato sono stati funzionali a cementare questi relazioni strategiche. Nel 2011 ricorrerà il 30° anniversario dell’avvio delle lotte di Comiso. L’auspicio è di non perdere l’appuntamento con il recupero della memoria di quella straordinaria stagione per ricostruire un percorso di mobilitazione che dia alla Sicilia, finalmente, un ruolo chiave nell’affermazione della pace, del dialogo e della cooperazione nel Mediterraneo.


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MONDO PRECARIO

di Amalia Bruno

Sud La storia infinita

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Immagine dell'altra Italia

La manifestazione Fiom del 16 ottobre

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L'immagine dell'altra Italia

foto di Eva Mamini

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Casablanca n.15