Marcello EMME di
Mi chiamo Marcello, ho dodici anni e sono balbuziente.
Non sapete quanto siete fortunati a conoscermi leggendo questa pagina, perché se ci fossimo conosciuti di persona avrei impiegato almeno un quarto d’ora a pronunciare il mio nome.
La Emme infatti è una delle lettere che odio di più, anzi, è la lettera che odio più di tutte, perché è quella su cui mi inceppo praticamente sempre. Ci sono altre lettere che trovo molto antipatiche, come la Gi (quando è dura) o la Pi (che purtroppo è sempre dura), ma con la Gi e la Pi ogni tanto me la cavo, mentre la Emme è un vero e proprio incubo.
Se non mi credete, vi farò immaginare come sarebbe andata questa presentazione dal vivo.
“Ciao, io sono Ma-ma-ma-ma-ma-Marcello”.
Avete visto? Ben sei ripetizioni della stessa sillaba solo per dire il mio nome! Per fortuna però quando scrivo non balbetto, altrimenti gli alberi mi inseguirebbero per prendermi a calci con tutta quella carta sprecata.
Sei ripetizioni è la mia media, e lo so perché le conto sempre. A volte mi spingo anche oltre le otto, ma a quel punto devo riprendere fiato perché è finita l’aria nei polmoni e sono costretto a ricominciare da capo.
Una volta non ne feci nemmeno una, me lo ricordo ancora. Ero al compleanno del mio amico Leo, e mi presentarono sua nonna. Aveva gli occhi buoni e delle rughe sopra la bocca che mi ricordavano un ventaglio piegato. Non so perché ma avevo voglia di abbracciarla.
Quella volta non ebbi nemmeno un’esitazione e mi uscì un Marcello liscio-liscio come l’olio, che neanche gli attori delle
fiction in TV. Ero felice come non mai. Lei però non disse niente: fece solo un sorriso. Poi mi dissero che la nonna di Leo era da qualche tempo che non ricordava più bene le cose. Mi dispiaceva per lei, però anche per me: l’unica volta che avevo pronunciato bene il mio nome l’avevo fatto con una persona che non se lo sarebbe ricordato.
In tutti i casi, la vita di un balbuziente è davvero difficile, soprattutto a dodici anni. Ogni mattina mi sveglio come se qualcuno mi avesse tirato un pugno nella pancia, perché, come potete immaginare, sono la bertuccia della scuola.
I miei compagni, che di solito non sembrano essere molto creativi (visto che parlano solo di calcio e di canzoni trap), diventano improvvisamente originali quando si tratta di prendermi di mira. Sono molti i nomi con cui mi chiamano: balbu, tartaglione, Mammarcello, e a volte, semplicemente, ritardato. Il dramma del balbuziente è che non può difendersi in alcun modo. Mi spiego meglio. Il mio amico Leo (quello della nonna smemorata) è parecchio grasso, ma quando gli danno del ciccione o della palla di lardo lui riesce sempre a rispondere a tono, e a volte si prende anche delle belle soddisfazioni. Io, se provo a rispondere, peggioro la situazione: le parole mi rimangono in gola, e mi tocca ingoiarle, e poi mi bruciano, e io darei tutta la mia collezione di Lego per essere grasso ma bravo a parlare.
Non mi rimane che una cosa: la violenza. Purtroppo anche sotto questo aspetto madre natura non mi ha fornito di un fisico adatto allo scopo. Ho provato una volta a reagire, ma ho preso in risposta uno schiaffo all’orecchio così forte che poi mi ha fischiato per ore. Quando la preside mi ha chiesto chi era stato non ho detto niente, d’altronde Max inizia con la M e ho preferito evitare la solita brutta figura. Però i miei compagni sono fatti così: la mia balbuzie non piace a me, perché mai dovrebbe piacere a loro?
E poi, come dice sempre mio zio: “Se i giovani non fossero stupidi, crescere non servirebbe a nulla”.
Però devo ammettere che le femmine non mi hanno mai preso in giro, forse sono meno cattive, o forse lo sono solo tra di loro.
Quello che mi rende davvero triste, a dir la verità, sono le reazioni degli adulti al mio problema. Il prof. di Scienze, Caracciolo, quello con i peli delle orecchie lunghi quanto le liane di Tarzan, quando mi interroga non mi guarda mai negli occhi, si mette a sfogliare il registro e scarabocchia qualcosa su dei foglietti gialli tutti stropicciati. Alla fine mi dà sempre la sufficienza, né di più né di meno, e se devo essere onesto io un po’ ne approfitto, perché ho capito che se studio o non studio il risultato non cambia: il voto è sempre lo stesso.
La prof. di Storia invece non mi interroga mai, ma proprio mai, al punto che a volte penso si sia dimenticata della mia esistenza. Contenta lei… preferisco balbettare che avere la sua insopportabile erre moscia. Comunque è evidente che di fronte a questo problema nemmeno i miei professori sanno cosa fare, e io lo sento che sono imbarazzati, nonostante siano adulti. Io pensavo infatti che da adulto una persona sapesse sempre cosa fare ma osservandoli ho compreso che anche io, quando sarò grande, non saprò cosa fare, e questo mi spaventa. Il loro imbarazzo mi dà così tanto fastidio che a volte preferisco addirittura le prese in giro. Max mi chiama handicappato ma non mi tratta da handicappato, e la sua crudeltà mi fa sentire come gli altri, anche se questo non significa che non abbia voglia di rompergli il naso.
La mamma di Leo mi ha detto che balbetto perché sono più sensibile e intelligente degli altri, e che quindi devo essere superiore a queste offese, perché chi è intelligente deve esserlo anche per chi non lo è. Io ce la metto tutta a essere intelligente, ma non mi dispiacerebbe ogni tanto essere quello stupido, così soffrirei un po’ di meno.
Non è l’unica a dirmi che sono intelligente, a dir la verità. Una volta la psicologa della scuola ci ha fatto fare un test e alla fine è risultato che io avevo ottenuto il punteggio più alto, perché avevo
risolto anche i problemi più difficili, che per me però erano dei giochi divertenti. Ha addirittura convocato mio papà per dirgli che il mio potenziale andrebbe stimolato con un’educazione adeguata, ma lui ha risposto che essere intelligenti non serve a nulla se non hai la grinta, e che alla fine la maggior parte dei secchioni diventano dei falliti.
A proposito di mio papà, se c’è una persona che soffre per la mia balbuzie più di me, quella persona è proprio lui. Se ne sta in giro tutto il giorno a vendere rubinetti, indossa sempre una camicia bianca e delle scarpe colorate, tipo gialle o rosse, e ogni due anni compra una macchina più grande, al punto che io ho calcolato che tra dieci anni se ne andrà in giro con un carro armato.
«Lo vedi questo numero in verde? Questo numero sono i soldi che ho guadagnato in borsa questo mese. Le persone vanno nel panico quando i titoli scendono ma bisogna avere i nervi di acciaio, perché prima o poi tornano su, anzi, è proprio quando scendono che bisogna comprarli. “Buy the dip!”, dicono gli americani, compra al ribasso! E gli americani ne capiscono di soldi, altro che noi italiani. Qui si pensa solo alla bella vita, a fare aperitivo, tanto poi è lo Stato che li mantiene!».
Non so a chi si riferisca, ma sinceramente questi discorsi del papà io non li capisco, soprattutto la storia dei numeri in verde. O meglio, ho capito che lui ha un numero sullo schermo del cellulare, che trasferisce una parte di questo numero sullo schermo di un’altra persona, e in cambio gli danno un’automobile, o un televisore, o un paio di quelle sue bruttissime scarpe gialle. A me sembra tutto finto, come nei videogame, e preferisco le monete con cui compro le Goleador. A ben pensarci però, penso sia un po’ la stessa cosa. D’altronde anche a me danno una caramella in cambio di un pezzo di metallo, che di base non ha senso, ma a quanto pare funziona così il mondo, e sembra che molti adulti, mio padre su tutti, siano felici o tristi a seconda di quanto sia
grande il numero che hanno sullo schermo del telefono. Spero davvero di non crescere mai.
In realtà mio papà, al di là dei numeri verdi, non mi sembra mai felice. Spesso la sera dice di avere mal di testa, è tutto rosso in faccia, soprattutto le orecchie, e si prende delle pastiglie perché altrimenti non riesce a dormire. Quando ha mal di testa è particolarmente infastidito dalla mia balbuzie. Mi dice di calmarmi, di parlare piano; di base mi sgrida, come se lo facessi apposta, come se mi divertissi a sembrare ritardato, o come fosse un brutto vizio, tipo quello di mettersi le mani nel naso, staccare le caccole e mangiarsele (cosa che faccio). Naturalmente io mi agito ancora di più, sento lo stomaco che si chiude e la bocca che si irrigidisce. Allora me ne sto zitto, abbasso gli occhi e la conversazione finisce lì.
Da qualche tempo io e papà abbiamo trovato una sorta di compromesso. Lui mi chiede com’è andata la giornata e io rispondo semplicemente con un “bene”, anche perché “male” inizia con la Emme, perciò sono costretto dalla balbuzie a dichiararmi sempre felice.
Io credo che lui viva la mia difficoltà come un fallimento personale. Ha provato di tutto, poraccio. Mi ha mandato da una logopedista che mi faceva parlare tenendo una matita stretta tra i denti, mi faceva contare i respiri e poi mi costringeva ad articolare le parole aprendo la bocca più che potevo. Il risultato è che sembravo ancora più scemo, e a scuola mi tiravano le palline di carta in faccia sperando di fare canestro. In seguito sono andato da uno psicologo, che mi ha dato una sfilza di pallosissimi esercizi (come se non avessi già abbastanza compiti per casa), e che mi faceva tutta una serie di domande di cui in realtà mi suggeriva anche le risposte. Papà dopo qualche mese non mi ha più mandato da lui. Diceva che non aveva visto miglioramenti e che con tutti i soldi che aveva speso poteva comprarsi una moto da enduro.
L’esperienza più strana è quando mi ha spedito due settimane in montagna in questa sorta di camposcuola per balbuzienti. C’erano
bambini messi molto peggio di me, perché ogni lettera dell’alfabeto era per loro come la mia Emme. In quei giorni balbettai davvero pochissimo, ma non per merito dei suggerimenti che ci propinavano ogni giorno i dottori, ma perché in mezzo a quei balbuzienti gravi io mi sentivo il meno ritardato, e anzi, provai il brivido di essere io a prenderli in giro, visto che non riuscivano a pronunciare nemmeno parole facili come “ciao” o “albero”. Quando però me ne tornai tra i normali la mia balbuzie era uguale a prima, se non peggio.
Per fortuna mio papà può consolarsi con mio fratello. A me Filippo sembra un idiota, visto che passa le giornate davanti alla playstation o al cellulare. Ha i capelli ricci ma rasati ai lati, si veste sempre di nero e non so perché si comporta come i cattivi delle serie su Netflix. È molto alto per avere sedici anni, e infatti è molto forte a basket. Mio papà dice che andrà in serie A e quando andiamo a vedere le sue partite è sempre molto teso.
Una volta ha fatto a botte con un genitore della squadra avversaria, e io in cuor mio speravo le prendesse di santa ragione, così magari si sarebbe dato una calmata. So che la cosa poi era finita con una denuncia perché racconta sempre di quanto quest’episodio gli sia costato in avvocati. I genitori a volte sono davvero idioti: rimproverano i figli dicendo che è sbagliato menarsi e poi si menano tra di loro per dei ragazzini che rincorrono una palla.
Comunque Filippo con me non parla mai, al massimo ogni tanto mi tira dei calci ai polpacci. Quando i suoi amici vengono a trovarlo mi prendono in giro perché balbetto, e Filippo ride con loro, ma è un sorriso strano, non come quando guarda i suoi video idioti, perché gli occhi rimangono fermi.
Fino a qualche anno fa gli volevo più bene, perché giocava sempre con me. Costruivamo intere città coi Lego, e quando facevo un malanno mi aiutava a nascondere le prove per non essere beccato da papà. Invece da qualche tempo non mi bada più e i pomeriggi si chiude a chiave in camera per ore. All’inizio non
si chiudeva a chiave, ma qualche mese fa sono entrato nella sua stanza all’improvviso e credo che lui stesse pompando una ruota della bicicletta sotto le coperte. Si è arrabbiato tantissimo, mi ha dato un calcio sul ginocchio e mi ha detto che non devo permettermi mai più di aprire la porta della sua camera. Io ho promesso che non lo avrei fatto ma evidentemente non si fida.
Una volta lui e i suoi amici stavano guardando delle foto al computer, e io li spiavo da dietro. A un certo punto è comparsa un’immagine gigante di una vagina, che è l’organo da dove le donne fanno la pipì, e a me è scappato un «Che schifo!». Loro si sono girati e hanno cominciato a dire che sono un gay e che mi piace il pisello. Io ho provato a dire che non mi piace il pisello ma quella Pi mi ha fregato. La sera, tutto preoccupato, ho cercato sull’iPad delle immagini di piselli (avevo visto solo il mio, ma magari era diverso dagli altri), e mi hanno fatto schifo anche quelli. Così ho cercato come si chiamano le persone a cui non piace né la vagina né il pisello e a quanto pare sono un “asessuato”. Non bastava la balbuzie.
Io invidio un sacco mio fratello, perché parla bene e perché tutti lo rispettano visto che è forte a basket. E lo rispettano anche quando si comporta male e tira le scarpe contro l’arbitro. Ho capito che se sei bravo in qualcosa che agli altri piace di base puoi fare quello che vuoi, mentre io purtroppo non sono bravo in niente, soprattutto negli sport, e li ho abbandonati tutti perché mi prendevano in giro e perché dicevano che chi balbetta non ha grinta. Quando ci provai col calcio, l’allenatore disse che il mio problema era che non bestemmiavo in campo, che dovevo imparare dai miei compagni, che bestemmiare mi avrebbe dato la carica. La partita successiva allora urlai il nome della mamma di Gesù assieme ad un aggettivo brutto che qui non ripeto. Non solo mi impappinai scatenando le risate degli avversari, ma mio papà, che era sugli spalti, e che è molto devoto alla Madonna da quando lo salvò, secondo lui, da una brutta questione con quelli delle tasse
che lo volevano mettere in prigione, mio papà, dicevo, quella sera mi lasciò l’impronta della sua mano sulla chiappa destra. Poi ho saputo che dopo la mia confessione era andato a minacciare il mio allenatore con l’aggeggio che si usa per alzare la macchina quando buchi una ruota, e che quindi mi avevano espulso dalla squadra. Non fu una grande perdita però, perché, bestemmie o no, ero comunque parecchio scarso.
Le coppe di Filippo invece sono in bella vista sul mobile del salotto, e mio papà compra sempre qualcosa di nuovo a mio fratello quando ne aggiunge una, e io provo così tanta invidia che vorrei lanciarle tutte dalla finestra, o sulla testa di Filippo.
Mio zio però dice sempre che Filippo è un superficiale, mentre io sono profondo, che è una fortuna e una maledizione allo stesso tempo. Io, in tutta onestà, non ho mai capito che cosa significa essere profondo. Mi sembra una bella parola che usano gli adulti per consolare qualcuno che non è bravo a vivere.
BALBUZIE: (s.f. inv.) tartagliamento, disfluenza, incespicamento verbale, disturbo del linguaggio, esitazione verbale.
Io dalla balbuzie voglio guarire.
Che poi, non è che balbetto proprio sempre. Ad esempio quando parlo da solo non inciampo mai, ma proprio mai. Però come potete immaginare non è molto utile, e soprattutto dopo un po’ che parlo tra me e me mi spavento perché sembro pazzo. Non balbetto nemmeno quando canto. Spesso lo zio mi suona delle canzoni che mi piacciono al piano, tipo quelle di Rino Gaetano, che è un cantante che mi ha fatto scoprire lui e che è morto anni fa in un incidente. Alcune hanno anche parole complicate, urlate tutte veloci, e io non mi sono mai impappinato mezza volta. Ho provato ad adottare questa tecnica a scuola. Cercavo di parlare cantando ma mi prendeva in giro pure il tecnico della sala computer, perciò ho rinunciato.
Ultimamente ho inventato una strategia che sta dando buoni risultati. Per poterla capire, però, devo prima spiegarvi come funziona il cervello di un balbuziente, o almeno come funziona il mio, perché non ho mai parlato con un altro balbuziente della balbuzie, e credo che se lo facessi la faccenda mi occuperebbe qualche settimana.
Comunque mi succede questo: quando devo dire una frase io ho già tutte le parole nella mia mente, ma so, ancora prima di pronunciarle, che su una lettera inciamperò, anche se mi sforzo di non farlo. Vi faccio un esempio. Se devo dire la frase “oggi sono andato al mare”, mentre pronuncio le parole “oggi sono”, io percepisco già che balbetterò sulla Emme di mare. Non c’è scampo,
quella Emme mi aspetta come un cane rabbioso per azzannarmi. Balbetto prima nella mente, e poi nella realtà. Se ci pensate sembra quasi l’incantesimo di una strega. Però, dal momento che balbetto soprattutto con le parole che iniziano per Emme, e con molte altre che iniziano per Pi o per Gi, ho scoperto che se in quella piccola frazione di tempo in cui inizio a pronunciare la frase riesco ad essere abbastanza rapido da trovare un sinonimo della parola su cui inciamperò, beh, addio balbettamenti. E così un feroce “oggi sono andato al ma-ma-mare”, diventa un mansueto “oggi sono andato al litorale”. Geniale, no? Magari suona un po’ strano ma chissenefrega. Naturalmente per essere pronto ad ogni evenienza devo imparare un sacco di sinonimi, conoscerne il più possibile, se non tutti, ed è per questo che ho deciso di collezionarli in un quaderno. A parte che è uno dei miei quaderni preferiti perché in copertina ci sono gli Avengers, ma questo quaderno è diventato il mio tesoro. Ogni volta che balbetto su una parola me la segno e poi vado a cercarmi con l’iPad tutti i sinonimi su internet, e la sera, prima di dormire, li scrivo con cura e li rileggo per impararli a memoria. Alcuni sono davvero bellissimi, e hanno delle storie incredibili. Mare ad esempio si può dire anche lido, arenile, costa, o ancora battigia (la mia preferita, perché è il punto in cui sbattono le onde). Certo, è un lavoro duro, però mi diverte e sta dando ottimi risultati. L’altro giorno la prof. di Ginnastica mi ha chiesto davanti ai compagni a quale gara di atletica volevo iscrivermi. Per me “gara” è una parola tosta, allora ho risposto che volevo partecipare al certamen di salto in lungo. La prof. mi ha guardato come fossi un alieno, visto che i latinismi non sono così comuni tra i miei coetanei, ma in tutta sincerità preferisco di gran lunga passare per strambo che per balbuziente. Non dico di riuscire a trovare sempre un sinonimo, ma al momento penso di aver diminuito i miei inciampi di almeno il venti per cento grazie a questo metodo, e con l’allenamento, imparando sempre più sinonimi, conto di riuscire a raggiungere almeno il cinquanta.
Persino mio papà ha notato un cambiamento. Gli ho spiegato il mio metodo e mi ha detto che per quanto assurdo sembra funzionare meglio di tutti quei professoroni da cui mi ha mandato, e oltretutto è gratis. Mio fratello invece mi ha detto che adesso parlo come un gay (è il suo insulto preferito da quella volta che ho visto la foto della vagina). Io gli ho risposto che non c’è nulla di male ad essere un invertito. Gli è piaciuto molto questo sinonimo che ho trovato, perciò adesso mi chiama invertito tutte le volte che può. Il vero problema è il mio nome. Non si può trovare un sinonimo al proprio nome, e Marcello per me è una vera e propria condanna. Sarebbe già una buona cosa se avessi un soprannome che non inizia per Emme, ma purtroppo il soprannome uno non se lo può dare da solo, e i miei compagni non sono di certo disposti a venirmi incontro. Io credo darei tutta la mia collezione di Lego per chiamarmi Davide. Per me Davide è così facile da dire. Ho saputo che una persona, se vuole, può chiedere allo Stato italiano di cambiare nome, però deve essere maggiorenne, e giuro che appena compirò diciotto anni lo farò. Mio zio dice che è un’idea stupida, non tanto per l’idea in sé, quanto per la fatica di sostituirlo con un banale Davide. Lui mi consiglia di cambiarlo con Wolfgang Amadeus o Ludwig, ma mio zio è un po’ strano e scherza sempre. Quella sera mio papà era andato a casa sua, ed era furioso, perché ogni volta che andava a casa dello zio c’era sempre qualcosa che non andava.
«Quel fallito non cambierà mai», aveva esordito a tavola. «Lui e la sua chitarrina da hippie… Ma con la chitarrina non si campa però. E allora a chi va a chiedere una mano? A me, naturalmente», e puntava l’indice contro la sua testa come fosse una pistola. «Razza di barbone: se non fosse stato per sua sorella sarebbe in mezzo alla strada. Ma io non gliela firmo la fideiussione, neanche morto gliela firmo!».
Io ho chiesto a papà cos’era una fideiussione e lui mi ha fatto un esempio.
Mi ha detto che se io voglio comprare un castello Lego ma non ho il denaro per farlo, posso chiedere dei soldi in prestito a lui, ma se lui non si fida di me, cioè se non è sicuro che io gli restituirò i soldi, può chiedere a mio fratello una garanzia.«Cos’è una garanzia?», ho domandato al papà, ancora più confuso di prima. «Significa che Filippo promette che me li restituirà lui i soldi, se tu non lo farai».
Io ho commentato che per me era un gesto gentile, ma lui mi ha risposto che se devo sparare cazzate allora è meglio la balbuzie. A quel punto sono corso in camera a piangere per la rabbia. Non capisco perché il papà è così cattivo con me. Con me e con lo zio. A me lo zio piace. È vero, ha una carriola di macchina e la sua casa è un macello, fuma in continuazione e inizia a bere a mezzogiorno; ma con lui mi diverto, perché quando sono con lui il mondo sembra più colorato. Io credo sia un po’ pazzo, se per pazzo intendiamo diverso dagli altri, ma a me pare tanto felice.
Non parla mai di soldi e dice che le cose che hanno più valore nella vita sono quelle che non costano niente, e che i ricchi sono pigri, perché coi soldi puoi comprare subito quelle cose che ti illudono di poter essere felice, mentre per coltivare un’amicizia o l’amore ci vuole tempo e fatica. A me però pare che sia lui quello pigro, visto che non lavora, e sinceramente non ho mai capito come fa a comprarsi da mangiare. Lo zio però parla sempre bene del papà. Dice che è un uomo buono e che la vita è stata tanto dura con lui, perciò bisogna volergli bene e dargli tanto affetto. Dice anche che una volta non era così, ma che il capitalismo ha vinto la lotta di classe (che per lui significa che i cattivi hanno sconfitto i buoni), e che il papà ha deciso di stare con i cattivi per convenienza.«Lo so che sembra matto, ma ha solo dei problemi con la gestione della rabbia», mi ripete spesso, sputando fumo dalla bocca. «Sto cercando di convincerlo a farsi dare una mano, perché deve trovare un modo per incanalare la sua collera contro il mondo. È un uomo buono, nel profondo».
Ancora questa parola: profondo. Ma io la parola profondo la odio, non solo perché inizia con la Pi ma anche perché non ha senso. Cosa significa che il papà è buono nel profondo? Che se apre la bocca e ci guardo dentro con una pila ci trovo i cuoricini? Per me è cattivo e basta, e più che di affetto secondo me ha bisogno di prenderle da qualcuno, cosa che mi sarebbe piaciuta fosse accaduta soprattutto quella sera, visto quello che mi aveva detto. Me ne stavo a guardare il soffitto cercando di sbollire, e avevo gli occhi ancora rossi quando ho sentito dei passi dietro la porta. Poi, dopo qualche secondo, ho sentito quei passi che si allontanavano.
MALANNO: (s.m. inv.) marachella, birichinata, monelleria, guaio, pasticcio, disastro.
Stamattina papà ha fatto finta di niente. A colazione mi ha detto che il fallito (che sarebbe lo zio) gli ha parlato di questa sua amica che fa corsi di teatro per quelli della mia età, e che molti attori famosi una volta erano balbuzienti e dopo aver fatto teatro sono guariti. Così ha deciso di iscrivermi, senza chiedermi nulla.
Io non ho mai visto uno spettacolo teatrale in vita mia, allora sono andato a cercare dei video, e onestamente mi è sembrata una palla assurda. C’era quest’uomo vestito con un mantello nero e una sorta di gonnellino intorno al collo, con le guance colorate di bianco e di rosso. Parlava della morte, mi pare, con voce roca e profonda, e aveva gli occhi da pazzo scatenato. È incredibile come alcuni adulti si comportino in maniera ridicola, e si vestano come fanno i bambini a Carnevale, e lo è ancor di più vedere che ci sono altri adulti che li riempiono di applausi. Io non sono così sicuro che esistano questi adulti. Secondo me sono solo dei bambini invecchiati. Poi ho cercato gli attori che sono guariti dalla balbuzie e mi sono comparse tutta una serie di immagini di tizi con pochi capelli che non ho mai visto in vita mia. Speravo almeno di trovare uno degli Avengers, soprattutto quello che fa Iron Man, il mio preferito, ma niente da fare.
Insomma, l’entusiasmo nel lanciarmi in quest’ennesimo tentativo era pari a zero, ma non avevo voglia di fare il bastian contrario e ho accettato la decisione di papà, anche perché ero sicuro del fatto che appena mi avrebbero sentito balbettare quelli del teatro
mi avrebbero cacciato. Già è una noia così, figurati uno che parla della morte vestito da pagliaccio tartagliando per due ore.
Comunque me ne stavo lì a mangiare i cereali e a pensare a queste cose, senza immaginare che quel giorno avrei combinato uno dei malanni più brutti della mia vita.
La giornata in realtà era cominciata in maniera piuttosto divertente. Leo aveva portato a scuola una palla di carta stagnola. Era un regalo per Sara, quella seduta nel banco davanti a lui, e che Leo diceva di amare perché aveva i capelli corti. Lei ha scartato la palla di carta stagnola e dentro ci ha trovato tantissimi peli grossi e neri. Già aveva una faccia schifata, ma quando Leo le ha rivelato che erano i peli del suo pube, Sara ha iniziato a fare la matta, a urlare e agitare le mani come fosse finita dentro un nido di api, e tutta la classe ha iniziato a ridere un po’ dallo schifo e un po’ dal divertimento. La prof. ci ha chiesto cosa fosse successo e poi, imbestialita, ha portato via Leo strattonandolo per una manica. Non lo abbiamo più visto quel giorno.
Io non li ho ancora i peli sul pube, ma Leo sì, e da quando gli sono cresciuti non fa altro che parlare del suo pisello. Lo tira fuori ogni volta che può, dice che è bello e grande, che se lo è misurato e che non vuole dimagrire perché ha paura che dimagrisca anche lui. È un caso un po’ strano Leo, perché gli piace il pisello ma anche la vagina. Io ho cercato come si chiamano quelli così, che sono il mio contrario, e a quanto pare sono i bisessuali. Ho provato a spiegare a Leo che è un bisessuale ma mi ha precisato che a lui piace solo il suo di pene, mentre quello di tutti gli altri gli fa schifo. Al contrario le vagine (che lui chiama “fighe” con un sorriso da volpe) gli piacciono tutte.
Trovo la cosa estremamente complicata. Sta di fatto che a ricreazione ho fatto a botte con Max. Non sto qui a raccontare i motivi del litigio, anche perché non li ricordo nei dettagli, ma mi pare fosse una questione legata a uno scambio di carte dei Pokémon. Lui è sempre stato una sorta di capo e, sebbene sia in un’altra
sezione, anche i miei compagni di classe fanno sempre quello che lui decide di fare. Ha inventato un gioco fatto apposta per me che si chiama “Chi dice per ultimo mammifero è un pirla”, e ogni volta che pronuncia quella stupida domanda davanti a tutti, a me tremano gli occhi per la rabbia.
Quel giorno aveva cercato di rubarmi delle carte nascondendole nei calzini e, quando gli ho urlato di restituirmele, lui naturalmente mi ha fatto il verso. Ed è lì che gli sono saltato addosso. Non so spiegarmi cosa mi ha preso, non mi era mai successo, perché questa volta non volevo solo difendermi, avevo il desiderio di fargli male. Lui mi ha tirato i capelli ma io, mentre eravamo avvinghiati, ho afferrato l’orecchino che porta sul lobo sinistro con l’indice e il pollice e poi ho dato un fortissimo strattone. Max ha cominciato a gridare e poi a spargere sangue in tutto il selciato e sulle carte che c’erano intorno. Era a terra terrorizzato, con la bocca aperta, e si fissava la mano ormai completamente rossa, mentre con l’altra si copriva l’orecchio. Anche io ero sconvolto, e mi sembrava quasi che il tempo fosse rallentato, e poi è successa una cosa che non mi sarei davvero mai aspettato: Max ha cominciato a balbettare.
Tutti intorno si erano ammutoliti, mentre io fissavo il suo orecchino, che mi era rimasto in mano assieme a un pezzettino di carne. Alla fine sono arrivati dei dottori che lo hanno portato in ospedale, mentre io sono finito dalla preside con la prof. di Matematica e il prof. di Scienze.
Quando mi hanno chiesto perché avessi fatto quel macello, sottolineandone la gravità, io ho risposto che Max si comportava sempre scorrettamente con il sottoscritto. Era la prima volta che mi salvavo con ben due sinonimi in una stessa frase. Il quaderno funzionava.
Comunque io lo sapevo che quando sarebbe arrivato mio padre mi avrebbe menato, e infatti appena entrato nella stanza, dopo che gli spiegarono l’accaduto, mi tirò un ceffone in faccia. Ora, io
non sono un grande esperto nel leggere la mente, ma sono esperto nell’arte di prenderle da mio padre, e stavolta ho notato che non era davvero arrabbiato con me come le altre volte. Io sospetto che mi abbia dato un ceffone perché pensava fosse quello che si aspettassero da lui gli insegnanti. E invece la cosa gli si rivoltò contro, perché la prof. di Matematica disse che non c’era motivo di picchiarmi, che non c’era da stupirsi che un ragazzino fosse violento se subiva la stessa violenza, che forse era il caso di contattare uno psicologo sia per me che per mio papà, perché c’erano dei problemi di rabbia da sistemare, e quindi alla fine ci siamo presi una bella ramanzina tutti e due.
Mi hanno sospeso per tre giorni, sottolineando come questo episodio sarebbe stato preso in considerazione a fine anno quando avrebbero dovuto valutare se promuovermi o meno. Mentre tornavamo a casa in auto, il papà me ne ha dette di tutti i colori, ma non tanto per il mio gesto scellerato. Era preoccupato che i genitori di Max volessero spillargli soldi. Poi però a un certo punto si è fatto zitto, e dopo un po’ mi ha detto che comunque adesso Max ci avrebbe pensato due volte prima di prendermi di nuovo in giro. Anche io l’ho pensato, e anche se so che ho fatto una cosa bruttissima, un po’ sono contento, ma allo stesso tempo ho paura del fatto che sono contento, perché io non sono mai stato uno che picchia gli altri, io sono sempre stato quello balbuziente e debole, però sensibile e buono. Così dicevano tutti.
C’era un altro pensiero che mi occupava la mente mentre fissavo i lampioni oltre il finestrino, ed era il pensiero di Max a terra, spaventato, che non riusciva a dire la parola sangue, e nemmeno la parola aiuto. Balbettava in quel momento. Come me, peggio di me. Eppure lui non balbettava mai. Era quella ferita che lo aveva fatto balbettare. Forse anche io avevo una ferita, ed era quello il motivo per cui balbettavo, ma nonostante la cercassi in tutto il corpo non riuscivo a trovarla.
Forse era nella schiena, dove non riuscivo a vedere.
Pur essendo una cosa bruttissima, la sospensione non mi spaventava, anzi. Tre giorni a casa da scuola, per un ragazzino della mia età, sono un premio, e io non capisco come mai i professori siano così stupidi da pensare sia un castigo. Ma non sono stati giovani anche loro? La vera punizione è quella che mi ha dato mio papà: tre mesi senza iPad e senza TV. Questo per me rappresenta un dramma sotto diversi aspetti, perché non posso più giocare con le app, non posso più guardare i video di One Piece, e soprattutto non posso più cercare sinonimi per il mio quaderno. Proprio adesso che avevo preso un bel ritmo. Io il cellulare non ce l’ho ancora, e sono rimasto uno dei pochi in classe a non avercelo. Papà non me lo vuole comprare perché dice che è troppo presto e che non me lo merito ma io lo vorrei tanto, perché i miei amici si mandano foto e video tutto il pomeriggio e poi il giorno dopo parlano di quello che si sono inviati, mentre io sono sempre escluso da questi discorsi.
Pure lo zio dice che è troppo presto, che i cellulari annientano la capacità di concentrarsi e che se c’è una cosa che stimola la creatività nei bambini quella cosa è la noia. Dice anche che stiamo allevando una generazione intera di ragazzini senza fantasia, che è peggio di una guerra mondiale e di una carestia messi insieme, e che ne pagheremo tutti le conseguenze. Magari ha ragione, però sta di fatto che l’unica cosa che so io della noia è che è veramente noiosa, e adesso mi aspettano tre giorni a casa da solo senza il mio amato iPad e senza TV.