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N. 3 - Dicembre 2012

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I giornalisti temono i blogger? Gastronomia 2.0: premi sulle cuffie e scarica l’audio della conferenza.


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E dopo il Salone del Gusto, ma quanto danno fastidio ‘sti FoodBlogger di Patty Calendario 2013 Food Blogger di ideericette.it

Sandwich gratinati al forno? di Cucina con D.

Se Starbucks si mette a leggere le foglie ti Tè di Money Farm

Perché gli ETF sono gli strumenti del futuro di Money Farm Impaginazione, Colori ed Equilibrio di LaAlex

Il numero dei commenti non è indice di gradimento del tuo prodotto! di LaAlex

Comunicazione e acquisti online: come l’inconscio guida le nostre scelte di Asi Claypool Personale Abruzzo 2.0, la comunicazionediventa sempre più social di Luca Rosati Path : Un cammino da seguire? di Shonel Geri

Pinterest: pecora nera dei social media? di Pinterest Italy

Come, quando e perché rinnegare i links al proprio sito di Web in Fermento

Vi presentiamo Infographic Love, la vostra gallery per le infografiche di Web in Fermento

Buy tourism online 2012. Il turismo corre sul Web! di Pasquale Stroia 4+1 Accessori a 100€ che un Videomaker dovrebbe avere di sTen Le sezioni del profilo Linkedin: l’Esperienza Lavorativa di Gian Paolo Ghilardi e Bytelite

Le sezioni del profilo Linkedin: La Formazine di Gian Paolo Ghilardi e Bytelite


AUTORI

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Luca Rosati www.rosatiluca.it Social Media Specialist Blogger

Paolo Bruno www.paolobruno.net

Gian Paolo Ghilardi www.bytelite.it Programmatore Senior Blogger Pasquale Stroia www.costruireturismo.com Marketing e Comunicazione Blogger Alessandra Cravero aka LaAlex www.alessandracravero.it Blogger, Web Editor Grafico Pubblicitario Stefano Forzoni aka sTen www.stenblog.com Blogger Video Maker Annalisa Silingardi aka Asi Claypool Twitter: @AsiClaypool Social Media Lover&Manager Shonel Geri www.shonel.it Social Media Specialist High Tech Blogger

Cari lettori, i collaboratori di BlogsPaper si moltiplicano, i download aumentano e l’entusiasmo anche. Un numero dedicato al Salone del Gusto 2012, in copertina dovreste aver notato il collegamento ad un file audio, è la registrazione della conferenza avvenuta durante l’evento ove si discuteva di: Giornalimo, Critici Gastronomici e Food Blogger. Purtroppo devo esprimere parere negativo sulla conferenza, tra populismo, ingnoranza e luoghi comuni. Un doveroso benvenuto a Patty e Sebastiano che da questo numero fanno parte di BlogsPaper, portando il numero dei blogger a 25. Ringraziando gli autori che forniscono puntualmente i loro contenuti, ricordo che chi volesse contribuire può contattarci su Facebook o scriverci una Mail. Maya permettendo. vi lascio con l’augurio di un Buon Natale e un Prosperoso Anno Nuovo (crisi permettendo).

Patty Blog Agente di Viaggio Food Blogger Laura Colciago www.moneyfarm.com Social Media Manager Sebastiano www.moneyfarm.com Analista Finanziario

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non è una Testata Giornalistica poiché i contenuti della rivista stessa non hanno una periodicità e quindi ai sensi della legge n. 62/2001 non può essere considerata un prodotto editoriale.

Direttore Responsabile Contatti Direttore Responsabile: info@blogspaper.net Redazione: redazione@blogspaper.net

con la collaborazione di Arch. Martina Fazlic Twitter: @martina_fazlic Andrea Romoli Twitter: @androm Cucina con D. Twitter: @Gala_Pauglios


C UCINA

E dopo il Salone del Gusto, ma quanto danno fastidio ‘sti foodblogger? Toscana per destino, italiana per passione, cittadina del mondo per professione. Un’agente di viaggio con manie gastronauta-compulsive, che sognava di poter suonare con i Berliner. Tutto questo, ma anche di più è Andante con Gusto. Patty Blog

Torino. Salone del Gusto 2012. Cibo, tanto cibo in tutte le forme. Chilometri nelle gambe per annusare, assaggiare, ammirare prodotti da tutto il mondo senza mai stancarsi. Una folla oceanica di curiosi, appassionati, professionisti, golosi cronici. E nel mezzo dell’oceano, un’onda anomala di strani individui, armati di macchine fotografiche, block notes, sporte piene di qualsiasi cosa e sorriso stampato sulla faccia. Senza soluzione di continuità. Perché se metti un foodblogger in una stanza piena di cibo, quello prima ride, va in estasi e poi tira fuori la macchina fotografica. Torino. Salone del Gusto 2012: invasione di foodblogger. Questa è stata la mia prima esperienza di condivisione di un evento così grande ed importante con amici foodblogger, tanti. Il tutto fortemente voluto e realizzato con precisione millimetrica da Emidio Mansi, Mr Gente del Fud/Garofalo, che ci ha generosamente ospitato e dal suo fantastico staff sempre presente. Al di là dell’esperienza in sé, che mi ha lasciato tantissimo umanamente e di cui potrei parlare per i prossimi 20 post, i 3 giorni a Torino mi hanno spinto ad una riflessione, una sorta di sedimentazione di sensazioni e domande che mi giravano nella testa da un po’. L’effetto innesco è stato il convegno su Gastronomia 2.0 tenutosi nella sala blu del Lingotto all’interno del Salone, sabato 27 ottobre, qualche minuto prima che partissi. Ci sono andata con alcune care amiche e ho ascoltato con reale interesse. Tra i relatori, lo stesso Emidio Mansi, Marco Bolasco Direttore Editoriale di Slow Food, Anna Maria Pellegrino, La Cucina di QB in rappresentanza della categoria Food Blogger, la giornalista di Repubblica Licia Granello e Giuseppe Cavalcanti, responsabile

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del Canale Terra e Gusto Ansa.it. Non mi dilungo troppo sul contenuto del convegno perché alla fine ha girato esclusivamente intorno ad un concetto essenziale: la comunicazione sul cibo e gastronomia oggi passa dal web. Il problema principale è che per chi la comunicazione la fa di mestiere, la/il foodblogger è colui che fa disinformazione sul cibo nascondendosi dietro ad un mare di ricette. Eloquente è stato l’intervento di Licia Granello che, se pur ampiamente condivisibile, mi è sembrato un coup de theatre anche un tantinello demagogico. Ma io sono una foodblogger e un po’ mi dispiace sentirmi dire che prima di parlare di ricette (“ prendi un chilo di pomodori”? Che significa un chilo di pomodori? Da dove vengono? Chi li coltiva? e così via andare), bisogna sapere di cosa si parla, bisogna sapere con cosa è fatto un dado, bisogna conoscere chi produce una certa farina. Mi infastidisce un certo modo accalorato di rivolgersi alla platea come se si parlasse a bambini della prima elementare, alzando la voce e sfogando una frustrazione tutta personale: “Dobbiamo fare guerra all’ignoranza che gira intorno al cibo. Abbiamo il diritto di sapere come e dove un prodotto è fatto”. Vero, condivisibilissimo...ma a chi fare guerra? La rete oggi è un mare magnum di ricette e di voci spesso strampalate e superficiali. La “nebulosa” foodblogger, come la chiama la Stampa in un articolo del 28 Ottobre, è effettivamente un fenomeno impressionante se si pensa che la stima del numero di blog sul cibo si aggira in Italia intorno ai 3500 (ma non si hanno dati certi). Quello che però non mi è chiaro è il perché la Sig.ra Granello e una buona parte del mondo della comunicazione di massa, siano così inveleniti contro i foodblogger. ...


C UCINA

... Tenendo presente che: - I foodblogger non vogliono e non ambiscono ad essere giornalisti. Gli bastano quelli già presenti. - I foodblogger si aspettano di ricevere informazioni dettagliate ed approfondite sul food e gastronomia dalla stampa ufficiale e quando non le ricevono, se le cercano e trovano da soli. Anche dove si produce il pomodoro Siccagno. - I foodblogger amano il cibo, amano la cucina, amano condividere molto più che comunicare ed amano la libertà che offre loro la rete. Dietro la quale non si nascondono. - I foodblogger sono liberi di dire quello che pensano perché nessuno li paga per questo. Se scrivono di un prodotto, nella maggior parte dei casi è perché il prodotto vale lo spot. Il foodblogger che si rivolge all’azienda è libero di fare quello che vuole se l’azienda risponde, così come l’azienda che si rivolge al foodblogger più sentirsi rispondere “no, grazie”. - I foodblogger quando vanno al ristorante, pagano all’uscita. E se sono stati male, sono liberi di dire che fa schifo senza dover per forza piegarsi a 90° solo perché è un ristorante di grido. O perché sono pagati per questo. E questa è una gran bella soddisfazione.

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- I foodblogger sono persone. Nella maggior parte dei casi sono donne. Nella grande maggioranza dei casi sono donne istruite, laureate, libere professioniste, lavoratrici e madri di famiglia. Sono donne curiose, di grande spirito e sterminata passione. Sono donne con capacità di spesa. Il blog è spesso ragione di shopping da ogni punto di vista: dal cibo all’attrezzatura fotografica, all’oggettistica per il food styling e per la cucina. Per i viaggi che le portano a cercare quell’ingrediente strano e prezioso o a scoprire una cultura lontana principalmente attraverso quello che viene portato in tavola. Sono le donne che alimentano il blog e non viceversa. L’unico ritorno che queste donne hanno dal blog, è un volume di sincere amicizie e piccole soddisfazioni personali. Perché di denaro neanche a parlarne. E solo per questo, per essere l’unico settore sociologico che in questo periodo alimenta l’economia stagnante, dovrebbero essere rispettate e riverite! - I foodblogger non fanno paura a nessuno. Sono una nebulosa che scrive di ricette e di vite personali e a volte fa anche informazione. Ci mettono la faccia e non hanno ambizioni secondarie. Stia tranquilla Sig.ra Granello.


E CONOMIA

Se Starbucks si mette a leggere le foglie di tè Startup di consulenza finanziaria che ti aiuta a investire con semplicità e intelligenza. Prendi il controllo dei tuoi risparmi! www.moneyfarm.com

Starbucks ha letto le foglie del tè. Che cos’ha visto? Una possibilità di investire con vantaggi rilevanti nel mercato di questa bevanda, oggi in grande espansione. Il barone dei coffee shop ha infatti annunciato questa settimana l’acquisizione di Teavana, società della Georgia specializzata non solo nella commercializzazione online del tè ma ha anche proprietaria di numerosi punti di vendita in US, dove è possibile acquistare diverse varietà della pregiata bevanda insieme ad oggettistica casalinga come tazze e teiere. Nei 300 punti vendita di Teavana, Starbucks intende aggiungere un servizio bar per dare la possibilità ai clienti di degustare le bevande. In questo modo si aumenterebbe il numero, già elevato, di negozi nel continente americano. Per chi non conoscesse la sua storia, Starbucks nasce a Seattle nel 1971 ma la svolta e il successo della società arrivano nel 1983 grazie all’intuizione di Howard Schultz (tutt’ora amministratore delegato), di portare in America l’autenticità della caffetteria italiana.

Oggi il CEO ha riproposto questa strategia agli azionisti. “Faremo per il tè quello che abbiamo fatto per il caffè e sarà grazie a Teavana che raggiungeremo questo obbiettivo”, ha detto Schultz, che sovrintende oggi circa 18.000 punti vendita sparsi nel mondo. Starbucks pagherà 15,50 dollari per azione in contanti per Teavana, un prezzo che incorpora un premio di maggioranza del 54% rispetto al valore di chiusura di martedì del titolo al New York Stock Exchange. Essendo una grande appassionata di tè ed avendo avuto modo di vivere da vicino come, ad esempio, la cultura del tè e il suo commercio si sta espandendo in Spagna, condivido pienamente la mossa di Starbucks. Anche in Italia, nonostante non ci siano numeri e catene abbastanza grandi per far evolvere il commercio del tè, ci sono sempre più persone che amano le proprietà salutiste di questa bevanda e amano l’esperienza che regala bere una tazza di tè in foglie stando seduti comodamente in un bar o in una teieria. Sono sicura che Starbucks riuscirà a fare leva sulla sua collaudata strategia di marketing esperienziale per creare veri i propri luoghi cult del tè. Se non ve ne siete ancora accorti, è Tea Time!

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E CONOMIA

Perchè gli ETF sono gli strumenti del futuro Startup di consulenza finanziaria che ti aiuta a investire con semplicità e intelligenza. Prendi il controllo dei tuoi risparmi! www.moneyfarm.com

Gli Exchange-Traded Funds (ETF) sono fondi indicizzati che replicano vari indici di mercato e sono scambiati alla stregua di titoli tradizionali. Le commissioni relative ad un ETF sono inferiori a quelle pagate ai fondi tradizionali ed è applicato un trattamento fiscale meno oneroso per l’investitore. Una volta scelta la strategia di investimento ed i mercati dove si vuole investire, selezionare il giusto ETF in termini di costi, efficenza e liquidità non è cosa semplice. Gli ETF sono stati introdotti sul mercato dalla normativa Mifid, più di 15 anni fa. Da allora gli investitori, al dettaglio ed istituzionali, hanno investito somme di denaro sempre maggiori in questi strumenti il cui controvalore sul mercato si è quintuplicato negli ultimi cinque anni. La forte domanda ha spinto molti asset manager ad offrire nuovi strumenti, finché oggi sul mercato si può scegliere tra centinaia di ETF diversi per emittente e sottostante.

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E CONOMIA

Per quale motivo gli investitori scelgono gli ETF? Quali sono le caratteristiche distintive rispetto a normali fondi comuni di investimento? Le ragioni sono molteplici, e riguardano: 1) COSTI. I migliori ETF garantiscono commissioni molto basse, per un costo totale che si aggira in media sul 0.55% (Total Expense Ratio). E’ nostra cura scegliere gli strumenti che a parità di altre condizioni (come la liquidità e la composizione) impongano il TER più basso. 2) DIVERSIFICAZIONE. Come ogni fondo comune indicizzato gli ETF costituiscono una alternativa efficiente per investire in una piccola parte del mercato, azionario e obbligazionario (per esempio in small-cap, titoli energetici, mercati emergenti, etc..), ovvero in un macro-gruppo dello stesso, quale l’S&P 500. 3) TRASPARENZA. Dal momento che il sottostante del fondo è un indice la composizione dell’ETF generalmente è nota. Al contrario i fondi comuni tradizionali, per risparmiare sulle transazioni, mantengono la composizione del fondo inalterata effettuando ribilanciamenti periodici; questo non permette di conoscere in ogni momento la composizione del paniere di titoli detenuti dal fondo.

4) LIQUIDITA’. Gli ETF sono scambiati alla stregua di titoli su un mercato regolamentato e di conseguenza acquistati e venduti in ogni momento della giornata. Questa caratteristica garantisce la liquidità dello strumento ed un prezzo fair formato dall’incontro tra domanda e offerta. A MoneyFarm scegliamo gli ETF più scambiati sul mercato e valutiamo attentamente la differenza tra prezzi di acquisto e di vendita (bid/ask spread) storici ed attuali. Negli ultimi giorni molte divisioni bancarie di gestione patrimoniale hanno eliminato i conti dei clienti inferiori ai €100,000 non potendo garantire performances adeguate al netto di costi di transazione e di gestione. Investire con MoneyFarm costituisce una valida alternativa a questo fenomeno, poiché il capitale minimo che chiediamo ai clienti di investire ammonta ad appena €10k. Si tratta di un servizio efficiente in termini di costo e diversificazione, ed in ogni momento l’investitore può dismettere gli investimenti sul mercato ricevendo l’accredito istantaneo delle somme liberate. MoneyFarm ti consiglia l’asset allocation ideale per il tuo profilo e sceglie i migliori ETF sul mercato in termini di liquidità, costi ed efficenza.

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M ULTIMEDIA

Impaginazione, Colori ed Equilibrio (Seconda Parte) Blogger, Grafico Pubblicitario, Creativo, Web Editor, Web Content Editor, web web web… Creativa quasi a 360°, blogger per caso; disegnatrice, cuoca e Handmader per hobby, divoratrice di libri. Alessandra Cravero aka LaAlex www.alessandracravero.it

Nello scorso numero abbiamo parlato dell’iportanza e dell’utilizzo del colore in un’impaginazione grafica. Dopo le nozioni basilari sulla teoria del colore, occorre soffermarsi sull’argomento PERCEZIONE per comprendere come arriva al lettore cio’ che noi, graficamente, vogliamo comunicare, e in particolare ci soffermeremo sulla PERCEZIONE VISIVA. Iniziamo con il dare una definizione alle parole percezione e comunicazione! La PERCEZIONE e’ un fenomeno fisiologico automatico che si realizza per mezzo dei sensi; Il contatto tra noi e l’ambiente, e quindi con cio’ che percepiamo, avviene attraverso i sensi (vista, udito, tatto, gusto e olfatto). La COMUNICAZIONE è invece l’atto del conoscere; è la trasmissione o il trasferimento di informazioni, la valutazione delle sensazioni ricevute e l’individuazione dei loro significati. La PERCEZIONE VISIVA è il processo di percezione compiuto dalla Vista L’immagine ha origine da una fonte di luce che, attraverso l’occhio di chi osserva, arriva al suo sistema nervoso, il quale decodificherà l’immagine e la interpreterà in base ai codici ricevuti (forma, spazio e colore). La delicatezza di questo processo e lo stress fisico e cognitivo che ne comporta son da tener bene in considerazione.

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Pur essendo una spiegazione molto semplicistica e sintetica del fenomeno, con queste definizioni si può facilmente dedurre che: TROPPI e/o CONFUSI STIMOLI impediscono una percezione pulita ed obiettiva In parole povere: se in un’impaginazione inseriamo troppi colori e/o troppe forme, o se li inseriamo senza che siano in armonia tra di loro, si rischia di mandare in confusione il lettore.


Account Manager in FreeData Labs per la piattaforma di web listening Alterian SM2 Andrea Romoli


M ULTIMEDIA

Il numero dei commenti non è l’indice di gradimento del tuo prodotto! Blogger, Grafico Pubblicitario, Creativo, Web Editor, Web Content Editor, web web web… Creativa quasi a 360°, blogger per caso; disegnatrice, cuoca e Handmader per hobby, divoratrice di libri. Alessandra Cravero aka LaAlex www.alessandracravero.it

E’ da un po’ che volevo scrive un post sull’argomento “commenti nei blog”. Non è nè un post che vuole insegnare il lavoro agli altri, nè tanto meno una brutale critica a chi lavora in maniera diversa da me, è semplicemente un dato di fatto. E’ ormai luogo comune che, se un blog non ha molti commenti, non è un blog figo così come è un luogo comune che se un post non viene commentato significa che non viene letto …sfatiamo questo mito! Sempre più aziende si appoggiano ai blogger sia come supporto promozionale e sia per avere un effettivo riscontro su di un determinato prodotto (vedi recensioni etc.). Proprio per questo occorre fare un po’ di chiarezza sulla questione commenti, utile supporto per avere qualche feedback in più. Da ciò che sto vedendo ultimamente in rete, sta dilagando l’idea che sia utile commentare in qualsiasi modo, purchè si commenti. Da questo ne deduco che lo spropositato numero di commenti su di un blog non è indice nè di qualità nè di effettivo gradimento del prodotto. Così come la mancanza di commenti non significa che il post inerente ad un determinato argomento non venga letto, significa semplicemente che chi ha letto il post non ha commentato, non ha espresso la propria opinione. Cosa ne penso? “Meglio un commento spontaneo, che mi dà un effettivo riscontro su ciò che ho scritto, piuttosto che dieci commenti sterili (con sterili intendo scritti con il copia/incolla)”. Occorre, inoltre, tenere conto anche di un altra cosa:

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pesso chi utilizza internet in maniera “casalinga” legge il post, si fa un’idea e, se il prodotto è recensito/pubblicizzato/sponsorizzato bene, è anche probabile che venga influenzato da ciò che ha letto. Ma spesso e volentieri NON commenta, si limita a leggere e probabilmente non sa nemmeno come si fa a commentare o, magari, non ne ha voglia. Internet è entrato nelle case degli italiani in maniera imponente solo negli ultimi anni, la maggior parte delle persone ha ancora un approccio basilare con esso. Chi commenta sui blog è perchè, in linea di massima, ha anch’esso un blog. Non me ne vogliano siti come ZZUB o trnd (siti di marketing basato sul passaparola), con cui collaboro e che ritengo essere siti seri e ben strutturati, ma quando un’azienda che vuole coinvolgere i blogger nella propria rete promozionale mi chiede che tipo di strategia utilizzare, sono costretta a dire la verità e cioè che il tutto dipende da quali sono i propri obiettivi e qual’è la politica aziendale: se si mira più alla quantità o alla qualità del feedback. Sono costretta a dire che, purtroppo, non sempre i blogger che collaborano con questi siti gestiscono blog di qualità, con commenti di qualità; che probabilmente NON si avrà un feedback veritiero sull’effettivo gradimento o no del prodotto/servizio e che quindi, se si mira alla qualità del feedback, è meglio selezionare da se i propri blogger collaboratori. Se si mira, invece, solo ed esclusivamente alla quantità di persone che parlano del prodotto sul web, allora va benissimo appoggiarsi ai suddetti siti (siti che, tra l’altro, chiedono espressamente di fare un passaparola veritiero a chi partecipa alle loro campagne e non copia/


M ULTIMEDIA

incolla di elogi che sembrano voler convincere chi legge della qualità del prodotto). Detto questo, a collaborare con i siti di passaparola on line ci sono anche blogger che sanno lavorare bene, quindi, è anche possibile, per le aziende stesse, trovare lì i propri futuri collaboratori. Quindi, cari amici blogger, non voglio insegnare il lavoro a nessuno, solo darvi qualche spunto di riflessione. Non serve a niente commentare facendo copia/incolla, dando la stessa identica risposta su dieci post in dieci blog diversi. Non serve alle aziende e non serve ai blog. Serve solo a dare un falso feedback all’azienda, che prima o poi si accorgerà dell’inganno, e a screditare il nome e la qualità del lavoro di siti come ZZUB e trnd. Rispondete a chi commenta sul vostro blog, non commentate solo i blogger che ricambiano i vostri commenti e, soprattutto, commentate per il piacere di farlo! E’ anche vero che ci sono aziende che richiedono un

certo numero di commenti per poter essere accettati nel loro network di marketing on line, comprensibile fino ad un certo punto forse, ma anche in questo caso i fattori da analizzare per capire il perchè sono tanti. Una cosa è certa, l’azienda che si appoggia ai blogger dovrebbe farlo anche per avere un riscontro veritiero sul campo e non solo per essere visibile sul web, soprattuto se chiedeno delle recensioni e non delle promozioni. Recensire significa che ti do la mia opinione sul prodotto/ servizio, promuovere significa che ne parlo bene a prescindere. A tutti fa piacere ricevere commenti sul proprio blog, ma commentate in modo più umano e con un minimo di buon senso, non come delle macchine da guerra! Non serve fare a gara a chi ha più commenti e/o più follower. Cerchiamo di utilizzare questo eccezionale strumento che è il web per interagire tra di noi e per supportare le aziende nel migliore dei modi.

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A TTUALITA’

Comunicazione e acquisti online: come l’inconscio guida le nostre Scelte. Social Media Lover&Manager divisa fra Milano, Palermo e Catania.

Annalisa Silingardi aka Asi Claypool caffeinainchiostroecaos.wordpress.com

Se chiedeste ad una donna perché stia comprando l’ennesimo paio di scarpe la risposta sarebbe “Mi serve”! In realtà entrambi sapete che quell’acquisto è in parte irrazionale ma lo sapete in modo diverso. Quando compriamo siamo convinti di farlo razionalmente, prendiamo le nostre decisioni, valutiamo, calibriamo e poi clicchiamo. Ma questo processo non è solo una comparazione di dati: quali tecniche vengono usate per “manipolarci”?

Scommetto che anche tu una volta sei cascato nel cross sell. A cosa pensi se ti dico NineTnine Cents? Ecco come funziona. State passeggiando in centro con la vostra dolce metà quando attratta dalla vetrina lei da di matto e urla: “Cavolo! Solo 99 cents per un bagnoschiuma? Tesoro io entro!”. Poi mentre siete in giro fra gli scaffali vedete quel bel vaso a 4,99€, e quelle candele che starebbero tanto bene in salotto a 2,99€. Prendete anche le presine per la nonna a 1,99€ e mentre che ci siete le decorazioni per l’albero a 3,99€. Ecco, volevate spendere 99 cents, e in men che non si dica avete lasciato al commerciante 10 euro. E avete avuto un bell’esempio di cross sell, ovvero quando un prodotto di lancio a prezzo basso serve a vedere altri prodotti più o meno collegati. Ovviamente la comunicazione gioca un ruolo fondamentale: quando mai avete visto fuori dal negozio le cifre in chiaro? Se invece state tornando a casa convinti di aver fatto un buon affare chiedetevi se non siete stati abbindolati dal down sell, ovvero quella tecnica che consiste nel proporre al cliente prima il pezzo più costoso per poi farlo ripiegare verso uno più economico (reale obiettivo di vendita!), sottolineando però che ha le stesse qualità. Chi sono le regine di questo tipo di comunicazione? Non ci crederete ma sono le commesse delle profumerie. Se siete mai entrati da Sephora sapete a cosa mi sto riferendo. A me è successo così: ” Ciao cercavo una palette di ombretti.. una cosa piccola. Sai non mi trucco molto…” “Certo abbiamo quella di XY da 49,90€ o quella di AB 39,90€.” “Ah capisco…” “Però io ti consiglio quella da 24,90€ di ZX! E’ pure in of-

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A TTUALITA’

ferta e ha praticamente le stesse cose! Guarda davvero, io l’ho provata e mi sono trovata benissimo! Non c’è proprio nessuna differenza! Te lo dico anche se io ci perdo nella vendita, ma non importa..” Ed eccomi qui pochi secondi dopo con il mio bel pacchettino tutta contenta di aver fatto un affare. In realtà la mia percezione del prezzo effettivo dell’oggetto si è deformata quando la venditrice l’ha paragonata ad un costo che ritenevo esoso.

Sul web queste tecniche valgono ugualmente, usate con i giusti accorgimenti. Il cross sell regna incontrastato quasi ovunque: frasi come “potrebbe interessarti anche” o “altri utenti hanno comprato anche” dovrebbero accendere in noi un campanello d’allarme. Ho davvero bisogno dell’ennesima memory card se sto acquistando una macchina fotografica? Per quanto riguarda il down sell ne ho avuto stamane un esempio lampante con la campagna Alitalia.

L’azienda propone uno sconto online del 15% a chiunque acquisterà un biglietto aereo dalle 12 alle 15.00 del 6 Dicembre, usando un codice. Peccato che i prezzi in queste ore (mentre vi scrivo la promozione è attiva!) sono stati gonfiati. Faccio un esempio? Il volo che avrei pagato 110€ stamattina alle 9.00 adesso ne costa circa 141€, e con uno sconto del 15% lo pagherei 120€. Ma per l’utente è un affare, un’occasione. E siamo sempre molto attratti quando qualcuno ci promette o regala qualcosa, creando con noi una “relazione di reciprocità e affettività”. Molto più spesso down & cross selling vanno di pari passo: si mixano in strategie destinate a far percepire al consumatore la straordinarietà dell’offerta, la limitatezza del periodo in cui questa viene effettuata e anche la scarsità di pezzi per cui lo sconto è applicato. Da ora in poi tenete gli occhi aperti, e nelle prossime settimane di shopping… non fatevi abbindolare!

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A TTUALITA’

Abruzzo 2.0, la comunicazione diventa sempre più social

Abruzzese doc, è un appassionato di Blog e Social Network. Attualmente vive e lavora a Milano nel campo del Social Media Marketing. Porta avanti la passione di urban-blogger per la sua città di residenza, oltre a pubblicare articoli, dedicati in gran parte al mondo dei “social media”, per periodici nazionali di attualità, turismo e cultura.

Luca Rosati Abruzzo 2.0, la comunicazione diventa sempre più social e digital-oriented: questa nuova realtà è alla base del progetto di sponsorizzazione turistica della Regione Abruzzo. Con un piccolo sorriso di soddisfazione sulle labbra, misto a un grande piacere per ciò che sta succedendo sul web, volevo dare eco alle nuove attività 2.0 che sorgono nella ‘mia’ Abruzzo. Era il lontano novembre 2010 quando l’Università del Salento e Inforav (Istituto per la gestione avanzata dell’informazione) pubblicò il “Primo Rapporto Annuale sui siti istituzionali delle Regioni” (clicca qui per visionare il .pdf). Curarono la ricerca e la stesura del Rapporto il Prof. Mario Bochicchio, la Prof.ssa Antonella Longo e il Dott. Alberto Zollino per l’Università del Salento e l’Ing. Giuseppe Fiandanese per l’Inforav. Come riporta Il tacco D’Italia ”l’indagine permise di creare un primo livello di valutazione strutturata di contenuti e servizi offerti al cittadino dalle Regioni ital-

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iane attraverso i rispettivi siti web, analizzando alcune macroaree in ciascun dominio (regione.nomeregione. it): contenuti (grado di copertura dei temi e servizi di competenza regionale); amministrazione 2.0 (presenza di strumenti multimediali, di interazione e classificazione); servizi (livello di sofisticazione online dei servizi erogati); accessibilità (rispondenza ai 22 requisiti indicati dalla Legge 9 gennaio 2004 n. 4 – “Legge Stanca”); requisiti tecnici e legali (presenza contenuti minimi dettati dalla Direttiva 8/2009 del MIPAI).” Nell’arco degli ultimi anni (vedi immagine a sotto) l’Abruzzo ha accumulato un notevole ritardo in questo ambito originando un vero e proprio “digital divide” rispetto alle altre regioni italiane, che hanno nel frattempo avviato sistemi di comunicazione digitale molto efficaci, soprattutto in ambito turistico. Questo è il pensiero che viene descritto da Marco Virno, Direzione Sviluppo Economico e Turismo presso Regione Abruzzo, in una presentazione pubblicata su AbruzzoTurismo.it il 24 febbraio


A TTUALITA’ di quest’anno e che anticipa ciò che già pensavo io da – troppo – tempo. [n.b.: Il digital divide, o divario digitale, è il divario esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione (in particolare personal computer e internet) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale.] Ecco che allora – continua Marco Virno – viene riprogettata la promozione turistica regionale, accentuando le valenze, le funzionalità ed i contenuti “tecnologici”, adottando un forte ricorso alle tecnologie ICT nella creazione di nuovi attrattori, nell’approntamento di nuovi servizi di

valorizzazione delle risorse turistiche per conseguire alcuni obiettivi, tra cui: aggregare e mettere in rete l’offerta turistica abruzzese qualificata, garantendo la visibilità, la comunicazione e promozione del prodotto mediante modalità innovative e servizi all’utente di ultima generazione che devono essere inclusi in una strategia complessiva ed omogenea denominata “Web Presence 2.0”; aumentare la quota nazionale della destinazione Abruzzo; penetrare il mercato estero; destagionalizzare i flussi turistici. Promozione maggiore del territorio, ecco l’obiettivo da imporsi. Sfruttiamo di più internet. Sfruttiamo di più i social network. Abbiamo un posto invidiabile, diamone eco. Montagna, mare, colline, rinomati prodotti tipici e servizi dedicati ad ogni tipologia di turista sono tante offerte che una regione come l’Abruzzo può regalare a chiunque ‘passi di qui’. Tutto questo è ben rappresentato a livello comunicativo nel video della Campagna pubblicitaria del Brand “Abruzzo” pubblicato nel luglio di quest’anno e che – credetemi! – potete e dovete ammirare cliccando qui. Prima Gran Bretagna, Francia, Germania e Olanda, subito dopo Svezia e Norvegia: sono i sei mercati strategici ai quali punta la Regione Abruzzo, con altrettante versioni del sito web interattivo per promuovere l’offerta turistica. La presenza sul web si incentra sul sito www.abruzzoturismo.it e sui 4 siti interattivi diretti ai mercati inglese,

francese, tedesco e olandese, declinando la comunicazione (dal punto di vista grafico e dei contenuti) a seconda della nazione di riferimento. Anche sui principali social network sono stati creati profili diversificati per il mercato italiano e i mercati esteri. Facebook, Twitter, Pinterest, YouTube, Foursquare, Instagram, Tumblr, Google +: l’Abruzzo è presente in tutti i più importanti social network. Profili in più lingue oltre che su network specifici per i Paesi esteri come Studivz in Germania, Skyrock in Francia, Hyves in Olanda. Non per ultima di importanza l’attivazione di diverse applicazione mobile per offrire ulteriori servizi ai turisti e a chiunque voglia acquisire informazioni sulla regione. Riporta Egov News come il piano di comunicazione preveda per ogni profilo social costanti aggiornamenti e un piano editoriale in linea con le caratteristiche di ogni media e Paese di riferimento. Il costante monitoraggio, le risposte in tempi brevi e specifiche azioni di impulso stimolano la condivisione di esperienze e garantiscono una buona interazione con gli iscritti. “Queste nuove attività web 2.0 viaggiano molto più velocemente e raggiungono un pubblico mirato. – spiega l’Assessore al Turismo Mauro Di Dalmazio – L’Abruzzo utilizza le più recenti strategie di social media marketing basando le proprie scelte anche sul cambiamento nei comportamenti del turista che cerca informazioni o prenota online il proprio viaggio. Le nuove attività web 2.0 serviranno anche a valorizzare i territori montani del programma Por-Fesr”. [n.b.: con Por-Fesr si intende il “Programma Operativo Regionale del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale 2007-2013”, il cui obiettivo è quello di contribuire al potenziamento della coesione economica e sociale, riducendo le disparità regionali. Tale contributo avviene attraverso un sostegno allo sviluppo e attraverso l’organizzazione strutturale delle economie regionali, anche per quanto riguarda la riconversione delle regioni industriali in declino.] Se a tutte queste attività di web e social media marketing si unissero (se presenti) o nascessero (se assenti) singole attività da parte dei diversi enti commerciali regionali (come hotel e b&b, locali di ristorazione o di svago, ecc.) l’Abruzzo non temerebbe nessuno! Le idee ci sono, da offrire ce n’è tanto, le persone qualificate a svolgere tali ‘mansioni’ si trovano. Una promozione multicanale offerta dalla Regione Abruzzo, che, a mio parere, può davvero colmare quel gap di differenza mostrato 2 anni fa da ‘quel’ Primo Rapporto Annuale descrittovi ad inizio articolo.

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Path : Un cammino da seguire? Web & Social Media Manager- SEO - Consulting Articolista/Recensore per hwgadget.com

Shonel Geri www.shonel.it

START: Cos’è Path? E’ un Social Network mobile (ovvero da usare esclusivamente tramite smartphone, come Instagram per intenderci), che permette di pubblicare foto, informazioni, geolocalizzazione ed altro, raccolti in uno stream che parte dal “buongiorno” alla “buonanotte”. In altre parole, forse più comprensibili, ogni utente dovrebbe fare la cronistoria giornaliera di come vive. Questo sicuramente lo vedete già fare con Facebook e Twitter dai vostri amici, ma la differenza con Path sta nel dipingere queste attività esattamente come un diario cronistorico di momenti della propria giornata. Ovviamente chi segue può interagire, apprezzare e commentare (altrimenti non sarebbe definibile come Social Network, avrei voluto prendere spunto dalla pagina “about” del sito di Path, ma non si apre. Che strano). Prescindendo dalla grafica accattivante, ottimamente costruita e dalla semplicità d’uso, dopo averlo utilizzato qualche giorno per testarlo, l’ho abbandonato con uno sdegnato “BAH” di disappunto dipinto sul volto. Non per fare la solita retorica sulla “privacy” sempre meno privata, ma perchè io dovrei voler lasciar traccia momento per momento di pezzi della mia vita? Forse questa ultima frase potrebbe esser mal vista dai più che mi potrebbero ribattere “Allora non ha senso nemmeno l’esistenza di altri SN più conosciuti e blasonati, ma sopratutto perchè tu ci sei e perchè hai scelto di fare questo mestiere se non vuoi condividerti?”, e mi sarebbe facile rispondere dicendo che di fondo un SN non è altro che uno strumento e siamo NOI a decidere COSA e COME condividerlo (chiosando con un “sono molto attivo sui social, ma potreste ricostruire per caso una mia situazione sentimentale o personale da quello che condivido di me?“). Path (da come l’ho utilizzato io e vissuto io) ti OBBLIGA a condividere i momenti dettagliati della tua vita, non ti lascia molta altra scelta, perché non seguendo questo

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“modus postandi” non ha alcun senso nemmeno utilizzarlo. Da segnalare anche che c’è un limite di utenti da poter aggiungere, dicono per “incoraggiare la selezione di connessioni di alta qualità”, ovvero decidere chi deve vedere ciò che viene postato, che non è nemmeno una brutta idea (anche se tanto si possono diffondere su Twitter e Facebook), però veramente queste persone sono interessate? Effettivamente se sono iscritte anch’esse lo saranno, fomentando la mia idea di voyeurismo. Nasce come concorrente di Instagram, inserendo funzioni in più che vanno oltre la semplice condivisione di foto, ma diventando tutt’altro che un SN Network fotografico. Cosa sia? Non lo so! Come classificarlo nel mondo dei SN? Non ne ho idea! (esattamente come non saprei come classificare Ask.fm e Formspring.me di cui ho già parlato in questo post) Ora dovrei trovare una conclusione per questo post, ma mentre parlavo e pensavo ai momenti in cui ho utilizzato Path mi si è ridisegnato di nuovo un “BAH” sulla faccia e penso che sia il modo più espressivo, per quanto onomatopeico, di racchiudere ogni mia sensazione e pensiero a riguardo. BAH


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Pinterest: pecora nera dei social media? Il primo blog italiano su Pinterest

www.pinterestitaly.com

Uno dei segreti del successo di Pinterest è il meccanismo intuitivo alla base della costruzione del profilo: basta cliccare sul Pin it button ed ecco che tutti i contenuti presenti nel web sono pronti per essere inseriti nelle board, catalogati e condivisi. Ciò non significa che non richieda una strategia aprire un profilo Pinterest o che non sia necessario dedicare tempo all’arricchimento delle board. Affermazione banale? Per niente, come rilevano i recenti post di Rosa Giuffré e Beatrice Nolli.

Condivisioni al quadrato In particolare, Beatrice si domanda che senso abbia promuovere i contenuti del proprio blog condividendo su Twitter un post pinnato: perché fare un doppio passaggio (Twitter, link a Pinterest, link al blog)? Quando abbiamo deciso la strategia social di promozione del nostro blog, anche noi ci siamo posti la stessa domanda. La risposta che ci siamo dati è: “Non ha senso”. A meno che uno degli obiettivi non sia promuovere

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le immagini (penso ad un blog di cucina o di fotografia) raccolte in un profilo Pinterest, questo doppio passaggio rischierebbe soltanto di infastidire l’utente.

L’esempio di Jeff Bullas Visto che bisogna sempre mettersi in discussione mi sono domandata quale strategia adottano gli altri blogger. Ecco quindi che sono andata a curiosare nello splendido (avevi dubbi?) profilo Pinterest di Jeff Bullas: i post sono tutti accuratamente catalogati in base al con-


I NTERNET inserito all’interno delle strategie social senza “convinzione”, forse perché è considerato una moda del momento e quindi non c’è la possibilità di investirci tempo e danaro. Discorso comprensibile ma, visti alcuni risultati, forse varrebbe la pena non aprire un account su Pinterest se poi non c’è il desiderio di lavorarci seriamente.

Estetica del pin? Beatrice conclude il suo interessante post con una domanda: “Siamo di fronte ad un’estetica dei pin?”. Bè, io penso che estetica sia la parola chiave per accedere a Pinterest. tenuto sia per macrotopic (social media marketing, the art of blog ecc.) che per singolo social network (Google+ goodies, Instagram Inspiratons, Twitter tips ecc.). Il profilo è promosso su Facebook attraverso la condivisione delle attività, ma i post pinnati non vengono condivisi tramite Twitter.

Horror picture show Immagini anonime, link mancanti, descrizioni assenti. Beatrice nota che spesso su Pinterest immagini identiche portano a contenuti differenti o, come sottolinea Rosa, i link a cui portano le immagini pinnate non hanno nessuna connessione con l’immagine. Tali mancanze sono giustificate nel caso di utenti privati, ma incomprensibili nel caso di account business. A mio parere, il motivo è da attribuire ad una scarsa considerazione di Pinterest da parte di agenzie e aziende: viene

Si può affermare che un‘immagine suggestiva + una descrizione chiara + un link coerente = un pin ben realizzato. Sicuramente ci sono pin il cui obiettivo è promuovere solo l’immagine ed altri in cui l’immagine è strumentale a catturare l’attenzione e portare l’utente a visualizzare il link, in quest’ultimo caso la descrizione dovrà essere accurata e spiegare qual è il contenuto del link. Noi proviamo a farlo per il nostro blog: cerchiamo delle immagini che possano far intuire il contenuto del post, inseriamo nella descrizione del pin il titolo del post e aggiungiamo l’ hashtag #pinterestitaly in modo tale che gli utenti possano trovare velocemente tutti i nostri contenuti. In conclusione, non esistono scorciatoie: gestire bene un account Pinterest richiede una strategia ben definita, cura e tempo.

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Come, quando e perche’ rinnegare i links al proprio sito Web In Fermento é un network di specialisti nello sviluppo di Progetti di Comunicazione e Marketing nei Social Media, visibilità nei Motori di Ricerca e sviluppo di web e mobile application per grandi aziende e PMI.

web in fermento www.webinfermento.it

Qualche mese fa Google ha messo a disposizione di SEO e Webmaster uno strumentino che in molti desideravano avere da tempo. In realtà Bing lo aveva rilasciato già da prima. Parlo dello strumento per rinnegare i link che non si desiderano avere al proprio sito, il cosiddetto “disavow links tool”.

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Per utilizzarlo è sufficiente andare in questa pagina, non ancora interlinkata all’interno del menu’ di Google Webmaster Tool e seguire delle semplici istruzioni: • va selezionato il sito di cui vogliamo rinnegare i link che non desideriamo; • vanno scritte delle istruzioni in un file.txt con delle righe di testo che indicano se vogliamo rinnegare tutti i links provenienti da un interno dominio (e quindi anche eventuali sottodomini e sottocartelle), oppure indicare se vogliamo rinnegare i links provenienti solo da una pagina. I cancelletti servono per i commenti che aiutino Google a capire le motivazioni della tua richiesta.


I NTERNET Perché rinnegare i links?

Negative SEO

L’utilità dello strumento è sorta a partire dal 24 aprile di quest’anno, data in cui Google ha rilasciato la prima versione del Penguin Update, l’aggiornamento forse più feroce che sia esistito e che ha messo in discussione pratiche anche consolidate nella SEO e dai professionisti seo e che ha reso difficile ai siti web conseguire veri e propri recuperi da penalizzazioni post Penguin.

Altra utilità dello strumentino è per il proliferare di tecniche spam e black hat come quelle della negative seo, che, pur esistendo già da un po’ di tempo, si è diffusa post Penguin Update. In pratica qualche competitor invece di impegnarsi a costruire un link profile di qualità puntando ad inbound e content marketing ha preferito mettere in atto tecniche di acquisto link ottimizzato o comment spamming ottimizzati in forums, blogs, ecc. che puntassero ai siti dei propri competitors per fare in modo che questi fossero penalizzati. E’ interessante sapere che esistono anche agenzie che (anche indiane) che ottimizzano senza richiedertelo la link building di alcuni siti (chiaramente con links di bassissima qualità) e che poi ti contattano per dirti che hanno lavorato per te. In questo caso qui c’è l’utilità dello strumentino, ma bisogna saper anche individuare bene quali sono i siti e link da cui si suppone si stia venendo danneggiati.

Penguin Update Penguin per chi non lo sapesse, ha riguardato principalmente il link profile di quei siti web, che per diversi motivi avevano un’enormità di link ottimizzati che puntavano ai loro siti web. Nulla di strano prima del 24 aprile, dato che l’anchor text dei backlink da siti a tema, con un buon page rank e in trust erano considerati il migliore fattore di ranking tra tutte le pratiche seo. Google però ha fatto in modo che ad essere colpite fossero soprattutto quelle chiavi commerciali, legati a settori abbastanza competitivi (turismo, finanza, gambling, ecc.) e quei link non considerati “editoriali” ovvero quei link che (un tempo era prassi) sono inseriti in zone del sito come footer, sidebar, blogroll (per i blog) che, per la natura di un sito web, vengono generalmente duplicati in decine se non centinaia di pagine (pensiamo ai portali turistici con 10 e più anni di vita), aumentando così esponenzialmente la quantità di backlink considerati “site-wide” che puntano allo stesso sito per una chiave oggetto di ranking (es. Hotel a Roma), andando a sproporzionare l’anchor text link profile di un sito facendo prevalere ad esempio per il 70-80% una o 2 chiavi commerciali e per il 10-20% chiavi brandizzate o naturali. Dopo Penguin la percentuale deve essere non dico il contrario di quella sopra, ma quasi. I siti penalizzati si sono ritrovati a dover “potare” il proprio link profile cosa che è stata un po’ un paradosso, paghi i SEO per farti fare link building e poi devi pagarli per farteli rimuovere E’ una nota un po’ sarcastica questa ma è cosa che è successa realmente. Il problema però è che se hai centinaia di link da diverse decine di siti, dovresti metterti a contattarli uno a uno, chiederne la rimozione del link (meglio sempre chiedere il cambio dell’ancora sul link) e poi effettuare una richiesta di riconsiderazione a Google, ma non è detto che tutti ti rispondano e tutti siano disposti a rimuovere link. Io comunque la prova a contattarli tutti prima la farei, e solo nel caso di non risposta userei lo strumento.

Link da siti di bassa qualità E’ questo il motivo per cui mi sono ritrovato ad utilizzare lo strumento per questo blog. Chiaramente le keywords con cui riceviamo links a Webinfermento sono quasi sempre branded, o al max citano parole chiave di qualche post, ma mai commerciali e quindi non c’è da preoccuparsi. Però diversi link di bassa qualità provenienti da siti con 0 valore in termini di pagerank, mozRank e TrustRank danneggiano l’authority globale del sito. Nel nostro caso stavamo ricevendo link da un blog che copiava pari pari i nostri post e quelli di altri blog della stessa area e questi link erano presenti non alla fonte (come citazione vorrebbe) bensì erano interlink a nostri stessi post inseriti all’interno del post copiato. Avrei voluto prima contattare il webmaster del sito facendogli notare la prassi errata ma non c’era una mail di contatto; ho deciso quindi di utilizzare lo strumento. In realtà non dovrebbe essere neanche questo il caso ideale per l’utilizzo dello strumento, perché i link erano ancora pochi, ma probabilmente destinati ad aumentare nel tempo.

Il valore dello strumento Google in tutti i modi cerca di avvisarti sull’essere cauto nell’utilizzare lo strumento e di farlo soltanto se lo si ritiene necessario. Le tempistiche di una risposta (se c’è?) non le conosco, ne sono a conoscenza di casi di rinnegamento avvenuto a link da parte di chi l’ha già utilizzato.

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Vi presentiamo Infographic Love, la vostra gallery per le infografiche Web In Fermento é un network di specialisti nello sviluppo di Progetti di Comunicazione e Marketing nei Social Media, visibilità nei Motori di Ricerca e sviluppo di web e mobile application per grandi aziende e PMI.

web in fermento www.webinfermento.it

Oggi vogliamo presentarvi un progetto che nasce quasi per caso e che prende il nome di Infographic Love all’indirizzo www.infographiclov.com. L’impulso è stato dettato da un’esigenza prima di tutto personale e poi che abbiamo ritenuto fosse comune a molti: quella di dare il giusto spazio al lavoro di chi crea infografiche in Italia. In Italia se lo vogliamo definire “fenomeno” sembra ancora poco diffuso anche se reso popolare grazie al lavoro di Mattia Lissi e Pasquale Gangemi che con il loro lavoro hanno dato un forte impulso alla diffusione di questo speciale strumento di diffusione di contenuti in Italia. Quello che ci preme sottolineare è che nonostante la diffusione e la consapevolezza del potenziale comunicativo nascosto in questi prodotti, ancora pochi le adottano nelle proprie strategie di content marketing e le motivazioni sono dalle più disparate

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dal “non so dove trovare i dati” al “non so chi me le realizza” per poi finire al fatidico “costano troppo”. E’ proprio su quest’ultimo aspetto che vogliamo sottolineare che il costo è principalmente dettato dall’attività sartoriale nascosta dietro le infografiche. Le infografiche assumono una connotazione, a nostro avviso di opere d’arte che conservano anche per molti anni dati, ricerche, fatti ed eventi che altrimenti verrebbero dimenticati senza contare poi la bellezza che nascondono al loro interno. Vogliamo quindi che queste opere, soprattutto in Italia che risultano essere rare, vengano raccolte in base alla loro categoria di appartenenza e che possano facilmente essere recuperate nel tempo anche come archivio storico dei dati.


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Il fulcro del progetto è creare se vogliamo un database di infografiche, temporale e categorizzato, per autore e sulla base di questo promuovere la diffusione del contenuto ma con la faccia di chi lo ha realizzato. Non solo, lo strumento può nel tempo diventare una fonte di ispirazione per molti creativi che sono alla ricerca di quel lampo iniziale per cominciare il proprio lavoro.

Come funziona Infographic Love? Il sito è organizzato in maniera molto semplice e intuitiva ciò che lo caratterizza, rispetto ad altri prodotti già esistenti, è la completa autonomia con il quale il grafico, il neofita, l’azienda può creare e pubblicare i propri contenuti senza il bisogno di contattare l’amministratore del sito il che facilita e rende più veloce la partecipazione alla community. Perché community? Perché a noi piace vederla così e ci piacerebbe vederla crescere in questo senso. Vorremmo che tutte le persone innamorate del settore trovino in Infographic Love il punto di partenza per le attività successive che verranno o anche uno strumento che permetta di convincere chi ancora scettico che il settore è vivo e fervente.

Il layout che abbiamo scelto è ispirato a Pinterest. Perché? Pensiamo che l’avvento di questo social network rappresenti la vera svolta della diffusione delle immagini in modo immediato e veloce ma non solo, la logica attraverso il quale si sviluppa il canale ha dettato un vero e proprio nuovo modo stilistico di concepire la navigazione nei siti più fluida e veloce e di impatto grazie all’effetto di disposizione automatica dei contenuti in base allo spazio. Per questo la nostra scelta di design è stata quella di rimanere fedeli a questo stile se pur conservando la nostra dose di originalità. Abbiamo pensato anche di realizzare il sito in multilingua in modo da ampliare l’ambito di diffusione dei contenuti anche al di fuori dell’Italia soprattutto per chi decide di realizzare infografiche made in Italy ma che siano in doppia lingua. Allora l’augurio resta quello che il lavoro possa interessare a molti e che la partecipazione sia alta per un progetto che se vogliamo può essere di tutti e per tutti secondo l’ottica di condivisione che contraddistingue questo mondo che abbiamo imparato ad amare!

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A TTUALITA’

BUY TOURISM ONLINE 2012. IL TURISMO CORRE SUL WEB! Molisano di origini, fiorentino di adozione mi reputo un tipo creativo, curioso, preciso e attento. Nella vita mi interesso e mi occupo di turismo, destination management, marketing, comunicazione e web con particolare attenzione ai piccoli comuni.

Pasquale Stroia www.costruireturismo.com

In questo post vorrei condividere con voi la mia esperienza all’edizione 2012 del Buy Tourism Online, in scena a Firenze il 29 e 30 novembre alla Fortezza da Basso. BTO è il più importante evento italiano di taglio internazionale, che permette agli operatori del settore turistico di aggiornarsi e formarsi sugli sviluppi e le evoluzioni del mercato turistico oggi fortemente orientato all’online. Ho deciso, quindi, di condividere i miei appunti soprattutto con quanti questo BTO se lo sono persi, iniziando dagli eventi seguiti durante tutto il DayOne, quelli seguiti durante il DayTwo e, infine, ponendo l’attenzione sul fenomeno Airbnb con un focus dedicato. Come sapete, sono un ‘territorialista’, interessato alla pianificazione e alla promozione strategica delle destinazioni e di conseguenza, in BTO, ho seguito un percorso affine ai miei interessi. Parlerò di poche cose e lo farò in modo sintetico e diretto, per elenco puntato, proprio come se leggeste un blocco degli appunti, il mio.

DayOne 1. Le transazioni online, in Toscana, aumentano dal 58 al 63,5%. 2. L’Italia sta crescendo molto nell’online, così come cresce l’intermediazione delle OTA, l’utilizzo di mobile e social media. 3. “L’Identità di un popolo si nutre dell’immagine della propria nazione” cit. 4. L’Italia è prima nel Country Brand Index per Arte e Cultura.

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5. Per attraction e shopping l’Italia è in terza posizione. 6. L’Italia non appare al mondo per il capitolo food. 7. Più la produzione mondiale cresce e più i consumatori cercano prodotti vicino al loro luogo di origine. 8. L’Italia si pone sempre come il Bel Paese (arte, cultura, food) ma non parla mai della sua gente. 9. Bisogna puntare sul nostro patrimonio umano, sulla centralità delle persone. 10. Dobbiamo diventare un Paese attento alle persone, all’accessibilità, alla fruizione. 11. Manca cultura della marca Italia. 12. La strategia deve partire dal basso con l’ascolto dei residenti. 13. La comunicazione pubblica deve sposarsi con l’offerta privata. 14. L’ospite, che acquista su Airbnb, cerca di vivere un’esperienza da locale. 15. Gli italiani hanno un rapporto particolare con le case. 16. Siamo politicamente complicati a causa delle legislazioni regionali in materia di affitto. 17. In Italia abbiamo molti proprietari che hanno paura nell’ospitare un estraneo. 18. L’Italia è il mercato con più forte crescita (600%) di ospitalità non convenzionale. 19. Per alcuni è un driver per l’aumento del reddito. 20. Le principali motivazioni dei viaggiatori: unicità dell’esperienza; scoperta di posti fuori dai circuiti tradizionali. 21. In Basilicata quest’anno si è puntato su un diario digitale tematico. 22. Obiettivi: entrare in micro nicchie; creare un pro-


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dotto facilmente condivisibile, che corre online. 23. La musica come driver per lo sviluppo delle destinazioni. 24. Turismo Fiandre, con Tomorrowland, ha organizzato il più grande blogtrip del mondo costato 200 mila euro. 25. Per ogni euro investito, il ritorno è stato di 150 euro (ROI). 26. Google dice che il 50% delle ricerche collegate al travel arrivano da mobile.

DayTwo 1. Su 20 Regioni italiane, 16 sono presenti su facebook (80%). [La ricerca QUI] 2. Alcune hanno più pagine perché si rivolgono a mercati esteri. 3. Trentino, Sicilia e Sardegna riescono meglio in engagement. 4. I quiz stimolano interazioni su facebook. 5. Tempi di risposta agli utenti: l’Emilia Romagna è la più veloce; il Trentino ha il maggior volume di risposte agli utenti. 6. Il 70% delle APT è su twitter. 7. Marche turismo lo usa meglio, seguito da Emilia Romagna e Toscana. 8. Classifica (primi tre) per mentions: Emilia, Trentino e Marche. 9. Classifica per impressions: Emilia, Marche e Trentino. 10. Classifica per engagement (reply e RT): Emilia, Marche e FVG. 11. La reputazione passa attraverso il contenuto nei so-

cial media [a patto che il servizio sia di qualità]. 12. Sui SN, informazione commerciale sì, ma indiretta e rivolta a target specifici. 13. Creare un customer service sui social media può essere un valido spunto per aumentare la reputation. 14. I social media servono a creare una base di reputazione in primis. 15. Misuriamo le relazioni prima del ritorno economico. 16. Il blogtrip di TBU in Umbria ha generato 1.1 mln di tweet e 31 mln di impressions. 17. Tutti i territori sono stati coinvolti insieme agli operatori privati. 18. Dall’analisi netnografica del TBU viene fuori che i topic più discussi sono: Umbria, Assisi, Perugia e Gubbio. 19. Assisi è percepita come destinazione naturalistica e non religiosa. 20. Perugia è percepita come la città del cioccolato. 21. Gubbio è percepita come ‘la città dei pazzi’. 22. I blogger hanno usato il brand Umbria anche per raccontare se stessi, rapportandosi. 23. L’immagine dell’Umbria che ne è venuta fuori: piccina, tranquilla, stazione obbligata, tesoro nascosto, terra autentica. 24. Tourism Australia ha la vista lunga: Pianificazione strategica decennale con obiettivo di duplicare l’incoming. 25. Campagna online che coinvolge direttamente gli abitanti. 26. L’obiettivo non è di dare informazioni, ma ispirazioni tramite le 30mila storie raccolte, prodotte dagli abitanti.

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27. L’80% delle loro risorse marketing, in questo momento, sono allocate su facebook. 28. Attraverso instagram raccolgono fino a 1000 foto al giorno. 29. “Noi non vogliamo raccontare una storia, vogliamo fornire ispirazione per farla raccontare ai turisti”. 30. Dallo storytelling allo storytravelling per chi vuole vivere un luogo, non visitarlo. [Mafe de Baggis] 31. Quando decidiamo di partire, da sognatori siamo costretti a diventare ragionieri. 32. In Italia quando entri in un albergo ti mettono la targa del turista, quasi come se fosse un non luogo.

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33. Se i residenti non amano il posto in cui si vive, quel posto sembrerà falso. 34. Ogni terra deve mettere in Rete il suo vissuto. 35. “Il turista va fregato” è un modello di business che dev’essere abbandonato. 36. Storytravelling vuol dire cambiare approccio: • Dal razionale all’emotivo; • Dal dato al ricordo; • Dalla recensione al racconto; • Dal viaggiare all’abitare (temporaneo); • Dal visitare un luogo al viverlo; • Dal ragioniere al sognatore.


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[FOCUS] La forza dei piccoli Non può esserci turismo senza ricettività. L’avrò letto qualche decina di volte in molti manuali. Ma quanto ha ancora senso questa affermazione? Probabilmente il concetto è valido, ma va contestualizzato.In territori a forte interesse storico, artistico e culturale, quindi a forte vocazione turistica, il problema non si pone. I turisti arrivano da secoli e da secoli viene offerto loro un posto per dormire. I territori che hanno una vocazione turistica ma faticano ad esprimerla, registrano una bassa capacità ricettiva se non una totale assenza di strutture dell’ospitalità. Ho visto alberghi chiudere per insufficienza di flussi turistici. Mi riferisco proprio a quei piccoli e micro territori che sempre più stanno facendo gola ai viaggiatori di questo millennio, coloro che fruiscono di viaggi fuori dai circuiti tradizionali alla scoperta dell’Italia nascosta, a caccia di un’esperienza autentica, slow, sempre meno da turista, sempre più da locale. Pensiamoci: l’Italia ne è piena. Riflettiamoci: stiamo rispondendo a questa nuova domanda? Credo che mai come in questo periodo i piccoli territori possano alzare la voce per offrire soluzioni alternative al solito turismo, facendo forza su tre leve che ho individuato e sto analizzando nel mio lavoro di Tesi: il marketing, le persone, il web. A patto sempre che la soluzione sia alternativa per davvero!

Ma torniamo al quesito: [se] ricettività = turismo [allora] piccoli territori = assenza/scarsità capacità ricettiva = no turismo. Io non sono tanto d’accordo, perché la soluzione potrebbe trovarsi grazie al giusto mix tra la volontà di una comunità locale unita all’utilizzo degli strumenti e dei canali di cui oggi disponiamo. Mi spiego. Durante il BTO 2012 ho seguito con attenzione il panel “Questa casa non è un albergo”, discusso dai big che della ricettività non convenzionale (attenzione non parlo propriamente di extralberghiero) ne hanno fatto il loro modello di business (Andrea La Mesa di Airbnb, Xavier Rousseleau di Homeaway, Giuseppe Mozzillo di Wimdu e Michele Diamantini di Interhome). Il dibattito è stato incentrato principalmente su questioni tecniche più che all’analisi del fenomeno, ma è stato sufficiente a farmi pensare: La domanda, proposta anche in pubblico oltre che via twitter, per sovrabbondanza di contenuti durante il dibattito, non ha trovato risposta in quella sala. La volontà dei locali unita all’utilizzo di strumenti e canali come Airbnb (esempio su tutti) potrebbe coadiuvare lo sviluppo turistico di un piccolo territorio in fase di esplorazione? Quali conseguenze positive e/o negative potrebbero generarsi? Così, ancora una volta, anche nel caso proposto, si pongono i residenti come il motore del turismo, gli attori protagonisti, l’anima di un territorio.

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M ULTIMEDIA

4+1 accessori a €100,00 che un videomaker dovrebbe avere VideoMaker, TimeLapser, Podcaster, Blogger - Milanese di adozione, Toscano di nascita, non è difficile trovarlo nei luoghi più interessanti delle città italiane alla ricerca di scorci caratteristici da riprendere, rigorosamente in modalità TimeLapse. Audio e Video sono per lui il naturale strumento di comunicazione del genere umano, amante della buona cucina, le video ricette sono una delle sue più recenti scoperte, a patto che dopo le possa mangiare! Stefano Forzoni aka sTen www.stenblog.com Penso molto spesso a quali accessori un videomaker dovrebbe avere in borsa, io stesso ne possiedo alcuni ovviamente (anche se non ti bastano mai). Gli accessori stanno al videomaker come le scarpe stanno alle donne, e anche i prezzi spesso e volentieri si assomigliano! In questo breve (ci mancherebbe) post ecco lamini lista degli accessori che non dovrebbero mai mancare a chiunque vada a fare delle riprese, va da se’ che si tratta di accessori standard e non per specifiche attività, dando tra l’altro per scontato che un treppiedi ce lo avete!

Obiettivo 50mm (fisso) 1:1,8 E’ davvero un obiettivo poco costoso e dalle grandi potenzialità. Definito molto spesso obiettivo da intervista, i 50mm fissi sono comodi perchè non hanno lo zoom, quindi lo piazzi davanti al soggetto, metti a fuoco e il gioco è fatto. L’apertura bassa permette di sfocare molto marcatamente lo sfondo mantenendo il soggetto a fuoco, un ottimo modo per far risaltare il soggetto dallo sfondo. Pratico, piccolom leggero, trasportabile … un MUST HAVE!

LCD ViewFinder Per conferire un look davvero “telecameristico” alla propria DSLR (si che qui i video si fanno con la reflex) un ViewFinder è necessario, ma anche se l’effetto ottico è notevole il beneficio che in ripresa se ne trae è notevole senza considerare che appoggiare la cam all’occhio offre un terzo punto d’appoggio molto comodo. Appoggiare l’occhio al viewfinder permette ovviamente di avere uno sguardo su quello che si riprende direttamente sullo schermo al riparo dal sole, almeno si vede quello che si cattura!

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M ULTIMEDIA Microfono RODE Sebbene di base le DSLR registrino con qualità audio discreta, unmicrofono esterno è davvero importante, questo perchè si ha la possibilità di catturare audio vicino al soggetto standone ovviamente lontano, i RODE sono la mia marca preferita, semplici, professionali e molto precisi. Per rimaneresotto i 100,00 euro dobbiamo “ripiegare” sul penultimo modello della serie, questo non incide sulla qualità della registrazione, se poi volete spendere qualcosa in più.. beh..

Illuminatore LED Eccoci all’accessorio +1 di questa micro rassegna. Un illuminatore LED non è sempre necessario, se si riprende in esterna di giorno non ne sentirete l’esigenza, tuttavia un punto di luce in più, diretto verso il soggetto aiuta nella riuscita di una buona ripresa. I prodotti DORR sono economici ma non per questo non validi, applicabili direttamente on top sulla DSLR e regolabili come intensità di luce offrono davvero un ottimo punto di luce (ovviamente ricordatevi di regolare il bianco!).

SteadyCAM/Shoulder RIG Come per il ragionamento fatto per il viewfinder, avere un punto d’appoggio ulteriore per dare stabilità alla propria ripresa è d’obbligo, se poi con un prodotto si ha anche la possibilità di avere una steadycam allora il gioco è fatto. La Manfrotto 585-1 ModoSteady è il prodotto che fa per voi, professionale e relativamente semplice da bilanciare, senza contare che può essere trasofrmata in un supporto da spalla e in un mini treppiedi, un 3in1 davvero a buon prezzo considerando anche il brand che lo produce.

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Le sezioni del profilo Linkedin: l’esperienza lavorativa Sviluppatore Linux, Windows e MacOS (desktop e web), sysadmin, appassionato del mondo Open Source, consulente IT, docente di informatica, editor su riviste specializzate del settore. Gian Paolo Ghilardi www.bytelite.it

L’Esperienza lavorativa

Partendo da zero?

Dopo aver attratto il lettore con un breve riepilogo di noi stessi, è il momento di entrare nei dettagli, cioè spiegare cosa si sta facendo attualmente e la passata esperienza lavorativa.

Nel caso invece che non si abbia nulla di pronto, è normale non sapere cosa scrivere e non trovare le parole adatte per iniziare il discorso. Uno stratagemma rapido ed efficace consiste nel cercare sulla Rete qualche offerta di lavoro per la stessa posizione che ricoprite e “prendere ispirazione” dai requisiti richiesti al candidato-tipo.

Questa sezione è analoga a quella di un comune CV e, avendone già compilato uno, si può partire importando le varie voci tramite un semplice copia e incolla. Poi pian piano si può rielaborare tutto, sintetizzando e ripulendo.

In alternativa si può effettuare direttamente qualche ricerca in LinkedIn, inserendo la propria mansione lavorativa come chiave di ricerca. Siccome a figure lavorative identiche corrispondono di solito mansioni identiche o simili, basta scovare qualcuno che ha già espresso in termini comprensibili il suo lavoro per farsi un’idea di cosa scrivere. Se questa ricerca è infruttuosa o insoddisfacente, i casi possibili sono 3: 1. si è sbagliato a cercare: si può riprovare con altri termini; 2. il proprio lavoro non è così diffuso ed è quindi normale reperire poche informazioni utili; 3. si è gli unici a svolgere quel lavoro o lo si è inventati di sana pianta, il che implica il rischio di non essere trovati e questa è una situazione particolarmente negativa.

Riempire le voci Aggiungere una nuova esperienza è molto semplice. In modalità di modifica del profilo, basta premere sul link “Aggiungi una nuova posizione lavorativa” e si aprirà un’apposita form con i seguenti campi: 1. Nome azienda: ragione sociale dell’azienda, entità o istituzione presso cui si lavora. Meglio se indica-

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ta per esteso, quindi con suffissi come S.p.A. o S.r.l. LinkedIn offre una funzione di autocompletamento che permette di selezionare l’azienda se già presente nell’elenco del servizio; se invece non è presente o è stata aggiunta con un altro nome, verrà richiesto di inserire un paio di dettagli in più, ossia l’eventuale sito aziendale ed il settore di appartenenza. 2. Qualifica: il titolo prefessionale ossia la qualifica operativa svolta in azienda. Ad esempio tecnico installatore o responsabile ufficio vendite. Si possono usare anche termini stranieri, purché scritti correttamente. 3. Località: la sede di lavoro.

importanza. Può aver senso scrivere minuziosamente l’intera esperienza se si vuole dimostrare la propria flessibilità.

Le mansioni multiple Ogni voce fa storia a sè. Se si svolgono più mansioni nella stessa azienda, significativamente distanti fra loro, può avere senso indicarle separatamente in modo da spiegare nel dettaglio cosa si fa. Ad esempio se si è iniziato con una mansione che presenta aspetti tecnici (es: software developer) ottenendo poi un impiego di responsabilità (es: project leader), si possono inserire due distinte voci entrambe indicate come “lavoro attuale”. Questa suddivisione non è un modo truffaldino per aumentare lo “spessore” del profilo, ma è un modo chiaro e opportuno di presentare la propria flessibilità di impiego nonché i meriti guadagnati sul campo.

4. Periodo di tempo: date di inizio e fine lavoro, tranne per il lavoro attuale che si indica tramite con la spunta nell’apposita casella “attualmente lavoro qui”. 5. Descrizione: qualche riga di spiegazione sull’attività svolta.

Il troppo stroppia

Mai eccedere in lunghi paragrafi autocelebrativi: meglio puntare su una descrizione sintetica e puntuale che non infastidisca o allontani il potenziale lettore. I recruiter non hanno molto tempo per analizzare in profondità i profili nelle prime fasi di un ricerca: se non trovano subito quello che cercano, passeranno al prossimo candidato. Se la propria esperienza è mastodontica, è preferibile indicare solamente le voci significative per gli impieghi a cui si aspira ed omettere in blocco quelle di secondaria

In questa sezione, se lo si ritiene conveniente, si possono elencare anche gli strumenti utilizzati in ogni mansione in una piccola lista di “parole chiave” poste alla fine di ogni voce. In questo modo chi deve trovare informazioni specifiche sarà agevolato.

Es: Inventore ACME Corp. Produzione Varia 2000 – Presente

Ricerca e sviluppo di articoli ingegnosi per cattura agevolata di Road Runner. Tecnologie: esplosivi, razzi, magneti, …

Limiti da non valicare Salvo casi particolari, mai entrare troppo in dettaglio nelle descrizioni delle mansioni: si eviterà di violare il vostro contratto di lavoro, rivelando informazioni sensibili in pubblico. In caso di dubbio, non scrivere nulla.

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Le sezioni del profilo Linkedin: La formazione Sviluppatore Linux, Windows e MacOS (desktop e web), sysadmin, appassionato del mondo Open Source, consulente IT, docente di informatica, editor su riviste specializzate del settore. Gian Paolo Ghilardi www.bytelite.it

La Formazione In questa sezione si possono inserire i dettagli relativi alla propria istruzione come scuole, università, corsi speciali, eccetera. Ogni singola voce è costituita dai seguenti campi, non tutti da riempire necessariamente: 1. Nome scuola o università: nome dell’istituto che avete o che state frequentando. 2. Titolo di studio: titolo accademico e/o professionale ottenuto. Ad esempio “Perito capotecnico” oppure “Laurea Magistrale in Scienze Politiche”. 3. Percorso di studi: identifica il campo di studio di pertinenza, eventualmente corredato da dettagli su specializzazioni o altro. Ad esempio, nel caso di un liceo si può inserire l’eventuale “indirizzo” come quello “tradizionale” o “informatico”. 4. Periodo di frequenza: identifica gli estremi della propria presenza quella istituzione formativa. 5. Valutazione: permette di specificare il voto finale 6. Attività e associazioni: elenco di attività scolastiche/extra-scolastiche e di associazioni frequentate 7. Altre note: ogni altro tipo di nota relativa alla propria frequenza presso quell’istituzione formativa e che non ricade nelle voci precedenti.

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Quali Istituti inserire Tanto per cominciare, essendo il profilo pensato in chiave professionale, non ha senso inserire ciò che non ha rilevanza lavorativa. È superfluo dire (ma è meglio ricordarlo) che è un grave errore menzionare perfino gli istituti frequentati durante la cosiddetta “scuola dell’obbligo”: niente elementari e medie inferiori. Per il resto, ogni corso che abbia una qualche valenza accademico-professionale può trovare spazio in questa sezione. Si va quindi dalle medie superiori ed universi-


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tà eventualmente frequentate, ai singoli corsi accademici svolti per proprio conto. Idealmente ogni corso di una certa durata e svolto presso qualche istituzione riconosciuta è un buon candidato per l’inserimento. È preferibile invece inserire eventuali corsi di certificazione professionale nella sezione addizionale dedicata a tale scopo e che tratteremo in un successivo articolo di questa guida.

Attenzione ai titoli accademici Nel caso abbiate deciso di seguire il consiglio di preparare anche una versione in un’altra lingua del vostro profilo è raccomandabile la massima attenzione in fase di traduzione dei titoli accademici e professionali acquisiti. Ogni Stato, trattati internazionali a parte, mantiene una certa autonomia circa il conferimento di alcuni titoli, per cui quello che vale in Italia non necessariamente vale all’estero. È il caso del titolo di “dottore” (da Wikipedia), abituale fonte di confusione nei lettori stranieri: “Particolare attenzione va fatta nell’utilizzare il titolo italiano di “dottore” all’estero (in particolare nella traduzione “Doctor”) se non si possiede il titolo di “dottore di ricerca” o una laurea in Medicina e Chirurgia. Attenzione dunque ai termini tradotti, soprattutto a quelli “generici” come dottore, evitando di tradurli se non si possiedono in “senso internazionale”. In caso di dubbio meglio indicare solamente la classe di laurea senza ulteriori titoli. Ad esempio si è ottenuta una laurea triennale in qualche disciplina scientifica si può indicare “Laurea Triennale in …” ed usare Bachelor (of Science) o una delle sigle BS/BSc nella traduzione inglese del profilo.

Cosa vale la pena inserire in “altre note”? Questa è la sezione adatta ad inserire ogni tipo di dettaglio utile a definire e distinguere la vostra esperienza in quell’istituzione formativa. Nel caso di una laurea, qualora la tesi presentasse un uso di tecnologie e concetti particolarmente interessanti, si può decidere di indicare il titolo della relazione di laurea ed eventualmente una breve descrizione delle tematiche affrontate, anche solo come un elenco di parole-chiave. Volendo può essere opportuno aggiungere qualche nota circa eventuali “orientamenti didattici” ossia le specializzazioni primarie/secondarie che avete scelto per il vostro corso di laurea (normalmente in questo caso si parla delle lauree triennali o equivalenti). In Italia sono talvolta indicati come “curriculum del corso di Laurea” mentre negli altri Stati assumono altre denominazioni: ad esempio negli USA sono noti come minor e major, a seconda dell’importanza di una specifica sottospecializzazione rispetto al corso di studio “principale”. Inutile dire che se nella vostra carriera scolastica/accademica avete ottenuto menzioni d’onore è opportuno indicarle. In alternativa, potrete farlo nella sezione “Riconoscimenti e Premi“, che vedremo più avanti. Nella sezione “Formazione” trovano giusta collocazione anche corsi di specializzazione post-laurea come i Master, da non confondersi con le lauree specialistiche/magistrali indicate come Master’s Degree.

Wikipedia riporta diverse voci come Bachelor o Master’s Degree utili per determinare il nome internazionale delle varie lauree. I dottorati di ricerca completati vengono normalmente indicati con la sigla Ph.D. o PhD. Se invece lo state svolgendo potete mettere PhD Student. Considerando l’enorme valore anche nel mercato del lavoro di questo titolo accademico – soprattutto all’estero, a dire il vero – ha ovviamente senso entrare un po’ più nei dettagli della vostra ricerca, senza ovviamente eccedere.

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Se lo ritenete opportuno potete inserire in questa sezione anche le eventuali abilitazioni professionali, specialmente se particolari o non intuitive. Per esempio, se superate l’Esame di Stato da ingegnere e vi siete iscritti al relativo Albo professionale, potete aggiungere che siete diventati “ingegneri professionali”, segnalando il fatto nell’eventuale profilo in inglese tramite una delle varie sigle a disposizione come P.Eng.. Gli stage con valenza didattica (es: stage di tesi) o condotti in collaborazione con istituti didattici possono essere indicati in questa sezione. Gli stage o i tirocini di natura propriamente professionale possono invece essere indicati nella sezione “Esperienza“.

L’esperienza didattica e accademica È un dato di fatto che l’esperienza accumulata durante corsi e stage didattici spesso non venga considerata

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come vera e propria esperienza lavorativa, per cui può apparire scorretto inserirla nella sezione “Esperienza”. Questo non significa che dobbiate vergognarvene ed ometterla totalmente dal vostro profilo: se ritenete che sia stata valida ed importante per voi indicatela qui in “Formazione”. Ovviamente evitate di inserire qualunque tipo di voce superflua, di secondaria importanza o peggio, ridicola.

Mai omettere informazioni importanti Se anche non avete portato a termine un qualche corso scolastico – intendo principalmente quelli di laurea, in università – vale comunque la pena indicare che avete frequentato quello/quegli istituti. Così come non siete obbligati a scrivere i dettagli dei


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vostri titoli raggiunti – laurea, voto finale, eccetera – non siete nemmeno tenuti a scrivere esplicitamente che non avete terminato qualche corso. Siete voi a scegliere quello che volete che gli altri sappiano di voi. Tenete tuttavia presente che gli altri sono liberi di non credere per forza a tutto quello che scrivete. Ho conosciuto un discreto numero di persone che per qualche motivo – spesso per vergogna – hanno ostinatamente deciso di non scrivere nulla dei loro trascorsi all’università, semplicemente perché non hanno completato il corso di laurea. Considero questo fatto un’omissione particolarmente grave, al limite del suicidio professionale. Quando mi viene chiesto un parere sull’argomento, esorto sempre l’interlocutore di turno a non nascondere questo tipo di informazione, a meno di casi eccezionali o di strategie particolari. Ciò perché, se scoperti, si finisce poi a dover spiegare il perché di quell’omissione e questo, di norma, risulta ben più imbarazzante del dover spiegare perché non si è arrivati alla fine del corso di laurea.

“Excusatio non pentia, accusatio manifesta” Qualunque sia il vostro caso, non tiratevi la zappa sui piedi: così come non dovete nascondere chi siete e cosa/ dove avete studiato, è inutile fornire giustificazioni sul perché non avete terminato questo o quel corso di studio. Chi si scusa, si accusa. Anzi, a voler ben vedere, in un profilo/CV non si dovrebbe giustificare proprio nulla perché non è la sede opportuna per farlo. Limitatevi ad indicare il nome dell’istituto, la facoltà/ materia ed il periodo in cui avete frequentato (ricordate: niente buchi temporali nel profilo!); se è il caso aggiungete qualcosa di particolare che avete seguito o qualche attività extra-curricolare che avete svolto.

Esempio: Università di Topolinia Scienze disneyane applicate 2000 – 2001 Attività e associazioni: disegno artistico, paperologia avanzata

Tutto qui: non scrivete altro. Aspettate almeno di sentirvelo chiedere esplicitamente da un recruiter a colloquio, faccia a faccia e nel suo ufficio. Non confondete l’onestà, giusta e doverosa, con quella che in realtà non è altro che una vistosa carenza di un briciolo di astuzia nonché di amor proprio. Farsi trovare non è facile, se poi vi boicottate con le vostre mani, facendovi scartare direttamente in fase di lettura del vostro profilo…

I voti Infine, il discorso voti, relativo ad esami, diplomi, lauree, attestati, certificati, eccetera. Per quanto non sia obbligatorio aggiungerli nelle varie voci-educazione, può comunque tornare utile farlo, soprattutto nel caso siano relativamente alti: certe offerte di lavoro prevedono esplicitamente determinate qualifiche e, in un discreto numero di casi (soprattutto all’estero), anche una precisa votazione minima. Se decidete di inserire un voto, ricordatevi sempre di indicarne anche il “limiti” di votazione, ossia il fondo scala (es: 110/100 e lode per le lauree italiane): agevolerà gli eventuali reclutatori nell’atto di capire se una determinata persona soddisfa o meno un certo requisito. Ad esempio, un recruiter americano, potrà tentare di convertire numericamente il vostro voto di laurea italiano nell’equivalente grade point average (GPA). In alcune Università (es: politecnici) prima del passaggio al Nuovo Ordinamento, il voto di laurea era espresso in centesimi e non in centodecimi. Essendo lo standard italiano ormai uniformato sui centodecimi, indicare il voto ma senza il “fondo scala” può quindi portare a fraintendimenti. Non rischiate.

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BlogsPaper Dicembre 2012  

Numero 3 di BlogsPaper - Dicembre 2012

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