Bi8 ogni sguardo un passo

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Comune di Chiasso Dicastero Cultura

ogni sguardo un passo

25.11.2012—31.01.2013

Bi8 Biennale dell’ immagine



ogni sguardo un passo

25.11.2012—31.01.2013

Bi8 Biennale dell’ immagine


La Biennale dell’immagine è un evento culturale focalizzato sull’arte fotografica e sulle arti visive contemporanee – tra cui videoarte e cinema – e costituisce per gli appassionati uno dei più originali appuntamenti su territorio elvetico e, per la sua specificità di collaborazione fra istituzione pubblica e gallerie private, suscita anche un particolare interesse in ambito europeo. Con piacere sottolineo che la kermesse culturale Biennale dell’immagine è organizzata e promossa dal Dicastero Cultura e dal Dicastero Servizi, attività sociali e giovani del Comune di Chiasso, in collaborazione con la Galleria Cons Arc, oltre che con il coinvolgimento di molte altre realtà del territorio. In particolare la manifestazione 2012, che ha raggiunto la sua ottava edizione, si articola in dieci proposte culturali collocate nell’area geografica del Mendrisiotto, fra cui due eventi espositivi pubblici che trovano sede nel m.a.x. museo e nello Spazio Officina. Dopo aver affrontato nelle scorse edizioni le tematiche legate ai “confini”, alla “globalizzazione”, alle “invasioni”, alla “geografia dell’invisibile”, all’introspezione di “about us”, quest’anno la manifestazione della Biennale dell’immagine – nel suo articolato programma – propone il tema di approfondimento su figure emblematiche di donne attive nel mondo dell’arte. In quest’ottica, non riduttiva allo stereotipo di appartenere a un genere, ma rivolta alle personalità che hanno saputo svolgere, in virtù di una particolare sensibilità artistica e sperimentale, una ricerca nell’ambito delle arti visuali, il titolo della manifestazione è focalizzato dallo slogan “ogni sguardo un passo”. Titolo che offre una chiave interpretativa ai diversi percorsi artistici proposti, visti nell’ottica di una continua conquista.

Vorrei ringraziare tutti i collaboratori che si adoperano con tanta professionalità e passione, le Istituzioni cantonali e federali che sostengono tale l’attività culturale, gli sponsor che contribuiscono con la loro concreta fiducia all’appoggio fattivo delle manifestazioni e le numerose gallerie e associazioni del territorio che ci sono vicine; senza tutte queste sinergie sarebbe impensabile riuscire a proporre un programma così articolato e capace di suscitare continue riflessioni. Patrizia Pintus Capodicastero Cultura Chiasso


È difficile pensare a un fotografo che non solo non condivida con nessuno quelle che considera le sue opere più interessanti, ma che oltretutto lasci questo mondo senza aver mai gettato uno sguardo sui propri scatti, perlomeno nella forma che fino a pochi anni fa costituiva lo “stato zero” della fotografia: il negativo. Vivian Maier (New York 1926 - Chicago 2009), la grande scoperta della street photography statunitense degli ultimi anni, è uno dei rarissimi esempi in questo senso, e la grande domanda che tutti ora vorrebbero porle (la Maier è scomparsa nel 2009 all’età di ottantatré anni) è molto semplice: “Perché fotografava?” Proprio a questo enigma fondamentale, che oggi ci permette di scoprire un mondo risalente a cinquanta o sessant’anni fa come se fosse contemporaneo, lo spirito della Biennale dell’immagine 2012-2013 deve molto. Non solo perché fin dall’inizio la figura di Vivian Maier è parsa irrinunciabile e ha costituito il vero e proprio fulcro attorno al quale si sono articolate le altre scelte, ma anche perché la sua incredibile traiettoria priva di spiegazioni, senza parole e proprio forse per questo chiarissima, ci ha fatto individuare una possibile comune chiave di lettura per il modo di procedere di altre fotografe che hanno lavorato o lavorano in modo completamente diverso, seguendo però quello stesso principio riassunto nella formula “Ogni sguardo un passo”, scelta quale titolo dell’intera manifestazione. Un titolo apparentemente semplice, ma in realtà molto sfaccettato, poiché è vero che si può ridurre l’attività di ogni fotografo, prima del momento decisivo dello scatto, agli atti del vedere (lo sguardo) e del camminare (il passo), ma tutto dipende poi da cosa e come si osserva e dal contesto in cui ci si sta muovendo. Sotto questo titolo si ritrovano così, in particolare, le svariate esperienze di diverse donne fotografe, o donne artiste, di ieri e di oggi, non per scrupoli femministi, né con intenti assurdamente ghettizzanti, ma per assoluta

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convinzione nella costanza di uno sguardo e di un modo di porsi di fronte al soggetto, qualunque esso sia. Tra centinaia di migliaia di immagini, ancora tutte da esplorare, Vivian Maier ci ha lasciato in particolare alcuni autoritratti realizzati di fronte a uno specchio posto nella vetrina di un negozio, trasportato per la strada da due operai o appeso a una parete della casa della famiglia dei cui figli si occupava come governante. A colpire particolarmente in queste immagini, che per il resto ci mostrano una riservata e insospettabile Mary Poppins, è lo sguardo sereno e aperto, modesto ma determinato, che lancia a se stessa (e ai posteri?) da sopra il mirino a vetro smerigliato della sua Rolleiflex. Uno sguardo che rispecchia le parole di Walker Evans, il quale esortava i suoi allievi a “osservare” poiché è l’unico modo “per educare il tuo occhio ma non solo”. Uno sguardo “educato”, il suo, che sottintende un movimento continuo verso il proprio soggetto, che non è in trepida attesa ma che va scovato, individuato in mezzo a mille volti, a mille situazioni che si susseguono a ritmo incessante e che l’occhio del fotografo deve essere sempre pronto a cogliere. Passo dopo passo, deve essere però in grado anche di controllare il proprio stato d’animo, senza lasciarsi travolgere da quell’eccitazione che potrebbe condurlo su false piste, con il rischio di farlo finire in un vicolo cieco. Spesso capita anche alle opere di molti fotografi di venir scovate e tornare alla luce quasi per miracolo. È il caso, oltre che di Vivian Maier, delle altre tre fotografe “storiche” che la Biennale dell’immagine presenta negli spazi del m.a.x.museo. Lucia Moholy (Praga 1894 - Zurigo 1989), pur essendo considerata l’autrice della più importante opera di documentazione riguardante l’eccezionale esperienza del Bauhaus, non ha mai avuto in tempi recenti l’onore di una mostra personale, continuando a essere considerata in primo luogo come la moglie del più celebre e celebrato László Moholy-Nagy. Nella sua fotografia, che potremmo definire sperimentale,


testimonia con tagli inconsueti l’atmosfera innovativa della didattica della scuola, in particolare con la sezione dei ritratti degli stessi maestri del Bauhaus. Attiva in corsi di fotografia, Lucia si distingue per la sua capacità analitica e successivamente partecipa all’esposizione Film und Foto a Stoccarda. La sua attività di studiosa è particolarmente documentata nel suo testo A Hundred Years of Photography, pubblicato a Londra nel 1939. Le sue inaudite “incursioni” toccano anche gli ambiti della critica e della pedagogia dell’arte. Più “classici”, nell’ambito della storia della fotografia, ma ugualmente interessanti per la loro singolarità sono i percorsi seguiti da Leonilda Prato (Pamparato 1875-1958), fotografa ambulante quasi per caso collocata tra il Piemonte e la Svizzera romanda nei primi decenni del Novecento. La sua produzione è stata riscoperta solo di recente grazie a una prima incursione nel suo eccezionale archivio, e la mostra allestita a Chiasso è la prima in assoluto a offrire una panoramica della sua opera secondo criteri artistici. La stessa cosa si può dire della sua contemporanea polacca Stefania Gurdowa (Bochnia 1888-1968), la quale vede passare nel suo studio centinaia di persone nei cui sguardi sembra trapelare la consapevolezza che il loro mondo sta per essere sconvolto dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Sconvolgimenti che influenzeranno fortemente la vita della stessa fotografa, tanto che le sue Immagini, considerate perdute, riaffioreranno da un nascondiglio ricavato nel muro del suo studio soltanto una decina d’anni fa. Senza parlare del caso limite, quello di Heinrich Böhler (1881-1940) e delle fotografie da lui scattate durante gli anni Dieci del XX secolo nell’entourage viennese di Gustav Klimt, giunte inaspettatamente in Ticino senza che il nome del loro autore fosse tramandato. Un piccolo mistero che la Biennale dell’immagine è ben lieta di aver contribuito a chiarire. “Ogni sguardo un passo” è però un motto che si applica perfettamente anche agli artisti e alle artiste di oggi, nonostante i contesti e le situazioni siano mutati. Guardare, esplorare, magari con più attenzione che nel passato, e magari con maggiore sospetto e minore rispetto da parte dei potenziali soggetti, rimane il pane quotidiano di Claire Laude (1975), Piritta Martikainen (1978), Stefania Beretta (1957), Anna Leader (1979), Sara Rossi (1970), Anne Golaz (1983),

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Nicole Hametner (1981), Giovanna Silva (1975), Sabrina Biro (1981) e Barbara Lehnhof (1983), Daniela Ray (1960), oltre alle artiste Elisabetta Diamanti (1959), Giusi Campisi (1966) e Valérie Losa (1980). O ancora l’interessantissima proposta di un’esposizione intitolata Her, in cui la Fondazione Rolla offre una selezione di una trentina di immagini di donne fotografe che indagano i diversi temi, quali il ritratto, l’archeologia industriale, lo still life, le architetture, i paesaggi. La collettiva abbraccia uno spazio temporale di oltre un secolo, partendo da un’albumina del 1874 di Julia Margaret Cameron fino alle immagini più recenti di Vera Lutter e Dodo Jin Ming. Sguardi forse meno netti, i loro, passi forse più incerti rispetto a quelli delle “maestre” del passato, che potevano godere, comunque, di un campo d’azione più libero, di un orizzonte più vasto. Ma passi e sguardi ben decisi a lasciare un segno forte nel diluvio di immagini che oggi rischia di far annegare anche il nostro senso critico. I loro sono scatti “in movimento”, non in senso cinematografico (anche se a questo proposito sarà interessante verificare le interazioni tra le mostre e i film della rassegna ad hoc proposta al Cinema Teatro), ma perché vogliono portarci da qualche parte, vogliono farci condividere l’universo (grande o piccolo, vicino o lontano) che le autrici hanno già esplorato con passione. I loro lavori sono la dimostrazione, insomma, che solo la negazione dello sguardo e il divieto di spostarsi possono rendere superflua la professione di fotografo. Solo in una società priva di libertà la fotografia perderebbe la propria ragion d’essere, poiché allora ogni nostro passo e ogni nostro sguardo non ci apparterrebbero più. Antonio Mariotti Comitato 8 a Biennale dell’immagine


SpazioOfficina

Vivian Maier Un secondo sguardo

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Hier bin ich Mensch. Alexanderplatz Claire Laude

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Scènes rurales Anne Golaz

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Montagne violate Stefania Beretta

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Familiar Piritta Martikainen

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Montchoisi Nicole Hametner

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Here we lived, for here we are living and here we shall live Anna Leader

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Lanterna magica (Butterfly Heaven) Sara Rossi

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Scarto minimo Giusi Campisi

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Lucia Moholy tra fotografia e vita

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Leonilda Prato un cammino verso la luce

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Stefania Gurdowa Il doppio volto – sommersi e salvati

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Rolla.info

Her Fotografe dalla collezione Rosella e Phil Rolla

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Casa Croci

Heinrich Böhler fotografo della Vienna di Klimt

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Galleria Cons Arc

Berliner Jahrhundertläden Claire Laude

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Demosmobilia

Groupage Giovanna Silva Barbara Lehnhof Sabrina Biro

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Stellanove Spazio Arte

Ri-tratto: recondita rerum planities Elisabetta Diamanti

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Mosaico Arte Contemporanea

Le strade dei poeti silenziosi Daniela Ray

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Cucicuci Laboratorio di cucito

Non è mica vero che siamo tutti uguali Valérie Losa

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Senza il sogno di una cosa Giusi Campisi

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Doppio movimento Rassegna cinematografica

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m.a.x.museo

Cinema Teatro

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25.11 20.01 SpazioOfficina Via Dante Alighieri 4 Chiasso

Vivian Maier e le altre: sulle strade della fotografia a cura del Comitato Biennale dell’immagine La formula “Ogni sguardo un passo”, che fa da titolo a questa edizione della Biennale dell’immagine, si applica in maniera ideale nell’ampia superficie dello Spazio Officina, dove, come è consuetudine, si incontrano opere di più artisti. Non è per nulla un caso, del resto, che il fulcro dell’allestimento sia costituito da un centinaio di fotografie in bianco e nero di Vivian Maier (1926-2009), la grande scoperta della street photography statunitense degli ultimi anni, poiché fin dall’inizio la sua figura ha costituito la vera e propria “sorgente” dalla quale sono scaturite le altre scelte. Ciò non significa però che bisogna per forza individuare parallelismi forzati tra il suo modo di procedere e quello delle artiste contemporanee (Stefania Beretta, Giusi Campisi, Anne Golaz, Nicole Hametner, Claire Laude, Anna Leader, Piritta Martikainen e Sara Rossi), che dal canto loro hanno lavorato o lavorano in modo completamente diverso. A contare sono semmai gli accostamenti suggeriti, i contrasti e le sorprese che fanno da filo conduttore a un percorso libero, che intende presentarsi in primo luogo come un esercizio dello sguardo. Passo dopo passo.

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Vivian Maier Un secondo sguardo Il desiderio, nel breve contributo che segue, è di andare oltre l’aneddoto, capire il senso, l’impresa intima e la costruzione privata di una vita, non l’effimera curiosità. Inizieremo mettendo da un lato l’etichetta, “street photographer”, didascalia anche della sua primissima biografia, che purtroppo non può essere esauriente. Perché in Vivian Maier è assente ogni intenzionalità di denuncia o di cronaca, così come l’atteggiamento di buttarsi nel mondo, cercando di captarlo, nelle forme e negli eventi. Nelle sue immagini vi è sorpresa e quotidianità. Per lei non può essere impiegato un criterio autoriale o di categoria professionale (non espose e raramente stampò). Schiva al limite dell’invisibilità, preoccupata solo di conservare rullini, riviste, libri e di archiviare il suo percorso – raccontano coloro che la conobbero. Infine, ciò che al giorno d’oggi riesce difficile da concepire: la rinuncia alla superficie delle cose (per quello stupore si serve della fotografia), la rinuncia ad apparire, alla notorietà, alla nozione di carriera e alla ricompensa. Un teatro a cui rinuncia. Da qui la necessità, quasi l’urgenza, di andare più a fondo. A un livello direi esistenziale, vitale: un’impresa marcata e condotta per un’intera esistenza da una necessità impellente. Vivian Maier infatti non produce fotografie, bensì vive – letteralmente – di fotografia. Inquadrare e scattare sono altrettanto importanti quanto respirare, dormire e mangiare: sono bisogni vitali. Indossare la macchina fotografica è necessario come coprirsi d’inverno con un cappotto (il suo, sempre il medesimo, portato con un cappello da uomo, che rintracciamo negli autoritratti). Migliaia di film aspettano di essere sviluppati, proprio perché l’esigenza impellente era più forte dello stesso risultato, anche quello parziale di un provino a contatto. La Rollei diventa un’appendice del proprio corpo, del proprio ventre (gli apparecchi a pozzetto/biottiche hanno un punto di ripresa più basso, viscerale, dato che lo sguardo si dirige verso il basso, senza, curiosamente, guardare direttamente la real-

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tà). La strada è certo lo scenario, tutto il mondo è un teatro (come recita Iacopo in As You Like It di Shakespeare) che continua con perfetta aderenza a ciò che osserviamo in Maier, “e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti”. Ma la città – la sua concentrazione di spazi e di storie – è soprattutto scenografia ai propri pensieri: Vivian, non per un giorno, ma per decenni, è stata Mr. Leopold Bloom dell’Ulisse di Joyce. Con l’unica e rilevante differenza che il suo “flusso di pensiero” è visivo: la strada offre le diagonali, le linee e le forme – il palco davanti agli occhi. E proprio su questo palco entrano in scena figure autentiche – non caricature – immerse nel loro quotidiano; sagome a tratti anche dolorose, sovrappensiero. Pochi fotografi sono riusciti a dare un ritratto completo e trasversale della società, dall’alto al basso, dalla ricca borghese al clochard. Vi sono segni e scritte che invadono lo scenario urbano, pochissima cronaca (un riferimento all’uccisione di Robert Kennedy). Una realtà non sempre felice, ben diversa dalla way of life raccontata dai media. La Maier sa cogliere le solitudini, più che le sofferenze. Ma anche qualche raro abbraccio. Nella grande quantità di ritratti, più che l’espressione sembra eloquente il linguaggio del corpo: le spalle curve, le mani che “pensano” dietro la schiena. Rispetto alla street photography Vivian Maier osserva e seleziona, focalizza la sua attenzione su un dettaglio, sull’architettura creata dalla geometria, su un accostamento insolito. Una voracità che ricorda quella di Walker Evans, ma senza quell’attenzione alla superficie e alla serialità delle cose, senza intenti documentaristici – solamente biografici. Inoltre, non vi è solo la strada: scorgiamo interni di stupefacente bellezza, di una rara trasparenza poetica, di grande purezza. Le riconosciamo anche un piglio particolare nel cogliere


aspetti surreali: due vesti trasparenti, come fantasmi su un filo, un guanto perso infilato su un idrante. Non è questa la sede per trattare alcuni aspetti del suo sguardo, così pieno di umanità e incredibilmente privo di giudizio: l’evidente sensibilità nei confronti del mondo dell’infanzia, l’attenzione per i poveri e gli anziani, il rispetto per la popolazione afro-americana. La sua fotografia accarezza e ammorbidisce certi margini taglienti della società. Non abbiamo lo spazio nemmeno per immergerci in quel suo amore per il cinema (spesso incontriamo insegne luminose), riferimenti visivi che certo a un’analisi futura si riveleranno pregnanti. Appare chiaro che si tratta di un occhio educato e cresciuto nel Vecchio Continente, dalla storia dell’arte, dalle letture, dal cinema (di cui sembra che abbia scritto), immune anche da una certa esaltazione dell’oggetto, epifania del consumismo così presente in quei decenni. Nelle vetrine, come vedremo a breve, Vivian vede solo il riflesso di se stessa. Se un vertice può essere indicato nella sua opera, tanta è la qualità fotografica espressa, esso è raggiunto negli autoritratti. Per innovazione, per sperimentazione e coraggio: con pochi elementi raggiunge un disarmante quanto intimo lirismo. Il suo riflesso, attraverso uno specchio o una vetrina, un’ombra di sé con cui giocare (decenni prima di Lee Friedlander). Colpisce la creatività, l’insistenza, la messa in gioco di se stessa (sempre il medesimo cappotto, il cappello, le scarpe pesanti/grosse); un interrogarsi sulla propria incompletezza, la consapevolezza dolorosa della propria condizione marginale, non illuminata. Gli autoritratti, insomma, come gli unici punti fermi di un film interiore. Un primo piano velato. Come ha acutamente osservato Geoff Dyer, Vivian Maier esiste “solamente attraverso quello che ha visto”. Si può aggiungere che, per noi, la Maier esiste nella misura in cui rimettiamo in discussione quello che noi abbiamo visto finora. Sappiamo quanto alla fotografia venga affidato il compito, l’imperativo, di ricordare: ma cosa possiamo ricordare? La fotografia è davvero la memoria? Adoro la dicitura “Untitled, undated” alle sue immagini: nessuna frase può meglio definire il ricordo. Vivian Maier scuote le reminiscenze di chi ha guardato la fotografia americana: da Helen Lewitt a Robert Frank, da Weegee a Diane Arbus, da Walker Evans

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a Lee Friedlander. Fotogrammi come piccole madeleines visive. Non è certo qui la questione di anticipare o meno uno stile: è riconoscere, attraverso paragoni e confronti, quello che abbiamo già visto. Attraverso – fisicamente – lo sguardo di Vivian Maier, riscopriamo un passato che abbiamo vissuto, pensandolo diversamente, in una certa misura, dandoci la possibilità di pensare alla propria storia – perché è da quel passato che provengono le sue immagini, anche se non le abbiamo viste. Le fotografie di Vivian Maier sono le parole che non abbiamo detto, i silenzi che non abbiamo trattenuto. Da eccellente educatrice, è come se ci avvertisse: abbiate cura di quanto avete vissuto, e guardatevi con un poco di umana indulgenza. Gian Franco Ragno


Vivian Maier Untitled (Three Boys in a Car) 1955 30,5×30,5 cm Collezione Jeffrey Goldstein

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Chicago Suburbs (Self-Portrait, Storefront Window Reflection) 1968 30,5×30,5 cm Collezione Jeffrey Goldstein

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Vivian Maier Chicago (Children on Street II) 1968 30,5×30,5 cm Collezione Jeffrey Goldstein

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New York (Self-Portrait, Checkered Dress) 1951-55 30,5×30,5 cm Collezione Jeffrey Goldstein

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Chicago (Ticket Booth) 1968 30,5×30,5 cm Collezione Jeffrey Goldstein

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Maxwell St., Chicago (Two Shirts Hanging) 1967 30,5×30,5 cm Collezione Jeffrey Goldstein

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Chicago (Woman with Floral Hat) 1961 30,5×30,5 cm Collezione Jeffrey Goldstein

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Chicago (Man Standing with Newspapers) 1968 30,5×30,5 cm Collezione Jeffrey Goldstein

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Hier bin ich Mensch Alexanderplatz Claire Laude “Viviamo in un mondo dove tutto è merce. E ciò che non lo è ancora, lo diventa.” Lewis Baltz, in un’intervista raccolta da Rémi Coignet per «Le Monde» del 20 agosto 2012, riassume una della funzioni principali di Alexanderplatz, luogo centrale della città di Berlino, attraversato ogni giorno da molte migliaia di pedoni, mezzi pubblici e biciclette. Mescolando trasporti e commerci, luogo turistico e di manifestazioni, questa piazza è conosciuta da tutti coloro che abitano a Berlino e ha subìto nel corso della storia numerose trasformazioni e interpretazioni. Nel 2001 ho realizzato una serie su Alexanderplatz. Ho fissato momenti di vita quotidiana, ho fotografato incontri, e mi ha affascinato una costruzione con un’installazione artistica. Nel 2012 la piazza è profondamente cambiata rispetto allo sguardo che vi ho gettato undici anni fa. Luogo in divenire, il vuoto e la fisionomia precedenti hanno lasciato il posto a una giustapposizione di architetture commerciali e di strutture provvisorie destinate a negozi e pubblicità. Diversamente dal 2001 ho scelto interni ed esterni vuoti, che esprimono ai miei occhi lo scarto possibile tra le scelte progettuali effettuate e le realtà del vissuto sulla piazza. I collages di foto prima e dopo, foto di maquettes e di progetti, non presentano

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il risultato di una situazione a una certa data, ma traducono la difficoltà di percepire e comprendere le conseguenze di trasformazioni rapide e provvisorie. Il titolo “Qui io sono essere umano” è tratto da un manifesto visto sul posto, annuncio per un’offerta di lavoro come cassiera, e senza articolo traduce il sentimento di ironia e di distanza avvertito su questa piazza che mi è divenuta estranea.


Claire Laude Hier bin ich Mensch 2001/2012 Alexanderplatz 30×30 cm

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Claire Laude Hier bin ich Mensch 2001/2012 Alexanderplatz 30×30 cm

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Claire Laude Hier bin ich Mensch 2001 Alexanderplatz 30×30 cm

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Scènes rurales Anne Golaz Scènes rurales è un progetto fotografico sul destino del mondo contadino. Con riferimento al pittore Albert Anker, che ha costruito l’immagine idealizzata della vita contadina elvetica, il lavoro di Anne Golaz si interroga sulla rappresentazione del mondo rurale tramite una forte estetizzazione e la costruzione di scene ambigue. Immagini in bilico fra teatralità e realismo, con i personaggi che emergono dall’oscurità, lo sguardo sognante e pieno di domande, stanco o assente, non sono più le figure idealizzate di un’agricoltura prospera, ma piuttosto esseri vulnerabili e pieni di angosce. Il contadino, sovente rappresentato tramite le sue azioni, è qui privato di ogni gesto produttivo, in assenza di riferimenti temporali diretti. Ma allora come sopravvivere? Le riprese dove regna un’inquietante e affascinante oscurità sono completate da immagini più strettamente documentaristiche. Costruzioni agricole che diventano decoro di scene evocate e una collezione di oggetti del quotidiano che per decontestualizzazione si trasformano in estraneità, vestigia di un mondo in declino.

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Se il lavoro di Anne Golaz è basato su preoccupazioni sociali e politiche contemporanee, non pretende di fare un inventario del mondo contadino attuale. Suggestive e personali, le sue immagini ci invitano all’incontro di un mondo rurale con le sue ricchezze, la sua fragilità e le sue ombre.


Anne Golaz La cour d’Agiez dalla serie Rural 2007 77×90 cm

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Anne Golaz La jeune fille au miroir dalla serie Scènes Rurales 2008 80×100cm

Anne Golaz Le Passage Secret dalla serie Scènes Rurales 2008 80×100cm

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Anne Golaz La Landoz-Renaud dalla serie Alpage 2007 77×98cm

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Montagne violate Stefania Beretta La montagna. A volte aprono una nuova autostrada, squarciano la terra, scuotono gli alberi fino alle radici. La Vecchia soffre ancora una volta. Gli uccelli lasciano il margine della foresta, abbandonano l’autostrada. Vanno su verso le cime delle montagne e dai picchi più alti colgono orizzonti più ampi, prevedono addirittura l’era dello spazio. Etel Adnan

Stefania Beretta Montagne violate Tremola 2012 30×40cm

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Stefania Beretta Montagne violate Grimsel pass 2012 64×80cm

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Stefania Beretta Montagne violate Ghiacciaio del Furka 2012 130×160cm

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Stefania Beretta Montagne violate Ghiacciao del Furka 2012 130×160cm

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Stefania Beretta Montagne violate Schöllenen 2012 64×80cm

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Familiar Piritta Martikainen Le opere di Piritta Martikainen ci portano nel mondo incantato della Finlandia dove è nata e cresciuta. Non è però un viaggio scontato, ma un itinerario ricco di sorprese, proprio perché è la sorpresa l’elemento-chiave che, in questo momento almeno, pare interessarla di più nel suo lavoro fotografico. Sorpresa intesa come differenza tra quel che la fotografa vede nel mirino al momento dello scatto e il risultato finale. Effetto-sorpresa che nasce dall’uso di tempi d’esposizione lunghi, oppure dal movimento volontario impresso all’apparecchio, o ancora dal movimento della stessa fotografa. Un effetto “mosso” che aggiunge alle sue fotografie una dimensione di irrealtà, facendole perdere il controllo della sua opera che cambia aspetto proprio nella minuscola frazione di secondo durante la quale prende forma. Ne nascono immagini solo in parte astratte, che mantengono una loro riconoscibilità, pur assumendo d’altra parte un innegabile aspetto pittorico che ci fa respirare una sensazione di libertà. Libertà che oggi spesso i fotografi tendono a dimenticare in nome di un’utopica e fredda riproduzione della realtà. Contribuisce a trasmettere questa sensazione particolare anche il tipo di luce con la quale si confronta la fotografa: una luce nettamente diversa dalla nostra, una luce che, o è merce rara, o abbonda a dismisura persino di notte. Le immagini che ci

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presenta Piritta corrispondono quindi alla visione che un occhio umano non potrebbe mai praticare, a meno che si tratti di un occhio in costante movimento in grado di isolare singoli fotogrammi all’interno della sua visione continua. Potrebbe trattarsi, ad esempio, dell’occhio di una bambina che, librandosi nell’aria seduta su un’altalena, apra gli occhi solo di tanto in tanto per una frazione di secondo riuscendo a “stampare” sulla propria retina queste immagini sfuggenti. È proprio la parziale indeterminatezza di queste fotografie che fa sì – almeno teoricamente – che esse possano appartenere a ciascuno di noi. Sono frammenti di un viaggio – fisico ma anche interiore – in un territorio misterioso e lontano, ma al tempo stesso ben conosciuto, dove non tutto sarà mai veramente chiaro, dove all’ultimo momento ogni cosa si rimette in discussione azzerando le certezze accumulate fin lì. Un mondo dove paesaggi e personaggi sono uniti da un legame fluido che li avvicina ancora di più del solito, come se fossero inscindibili riflessi di luce diversi all’interno di un’unica irrealtà fatta di passato e presente, dove si mischiano qui e altrove e – in ultima analisi – mondo dei vivi e aldilà. Antonio Mariotti


Piritta Martikainen Floating trees 2011 47×70 cm

Piritta Martikainen Forest pond 2012 47×70 cm

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Piritta Martikainen Slowly snowing 2011 47×70 cm

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Piritta Martikainen Brother’s presence 2012 47×70 cm

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Piritta Martikainen Mother’s field 2010 47×70 cm

Piritta Martikainen Father 2010 47× 70 cm

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“Ritorno nei miei luoghi nativi cercando di fare in modo che la memoria si manifesti direttamente nella natura, nella quale la figura umana si materializza fino a diventare un riverbero che attraversa silenziosamente intere foreste. Questa serie è composta da quanto mi viene rivelato dalla natura a proposito della mia vita, del mio passato, della mia identità.”

Piritta Martikainen Reflecting 2010 47×70 cm

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Montchoisi Nicole Hametner La serie Montchoisi è un approccio a un luogo di svago, come una piscina in estate, il cui spazio d’inverno si trasforma in un campo di pattinaggio. In questo lavoro fotografico i temi della notte, dell’acqua e delle giovani donne ritornano costantemente creando un’atmosfera notturna lontana dalla quotidianità. L’assemblaggio propone un’immersione in un universo con svariati punti di riferimento suggestivi. Ho iniziato a fotografare la piscina e ho passato molto tempo a fotografare la gente dentro e intorno alle vasche, ma è nel sottosuolo, dove si trovano gli oblò che permettono di osservare i nuotatori da sotto la superficie dell’acqua, che il mio lavoro ha preso veramente forma, come pure dalle riprese notturne che mi hanno offerto un felice contrappunto rispetto al caos e alla tensione percepiti di giorno. Tra le numerose sfaccettature di quel sito ho preso rapidamente coscienza che il mio lavoro si andava costruendo su tre temi: la notte, l’acqua e le ragazze. Come al solito, ho cercato di produrre immagini piuttosto astratte che emanano una certa atemporalità. Nel raccconto della Genesi dominano le tenebre prima che arrivi la luce e l’acqua esiste prima della terra. L’acqua è una condizione essenziale per la comparsa della vita, essa stessa porta alla nascita e all’infanzia. Si può dunque intendere questo lavoro come un’evocazione delle origini.

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D’altra parte il numero tre mi appassiona, è una cifra fondamentale per la maggior parte delle civiltà, esprime la totalità, la compiutezza. Dall’antica concezione delle età della vita fino alla definizione freudiana degli stadi dell’evoluzione dell’Io, passando per le Parche, divinità romane che regnano sul destino dell’umanità dalla nascita alla morte, il numero tre ritorna costantemente, come le triadi nelle mie fotografie. Così le diverse condizioni dell’acqua, allo stato liquido, di vapore o solido, o ancora le tre tonalità dominanti nelle mie immagini di Montchoisi, il nero, il bianco e il blu. Il mio modo di lavorare non è cambiato, cerco sempre di far apparire il carattere sconcertante, inquietante di un soggetto. La notte è da lungo tempo al centro del mio lavoro. Questo nasce, tra l’altro, dal mio interesse per il romanticismo nero e per la psicoanalisi. Per contro la tematica dell’acqua è nuova: i suoi stretti legami con l’immaginario l’avvicinano alla foresta. (Tratto da un’intervista di Sylvie Henguely a Nicole Hametner) Le fotografie presentate sono state realizzate inizialmente per il libro Montchoisi. La patinoire-piscine de Montchoisi, Lausanne, Suisse, progetto a cura di Nathalie Choquard, con fotografie di Nicole Hametner e Nicolas Savary, idPure Editions, maggio 2011.


Nicole Hametner Surgissement dalla serie Montchoisi 2011 30×30 cm

Nicole Hametner Judas dalla serie Montchoisi 2011 30×30 cm

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Nicole Hametner Bord du bassin dalla serie Montchoisi 2011 60×54 cm

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Nicole Hametner Présence dalla serie Montchoisi 2011 60×44 cm

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Nicole Hametner Lignes dalla serie Montchoisi 2011 30×44cm

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Here we lived, for here we are living and here we shall live Anna Leader Here we lived, for here we are living and here we shall live (Qui viviamo, perché qui stiamo vivendo e qui vivremo) è una serie che ho prodotto per l’8 a Biennale dell’immagine di Chiasso. Al momento il mio lavoro si concentra sulle nostre reazioni al cambiamento, e in particolare sui modi con cui cerchiamo di misurarlo e controllarlo nel tempo. La serie consiste di due parti. La prima è il retro della porta della camera-armadio di mio nonno, sulla quale veniva registrata la crescita dei suoi nipoti. Ho scattato queste fotografie dopo la morte di mio nonno perché temevo che la porta andasse perduta nella vendita dell’appartamento. La seconda parte è la riproduzione di una diapositiva che ritrae una stanza dell’ultimo appartamento in cui i miei nonni hanno abitato prima di lasciare definitivamente l’America. Nell’arco di trent’anni hanno vissuto in diversi luoghi degli Stati Uniti, in Venezuela, in Sudafrica e infine in Inghilterra. A ogni spostamento la nuova casa veniva arredata con gli stessi elementi, spediti via mare da un continente all’altro: non solo i mobili ma anche la moquette, parti dei camini, componenti elettrici e assiti. Il lavoro di riproduzione mi ha costretto a confrontarmi con le tensioni compositive, psicologiche e affettive interne

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all’immagine. Questa è parte di una serie di diapositive 35 mm, una sorta di archivio visuale conservato in sacchetti di plastica assieme a negativi, copie di negativi, stampe da negativi, lettere d’amore, lettere furenti, cartine stradali e geografiche, un tappo di champagne, bollette varie, telegrammi, referti medici.


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Pagine precedenti: Anna Leader Untitled 2009 111×86 cm (2×)

Anna Leader Untitled 2009 180×270 cm


Lanterna magica (Butterfly Heaven) Sara Rossi L’opera nasce dalla suggestione per lo spettacolo della “lanterna magica”, strumento che fra il XVII e il XIX secolo anticipò la proiezione cinematografica, e dall’osservazione delle farfalle esotiche al Nature Museum di Chicago. La proiezione attraverso due sfere di vetro delle immagini girate e rielaborate dall’artista, associata a musica armena, dà vita a un’installazione ambientale di grande liricità che trasporta la realtà naturale in una dimensione onirica di estasi visiva e di sospensione temporale. I colori solarizzati e l’effetto sferico conferiscono alla visione un carattere psichedelico, insieme attrattivo e liberatorio; il battito ripetuto delle ali di farfalla, il loro posarsi su fiori e foglie assume il senso universale dell’impulso vitale, dell’adesione alla meraviglia del mondo. Scrive Sara Rossi: “Tributo postumo al film Farfallio di Paolo Gioli e al suo lavoro sulla rivelazione del dispositivo, l’idea di lanterna magica nasce dalla visione e dall’amore per le antiche immagini e proiezioni delle lanterne come da una riflessione sulla veggenza e sulle sfere di cristallo attraverso le quali sono percepibili luoghi e tempi di un altro mondo, possibile ma diverso o altrove,

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onirico e magico. La magia del cinema delle origini, con i suoi colori dipinti e le proiezioni di farfalle colorate, si anima in un nuovo paradiso il cui effetto è percepibile nella rivelazione di un mondo naturale espresso dall’erotismo di un gruppo di farfalle in amore. La distorsione (aberrante) delle sfere di vetro poste davanti all’ottica del video-proiettore filtra la luce che si materializza contribuendo a creare l’illusione che la proiezione sia tridimensionale e attraversabile come una soglia.” Stefano Pezzato


Sara Rossi Lanterna Magica (Butterfly Heaven) 2011 Video installazione proiezione attraverso due sfere di vetro 15 e 20 cm Video DVD 6' loop Colore, Sonoro ©ZEP Studio

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Scarto minimo Giusi Campisi Lo scarto minimo è un video composto da quattro episodi, storie periferiche di talenti da dilettanti, considerate come nulle e senza effetto. Al principio di esclusione, alla partizione e al rigetto delle parole considerate irrilevanti, o che al contrario ci mettono all’erta, tentando di dare loro un senso, di pronunciarle anche per noi stessi, il discorso che si svolge in queste storie si oppone con un disturbo, una stonatura. È il tentativo di mettere in atto una resistenza balbet tante, lo scarto minimo di un falso deragliamento, è il gesto risibile di sottrarsi alla resa agli altri, alla struttura che immaglia nella fitta rete del linguaggio, condannati per sempre a dirsi e a tradirsi.

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Questa e la pagina precedente: Giusi Campisi Frame dal video “Scarto minimo” 2012 Suzie Wong project + u-inductio

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25.11 —31.01 m.a.x.museo Via Dante Alighieri 6 Chiasso

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Lucia Moholy tra fotografia e vita a cura di Angela Madesani e Nicoletta Ossanna Cavadini La mostra di Lucia Moholy si inserisce nella ottava edizione della Biennale dell’immagine, manifestazione focalizzata sull’arte fotografica e sulle arti visive contemporanee. L’esposizione al m.a.x.museo dedica un focus particolare alla figura di Lucia Moholy (1904-1989), fotografa, scrittrice e insegnante, più nota come moglie dell’artista Lázló Moholy-Nagy. La sua opera è parte integrante dell’avanguardia fotografica tedesca, inserendosi nella corrente della “nuova oggettività”. Lucia Moholy comincia a dedicarsi alla fotografia nel 1922 a Weimar, aiutando il marito nelle sue formulazioni teoriche e negli esperimenti fotografici. Segue un periodo a Lipsia (con Walter Peterhans) e quindi a Dessau dove ha un proprio studio e abita in una delle case dei maestri del Bauhaus. Lucia Moholy immortala per la prima volta gli uffici della scuola del Bauhaus; nello stesso periodo sperimenta nuove riprese dedicandosi anche al ritratto di artisti amici. Rimangono importantissimi – perché ne sanno esprimere anche la personalità e il carattere – i suoi ritratti di Walter Gropius, Georg Muche, Johannes Itten, Franz Roth, Nelly e Theo van Doesburg, Anni Albers, Florence Henri, Nina e Wassily Kandinsky, Julia Feininger, Otti Berger, Heinrich Jacoby, Lilly e Hans Hildenbrand e Paul Klee nel suo atelier. Successivamente prende parte alle esposizioni Neue Wege der Photographie (Iena, 1928) e Film und Foto (Stoccarda, 1929), quindi insegna a Berlino. Nel 1933, chiuso il Bauhaus, emigra a Praga, poi a Vienna, in Jugoslavia, a Parigi e quindi a Londra (1934-39), dove apre uno studio di estetica e di posa, distinguendosi come scrittrice e ritrattista. Partecipa da intellettuale anche alla ricerca teorica sulla fotografia, scrive numerosi articoli e nel 1939 pubblica A Hundred Years of Photography 1839-1939 (Harmondsworth, 1939), una storia culturale della fotografia che rimarrà antesignana dello specifico settore. Tiene conferenze sulla scuola del Bauhaus

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e sulla storia sociale della fotografia alla London School of Printing and Graphic Arts e alla Central School of Arts and Crafts. Nel 1946 diventa responsabile cinematografica dell’UNESCO, in particolare per i paesi del Medio Oriente, e nel 1963 dirige l’Archivio storico-culturale di Istanbul e Ankara. Cresciuta fra uomini di talento e di carattere, e separatasi dal marito, dopo varie dimore Lucia Moholy decide di trasferirsi a Zurigo (Zollikon), dove continuerà la sua attività di fotografa e soprattutto di pubblicista nell’ambito della critica e della pedagogia dell’arte. Dal 1960 al 1970 ricostruisce il proprio archivio fotografico dopo la restituzione di molti suoi negativi da parte della DDR. I suoi materiali sono attualmente conservati presso l’Archivio del Bauhaus di Berlino, la Fotostiftung di Winterthur e il Musée de l’Elysée di Losanna. Lucia Moholy muore a Zurigo il 17 maggio 1989 senza lasciare eredi. La mostra presenta per la prima volta, in maniera così articolata, un centinaio di fotografie fra cui diversi vintage.



Autoritratto Lucia Moholy 1930 40×30 cm Collezione Bauhaus Archiv, Museum für Gestaltung

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Ritratto di László Moholy-Nagy 1926 24,5×17 cm Collezione Musée de l'Elysée Losanna

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Edificio dei laboratori, ripreso da sud-ovest 1925/26 14,3×21,4 cm Collezione Fotostiftung Schweiz, Winterthur

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Casa di Walter Gropius vista da nord, case dei Maestri del Bauhaus 1926 30×40 cm Collezione Bauhaus Archiv, Museum für Gestaltung

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Nina e Wassily Kandinsky nella loro sala da pranzo, edifici dei Maestri del Bauhaus, Dessau 1926/27 15,9×21,5 cm Collezione Fotostiftung Schweiz, Winterthur

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Tre elementi di un servizio da tè, Ritratto di laboratorio del Bauhaus Florence Henri design: frontale Marianne Brandt 1927 1927 23,9×17,9 cm 18×24 cm Collezione Collezione Fotostiftung Schweiz, Fotostiftung Schweiz, Winterthur Winterthur

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Brocca e posacenere prodotti nel laboratorio del Bauhaus design: Marianne Brandt 1924 15,5×15,6 cm Collezione Fotostiftung Schweiz, Winterthur

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Leonilda Prato un cammino verso la luce a cura di Daniela e Guido Giudici e del Comitato Biennale dell’immagine Non è facile, al giorno d’oggi, immaginare l’atmosfera che si respirava in uno dei numerosi mercati all’aperto che si tenevano in città e cittadine dell’Italia del Nord o della Svizzera nei primi decenni del Novecento. Tra venditori di mercanzie di ogni genere, imbonitori e mendicanti, non mancavano attrazioni in grado di suscitare l’interesse dei frequentatori abituali di questi microcosmi che, di giorno in giorno, di settimana in settimana, di stagione in stagione, si componevano per subito dissolversi e magari ricomporsi a non molti chilometri di distanza secondo geometrie effimere e sempre diverse. Tra maghi in grado di compiere prodigi sorprendenti, fattucchiere che predicevano il futuro, mostri il cui aspetto poteva far nascere profondi dubbi sull’integrità del genere umano, acrobati capaci di sfidare le principali leggi dell’equilibrio e musicisti le cui melodie riuscivano a far scordare almeno per un momento gli assillanti problemi quotidiani, il fotografo ambulante aveva un suo posto di riguardo. Le immagini che scattava di fronte a fondali raffazzonati, che tentavano di riprodurre la signorilità all’ultima moda degli studi dei suoi colleghi stanziali delle grandi città, erano merce pregiata per chi non poteva permettersi di meglio. I fotografi ambulanti si facevano così in primo luogo alfieri indiscussi di quella “democratizzazione del ritratto” che aveva costituito uno dei principali motivi di successo della fotografia fin dai suoi esordi. Per una decina d’anni, tra fine Ottocento e l’inizio del secolo scorso, Leonilda Prato vive nel bel mezzo di questo mondo di ambulanti, spostandosi senza tregua tra il Piemonte, la Lombardia e la Svizzera romanda. Partita dal suo villaggio di Pamparato, in provincia di Cuneo, dove era nata nel 1875, insieme al marito Leopoldo, fisarmonicista con gravi problemi di vista che lo condurranno ben presto alla cecità, Leonilda per diverso tempo non fa altro che accompagnarlo alla chitarra e al canto. La leggenda vuole che proprio durante un soggiorno in Svizzera, nel Canton Vaud, la donna apprenda i rudimenti della

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fotografia da un artigiano austriaco che piazzava il suo treppiede in ogni villaggio della regione. Leonilda impara presto, si procura la necessaria attrezzatura (all’epoca si lavorava ancora con grosse macchine artigianali in legno, caricate con pesanti lastre di vetro di 13×18 o addirittura 18×24 cm) e si “inventa” così un’attività autonoma che continuerà a esercitare, con ritmi e necessità diverse, fino a poco prima della morte, avvenuta nel 1958. Questo mestiere si rivela del resto anche un affare relativamente redditizio, se pensiamo che quando, dopo la nascita dei primi due figli, la coppia sarà costretta a tornare a una vita sedentaria, grazie al gruzzolo messo da parte Leonilda potrà aprire una merceria nel suo villaggio natale. Un successo imprenditoriale che certo non rappresentava la norma in questo campo, ma al quale si può pensare abbia contribuito in misura determinante il fatto che fosse una donna a vestire i panni solitamente maschili del fotografo. Una peculiarità di sguardo e di affinità che si ritrova senza dubbio nei suoi ritratti femminili oggi conservati nell’archivio depositato presso l’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Provincia di Cuneo, caratterizzati da una particolare cura per l’aspetto vestimentario e per gli accessori che spesso Leonilda forniva personalmente ai suoi soggetti. Una caratteristica che distingue nettamente la sua opera da quella dei suoi colleghi maschi, ma che non ne fa un’interprete particolarmente “frivola” di un’arte che, all’epoca almeno, è caratterizzata in primo luogo dalla rigida riproduzione di modelli estetici e di composizione che si ritrovano con pochissime variazioni nelle immagini di fotografi di regioni, e soprattutto di status sociale, molto distanti tra loro. Il fatto che le circa tremila lastre impressionate da Leonilda Prato giunte fino a noi non siano datate né catalogate, non ha finora permesso, nonostante le importanti testimonianze raccolte, di seguire secondo criteri certi l’evoluzione della sua produzione, distinguendo in particolar modo la sua fase di


ambulante da quella stanziale. Le immagini in mostra sono quindi state scelte con motivazioni essenzialmente estetiche e al tempo stesso intendono rappresentare i diversi generi di ritratto che ricorrono nell’opera di Leonilda Prato. Un “campionario” che si rivela estremamente ricco e interessante, anche perché dimostra come la fotografa fosse in grado di trasporre alcuni aspetti provenienti dalla tradizione “alta” a livelli delle classi sociali più modeste che costituivano la stragrande maggioranza della sua clientela. L’esempio più significativo in questo senso è costituito dalla fotografia che ritrae due ragazze (sorelle?) vestite con abiti molto simili, intente a scambiarsi un libro aperto al di sopra delle acque di una piccola cascata che, un paio di metri sotto di loro, si getta in una pozza. Tale immagine conferma la grande abilità della fotografa nel saper gestire queste non sempre facili situazioni en plein air, che nel suo archivio fanno il paio con quelle invece più controllabili, nelle quali Leonilda fa uso di fondali creati da lei stessa (con panni, lenzuola o con la sua coperta decorata con la scritta “Fotografia Prato”) o già esistenti (muri, porte). Al di là del simbolismo dell’acqua che scorre come immagine del tempo che passa, emerge in questo caso l’idea della giovane donna colta la quale, nemmeno nel contesto bucolico che la circonda, rinuncia a istruirsi. Un’immagine evidentemente veicolata da modelli più “nobili”, ma che Leonilda mette in scena con accuratezza ed efficacia, rivelandosi a pieno titolo quell’“operaia della fotografia” che – come evidenzia Alessandra Demichelis – “non amava sperimentare, né giocare con i suoi soggetti, tanto che a uno sguardo superficiale i suoi ritratti possono apparire perfino monotoni. Raramente si concedeva un divertissement, o quantomeno una variante, e tuttavia, al di là del fatto che fossero voluti o frutto della casualità, alcuni esiti sono a dir poco bizzarri quanto non decisamente comici”.

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Due aspetti perfettamente complementari della sua opera che la nobilitano e la rendono ancora più interessante ai nostri occhi: quantitativamente parlando si tratta di un insieme omogeneo da cui si possono dedurre regole di composizione e di messa in scena che valgono anche per altri fotografi coevi; dal punto di vista qualitativo si delineano invece opere di innegabile originalità che danno spessore alla personalità di Leonilda Prato: insostituibile testimone di un’epoca in cui la fotografia riusciva ancora a cogliere ogni aspetto – e ogni mutamento – dell’esistenza umana. Antonio Mariotti


Stefania Gurdowa Il doppio volto Sommersi e salvati a cura di Daniela e Guido Giudici e del Comitato Biennale dell’immagine Figlia di un maestro, nata a Debica nel 1888, nel Sud della Polonia, Stefania Gurdowa ha imparato l’arte fotografica di studio in un’epoca in cui – primi decenni del Novecento – ognuno poteva onorarsi, spesso per la prima volta, di un ritratto. Figura tenace, Stefania Gurdowa fu una fotografa abituata a ricominciare da capo la sua vita e la sua attività. Ricominciò dopo il divorzio dal marito, sola con la figlia Zosia e un pianoforte come unico arredo, o anche dopo che i nazisti requisirono il suo studio, in Slesia. Nel dopoguerra si occupò anche della nipote Basia, prima che questa raggiungesse la madre in Francia. Stefania Gurdowa si spense nel 1968 e il suo immenso archivio andò disperso. Scarni i dati biografici per una donna che si assunse, forse inconsapevolmente, il compito di ritrarre una società – quella polacca tra gli anni Venti e Trenta, per quanto ci riguarda – prima delle pesanti distruzioni del secondo conflitto mondiale. Una donna che nascose in un muro una scatola di negativi su vetro, salvandoli dall’oblio. Oggi, nella riproduzione di queste lastre di vetro, gran parte della tensione visiva è data dalla doppia presenza, due volti per quelle che erano due stampe distinte. Inizia qui un gioco involontario di coppie. A volte si tratta del medesimo ritratto leggermente divergente, altrove troviamo figure somiglianti di cui si indovina la parentela, in altre occasioni persone estranee tra loro, in un fertile contrasto visivo. In rari casi, rovesciate rispetto all’altro, come carte da gioco. Un’inconciliabilità involontaria quanto espressiva. Nell’insieme, nei ritratti domina lo sguardo fisso del raffigurato, leggermente timoroso, prevalentemente senza espressione – una sorprendente fissità quasi seriale sottolinea lo scenario scabro, sobrio fino al minimalismo. Tutti caratteri che danno al lavoro della Gurdowa un sapore concettuale, quasi contemporaneo. Persino le macchie, le tracce delle muffe creano un’involontaria e suggestiva cornice. Sembra quasi che ogni persona, di età e ceto differente della

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Polonia del tempo, abbia sentito la necessità di porsi davanti alla Gurdowa, il cui sguardo ha una stupefacente capacità di uniformare, di livellare a un piano medio le differenze. Con costanza democratizzante il suo sguardo unisce e, una volta raggiunta l’uniformità, non rimane che affidarsi a un unico dato: la variabilità dei dettagli. Un bottone sul cappotto nero profondo, un nodo della cravatta, un taglio dei capelli, il disegno di un tessuto, la veste troppo grande di un ragazzo. In questo senso è il trionfo del punctum teorizzato da Roland Barthes – dell’interesse per il dettaglio, un interesse pungente “che, partendo dalla scena, come una freccia, mi trafigge”. E ancora. Emergono le domande che quasi non osiamo farci, sul destino, su ciò che è successo dopo lo scatto. Che fine hanno fatto quegli uomini, quelle donne, quei bambini? Di lì a poco la Polonia sarà scenario di vicende atroci, stretta tra due totalitarismi, con vicende in cui l’uomo sembra aver perso ogni contorno della sua umanità. Ma come denominare l’insieme dei volti: come rendere giustizia a coloro che possiamo rivedere, ma anche a quelli di cui non rimane neppure un traccia? Come denominare quel frammento, segmento arbitrario quanto significativo della società polacca del tempo, prima del diluvio della storia, prima dell’apocalisse? Dolorosamente, ho rievocato quel Sommersi e salvati di Primo Levi che è, ancora oggi, una delle voci attraverso cui leggere quel grande dramma. Se infatti molta parte dell’archivio della Gurdowa è andata distrutta, siamo confrontati a una sfida e a un dubbio: perché proprio quell’insieme di negativi è arrivato fino a noi? È un tentativo di salvare qualcuno da qualcosa? A chi appartiene quel volto che non deve essere visto e riconosciuto? Qual è il compito (morale) affidatoci dalla Gurdowa? Gian Franco Ragno


“Che cos’è la Storia? Non è forse semplicemente quel tempo in cui non eravamo ancora nati?” Roland Barthes

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Leonilda Prato Ritratti Inizio Novecento 21×16 cm

Autoritratto con il marito Leopoldo Inizio Novecento 21×15,2 cm

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Leonilda Prato Ritratti Inizio Novecento 21×15,8 cm (3×)

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Leonilda Prato Ritratto Inizio Novecento 21×16 cm

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Stefania Gurdowa Ritratti in studio Inizio Novecento 19×28 cm (2×)

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Stefania Gurdowa Ritratti in studio Inizio Novecento 19×28 cm

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Stefania Gurdowa Ritratti in studio Inizio Novecento 19×28 cm (2×)

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25.11 —31.01 Rolla.info Via Municipio Bruzella

La mostra si svolge presso l’ex scuola d’infanzia di Bruzella, ora Rolla.info, che dal giugno 2010 ospita mostre fotografiche sostenute e curate dalla Fondazione Rolla, uno spazio espositivo privato senza scopo di lucro. Bruzella si trova in Valle di Muggio, ora parte del Comune di Breggia.

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Her In occasione della 8 a Biennale dell’immagine - Ogni sguardo un passo, la Fondazione Rolla propone una mostra collettiva composta da una selezione di opere appartenenti alla collezione privata di Rosella e Phil Rolla. Le fotografe indagano diversi temi quali il ritratto, l’archeologia industriale, lo still life, le architetture, i paesaggi. La collettiva abbraccia uno spazio temporale di oltre un secolo partendo da un’albumina del 1874 della fotografa inglese Julia Margaret Cameron, esponente del pittorialismo, passando per il dirigibile dell’avventuriera Margaret Bourke-White, i ritratti di Dorothea Lange, le frabbriche di Germaine Krull, Hilla Becher e immagini inedite di Ruth Hallensleben, a cui la Fondazione ha già dedicato una mostra nel 2011, fino alle immagini più recenti di Vera Lutter, Lynn Davis e Dodo Jin Ming. Elenco delle fotografe in mostra: Hilla Becher Ruth Bernhard Edith Bodenstein Margaret Bourke-White Julia Margaret Cameron Elisabeth Chiles Lynn Davis Rineke Dijkstra Flor Garduño Ruth Hallensleben Elisabeth Hase Roni Horn Dodo Jin Ming Germaine Krull Dorothea Lange Susi Lindig Vera Lutter Anna Meschiari Lucia Moholy Catherine Opie Francesca Woodman

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Pagina precedente: Ruth Bernhard Victorian Nude 1967 stampa ai sali d’argento 25,4×18,4 cm Francesca Woodman Untitled 1980 stampa ai sali d’argento 22,1×19,8 cm

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Ruth Hallensleben Inneres eines modernen Kühlturmes 1957 stampa vintage ai sali d’argento 23,1×17,6 cm

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Dorothea Lange Untitled 1926 stampa vintage ai sali d’argento 14,3×17 cm

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25.11 —19.01 Casa Croci Piazzale Municipio Mendrisio

L’oro e la danza La Vienna di Gustav Klimt nelle fotografie di Heinrich Böhler

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Heinrich Böhler fotografo della Vienna di Klimt Fotografie dalla Fondazione Macconi a cura di Gianna Macconi e Gian Franco Ragno Heinrich Böhler, imprenditore e mecenate, fotografo e più tardi pittore, fu una figura rilevante della Vienna del primo Novecento, oggi in parte rivalutata grazie alla grande ondata di studi intorno alla figura di Gustav Klimt, di cui ricorre nel 2012 il 150° anniversario della nascita. Un fotografo amatore, come era d’uso nelle famiglie della buona società, che utilizzava strumentazione e materiali di alta qualità. Sappiamo che nel 1910 partecipò all’esposizione annuale della Royal Photographic Society, unico fotografo austriaco. Fece parte inizialmente di un movimento, quello “pittorialista”, che ebbe il pregio di diffondere l’interesse per la nuova arte fotografica a livello mondiale, rimanendo tuttavia ancorato come genere alla pittura. La Fondazione Macconi di Mendrisio conta fra le sue carte venticinque photogravures titolate e datate da Böhler stesso, un suo disegno e alcuni acquarelli provenienti dalla Sammlung Heinrich Böhler, di cui uno recante la scritta “Egon Schiele1912”. Suggestioni che hanno dato il via alla ricerca di notizie grazie alle quali si è giunti a una prima sistemazione delle informazioni intorno all’autore in un catalogo. Sulla vita di Heinrich Böhler esistono poche notizie certe. Nacque a Vienna il 1° agosto 1881. Suo padre, il maggiore dei fratelli Böhler, Emil, fondatore di un importante gruppo metallurgico su scala mondiale, Gebrüder Böhler & Cie, morì durante il primo anno di vita di Heinrich; la madre, Eleonore Eibel, era di origine svizzera, più precisamente del Canton Zurigo, il che permise al figlio di ottenere la cittadinanza elvetica. Heinrich conobbe e divenne amico e collezionista di Klimt e di altri protagonisti dell’ambiente artistico dell’epoca, soprattutto dell’architetto Josef Hoffmann. Le fotografie di Böhler che raffigurano Klimt ed Emilie Flöge durante il loro soggiorno sull’Attersee nel 1909 sono state lungamente, sino alle pubblicazioni più recenti, attribuite ad altri o semplicemente catalogate come anonime. In realtà oggi possiamo confermare,

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grazie al nostro studio, che sono proprio del rampollo della famiglia Böhler, datate e intitolate a matita dallo stesso autore. Esse sommano la qualità fotografica di una ripresa a grande formato a una spontaneità tipica della fotografia di famiglia, costituendo una testimonianza per molti versi unica. Sin da giovanissima, musa di Gustav Klimt, Emilie Flöge fu ella stessa artista e punto focale della scena artistica viennese del tempo, ritratta da Heinrich per ben sei volte. Ma il nucleo più consistente delle photogravures in possesso della Fondazione Macconi è costituito dai ritratti della diva del cinema Stacia Napierkowska (1891-1946), in un contesto arredato con mobili riferibili all’attività della Wiener Werkstätte: mobili intarsiati disegnati da Kolo Moser nel 1904 e sedie di Josef Hoffmann disegnate per l’atelier delle Schwestern Flöge. Dalla serie con la giovane attrice, allora diciannovenne, ciò che emerge maggiormente è la libertà nelle pose, una naturalezza e un grado di complicità con lo sguardo del fotografo che non ha precedenti nella fotografia dell’epoca, rimasta ancorata a modelli pittorici: basta un rapido confronto con gli esempi coevi – pose statuarie, rigide e inespressive sia nello sguardo sia negli arti – per confermare che stiamo assistendo a un cambiamento significativo di gusto, con risultati inediti. Stacia Napierkowska interpreta passi di danze orientali, oppure gioca in positure che prefigurano la gitana Esmeralda, che interpreterà in Notre-Dame de Paris di Albert Capellani, o ancora assume atteggiamenti da femme fatale. Scema la tensione interpretativa dell’attrice nelle riprese con abiti più contemporanei – quelli della Wiener Werkstätte – dove si presenta più moderna e reale, conservando però una consapevole e disinvolta eleganza. Un fondo, quello indagato, che si contraddistingue non solo per il grande valore documentario – pensiamo soprattutto al campo delle arti applicate, della moda e del costume – ma anche per la capacità di Heinrich Böhler di superare i modelli “pittorialisti” grazie alla complicità con Stacia Napierkowska, arrivando a una propria limitata quanto significativa versione della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale, contenuta poiché si concentra nello spazio di una stanza. Le notizie sull’attività fotografica di Heinrich Böhler si arrestano al 1911. Il motivo di tale interruzione fu probabilmente

Pagina precedente: Heinrich Böhler Maler G. Klimt u. Emilie Flöge, Kammer a/ Attersee 1909 21,6×13,8 cm

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dovuto all’impegno presso la ditta di famiglia, che richiedeva anche lunghi viaggi all’estero. Più tardi, intorno al 1914, egli divenne sostenitore, collezionista e allievo di Egon Schiele, del quale, insieme al cugino Hans Böhler, anch’egli pittore, costituì una considerevole collezione. Dopo un tentativo, intorno alla metà degli anni Venti, di dedicarsi totalmente alla pittura, nel 1926 Heinrich si stabilì definitivamente a Sankt Moritz, dove si spense nel 1940, nella casa costruita da Heinrich Tessenow nel 1916-18. Mabel Böhler, la vedova, si trasferì in seguito in Ticino. Qui, contattata dal collezionista e biografo di Egon Schiele, Rudolf Leopold, all’inizio degli anni Cinquanta vendette gran parte della collezione del marito. Morì a ottantasette anni a Lugano, il 20 agosto 1963, senza lasciare eredi diretti. La villa di Sankt Moritz, nonostante le opposizioni di intellettuali e storici dell’architettura, venne demolita. Gian Franco Ragno Testo tratto dal catalogo pubblicato in occasione dell’8 a Biennale dell’immagine di Chiasso e della mostra a Casa Croci di Mendrisio, L’oro e la danza. La Vienna di Klimt nelle fotografie di Heinrich Böhler, a cura di Gianna Macconi e Gian Franco Ragno, ed. Museo d’Arte Mendrisio, 2012.


Heinrich Böhler Frl. Emilie Flöge, Wien 1910 25,4×18,1 cm

Heinrich Böhler Frl. Emilie Flöge, Wien 1910 26×18,8 cm

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Heinrich Böhler Tänzerin Napierkowska, Paris Wien 1910 20,5×17,5 cm

Heinrich Böhler Tänzerin Napierkowska Wien 1910 27,5×18,1 cm

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25.11 —31.01 Galleria Cons Arc Via Grütli Chiasso

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Berliner Jahrhundertläden Claire Laude Berliner Jahrhundertläden è una serie di fotografie di 32 negozi e laboratori di Berlino avviati e gestiti dalla stessa famiglia da più di una generazione. Dal 2007 al 2010 Claire Laude, architetto e fotografa, insieme a Sabine Zimmer, regista e scrittrice, hanno cercato e documentato questi luoghi. Nel settembre 2010 il loro lavoro si è trasformato in un libro fotografico edito da Lehmstedt a Lipsia. Le fotografie di Claire Laude mettono in scena luoghi carichi di cultura: negozi e atelier berlinesi. Per Claire Laude l’atmosfera è altrettanto importante dei dettagli, e invece di stringere l’inquadratura la fotografa apre lo spazio agli spettatori e mostra i negozi e i loro proprietari, e ancor più sovente luoghi svuotati della presenza umana. Abbiamo a che vedere con un universo denso di oggetti. Un bric-à-brac preciso. Una diversità ordinata… Le fotografie dei negozi berlinesi ci affascinano perché presentano un mondo nello stesso tempo ordinato e ricco di mille sfaccettature. Abbiamo l’impressione di poter trovare tutto senza dover cercare niente. Carmen Eller

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Pagina precedente: Claire Laude Berliner Jahrhundertläden Schmuckladen 2010 40×40 cm

Claire Laude Berliner Jahrhundertläden Bekleidungsladen 2008 80×100 cm

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Claire Laude Berliner Jahrhundertläden Fischräucherei 2008 65×65 cm

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Claire Laude Berliner Jahrhundertläden Bildgiesserei 2008 80×100 cm

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25.11 —31.01 Demosmobilia Via Pestalozzi 11 Chiasso

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Groupage Giovanna Silva Barbara Lehnhof Sabrina Biro La mostra di fotografie di Giovanna Silva, Sabrina Biro e Barbara Lehnhof, ospitata presso Demosmobilia in occasione dell’ottava edizione della Biennale dell’immagine, può essere utilmente paragonata, come suggerisce il titolo, a un insieme di colli di diversa provenienza, ammucchiati su una paletta per una spedizione in groupage. Al di là delle differenze di approcci estetici, di registri espressivi e di scelte tecniche che caratterizzano queste tre autrici, le loro opere fotografiche condividono infatti un’identica destinazione o, per meglio dire, uno stesso destinatario: l’occhio puro, ma al contempo tenacemente insistente, di chi il mondo lo interroga con lo sguardo, non sottraendosi mai alla realtà che l’obiettivo inquadra; un occhio che, parafrasando Cézanne, potremmo dire “pensa in fotografia”. Ognuna delle tre fotografe, muovendosi all’interno dei confini di uno specifico e tradizionale genere artistico – la natura morta, il ritratto e il paesaggio –, propone al nostro sguardo un’indagine del reale sub specie fotografica, che è però anche un invito alla riflessione sul mezzo che stanno utilizzando. Al centro del lavoro di Sabrina Biro troviamo il mondo del tatuaggio e il suo sincretismo simbolico che viene tradotto nelle forme della natura morta, anzi in quello specifico genere di nature morte che sono le vanitas. Partendo dai campionari di cui si avvalgono i tatuatori la Biro isola alcuni soggetti che dapprima ricostruisce in forma tridimensionale avvalendosi di oggetti quotidiani e che poi fotografa collocandoli su un fondo neutro. Il curioso repertorio iconografico del mondo del tatuaggio, “incarnato” nella realtà e poi nuovamente ricondotto alla bidimensionalità, finisce per assumere nelle sue fotografie una dimensione poetica e surreale. Nelle fotografie stampate su tela di Barbara Lehnohof il genere del ritratto viene rivisitato attraverso un gesto performativo dalla forte impronta esistenziale. I ritratti dei diversi

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componenti della band in cui l’artista milita non sono infatti colti attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, ma attraverso lo scanner di una fotocopiatrice digitale di un comune centro commerciale, sulla quale ognuno di loro ha appoggiato il proprio volto. Con i loro lineamenti appiatti e deformati dalla superficie invisibile del vetro, questi ritratti diventano la scansione fedele del quotidiano disagio del vivere. Nella serie dedicata alle cascate del Niagara da Giovanna Silva, infine, tre fotografie – quella di un arcobaleno che si staglia sulle rocce, quella dell’acqua cupa e spumeggiante che ribolle e quella di una nuvola di vapore che dissolve il paesaggio nel candore indefinito del bianco – si dispongono a formare una sorta di sequenza narrativa minimale, eppure ricca di tensione drammaturgica, che si ispira alla vicenda di Matthew Webb, il primo a compiere, alla fine dell’Ottocento, la traversata della Manica a nuoto e che proprio nel tentativo di passare sotto quelle cascate trovò la morte. Elio Schenini


Niagara Falls Il lavoro fa parte di una serie incentrata sul rapporto dell’uomo con l’acqua. Sono moduli narrativi che si ispirano a persone realmente esistite e alla loro storia. Nel caso delle cascate del Niagara il lavoro si ispira a Matthew Webb, il primo uomo ad attraversare lo stretto della Manica nel 1875. Ho ritrovato la sua figura all’interno del libro di Charles Sprawson, L’ombra del massaggiatore nero. Racconta Sprawson: “Sprezzante del pericolo, voleva attraversare il canale della Manica. Si allenò duramente e fece un primo tentativo nel 1875, ma si fermò a metà. Ritentò dodici giorni dopo. Arrivò dopo ventidue ore. Divenne quasi un eroe. Le cronache dicono che contribuì a dare un impulso al nuoto in tutto il paese. Le piscine di

Londra sono gremite di giovani con il culto di Webb. In seguito Webb terrà conferenze, ma la mancanza di soldi lo porterà a esibirsi di nuovo. In un periodo in cui era in crisi si decise per un’ultima grande impresa: passare sotto le cascate del Niagara a nuoto. Webb mirava al denaro e alla fama. Ma morì, e c’erano tanti spettatori.” Il lavoro parte da una suggestione biografica e narrativa per trasformarsi in un’immagine di paesaggio ricca di storia.

Giovanna Silva #1 dalla serie Niagara Falls 2011 80×90 cm

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Giovanna Silva #5 dalla serie Niagara Falls 2011 80×90 cm

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Giovanna Silva #2 dalla serie Niagara Falls 2011 80×90 cm

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Day Off È un progetto nato in un momento ben preciso: il 12 aprile 2012 presso lo shopping center E. Leclerc di Mulhouse, in Francia. Ero quasi alla fine di un tour europeo di due settimane con la mia band Peter Kernel. Dopo aver percorso molti chilometri e trascorso tante ore sul furgone la stanchezza si stava facendo sentire. Iniziavano le discussioni e le tensioni. Un day off è un giorno libero: un giorno in cui non si suona, e per una band è mortale in tutti i sensi. È costoso e noioso. Sono giorni lunghissimi, con poco da fare se non parlare e fare il punto della situazione. Una sorta di debriefing sul tour, sul gruppo, sulle scelte di vita. Possono essere giorni pericolosi. Quel giorno io, Aris, Miriam, Julien e Gregoire quasi non ci parlavamo. Avevo l’impressione che quel tour ci avesse prosciugati. Camminavamo trascinando i piedi, aspettando il giorno dopo. Dovevamo ammazzare il tempo, ma era il tempo che ci stava ammazzando; e volevo documentarlo. Verso le 14,30 siamo andati al centro commerciale e ho fotocopiato la faccia di ognuno. Volevo mettere sotto vetro l’alienazione, la noia, la stanchezza e la rabbia di quel preciso momento. L’ho fatto per me innanzitutto e in secondo luogo perché sapevo che questo gioco avrebbe dato una svolta alla giornata. Ho documentato il momento più basso del tour, quasi vicini allo scioglimento della band.

Barbara Lehnhof Senza titolo dalla serie Day Off 2012 fotocopie a colori 180×120 cm

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Barbara Lehnhof Senza titolo dalla serie Day Off 2012 fotocopie a colori 180×120 cm

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Barbara Lehnhof Senza titolo dalla serie Day Off 2012 fotocopie a colori 180×120 cm

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Sabrina Biro Guns & roses dalla serie Skin 2011 71×57,5 cm

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Sabrina Biro Skull dalla serie Skin 2011 71×57,5 cm

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Skin Nel tentativo di stabilire una ricerca sul mondo del tatuaggio, in rapporto con il concetto di vanità contemporanea, ho realizzato una serie di nature morte ispirate ai “planches flash”(schede con vari disegni utilizzati come punto di partenza per i loro lavori da alcuni tatuatori). Ho così riprodotto motivi tridimensionali riflettendo sul significato degli oggetti scelti, per sottolineare l’aspetto simbolico presente in questo universo. Queste immagini rappresentano i diversi livelli tra bidimensionalià e tridimensionalità, o più semplicemente il percorso dal disegno all’oggetto fino alla fotografi a.

Sabrina Biro Sacred Heart dalla serie Skin 2011 71×57,5 cm

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25.11 —20.01 Stellanove Spazio Arte Via Stella 9 Mendrisio

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Ri-tratto: recondita rerum planities Elisabetta Diamanti Le tre serie intitolate Ammi majus, Taraxacum e Papaver rhoeas prendono vita tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Alla base di ogni gruppo di opere risiede la medesima ricerca espressiva, atta a indagare gradualmente l’essenza visiva degli elementi vegetali per poter arrivare a una loro intima rappresentazione interiore. Il valore di questa produzione artistica non risiede unicamente nel raggiungimento di una precisa immagine. Le singole opere vanno lette come risultati di un’esperienza conoscitiva, emotiva e mentale alla quale l’artista attribuisce il principale significato della sua azione creativa. Il bisogno di ripresentare la realtà così come l’occhio la coglie d’impatto, razionale e immediata, è il motore dell’elaborazione della prima lastra. Alla luce di questa necessità la ceramolle viene eletta a tecnica prediletta, l’unica in grado di immortalare, come uno scatto fotografico, l’attimo in cui il soggetto viene colto esattamente come appare. Dopo aver ottenuto l’impronta degli elementi vegetali ha inizio una fase di concentrazione su specifici particolari della matrice. L’immagine viene scrutata dall’interno, da differenti punti di vista. Come i ricordi del passato e le consapevolezze acquisite rifluiscono nella vita di ogni giorno, allo stesso modo

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tracce segniche provenienti da lastre realizzate in precedenza, si stratificano sui frammenti isolati dell’opera iniziale. Le diverse stampe che vengono alla luce sono opere autonome e nello stesso tempo studi miranti a sviscerare la veste sensibile dei soggetti, aprendosi come finestre sull’anima della loro struttura interna. Lentamente l’apparenza riconoscibile del dato reale lascia il posto all’idea che se ne è fatta l’artista. È il manifestarsi di quest’ultima a chiudere il cerchio dell’azione. Solo a questo punto si sceglierà di intervenire a puntasecca su una nuova lastra, dove resterà simbolicamente testimoniata l’avvenuta interiorizzazione dell’immagine. Giulia Lopalco


Elisabetta Diamanti Ammi Majus I 2012 94×39 cm

Elisabetta Diamanti Ammi Majus 2012 94× 39 cm

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25.11 —29.12 Mosaico Arte Contemporanea Via Emilio Bossi 32 Chiasso

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Le strade dei poeti silenziosi Daniela Ray Meno male che ogni tanto arrivano loro, nelle nostre città, a ricordarci che la vita sa essere bizzarra e camaleontica, giocoliera e funambolica. Stiamo parlando dei buskers. Ma a differenza dell’inglese, lingua succinta e pragmatica, l’italiano non ha un vocabolo unico per definirli: per noi sono gli “artisti di strada”, un’espressione che include tanti virtuosi del colore, del suono, della mimica e della ginnica. Si esibiscono gratuitamente in piazza, in mezzo alla via, sui sagrati e in galleria. Comunque sempre all’aperto e a contatto con la gente, ovunque vi sia un andirivieni pedonale o la possibilità di uno scambio fisico con la folla, di un incontro vivo coi bambini – la categoria che dà senz’altro più soddisfazione – ma anche con gli adulti che magari hanno dimenticato come erano da piccoli. Si tratta di persone che spesso hanno alle spalle una vita tribolata, che fanno fatica a sbarcare il lunario e che quindi sperano in una moneta in cambio della loro performance. Siano sempre i benvenuti questi maghi dell’intrattenimento improvvisato, questi creatori d’incanto che divertono e stupiscono il pubblico mangiando fuochi e inghiottendo spade, ipnotizzando serpenti o ballando sui trampoli, suonando strani strumenti inventati da loro o camminando su fili sospesi in altissimo, restando immobili come statue che respirano o disegnando sul marciapiede Madonne così veridiche che ad alcuni, passando, vien

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da fare il segno della croce. E poi ecco i giocolieri che calamitano l’occhio incredulo, i cantastorie che ci fanno scordare la noia e l’abitudine, e poi naturalmente le maschere che ci turbano e inquietano dentro. Daniela Ray li ha fotografati tutti, muovendosi errabonda negli anni da Bergamo alla Spagna, da Como a New York e da Venezia ad Ascona in occasione del IX Festival “Artisti di strada” organizzato da Dimitri, famoso mimo che gestisce anche una scuola di fama internazionale. Viandante senza pregiudizi e con la fantasia e lo stupore di un’artista dal cuore simile a coloro che fotografa, Daniela Ray ha realizzato immagini a colori perfettamente composte ed esposte, nonostante la velocità di talune piroette difficili da “bloccare” o il buio degli spettacoli notturni tra fumi, vapori e nebbie. Le strade dei poeti silenziosi – questo il titolo della sua mostra presso la Galleria Mosaico di Chiasso, gestita dalla signora Macconi e specializzata in pittura – fa parte della Biennale 2012 e include, tra i pezzi forti, anche il ritratto dell’americano residente in Francia Howard Buten “Buffo”, al contempo clown, scrittore, psicologo e violinista. Cristina Franzoni, «Zoom Magazine»


Pagina precendente: Daniela Ray Sul filo 2012 60×40 cm Daniela Ray Una notte d’estate 2012 40×60 cm

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Daniela Ray Assolo 2012 40×60 cm

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Daniela Ray Tamburino 2012 60×40 cm

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1.12 —20.01 Cucicuci Via Livio 1 Chiasso a cura di Chiasso, culture in movimento Andrea Banfi, Lucia Ceccato e Simonetta Candolfi Una ex galleria di arte contemporanea nel cuore della City, a due passi da una delle più grandi banche del mondo, ospita un laboratorio di cucito per immigrate. Donne africane nei loro vestiti colorati cuciono una borsa dalle sobrie linee del design, che conterrà il catalogo di una rassegna di arti visive. Il loro lavoro non sarà retribuito in denaro, ma verrà scambiato con oggetti, merci o servizi che rispondono ai loro bisogni più basilari: generi alimentari, pampers, oggetti di uso comune. C’è anche un uomo, lui è già sarto, viene dall’Afghanistan.

Nello stesso spazio, le opere di due artiste che in forma diversa riflettono sul tema del lavoro contemporaneo, su come le donne vivono dentro un’organizzazione del lavoro pensata dagli uomini, e sullo scarto che per tutti, donne e uomini, segna il rapporto tra il lavoro e il sogno, tra il lavoro e la nostra coscienza. Cucicuci è un luogo espositivo, che ospita le immagini di Valérie Losa e un’installazione di Giusi Campisi. Cucicuci è un laboratorio di cucito, dove viene ideata e cucita la BagPack della Biennale e si potranno barattare lavori di sartoria con oggetti e attività. Cucicuci è un luogo di incontro dove fermarsi per un pakori o un sambusa. Il laboratorio è attivo dal 7 ottobre ed è curato da Giulia Fratini e Michela Quadri. Inaugurazione 1° dicembre 2012

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Non è mica vero che siamo tutti uguali Valérie Losa Potrebbe essere la nostra vicina di casa, la nostra collega, una nostra amica, noi stesse. Dieci donne, dieci storie di vita. Percorsi che potrebbero sembrare comuni, eppure unici e singolari. Sullo sfondo, il grande tema del lavoro e la convinzione che la sua declinazione al femminile sia rivelatrice, più di altri punti di vista, dei cambiamenti in atto. Un incontro, a casa o sul luogo di lavoro, una lunga chiacchierata, un ascolto attento e partecipe, uno sguardo che arriva negli angoli più privati e personali, nelle cucine, negli sgabuzzini. A partire da questo materiale, umano e simbolico, l’artista realizza una serie di disegni che cercano di rappresentare, attraverso un alternarsi di linee descrittive e spazi bianchi, quello che traspare – e non – dalle situazioni di vita evocate. Il disegno come segno di una narrazione. Raffigurando oggetti quotidiani apparentemente banali, l’autrice ne esplora ogni dettaglio e li restituisce all’attenzione dello spettatore, come se il gesto di disegnarli uno a uno li caricasse di significato e chiamasse chi guarda a immergersi nella realtà sfaccettata degli spazi e delle forme di vita di chi li abita, nella ricchezza dei mondi interiori che questi mondi materiali suggeriscono. L’abbinamento del segno grafico e di alcune frasi estratte da

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interviste tenta di ricostruire la situazione propria a ognuna delle donne incontrate, lasciando al contempo allo spettatore la libertà di interpretare e la possibilità di intuire quello che non può essere raccontato.


Valérie Losa Ufficio_R. 2012 Inchiostro Quink su carta Biotop 32,9×48,3 cm

Valérie Losa Stanza_L. 2012 Inchiostro Quink su carta Biotop 32,9×48,3 cm

Valérie Losa Locale_hobby_B. 2012 Inchiostro Quink su carta Biotop 32,9×48,3 cm

Valérie Losa Atelier_P. 2012 Inchiostro Quink su carta Biotop 32,9×48,3 cm

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Senza il sogno di una cosa Giusi Campisi “Il nostro motto dev’essere dunque: riforma della coscienza non per mezzo di dogmi, ma mediante l’analisi della coscienza non chiara a se stessa, si presenti sotto forma religiosa o politica. Apparirà allora che il mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa.” (Lettera di Karl Marx a Arnold Ruge, settembre 1843) Sulla soglia di Il sogno di una cosa, terzo romanzo di Pier Paolo Pasolini, ci si imbatte in questa epigrafe. Abilissimi nel fiutare metafore consone al nostro universo mentale, eccolo tornare, il sogno di una cosa, anticipato da quella preposizione impropria della mancanza, senza. L’installazione per Chiasso, culture in movimento prevede la presenza delle due nostre ultime realizzazioni sul tema del mondo del lavoro, un video e un’opera audio; entrambe registrano parole di lavoratori chiamati a raccontarsi come tali. Dove l’anonimato preservato dall’assenza di immagini di Panorama ha lasciato più possibilità di dire di sé, in un corteo bizantino di voci di operai, architetti e disoccupati che procedono stagliati sullo sfondo chiuso e desolante del lavoro contemporaneo alla ricerca di un senso

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intorno all’assenza del sogno, in Cose trasparenti è il disagio degli operai delle fabbriche d’armi che rivela l’impossibilità di rispondere al mondo e alla nostra coscienza, se non al prezzo di straordinarie acrobazie della mente. Concludiamo con l’immancabile Nabokov, che ci ha involontariamente fornito il titolo Cose trasparenti, perché ci dice di quest’altra cosa che ha a che fare con la prima. “L’ultima visione di quella vita fu l’incandescenza di un libro, o di una scatola, diventato completamente vuoto e trasparente. E questa, io credo, è la cosa: non l’angoscia grossolana della morte fisica, ma gli incomparabili tormenti della misteriosa manovra mentale necessaria per passare da uno stato di esistenza a un altro.”


Giusi Campisi frames dal video “Cose trasparenti” 2006 Suzie Wong project + Yuri Ancarani + Wang inc.

Giusi Campisi “Panorama”

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27.11 —27.01 Cinema Teatro Via Dante Alighieri 3B Chiasso

Doppio movimento Rassegna cinematografica a cura del Cineclub del Mendrisiotto

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Di sguardi e di passi sono fatti anche i film proposti al Cinema Teatro dal Cineclub del Mendrisiotto, in una rassegna che procede con una sorta di doppio movimento. Da una parte un omaggio a Nina Rosenblum, figura di spicco del cinema documentario d’inchiesta americano. Con i progetti della sua casa di produzione indipendente ha toccato temi sociali e politici poco indagati dai media tradizionali, diventando un punto di riferimento della cultura liberal e democratica americana. Dalla sua ricca produzione abbiamo scelto cinque documentari che riguardano il mondo della fotografia. Figlia di Walter Rosenblum, uno dei più noti fotografi dell’esercito americano, e di Naomi Rosenblum, illustre storica della fotografia, nei suoi film Nina ha indagato spesso personaggi e ambienti della fotografia americana, esemplari di momenti cruciali della storia del paese: a partire dal grande maestro della fotografia sociale Lewis Hine, passando per la testimonianza del padre, fino a quella delle gemelle fotografe Frances McLaughlin Gill (pioniera della fotografia di moda) e Kathryn Abbe (celebre ritrattista delle famiglie borghesi di New York), e alla ricostruzione storica del contributo delle donne fotografe nel settore. Il secondo movimento (il primo in ordine di programmazione) è un invito a leggere la relazione instaurata con gli spazi esterni, con il paesaggio, con la natura, nelle opere di tre registe che si sono affermate in questi anni. Nei loro film il paesaggio non si limita a fare da sfondo, ma diventa un elemento portante, un protagonista a pieno titolo che interagisce con i mondi interiori messi in scena. L’inverno duro e desolato del Missouri, la foresta atavica di Mogari, la campagna cinese nel suo tragicomico sogno di sviluppo segnano un loro proprio passo, che si intreccia ai tanti passi di chi quel paesaggio attraversa.

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Martedì 27 novembre 2012 ore 20.30

Martedì 4 dicembre 2012 ore 20.30

Winter’s Bone Un gelido inverno di Debra Granik

Mogari no mori La foresta di Mogari di Naomi Kawase

USA 2010 35 mm 100’ v.o. inglese, sott. F/D

Giappone 2007 Blu-ray colore 98’ v.o. giapponese, sott. F/D

Sceneggiatura: Debra Granik Anne Rossellini Fotografia: Michael McDonough Montaggio: Affonso Gonçalves Musica: Dickon Hinchliffe Interpreti: Jennifer Lawrence John Hawkes Kevin Breznahan Dale Dickey Sheril Lee

Sceneggiatura: Naomi Kawase Fotografia: Hideyo Nakano Montaggio: Tina Baz, Yuji Oshige Musica: Masamichi Shigeno Interpreti: Shigeki Uda Machiko Ono Makiko Watanabe Kanako Masuda

Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2010, quattro premi al Torino Film Festival, quattro candidature agli Oscar 2011

In una zona montuosa del Missouri, nel cuore degli Stati Uniti, l’adolescente Ree regge sulle proprie spalle l’intera gestione della famiglia. Da quando la madre si è ammalata e il padre è stato arrestato per produzione e spaccio di metanfetamine, Ree è l’unica che possa occuparsi dei due fratelli più piccoli. Un giorno lo sceriffo della zona bussa alla sua porta per annunciarle che il padre è uscito di prigione dando in garanzia la loro proprietà come cauzione: se non risponderà al mandato di comparizione, la casa verrà confiscata. Ree si mette allora sulle tracce del padre all’interno di un universo di reietti, disperati e loschi trafficanti che cercano di non far emergere la verità. Il fascino esercitato da quest’opera non fa leva su una storia improntata a forte realismo o su un’indagine sui ceti più indigenti della provincia montuosa. Al contrario, è nella fosca atmosfera di un vero e proprio thriller che Winter’s Bone trova il suo stato ideale. Il film si presenta come un’esplorazione fra le nebbie e la desolazione delle zone montuose del Missouri, ma, di porta in porta, di volto in volto, di minaccia in minaccia, la ricerca del padre da parte della giovane Ree diviene un incubo denso di misteri, di spettri e di risvolti inquietanti. (Edoardo Becattini, mymovies.it)

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Gran Premio della Giuria Cannes 2007

Shigeki vive in una casa per anziani sotto lo sguardo benevolo di Machiko, un’assistente geriatrica. Senza saperlo, i due hanno in comune un pesante segreto: la perdita di un essere caro. In seguito a un incidente d’auto Shigeki e Machiko si ritrovano soli e sperduti. Quando il vecchio si inoltra nella foresta vicina, Machiko non può fare altro che seguirlo. Sarà là, nel cuore di una natura protettrice, che riusciranno di nuovo a sentirsi vivi. Bilanciato sul prosciugamento dei dialoghi e cullato nella funzione protettiva e amniotica che assume il contesto ambientale della foresta, Mogari no mori è un film di intensa ricerca spirituale, di ipotesi di equilibrio interiore attraverso l’immersione casuale e profonda nella natura. Shigeki e Machiko ritrovano in questo viaggio elementi arcaici e ancestrali su cui rifondare il proprio vivere. […] Il rapporto concreto, avvolgente, simbiotico con gli elementi naturali diventa contemporaneamente il leit-motiv conoscitivo del proprio sé di personaggio e spettatore. (cinematografo.it)


Domenica 13 gennaio 2013 ore 17.30

Ufo in Her Eyes di Xiaolu Guo

Ordinary Miracles. The Photo League’s New York

Cina 2011 Blu-ray colore 110’ v.o. cinese, sott. F/D

USA 2012 75’ v.o. inglese, sottotitoli in italiano Daedalus Productions Inc. Regia: e Sceneggiatura: Voce narrante: Consulenza storica:

Xiaolu Guo Michael Tywoniuk Nikolai Hartmann Mocky Shi Ke Udo Kier Mandy Zhang Y. Peng Liu Z. Lan

Kwok Yun vive in un tranquillo villaggio della provincia cinese. Abita con il padre, che si dispera per lei perché, malgrado abbia passato i trent’anni, non è ancora sposata. Una vita monotona, tra il lavoro in miniera e qualche incontro clandestino con il maestro del villaggio. Ma tutto viene sconvolto, per lei come per il paese, quando ha la visione di un UFO. La capo-villaggio Chang coglie immediatamente in quella improvvisa celebrità l’occasione per rilanciare l’economia locale, trasformando il paese in una destinazione turistica con UFO-park. Con questo adattamento di un suo romanzo di successo la regista Xiaolu Guo (Pardo d’oro a Locarno 2009) continua a interessarsi alle sorti della gente comune, di uomini e donne lasciati ai margini dal frenetico sviluppo economico, che si accontentano del loro orizzonte limitato, un po’ per tradizione, un po’ per mancanza di ambizione. Il film è un ritratto della caotica società contemporanea cinese, metafora sofisticata e divertente del senso di straniamento generato dagli sconvolgimenti sociali e dalla globalizzazione. (Trigon Film)

Nina Rosenblum Daniel Allentuck Daniel Allentuck Campbell Scott Naomi Rosenblum Bonnie Yochelson

Il film racconta un’esperienza unica nel panorama della storia della fotografia, quella della Photo League, la leggendaria comunità di fotografi che animò New York tra il 1936 e il 1951. Ispirati da Lewis Hine, dai fotografi della FSA e dal grande Paul Strand, questi fotografi realizzarono un ritratto della vita urbana senza precedenti. In pieno maccartismo, nel 1947 il procuratore generale degli Stati Uniti iscrive la Photo League nella lista delle organizzazioni sovversive e l’associazione sarà costretta a sospendere le attività e infine a chiudere nel 1951 per mancanza di iscritti e di fondi. Dopo decenni di oblio torna alla luce una storia esemplare e appassionante di uno dei momenti più bui della democrazia americana. Centinaia di fotografie, interviste, musiche e filmati d’epoca ricostruiscono il decisivo contributo della Photo League al mondo della fotografia e lo spirito indomito della New York dell’epoca.

Omaggio a Nina Rosenblum a cura di Manuela Fugenzi

Sceneggiatura: Fotografia: Montaggio: Musica: Interpreti:

Martedì 11 dicembre 2012 ore 20.30

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Regia: Voce narrante:

Domenica 20 gennaio 2013 ore 17.30

Domenica 20 gennaio 2013 ore 17.30

A History of Women Photographers

America and Lewis Hine

USA 1996 15’ v.o. inglese, sottotitoli in italiano Daedalus Productions Inc.

USA 1984 60’ v.o. inglese, sottotitoli in italiano Daedalus Productions Inc.

Nina Rosenblum Maureen Stapleton

Regia: Voci narranti:

Nina Rosenblum Jason Robards Maureen Stapleton

Premio speciale della Giuria al Sundance Film Festival 1985

Questo corto ha accompagnato la grande mostra itinerante A History of Women Photographers 1839-1974, a cura di Naomi Rosenblum (The New York Public Library, Akron Art Museum, National Museum for Women in the Arts di Washington, Santa Barbara Museum). Per la prima volta la storia della fotografia viene proposta attraverso il decisivo contributo delle donne fotografe, facendone emergere biografie e archivi altrimenti occultati e collocando con il dovuto riconoscimento figure di rilevanza mondiale. Un lavoro pionieristico che ha consentito di restituire alla nostra memoria “l’altra metà del cielo” della fotografia.

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La biografia del padre della fotografia sociale americana Lewis Hine (1874-1940) diventa l’occasione per un grande affresco dell’America d’inizio Novecento. Le fotografie sugli sbarchi a Ellis Island, sul lavoro minorile e sullo sviluppo industriale testimoniano l’impegno civile e la volontà di cambiamento sociale che animarono un’intera generazione. Il film si avvale della guida autorevole di Walter Rosenblum, amico fraterno ai tempi della Photo League, fotografo e curatore della prima mostra postuma di Hine e della prima pubblicazione del suo imponente archivio. La colonna sonora propone la migliore tradizione folk americana, classici d’epoca e musiche contemporanee di Brian Eno, Don Cherry e Béla Bartók.


Domenica 27 gennaio 2013 ore 17.30

Domenica 27 gennaio 2013 ore 17.30

Twin Lenses

Walter Rosenblum In Search of Pitt Street

USA 2005 30’ v.o. inglese, sottotitoli in italiano Daedalus Productions Inc.

USA 1999 60’ v.o. inglese, sottotitoli in italiano Daedalus Productions Inc.

Regia: Nina Rosenblum Sceneggiatura: Dennis Watlington

Regia:

Sono sorelle gemelle le due pioniere della fotografia Frances McLaughlin Gill (la prima donna fotografa di moda nello staff della rivista “Vogue”) e Kathryn Abbe (celebre ritrattista delle famiglie borghesi di New York). Qui, ottantenni, rievocano la loro carriera e la loro passione: sposate entrambe con fotografi di grido, ricostruiscono in prima persona e attraverso le loro immagini le trasformazioni della moda e della fotografia editoriale nella New York degli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.

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Nina Rosenblum

Nina Rosenblum ha raccolto per anni il racconto diretto di suo padre, il celebre fotografo americano Walter Rosenblum, uno dei più decorati fotografi dell’esercito americano della seconda guerra mondiale. Le sue immagini, riconosciute patrimonio nazionale negli Stati Uniti, costituiscono un riferimento imprescindibile nella storia della fotografia mondiale e sono conservate nei maggiori musei tra i quali il Reina Sofía di Madrid, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, il MoMA e il Metropolitan di New York. Le sue fotografie più note accompagnano le riprese effettuate tra il 1979 e il 1998 assieme a toccanti filmati di repertorio, a interviste ai familiari e ai protagonisti della scena fotografica newyorkese, per farci incontrare la generosa personalità di un grande maestro e un contesto, quello della fotografia sociale americana, a tutt’oggi autorevoli ed esemplari.


Biografie degli artisti


Stefania Beretta Dall’inizio degli anni Ottanta Stefania Beretta compie lunghi viaggi in Europa, Asia (in particolare in India) e America. Inizia a esporre nel 1985. Nel 1994 soggiorna sei mesi alla Cité Internationale des Arts a Parigi grazie a una borsa di studio conferitale dalla SPSAS; da quell’esperienza nascerà la pubblicazione di Paris noir per le edizioni della rivista “Pagine d’arte”, Lugano-Milano, 1997. Nel 1995 riceve il primo premio per la fotografia STBA Svizzera per il suo lavoro. Nel 1998 è invitata dal centro culturale Europos Parkas di Vilnius, in Lituania, per svolgervi un lavoro personale. Nel medesimo anno riceve la borsa di studio federale della Fondazione Gleyre (Svizzera). Nel 2000 la casa editrice Trans Photographic Press di Parigi le pubblica il libro Rooms, nel 2002 Trop e nel 2006 In memoriam. Nel 2004 la SRG SSR Idée Suisse realizza Photosuisse in collaborazione con la Fondazione Svizzera per la Fotografia: si tratta di film-ritratti di 28 fotografi svizzeri accompagnati da un’importante pubblicazione. Nel 2005 riceve la borsa di studio della Landis & Gyr per un soggiorno di sei mesi a Londra. Nel 2009 la Fondazione Bogliasco, Centro Studi Ligure per le Arti e le Lettere, le assegna la borsa di studio per le arti applicate. Nel 2011 viene invitata assieme a fotografi di fama internazionale alla mostra Eyes on Paris presso la Deichtorhallen di Amburgo. Espone regolarmente in Svizzera e in Europa e sue fotografie si trovano in collezioni pubbliche e private. Vive e lavora a Verscio, in Svizzera.

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Sabrina Biro Nata a Losanna nel 1981, vive e lavora a Losanna. Nel 2008-2011 studia al Centre d’Enseignement Professionnel di Vevey, poi alla Haute Ecole d’Art et de Design di Ginevra. Tiene mostre personali e collettive nel 2011 al Photoforum Pasquart di Biennee nel 2012 alla Standard Deluxe di Losanna, alla Galerie Duflon-Racz di Berna e al Fotomuseum di Winterthur.


Heinrich Böhler Nato a Vienna il 1° agosto 1881 da Emil Böhler, industriale tedesco originario di Francoforte sul Meno, e da Eleonore Eibel, originaria del Canton Zurigo, Heinrich Böhler è cittadino sia austriaco che svizzero. Il padre, primo di quattro fratelli, è uno dei fondatori dell’importante gruppo metallurgico Gebrüder Böhler & Cie, attivo su scala mondiale. Le notizie biografiche intorno a Heinrich ci conducono in Inghilterra, dove probabilmente, durante la sua formazione in campo economico, conosce la futura moglie Mabel Forbes (1875-1963), di origine americana. Nel 1910 partecipa, come fotografo amatore, all’esposizione annuale della Royal Photographic Society. Nei primi decenni del Novecento frequenta l’ambiente artistico viennese, diventando amico e collezionista di Gustav Klimt, in compagnia del quale trascorre alcune estati sull’Attersee. È altresì committente in numerose occasioni di Josef Hoffmann e della Wiener Werkstätte. Nel 1914 inizia a sostenere generosamente Egon Schiele di cui, con il cugino pittore Hans Böhler (1884-1961), diventa uno tra i principali collezionisti e col quale inizia a dipingere e a disegnare. Nel novembre 1914 trascorre alcuni giorni con lui a Krumau. Durante il primo conflitto mondiale si trasferisce nei Grigioni. Tornato a Vienna nel 1922, tenta per alcuni anni di dedicarsi esclusivamente alla pittura. Ma nel 1926 si ritira definitivamente a Sankt Moritz, dove si spegne nel 1940. Dopo la morte del marito la vedova Mabel si trasferirà in Ticino, dove morirà, a Lugano, il 20 agosto 1963. Parte rilevante della collezione Böhler confluirà nel Leopold Museum, inaugurato a Vienna nel settembre 2001.

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Giusi Campisi Nata a Torino nel 1966, termina gli studi nel 1990 diplomandosi in scenografia all’Accademia di Belle Arti della sua città. Lavora per alcuni anni nell’ambito teatrale come scenografa e costumista e nel 1997 fonda il collettivo artistico “Suzie Wong Project”. Tra il 1997 e il ’98 presenta Our World e Moving Road alla Galleria Bordone di Milano, e l’installazione Babilon Sexy Show a Brescia. Our World viene proiettato alla Società Umanitaria di Milano, 0 video 1 all’Accademia di Brera, Please al Careof di Milano. L’esplorazione del mondo del lavoro, il tema del conflitto nella contemporaneità e la posizione del soggetto di fronte al discorso sociale sono i temi che configurano la ricerca artistica da lei svolta in questi anni. Prende forma così un insieme di opere progettate a partire dallo spazio pubblico e a esso restituite per una fruizione che è parte dell’opera stessa. Nel 2000 è invitata alla Galleria Multimedia di Roma per la presentazione di Dopolavoro, a Settimo Milanese per Babilon e al Museo Marini di Firenze nell’ambito della rassegna Entre’acte a cura di M. Scotini, dove presenta la performance E di paga si piglia assai poco. Nel 2001 produce Caduta libera. Nel 2002 partecipa al progetto Wurmkos abitare a Casa Parpagliona di Sesto San Giovanni; è presente a Moltitudini a Tolmezzo, a Completely Confidential a Castel San Pietro, e produce Logistica 228 a Milano. Nel 2003 presenta Free Travel Bus a Brescia e Trento, visita guidata per stranieri clandestini. Nel 2004 propone Sexing up Motel alla Galleria Civica di Genova. Nel 2006 partecipa a Neverending Cinema alla Galleria Civica di Trento. Nel 2008 la Fondazione Cuminelli a Cisano (Brescia) ospita l’installazione urbana Panorama. Nel 2007, con Interno 13, partecipa alla rassegna video The End alla Cineteca di Bologna. Nel 2009 presenta l’installazione Senza il sogno di una cosa al CRAC di Cremona, a cura di Dino Ferruzzi, e 24 Hours Hotel per il MART di Rovereto, workshop con installazione artistica nella camera 310 dell’Hotel Leon d’Oro a Rovereto. Nel 2010 lavora a Densità di grafite per la Biblioteca Civica di Trento; Solo l’inizio, installazione urbana sempre a Trento, a cura di Café Culture; Senza il sogno di una cosa, installazione al Convegno internazionale di sociologia del lavoro presso l’Università di Trento. Nel 2011 costituisce il gruppo di lavoro multidisciplinare GAP, selezionato con l’opera Bar Italia per Open, ed è promotrice e curatrice di Deep, progetto artistico in corso a Trento; cura inoltre l’installazione urbana Panorama per la Festa del I Maggio a Trento. Nel 2012 produce il video Scarto minimo, sua ultima produzione, che verrà presentata alla Biennale dell’immagine di Chiasso.


Elisabetta Diamanti Nata nel 1959 a Roma, dove attualmente vive e lavora, inizia la sua formazione incisoria nel 1981 all’Accademia di Belle Arti di Roma con il professore Guido Strazza e presso l’Istituto Nazionale per la Grafica. Tra il 1981 e il 1983 consegue la specializzazione nella tecnica del bulino con il professore J.P. Velly. Dal 1996 al 2006 è docente di incisione all’Accademia di Belle Arti di Viterbo e dal 1996 al 2012 docente nella Scuola Arti Ornamentali del Comune di Roma. Dal 1997 al 2003 partecipa alle worksession di incisione calcografica presso il Centrum voor Grafick Frans Masereel di Kasterlee (Belgio) e dal 1997 al 2004 alle worksession di incisione alla Cité Internationale des Arts di Parigi. Collaborato con le Università di Nantes, Bilbao e Granada a seminari specifici sull’incisione. È invitata, sempre come docente, nei laboratori di ricerca di Casa Falconieri a Serdiana (Sardegna), al Papirmuseet di Silkeborg in Danimarca e all’University Warminsko-Mazurski di Olsztynie (Polonia). Nel 2011-2012 collabora con “Progetto didattica” del l’Accademia di San Luca a Roma, curato da Guido Strazza, come assistente-docente insieme a Giulia Napoleone. Nel 2011 vince il X Premio Acqui con l’opera Apparenza. Nel 2012 è invitata presso l’Atelier Empreinte a Lussenburgo per una worksession. Dal 1983 svolge attività espositiva in ambito internazionale.

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Anne Golaz Nata in Svizzera nel 1983, Anne Golaz si diploma alla Scuola di Fotografia di Vevey nel 2008. Continua i suoi studi a Helsinki con un master di fotografia presso Taik (Aalto University of Art and Design). Nel suo approccio fotografico si occupa principalmente della rappresentazione delle comunità rurali e della fauna selvatica, mettendo in discussione il nostro importante e fragile rapporto con la natura, gli animali e la morte. Scènes rurales, il primo lavoro di Anne Golaz, viene esposto dal 2008 in diverse occasioni, soprattutto in Svizzera e in Francia. La serie Chasses, pubblicata da Infolio nel 2010, è selezionata tra le opere per l’Aperture Portfolio Prize a New York. Anne Golaz è anche tra i giovani fotografi che partecipano alla mostra ReGeneration 2. La sua ultima serie, Metsästä (From the Woods), fa parte dell’ultima edizione di Images al Festival di Vevey. Vincitrice del Premio Broncolor, è selezionata per lo Swiss Photo Award 2012, anno in cui Metsästä è pubblicato da Kehrer Verlag.


Stefania Gurdowa Fotografa polacca nata a Bochnia nel 1888, figlia di un maestro di musica in una miniera di sale, diventa anch’ella musicista e suonatrice di zither. Formatasi nella città natale e poi a Lwow, oggi Lemberg, dal 1921 al 1937 ha un proprio studio fotografico – dato insolito per una donna – a Debica, muovendosi tra Mielec e Ropczyce, fuori dal circuito delle grandi città. Durante l’invasione tedesca lo studio verrà requisito dai nazisti. Nel 1945 divorzia dal marito Kazimierz Gurda e lascia Debica con la figlia Zosia e un pianoforte. Dopo la guerra, mentre la figlia emigra in Francia, Stefania rimane in Polonia, a Lodygowice, vicino a Zywiec, a occuparsi della nipote Basia, prima che anch’ella raggiunga la Francia con la madre. L’archivio, dopo la morte di Stefania Gurdowa nel 1968, viene disperso; i negativi oggetto di questa mostra saranno ritrovati nel 2001 a Debica, in un muro dello studio (non si conosce il motivo di tale precauzione, ma se ne può facilmente intuire il grande valore simbolico). Si tratta di ritratti anonimi, di personaggi asciutti ed espressivi fotografati negli anni Venti e Trenta: sposi, passanti, preti, giovani e anziani, donne e uomini, polacchi ed ebrei, ogni soggetto sembra testimone silenzioso di un mondo prima della tempesta, dell’inferno della guerra e dell’occupazione, infine dell’Olocausto. Bibliografia: Negatives Are to be Stored. Photographs by Stefania Gurdowa, Fundacja Imago Mundi, Muzeum Etnograficzne w Krakowie, Cracovia, 2001.

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Nicole Hametner Nata a Berna nel 1981, vive e studia a Rotterdam. Diplomata nel 2008 alla Formation Supérieure en Photographie di Vevey, riceve il Prix de la Photographie 2009 dal Canton Berna per la serie Aster. L’opera, edita da Filigranes, è presentata nel novembre 2008 a Paris Photo. Dopo varie mostre collettive tiene la prima personale di Aster alla Galerie Stimultania di Strasburgo nel 2009. La seconda mostra, Schwarzes Licht, viene presentata nello spazio Marks Bond Project a Berna nel dicembre 2010. Per il suo lavoro Le sapin, creato per la mostra Promenons-nous dans le bois, e per una retrospettiva di Pierre Aubert con Vincent Kohler all’Espace Arlaud di Losanna nel 2010, riceve per la seconda volta di seguito il primo premio per la fotografia dal Canton Berna. Attualmente è impegnata in un programma di studi al Master Media Design and Communication del Piet Zwart Institute a Rotterdam.


Claire Laude Nata in Francia, studia architettura e fotografia. Dal 1998 vive e lavora tra la Francia e Berlino, dove nel 2001 inizia gli studi di fotografia alla Fotografie am Schiffbauerdamm sotto la direzione di Jörn Vanhöfen, proseguendo nel 2008-2009 alla scuola di fotografia Ostkreuzschule con Arno Fischer. Nel 2002-2003 trascorre otto mesi in Senegal per ideare e seguire la costruzione di due edifici nei dintorni di Dakar; a seguito di questo soggiorno realizza un progetto di libro dal titolo Sénégal. Présences, contenente fotografie e testi, che sarà stato esposto in Francia. Dal gennaio 2010 dirige, insieme a un collettivo di altri undici fotografi, la Galerie exp12 - exposure twelve a Berlino. Il suo lavoro si concentra sulla visione e la percezione di un luogo, del posto preso dall’essere umano in questo preciso luogo e sul ruolo sostenuto dalla memoria. Tra le mostre principali: nel 2007 proiezione a Voies off ad Arles e Festival off des chroniques nomades a Honfleur; nel 2008 personale Sénégal. Présences all’Espace Transit di Montpellier; nel 2009 Mission jeunes artistes a Tolosa, Atelierhof Kreuzberg a Berlino, Let Down the Ruler allo Studio Julie Mehretu di Berlino e Festival des itinéraires des photographes voyageurs a Bordeaux; nel 2010 Re-take a Berlino e personale Berliner Jahrhundertläden alla Galerie exp12 sempre a Berlino; nel 2011 Festival manifesto a Tolosa e Planket a Berlino, oltre alla proiezione The Jury Projection al festival Les Boutographies di Montpellier; nel 2012 proiezioni di Chimères al festival Fotoleggendo di Roma, di The Flood Wall ad Amsterdam e a Berlino, oltre alla personale Chimères alla Galerie Miror Miror di Lione e alla collettiva Vendredi treize alla Galerie exp12 di Berlino.

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Anna Leader Nata in Inghilterra nel 1979, negli ultimi sette anni l’artista inglese Anna Leader lavora tra il Canton Ticino e l’Inghilterra, concentrandosi principalmente sulla fotografia paesaggistica e documentaria. Partecipa a varie mostre in Europa, tra cui si segnalano le personali al Centro Culturale Rada di Locarno, alla Coalmine Gallery di Winterthur e alla Galerie Campagne Première di Berlino.


Barbara Lehnhof Nata nel 1983 a Kenora, in Canada, il suo percorso artistico inizia in mezzo al nulla, tra i boschi della zona dei grandi laghi in Ontario, dove Barbara cresce inventandosi e costruendosi i propri giochi. L’isolamento “forzato” della vita nei boschi contribuisce a sviluppare un forte senso di osservazione e di coscienza del momento. Senza troppe distrazioni impara ad analizzare i momenti, gli oggetti e sviluppa una capacità di vedere i dettagli superiore alla media. Nel 2001, ancora adolescente, si trasferisce a Lugano dove nel 2005 si diploma presso la SUPSI in comunicazione visiva con specializzazione nel video. Nel 2006 il suo lavoro di diploma Like a Giant in a Towel (un musical sperimentale di 20 minuti girato in Super8) viene proiettato al Festival del film di Locarno. Del film ha realizzato anche la colonna sonora insieme al suo compagno Aris Bassetti. La loro collaborazione li porta a fondare un gruppo musicale di stampo rock sperimentale, i Peter Kernel, di cui Barbara gira tutti i videoclip. Collabora con la Dust & Scratches di Beat Kuert realizzando video sperimentali e con Fabbrica di Benetton per un progetto che ha lo scopo di indagare il futuro attraverso interviste a filosofi, artisti, poeti e intellettuali di tutto il mondo. Dal 2007 al 2012 lavora presso la RSI in qualità di videomaker. Con Peter Kernel inizia a suonare in tutta Europa e in Canada, partecipando a eventi importanti come il Paleo di Nyon, l’NXNE di Toronto, il Cully Jazz Festival, la Settimana della moda di Milano ecc. Scrive e realizza cortometraggi sperimentali che indagano l’esperienza del momento in relazione all’essere umano. Crea installazioni con sensori che riconoscono i movimenti innescando la differita video di un momento appena trascorso. Nel 2011, a nome di Peter Kernel, pubblica un vinile con due tracce di improvvisazione musicale ispirata da foto di boschi e laghi di Kenora, Ontario. Reinterpreta queste improvvisazioni con il video; il risultato è un suggestivo cortometraggio che esplora il rapporto di odio e amore che ha sempre caratterizzato la relazione tra uomo e natura: Man & Nature.

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Valérie Losa Nata a Locarno nel 1980, inizia gli studi artistici al CSIA di Lugano nel 1995 e nel 2000 prosegue la sua formazione all’ESAV (Ecole Nationale Supérieure des Arts Visuels) La Cambre di Bruxelles, dove ottiene il bachelor in incisione e tecniche di stampa. Nel 2003 torna in Svizzera per iscriversi alla HGK (Hochschule für Gestaltung und Kunst) di Lucerna, sezione Comunicazione visiva, specializzazione in illustrazione. Nel 2006 ot tiene il diploma di illustrazione e si trasferisce nel Canton Neuchâtel, dove inizia a lavorare come illustratrice indipendente (libri per bambini, giornali, materiale scolastico ecc.). Nel 2011-2012 vince una borsa offerta dalla Città di Neuchâtel e dalla CVC (Conférences des villes suisses en matière culturelle) per una residenza artistica al Cairo. Dal 2007 collabora a numerose pubblicazioni con varie case editrici, tra cui Atlantis Verlag (Zurigo), Lehrmittelverlag des Kantons Zurich (Zurigo), LEP (Losanna), ecc.; a riviste come “Ticino 7”, “La Petite Salamandre”, “Amnesty”, “Strapazin”, “Verde - Das Bio Magazine von Coop” ecc.; con associazioni e istituzioni come La Lanterne Magique, Ville de Genève ecc. Partecipa a numerose mostre collettive di illustrazione, tra cui: Festival Fureur de lire (Ginevra), Fumetto Comix Festival (Lucerna), Bellevue. Ein Panorama Junge Schweizer Illustratoren (Speyer e Budapest), ecc. Nel 2010 pubblica il libro Sapore italiano. Piccole storie di pranzi domenicali (Zoolibri, Reggio Emilia) che vince il Prix des Editions Gasser per l’edizione francese (pubblicata nel 2011), il Prix de la Presse alla Biennale du carnet de voyage di Clermont Ferrand (Francia) ed è selezionato per il CJ Picture Book (Seoul). Nel 2011 lo stesso volume è selezionato per il festival Libri da gustare al Salone del libro di Torino, ottiene il secondo posto al Gourmet World Cookbook Award di Madrid per la categoria “Children and Nutricion Books” ed è selezionato per la Biennale internazionale dell’illustrazione di Bratislava dove vince una BIB Plaque.


Vivian Maier Nata a Chicago nel 1926, in una famiglia probabilmente di origine francese, si hanno scarse notizie sulla sua vita, svoltasi tra Chicago e New York. Probabilmente nubile e senza figli, vive lavorando come governante presso alcune famiglie che, in età più avanzata, si occuperanno di lei. Fotografa per passione, senza riscontri espositivi o professionali, Vivian Maier sembra lavorare per se stessa e per esprimere il suo complesso rapporto con il mondo, concentrando, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, il suo interesse sulla vita nelle strade. Ma non solo: grande rilievo ha l’indagine su se stessa, sulla propria identità, con una serie continua di autoritratti e riflessi della sua presenza. Il suo fondo fotografico, custodito in un magazzino in affitto e costituito da centinaia di migliaia di scatti, viene riscoperto nel 2007, rivelando una qualità e un linguaggio fotografico di altissimo livello: si tratta, in verità, della rivelazione più significativa nella storia della fotografia degli ultimi decenni. Vivian Maier anticipa, attraversa e rivoluziona le nozioni e le categorie acquisite della storia della fotografia. Riassume infatti temi come la serialità e l’universo dei segni (Walker Evans), la tensione sociale e ideale verso certi modelli (Lisette Model, Diane Arbus), la strada e la folla (Helen Levitt, Lee Friedlander). Preconizza, se possibile, tendenze di decenni più tarde, come l’autoritratto e l’analisi di sé (Nan Goldin, Francesca Woodman). In ultima analisi, nelle sue fotografie si può cogliere l’aspettativa di ognuno di noi di rivedere il proprio passato e raccontarlo, la possibilità di venire a patti con il destino. Vivian Maier muore a Chicago nel 2009. Bibliografia: John Maloof Vivian Maier. Street Photographer, prefazione di Geoff Dyer, PowerHouse Books, Brooklyn, 2011; Richard Cahan, Michael Williams, Vivian Maier. Out of the Shadows, CityFiles Press, Chicago, 2012.

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Lucia Moholy Fotografa, scrittrice e insegnante, nata a Praga nel 1894, Lucia Moholy viene troppo spesso confusa con il marito, l’artista Lázló Moholy-Nagy. La sua opera è parte integrante dell’avanguardia fotografica tedesca, inserendosi nella corrente della “nuova oggettività”. Comincia a dedicarsi alla fotografia nel 1922 a Weimar, aiutando il marito nelle sue formulazioni teoriche e negli esperimenti fotografici. Segue un periodo a Lipsia (con Walter Peterhans) e quindi a Dessau. Prima fotografa degli edifici del Bauhaus, sperimenta nuove riprese dedicandosi anche al ritratto di artisti amici. Prende parte a esposizioni come Neue Wege der Photographie (Iena, 1928) e Film und Foto (Stoccarda, 1929), quindi insegna a Berlino. Nel 1933, chiuso il Bauhaus, emigra a Praga, poi a Vienna, in Jugoslavia, a Parigi e quindi a Londra (1934-39). Partecipa alla ricerca teorica sulla fotografia, scrive numerosi articoli e nel 1939 pubblica A Hundred Years of Photography 1839-1939 (Harmondsworth, 1939), una storia culturale della fotografia che rimarrà antesignana dello specifico settore. Tiene conferenze sulla scuola del Bauhaus e sulla storia sociale della fotografia alla London School of Printing and Graphic Arts e alla Central School of Arts and Crafts. Nel 1946 diventa responsabile cinematografica dell’UNESCO, e nel 1963 dirige l’Archivio storico-culturale di Istanbul e Ankara. Lucia Moholy si trasferisce a Zurigo (Zollikon), dove continuerà la sua attività di fotografa e soprattutto di pubblicista nell’ambito della critica e della pedagogia dell’arte e dove muore il 17 maggio 1989. I suoi materiali sono attualmente conservati presso l’Archivio del Bauhaus di Berlino, la Fotostiftung di Winterthur e il Musée de l’Elisée di Losanna.


Leonilda Prato Nata nel 1875 a Pamparato, paesino di montagna in provincia di Cuneo, figlia di una tessitrice e di un calzolaio, a ventun anni Leonilda si innamora e sposa il compaesano Leopoldo, musicista colto e inquieto. Insieme partono avventurosamente a piedi per raggiungere piazze e mercati del Piemonte e della Lombardia, fino in Svizzera, nel Canton Vaud, suonando lui la fisarmonica e lei la chitarra. A Losanna, intorno al 1900, incontra un fotografo di origine austriaca che le insegna il suo mestiere e le procura un apparecchio fotografico. Leonilda scopre così la fotografia e diventa una fotografa ambulante. Da quel momento, pur continuando a seguire il marito, e nonostante la famiglia si allarghi con l’arrivo di quattro figli, prosegue l’attività di fotografa specializzata in ritratti. Leonilda Prato muore nel 1958. Il suo ricco fondo fotografico, composto da circa tremila lastre di vetro di vario formato, sarà donato dal nipote Mauro Uberti all’Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, dove è tuttora accuratamente conservato. Bibliografia: Lo sguardo di Leonilda. Una fotografa ambulante di cento anni fa, a cura di Alessandra De Michelis, Edizioni Più Eventi, Cuneo, 2003.

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Piritta Martikainen Nata in Finlandia nel 1978, dal 1999 al 2003 studia alla Saimaa University of Applied Sciences, Fine Arts, di Imatra con specializzazione in fotografi a e alla Folk High-School di Kupio, in Finlandia, con uno scambio nel 2002 all’Akademie der Bildenden Künste di Vienna. Nel 2003 si trasferisce in Svizzera, dove vive e lavora a Locarno, e ritorna in patria regolarmente ogni anno. Nel 2006 tiene le mostre personali Remember Me, Whispers the Dust alla Galleria Stella di Roma con Anna Leader e Pimeässä allo Spazio NISKA di Locarno. Tra le esposizioni collettive: nel 2002 Boxenstop al MAK di Vienna e Grafika in a Pärnu, in Estonia nel 2002; nel 2003(F)art privé al Centro Culturale Rada di Locarno, Graduated of the Fine Arts a Lahti, e Based on a True Story a Imatra e Helsinki; nel 2005 Beyond alla Fondazione Patrizio Patelli di Locarno e Sei Suomi allo Spazio NISKA di Locarno; nel 2006 Che c’è di nuovo? Uno sguardo sulla scena artistica emergente in Ticino al Museo Cantonale d’Arte di Lugano; nel 2007 Torno subito! Atto II al Substitut di Berlino; nel 2008 NISKA 2004-2008 allo Spazio NISKA di Locarno; nel 2009 Imago nella Chiesa di San Rocco a Losone e Fiction a Casorella, Locarno; nel 2010 ancora Che c’è di nuovo? a Lugano; nel 2012 Photomeeting Terredilago a Villa Borghi di Biandronno, Photo en altitude in Val d’Anniviers, Profumo di mare a Locarno, Vive les femmes a Locarno e Overgamed a Ginevra.


Daniela Ray Nata nel 1950 a Lodi, nel 1973 si laurea in lingue e letterature straniere allo IULM di Milano. Nel 1974-75 vive a Parigi dove consegue la maîtrise in linguistica alla Sorbona. Nel 1991 si diploma fotografa professionista presso il CFP R. Bauer di Milano. Negli anni Novanta partecipa a workshop fotografici tenuti da René Burri (Agenzia Magnum) e Antonin Kratochvil (Toscana Photographic Workshop). Nel 1996 fotografa per il mensile “Bell’Italia” il Museo Giovio e il Tempio Voltiano di Como. Nel 1998 collabora con il giornale “La Provincia” di Como e pubblica Como, il suo lago e la Valchiavenna. Realizza foto industriali per il catalogo F.lli Panzeri. Storia e immagini di 30 anni. Nel 2000 l’editore Periplo decide di pubblicare il volume Artisti di strada, risultato di una ricerca fotografica su cui l’autrice lavora da tempo. A Como, in collaborazione con l’Autunno musicale, il libro viene presentato presso la Famiglia Comasca in una mostra patrocinata dall’Assessorato del Turismo. Nel 2002 tiene la mostra personale La cultura a bordo sul battello “Bisbino” a Tremezzo. Collabora con il Centro di Cultura Scientifica A. Volta per i volumi: Alessandro Volta nel bicentenario dell’invenzione della pila 1799-1999; Strumenti scientifici: dal museo al laboratorio interattivo; Il caso di Como “Città della Scienza”. Realizza il volume Ex-voto dipinti. Basilica SS. Crocifisso a Como, edizioni Periplo. Nel 2003 cura la campagna fotografica del volume Tremezzo, il paese dove fioriscono i limoni. Tra il 2005 e il 2008 cura altre pubblicazioni per cataloghi e una mostra, 7 opere per 7 artisti, battello “Bisbino” a Tremezzo; inoltre è docente del primo corso sperimentale di fotografia per ipovedenti, tenuto presso la sede dell’UCI. Nel 2010 cura la mostra Giardini intimi presso la Wave Photogallery di Brescia, relazionata da “Zoom Magazine”. E inizia l’attività di docente di fotografia presso alcune scuole professionali di Como.

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Nina Rosenblum Nina Rosenblum, regista produttrice e autrice di documentari, collabora con le maggiori reti televisive americane (TBS, HBO, PBS, NY TIMES Television, SHOWTIME, ABC, NBC). In Europa ha lavorato con Channel Four, WDR, La Sept e in Australia con la SBS. È membro della Directors’ Guild of America, della Academy of Motion Picture Arts and Sciences, della Women in Film, la Independent Feature Project e la International Documentary Association. È presidente della Daedalus Productions Inc. Nella sua carriera ha ricevuto numerosissimi premi, tra cui una nomination all’Academy Award per il film Liberators: Fighting on Two Fronts in World War II (voce narrante di Denzel Washington), due menzioni d’onore dall’International Documentary Association (America and Lewis Hine; Liberators) e il Sundance Special Jury Prize per il film America and Lewis Hine.


Sara Rossi Nata a Milano nel 1970, vive e lavora nella sua città. Diplomata nel 1993 in pittura all’Accademia di Brera, espone dal 1995 prevalentemente video, fotografie e installazioni presso musei, fondazioni e gallerie italiane e straniere. Tra le mostre e gli eventi a cui partecipa: nel 2002 vince il Premio New York, indetto dal Ministero degli Affari Esteri e l’Italian Academy presso la Columbia University di New York; nel 2003 Biennale di Venezia con la doppia videoinstallazione Le cocu magnifique, Biennale di Lione e Biennale di fotografia di Torino; nel 2004 Bambini nel tempo a Palazzo Te di Mantova. Nel 2005 pubblica il libro fotografico Miele con Gli Ori Editore (per la Galleria Nicola Fornello) e partecipa al progetto speciale + a – a (Luciano Pistoi) di Arte all’arte X a Linari (Siena) e a Le temps d’une photo alla Galerie d’Exposition du Théâtre di Privas in Francia; nel 2006, con Carosello, a Strade bluarte alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Nel 2007 ha le sue prime personali in spazi pubblici: Critica in arte - Sara Rossi al MAR di Ravenna e Acrobazie #3 al Centro di Riabilitazione Psichiatrica di San Colombano al Lambro. Nel 2008, dopo la personale Otto alla Galleria Enrico Fornello di Prato, realizza nuovi video che presenta in mostre internazionali come Manifesta 7 (Tabula Rasa, The Rest of Now, Bolzano). Nel 2009 realizza, per Venezia salva. Omaggio a S. Weil, evento collaterale della Biennale di Venezia ai Magazzini del Sale, il libro fotografico Mose; lo stesso anno partecipa a mostre come Scénographies al Museo di Valence (Francia) e Italian Genius Now al Macro di Roma, poi itinerante fino al 2012 in varie sedi nel mondo. Nel 2010 partecipa come finalista al Premio Terna nella categoria a inviti Terawat con la videoinstallazione Otto (2008); lo stesso anno espone Passi (videoinstallazione del 1998) alla mostra Linguaggi e sperimentazioni al MART di Rovereto, e il video W o l’isola del fuoco (2007) viene presentato all’Urban Planning Exhibition Center di Shanghai per la mostra Contemporary Energy. Italian Attitudes e al Padiglione Italia dell’Expo di Shanghai. Nel 2011 presenta al Museo Pecci di Prato la videoinstallazione Lanterna magica (anteprima) e realizza un gruppo di stampe calcografiche e fotografie per il progetto e libro d’artista collettivo Lie Detector, presentato al C/O Docva di Milano.

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Giovanna Silva Fotografa, vive e lavora a Milano. Nel 2006 espone alla Biennale di Venezia il suo lavoro sulla città di Bogotá, in Colombia. La sua pubblicazione più recente è Desertions, cronaca del suo viaggio americano con il designer Enzo Mari. Dal 2005 al 2007 collabora con la rivista “Domus”, mentre dal settembre 2007 al settembre 2011 è photoeditor della rivista “Abitare”. Fotografa Renzo Piano e Zaha Hadid per i numeri speciali di “Abitare”: Being Renzo Piano e Being Zaha Hadid, sei mesi nel mestiere dell’architettura. Nell’ottobre 2011 pubblica Orantes presso Quodlibet con prefazione di Marco Belpoliti. Nel luglio 2012 pubblica Narratives – Relazioni. Baghdad, Green Zone, Red Zone, Babylon presso Mousse Publishing. È nello staff editoriale della rivista di architettura “San Rocco”.



Ogni sguardo un passo Bi8 Biennale dell’immagine 25 novembre 201231 gennaio 2013 Enti promotori - Comune di Chiasso Dicastero Cultura e Dicastero servizi attività sociali e giovani - Galleria Cons Arc, Chiasso - Centro Culturale Chiasso

in collaborazione con - m.a.x.museo - Chiasso, culture in movimento - Cinema Teatro - Cineclub del Mendrisiotto Mosaico arte contemporanea Chiasso - Rolla.info, Bruzella - Demosmobilia Chiasso - Museo d’arte Mendrisio - Stellanove Spazio Arte Mendrisio - Bauhaus Archiv Museum für Gestaltung, Berlino - Fondazione Svizzera per la fotografia, Winterthur - Musée de l’Elysée, Losanna - Fondazione Imago Mundis, Cracovia - Istituto Storico della resistenza e della società contemporanea in Cuneo

Comitato direttivo Nicoletta Ossanna Cavadini Daniela e Guido Giudici Simonetta Candolfi Antonio Mariotti Andrea Banfi Comitato organizzativo - Lucia Ceccato, Chiasso, culture in movimento - Gianna Macconi, Mosaico Arte Contemporanea e Fondazione Macconi - Gian Franco Ragno - Rosella Rolla, Rolla.info - Demetrio Zanetti, Demosmobilia - Dominique Rondez, Stellanove Spazio Arte

Catalogo a cura di Daniela e Guido Giudici Progetto grafico Sidi Vanetti Editing Domenico Pertocoli Fotolito Prestampa Taiana Muzzano Stampa Progetto Stampa Chiasso Sito internet Biennale dell’immagine www.consarc.ch

Direzione m.a.x. museo e Spazio Officina Nicoletta Ossanna Cavadini Coordinamento e Relazioni con la stampa Serenella Costa Valle Ufficio stampa per la Svizzera Amanda Prada Ufficio stampa per l’Italia Laboratorio delle Parole di Francesca Rossini Allestimento UTC Chiasso Cons Arc, Chiasso Responsabile tecnico Davide Onesti Custodia Luciano Martinelli Realizzazione grafica Chiara Bertanza Assicurazione Nationale Suisse Trasporti d’arte Fattorini, trasporti Opere d’Arte Sistemi di sicurezza Securiton


Un particolare ringraziamento a: Aoi Huber Kono Laurent Balogh Umberto Balzaretti Gabriella Belli Edo Bertoglio Susanne Bieri Christophe Blaser Marcello Blua Stefano Boccalini Elide Brunati Armando Calvia Boel Cattaneo Francesco Paolo Campione Francesco Casetti Gionata Cavadini Rudy Cereghetti Pierluigi Cerri Corinne Coendoz Aline d’Auria Alessandra de Michelis Luisa Figini Manuela Fugenzi Martin Gasser Francesco Giudici Daniel Girardin Jeffrey Goldstein Steven Kasher Tiziana Grignola Laurence Hanna Pascal Hufschm Sabine Hartmann Egidio Insabato Annemarie Jaeggi Carsten Juhl Anna Meschiari Lucia Morello Corrado Noseda Davide Onesti Patrick Pagani Peter Pfrunder Sergio Polano Gian Franco Ragno Philip Michael Rolla Andre Rouvinez Simone Soldini Richard Sadleir Luigi Sansone Nicola Savary Rosa Schamal Sam Stourdzé Mike Toebbe Lucas Trzcinski Pierluigi Waber Anne Zakaras

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Prima e quarta di copertina Anna Leader Untitled 2009 dettaglio

CHF 28.— Euro 23


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