BIBENDA n° 85

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Anno XX - n. 85 - Marzo 2021

85 duemilaventuno

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copertina > Qualche considerazione di sconforto sul vino “degustato” e insegnato online. Brutta eredità, si spera provvisoria, lasciata dalla pandemia. A pagina 1.

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Il Vino online la grande tristezza / L’Editoriale di Franco M. Ricci Club Méditerranée / di Giovanni Ascione La luce di Ponza / di Floriana Bertelli Sassicaia 2017 / di Daniela Scrobogna Professione “Wine Ambassador” un sommelier a 360° / di Carlo Attisano L’intervista: Vittorio Feltri / di Elvia Gregorace Ridiamo voce all’autenticità delle parole / di Maurizio Saggion Orgoglio italiano / di Federico Sorgente I satelliti di Mercurio / di Redazione Pordenone e i suoi dintorni / di Simona Baldissera e Dario Risi Bibenda Assisi Dieci anni di Wine Tasting / di Nila Halun Vino e porchetta / di Antonella Pompei Nosiola! / di Paolo Scarnecchia L’arte in cucina e la scienza di mangiar bene / di Pietro Mercogliano Borgiona, l’autoctona magia di un “unicum” / di Redazione Distillati &… Il ritorno del Vermouth / di Grazia di Franco Da Leggere / di Redazione Cose&Vino / di Redazione Crucibenda / di Pasquale Petrullo


EDITORIALE

IL VINO ONLINE

LA GRANDE TRISTEZZA Un po’ per colpa della pandemia, un po’ per l’imbecillità di come qualcuno considera la Cultura del Vino, fattostà che siamo messi peggio della Scuola di Stato. Venditori di vino online, che al grido di prendi tre e paghi due, organizzano “corsi” di vino in 4 lezioni davanti a un pc e un bicchiere. Ma lo fanno anche associazioni che, non trovando i loro luoghi deputati ai corsi negli alberghi chiusi, si arrangiano a far sentire i vini, per parlarne, dalla camera di casa, ai loro iscritti. Comunque, a parte la pietosa ubicazione del corsista in pantofole, credo che nulla di peggio ci sia dell’insegnare il vino non in presenza. Il vino è una cosa seria. Assaggiarlo da casa con un degustatore-guida dietro a un pc NO. Si tratta di un brutto ripiego che purtroppo sta guadagnando spazi in ogni ambito, nonostante sia un’involuzione che porta male soltanto al vino. Il vino, proprio grazie ad un assaggio consapevole, in aule spaziose, eleganti e luminose, con docenti “attori” di un racconto fantastico ed emozionante, lui, il Vino, ha avuto un enorme successo negli ultimi venti anni. Un successo che regredisce al pensiero che anziché un sommelier c’è una moglie o un marito a farne le veci, mentre al posto dei profumi naturali del vino ci sono quelli dell’amatriciana o della coda alla vaccinara. Non fate questa roba, queste cose non si fanno. Anzi, non partecipate a questi incontri del secondo tipo. Queste cose fanno male, allo spirito, al sapere, alla cultura. Il Vino online è soltanto la grande tristezza. Franco M. Ricci

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Club Méditerranée

CLUB MÉDITERRANÉE G i o v a n n i

A s c i o n e

Dominiamo geograficamente il Mar Mediterraneo, lo abbiamo dominato a lungo anche politicamente, la nostra cultura ed il nostro stile di vita ne sono fortemente influenzati, eppure, anche nel vino, sembra proprio essere la Francia il paese che sfrutta meglio il giacimento della Mediterraneità. Analizziamo passato, presente e, soprattutto, futuro di uno stile vincente. 2


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Club Méditerranée

Ci ha sempre fatto un po’ rabbia vedere il successo del Club Med

sono sempre di meno e quelli asiatici nascono come funghi. Perché

ai quattro angoli del pianeta. Una rabbia infarcita di sana invidia,

ciò che conta, sempre, sono le sensazioni, sono le percezioni, sono

perché questo marchio ha saputo conquistare sogni e aspirazioni

le idee che vengono evocate. E i fondatori, Blitz e Trigano, lo

di generazioni e generazioni di turisti in tutto il mondo, tanto da

seppero fare molto bene, lasciandoci a guardare come il nome del

divenire preda di grandi scalate finanziarie. Un nome in grado

nostro mare venisse definitivamente pronunciato alla transalpina.

di evocare vacanze fatte per bene, con convivialità, sorrisi, sport,

Qualcosa che, troppe volte, abbiamo visto accadere, non ultimo

cucina e tanta aria aperta, poco importa se oggi i villaggi europei

nel mondo del vino.

CICALE, CICALE, CICALE

atmosfere estive, quelle del frinire delle cicale, delle leggere brezze

La Francia è geograficamente un paese atlantico, lo dicono i numeri,

marine, dei sentori di macchia mediterranea, sono associate in

oltre ad una semplice occhiata al mappamondo. Poi, è anche un

prima battuta alla fascia costiera francese e poi, solo poi, a quella

paese continentale, con la sua forma esagonale ben compatta. Solo

italiana. Come sempre, sembra vincente l’aver saputo trasmettere

in ultimo dovrebbe essere considerato un paese mediterraneo, con

una sola idea, forte, cristallina, in grado si rimanere nelle menti

i suoi milleseicento chilometri di coste, Corsica inclusa, contro

delle persone molto meglio di un coacervo di messaggi, di una

i quasi ottomila dell’Italia e i quasi quattordicimila della Grecia.

comunicazione istituzionale tra il latitante ed il bizantino.

D’accordo, in giro per il mondo, a partire dai paesi anglosassoni

Concetti che ci ritroviamo ad affrontare anche nel nostro mondo,

e a seguire presso i russi ed i cinesi, l’Italia è amata, amatissima.

perché la rabbia torna forte nel notare come nel vino il modo di

Il cibo e il vino sono adorati, i ristoranti italiani sono da sempre

muoversi francese sia stato più compatto e lungimirante, anche

molto diffusi e trasmettono entusiasmo verso il nostro paese, le

nell’appropriarsi del concetto di mediterraneità. Sì, perché il paese

nostre città, le nostre coste ed i nostri giacimenti enogastronomici.

dei cru di Borgogna, delle ottocentesche classificazioni bordolesi,

Poi, però, se uno scrittore americano deve ambientare un romanzo

della grandeur champenoise si è ben preoccupato di guadagnare

dalle atmosfere mediterranee, se Hollywood deve girare un film

posizioni anche lungo le coste del Mediterraneo. Lo ha fatto

oppure se va comprata una gran tenuta dove passarci qualche

con una comunicazione semplice e coerente da parte delle sue

settimana all’anno, è alla Francia del sud che ci si rivolge. Provenza

denominazioni principali, ma anche con l’immancabile supporto

e Languedoc hanno una presenza di investimenti stranieri

delle istituzioni, a partire dall’INAO, l’Institut National de l’Origine

impressionante, con capitali che sono arrivati soprattutto negli

et de la Qualité, lo storico asso nella manica della credibilità enoica

anni Ottanta e Novanta, quando i prezzi erano da outlet; ma ancor

francese. Per questo, ad esempio, non dobbiamo meravigliarci se

oggi da queste parti si vedono contese per le proprietà migliori e

risale alla fine del secolo scorso la tutela di questo magico nome

flussi di investimento ininterrotti. Nell’immaginario mondiale le

anche nel vino.


VIN DE PAYS MÉDITERRANÉE Dal 1999 i francesi ne hanno fatto un’indicazione geografica, uno dei sei Vin de Pays regionali, con una produzione che attualmente si assesta attorno ai 700mila ettolitri, non poco, praticamente tra le cinque e le sette volte la somma di due delle più rappresentative tra le nostre denominazioni considerate più mediterranee, come Morellino di Scansano e Maremma. Ma i dati sono in continua crescita, e la recente definitiva autorizzazione ad imbottigliare sotto questo ombrello anche i vini mossi porta a prevederne una vera e propria esplosione nei prossimi anni. L’area che è stata messa sotto protezione è molto ampia, perché va dalla bassa valle del Rodano all’intera Provenza, senza dimenticare la Corsica. I vitigni principali sono la Grenache e il Syrah, ma sono permessi ed ampiamente utilizzati anche i Cabernet, il Marselan e il Caladoc per i rossi ed i rosati, mentre per i bianchi prevalgono Viognier e Chardonnay. Non ci sono produttori particolarmente blasonati ad utilizzare questa indicazione geografica, ma non si può dire che non abbia successo e che non stia riscuotendo una crescente attenzione anche a livello mediatico. Il cavallo di battaglia è ovviamente costituito dai rosati, che quindi vanno a sommarsi a quelli derivanti dalle altre denominazioni, provenzali in primis. La capacità evocativa del nome è decisiva. Garantisce forti consumi locali, strettamente legati al turismo, ma anche e soprattutto forti quantitativi di export, riuscendo a dare dignità, destinazione e valore aggiunto a uve che sicuramente non meriterebbero tutto questo successo. Facile obiettare che non è questa la vera mediterraneità, che si tratta davvero solo di un’operazione di politica commerciale tipica di un paese attento a queste cose come la Francia. Ma il quadro è ben più complesso, ed i vini che sfruttano questo nome sono solo il grosso dei vagoni di un convoglio molto lungo, che vede la motrice ed i primi scompartimenti in denominazioni, produttori e vini con un blasone enormemente più importante. 5


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Club Méditerranée

OSSO E POLPA Provenza e Rodano del Sud, Languedoc e Roussillon sono state spesso descritte come denominazioni troppo commerciali, troppo calde, troppo lontane dalle, spesso, algide eleganze dei vini del Nord. Del resto, per tanti anni, ammesso che il fenomeno sia del tutto finito, i veri correttori in commercio oltralpe non erano tanto i nostri vini, quanto soprattutto quelli provenienti da queste regioni. Ci sono stati anni in cui vi era maggiore ricerca di surmaturazioni in vigna e di concentrazioni in cantina, portando effettivamente ad avere spesso vini abbastanza pesanti, di certo lontani dalle doti di grande bevibilità che invece è giusto attribuire al concetto di mediterraneità. Perché, se la cucina mediterranea, la più corretta, la più amata, la più imitata, si basa sulla digeribilità e sulla leggerezza, anche i vini di pari ispirazione è giusto che ne mantengano le stesse doti. Del resto, la storia recente del vino mondiale ha visto il susseguirsi di due grandi tendenze conclamate e nettamente contrapposte. Non sfugge a nessuno come gli anni Novanta, fino a metà della decade successiva, siano stati periodo di crescita costante dei muscoli praticamente dappertutto. Una crescita ottenuta attraverso uve sempre più mature, contenuti alcolici sempre più alti, trame tanniche sempre più esasperate, legni

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sempre più invasivi e, era inevitabile, acidità sempre più contenute. Poi la reazione, con la ricerca della freschezza e della bevibilità, ad ispirare in maniera via via sempre più decisa gli anni a seguire, fino però a giungere a parossismi di matrice opposta. L’esasperazione delle magrezze, delle freschezze fini a loro stesse, della mineralità, variamente intesa e raccontata, sono divenuti nuovi totem assoluti. I vini che dovevano ritrovare il legame con i loro territori e fuggire dalle omologanti esasperazioni precedenti hanno finito per ritrovarne di altre, hanno finito troppe volte per divenire dei fantasmi che, a loro volta, di territorio raccontavano ben poco. Per questo, la crescente attenzione verso rinnovati equilibri, la voglia di raccontare senza vergogna di nuovo quelle componenti di polpa del vino, di frutto, sì di frutto, stanno riprendendo campo e sembrano annunciare una stagione diversa, la stagione dell’equilibrio, sotto tutti gli aspetti. Una nuova stagione della critica e, soprattutto, dei mercati, in cui finalmente possano essere messe da parte le parole d’ordine e i tabù, una stagione in cui osso e polpa possano finalmente convivere in ogni vino, nelle proporzioni che ogni terroir e ogni idea produttiva vorranno raccontare. In tutto questo, come non pensare che la mediterraneità possa trovare finalmente la propria corretta identità e, perché no, il suo pieno successo anche nel mondo del vino. Nel sud della Francia non mancano esempi di quadratura del cerchio in questo senso. La Provenza, accanto ai milioni di ettolitri di rosati salini e poco colorati, ha sempre saputo regalare anche vini di alto blasone, radicati su territori specifici e su vitigni della tradizione. È il caso dei Mourvèdre di Bandol, con vini che negli ultimi anni hanno gradualmente perso le eccessive trame tanniche di un po’ di tempo fa e mostrano equilibri, sapori, intensità, capacità di intrigare ai massimi livelli; parliamo ad esempio di domaine come Tempier, Pradeaux, Pibarnon. A loro si aggiungono altri grandi nomi provenzali, come Château Simone, Château de Revelette o Domaine de Trevallon. I loro vini sono spesso caratterizzati da filosofie molto diverse tra loro, eppure sono facilmente in grado di essere accomunati dall’unione di frutta e freschezza, di pienezza e scorrevolezza, insomma di equilibrio e capacità di stare molto bene a tavola. Anche il Rodano del sud ha progressivamente mutato la propria identità e si è scrollato di dosso molte sovrastrutture, tornando a cercare quella bevibilità che sembrava aver irrimediabilmente perso. Certo, inevitabile avere delle gradazioni alcoliche abbastanza alte, se ad esempio si produce su di un plateau di pietre senza un filo d’erba, ma è indubbio come molti Châteauneuf-du-Pape oggi abbiano di nuovo raggiunto livelli altissimi di equilibrio e gradevolezza; non è solo Château Rayas a testimoniarlo, troppo facile, o il mitico e compianto Henri Bonneau, perché si sono riavvicinati anche nomi come Clos des Papes, Vieux Télégraphe, perfino Château de Beaucastel. Sostanza e bevibilità che ritroviamo tutte anche nei campioni della Languedoc, come ad esempio con Domaine Peyre Rose o Léon Barral, perfino ai confini con la Spagna, nel torrido Roussillon, con Domaine Gauby oppure Olivier Pithon. 7


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Club Méditerranée

MACCHIA INDELEBILE Equilibrio, equilibrio, equilibrio. In fondo è la ricetta di sempre, quella che ha reso grandi i migliori Bordeaux oppure che ha portato i Gran Cru di Borgogna a divenire tali a discapito delle vigne di rango minore. Equilibrio tra durezza e morbidezza, tra destra e sinistra, tra componente maschile e femminile, lo yin e lo yang, insomma. Ma qual è l’identità dei vini mediterranei, cosa li rende riconoscibili, cosa ci aspettiamo quando ne apriamo una bottiglia candidata ad esserlo? Probabilmente vorremmo tutti chiudere gli occhi e sentirci proiettati su un’amaca sotto un lentisco, con il rumore del mare in lontananza, con l’immancabile frinire delle cicale in sottofondo, allietati da una deliziosa brezza marina, nelle narici i profumi provenienti dalla non lontana macchia mediterranea, con i suoi richiami di ginepro e oleandro; e poi, le sensazioni marine, il salmastro, lo iodio, le intense percezioni aromatiche di rosmarino, timo, alloro; infine, i fiori, a tratti carnosi ed avvolgenti come la ginestra e il caprifoglio, ma anche netti e pungenti come la lavanda. In bocca, un leggero sentore di alloro, l’appagamento della frutta, piena, carnosa e ancora turgida, con sensazioni marine, quasi salate, ad amalgamare il tutto. Un continuo dondolare tra sole ed ombra, non solo sole, mai, perché altrimenti dal Mediterraneo passeremmo facilmente al Sahara, come troppe volte è successo. Profili, questi, che accomunano bianchi e rossi, perché la mediterraneità accomuna, mette insieme, non divide, ancor meno attraverso i colori. Denominazioni e vigneti vedono sempre l’alternarsi di uve a bacca bianca e a bacca rossa, e la cucina convive perfettamente con i tre colori, meglio che in qualunque altra circostanza. Perché è un mondo, quello della mediterraneità, che trova i grandi cibi locali ad accoglierlo a braccia aperte e che trasmette a noi italiani l’obbligo morale di combattere per riconquistarne la leadership, di più e meglio di come abbiamo fatto finora. Praticamente, fare nel vino come stiamo facendo in cucina. Senza paura e con tutto l’orgoglio che troppe volte finora ci è mancato. Ci sono davvero territori che potrebbero raccontare in maniera piena e ancor più convincente di quelli francesi la propria, di macchia mediterranea, meritando così maggior successo, non solo internazionale, prima di tutto a casa nostra.

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MARE NOSTRUM

a dare la tessitura di fondo del vino e quell’elasticità al palato che

Quando pensiamo alla mediterraneità all’interno dei nostri

davvero poche altre varietà riescono ad assicurare. Tra i bianchi,

confini il pensiero corre subito alla Sardegna, alla costa toscana,

fatta una limitata eccezione per il Vermentino, ci sono maggiori

a quella campana, all’interna Calabria, oppure all’ampia fascia

rigidità e, solo di volta in volta, si riescono a trovare vitigni che

adriatica, Marche ed Abruzzo su tutti, o ancora a pezzi di Sicilia.

narrano bene l’essenza della mediterraneità. Su questo campo,

Vini che riescono a fondere bene calore e freschezze, che

probabilmente, i bianchi sono un po’ indietro, perché sono ancora

sembrano fatti apposta per la cucina della tradizione, e che in

legati ad una visione meno aperta, fin troppo basata sulle durezze,

questi ultimi anni si sono di nuovo alleggeriti ed avvicinati a chi li

su acidità totali molto alte e, soprattutto, su pH davvero bassi. La

beve. Il Cannonau ne è forse l’esempio più netto, probabilmente

tendenza a raccogliere presto, sicuramente meritoria rispetto alle

il vitigno, con le sue varie etimologie, che più di tutti rappresenta

surmaturazioni raggiunte nel passato, è proprio sui bianchi che

il percorso da fare, da brutto anatroccolo, a mostro della palude, a

ha raggiunto livelli esagerati. La mancanza del tannino, quindi

splendido cigno amato da tutti. Un filo conduttore che attraversa

del rischio di ritrovarsi con profili polifenolici verdi e gravemente

tutti i paesi del bacino occidentale e che sta diventando a livello

condizionanti, nel caso dei bianchi spinge ancora troppe volte ad

mondiale il portabandiera del successo della mediterraneità, che

avere maturazioni solo parziali, per vini rigidi, monolitici, con

si chiami Grenache, Garnacha, nelle diverse varianti, oppure

una tendenza a non evolvere né in bottiglia, né nel bicchiere.

ancora Alicante, Abundante, Roussillon, Sans Pareil, Tocai Rosso

Sono pochi i bianchi che incarnano il ritorno alla mediterraneità,

o Vernaccia Nera. Un vitigno non facile, neanche così pronto ad

pochi in Francia, dove fanno eccezione sempre più Châteauneuf-

adattarsi facilmente a qualunque territorio, ma che riesce a dare

du-Pape, e pochi anche lungo le nostre coste, con deroghe alla

risultati splendidi quando si ambienta bene, anche e soprattutto

regola che però fanno ben sperare, ad esempio in Liguria o nella

quando si sposa ad altri vitigni complementari, contribuendo così

zona dei Campi Flegrei. 9


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Club Méditerranée

TUTTO IL MONDO È PAESE

fasce costiere estremamente ristrette, come lungo parte delle coste

La mediterraneità è un concetto estremamente ampio, è una

africane, oppure su zone ben più ampie, sia nell’area occidentale,

sorta di terroir allargato, nel quale le componenti culturali,

che nell’area orientale, come in Grecia, in Turchia ed in Medio

dunque la presenza dell’uomo, giocano un ruolo assolutamente

Oriente. In questi paesi la vigna sta aumentando, in alcuni casi con

decisivo. Tuttavia, è indubbio che le condizioni ambientali siano

ritmi di crescita molto forti, anche grazie ad investimenti stranieri

un presupposto importantissimo. Non a caso, il simbolo della

e molta meno burocrazia alle spalle. Ma, al di là del nome, il

mediterraneità è proprio la macchia mediterranea, un ecosistema

nostro mare non ha il monopolio di queste condizioni ambientali,

tanto tipico e caratterizzato, quanto sostanzialmente raro sulle

perché troviamo macchia mediterranea, e quindi presupposti per

superficie del pianeta, visto che ne rappresenta solo il due per

fare viticoltura in un certo modo, anche in altri continenti. Non

cento, quota peraltro in graduale diminuzione. Si tratta di una

a caso, parliamo della California, di una lunga fascia costiera del

vegetazione davvero unica, che mette insieme arbusti e piante

Cile, del Sudafrica, dell’Australia occidentale e di alcune ampie

con fusto in una combinazione molto varia. Si va dalle querce da

zone del Sud Australia. E, sempre non a caso, in buona parte

sughero, nella conformazione più alta di garriga, fino a lentischi,

di questi luoghi, California su tutti, lo stile di molti vini si sta

ginepri, ginestre di vari tipi, rosmarino, corbezzolo, caprifoglio,

spostando progressivamente verso una ricerca sempre più raffinata

oleandro, carrubo, alloro, cappero, cisti. Un insieme di elementi

di equilibrio tra componenti morbide e fruttate e fluidità di beva.

aromatici, fitto come è fitta la trama della sua vegetazione e denso

Si parla di questi valori anche negli Stati Uniti, anzi forse se ne

di fauna selvatica, di uccelli e di insetti di ogni tipo. Condizioni

parla anche più che da noi, sancendo come più che probabile next

che tendono a ripetersi in quasi tutto il bacino del mediterraneo, su

big thing mondiale del vino proprio la mediterraneità.


OLTRE LA GEOGRAFIA

espressioni di Montalcino oppure del Chianti Classico, Gaiole su

Si tratta di un concetto, infatti, che viene evocato sempre più

tutti, regalano quel timbro che difficilmente può essere descritto

spesso, anche nella descrizione di vini, stili aziendali o addirittura

meglio che semplicemente mediterraneo. Ma anche in Piemonte,

di intere aree. A parte l’utilizzo di descrittori della macchia

non di rado, vigne e vini vengono descritti in tal modo, così come

mediterranea, spesso è proprio l’idea produttiva che viene presa a

in Valpolicella o nel Collio. Sarebbe interessante riuscire a tracciare

modello e diviene paradigma per vini dalla natura molto diversa.

i principali descrittori utilizzati per la narrazione dei vini, sia da

In Francia un po’ dappertutto viene citata la mediterraneità,

parte della critica che da parte dei produttori stessi. Scopriremmo

ad esempio per descrivere dei cru borgognoni un po’ più caldi

probabilmente un utilizzo sempre più importante dell’aggettivo

oppure molte etichette bordolesi, sia sulla sponda sinistra che,

mediterraneo, tanto alle nostre latitudini, quanto, dettaglio non da

soprattutto, dalle parti di Pomerol. Non fanno eccezione tanti

poco, nel resto del mondo. Ed è una cosa estremamente positiva,

vini del Rodano, pensiamo solo alla Cote Rôtie oppure ai migliori

sotto tutti gli aspetti, perché il dilagare di richiami e descrittori

Hermitage e Crozes Hermitage, e perfino lungo le fredde sponde

del genere non può che far bene all’intero trend, rafforzandolo,

della Loira c’è chi, a volte, cita spunti mediterranei, soprattutto

definendolo meglio, rendendolo sempre più popolare a tutti i

nelle migliori espressioni di Chenin Blanc. Alle nostre latitudini,

livelli, con ricadute di ogni tipo. Un lavoro di divulgazione cui

poi, l’elenco sarebbe lunghissimo. In Toscana diviene sempre più

siamo tutti chiamati a dare un contributo, rimboccandoci le

facile trovarne tratti nella produzione interna, perfino più e meglio

maniche e provando a rendere il Mar Mediterraneo del vino un

rispetto alle provenienze puramente costiere. Le più equilibrate

mondo sempre più forte, amato, voluto e, magari, italiano. 11


I protagonisti Anche la Francia del sud annovera dei veri e propri mostri sacri, che negli anni hanno saputo interpretare al meglio la mediterraneità dei luoghi e fornire tutto il valore aggiunto possibile ai propri vini, quasi sempre senza lasciare molto sul campo delle mode passeggere. Con il grande vantaggio di continuare ad essere ancora degli ottimi acquisti, almeno rispetto ai più blasonati vini del nord, nonostante anche a queste latitudini i prezzi siano sensibilmente aumentati nell’ultimo ventennio. Segue una rassegna dei nomi più rappresentativi della viticoltura e dello stile mediterraneo in terra di Francia. Si tratta di un elenco significativo, ma lontano dall’essere esaustivo, anche perché in queste regioni il fermento è forte e ci sono sempre più nuove realtà che provano a lasciare il segno, attraverso ritorni alla terra, riconversioni qualitative o anche solo grazie ad importanti investimenti dall’esterno, soprattutto dal mondo anglosassone.

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Provenza La regione più difficile da inquadrare, senza dubbio. Si estende da Nizza alla periferia meridionale di Avignone, abbracciando tutta la costa ed un’ampia fascia collinare all’interno, larga anche oltre cinquanta chilometri. La Provenza è di gran lunga il primo produttore mondiale di rosati, legando la sua immagine a vini semplici, beverini e perfino costosi, per il livello qualitativo espresso. D’altro canto, il costo della terra è altissimo, a causa dei continui investimenti stranieri, limitando così fortemente nuovi insediamenti di giovani e appassionati, che magari potrebbero essere più attenti alla coltivazione della vite di quanto non sia avvenuto finora. Per questo, Bandol è una notevole eccezione, con una concentrazione di qualità rara nella regione. Fanno eco una più isolata manciata di produttori, divenuti riferimenti importanti anche grazie al loro coraggio pionieristico. Negli ultimi anni si registra anche un’interessante tendenza a riavvicinarsi a vecchi vitigni della tradizione, come Counoise, Clairette rosa e Carignan Blanc, accomunati dalla tendenza a dare vini meno alcolici e sempre più originali. La superficie complessiva del vigneto della Provenza è di circa 30mila ettari.

DOMAINE TEMPIER

Lo storico domaine della famiglia Peyraud ha ormai consolidato una solidissima posizione di vertice nelle gerarchie regionali, forte di una guida aziendale come quella di Daniel Ravier, precisa e lungimirante. Dai 32 ettari di proprietà, gestiti con un occhio alla biodinamica e con un’attenzione da primi della classe, vengono prodotte circa 200.000 bottiglie l’anno, divise tra i tre colori. Di recente, l’acquisizione di una grande tenuta destinata ai rosati fa prevedere uno spostamento deciso verso questa tipologia. Tempier affianca ai vini base della denominazione Bandol dei rossi selezione di vigna, che raccontano diverse sfumature di terroir; sono La Migoua, La Tourtine e Cabassaou. Tutti i vini sono frutto di uvaggi provenienti dalle vigne, con Mourvèdre, Cinsault, Grenache, Carignan e Syrah per i rossi ed i rosati; Clairette, Ugni Blanc, Bourboulenc, Marsanne e Rolle per i bianchi. Lo stile dei vini è un piccolo manifesto alla mediterraneità.

CHÂTEAU PRADEAUX

Cyrille Portalis, affiancato da suo figlio Etienne, ha sulle sue spalle la responsabilità di una tenuta che risale al 1752 e che è un vero e proprio monumento per la denominazione Bandol e la Provenza tutta. Gli ettari sono 18, con la particolarità di essere composti solo da vitigni a bacca rossa, Mourvèdre per l’80%, poi anche Cinsault, Grenache e vari altri vitigni neanche ufficialmente censiti. La visione e lo stile sono quanto di più tradizionale possa esprimere il territorio, con trame tanniche tese, acidità sopra la media ed una componente fruttata che solo da poco anni fa capolino nei primi anni di bottiglia. Uno stile al limite della mediterraneità, che strizza l’occhio a durezze langarole, ma che rientra comunque appieno nel solco del suo territorio. Le rese sono le più basse della regione, le vinificazioni avvengono a grappolo intero, cosa rarissima a queste latitudini, e le maturazioni in legno raggiungono normalmente i quattro anni, passati sempre in botte grande. Accanto ai Bandol Rouge e Rosé, trionfo della classicità di Pradeaux, vi è anche la cuvée Le Lys, sicuramente più rotonda ed approcciabile nei primissimi anni. 13


I protagonisti | Provenza CHÂTEAU DE PIBARNON

I conti di Saint-Victor negli anni 70 rimasero folgorati dal posto e dal vino un po’ rustico che un immigrato piemontese faceva su alcuni terrazzamenti disseminati tra i boschi di pino, a 300 m di altezza, con vista sulla baia de La Ciotat, nella denominazione Bandol. Decisero di trasferirsi da Parigi e fondarono il domaine, in uno degli scenari naturali dedicati al vino più belli del mondo. Oggi guida l’azienda Eric, figlio del fondatore Henri. Fiore all’occhiello un maestoso anfiteatro naturale sui cui terrazzamenti sono piantati i diversi vitigni in base alle esposizioni. In tutto gli ettari sono 52, di cui 47 di vitigni a bacca rossa, Mourvèdre, Grenache, Cinsault e Syrah, e 5 a bacca bianca, Clairette, Bourboulenc e Trebbiano; le bottiglie prodotte sono 200.000 ogni anno. I rossi sono tra i più accessibili della denominazione quanto a morbidezza e fruibilità della trama tannica da giovani, in particolare la cuvée Les Restanques.

CHÂTEAU REVELETTE

Il bellissimo domaine di Peter Fischer si trova nel villaggio di Jouques, in una zona abbastanza interna a nord di Aix-en-Provence, a più di cinquanta chilometri dal mare. Le colline sono fresche ed estremamente ventilate, assicurando sempre buone acidità ed una gran bella scorrevolezza ai vini, anche nelle cuvée relativamente più concentrate o nelle annate più calde. Gli ettari complessivi sono 30, divisi tra i 22,5 di uve a bacca rossa, Grenache, Syrah, Cabernet Sauvignon, Cinsault, ed i 7,5 a bacca bianca, con Ugni Blanc, Chardonnay, Rolle, Sauvignon e Roussanne. Negli ultimi anni, Peter ha intrapreso anche un certosino lavoro di recupero delle vecchie varietà della tradizione, in particolare Counoise e Carignan Blanc. Le bottiglie complessive sono 130.000, distribuite però sia sulla denominazione Coteaux d’Aix-en-Provence che su indicazioni geografiche. I due vini più costosi e prestigiosi dell’azienda, Le Grand Blanc e Le Grand Rouge, utilizzano l’indicazione Méditerranée.

DOMAINE HAUVETTE

Siamo sulle Alpilles, i rilievi subito a sud-est di Avignone, quindi sulla linea di confine tra Provenza e Valle del Rodano meridionale. La denominazione è Les Baux-de-Provence, dal nome del bellissimo villaggio patrimonio dell’UNESCO. Qui, negli oltre 16 ettari di proprietà, Dominique Hauvette fa praticamente tutto da sola, riuscendo allo stesso tempo perfino ad allevare i suoi amati cavalli. L’azienda è stata uno dei pionieri della biodinamica nella regione ed ha avuto una crescita qualitativa costante negli ultimi anni, trasformando la schiva Dominique da outsider a riferimento regionale. Le 40.000 bottiglie prodotte ogni anno provengono da Grenache, Cinsault, Syrah e Cabernet Sauvignon nel caso dei rossi, e da Roussanne, Clairette e Marsanne per i bianchi. Lo stile dei vini riflette tutta la personalità di questa coraggiosa vigneronne, con cuvée che vedono di volta in volta protagonisti vitigni diversi e con uno stile sempre accattivante, sinuoso, avvolgente, estremamente sapido, che trova sublimazione nel rosso Améthyste, a prevalenza Cinsault, un inno alla mediterraneità.

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DOMAINE DE TREVALLON

Trevallon è uno dei più prestigiosi domaine della Francia del sud, con quotazioni importanti, con costante attenzione di critici ed appassionati e con la continua ricerca di vecchie bottiglie. Eppure, soprattutto all’inizio, i problemi sono stati tantissimi, soprattutto quando la creazione dell’AOC Les Baux-de-Provence, nel 1995, impose limiti all’utilizzo del Cabernet Sauvignon. Da allora, la splendida azienda di Eloi Dürrbach si è vista escludere dalla denominazione simbolo di quell’area che, da sola, aveva contribuito a far conoscere nel mondo. Negli anni Ottanta, infatti, la critica mondiale era impazzita per la strana cuvée di Cabernet Sauvignon e Syrah, per quella perfetta sintesi mediterranea di potenza ed eleganza che solo un grande vino del sud sa dare. Oggi la fama e la qualità, nonostante la classificazione di Vin de Pays, restano assolutamente inalterate. I vini prodotti sono solo due, un rosso ed un bianco; gli ettari complessivi sono 17, di cui 15 piantati con le suddette due varietà a bacca rossa, mentre due sono dedicati al mitico e raro bianco, con Marsanne, Roussanne, Grenache Blanc, Clairette e Chardonnay. Le etichette cambiano ogni anno e sfruttano il patrimonio di disegni lasciato ad Eloi dal padre René.

CHÂTEAU SIMONE

La famiglia Rougier custodisce e tramanda uno dei domaine più prestigiosi della Francia meridionale, da sempre simbolo di mediterraneità e di capacità di dare il massimo su tutti e tre i colori della denominazione Palette, da sempre quasi un monopole. Le vigne hanno anche ben oltre un secolo di vita e continuano ad essere gestite come da tradizione in coplantation, cioè con la presenza sia di vecchi che di nuovi ceppi. Le bottiglie prodotte ogni anno sono circa 100.000 e gli ettari complessivi sono 25, di cui 13 con vitigni a bacca rossa, Grenache, Carignan e Syrah su tutti, e ben 12 a bacca bianca, con in testa Clairette, Viognier e Ugni Blanc. Il bianco, non a caso, è tra i più reputati e ricercati della regione, solido e avvolgente nei primi anni, sempre più elegante e fresco con il tempo, grazie a doti di invecchiamento estremamente sorprendenti. Château Simone produce anche uno dei rosati più prestigiosi al mondo, in grado di invecchiare come pochi. Lo ha dimostrato anche la tripla verticale esclusiva pubblicata con Bibenda 54.

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Rodano del sud L’area meridionale che accompagna il corso del Rodano è estremamente più vasta di quella settentrionale, perché si allarga notevolmente ad est e ad ovest dell’attuale corso del fiume. Di conseguenza, ha una diversità molto più alta, con denominazioni che hanno spesso un valore medio molto più basso, proprio a partire dall’ombrello regionale Côtes-du-Rhône. La forte parcellizzazione del nord, aiutata dalla concentrazione delle vigne sui soli territori più vocati, vede spesso pendenze importanti, terrazzamenti e vini che raccontano le caratteristiche di una singola vigna. Al sud, invece, il paesaggio è più dolce, le colline più regolari e le vigne molto più estese. I vini sono per lo più un modesto accompagnamento alla cucina locale o un buon souvenir di viaggio. Con qualche eccezione, a partire dall’intera denominazione Châteauneuf-du-Pape, che si sviluppa attorno all’omonimo villaggio, a ridosso di Avignone. Qui c’è tanta storia, ma anche un terroir unico, con i famosi vigneti fatti di pietre bianche perfettamente arrotondate. Qui, ai monovitigni del nord si risponde con vigne e cuvée composte da molte più varietà, anche se è la Grenache, sia nei rossi che nei bianchi, a dominare. Gli ultimi anni hanno visto un progressivo e deciso alleggerimento nello stile dei rossi, che oggi hanno tendenzialmente meno alcol e più acidità. Anche il lavoro in cantina ha portato e sta portando a vini sempre più puliti ed eleganti rispetto al passato. Ma non c’è solo Châteauneuf-du-Pape, perché cose interessanti si trovano anche in altre denominazioni, come Vaqueyras, Cairanne, Gigondas o Tavel, quest’ultima con rosati dalla personalità mediamente superiore a quella dei colleghi provenzali. La superficie complessiva attribuita al vigneto del Rodano Sud è di poco più di 65mila ettari.

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CHÂTEAU RAYAS

Uno dei miti del vino francese. Una proprietà relativamente piccola, 12 ettari, gestita all’antica, isolata rispetto al villaggio di Châteauneuf-du-Pape e perfino difficile da trovare. Château Rayas è condotto da generazioni dalla famiglia Reynaud, che oggi vede in Emmanuel il degno erede di tanto coraggio ed originalità. Le vigne hanno un’età media elevatissima e normalmente rendono pochissimi ettolitri per ettaro, su terreni molto particolari, che danno nome al lieu-dit Rayas e che sono dominati da sabbia ed argilla, senza neanche l’ombra di una delle tipiche pietre. Cantina essenziale, con pavimento in terra battuta ed utilizzo solo di legno usato, molto usato. Infatti, barrique e tonneau sono acquistati quando vengono dismessi da altri e sono ancora utilizzati per decenni e decenni. Un’altra eccezione riguarda la storica scelta di avere la sola Grenache nel rosso, per un vino spesso considerato una sorta di ambasciatore borgognone in terra rodaniana. Il bianco è fatto con Grenache Blanc e Clairette ed ha a sua volta una stoffa di gran classe ed una longevità da rosso.

CHÂTEAU DE BEAUCASTEL

Nome storico, riferimento della denominazione Châteauneuf-du-Pape, tra i domaine più rappresentativi dell’intera valle del Rodano, quella della famiglia Perrin è una corazzata che ha fatto spesso discutere critica ed appassionati. Se la cuvée Hommage à Jaques Perrin, prodotta solo nelle migliori annate, è una garanzia di classe assoluta, il rosso più rappresentativo ha avuto un livello qualitativo più altalenante negli anni. Soprattutto, ai Perrin è stata spesso addebitata la scelta di lavorare con legni poco curati e con concentrazioni eccessive, per vini a volte troppo pesanti. Questi ultimi anni sembrano segnare un ritorno a maggiori equilibri e migliori bevibilità. I cento ettari di vigna, dai quali sono prodotte circa 300.000 bottiglie, vedono soprattutto la presenza dei classici ciottoli. Nel pieno rispetto della tradizione, quasi da solo, Beaucastel produce i suoi vini utilizzando tutti i vitigni previsti nel disciplinare, che per il rosso ammontano addirittura a tredici.

CLOS DES PAPES

La famiglia Avril coltiva vigne dal 1600, mettendo insieme un collage di particelle tra i più preziosi della denominazione Châteauneuf-du-Pape, tra cui Le Clos, la storica vigna del castello, la più famosa della denominazione. Ciononostante, prima Paul e poi il figlio Vincent non hanno mai ceduto alla tentazione di fare imbottigliamenti parcellari, incentrando la produzione solo su di una cuvée rossa ed una bianca. La prima deriva da 29 dei 32 ettari totali e vede la presenza nettamente maggioritaria della Grenache, seguita da Mourvèdre, Syrah e altri vitigni minori. La seconda proviene solo da tre ettari e registra la presenza, quasi in egual misura, di Roussanne, Bourboulenc, Grenache Blanc, Picardan, Clairette e Picpoul. Lo stile dei vini, eccezion fatta per i primi anni del secolo, è sempre stato misurato, alla ricerca dell’equilibrio e della bevibilità, con una gradevolezza che non ha mai bisogno di tanti anni per mostrarsi.

CLOS DU MONT-OLIVET

La bella azienda della famiglia Sabon, guidata con molta lungimiranza da Thierry, ha un importantissimo patrimonio di vigne, che praticamente racchiude tutti i terroir della denominazione Châteauneuf-du-Pape. Gli ettari complessivi sono 46, con i rossi dominati dalla Grenache, cui si affiancano Syrah, Mourvèdre e Cinsault; i tre ettari di bianco, invece, contano su Clairette, Bourboulenc, Roussanne e Grenache Blanc. I vini di Mont-Olivet di recente riescono ad essere comprensibili anche nei primi anni di bottiglia, ma la loro caratteristica principale, e anche la principale ragione della notorietà, si basa sulla straordinaria longevità. Bottiglie dell’immediato dopoguerra escono oggi quasi intatte, con un’espressività più immediata e quasi più fresca delle sorelle più giovani. Nelle annate più importanti viene prodotta anche la Cuvée du Papet, che punta ancor più sulla struttura e perde un po’ dell’equilibrio guadagnato dai vini base. 17


I protagonisti | Rodano del sud VIEUX TÉLÉGRAPHE

I fratelli Brunier gestiscono il domaine di famiglia dalla fine degli anni Ottanta con fortune crescenti, fino a divenire uno dei riferimenti della denominazione. Le vigne sono concentrate soprattutto nel lieu-dit La Crau, un piccolo altopiano interamente ricoperto da sassi, vero cuore dello Châteauneufdu-Pape. Lo stile, pur rimanendo figlio del calore dei vigneti più pietrosi, è sempre stato tra i più equilibrati della denominazione. L’equilibrio è ricercato sempre, con ottimi risultati anche nelle annate più calde. Frutto di una gestione meticolosa delle vigne e di un approccio in cantina poco estrattivo, che parte dalla macerazione a grappolo interno e passa attraverso l’utilizzo di grandi contenitori di legno e cemento. Accanto alle vigne che danno vita ai vini di Vieux Télégraphe, vi è la tenuta Les Pallieres, una delle migliori espressioni di Gigondas. In tutto, gli ettari vitati sono oltre 120, con una larga prevalenza di rossi e, tra questi, della Grenache.

DOMAINE DU VIEUX DONJON

L’azienda di Lucien Michel, affiancato ormai stabilmente dai figli Claire e François, rappresenta probabilmente il simbolo dell’eleganza, dell’essenzialità, della bevibilità in terra di Châteauneufdu-Pape. Anche quando tutto il mondo andava verso le concentrazioni più esasperate, qui si produceva quasi in sottrazione, con macerazioni delicate fatte con parziale diraspatura e maturazioni in botte. Le vigne provengono da tre lieu-dit di grande qualità, Pialon, Les Mourres de Gaud e la Marine. Gli ettari complessivi sono 16, di cui uno piantato con uve a bacca bianca, praticamente solo Clairette e Roussanne, ed il resto con Grenache, Syrah, Mourvèdre e Cinsault. Vengono prodotti solo due vini, il rosso ed il bianco, per una produzione media complessiva di 50.000 bottiglie.

HENRI BONNEAU

Il mito. Un vigneron puro, in grado di fare vini con quotazioni stellari, eppure così legato al suo lavoro quotidiano e ad uno stile di vita essenziale. Henri Bonneau è stato il vero faro della denominazione Châteauneuf-du-Pape, un maestro. Ci ha lasciati nel 2016, dopo aver messo nelle migliori cantine del mondo delle bottiglie dalla personalità impressionante. Il suo stile era unico, con un livello di concentrazione che mai ha minimamente intaccato la bevibilità, frutto di rese naturalmente bassissime, attorno ai 10 ettolitri per ettaro, macerazioni delicate e lunghe maturazioni nei suoi proverbiali legni usati. Chi ha avuto la fortuna di incontrarlo e di visitare la sua cantina del XVII secolo racconta di una sorta di museo, con botti vecchie anche parecchi decenni, eppure in grado di regalare all’assaggio sempre dei vini pulitissimi. La rarità deriva anche della presenza di soli sei ettari di vigna, solo di rosso, con la maggior piantata a Grenache, seguita da Mourvèdre, Cinsault e Counoise. Henri, dopo lunghi élévage, decideva la destinazione dei vini, uscendo alternativamente con quattro etichette, Réserve des Célestins, la più famosa, ma anche Marie Beurier oppure solo Châteauneuf-du-Pape. Solo due volte è uscito con la rarissima Cuvée Speciale, nel 1990 e nel 1998. Alla sua morte la gestione è passata alla moglie, al figlio ed al suo collaboratore in vigna.

DOMAINE DE L’ORATOIRE SAINT-MARTIN

Cairanne è una denominazione che si trova una ventina di chilometri a nord di Châteauneufdu-Pape. Ne è massima espressione il domaine di Frèdèric e François Alary, che associa un livello qualitativo altissimo a dei prezzi mediamente molto più interessanti rispetto a quelli della terra dei papi. Il lavoro in vigna è attento ed è teso a conservare freschezza nei vini, che quindi risultano essere estremamente gradevoli sia da giovani che negli anni successivi. Gli ettari complessivi sono 25, di cui 20 piantati a Grenache, Mourvèdre, Syrah, Vaccarèse, Counoise, e 5 con varietà a bacca bianca come Clairette, Roussanne, Marsanne, Grenache Blanc e Viognier. Le bottiglie prodotte ogni anno sono circa 100.000.

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Languedoc La Languedoc del vino ha visto continui cambiamenti negli ultimi trent’anni, dopo essersi progressivamente affrancata dal ruolo di puro serbatoio di vini da taglio detenuto in precedenza. Qui le tendenze a cavallo del millennio hanno fatto presa più che in ogni altra regione e i vini usciti dalla massa per primi avevano concentrazioni, alcol e presenze di legno ai massimi livelli. Allora, denominazioni e vitigni della tradizione facevano meno presa che in altre regioni, come testimonia ad esempio la presenza eccessiva del Syrah, di gran lunga primo vitigno per superficie. Colpisce anche come i produttori che per primi hanno trovato il successo abbiano fatto ricorso anche ai vitigni bordolesi, oltre che a quelli del più vicino Rodano; unico modo, all’inizio del loro cammino, per rendersi credibili e per rendere credibili anche i vitigni della tradizione mediterranea che erano di complemento. Poi, solo nell’ultimo decennio, grazie soprattutto alla forza trainante di vignaioli testardi ed illuminati a volte al limite del visionario, le cose hanno preso un nuovo corso. Certo, resta una produzione di massa incentrata su vini poco eleganti e grossolani, ma ormai l’identità dei migliori terroir è molto più definita. Questi sono presenti nelle zone collinari e raccontano di volta in volta le esperienze dei pionieri che li hanno valorizzati. Oggi, non a caso, le migliori espressioni regionali hanno una presenza dominante di vitigni come Carignan, Cinsault, Macabeu, Grenache Gris, Rebeyrenc, Terret. La superficie complessiva del vigneto della Languedoc è di oltre 220mila ettari.

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I protagonisti | Languedoc DOMAINE PEYRE ROSE

Il lungo reportage di Bibenda 44 su Marlène Soria raccontava di una donna straordinaria, in grado di intraprendere un’avventura in solitaria, contro tutto e tutti, lunga ormai più di trent’anni. Raccontava anche di vini con una personalità tanto forte quanto elegante, vini in grado di invecchiare come pochi, eppure espressivi e gradevolissimi anche da giovani. Marlène è un genio, ha saputo interpretare delle selvagge colline di macchia mediterranea fondendo la sua personalità a quella dei luoghi, sempre rispettandoli, sempre cercando di farli esprimere al massimo. La donna più forte e, contemporaneamente, più delicata mai conosciuta nel mondo del vino. Accanto alle tre cuvée di rosso ormai mitiche, Clos des Cistes, Léone e Marlène n.3, produce un bianco di stile ossidativo tra i più interessanti al di fuori delle montagne del Jura. Peyre Rose si trova a Saint-Pargoire, mezz’ora ad ovest di Montpellier. Gli ettari sono 26, di cui due con vitigni a bacca bianca, Rolle, Roussanne e Viognier, e 24 a bacca rossa, con Syrah, Grenache e Mourvèdre. Le bottiglie prodotte, però, sono solo 35.000 ogni anno, frutto di rese bassissime.

DOMAINE LES AURELLES

Il piccolo domaine di Basile e Caroline Saint-Germain, piccolo almeno per la taglia media delle aziende della Languedoc, ha fatto progressi costanti a partire dalla sua fondazione a metà degli anni Novanta. Dall’inizio, la strada intrapresa è stata quella della ricerca dell’equilibrio, senza le esagerazioni che venivano richieste dal mercato. L’approccio è stato fin da subito di massimo rispetto della vigna, con un percorso verso il naturale concreto e poco ideologico. Le due cuvée di rosso sono Solen e Aurel, quest’ultimo con più struttura e la palese vocazione a sfidare il tempo. Il domaine si trova sulle colline di Nizas, a metà strada tra Narbonne e Montpellier. La superficie vitata è di meno di nove ettari, piantati soprattutto a Grenache, Carignan, Mourvèdre e Syrah per i rossi, mentre la splendida versione in bianco di Aurel deriva da Roussanne in purezza. La produzione complessiva si assesta su poco più di 20.000 bottiglie annue.

MAS JULLIEN

Nel villaggio di Jonquières, nella poco conosciuta denominazione Terrasses du Larzac, a una ventina di chilometri ad est di Montpellier, Olivier Jullien è riuscito a creare uno dei domaine più prestigiosi ed amati della regione. Un vero e proprio riferimento per tutti, a partire dagli altri vignaioli, perché Olivier ha saputo più e meglio di tutti lavorare su ogni più piccola sfumatura dei venti ettari di proprietà, incrociandola con le caratteristiche dei vari vitigni utilizzati. Nei 16 ettari a bacca rossa le varietà principali sono Carignan, Mourvèdre e Syrah, mentre per i 4 ettari destinati al bianco troviamo il Carignan Gris, lo Chenin e vari altri vitigni minori. La produzione totale ammonta a circa 70.000 bottiglie annue ed i vini sono sempre interessantissimi, anche quelli considerabili base, non ultimo il rosato.

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DOMAINE LÉON BARRAL

Nella piccola denominazione Faugères, Didier Parral porta avanti dall’inizio degli anni Novanta il percorso intrapreso da suo padre. E, anno dopo anno, è divenuto un riferimento assoluto per la regione e per l’intero movimento dei vini naturali, dei quali è divenuto, suo malgrado, una bandiera. La sua filosofia, infatti, parte dai principi della biodinamica, ma va ben oltre, alla continua ricerca del miglior equilibrio naturale dell’ecosistema della vigna, tra le sue componenti animali e vegetali. Le rese sono estremamente basse, la qualità dell’uva portata in cantina è maniacalmente perfetta e l’interventismo è bandito. Le macerazioni e maturazioni sono molto più lunghe del normale, per vini, sia i Faugères base che le due selezioni di rosso, che hanno personalità da vendere, pur con qualche presenza di troppo di volatile nelle annate più calde. Gli ettari complessivi sono 36, di cui 32 destinati ai rossi, con Carignan, Mourvèdre, Syrah, Grenache e Cinsault; i 4 ettari a bacca bianca vedono la presenza di Terret, Viognier e Roussanne. Ogni anno vengono prodotte circa 85.000 bottiglie.

MAS DE DAUMAS GASSAC

Aimé Guibert è scomparso nel 2016, dopo aver guidato più e meglio di chiunque altro la riscossa dei vini della Languedoc, in Francia e nel resto del mondo. Fin dagli anni Settanta, ha scommesso sulla qualità e sul rigore, avendo il coraggio di commercializzare le sue etichette a prezzi inimmaginabili nel panorama regionale. Inoltre, grazie ad un’attività di négotiant, ha contribuito a far crescere tanti altri vignaioli. La sua sfida, dati i tempi in cui era iniziata, partiva dai vitigni bordolesi per arricchirli e personalizzarli con le varietà mediterranee tradizionali. In questo modo, Aimé ha aperto la strada a tutti gli altri che hanno seguito, affiancato e, qualche volta, superato il suo domaine. Oggi i poco più di quaranta ettari di proprietà sono gestiti dai suoi quattro figli, che continuano a proporre vini molto ben fatti e molto adatti anche a lunghi invecchiamenti in bottiglia. Le varietà a bacca nera sono Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah, Cabernet Franc ed altri vitigni minori, quelle a bacca bianca sono Sauvignon, Viognier, Chardonnay, oltre alle varietà della tradizione; le bottiglie prodotte sono circa 200.000 l’anno.

DOMAINE DE LA GRANGE DES PÈRES

Laurent Vaillé fondò il domaine nel 1992 dopo aver lavorato presso alcuni grandi nomi dell’enologia francese, come Chave, Coche-Dury e Eloi Dürrbach. L’incontro con gli ostici suoli di calcare del massiccio di Arboussas, ad Aniane, nell’Herault, lo portò a creare delle vigne particolarissime, che sembrano germogliare dalla roccia. Il suo stile ha dato il passo ai migliori della classe nella regione e i suoi vini hanno raggiunto velocemente le migliori carte del mondo, a prezzi da sogno per dei Languedoc. Basse rese, tanta presenza fruttata, struttura, ma anche bevibilità, freschezza e capacità di accompagnare bene tantissimi piatti di varia struttura fanno sì che i suoi vini siano sempre ricercatissimi. Le etichette sono solo due, un rosso e un bianco, e le bottiglie prodotte ogni anno sono 20.000, provenienti da dieci ettari complessivi, di cui solo uno destinato al bianco. I vitigni a bacca nera sono Syrah, Mourvèdre e Cabernet Sauvignon, quelli a bacca bianca Marsanne, Roussanne e Chardonnay.

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Roussillon Quella del Roussillon, estrema regione meridionale al confine con la Catalogna, è una parabola che ben rappresenta l’intera storia delle regioni meridionali mediterranee francesi. Fino agli anni Novanta, nella produzione del vino contava quasi solo il grado alcolico, tanto per produrre merce da taglio, quanto per mettere in commercio vini del proprio territorio. Siamo in una delle regioni più calde e secche e, inevitabilmente, i vini di pianura fanno della generosità la loro caratteristica principale. Poi, un piccolo gruppo di vignaioli illuminati ha iniziato a fare qualità, andando in collina, diminuendo le rese e cercando di far esprimere vigne e vitigni in tutta la loro personalità, senza omologare il tutto con le surmaturazioni. Oggi i viticoltori bravi sono sensibilmente aumentati e il loro impegno è tutto rivolto alla conservazione della freschezza in bottiglia. I vitigni principali sono in comune con la Languedoc, per una superficie complessiva di vigna molto ridotta, anche rispetto al passato, con ormai meno di 25mila ettari. La produzione di vini secchi rappresenta i tre quarti di quella complessiva regionale, ma i vini dolci ne restano uno dei simboli, oltre che il principale serbatoio francese della categoria. Banyuls, Maury e Rivesaltes provengono da appassimenti, mutizzazioni e, spesso, anche da lunghe maturazioni in ambiente ossidativo, in alcuni casi ancora usando damigiane lasciate al sole.

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DOMAINE GAUBY

Simbolo della riscossa del Roussillon, il domaine fondato da Gérard Gauby a Calce negli anni Ottanta ha saputo aprire meglio di chiunque altro nuove strade alla viticoltura regionale, rendendone credibile la presenza nelle più prestigiose carte del mondo. Oggi, il figlio Lionel ha un peso sempre più importante in azienda e continua a spingere verso la ricerca in vigna ed un lavoro sempre più rigoroso in cantina. Il tutto non senza prendere rischi, magari con qualche etichetta fuori dalle righe negli anni passati, ma sempre con un livello medio impressionante, fatto di tanta polpa e tanta freschezza, di setosità e sapidità, sia all’inizio che, soprattutto, aspettando un po’ di anni. La produzione vede tre livelli, con complessità crescente. Alla base, le godibilissime cuvée Calcinaires, poi le cuvée Vieilles Vignes, infine i cru, con una gamma che ormai non è mai la stessa di anno in anno, proprio perché lo slancio non si ferma e c’è costante voglia di crescere. Gli ettari complessivi sono poco più di 43, di cui 27 destinati ai rossi e 16 ai bianchi, per circa 100.000 bottiglie prodotte ogni anno. I vitigni principali sono Grenache, Carignan, Syrah e Mourvèdre da un lato e Grenache Blanc, Macabeu, Muscat, Vermentino e Chardonnay per i bianchi.

MAS AMIEL

Domaine storico della regione, ha avuto tanto successo e notorietà soprattutto per la produzione di vini dolci, dei quali resta uno dei simboli. Poi, dopo l’acquisto da parte di Olivier Decelle circa venti anni fa, i vini secchi, soprattutto rossi, hanno cominciato a divenire sempre più importanti all’interno della gamma, puntando su doti di equilibrio e freschezza. Olivier ha poi continuato ad investire anche a Bordeaux e in Borgogna, senza però mai ridurre attenzione e voglia di migliorare anche nel Roussillon. Le dimensioni del parco vigneti sono importanti, con 143 ettari a bacca rossa e 12 a bacca bianca. I primi vedono come principali vitigni Grenache, Carignan, Syrah e Mourvèdre, i secondi Grenache Gris, Macabeu e vari tipi di Moscato. La produzione complessiva ammonta a circa 400.000 bottiglie annue.

DOMAINE OLIVIER PITHON

Olivier è il fratello di Jo Pithon, viticoltore a sua volta nella Loria. All’inizio del secolo, alla ricerca della propria strada, è approdato a Calce e, sull’esempio di viticoltori come i Gauby, ha cominciato a lavorare la vigna in maniera certosina e super attenta. I suoi vini hanno stile, personalità e grande equilibrio. Mirabile il lavoro su un vitigno come il Macabeu, che dà vita allo splendido bianco La D18, dal nome della strada dipartimentale che lo serve. La produzione complessiva è di circa 100.000 bottiglie l’anno, ripartite su di un numero considerevole di cuvée, a testimonianza del lavoro di ricerca di Olivier. Gli ettari a disposizione sono 18, equamente ripartiti tra bianchi e rossi; i primi con Grenache Gris e Grenache Blanc, oltre ovviamente al Macabeu, i secondi con Grenache, Carignan e Mourvèdre. 23


I protagonisti | Roussillon DOMAINE DE LA RECTORIE

I fratelli Thierry e Jean-Emmanuel Parcé sono partiti da una produzione fondamentalmente basata sui Banyuls della tradizione, che pure riuscivano a rendere più digesti fin da giovani, per poi approdare progressivamente ad una produzione di vini secchi non ossidativi di gran livello. Bevibilità, sapidità e, al tempo stesso, grande complessità caratterizzano anche i vini base, frutto di un lavoro estremamente attento in ognuna delle tantissime parcelle che compongono i trenta ettari di proprietà. I vini secchi escono con la denominazione Collioure, alla quale apportano lustro e valore; ne sono simbolo le splendide cuvée Côté Mer e Montagne. I vitigni principali che compongono i 26 ettari a bacca rossa sono Grenache, Syrah, Carignan, Counoise e Mourvèdre; quelli a bacca bianca sono Grenache Gris e Grenache Blanc. Le bottiglie prodotte ogni anno sono 80.000.

DOMAINE MATASSA

L’azienda di Thomas Lubbe, sudafricano follemente innamorato del Roussillon, e di sua moglie Nathalie, sorella di Gérard Gauby, ha mosso i primi passi all’inizio del secolo, quando Tom ha smesso di fare il consulente enologico nel suo paese di origine ed ha deciso di prendere vigna. Nei primi anni si è appoggiato all’azienda del cognato, per poi prendere via via la sua strada, fatta di minor concentrazione ed ancor più leggerezza, compatibilmente con il segno delle annate. Gli ettari totali sono 15, con una leggera prevalenza dei vitigni a bacca bianca, Grenache Gris e Macabeu; per i rossi, invece, Grenache e Carignan. Le bottiglie prodotte ogni anno sono circa 30.000, distribuite su molte etichette, che rispondono ai nomi di Marguerite, Romanissa Casot, El Sarrat, Coume de l’Olla, Alexandria, alcune presentate con la denominazione Côtes Catalanes, altre addirittura semplicemente come Vin de France.

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Corsica La Corsica dovrebbe essere il vero simbolo della mediterraneità in terra francese, e i suoi vini dovrebbero avere un posto di rilievo su molte più tavole di quelle in cui riescono ad approdare. Questa regione, sotto molti aspetti, perfino quelli enoici, sembra una realtà mai propriamente accettata come francese. I suoi vini, soprattutto negli ultimi vent’anni, hanno fatto passi da gigante, che vanno ben oltre l’accompagnare le cene estive dei vacanzieri sull’isola, ma la loro notorietà resta molto bassa nel resto del paese. L’identità del vigneto corso si basa essenzialmente sui vitigni autoctoni, Vermentino su tutti per i bianchi, Sciaccarello e Nielluccio per i rossi, senza dimenticare tante altre varietà che solo da poco ricominciano ad essere considerate, come il Carcajolo. Lo stile ricorda a tratti la Liguria, i vini sono freschi, salini, digesti, lontani dai vecchi stereotipi della Francia del sud. Semmai, spesso hanno poca personalità, problema che, anno dopo anno, sembra scemare grazie ai progressi che tantissimi produttori hanno fatto e stanno facendo. Affascinante e furbo il nome dell’Igp regionale, da cui provengono molti vini, Ile de Beauté. L’intero vigneto assomma a 5.500 ettari, concentrati soprattutto non lontano dalle coste.

DOMAINE ANTOINE ARENA

Quella di Antoine Arena è stata ed è l’azienda di riferimento della denominazione Patrimonio. L’attenzione alle vigne ed in cantina è iniziata quando ancora attorno le cose venivano fatte in maniera molto più grossolana. Lo stile negli ultimi anni si è enormemente alleggerito, grazie soprattutto all’impulso dei figli, portando a dei vini sempre più espressione pura del terroir corso. Gli ettari complessivi sono 5, di cui 3 destinati ai bianchi, con Moscato, Biancu Gentile e Vermentino, e 2 destinati ai rossi, con il solo Nielluccio. Le bottiglie prodotte ogni anno sono circa 30.000. Uno dei figli, Antoine-Marie, dopo aver dato un contributo all’azienda familiare, ha intrapreso un proprio percorso ed oggi gestisce un autonomo domaine con il suo nome, anch’esso di 5 ettari, presi dai vigneti dell’azienda originaria del padre.

DOMAINE COMTE ABBATUCCI

Antoine Abbatucci negli ultimi decenni del secolo scorso ha saputo tenere in piedi, curare e dare dignità a molti vitigni autoctoni della tradizione corsa, evitando che se ne perdesse memoria ed utilizzo. Allo stesso tempo, ha lavorato come pochissimi per la qualità assoluta dei vini, soprattutto puntando su doti di finezza e complessità, senza mai cedere a pesantezze eccessive. Poi, l’arrivo del figlio Jean-Charles alla guida dell’azienda ha ulteriormente spinto verso l’eccellenza, rendendo questo domaine il vero faro qualitativo dell’isola. Gli ettari aziendali totali sono 20, di cui un quarto destinati ai bianchi. Questi ultimi sono per lo più piantati a Vermentino, con accanto però un notevole numero di altre varietà, come Brustiano, Bianco Gentile, Genovese, Rossola, Riminese, Carcajolo Bianco, Biancone. I 15 ettari a bacca rossa, invece, vedono Sciaccarello, Nielluccio, Morescola, Montanaccia, Carcajolo Nero, Aleatico. L’azienda ha una certificazione biodinamica e le bottiglie prodotte ogni anno sono circa 70.000. 25


Bibenda 85 duemilaventuno

LA LUCE DI PONZA

LA LUCE DI PONZA F l o r i a n a

B e r t e l l i

“A PONZA, SI COLTIVAVA LA VIGNA QUANDO LA VITE SIGNIFICAVA SOPRAVVIVENZA. QUANDO ANDAVO ALLE ELEMENTARI, SULL’ISOLA NON C’ERA LA LUCE E SI USAVANO I LUMI A PETROLIO. DUE ORE AL GIORNO”.

MA SOLO PER

Le parole di Emanuele Vittorio, ideatore, motore e anima

delle Antiche Cantine Migliaccio, raccontano un’isola che non c’è più. 26


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Bibenda 85 duemilaventuno

LA LUCE DI PONZA

Le immagini si materializzano nei lampi dei suoi occhi azzurri che illuminano un volto cotto dal sole e dagli anni. E dalle tante vendemmie fatte a Punta Fieno, riserva incontaminata di natura selvaggia, dove si arriva solo a piedi, dopo 40 minuti di trekking sul sentiero d’epoca borbonica che spesso anche gli asini rifiutano di calpestare. Da allora ad oggi, l’isola con il mare piu bello del Mediterraneo, come la proclamò anni fa l’oceanografo Jacques Cousteau, offre ancora scorci ed angoli selvaggi e impervi che racchiudono l’essenza di Ponza e della sua viticoltura estrema. E dunque, se il bello e il buono nell’ideale greco dell’uomo (kalos kai agathos) derivano l’uno dall’altro, perchè non applicare questo assioma a Ponza, dove la natura è bellissima ed esplosiva, i panorami commoventi, i vigneti sospesi su un mare trasparente dalle infinite sfumature di blu e di verde cristallo. E se il buono discende dal bello, ecco che i vini di Ponza si sono già presentati. La viticoltura sull’isola è storia antica. Sin dai tempi dei Romani, la vigna qui ha saputo prosperare, diffondendosi e fruttificando. Da allora ad oggi, la viticoltura ha avuto momenti di grande splendore alternati a periodi di assoluto abbandono. Negli anni ’50 l’emigrazione ha riportato tutti i terreni coltivati allo stato brado e solo da una ventina di anni si sta lavorando per riscoprire le vecchie vigne e rimetterle in produzione. Qui la storia ha lasciato segni indelebili. Dal neolitico, di cui i ritrovamenti di punte in ossidiana sono testimonianaza diretta, alle ville romane del periodo imperiale. Ponza era già considerata in epoca romana terra di confino, dove spedire e isolare personaggi scomodi e ostili all’imperatore. Fu proprio Giulia, figlia unica di Giulio Cesare, mandata a Ventotene, ad iniziare la lunga lista di ospiti llustri di queste dorate e lussuose prigioni. Così l’alto tenore di vita, il lusso e la dilagante immoralità che erano a Roma, furono trasferiti sull’isola, dove oggi si possono ancora vedere i resti delle sontuose ville romane, delle cisterne, dei teatri e dove la peschiera delle Grotte di Pilato, sotto la torre borbonica, racconta piu di qualunque libro. Ai romani, seguirono i monaci, che curarono la viticoltura ed eressero chiese e abbazie, e poi i Borboni che fecero arrivare i primi coloni da Ischia e dalle campagne sotto al Vesuvio. Un’immigrazione che si legge ancora nei nomi delle famiglie ponzesi: Scotti, Feola, Conti, Migliaccio e Mazzella, marinai e agricoltori, voluti dai Borboni per ripopolare l’isola abbandonata nei secoli delle feroci invasioni saracene. È da una immensa sorgente magmatica sottomarina con numerose bocche eruttive che alla fine dell’era Cenozoica, nel Terziario, emersero le isole di Zannone, Ponza e Palmarola. Un territorio vulcanico ricoperto poi in parte di tufi bianchi, gialli e verdi derivati da nuove e più recenti eruzioni. Le ultime, circa un milione e duecentomila anni fa, ricoprirono il monte Guardia, il piu alto di Ponza, con una cupola di trachite spessa decine di metri. 28


Ed è proprio questa matrice che ritroviamo nei calici, bevendo il vino ponzese. Una profonda e tipica impronta minerale che si arricchisce di fiori e di frutta, di iodio e di macchia mediterranea, di mirto, di eufrasia, di ginestra e del sale spruzzato dalla violenza del maestrale sui terreni di Punta del Fieno e di Monte Guardia, dove i vigneti corrono ripidi e l’uomo è l’eroe che li cura. La coltivazione della vite a Ponza è, infatti, eroica. Si deve camminare per ore a piedi lungo mulattiere strettissime, calpestando antichi sentieri che risalgono ancora al ‘700, delimitati in moltissimi tratti da muretti a secco, le parracine, che in molti casi proteggono le viti dal vento. L’approdo via mare è praticamente impossibile. La costa frastagliata costringerebbe a saltare dall’imbarcazone direttamente sulla scogliera, rischiando di finire in acqua e di perdere tutto il materiale. A partire dalla metà del secolo scorso l’antica tradizione vitivinicola si è saldata con una forte vocazione turistica e con la lungimiranza e lo spirito imprenditoriale di alcune aziende vinicole di primaria importanza che hanno puntato fondamentalmente sulla Biancolella, vitigno autoctono, che si pensava importato dai coloni, ma che recenti analisi del Dna differenziano da quello ischitano. E poichè la modificazione del Dna richiede tempi molto più lunghi, le ultime ipotesi propendono per un’introduzione dalla Magna Grecia, forse proprio ad opera di quei pirati saraceni che scorrazzavano in quelle acque e per queste coste. Una data ufficiale, il 1734, segna l’avvio di una viticoltura sistematica con l’assegnazione in enfiteusi perpetua di alcuni appezzamenti di terreni alla famiglia di Pietro Migliaccio. 29


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LA LUCE DI PONZA

foto © Roberta Letizia

Sono tre le aziende che coltivano e vinificano principalmente

interrando la pianta che si rigenera, oppure interriamo i tralci

Biancolella. Cantina Taffuri Pouchain, Antiche Cantine Migliaccio

delle potature. Abbiamo preferito questa strada, perché le barbatelle

e Casale del Giglio. Ognuna con storie e motivazioni diverse,

innestate sono infestanti e portano l’inflorescenza dorata. Certo, per

accomunate però da un territorio difficile, aspro, duro da domare.

crescere impiegano più tempo, ma noi le coccoliamo e le trattiamo

Unite dal rispetto per una terra che non si concede facilmente, la

con tutti i riguardi. Per queste piante la vendemmia è a parte”.

cui ritrosia ha però preservato e tutelato una bellezza incontaminata.

Arrivare a Punta Fieno è come fare un viaggio a ritroso nel tempo. Non ci sono altri mezzi che le gambe. Lungo il tragitto

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Per visitare i vigneti di Antiche Cantine Migliaccio bisogna

è frequente incontrare i contadini che si riportano giù a spalla

attarversare l’isola. Tre ettari terrazzati a Punta Fieno, dove le

vino per consumo familiare. “Purtroppo qui tutto è eroico. Le

parracine (i muri a secco) trattengono la terra utile per le viti.

prime attrezzature le abbiamo portate a mano. Per trasportare alla

“Le piante di Biancolella sono a piede franco, sono le pronipoti di

cantina di Punta Fieno, a quota 110 mslm, dove vinifichiamo in

quelle originarie del ’700 - racconta Vittorio - . Le replichiamo

una vecchia cantina dell’800 con ancora le vasche per la pigiatura a


piedi e la pietra torcia, un serbatoio d’acciaio da mille litri, c’è voluta una giornata. L’asino non riusciva a passare. Solo più tardi abbiamo utilizzato l’asino d’acciaio, l’elicottero, per portare la pigiadiraspatrice e altri serbatoi”. Il quotidiano, però, è tutto a piedi, tra rovi, parracine, e macchia mediterranea. Certo, una volta su, la fatica è premiata dal paesaggio

Antiche Cantine

ineguagliabile di vigneti sospesi sul mare, dove il poeta eremita Antonio De Luca ha

Migliaccio

eretto una scritta “Utopia”.

Via Pizzicato, 9

“Ci siamo accorti dopo che rischiava davvero di essere una utopia, l’inizio è stato per gioco.

04027 Ponza LT

Venti anni fa, ho recuperato i vigneti abbandonati di mio nonno da una zia francese. Ho

Tel. 339 282 2252

vissuto a Ponza da piccolo, perchè mio padre era un confinato politico. Oggi vivo a Napoli

www.antichecantinemigliaccio.it

dove faccio il dentista, mia moglie Luciana insegnava inglese, non pensavamo davvero di arrivare a tanto. Ma la passione si è sviluppata senza che ce ne accorgessimo. A darmi la spinta iniziale sicuramente è stato il desiderio di far rivivere l’attività di mio nonno. E promuovere la bellezza e la qualità della viticoltura ponzese”. Sfida vinta; i vini del Fieno di Antiche Cantine Migliaccio, unica azienda a vinificare e imbottigliare sull’isola, sono conosciuti e apprezzati anche fuori Ponza e hanno già iniziato a vincere premi e riconoscimenti in Italia e all’estero. Oggi “l’Utopia” conta una produzione di diecimila bottiglie, due cantine, una a punta Fieno e l’altra in località Pizzicato, e quattro etichette: Fieno Rosso (Piedirosso e Aglianico), Fieno Rosato, dallo splendido colore buccia di cipolla, Fieno Bianco (Forastera e Biancolella) e Biancolella in purezza. Per tutte le etichette una stessa foto © Roberta Letizia

dicitura: “Puro succo di roccia a Punta Fieno nell’isola di Ponza”. L’altra realtà ha il nome ben noto di Casale del Giglio, azienda dell’Agro pontino, in località le Ferriere in provincia di Latina che fa capo ad Antonio Santarelli. Quando il responsabile commerciale della vasta gamma di etichette di Casale del Giglio, Tommaso Tartaglione, parlò a Santarelli di un possibile recupero dell’autoctono Biancolella a Ponza, Antonio non ci pensò su due volte. Con Gino Scotti, deus ex machina del progetto, iniziò una capillare ricerca di vecchi vigneti e di terreni utili per impiantare Biancolella. Oggi due ettari, uno di proprietà e l’altro in affitto dai contadini dell’isola, scorrono sui ripidi pendii del Monte della Guardia (il più alto di Ponza con 283 metri). Per visitarli non rimane che predisporsi ad un’immersione nella natura con la consapevolezza che solo le gambe ti permetteranno di raggiungere le vigne. Si parte dallo storico bar Gildo, irresistibile riferimento per ricchissime colazioni con i tradizionali babà, sfogliatelle, ricce e al forno e una superba caprese appena sfornata e dove l’aperitivo della sera è un must, tappa immancabile negli anni ’60 di Gianni Agnelli e dei reali del Belgio. Da lì si comincia a salire verso Parata degli Scotti e dopo poche centinaia di metri si resta abbagliati dalla bellezza del paesaggio: dall’alto in un solo sguardo, il porto di Ponza, Chiaia di luna e, all’orizzonte nel mare, la linea inconfondibile di Palmarola. 31


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LA LUCE DI PONZA

“La prima vendemmia è stata nel 2012. Abbiamo dovuto portare giù tutto a dorso d’asino. Ora possiamo utilizzare una motocarriola e ad ogni viaggio scendono 50 kg d’uva. Dal 2013, Paolo (Tiefenthaler) il nostro enologo ci ha fatto fare i terrazzamenti. Un lavoro massacrante, tutto a mano”. Parla Gabriele che con Silverio cura i vigneti di Casale del Giglio. Assieme a lui, Linda Siddera, responsabile dell’accoglienza e grande conoscitrice del territorio e dei suoi vigneti, fa da apristrada e racconta: “Quest’anno la vendemmia è in ritardo rispetto allo scorso anno. Ma è di qualità eccellente. Il vento di maestrale asciuga l’uva e, a meno di repentini cambiamenti, avremo un bellissimo raccolto. Il lavoro in vigna è tutto ■

Paolo Tiefenthaler e

manuale, anche i trattamenti sono fatti tutti a spalla, in regime biologico. Alcune “catene”,

Antonio Santarelli,

i terrazzamenti veri e propri, sono talmente stretti che vi abbiamo potuto piantare un solo

rispettivamente enologo e

filare. Dopo il tragitto a spalla, il raccolto viene caricato su un cingolare, poi sul furgone e

proprietario di Casale del

quindi al porto per essere lavorato in azienda sulla terraferma. Parte come mosto e torna

Giglio. In basso un vigneto

come vino. L’impegno della proprietà con i coltivatori di Biancolella dell’isola, che ci danno

aziendale sull’isola di Ponza.

in gestione i loro vigneti, è infatti di far tornare a Ponza l’oro di Ponza”. Nessuna bottiglia viene venduta fuori, la Biancolella Faro della Guardia si trova solo qua, nelle enoteche e nei ristoranti locali. La produzione di circa quattro-cinquemila bottiglie. Un prodotto di nicchia di altissimo livello che ha già portato a casa molti premi. Un altro strappo in salita e siamo alla Macchia degli Asparagi. Lo sguardo cade in basso, e scopre Bagno Vecchio, antico porto romano e una cisterna romana ancora in uso. Altri vigneti, sempre in zona Scotti, sono quelli che costeggiano il santuario della Madonna della Civita. Gli ultimi, quelli su Chiaia di Luna. Una realtà articolata, dalla gestione complessa che è la “chicca” dell’azienda, molto fiera di questo progetto voluto con lo scopo principale di reuperare vigneti rimasti in stato di abbandono per decenni, ma entrando nella realtà isolana in punta dei piedi. Altre motivazioni ancora quelle che hanno portato la famiglia Taffuri Pouchain a coltivare vigneti a Ponza. Sopra Giancos, a 120 gradini dal livello del mare e a meno di un chilometro dal centro del porto, i filari di Azienda Agricola Marisa Taffuri si

Casale del Giglio

vedono nitidi anche passandoci sotto con una imbarcazione.

Strada Cisterna - Nettuno Km 13

“Inizia tutto nel 1990, per la grande passione che mio padre, buon bevitore, ha per i

04100 Le Ferriere LT

vini. Il legame con l’isola però risale agli anni ’70, quando arrivò qui per la prima volta.

Tel. +39.06.92902530

Una sorta di folgorazione”. Ci porta dentro la realtà aziendale, Enrico Pouchain, il più

Fax +39.06.92900212

piccolo dei figli che ha dribblato un destino da ingegnere già scritto da generazioni,

www.casaledelgiglio.it

scegliendo di stare con i piedi in vigna e fare il contadino. “Tanta e tale la determinazione e il desiderio di mio padre di creare questa realtà, che un bel giorno partì per New York, e nel Bronx ritrovò i proprietari dei terreni che aveva visto e individuato per piantare i suoi vigneti. Erano abbandonati e nel ’90 ha cominciato a

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Marisa Taffuri

Viale della Rimembranza, 59, 82030 San Lorenzello BN Tel. 333 748 4036 www.marisataffuri.com

terrazzare. Siamo stati noi i primi a fondare un’azienda vitivinicola

chiama “Vino di Bianca”, il goiello ponzese di Taffuri, un blend

a Ponza. Abbiamo poco meno di un ettaro, ma la fatica è davvero

di Biancolella, Sauvignon, Malvasia e Chardonnay. Quattromila

tanta”. Anche Taffuri Pouchain può a buon diritto fregiarsi

bottiglie e la scelta di un formato davvero originale per un

del titolo di viticoltori eroici. “In vigna lavoro io tutto a mano

bianco fermo. Una Butterfly trasparente, capsula con cordino di

con un aiutante. Dopo una prima vendemmia e la vinificazioen

gros incorporato. “Non solo per distinguerci - spiega Enrico - ma

sull’isola, ho capito che non era umanamente sostenibile fare su e

soprattutto perchè è il formato poù comodo per i piccoli frigoriferi

giù con quattro-cinquemila bottiglie

delle barche”. Et voilà, una passione

vuote da riempire. Ora trasferiamo il

che è anche diventata una sfida.

mosto alla cantina di San Lorenzello,

“Abbiamo un altro vigneto a Santa

a Benevento dove vinifichiamo e

Maria con Incrocio Manzoni e

imbottigliamo”.

Garganega bianca. Sono dei vitigni

Biancolella, Malvasia, Chardonnay,

bellissimi e con il nostro enologo,

Sauvignon blanc, Marsanne, e

Cesare Ferrari, abbiamo inziato

Roussanne, i vitigni che sono a

anche a produrre un metodo classico,

Giancos. Una scelta coraggiosa e

il Don Ferdinando, semrpe blend di

trasgressiva. “Abbiamo iniziato come

Biancolella, Sauvignon; Malvasia,

tutti qui sull’isola con la Biancolella,

Chardonnay, Garganega”.

il vitigno autoctono che oggi è anche

L’estate di Ponza è finita e il bilancio

un buon richiamo di marketing,

per questi sognatori eroi è decisa-

ma poi mio padre decise di fare

mente positivo, nonostante la crisi

una sperimentazione durata cinque

da coronavirus. Nessun problema

anni, in cui ha impiantato 20 cloni

di invenduto. Al contrario di quan-

mediterranei per capire quali fossero

to accaduto nel resto d’Italia, appe-

quelli che meglio si adattavano a

na terminato il lockdown, il canale

questo terroir. Quelli che abbiamo oggi sono i vincenti, ognuno su

HoReCa si è rimesso subito in movimento ed è riuscito ad as-

una terrazza diversa. La più bassa è Sauvignon, tre terrazze sono

sorbire la produzione delle aziende isolane. Dunque, non rimane

a Biancolella e Malvasia, le terrazze più alte a Chardonnay e gli

che aspettare il prossimo anno per gustare questa vendemmia

altri vitigni hanno circa il 25% ciascuno del terreno restante”. Si

2020 che ad oggi si presenta eccezionale. 33


Bibenda 85 duemilaventuno

SASSICAIA 2017

Sassicaia

2017 D a n i e l a

S c r o b o g n a

Un vino per essere grande deve possedere un potere evocativo, un valore simbolico, e il piacere che procura non deve essere semplicemente organolettico.

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SASSICAIA 2017

Siamo giunti alla vendemmia 2017 e ancora una volta il Sassicaia sfoggia la sua leggendaria eleganza e personalità, staccando decisamente molte altre etichette, di pari lignaggio, nel Mondo. Un vino che molti pensano di conoscere, e che a volte viene valutato e criticato senza averlo nemmeno assaggiato, magari basando il proprio giudizio esclusivamente sull’andamento climatico dell’annata. Non rammentando che, seppur prodotto in un’annata difficile, il Sassicaia viene forgiato in un terroir, quello di Bolgheri, composto da uno straordinario insieme di fattori climatici e ambientali che gli permettono di avere una costanza qualitativa fuori dal comune. Le sue vigne sono disposte in zone e terreni così diversi che costituiscono una base fondamentale per la sua complessità, come dimostrato da un recente studio dell’Università di Pisa che ha evidenziato l’assoluta unicità dei vigneti della Tenuta San Guido. È grazie a tutto questo che il Sassicaia ha sempre saputo tirar fuori grande eleganza, personalità e potenzialità, magari manifestatasi con maggior affinamento. Ricordo una meravigliosa degustazione, tenutasi a Roma nel 2006, e condotta assieme 1. Villa Chigi 2. Castello

al “pirata” Giacomo Tachis e al riservato Nicolò Incisa della Rocchetta, dove è stato

della Gherardesca a Bolgheri

possibile ripercorrere la storia di questo affascinante Cabernet italiano attraverso molti

3. All’Ippodromo San Siro,

millesimi. Dall’assaggio delle varie annate emerse il fil rouge che lega le varie espressioni

Federico Tesio in compagnia

di questo vino. Andando dalla muscolare e mitica ’85 che venne raggiunta - e superata

della moglie Lydia Fiori.

- da altre vendemmie come la ’88, la ’98, la ’99 e la 2001, a quelle annate considerate

Siamo nel 1950 (Archivio foto

dagli “esperti” minori (o come dicono i francesi piccole!) come la 1992, 1994, 2002 e

Ippodromo San Siro)

molto criticate alla loro uscita proprio dai grandi comunicatori del vino. Quello che

4. Il matrimonio di Clarice

emerse chiaramente, e che venne sostenuto appassionatamente da Tachis e dallo stesso

della Gherardesca con Mario

Nicolò, è che il Sassicaia in certe vendemmie si esprime immediatamente, donandoci

Incisa della Rocchetta nel 1930.

una personalità profonda e avvolgente, mentre in altre esce in sordina, quasi in punta di

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piedi, e comincia a rivelarsi, delineando i tipici tratti aristocratici,

cavalla che lo seguì poi anche dopo la guerra. È grazie a questa

solo dopo alcuni anni.

cavalla che, mentre studiava Agraria all’Università di Pisa ed era

Non di materia, ma di sfumature, sensazioni, emozioni è fatto.

ospite per tutto il periodo degli studi dei duchi Salviati, andando

Un vino che porta con se storia e sentimento. Un viaggio lungo

a cavalcare nella Tenuta di San Rossore conobbe i conti Alberto e

il suo, ricco di accadimenti, di personaggi strategici e di geniali

Giorgio Ugolino della Gherardesca.

intuizioni. Si potrebbe affermare che la storia del Sassicaia

Fatti fondamentali che s’intrecciano indissolubilmente e che

rappresenti uno spaccato di storia italiana lungo quasi un secolo

cambiarono radicalmente la vita di Mario Incisa della Rocchetta!

– e non solo da un punto di vista enologico - andato in scena in

I Duchi Salviati già coltivavano Cabernet nelle proprie vigne di

varie regioni come Piemonte, Toscana e Lazio.

Vecchiano, e forse proprio Francesco Salviati gli fece assaggiare

Grande e unico artefice della nascita del Sassicaia è indiscutibilmente

il risultato della vinificazione di quelle uve. I Conti della

Mario Incisa della Rocchetta. Due grandi passioni nella sua vita,

Gherardesca lo invitarono più volte nel loro salotto pisano,

i cavalli e la viticoltura. I primi lo hanno accompagnato per tutta

fra i più esclusivi di allora. Fu in queste circostanze che Mario

la vita, rivestendo un ruolo centrale fino agli ultimi giorni della

conobbe le due persone più importanti della sua vita, Clarice,

sua vita. L’interesse per la seconda fu trasmesso da un suo famoso

sua futura sposa, e Federico Tesio (e sua moglie Lydia) grande

prozio, Leopoldo Incisa della Rocchetta che nel 1862 aveva

allevatore e allenatore di cavalli da corsa, proprietario della

pubblicato la “Descrizione dal vero di 105 varietà di uve, parte

scuderia Dolmello sul Lago Maggiore. Clarice della Gherardesca

indigene e parte di origine straniera”, che lo introdusse a una nuova

divenne sua moglie nel 1930 e portò in dote la grande Tenuta di

e straordinaria visione della natura e della viticoltura. L’ infanzia di

San Guido a Bolgheri. Inizialmente, però, gli sposi decisero di

Mario trascorse tra La Rocchetta e Roma, precisamente a Palazzo

andare a vivere nella splendida tenuta dell’Olgiata di proprietà

Chigi (la madre era Eleonora Chigi Albani della Rovere) dove

dei Chigi, vicino Roma, dove furono ampliati pascoli, venne

la famiglia Incisa della Rocchetta si trasferì e dove egli visse nel

aumentata la produzione di grano, latte, lana, si costruirono case

periodo della scuola, frequentando, per volontà del padre Enrico,

per i coltivatori, una scuola, scuderie, il tutto immerso in uno

il Liceo Torquato Tasso. Arrivata la guerra Mario a 18 anni partì

splendido parco. Nel frattempo, tra il 1932/34, fu costituita la

volontario e ad accompagnare le sue imprese ci fu una splendida

società Razza Dolmello-Olgiata, accordo non scritto fra Tesio e

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Bibenda 85 duemilaventuno

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SASSICAIA 2017

Mario, che vide proprio in questa tenuta la sua consacrazione,

Morì il 28 aprile del 1972 all’età di 20 anni per una emorragia

con stalle moderne che ospitarono campioni del calibro di

interna, e fatto emozionante è che proprio nel 1972 venne

Donatello e Nearco, e soprattutto il mitico Ribot (che qui visse

commercializzato per la prima volta il Sassicaia 1968 - taglio di

a lungo), cavallo non particolarmente apprezzato da Tesio –

più annate partendo dal 1965 - che da lì inizierà la sua ascesa

cavallo dalle forme plebee! - il quale morendo nel 1954 lasciò

verso l’olimpo dei grandi. Ribot lasciò lo scettro di fuoriclasse

a Mario il compito di condurlo alla vittoria. Neanche Mario fu

nelle mani del Sassicaia come in un’ideale continuità di successo.

tenero con Ribot – muso da topo,

Grazie ai grossi introiti dovuti ai

una criniera cespugliosa, un po’ basso

premi vinti, Ribot consentì a Mario

sulle gambe – ma ne comprese la

di effettuare cospicui investimenti

capacità respiratoria e progressione

nella tenuta di Clarice e dal

nella corsa da vero fuoriclasse. Ribot

momento della sua scomparsa fu

divenne ben presto il cavallo “più

invece il Sassicaia ad assicurare il

forte del mondo” come sostenevano le

mantenimento dell’azienda.

grandi testate giornalistiche.

Quando, nel 1942, la coppia

Riviviamo per un attimo quei

stabilì

momenti: All’Arc de Triomphe del

Bolgheri, lasciando l’Olgiata, venne

1956 Ribot si presentò da favorito

riorganizzata la Tenuta San Guido,

di fronte ai migliori cavalli europei e

650 ettari e 40 poderi, e Mario, che

la

propria

residenza

a

con i due campioni americani Fisherman e Career Boy. Il fantino

si era ripromesso di fare un vino con le peculiarità dei bordolesi

Enrico Camici era deciso a mostrarne il vero valore. Durante la

(come racconta in una lettera a Veronelli del 1974), iniziò la

gara Fisherman scappò subito in testa per favorire il compagno

sperimentazione in un vigneto sulle terrazze di Castiglioncello,

Career Boy, Ribot inseguì fino ai 1000 metri dal traguardo

“semplice e vago esperimento” così lo battezzò, che lo portò al

quando all’improvviso rotti gli indugi andò a vincere con sei

primo timido vino prodotto e non immediatamente compreso.

lunghezze di vantaggio su Talgo (vincitore del Derby Irlandese),

Impiantò il suo Cabernet al riparo dal salmastro, esposto a sud-

Tanerko (campione del Derby francese) e lo stesso Career Boy. Al

est in un vigneto a 350m. s.l.m. Con sesto d’impianto di un

rientro Ribot venne accolto da entusiastiche ovazioni. Il giorno

metro per un metro ad alberello basso. La vinificazione era fatta

dopo il giornale “Paris Turf ” enfatizzò la vittoria con il titolo:

approssimativamente, inesistente la pulizia della cantina, le

«Meilleur pure sangre “in the world”: 84.700 turfistes ont eu hier

barrique perdevano dappertutto e la volatile andava volteggiando

la chance unique de voir en action la plus formidable machine a

nella stanza. Però intuiva che il suo vino era rivoluzionario con

courir qui ait jamais fonctionné sur un hippodrome: Ribot l’italien.»

passaggi in botti di rovere e molti travasi, infine l’imbottigliamento

(Miglior razza “al mondo”: 84.700 appassionati hanno avuto ieri

non in fiaschi ma in bottiglie bordolesi con tappi di bassa qualità.

la possibilità unica di vedere in azione la macchina da corsa più

La consapevolezza del valore di questo vino, lasciato invecchiare in

formidabile che sia mai stata in un ippodromo: Ribot l’italiano.)

cantina, arrivò molto tempo dopo quando nei primi anni sessanta,

Imbattuto in 16 corse, vinse le King George VI, la Queen

riassaggiate alcune bottiglie prodotte tra il 1949 /1950, si comprese

Elizabeth Stakes, e l’Arc de Triomphe ben due volte. Entrato in

che quella era la strada giusta.

razza nel 1957, Ribot funzionò come stallone in Italia, Inghilterra

Mario piantò nuove vigne a cordone speronato scendendo di

e Stati Uniti.

quota e cambiando il tipo di esposizione, e fatto decisivo per


Copertina di Der Spiegel

(27. 1. 1957) “Vittoria. Emergendo dalle Retrovie. Lo Stallone Miracoloso Ribot”.

Caricatura “The Birth of Botticelli”, dopo la vittoria della Coppa d’Oro di Ascot nel 1955

Disegno di MIdR e fantino

alla Coppa d’Oro di Ascot.

MIdR con Enrico Camici e lo stallone Ribot.

Nella pagina accanto Enrico Camici e Federico Tesio.

Video: Archivio storico Istituto Luce

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Bibenda 85 duemilaventuno

SASSICAIA 2017

il futuro del Sassicaia, nel 1961 arrivò in azienda Giacomo Tachis. A seguire da vicino le varie fasi della sua produzione subentrò ben presto Nicolò Incisa della Rocchetta che da molti anni mantiene quel filo sottile e indissolubile tra lui e il padre. “La tenacia e l’intuizione di mio padre sono state determinanti per la nascita del Sassicaia. Su di me cadeva la responsabilità di preservare lo spirito originario di un vino nato per affermare uno stile molto personale in un’epoca ancora pioneristica. Credo che il mio apporto sia stato quello di essere riuscito a non snaturare l’eleganza conciliandola con i grandi numeri”. L’arrivo di Giacomo Tachis e la commercializzazione da parte degli Antinori consegnarono il Sassicaia al Mito. Mario Incisa della Rocchetta

Nei riguardi di Giacomo Tachis Nicolò ribadisce: “Tachis non è stato solo importante, è stato

con il figlio Nicolò. Sotto Piero

fondamentale. È stato il nostro enologo sin dagli inizi e i suoi meriti non sono soltanto tecnici.

Antinori e Giacomo Tachis.

Ha avuto grande intelligenza e sensibilità per capire questo vino, dargli un senso e un’identità.

È riuscito a fondere in un vino i nostri sentimenti e il nostro stile”. Il resto è storia odierna, nota ormai al mondo intero. Molte le cose cambiate, nuovi personaggi affiancano questo vino, da Priscilla figlia di Nicolò, a Graziana Grassini enologo dal 2010, e soprattutto lo staff. Uno staff composto da tante donne e tanti giovani che lavorano in vigna, in cantina, alla comunicazione. Quello che li accomuna è sapere di vivere e lavorare per qualcosa che supera le barriere del concreto, un progetto di bellezza nel rispetto della natura e in totale armonia, in un territorio integro con un equilibrio sostenibile perfetto che dalle colline, ai boschi, alla macchia mediterranea, scivola verso l’Oasi naturalistica.

Come primo presidente del

WWF Italia, Mario Incisa della Rocchetta - a sinistra invitò S.A.R. Filippo Duca di Edimburgo, presidente del WWF mondiale, a visitare Bolgheri.

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La degustazione | Tenuta San Guido

SASSICAIA 2017 Cabernet Sauvignon 85%, Cabernet Franc 15% I terreni si caratterizzano per forte presenza di zone calcaree ricche di galestro, nonché di sassi e pietre, parzialmente argillosi. Le vigne si trovano ad un’altitudine compresa fra i 100 e i 300 metri s.l.m., con esposizione a Ovest/ Sud-Ovest e sistema di allevamento a cordone speronato Densità d’impianto da 3.600 ceppi/ha a 5.550 per gli impianti più vecchi e 6.200 ceppi/ha per impianti più recenti L’annata 2017 è stata alquanto calda. Seppur con una stagione primaverile e estiva caratterizzate da temperature spesso sopra la norma, le condizioni vegetative delle piante e i risultati in termini organolettici sono di tutto rispetto. Il clima primaverile ha espresso temperature che già a fine Marzo erano ben al di sopra delle medie, questo ha portato alla produzione di grappoli più piccoli e minore presenza di acini, con conseguente riduzione di produzione del 18-20% favorendo la qualità delle uve e creando una condizione più sostenibile per le viti. L’estate è proseguita con giornate di sole, temperature calde e assenza di piogge fino alla fine di Luglio. A ferragosto l’arrivo di una perturbazione di origine atlantica ha portato piogge per 2 o 3 giorni e ha fatto calare sensibilmente le temperature, creando le condizioni ideali per favorire il completamento della maturazione fenolica delle uve. Le condizioni vegetative delle viti e soprattutto le funzioni vitali non hanno mai subito interruzioni o condizioni di stress. L’alternanza delle temperature notturne e diurne verificatesi da metà Agosto fino a fine Settembre ha favorito lo sviluppo degli aromi primari e secondari, ed altrettanto determinato l’innalzamento delle acidità. La vendemmia manuale è iniziata con circa 8 giorni di anticipo partendo dal 30 Agosto con la raccolta delle uve di Cabernet Franc e proseguendo con la raccolta del Cabernet Sauvignon tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. In cantina la fermentazione alcolica spontanea è avvenuta in acciaio inox a temperatura controllata. Le macerazioni sono state protratte per circa 11-12gg per il Cabernet Franc e di 13-14 gg per il Cabernet Sauvignon. È seguita la fermentazione malolattica sempre in acciaio e del tutto spontanea, al termine il vino è stato messo in barrique di rovere francese (per un terzo legno nuovo e resto, primo e secondo passaggio), dove ha trascorso circa 24 mesi, sempre mantenendo separate le masse per provenienza di vigneto. L’assemblaggio è stato effettuato a fine Dicembre, dopo qualche tempo è seguito l’imbottigliamento e successivamente l’affinamento in vetro prima della commercializzazione. IL RACCONTO DELL’ASSAGGIO 2017 – L’enfant prodige. Dopo essere andati sulla luna si ritorna con i piedi per terra. Arrivando da due versioni incredibili come la 2015 e la 2016 era quasi impossibile immaginare di avere un Sassicaia alla loro altezza, ma le aspettative sono state premiate. Vino ancora molto chiuso ma che sa già regalare sicuri accenni della sua grazia. Vino che al colore unisce il rubino al violaceo. Il naso è decisamente schierato verso il fruttato con frutti di bosco in evidenza, mora e mirtillo su tutti, seguiti da cola, china, macchia mediterranea, sandalo, menta ed erbe aromatiche. Al palato denota una notevole struttura, tesa e affilata grazie alla presenza di una notevole freschezza/acidità. Ancora una volta magistrale il tannino che non interferisce nell’equilibrio ma lo arricchisce di contributi setosi. Vino che evolverà nei prossimi anni aggiungendo grande complessità alla già concreta eleganza. Tridimensionale. 41


Bibenda 85 duemilaventuno

PROFESSIONE WINE AMBASSADOR

PROFESSIONE WINE AMBASSADOR, UN SOMMELIER A 360° C a r l o

A t t i s a n o

Un “Ambasciatore del Vino” è innanzitutto un Sommelier, che ha però un unico ambito lavorativo nel quale agisce e del quale si cura totalmente: la Cantina che rappresenta.

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Siamo abituati a vivere da sempre il Vino come passione, emozione,

magia dei dettagli e alla bellezza dello stile, raccontati da chi ha

convivialità, conforto. Stiamo anche comprendendo in maniera

sposato una Cantina per “mission” professionale.

sempre più profonda quanto esso rappresenti un aspetto culturale

Le realtà enologiche più attente e dalla visione più moderna,

imprescindibile, soprattutto per noi italiani - ai quali in realtà, per

hanno iniziato ad uscire dalla mera visione classica del business,

Storia e Tradizione, dovrebbe appartenere di diritto nel DNA! -

per appropriarsi di una consapevolezza che aiuta poi a farlo

grazie a chi da anni spende la propria vita professionale (e privata)

crescere moltiplicandone le potenzialità, ed il Wine Ambassador

per divulgare la bellezza dei colori del Vino.

rappresenta in questo senso, quella leva che consente all’azienda

Ma il Vino è diventato nel corso degli anni anche un meraviglioso

di presentarsi sia con la veste tecnico-qualitativa, che emozionale

patrimonio che apre le porte ad una professione alimentata

a tutto tondo.

da una passione travolgente. Una professione che in un certo

Un “Ambasciatore del Vino” è innanzitutto un Sommelier,

senso va a sublimare quello che è il fondamentale ruolo che il

che ha però un unico ambito lavorativo nel quale agisce e del

Sommelier ha negli ambiti specifici in cui è chiamato ad agire.

quale si cura totalmente: la Cantina che rappresenta. Essere

Come nella ristorazione che si rispetti, così anche nelle Cantine,

scelto, divenire l’“Eletto”, significa letteralmente sposare e

la presenza di un Sommelier diventa indispensabile per garantire

rappresentare il brand ed i valori aziendali, significa coinvolgere

una serie di aspetti tecnici, di gestione e presentazione del

ed influenzare positivamente le platee mettendo a disposizione

prodotto che richiedono una professionalità e competenze

esperienze maturate che, unitamente ad un’immagine sempre

specifiche. La maniacalità nella creazione però, la storia, il terroir,

all’altezza del ruolo che ricopre e dell’azienda che rappresenta,

lo spirito ed i valori di una Cantina, costituiscono quei tratti che

possano innescare e stimolare, di conseguenza, anche naturali

completano l’esperienza dell’assaggio e sempre più nel tempo, i

processi di vendita.

Produttori stanno sentendo l’esigenza di affidare ad una figura

Pensateci bene colleghi Sommelier o aspiranti professionisti del

preposta, l’immagine di una realtà che va saputa raccontare e

mondo del Vino: può esserci qualcosa di più stimolante e che ci

rappresentare anche al di là del prodotto di per sé.

completa nel fare questo lavoro che amiamo (o che amerete), che

“Portare un’ambasciata” significava anticamente “essere incarica-

rappresentare l’immagine di un’azienda vinicola, divenendone

to di portare un messaggio” ed il Wine Ambassador ricopre, in

una figura di riferimento interna e di riconoscibilità esterna,

chiave moderna, proprio questo incarico: è una figura chiave per

attraverso un ruolo definito spesso come “chiave” e garanzia

quei Produttori che hanno compreso il valore di offrire un’espe-

assoluta di qualità di un prodotto?

rienza che può non necessariamente essere vissuta sul posto, ma

Oltre a rendere migliore la nostra vita, padroneggiare la cono-

essere anche rappresentata in maniera itinerante, senza perdere

scenza e la cultura del Vino ci offre anche l’opportunità di ren-

il fascino di quel tassello emozionale che porta in dote la visita

dere unica la nostra professione attraverso le meravigliose sfuma-

ad una Cantina, ma legandosi al romanticismo del racconto, alla

ture dei suoi colori… 43


L’intervista Vittorio Feltri

E l v i a

G r e g o r a c e

Vittorio Feltri, chi lo denigra e chi lo acclama, forse tutti inconsciamente attratti dalla sua personalità. Irriverente, proprio come il titolo di uno dei suoi saggi.

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L’intervista

“Le antipatie violente sono sempre sospette e tradiscono una segreta affinità”, asserisce William Hazlitt, scrittore inglese. Sarà intrinsecamente per questa ragione che il giornalista bergamasco Vittorio Feltri spacca il pubblico in due? Chi lo denigra e chi lo acclama, forse tutti inconsciamente attratti dalla sua personalità. Irriverente, proprio come il titolo di uno dei suoi saggi. Noto provocatore dalla favella sciolta, risponde in modo diretto a qualsiasi domanda gli si ponga. Si altera se non viene inteso. Talvolta il suo gergo è colorito da vocaboli sconci. Causa di note liti tra Nord e Sud del lungo Stivale, per alcune sue affermazioni, il direttore di Libero si distingue per franchezza e autenticità, non concepisce filtri. Difende, a spada tratta, chi crede abbia ragione. Chi lo conosce meglio, invece, lo potrebbe tratteggiare con la citazione oraziana: “Est modus in rebus”. Si nutre in maniera morigerata proprio come il genio militare Napoleone Bonaparte che si accontentava di cibi frugali pur di non perdere tempo se non nei campi di battaglia: “Di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno”. Stuzzicato dall’aroma di sandalo, profumo congiunto alla creatività e all’intuizione, fragranza legno-resinosa che gli si addice più di quanto immagini, poiché legata al concetto di saggezza che Feltri possiede. Intemperante? Vero, ma acuto osservatore, uomo scrupoloso sul lavoro e solido nei suoi affetti. Ha ereditato l’accuratezza nel vestire dal padre Angelo e il senso del dovere dalla madre Adele. Ultimo di tre figli perde il babbo solo all’età di sei anni. Per superare il primo vero dolore inventa, la sera stessa della perdita assieme alla cugina Giusy, il gioco del funerale. Durante la celebrazione della messa dell’8 settembre, in onore del padre, non è consentito perdersi in strazianti grida o piangere ininterrottamente. Il suo aspetto, in apparenza imperturbabile, forse nasce da qui. Vittorio, il cui nome è scelto proprio dal genitore auspicante al trionfo dell’Italia nel conflitto mondiale, ha sempre creduto di essere un uomo fortunato. Non ama la mediocrità, gli aggrada interloquire con gente interessante. Ammirare ed essere ammirato. Chissà, forse, dopo aver vissuto un’esistenza così intensa vorrebbe ancora stupirsi grazie alle persone e scoprire dell’altro, il non ovvio. Orgoglioso della sua prole mostra con discreta dolcezza gli articoli del figlio Mattia. Amante dei cavalli, ricorda ancora il suo primo gatto Vecio che raccatta per strada, assieme alla sorella Mariella, all’età di tredici anni. Estimatore della cultura classica è ancora grato al priore della Basilica di Bergamo che il pomeriggio, da ragazzo, gli insegna il latino. Forse ha proprio ragione Vittorio Feltri… Viviamo in una società nella quale regna il dio danaro che tutti vorremmo raggiungere, spesso privi di strumenti, invidiamo chi lo conquista perché solo in grado di sparlare e criticare, mai di costruire o emulare. 45


Nella pagina accanto

Quando è iniziata la Sua passione per il giornalismo?

Vittorio Feltri in alcuni scatti

Da piccolo non volevo andare all’asilo e stavo con una zia, sorella di mia madre, Tina,

nel corso del tempo.

alla quale ho anche dedicato un libro. Trascorrevo le mattine con lei che, per me, aveva

Una piccola carrellata che

simulato un banchetto con uno sgabello sul quale deponeva i giornali. Non ero attratto

parte dal suo volto di ragazzo

dalle immagini quanto dalle parole e la mettevo in croce fino a quando non mi diceva

a sinistra, passando per il suo

come si leggesse ciò che vedevo ma non comprendevo, così ho iniziato a sillabare

cavallo Crocus, una grande

precocemente. Come giornalista ho cominciato a recensire film, scrivere un po’ di sport

passione, poi altre immagini e

e poi sono finito alle pagine di cronaca.

al centro con l’indimenticato Enzo Tortora.

Lei è noto per i titoli graffianti, come Le vengono in mente? Semplicemente li propongo e, nella maggior parte dei casi, sono accettati. Li genero spontaneamente con l’obiettivo di carpire l’attenzione del lettore che, di norma, non ha tempo. Ormai si volta pagina facilmente. Con poche parole devo attrarre le persone e incuriosirle.

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L’intervista

Esiste un caso di cronaca che Le è stato più a cuore?

a Campobasso. Poi ancora… Sulla fotocopia di un’agendina di

Il caso Enzo Tortora. A quei tempi lavoravo per il Corriere, fui

un certo Giovanni Pandico, accusatore di Tortora, era presente

spedito da inviato a Napoli, per seguire il processo, assieme ad

il cognome del giornalista affiancato da un numero di telefono.

altri colleghi. Città della quale ricordo ancora il profumo del

Immediatamente composi le cifre e mi rispose sgarbatamente

caffè. La sera, in albergo dopo cena, ci riunivamo tutti e tra una

un signore che non poteva essere Enzo. Un processo costruito

chiacchiera e un’altra, trascorrevamo il tempo. La maggior parte

su castelli di fandonie. Nessuno che si fosse dedicato a questo

giocava a poker, tanto da organizzare tornei, si finiva tardi. Una

caso come avrebbe dovuto. Dopo che pubblicai i primi articoli

sera, stanco della solita routine, salii in camera prima del solito

sull’innocenza di Tortora iniziarono a farlo anche altri colleghi

e, in maniera svogliata, non avendo sonno, iniziai a sfogliare

come Montanelli, Bocca e Biagi.

il fascicolo del processo che forse mi attendeva sul comò della stanza. La mia attenzione fu carpita dalle dichiarazioni del pentito

Vorrebbe cambiare il Suo modo di scrivere?

Gianni Melluso. Memorizzai subito il nome per l’assonanza al

No, anche se mi piacerebbe che, nei miei articoli, ci fossero

marchio di calzature. Questo tale sosteneva di aver consegnato

citazioni in latino. Adoro il suono delle parole, persino ai

a Tortora una scatola di scarpe nella quale era contenuta della

nomi propri delle persone spetta emanare una bella vibrazione.

droga, a Milano Piazzale Loreto in data 5 maggio. Leggendo più

Ad esempio il termine masturbazione, che a molti appare

avanti il luogo della consegna veniva identificato come Piazzale

blasfemo, secondo il diritto canonico si dice: “plena satisfactio

Lotto. Qualcosa non tornava. Il giorno successivo chiamai

libidinis cum effusione seminis sine copula”, non ha un ritmo più

l’archivista del Corriere per scoprire dove Melluso si trovasse il

dolce anche se composta da tante parole? Ma chi capirebbe! Per

5 maggio di quell’anno. Era in una cella di massima sicurezza

questo mi taccio.

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L’intervista

Per un periodo si è parlato di una polemica che riguarda lo

scrivessi. La sera giravo per le trattorie della Capitale. Quando

scrittore Andrea Camilleri, ci vuole spiegare?

era possibile andavo a vedere film d’essai o a teatro. Ero libero

Credo di essere stato frainteso. Camilleri è un ottimo scrittore

di gestire il mio stipendio e mi aggradava l’atmosfera romana e

e alcuni suoi testi sono anche di alto livello. Vedere sempre

la sua cucina.

il Commissario Montalbano in tv mi ha stufato. Ormai non si può esprimere più un giudizio. La Sicilia pullula di bravi

Lei ha fede?

scrittori come Verga, Pirandello, Sciascia. Nel mio cuore, però,

No, Dio non mi ha mai telefonato. Inutile porsi domande se

resta Il male oscuro dell’autore veneto Giuseppe Berto che

non è possibile ricevere risposte. Il Cristianesimo ha pervaso le

consiglio di leggere.

nostre vite. Quando usciamo da casa attraversiamo numerose chiese, dalle finestre ascoltiamo il suono del campanile, a

Tra i Suoi ricordi emerge anche il Molise, perché?

scuola ci impongono di studiare Dei sepolcri di Ugo Foscolo,

Rammento ancora la cordialità della gente del luogo. Il sapore

Manzoni parla di divina provvidenza e compone gli Inni Sacri,

autentico della frutta e della verdura. In poco tempo imparai

seppur non completandoli, Dante Alighieri divide l’oltretomba

a parlare il molisano. Mi condusse lì mio zio Ernesto, perito

in Inferno, Purgatorio e Paradiso. Il Cristianesimo, anche se

agrario, che amministrava il feudo dei Baranello. Alloggiavamo

in modo inconsapevole, ci ha plasmati, condizionando le

a Guardialfiera (Campobasso). Da

nostre esistenze.

lui ho appreso l’amore per i cavalli e ho imparato a montarli. Non sono

Come vorrebbe che le persone La

competitivo ma mi è capitato di

ricordassero?

partecipare a qualche corsa al trotto.

Non mi interessa cosa diranno di

Mi infastidivo quando i fantini

me, ma come morirò. Mi piacerebbe

colpivano quei poveri animali con

avvenisse sulla mia scrivania, mentre

la frusta. Io non l’ho mai fatto. Mi

lavoro, perché io amo il mio lavoro.

bastava incitarli con la voce più alta e stridula e far capire loro la mia

Quali vini gradisce di più?

intenzione, percepivano. Rizzavano

I nettari dell’Alto Adige. La classe del

le orecchie e si partiva. Qualche

Pinot Noir, la versatilità del Lagrein,

tempo fa si è rotta la campana della

l’aromaticità del Gewürztraminer, la

Cattedrale di Santa Maria Assunta

Doc Lago di Caldaro che sorseggio

di Guardialfiera e ho deciso di pagare la ristrutturazione.

spesso. Passando alla Franciacorta, considero al top l’Annamaria Clementi Rosé di Cà del Bosco. Ho riscoperto anche la

Quando ha iniziato ad avere consapevolezza del piacere del cibo?

piacevolezza del Frascati, denominazione ben diversa di quella di

A Roma, città bellissima, ben lontana da ora. Lì svolsi il servizio

tanti anni fa, da gustare come aperitivo. Infine, rimango ancora

militare, col grado di sergente. Ci rimasi per oltre un anno.

sensibile ai vini francesi.

Percepivo uno stipendio di settecentomila lire e chissà quanti

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soldi mi sembravano. Lavoravo presso il Ministero della Difesa

Una citazione sul vino?

e fungevo da segretario a un colonnello al quale piaceva come

È la medicina più efficace.


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Bibenda 85 duemilaventuno

RIDIAMO VOCE ALL’AUTENTICITÀ DELLE PAROLE

RIDIAMO VOCE

ALL’AUTENTICITÀ

DELLE PAROLE M a u r i z i o

S a g g i o n

Siamo dentro un nuovo anno sociale della Fondazione, il tempo del nuovo inizio. Sociale, una parola che reclama con urgenza il desiderio di riappropriarsi del suo senso profondo e del significato più vero. In questi mesi abbiamo associato alla parola “sociale” la distanza fisica e l’allontanamento dagli altri per difesa, dimenticandoci di quanto la socialità sia il motore stesso delle nostre esistenze. Privi di questo propulsore non siamo in grado di muoverci dentro e attraverso la nostra affettività e, privi della relazione emozionale e fisica, viviamo a metà la nostra vita e il viaggio è sospeso.

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Ritrovarci a vivere importanti momenti emozionali ha significato rimettere in movimento le nostre vite, guardarci negli occhi e abbracciarci con lo sguardo. Venerdì 18 settembre abbiamo capito quanto siamo importanti gli uni per gli altri e quanto la Fondazione sia la casa degli affetti, della cultura dello stare insieme, del senso delle parole e del desiderio di comunità. Tante le proposte di questa giornata, una di queste l’EVO. Protagonista di uno spazio narrativo l’olio del Frantoio Muraglia, una terra, la Puglia e la sua rappresentate più nota, la Coratina. Insieme a Savino Muraglia e Alessia Borrelli abbiamo costruito un percorso tecnicoemozionale partito dalla narrazione del Valore un puzzle composto da diversi tasselli. La storia familiare e l’innovazione tecnologica capaci di valorizzare l’identità della drupa e del lavoro in campo. Infine, l’olio a raccontarsi in prima persona attraverso le mille espressioni che solo questo prodotto è in grado di esprimere e che nell’abbinamento con le pietanze proposte ha offerto vocaboli sorprendenti. Numerosa come sempre la partecipazione quando è l’olio al centro della sala e quando è la Fondazione ad offrire questo palcoscenico. Due Coratina il classico fruttato intenso e il denocciolato le due impronte Muraglia. La terza proposta è stata un olio presentato solo dopo la degustazione per la sorpresa delle persone in sala: la Favolosa o per i tecnici FS-17. A seguire abbiamo degustato gli oli aromatici espressione viva del legame armonico che si può generare quando si incontrano prodotti di qualità: il limone e l’aglio. Abbiamo terminato la degustazione con il “Fumo” un olio di Peranzana affumicato con il legno di faggio. Questa è stata la squadra di campioni che abbiamo schierato per giocare la partita dell’abbinamento con alcuni prodotti ideali per cogliere l’essenza dell’Evo di qualità: la bruschetta semplice, la bruschetta con pomodoro e basilico, la pasta e fagioli. Sappiamo come l’Evo esprima tutte le sue potenzialità nel bicchierino da assaggio, ma il suo carattere e la sua anima emergono appieno quando riescono a valorizzare alimenti che non sarebbero in grado da soli di regalare piene emozioni. Degustare e abbinare l’olio non è stato solo un esercizio tecnico, sostenuto dalla conoscenza e dalla passione condivise con tante amiche ed amici, è stato un atto catartico che ci ha ricordato come le fragilità delle nostre vite siano le stesse dei prodotti che impariamo a conoscere come il vino e l’olio e che la cura e l’attenzione che gli riserviamo deve accompagnare tutte le scelte e le azioni della nostra vita. Un nuovo anno di emozioni ci attende, grazie alla ricchezza dei nostri territori e alle capacità dei produttori, dobbiamo essere pronti e responsabilmente coinvolti a sostenere il movimento della cultura del gusto e ad essere anime ribelli alla ricerca della qualità ovunque si trovi anche nel tavolo accanto durante le nostre bellissime degustazioni nei territori della Fondazione! 51


Bibenda 85 duemilaventuno

ORGOGLIO ITALIANO

ORGOGLIO

ITALIANO F e d e r i c o 52

S o r g e n t e


Minuto per minuto, vino dopo vino, emozione dopo emozione, cronaca di una degustazione che ha rappresentato quasi un ritorno alla vita, dopo mesi di lockdown e conseguenti dolorose rinunce. 53


Bibenda 85 duemilaventuno

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ORGOGLIO ITALIANO

La ricerca del parcheggio è come sempre ansiogena, ma stavolta

interessante per completezza e spessore divulgativo: Paolo Lauciani

è accettabile: ho ritrovato una vecchia consuetudine. Discendo

evidenzia come l’Amarone sia stato indice del percorso di crescita

lo scalone ovattato verso la Sala dei Cavalieri: incrocio sguardi

del vino italiano. Giovanni Lai dà un’immagine territoriale della

conosciuti, ci si saluta, ricambio i sorrisi nascosti. È evidente la

Valpolicella affascinante, forse più del vino. È un susseguirsi di

velata malinconia anche nell’atmosfera da primo giorno di scuola.

descrizioni di un territorio che è confine tra l’Italia continentale e

Le mascherine dei sommelier addetti al servizio, indispensabili

l’Italia peninsulare: Valpolicella Classica (Fumana, Sant’Ambrogio,

protezioni oro nasali, sono la negazione dell’abbraccio al vino:

Negrar, Marano, San Pietro in Cariano), Valpolicella (Valpantena)

è un’amara constatazione. Comunque ci siamo e questo è

ed Est Veronese vengono descritti vividamente con brio e leggerezza

l’importante. Nella sala non più calici perfettamente allineati

regalando all’immaginario, un arcobaleno di sensazioni.

sul tovagliato bianco ma banchi distanziati su cui tutto è pronto

Lai accattivante e Lauciani didattico, ma non professorale, si integrano

per la degustazione. Il distanziamento non favorisce il solito

a tal punto che parlando l’uno hai la curiosità di conoscere il pensiero

chiacchiericcio tra amici e “vecchi compagni di bicchiere”.

dell’altro. Cenni di geologia, clima, approfondimento descrittivo dei

Ecco finalmente Paolo Lauciani e Giovanni Lai in questo insolito

vitigni (Corvina, Corvinone, Molinara, Oseleta e la sua carica tannica,

nuovo primo incontro. Si intrattengono dal palco con l’aula

Rondinella con il suo intenso colore) e la descrizione degli affascinanti

senza apparente emozione. Il seminario, sin dalle prime battute, è

locali adibiti all’appassimento ci avviano alla degustazione.


Primo ad essere servito un vino di grande armonia: un Tommasi De Buris del 2009. Presente in sala Tommasi che, invitato al palco, descrive la sua tenuta con passione dandone un’immagine coinvolgente. Il vino figlio dell’eleganza dell’azienda, che è posta sulla Collina della Grolletta in San Pietro in Cariano, vive al clima del Lago di Garda che lo rende così equilibrato. Rubino/granato come se fosse un prodotto giovane nonostante i 10 anni di invecchiamento. Al naso è meno complesso descrivere i sentori assenti rispetto a quelli presenti cosa comune a tutti gli Amarone: splendido il fumé che pervade l’olfatto come in un antico negozio di prodotti, come si diceva una volta, coloniali. Freschezza, sapidità e tannino vellutato si integrano con alcoolicità e morbidezza. Continuiamo con il Leone Zardini 2012 dell’Azienda Zardini in Cariano. Ci viene fatto notare da Paolo Lauciani e Giovanni Lai la sua lucentezza. Al naso vengono evidenziati i sentori di frutti di bosco, chiodi di garofano e spezie. In bocca sapidità e freschezza lo rendono accattivante ed intrigante. Vino che rappresenta un’altra faccia di quella pietra preziosa che sono i vini di questa terra.

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ORGOGLIO ITALIANO

Non si placa un’emozione degustativa che subito una nuova si fa strada: ecco Bertani, la cui azienda nella Valpantena ha origini nel XIX sec., con il Valpolicella Classico 2011. Colpisce per la sua trasparenza e luminosità. La platea segue la ricerca dei profumi indicati dai docenti; violetta, prugna, noce moscata e fumé da caffè all’improvviso appaiono evidenti nel loro scambiarsi il ruolo di protagonista. Al gusto si è presi dalla morbidezza e dal nobile tannino che ci fa desiderare cibi succulenti. Quintarelli, con il Valpolicella Classico 2011 (siamo nella vallata del Negrar), occupa adesso il proscenio. Caratteristica consolidata è la presenza per il 15% di uve Cabernet, Croatina, Sangiovese e Nebbiolo. Bel colore rubino/granato. Prima ancora che venga illustrato, colpisce il suo sentore etereo con accenni di resina e un fresco profumo di sottobosco che tende ad essere protagonista. Armonia, armonia ed ancora armonia: morbidezza, calore, splendido tannino ed una perfetta acidità.

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Impenetrabile. Definizione corretta dell’Amarone Vigneto Monte Lodoletta di Romano Dal Forno. Azienda dell’Est Veronese che ha raggiunto altissimi standard e questo vino ne è la piena conferma. Nel calice è evidente il contributo della Rondinella che dà al vino il suo colore inchiostro rendendolo subito riconoscibile. Al naso si è disorientati dal rincorrersi di profumi che appaiono e scompaiono come in un gioco malizioso. Lai e Lauciani accompagnano i presenti tra erbe aromatiche, amarene, cioccolato, china, assenzio… c’è da perdersi tra tannino suadente e incontri amorosi tra freschezza e morbidezza. Siamo alla presentazione della Famiglia Speri, Azienda che nasce nella zona più vocata della Valpolicella Classica. Viene servito il Sant’Urbano del 2015. All’esame visivo non più inchiostro. Al naso confettura di prugne, sentore floreale, terra umida. Chi ci guida non ci fa smarrire tra le varie sfaccettature olfattive. Buon tannino e bella alcoolicità presuppongono uno splendido invecchiamento. Per concludere Giovanni Allegrini che, con la sua solida ed efficiente Azienda, ci regala un Amarone della Valpolicella Classico 2015. L’olfatto segue un fumèe piacevolissimo assieme al sentore di balsamico e di cioccolato. La prima impressione, quando si avvicina il naso al calice, è di entrare in una vecchia drogheria dove amabili proprietari ti sciorinano antichi prodotti. Il tannino vellutato, associato ad una perfetta morbidezza lasciano in bocca una lunga e gradevole persistenza.

Ora i formaggi sono lì che attendono il connubio con il vino. Gli abbracci con il cibo sono essenziali completando il percorso gustativo a degna conclusione di un incontro che conferma l’Amarone una delle bandiere enologiche italiane. Paolo Lauciani e Giovanni Lai si interfacciano con il pubblico. Ecco, adesso traspare l’emozione. Forse l’Amarone, forse la consapevolezza di essere di nuovo finalmente insieme fanno emergere la profonda importanza di questo incontro dove la vicinanza dà il senso di appartenenza a questo mondo forse ultimamente bistrattato ed umiliato (pensate ad un Amarone come collutorio!). Ma questa gemma a sette facce che sono i 7 vini rappresentati, è una luce che illumina l’Italia enologica, scrigno di cui forse nessuno conosce fino al fondo il contenuto. Ci rivedremo per continuare a inventariare questo immenso tesoro. Sì, ci rivedremo perché ci siamo ritrovati. 57


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I SATELLITI DI MERCURIO

I SATELLITI DI MERCURIO d i

R e d a z i o n e

Vincenzo Mercurio, classe 1974, ha senza dubbio detto qualcosa di nuovo nell’ambito di una professionalità spesso vittima sacrificale sull’altare di politiche aziendali volte a privilegiare il mero aspetto commerciale attraverso l’esibizione dei trofei ottenuti che giustificheranno la parcella del superenologo con i superpoteri.

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Vincenzo Mercurio non è così. Vede nel vino anche un’espressione artistica, un’interpretazione, un insieme di fattori che trasmettano emozioni vere. Vuole dar vita a vini che non si somiglino tutti tra loro. Vuole essere uno strumento, specchio perfetto tra vigneto, produttore e bicchiere. Direttore di questo incontro magico. Affascinato dalle piccole imprese, dai posti sperduti, dalle vigne estreme, dalle scoperte, dalle sfide difficili. Nel tempo ha catalogato, in un suo personalissimo modo, le “sue” zone viticole, raggruppandole in tre macro aree. I vini Vulcanici; i vini della Luce; i vini degli Appennini. Un suo pensiero: “La vita senza ottimismo e senza vino è come un quadro senza colori, una canzone senza l’audio, un amore senza brividi.” Nei suoi viaggi ama osservare la natura, sente la necessità di conoscerla a fondo, partendo dalla geologia per finire con le tradizioni locali. Il suolo, il clima, il vitigno e l’uomo sono i quattro punti cardinali del terroir, in ogni vigna questi 4 punti generano, sempre, risultati diversi.

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I VINI I VINI VULCANICI giocano la loro partita sull’eleganza quasi mai sulla potenza, profumi fruttati e floreali complessi condividono il bicchiere con note minerali. Si sente lo zolfo, il fuoco, il fumé. I VINI DELLA LUCE nascono in luoghi incontaminati, sono potenti, irradiano l’energia del sole, brillano nel bicchiere, vini in cui la frutta è sempre ben matura e le note balsamiche molto evidenti. I VINI DEGLI APPENNINI spesso figli di suoli argillosi, i cui vigneti si “aggrappano alla terra” con diversi risultati. Grazie all’escursione termica e alla loro esposizione, sono vini freschi, dall’irruente struttura acida, erbacei e vegetali.

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AUDARYA S.S. 466 km 10 - 09040 Serdiana CA Tel. 070 740437 www.audarya.it

BOSCO DE’ MEDICI Via Antonio Segni, 43 - 80045 Pompei NA Tel. 338 2828234 www.boscodemedici.com

Ha origini antichissime la splendida realtà vitivinicola che vede protagonisti i coniugi Emanuele Vittorio e Luciana Sabino, nell’incontaminata Punta Fieno, sull’isola di Ponza. Assegnata in enfiteusi perpetua nel 1734 da Carlo di Borbone all’avo Pietro Migliaccio che vi portò i vitigni tipici campani, era in uno stato di abbandono totale quando con un enorme lavoro di recupero nel 2000 è “rinata” l’azienda, oggi vanto dell’enologia isolana. Le antiche varietà autoctone a piede franco, recuperate grazie alla collaborazione con l’enologo Vincenzo Mercurio, offrono vini di intensa tipicità. Ne è un ottimo esempio il Fieno di Ponza Bianco 2018, con le sue sfumature paglierino luminose. La vena minerale introduce profumi eleganti di ginestra, melone bianco, cenni di agrumi. Percezioni di erbe aromatiche invitano al sorso, avvolgente e di ottima rispondenza in una lunga persistenza sapida. Vinificazione e maturazione in acciaio.

Audarya significa “nobiltà d’animo”: l’azienda dei giovani fratelli Salvatore e Nicoletta Pala, si trova a Serdiana, a pochi chilometri da Cagliari, tra castelli e antiche chiese romaniche, e nei pressi del famoso stagno di Stani Saliu, con i suoi fenicotteri rosa. I suoli calcarei e argillosi, a poca distanza dal mare, sono particolarmente adatti alla coltivazione di vitigni tradizionali, allevati ad alberello: il Cannonau, il Vermentino, il Nasco e il Bovale, con il quale si produce il Nuracada 2018, dalla veste di color rubino. Suadenti note di erica, sottobosco, macchia mediterranea, lentisco, rosmarino, oleandro, ciliegia selvatica in confettura. Succoso, poliedrico, procede con irruenza, fresco, giustamente tannico. Persistente, chiude con suadente scia fruttata e ammandorlata. Di indubbia personalità, matura un anno tra barrique e botte grande.

Il Caprettone è un vitigno diffuso esclusivamente nei comuni posti alle pendici del Vesuvio ed è spesso usato in assemblaggio con altri vitigni. A Bosco de’ Medici viene lavorato in purezza ed è la prima uva ad essere vendemmiata in azienda, a partire dalla festività di San Gennaro il 19 settembre, per non rischiare di disperderne il corredo acido accumulato e questo Francesco Monaco l’ha ben capito. Ne è una dimostrazione il Pompei Bianco 2019, giallo paglierino dai riverberi dorati. Quadro olfattivo incisivo, disposto su toni fragranti di mela succosa, tiglio, rosmarino, biancospino e mentuccia, pepe bianco e zenzero con contorni minerali. In bocca impone la sua personalità salina in un contesto equilibrato. Vinificazione in anfora, maturazione in acciaio, in anfora e in tonneau.


BAMBINUTO Via Cerro snc - 83030 Santa Paolina AV Tel. 349 6454046 www.cantinabambinuto.com Marilena Aufiero segue direttamente il proprio vigneto. La sua, con il passare degli anni, si è trasformata in una vera e propria missione, che ha visto crescere esponenzialmente impegni e qualità. Le vigne, curatissime e ben esposte, vantano un’altitudine di circa 600 metri sul livello del mare. Vini dallo stile indiscusso, come il Greco di Tufo Picoli 2018, dai vivi riflessi dorati. Molto tipico e austero all’olfatto, con sensazioni di nocciola fresca, goccia d’oro matura, pesca gialla, scorzetta di cedro, fiori ed erbe aromatiche su fondo minerale. Palato di sottile freschezza, ottima rispondenza e notevole allungo sapido-minerale. Vinificazione e maturazione in acciaio. I FAVATI I Piazza Barone di Donato, 41 83020 Cesinali AV Tel. 0825 666898 www.cantineifavati.it l rispetto del territorio irpino è per Rosanna Petrozziello la valorizzazione dei vitigni locali nei diversi microcontesti che li ospitano. Grandi interpretazioni di vini tipici che cambiano volto in simbiosi con il terreno, autentici e inconfondibili, sono i veri rappresentanti della produzione aziendale. Personalità inconfondibili, non replicabili, come il Fiano di Avellino Pietramara 2019, dagli intarsi verdolini. Olfatto caratterizzato da note di frutta fresca e fiori, pesca bianca e melone, fresia e glicine, soffi di erbe aromatiche e fondo minerale. Al palato è avvolgente e carezzevole, con una struttura in armonioso equilibrio fra le parti; buona la freschezza e la sapida persistenza che rimanda a toni vegetali. Intera lavorazione in acciaio. CLAUDIO CIPRESSI Contrada Montagna, 11/B - 86030 San Felice del Molise CB Tel. 335 1244859 www.claudiocipressi.it Parlare di Claudio Cipressi significa parlare del Molise stesso, della forza di un territorio antico costruito su valori e tradizioni. 15 ettari vitati su terreni argilloso-calcarei, posti in posizione privilegiata a 500 metri di quota. La sua è una storia di passione, competenza, sensibilità e rispetto dell’uomo verso la sua terra. E questo è già visibile nella scelta del metodo di

coltivazione in vigna, rigorosamente biologico e portato avanti con processi di lavorazione non invasivi, in una lunga tradizione di qualità, valorizzando i vitigni uve di partenza. In modo speciale il Tintilia, essenza stessa di questa terra e di una cultura millenaria, capace di esprimerne il carattere selvaggio e irruento, per poi scoprire un cuore caldo e generoso, testimonianza del perfetto legame fra l’uomo e la vite. Il Tintilia Settevigne 2016, dal cuore rubino, sensazioni di marasca e sciroppo di more, pepe e chiodi di garofano. Piacevolissimo l’assaggio, tannini muscolosi ma ben dosati, elegantissimo il finale su note di more. IL VERRO Loc. Acquavalle, Lautoni - 81040 Formicola CE Tel. 335 122 3462 www.ilverro.it Quattro ettari di vigneto rivolti verso Monte Maggiore, che domina da una parte il bacino ricco di acque minerali di Riardo e dall’altro la valle del Volturno. Esaltazione di vitigni autoctoni casertani come Casavecchia, Pallagrello Bianco e Nero, nella continua ricerca della loro tipicità, rispettando la tradizione, sempre in splendida forma e, dietro un’apparente semplicità, capaci di nascondere un complesso di emozioni da scoprire. Il Pallagrello Bianco Verginiano 2018, di un bel paglierino dai riverberi dorati, profuma di fiori bianchi, mela limoncella, albicocca, sbuffi gessosi e agrumati. Assaggio convincente per nitidezza dei sapori e morbidezza. Mostra carattere nella lunga persistenza in cui si evidenziano incisivi e perfetti rimandi sapidi. LAPONE Strada del Lapone, 8 - 05018 Orvieto TR Tel. 331 2058368 www.lapone.it La “creatura” di Piero e Ramona Cantarelli ha una storia non proprio inusuale, ma comunque affascinante: una famiglia si innamora di un pezzo di terra con podere abbandonato. La decisione di riportarlo a nuova vita è immediata. Si impianta il vigneto, dieci anni fa i primi imbottigliamenti e nel 2018 l’adesione, in qualche modo anche simbolica al territorio, con l’uscita del primo Orvieto Classico. Emblematico, nel suo carattere territoriale, l’Orvieto l’Escluso 2018, paglierino con riflessi verdolini. Naso che evidenzia una grande rispondenza alla tipicità, tra note minerali, ammandorlate, erbe officinali, nette sensazioni di melone bianco. In bocca è elegante, molto convincente, di importante sapidità.

LAURA DE VITO Contrada Serrone - 83030 Lapio AV Tel. 334 149 4724 www.lauradevito.it Laura De Vito e suo marito Carmine De Maria, conducono l’azienda con grande entusiasmo, coltivando il Fiano nel comune di Lapio. Laura, insegnante con un passato da imprenditrice nel settore della moda, vive la sua azienda di famiglia in modo emozionale, chiaramente percepibile nei suoi vini, in un connubio intenso tra ricordi e nuovi progetti. L’incontro con l’enologo Vincenzo Mercurio, profondo conoscitore delle sfumature che sono racchiuse nei suoli dell’Irpinia, ha dato luogo all’inizio del progetto di zonazione aziendale da cui sono nati tre cru. Da uno di questi proviene il Fiano di Avellino Li Saurini 2018, dai riflessi verdolini, vivide sensazioni di albicocca, pera e mandarino, seguite da toni di tiglio, mandorla fresca ed erba tagliata. Sorso morbido e gustoso, con una piacevole scia fresco-sapida che accompagna l’assaggio fino alla fine. MASSERIA FARAONA Via Sant’Elia Zona Industriale 70033 Corato BA Tel. 080 9172412 www.masseriafaraona.it Fu Federico II di Svevia per primo a comprendere le potenzialità agricole di queste terre murgiane disseminate di doline e gravine. Un suolo altamente minerale che marchia a fuoco i vini che qui si producono, rendendoli unici e inimitabili. Proprio nei pressi di Castel del Monte, opera architettonica straordinaria eretta in epoca medievale dall’Imperatore, si sviluppa la proprietà della famiglia Casillo, “mugnai” leader a livello mondiale che danno luce a vini solidi, con un’impronta inconfondibilmente minerale. Le vigne situate all’interno del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, all’ombra dello storico castello, sono circondate da mandorli e ciliegi e contribuiscono a disegnare un paesaggio incantevole. Il Castel del Monte Bombino Bianco 2019 dalle nuance oro, offre un olfatto giocato su ricordi di pomacee e pesca gialla, fiori di campo ed erbe aromatiche. Bocca dall’incipit morbido, arricchito da vitale vena fresco-sapida.

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I VINI

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TENUTA SANT’AGOSTINO Via Cupa, 8 - 82036 Solopaca BN Tel. 393 5051862 www.tenutasantagostino.it

CANTINE BARONE Via Giardino, 2 - 84070 Rutino SA Tel.0974 830463 www.cantinebarone.it

CANTINE DI MARZO Via G. Di Marzo, 2 - 83010 Tufo AV Tel. 0825 998022 www.cantinedimarzo.it

Azienda gestita a livello familiare, cinque ettari vitati su terreno argilloso e sabbioso, con un microclima soleggiato e ventilato che produce uve dai profumi intensi ed esclusivi nella splendida cornice del comune di Solopaca. Qui Malvasia e Trebbiano Toscano vengono utilizzati con tanta voglia di mettersi in gioco e di sperimentare nuove tecniche come dimostra il progetto innovativo “Ritorno alle origini” che prevede la vinificazione e l’affinamento in anfore di terracotta rivestite all’interno di cera d’api. Viene realizzato così anche lo Scomposto in Anfora 2017, dorato nel calice con timidi intarsi verdolini. Richiama all’olfatto magnolia, fresia, zagara, scorzetta di pompelmo, nespola e maggiorana su fondo minerale. Approccio gustativo morbido, incalzato da decisi rilievi sapidi e persistente sulle sensazioni vegetali. Sosta in anfora e acciaio per otto mesi.

Cantina giovane, ma nel pieno solco della tradizione cilentina. Vigneti ubicati a circa 400 metri sul livello del mare su terreni di buona consistenza calcareo-argillosa garantiscono una buona ricchezza delle uve, poi le massime cure in vendemmia e in cantina, dalla prima vinificazione, fino alla maturazione e all’affinamento fanno il resto. L’Aglianico del Cilento Pietralena 2018 mostra un bel colore rubino con vive sfumature violacee. Sprigiona profumi di visciole, more, mirtilli, carrube, ginepro, gerani, peonie, liquirizia, cannella e delicati soffi ferrosi e vegetali. Al palato scalpitano i tannini, accompagnati da adeguata freschezza. Scia finale al gusto di fragoline di bosco.

Circa venti ettari di vigne su terreni argillosi, calcarei e di origine sulfurea, per una produzione complessiva di circa centomila bottiglie. Ferrante Di Somma sa il fatto suo nella ricerca dell’essenzialità e di elevati standard qualitativi nei suoi vini. Le sue interpretazioni di Greco, frutto di una selezione dei migliori grappoli, sono coinvolgenti per rigore e tipicità. Vini che riescono a trasmettere in un sorso tutta la profondità e la mineralità del territorio assieme al carattere impetuoso del vitigno. Il Greco di Tufo 2019, paglierino con netti riflessi dorati. Intensa e piacevole l’impronta aromatica, disposta su profumi netti di biancospino, magnolia, fresia, sottili note agrumate, timo, maggiorana e mandorla fresca su tappeto minerale. Sorso fresco, sostenuto da scia sapida e persistente nelle sensazioni agrumate.

CANDIDATERRA Via Luigi Iacono, 58 - 04020 Ventotene LT Tel. 347 5596662 www.candidaterra.it

CANTINE BENVENUTO Via dello Zibibbo - 89815 Francavilla Angitola VV Tel. 331 7292517 www.cantinebenvenuto.it

Il nome aziendale è stato scelto in omaggio a Santa Candida, Patrona di Ventotene, dai due giovanissimi fratelli Luigi ed Ercolino Sportiello, animati dall’intento di allevare viti e produrre vino bandendo l’utilizzo di prodotti chimici inquinanti di qualsiasi genere, nel pieno rispetto delle norme che disciplinano la Riserva Naturale dell’Arcipelago delle Isole Ponziane. Nell’obiettivo di creare a Ventotene una produzione di eccellenza, in piena controtendenza, è fatale l’incontro con Vincenzo Mercurio che crea da zero l’azienda, a partire dalla scelta dei vitigni al sistema d’impianto, dalla loro esposizione e conduzione fino alla vinificazione. Il bianco Pandataria 2019, dal nome dell’isola in greco antico, è paglierino splendente con bagliori dorati. Complessi i profumi di pesca e albicocca, variegate note floreali di gelsomino e acacia, cui fanno seguito profumi di timo e salvia e un delicato sottofondo minerale. Bocca sorretta da una decisa vena fresca e da un’elegante sapidità. Ottima scia fruttata.

Sono i paesaggi e le vigne di Calabria a convincere Giovanni Benvenuto a percorrere a ritroso le orme di suo padre, andando a recuperare le terre di suo nonno a Francavilla Agitola. Agronomo ed enologo, è il primo a riprendere l’antica tradizione dello Zibibbo in Calabria di cui produce una versione orange, una dolce e due secche, di cui una in uvaggio con la Malvasia. Si chiama Benvenuto Zibibbo 2019 questa interpretazione del Moscato di Alessandria in purezza. Giallo paglierino con vividi bagliori d’oro verde. Impatto aromatico di straordinaria espressività, che oscilla fra sensazioni dolci e ricordi più sottili: cera d’api, biscotto, cioccolato bianco, gelsomino, violetta, glicine, ginestra, sambuco, tiglio, albicocca, lavanda, salvia. In bocca è fresco ma caldo, salmastro e aromatico su ritorni di propoli e fiori mediamente persistenti. Sette mesi in acciaio.

DE GAETA Via Toppolocozzetto, 1 - 83040 Castelvetere sul Calore AV Tel. 081 660552 www.degaeta.it Per questa azienda, dal 2018 si è esteso il processo di certificazione biologico alla fase di preparazione e trasformazione dell’uva. E così i vini prodotti recano in etichetta la dicitura “Vino Biologico” con il relativo contrassegno. Le novità non si fermano qui, visto che si stanno mettendo in pratica su piccole parcelle di vigneto metodiche di tipo biodinamico e/o naturali al fine di ridurre l’uso di rame e zolfo. Insomma una vera è propria rivoluzione “ambientale”. Il vino Irpinia Campi Taurasini 2015 è di un bel rosso rubino di buona estrazione. Naso ampio, seducente e dall’esordio fruttato; si assesta quindi su note di moka, ginepro, pepe nero in grani, timo e tabacco. Astringenza tannica lievissima e perfettamente avviluppata dal calore alcolico. Eco minerale e speziata.


FATTORIA LA RIVOLTA Contrada Rivolta - 82030 Torrecuso BN Tel. 0824 872921 www.fattorialarivolta.com

STEFANIA BARBOT Contrada Calore, 10 - 83050 Paternopoli AV Tel. 335 7295133 www.stefaniabarbot.it

CAMPI VALERIO Località Selvotta - 86075 Monteroduni IS Tel. 0865 493043 www.campi-valerio.it

Tutto è nato più di venti anni fa dalla passione della famiglia Cotroneo, che della loro attività hanno fatto una vera e propria scelta di vita. E i risultati negli anni hanno dato loro ragione: i vini che qui si producono rappresentano tutto il loro impegno e sono il frutto di una profonda simbiosi con il territorio. Una filosofia che si nutre di un’idea puramente qualitativa che contempla un accurato lavoro in vigna, una severa selezione di grappoli, lavorazioni naturali e basse rese, per una produzione ottenuta esclusivamente da vitigni autoctoni. Simbiosi 2016 è di un bel rosso rubino di bella concentrazione. Al naso regala sensazioni di visciole sotto spirito, prugna, mora, ribes, rosa rossa, eucalipto, liquirizia, tamarindo e timide note di caffè e cacao tostati. Ingresso morbido, con tannini ben definiti, dal finale di puntellante sapidità e persistenza.

Stefania Barbot ed Erminio Spiezia sono ottimi interpreti del terroir delle dolci colline di Paternopoli e perfetti leader di una realtà dalle piccole dimensioni che consentono loro di seguire attentamente tutta la filiera, dalla vigna all’imbottigliamento. I vitigni che crescono su suoli di matrice prevalentemente argillosa e calcarea dove non mancano elementi piroclastici, producono soltanto uve Aglianico che trasmettono nel calice tutta l’essenza del territorio. Il vino Irpinia Campi Taurasini ION 2017 è rubino scuro e dall’orlo viola come dice il suo nome greco. L’olfatto svela un’aggraziata espressività di gelso di rovo, susina, carruba, ruggine, radice di liquirizia, peonia, mammola, geranio e una sottile vena balsamica. Trama gustativa caratterizzata da vispa tannicità e spina acida che si rende capace di un pregevole allungo; sfuma su una persistenza fruttata e vegetale. Matura in acciaio per 24 mesi.

Situata nel cuore dell’Appennino meridionale, l’azienda conta cinque singoli vigneti in un territorio antico, in un insieme unico di condizioni climatiche e geologiche in grado di proteggere la vite da condizioni atmosferiche aggressive e che si giova dell’influenza del fiume Volturno. I vini prodotti rappresentano la visione aziendale, maturazione lenta e lungo invecchiamento. La Tintilia del Molise Opalia 2017 è di colore rosso rubino, denso. Pregiati aromi di frutti di bosco, speziatura di pepe, vaniglia e noce moscata, cioccolato su fondo lievemente resinoso. Pieno corpo e bilanciamento ottimale grazie ad un tannino presente ma di trama sottile. Da vigne oltre i 500 metri di altitudine. Vinificazione in acciaio e malolattica in legno. 24 mesi in barrique nuove ed un anno di affinamento in vetro.

TENUTA PARCO DEI MONACI Contrada Parco Dei Monaci - 75100 Matera MT Tel. 0835 259546 www.tenutaparcodeimonaci.it

Maria Renna Diamante ha avuto sempre chiara e determinata la fisionomia dei suoi vini, qualità ed espressione del territorio, e le soddisfazioni infatti non sono mai venute a mancare. Stile curato, precisione ed eleganza sono i caratteri che continuano a ripetersi. L’annata 2018 svela un Fiano di Avellino Vigna della Congregazione di grande spessore, dotato di complessità olfattiva e gustativa, destinato ad un buon invecchiamento, e che rappresenta un punto di riferimento tra le migliori realtà del territorio. Splendida veste con netti riverberi dorati. Ventaglio olfattivo di raffinata compattezza aromatica, composta da fresia bianca, magnolia, susina gialla matura, confetto alla mandorla, fieno, erba tagliata, tiglio, finocchietto selvatico e sfumature minerali. Assaggio morbido, avvolgente e di bella soddisfazione, buon corpo, di decisa freschezza e puntellato da continua sapidità. Finale persistente nelle sensazioni fruttate e vegetali.

FLORAMI Via Tirone della Guardia, 34 - 80040 Trecase NA Tel. 081 1855 6420 www.florami.it Una certezza di stile rigoroso e di assoluta piacevolezza. I vini di Mario Terzo e Carmelina Abagnale si a collocarsi nella fascia alta della produzione campana, offrendo agli appassionati una degustazione di lineare classicità, che per di più non tutti possono testare, visti i numeri certamente amatoriali di ogni singola etichetta tutte con la Falanghina protagonista, declinata in più versioni. Un campione gagliardo e muscolare, fotografia perfetta del microclima che la caratterizza è Con le Bucce 2018, dorato netto e di bella intensità cromatica. Si distinguono all’olfatto sensazioni di ananas, mango, scorzetta di limone, albicocca sotto spirito, uva spina, salvia e spunti minerali. Gioca le sue carte al palato su un corpo ricco, rotondo, cadenzato da freschezza e da piacevoli guizzi sapidi e tostati. Macerazione sulle bucce per circa trenta giorni.

Altra cantina giovane, nuovi impianti in vigna e cantina costruita ex novo. Vengono poste in campo di scelte sostenibili e rispettose dell’ecosistema: tutta l’acqua necessaria è estratta da un pozzo artesiano ed è potabile, il regime di conduzione è certificato Bio, tutti i lavori sulle piante sono rigorosamente eseguiti a mano. In poco più di un decennio vengono messe a punto tre etichette, tutte convincenti e gradevoli. Una di queste è il Primitivo di Matera Monacello 2018, dal colore violaceo. Olfatto di geranio, prugne e chiodi di garofano. Sorso generoso, caldo e con tannini posti in secondo piano, regala un’impressione di morbidezza che accompagna a lungo il sorso e conduce verso un finale gustoso di cioccolato al latte e di caffè.

VILLA DIAMANTE Via Toppole, 16 - 83030 Montefredane AV Tel. 0825 670014

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Bibenda 85 duemilaventuno

PORDENONE E I SUOI DINTORNI

PORDENONE E I SUOI DINTORNI S i m o n a

B a l d i s s e r a

&

D a r i o

R i s i

Appunti di viaggio tra sfizi golosi e curiosità.

Un’atmosfera di altri tempi. Eleganti palazzi e porticati. Pordenone svela in maniera garbata e senza clamori le sue bellezze. Un centro storico suggestivo fatto di chiese e strette vie medievali che si raccoglie intorno al bellissimo Palazzo Comunale, con l’antica Loggia realizzata nel XIII secolo. Una realtà culturale ricca con tanti eventi di respiro internazionale. Tanti palazzi storici tra Corso Vittorio Emanuele e Corso Garibaldi ma anche wine bar e raffinate pasticcerie. 64


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Bibenda 85 duemilaventuno

PORDENONE E I SUOI DINTORNI

Una sosta golosa si impone, non lontano dal centro, dalla Gelateria Pasticceria Montereale. L’occasione per deliziarsi con un prodotto artigianale assolutamente tipico: il Biscotto Pordenone. Una specialità la cui prima ricetta nota risale agli anni ’40, riconosciuta nel 2004 Prodotto Tipico Friulano. Farina di grano tenero, farina di mais, zucchero, mandorle grezze, burro, tuorli d’uovo, aromi naturali e lievito a cui si aggiungono la grappa ed il sale grosso. Un biscotto fatto in casa che richiama i gusti e la tradizione del luogo e che si presta ad abbinamenti singolari: così, ad esempio, tra gli altri, con il formaggio Montasio, o con il pepe ed il Prosciutto crudo D’Osvaldo di ■

Gelateria Pasticceria

Cormons, ma anche con la tartare di manzo o con il guanciale e ribes rosso. Una città

Montereale

dinamica e accogliente, ricca di verde, (tra le città capoluogo di provincia più “green”

Via Montereale 23

d’Italia, come risultato di recente), così come il territorio circostante ove si alternano

33179 Pordenone

boschi lussureggianti e cittadine medievali dalla storia antica. Così la splendida

Tel. 0434 365107

Polcenigo, immersa in un territorio di estremo interesse naturalistico e paesaggistico.

www.gelateriamontereale.it

Le sorgenti del Gorgazzo e del fiume Livenza ma anche il Parco Rurale di San Floriano sono mete di grande fascino. Da visitare anche Sacile, città rinascimentale che si distingue per gli eleganti palazzi in stile veneziano che si affacciano sul Livenza. Una città d’acqua affascinante in sottile equilibrio tra terra ed acqua. Tra i tanti borghi interessanti del pordenonese sicuramente Caneva. Qui il paesaggio si arricchisce di dolci colline ricche di vigneti, oliveti e splendidi boschi nella foresta dell’altipiano del Cansiglio. Nelle vicinanze l’importante sito archeologico del Palù di Livenza (Patrimonio dell’Unesco) dove nel neolitico sorgeva un villaggio su palafitte. Il nome di Caneva nel dialetto veneziano vuol dire cantina. Difatti questa cittadina era la cantina di Venezia. Qui la serenissima si approvvigionava di olio d’oliva, fichi essiccati, legname della Foresta del Cansiglio e vino Verdiso, grazie a chiatte trainate da buoi che risalivano il Fiume Livenza. Proprio nel cuore di Caneva, in quello che probabilmente fu il Castrum romano, si trova l’Azienda Vitivinicola Rive Col de Fer. L’Azienda nasce agli inizi degli anni ’80 con la trasformazione di una collina in un vasto vigneto a balze in una zona baciata dal sole e con un clima asciutto e ventilato. Una bella realtà gestita con amore da Alessia Carli

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Sopra, le sorgenti del

insieme al marito Lino. Circa 11 ettari coltivati a vite, oltre ad olivi e fichi. Il Verdiso

Gorgazzo e la foresta

è sicuramente il vino più rappresentativo. Un vitigno di buona vigoria con produzione

dell’Altopiano del Cansiglio.

costante e una buona adattabilità ai diversi tipi di terreno, che necessita di un clima

Nella pagina affianco, il fiume

asciutto. Il grappolo del Verdiso è di media grandezza, abbastanza compatto, di forma

Livenza, uno scatto di Alessia

piramidale, spesso alato, con un acino molto grande, di forma ellissoidale, e buccia sottile

Carli assieme al marito Lino,

di colore verde chiaro. Un vitigno che si esprime meglio nella versione frizzante e che

il vitigno del Verdisio e l’antico

viene prodotto da Rive Col de Fer in tre versioni: frizzante sui lieviti, spumante Metodo

Figomoro.

Martinotti e passito. Delle due versioni frizzanti quello sui lieviti è sembrato essere quello


Azienda Agricola Rive Col de Fer Via Col De Fer, 14 - 33070 Caneva - Tel. 0434 799467 www.rivecoldefer.com

più convincente. Sottoposto a travasi fino alla primavera, quando viene imbottigliato con rifermentazione in bottiglia (in 30/40 giorni, se la stagione è mite), nell’annata 2019 si presenta di colore giallo paglierino con tenui riflessi verdognoli. Dai delicati profumi floreali e fruttati (netta la mela Granny Smith) al gusto è secco, vivace e piacevolmente asprigno con ricordi di mela verde e retrogusto leggermente amarognolo. Un prodotto accattivante, semplice ma assolutamente non banale. Interessante la versione passita. Il 2015 profuma di mandorle e frutta matura (in primis fichi e melone). In bocca senti la mandorla e i pinoli con una dolcezza mitigata da una bella acidità. Tra gli altri vini di questa azienda da citare, in particolare, l’Incrocio Manzoni 2017. Intenso, avvolgente e molto caratterizzato nei suoi sentori di mela, pesca, eucalipto e mandorla, mostra un palato consistente e di buona persistenza con ricordi di mela e mandorle. Ma oltre al vino Rive Col de Fer è anche Figomoro. In questa zona, fin dai tempi più remoti, è diffusa la coltivazione del fico nero, qui chiamato Figomoro. Le prime testimonianze scritte relative a questo prodotto risalgono al XIV secolo, ma soprattutto ai tempi della Serenissima Repubblica Veneta. Una varietà di fico autoctona dell’area pedemontana veneta, tra le Province di Treviso e Pordenone, che si caratterizza per gli eccezionali valori organolettici e nutritivi. Figo Moro (scritto anche Figomoro), per il colore tendente al blu nero che assume la buccia durante la fase finale della maturazione. Un prodotto di alta qualità, coltivato in maniera assolutamente naturale, utilizzato, fresco o in forma di salsa, in molte preparazioni locali, dagli antipasti ai dolci. 67


Bibenda 85 duemilaventuno

Sopra il Palazzo Comunale,

PORDENONE E I SUOI DINTORNI

Nei dintorni di Pordenone sicuramente da visitare, tra le altre, le città di Spilimbergo e

sotto Emilio Zoccarato nel

Maniago. In quest’ultima, con il suo Palazzo D’Attimis Maniago e lo splendido giardino

Museo della Ruota, sua

all’italiana, tappa obbligata è il Museo dell’Arte Fabbrile e delle Coltellerie. La sua

creatura.

sede sorge dove, nel lontano 1907, aveva avuto inizio l’attività del grande stabilimento Coricama. Dal 2009 il Museo ospita un affascinante percorso espositivo, che recupera le radici e gli sviluppi della produzione locale e industriale di oggetti da taglio. Una storia che inizia nel 1453, quando il Conte Nicolò di Maniago fece incanalare l’acqua del torrente Calvera in una roggia, lungo la quale sorsero i primi battiferri che sfruttavano l’energia idraulica per azionare i grandi magli a testa d’asino. Da qui il sorgere di centinaia di botteghe (che oggi hanno lasciato il posto alle industrie) per la produzione di oggetti da taglio di altissima qualità, come coltelli e forbici, per gli utilizzi più diversi, dalla sartoria alla cucina, al giardinaggio, alla viticoltura. In questa graziosa cittadina, curiosa e particolare anche una piccola ma esauriente mostra permanente di biciclette, tricicli e macchine da cucire. Ne è autore Emilio Zoccarato, cittadino maniaghese appassionato di collezionismo, che fa rivivere oggetti frutto di recuperi occasionali o dono di privati cittadini, sapientemente restaurati e riportati all’aspetto originario. A nord di Pordenone si trova l’interessante Parco Biotipo dei Magredi di San Quirino. Un’area naturale protetta di circa 20 ettari istituita nel 1997. Rappresenta ciò che rimane

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di una vasta distesa ghiaiosa formatasi durante l’ultima glaciazione, nel corso del tempo

Azienda Agricola Maman

quasi interamente trasformata dall’utilizzazione agricola. Siamo nel territorio delle Grave,

Via Cittanova d’Istria17

esteso a cavallo del fiume Tagliamento, tra le province di Pordenone e Udine. La presenza

33080 San Quirino PN

delle pietre, le grave, esalta l’escursione termica tra il giorno e la notte favorendo uve ricche

Tel. 328 2174290

di aromi e vini profumati ed eleganti. Una caratteristica dei prodotti dell’Azienda Maman,

www.vinimaman.it

a San Quirino. Qui i fratelli Paolo e Germano, dai loro vigneti su terreni sassosi con presenza di limo, producono Prosecco, Ribolla Gialla, Chardonnay, Pinot Grigio Ramato ma soprattutto un’interessante Ribolla Gialla Metodo Classico. Affinata sui lieviti per 50 mesi, l’annata 2015 si presenta con un colore giallo paglierino intenso e perlage fine e persistente. Al naso prevalgono note erbacee e balsamiche, poi fiori di camomilla e la salvia, ma anche un piacevole sentore di agrumi. In bocca si lascia apprezzare per la bella acidità ma anche per l’equilibrio. Uno spumante delicato che sa di fieno, pompelmo e mandorla. Di pregevole fattura anche la Ribolla Gialla 2017 Igt Venezia Giulia. Di colore oro intenso, profuma di fichi, nocciola, orzo ed eucalipto. Succosa e avvolgente, in bocca piace per la spiccata acidità e per le piacevolissime sfumature erbacee. Splendidi i vigneti, estremamente curati. Sullo sfondo le Prealpi Carniche e la nota località sciistica di Piancavallo. Oltre all’enogastronomia tante le meraviglie e i tesori che caratterizzano quest’angolo di Friuli.

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BIBENDA ASSISI DIECI ANNI DI WINE TASTING

BIBENDA ASSISI

DIECI ANNI DI WINE TASTING N i l a

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H a l u n


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Bibenda 85 duemilaventuno

BIBENDA ASSISI DIECI ANNI DI WINE TASTING

Enoteca Bibenda Assisi Vicolo dei Nepis, 9 06081 Assisi PG Tel. 075 8155176 www.bibendaassisi.it

Dieci anni fa, il 12 Febbraio 2011, nel cuore di Assisi, a due

tutte le espressioni culturali di un territorio. La scelta di Assisi?

passi dalla piazza del Comune, sotto l’arco dove San Francesco

Sono rimasta affascinata da questa città a prima vista. Senza

si fermava a pregare, viene inaugurata Bibenda Assisi, enoteca-

dimenticare che sono stati i frati francescani a far conoscere il

galleria del Vino. Brand di proprietà della Fondazione Italiana

Sagrantino e il Grechetto. Quasi una doppia vocazione!”.

Sommelier, diventato celebre grazie all’intensa attività culturale portata avanti per mezzo secolo dal gruppo romano della

La selezione dei vini disponibili in enoteca spazia da quelli

Sommellerie, suggellato dal grande successo dei Corsi di

del territorio, ovviamente, ad una panoramica nazionale e

Qualificazione Professionale per Sommelier, e impreziosito dalle

internazionale, prestando la massima attenzione a quanta storia,

eleganti pubblicazioni il cui vessillo è rappresentato dalla rivista

cultura e tradizione siano contenuti in ogni bicchiere.

Bibenda, “nata” (appunto) “per rendere più seducenti la cultura e l’immagine del vino”.

Bibenda Assisi, considerata un vero e proprio salotto enoculturale della cittadina, conquista anche per l’atmosfera dei

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Ad Assisi è Nila Halun a dar vita a questa enoteca di eccellenza.

suoi soffitti a volte, il pavimento in cotto, il raffinato sottofondo

Sommelier qualificatissima e preparata, proprietaria dell’Enoteca,

musicale e, naturalmente, per le sue bottiglie, una galleria di circa

nonché signora di grande fascino, ha spiegato che “alla base di

mille etichette. In questo salotto, il vino non è soltanto oggetto

tutto ci sono l’amore e la passione per vino che trasmettiamo

di assaggio, ma soggetto da degustare e capire. Raccontato e

ai nostri ospiti. Sono convinta che nel vino ci sia la sintesi di

spiegato, grazie ai frequenti eventi di cui Nila è promotrice e


relatrice, anche nei wine tasting organizzati in lingua inglese e persino in russo. Qui si svolgono anche degustazioni di olio extravergine, cioccolato e tartufo, non solo all’interno dell’enoteca, ma anche assieme e in collaborazione con la comunità locale della città di San Francesco e della comunità internazionale all’estero. Per accompagnare gli assaggi, non mancano gustosi salumi e formaggi della tradizione locale come capocollo, sella di maiale brado di Subasio, prosciutto di Norcia stagionato, ciauscolo di Visso, canestrato di Assisi, affiancati da golose bruschette all’extravergine di oliva di Trevi e altre selezionate bontà da scoprire di volta in volta. Nel 2012 l’Enoteca Bibenda Assisi si è aggiudicata l’Oscar del Vino nella categoria “migliore enoteca” e oggi viene segnalata fra le migliori d’Italia dalle riviste del settore, giornali, canali televisivi e guide italiane e internazionali. Ne scrivono in Italia, in Europa, negli Stati Uniti e perfino in Australia. Nel 2018 l’Enoteca ha firmato anche la produzione di un “suo” vino. È stato chiamato “Francesco”, in onore del Santo, ed è stato omaggiato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping. 73


Bibenda 85 duemilaventuno

VINO E PORCHETTA

VINO E PORCHETTA A n t o n e l l a

P o m p e i

Lo street food sembra una moda nata negli ultimi anni. In realtà rappresenta un cibo, un modo di mangiare antico e popolare.

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VINO E PORCHETTA

Tra i nostri cibi da strada più apprezzati troviamo la

raffreddare e asciugare, affinché perda la sua umidità di cottura

porchetta. Diffusa in tutto il centro Italia, soprattutto nel

e possa poi essere consumato. L’asciugatura serve anche a

Lazio e in Abruzzo, dove troviamo paesi che identificano

conservarla meglio e per più giorni anche se, quando si affetta

la loro tradizione gastronomica proprio con la porchetta,

una porchetta, è difficile che arrivi al giorno dopo.

come Ariccia, antico borgo dei Castelli Romani e Campli in

Che vino abbinare alla porchetta? La scelta presenta alcune

provincia di Teramo, solo per citarne alcuni. Per la sua, Ariccia

piccole varianti da tener presente perché una fetta di porchetta

vanta il riconoscimento dell’Indicazione Geografica Protetta,

può essere composta di sola carne magra e asciutta e quindi

mentre a Campli ogni anno a fine agosto, si tiene una vera a

indurre una buona salivazione, oppure con una parte spessa di

propria gara, con una giuria qualificata che decreta ai punti la

grasso, con la croccante cotenna e con o senza la coltre speziata,

porchetta migliore. Comunque nota in tutta Italia, è popolare

due elementi, grassezza e aromaticità, che ci pongono altre

e molto apprezzata anche in Veneto. Si tratta di un arrosto di

esigenze. Ricordiamo che la carne di maiale è una carne rossa,

maiale che viene servito freddo come un salume o un affettato,

anche se il suo colore rosato può far parlare di carne bianca, come

da gustare preferibilmente con del buon pane casareccio. Per

talvolta, erroneamente, avviene. E già può nascere un dubbio:

realizzarla, vengono usati i maiali femmina, di carne più magra

vino rosso o vino bianco? E, ancora, trattandosi di una specie

e saporita, che vengono disossati e puliti, salati, massaggiati

di salume, perché non tentare un rosato? Per rispondere a questi

con una miscela di spezie, solitamente aglio, rosmarino e pepe

piccoli grandi dilemmi da gourmet, abbiamo fatto delle prove.

nero. Poi la carne viene rilegata, cucita e cotta in forno. Una

Ecco i risultati degli abbinamenti con tre tipologie: un vino

volta cotto e con la cotenna croccante, l’arrosto viene fatto

bianco, un rosso e un rosato.


PECORINO D’ABRUZZO 2018

Colore giallo paglierino con riflessi verdolini. Al naso esprime sentori di mela verde, pera, Pecorino

pesca bianca e altre note leggermente agrumate e floreali di mimosa e margherita. Il sorso è piacevole e fresco, di delicata morbidezza e decisa sapidità, di buon corpo e con un finale di discreta lunghezza. L’abbinamento con la porchetta non ha convinto, resta un sapore leggermente ferroso in bocca e una punta di nota casearia, forse il vino è troppo sapido. Per una riprova, abbiamo abbinato lo stesso vino ad un semplice spaghetto al tonno e olive, ed è risultato perfetto, lasciando la bocca pulita e nessun sapore terzo. Con la porchetta l’abbinamento è appena accettabile.

SYRAH BIO DEL LAZIO 2016

Syrah

Colore rosso rubino limpido e quasi compatto. Al naso esprime note di pepe nero e arancia rossa, con altri sentori più lievi di amarena, spezie dolci, fungo e terra di bosco. In bocca è fresco e succoso, di media potenza, con un tannino levigato e una sufficiente persistenza. L’abbinamento con la porchetta lascia la bocca fresca e pulita, il vino regge bene la succulenza della carne e i suoi sapori si integrano bene con quelli del cibo. Abbinamento buono.

SANGIOVESE ROSATO DI TOSCANA 2018

Sangiovese

Colore rosa corallo brillante. Al naso offre note semplici ma intense di fragola, lampone e rosa appena colta; l’assaggio è succoso, fresco, di buona sapidità e medio corpo con una discreta persistenza. L’abbinamento è stato provato con la porchetta e del pane bianco non salato ed è risultato, anche alla luce delle altre prove, finalmente ottimo. I sapori si esaltano a vicenda, il vino supporta bene la carne sia magra che grassa, non è in disaccordo con le spezie e regala un finale pulito, piacevole e senza alcuna stonatura. Abbinamento perfetto.

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NOSIOLA!

NOSIOLA! P a o l o

S c a r n e c c h i a

Una delle varietà già interessante a partire dalle sue origini, purtroppo con una diffusione estremamente contenuta, probabilmente perché poco produttiva. Per fortuna molti vecchi vigneti di nosiola sono accuditi da tanti piccoli vignaioli di questa terra che la proteggono dall’estinzione.

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NOSIOLA!

Non appena si entra in Trentino e ci si lascia alle spalle il lago di Garda, vigneti e frutteti vanno in parallelo come un binario di un treno e non è possibile non scorgerli sia ai lati dell’autostrada che dell’Adige, in un avvicendarsi di paesaggi caratterizzati da piccoli paesi e borghi costellati da chiese, torri, castelli e campanili dai tetti appuntiti. Frutteti a valle e vite sulle colline fino a dove il clima lo permette, per poi lasciare inevitabilmente il passo alla vegetazione lussureggiante dei boschi e delle splendide colorazioni delle montagne che alternano intense tonalità di grigio e bianco a delicate sfumature rossastre e rosa. Clima assolutamente alpino caratterizzato da forti escursioni termiche come in Val di Cembra, la valle più a nord, dove i terreni sono piuttosto ripidi e dominano incontrastati vitigni come il Muller-Thurgau, il Pinot Bianco, lo Chardonnay e la Schiava, vitigno a bacca rossa. Attorno a Trento si produce il Trento Doc, mentre la Vallagarina, patria del Marzemino, regala vini più leggeri ma senza perdere in finezza. Infine la Valle dei Laghi e la Valle del Sarca, dove spicca la produzione

Veduta aerea del Castello di

Arco,Valle del Sarca. A destra una panoramica del centro storico di Arco nei pressi di Riva del Garda.

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del/della Nosiola. Maschile o femminile? Se penso esclusivamente al vino potrei definirla al femminile per eleganza e finezza d’insieme o al maschile per acidità e per ottima struttura di alcune versioni realizzate con macerazioni più consistenti anche in anfora; ma invece è proprio singolare la sua declinazione poiché nella valle dei Laghi, che indubbiamente è la culla d’elezione della varietà, l’uva e il vino si definiscono al femminile, mentre a Lavis e in Vallagarina hanno un determinativo maschile. L’origine del nome? Altro dilemma! “Nosiola” secondo l’Acerbi che la segnalava nel 1925 tra le viti nei dintorni di Trento, sembra derivasse dal colore dei tralci e dal sapore del vino che richiamavano la nocciola. Altri invece partendo da una classificazione diffusa nei paesi di lingua tedesca indicavano questo tipo di uve come “nostrales”; in tal caso “Nosiola” potrebbe derivare dal celtico “Nos” che significa nostro, dizione che rimane legata ai vini comuni, locali con gradazione alcolica bassa, ottenuti da viti molto produttive e di scarso interesse commerciale. Negli studi del Settecento si parla di «uva dall’occhio bianca», da cui si arriverebbe al

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Bibenda 85 duemilaventuno

NOSIOLA!

dialettale ociolet e quindi, attraverso altre contaminazioni fonetiche, al nome ciaret o nosiolet. Un’altra supposizione insiste sul fatto che le uve di questa varietà sono coltivate in zone miti, spesso circondate da piante di nocciolo, che dà luogo ad un’altra interpretazione e che fa riferimento al colore che assumono gli acini quando giungono a maturazione che richiamerebbe quello delle nocciole selvatiche. Una delle varietà insomma già interessante e curiosa a partire dalle sue origini ma purtroppo con una diffusione estremamente contenuta, probabilmente perché poco produttiva rispetto ai vitigni internazionali, ma soprattutto perché si è sempre privilegiato queste varietà ai vecchi vigneti di Nosiola accuditi dai tanti piccoli e virtuosi vignaioli di questa terra che temono che tra qualche decennio possa addirittura scomparire in Raccolta dell’uva e processo

alcune zone. Speriamo di no visti i risultati ottenuti da questo vitigno negli ultimi

di posa per l’appassimento dei

tempi, con un vino che tradizionalmente era il classico vino da tutti i giorni, semplice

grappoli di Nosiola.

e rustico, oggi si sta affermando come vero valore assoluto del Trentino, come vino di

spessore e grandissima piacevolezza. Un vino bianco che stupisce per immediatezza e per versatilità, con acidità e corpo dei mosti che rivelano un potenziale a lungo inespresso. E all’olfatto? Rapisce per le sensazioni floreali di fiori bianchi che si mescolano a sentori di frutta secca, con erbe aromatiche e mela gialla a fare da sfondo e andando a comporre un bouquet aromatico di grande finezza ed eleganza (Giovanni Poli). Intrigante ed accattivante vista la lunga macerazione su bucce in anfore di terracotta e che sprigiona profumi complessi ed articolati di frutta esotica e secca, agrumi, spezie fini ed erbe aromatiche (Foradori). Concimazione organica, sovescio, inerbimento, terreni di gesso, limo, argilla e massimo rispetto dei ritmi della natura rivelano profumi di susina gialla, melone invernale, gelso bianco, mandarino cinese, pepe bianco, frutta secca ed echi di pietra focaia (Eredi di Cobelli Aldo). Vino ad ampio spettro, perfetto per pesce al vapore, crostacei, erbazzone, torte salate di verdure e pesci di lago. Ma non impossibile con tortelli di zucca alla mantovana, spaghetti di riso con gamberi e verdure, maiale in agrodolce, ravioli di erbette e spaghetti alla carbonara. Sarebbe infine un errore ridurre questo nobile vitigno atto solo a produrre vino bianco, direi imperdonabile, vista anche la produzione di un vino dolce, grazie alla ventilazione mite, asciutta e costante dell’Òra del Garda, che rinfresca l’aria e permette di trasformare l’uva nell’inconfondibile e ricercato Vino Santo, il “passito dei passiti”. Ma questa è un’altra storia, meritevole di approfondimento e di una buona scusa per ritornare in Trentino. 82


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l’Oliol’Olio è l’Olio è

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con il Riconoscimento Giuridico della Repubblica Italiana con il Riconoscimento Giuridico della Repubblica


Bibenda 85 duemilaventuno

LA SCIENZA IN CUCINA E L’ARTE DI MANGIAR BENE

LA SCIENZA IN CUCINA

e l’arte di mangiar bene P i e t r o

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M e r c o g l i a n o


Pellegrino Artusi

«L’uomo è ciò che mangia» è la celeberrima frase, sempre citata, di Ludwig Feuerbach; e

“La scienza in cucina e

ciò è vero sia per i singoli individui sia nel loro insieme per i popoli.

l’arte di mangiar bene

Come i Greci dell’epoca ellenistica ci hanno insegnato, nulla forma il senso di

E i francobolli per

appartenenza piú della definizione di una koinè: ci si sente parte di qualcosa quando

ricordare”

si condivide un patrimonio tradizionale e lessicale che consenta a tutti gli individui del

Bibenda Editore

gruppo di formarsi idee ed immagini del mondo che siano compatibili le une con le altre.

464 pagine

Poche cose svolgono questa funzione di sostrato comune quanto la Lingua e la Cucina.

200 Euro.

L’Italia in fase di unificazione ha potuto contare sull’opera di Alessandro Manzoni, e in particolare sul suo romanzo “I promessi sposi”, che ha avuto proprio il grande merito di unificatore linguistico e sentimentale. A unificazione appena avvenuta, è giunto un altro libro a completare la definizione dell’italica koinè: “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi. Artusi ebbe l’altissimo merito di fondere la cucina del burro e quella dell’olio, la cucina del mare e quella della montagna, quella della campagna e quella della città, l’umile e la sontuosa, la magra (raramente) e la grassa (piú sovente). Le identità di campanile, ricche ognuna della sua secolare tradizione, confluivano con naturalezza, e senza perder nulla della loro individualità, in un grande patrimonio comune d’ingredienti e di ricette, stilato con perizia e con amore, con accorta venerazione e con sano divertimento. Il caposaldo di Artusi, tanto famoso da esser noto metonimicamente col nome del suo autore – “l’Artusi” –, conta un numero sterminato di edizioni diverse. Nel 2020, anche BIBENDA ha stampato la propria. La scelta editoriale è motivata da ragioni di diverso ordine. In primo luogo è un omaggio ai duecento anni dalla nascita di Pellegrino Artusi, che tanto ha fatto per la nostra Gastronomia. Poi si tratta del riconoscimento di un comune intendimento: come Artusi a suo tempo, anche la Fondazione Italiana Sommelier da anni tenta di formare un linguaggio comune che sia in grado di descrivere i vini diversi che costituiscono l’inestimabile patrimonio del nostro Paese. Infine, è stata l’occasione di rinsaldare una collaborazione ed un’amicizia: quella con la Filatelia Italiana, in occasione dell’emissione del francobollo celebrativo per il bicentenario di Artusi, allegato al volume insieme a un foglio di quindici francobolli dedicati ad altrettanti prodotti tipici della terra e dell’artigianato gastronomico d’Italia.

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Bibenda 85 duemilaventuno

BORGIONA, L’AUTOCTONA MAGIA DI UN “UNICUM”

BORGIONA,

l’autoctona magia di un “unicum” d i

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R e d a z i o n e


Castello Monte Vibiano

Castello Monte Vibiano, la pluripremiata Cantina Boutique umbra, leader mondiale

Voc. Palombaro, 22

nella produzione del formato monodose di Olio Extravergine d’Oliva in vetro,

06050 Marsciano PG

chiamato “Vibianino” e realizzato esclusivamente da piante secolari, ha voluto lanciare

Tel. 075 8783386

un importante segnale di fiducia e di solidarietà territoriale, investendo nella creazione

www.montevibiano.it

di quello che si può definire un capolavoro di artigianato: un’edizione assolutamente limitata di vere e proprie opere d’arte realizzate per contenere il prezioso “oro liquido” e renderlo ancora più speciale. Antichi ritrovamenti risalenti all’epoca etrusca, testimoniano della presenza di un panciuto vaso di terracotta, l’Orcio, realizzato a mano per la conservazione ed il trasporto dell’olio che, grazie ad una particolare tipologia di Argilla (il Galestro), veniva in tal modo protetto dal freddo, garantendone una perfetta conservazione. Per la fedele riproduzione di questo antichissimo vaso, che oggi contiene un purissimo Olio Extra Vergine d’Oliva derivato dall’antichissima cultivar autoctona “Borgiona”, Castello Monte Vibiano ha voluto valorizzare l’attività di un piccolo nucleo di artigiani di Deruta, affidandogli la realizzazione di questo contenitore per il loro prezioso olio. Oltre al prezioso contenuto, il loro valore è dato anche dall’altrettanto preziosa unicità di queste creazioni che, proprio perché lavorate a mano, sono diverse l’una dall’altra portando in dote ai loro fortunati possessori, la “magia” che consente di potersi fregiare della definizione “pezzo unico”. 87


Distillati &... G r a z i a

D i

F r a n c o

Il ritorno del Vermouth Era il 1861 quando il nuovo Re Vittorio Emanuele II alzò il bicchierino per brindare alla nuova Italia Unita. Il liquido che danzava nei piccoli bicchieri era, naturalmente, ciò che di più torinese possa esserci: il vermouth. Tra tutti gli alcolici che si possono trovare nella bottiglieria di un bar, pochi hanno la capacità di esprimere sfumature complesse come un vermouth. Altro non è che un vino fortificato cui vengono aggiunte erbe (obbligatoria è l’Artemisia Maggiore), ma la possibilità di giocare con un mondo così vasto di aromi è la chiave della diversità e del palato complesso e raffinato di un buon vermouth.

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Questo gustoso prodotto, quasi dimenticato negli ultimi decenni, sta tornando allo splendore di un tempo

La mia storia come bartender che ha avuto la fortuna di lavorare molti anni all’estero, mi ha fatto capire giorno dopo giorno le infinite possibilità nell’utilizzo del vermouth. Mi riferisco alla sua capacità di sposarsi perfettamente con i nuovi gusti, sapori che fino a qualche anno fa non avevamo preso nemmeno in considerazione. Mi è venuto naturale appendere lo shaker al chiodo e diventare ambassador del Mancino, uno tra i migliori Vermouth che mi sia capitato di assaggiare.

Mancino Vermouth www.mancinovermouth.com

A differenza di molte etichette, che producono vermouth di basso livello per fare numeri o che sono nate da bartender stessi (ogni volta che vado in un posto in cui si fanno il loro Vermouth, chiedo: “E allora perché non vi fate anche il whisky in casa?”), Mancino Vermouth è uno di quei pochi brand che ha studiato tutto nel dettaglio. Gli ingredienti italiani, a partire dal vino, si sposano a un palato che guarda al presente senza scordarsi la grande classicità del bere italiano. Ad oggi sono sette i Vermouth che fanno parte della famiglia Mancino: il Vermouth di Torino Secco, studiato per i Martini, il Vermouth Bianco Ambrato, dolce e floreale è perfetto in versione “vermuttino”, con una spruzzata di soda come si beveva una volta, il Vermouth Rosso Amaranto è famoso per il suo gusto old school e il bouquet di profumi natalizi, ed è altresì quello utilizzato per la prima release di Vermouth barricato creato da Giancarlo Mancino, il Vermouth Vecchio, arrivato oggi al suo sesto Vintage. Il Vermouth Chinato la fa da padrone nei drink sofisticati e dove il vermouth è assai presente, il Sakura invece, ti porta in Giappone con i suoi fiori di ciliegio in macerazione. Il Kopi Vermouth, l’ultimo arrivato nella famiglia, fa scoprire la parte acida e interessante del caffè. Troppo spesso parlando con i nostri bartender di fiducia siamo alla ricerca della tal vodka, del tal gin. Dovremmo cominciare a chieder loro di preparare i nostri drink con un vermouth diverso dal solito perché, in fondo, è proprio quello che può arricchire l’esperienza. 89


Da Leggere Sono i nostri consigli di lettura. Novità, nuove edizioni, dizionari, testi legislativi, romanzi, saggi, pubblicazioni tecniche: letture intorno al vino.

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Da Leggere

MICA PIZZA & FICHI I Segreti dei Maestri per una Pizza Perfetta di Tinto Nicola Prudente La pizza è una di quelle piccole gioie che rendono migliore la giornata, che si tratti di pranzo, cena o spuntino. È difficile dire di no, se senti il suo profumo! Per questo motivo, oltre ad assaggiare le prelibatezze delle migliori pizzerie disseminate sulla nostra Penisola, il sogno di tutti è provare a replicarle comodamente a casa. A fronte di migliaia di ricette sparse ovunque, quello che mancava è un testo di riferimento unico, per tutti e “con tutti”, ovvero con chi le pizze le ama e le realizza con passione ogni giorno, partendo dall’impasto fino all’abbinamento. Un libro che raccoglie i suggerimenti di 30 tra i più importanti pizzaioli italiani in un libro da mangiare con gli occhi… Per più della metà degli italiani la pizza è il modo perfetto per rendere migliore la giornata: lo afferma un’indagine condotta in occasione della Giornata Mondiale della Felicità. E lo dimostrano i numeri vertiginosi di un settore in crescita e di una passione per la pizza fatta in casa di cui si è fatta interprete con successo anche la trasmissione televisiva Mica Pizza e Fichi su La7.

illustrato ispirato al programma tv sul piatto italiano più amato nel mondo che raccoglie ricette, trucchi del mestiere, curiosità e i consigli ad hoc di chef e Vip. Un prontuario prezioso su come preparare la migliore pizza fatta in casa attraverso le parole e i gesti dei pizzaioli che hanno partecipato alla trasmissione televisiva, supportati da immagini-tutorial per un risultato a regola d’arte.

Il suo autore e conduttore Nicola Prudente, in arte Tinto, noto anche per la trasmissione Decanter su radio Rai, propone un volume

Cairo Editore 222 pagine – Euro 18

IN VENDITA ANCHE A BIBENDAMANIA 91


Cose &

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Vino


Cose &

Vino

Raccogliamo in questa rubrica fatti, luoghi, avvenimenti, appuntamenti, insomma, cose intorno al vino.

RIBOLLA PER MANI

VIBIANINO, GIOIELLO D’OLIO

SOTTOPUPI

L’igienizzante Ribolla per mani in versione idro-alcolica spray nasce da un’idea dell’azienda vinicola friulana Collavini, nota per le tante versioni in cui declina questo suo vitigno d’elezione. Frutto della collaborazione con il Maestro Profumiere Lorenzo Dante Ferro che ha saputo mettere a punto una miscela di 10 olii essenziali estratti da piante dal forte potere igienizzante e battericida, ricorda le note olfattive della Ribolla Gialla ed è confezionato come un profumo. Un prodotto che garantisce il massimo livello di igiene rispettando il naturale equilibrio della pelle, adatto anche per pulire superfici e oggetti. Gli olii essenziali contenuti sono estratti da Vitis Vinifera, Canarium Luzonicum, Artemisia Pallens, Salvia Sclarea, Rosmarinus Officinalis, Citrus Reticulata, Litsea Cubeba, Citrus Aurantium, Citrus Limonum, Mirtus Communis.

Assoluta perla nel meraviglioso e variegato modo del grande Olio Extra Vergine d’Oliva, il “Vibianino”, nome che origina dall’antico etrusco “Vibi” utilizzato per definire gli abitanti di Monte Vibiano, rappresenta una vera e propria rottura degli schemi a Tavola offrendo la possibilità di vivere un’esperienza individuale. Per preservare tutte le caratteristiche organolettiche, le olive vengono raccolte minuziosamente a mano quando le temperature sono più basse e spremute a freddo nello stesso giorno.

Didascalie di Sicilia. Carlo Ottaviano, ha iniziato la sua attività di giornalista a Palermo. Nel primo quotidiano in cui ha lavorato - L’Ora – le didascalie venivano chiamate sottopupi. Come quelle pubblicate per alcuni anni sull’edizione siciliana de La Repubblica, nella sua rubrica domenicale Bianco & Nero.

EUGENIO COLLAVINI VITICULTORI Via Ribolla Gialla, 2 33040 Corno di Rosazzo UD Tel +39 0432 753222

CASTELLO MONTE VIBIANO Voc. Palombaro, 22 - 06050 Marsciano PG Tel. 075 8783386 www.montevibiano.it

Non viene filtrato e per rispettare la Natura e garantire inalterabilità e freschezza, nasce e vive esclusivamente nel vetro mantenendo inalterata la caratteristica estrema freschezza dell’Olio Extra vergine d’Oliva appena spremuto. Un concept rivoluzionario a Tavola, in 10 ml di lusso privato.

Aggiungevano qualche particolare a vecchie immagini riemerse dagli archivi, esposte per la prima volta in mostre in giro per l’Italia, raccolte in libri, talvolta inedite. Carlo Ottaviano, ragusano di nascita – come tiene a precisare – ne ha voluto proporre una selezione, raccogliendone alcune in quello che chiama senza pretese “librettino” per una lettura spensierata, ma che fa invece riflettere. SOTTOPUPI Carlo Ottaviano Edizione Fuori Commercio, dicembre 2020

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CrUc i BENDA P a s q u a l e

P e t r u l l o

in arte Petrus

Prosegue la serie dei giochi di Bibenda tutti ispirati al mondo del vino scaturiti dalla penna del nostro enigmista preferito.

Orizzontali 1. Se la lascia alle spalle la nave 5. Lo è il problema strutturale del vino “sbilanciato” 10. Si coniuga in grammatica 14. Può essere anche “Tinella”, “Superiore” e Colli Astiani” 16. Un cattivo dei fumetti Marvel 17. La fa chi aspetta di essere ricevuto 18. Lo è il rosso rubino del rosa chiaretto 20. Contento, allegro 21. Fine... goudron 22. Stato con il Grande Lago Salato 24. Sigla di Siracusa 25. Coda di merluzzo 28. Scagiona l’indiziato 30. DOC del FVG 36. Lo è la limpidezza con una bellissima lucentezza 37. Il signor de’ Tali 38. Spiazzo per polli 39. Grandioso, mitico 40. Si leggono in estate 94

41. 43. 44. 45. 46. 47. 48. 49. 51. 53.

Elizabeth... in famiglia Iniziali di Scamarcio Sugosi nel mezzo Aprono la credenza I confini del Labrador Fantasticheria La provincia del Contessa Entellina (sigla) Stephen attore Allevano somari Contenitori di terracotta usati in Georgia fin dall’antichità per la vinificazione 56. Vitigno a bacca nera del Médoc 58. DOC... di Manduria 59. Rendono carini i cani


CrUc i BENDA

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Verticali 1. Salto improvviso 2. Canta “Ridi, pagliaccio” 3. Ricoperte di pelo ispido 4. Tuguri o casupole 5. Racchiude Roma in un anello (sigla) 6. Vi crescono foglie, fiori e frutti 7. Golfo tra Yemen e Somalia 8. Il dipartimento di Tolone 9. Barattò la primogenitura con Giacobbe 10. Vivacità, dinamismo 11. Il cantautore Rosalino Cellamare 12. Mormorii sommessi 13. Sfocia nel Baltico presso Stettino 15. Risponde sì a chi dice così 19. Voce di richiamo 23. Lettera dell’alfabeto greco 26. Film macabro

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27. C’è anche quello comico 29. Vitigno a bacca bianca della zona di Aprilia, Anzio e Nettuno 30. Precede il nome del monaco 31. Osso del bacino 32. Non ecclesiastico 33. Li regolano i semafori 34. Ai lati del Quirinale 35. Vie lungo fiumi e canali 36. Si chiede a teatro e a tavola 38. Acquavite del Medio Oriente 40. Veicolo che segue un percorso obbligato 42. La Blasi della TV 44. Vino DOCG prodotto da vitigno cortese nell’Alessandrino 47. Piccole come la grana delle bollicine 48. Può precedere... Bacco

49. I canali veneziani 50. Treno ad Alta Velocità 52. Il titolo di Brunetto Latini 54. I limiti di WhatsApp 55. Le consonanti in rima 57. Le ultime di quattro

O D E R

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A L Z A I E

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V E R B O R I T E N U A H S L I B I I L E I T A L A L I F O L S I N A E N E R R I Y

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E S T A U T A Q U E T L R A R M O

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G R A V R A D A A M E R O N P L U L I A L A N T P I C O C R R O O T C A I I T I V

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S C I A B A R B E A N T I C L I E T O U Z O O F R I B R I L E A I A G O R S P A A K W E V R P R I M

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71° Corso di QualifiCazione Professionale Per sommelier /da merColedì 17 marzo 2021


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Anno XX

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n. 85

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Marzo 2021

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