Cresce la domanda, si allarga la platea del consumo, si abbassano i prezzi. Inonda grandi e piccoli centri, nonostante sequestri record. Una legalizzazione di fatto, imposta da un mercato ormai fuori controllo
numero 32 - anno 69 13 agosto 2023 Poste Italiane s.p.a.sped.in A.P.-D.L.353/03 (conv.in legge 27/02/04 n.46) art. comma 1DCB RomaAustriaBelgioFranciaGermaniaGreciaPortogalloPrincipato di MonacoSloveniaS pagna € 5,50Lussemburgo € 5,60C.T. Sfr. 6,80Svizzera Sfr. 7,00Olanda € 5,90Inghilterra £ 4,70 SETTIMANALE DI POLITICA CULTURA ECONOMIA 4 euro
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Alessandro Mauro Rossi
Recentemente è scomparso Mario Tronti, filosofo e teorico della classe operaia. I suoi scritti hanno segnato più di una generazione. Ma alla fine, cavallerescamente, davanti al cambiamento della società si è dichiarato sconfitto ma non vinto. La sindrome dello «sconfitto ma non vinto» potrebbe pervadere presto tutta la sinistra che viene sempre più spesso sconfitta sul terreno della politica, anche se non ha nessuna intenzione di darsi per vinta definitivamente. Di certo, se non fosse per gli inciamponi sulle nostalgie fasciste di alcuni esponenti di Fratelli d’Italia, la corsa di Giorgia Meloni a fare il pieno di fiducia tra gli elettori sarebbe ancora più in discesa. Gli ultimi provvedimenti, a prima vista, hanno trovato il consenso di molti italiani. E hanno messo in difficoltà l’opposizione. Oddio, nelle recenti decisioni del governo c’è un po’ di tutto anche al di là della delega fiscale e del decreto asset. Si va dalle scelte bizzarre - come quella del taxi gratuito davanti alla discoteca per recuperare i ragazzi a rischio alcol test piuttosto che invitare ed educare le famiglie e i giovani a comportamenti corretti - ad altre discutibili, ma poi neanche tanto, come quella di togliere il tetto dei 240 mila euro di compenso a eventuali super esperti che dovrebbero costruire il ponte sullo Stretto di Messina. Fermo restando che il ponte in sé e per sé rimane una follia e uno spreco, se si vuole davvero costruire la struttura più lunga al mondo e in condizioni ambientali difficili, non possono certo farlo due geometri del Comune. C’è bisogno di grandi architetti, grandi ingegneri che per 240 mila euro non escono nemmeno di casa. Lo scandalo semmai è continuare a pagare (non solo per la società del Ponte
sullo Stretto, ma anche per centinaia di posizioni pubbliche) funzionari più o meno incapaci o nullafacenti nelle varie istituzioni che prendono stipendi d’oro.
Anche la riforma del fisco, pur contenendo vantaggi a favore di chi detiene maggiore ricchezza (da un governo che ha abolito il reddito di cittadinanza c’era da aspettarsi qualcosa di diverso?), può generare benefici non tanto e non solo per le categorie tradizionalmente privilegiate ma anche per alcune classi lavoratrici con il tentativo di detassazione di tredicesime, straordinari, fringe benefit per i redditi più bassi e un regime favorevole per i premi di produttività. Il problema semmai è sempre il solito. Ci sono i soldi per fare questa riforma?
La risposta è semplice: non ci sono, almeno adesso. Anche perché la vera fonte di approvvigionamento naturale sarebbe la lotta all’evasione fiscale. Ma nessun governo finora c’è riuscito, figuriamoci se ci riesce questo con così poca voglia di impegnarsi sull’argomento. Comunque sta provando a mettere insieme un po’ di risorse. E vuole farlo con un provvedimento imprevisto quanto “popolare”: la tassazione degli extraprofitti delle banche. È il segnale che il governo di centro-destra vuole dare per affermare il primato della politica sul sistema economico-finanziario e le sue associazioni come Abi e Confindustria, anche se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che dovrebbe essere il regista dell’operazione, si è dato alla macchia come usa fare quando c’è da prendere decisioni importanti (lo faceva anche con il governo Draghi). Questa volta, forse, anche perché proprio Giorgetti aveva assicurato che mai si sarebbero tassati gli extraprofitti delle banche e lo
Politicamente, una mossa peronista che dopo l’abolizione dell’Rdc può mettere in difficoltà l’opposizione
La tassa sulle banche può ritorcersi contro i risparmiatori
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EDITORIALE
aveva ripetuto pure in un comitato Abi a porte chiuse. C’è poi il problema dell’annuncio a sorpresa del provvedimento: i banchieri più importanti non hanno gradito questo aspetto. Certe scelte vogliono che siano discusse e ponderate. Se si dovessero mettere di traverso, potrebbe succedere come per la tassa sugli extraprofitti energetici: un ricorso alla Corte europea e, amen, si blocca tutto.
Tassare gli extraprofitti delle banche è una mossa peronista che può mettere in difficoltà l’opposizione, quasi un contrappasso dantesco per aver abolito il reddito di cittadinanza. Un’ottavina reale in termini politici. Infatti, il provvedimento era stato proposto in forma simile dal Movimento 5 Stelle e dall’ex ministro del Lavoro, Andrea Orlando, della sinistra Pd. E ha trovato il ragionevole consenso preventivo (già in maggio) di Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, sempre molto attento ai riflessi sociali delle attività finanziarie.
Con il rialzo dei tassi a raffica generato dalla Bce per combattere l’inflazione, le banche si sono ingrassate: basta pensare che le prime quindici solo nel primo trimestre del 2023 hanno registrato maggiori profitti del 180%. Piccolo paradosso: tra gli istituti che verranno colpiti di più dalla tassa d’agosto (chiamiamola così) ci sarà sicuramente il Monte dei Paschi, banca controllata proprio dal ministero dell’Economia. A prima vista, appunto, il provvedimento appare popolare: le banche hanno guadagnato un sacco di soldi, non hanno alzato i tassi ai poveri depositanti, che paghino, quindi. Per di più, a detta del governo, i soldi (circa due/tre miliardi stimati) dovrebbero andare a ristorare mutui prima casa e al taglio delle tasse. I sanculotti finanziari sono serviti.
Da un punto di vista meno enfatico, il provvedimento che tassa gli extraprofitti serve al governo per fare cassa, di sicuro, ma non è detto per niente che faccia davvero un favore ai risparmiatori. Andiamo per ordine: intanto i titoli bancari in Borsa, dopo l’annuncio, sono
crollati facendo perdere agli investitori oltre 9 miliardi di euro in un giorno (ironia della sorte, la tassa sugli extraprofitti non arriverà a un terzo di questa cifra). Questo però è un tema delicato, da non liquidare in due battute e da pesare in prospettiva, perché riguarda soprattutto la fiducia dei mercati internazionali: infatti bisognerà valutare gli effetti sullo spread a medio termine. Intanto, però, se le banche decidessero di recuperare i soldi che dovranno pagare allo Stato e non potranno portare in detrazione (almeno così prospetta il decreto) basterà aumentare di pochi spiccioli altri servizi come, per esempio, i bonifici o i costi nascosti nei conti correnti per recuperare almeno in parte quello che sborseranno. E chi paga? I correntisti, naturalmente, che comunque nonvedrannodicerto aumentare gli interessi sui loro conti correnti.
Poi c’è l’aspetto più tecnico-politico. Chi fa credito si avvale dei rialzi dei tassi di interesse decisi dalla Bce per combattere l’inflazione. Chi, invece, presta soldi alla banca con il versamento del proprio risparmio sul conto corrente non usufruisce di questo meccanismo. Una vera e propria beffa. Le autorità monetarie nazionali ed europee si sono ben guardate dall’assumere un provvedimento che equiparasse la remunerazione dei prestiti e dei depositi in caso di variazione in aumento/diminuzione dei tassi di interesse. Così la giustizia del mercato è andata a farsi benedire. E sono arrivati i grandi profitti delle banche.
All’annuncio, martedì 8 agosto, Piazza Affari ha bruciato oltre 9 miliardi di euro, ma ha poi digerito la tassazione sugli extraprofitti
Foto: Ansa
Praticamente, un effetto domino che potrebbe provocare ulteriori esborsi per i titolari di depositi
PIAZZA AFFARI
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Sebastiano Messina GIORGIO MULÈ
È stato lui a guidare la maratona per chiudere in anticipo i lavori di Montecitorio e, anche se un deputato del Pd gli ha contestato il suo «velocismo», l’operazione è riuscita senza incidenti. Ed è stato sempre Mulè, dopo il post di Marcello De Angelis, a dire «no al revisionismo», accusando Fratelli d’Italia di «improvvidi rigurgiti contro l’anima del Paese». Messaggio chiaro: noi siamo una cosa, loro un’altra. E ora c’è chi scommette che sarà lui il prossimo leader di Forza Italia.
FILIPPO GANNA
Non dovrebbe essere neanche una gran notizia, se uno che è già stato cinque volte campione del mondo dell’Inseguimento su pista – oltre a essere il detentore del record dell’ora – vince il sesto titolo iridato. E invece Filippo Ganna ha compiuto una rimonta storica, recuperando nell’ultimo chilometro un ritardo di 2 secondi e 2 decimi sull’inglese Dan Bigham e riuscendo a superarlo al traguardo per appena 54 millesimi di secondo. Sono imprese che riescono solo una volta nella vita.
BRUNELLO CUCINELLI
Arrivato sulla soglia dei settant’anni, l’imprenditore di Solomeo – che, partendo da zero, è diventato uno dei mille uomini più ricchi del Pianeta – ha scritto una lettera in 14 lingue a tutti i suoi amici, citando Aristotele e Leonardo, per convincerli che l’Intelligenza artificiale cambierà il mondo in meglio. Il più olivettiano dei capitalisti italiani è assolutamente sicuro che la rivoluzione che ci aspetta non sarà traumatica e gelida, ma morbida e calda: quasi come il suo cashmere.
GIANCARLO GIORGETTI
Prima non si è presentato alla conferenza stampa nella quale il governo ha annunciato la tassa del 40 per cento sugli extraprofitti delle banche, dopo che lui aveva assicurato a giugno che una simile misura «non è all’ordine del giorno». Poi – dopo il tonfo della Borsa e la rivolta dei banchieri – ha fatto una precipitosa marcia indietro, precisando che la tassa non supererà lo 0,1 per cento del totale dell’attivo. Errore rosso per un ministro dell’Economia, errore blu per un bocconiano.
GILBERTO PICHETTO FRATIN
Al Giffoni Film Festival il ministro dell’Ambiente aveva le lacrime agli occhi, rispondendo a Giorgia che soffre di ecoansia. Ma gli attivisti di Ultima Generazione, che lui ha invitato al ministero per l’inizio di un dialogo, non si sono affatto commossi quando lui ha chiesto loro di interrompere l’imbrattamento dei monumenti. «Le nostre azioni vanno avanti», hanno dichiarato uscendo. Compresi i blocchi stradali, definiti «la forma di politica più forte che ci sia». Niente male come autogol.
MARCELLO DE ANGELIS
Modalità Eroe Nero: «Mi assumo fieramente la responsabilità di quanto ho scritto», «Sono pronto ad affrontarne le conseguenze», «Non rinnegherò la verità per salvarmi dai leoni», «Se dovrò andare sul rogo come Giordano Bruno ne sarò orgoglioso». Modalità Pubblico Posto Fisso: «Intendo scusarmi con quelli a cui ho provocato disagi» per «l’enfasi di un testo non ponderato», «Prima di scrivere bisogna riflettere sulle conseguenze». Da Giordano Bruno a Fantozzi è un attimo.
Foto: Agf (4), GettyImages, Ansa CHI SALE E CHI SCENDE
Giorgio Mulè studia da leader di Fi. Marcello De Angelis passa da Giordano Bruno a Fantozzi
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Diletta Bellotti
è un sentimento che chiamo “dolore indie”, riprende tutto un modo di provare emozioni, spesso nostalgiche e dolorose, intorno a un mondo, e dunque un’estetica, ormai sbiaditi. Quel mondo che alcuni riconoscono nel ricordo specifico di una libreria di quartiere o di un modo di fare le cose. In questo senso, è bello essere giovani perché si può dire «questo nuovo mondo fa schifo» senza passare per forza per dei boomer nostalgici (magari solo per dei boomer nostalgici in divenire). Si è invece forse solo stati così fortunati da vedere la fine di un’epoca e l’impennata prima dello schianto, an-
Biblioprecari gli sfruttati della cultura
che se non si aveva certo alcun potere di arrestarlo. Dolore indie è anche quel dolore dolciastro nei confronti di luoghi specifici, come le biblioteche e gli archivi. I luoghi tanto cari all’universo indie ovvero semplicemente posti dove stare a leggere e approfondire gratuitamente. Il dolore indie è quindi il sentimento di perdita verso la fruizione, gratuita o comunque accessibile, della cultura.
In Italia, la metà di chi tutela e cura questi luoghi, guadagna meno di 10 mila euro all’anno (“Mi riconosci”, 2022). Da Firenze, la blasonatissima culla del Rinascimento, si sta lanciando un allarme. Da novembre 2015, l’associazione “Mi riconosci” chiede che le amministrazioni locali e il ministero abbiano la decenza di ascoltare i precari della cultura perché «il sistema non regge più». Il 17 giugno c’è stato un presidio davanti agli Uffizi: la protesta dei lavoratori di
A Firenze la vertenza contro il bando privo di garanzie per i lavoratori di musei e archivi
Opera è contro il bando da 121 milioni di euro che dopo oltre vent’anni di proroghe deve riassegnare i servizi museali delle Gallerie (Corridoio Vasariano, Giardini Boboli e tutto Palazzo Pitti), della Direzione Regionale Musei della Toscana (tra cui: Archeologico, San Marco, Villa Medicea) e dell’Opificio delle Pietre Dure.
Nonostante la lunghissima attesa, il bando è privo di garanzie per i lavoratori in termini di paga e numero di operatori riassorbiti. Il 16 giugno, i “Biblioprecari”, lavoratori esternalizzati delle biblioteche e degli archivi civici di Firenze, hanno protestato contro un processo di internalizzazione che se privo di tutele, rischia di esodare il personale attualmente in appalto. Il processo, già in corso, ha già visto l’uscita di un concorso per funzionari che non riconosceva l’esperienza dei precari e nell’assunzione di personale amministrativo privo di formazione biblioteconomia che in alcuni casi è stato fatto firmare proprio da chi rischia il posto di lavoro. A seguito di mobilitazioni, scioperi, assemblee sindacali e raccolte firme, sono riusciti a ottenere, il 4 agosto, un incontro con gli assessori al Personale e alla Cultura, Bettini e Giuliani, e con la compagine tecnica del Comune di Firenze. Sicuramente un’apertura formale ma che manca ancora di sostanza. In quell’occasione, l’amministrazione si è impegnata a valutare tutte le opzioni possibili per un processo di re-internalizzazione che tuteli quanti lavorano. Nell’ascoltare i lavoratori e le lavoratici in lotta, chi negli archivi, chi nelle biblioteche di Firenze, si ricrea l’atmosfera confusa e soffocante degli uffici kafkiani ne “Il Processo”. A., della rete “Biblioprecari”, parla di figure che hanno il potere di fare il buono e il cattivo tempo: burocrati, tecnici e politici. In balia di questo distruttivo battito d’ali, archivisti e bibliotecari battagliano, dal 2020, contro un vuoto politico. Nel vuoto si sentono i cori e le grida? Pare proprio di no.
RESISTENTI
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C’
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Carlo Cottarelli
La pausa estiva consente un primo bilancio di quel che ha fatto il governo Meloni.
Parto dai rapporti con l’estero. Giorgia Meloni ha capito che è essenziale per l’Italia mantenere buoni rapporti non solo con gli Stati Uniti (ovvio e facile perché agli Usa interessa soprattutto l’atteggiamento dell’Italia verso Russia e Cina), ma anche con la Commissione europea. Ovvio anche questo, ma il governo sovran-populista del 2018 partì col piede sbagliato. Meloni è stata più intelligente, lasciando casomai ad altri esponenti della coalizione di governo le critiche ai «burocrati di Bruxelles». Lei e
Un primo bilancio in chiaroscuro del governo Meloni
Raffaele Fitto hanno stabilito un buon rapporto di collaborazione coi burocrati e, soprattutto, con Ursula von der Leyen, che, a sua volta, ha bisogno del sostegno italiano per essere riconfermata il prossimo anno. Passo alle politiche interne, e, in particolare, a quelle economiche. Per ora, il governo Meloni non ha azzardato mosse drastiche. Anche le proposte di riforma del Pnrr sono contenute. Si chiede di riallocare 16 miliardi di euro, l’8% del totale. Al 92% il Pnrr resta quello di Mario Draghi e non si capisce allora perché FdI non l’abbia votato quand’era all’opposizione. Anche le politiche di bilancio non sono state avventate. In questo Giancarlo Giorgetti è stato aiutato dalla fortuna: la decisione di Eurostat di riclassificare i crediti d’imposta del Superbonus, che ha spostato dal 2024 al 2020-22 16 miliardi di minori entrate (con risparmi ulteriori per gli anni
seguenti). Inoltre, l’inflazione continua a erodere il debito pubblico: se l’inflazione fosse zero il nostro debito smetterebbe di calare in rapporto al Pil stabilizzandosi a livelli superiori a quelli pre-Covid. Ciò detto, si è trattato di politiche dichiaratamente conservatrici, caratterizzate da una tendenziale detassazione (sui redditi bassi, ma anche sui percettori di guadagni in conto capitale e con la prospettiva del regalo della Flat tax ai redditi più alti), dalla solita politica di condoni e da un taglio alla spesa pubblica con l’abolizione del reddito di cittadinanza e, soprattutto, non aumentando gli stanziamenti in linea con l’inflazione, insomma con tagli lineari. Ne risultano penalizzate proprio quelle spese, in primis istruzione e sanità, che dovrebbero mirare a garantire un’eguaglianza di opportunità e il buon funzionamento dell’ascensore sociale per chi lo merita. Al di là delle parole, non mi sembra un governo molto interessato al merito. Da riconoscere, però, il fatto che il governo ha preso buone decisioni in termini di nomine in campo economico, confermando i vertici della Ragioneria dello Stato e dell’Agenzia delle Entrate e rimpiazzando quello dell’Agenzia delle Dogane. Ma alcune difficili prove si avvicinano: la legge di Bilancio per il 2024, la realizzazione dell’autonomia differenziata, i decreti legislativi in materia fiscale, per non parlare del Pnrr, per cui il governo è in ritardo non solo nella spesa, ma anche nelle riforme. Dove, però, il governo è più in difficoltà è proprio nell’area che forse è stata più importante nella raccolta del consenso alle elezioni: le politiche di immigrazione. Il governo ha fatto bene a moltiplicare le entrate regolari, ma sta invece fallendo nel bloccare gli sbarchi sulle coste siciliane. Il record di 181 mila sbarchi raggiunto nel 2016 potrebbe essere superato nel 2023. La fortuna del governo è che questo non è un tema che la sinistra può facilmente cavalcare.
PANE AL PANE
In economia si sono penalizzate le spese per sanità e istruzione. L’immigrazione crea serie difficoltà
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Francesca Barra
artista deve disturbare, non essere conforme. Francesco Vezzoli, cinquantenne, bresciano, è uno degli artisti più influenti contemporanei con il merito di aver coraggiosamente fatto dialogare diversi mondi: cultura, cinema d’autore, televisione popolare, moda, politica, musica, arte, sfidando pregiudizi e muri e, anzi, accendendo il dibattito con inattese destrutturazioni.
Vezzoli ha collaborato con star internazionali, da Lady Gaga a Cate Blanchett, Sharon Stone, Bernard-Henri Lévy, Gore Vidal, Catherine Deneuve; ha esposto in tutto il mondo e ha avuto un enorme successo con
Francesco Vezzoli ha unito mondi diversi tra loro: dalla tv alla cultura.
L’ BELLE STORIE
la sua ultima mostra in Italia, “Vita Dulcis. Paura e desiderio nell’impero romano”, al Palazzo delle Esposizioni di Roma. L’ha promossa senza particolari snobismi, pensando che, sì, l’arte deve arrivare, coinvolgere, abbracciare le persone, non creare distanza. «Lo snobismo c’è, ma si è ridotto parecchio. Il progresso che ha coinvolto la televisione, i social, ha permesso ai linguaggi di avanzare e io cerco di dialogarci. All’inizio in molti hanno opposto resistenza, la versatilità era considerata un difetto. La notte guardo la televisione popolare, mi ispira. Non possiamo fare parte di sistemi che ci richiedono di essere visibili e leggibili e poi rinnegare gli spazi che ti permettono la leggibilità stessa».
Che fosse importante contaminare l’arte con la cultura pop l’aveva capito anche giovanissimo quando, nel 1997, coinvolse Iva Zanicchi facendole girare un video
nella casa museo dello scrittore e critico Mario Praz. Lei cantava “La riva bianca, la riva nera”, mentre Vezzoli ricamava seduto sul divano ricamato, a sua volta, da Praz. Il video si chiamava “Ok, the Praz is right!” (Ok, il Praz è giusto!). Vezzoli ha lavorato con Valentina Cortese, Franca Valeri, Lina Wertmüller, mescolando le icone della televisione più popolare ad altre dive del cinema italiano. «Sono devoto soprattutto alle sfondatrici dei soffitti di cristallo, quelle che esprimono forza». Deve molto a due donne: Mara Chiaretti, protagonista del fermento culturale, gallerista e documentarista, e Mirella Petteni, una delle prime top model, sposata con il produttore cinematografico Robert Haggiag, musa dei più grandi fotografi internazionali, redattrice in riviste di moda, consulente di stile. Da ragazzino voleva fare il giornalista o il dj. Ha frequentato il liceo classico a Brescia e quando Brescia, croce e delizia, gli è sembrata soffocante, è andato a studiare a Londra, alla Scuola d’arte Saint Martin’s, mantenendosi grazie a diversi lavori, fra cui creare sfondi per le vetrine e ottenendo la borsa di studio tutti gli anni. «La mia ispirazione arriva prima. A quattro anni ho chiesto a mia madre di portarmi avedere Donna Summer, ero un amante della disco music; ho destabilizzato il proprietario del negozio di dischi quando, ancora bambino, ho chiesto il 45 giri “Nuda” di Mina: “Suo figlio vuole comprare un disco scandaloso”, disse a mia madre. Amavo Blondie, Boy George. A Londra frequentavo i club più cool del momento, ascoltavo la musica più bella del mondo. Ero attratto da una cultura libera dagli schemi ideologici, di genere».
“Vita Dulcis” ha avuto riscontri e successo popolare: «Ciò mi ha incoraggiato e sbloccato. Mi sento più libero, anche di fare qualcosa di diverso, che esuli dal campo dell’arte contemporanea. Forse, chissà, per il prossimo progetto potrei dirigere un’opera lirica».
Da Iva Zanicchi agli antichi romani
L’artista dev’essere libero, popolare.
E pure scandaloso 13 agosto 2023 11
L’ESPRESSO ICONOGRAFICO DI OLIVIERO TOSCANI 12 13 agosto 2023
A Sant’Anna di Stazzema, la mattina del 12 agosto 1944, si consumò uno dei più atroci crimini commessi dai nazifascisti ai danni della popolazione civile. Le vittime dell’eccidio furono 560, tra cui moltissime donne e bambini. Oliviero Toscani ha incontrato i superstiti, che all’epoca erano bambini.
foto DI OLIVIERO TOSCANI 13 agosto 2023 13
22 mesi
Ho perso il papà, la mamma, e poi zii, cugini...
Liliana Mancini
Milena Bernabò
16 anni
Avevamo paura, si sentivano i colpi da tutte le parti, il fuoco, il fumo, tutte le case incendiate si vedevano. I gridi si sentivano…
Ada Battistini 13 anni
S’è sentito delle scariche di mitraglia alle case di sotto: ne ammazzarono 22, 23, 24...
Nella cucina c’era il babbo, la mamma e due sorelle, il nonno paterno e la famiglia Pierotti: babbo, mamma, due figli e una zia. Sicché nella cucina c’erano dieci persone uccise. Ho perso tutta la mia famiglia, sono rimasto solo, perché anche il nonno e la nonna materna, gli zii, sono stati uccisi.
Enrico Pieri 10 anni
Lì davanti a noi su un poggio piazzarono una mitragliatrice, [...] ci tennero lì, fermi, di fronte a quest’arma per dieci-quindici minuti. Un tempo interminabile.
Enio Mancini 6 anni
Questi ricordi mi ritornano sempre alla mente, tutti i giorni.
Mancini
Anna
8 anni
Si sentivano grida, ma ‘un credevamo che stessero uccidendo tutta questa gente innocente…
Carlo Gamba
18 anni
... perché aveo sempre il cervello della mi’ mamma tutto addosso.
Cesira Pardini
17 anni
Siria
9 anni
Poi c’era, là, dove avevan ammazzato la mi’ mamma, tutto il mucchio de’ morti. Tutti lì per terra. Era un piange’.
Pardini
Ferdinanda Mancini 9 anni
La speranza è che non succeda più. Però il mondo non è che sia tanto bello, neanche ora…
POLITICA
Lo certificano l’Antidroga e le procure di Roma e di Milano: nonostante i sequestri record, il Paese è invaso dalla cocaina
Liberale, ma eletto con FdI. Ex magistrato, ma spesso in contrasto con i colleghi da quando è al governo. Le contraddizioni di Nordio
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Negozi, partite Iva, rendite finanziarie. La riforma fiscale del governo Meloni favorisce diverse categorie. E rinuncia a scovare gli evasori
PRIMA PAGINA Droga legalizzata, ma non ditelo in giro Gianfrancesco Turano 26 Vancouver Zombieland: ammessi fino a 2,5 grammi Chiara Sgreccia 30 Dal bar all’ufficio. Quando l’abuso diventa contagio Paolo Biondani 36 Iraq e Siria alla guerra delle anfetamine Alfredo Bosco 40
Carlo Nordio: le due facce di un ministro Sergio Rizzo 42 Le ambizioni nascoste di Gilberto il sornione Marco Ulpio Traiano 47 Cottimisti in udienza. L’ira dell’Ue Luana de Francisco 48 Regole di mercato, l’irrilevanza politica Dario Raffone 50 I dialoghi de L’Espresso / La sfida di Cappato per un’altra Arcore colloquio con Marco Cappato di Susanna Turco 54 Media e potere boicottano i referendum Ugo Mattei 58 La stabilità ha bisogno delle riforme Francesco Saverio Marini 60 Connubio al pub tra Italia e Irlanda Gianfranco Ferroni 62 Un conflitto senza fine Sabato Angieri 64 La produttività degli eletti e la democrazia Massimiliano Atelli 67 Trump-Biden. Gerontocrazia made in Usa Manuela Cavalieri e Donatella Mulvoni 68 Vedi il Pride e poi picchia Simone Alliva 70 Dal dna ai denti: sulle tracce degli scomparsi Margherita Abis 72 26
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fa parte in esclusiva per l’Italia del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi UNISCITI ALLA NOSTRA COMMUNITY lespresso.it @espressonline @espressonline @espressosettimanale
numero 32 - anno 69 - 13 agosto 2023
Marco Cappato
Tendoni sopra le strade. Zampilli d’acqua. Pale fuori dai locali. Tra vino e corride, viaggio agostano in una città che sa come domare il caldo
Per approfondire o commentare gli articoli o inviare segnalazioni scrivete a dilloallespresso@lespresso.it
ECONOMIA Chi vince e chi perde con la riforma del fisco Gloria Riva 74 Così redditi uguali pagano diversamente colloquio con Vieri Ceriani 78 Trivelle negli abissi, la corsa all’oro ha solo rallentato Vincenzo Giardina 82 Incompiuta annunciata nel Parco del Gargano Angiola Codacci-Pisanelli 84 Tocca alla scienza socializzare il sapere della ricerca Francesco Fimmanò 88 Sostenibili e smart: i noccioleti conquistano sempre più terreno Antonia Matarrese 90 Gli ex lavoratori Dcm in lotta per il reintegro. Come aspettare Godot Maurizio Di Fazio 91 CULTURA Vento finto a Siviglia Matteo Nucci 92 Il lavoro in vacanza con te Valeria Palermi 98 Vestiti senza barriere Flaminia Marinaro 102 Plastilina per gli emigranti Giuseppe Fantasia 104 Recito quindi sono Claudia Catalli 106 Diletta Bellotti affronta il tema dei “biblioprecari”, gli sfruttati della cultura. A Firenze, infatti, è in corso la vertenza contro il bando privo di garanzie per i lavoratori di musei e archivi In copertina: foto di Alamy LA TASSA SULLE BANCHE PUÒ RITORCERSI CONTRO I RISPARMIATORI Alessandro Mauro Rossi 3 Opinioni CHI SALE E CHI SCENDE SebastianoMessina 5 RESISTENTI DilettaBellotti 7 PANE AL PANE CarloCottarelli 9 BELLE STORIE FrancescaBarra 11 PAROLE DI LIBERTÀ NicolaGraziano 53 CARTA & PENNA GoffredoBettini 63 BANCOMAT AlbertoBruschini 81 FACCIAMO ECO GiuseppeDeMarzo 87 BENGALA RayBanhoff 122 Rubriche IO C’ERO - OlivieroToscani 12 LIBRI - SabinaMinardi 109 MUSICA - GinoCastaldo 111 TEATRO - FrancescaDeSanctis 112 ARTE - NicolasBallario 113 TELEVISIONE - BeatriceDondi 114 CINEMA - FabioFerzetti 115 MOTORI - GianfrancoFerroni 116 ANIMALI - ViolaCarignani 117 CUCINA - AndreaGrignaffini 118 VINO - LucaGardini 119 POSTA - StefaniaRossini 120 54
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I procuratori di Roma e Milano certificano una situazione fuori controllo, nonostante i sequestri. E la direzione centrale addetta alla repressione conferma il dato. La “neve” ha invaso l’intero Paese
DROGA LEGALIZZATA MA NON DITELO IN GIRO
PRIMA PAGINA COCA NOSTRA
26 13 agosto 2023
LE STRISCE
Tre tiri di cocaina da consumare sniffandola
13 agosto 2023 27
GIANFRANCESCO TURANO
Chi glielo spiega al sottoccupato meridionale senza reddito di cittadinanza incappato in un posto di blocco con i pacchi di cocaina nel portabagagli che lui deve farsi vent’anni di galera mentre i protagonisti della politica, della moda, della pubblicità, ma anche ormai autisti di autobus, lavoratori sotto stress, ragazzetti con 50 euro in tasca, insomma gli utilizzatori finali del suo servizio possono dire ai cronisti scandalisti di farsi gli affari loro? Come dire, a lui e a chi lo arresta, che oltre il dibattito colto tra proibizionisti e abolizionisti c’è una terza via, quella del reale, dove la cocaina è già stata di fatto legalizzata?
Prima di gridare all’iperbole, bisogna ascoltare le parole di Francesco Lo Voi. Il 12 luglio scorso il procuratore della Repubblica di Roma in udienza alla commissione parlamentare antimafia, nominata dal governo Meloni senza troppa fretta dopo otto mesi, si è espresso così sulla situazione del narcotraffico nella capitale: «Se non è totalmente fuori controllo, poco ci manca, nonostante l’impegno, le indagini e gli arresti. Lo scenario è veramente preoccupante per la semplice ragione che ad alimentare un’offerta abnorme c’è una domanda abnorme».
Se Roma sniffa, la Madonnina ha sostituito la nebbia con la polvere bianca. «Milano si conferma la capitale della droga. La richiesta è altissima», hanno dichiarato i magistrati del pool guidato dal procuratore Marcello Viola a commento dell’operazione “Money delivery”, chiusa in primavera con un bottino di 645 chilogrammi di cocaina sequestrato alle filiali lombarde dei clan di Africo. I volumi di traffico erano di tre quintali al mese, depositati in un capannone di Gerenzano (Varese) giusto il tempo di una distribuzione a tamburo battente, spinta da una richiesta forsennata e di fatto incontrollabile.
Nord e Sud uniti nella coca mostrano un’integrazione finalmente efficace. Il Mezzogiorno, per lo più, fornisce. Il Settentrione, per lo più, consuma e reinveste il denaro del narcotraffico nelle piazze ric-
che, perché anche la guerra al riciclaggio ormai si combatte per onor di firma.
Lo stato delle cose è descritto nell’ultimo rapporto della Dcsa (Direzione centrale per i servizi antidroga), pubblicato il 15 giugno 2023 a firma del generale della Guardia di finanza Antonino Maggiore, sostituito a fine luglio da Pierangelo Iannotti dei carabinieri.
Nella prefazione al rapporto di 506 pagine le cifre parlano. Nel 2022 i sequestri di cocaina hanno ritoccato il record italiano del 2021 da 21,39 a 26,1 tonnellate. Gli effetti della pandemia sulla popolarità della coca sono stati irrilevanti. Caso mai, hanno incentivato i consumi. Nel 2018 i sequestri, che sono una quota minima del flusso effettivo, erano a quota 3,63 tonnellate. Un’inezia rispetto a quanto si è già visto nei primi sette mesi di un 2023 che corre verso il nuovo primato nazionale. Fino a pochi anni fa, i sequestri più importanti viaggiavano per quintali. Ora sotto la tonnellata è robetta. I due colpi di aprile e
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Richiesta altissima tra consumatori abituali e sperimentatori. Il 2022 ha segnato un record di carichi intercettati: 26 tonnellate e il 2023 promette di superarlo.
Il Sud importa e il Nord acquista a chili
LA MOVIDA
Uno dei locali della movida milanese lungo i Navigli
28 13 agosto 2023
di luglio nelle acque di Catania e davanti a Termini Imerese hanno totalizzato insieme 7,3 tonnellate per un valore di mercato di 1,2 miliardi di euro.
Il sequestro di due tonnellate al largo della costa orientale dell’Isola ha illustrato le nuove possibilità offerte dalla tecnologia ai trafficanti. Il carico è stato depositato dalla nave madre in mare aperto dentro involucri impermeabilizzati tenuti insieme da una rete e da galleggianti. Grazie al sistema gps è possibile anche affondare i pacchi, come si è appreso dall’inchiesta “Nuova narcos europea” della direzione investigativa antimafia di Reggio Calabria contro la cosca Molè, che si serviva di sommozzatori professionisti reclutati a gettone nella Marina militare peruviana, oltre che di chimici colombiani e boliviani con spese di viaggio pagate, per recuperare i carichi sommersi di fronte ai porti di Gioia Tauro e di Livorno.
Il sequestro di fine luglio, oltre a stabilire il nuovo record italiano a quota 5,3 tonnel-
late, ha messo in mostra il collaudato sistema della spezzatura di carico dalla Plutus, salpata da Santo Domingo, a un peschereccio partito dalla costa calabrese. Fra i venti arrestati figuravano italiani, azeri, turchi, albanesi, tunisini, francesi e ucraini. In pratica, la rosa di una squadra di serie A.
Ed è ancora nulla rispetto alle 23 tonnellate bloccate tra Belgio e Italia nell’operazione Eureka andata a segno lo scorso maggio su intervento della Dda di Reggio Calabria. Il controvalore della merce è stato stimato in 2,5 miliardi di euro. Sommati agli 850 milioni di Termini Imerese e ai 400 di Catania si viaggia non lontano dai 4 miliardi, che equivalgono a metà della spesa del reddito di cittadinanza nel 2022 secondo le stime dell’Inps.
La coca dà lavoro. A tutti. Lavora il sottoproletario mafioso che rischia vent’anni e lavora il centralinista che prende gli ordini al telefono e spedisce un grammo o dieci a domicilio come manderebbe una capricciosa doppia mozzarella. A Ponte
Per approfondire o commentare questi articoli o inviare segnalazioni scrivete a dilloallespresso@ lespresso.it
Foto pagine 26-27: Getty Images. Foto pagine 28-29: M. Corner / Ansa
13 agosto 2023 29
Milvio, quartiere della movida di Roma nord, le dosi si ordinavano attraverso la app Session, con i pusher nascosti dietro account falsi e indirizzi ip stranieri (marzo 2023). Idem a Verona, dove la merce ordinata arrivava con i rider (luglio 2023). A Trento è in uso il recapito in tabaccheria del centro, con una riedizione del vecchio fermo posta (ottobre 2022). Il giornale online RomaToday ha spiegato come in cinque clic si possa passare da Instagram all’immancabile Telegram attraverso un “dissing”, un litigio sulla pagina di un influencer. Fino a poco tempo fa, lo spaccio era confinato al dark web. Oggi basta una app di messaggistica istantanea, sul genere di Wickr Me che la controllante Amazon chiuderà alla fine del 2023.
Al centro di questo mondo virtuale dove i dettaglianti mostrano fantasia e iniziativa, il ruolo della ’ndrangheta rimane preminente. Ma i criminali calabresi san-
no giocare bene sullo scacchiere delle alleanze. «Per quanto riguarda Cosa Nostra», sostiene la Dcsa, «le indagini rivelano una sua persistente vitalità, un reiterato interesse al traffico di stupefacenti, una notevole capacità di adattamento ai mutamenti di contesto ed un approccio pragmatico al redditizio “business” del traffico di droga, che genera enormi profitti, a fronte di minori rischi, rispetto ad altri reati tipicamente mafiosi, quali ad esempio le estorsioni». In ottima forma grazie alla coca sono anche la camorra e le mafie pugliesi.
Il controllo del territorio consente una relativa tranquillità nella gestione del traffico. I sequestri sono parte del rischio di impresa e le condanne colpiscono i personaggi apicali difficilmente o in ritardo. Roberto “Bebè” Pannunzi, romano, 75 anni vissuti nella cocaina da quando partì per il Canada dominato dal Siderno group di don Antonio Macrì, è stato spedito in Ita-
ZOMBIELAND
Schiena curva, sguardo assente, passo lento. Così centinaia di persone si muovono per East Hastings, la via che taglia la parte est di Vancouver, in Canada: Zombieland. Perché ospita un numero impressionante - per chi non ci ha mai messo piede prima - di senzatetto. Per la maggior parte sono persone con problemi di tossicodipendenza che vivono ai margini della società e della strada, accampati sui marciapiede, accasciati sul pavimento, freezati sulle panchine senza saperlo. Basta uno sguardo con Google street view per farsi un’idea. Prima c’era una tendopoli, dopo l’ultimo sgombero, rimangono i resti di un accampamento che sta per rinascere.
La situazione è la stessa da tempo: le tent city vanno e vengono, il problema della tossicodipendenza segna da decenni la British Columbia, la provincia più occiden-
tale del Canada in cui si trova Vancouver. Già all’inizio dei Duemila il consiglio comunale della città aveva elaborato una strategia per contrastare il boom della droga, basata su prevenzione, trattamento e riduzione del danno. Nel 2016 il governo della Provincia ha dichiarato lo stato di emergenza per la sanità pubblica a causa dell’elevato consumo di sostanze stupefacenti. Da allora alla fine del 2022, sono morte per overdose più di 30 mila persone in tutto il Canada, 12 mila nella provincia più a Ovest del Paese, dove solo nel 2022 i decessi, secondo i dati di Cbc, il servizio pubblico radiotelevisivo canadese, sono stati 2.383, l’anno più mortale di sempre: oltre 6 persone al giorno hanno perso la vita. Da gennaio 2020 a luglio 2021 i morti per overdose hanno superato quelli di Covid-19: tremila contro 1.800. La maggior parte dei decessi, l’85,8 per cento, è causata dall’abuso di Fentanyl, un oppioide sintetico molto potente, 50 volte più dell’eroina, 100 più della morfina. Sempre più spesso utilizzato anche per tagliare altre sostanze come la cocaina che, seconda in classifica, ha causato il 44,8 per cento delle morti per overdose tra il
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Canada 30 13 agosto 2023
VANCOUVER
AMMESSI FINO 2,5 GRAMMI
Chiara Sgreccia
IL MINISTRO
Matteo Piantedosi all’inaugurazione della nuova stazione dei carabinieri di Roma Monteverde. Piantedosi è il titolare dell’Interno dal 22 ottobre del 2022
lia solo dieci anni fa dal Sudamerica dove era diventato il re dei mediatori. Un anno fa, Pannunzi ha ottenuto la revoca del 41 bis, il regime di carcere duro riservato ai grandi boss mafiosi. Gli rimangono diciotto anni da scontare. Forse anche lui era diventato obsoleto, dunque sacrificabile, rispetto al nuovo mondo della coca 2.0 dove, tuttavia, un attracco sul mare serve sempre.
«In questa ricostruzione dello scenario operativo», sottolinea il rapporto della Dcsa, «riveste un ruolo di assoluta centralità il porto di Gioia Tauro, nel quale si concentra l’80,35% dei sequestri di cocaina effettuati alla frontiera marittima,
2019 e il 2022. Poi le metanfetamine, l’alcol, altri derivati dell’oppio e le benzodiazepine. Di solito chi abusa di droga muore dentro casa, in spazi chiusi in cui non trova l’aiuto di nessuno. Così molti preferiscono vivere all’aperto, per strada, gli uni accanto agli altri, sotto gli occhi dei passanti che attraversano noncuranti East Hastings se sono residenti, con lo sguardo esterrefatto se visitano per la prima volta Downtown Vancouver. «Lo stigma e la paura della criminalizzazione fanno sì che alcune persone nascondano il loro uso di droghe aumentando il rischio di danni. Questo è il motivo per cui il governo del Canada tratta l’uso di sostanze come un problema di salute, non criminale», aveva scritto su Twitter Theresa Tam, direttrice della Sanità canadese, a maggio 2022, quando il governo federale aveva concesso alla Provincia un’esenzione dal Controlled drugs and substances act, entrata in vigore a febbraio 2023: i cittadini maggiorenni fermati con meno di 2,5 grammi di droghe pesanti destinati all’uso personale - come eroina, cocaina, metanfetamina, ecstasy e Fentanyl
- non sono più perseguibili penalmente. Il possesso massimo consentito di cocaina, ad esempio, è di tre volte superiore a quello stabilito dalla legge italiana (0,75 g), quello di eroina è 10 volte più alto. La vendita di droghe pesanti resta illegale nella British Columbia ma chi viene trovato con quantità inferiori a 2,5 grammi non sarà arrestato e incarcerato. Gli verranno, invece, date informazioni sui programmi e sul trattamento per disintossicarsi.
Il progetto, pensato per ridurre l’emergenza, non considera chi fa uso di droghe un criminale ma come una persona che ha bisogno di aiuto. Resterà in vigore per tre anni, fino al 2026: non ci sono ancora report che divulgano i risultati della sperimentazione ma secondo le autorità locali, nonostante la questione polarizzi il dibattito politico e pubblico, la depenalizzazione delle droghe pesanti e la parallela “fornitura sicura”, cioè la strategia che punta ad allontanare le persone dall’acquisto illecito di droga offrendo versioni regolamentate, sta già salvando alcune vite. E facilitando il contatto tra tossicodipendenti e servizi sanitari e sociali.
Foto: F. Fotia / Agf
Ordinativi via chat. Consegne con i rider o con fermo posta in tabaccheria. Solo con gli ultimi blitz il valore della merce bloccata corrisponde alla metà della spesa del reddito di cittadinanza
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con un’incidenza del 61,73% sul totale nazionale».
In Calabria, ormai, si scherza sull’argomento con i post online dello Statale Jonico: «Clamoroso a Gioia Tauro, trovate banane dentro un container di coca».
La satira e il folklore possono essere veri quanto la cronaca. Ci sono i giochi d’artificio sparati in certi quartieri delle grandi città per segnalare un carico andato a buon fine. Ci sono i rilevamenti chimici che hanno tracciato la coca in metà delle banconote sequestrate in Francia, soprattutto i tagli piccoli da dieci e venti euro, e addirittura nell’80 per cento dei dollari in circolazione a New York. Torna alla mente una frase di Pablo Escobar Gaviria. Il capo del leggendario cartello di Medellín, celebrato da film e serie tv, aveva già individuato la radice geografica delle sue fortune quando diceva: «Non c’è società in Colombia che prende più soldi di me dagli Stati Uniti». E ai suoi tempi la coca era ancora la droga dei ricchi.
Il ridere per non piangere è una coperta sottile sul cuore del problema: i consumi. Ai primi di agosto il progetto “Acque reflue” dell’istituto farmacologico Mario Negri ha pubblicato le sue conclusioni sul biennio 2020-2022. L’analisi dei residui metabolici delle sostanze stupefacenti nelle acque arrivate ai depuratori di 33 centri urbani nelle venti regioni italiane mostrano che la cannabis rimane al primo posto,
con 51 dosi al giorno ogni mille abitanti. La cocaina segue in classifica con oltre 20 dosi al giorno per mille abitanti a Pescara, Montichiari, Venezia, Fidenza, Roma, Bologna, Merano. I consumi più bassi, compresi tra una e quattro dosi al giorno, si rilevano a Belluno e Palermo. Non solo grandi città, dunque. Anche la provincia si adegua alla moda. Con quali numeri è difficile dire.
Il bollettino statistico europeo pubblicato a fine giugno dall’Emcdda (european monitoring centre for drugs and drug addiction) mette la cocaina al primo posto
L’APPRODO
L’area portuale di Gioia Tauro, uno dei principali approdi merci del Mediterraneo, diventato nel tempo il principale punto di arrivo dei container della droga
fra le sostanze stimolanti, mentre a livello quantitativo la cannabis è sempre prima in classifica. Nei 27 Paesi presi in esame i consumatori sarebbero 23,7 milioni pari all’1,3 per cento della popolazione. Ma sono dati che ruotano intorno all’uso patologico, che è il maggiore responsabile dei ricoveri in pronto soccorso per avvelenamento (27 per cento del totale).
L’ultimo rapporto sulle tossicodipendenze pubblicato sul sito del ministero della Salute a fine ottobre 2022 analizza a livello nazionale dei dati rilevati attraverso il Sistema informativo nazionale per le dipendenze (Sind). Dal rapporto è difficile rilevare o anche solo stimare quelli che l’Osservatorio europeo droghe e tossicodipendenze, agenzia dell’Ue con sede a Lisbona, definisce i consumatori sperimentali.
Nel mondo degli sperimentatori la cocaina è dovunque. Era nelle feste milanesi con stupro dell’imprenditore Alberto Genovese, che ha invocato la sua dipendenza come attenuante. Era negli incontri privati di Luca Morisi, il tattico della Bestia, la
La liberalizzazione cozza con l’idea che bisognerebbe scendere a patti con le organizzazioni che detengono il monopolio dell’import e della distribuzione: ’ndrangheta su tutte
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macchina propagandistica della Lega, che è stato archiviato su richiesta della pubblica accusa «per particolare tenuità dei fatti». Era in menu presso lo chef palermitano Mario Di Ferro dal quale si riforniva il berlusconiano Gianfranco Micciché, più volte parlamentare nazionale e oggi deputato regionale siciliano, ascoltato come semplice persona informata dei fatti. Nessun problema da parte di Miccichè ad ammettere l’uso, senza l’ipocrisia di molti colleghi e senza la tigna dell’autista dell’Atac che tre anni fa è stata trovata positiva a un controllo antidroga e negativa al secondo. La donna ha fatto causa all’azienda municipalizzata romana e ha ottenuto un risarcimento di 20 mila euro. Nel frattempo, però, i controlli antidoping a campione dell’Atac hanno portato diciassette licenziamenti.
Colpire i clienti del narcotraffico con multe e ammende, perché pensare al carcere è una follia, presuppone un impegno da parte dello Stato che è incompatibile con queste masse di consumatori e con gli
SEQUESTRI DI COCAINA
Ecuador Brasile Guatemala
61,74% 10,85% 8,21%
20,43
TONNELLATE (78,28% del totale)
61,73%
SEQUESTRI FRONTALIERI SEQUESTRI
3,63
26,1 21,4
totale nazionale
del
Foto: G. Giansanti / Getty Images
PAESI DI PROVENIENZA
20182020201920212022 20 15 10 5 25 TONNELLATE TONNELLATE 13,6TONNELLATE 8,28 TONNELLATE
TONNELLATE
GIOIA TAURO Fonte: Direzione centrale per i servizi antidroga (Dcsa)15.06.23 13 agosto 2023 33
PORTO
IL CARICO
I finanzieri dopo il maxisequestro di droga a Catania dell’aprile scorso
standard italiani in generale. Quindi si lascia fare.
Chi sostiene la liberalizzazione delle droghe trova un buon argomento nell’impossibilità di contrastare un uso così ampio. Ma legalizzare per stroncare il principale canale di accumulazione finanziaria del crimine organizzato presuppone che i clan accettino più o meno di buon grado la statalizzazione dei loro traffici. Questo non è successo con i tabacchi lavorati esteri (tle), che sono ancora fonte di arricchimento per le mafie dedite al contrabbando. Men che meno accadrebbe con la cocaina. Inoltre bisognerebbe organizzare norme, limiti, verifiche, reti di distribuzione e trovare referenti per l’acquisto fra i padroni del traffico. Ciò significa trattare a viso aperto con criminali efferati che non hanno nemmeno la scusa, concessa ad alcuni capi di Stato attualmente in carica, di essere eletti dalla volontà popolare.
Soprattutto la liberalizzazione di una droga cosiddetta pesante creerebbe un problema con l’idea di Stato etico che aleggia dai tempi di Hobbes e di Hegel. La prima vittima casuale di un cocainomane vedrebbe le istituzioni sul banco degli imputati. Non sono cose che uno Stato sedi-
cente etico è disposto a fare, quanto meno non alla luce del giorno.
La fascia di insicurezza intanto si allarga. Basta pensare ai casi avvenuti in due delle maggiori località turistiche della Campania. Il primo a Capri nel luglio di due anni fa, quando un bus è precipitato nel vuoto. Il conducente rimasto ucciso, Emanuele Melillo, 32 anni, aveva un’invalidità del 50 per cento e faceva uso di cocaina. Da bigliettaio era stato spostato alle mansioni di autista. Oggi sono sotto processo tre persone fra le quali il medico che avrebbe dovuto sorvegliare le condizioni di Melillo.
Il secondo episodio risale a pochi giorni fa quando nel mare di fronte ad Amalfi uno skipper trentenne è stato coinvolto nella collisione che ha ucciso l’editrice di Bloomsbury Usa Adrienne Vaughan. Il giovane è risultato positivo al test della cocaina. Si è solo sfiorata la tragedia lo scorso giugno a Ciampino quando il conducente di un pullman in partenza per una gita scolastica di bambini è stato controllato dalla polizia locale e trovato positivo ad alcol e droga.
Insicurezza dovrebbe significare consenso elettorale in discesa. Ma la cocaina non è vista come un tema politico, anche perché in Parlamento chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Allora avanti così, con la coca legalizzata. Basta che non si sappia in giro.
Foto: Ansa PRIMA PAGINA COCA NOSTRA
Al Porto di Gioia Tauro oltre il 60 per cento delle partite individuate su tutto il territorio nazionale. E
i siti locali ironizzano: clamoroso, trovate banane in un container di stupefacenti
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Dal bar all’ufficio Quando l’abuso diventa contagio
PAOLO BIONDANI
era una volta la droga dei vip, la polvere bianca sniffata nei night, nelle serate esclusive per ricchi e arricchiti: un vizio da privilegiati, concentrati a Milano e in poche altre grandi città, negli ambienti dorati della moda, della pubblicità, della finanza. Oggi la cocaina è un prodotto di massa. In poco più di vent’anni i prezzi sono crollati e la domanda è esplosa. Si consuma ogni giorno, nelle metropoli e nei piccoli paesi, nelle ville di lusso e nei palazzoni di periferia, nelle scuole e negli uffici, in negozi, ristoranti, pizzerie, ospedali, industrie.
«Nei nostri centri, a chiedere aiuto, arrivano camerieri da mille euro al mese, adolescenti del liceo, impiegati di banca, manovali che di giorno si ammazzano di fatica nei cantieri edili e la sera abusano di cocaina, professionisti che non sniffano più per sballarsi, ma per lavorare», testimonia Achille Saletti, l’esperto che trent’anni fa fece rinascere Saman, la comunità antidroga fondata da Mauro Rostagno che ora fa parte del gruppo Anteo. «C’è un consumo abnorme, inarrestabile. L’Italia è inondata di cocaina, anche nei paesi di provincia». Secondo Saletti, è la droga dei nostri tem-
Oggi la “bamba” è un prodotto di massa. In poco più di vent’anni i prezzi sono crollati e la domanda è esplosa. In Italia si conta almeno mezzo milione di consumatori, con 44 mila ragazzi sotto i 19 anni
pi. «Una volta, negli anni del disastro dell’eroina, i mercati erano separati: spaccio in strada per i tossici, cocaina per l’élite con fornitori fidati e clienti pieni di soldi. Allo-
ra era molto costosa e si vendeva a grammi. Ora c’è un pusher unico che spaccia per strada o consegna a domicilio anche bustine da 10 o 20 euro. L’eroina era un problema vistoso, con le siringhe sotto casa e i morti per overdose che creavano allarme sociale. Quell’emergenza è finita con l’Aids. Ed è iniziata la nuova strategia: cocaina per tutti, a prezzi ridotti, senza più tossici nelle strade. Anche le vittime sono meno visibili, perché in apparenza muoiono per altre cause, dall’infarto all’incidente stradale. È la normalizzazione dell’abuso. Con una droga perfetta per le personalità narcisistiche: il disturbo tipico dei nostri tempi, assieme alla depressione».
Il livello di contagio è confermato dai dati del ministero dell’Interno: «La diffusione della cocaina continua a crescere», si legge nell’ultima relazione al Parlamento, da poco pubblicata. In cinque anni i sequestri di carichi provenienti dal Sudamerica sono qua-
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C’
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si decuplicati: tre tonnellate nel 2018, più di 26 nel 2022. Al trafficante la coca raffinata (con una purezza del 70 per cento) costa circa 38 mila euro al chilo. Lo spacciatore la taglia con altre sostanze e la rivende, in media, a 83 euro al grammo, in dosi frazionate. Solo nel 2022 gli italiani, secondo le stime del ministero, hanno pagato per la cocaina «intorno ai cinque miliardi di euro»: quasi un terzo della spesa nazionale per tutte le droghe. I consumatori adulti («dai 18 agli 84 anni»), sempre stando ai dati ufficiali, sono almeno mezzo milione, con una crescita del 10,8 per cento rispetto al 2021: un aumento dieci volte superiore a qualsiasi altro stupefacente. Il contagio ha una diffusione ancora più rapida e preoccupante tra i giovanissimi (più 23,7 per cento in un anno): oggi consumano cocaina, secondo la relazione del ministero, «circa 44 mila ragazzi tra i 15 e i 19 anni, pari al 2 per cento della popolazione scolastica».
METROPOLI A RISCHIO
Il comando generale dei carabinieri conferma che la cocaina è un problema grave, cronico, in quasi tutto il territorio nazionale e per le più disparate categorie sociali e fasce d’età. Anche lo spaccio è sempre più diffuso. I laboratori dell’Arma evidenziano, oltre alle sostanze da taglio professionale come la mannite, miscugli improvvisati con calce, zucchero, farina. La mafia resta nell’ombra: spesso è ancora al livello più alto del narcotraffico internazionale, ma è lontana dagli occhi dei consumatori. Molti non vedono neppure lo spacciatore: in strada, a rischiare la denuncia, ci va il ragazzino che compra anche per gli amici, la minorenne mandata a fare la spesa per il fidanzato e la sua compagnia.
Il mercato della cocaina sta trasformando città e paesi. Genova è diventata il secondo porto italiano della droga dopo Gioia Tauro. E molte viuzze del centro storico sono invase dagli spacciatori. Quasi tutti giovanissimi: minorenni magrebini o centrafricani, senza lavoro, casa e famiglia, reclutati come manovalanza da trafficanti albanesi o slavi, gli unici ad avere rapporti con organizzazioni mafiose. I consumatori finali identificati dai carabinieri sono migliaia di italiani di ogni livello sociale: il professionista, l’artigiano, l’operaio, lo studente, l’impiegato cinquantenne. Il mercato nero è sostenuto da questa grandissima domanda trasversale.
In molte città l’insediamento degli spacciatori è un effetto del degrado e dell’abbandono dei centri storici. Proprio a Ge-
Un vicolo di Genova. Nel centro storico spesso sono gli immigrati a essere arruolati per lo spaccio nova, secondo le indagini giudiziarie, lo sbarco della cocaina è stato favorito anche da alcuni «camalli» italiani: scaricatori di porto, spesso collegati o imparentati con famiglie mafiose, che gestivano i container con la droga, nascosta tra carichi di caffè, banane o lana grezza. L’attività degli investigatori evidenzia anche qui un costante aumento dei cocainomani giovani. Ci sono minorenni che si prostituiscono per una dose, come succedeva per l’eroina. I carabinieri continuano a fare controlli e retate, ma gli spacciatori arrestati vengono facilmente sostituiti da altri sbandati. E il mercato non si ferma, giorno e notte. Al massimo, trasloca: d’estate si sposta nei centri turistici della Liguria. Anche gli spacciatori vanno al mare.
Foto: R. Haid / Ansa
13 agosto 2023 37
CROCEVIA
Pescara è un’altra città devastata dalla cocaina, tanto da essere diventata il più importante centro di spaccio della costa adriatica. Un complesso edilizio chiamato «Ferro di cavallo», in particolare, è stato per anni un fortino della coca, controllato da due clan di zingari stanziali, secondo le indagini antimafia, sul modello dei Casamonica a Roma. Le telecamere nascoste dai carabinieri hanno identificato una media giornaliera di oltre 1.600 clienti che andavano a rifornirsi in uno dei tanti appartamenti trasformati in covi: un numero di cocainomani che supera la somma di tutti i vecchi e nuovi tossicodipendenti censiti e assistiti dai servizi pubblici territoriali (Serd). Venti persone sono state arrestate per traffico di cocaina e associazione di stampo mafioso: per l’accusa, controllavano un dedalo di appartamenti trasformati in centrali di spaccio 24 ore su 24. Con sentinelle che smistavano i consumatori da una casa-covo all’altra, spiavano le forze di polizia e imponevano l’omertà ai clienti stessi. L’indagine era nata nel gennaio 2020 dall’omicidio di un ragazzo di Pescara, picchiato a sangue. Dopo gli arresti, nel luglio scorso è iniziato l’abbattimento dell’ex fortino.
La cocaina, oggi, è la droga regina anche nelle carceri, usata da oltre metà dei detenuti tossicodipendenti. Tra i carcerati con disturbi collegati agli stupefacenti, i cocainomani sono 10.047, quasi il doppio dei consumatori di eroina (5.323). Nelle comunità di recupero, sono ormai quattro su dieci. E tra gli oltre seimila ricoverati negli ospedali per crisi da droghe, quasi un quarto sono cocainomani. Nel 2022 il ministero ha registrato 66 decessi per overdose di polvere bianca o derivati (come il crack): il 22 per cento del totale. Ma moltissimi casi sfuggono alle statistiche.
«La cocaina crea complicanze fisiche e psichiche difficili da riconoscere e curare», spiega Saletti: «A differenza dell’eroinomane, il cocainomane si sente efficiente, integrato, vincente. La crisi arriva tardi, dopo anni di abuso». Saman aveva creato a Milano, già negli anni Novanta, il primo centro per consumatori non ancora cronici. «Oggi abbiamo 160 assistiti, con un’età media di 38 anni. Con il gruppo Anteo, fondato da uno psichiatra, siamo stati i primi ad aprire comunità con doppie diagnosi: abuso di sostanze e disturbi della personalità. Siamo in Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Puglia, Campania, Sicilia. La tendenza è preoccupante ovunque: vediamo ragazzi con dipendenze e patologie psichiche sempre più gravi. Con la cocaina, arriva in comunità solo chi è alla disperazione».
Foto: Mats Silvan / Getty Images
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La polvere bianca si vende per strada, nei centri storici trasformati in fortini dello spaccio, nei paesi. I clienti appartengono a ogni ceto e fascia d’età. E riportano gravi danni fisici e psichici
Il porto di Genova, diventato il secondo punto d’approdo della droga In Italia dopo quello di Gioia Tauro 38 13 agosto 2023
Iraq e Siria alla guerra delle anfetamine
ALFREDO BOSCO
Enas sorseggia la sua limonata in un caffè nel centro di Karada, quartiere vivace di Bagdad. Dopo anni d’insegnamento si batte per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle dipendenze, un tema tabù in Medio Oriente. Racconta con convinzione che da due anni c’è una nuova forma di terrorismo in Iraq: prima c’erano le bombe, adesso c’è il narcotraffico.
Nella sua esperienza d’insegnante è rimasta stupita della quantità di allievi che assumevano anfetamine. Nelle scuole le droghe sintetiche hanno trovato mercato tramite una semplice strategia: diffondere il prodotto a prezzi irrisori, se non gratuitamente, e proporlo come stimolante per rimanere svegli e poter studiare. E negli ultimi due anni, passato il periodo della pandemia, in Iraq due droghe hanno trovato spazio: il Captagon, la celebre anfetamina utilizzata dai combattenti dell’Isis, e il Crystal, una metanfetamina proveniente dall’Iran, ma che da poco viene prodotta anche in territorio iracheno con conseguenze disastrose.
Basta andare nel centro ospedaliero di al-Ataa, alle porte di Sadr City, nella periferia della capitale, per rendersene conto. Giovani da tutto il Paese tenuti in celle, smagriti e con gli occhi di chi non dorme da mesi, i corpi devastati da tagli e macchie. Uno di loro, Husain, costellato di cicatrici ed eruzioni cutanee, è sicuro di potersi riprendere la propria vita; ma dopo due anni di dipendenza da Crystal e un via vai dalla prigione, dove finisce per piccoli furti –sussurrano le guardie sciite della struttura – non ci sono molte speranze con lui: appena terminerà le due settimane di terapia, probabilmente cercherà di nuovo i suoi amici spacciatori e verrà trovato di nuovo a rubare per pagarsi la droga. I sintomi della dipendenza da Crystal sono molto dolorosi: oltre a macchie ed escoriazioni, lo stomaco brucia e le fitte all’addome diventano insopportabili.
Captagon e Crystal. Due droghe sintetiche invadono il Medio Oriente. Mietendo vittime tra miliziani Isis e giovani. Il governo di Bagdad e le forze curde chiedono cooperazione contro i trafficanti
Eppure la sostanza è diffusa ovunque, dal Sud, in città come Bassora, fino al Nord del Kurdistan iracheno. La situazione è paragonabile all’epidemia di Fentanyl negli Usa, proprio per questo il governo presieduto da Mohammed Shia’ Al Sudani ha fatto qualcosa di importante in termini comunicativi: dichiarare guerra ai narcotrafficanti, con il motto «Come abbiamo combattuto il terrorismo, combatteremo la droga». Infatti, i sequestri sono frequenti: solamente a Bagdad, lo scorso 24 luglio è stato bloccato un carico da un milione di pasticche di Captagon. Gli interventi delle forze di polizia irachene vengono spiegati dal generale Saad Maan, portavoce del ministero degli Interni: «Il governo americano ci sta sostenendo. L’Iraq è diventato crocevia del narcotraffico in Medio Oriente, perciò il ministro Abdul Amir al-Shammari ha incontrato due mesi fa i suoi omologhi dei Paesi arabi per esporre il problema. Bisogna essere uniti, fondamentale è il pattugliamento dei confini perché il Captagon proviene dalla Siria. Senza cooperazione, però, l’Iraq non potrà fermare questa tragedia».
Anche in Libano e Giordania i sequestri del Captagon sono aumentati, ma la radice del problema affonda sempre e soprattutto in Siria. Qui, nel territorio curdo del Rojava, le forze Ypg si stanno addestrando
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e hanno creato dipartimenti appositi per i sequestri e le indagini necessari a fermare i narcotrafficanti e i gruppi criminali coinvolti nel mercato degli stupefacenti. E ciò nonostante il contesto sia fragile a causa delle forze turche che continuano ad attaccare le postazioni curde con droni e artiglieria. Ma la pasticca mas-hrny, che non fa dormire, si sta diffondendo a macchia d’olio.
ROGHI
Funzionari del governo iracheno distruggono droga a Bagdad, nel dicembre 2022
di questa anfetamina. Le indagini dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project indicano molti membri della famiglia di Assad, sia il fratello minore Maher sia alcuni cugini, in particolare Wasim Badia e Rami Makhlouf, come i principali produttori e distributori di Captagon.
Nel periodo di massima espansione dei territori occupati dall’Isis, il Captagon era indicato come la droga della jihad, proprio perché i miliziani dello Stato islamico ne abusavano per combattere: rende straordinariamente forti, dando la capacità di non aver bisogno di mangiare e dormire anche per due giorni, oltre a tenere alta l’adrenalina necessaria per farsi coraggio nei momenti disperati. Dal 2020 il Captagon è diventato una nuove fonte di reddito per portare avanti altri interessi: politi e strategici. La produzione, secondo le autorità Ypg, non avviene nel loro territorio, ma in quello sotto il controllo del governo di Damasco. La Siria di Bashar al-Assad è diventata agli occhi della comunità internazionale un narco-Stato: forse la strategia del regime è quella di ottenere un dialogo con i Paesi arabi mostrando la capacità di aprire e chiudere i rubinetti
Oltre il confine con l’Iraq, il traffico più intenso si trova nella valle della Beqaa, in Libano, dove gli uomini legati a Hezbollah fanno arrivare il Captagon nei porti industriali per tentare l’assalto al mercato europeo. A cominciare dall’Italia. Come dimostra il sequestro avvenuto nel 2020 nel porto di Salerno, dove la Guardia di finanza ha trovato oltre un milione di pasticche. Ai tempi, il tenente colonnello Giordano Natale aveva ipotizzato che vi fosse anche il supporto logistico della camorra.
In questi giorni, nei territori Rojava sono stati compiuti sequestri importanti. Ma s’intercetta una minima parte di quello che gira per le strade teatro della lunga guerra civile: «Siamo soli, non abbiamo mezzi, servirebbero unità specializzate addestrate, droni e investimenti», dichiara il colonnello delle forze Ypg Haval Hassan con il volto stanco di chi affronta battaglie difficili.
Foto: S. Arar –Afp / Getty Images
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POLITICA CAOS GIUSTIZIA
IN VISITA
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, qui in visita al carcere romano di Regina Coeli
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Carlo Nordio Le due facce di un ministro
Liberale, ma eletto alla Camera con FdI. Ex magistrato, ma spesso in contrasto con i colleghi (e con le sue passate opinioni) da quando è nel governo Meloni.
Tutte le contraddizioni del Guardasigilli
SERGIO RIZZO
Sono iscritto all’Associazione Luca Coscioni e credo che la vita sia un diritto disponibile del singolo. Credo che ognuno abbia il diritto di morire in pace e come preferisce». Parola di Carlo Nordio, 76 anni da Treviso, ex magistrato e ministro della Giustizia del governo di Giorgia Meloni: liberale, ma eletto con Fratelli d’Italia. Nel suo caso i «ma» sono tanti. Così tanti da rischiare di diventare troppi.
Il governo vuole la legge per far istituire il reato universale di maternità surrogata, «ma» l’Associazione Coscioni, cui il ministro rivendica con orgoglio l’appartenenza, è radicalmente contraria.
Nordio si professa – nella stessa intervista a Domenico Basso del Corriere del Veneto, dalla quale sono tratte queste dichiarazioni – «visceralmente nemico di ogni forma di dittatura» al punto da avere scritto un libro «sulle ragazze del Soe, che hanno organizzato la Resistenza in Francia e sono state uccise dalla Gestapo», «ma» è stato eletto in un partito che tracima di nostalgici del Ventennio e sta in un governo la cui presidente fatica a pronunciare la parola «antifascista».
Si potrà dire che in Italia non è poi così inusuale passare sopra alle convinzioni personali quando c’è di mezzo la ragion politica. Giusto. Se non ci fossero ben altri «ma» decisamente più pesanti, almeno per un magistrato considerato tutto d’un pezzo che, da quando ha la toga, non cessa di denunciare lo strapotere dei pubblici ministeri, le inefficienze della giustizia e la presunta incongruenza della carriera unica dei giudici.
«Nordio lamenta in continuazione l’ingerenza dei magistrati nel processo legislativo della giustizia», ricorda Enrico Costa, figlio di quel Raffaele Costa liberale e pioniere ormai più di trent’anni fa della guerra agli sprechi pubblici. «Poi però», aggiunge il parlamentare di Azione (partito di opposizione che, peraltro, ha avuto talvolta parole di apprezzamento per Nordio), «è lui stesso che alimenta quella ingerenza». E fa il caso dei decreti delegati
CRITICI E TECNICI
Enrico Costa, ora deputato di Azione; qui, nel 2015, quand’era viceministro della Giustizia. A destra: Giusi Bartolozzi, capo vicario del gabinetto del ministro
della riforma del Csm della precedente responsabile del ministero, Marta Cartabia, ancora da emanare.
C’è da rivedere il meccanismo anacronistico con cui si valuta il lavoro dei magistrati? E c’è pure da stabilire come si riduce il numero assurdo dei magistrati (200) che si possono collocare fuori ruolo per ricoprire altri incarichi istituzionali meglio pagati e soprattutto esterni da procure e tribunali? Roba indigeribile per il corpaccione della magistratura, che non ne vuole sapere. E così i decreti, che dovevano essere pronti entro giugno, slittano di altri sei mesi e vengono affidati a una commissione di 26 persone: di cui 18 magistrati. Con una decina di loro già fuori ruolo, che facendo parte di una commissione che deve decidere di tagliare i fuori ruolo, non sono esattamente nel campo dell’imparzialità.
POLITICA CAOSCAOSGIUSTIZIA GIUSTIZIA
Rivendica posizioni radicali e si dice nemico di ogni dittatura, eppure il suo partito vuole il reato universale di maternità surrogata e tracima di nostalgici del fascismo
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Per non parlare della bozza che riguarda la revisione del sistema di valutazione dei magistrati, il 96 per cento dei quali oggi ha il bollino di bravo bravissimo. Dice che le «gravi anomalie» per cui un magistrato è passibile di valutazione negativa si producono solo quando c’è una «marcata preponderanza» di fallimenti della sua attività giudiziaria. Significa che per meritarsi una macchiolina sul curriculum un magistrato dovrebbe toppare almeno metà dei procedimenti. Complimenti.
La riforma Cartabia concede poi due anni per rivedere le nuove norme sul processo penale. E anche qui, affonda Costa, «ecco pronta una commissione ministeriale con più di 40 persone, di cui ben 29 magistrati». Alla faccia del famoso rischio d’ingerenza…
Il succo è che un ministro-magistra-
to con il proposito di allontanare quanto più possibile i magistrati dal ministero ha invece rimpinzato il ministero di magistrati. Su Repubblica, Liana Milella ha dato conto lo scorso maggio dell’intenzione di ingigantire ancora il plotone dei togati fuori ruolo in servizio al ministero, nel tentativo di non perdere i finanziamenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza destinati alla giustizia. Anche perché – se è vero ciò che denuncia Costa, secondo cui dei 411 milioni destinati all’edilizia giudiziaria non sarebbe stato utilizzato nemmeno un euro – la situazione è tutt’altro che rosea. Per giunta, l’obiettivo della riduzione dell’arretrato, una delle condizioni principali poste dall’Europa per dare il via libera agli interventi in questo settore, sembra molto lontano dall’essere raggiunto. Soprattutto nella giustizia civile, dove a fronte di un abbattimen-
Per approfondire o commentare questi articoli o inviare segnalazioni scrivete a dilloallespresso@ lespresso.it
Foto: G. Onorati / Ansa, A. Casasoli / FotoA3; pag. 43-44: LaPresse
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to delle cause pendenti del 40 per cento, nel 2022 non si è arrivati che a un misero 6 per cento.
Così, per cercare di recuperare i ritardi nell’utilizzo dei fondi, ora si ingaggia un altro direttore generale in forza nello staff di Nordio, presumibilmente con i galloni da vicecapo di gabinetto. E siamo a quattro. Un capo e tre vice. Il capo si chiama Alberto Rizzo, magistrato e tecnico: manda avanti la macchina del ministero e i maligni sospettano che sia ormai sazio dell’esperienza. La vicaria è Giusi Bartolozzi e a lei spetta la responsabilità politica del gabinetto, anche perché, oltre a essere magistrata, è anche politica. Nella scorsa legislatura, infatti, era seduta alla Camera con Forza Italia. Sua una proposta di legge per trasferire il potere disciplinare nei confronti dei magistrati dal Csm a un organismo nominato in maggioranza dalle Camere, cioè dalla politica. Con Nordio c’è quindi una sintonia perfetta.
Il secondo vicecapo di gabinetto, Francesco Comparone, invece, è decisamente più in sintonia con il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove, ex giovane missino e figlio d’arte: il padre Sandro è stato deputato di An. È l’uomo forte del ministero, Comparone l’ha imposto lui. E questo la dice lunga sui rapporti di potere anche ai vertici del palazzone di via Arenula. Dove il peso del partito di Fratelli d’Italia è tutt’altro che marginale.
Per carità: Carlo Nordio è figura di grande prestigio nel centrodestra ed è stato eletto nelle liste FdI. Ma con il partito e l’apparato meloniano il magistrato che al tempo di Tangentopoli mise sotto inchiesta Massimo D’Alema e Achille Occhetto, guadagnando l’apprezzamento della destra, c’entra come i cavoli a merenda. E infatti la marcatu-
LE CORTI
Carabinieri in alta uniforme per l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Milano
ra nei suoi confronti è sempre più stretta. I bene informati dicono che volesse nominare Garante dei detenuti l’ex deputata radicale Rita Bernardini, già fra i fondatori dell’Associazione Luca Coscioni. Ma invano. Il posto dovrebbe andare a Felice Maurizio D’Ettore, ex deputato forzista non ricandidato alle politiche con Coraggio Italia e traslocato prima delle elezioni nelle schiere di Giorgia Meloni. La solita storia.
Pure sulla inquietante vicenda delle notizie riservate sul caso Cospito – usate per attaccare la sinistra dal deputato meloniano del Copasir, Giovanni Donzelli, cui le aveva a quanto pare spifferate il sottosegretario meloniano Delmastro –ha dovuto masticare amaro. L’informativa al Parlamento era assolutoria ben oltre l’accettabile, per un magistrato della sua esperienza.
E c’è stato pure chi non ha mancato di sottolineare l’apparente contraddizione fra la sua riforma della giustizia appena presentata al Senato, che limita la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, e il decreto con cui il governo renderebbe
POLITICA CAOS GIUSTIZIA
Denuncia da sempre le loro ingerenze nell’attività legislativa, però ha riempito di toghe il dicastero. E nell’esecutivo è frenato dall’alter ego della premier, Alfredo Mantovano
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invece più agevoli le intercettazioni a carico di mafiosi e terroristi. Contraddizione che a ben vedere, in effetti, non esiste. Mentre esiste un suggeritore del decreto governativo che, però, non è Nordio. Si tratta del sottosegretario alla Presidenza, Alfredo Mantovano, magistrato, ex deputato di An, potente alter ego di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Definirlo ministro-ombra della Giustizia sarebbe troppo. Ma quando Nordio ha proposto di riformulare con la sua riforma anche il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, da lui ritenuto troppo fumoso, è bastato il niet di Mantovano («Ci sono altre priorità») per far evaporare istantaneamente l’idea. Facile trarre le conclusioni.
Nella riforma dell’ex magistrato veneto – liberale e socio della Fondazione Casa dei liberali che porta il nome di Luigi Einaudi – resta l’abolizione dell’abuso d’ufficio. Vero. Ma su quello Meloni & c. non hanno niente da dire. Quanto alla mitica separazione delle carriere, per cui il Nostro ha quasi perso la voce, siamo ancora sulla Luna.
bocca della verità Marco Ulpio Traiano
Le ambizioni nascoste di Gilberto il sornione
Prima uscita di Fascina dal lutto. Ultime chiacchiere tra parlamentari prima delle ferie. Da un capannello di deputati di Forza Italia spuntano frasi dedicate a Marta Fascina: «Hai visto che non si muove da Villa San Martino? È ancora in lutto strettissimo e non esce di casa», afferma il primo eletto, affezionato alla «vedova». Ma il secondo lo blocca immediatamente, sentenziando: «Sfido, appena abbandona la magione c’è un fabbro pronto a cambiare le serrature, così non torna più nella villa e resta fuori per sempre». Ma si può essere così cattivi? Alla fine, ci ha pensato la stessa Fascina a mettere a tacere tutti, recandosi allo stadio di Monza per il trofeo calcistico intitolato a Silvio Berlusconi.
Pichetto Fratin punta al Quirinale? Nel suo partito, Forza Italia, le iniziative del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, suscitano forti perplessità. Prima le lacrime davanti ai giovani che parlano di cambiamenti climatici, poi l’incontro con i rappresentanti di Ultima Generazione, accolti a braccia aperte nel suo ufficio. Tanto che qualcuno, nel suo gruppo, confida che «Gilberto è uno che non conosce ostacoli, neanche doveva diventare ministro e invece sta lì, ha quell’aria sorniona da anziano innocente che si è appena alzato dalla panchina dei giardinetti, ma ha una grinta da vendere. Non mi stupirei se dopo Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica arrivasse lui». Certo, con le ultime mosse il consenso bipartisan non gli mancherebbe.
I Lincei donano libri a La Russa. La collezione di atti accademici della Biblioteca del Senato, ricca delle pubblicazioni di circa 160 tra istituti accademici e di storia patria, si arricchisce di un piccolo ma significativo nucleo librario donato dall’Accademia dei Lincei. Si tratta di 14 volumi recenti, in gran parte cataloghi di mostre allestite negli spazi di Palazzo Corsini. L’omaggio al Senato della Repubblica presieduto da Ignazio La Russa è opera del numero uno dei Lincei, Roberto Antonelli, del premio Nobel per la Fisica, Giorgio Parisi, e di Maurizio Brunori, presidente emerito della Classe di Scienze fisiche dell’Accademia.
De Luca finanzia Argento. Ciak finale in Campania, nel Beneventano, per “Qui staremo benissimo”: un film di Renato Giordano prodotto da Giallo Limone Movie, Saba Produzioni e Green Onions Entertainment, in collaborazione con Rai Cinema, con il sostegno del ministero della Cultura e con il contributo di Regione e Film Commission Campania. Tra gli interpreti, Asia Argento. C’è chi si chiede, a questo punto, se piacerà al governatore Vincenzo De Luca…
Scrivete a laboccadellaverita@lespresso.it
Foto: N. Marfisi / Agf
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La
Cottimisti in udienza L’ira dell’Ue
Il tempo è abbondantemente scaduto. E lo è anche la pazienza di chi credeva di vivere nella culla del diritto e si risveglia invece in aule di giustizia abitate da magistrati, quelli onorari, chiamati a fare le veci dei togati, senza diritti né tutele. A stabilirlo è stata ancora una volta la Commissione europea che – vedendo ignorate le censure della prima e poi anche della seconda e più vibrante costituzione in mora, inviate all’Italia tra il 2021 e il 2022 – a metà luglio è tornata alla carica, sollecitando il governo ad annullare le discriminazioni e a promuovere, finalmente e a ogni effetto, al rango di lavoratori tutti quei giudici onorari di pace e quei viceprocuratori onorari che ogni giorno sostituiscono in udienza gli omologhi professionali. Sessanta i giorni di proroga concessi per farlo. Per cancellare, cioè, il paradosso per cui, pur garantendo il funzionamento della macchina della giustizia italiana (sono loro a reggere il 60 per cento del contenzioso civile e penale di primo grado), sulla carta contano quanto «volontari con funzioni marginali e accessorie».
La regola vale anche negli altri Paesi dell’Ue, dove pure «l’onorarietà si fonda sulla volontarietà» e dove, tuttavia, la loro presenza nelle corti è realmente saltuaria e non indispensabile a evitare la paralisi degli uffici. Sembra il teatro dell’assurdo e in effetti un po’ lo è. Tanto che a ricostruire lo strano caso degli oltre 4.500 magistrati onorari italiani, con non poco sconcerto, era stato proprio
l’esecutivo europeo nella seconda lettera a Palazzo Chigi, esattamente un anno prima, dopo il mal riuscito tentativo della riforma firmata da Marta Cartabia di disinnescare le procedure d’infrazione avviate da Bruxelles. Dove peraltro, già nel 2017, le disposizioni introdotte dall’allora ministro Andrea Orlando furono giudicate insufficienti a sanare le storture. Ma erano state due pronunce della Corte di Giustizia dell’Ue (la “Ux” nel 2020 e la “Pg” nel 2022) sul riconoscimento ai ricorrenti della qualifica di «lavoratori subordinati» e, quindi, dei diritti retributivi e previdenziali, a fissare i principi per pretendere dall’Italia la fine dello sfruttamento. Come? Con il superamento della retribuzione a cottimo (98 euro lordi fino a cinque ore d’udienza), in primis, e con l’introduzione di un sistema contrattuale comprensivo dell’intera gamma di tutele
Foto: R. De Luca –Agf POLITICA CAOS GIUSTIZIA
L’Europa intima al governo di dare ai giudici onorari diritti e tutele adeguati rispetto alle funzioni svolte. In caso contrario, l’Italia rischia sanzioni e il blocco dei fondi Pnrr
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LUANA DE FRANCISCO
giuslavoristiche – dalle ferie alla malattia, dalla maternità ai contributi previdenziali – garantite ai “titolari di cattedra”.
Eppure, nonostante il via libera alla stabilizzazione degli onorari nelle funzioni giudiziarie, la battaglia è tutt’altro che conclusa. Prova ne sia il parere motivato (e ultimativo) inviato nelle scorse settimane dall’Europa alla presidente Giorgia Meloni, paladina della categoria quand’era ancora all’opposizione, e al ministro della Giustizia e magistrato in pensione, Carlo Nordio, che, dopo avere definito «grottesco», a marzo, il modo in cui gli onorari erano stati fino ad allora trattati, il mese successivo aveva dovuto gestirne a propria volta lo sciopero. Astensione che, va da sé, aveva impensierito pure l’Associazione nazionale magistrati, ossia il sindacato delle toghe, che, nel sollecitare il riconoscimento ai supplenti delle tutele accordate nella
legge di Bilancio 2022, aveva tuttavia ribadito «la necessità di non trascurare lo statuto costituzionale di onorarietà del loro importante impegno». Allora come oggi, la sensazione non cambia. «Il governo non ci ascolta», lamentano le associazioni degli onorari, critiche in particolare con il viceministro Francesco Paolo Sisto, l’avvocato che prima di varcare i portoni di via Arenula ne aveva difeso le istanze proprio nei palazzi della giustizia europea.
«I magistrati onorari non godono dello status di lavoratore ai sensi della legislazione nazionale italiana e, quindi, neppure delle tutele garantite dal diritto del lavoro Ue», ricorda la Commissione, biasimando pure «l’insufficiente protezione dalla reiterazione abusiva di contratti a tempo determinato» e «l’impossibilità di ottenere per questo un adeguato risarcimento». Non un fulmine a ciel sere-
Un flash mob dei magistrati onorari davanti alla Corte di Cassazione, a Roma, nel 2020, per chiedere un trattamento dignitoso
IN PIAZZA
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POLITICA CAOS GIUSTIZIA
no, appunto, visti i precedenti ultimatum a cambiare registro. Ora, però, i rischi all’orizzonte sconsigliano ulteriori temporeggiamenti: detto che la vicenda potrebbe imboccare la via della Corte di Giustizia, si paventano il blocco dei fondi del Pnrr e una possibile condanna a un milione di euro di sanzione per ogni giorno di ritardo.
Sul campo, intanto, a tenere alta l’attenzione sono le associazioni, per nulla soddisfatte delle condizioni che la Cartabia ha dettato per superare la precarietà. Passi per l’esame, pensato per procedere con la regolarizzazione e scaglionato per anzianità di servizio (a sostenerlo, per ora, sono stati 1.650 candidati, tutti arruolati prima del 2017), ma non per la decisione, che la stessa Commissione ha definito «penalizzante», di parametrare gli stipendi, quelli che finalmente percepiranno anche loro, sulle retribuzioni dei funzionari amministrativi (con tre fasce di reddito, diviso in base
all’anzianità e compreso tra 1.750 e 2.250 euro netti). Peraltro, congelandoli ai valori del 2021 e senza chance di rinnovi e adeguamenti futuri. «Incatenati per sempre», osserva Monica Cavassa, vicepresidente dell’Unione nazionale giudici di pace e componente della Consulta della magistratura onoraria. Per non dire «della rinuncia obbligatoria alle pretese risarcitorie per il pregresso: le violazioni dei diritti che abbiamo subìto dalla Pubblica Amministrazione in 25 anni di servizio».
Ma il colmo è andato in scena a fine marzo, con la grana dell’inquadramento previdenziale del nuovo gruppo di lavoratori dipendenti: permanenti nelle funzioni, sì, ma al buio rispetto al regime da applicare. Con il risultato di rimanere per mesi senza paga. Nelle more, per colmare il vuoto «di fronte all’assenza di indicazioni nel nuovo quadro normativo» e nel rimarcare «la valenza risarcitoria della stabi-
Regole di mercato l’irrilevanza politica
Colpita dall’afa dell’ennesimo anticiclone estivo, la cronaca mediatica cerca respiro nelle consuete vicende che vedono contrapposti magistratura e potere politico. Vicende che ormai non impegnano più neanche le consuete chiacchiere da ombrellone ma che testimoniano, comunque, lo stato endemico di una situazione irrisolvibile. Non solo per indisponibilità, inadeguatezza o malafede dei vari protagonisti ma anche e soprattutto perché il conflitto è iscritto nel Dna del tempo che viviamo: sostanzialmente riassumibile nell’insofferenza di berlusconiana memoria rispetto all’azione di un potere estraneo.
Tralasciando le folkloristiche lamentazioni politiche sui singoli casi (da Santanchè a Del Mastro passando per La Russa), più interessante è invece, in questa luce, l’analisi dell’ennesima riforma prospettata in tema di
Dario Raffone*
diritto penale, sia sostanziale che processuale. Dopo le bizzarrie della riforma Cartabia (la cui critica è vietatissima per la sua presunta coerenza con l’ “Agenda Draghi” in tema di Pnrr), abbiamo adesso la riforma Nordio con esplicita dedica al suo mentore, Berlusconi Non è interessante qui discutere di tali aspetti, se non per rilevare che in una situazione come quella italiana in cui i tribunali, tranne quelli metropolitani, hanno piante organiche molto ristrette, sarà un bel problema poi trovare giudici non incompatibili ai sensi dell’art. 34 del codice di procedura, dal momento che dovranno essere ben tre quelli che si occuperanno del rilascio di misure cautelari. E ciò solo dopo aver sentito la persona che deve essere arrestata. Una bizzarria, quest’ultima, degna dei tempi che viviamo.
È più interessante, invece, tentare di riflettere sul rapporto tra sistema economico neoliberista e potere politico.
Contrariamente a quello che in genere si pensa, il sistema economico in questione necessita di regole forti e controlli adeguati per assicurare lo svolgimento di
L’intervento
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IL CARICO
Un corridoio del Palazzo di Giustizia di Milano. I magistrati onorari reggono il 60 per cento del contenzioso civile e penale di primo grado
lizzazione», il governo aveva allora erogato un acconto (al netto degli accantonamenti per previdenza e assistenza) per i 400 onorari già raggiunti dai decreti di conferma. Ma la soluzione, che aveva escluso i magistrati che non hanno optato per il regime di esclusività (chi, cioè, come gli iscritti all’albo degli avvocati, ha già un «partita stipendiale attiva» e dovrà comunque accontentarsi di un’indennità dimezzata), era stata giudicata «un’aberrazione» dalla categoria. Che, svestiti i panni onorari e della precarietà, e tuttavia ancora giuridicamente ed economicamente distante da quella dei togati, resta un’anomalia in e per l’Europa.
transazioni, reali e finanziarie, senza attriti, intralci, interferenze di varia natura, corrette o meno, da parte di apparati politici che sopravvivono estraendo risorse, sostanzialmente in modo parassitario, dalla ricchezza prodotta dagli agenti economici. Nel sistema neoliberista, o ordoliberale che si voglia, non è la magistratura ad essere superflua ma la politica, non essendo necessario e neanche possibile alcuna alternativa ai meccanismi generatori di profitto.
Anzi, in tali sistemi, la magistratura penale (su quella civile il discorso è in parte diverso) è più che necessaria per garantire il corretto svolgimento delle transazioni mercantili. Come è stato ben chiarito già decenni or sono dalla più avvertita riflessione giuridica (Natalino Irti, “L’ordine giuridico del mercato”) non esiste mercato senza eteronomia, senza regole poste a presidio dello stesso. Col corollario, oggi impronunciabile, che il mercato non è un ente naturale ma un prodotto sociale e quindi politico. Gli agenti politici attuali (tutti, anche quelli che in passato hanno governato) si candidano all’irrilevanza rispetto alle tendenze economi-
che ed anche ideologiche in atto. Il loro scopo, la loro missione istituzionale sarebbe quella di avere consapevolezza del quadro generale in cui operano e di lavorare per correggere eccessi, distorsioni, ineguaglianze, ingiustizie create da questo sistema economico. Ma, al di là della volontà, degli orientamenti, delle visioni di cui sono portatori, i soggetti politici dovrebbero avere consapevolezza della morsa in cui si trovano e che li condanna ad una crescente superfluità, a dispetto del circo mediatico che ogni giorno organizza la disinformazione dei cittadini. Rischiano di apparire solo un costo per il sistema e quindi, presto, di essere oggetto di travolgenti critiche da parte dei ceti “produttivi” così come questi fecero decenni fa organizzando la pseudo rivolta di Tangentopoli. Sembra quindi necessaria, da parte dei soggetti politici, se non altro per spirito di sopravvivenza, una nuova visione. Ci vorrebbe una consapevolezza, appunto. Quella che latita. E non da oggi.
*L’autore è ex presidente del Tribunale imprese di Napoli
Foto: N. Marfisi –Agf
Stabilizzati sulla carta, i magistrati non professionali sono ancora lontani dai togati per retribuzioni e previdenza.
E la categoria resta sul piede di guerra
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Nicola Graziano
Suscita svariate riflessioni critiche la recentissima sentenza della Corte costituzionale sulla fecondazione assistita. Per i giudici, risulta conforme ai dettami costituzionali la norma che non prevede la revoca del consenso prestato da uno degli aspiranti genitori, in particolare dal padre, all’utilizzo di tecniche di procreazione medicalmente assistita, dopo che l’ovulo è stato fecondato e l’embrione formato. Detta così, sembra una semplice questione di principio ma il caso nello specifico riguardava l’aspirante madre che aveva chiesto di impiantare nel proprio utero l’embrione crioconser-
Il corto circuito giudiziario sulla procreazione
vato ottenuto alcuni anni prima. Nel frattempo, tuttavia, la coppia aveva divorziato e l’ex marito si opponeva all’impianto dell’embrione, sostenendo di voler revocare il consenso originariamente prestato poiché, a causa del tempo trascorso, non era più interessato al progetto di genitorialità che da quella fecondazione doveva scaturire e che si legava a una famiglia che aveva dissolto.
Un coacervo di diritti costituzionalmente rilevanti che, come un nodo intricatissimo, la Corte costituzionale ha cercato (invano) di sciogliere.
L’aspettativa di maternità della donna ed il suo coinvolgimento fisico ed emotivo, in virtù del consenso dell’uomo al comune progetto genitoriale, implica la prevalenza della sua volontà rispetto al sopravvenuto dissenso e l’impossibilità dell’uomo di revocarlo (con costrizione a divenire
genitore). Ciò a fronte dell’impossibilità, nella ipotesi inversa di un sopravvenuto dissenso della donna all’impianto, di imporle un trattamento sanitario estremamente invasivo.
L’uomo non può opporsi all’impianto visto che il diritto all’aborto è nel senso che la donna è l’unica responsabile della decisione di interrompere la gravidanza, senza riconoscere rilevanza alla volontà del padre del concepito che viene privato così del diritto di essere padre. Infine, tutto trova chiusura nella considerazione della dignità dell’embrione, che ha in sé un principio di vita, con riconoscibile grado di soggettività, non potendosi ridurre ad un concetto di mero materiale biologico. Per tutti questi motivi a giudizio della Corte costituzionale la norma è coerente con i principi di eguaglianza e ragionevolezza.
E allora che direzione oscurantista hanno scelto di seguire i Giudici?
Un embrione non impiantato la cui dignità è maggiore di un feto visto che l’aborto è consentito entro novanta giorni dall’ultima mestruazione. Un uomo, che con una donna che non ha più un progetto genitoriale, deve subire di diventare padre con la certezza di far nascere un figlio senza averlo desiderato. Una donna che può scegliere unilateralmente di impiantarsi un embrione e che, nel contempo, può decidere liberamente di interrompere la gravidanza. Forse è meglio fermarsi e riflettere. Vale l’individuazione di una scala di valori che deve tener conto di una gerarchia che non può essere sovvertita sulla base di visioni retrograde.
L’alternativa è un arrampicarsi sugli specchi di ragionamenti che presentano falle difficilmente riparabili e che precludono a salti nel buio del passato che, sinceramente, non è nemmeno il caso di adombrare in un medioevo di pensiero dal quale rifuggire.
PAROLE DI LIBERTÀ
Dopo il no dei giudici costituzionali alla revoca del consenso del padre all’impianto dell’embrione
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La sfida di Cappato per un’altra Arcore
colloquio con MARCO CAPPATO di SUSANNA TURCO illustrazione di IVAN CANU
stato deputato della Rosa nel pugno per dieci giorni, nel 2006 («feci in tempo a eleggere Fausto Bertinotti presidente della Camera», prima di subentrare a Emma Bonino, a Bruxelles) dopo anni di impegno e lotte fuori dai Palazzi si è messo in testa di tornare, al Senato, correndo per il seggio di Monza alle suppletive di fine ottobre (22-23). Il radicale Marco Cappato, 52 anni, leader dell’Associazione Coscioni, una vita da trapezista avanti e indietro su quella specie di malcerto ponte tibetano che in Italia collega fortunosamente la società alle istituzioni, ha da poco annunciato la prossima arrampicata. Conquistare il collegio in cui è nato (è di Vedano al Lambro) e la poltrona che fu di Silvio Berlusconi, cambiare dopo l’ultima curva il senso e questo pezzo di eredità del Cavaliere, portare diritti civili, transizione ecologica, assemblee civiche laddove furono Arcore, leggi ad personam e rivoluzioni liberali tradite. Sfida ambiziosa: «Almeno non mi accuseranno di aver puntato a un seggio sicuro». L’obiettivo è infatti, come al solito, una cosetta: capovolgere i pronostici.
Diciamo la verità, è una battaglia persa.
«Se lo pensassi davvero non ci proverei. È vero però che sulla carta, in base ai risultati delle Politiche 2022, il centrodestra ha otto punti in più della somma delle opposizioni. È un distacco abissale, ma la domanda è: esistono condizioni per conquistarli, quei voti? Secondo me sì. La premessa per riuscirci è che le opposizioni siano unite e che chi si candida possa andare anche oltre il voto dei partiti».
Lei non è iscritto ad alcun partito e le sue battaglie, a partire da quella per l’eutanasia legale, sono trasversali. Mancherebbe giusto quel dettaglio delle opposizioni unite.
«Mi sono mosso senza illudermi di mette-
Non solo diritti, anche ambiente. Il leader radicale si candida nel seggio di Berlusconi a Monza. Spiega: voglio unire tutta l’opposizione e prendere i voti della destra. Ecco come
re a sedere i capi di tutti partiti per trovare un impossibile accordo preventivo, o avviare le primarie. Ma mi hanno appoggiato, fra gli altri, sia Carlo Calenda che Nicola Fratoianni, già questo pone le basi per una trasversalità».
In effetti i due non si parlano. Siamo già al mezzo miracolo. La sinistra c’è, +Europa, Volt e socialisti pure. Mancano però Pd e M5S, finora freddi.
«Non basterebbe neanche se anche ci fossero tutti, a rigore di numeri. In termini di apparati e di potere economico non c’è paragone: il campo avverso è più forte. E mettiamoci pure il ricordo di Berlusconi, il fatto che Adriano Galliani ci sa fare, è una persona conosciuta e popolare. Ma sono convinto che qualcosa si possa creare, ho già cominciato a farlo».
Creare cosa?
«Una rete sul territorio, civica, con la partecipazione anche dei partiti di opposizione, nella quale al potere economico e agli apparati si contrappongano all'ameri-
È
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cana le microdonazioni, i comitati locali, i gruppi di volontari sul territorio. Sarà comunque necessario conquistare qualcosa nell’altro schieramento e nel campo degli astenuti, la mobilitazione referendaria di questi anni può indicare una rotta». Per rosicchiare voti al centrodestra?
«Basterebbe vedere come sta andando la questione fine vita in Veneto, la posizione del governatore Luca Zaia e quali siano le opinioni anche tra gli elettori di Lega e Fratelli d’Italia. Riporto gli ultimi risultati del sondaggio che “il Gazzettino” fa ogni anno nell’area del Nord-Est: nel 2023 i pro- eutanasia sono l’82 per cento degli interpellati, di questi il 78 per cento vota Lega, e l’80 FdI; l’87 è praticante saltuario di funzioni religiose e la metà praticante assiduo. Significa che le libertà individuali non sono solo sostenute da elettori di sinistra o avversate solo dai cattolici».
Cosa farebbe al Senato? Dica tre priorità. «Il lavoro di opposizione, lo chiamerei di resistenza, per non tornare indietro sul fronte dei diritti civili. Quanto alle proposte: la prima è l’urgenza della questione clima. È meno conosciuto il mio impegno in materia: ho lavorato in questi anni, anche attraverso le iniziative dei cittadini europei, la campagna stopglobalwarming.eu, un rapporto si scambio ad esempio con Annalisa Corrado che oggi è nella segreteria del Pd, all’idea che il finanziamento della transizione energetica si ottiene spostando le tasse dal lavoro, dai redditi più bassi, al consumo delle risorse ambientali, alle emissioni». La conversione ecologica del fisco.
«L’idea non è mia, ma di 12 premi Nobel. Un intervento sociale, ecologico e liberale, che realizza la transizione utilizzando la leva degli interessi economici. Un metodo del genere può essere alla base di alleanze molto ampie, sul modello di quelle costruite sul salario minimo».
Condivide questa battaglia?
«È un buon inizio su come tutelare i lavoratori poveri, una misura che va inserita in un programma più ambizioso, a partire dal-
la detassazione legata alla conversione ecologica. Sono temi sui quali la competenza di Schlein è ottima, superiore alla mia: quello che manca, non certo a lei, è una proposta unificante delle opposizioni sulle risorse. C’è un pericolo forte: quando la destra, la Verità, Libero, soffiano sul fuoco della conversione energetica che fa gli interessi dei ceti medio alti, c’è lì un elemento reale che va affrontato, risarcendo i ceti più fragili. Altrimenti, si crea uno scontro sociale sulla transizione e si lascia che i meno abbienti siano dalla parte della conservazione: una miscela esplosiva, i gilet gialli insegnano».
A settembre 2022 non è andato a votare il 63,8 per cento di chi aveva diritto, record negativo della Repubblica. La raccolta delle firme per il referendum sull’eutanasia, nel 2021, fu il contrario: record di 1,2 milioni di adesioni. Come si fanno dialogare i due fenomeni? «Consolidare gli strumenti di partecipazione è l’altra priorità. Non solo i referendum, serve anche l’innovazione. Firma digitale e intelligenza artificiale, ma anche, sul piano istituzionale, l’utilizzo di un sistema diffuso in mezza Europa: le Assemblee civiche estratte a sorte. Servono a coinvolgere i cittadini nel processo decisionale:
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Elly Schlein? L’accordo sul salario minimo è un modello che va replicato. E servono le Assemblee civiche: mi danno del grillino, ma va salvato il buono dell’antipolitica
un campione rappresentativo della popolazione lavora per qualche mese a un tema e alla fine formula una proposta. In Francia, Macron l’ha utilizzato per l’eutanasia. In Irlanda ha portato alla legalizzazione dell’aborto e al matrimonio egualitario. Il Parlamento tedesco l’ha utilizzato sulle riforme istituzionali. È un metodo non sostitutivo dei parlamenti, ma complementare. Anche Enrico Letta, quando era in Francia, era intervenuto a favore».
Poi da segretario del Pd ha fatto le Agorà. «Erano uno strumento di apertura di un partito: qui si tratta di aprire le istituzioni. Le Citizens’ Assembly suscitano un dibattito fortissimo a livello internazionale, totalmente assente in Italia. Secondo me anche perché da noi c’è l’effetto rinculo del M5S: quando intervengo su questo tema, danno del grillino pure a me».
E lei si offende?
«Mi permetto di dire: l’errore è stato iniziare a praticare la partecipazione nel proprio partito senza avere immediatamente l’ambizione di farlo nelle istituzioni. Il che rischia di ridurre il tutto a marketing elettorale, gara, scontro. Tanto più se si cala la proposta “contro” le istituzioni. A questo punto, se vogliamo costruire ponti, bisognerebbe prendere quello che di buono c’è stato nell’antipolitica e trasformarlo. Investire in modalità di partecipazione che facciano vedere una politica un po’ diversa.
L’ALBUM
Marco Cappato in Corte d’assise a Milano, nel 2019, durante il processo dal quale è uscito assolto perché il fatto non sussiste sulla morte in Svizzera, nel febbraio 2017, di Fabiano Antoniani, detto Dj Fabo. A sinistra, Cappato durante un presidio nelle Marche per il suicidio assistito
Andare oltre il posizionamento, per intraprendere mobilitazioni e battaglie sociali: una svolta che il Pd di Elly Schlein può realizzare».
Diceva che sui diritti c’è da fare resistenza: come descriverebbe l’attacco della destra? A volte sembra quasi che non ci sia.
«L’attacco è portato avanti in modo furbo, senza affrontare di petto temi su cui la gente è più compatta, come ad esempio l’aborto. Si va ai margini: rave, gestazione per altri. Questioni simboliche e che provocano scarsa resistenza, se non nei pochi coinvolti.Quantoalfinevita,nonèimprobabileche si cercherà di rendere inattuabile la sentenza della Consulta sul caso dj Fabo non affrontandola frontalmente, ma moltiplicando gli ostacoli burocratici. Come sulla 194: boicottaggio, non proibizione. Dall’opposizione si può fare molto per impedire questa deriva del genere. Oltre alle disobbedienze civili, che continuano: la corte Costituzionale che dovrebbe tornare sul tema, se andranno avanti i 4 processi nei nostri confronti, per aver aiutato le persone ad andare a morire in Svizzera».
Ha più parlato con Giuliano Amato dopo che, presidente della Consulta, ha bocciato i quesiti su eutanasia e cannabis?
«No, ma era tutto chiaro: c’era una idea opposta su cosa sia un referendum e su cosa dica la Costituzione sul punto».
È stata un’occasione mancata?
«Qualcosa di ancora più grave e profondo: uscivamo dal Covid, era il primo momento di grande partecipazione, e c’è stata questa chiusura. Nell’indifferenza, in quel caso, dei vertici dei partiti progressisti, magari con l’illusione che, poi, una soluzione sarebbe stata meglio trovata in Parlamento: e poi, invece, ci siamo trovati il governo Meloni. Quindi il problema non sono solo i quesiti bocciati, ma la direzione che ha preso la politica. Forse non avremmo avuto elezioni anticipate, di sicuro avremmo votato con Meloni, Berlusconi e Salvini leader di una sconfitta, reduci da una batosta. Tutta un’altra storia».
Foto: A. CarottiAnsa, M. Corner / LaPresse
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Media e potere boicottano i referendum
UGO MATTEI*
La democrazia italiana fu fondata dai Costituenti su due pilastri fondamentali. In primo luogo, quello della rappresentanza parlamentare, tramite il quale i cittadini sono chiamati a scegliere in libere elezioni i deputati e i senatori. Il secondo pilastro è quello della democrazia diretta, da esercitarsi attraverso il referendum, normato dall’art. 75 della Costituzione. Esso conferisce alla maggioranza del corpo elettorale un potere legislativo di natura per così dire inibitoria, cassando gli atti legislativi oggetto della proposta e mettendo al sicuro, per un periodo di tempo ragionevole, un dato settore da nuovi interventi incoerenti con la volontà popolare espressa nel referendum.
Questi due volti della democrazia costituzionale prefigurano un mirabile equilibrio che le istituzioni di garanzia, presidente della Repubblica e Corte costituzionale, dovrebbero garantire. In gioco c’è un più ampio concetto di democrazia, che oggi chiamiamo partecipativa, in cui i cittadini non sono solo chiamati a votare ogni cinque anni su un menu preparato dai partiti, ma possono pure, organizzandosi in comitati referendari, farsi promotori di referendum abrogativi aventi forza di legge. I due pilastri democratici sono entrambi fondamentali e costituiscono «modi e forme» di esercizio della «sovranità popolare» secondo quanto previsto dall’incipit della Costituzione del 1948. Come sempre avviene, un disegno costituzionale, anche raffinatissimo, si scontra con la triviale carnalità dei rapporti di interesse. Fra le forme di
Campagne sotto silenzio, pastoie burocratiche, insofferenza dei partiti all’intervento diretto dei cittadini nella genesi delle leggi: ecco perché serve la piattaforma per il voto online
partecipazione popolare, quella di «associarsi in partiti politici» (art. 49) ha avuto la meglio, sicché col tempo la democrazia diretta è andata evaporando nella sua efficacia. Tuttavia, priva del diretto controllo del popolo sovrano, la rappresentanza si è mutata in partitocrazia, una forma di privatizzazione delle istituzioni.
Paradossalmente, nell’Italia della “Prima Repubblica”, il referendum è stato assai più vitale che nei tempi attuali. Divorzio, aborto e nucleare furono grandi terreni di battaglia referendaria che hanno promosso la partecipazione democratica. In un certo senso, la “Seconda Repubblica” è nata a seguito del terremoto politico prodotto dai referendum elettorali dei Comitati di Mariotto Segni e di Massimo Severo Giannini, maestro del diritto amministrativo. Anche su questa tematica si discusse in un dibattito nazionale fra sostenitori del maggioritario e difensori del proporzionale e il popolo prevalse sui partiti. Soltanto nel 2011, durante la Seconda
POLITICA PARTECIPAZIONE
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Repubblica, i referendum “Due Sì per l’acqua bene comune”, assieme a quello sul nucleare e sulle leggi ad personam superarono il quorum. Il popolo bloccò la messa a gara dei servizi pubblici di interesse economico, abrogò il profitto garantito del 7% ai gestori dei servizi idrici, e ribadì il rifiuto del nucleare. Quella tornata, aprì qualche speranza per i movimenti più critici dei capisaldi dell’estrattivismo neoliberale; ma il referendum sulle trivelle, successivamente proposto, non raggiunse il quorum. Da tempo la democrazia diretta non riesce a raggiungere alcun significativo risultato: in alcuni casi è stata la Corte costituzionale ad alzare barricate formalistiche, mentre in altri non sono state certificate le 500 mila firme valide dall’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione. La Lega ha dichiarato di aver raggiunto 760 mila firme per i suoi falliti referendum sulla giustizia tenutisi lo scorso anno, ma essi furono in realtà proposti da 5 consigli regionali di centrodestra. Le fir-
PER L’ABORTO
Una manifestazione del 1981, a Roma, per il no al referendum sull’abrogazione della legge 194
me non depositate sono pure fanfaronate politiche; giuridicamente, esse non sono che il flatus vocis di chi le dichiara.
Un sistema di democrazia diretta capace di controllare quella rappresentativa ha come condizione necessaria ma non sufficiente la disponibilità di una cittadinanza attiva decisa a impegnarvisi. Infatti, occorre anche un minimo di leale collaborazione istituzionale perché i benefici democratici di cui all’art. 75 possano essere colti. Due diverse patologie politiche limitano i referendum. Da un lato, la strategia del «silenzio mediatico» da parte dei nemici della proposta referendaria. I cittadini vengono così tenuti all’oscuro di questo loro diritto, conseguentemente non firmano o non si recano a votare, impedendo ai quorum di scattare. Ovviamente tale silenzio mediatico è patologico in presenza di un servizio pubblico radiotelevisivo finanziato attraverso l’imposizione di un canone ai cittadini.
La seconda patologia deriva dagli eccessi di formalismo burocratico. Esso erode i tempi già brevi (90 giorni) della raccolta, tramite incombenze burocratiche scaricate sui promotori. Per raccogliere le firme servono gli autenticatori (e spesso non vi sono notai, avvocati o consiglieri disponibili). Raccolte le firme, servono i certificati elettorali, che i Comuni dovrebbero rilasciare per tempo, cosa che sovente non avviene. Sempre i Comuni devono autorizzare i banchini di raccolta (e in certi casi chiedono soldi) e consentire ai cittadini di firmare in loco. Spesso le questure pretendono la segnalazione dell’allestimento banchini come esercizio del diritto di riunione in luogo pubblico (altro abuso). Il tempo per l’effettiva raccolta si riduce così da 90 giorni a meno di 70, causa lungaggini e ritardi non imputabili ai promotori. Per ovviare a questi inconvenienti servirebbe una piattaforma pubblica online. Questa avrebbe dovuto essere pronta entro fine 2022. I cittadini la stanno ancora aspettando.
*Giurista e promotore del referendum contro la privatizzazione dei servizi idrici
Foto: V. La Verde / Agf
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La stabilità ha bisogno delle riforme
Iprimi mesi del governo Meloni e l’attivismo del presidente del Consiglio nello scenario internazionale hanno confermato un dato presumibilmente irreversibile: cioè, che oggi molti dei temi di maggiore rilevanza e di maggiore impatto sulla vita dei cittadini non hanno più una dimensione solo nazionale, ma vengono dibattuti e regolati in tavoli e in ambiti globali. L’immigrazione, i cambiamenti climatici e l’inquinamento ambientale, la denatalità, l’intelligenza artificiale con i suoi riflessi sul mondo del lavoro, il superamento delle logiche protezionistiche in ambito economico, le guerre e, in particolare, quella in Ucraina sono solo alcuni dei fenomeni, epocali, che stanno cambiando radicalmente e rapidamente i nostri costumi e le nostre consuetudini di vita e che tendenzialmente sembrano sfuggire al controllo degli Stati nazionali e, dunque, almeno in parte, alle decisioni degli elettori. Ciò si è tradotto, unitamente ad altri fattori, in un crescente senso di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni nazionali e in un’altrettanta crescente disaffezione nei confronti della politica e delle dinamiche interne. Si tratta, tuttavia, di un approccio miope, che tende a sottovalutare l’impatto che su quelle problematiche hanno, invece, nella cosiddetta fase discendente o attuativa delle normative sovranazionali e internazionali i singoli Stati nazionali. Inoltre, va considerato che il peso del singolo Stato nei tavoli internazionali dipende anche dal proprio assetto politico-istituzionale e dal-
la forza rappresentativa del capo del governo. Senza dimenticare, comunque, che molti ambitidella nostravita socialeconservano una dimensione eminentemente nazionale e risentono ancora più direttamente dell’efficienza della macchina istituzionale e del buon andamento degli apparati amministrativi. In questa prospettiva uno dei temi al centro dell’ultima campagna elettorale e delle dinamiche politiche di questi primi mesi del governo Meloni è stato, opportunamente, quello della riforma costituzionale della nostra forma di governo. Per apprezzare la fondatezza dell’avverbio «opportunamente» occorre, tuttavia, superare tre luoghi comuni. Il primo luogo comune è che non bisogna modificare la nostra Costituzione perché «è la più bella del mondo» ed è stata da modello ad altri testi costituzionali.
Ciò è vero e anzi si potrebbe anche aggiungere che è stato il frutto di menti illuminate
Foto: F. fotia / Agf POLITICA LA FORMA DI GOVERNO
Nella storia repubblicana la durata media degli esecutivi è di poco più di un anno.
Il confronto con gli altri Paesi rende urgente la necessità di rivedere sul punto la Costituzione
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FRANCESCO SAVERIO MARINI*
e di una stagione forse irripetibile di giuristi eccellenti, ma essa, al pari di ogni testo normativo, è stata pensata come modificabile e non si può negare che nella parte seconda, e in particolare sulla forma di governo, risente del particolare periodo storico nel quale venne scritta. Ed è noto che la principale preoccupazione dei costituenti fu quella di evitare un’eccessiva concentrazione di potere, sottovalutando le esigenze della governabilità. Del resto, non si può ignorare che la «Costituzione più bella del mondo» è stata modificata già 21 volte, di cui la prima appena 10 anni dopo la sua entrata in vigore e addirittura 4 volte nell’ultima legislatura, nella quale sono stati modificati ben 7 articoli. Un secondo luogo comune è che sono più di 50 anni che si parla e si tenta di cambiare la forma di governo, ma sempre senza successo. Insomma la forma di governo, almeno per gli scaramantici, andrebbe con-
siderata un argomento tabù. Sul tema hanno fallito tanti politici di spessore e di diverso colore politico: da D’Alema a Berlusconi, a Renzi. Ciò è accaduto probabilmente anche perché la complessità del tema spaventa il popolo al momento del referendum. I precedenti non devono, tuttavia, scoraggiare, ma essere di insegnamento: se si vuole modificare la forma di governo occorre essere minimali. Per risolvere il problema della stabilità dei governi, del resto, sono sufficienti poche norme, facilmente comprensibili ai cittadini. Infine, e arrivo al terzo e ultimo luogo comune: non è vero, come talvolta strumentalmente si afferma, che «le urgenze del Paese sono altre». Per comprendere la gravità del problema e le degenerazioni che esso produce è sufficiente riflettere su alcuni numeri, che meglio di ogni ragionamento danno la dimensione plastica dell’urgenza di una riforma delle nostre Istituzioni.
IN AULA
Il governo Meloni al Senato il 26 ottobre del 2022 per il voto di fiducia
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POLITICA LA FORMA DI GOVERNO
I governi italiani nella storia repubblicana sono stati 68 in 75 anni, ossia poco più di un anno a governo; e solo un governo ha avuto una durata di circa 4 anni, che è la durata fisiologica dei governi in tutte le democrazie occidentali.
Quale privato cambierebbe l’amministratore della propria azienda o dei propri beni in modo compulsivo, pressoché ogni anno, per oltre 70 anni? Facendo un confronto limitato agli ultimi trent’anni, l’Italia ha avuto 13 presidenti del Consiglio diversi, mentre la Germania solo 4, la Spagna 5, la Gran Bretagna 9, il Canada 6, la Francia (che ha un sistema semipresidenziale) ha avuto 5 capi dello Stato e gli Stati Uniti (che hanno un sistema presidenziale) 6 capi dello Stato. E i dati macroeconomici ne hanno risentito: il nostro Pil negli ultimi trent’anni si è incrementato solo di 1 volta e mezzo, mentre quello degli altri Paesi che abbiamo elencato nello stesso periodo è cresciuto da 2 a 4 volte. Non si ha la pretesa di sostenere che la scarsa crescita del Pil sia dipesa solo dall’inefficienza del nostro sistema istituzionale, ma che una corrispondenza ci sia è innegabile.
È evidente, infatti, che un governo che ha la prospettiva di vita di qualche mese, per intuibili motivi politici, concentra la sua capacità di spesa nella spesa corrente e non nella spesa per investimenti, che ha una resa nel medio periodo. Da qui una delle ragioni del nostro deficit infrastrutturale. Inoltre la stabilità di governo è, di per sé, un fattore di attrattività per gli investitori stranieri: gli investimenti dei fondi e delle imprese private esigono, infatti, programmazione e, dunque, tempistiche certe, normative durature e governi affidabili. È ovvio che un governo che dura pochi mesi non può fornire queste garanzie. In conclusione, rispetto ad un’esigenza, quella della governabilità e della stabilità dei governi, che è largamente condivisa e coinvolge il benessere collettivo, c’è allora da augurarsi che le riforme si facciano e si facciano rapidamente, possibilmente all’esito di un confronto serio e non preconcetto tra maggioranza e opposizione. Con la consapevolezza che, per continuare con i luoghi comuni, «il meglio è nemico del bene».
*Docente universitario, consigliere giuridico dell’ufficio della presidente del Consiglio
Affari
vostri
Gianfranco Ferroni
Connubio al pub tra Italia e Irlanda
San Marino nell’alto dei cieli. Si chiamerà “San Marino Aerospace” il primo evento internazionale dedicato al settore dell’aerospazio e della space economy ospitato sul Monte Titano. Nelle giornate del 25 e 26 ottobre, istituzioni, aziende e startup avranno come obiettivo le prospettive dell’innovazione, della ricerca e della tecnologia aerospaziale. La Repubblica di San Marino ospiterà oltre 200 espositori provenienti dall’Italia, dall’Europa e dagli Stati Uniti. «La Repubblica di San Marino guarda al futuro con occhio attento, dinamico e innovativo», sottolinea Fabio Righi, segretario di Stato per Industria, Artigianato e Commercio, Ricerca tecnologica, Semplificazione normativa. Durante l’evento verrà annunciato il progetto della “San Marino Aerospace Valley”, spinto dall’istituzione del tavolo interministeriale tecnico permanente di confronto tra Italia e San Marino in tema di sviluppo economico, anche per quanto concerne la space economy. Alla kermesse saranno presenti Esa, Aiad, Thales, Avio Aero, Ohb Italia e Dallara.
Gente di Dublino tra i salumi Fiorucci. Nelle librerie dei gastronomi di qualità si trova sempre una copia del testo di Andrea Maia intitolato “Le osterie di Dublino. La cucina irlandese di James Joyce”. E adesso arriva la notizia che i salumi Fiorucci di Pomezia passano dalla multinazionale messicana Sigma Alimentos a due gruppi, il tedesco Navigator Group e l’irlandese White Park Capital. Quest’ultimo ha sede a Dublino ed è specializzato nella riorganizzazione e nel rilancio di rami d’azienda. Capolavoro della letteratura, “Dubliners” è l’opera più conosciuta di Joyce, al quale negli anni sono stati dedicati ristoranti e pub. Non mancheranno gli abbinamenti tra i salumi italiani e la birra irlandese. E anche tedesca. Con l’obiettivo di rilanciare il brand Fiorucci.
GdF, D’Urso a Roma al I Reparto. Da Milano a Roma: il colonnello della Guardia di finanza Giuseppe D’Urso arriva nella Capitale per diventare il capo ufficio Ordinamento del I Reparto Personale del Comando generale. Guidava il Nucleo di polizia economico-finanziaria, dove si insedia il colonnello Roberto Sciarretta. E a Milano c’è un nuovo comandante della Legione carabinieri “Lombardia”, il generale di brigata Giuseppe De Riggi, che subentra al generale di divisione Andrea Taurelli Salimbeni destinato al Comando della legione carabinieri Lazio. De Riggi nella sua carriera è stato anche alla guida del Comando provinciale dell’Arma dei carabinieri di Palermo, sviluppando particolare competenza contro la criminalità organizzata.
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Goffredo Bettini
Siamo a Ferragosto; ascoltando i miei amici ho notato ancora una volta che ognuno trascorre le vacanze in un luogo diverso. Sia mare o montagna, in collina o nelle città d’arte, il periodo è generalmente breve; non più di due settimane.
Stranamente quando l’Italia era più povera, molti partivano i primi di luglio e tornavano alla fine di settembre. Non tutti. C’era chi non aveva la possibilità di alcuno spostamento. Rivengono in mente le mie lunghe estati a Senigallia. Una cittadina poggiata sull’Adriatico, con una spiaggia dalla sabbia bianca e setosa; e con un austero e prezioso centro storico. Mio nonno, con i suoi fratelli, possedeva un gran-
ghissimi intermezzi di silenzi e di solitudine. Amavo questi momenti. In essi fece capolino la mia “formazione”. Emergevano pensieri inediti. Rubavo la vecchia “Bianchi” nera di mio nonno. Sul lungomare, dopo l’Hotel Excelsior, non c’era più niente. Piccole barche adagiate sul litorale. Una vecchia colonia per bambini poveri. Il vento e il mare. Un odore forte di salsedine. Sullo sfondo, pedalando pedalando, cominciava a vedersi la raffineria di petrolio di Falconara. Quando il cielo era velato, o tendente al brutto, cadevano gli aghi dei pini sulle macchine, tutte con targa tedesca. L’Adriatico l’ho sempre percepito come un mare più misterioso e selvaggio del Mediterraneo. Il Mediterraneo è un mare domestico. La splendida “bacinella” della nostra civiltà. L’Adriatico offre la rincorsa per immaginare e sognare le grandi pianure dell’Est. Altri mondi, altri venti, altri suoni. Sembra incredibile, ma i grandi protagonisti della Rivoluzione russa sono entrati nel mio animo da adolescente, mentre faticavo sulla bicicletta di famiglia, che aveva l’età degli accadimenti sognati.
de palazzo, affacciato sulla piazza della Rocca del Valentino. Si pranzava e si cenava tutti assieme. In tanti.
Nel 1964, avevo 12 anni, ero diventato un ottimo giocatore di biliardino, di flipper e di ping pong. Scappavo la mattina presto dalla mia adorata bagnina anarchica Stamura, che mi aiutava a mettere a mollo il “moscone” di famiglia. Ore a remare, a nuotare, a vedere il fondo del mare allora cristallino. Gli amici erano persone semplici, evitavo i figli della nobiltà marchigiana, gretta e supponente. Qualche volta in famiglia la sera si giocava a scala quaranta; e mi insegnavano il bridge. Il massimo della mondanità era andare a ballare a “Villa Sorriso”, un locale che ospitava i cantanti del momento. Ricordo una giovanissima Nada, con i ragazzi sotto il palco che guardavano rapiti.
Fin qui nulla di particolare. Un’infanzia privilegiata. L’aspetto che stride davvero con l’oggi erano, nel susseguirsi delle settimane, i lun-
Le prime curiosità si consolidarono nelle lunghe ore che passavo sulla sdraio a leggere. Con Agatha Christie e Van Dine migliorai nella scrittura. Con Charles Dickens imparai la letteratura che fa vedere le cose, come fosse un fotogramma. Con il manuale del cinema di Carlo Lizzani capii la storia del Dopoguerra italiano. Tuttavia, fu decisiva la dolcissima giornalaia comunista, con l’edicola alla fine del Corso. Compravo “Il Messaggero” e lei mi inseriva dentro gratuitamente “L’Unità”. Come se mi avesse accolto nella “famiglia”; con discrezione e garbo. Cominciai così ad avere confidenza con i grandi: Amendola, Ingrao, Togliatti, Iotti e Longo. Insomma, le vacanze lunghe certamente dipendono dalle condizioni materiali. Ma anche chi ne ha preferisce l’inebriante mordi e fuggi. E, invece, non sa cosa si perde. Annoiarsi e chiamare a te la fantasia. Rileggere una frase 4-5 volte e fartela diversamente suonare dentro; avere piccoli incontri fatati che ti cambiano la vita.
CARTA & PENNA
Le mie letture di formazione nell’ozio estivo
La giornalaia comunista mi iniziò a L’Unità accogliendomi nella famiglia con discrezione e garbo
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Un conflitto senza fine
Sostegno all’Ucraina fino alla fine e per tutto il tempo necessario», sentiamo ripetere da un anno e mezzo nelle alte sedi istituzionali. Ma se la fine non arrivasse presto e se il tempo necessario fosse molto più del previsto?
Tale ragionamento è insidioso per due motivi fondamentali. In primis, perché la guerra in Ucraina ci ha ormai abituato a colpi di scena eclatanti e fare previsioni è diventato più un esercizio divinatorio che una speculazione intellettuale. Il secondo motivo è legato alla polarizzazione che il conflitto ha assunto nell’opinione pubblica internazionale: trovare un punto d’incontro tra i due Stati al momento sembra impossibile. Il presidente russo Vladimir Putin ha volutamente trasformato la guerra in uno «scontro di civiltà» (come lui stesso l’ha definito) contro l’Occidente e perciò una risoluzione diplomatica non appare affatto vicina. Nonostante al vertice di Gedda, in Arabia Saudita, abbiano partecipato anche Cina, Turchia e Brasile, tre Paesi che in questo momento sono, ognuno in modo diverso, molto vicini al Cremlino. A ciò si aggiunga che ogni volta che si parla di stallo, di congelamento delle ostilità o, addirittura, di fallimento militare della controffensiva ucraina, ci si pone su un terreno pericoloso.
Del resto, non possiamo fingere di non aver parlato per mesi della grande manovra che avrebbe dovuto risolvere la situazione.
«Dobbiamo riconquistare la maggior parte dei territori occupati da Mosca per dimostrare che militarmente la Russia non ha speranze di vincere», aveva dichiarato il consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak. «Non ci si può sedere a un tavolo negoziale senza rafforzare la nostra posizione», gli aveva fatto eco il ministro della Difesa, Oleksiy Reznikov Ad accompagnare tali dichiarazioni c’erano i proclami occidentali e l’invio massiccio di armi, mezzi e rifornimenti. Oltre 400
milioni di dollari nel solo mese di aprile. Gli Usa, in particolare, si sono decisi a dare «a significant boost», una spinta importante alle capacità offensive di Kiev con i mezzi corazzati Bradley e nuovi lotti di munizioni per i lanciarazzi Himars.
La controffensiva, però, non partiva. Due mesi d’attesa e ancora niente. Finché, a giugno, l’Ucraina ha annunciato l’inizio delle operazioni. Prematuramente, secondo alcuni esperti militari, forse a causa della pressione occidentale. Sono trascorse settimane da allora e sul campo non è cambiato quasi nulla; tanto da obbligare Zelensky a dichiarare: «Dobbiamo essere pazienti, se vogliamo vincere; la controffensiva è complicata e potrebbe essere più lenta del previsto». Un grande ostacolo è senz’altro la linea di fortificazioni ideata e voluta dal precedente comandante delle truppe d’occupazione russe, Sergej Surovikin, attualmente (sembra) finito in disgrazia per essere stato troppo vicino alla Wagner. La viceministra della Difesa ucraina, Hanna Maliar, annuncia quasi quotidianamente «avanzate in direzione di Bakhmut», ma i conti sui chilometri riconquistati da Kiev nell’Est non tornano. Nel Sud, a Zaporizhzhia, la fanteria non sfonda. Troppe mine, troppi campi agricoli pianeggianti che non offrono ripari e rendono i soldati facili bersagli dell’artiglieria nemica.
POLITICA GUERRA IN UCRAINA
La controffensiva si è impantanata. Perciò Kiev colpisce le strutture russe. Per dimostrare al nemico che non è al sicuro. Mentre Mosca risponde con rappresaglie, lo scontro si allunga
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SABATO ANGIERI
Si noti che quando gli Stati Uniti si sono resi conto che le cose non stavano andando come previsto si sono affrettati a inviare bombe a grappolo in Ucraina. «Saranno usate per i campi minati», assicuravano da Washington. Ma sappiamo bene di che tipo di arma si tratta e quanti sfaceli abbia prodotto nella storia. Qualche generale Usa allora ha iniziato a dichiarare che «la vittoria dell’Ucraina non arriverà entro l’anno». Ma allora quando? Difficile dirlo, nessuno si sbilancia più.
CAPITALE NEL MIRINO
Un poliziotto davanti a un centro commerciale danneggiato dai droni a Mosca, lo scorso luglio
Per ora, in mancanza di evoluzioni sul campo, Mosca continua a bombardare le infrastrutture del grano ucraine sia sul mare sia sul Danubio. Nel Mar Nero, Kiev sta seminando il panico tra i marinai russi colpendo in rapida successione navi militari, petroliere, la sede della flotta, i porti continentali della Federazione. Intanto i droni ucraini sorvolano la Russia diretti ai grattacieli della capitale nemica. Questa strategia, dicono gli analisti, serve ad allargare il conflitto, a dimostrare alla controparte che le sue strutture e la sua popolazione non sono al sicuro. «È un modo per sviare l’attenzione dal fallimento della controffensiva», dicono dal Cremlino. In realtà, si tratta di messaggi chiari: anche se non stiamo riconquistando terreno, possia-
mo farvi male dove vi sentite più sicuri e continuare a rendervi ridicoli dimostrando che non siete in grado di proteggere neanche le vostre navi ammiraglie o la vostra città simbolo. In un certo senso è una strategia intimidatoria che mira a convincere la Russia a considerare l’Ucraina pericolosa anche fuori dal campo di battaglia (dove ha già dimostrato il suo valore) e a spingere i vertici russi a cedere.
Finora, però, la reazione del Cremlino è sempre stata la stessa: rappresaglia. Invece di migliorare le difese patrie, colpire più insistentemente, persino nel cuore del finora incolume centro storico di Odessa, che dell’espansionismo zarista verso Occidente nell’800 fu il fiore all’occhiello. Dunque, la dimensione non è solo spaziale, ma diventa tragicamente temporale: la guerra in Ucraina si allunga, coinvolge nuovi terreni di scontro. Mentre la cancrena che ogni conflitto apre nelle società si nutre di nuove morti e di ulteriore devastazione.
Foto: Afp / Getty Images
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RAFFO ART COMMUNICATION ROMA
In principio fu il salario (i soldati delle legioni romane erano remunerati con il sale), poi in ambito pubblico venne lo stipendio, che per i dipendenti ha originato dispute e innovazioni (si pensi alla contrattazione collettiva). Su un piano diverso, da quando, con la Magna Charta, iniziò a porsi la questione della rappresentanza politica in senso moderno, si avviò la parabola storica che determinò la previsione, per gli eletti, dell’indennità di carica. Un emolumento pensato, appunto, per indennizzare chi, per dedicarsi all’esercizio della “rappresentanza” politica, non lavora. Non già per stipendiare.
La produttività degli eletti e la democrazia
Dietro (e dentro) questa questione, apparentemente solo nominalistica, sta - ancora oggi - il senso stesso della rappresentanza politica, in Occidente. Compresa l’idea che rappresentante degli elettori, cioè eletto, possa essere chiunque, anche i meno abbienti. E non soltanto coloro che, per censo e mezzi personali, possano permettersi di non lavorare (in costanza di mandato): insuperato, in proposito, il modello che distinse, anche nei secoli migliori, la Serenissima (cariche pubbliche gratuite, riservate al patriziato). Poi, un’ondata di populismo montante, sviluppatasi negli ultimi decenni sulla scorta di scandali e malcostumi non rari, ha assuefatto l’opinione pubblica all’idea opposta che quello dell’eletto sia un lavoro, l’indennità (per immediata conseguenza) uno stipendio, e, quindi, sia sensato misurare le percentuali di presenza degli eletti ai lavori d’aula e di
commissione. Come se il punto chiave stesse nella regolarità della timbratura del cartellino, piuttosto che nei risultati dell’azione politica del singolo eletto. Per sommo paradosso, secondo questo metro, un parlamentare che riuscisse con il suo impegno a determinare una modifica migliorativa della Costituzione, dovrebbe - se spesso assente dai lavori parlamentari o consiliari - essere considerato (ciononostante) un reprobo. In buona sostanza, si è affermata nei fatti e nel tempo la sottocultura della “travetizzazione” dell’eletto. Non di questo o quell’eletto ma di tutti. Indistintamente. Sempre. Ovunque. Da qui, una serie di distorsioni concettuali nel dibattito pubblico, che finiscono per sviarlo, conducendolo a esiti nuovamente paradossali: su tutti, il caso dei cosiddetti costi della politica, che a dispetto del nome sono stati tradotti, per legge, essenzialmente nel tetto agli stipendi per i dipendenti pubblici. Semplificando (ma non troppo), dal parlamentare-travet alla politicizzazione (scambiando stipendi per indennità di carica) del dipendente pubblico. Rendendo, così, tutto un po’ indistinto, tutto un po’ accomunato nella critica piatta ad alzo zero, tutto un po’ egualmente additato come parimenti deplorevole, tutto spacciato per simmetricamente biasimevole.
A chi e a che cosa giova tutto questo? Dove ci porta considerare - indistintamentetutti gli eletti come una sottospecie di dipendenti pubblici selezionati non già per concorso ma con quei curiosi congegni elettivi tipici di quella strana cosa che ancora si chiama democrazia rappresentativa? Poi, certo, ci sono le degenerazioni, i profittatori, gli avventurieri, gli inetti. Da tenere bene a mente. Ma quando si tratta dei “fondamentali” delle democrazie occidentali, occorre fare molta attenzione. Il rischio di buttar via il bambino assieme all’acqua sporca resta sempre molto alto. Troppo, probabilmente.
L’OPINIONE
Il dibattito sulle indennità di carica dei parlamentari sconta il vizio populista di considerarle stipendi
Massimiliano Atelli
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Trump-Biden Gerontocrazia made in Usa
lo scenario che tanti americani avrebbero volentieri scansato. E invece il déjà-vu Biden-contro-Trump sembra quello più plausibile alle Presidenziali del 2024. I due grandi vecchi della politica a stelle e strisce, rispettivamente ottanta e settantasette anni, saranno con molta probabilità i protagonisti della corsa alla Casa Bianca (salvo colpi di scena alle primarie) nonostante entrambi non siano campioni di popolarità nell’elettorato. «La presa della gerontocrazia», la definisce Susan Glasser sul New Yorker. Un match testa a testa secondo l’ultimo sondaggio New York Times/Siena College, che li dà pari al 43%. Speculari e imprescindibili, credono di essere l’uno la criptonite dell’altro. E ne sono persuasi anche i loro partiti, che pur avrebbero volentieri optato per un cambio di guardia.
Iniziamo da Donald Trump. L’ultima incriminazione per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, con le accuse infamanti di complotto per frode contro la nazione e cospirazione per sovvertire l’esito delle elezioni, non bloccherà la sua corsa. I tribunali giudicheranno le sue malefatte, ma saranno gli elettori a decidere se riaffidargli il potere.
Se molti analisti sono pronti a scommettere sull’effetto positivo alle urne, con una base solida mobilitata per salvare il proprio candidato «perseguitato politicamente»; altri, come Ryan Enos - direttore del Centro per gli studi politici americani dell’Università di Harvard - ritengono che questo ultimo scandalo potrebbe azzopparlo. «Le rilevazioni cambiano sempre - spiega a L’Espresso - L’americano medio farà fatica a votare
per una persona che ritiene un criminale. L’ultima incriminazione riguarda le fondamenta del sistema democratico: il trasferimento pacifico del potere. L’ex presidente repubblicano è accusato di aver violato la legge. Inoltre, la retorica del voto rubato che riproporrà ad ogni comizio è una strategia perdente».
All’interno del partito l’ottimismo scarseggia. In questa prima fase, dalla sua Trump ha pochi big. «Se potessero, lo spedirebbero in Antartide - ironizza Enos - non possono fare nulla, perché ha un gran seguito. Ma non abbastanza da assicurargli la vittoria. Guardiamo i risultati: nel 2016 vinse di misura, poi ci sono state le sconfitte alle midterm del 2018 e alle Presidenziali del 2020. L’ultima batosta, alle elezioni di metà mandato del 2022». I dem però non possono fermarsi per godere dell’autodistruzione dei repubblicani, avverte. «Biden lo sa e sta lavorando per la rielezione, il suo apparato di raccolta fondi si muove velocemente».
POLITICA PRESIDENZIALI 2024
Il primo ha già compiuto 80 anni, lo sfidante repubblicano è di tre anni più giovane. Neppure un arresto potrebbe fermarne l’elezione. Ma la popolarità cala e i fondi si prosciugano
È
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MANUELA CAVALIERI e DONATELLA MULVONI da Washington
La macchina di Trump fatica anche economicamente. La campagna è ben organizzata, grazie all’esperienza di due nomi storici del partito, Susie Wiles e Chris LaCivita, ma le finanze non sono floride come in passato. Il Pac Save America, da 105 milioni di dollari in cassa si è ridotto a meno di quattro, a causa delle spese legali. L’incriminazione a Washington per l’assalto al Congresso non è di certo l’unica bega. A New York, è incriminato per falsificazione dei fondi elettorali usati per pagare il silenzio della pornostar Stormy Daniels, con cui aveva avuto una relazione. In Florida deve rispondere dell’accusa di aver sottratto documenti riservati, trafugandoli nel resort di Mar-a-Lago. In Georgia, un gran giurì dovrà stabilire se l’ex presidente e i suoi abbiano fatto pressioni su funzionari locali per ribaltare i risultati elettorali dello Stato. Nei prossimi mesi è probabile che dividerà le forze tra aule di tribunale e comizi. Il primo processo dovrebbe iniziare a marzo, con le primarie in corso. An-
LA CONTESA
Il confronto Trump-Biden del 2020 a Cleveland in Ohio
che in caso di condanna, potrà continuare a correre sia per la nomination del partito repubblicano, sia per la Casa Bianca, perché rispetta le condizioni imposte dalla Costituzione: ha più di 35 anni, è un cittadino nato in Usa e non è al terzo mandato. Nessun intralcio anche se finisse in carcere (perderebbe il diritto di voto, non quello di essere eletto). L’unico stop possibile, in caso di impeachment del Senato: ma niente paura, ne ha già affrontati due.
Si parla già di elezioni presidenziali, perché le primarie a questo punto sembrano essere una formalità. L’ex presidente ha già sminuzzato Ron DeSantis, governatore della Florida ed ex stella conservatrice: 54% a 17% nei sondaggi. Gli altri candidati (tra cui l’ex vice Mike Pence, l’ex ambasciatrice Onu Nikki Haley, l’ex governatore del New Jersey, Chris Christie), non superano il 3%.
Nella corsa alla Casa Bianca, il vantaggio, seppur lievissimo, è invece di Biden. «L’economia è stabile, ha mantenuto varie promesse fatte alla base, come quella sul clima», afferma Enos. La “Bidenomics” è sopravvissuta nonostante l’incubo inflazione. La disoccupazione è ai minimi, la criminalità in calo e i confini meridionali più o meno sotto controllo.
Di certo, però, quelli del presidente non sono piedi di granito. E non solo per i morsi dell’età e le gaffe quotidiane. Ci pensa Hunter, il figliuol prodigo, a limitare la capacità d’attacco. Il cinquantatreenne, con un passato di dipendenze da alcol e cocaina, è accusato di evasione fiscale e possesso illegale di armi. Il secondogenito, poi, è al centro di diverse indagini del Congresso dedicate ai vecchi business poco trasparenti in Ucraina e in Cina. Il sospetto è quello di aver usato l’influenza del padre quando era vice di Obama. Un’altra spina è poi Robert Kennedy Jr. se, dopo le primarie, decidesse di correre come indipendente. «Potrebbe sottrargli voti decisivi - riflette Ryan Enos - non c’è margine di errore per i democratici». Anche gli imprevisti potrebbero giocare contro. «Manca un anno e mezzo, può succedere di tutto». Di certo un problema di salute di Biden con l’entrata in scena della debole vice Kamala Harris, una nuova crisi economica o lo spettro recessione, consegnerebbero la vittoria al Gop.
Foto: O. Douliery –Afp / GettyImages
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POLITICA VIOLENZA OMOFOBA
Vedi il Pride e poi picchia
SIMONE ALLIVA
Una macchia sulla strada, una piccola macchia scura potrebbe anche essere olio ma invece no, è sangue, accanto un pezzo di volantino arcobaleno sporco: di sangue.
Il primo luglio, dopo il Pride e le botte, all’uscita del McDonald’s di piazza VIII agosto a Bologna è quello che resta. «Circa 15-20 ragazzini si sono avvicinati. Eravamo circondati, e ci veniva posta la domanda: chi è frocio qui in mezzo? Ho alzato la mano. Da lì in poi, la confusione. Il branco di ragazzi iniziava a inveire fisicamente contro tutti noi.
Ci lanciavano pietre, tiravano calci, graffi, borsate in faccia, eravamo soltanto sei e non eravamo in grado di reagire. Poi uno di noi ha iniziato a sanguinare, loro sono scappati. Siamo tornati a casa, terrorizzati». Lo si legge in una mail indirizzata alla consigliera comunale Porpora Marcasciano e alla vicesindaca Emily Clancy
Il Pride di Bologna, nella città arcobaleno per eccellenza, è stato caratterizzato dai pestaggi. Sono una decina gli episodi denunciati agli sportelli antiviolenza, al Comune e alle forze dell’ordine. Ma potrebbero aumentare, fanno sapere, tutti tra la zona universitaria e il quartiere Navile. Dopo le denunce la vicesindaca e la consigliera hanno scelto di incontrare le vittime insieme alle realtà Lgbt del territorio e istituire un’assemblea cittadina.
«La dinamica che ci ha inquietato è che le aggressioni sono tutte simili tra di loro: sono minorenni, la classica baby gang», racconta a L’Espresso la vicesindaca Clancy: «C’è sicuramente un lavoro di educazione alle differenze da fare. Ma parliamo di persone picchiate in pieno centro storico, subito dopo un Pride, a Bologna, non era mai successo. C’è un clima politico le-
gittima questo tipo di aggressioni e attira l’attenzione su persone che non rispondono a un’eteronormatività. Tutte le persone che ho incontrato mi hanno detto: è il mese del Pride forse ero più riconoscibile. Lo stampo delle aggressioni è fortemente omotransfobico. Ma il punto è un altro: chi va a denunciare si trova spesso davanti a un muro, è come se le forze dell’ordine non riconoscessero la matrice: chiedono ti hanno anche derubato? Ecco il fenomeno dell’under-reporting». Il fenomeno, come lo definisce la vicesindaca, lo ha vissuto personalmente un’altra vittima, Vito Buccio, 24 anni, accerchiato, ricoperto da cori «per il modo in cui camminavo» e poi assaltato. «Mentre cercavo di recuperare il telefono, uno di loro ha fatto per aiutarmi. Mi ha detto: “Ti chiedo scusa per i miei amici, sono degli stupidi”. Ci siamo chinati insieme, ma quando ci siamo rialzati mi ha tirato un ceffone in faccia. È stato il momento più umiliante, ho pianto e gridato finché non se ne sono andati. Poi sono andato a denunciare. Il 4 luglio un mio amico ha subito un’aggressione sempre di stampo omofobo, ma più grave, con calci e pugni. Anche lui ha denunciato. Quando mi ha descritto gli aggressori ho avuto qualche ricordo e ho pensato che fosse utile per un eventuale identikit». Ma gli agenti lo hanno sconsigliato: «Hanno detto che un riconoscimento non porterebbe a grandi ripercussioni legali».
In Italia l’Onda Pride continuerà per la penisola fino al 16 settembre. Una presa di visibilità che con-
Da Bologna a Palermo, dopo l’Onda, sono decine le aggressioni denunciate agli sportelli antiviolenza e, senza molto seguito, alle forze dell’ordine. “C’è un clima politico di impunità”
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temporaneamente porta a un aumento delle vittime del pregiudizio. A far da complice l’assenza di censura sociale che aggrediti e associazioni Lgbt denunciano: «Dopo l’aggressione – spiega Vito – una coppia di ragazzi mi ha detto: può capitare. Volevano rassicurarmi, mi hanno demoralizzato. In che senso può capitare?».
Non è andata meglio a Luca e Nicolas. Siamo a Pavia che soltanto nell’ultimo anno ha registrato presso il “Coming-Aut-Pavia Lgbt Community Center” più di 300 richieste di aiuto. È stato un attimo, ha raccontato Luca, documentando tutto sui propri social. A pochi giorni dallo svolgimento del Pavia Pride, il 7 Giugno alle 17.30 nella città lombarda a Sud di Milano, la coppia esce dalla stazione. Si tengono per mano, vengono raggiunti da un signore italiano. «Gay di merda vuoi vedere come ti ammazzo». Urla, li insegue. I due scappano. Il colpo d’occhio è sull’apatia intorno. «Un episodio doloroso», dice Davide Podavini del Coming Aut Pavia: «C’era molta gente e nessuno ha provato a intervenire». A Palermo qualcuno interviene invece, in difesa degli aggressori. Nel giorno del Pride un ragazzo di 28 anni viene aggredito insieme a un amico in un locale in via Dante: «Eravamo tutti un po’ più estrosi», racconta. C’è una donna che insulta, dice fate schifo, un uomo che picchia. Il gestore chiede ai ragazzi di andarsene ma i due chiamano i carabinieri e un’ambulanza. Denuncia-
no, ma serve a poco: gli aggressori si sono dileguati, impossibile il riconoscimento. Alla fine della giornata dell’Abruzzo Pride, a Chieti, sono le famiglie arcobaleno nel mirino. Adesivi strappati, sputi sulla folla, bambini impauriti. «Un gruppo di matrice chiaramente fascista ha attaccato le famiglie presenti all’evento, insieme alle loro bambine e ai loro bambini», ha denunciato la presidente di Famiglie Arcobaleno Alessia Crocini. «A fine giornata sono dovute intervenire le forze dell’ordine che hanno scortato queste famiglie fino alle loro automobili». Violenti infiltrati tra la folla per minacciare e impaurire. «Non mi era mai successo in decenni di Pride», spiega Crocini. «Di fondo c’è che il discorso omotransfobico con questo governo, si è messo il vestito buono e parla da molte sedi istituzionali», spiega Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay: «I Pride sono l’unica mobilitazione di piazza sopravvissuta a quest’era di criminalizzazione del dissenso. Attraversa tutti i luoghi dalla politica, al commercio, alle istituzioni. Un rituale collettivo e chi prima era chiamato a “tollerare”, oggi si sente circondato e respinge la complicità nella quale si sente immerso».
Foto: A. Masiello –GettyImages
LA PARATA
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Il Pride di Roma svoltosi il 10 giugno
Dal dna ai denti Sulle tracce degli scomparsi
MARGHERITA ABIS
In Italia, soltanto la metà delle denunce di scomparsa si conclude con un ritrovamento. Quello che succede quando una persona scompare viene spesso accostato a un immaginario cinematografico e pressoché fantascientifico. Ma la realtà deve passare prima di tutto dall’informazione, per capire quale macchina si mette in movimento e come può agire un familiare. Poi si deve passare dai dati. A fare il punto è la relazione annuale del commissario straordinario del governo per le persone scomparse, ufficio che dal 3 luglio scorso è guidato dalla prefetta Maria Luisa Pellizzari
Il punto di partenza per contrastare il fenomeno delle sparizioni, in crescita del 26% rispetto all’anno precedente, è la sensibilizzazione. Il lavoro di approfondimento sul territorio è da sempre uno dei focus dell’associazione Penelope, che da vent’anni sostiene familiari e amici delle persone scomparse.
Su 24 mila denunce solo la metà dei casi si risolve con il ritrovamento.
È fondamentale diffondere le informazioni basilari nei casi di una sparizione, come l’importanza di sporgere denuncia immediata. «Le persone sono sempre più sensibili al tema e ci aiutano nella condivisione. A volte però si fa confusione e si pensa che si debbano attendere 24 o 48 ore prima di recarsi dalle forze dell’ordine. Ma sono proprio le prime ore e essere cruciali. Nella primissima fase scattano infatti le procedure salvavita, con attività mirate». A spiegarlo è Valentina Zaniolo, presidente della sezione lombarda di Penelope. L’associazione offre un sostegno a 360 gradi che passa soprattutto dal lato umano e dal contatto con il familiare, con cui si instaura uno stretto rap-
porto di fiducia, ma c’è anche il lavoro di azione e di ricerca sul territorio: la raccolta e la divulgazione social delle informazioni e il confronto con forze dell’ordine, prefetture, protezioni civili e vigili del fuoco sulle attività da svolgere.
Nel 2022 le denunce di scomparsa in Italia sono state 24.369; i ritrovamenti soltanto 12.170. Di questi, 175 sono deceduti. In media, in Lombardia il 77% degli scomparsi viene ritrovato in vita entro una settimana. Ma il supporto alla famiglia da parte delle associazioni prosegue anche nel lungo (e talvolta lunghissimo) periodo. Perché i casi irrisolti, anche da uno o due decenni, esistono. Come quelli lombardi di Gianluca Infortuna, scomparso nel 2009 da Lecco, e di Paolo Andrea Cofferati, di cui si sono perse le tracce ormai vent’anni fa. C’è il caso di Greta Spreafico, di Erba, al centro della cronaca nell’estate 2022 e per il quale è stato aperto un fascicolo a carico di ignoti.
In particolare, quando un epilogo tarda
POLITICA LA SICUREZZA
dei
nome.
Spesso chi è sparito finisce nel lungo elenco
morti senza
Un migliaio i corpi non identificati
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ad arrivare, per le famiglie si affollano una serie di incombenze e può diventare necessario anche un supporto legale e burocratico. C’è chi si ritrova a dover gestire un mutuo o l’eredità e chi addirittura si è visto recapitare le multe per gli over 50 non vaccinati contro il Covid, indirizzate a un familiare scomparso. Perché chi scompare, per lo Stato, continua a esistere a tutti gli effetti; con tutto ciò che ne consegue.
Quando la sparizione riguarda un allontanamento volontario - anche se parlare di reale volontarietà è complesso - può esserci una connessione con un disagio psichico. «Il Covid ha aperto un mondo in questo senso, con strascichi importanti sulla vita delle persone - spiega Zaniolo - Le motivazioni che portano una persona alla fuga sono le stesse che inducono al suicidio».
Ad assumere un ruolo sempre più preponderante nei protocolli di ricerca è la tecnologia. Un passaggio importante è stato nel 2010 lo sviluppo del sistema Risc, programma informatico gestito dal-
A ROMA
Una marcia per le persone scomparse nella Capitale
la banca dati interforze della polizia. Grazie alla piattaforma è possibile incrociare le schede ante mortem redatte al momento della denuncia di una scomparsa con quelle post mortem compilate dai medici legali durante un’autopsia, per trovare eventuali corrispondenze. Tutto ciò consente la compilazione di un registro online - aperto e consultabile da tutti - dei cadaveri non identificati, che è a cura del commissario straordinario del governo per le persone scomparse.
A oggi sono 990 i cadaveri senza identità che non sono stati reclamati. Sono perlopiù corpi di uomini (737), 158 di donne mentre in 95 casi non si è riusciti a risalire al sesso. Per ognuno vengono indicati luogo di ritrovamento, etnia, altezza, peso, colore dei capelli, colore degli occhi, segni particolari, indumenti, effetti personali, causa presunta di morte.
Diventano elementi chiave per il riconoscimento di un corpo tatuaggi, cicatrici, protesi, interventi chirurgici pregressi e soprattutto l’arcata dentale. «Il confronto dei denti consente un match molto più veloce rispetto ai test del Dna ed è parecchio preciso e attendibile. Per questo è sempre utile che il familiare riesca a procurare una panoramica dentale fatta in precedenza», sottolinea Zaniolo.
Per l’attività di identificazione dei cadaveri si stanno portando avanti iniziative specifiche ma non sempre di semplice attuazione. L’alimentazione di una banca dati del Dna ha ancora diversi limiti. Il prelievo di un campione biologico consentirebbe di ridurre e ottimizzare tempi, procedure e costi e aumenterebbe le possibilità di confrontare e associare profili genetici di persone scomparse con quelli di cadaveri senza identità. Al momento però sono rari i casi di immediata acquisizione di campioni genetici e ciò non rientra ancora in una prassi operativa condivisa. «Dovrebbe esserci l’obbligo del prelievo di un campione genetico del corpo prima che venga tumulato - chiosa la presidente di Penelope - Una persona morta ha il diritto di ricevere una degna sepoltura e i suoi familiari hanno il diritto di interrompere questo limbo. Anche se rappresenta la fine dell’ultimo lumicino di speranza. Ma chiudere il cerchio è necessario».
Foto:
–Agf
C. Minichiello
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CHI VINCE E CHI PERDE CON LA RIFORMA DEL FISCO
Proprietari di negozi, titolari di partite Iva e rendite finanziarie. Nel provvedimento partorito dal governo ci sono favori a diverse categorie. E, nero su bianco, la rinuncia a scovare gli evasori
ECONOMIA
LE MOSSE DEL GOVERNO
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PREMIER
La presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni
GLORIA RIVA
Ha dell’incredibile la mutazione che ha subito la riforma fiscale, partita nel ’21 per favorire l’equità sociale, stroncata lo scorso settembre con la caduta del governo Draghi, ha ripreso il suo corso con quello Meloni, per giungere, nella sua forma di Ddl delega, all’approvazione di Senato e Camera: il testo assume un aspetto corporativo, in cui a perdere è la solidarietà sociale e a vincere sono le categorie e i relativi interessi. Il testo della legge delega sul Fisco è stato scritto per stimolare la crescita economica e la natalità, non scontenta nessuno: c’è un pensiero per i promotori finanziari, un altro per i tenutari di rendite immobiliari, in prospettiva ci sarà un grande regalo agli artigiani, dacché il governo Meloni ha addirittura deciso rinunciare alla lotta all’evasione fiscale, scrivendolo nero su bianco nella revisione del Pnrr inviata a Bruxelles: fra le 144 modifiche al Pnrr c’è infatti la richiesta di stoppare la riduzione del tax gap di 2,7 punti, dal 18,5 al 15,8 per cento, che avrebbe permesso un recupero dell’evaso di 15 miliardi l’anno.
La prima grande rivoluzione è il superamento della distinzione tra redditi di capitale e redditi diversi di natura finanziaria prevista dall’articolo 5 della riforma. Di questo tema si parla da mesi: già all’epoca della riforma Draghi era stato un pallino di Luigi Marattin, responsabile economico di Italia Viva. Ora, tra i redditi di capitale rientrano interessi e dividendi, mentre i redditi diversi riguardano le plusvalenze, ovvero i risultati positivi che una persona fisica ottiene tra il prezzo di acquisto e quello di vendita di un prodotto finanziario (un’azione, un warrant, un’obbligazione convertibile e così via). La legge delega prevede di abolire la distinzione tra redditi di capitale e redditi diversi, introducendo un’unica categoria reddituale con un’aliquota al 26 per cento sul risultato netto complessivo di tutti i redditi di natura finanziaria realizzati nell’anno, ottenuto sommando algebricamente i redditi finanziari positivi con quelli negativi.
CRISI
Vetrine di negozi chiusi nel centro di Roma dopo la crisi provocata dalla pandemia
C’è un però. Già nella passata legislatura il Dipartimento delle Finanze aveva evidenziato che una simile modifica poteva essere rischiosa per la tenuta dei conti pubblici perché «è plausibile ritenere, in via prudenziale, che la compensabilità immediata dello stock di perdite in conto capitale potrebbe ridurre in misura significativa o annullare il gettito attualmente derivante dai redditi finanziari». Ecco perché il governo Draghi non aveva dato il via libera al superamento della distinzione tra redditi di capitali e redditi diversi. E c’è anche un’altra motivazione: ovvero il rischio di aprire la strada a quell’industria finanziaria capace di generare minusvalenze fittizie al solo scopo di abbattere l’imposta: il cosiddetto tax straddle, una forma di elusione, che consiste nel vendere e ricomprare gli stessi titoli, simultaneamente e allo stesso prezzo, per realizzare minusvalenze utili ad abbattere l’imposta su interessi e di-
ECONOMIA LE MOSSE DEL GOVERNO
Agli immobiliaristi giova l’estensione della cedolare secca all’affitto di locali a uso commerciale.
Ma in questo ambito si fa poco nero, perché si tratta di una spesa detraibile
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videndi, lasciando invariato il valore del suo portafoglio.
Attenzione viene data alle partite Iva con l’introduzione del concordato preventivo biennale, che ruota attorno al contraddittorio preventivo tra il Fisco: quest’ultimo presenterà ai contribuenti in odore di evasione (5.000 gli autonomi interessati) una proposta di tassazione biennale fondata sul reddito presunto. Si tratta di un sistema già sperimentato (ma senza successo) da Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia di epoca berlusconiana. L’idea iniziale era quella di definire l’entità dell’ammontare dovuto al Fisco da parte di ciascun lavoratore autonomo basandosi sui dati degli Indicatori sintetici di affidabilità, gli Isa, uno strumento nelle mani dell’Agenzia delle Entrate che rappresenta una gigantesca evoluzione rispetto agli Studi di Settore, perché attingendo alle informazioni di svariate banche dati - le fatturazioni elet-
Per approfondire o commentare questi articoli o inviare segnalazioni scrivete a dilloallespresso@ lespresso.it
troniche, le liquidazioni periodiche Iva, gli scontrini telematici - elaborate dalla Sose, Soluzioni per il Sistema Economico Spa, una società pubblica molto avanzata che si occupa di analisi di dati, sarebbe possibile stimare il giro d’affari di ogni singolo contribuente. Il problema è che in un altro punto della delega fiscale sembra che gli indicatori Isa saranno superati. Dunque, sta prendendo forma la possibilità che il contraddittorio diventi una trattativa pressoché al buio, se si dovesse togliere all’Agenzia delle Entrate la possibilità di arrivare al negoziato con informazioni precise. Che gli Isa siano destinati a cambiare, del resto, è stato scritto nel decreto Pa2 con cui la Sose sarà unificata a Sogei. Da qualche settimana Stefano Antonio Sernia, l’amministratore delegato della Sose, è stato sostituito da Cristiano Cannarsa, che è anche amministratore delegato di Sogei. Il rischio che i metodi burocratici della seconda società, finiscano per influenzare negativamente la Sose, da sempre una società pubblica che ha spiccato per innovatività e alti livelli di produttività. Insomma, se si andrà verso un concordato preventivo al buio, a giovarsene saranno sicuramente quei piccoli evasori, che stanno tanto a cuore alla premier Giorgia Meloni, che ha definito «pizzo di Stato» la lotta all’evasione fiscale dei piccoli commercianti e artigiani. Un modo per arginare le anomalie ci sarebbe: sanzioni durissime per chi sgarra. Ma al momento non sono previste.
Attenzione riservata anche ai proprietari di rendite immobiliari con l’estensione della cedolare secca sugli affitti ai negozi. Il governo ritiene equo estendere questo incentivo all’emersione anche ai proprietari di immobili a uso commerciale, finora riservato alle abitazioni. La cedolare secca, introdotta nel 2011, prevede un’unica aliquota di tassazione, al 21 per cento - che scende al 10 per cento per i comuni in cui c’è carenza di di-
Foto: Alessandro Serrano' / AGF
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ECONOMIA LE MOSSE DEL GOVERNO
sponibilità abitativa come Roma, Milano, Torino e Napoli -, sul reddito generato dall’affitto di un immobile. Chi la sfrutta è esente dalle imposte di registro e di bollo per la registrazione dei contratti di affitto e non ci paga l’Irpef. Tra i suoi obiettivi, la cedolare secca aveva quello di ridurre l’evasione fiscale degli affitti, incentivando i proprietari che affittavano in nero a regolarizzarsi: in realtà la relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva pubblicata dal ministero dell’Economia e delle Finanze nel 2022 dice che il valore dell’evasione degli affitti si attesta attorno ai 490 milioni di euro. Ora, è parecchio improbabile che un commerciante o un imprenditore accetti di pagare l’affitto in nero, dal momento che si tratta di una spesa che va in detrazione fiscale. Quindi, perché estendere la cedolare secca al 21 per cento ai proprietari che affittano bot-
REDDITI UGUALI PAGANO DIVERSAMENTE
teghe? Di sicuro i possessori di ampi patrimoni immobiliari, specialmente nelle grandi città, come Milano e Roma, ringraziano. Perché loro, che hanno il capitale e l'hanno investito per acquistare negozi saranno tassati meno chi quel capitale non ce l’ha e vive del suo lavoro.
Per le imprese si va verso la riduzione dell’Ires. All’Ires ordinaria del 24 per cento si affiancherà una ridotta aliquota per le imprese che realizzano investimenti in beni strumentali innovativi o che assumono nuovo personale, dando seguito al leit motiv caro al governo: chi assume e investe paga meno.
Infine un pensiero per i lavoratori dipendenti, ai quali non è possibile applicare la flat tax, riservata agli autonomi, che costa alle casse pubbliche una perdita stimata di 58 miliardi di mancato gettito. Se la flat tax fosse stata applicata (per un principio di equità) anche ai dipendenti, lo Stato avreb-
ieri Ceriani, già a capo del Servizio Studi di Bankitalia, consigliere economico di diversi ministri e sottosegretario al Mef ai tempi del governo Monti, cosa ne pensa della legge delega?
«Il tentativo di avviare una riforma fiscale organica e strutturale non è riuscito. La riforma segnerà il definitivo abbandono del modello di imposta personale onnicomprensiva e progressiva che ispirò la riforma Cosciani dei primi anni Settanta».
Tutto sbagliato?
«Ha anche dei pregi, come il miglioramento del rapporto fisco-contribuente: interessante il potenziamento dell’adempimento collaborativo, in sintonia con una strategia che intende contrastare l’evasione fiscale non solo con i tradizionali strumenti repressivi, ma anche premiando i contribuenti che adempio-
no correttamente agli obblighi fiscali. Questa strategia della premialità merita di essere incoraggiata, assieme al potenziamento della capacità di controllo derivante dal migliore utilizzo delle informazioni statistiche e delle tecniche di individuazione del rischio da parte dell’amministrazione finanziaria. Semmai preoccupano alcune scelte e soprattutto alcuni messaggi che sembrano andare in direzione opposta al contrasto all’evasione. Bene anche la codificazione, il rafforzamento dello Statuto del contribuente e della capacità operativa dell’amministrazione fiscale, la revisione delle sanzioni, le semplificazioni, alcuni interventi sull’Iva e sui giochi. Si pongono peraltro nel solco di misure proposte in passato, molte anche dal disegno di delega del precedente governo, e sono comunque in linea con la necessità di adeguarsi ai progressi tecnologici e alla normativa dell’Ue».
Quali gli elementi che la preoccupano?
«La scelta della flat tax come modello di imposizione. La riforma Draghi aveva scelto il modello duale, dove i redditi da lavoro (compresi il lavoro autonomo e il con-
V COSÌ
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Colloquio con VIERI CERIANI
L’esperto
USCENTE
L’ex premier Mario Draghi mentre lascia Palazzo Chigi lo scorso ottobre
be dovuto dire addio a 80 miliardi di contributi. Si è quindi pensato di puntare su detassazione delle tredicesime, straordinari, fringe benefit per i redditi più bassi, mentre per i premi di produttività si prevede una riduzione dell’Ires per le imprese con una partecipazione dei dipendenti agli utili. Si tratta di una misura contestabile dalla Ragioneria di Stato: Biagio Mazzotta, Ragioniere Generale dello Stato, già messo nel mirino di Palazzo Chigi, dice che la detassazione di straordinari e tredicesime dovrà essere in qualche modo coperta con altre entrate fiscali, a meno di non voler continuare a viaggiare in deficit.
tributo lavorativo dell’imprenditore) subivano un’imposta progressiva e tutti gli altri una tassazione proporzionale. Qui invece la flat tax generalizzata al 15 per cento è il disegno a cui tendere».
Ma non verrà realizzato. Lo scrivono anche loro, nella delega.
«Certo, ma tornerà utile nella prossima campagna elettorale. Il vero problema è il percorso di avvicinamento a quella flat tax, che vedrà la proliferazione e il rafforzamento dei regimi sostitutivi e differenziati, in linea con quanto sta avvenendo negli ultimi anni.
I primi a trarne vantaggio sono autonomi e imprenditori individuali con il regime forfettario (con l’elevazione della soglia da 65 a 85mila euro di ricavi) e dell’Irpef incrementale introdotti dal nuovo governo con la legge di bilancio ’23. Gli agricoltori restano esenti. Aumenterà l’area delle erosioni e la possibilità di elusione. Nella transizione verso la flat tax cresceranno le disuguaglianze: torneremo all’antico, a un sistema incoerente di regimi differenziati, irrispettoso dell’equità orizzontale e verticale e dei principi costi-
tuzionali di uguaglianza, solidarietà, capacità contributiva e progressività».
Sul fronte delle imprese?
«È l’altro punto critico. La delega contiene alcuni principi contraddittori: annuncia una robusta riduzione dell’Ires (per gli utili accantonati) e contemporaneamente prevede, per finanziare la graduale abolizione dell’Irap, l’istituzione di una sovrimposta all’Ires. Non è chiaro quale sarebbe l’esito finale: senza sgravi compensativi l'aliquota effettiva si collocherebbe al 32 per cento, mentre oggi è al 24. Stupisce il forte dirigismo nei meccanismi di riduzione Ires, vincolato a rigide definizioni di investimenti e regole per l'aumento dell'occupazione e non è chiaro il modello d’impresa da favorire: un’impresa è avvantaggiata fiscalmente se cresce indebitandosi; penalizzata se allarga il capitale sociale; l’autofinanziamento è meno penalizzato del ricorso a nuove emissioni di capitale sociale, ma è vincolato a specifici utilizzi».
E la riforma del Catasto che ci chiede l'Europa?
«È sparita». G.R.
Foto: Francesco Fotia / AGF; Pag. 74-75: Ansa
Il contraddittorio per arrivare a un concordato rischia di non svolgersi più su dati certi. Anche perché la società Sose, molto efficiente, verrà fusa con la Sogei
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Alberto Bruschini
La riduzione del Pil dello 0,3% di questo secondo trimestre segna un cambio di rotta rispetto al +0,6% del primo trimestre. Il calo della domanda (l’inflazione) e delle esportazioni contraddistingue il rallentamento dell’industria e dell’agricoltura. Il settore dei servizi, invece, continua a crescere. L’apporto del settore dei servizi costituisce solo il 4% del valore aggiunto totale, contro il 17% della manifattura.
La frenata dell’economia è asseverata dalle entrate tributarie. Da gennaio a maggio di quest’anno si registra un incremento soltanto del 3,3%, pari a 6 miliardi di euro,
L’Italia sta finendo nelle sabbie mobili dell’inflazione
contro un aumento nel 2022 del 9,8% per 48,5 miliardi. Il fabbisogno di cassa dello Stato nei primi sei mesi del 2023 è stato di 95 miliardi, contro i 43 del primo semestre 2022. Il piatto piange. Si fa finta di nulla.
Il governo, stando così le cose e non potendo ricorrere all’indebitamento dati i tremila miliardi di debito pubblico, non avrà la cassa, come promesso, per il taglio strutturale del cuneo fiscale, per azzerare l’Irap e per avviare la riforma fiscale, soprattutto nel settore del lavoro, detassando gli straordinari, i premi di produzione e le tredicesime.
L’Italia si sta invischiando nelle sabbie mobili dell’inflazione. Un gorgo infernale che impoverisce tutti, che non avrebbe bisogno di proclami per essere vinto, bensì di azioni che evitassero alla forza del gorgo stesso di trascinare il Paese alla deriva.
Non saranno più sufficienti i reiterati annunci delle grandi riforme, come quelle della Costituzione e dell’autonomia differenziata, a vincere la rabbia di chi fa fatica a sbarcare il lunario, né serve tagliare il reddito di cittadinanza per fare un po’ di cassa, quando la cassa fa acqua da tutte le parti e la povertà cresce.
In questa situazione, molto probabilmente, si sarebbe trovato qualsiasi governo a causa della rottura di un equilibrio socio-economico traballante per l’inflazione persistente e l’atrofizzazione trentennale dell’economia. Tuttavia, per il governo in primis, ma anche per l’opposizione sparpagliata, è giunto il momento di dire la verità ai cittadini e di non continuare a illuderli con diatribe surreali che finiscono per allontanare ulteriormente la gente dalla politica.
Guai a sfuggire alla verità, che è sempre rivoluzionaria, proprio nel momento in cui l’Italia deve affrontare la transizione ecologica per superare i guasti derivanti dalla vulnerabilità crescente dell’ambiente.
Le risorse del Pnrr sono importanti e vanno spese tutte. Il governo, nel riformulare il Def e nel prepararsi a predisporre la legge di Bilancio, e la stessa opposizione dal proprio canto dovranno dire, con grande chiarezza, che per innescare un nuovo cammino ci vuole ben altro in termini di risorse. Non ci si riscalda con le fascine in cascina.
Occorre rifarsi al dettato costituzionale. La progressività delle imposte e la capacità contributiva dovrebbero essere il vessillo della riforma tributaria, combattendo un’evasione fiscale insopportabile che ci trasciniamo dalla nascita della Repubblica. Non si tratta di aumentare le imposte, ma di reperire la finanza pubblica necessaria facendole pagare a tutti, armonizzando la capacità contributiva dei cittadini. Non è il caso di andare contro vento, soffia troppo forte.
BANCOMAT
La cassa fa acqua da tutte le parti e la povertà cresce. Perciò servono azioni, non più annunci di riforme
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Trivelle negli abissi la corsa all’oro ha solo rallentato
VINCENZO GIARDINA
Caccia alle terre rare sul fondo degli oceani. Oltre le piattaforme continentali, in acque internazionali, superando o bypassando le resistenze dell’Onu. Nonostante la vicenda del Titan, il sommergibile imploso a giugno negli abissi del Nord Atlantico, e soprattutto i moniti degli esperti impegnati nella tutela dell’ambiente e degli ecosistemi marini. Il confronto, su quella che potrebbe rivelarsi una corsa all’oro del XXI secolo, con coltan, litio e cobalto al posto delle pepite nel nome della transizione verde, è passato dalla capitale giamaicana Kingston. Tre settimane di negoziati nella sede dell’Autorità internazionale dei fondali marini (Isa), un organismo Onu con 168 Stati membri, per decidere se e come autorizzare le trivelle negli abissi. Trivelle, bulldozer o mega-aspiratori, come quello progettato da una società con base in Canada e sostenitori tra alcuni piccoli Stati insulari del Pacifico.
Ma andiamo con ordine. A Kingston, a fine luglio, non c’è stato il liberi tutti. Sulle
regole quadro, Rules, regulations and procedures, Rrp nell’acronimo inglese, presupposto per concessioni minerarie in acque internazionali, bisognerà lavorare ancora nel 2024 e poi nel 2025. Il risultato immediato, che non è la fine della corsa, è stato il crollo dei titoli di The Metals Company: in pochi minuti, il 24 luglio, sul listino tecnologico
Nasdaq, le azioni della società canadese hanno perso oltre il 20 per cento del loro valore. «Siamo delusi per la mancata approvazione, ci speravamo da due anni», il commento a caldo del ceo Gerard Barron. «Constatiamo però che la grande maggioranza degli Stati sta lavorando sodo, impegnandosi per un via libera al codice minerario», ha proseguito. Barron si dice convinto che all’Isa se ne riparlerà. E il problema, per chi mette al primo posto la tutela degli ecosistemi marini, è che potrebbe avere ragione. «La partita non è affatto chiusa», conferma a L’Espresso Matthew Gianni, cofondatore della rete Deep sea conservation coalition, a Kingston per i negoziati, che segue puntualmente da un decennio. «L’Autorità ha affermato che intende continuare a elaborare le regole per lo sfruttamento minerario “con la prospettiva” di adottarle durante la trentesima sessione in programma nel 2025», riferisce l’esperto. «Va però detto che non è stato as-
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La ricerca di coltan, litio e cobalto in nome della transizione verde incontra a Kingston le resistenze degli ecologisti e della politica meno ossequiosa agli interessi delle multinazionali. Ma non per molto
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sunto alcun impegno vincolante; ed è stato riconosciuto che le concessioni presuppongono un quadro normativo già in vigore, comprensivo delle royalty che una società o un governo deve alla comunità internazionale: solo così è infatti possibile distribuire risorse ai Paesi membri dell’Isa e creare un ispettorato che monitori la regolarità delle attività estrattive».
E il mega-aspirapolvere? The Metals Company vorrebbe utilizzarlo a quasi 4mila metri di profondità per risucchiare noduli polimetallici grandi come patate, ricchi di rame, cobalto, nichel e altri minerali usati in smartphone, turbine eoliche e batterie di auto elettriche. Il progetto riguarda un’area a circa duemila chilometri a Sud-Ovest della California, nella Zona di frattura di Clipperton, lungo una faglia che è allo stesso tempo cimitero fossile di balene estinte e habitat brulicante di oltre 5mila specie, da anemoni dai tentacoli sottili come fili alle oloturie,
L’ESPLORAZIONE
cetrioli marini soprannominati «scoiattoli di gomma».
I numeri dell’affare stanno in un’inchiesta del New York Times: nell’arco di 25 anni si potrebbe dare energia a 280 milioni di auto elettriche, realizzando guadagni per 31 miliardi di dollari. C’è poi l’aspetto diplomatico. The Metals Company ha il supporto di Nauru, Kiribati e Tonga. La tesi del New York Timesècheilorogovernisianostaticoinvolti soprattutto in ragione dello statuto dell’Isa: il primo compito dell’organismo è infatti tutelare gli Stati svantaggiati e non gli interessi di società private. Secondo Lord Fusitu’a, deputato di Tonga, quando nel 2014 fu sottoscritto l’accordo con The Metals Company, la società canadese «gioca sporco servendosi di un Paese povero del Pacifico per mettere le mani sulle risorse».
Si dice che il diavolo sia nei dettagli. Magari in clausole e postille contrattuali: secondo il New York Times, in cambio del sostegno al progetto, Tonga potrebbe ottenere da The Metals Company appena 2 dollari per tonnellata di minerale estratto, meno dello 0,5 per cento del suo valore.
Nota a piè di pagina: le prospezioni dei giacimenti in acque internazionali stanno andando avanti. Finora l’Isa ha accordato 31 concessioni con il sostegno di 14 Paesi, tra i quali Cina, Russia, India, Regno Unito, Francia e Giappone. E ci sono poi le attività minerarie nelle acque territoriali, più vicine alle coste. Per dire: a giugno la Norvegia ha annunciato concessioni su un’area di 280mila chilometri quadrati, estesa dal mar
Gli effetti dell’attività mineraria sull’ambiente studiati da un’équipe sulla nave Maersk Launcher di Groenlandia al mare di Barents.
«Quasi tutti i Paesi del G20, dalla Gran Bretagna alla Cina, sono sostenitori del via libera», spiega a L’Espresso Roberto Danovaro, professore di Ecologia presso l’Università politecnica delle Marche. «Ci sono poi gli Stati più cauti, come l’Italia, e i fautori di una moratoria, vale a dire uno stop, sia pur provvisorio, in attesa di maggiori evidenze scientifiche». A chiedere di fermarsi sono già stati 21 governi, dalle Fiji alla Germania, dalla Francia al Brasile, cinque solo nel luglio scorso. Diva Ammon, biologa marina originaria di Trinidad e Tobago, fondatrice del progetto di ricerca e tutela Speseas, sostiene che andrà tutto bene: «Nel mondo c’è un’ondata di resistenza che sta montando».
Foto: C. Cole / Getty Images
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Incompiuta annunciata nel Parco del Gargano
Il rettilineo d’asfalto che attraverserà il cuore del Parco nazionale del Gargano si fa strada lentamente ma tenacemente. Accumula commissari straordinari, procedure d’urgenza, dibattiti pubblici affrettati, con lo scopo di affidare a una superstrada il compito di collegare i paesi del prezioso e fragile sperone verde d’Italia. C’è una legge che vieta qualsiasi intervento nella zona 1 del Parco, che verrebbe attraversata dalla superstrada, ma le leggi si possono cambiare: come ha detto il sindaco di Vieste, Giuseppe Nobiletti, per concludere l’opera «saranno molto importanti gli interventi della Regione Puglia e del Parco del Gargano per limitare i vincoli». La legge a protezione del Parco oggi c’è, ma domani chissà. Il decreto istitutivo vieta recisamente «la realizzazione di nuove opere di mobilità: ferrovie, filovie, impianti a fune ed aviosuperfici, tracciati stradali». Ma con l’aria che tira, con una destra pronta a definire “ecotalebano” chiunque prenda a cuore l’ambiente, e con una premier che dal palco di Vox in Spagna ha affermato la necessità di combattere «ese fanatismo ultra ecologista que está llevando a la izquierda a atacar nuestro modelo económico y productivo», all’Anas devono aver pensato che era ora di accelerare questo progetto contrastato.
Però non sarà facile. L’avvocato Gianluigi Ceruti, che è considerato il padre della legge istitutiva dei parchi nazionali, ha presentato un esposto che accusa il progetto dell’Anas di «artificioso e surrettizio frazionamento di un progetto unitario». L’esposto, presentato ai carabinieri, alla soprintendenza, ai ministeri competenti e al Consiglio superiore dei lavori pubblici, riunisce Italia Nostra, Lipu e Wwf: però il primo nome è quello di Menuccia Fontana Caravella, ambientalista di lungo corso, che si definisce «tristemente famosa qui sul Gargano: perché ho rotto le scatole a tutti, e continuo a farlo». E racconta i suoi primi passi per la tutela dell’ambiente negli anni Settanta, «quando si dove-
vano scegliere i siti per le centrali nucleari e la Puglia si candidò per prima indicando la zona dei laghi di Lesina e Varano: una zona altamente sismica, ci rendiamo conto?». Poi la fondazione della sezione di Italia Nostra Gargano, le battaglie per la creazione del Parco assieme ad Antonio Cederna e a Sabino Acquaviva, che dopo l’approvazione le disse: «Menuccia, questa sarà la nostra lapide, e non sarà di pietra».
L’idea di costruire una nuova strada per rendere più agevole l’attraversamento da Vico a Vieste e a Mattinata ha almeno vent’anni: per facilitare la vita ai turisti, ma anche per consentire il passaggio delle ambulanze e ridurre il numero di incidenti su un percorso particolarmente pericoloso. Secondo gli ambientalisti tutto questo si potrebbe ottenere allargando la strada esistente. «Qui però tutti sembrano d’accordo, dalla Regione a Giuseppe Conte, star della politica locale, agli avvocati che sperano di risparmiare una decina di minuti nel tragitto per Vieste», commenta Menuccia Fontana. Che spara a zero sul desiderio di aumentare i turisti dell’alta stagione: «Con la strada che c’è ora, a Vieste ci sono 20mila persone d’inverno e un milione e mezzo d’estate: davvero vogliono portarcene di più?». Dopo aver aspettato vent’anni, la superstrada ora ha fretta: nell’esposto si fa notare che il progetto, presentato al ministero per
ECONOMIA AMBIENTE A RISCHIO / 2
L’Anas vuole costruire una superstrada nella zona protetta. Gli ecologisti sono sul piede di guerra. Ma hanno tutti contro.
Ecco la denuncia di un’attivista di lungo corso
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ANGIOLA CODACCI-PISANELLI
l’Ambiente il 24 febbraio per chiedere la Valutazione di impatto ambientale (Via), ha bruciato le tappe senza che ai cittadini fosse possibile seguirne l’iter sul sito. Una fretta che sembra preludere a una richiesta di lavori accelerati che però sarebbe ingiustificata: le disposizioni per l’attuazione del Pnrr prevedono un dimezzamento dei tempi per il Via ma solo per «progetti ferroviari e di edilizia giudiziaria». Al centro dell’esposto c’è però quello che deve essere sembrato un escamotage vincente. Visto che la parte della strada che passa nella zona 1 del Parco non potrebbe ottenere il Via, l’Anas ha presentato solo i primi due tronconi del progetto. Un procedimento rifiutato «con indirizzo conforme e granitico» in diversi casi precedenti da sentenze di Tar, Consiglio di Stato e Corte Costituzionale, oltre che dalle linee guida della Commissione Europea.
ANDAMENTO LENTO
Curve e tornanti in una strada all’interno del Parco del Gargano
avvocati. Non è un caso che il Consiglio Superiore dei lavori pubblici abbia dato parere contrario, per la chiara «non convenienza economico-sociale ad intraprendere l’investimento di cui trattasi».
Quella dell’incompiuta annunciata, però, è l’ipotesi ottimista: perché con i tempi previsti per i lavori – tra due anni e mezzo e quattro per la prima parte, tre e mezzo per la seconda – non è impossibile che si arrivi davvero a cambiare nel frattempo la norma che vieta di portare l’asfalto nel cuore del parco.
«Il rischio», continua Menuccia Fontana, «è che si faccia un’altra delle incompiute che in Italia siamo tanto bravi a fare: l’importante è spendere soldi pubblici». E sono tanti, i soldi necessari: 43 milioni di euro a chilometro per il primo tratto, già finanziato con 315 milioni. Se si arrivasse a completare tutti e tre i tronconi, ricchi di viadotti e gallerie, «l’infrastruttura avrebbe un costo complessivo spaventoso di 1.505.000 euro», scrivono gli
Mentre i fan della superstrada affollano i dibattiti pubblici previsti dall’iter del progetto, riempiono siti e giornali locali, pagine Facebook e social, e gli ambientalisti si preparano a ricorrere al Tar, un silenzio assordante è quello del diretto interessato, il Parco: del resto, alla scelta del tracciato ha partecipato il presidente Pasquale Pazienza. Menuccia Fontana non si stupisce: «I presidenti del Parco sono figure politiche, mi è capitato spesso di averli contro nelle varie battaglie per la tutela del Gargano. Non sa quante volte ho dovuto litigare per convincerli a costituirsi parte civile insieme a Italia Nostra. A noi ha detto che parlerà quando il progetto sarà definito». Forse aspetterà che le sue parole vengano sommerse dal rombo delle ruspe.
Foto: Getty Images
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Giuseppe De Marzo
La presenza di diossina nell’aria in alcune zone di Palermo è 35 volte superiore ai valori massimi consentiti.
È l’Arpa - Agenzia per la protezione ambientale - della Sicilia che ha determinato questa quantità subito dopo l’incendio del 24 luglio scorso che ha coinvolto anche la discarica di Bellolampo. Il limite massimo previsto dalle linee guida dell’Oms è di 100 femtogrammi per metro cubo. Il campionamento dell’aria ha mostrato invece in alcune aree una concentrazione pari a 3.531 femtogrammi per metro cubo. Mai visto niente di simile prima d’ora sull’isola. Per avere un’idea, nel luglio del 2012 sem-
Allarme diossina l’aria avvelenata dagli atti mancati
pre l’Arpa siciliana ha misurato una concentrazione di diossina subito dopo un altro incendio alla discarica di Bellolampo di 550 femtogrammi per metro cubo. Le diossine sono sostanze chimiche velenose note come inquinanti organici persistenti. Sono sottoprodotti di processi sia industriali che naturali, come gli incendi per l’appunto. Altamente tossiche e molto pericolose per la salute umana. Nel corpo persistono sino a undici anni e possono causare il cancro, diverse forme di leucemia e colpire il sistema immunitario e nervoso. Ce ne siamo resi conto ormai da tempo studiando l’impatto di alcuni disastri ambientali come quello provocato dalla nube di gas rilasciata dallo stabilimento chimico della Icmesa di Meda, in provincia di Milano, nel luglio del 1976. O dall’emergenza rifiuti nel 2007 in Campania, responsabile dell’aumento di tumori e malformazioni
Sostanze tossiche 35 volte sopra il limite in alcune zone di Palermo: il fallimento della politica dei rifiuti
tra i bambini. Ci chiediamo quale sarà l’impatto sulla salute per chi ha respirato un quantitativo di diossine 35 volte superiore ai limiti. Basteranno i consigli dei medici («rimanere chiusi in casa») o rispettare le indicazioni del sindaco («non mangiare per almeno 15 giorni carne, uova e latticini provenienti da un raggio di 4 chilometri dalla discarica»)?
La verità è che Bellolampo è una bomba ecologica. Le misure tampone servono a poco. La discarica andrebbe chiusa e risanate le vasche esauste come prevede la legge con terreno, vegetazione e geomembrane, così da evitare che prendano di nuovo fuoco. E allo stesso tempo bisognerebbe portare la raccolta differenziata al 70% utilizzando il porta a porta (oggi è solo al 15%). Significa impegnare risorse, coinvolgendo competenze e tecniche diverse rispetto a quelle utilizzate sino ad ora. Bisogna volerlo fare ed avere le competenze per farlo. Ma non sembra questo il caso, viste le scelte catastrofiche portate avanti in questi anni dalla giunta regionale, come raccontato da L’Espresso (numero 31 del 6 agosto, “La terra dell’emergenza” ). Non sorprende la denuncia di «inadeguatezza» rivolta alla classe politica dall’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. E non si tratta solo di indifferenza delle destre per i problemi degli impoveriti o di negazionismo climatico. Manca una visione politica chiara e lungimirante che sappia essere declinata con risposte efficaci e utili, valide per Bellolampo come per Forlì e Roma.
Questo modello di sviluppo conviene solo ad una piccolissima percentuale che continua ad arricchirsi cancellando salute e diritti alla stragrande maggioranza delle persone, alimentando un impoverimento culturale e civile che rischia di mettere in ginocchio la democrazia e le sue conquiste. Mettere al centro la dignità e i diritti delle persone ci impone di cambiare paradigma. Facciamo Eco!
FACCIAMO ECO
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Tocca alla scienza socializzare il sapere della ricerca
FRANCESCO FIMMANÒ
Il secolo scorso ha prodotto, accanto alle grandi tragedie, due fondamentali processi evolutivi: l’enorme crescita della conoscenza e la notevole espansione della democrazia. Due dimensioni inseparabili ed interdipendenti nella terza grande transizione nella storia dell’umanità verso la «società della conoscenza», dopo la rivoluzione dell’agricoltura risalente a diecimila anni fa e quella industriale ben più recente. Senza la conoscenza non può esserci democrazia, perché la prima consente la corretta autodeterminazione e, per effetto, la scelta consapevole.
La conoscenza, caratterizzata ormai da rapporti decentrati dove la trasmissione del sapere avviene nella forma della Rete, è un diritto universale dell’uomo (che già Dante nel Convivio definisce il «pane degli angeli» cui tutti aspirano) e quindi il cosiddetto knowledge divide rappresenta una vera e propria emergenza democratica, soprattutto per coloro che non possono avervi accesso.
La convenzione di Aarhus, sottoscritta e ratificata anche dall’Italia, per esempio, riconosce il diritto dei cittadini all’accesso alla migliore conoscenza scientifica disponibile sullo stato dell’ambiente. E questo diritto non è fine a se stesso, ma è
LO SCIBILE
La dea Atena e Socrate fuori dall’Accademia di Atene
elemento essenziale a compartecipare alle scelte in materia ambientale. In generale, l’accessibilità alla conoscenza codificata è un vero e proprio bene pubblico in quanto il grande sviluppo delle tecnologie degli ultimi trent’anni ci ha dato accesso ad una enorme quantità di informazioni generando così la fenomenologia parallela dell’incompetenza diffusa prodotta dai social network e dal web. I populismi e le polarizzazioni, alimentati a colpi di fake news, sono fenomeni ormai inevitabili, immanenti e strutturali, che vanno quotidianamente combattuti. Nessuno di noi è al riparo da un’informazione guidata e da meccanismi di condizionamento occulto e l’accesso ad una grande mole di informazioni e dati non è certo di per sé sinonimo di maggiore libertà e democrazia. Ancora più rilevante è quindi divenuto il ruolo della scienza che a sua volta ha bisogno della democrazia specie in un’epoca in cui i due terzi delle risorse alla ricerca vengono da imprese private che hanno obiettivi non generali e un terzo viene da governi che seguono anche le logiche del mero consenso. Oggi esistono più
ECONOMIA
LE SFIDE CULTURALI
La conoscenza non può rimanere confinata nella torre d’avorio dell’accademia. Trasparenza, comunicazione, accessibilità e responsabilità sono essenziali
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scienziati e risorse di tutti quelli esistiti nella storia dell’umanità, eppure la democrazia ha bisogno della scienza, specie quando è chiamata a governare la tecnologia in modo da contrastare quelle che Joseph Stiglitz chiama «promesse infrante» ossia la maggiore quantità di ricchezza materiale e la maggiore quantità di ingiustizia mai prodotte dall’uomo. La scuola e l’università in questo contesto sono i santuari di tutto ciò e meriterebbero ben altra cura da parte delle Istituzioni.
Questo è il senso del vantaggio universale della conoscenza e del ruolo che la stessa assume, dal punto di vista economico, sociale e politico, nei processi di vita, da alimentare in maniera continua da nuova conoscenza nella società e soprattutto per la società. La vicenda pandemica ha rappresentato un vero e proprio stress test con un bombardamento di conoscenza scientifica che se da un lato ha disorientato l’opinione pubblica, dall’altro ha fatto emergere l’essenza stessa del suo procedimento. Nessun singolo scienziato gode del monopolio della verità, e le conclusioni cui giunge la ricerca derivano dal confronto tra posizioni diverse e infine dal riscontro empirico. E tutto questo deve essere trasparente e noto alla collettività.
D’altra parte la «repubblica della scienza» nasce nel Seicento proprio abbattendo il «paradigma della segretezza» e quindi con un intrinseco carattere de-
mocratico. Tutto deve essere comunicato a tutti nella piena trasparenza. I membri della comunità scientifica individuarono un insieme di valori che Robert Merton ha riassunto nell’acronimo Cudos: comunitarismo (comunicare tutto a tutti), universalismo (tutti possono concorrere), disinteresse (perché la scienza non deve essere a beneficio solo di alcuni), originalità e infine, scetticismo sistematico. In sintesi, la conoscenza appartiene a tutti e la sua costruzione deve essere trasparente. Questo approccio è presente anche nelle politiche dell’Unione Europea, in particolare a partire dal settimo programma quadro che chiedeva di stimolare il dialogo e il dibattito sui risultati della ricerca scientifica con un pubblico vasto e non solo con la comunità di riferimento. Tali progetti hanno incluso generalmente un capitolo (workpackage) legato alla comunicazione pubblica della ricerca, quella che viene denominata dissemination.
La conoscenza scientifica, insomma, non può rimanere chiusa in una torre d’avorio, in una sorta di isola delle Galapagos dove ci sono lucertoloni che conservano la memoria genetica di quello che fu. C’è una emergenza storica di cui la scienza deve farsi carico nel guidare l’umanità verso un sapere codificato di origine controllata. Trasparenza, comunicazione, accessibilità e responsabilità devono essere le chiavi di questa terza transizione dell’uomo.
E per comprendere appieno il senso della necessaria evoluzione si rivela efficace il celebre scambio di battute tra Charlie Chaplin e Albert Einstein quando si conobbero a Pasadena nel 1931 alla prima del film “Luci della città”. Einstein disse: «Quello che ammiro di più nella sua arte, è la sua universalità. Lei nei suoi film non dice una parola, e nonostante ciò tutto il mondo la comprende». «È vero – rispose Chaplin – ma la sua gloria allora è ancora maggiore: il mondo intero la ammira, anche se nessuno capisce una parola di ciò che dice».
Foto: A. Messinis/ AFP via Getty Images
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Passando da 60 mila a 90 mila ettari, la coltivazione s’è diffusa anche in aree non tradizionali: dal Veneto alla Basilicata. Con benefici per l’occupazione e
un basso impatto ambientale
Sostenibili e smart I noccioleti conquistano sempre più terreno
ANTONIA MATARRESE
Tra le materie prime per eccellenza nella produzione di cioccolato, le nocciole italiane hanno conquistato terreno negli ultimi dieci anni e, in alcune zone, hanno sostituito progressivamente coltivazioni storiche, come quelle cerealicole.
«Prima la coltivazione di nocciole era appannaggio di Piemonte, Lazio, Campania e Sicilia, ora la crescente richiesta da parte delle aziende di trasformazione ha portato gli ettari coltivati da 60 mila a oltre 90 mila, con la diffusione in aree geografiche quali Veneto, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria, Basilicata», spiega Gianluca Griseri, responsabile tecnico di Nocciolo Service, che fornisce piante certificate, nonché consulente Ascopiemonte, associazione che riunisce circa seicento produttori di frutta a guscio. «La crescita della superficie dei noccioleti ha garantito un aumento dell’occupazione. Va sottolineato che la filiera del nocciolo, oltre alla parte prettamente agricola, comprende la trasformazione del frutto demandata a piccole, medie e grandi imprese. Grazie a ricerca e innovazione tecnologica, il nocciolo è diventato nel tempo una delle coltivazioni a più basso impatto ambientale. Mediamente, per andare a pieno regime, un noccioleto impiega sei-sette anni assicurando poi frutti per una trentina».
Anche nel caso delle nocciole, la siccità ha influito sulla resa. «Il problema ha interessato in particolar modo le piante giovani», racconta Guglielmo Roveta che coltiva Nocciola Tonda Gentile delle Langhe Igp a Vesime, in provincia di Asti: «Abbiamo anticipato la raccolta, che di solito è a fine agosto. Qui le nocciole sopravvivono grazie alla forte escursione termica fra giorno e notte, all’umidità e al vento che arriva dal Mar Ligure. Importantissima, poi, è la fase di essiccazione e tostatura che preserva il profumo caratteristico del frutto».
Scendendo al Centro, è nella Tuscia che si concentra il 40 per cento della produzione: circa 500 mila quintali per un giro d’affari che supera il mezzo miliardo di euro con l’indotto. Caprarola, Ronciglione, Vignanello, Sutri, Capranica sono fra i Comuni che hanno dato vita a una filiera certificata, Viconuts, per trasformare la materia prima e rifornire le più importanti industrie dolciarie. «Oggi il prezzo delle nostre nocciole oscilla tra i 250 e i 300 euro al quintale», dice Settimio Discendenti, presidente di Cooperativa Produttori Nocciole, che riunisce 150 realtà della provincia di Viterbo: «La guerra non ha influito tanto sul costo finale del prodotto, quanto su energia, fertilizzanti, carburante».
Un aiuto arriva dalla ricerca: con l’Università della Tuscia è stata fatta una mappatura dei suoli per attivare piani di concimazione specifici, sistemi che calcolano l’umidità del terreno, produzione di energia verde con gli scarti delle nocciole. «Abbiamo installato trappole innovative per monitorare le cimici, dannose perché rendono amaro il frutto acerbo. Gli agricoltori sono avvisati in tempo reale della sua presenza e possono allertare i tecnici della cooperativa, intervenendo solo quando necessario con prodotti chimici». Insomma, anche i noccioleti diventano smart.
ECONOMIA
ARGOMENTO
XXX
L’ESPRESSO DOLCE AGROALIMENTARE
ECCELLENZA Noccioleti in Alta Langa, in Piemonte
90 13 agosto 2023
A Brindisi, in 66 sono stati licenziati dalla ditta del settore aeronautico. Che qui necessita di rilancio. Ora si attende il subentro di Italsistemi, ma la riassunzione appare lontana
Gli ex lavoratori Dcm in lotta per il reintegro Come aspettare Godot
MAURIZIO DI FAZIO
Cose che accadono all’ombra del miracolo turistico estivo pugliese. Una piccola grande battaglia di posizione combattuta senza clamori, che non guadagna spazi nei tg. Negli ultimi mesi si è intensificata la lotta dei 66 lavoratori Dcm di Brindisi, licenziati ad aprile scorso dopo anni di cassa integrazione. Due sit-in tra giugno e luglio, per loro: il primo si è concluso con un incontro con il prefetto, a cui hanno riepilogato le vicissitudini personali e della fabbrica aeronautica ex Gse; il secondo s’è svolto sotto la sede cittadina di Confindustria e poi al Comune, dove hanno incontrato l’assessore al Lavoro,
Lidia Penta
Al fianco dei 66 soprattutto i Cobas, che spalleggiano «una lotta tenuta ai margini del dibattito politico-sindacale, in una provincia dove il settore aeronautico, che ha perso tanti posti di lavoro, dovrebbe essere rilanciato». Si spera in un reintegro dei licenziati, dopo l’auspicato e probabile subentro di Italsistemi. Di recente si sarebbe tenuto un colloquio informale proprio con quest’ultima società. Ma al tavolo c’erano assenze pesanti. «I rappresentanti del comitato degli ex lavoratori Dcm hanno chiesto ai delegati interni dello stabilimento, loro vecchi colleghi, di poter partecipare come uditori, ma hanno ottenuto, di fatto, un rifiuto. Eppure la loro presenza era
SINDACATO Una manifestazione organizzata dai Cobas con gli ex lavoratori Gse, poi Dcm, a Bari
importante, perché la stessa Italsistemi si era pubblicamente impegnata a una loro possibile riassunzione», spiega il segretario provinciale Cobas, Roberto Aprile. Adesso quest’opzione pare «scomparsa completamente dall’orizzonte».
I Cobas ricordano la cronologia delle disavventure dei 66, paradigmatica di tendenze ormai cristallizzate nell’industria globale e locale. Quando la Gse fallì nel 2017, il suo complesso brindisino venne rilevato dal gruppo Dema. Ma a quel punto le maestranze appena assorbite furono smembrate in due tronchi: quello ufficiale, il Dar, è rimasto sempre operativo; l’altro, il Dcm, avrebbe invece assunto subito le fattezze di un contenitore-limbo per gli operai in “eccesso”. In vista di una ventilata rigenerazione occupazionale. Cioè “Aspettando Godot”. Questa la ricostruzione dei comitati di base suffragata, con qualche leggera variazione sul tema, anche da fonti politiche regionali. Poi il meccanismo si è inceppato e il 23 aprile è piombata la notizia ferale dei 66 licenziamenti. L’organico iniziale Dcm era di 112 persone, a tanto ammontava il numero di coloro che fruirono del primo ammortizzatore sociale.
Da un presente inquieto e sospeso a un futuro nero come un cielo senza più stelle. Né aerei, viene da dire. Lo scorso marzo Italsistemi ha depositato al Tribunale di Napoli una proposta vincolante per l’acquisizione dell’azienda. Ma le interesserebbe solo lo stabilimento Dar. Intanto, presso gli uffici dell’Agenzia regionale per le Politiche attive del lavoro di Brindisi, si è costituito un «bacino di prossimità» dei lavoratori Dcm. Per mostrare che esistono. E perché, in virtù di questa configurazione, i 66 «esuberi» guadagnano una prelazione, un «diritto di priorità» su eventuali nuove assunzioni nel settore aeronautico nella zona. Samuel Beckett permettendo.
CRISI INDUSTRIALI L’ESPRESSO AMARO
13 agosto 2023 91
Vento finto a Siviglia
Tendoni sopra le strade. Zampilli d’acqua. Grandi pale fuori dai locali. Giornate piene di poesia, vino e corride. Viaggio agostano in una città che sa come domare il caldo
CULTURA LAST MINUTE
VESTITI PER L’ARENA Ricami dorati, dettagli di pizzo, montera in testa. E la muleta rossa per attirare il toro: l’abbigliamento dei toreri è uguale da secoli
13 agosto 2023 93
MATTEO NUCCI
OMBRA ARTIFICIALE
Tendoni stesi dai tetti delle case sulle strade di Siviglia. A destra: lo storico caffè
La Campana
Andare a Siviglia d’estate è folle. Il caldo è asfissiante. La città è deserta. Qualsiasi movimento diventa un incubo. Dicono così in giro e hanno ragione. A luglio e agosto, il caldo andaluso può rivelarsi esperienza davvero sconvolgente, anche ora che in molte città teoricamente più fresche il riscaldamento globale, assieme al traffico e agli infiniti motori dei condizionatori, ha prodotto situazioni estreme. Ma Siviglia, come Cordoba d’altronde, resta unica. Qui il sole segue regole diverse. Tanto che fin da primavera vengono aperti enormi tendoni fra un palazzo e l’altro del centro pur di mantenere in ombra le vie del commercio e degli incontri; grandi pale di ventilatori volteggiano incessanti fuori dai bar; ventagli, cappelli, e tutto ciò che agli occhi dello straniero è diventato folklore, continua a esistere per un motivo preciso. Il caldo estivo infatti qui apre altre dimensioni e innanzitutto costringe la giornata in ritmi completamente diversi da quelli a cui siamo abituati. E proprio per questo però perché non andare? Se la monotona velocità che domina i nostri giorni omologati è finalmente impossibile, perché sottrarsi?
Ho sfidato questo anatema di distruzione più volte e sono stati giorni indimenticabili. Innanzitutto il turismo slabbrato e distratto che riempie la città durante tutto l’anno, ingordo di nozioni e squallidi record (dimensioni, antichità, valore), nonché flaccido su panini untuosi di intollerabili fast food, quel turismo è pressoché assente, e già questo produce un rilassamento degli organi interni assolutamente salutare. Ma soprattutto è il nuovo ritmo vitale che riesce rigenerante in chiunque abbia uno sguardo critico sulle cose della vita. Il mattino ha veramente l’oro in bocca. L’aria fresca si è faticosamente presa la città
durante la notte e si entra nei bellissimi bar per un pan con tomate, una tostada o come volete chiamare il miracolo del pane bruscato ricoperto di polpa fresca di pomodoro, olio buono, semmai un filo d’aglio; oppure si cerca uno dei caffè-pasticceria storici come la mitica Campana dove cercare l’assoluto attraverso quel tuorlo d’uovo caramellato detto tocino de cielo. Poi si passeggia fra la gente che è rimasta in città, godendo dell’aria frizzante, perdendosi nei vicoli ancora in ombra dominati dall’odore del prosciutto iberico che cola grasso che sa di ghiande, mentre antiquari ostinati inseguono il passato come fosse l’eternità. Quindi il sole inizia a rompere gli equilibri. Allora viene il tempo di immergersi nel paradiso terrestre dell’Alcázar, oppure nel mudéjar delle chiese, nell’immensità della Cattedrale, o in giardini che intorpidiscono i sensi, come quelli pubblici intitolati a María Luisa dietro Plaza de Espaňa, o come quelli da pochi anni aperti del Palacio de las Dueňas dove nacque Antonio Machado: «Mi infancia son recuerdos de un patio de Sevilla, / y un huerto claro donde madura el limonero». Si fa ora di pranzo. Le sale
CULTURA LAST MINUTE
Il mattino ha davvero l’oro in bocca. Nella notte l’aria fresca si è faticosamente fatta largo e si può sostare nei bellissimi bar o si può fare una passeggiata prima che il sole irrompa
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ombrose intrise di vino, croquetas e gamberetti si riempiono. Si brinda, si pasteggia, si chiacchiera nella dimensione simposiale perfetta. Scorre la birra leggera o il vino tinto fresco di cantina. E finalmente arriva il tempo della siesta. Il riposo lunghissimo, obbligato, fino a sera.
È un altro tempo quello che si vive in questa città dalla storia gloriosa e dall’orgoglio che, nelle sue forme estreme, tracima in presunzione o provincialismo. Un tempo da cui tutti quelli che non se ne interessano è necessario che si tengano lontani. Del resto è qui e solo qui che passa il “Guadalquivir delle stelle” su cui si specchia la Maestranza (ossia la Plaza de Toros de la Real Maestranza de Caballería), un edificio in cui i colori sivigliani raggiungono la perfezione. «Buongiorno mia divina», dice togliendosi il cappello di fronte a questo palazzo un ex torero che fu protagonista di una serie tv (allora si chiamavano sceneggiati) di grande successo: Juncal. Ma non è necessario essere toreri o appassionati di tori per inchinarsi di fronte alla bellezza architettonica di questa calce bianca incandescente che sembra possibile
infilarci un dito e tirarlo fuori pannoso, un noncolore dominato dall’ocra di Siviglia, ovvero il colore che più si avvicina al sole in polvere che si annida nella sabbia di albero, roccia sedimentaria usata come fondo dell’arena su cui in aprile si combattono i tori selvaggi. Siviglia è talmente dolce d’estate, nelle notti sul suo fiume, nei vicoli flamenchi di Triana, nella grande Alameda de Hercules una volta criminale, che si può essere presi da una specie di horror vacui, come se la bellezza e la solitudine fossero eccessivi al punto che c’è solo morte, tutto è morte. Proprio come nel Triunfo de la Muerte, dipinto allegorico di Juan de Valdés Leal, opera somma del bellissimo Hospital de la Caridad.
Mi capitò una quindicina di anni fa. Ero rimasto in città dopo giorni passati sulle strade infuocate a visitare allevamenti di tori da combattimento. Aspettavo il martedì perché un allevatore mi aveva invitato a seguire una tienta, ossia quel momento in cui vengono messe alla prova le vacche selvagge per testarne il carattere e scegliere quali di loro potranno diventare madri di tori da corrida. Due celebri toreri sarebbero
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Foto: pagine 92-93, GettyImages (6); pagine 94-95, GettyImages (2)
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intervenuti. Era un evento privato fortunato e imperdibile. Ma dovevo aspettare. La città nel weekend si svuotò definitivamente. Nel piccolo hotel che allora frequentavo ero rimasto l’unico cliente. E la bellezza vitalista di Siviglia si trasformò ai miei occhi in una rovina di morte. Allora per un giorno mi chiusi in camera a scrivere di Spagna e iniziai un lungo racconto che avrei intitolato con il nome della ragazza protagonista della storia e che pareva un avverbio definitivo: Mai. Poi raccolsi un po’ delle mie cose, m’incamminai verso la stazione di Santa Justa e presi il primo treno per Cadice.
Nulla è più bello che scendere a Cadice da Siviglia quando avete bisogno di sentirvi vivi. I vicoli sanno di oceano, ragazzi a piedi scalzi corrono dietro a palloni, donne ciabattano gridandone il nome, vecchi tabaccai vi accolgono come fosse una visita per il caffè, cartolerie impolverate vendono giochi da spiaggia, e ovunque, fra fiorai, magnolie secolari, parchi ombrosi e friggitorie da capogiro, avete l’impressione che un eterno oceano vi aspetti e se ve lo dimenticate folate di vento vi sventagliano in faccia sabbia che brucia. La spiaggia cittadina è la mia preferita. I grandi litorali che si gettano nell’Atlantico hanno una bellezza da legni spezzati e ossi di seppia, ma la Caleta con la sua malinconia art nouveau e l’eco dei passi che scendono scale di calcestruzzo per me è un sogno. Pochi passi e ecco Casa Manteca, uno di quei bar spagnoli in cui sogni di poter rimanere per sempre. È qui che immaginai l’incontro fra l’italiano e un torero fallito con cui si apre il mio roman-
zo spagnolo “Il toro non sbaglia mai”. Un altro “mai” nel titolo. Stavolta, però, proprio l’avverbio di tempo. Del resto qui nulla è passato mai. Nulla passerà mai. Poche centinaia di passi all’interno del quartiere storico de La Viňa, e la Plazuela Tío de la Tiza è ancora corredata da vasi dipinti di giallo e blu alle pareti e la taverna che invade la piazza è ancora un sogno dove mangiare pesce con camerieri che volano da un tavolo all’altro e ogni cosa è come quando ci fermammo lì la prima volta, un pomeriggio di maggio in cui tutti si ubriacarono e nessuno fu cattivo.
Al ritorno, Sevilla, nell’aria pesante che alcuni giudicano impossibile, accoglie l’amante come è possibile solo nella vera patria di Don Juan. Un languore sconfinato si apre nei vicoli di Santa Cruz finalmente sottratti alla bolgia caciarona e ignorante del turismo d’assalto. Profumo di gelsomino, odore acre di stallatico delle botticelle che sono andate a dormire, grida di uccelli che popolano le Jacarandas dell’Alcazar, un buio denso schiarito da lampioncini di luce calda, e azulejos che corredano panchine vuote. Poi vicoli strettissimi fra pareti ancora bollenti del sole di Andalusia, e nel silenzio torrido, ecco il suono di fontane che spillano di continuo il loro gorgoglio solitario.
CULTURA LAST MINUTE
Nel clima pesante che alcuni giudicano impossibile, un languore sconfinato si apre nei vicoli di Santa Cruz
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finalmente sottratti alla bolgia caciarona del turismo d’assalto
VIA DALLA FOLLA
La Plaza de Toros. Sopra, da destra: Cortile delle fanciulle nell’Alcazar; coda davanti a un locale notturno; Hospital de la Caridad
Dopo Berlino di Mario Desiati, Siviglia di Matteo Nucci prosegue la serie di racconti d’autore intitolata “Last minute”. “Mai”, il racconto citato in questo testo, è un ebook pubblicato da Ponte alle Grazie.
Foto: GettyImages (4), M. Frassineti –Agf
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CULTURA TENDENZE
Il lavoro in vacanza con te
Il nome è brutto ma chiaro: “workation”, crasi di work e vacation. Vuol dire che un po’ lavori, un po’ ti godi la vacanza. Formula ibrida, cui ha aperto la strada la rivoluzione di modi e tempi di lavoro generata dalla pandemia. Non va confusa con smart working o telelavoro: non si lavora da casa ma da posti di vacanza, che si tratti di città desiderabili in Italia o all’estero, oppure mare o montagna. Un sogno che però non è concesso a tutti: perché è riservato a chi fa lavori che possano essere svolti da remoto; perché non tutti i datori di lavoro ne sono entusiasti e molto dipende dalle capacità individuali di contrattazione; perché richiede disciplina e organizzazione affinché funzioni, tanto più se coinvolge la famiglia, e se va male è una piccola catastrofe professional-personale. Non basta controllare la qualità del mare scelto, fondamentale è anche quella del wi-fi. Una vacanza vera è un’altra cosa, conciliare mail e mojito non sempre riesce. Però la workation tenta. Tantissimo. Secondo un report Deloitte sulle tendenze nel turismo, chi è a favore tenderà a viaggiare il doppio di chi preferisce vacanze tradizionali (da 2 a 4 viaggi l’anno). Non a caso una compagnia inglese di viaggi, Kayak, ha ideato il Work from Wherever Index (https://www.kayak. co.uk/work-from-wherever/rank), classifica dei migliori posti da cui lavorare nel mondo, che nel 2022 vedeva in testa Portogallo e Spagna. Società come Smace (https://www.smace.com/) si specializza-
no in hybrid working e creano esperienze per interi team, workation.com promette di «portare il tuo lavoro in posti incredibili» e disegna soluzioni per single, coppie, famiglie e gruppi. In Piemonte, Workation Village (https://www.theworkationvillage.com/) offre ritiri ed esperienze off-site per gruppi di lavoro, tra spazi di coworking e panorami spettacolari. Un mondo nuovo si muove intorno ai crescenti bisogni, tecnologici e turistici, del popolo irrequieto dei nomadi digitali.
«Sono persone giovani ma non giovanissime, con buona posizione lavorativa e capacità di spesa. A Milano cercano appartamenti piacevoli non lontani dal centro, tra giugno e settembre, per un mese o 45 giorni, raramente 2 mesi», interviene Roberto Canova, booking manager di Novecento Case, società per affitti. «L’anno scorso si è rivolta a noi una coppia
Giornate divise tra relax e computer. Si chiama “workation”, è la nuova formula dei nomadi digitali che portano in villeggiatura la professione. E il mondo del turismo se li contende
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VALERIA PALERMI illustrazione di FRANCESCA GASTONE
CULTURA TENDENZE
di ragazzi americani sui trent’anni (lavoravano per una multinazionale e potevano farlo da remoto), che ha scelto di vivere in giro per il mondo: 6 mesi in un posto, 3 in un altro e così via. Arrivavano da mesi nel sud-est asiatico e volevano fare una workation a Milano di 40 giorni, poi si sarebbero spostati altrove in Europa». Un ragazzo italiano che vive in Germania, prosegue Canova, da tre anni viene in estate nel capoluogo per due mesi in workation: qui ha amici, la città gli piace, gli consente di conciliare divertimento e lavoro. «Quest’estate abbiamo accolto anche una giovane famiglia portoghese, genitori under 40 e bimba: lavorano durante la settimana, nel weekend esplorano i dintorni o altre regioni. Milano piace agli stranieri, è vicina a tanti posti piacevoli, è comoda, ci arrivi da Linate, Malpensa, Orio al Serio. Ci si trovano senza troppe difficoltà persone che parlano inglese, i trasporti funzionano, ha poi un suo piccolo ambiente cosmopolita che li fa sentire a casa, qui sono tanti gli stranieri residenti». Le richieste? Al primo posto, una connessione internet eccellente, con fibra, «molti chiedono uno speed test per valutarne la qualità. Poi, che ci sia almeno una postazione da lavoro, una scrivania, un tavolo che non sia quello del pranzo. Non molto altro, e chi fa questa esperienza quasi sempre la ripete. Per molti diventa un modo di vivere».
Gli italiani, invece, per le workation si orientano su luoghi di villeggiatura. Come Maria Licci, fondatrice dell’agenzia omonima di comunicazioni e “nomad Pr”, come si definisce scherzosamente. Sta facendo 15 giorni di workation in Salento: casa in affitto con studiolo, call con l’ufficio e relax, famiglia e riunioni online. Maria ha un’esperienza robusta di lavoro da remoto, perché da pochi anni ha deciso di lasciare Milano e le tante ore in ufficio e si è trasferita a Venice, California: se sei riuscita a
organizzare workflow, riunioni, appuntamenti con clienti e consulenti nonostante 9 ore di differenza con l’Italia, lavorare dalla Puglia è una passeggiata. «Basta poter contare su alcuni strumenti mentali e professionali. Il mio team e io lavoriamo su documenti condivisi, che via via si arricchiscono. Uno strumento di archiviazione dati efficace, tipo Google Drive o Dropbox, è indispensabile, bisogna investire in abbonamenti a servizi di storage online. Ma quello che è realmente fondamentale è la disciplina personale. Appena alzato devi metterti in ordine come faresti normalmente. La routine va mantenuta, o ti adagi. La workation non funziona se resti in ciabatte. Certo, la tentazione è forte, “tanto non mi vede nessuno”. Ma è questione di pulizia mentale, ne guadagni in lucidità se ti comporti “come se”. Da questo punto di vista non è per tutti, serve capacità di darsi regole».
Maria si è preoccupata in primis di
Questo sogno è riservato a chi ha impieghi che si possano svolgere da remoto. Oltre a buone risorse, organizzazione e capacità di contrattazione
100 13 agosto 2023
avere una connessione internet impeccabile. Conta poi su alcune app, da quella che consente di fare scansioni e invio di documenti dal telefonino a Imprint: «Mi fornisce utilissime “pillole” su come organizzarmi al meglio, darmi priorità, perfino gestire l’ansia. Il lavoro ti resta in testa, hai scadenze da rispettare, fai il bagno in mare e ti viene in mente quello che ancora non hai fatto, metti la sveglia presto per lavorare quando non ci sono altre persone intorno. Io mi sono data un ritmo piuttosto preciso: appeno apro gli occhi guardo le Pec, perché possono contenere cose importanti, poi metto via il telefonino e in genere fino alle 14 non guardo mail. A quel punto lo faccio e decido le priorità: cosa delegare a chi nel team, fissare gli appuntamenti, scrivere o controllare comunicati, chiedere o dare riscontri. In genere faccio subito tutto quello che penso di poter fare in massimo due minuti, il resto lo programmo
SPAZI COMUNI
Workation dell’azienda Smace sull’isola di Salina in Sicilia. A sinistra: il Workation Village della Campfire Company a Chivasso
per dopo. Sbrigate queste cose, mi godo il mare fino alle 18. Dalle 18 alle 20, di nuovo lavoro. Insomma, si può fare. Sono favorevole alla workation, del resto, anche quando ne vogliono usufruire i miei dipendenti: per un datore di lavoro è un po’ penalizzante non avere le persone in ufficio ma se ne guadagna in fedeltà - per me cruciale. Ho bisogno di continuità per lavorare con selezionati, importanti clienti, che richiedono referenti costanti. Se i miei dipendenti sono contenti io mi stresso meno e non devo formare nuove persone».
Puglia anche per Piero Cerofolini, 38 anni, manager di Boston Scientific basato a Dubai, dove si occupa di mercati emergenti seguendo 97 Paesi. «Il mio lavoro mi consente flessibilità quasi totale, lavoro spesso da remoto, a patto di avere uno spazio tranquillo, anche piccolo, dove niente mi disturbi», spiega: «Ora sono qui con i bambini e i nonni, questa vacation fa bene anche alla mia salute mentale. Mi alzo presto perché interagisco con l’Asia, faccio in quegli orari call e riunioni, poi dalle 16 mi godo mare, famiglia, amici». Da millennial, chiarisce, nella sua scala di priorità la flessibilità sul lavoro precede il guadagno. «Tra un’azienda che offre molto denaro ma poca libertà e una che invece mi dia garanzie di flessibilità su luoghi e tempi di lavoro preferirò sempre la seconda». Piero lavorerà dalla Puglia circa due mesi e mezzo, poi di nuovo a Dubai. Tornerà in workation a dicembre e gennaio. Perché le cose funzionino, però, servono alcune caratteristiche, per Cerofolini. La capacità di rispettare gli obiettivi prefissi nei tempi prestabiliti, qualunque sia il luogo. E autonomia, disciplina, capacità di risolvere problemi. «Ci sono persone che invece hanno bisogno di essere seguite in tutto, vogliono continuamente essere indirizzate e rassicurate da capi e colleghi, richiedono una specie di babysitting professionale: questa modalità non fa per loro».
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CULTURA MODA
Vestiti senza barriere
Èl’abito che deve adattarsi al corpo della donna, non il corpo che deve adattarsi alla forma dell’abito, diceva Givenchy non immaginando lontanamente che qualche decennio dopo si sarebbe molto parlato di “adaptive fashion”, moda pensata – finalmente - per persone con disabilità permanente o temporanea.
Dopo l’exploit di Tommy Hilfiger, che nel maggio del 2022 a Los Angeles ha presentato una “Adaptive Collection” indossata da modelli disabili, numerosi stilisti in tutto il mondo hanno fatto calcare le loro passerelle a modelle e modelli disabili ma l’offerta, nonostante un bacino di vendite interessante, è rimasta ancorata soprattutto all’impatto mediatico e al ritorno pubblicitario.
Recentemente l’azienda tedesca Zalando ha lanciato una linea “adattiva“ o “adattabile” non solo pratica ma anche bella e attraente, un e-commerce che ha riscosso immediato successo e che ha reso più agevoli piccoli gesti quotidiani, come abbottonarsi i polsini della camicia o infilare un paio di pantaloni, scontati per la maggior parte delle persone, ma molto faticosi se non impossibili per chi combatte con una limitazione fisica.
L’Italia, che fino a qualche anno fa era rimasta quasi inerte, dopo brevi spot e una piccola apparizione di Bebe Vio - in questi giorni premiata come uno dei quaranta giovani talenti che stanno cambiando l’Italia, da Fortune Magazine nell’ambito di Forty for Forty 2023 - vestita per Dior da Maria Grazia Chiuri, ha colmato il gap grazie ad aziende come D-Different (Diversamente Disabili), inizialmente mirato al motociclismo - a loro è dovuto l’ingresso di questo sport tra le discipline paraolimpiche - ma poi esteso a tutte le linee del fashion.
«Fino ad oggi ci siamo adattati. Ora la moda si adatta a noi», è lo slogan di questa casa di moda pensata da un gruppo di atleti disabili e tradotta in abiti da indossare facilmente e in autonomia dal designer Tiziano Guardini, che ha inventato soluzioni tecniche rivolu-
zionarie, come bottoni magnetici, cerniere a calamita, pantaloni con chiusure laterali invisibili, felpe divisibili, e tailleur per chi è costretto sulla sedia a rotelle, tutto prodotto in modo sostenibile con l’utilizzo di materiali riciclati.
All’Università La Sapienza di Roma, una giovane allieva della Facoltà di Storia della moda, Maurizia Lorenzetti, studiando teoria del design e disegno applicato ha immaginato un abito ad alto contenuto di eleganza e praticità, e lo ha brevettato. Il vero motivo della sua passione, confessa, è legato alla sua disabilità motoria, gli abiti che indossava erano scomodi e poco donanti. Aiutata dalla mamma, è riuscita a creare “Metamorfosi”, un kimono reversibile ispirato all’Apollo e Dafne di Gianlorenzo Bernini, che celebra il momento culminante della trasformazione.
Lembi di tessuto si staccano e si riattac-
Le divise della nazionale paralimpica, il kimono smontabile ideato alla Sapienza: gli abiti ora si adattano ai corpi. Anche delle persone con disabilità. E l’adaptive fashion conquista i sarti
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FLAMINIA MARINARO
cano a seconda delle esigenze grazie ad una particolare chiusura in velcro - brevettata come modello di utilità presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy - che, posizionata in un certo modo, è totalmente invisibile. In questo modo il kimono “Metamorfosi” può essere indossato con facilità e si può rinnovare continuamente dando vita a diversi guardaroba, un progetto di “universal couture” inclusivo, sostenibile e unisex adatto a qualsiasi tipo di corporatura.
Da sempre affascinata dal mondo orientale, Lorenzetti ha scelto il kimono come prototipo per la sua forma quadrata che si presta ad essere allungato o accorciato, stretto in vita o lasciato scivolare sui fianchi, spesso decorato da dipinti che ne raccontano la storia. Ha utilizzato la canapa, tessuto fresco in estate e caldo d’inverno, dipinto a mano con colori naturali, come la curcuma per il sole, la spirulina per la laguna, il mais
INCLUSIONE
Un momento della sfilata di Tommy Hilfiger nel 2022 a Los Angeles. A destra: il kimono “Metamorfosi” di Maurizia Lorenzetti, decorato da Mauro Romano
mordo per la nebbia. Ogni pezzo è unico e decorato dal pittore Mauro Romano.
Il suo scopo per il momento non è commerciale, Lorenzetti punta a una mostra che spieghi l’intero processo produttivo, dal cartamodello, alla prova in tela, al figurino per arrivare agli abiti, a suo parere «delle vere e proprie opere di arte moderna».
Si racconta con dolcezza, senza cedere a vittimismi, è una progettista e un’artigiana costretta a non lavorare in prima persona perché i dolori le sarebbero insopportabili ma che si appoggia a chi può, inizialmente a sua madre, sarta improvvisata, e poi ad un laboratorio specializzato. Non dimentica le giornate in cui il nonno, uno dei sarti di Caraceni, le spiegava i misteri di trama e ordito e neppure i suoi professori dell’Università La Sapienza, che nonostante la Facoltà di Storia del costume sia soprattutto teorica, l’hanno incoraggiata a insistere nel disegno a mano libera e le hanno concesso - prima in assoluto - di portare come tesi l’abito “Metamorfosi”, e infine la sua relatrice, la professoressa Emanuela Chiavenni, grazie alla quale l’Università ha attivato un rapporto di collaborazione con un’accademia privata, facendo accedere gli studenti più meritevoli a stage di progettazione e realizzazione del prodotto.
Si commuove mentre racconta la sua esperienza e ci commuove la forza e la leggerezza di una ragazza che ha fatto di un problema un punto di forza, che ha reso la sua storia personale un modello da seguire, uno straordinario esempio di tenacia, resilienza, laboriosità e capacità.
Foto: M. Von Holden –Variety –Penske Media / GettyImages
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CULTURA CINEMA
Plastilina per gli emigranti
Con la testa devi lavorare, non con le mani, si sentiva ripetere ogni giorno Alain Ughetto da suo padre. «L’arte non fa per noi», aggiungeva, «trovati un lavoro alle Poste o all’azienda elettrica. Dipingerai la domenica». Lui, nulla: continuava a guardare estasiato le mani di quel genitore artigiano, pronte a tutto pur di farlo mangiare, persino a modellare un formaggino e a trasformarlo in una farfalla o in un uccello. Le usa così anche il regista francese, per raccontare una storia che viene da lontano e realizzare «un film-testimonianza», ci dice quando lo incontriamo, «ma soprattutto un film d’amore».
S’intitola “Manodopera” e dopo essere stato presentato in decine di festival – tra cui Locarno, Yokohama e Torino – e aver ricevuto una dozzina di riconoscimenti, come l’Efa per il miglior lungometraggio d’animazione europeo, arriverà nelle sale italiane il 31 agosto con Lucky Red, anticipato da un tour di proiezioni con il regista nelle principali città italiane e da una mostra al Mei, il Museo nazionale dell’Emigrazione italiana di Genova.
«L’ispirazione», continua il regista, «mi è venuta proprio dal tema della trasmissione da mani a mani: quelle di mio nonno che hanno trasmesso il loro sapere alle mani di mio padre; le mani di mio padre che mi hanno trasmesso un sapere che conservo e che sento il dovere di testimoniare». La sua mano, poi, è diventata un personaggio che agisce nell’universo del film e nel suo atelier a Beaumont-lès-Valence, negli studios di Foliascope. Una mano che (s)muove e lavora, che interviene e che pone domande alla nonna Cesira in un dialogo immagi-
nario. «Avevo dodici anni quando è morta, la chiamavo mémé», racconta. «Per me, era sempre stata come la vedevo: ai fornelli vestita di nero, con le mani impegnate nella preparazione della polenta, più francese dei francesi a tal punto da non parlare mai in italiano. Ma prima di essere nonna, era stata una donna giovane e bella, era stata desiderata e aveva amato».
Da qui la voglia di raccontare la storia sua e di suo nonno Luigi, una storia tutta italiana ambientata in Piemonte agli inizi del ’900 quando decisero di attraversare le Alpi alla ricerca di una vita migliore, «lasciando il paesino di Ughettera (Borgata Ughettera, frazione di Giaveno, a poca distanza da Torino e ai piedi del Monviso, ndr) di cui mio padre ci parlava sempre a tavola e dove tutti gli abitanti si chiamavano Ughetto, come noi». Iniziò così un’emigrazione stagionale che diventò presto definitiva: dalla metà del XIX secolo migliaia di contadini lasciarono il Piemonte per la Francia, la Svizzera o l’America, tanto che, tra il 1876 e il 1985, furono
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GIUSEPPE FANTASIA
quasi trenta milioni gli italiani che decisero di partire. «“Manodopera” cerca di ridare forma e vita alla storia e al vissuto di questi emigranti, seguendo le orme dei miei nonni e dei loro compagni, contadini piemontesi prima, operai francesi poi. È dedicato a loro, costretti all’esilio per sopravvivere».
«Il contadino viene pagato una volta l’anno, l’operaio una volta a settimana», dice Cesira nel film, per poi aggiungere una frase letta su un quotidiano dell’epoca: «Ciò che caratterizza l’operaio italiano è la sua adattabilità. Gli si può far fare qualsiasi cosa, non ha dignità e se gli chiedi di lavorare fino a notte fonda, china la testa e obbedisce». Segue l’immagine di lei che sgrana gli occhi, «ma purtroppo era davvero così», precisa il regista che nello scrivere questo film con Anne Paschetta e Alexis Galmot – scenografia preziosa di di Jean-Marc Ogier e musiche di Nicola Piovani – ha preso ispirazione da “Il mondo dei vinti” (Einaudi) di Nuto Revelli. Girato in stop-motion («un linguaggio poetico che permette di trovare una distan-
IN MINIATURA
Un momento della realizzazione del film “Manodopera” di Alain Ughetto
za») come il precedente “Jasmine” – dedicato all’amore tra un’iraniana e un francese negli anni ’70 – se ne differenzia perché stavolta Ughetto ha usato la tecnica in maniera applicata ai pupazzi di resina, tessuto e caucciù, arricchendo il racconto con materiali legati alla vita dei suoi antenati, come zucchero, carbonella, broccoli, castagne, riutilizzati come mattoni, alberi, rocce e montagne. Un pot-pourri di emozioni dove l’ironia fa il suo gioco tra piatti di polenta e gnocchi, preti imbroglioni e donne/masca (le streghe del folklore piemontese), fiori, pioggia e neve, lacrime e polvere, fisarmonica e danze. Guardandolo, non si può non pensare a “La mia vita da Zucchina” (“Ma vie de courgette”) di Claude Barras e ai corti “Bagni” e “Sugarlove” di Laura Luchetti. «Un film che ho fatto per me», precisa Ughetto, «per i miei figli, per i giovani, perché conoscere le proprie origini è fondamentale». Una storia del primo ’900 che risuona forte anche oggi, «con i migranti che continuano a essere discriminati e male accolti in Francia, in Italia, ovunque». Le discriminazioni che affrontarono in quegli anni i tanti “Luigi e Cesira” sono evocate anche dal titolo originale del film, “Interdit aux chiens et aux italiens”, (“Vietato ai cani e agli Italiani”): «Era un cartello che si trovava in Francia, Svizzera, Belgio», conclude il regista, «l’ho incluso anche in una scena. È un segno di quei tempi e di un razzismo che continua ancora verso altri migranti. Non è cambiato nulla, oggi come allora».
Arriva nelle nostre sale
“Manodopera”, film che il francese Alain Ughetto dedica ai nonni italiani.
Tra i pupazzi in resina, la storia si mescola alle memorie d’infanzia.
Un omaggio a chi deve partire e fare i conti con il razzismo. Oggi come ieri
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Recito quindi sono
Se c’è un’attrice che non si riesce a giudicare, ma solo ad amare incondizionatamente, quella è Marion Cotillard. Il suo viso è come una mappa che ci guida: lo ha detto a Cannes Arnaud Desplechin, regista del dramma familiare “Fratello e sorella”, in questi giorni al cinema. La mappa che da sempre fornisce agli spettatori l’attrice francese, 47 anni, Premio Oscar nel 2008 per “La vie en rose”, è prettamente emotiva: le sue espressioni sono ipnotizzanti altalene di rabbia, dolore, compassione, oppure -nel caso del film di Desplechin - di odio permeato di amore. «Amo raccontare i sentimenti opposti e contraddittori che abitano l’animo umano», dice l’attrice. «Detesto spiegare troppo i miei personaggi, il senso di una performance è consentire liberamente al pubblico di coglierne l’essenza». Tuttavia qualche parola su Alice, la sorella spezzata che interpreta nel film, la spende volentieri: «In lei convivono gentilezza e aggressività, amore e odio. Mi sono avvicinata a questo film come a una storia d’amore piena di mistero. Sentivo la necessità di esserne curiosa, ma anche di esplorare con una certa distanza i personaggi per capirne di più». Distanza che lei non pone affatto nella vita reale con le cause che le stanno a cuore, dall’ambientalismo all’emancipazione femminile.
Madrina della Maud Fontenoy Foundation, deputata a insegnare ai bambini la cura degli oceani, e ambasciatrice dell’As-
BILINGUE
Marion Cotillard, 47 anni: recita sia in francese sia in inglese e nel 2008 ha vinto il Premio Oscar per “La vie en rose”
sociation Wayanga, che sostiene i diritti dei popoli indigeni per la conservazione della loro cultura e della foresta amazzonica, ha voluto produrre il docufilm ambientalista “Bigger Than Us – Un mondo insieme”, diretto dall’attivista e scrittrice Flore Vasseur. «Da madre mi sono resa conto che le nuove generazioni hanno molto da insegnare anche a una come me, che si batte per l’ambiente da oltre vent’anni. Abbiamo voluto raccontare come in tutto il mondo i giovani si stiano attivando per rendere questo pianeta un posto migliore. Fanno rete, si informano e con grande consapevolezza e intraprendenza lottano in prima linea per l’ambiente, ma anche per i diritti umani, per la libertà di espressione, per la giustizia sociale, per l’accesso all’istruzione e al cibo e in generale per la dignità di ogni individuo». Dignità che non va messa mai in discussione per nessun motivo, ci tiene
CULTURA PERSONAGGI
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CLAUDIA CATALLI
Capirli a fondo, innamorarsene. Marion Cotillard racconta il suo metodo.
a sottolineare Cotillard, neanche nei patinati meandri di Hollywood che da europea ha da diversi anni modo di frequentare: «La verità è che ci sono ancora tante persone malate - non solo uomini, anche donnecondannate come mostri e sbattute in prima pagina. In realtà sono persone che andrebbero aiutate, anche se fanno qualcosa di assolutamente detestabile: si approfittano di chi è giovane e vive del volere di registi e produttori da cui deve essere scelto o scelta. So bene di cosa parlo, sono stata una giovane attrice anche io e mi sono purtroppo ritrovata in situazioni in cui mai mi sarei dovuta trovare. Mi sono sentita un oggetto, è stato terribile, ma oggi mi rinfranca sapere che per chi sceglie di intraprendere il mio mestiere è finalmente tutto diverso: ora le giovani attrici, grazie a movimenti come il Me Too, sanno che non è giusto, che possono ribellarsi, denunciare e rifiutarsi in ogni momento». Tuttavia, continua l’attrice, c’è ancora parecchio lavoro da fare: «Su alcune battaglie noi donne siamo tornate indietro, penso all’aborto e in generale alle decisioni sui nostri corpi. Ma non dobbiamo desistere, anzi dovremmo riuscire a far sì che anche gli uomini abbraccino la nostra causa, che non riguarda solo le donne ma tutti quanti. Quando si torna indietro sui diritti di uno, sono automaticamente minacciati i diritti di tutti». Ha potuto dar sfogo alla sua passione politica anni fa nel film osannato dalla
Foto: N. Barnard –GettyImages
Immaginare l’infanzia dei personaggi che interpreta.
E il suo impegno ecofemminista per aiutare i più giovani a costruire un mondo migliore
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critica mondiale “Due giorni e una notte” dei fratelli Dardenne, in cui interpretava Sandra, impegnata per due giorni e una notte a convincere i colleghi a rinunciare ai loro bonus per poter mantenere il suo posto di lavoro in fabbrica. «Per preparami a quel film lessi una serie di articoli e reportage su casi di suicidi legati al lavoro, mi avevano molto colpita, così insieme ai fratelli Dardenne scelsi di improntare tutta la mia performance su quel senso di inutilità e frustrazione che vivono molte persone quando non hanno un lavoro, oppure, come Sandra, quando rischiano di perderlo. Ammiro le donne che combattono ogni giorno contro le difficoltà della vita e riescono a uscirne con grande dignità: al di là del mio lavoro sono le persone che stimo di più, per me è un onore poterle portare sullo schermo».
In tutta la sua carriera, iniziata nel 1998 con il film “Taxxi” diretto da Gérard Pirès e scritto da Luc Besson, non ha mai seguito nessun metodo in particolare: «Recitare per me equivale da sempre a lasciarmi andare a un viaggio avventuroso che non so mai dove mi porterà. Tutto ciò che mi sta a cuore è indagare il personaggio che vado a interpretare, perlustrarlo da cima a fondo chiedendomi da dove arrivi, che infanzia abbia avuto, perché si comporti in un certo modo. Poi lavoro molto su dettagli, costumi, espressioni del viso, tutto mi
aiuta a costruire dentro di me la persona che non sono». A volte, confessa, di questa nuova donna resta addirittura affascinata: «Quando mi ritrovo a viaggiare dentro certe emozioni forti, tra paure e patologie, affidandomi all’immaginazione, finisco per esserne sedotta». Una seduzione che recitare ora in francese, ora in inglese, non minaccia di interrompere: «Quando mi capita di dover recitare in un’altra lingua sono contenta. Certo ho più sforzo da fare, il mio cervello lavora in modo diverso, ma considero la lingua come una sfumatura del personaggio, come il trucco, i capelli, la psicologia. Forse è addirittura la prima sfumatura che guardo: quando accetto un ruolo inizio subito a riflettere su come respira e come parla la donna che interpreto. Potermi sperimentare in un’altra lingua mi stimola moltissimo». Così, dopo essere stata diretta da nomi come Tim Burton, Woody Allen, Ridley Scott e Christopher Nolan, Cotillard ha in arrivo “Lee” di Ellen Kuras con Kate Winslet: «Dividere il set con Kate è un sogno e un privilegio assoluto. Non intendo usare mezzi termini: è un genio e una delle attrici che più mi ha ispirato al mondo. Le donne di talento vanno riconosciute e seguite, sempre».
CULTURA PERSONAGGI
“Quando mi ritrovo a viaggiare con l’immaginazione dentro certe emozioni forti, tra paure e patologie, finisco per esserne sedotta”
ODIO E AMORE
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Cotillard in una scena di “Fratello e sorella” di Arnaud Desplechin
On the road per Santiago
Dalle nevi delle montagne asturiane alle fontane dell’Alhambra, dall’Europa all’Africa, da echi di antiche battaglie alle forze economiche che continuano a plasmare la storia.
Cees Nooteboom in cammino. Pedro Salinas innamorato. Una guida ai libri per ragazzi. La portalettere formato audiolibro
Per gli appassionati di epistolari, riunite in un volume le parole d’amore del poeta Pedro Salinas alla professoressa americana Katherine Whitmore, conosciuta nel 1932 e per 15 anni destinataria di oltre 300 lettere. Testi intensissimi che parlano di cuore (“la cosa più sincera della mia vita sono le tue lettere. È qui che so di vivere”), ma anche di un processo creativo emozionante. A cura di Enric Bou. Traduzione: Antonio Di Gennaro e Marisa Salzillo.
AMORE IN BILICO
Pedro Salinas
Jouvence, pp. 556, € 28
Da una profonda conoscitrice della letteratura per ragazzi, una mappa per orientarci nell’universo dei classici, dei libri imperdibili, di testi attualissimi da promuovere tra i più piccoli. Un repertorio di libri per crescere scandito da questioni (come nascere e morire, ridere e piangere, estate o inverno) e forme (illustrati, cartonati, brulicanti o senza parole). Per un viaggio arbitrario e bellissimo.
GUIDA TASCABILE PER MANIACI
VERSO SANTIAGO
Cees Nooteboom
Iperborea, pp. 448, € 19,50
Metti Cees Nooteboom su una strada del mondo. E il risultato sarà una delle più colte avventure possibili, tra storia e filosofia, geografia e antropologia. Sapienza del mondo che il novantenne scrittore olandese ha esercitato da testimone di momenti cruciali del Novecento - l’invasione di Budapest nel 1956, il Maggio francese nel 1968, la caduta del muro di Berlino nel 1989. E che ha riversato con naturalezza in tutte le sue cronache di eterno viaggiatore. Con “Verso Santiago” (pubblicato da Iperborea nella traduzione di Laura Pignatti, uscito per la prima volta nel 1992, ora proposta in nuova edizione) lo scrittore si avvia sul cammino più noto di tutti, esattamente come milioni di pellegrini che dal Medioevo imboccano un reticolo di itinerari in direzione delle spoglie dell’apostolo Giacomo. E immediatamente si ritrova a un incrocio dove mondo arabo, ebraico e cristiano si fronteggiano, l’arte invade la fantasia, la natura coi suoi paesaggi ora desolati ora verdeggianti riveste di fascino la fatica. Fioriscono così queste “digressioni sulle strade di Spagna”, con la premessa che “nel mondo ci sono luoghi in cui l’arrivarci o il ripartire viene misteriosamente amplificato dalle emozioni di quanti in passato da lì sono partiti o lì sono giunti”. Tracce di umanità come le mani impresse sotto il portico d’ingresso della cattedrale di Santiago de Compostela: segni di milioni di persone sul cui solco si iscrivono anche le nostre vite. Come un’opera d’arte collettiva. Come un comune destino d’umanità. Verso Santiago Nootebook incontra la Spagna che “ha conquistato il mondo e non ha saputo che farsene”, la sua labirintica complessità ma anche il suo sfrenato amore per la vita, occasione di piacere e di stupore che non finisce mai. Come la letteratura ispanica ci insegna, come la sua gente ci mostra. “Una guida Michelin per l’anima” ha definito il New York Times questo libro, racconto di viaggio che contagiosamente spinge a nuove ripartenze.
DEI LIBRI PER RAGAZZI
The Book Fools Bunch con C. Ghisalberti
Edizioni Clichy, pp. 611, € 19
Estate in Salento? Vale la pena affidarsi alla voce di Sonia Barbadoro, interprete della versione audiolibro del romanzo di Francesca Giannone. In un paesino pugliese tra gli anni Trenta e Cinquanta, Lizzanello, la storia della prima portalettere (pubblicata da Salani), apprezzata da moltissimi lettori e dal Premio Bancarella 2023. Tra la guerra, le lotte per l’emancipazione, la volontà di affermarsi senza condizionamenti sociali.
LA PORTALETTERE
Francesca Giannone
Audiolibro Salani su Audible
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BOOKMARKS Sabina Minardi
Il tuo insulto è come un rap
Altra novità di rilievo nel galateo del tempo corrente è l’infittirsi dell’insulto, o per dirla alla maniera rap, del “dissing”. L’estate in corso è tutto un coro di “vaffa” e accuse variopinte, un arcobaleno che va da perifrasi lontane tipo «per riempire lo stadio hai regalato i biglietti» a immagini più dirette tipo «ti brucia il culo». Salmo e Luché se le sono date di santa ragione, ma se non altro il loro scambio è parte integrante della cultura rap, risuona di sfottò e vilipendi a colpi di rime, vecchie ruggini e corrosivi sospetti, sono confronti tra galli da combattimento. Più singolare quando la polemica sconfina tra generi, vedi J-Ax e Paolo Meneguzzi. Meneguzzi critica il tormentone estivo di J-Ax e dice che per lui il pop è arte, incoraggiando una valanga di battute fin troppo facili da parte di J-Ax, prima solo scritte, poi sfociate in un pezzo prodotto in velocità, intitolato “L’invidia del Peneguzzi”, che molti hanno commentato dicendo che si tratta del miglior J-Ax da anni a questa parte e quindi grazie Meneguzzi. A volte la satira e l’invettiva fanno bene, vedi “L’avvelenata” di Guccini. «Mettiamo questa cosa in prospettiva», rappa J-Ax, «per me non è dissing, è beneficenza estiva, con una story del cazzo ti ho ridato la vita, sapendo bene come sarebbe finita»;
UP & DOWN
Grazie al duetto con Blanco capita di ritrovare il nome di Mina ai vertici delle classifiche delle piattaforme di streaming in mezzo a nomi che la maggior parte degli italiani non ha mai sentito nominare. L’effetto è singolare, una specie di cortocircuito che crea piacevoli scintille.
Gli incassi dei maggiori tour raggiungono cifre astronomiche. Taylor Swift supererà il miliardo e 400 milioni dollari per il suo Eras tour, il che vuol dire che i biglietti dei concerti sono diventati mostruosamente cari, e senza giustificazione se non quella di far arricchire in modo spropositato le star.
Negli Usa si chiama “dissing”. È l’arte delle parolacce che lega i performer alla moda. E ispira hit come quella di J-Ax su Meneguzzi
J-Ax ha dedicato l’ultima canzone, “L’invidia del Peneguzzi”, a un litigio con il cantante Paolo Meneguzzi
e poi affonda senza pietà: «Sali sulla barca e poi t’attacchi al cazzo come prima. Salmo e Luchè che sfida epica, a me tocca Meneguzzi, è una vita che la sfiga mi perseguita». Da anni i social hanno creato l’illusione che i nostri idoli siano diventati entità raggiungibili, chiunque può mandare un dm, un messaggio diretto, a chiunque, anche a Madonna, a Elodie, a Jovanotti o Travis Scott. Il canale c’è, esiste. Parte di questa illusione è legata anche ai dissing, nel senso che questi litigi a cielo aperto ci danno l’impressione di partecipare a scontri che magari un tempo sarebbero rimasti confinati nel privato degli artisti. Peccato che neanche queste polemiche dirette tra cantanti sembrano essere capaci di generare un qualche tipo di pensiero. Neanche quando Samuele Bersani si è permssso di fare una battuta su un video che girava con Sfera Ebbasta messo a nudo nella sua performance vocale da un’improvvisa caduta dell’autotune. Il video in realtà fa abbastanza ridere, è un pezzetto da manuale di comicità involontaria, ma anzichè approfittarne per difendere l’autotune come essenziale strumento espressivo funzionale a una scelta di stile e quindi a suo modo legittimo, Sfera Ebbasta ha preferito parlare di «culo che brucia». Insomma peccato, sono tutte occasioni sprecate per aprire dibattito, come si diceva una volta, e mai come adesso invece di insultarsi sarebbe bello riportare un poco di ragione in un questo barbarico sonno.
Foto:
M.L. Antonelli –
Agf
13 agosto 2023 111 LE GAUDENTI NOTE Gino Castaldo
COLPO DI SCENA Francesca De Sanctis
Monologare stanca
Evviva la comicità. Quella intelligente, libera e sempre alla ricerca di nuovi linguaggi. Eh sì, anche le attrici comiche hanno la loro opinione sul mondo e sulla vita che ci raccontano in teatro spesso mettendo insieme riflessioni sconnesse e un po’ folli, ma con arguzia. Vi presento Gioia Salvatori, attrice e autrice romana, che probabilmente conoscerete già se frequentate Instagram. Da lì, infatti, proviene la sua fama. Attraverso un video-diario, ormai da anni, mette in scena le inadeguatezze giornaliere di una ragazza. Il progetto si chiama “Cuoro” e col tempo è diventato anche uno spettacolo teatrale di cui esistono diverse versioni declinate in base ai temi (dall’amore al Natale). Nel frattempo Gioia Salvatori si divide tra radio, tv e teatro di prosa (la scorsa stagione l’abbiamo vista in scena nello spettacolo di Lucia Calamaro “Darwin inconsolabile”). Ma la comicità è senza dubbio il terreno sul quale quest’attrice dal volto innocente e dallo sguardo stralunato ama sperimentare mescolando stand up comedy, cabaret e comicità più tradizionale. Tanto per intenderci, i suoi monologhi sarebbero perfetti per trasmissioni televisive come “Parla con me”, “Avanzi” o “La Tv delle ragazze” di Serena Dandini. Ma si può far ridere o piangere - per alludere al titolo del suo nuovo spettacolo - anche in teatro. Il suo ultimo monologo “Di ridere Di piangere Di paura” (Infinito produzioni) ha debuttato quest’estate a Cortona per Ki-
Gioia Salvatori, interprete, autrice e regista dello spettacolo “Di ridere Di piangere Di paura”
Gioia Salvatori, stand-up comedian lanciata dai social, porta in teatro la sua alter ego. Tra domande senza risposta, risate e fragilità
lowatt Festival e si presenta al pubblico come una sorta di confessione-invettiva poetica e politica, apparentemente strampalata eppure capace di strappare sorrisi e applausi. Sarà per quel suo modo buffo di raccontarci l’incapacità di stare al mondo, la difficoltà di trovare la propria via (fa pensare alla comicità di Anna Marchesini, Franca Valeri e Paola Cortellesi). «Chi sono io? Che ci faccio qui?», si chiede tra le mille difficoltà che la vita ci pone di fronte (soprattutto se donna): la precarietà, il body shaming, la parità salariale. Dice di sentirsi «nonna dentro» mente fuori la modernità corre. E poi canta, usa diversi dialetti, recita poesie, suona il flauto, mescola tutto mettendoci dentro anche qualche cartone animato. Intanto cerca un dialogo con il polistrumentista Simone Alessandrini (con lei in scena), che resta indifferente ai suoi tentativi di intrecciare una relazione. Ecco, forse è questa la chiave. Abbiamo bisogno dell’altro, abbiamo bisogno di un dialogo, di camminare fianco a fianco, come il finale suggerisce. Da vedere. Di ridere Di piangere Di paura scritto, diretto e interpretato da Gioia Salvatori. Co-regia Gabriele Paolocà musiche Simone Alessandrini Sansepolcro (Arezzo), 22 settembre
APPLAUSI E FISCHI
Una storia da raccontare in quattro portate (toscane). Succede ad Anghiari, dove “Tovaglia a quadri”, dal 10 a 19 agosto, riunirà tutti attorno allo stesso tavolo per “Gravidansia”, scritto da Paolo Pennacchini e Andrea Merendelli (anche regista), interpretato dai cittadini della Valtiberina. Il tema di quest’anno? La natalità.
Bella l’estate. Belli gli antichi teatri che invitano il pubblico a vedere spettacoli sotto le stelle. Già, ma che tipo di spettacoli? Scorrendo i cartelloni estivi ricorrono sempre gli stessi nomi: personaggi televisivi e comici. Ma perché? È così varia la scelta dei nostri artisti... Sindaci, non abbiate paura di rischiare!
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Frantoio da esposizione
Soprattutto per chi viene da lontano il bacino del Mediterraneo può apparire come una regione con poche sfumature e quindi fino a vent’anni fa non era raro che in Puglia, che esplodeva di ricchi turisti, arrivasse gente con strani accenti che pretendeva di restaurare le masserie con un mix di elementi greci, marocchini e turchi. Oggi per fortuna questa cosa sta cambiando e la spasmodica voglia di spazi esotici sta lasciando il posto alla memoria dei luoghi e questo è merito anche di decine di architetti che hanno deciso (spesso non senza conseguenze) di fare resistenza, di proteggere l’umanità dell’architettura.
Lo studio Flore&Venezia, specializzato proprio nel restauro di masserie e trulli, questa volta è andato oltre e sta spingendo un committente illuminato a trasformare un frantoio del 1930 in una sorta di nuova piazza di incontro nella loro Ostuni: un luogo di arte, cultura, cibo, vino, condivisione. E per dimostrare che questo è possibile ci hanno portato la nuova edizione di Cantiere, un progetto che da cinque anni invade i “lavori in corso” degli edifici con mostre temporanee. Questo frantoio non è in un luogo di passaggio, si trova in una fantastica posizione tra il centro e il mare, maci sideve andare perché siè scel-
LUCI E OMBRE
Va a Shirin Neshat il premio “Le Vie dell’Immagine” della Biennale di Venezia. Shirin Neshat, con il suo lavoro da artista e regista, da sempre mostra le condizioni in cui sono ridotte a vivere le donne del suo Paese d’origine, l’Iran. Come molti altri artisti e creativi anche lei è costretta da anni a vivere in esilio.
Il World Heritage Centre dell’Unesco chiede di inserire Venezia nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità in pericolo: il cambiamento climatico e il turismo di massa stanno provocando cambiamenti irreversibili. Inoltre sono ormai pochissimi i residenti in Laguna, perché le abitazioni sono tutte adibite a soggiorni brevi.
Vicino a Ostuni, nel cuore della campagna, un edificio in restauro ospita sculture e fotografie. E crea occasioni d’incontro e convivialità
Gigantografie di Giampaolo Sgura nella mostra “Cantieri” all’ex Frantoio Oleario di Ostuni
to di farlo e non perché capita. Beh, sta funzionando e da alcuni giorni migliaia di persone hanno raggiunto lo spazio per vedere le tre esposizioni, una delle quali è dello stesso studio di Aldo Flore e Rosanna Venezia: ci sono molti progetti di restauro, realizzati nel momento in cui non ci si deve scontrare con esigenze esterne e quindi con libertà totale. E si vede da quei disegni che quella zona d’Italia ha l’ambizione di diventare un posto di vita e non di villeggiatura. C’è un fil rouge tra disegni e allestimenti: nelle tavole spiccano le linee rosse e dello stesso colore sono i 12 km di filo con cui hannocreato una sortadi soffitto,chequell’immobile ancora non ha, offrendoci una sorta di punto di vista nuovo verso l’esterno. Il cantiere, anche nelle altre due mostre, è l’anima: quello dei ricordi personali come base della vita in Angelo Filomeno (artista che vive a new York, ma è nato a Ostuni), che con i suoi elmi da guerra realizzati in strass e paillettes restituisce l’ossimoro di una violenza elegante. Ma anche nelle fortissime immagini di Giampaolo Sgura si respira il cantiere, dalla scelta del materiale di stampa fino ai contenuti: enormi teli in pvc che ritraggono le fasi di preparazione a un set fotografico, tra ironia e tensione. C’è Orlando Bloom che si fa una maschera di bellezza, Herta Paula che si stropiccia gli occhi, Blanco che incrocia gli occhi e tira fuori la lingua.
La mostra dura fino al 20 agosto. La vocazione culturale di quello spazio, invece, speriamo molto di più.
13 agosto 2023 113 smART Nicolas
Ballario
HO VISTO COSE Beatrice Dondi
E non ne rimase nessuno
Agatha Christie non nascose mai che “Dieci piccoli indiani” era stato il suo lavoro più difficile. Perché solo l’idea di mettere insieme persone affette da una qualche colpa, eliminarle una per una in nome di una giustizia quantomeno bislacca e alla fine far tornare tutti i conti, appare evidente che non fosse una roba alla portata di tutti. Ecco, tenendo fermo il piacere puro del paradosso, più o meno è quel che sta accadendo a Rai Tre, isola sperduta rassettata alla bene e meglio da una sorta di Ulick Norman Owen, il fantomatico proprietario che nessuno ha mai visto o si ricorda di conoscere. L’ultimo in ordine di tempo è stato Maurizio Mannoni, conduttore ultradecennale di “Linea Notte”, il quale, prossimo al pensionamento, si è visto costretto a rispettare alla lettera una clausola, per carità del tutto legittima, ovvero quella dello smaltimento delle ferie che gli ha di fatto impedito di accompagnare i suoi fedelissimi spettatori verso un’ultima stagione. Che lo sanno tutti che in Rai i pensionati non lavorano più. Ma prima di lui c’erano stati Lucia Annunziata, che apparentemente si è allontanata da sola come il giovane Anthony Marston. E Bianca Berlinguer, volata verso altri lidi più o meno felici (meno, meno) neanche avesse toccato un’alga velenosa. Che dire del temibile Fabio Fazio e della sua complice Luciana Littizzetto, anche loro dipartiti per cause di forza maggiore. E Roberto Saviano, che viene
Maurizio Mannoni ha lasciato “Linea notte” dopo quindici anni
Rai Tre è come l’isola di Agatha Christie. Dove i piccoli indiani vengono eliminati uno a uno. L’ultimo? Maurizio
Mannoni
cancellato con un colpo di spugna lasciando come unico indizio un programma già confezionato costato probabilmente una bella cifretta. Tutto questo solo in estate ma altri nomi potrebbero aggiungersi alle scomparse perlopiù inspiegabili della Island di viale Mazzini. D’altronde ognuno ha la sua colpa, o il suo attico a New York a seconda dei punti di vista. Matteo Salvini l’ha spiegata col dono della sintesi che lo contraddistingue: «Non guardo mai la Rai, quindi perché devo pagare il canone? Meglio sarebbe tagliare mega stipendi dei radical chic di sinistra che li usano per fare i comizi in televisione… Pagateli voi i comizi, non i contribuenti». Ecco la macchia indelebile che sta scatenando un repulisti estremo di tutti quelli che in un modo o in un altro ne hanno combinata una delle loro. E che necessita l’intervento di un giudice che valuti le colpe di questa masnada di conduttori giornalisti che non sono riusciti a tenere la bocca a freno, si sono cacciati nei guai, hanno cause in corso e via dicendo. O per dirla alla Christie, «uno fece indigestione, uno cadde addormentato, uno, ahimè, è rimasto indietro, uno lo ferma il tribunale». E alla fine, non ne rimase nessuno. Neanche Rai Tre.
DA GUARDARE MA ANCHE NO
Nel nuovo “Ex on the Beach” la conduzione sarà affidata a Giulia Salemi e al suo Paolo Pretelli. Che prendono il posto di Cecilia Rodriguez e Ignazio Moser. La notizia non ha nessuna rilevanza, i nomi citati neppure. Ma il fatto che restino confinati in un trionfo trash formato programma può avere i suoi vantaggi.
Mi chiamo Myrta e cambio canale. Il promo realizzato da Merlino per il suo Pomeriggio 5 ha una sua geniale propensione al masochismo. La giornalista lancia il programma che fu di Barbara D’Urso con un telecomando alla mano. Come dire, cari telespettatori, se non ci avevate pensato da soli, vi suggerisco io un’ideuzza.
Foto: M. Quadrini –Olycom / LaPresse
114 13 agosto 2023
Se il triangolo è scaleno
Sì, il triangolo sì. Con i film ispirati a ménage-à-trois più o meno sofferti si potrebbe scrivere un’intera storia del cinema. Ma sono pochi (per ora) quelli in cui una coppia gay è messa in crisi da una persona dell’altro sesso. Qualcuno ricorderà “I ragazzi stanno bene” della californiana Lisa Cholodenko, 2010, con la matura coppia Annette Bening/Julianne Moore devastata dall’incontro di quest'ultima con Mark Ruffalo, padre biologico dei loro figli. Il suo coetaneo Ira Sachs (Memphis, 1965) perfeziona il gioco con questo “lui, lui e l’altra” ambientato nello scintillante mondo del cinema d’autore parigino. Bella gente, belle case, buon gusto, ottime intenzioni, tra cui quella di vivere fino in fondo e a testa alta pulsioni e sentimenti. Tutta quella bellezza e quella cultura però non bastano a proteggere il matrimonio di Tomas e Martin (il tedesco Franz Rogowski e l’inglese Ben Wishaw, due degli attori più interessanti d’Europa, impegnati in una gara di bravura fatalmente vinta dal ruolo più flamboyant, il traditore Tomas/Rogowski). «Sai cosa ho fatto ieri sera? Sesso con una donna. È stato bello. Ho provato sensazioni che non provavo da tempo», butta lì lui, che facendo il regista è anche in
AZIONE! E STOP
Solo la gloriosa Anac, Associazione Nazionale Autori Cinematografici, sembra schierarsi in difesa dell’Odeon, il cinema milanese aperto nel 1929 ora destinato a diventare un centro commerciale. Urgono fondi Ue e tasse di scopo da applicare alle piattaforme per salvare le sale storiche. Prima che sia troppo tardi.
Coppie che si lasciano dopo aver visto “Barbie”. Chirurghi estetici inquieti per il possibile boom di richieste estreme (come segare alcune costole per ridurre il punto vita). E via delirando. Da tempo un film non scatenava reazioni tanto varie e accese. Ma il merito è del film di Greta Gerwig o della bambola?
Una coppia omosessuale messa in crisi da una donna. Che scatena un dramma fatto di amore e sesso, ma anche di crudeltà e manipolazione
PASSAGES di Ira Sachs, Francia, 91’ 4 stelle su 5
posizione dominante nella coppia. E Martin, grafico e artista, controllato come una moglie british in un film anni 50: «Succede ogni volta che finisci le riprese di un film. Poi però te ne scordi». Game per Martin, palla a Tomas. Il resto sarà travolgente ma soprattutto brutale. Anche se Martin presto inizia a frequentare un acclamato scrittore afro (Erwan Kepoa Falé), anche se Tomas non smette di cercare Martin in una sarabanda di rotture e riconciliazioni celebrate con amplessi espliciti e appassionati, la storia con la regale ma sprovveduta Agathe, maestra elementare e neo-single (Adèle Exarchopoulos, già vittima di Léa Seydoux in “La vita di Adèle”), presto vira in sfacciata manipolazione. Con l’incontenibile Tomas, posseduto da un mix micidiale di hybris e narcisismo, impegnato a vivere il suo delirio di onnipotenza senza il minimo scrupolo per i suoi partner. Il tutto scritto da Sachs con il fido Mauricio Zacharias, sontuosamente fotografato dalla canadese Josée Deshaies, e animato da una regia così brillante, oltre che colta, e da una tale verità d’accenti, che non è difficile indovinare echi personali in questo film reso ancora più complesso, e doloroso, dall’eterna questione della omogenitorialità. Eterna ma non insolubile. A quanto pare Sachs, attivista Lgbtq+ di lungo corso, vive in Ecuador con il marito Boris, pittore, e le madri dei loro due figli. Urge documentario. Magari girato da, o con, le mamme.
13 agosto 2023 115
BUIO IN SALA Fabio Ferzetti
Tanta potenza sulle strade
Anche con elettrico e ibrido non si ferma la corsa verso prestazioni più vicine alle auto da mettere alla prova sui circuiti di gara
dei suv elettrici: Macan Ev condividerà la nuova architettura Ppe con l’Audi Q6 e-Tron. Diventerà l’auto più sportiva della sua categoria: due motori elettrici ad eccitazione permanente, con una nuova disposizione del magnete a doppia V e l’adozione di un semiconduttore a carburo di silicio. Risultato? Oltre 738 nm di coppia. E il possibile overboost porterebbe la potenza a 751 cv.
Per chi vuole esagerare, ecco la Ferrari da mille cavalli, la SF90 Stradale avvistata sulle strade di montagna, a poca distanza da Roma. Ma anche la 812 Superfast con 800 cv regala ampie soddisfazioni a chi la guida.
Chi viaggiava sulla Fiat 500 F, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, si accontentava di una potenza di 18 cavalli. Le prime Citroën 2Cv di cavalli ne sviluppavano solo 9. Volkswagen, con il Maggiolino permetteva di avere nel motore ben 34 cv. Con il passare degli anni le automobili sono state trasformate, aggiungendo accessori e nuove funzioni è cresciuto il peso. Il contenimento delle cilindrate, in passato, era motivato dalla pesante presenza del fisco. L’Iva sulle auto oltre i 2 litri benzina, 2.5 per le diesel, era del 38%. Le vetture di lusso provenivano dalla Germania (Mercedes e Bmw) e dal Regno Unito (Jaguar, Rolls Royce e Bentley) e grazie alle imposte si avvantaggiava la produzione nazionale, con la Fiat protagonista, anzi monopolista, nel settore delle auto di piccola e media cilindrata. La crisi petrolifera, poi, aiutò a creare quella “austerity” che è alla base dell’ecologismo di massa.
Il prototipo della Porsche Macan Ev durante una prova su strada
Finirà questa corsa verso motori sempre più potenti? Alla tecnologia, si sa, è difficile e forse non bisogna porre limiti. Tuttavia il problema, attualissimo per colpa degli incidenti stradali, riguarda la convivenza, sulle stesse strade, tra “bolidi”, biciclette e pedoni. Quale può essere la soluzione? Patenti differenziate su misura della potenza delle vetture? Un adesivo con la frase «guidare male può nuocere gravemente alla salute»? Intanto, si può cominciare a dare il buon esempio rispettando il codice della strada.
IN & OUT
Nei decenni l’evoluzione tecnologica ha compiuto passi da gigante e le moderne norme di sicurezza impongono criteri rigidi per le automobili oggi molto più veloci. Una Audi 1 Allstreet, con 999 cc, vanta 95 cv. Della stessa casa, una berlina di lusso come la A8 nel motore ha 571 cv. La Porsche Macan Ev, pronta per il prossimo anno, sarà una elettrica high tech da 603 cv. Viene annunciata come il primo importante modello d’ingresso di Porsche nel segmento
A dicembre arriva Ducati Monster. Devono attendere fine anno i collezionisti delle due ruote della casa di Borgo Panigale, sarà disponibile l’edizione speciale del modello Monster, ideata per festeggiare il trentennale. Cinquecento unità con motore bicilindrico 4 valvole raffreddato a liquido con distribuzione desmodromica da 111 cavalli.
L’Auto1 Group Price Index, il report sui prezzi delle auto usate in Europa, mostra una costante stabilizzazione dei prezzi all’ingrosso a luglio 2023. L’indice è passato da 152,2 di giugno a 148,2 di luglio. I valori mostrano la stessa situazione per il settimo mese consecutivo. Da gennaio a luglio di quest’anno i prezzi sono calati dello 0,7%.
116 13 agosto 2023
MOTORI Gianfranco Ferroni
Padroni da educare
Pestare una cacca di cane è davvero spiacevole. A me capita quando non pulisco bene il giardino e alla sera, al ritorno a casa con l’oscurità, può succedere che ne spiaccichi una. Vi lascio immaginare la sequela di improperi. Ma so che capita a tutti voi che avete uno o più cani. Già è spiacevole pestare una cacca dei propri cani e portarsela in casa o peggio sui pedali della macchina, ma quando la pesti per strada, gli improperi salgono all’ennesima potenza. Un conto è pestarla a casa perché non hai avuto tempo di pulire, un conto è pestare quella di altri che a pulire non ci hanno proprio pensato. Da qui nasce l’odio per i cani. Quindi, se si vive in città, è obbligatorio pulire ogni deiezione dei nostri pelosi. Chi sistematicamente ignora la libertà altrui, si rende odioso. Di conseguenza i cani vengono odiati. Loro non hanno colpa. Sono i proprietari che dovrebbero avere la sensibilità di ripulire ogni deiezione del proprio quattro zampe ed evitare vetrine e portoni, come se fossero alberi dove depositare tracce di urina. Ho quattro cani e non amo pestare le fatte né dei miei, né di quelli di altri. Sia L’Ente Nazionale Cinofilia Italiana che lo Csen Cinofilia organizzano corsi e patentini per il “Buon Cittadino a Quattro
CAREZZE E GRAFFI
Saper vivere in un contesto urbano con il cane è la prima cosa da mettere in conto se vogliamo farci rispettare. Questo significa pulire sempre le deiezioni del proprio adorato animale. Portarsi dietro i sacchettini è obbligatorio e sarebbe bene avere anche una bottiglietta d’acqua per diluire la pipì. Piccoli gesti.
I cani qui non sono ammessi. Leggere un cartello del genere non fa piacere se si ha un cane. La maleducazione di pochi proprietari crea problemi a tutti i cinofili, soprattutto in ambienti urbani. Lasciare una cacca in mezzo al marciapiede o far urinare Fido sui portoni, sono comportamenti che rendono odiosi i poveri cani.
Sacchetti di plastica e una bottiglia d’acqua. Basta poco per risolvere il problema delle deiezioni canine. Che invadono anche le città d’arte
Sono pochi i padroni che non puliscono dove ha sporcato il cane, ma bastano a gettare cattiva luce su tutta la categoria
Zampe”. In realtà il patentino dovrebbe essere rilasciato ai padroni, più che ai cani. A Siena, città d’arte visitata da migliaia di turisti, i cani non sono ben visti. Pochi giorni fa il Comune ha emesso un’ordinanza: «Si fa divieto assoluto di consentire agli animali di urinare o defecare sui monumenti, gli edifici di culto, gli edifici pubblici, o comunque nelle aree esterne prospicienti gli stessi, all’interno di porticati con accesso dalla via pubblica, sui portoni di ingresso di edifici pubblici o privati, sulle vetrine degli esercizi commerciali». Un problema per chi vive con un cane nel centro storico della cittadina toscana, ma anche per i tanti turisti che vengono in gita accompagnati dal quattro zampe. Anche perché è difficile spiegare al proprio amico animale che, una volta uscito di casa, deve aspettare a fare i suoi bisogni in un luogo consentito. Vabbè che sono esseri intelligenti e a volte migliori degli umani, ma non esageriamo. Questo è un esempio di come noi cinofili veniamo discriminati per colpa di alcuni proprietari che non riescono proprio a portarsi dietro i sacchetti di plastica per raccogliere le fatte e una bottiglietta d’acqua per diluire le minzioni. La guerra al cane diventa certe volte ragione di vita per chi deve ogni giorno pulire il portone di casa o la serranda del negozio dove le marcature di urina si fanno sentire. Quindi, se viaggiate con Fido, attenzione alle città e luoghi che visiterete. Non tutti amano i cani.
13 agosto 2023 117 AMICI BESTIALI
Foto: martin-dm / GettyImages
Viola Carignani
GUIDE DE L'ESPRESSO A TAVOLA Andrea Grignaffini
Tutti i sapori del ghiaccio
Acqua, zucchero e frutta: ha una matrice semplice ma ricchissima di sfaccettature l’arte dolciaria più fredda che da secoli in Italia primeggia tra i migliori espedienti contro il solleone. Tutto ebbe inizio dallo “sherbet”, approdato in Sicilia insieme agli arabi che ai tempi dominavano sull’isola, un drink freddo aromatizzato alla frutta e petali di fiori considerato l’avo dell’indiscussa matriarca di ogni prelibatezza italiana sottozero, la granita. Allo sherbet i Siciliani unirono la neve dell’Etna, dei Nebrodi e dei Peloritani conservata nelle niviere, antesignane delle moderne celle frigorifere, perfezionando la ricetta nel XVI secolo con l’uso del pozzetto (un sistema che permetteva di tenere costantemente refrigerato il composto di ghiaccio, miele e succo di limone mentre lentamente lo si mescolava fino a raggiungere quella consistenza inconfondibile) e abbinando alla bevanda la brioche “cû tuppu”, eterna compagna di questa deliziosa “acqua ghiacciata” dove il cristallo di ghiaccio può essere più o meno fine, ma sempre setoso e vellutato. La granita delle origini era al limone o all’arancia, poi giunsero le varianti alla mandorla e al pistacchio, ai gelsi, al caffè… In una sperimentazione che continua a stimolare tutt’oggi artigiani e pasticceri. Diversa è la cremolata, dove la frutta viene prima frullata in modo grossolano, poi ghiacciata e dopo grattata in piccoli cubetti e mescolata; si percepiranno in bocca pezzi di frutta più o meno
Granite, grattachecche e sorbetti hanno sapori e ingredienti simili ma procedimenti molto diversi
Granita e cremolata, sorbetto e frozen cocktail. Viaggio tra i gelidi discendenti dello sherbet arabo e della neve dell’Etna
grandi, come nella ghiotta versione pugliese ai fichi. Street-food da bere, la grattachecca è invece il simbolo delle estati romane, ricavata anticamente da un unico grande blocco ghiaccio che veniva “grattato” e poi aromatizzato con sciroppi di frutta. Altro celebre discendente dello sherbet è il nostro sorbetto, dalla grana più fine e dall’aplomb elegante, ideale nella classica e rinfrescante versione al limone per intermezzare o concludere un sontuoso pasto; apprezzato nelle corti italiane sin dal ’500, ne fu decretato il successo in Francia proprio grazie a un italiano, Francesco Procopio dei Coltelli che nel 1686 inaugurò a Parigi il leggendario Café Procope, introducendone il consumo presso i membri dell’alta borghesia. Infine, per gli appassionati degli after-dinner, d’estate nulla è più appagante di un tonificante frozen cocktail. Tra i più noti c’è il Daiquiri Frozen: al Daiquiri (rum, lime e zucchero) si aggiunge la parte gelata, il frozen, che altro non è se non ghiaccio e frutta tramutati in una spumosissima mousse da un frullatore ad hoc. Ottimo anche nella versione alla fragola (Strawberry Daiquiri), si può sorseggiare con una certa tranquillità rimanendo sempre freddissimo. Di una freschezza mesmerizzante.
DOLCE E AMARO
“Sa carapigna”. Questo il nome di un antico sorbetto sardo che i rari “carapigneris” preparano ancora refrigerando la miscela d’acqua, zucchero e limone dentro “sa carapignera”, recipiente metallico inserito nel barile di legno con ghiaccio e sale. Il ghiaccio non s’unisce al composto, ma lo raffredda donando una consistenza cremosa.
Granite in plastica. Sono veramente grossolani i bicchieri di plastica con il mondo frozen. Non mantengono la temperatura, creano sgradevoli liquefazioni svilendo in breve texture e poesia del contenuto. La scelta dovrebbe ricadere sulle classiche coppe in vetro (ma vanno ceramiche e metalli) ancor meglio se lasciate ghiacciare in frigo.
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Foto: Amana Images
GettyImages
118 13 agosto 2023
GUIDE DE L'ESPRESSO IL VINO Luca Gardini
Il meglio dei tipi da spiaggia
L’estate, per gli autentici appassionati di vino, è uno dei momenti più difficili. Con l’elevarsi delle temperature, infatti, consumare certi prodotti nelle corrette condizioni potrebbe risultare arduo, ma quelli come noi non si fanno certo scoraggiare da qualche grado in più o da collocazioni potenzialmente sfidanti, ad esempio la spiaggia: anzi, magari la stagione calda è occasione per sperimentare, refrigeratore o glacette alla mano, nuove combinazioni e abbinamenti inusuali. Del resto le vie di Dioniso sono infinite, e non sia mai che qualcosa delle virtuose abitudini estive si estenda al resto dell’anno. Il consiglio è quello di sempre, ovverosia abbiate curiosità e voglia di sperimentare, attitudini che in materia enoica sono sempre essenziali. Ecco allora la mia selezione di (inusuali) vini da spiaggia.
LO TRIOLET
Vallé d’Aoste DOC Pinot Gris 2020
PUNTEGGIO: 95/100 - PREZZO: €
Un piccolo totem della denominazione in valle, vino di montagna se ne esiste uno. Olfazione floreale, note di bergamotto, sfalcio di campo, tocchi di mela verde e sensazioni di sambuco. Al gusto teso-sapido, con ritorno fruttato-floreale e delle sensazione agrumate. Bella persistenza.
Bianco, rosso e bollicine. Giro d’Italia delle bottiglie da portare al mare. Per provare abbinamenti estivi con l’aiuto di una glacette
COLESEL
Valdobbiadene DOCG Prosecco Superiore Extra Brut Tridik Quota
PUNTEGGIO: 96/100 - PREZZO: € È l’alfiere aziendale, etichetta di grande peculiarità, si apre al naso con note di mela verde e pera abate, tocchi agrumati di lime e di timo fresco. Al palato ha bollicina tesa, salmastro-sapida, convincente croccantezza di beva e ritorno fruttato-officinale.
PIZZO COCA
Rosso di Valtellina DOC 2021
PUNTEGGIO: 95/100 - PREZZO: €
Uno degli emblemi del progetto di Lorenzo e Alessandro, in zona Ponte di Valtellina, un Rosso di notevolissima caratura, naso di ribes rosso, pepe nero e alloro, succoso-croccante al palato, con tannini salmastri, ritorno fruttato-speziato e lunga persistenza.
PALA
Isola dei Nuraghi IGT Entemari 2022
PUNTEGGIO: 94/100 - PREZZO: €€
Un blend di Chardonnay, Malvasia Sarda e Vermentino di grande stoffa ed eccellente pulizia di fattura, naso di susina gialla, con sferzate di rosmarino e gelsomino, beva salata, croccante, intensa, con ritorno fruttato-officinale e lunga persistenza.
CORTONESI
Rosso di Montalcino DOC La Mannella 2021
PUNTEGGIO: 94/100 - PREZZO: €
Da terreni ricchi di scheletro e 10 mesi di affinamento in legno di diversa dimensione, un Sangiovese in purezza che mantiene tutte le premesse, naso di corniolo, tocchi di pepe rosa, sentori di maggiorana e sottobosco. Al gusto fruttato-salmastro, con ritorno speziato-officinale.
€ da 11 a 25 euro€ € da 25 a 35 euro€ € € più di 35 euro
13 agosto 2023 119
Regalo d’estate da un lettore
Cara Rossini, nel 1978, dopo il rapimento di Aldo Moro, Leonardo Sciascia scrive “L’affaire Moro” dove si sofferma sulle riflessioni che Moro avrebbe fatto quando era prigioniero delle Brigate rosse. Sciascia non crede che Moro abbia avuto paura della morte e scrive: «Chi ha detto che la natura umana è in grado di sopportare questo senza impazzire? Perché un affronto simile: mostruoso, inutile, vano? Forse esiste un uomo al quale hanno letto la sentenza, gli hanno lasciato il tempo di torturarsi e poi hanno detto: “Va’ sei graziato”. Ecco un uomo simile forse potrebbe raccontarlo. Di questo strazio e di questo orrore ha parlato anche Cristo. No, non è lecito agire così con un uomo». Ebbene, io credo che una risposta a questa domanda Sciascia l’avrebbe trovata nei romanzi di Fedor Dostoevskij.
Lo scrittore russo, nel 1849, è rinchiuso nella fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo per aver partecipato con scopi sovversivi a una società segreta. Viene condannato alla pena capitale e la revoca gli viene comunicata quando è già sul patibolo. Un avvenimento che segnerà molto il grande scrittore come è testimoniato dalle sue riflessioni sulla pena di morte: «Dove mai ho letto che un condannato a morte, un’ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse tocca-
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to vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, su uno spiazzo così stretto da poterci posare soltanto i due piedi – avendo intorno a sé dei precipizi, l’oceano, la tenebra eterna, un’eterna solitudine e una eterna tempesta, e rimanersene così, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio di anni, l’eternità –anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere! Quale verità! Dio, che verità! È un vigliacco l’uomo! Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco».
Marco Mascelloni, Lodi
Non c’è dubbio che il modo migliore per affrontare gli ozi estivi sia quello di leggere, o rileggere, i grandi classici della letteratura, quelli per i quali sono necessari gli stessi tempi lunghi che già riempimmo di libri nell’adolescenza. Deve essere per questo che Marco Mascelloni ci fa il regalo agostano di un famoso brano tratto da “Delitto e castigo”, invitandoci a seguire i pensieri sulla morte del suo protagonista Raskol’nikov, assieme a quelli altrettanto coinvolgenti di Leonardo Sciascia. Per questo merita quasi tutto lo spazio di questa rubrica, che volentieri gli abbiamo lasciato.
via in Lucina, 17 - 00186 Roma n. 32 - anno LXIX - 13 agosto 2023
PHOTOEDITOR:
Tiziana Faraoni (vicecaporedattrice)
RICERCA FOTOGRAFICA: Giorgia Coccia, Mauro Pelella, Elena Turrini
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OPINIONI: Ray Banhoff, Fabrizio Barca, Francesca Barra, Alberto Bruschini, Massimo Cacciari, Lucio Caracciolo, Franco Corleone, Carlo Cottarelli, Virman Cusenza, Donatella Di Cesare, Roberto Esposito, Luciano Floridi, Enrico Giovannini, Nicola Graziano, Bernard Guetta, Sandro Magister, Bruno Manfellotto, Ignazio Marino, Ezio Mauro, Claudia Sorlini, Oliviero Toscani, Sofia Ventura, Luigi Vicinanza
COLLABORATORI: Erika Antonelli, Viola Ardone, Nicolas Ballario, Giuliano Battiston, Marta
Codice ISSN online 2499-0833
Bellingreri, Marco Belpoliti, Caterina Bonvicini, Ivan Canu, Viola Carignani, Gino Castaldo, Giuseppe Catozzella, Manuela Cavalieri, Stefano Del Re, Francesca De Sanctis, Cesare de Seta, Roberto Di Caro, Maurizio Di Fazio, Paolo Di Paolo, Fabio Ferzetti, Alberto Flores d’Arcais, Marcello Fois, Luca Gardini, Wlodek Goldkorn, Marco Grieco, Andrea Grignaffini, Luciana Grosso, Helena Janeczek, Gaia Manzini, Piero Melati, Donatella Mulvoni, Matteo Nucci, Eugenio Occorsio, Massimiliano Panarari, Simone Pieranni, Sabrina Pisu, Laura Pugno, Marisa Ranieri Panetta, Mario Ricciardi, Gigi Riva, Stefania Rossini, Evelina Santangelo, Elvira Seminara, Francesca Sironi, Leo Sisti, Elena Testi, Chiara Valerio, Stefano Vastano
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120 13 agosto 2023
Ray Banhoff
Metà agosto, estate finita. Ma come, non era appena iniziata? E invece no, ti accorgi che è finita perché sono tutti in ferie; in massa, forzati, capitalizzati come turisti. Tirano tutti avanti per undici mesi l’anno tra call, stress e straordinari; arrivano a questo periodo con il miraggio del riposo e vengono spediti in vacanza coatta per far girare l’economia. L’Italia burocratica si blocca, il Parlamento è deserto, i telefoni non rispondono (memorabile Sergio Marchionne che mentre la Fiat perdeva 5 milioni al giorno aveva gli uffici italiani vuoti: «Così chiedo: “Ma dove sono tutti?”. E mi dico-
Le ferie d’agosto mi fanno salire la benzo-ansia
no: “In ferie”. “Ma in ferie da cosa?”, dico io. In Brasile se ne fregano di agosto, in America si lavora. È una pirlata»). Perché le ferie si fanno ad agosto? Io voglio farle a giugno o a settembre. Ad agosto non sono ferie, sono un altro lavoro, con le partenze che sono «esodi» e i «bollini neri» (neri!) del traffico.
Ferie poi per chi può permettersele, visto che una grossa fetta di italiani se ne sta a casa: circa 9 milioni, secondo le stime, le vittime del carovita. Ma non c’è da compatirli, almeno non incapperanno in situazioni paradossali come quei turisti che in provincia di Como hanno pagato 2 euro in più per farsi tagliare un toast a metà. Un toast da 7,50 euro, quindi immagino buonissimo, gourmet, chilometro zero, bio, «impiattato» e via dicendo. Tenetevelo, grazie. Secondo il proprietario del locale si tratta di un «servizio». Idem in Li-
Detesto quella vacanza coatta che serve all’economia. Il carovita mi travolge e il turismo mi terrorizza
guria, dove una madre ha pagato 2 euro in più per un piatto vuoto in cui assaggiare le trofie del figlio. Il turismo è fatto di questo, di «servizi», la gentilezza evidentemente non è inclusa nel prezzo. Il turismo sono i visitatori del Colosseo e della Torre di Pisa che scrivono il loro nome sulla parete del monumento perché «non sapevo che era antico». Sinceramente il turismo mi terrorizza, è la globalizzazione umana dello svago. I turisti vanno in giro in ciabatte e abiti tecnici per sentirsi comodi, impestando i borghi che devono vedere a tutti i costi in un tour de force esperienziale, che invece di rilassarli genera ansia. I posti per turisti sono dei pacchi, le spiagge turistiche sono dei lager. Ogni qual volta un posto diventa turistico, si rovina per i residenti. Not in my name, please
E poi, in questo agosto di eco-ansia, io sono in controtendenza e ho sviluppato quella che definirei benzo-ansia. Dovrei viaggiare di più, ma è il momento peggiore per farlo, i prezzi sono alle stelle e la benzina costa ancora 1,9 euro. Per qualche tempo in Italia si è fatto casino perché era stato superato il tetto di 2 euro, ma è bastato passare al decimale per fregare tutti. Adesso nessuno sciopera, gli stipendi non aumentano (ah no, hanno dato 124 euro lordi di media in più agli insegnanti e i sindacati erano pure contenti. Pensate che io, per chiamarlo aumento, ne avrei pretesi 1.024 di euro in più al mese) e spostarsi non conviene.
Per la mia benzo-ansia cosa fa il governo? Il decreto Trasparenza. Una genialata: i benzinai che lucrano devono esporre il prezzo vigente sul mercato e tu puoi segnalare un abuso. Ma che ci pensi lo Stato a sgamare i furbi e a noi ci abbassino la benzina, o quantomeno non ci facciano lavorare – gratis oltretutto – come controllori. Sono tutti furbi tranne me, evidentemente. Però me ne sto a casa, almeno i toast me li taglio gratis.
BENGALA
122 13 agosto 2023